Trollwar – Earthdawn Groves

TrollWar – Earthdawn Groves

2013 – full-length – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Värgal The Storyteller: voce – WöX The Rogue Assassin: chitarra – Holrägh The Berseker: chitarra – Poignar Bartoss the Undead: basso – Exodiüs The Blacksmith: batteria  – Pâj’hō The Shaman: tastiera – Trolläthan The Old Bard: fisarmonica

Tracklist: 1. Prologue – 2. A Tale Of Greed – 3. Trollheimen – 4. Book Of The Damned – 5. Trollka – 6. Set Sail To The North – 7. Earthdawn Groves – 8. A Hymn For The Vanquished – 9. The Fallen – 10. Epilogue (Frozen Lands) – 11. Earthdawn Groves (acoustic)

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Una delle scene maggiormente in fermento è sicuramente quella del Canada, terra che sta producendo decine di gruppi agguerriti e dagli stili più vari, ma carente di una band trainante per il movimento: difatti, se si escludono gli straordinari SIG:AR:TYR, che dopo anni di sola vita in studio hanno da poco tempo intrapreso l’attività concertistica, e gli ormai sciolti Les Bâtards du Nord, non ci sono, al momento, gruppi in grado di prendere in pugno la situazione e far progredire l’intera scena.

I TrollWar sono in attività dal 2011 ma di sicuro non passano le giornate a braccia conserte: pochi mesi dopo la nascita della band hanno dato alle stampe l’EP di sei brani Bloodshed Forges, arrivando al debutto (autoprodotto) nell’ottobre 2013. Il disco si intitola Earthdawn Groves e presenta tutti i classici pregi e i difetti del gruppo che, mosso dalla volontà di mostrare di saperci fare, tende a esagerare. I musicisti dai nomi simpatici, così come lo sono le foto promozionali e i testi, hanno confezionato un disco tutto sommato piacevole e in alcuni momenti accattivante, con l’unico errore di aver inserito undici canzoni (per un totale di sessantadue minuti) in scaletta, decisamente troppe per una formazione che deve ancora sviluppare una personalità propria e imparare a non strafare.

Musicalmente si può parlare di extreme folk metal molto vicino, per stile, ai Finntroll, con alcuni passaggi più personali dove i TrollWar fanno intuire tutte le loro potenzialità. Alcune canzoni suonano dannatamente convincenti: la migliore, probabilmente, è Trollka, dal sound spensierato e fresco, con un inizio più soft e il resto della composizione maggiormente aggressivo. Bene anche Trollheimen, che in alcuni passaggi particolarmente oscuri ricorda i migliori act finlandesi di inizio millennio, e la black oriented A Hymn For The Vanquished, la quale per sonorità potrebbe essere una bella b-side di Midnattens Widunder. Buona la prova del nuovo singer Värgal The Storyteller, il quale ha preso il posto, nel 2012, del precedente cantante Khermäk The Warrior.

Non particolarmente esaltanti i brani più lunghi ed elaborati, con The Fallen (oltre nove minuti di durata) che presenta un assolo di chitarra (il primo di tre) mal eseguito. Conclude il full length la versione acustica e strumentale della title track, meglio riuscita della variante elettrica.

In Earthdawn Groves non ci sono canzoni brutte, ma tolti pochi casi, nemmeno brani particolarmente esaltanti. Un paio di pezzi in meno e il cd avrebbe avuto un’altra resa all’ascolto, ma queste sono scelte che spettano esclusivamente ai musicisti che sudano e spendono i propri soldi nella realizzazione il cd.

La produzione ben si addice alla musica e ai ritmi delle canzoni: sporca e grassa, ma al tempo stesso nitida per permettere la comprensione di ogni singolo strumento. L’artwork è in linea con le canzoni di Earthdawn Groves, con il mostruoso troll in cima a una montagna che tiene per i capelli la teste del malcapitato umano che ha avuto la sventura di incontrarlo.

Il debutto dei TrollWar, come detto precedentemente, ha un solo difetto, quello dell’eccessiva durata. Lo stile ricorda i troll finlandesi più famosi (niente di eclatante come è invece per i russi Svartby, spesso al limite del plagio), ma lavorando in sala prove i musicisti del Quebec potranno trovare facilmente una via più personale. Al momento sono promossi, ma ne devono percorrere di sentieri nei boschi questi troll canadesi…

Survael – War Of The Wild

Survael – War Of The Wild

2012 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Marco Anson: voce – David Arenas: chitarra – Alex Gonzalez: chitarra – Miguel Jareňo: basso – Jose Arenas: batteria

Tracklist: 1. Desperta Ferro – 2. War Of The Wild – 3. Trollsong – 4. Nighthowler – 5. The Watcher

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Il sottobosco spagnolo, come abbiamo visto in alcune recensioni dei mesi scorsi, è in fermento e propone spesso gruppi agguerriti che cercano di mettersi in mostra con la propria arte. Nonostante il mercato non sia particolarmente affamato di folk metal – i Mägo de Oz sono un mondo a parte e, forse, un giorno ne parlerò – le band underground, spinte dai piccoli ma significativi successi di Mistur e Llvme, stanno cercando con il duro lavoro di emergere ed avere quella visibilità che potrebbe far fare loro il salto di qualità.

I Survael sono una formazione di Madrid attiva dal 2008 che ha realizzato, dodici mesi più tardi, Demo e, nel 2012, l’EP War Of The Wild. I musicisti della band definiscono la propria musica come “epic metal”, ma in realtà siamo ben distanti da quel che acts quali Manilla Road e Cirith Ungol hanno insegnato con i primi lavori: War Of The Wild è un dischetto di folk metal “moderno”, privo di strumenti tradizionali e orchestrazioni, con le sole chitarre a creare melodie e atmosfere avvincenti.

Uscito il 1 aprile 2012, il cinque pezzi War Of The Wild non è certo un pesce d’aprile: la musica dei Survael è feroce e battagliera, epica in alcuni momenti e diretta nelle varie sfumature del songwriting. L’opener Desperta Ferro è un up-tempo dal sapore mediterