Les Bâtards du Nord: fine della festa

Il folk perde un piccolo ma grande gruppo, i Les Bâtards du Nord.

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Probabilmente vi starete domandando chi sono questi sconosciuti con il nome francese. Per fortuna c’è MisterFolk che pensa a voi! Si tratta di un gruppo canadese dedito da dieci anni alla musica folk più barbara e ignorante in circolazione. Nati nel 2003 come folk/viking metal band, hanno presto abbandonato chitarre e batteria a favore di strumenti acustici quali tamburi, tin whistle, cittern, violino, flauto, scacciapensieri ecc. Il risultato è un folk tribale, un folk da foresta, anzi, è proprio LA musica della foresta.

In carriera hanno rilasciato tre dischi dal 2004 al 2010: Le Fer, la Mer et la Bière, La Terre Nous Appelle e Levons La Corne. I tre full lenght sono abbastanza simili tra di loro, avendo deciso di non cercare evoluzioni o sperimentazioni, puntando sull’impatto di una proposta rude che vede i ritmi e il groove, ma anche i selvatici cori, protagonisti assoluti. I temi trattati sono quelli tipici del mondo folk metal: mitologia norrena, grandi bevute e storielle ironiche che fanno sorridere. Tra le varie Lindisfarne, Vendu pour Bouère e Le Reel De L’Hydromel a risaltare è sempre la genuina spontaneità e passione della band del Québec per la musica folk europea, spesso di origine scandinava, con le melodie prese dalla musica tradizionale.

missiva d'addio

missiva d’addio

Il 29 giugno 2013 hanno tenuto il concerto d’addio al festival Folk Sale, dove hanno intrattenuto e fatto divertire gli spettatori giunti per godersi un grande show e per salutare come si deve una band coraggiosa e originale, che ha sempre preferito la qualità e la libertà alle restrizioni del music business.

Rileggendo l’articolo mi sono reso conto di aver parlato della band al presente: ancora il mio inconscio non accetta lo split dei Les Bâtards du Nord. Torniamo ad ascoltare i loro ritmi forsennati, purtroppo non ci rimane altro da fare.

LesBatardsDuNord

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Fejd – Nagelfar

Fejd – Nagelfar

2013 – full-length – Napalm Records

Voto: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Patrik Rimmerfors: voce, bouzouki, cornamusa svedese, scacciapensieri, ghironda – Niklas Rimmerfors: voce, morharpa – Lennart Specht: tastiera – Thomas Antonsson: basso – Esko Salow: batteria

Tracklist: 1. Ulvsgäld – 2. Sigurd Ring – 3. Nagelfar – 4. Dis – 5. Den Skimrande – 6. Jordens Smycke – 7. Fjärrskådaren – 8. Vindarnas Famn – 9. Haxfard

fejd-nagelfarI Fejd sono un gruppo unico nel panorama folk metal: niente chitarre distorte, niente ritmiche martellanti o voci aggressive, ma solamente folk scandinavo della miglior specie. Da sempre la band di Lilla Edet ci ha abituato a questo tipo di sonorità: fieramente nordici e orgogliosi di essere i soli a suonare folk metal senza avere una vera componente metal nel proprio sound. Qualcosa di simile viene proposto dai canadesi Les Bâtards du Nord (brutta notizia: si sono da pochi giorni sciolti dopo il concerto d’addio di fine giugno), ma si tratta comunque di una formazione che utilizza altre situazioni musicali per creare un folk sicuramente più brutale e tribale rispetto ai Fejd, i quali possono certamente essere considerati raffinati e dotati di buon gusto.

La band svedese viene fondata nel 2001 quando i fratelli Rimmerfors reclutano tre musicisti provenienti dalla power metal band Phatos, registrando velocemente il demo di debutto I En Tid Som Var, pubblicato l’anno seguente. Da allora sono passati undici anni, il mondo è cambiato in peggio, ma i Fejd sono rimasti al loro posto, suonando sempre del delicato e ispirato folk di matrice scandinava.

Dopo una discreta gavetta hanno firmato con l’austriaca Napalm Records, label che li ha portati a esordire con il favoloso Storm nel 2009, seguito diciannove mesi più tardi dal valido Eifur, lavoro di qualità che però pecca di freschezza se paragonato al debut album. Il rischio di Nagelfar era proprio quello di ripetere per la terza volta una proposta sì innovativa e personale, ma che sarebbe risultata ormai prevedibile: per fortuna i fratelli Rimmerfors hanno inserito nel sound della band, come vedremo, alcune piccole innovazioni e leggeri cambiamenti in fase di songwriting, rilasciando quindi un cd che segue per stile i due precedenti aggiungendo quel qualcosa necessario per risultare interessante e fresco. Chiaramente portare avanti negli anni una proposta del genere senza risultare ripetitivi non è cosa semplice, motivo per qui i Fejd hanno deciso di dare maggior importanza alla batteria, facendola suonare spesso con pattern e ritmi tipicamente metal, compresa la doppia cassa, affiancandoci melodie e linee vocali evocative.

Nagelfar parte con un “classico” brano dei Fejd, Ulvsgäld, che ha il punto forte nel ritornello estremamente orecchiabile (con tanto di doppia cassa) e un paio di brevi – ma efficaci – parti prive di voce. La seconda traccia è Sigurd Ring, composizione che ricorda da vicino le sonorità del debutto Storm, anche questa con il chorus nella parte del leone, prima della semplice e sognante parte strumentale. La title-track è musicalmente aggressiva, molto vicina per certi versi all’heavy metal. Più volte durante l’ascolto del disco si ha l’impressione di stare ascoltando un lavoro che se sostituite ghironde e violini con chitarre elettriche diventerebbe un massiccio e riuscito disco classicamente metal. Oscura ed elegante nella sua malvagità, Nagelfar è semplicemente una delle migliori canzoni mai scritte dalla band svedese. Den Skimrande arriva dopo un breve intermezzo, ma si rivela non del tutto convincente: assolutamente non male, ma forse la meno ispirata dell’intero disco nonostante alcune linee vocali azzeccatissime. Molto pacata e con un tocco tipicamente nord europeo si rivela essere Jordens Smycke, lenta nelle movenze ma elegante, non trascendentale, ma dal sapore nobile. L’ascolto prosegue con Fjärrskådaren, altro esempio di canzone alla quale i fratelli Rimmerfors (sempre bellissime le loro voci, poetiche e romantiche come poche ce ne sono nella scena) ci hanno abituato negli anni: folklore potente e melodie ancestrali si uniscono per un risultato assolutamente sognante. Vindarnas Famn stupisce per l’utilizzo della chitarra elettrica in distorsione, fatto unico nella storia della band: dopo i primi minuti molto pacati e leggeri, la sei corde viene utilizzata come tappeto alla melodia vocale-musicale, rendendo la traccia più compatta ma anche fin troppo simile a tante altre canzoni presenti nella scena folk metal odierna, dove chitarre rock e strumenti folk vanno a braccetto. Sicuramente un esperimento da ripetere nei prossimi lavori, cercando però di non cadere nel banale e utilizzando le risorse al fine di creare qualcosa di veramente differente. Con la strumentale Haxfard si torna al classico sound dei Fejd, fatto di strumenti tradizionali che si intrecciano, un finale di disco forse non particolarmente d’effetto, ma comunque godibile. La bonus track Ulvsgäld, versione demo e più breve della canzone che apre Nagelfar, aggiunge veramente nulla al peso del platter.

Il terzo disco in studio si rivela quindi ben riuscito, probabilmente il meno bello della carriera dei Fejd, ma comunque assolutamente piacevole da ascoltare più e più volte. Un full length che trasmette, proprio come i capitoli precedenti, emozioni forti e in grado di far sognare a chi ha la volontà di volare con il pensiero, lasciandosi trasportare dalle sensazioni una volta chiusi gli occhi e allontanati i pensieri che quotidianamente ci affliggono, rendendoci tutti un po’ più scuri e brutti. Nagelfar è la perfetta colonna sonora durante la lettura delle fiabe scandinave, o del piccolo-grande capolavoro Odd e il Gigante di Ghiaccio di Neil Gaiman.

Alla fine il discorso è molto semplice: chi conosce già i Fejd sa cosa aspettarsi dalla loro terza prova in studio, chi li ha fino a questo momento ignorati rimarrà favorevolmente stupito dalla proposta della band svedese.

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Suidakra – Eternal Defiance

Suidakra – Eternal Defiance

2013 – full-length – AFM Records

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Arkadius Antonik: voce, chitarra – Marius Pesch: chitarra – Tim Siebrecht: basso – Lars Wehner: batteria

Tracklist: 1. Storming The Walls – 2. Inner Sanctum – 3. Beneath The Red Eagle – 4. March Of Conquest – 5. Pair Dadeni – 6. The Mindsong – 7. Rage For Revenge – 8. Drangon’s Head – 9. Defiant Dreams – 10. Damnatio Memorie

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I Suidakra sono dei veterani della scena, essendo attivi dal 1994 e avendo pubblicato ben undici album compreso questo Eternal Defiance. Partiti con forti influenze black metal melodico, hanno negli anni plasmato il proprio sound fino a giungere ad un mix di death metal melodico, extreme metal e alcune influenze folk. Di fatto in Italia sono sempre stati considerati, a ragione, un gruppo non di serie B, ma di C, piazzando i colpi migliori quando il pubblico non era ancora pronto a questo tipo di sonorità oppure in concomitanza di release di grandi band, che hanno di fatto offuscato i pregevoli riff dei vari Caledonia o Crógacht. Con Book Of Dowth del 2011 si è assistito a un calo qualitativo rispetto ai precedenti dischi, barcollando comunque oltre la sufficienza grazie unicamente all’esperienza dei musicisti, mentre con Eternal Defiance il risultato è ancora meno ispirato a causa di canzoni che si trascinano noiosamente tra le ormai ripetute e scontate strutture compositive di Arkadius e soci. Bagliori di luce non ne mancano, ma sono diventati ormai sempre più rari.

La prima cosa a non convincere è la produzione: troppo pompata e artefatta, a tratti fastidiosa, in definitiva finta e non adatta a queste sonorità. La seconda, ben più grave, è la qualità media dei brani.  Chiaramente non si arriva a toccare il fondo del barile come accaduto con l’indecente Command To Charge –  impossibile ripetere un errore simile! – ma Eternal Defiance può tranquillamente essere considerato il secondo album meno riuscito della band di Düsseldorf.

L’intro Storming The Walls è una delle cose più ispirate di Eternal Defiance: epico e commuovente, battagliero come in un film anni ’50 dove a combattere sono i grandi eroi storici/mitologici. La prima vera canzone è Inner Sanctum, traccia piacevole tra accelerazioni melodiche e ritmati tempi da headbanging. Il classico scream di Arkadius guida l’ascolto attraverso le note di un brano che, data la poca consistenza della maggioranza delle seguenti canzoni, si erge tra le migliori del lotto. Beneath The Red Eagle vede la massiccia presenza della voce Tina Stabel, da anni guest nei cd dei Suidakra. Ben riuscita la folkeggiante March Of Conquest tra gradevoli giri chitarristici, ritornelli clean e cornamuse, mentre Axel Römer e la sua bagpipe è il protagonista di Pair Dadeni, composizione che alterna riff ormai noti con altri decisamente convincenti prima di lasciare spazio alla ballad acustica The Mindsong: scolastica e orecchiabile, di difficile valutazione. Scontato come la notte dopo il giorno, arriva il brano più violento dopo il più pacato, Rage For Revenge riesuma nella prima parte le influenze melodic black degli esordi per dare una bella botta di adrenalina, ma l’effetto dura poco in quanto si ritorna presto al classico e più melodico stile dei Suidakra. La parte finale di Eternal Defiance non convince molto: Dragon’s Head è più un riempitivo che altro, con le solite strutture compositive ormai pesanti da digerire e Defiant Dreams si distingue unicamente per l’intermezzo cantato in clean dal nuovo arrivato Marius “Jussi” Pesch, chitarrista entrato nella band nel 2010 solo per i concerti ma che ha convinto al punto di diventare membro fisso due anni più tardi. Damnatio Memorie è un bel brano acustico di quattro minuti cantato per un paio di strofe che ha il compito di chiudere il disco. Non sfigurerebbe in un bel cd grunge ’90 se non fosse per l’ultimo mezzo minuto orchestrale.

Eternal Defiance è un disco con troppi alti e bassi, prevedile e poco concreto. Si salvano poche tracce, e una di queste è un brano acustico dai toni malinconici, non il massimo per un gruppo che nei testi canta di legionari romani, grandi battaglie, crociati e coraggio. A conti fatti c’è purtroppo poco materiale interessante nell’undicesimo capitolo della discografia dei Suidakra, un disco da acquistare unicamente per collezionismo o per “affetto” verso la band. A tutti gli altri si consiglia di spendere soldi e tempo per i vari The Arcanum e Caledonia per farsi un’idea di quel che sanno fare, quando ispirati, i quattro tedeschi guidati da Arkadius.

Intervista: Angeli di Pietra

Nome italiano, band belga e musica definita dal gruppo stesso “powerfolk”, con due interessanti dischi alle spalle su CCP Records. Andiamo alla scoperta dell’underground centro europeo intervistando il bassista Kurt Hermans, il quale ha risposto alle mie domande con grande loquacità.

AngeliDiPietra-KurtHermansCiao Kurt, presenta la tua band ai lettori di MisterFolk.

Angeli di Pietra è una metal band fondata nel 2002 ad Antwerp, Belgio. La nostra musica è una mistura di differenti stili di metal che noi abbiamo soprannominato “powerfolk”. Finora abbiamo pubblicato due full lenght con CCP Records e stiamo attualmente lavorando sul terzo. L’obiettivo è quello di conquistare il mondo, ma siamo disposti ad accontentarsi per l’Europa, per il momento. 😉

Siete in attività dal 2002, ma inizialmente suonavate gothic metal. Come siete arrivati al sound attuale?

Abbiamo sempre suonato la musica che ci piaceva ascoltare, così quando i nostri gusti musicali sono evoluti, la musica ha fatto lo stesso. Credo che l’aspetto folk sia sempre stato presente, in una certa misura. Tuttavia il più grande cambiamento in questo senso è stato quando Louise si è unita a noi suonando il violino, avendo un background puramente folk. Non penso che avesse mai ascoltato metal prima. Dopo la sua uscita dal gruppo l’elemento folk è rimasto fondamentale per il nostro sound, oltre alle influenze death metal melodico provenienti dalla chitarra.

Come descriveresti la musica degli Angeli Di Pietra a chi non vi ha mai ascoltato?

A causa delle nostre varie influenze è realmente difficile etichettare la nostra musica, per questo motivo abbiamo coniato il termine “powerfolk”. Fondamentalmente suoniamo un potente metal con melodie folk e una combinazione di voci gutturali, pulite e qualche volta operistiche. Il miglior modo per comprendere appieno ciò che questo comporta è assistere a una live performance, con l’ascolto a rotazione dei cd come seconda possibilità.

Recentemente il cantante Guy Van Campenhout ha lasciato la band: come mai questa decisione? C’entra forse l’altra band dove canta, Drunar? Ci sono novità riguardo il nuovo cantante?

È una decisione personale da parte sua, quindi la domanda sarebbe meglio porla a lui. Ma penso sia soprattutto una questione di gestione del tempo, lui ha famiglia, diverse priorità e prospettive nella vita. Per quanto riguarda i Drunar, credo che il suo contributo all’album sia più che altro da session. Non so se coopererà ancora con loro per altre release, ma è ancora attivo come chitarrista nel gruppo Notti Del Terrore. Noi siamo ancora alla ricerca di un valido sostituto.

Il vostro debutto Storm Over Scaldis è un album molto energico, mentre Anthems Of Conquest lo trovo più melodico. Come mai questa evoluzione del sound?

Interessante il fatto che fai questa distinzione tra gli album. Essendo Storm Over Scaldis l’album di debutto, conteneva alcune vecchie canzoni, mentre Anthems Of Conquest è stato scritto in un breve periodo di tempo e potrebbe quindi avere più “coerenza” nel complesso. Per il secondo album ci abbiamo messo molte energie lavorando sodo sui dettagli e su livelli multipli per le armonie di tastiera, forse da qui proviene il maggiore aspetto melodico, credo.

Ascoltando i due full lenght a distanza di anni, quale sensazioni provi? Quali sono, secondo te, i punti vincenti dei dischi?

In tutta onestà, difficilmente ascolto i nostri lavori dopo averli pubblicati, ma li suoniamo spesso. Quando li ascolto, mi accorgo sempre di cose che avremmo potuto fare diversamente per renderli migliori, ma questa è la maledizione di chi crea cose.

Cosa volete esprimere con Fate Of Promised Land?

L’intero album Anthems Of Conquest, come implica il titolo, riguarda storie in contesti storici e mitologici con tutti differenti tipi di conquista. La necessità o il desiderio di conquistare è una caratteristica intrinseca del genere umano, che si tratti di persone, terre o semplicemente conoscenza o le proprie paure. Fate Of The Promised Land riguarda un particolare e impressionante esempio di tutto ciò nella storia dell’uomo: le crociate. In questa canzone i crociati combattono i Saraceni e musicalmente vogliamo esprimerlo con un feeling orientale nella musica. La canzone è divisa in due parti: la prima, The Desert, che è una specie di interpretazione musicale del viaggio attraverso le straniere terre orientali. Nella seconda, Mark Of The Scimitar, siamo davvero nella battaglia.

In Fate Of Promised Land sento echi dei vecchi Amorphis, è così? Ascoltate la band finlandese e cosa pensate della loro evoluzione musicale?

Gli Amorphis sono una delle mie band preferite da molto tempo, fin da quando ascoltai per la prima volta Tales From The Thousand Lakes. Li ho un po’ persi di vista, ma da quando Tomi Joutsen è entrato nella band come cantante sono “di nuovo a bordo”. Il loro nuovo album Circle sembra incollato al mio lettore cd di recente. Possono aver fatto una lunga strada dall’originale death metal in The Karelian Isthmus o il pesantemente influenzato dal doom Tales From The Thousand Lakes, ma penso che si possa sentire il loro marchio in ogni release. Amo quando una band ha uno stile personale ma riesce a reinventarsi ad ogni album. Lo stesso vale liricamente, esplorano molti temi ma spesso tornano al poema nazionale finlandese Kalevala per raccontare le loro storie.

In Anthems Of Conquest è ospite Daniel Mÿhr, storico tastierista, ora ex, dei Sabaton. In quale modo siete riusciti ad avere un guest importante come lui e cosa pensi dei Sabaton? Per me sono la peggiore espressione dell’heavy metal moderno!

Daniel è amico di lunga data di Sjoera (la cantante, nda), quindi è stato un passo logico chiedergli di fare una comparsata. Tuttavia siamo stati entusiasti quando ha accettato. Sinceramente non capisco il perché di questa antipatia nei confronti dei Sabaton: certo, il loro heavy metal non è innovativo e le composizioni non sono molto complesse, ma sanno come scrivere una melodia catchy. Inoltre sono un’eccellente live band (o almeno lo erano, non posso parlare per l’attuale line-up dei Sabaton non avendoli ancora visti). Conoscono l’arte di coinvolgere la platea.

Visto che siamo in tema, hai ascoltato la sua nuova band, i Civil War, con il bravissimo Nils Patrik Johansson degli Astral Doors alla voce? Cosa ne pensi?

Ho paura che questa risposta sarà corta perché non li ho ascoltati. Ora che me lo dici sicuramente ci darò attenzione.

Cosa stanno facendo gli Angeli Di Pietra in questo periodo? A quando il terzo album? In caso, si possono avere delle anticipazioni oltre al fatto che avete 16 canzoni pronte?

Stiamo lavorando al nuovo materiale. Ci sono molte idee ma ci stiamo lavorando in continuazione selezionando quello che pensiamo sia abbastanza buono per fare il terzo disco, un disco che farà saltare dalla sedia! In termini di tempo non abbiamo una data, basta dire che lo studio ancora non è stato prenotato.

I primi due dischi sono usciti per la CCP Records, etichetta underground nota agli appassionati del genere folk. Come vi siete trovati, e saranno loro a pubblicare il terzo full lenght?

Dopo aver terminato le registrazioni di Storm Over Scaldis abbiamo contattato parecchie etichette per vedere chi era interessato a una collaborazione e la CCP Records ci ha contattato con una proposta interessante. Il resto, come si dice, è storia. E sì, la terza release sarà anche essa pubblicata dalla CCP Records.

Parliamo di te: come ti sei avvicinato alla musica heavy metal e perché hai deciso di suonare il basso? Quali sono i musicisti e i gruppi che maggiormente apprezzi?

Quando ero bambino i miei genitori mi portavano ogni tanto a dei concerti e la potenza delle band live mi ha impressionato molto. Da allora sono andato in cerca di questa potenza nelle registrazioni e velocemente ho trovato nel metal il feeling che cercavo. Molti dei gruppi che ancora ascolto li ho scoperti registrando su cassetta un programma radio in onda la notte tardi. Avevo decine di cassette e volevo ascoltarle ancora e ancora, fino a quando ho imparato a memoria le parole dello speaker. In un primo momento ho iniziato a suonare la chitarra, con alcuni amici abbiamo fondato una band e quando ci è stato offerto di suonare il nostro primo concerto eravamo ancora senza bassista. Così mi sono fatto prestare un basso, ma mi sono divertito così tanto che non sono più tornato indietro. Quando parlo della potenza nella musica, lo faccio sentendo il basso come lo strumento che lo fa al meglio. A parere mio è uno strumento versatile e molto sottovalutato, ma molti chitarristi non saranno d’accordo con me. 😉 I musicisti che apprezzo sono davvero numerosi per poterli elencare tutti. Ultimamente sto ascoltando molto i nuovi album di Chthonic, Hypocrisy, Amorphis e Leprous, ma se me lo chiedi di nuovo tra pochi mesi ti darei una lista completamente differente.

Grazie per la disponibilità! Concludi l’intervista come meglio credi…

Vorrei ringraziare tutti i lettori per l’interesse. Ascoltate la nostra musica e se vi piace quello che sentite allora insistete con i vostri promoter locali e club per farci suonare dal vivo!

Lo so, siete curiosi di sapere il perché del nome italiano, ecco svelato l’arcano: il chitarrista e maggior compositore Gaël Sortino è di origini italiane e il nome della band deriva dalla canzone Gargoyles, Angels Of Darkness contenuta nel terzo disco dei Rhapsody Power Of The Dragonflame del 2002.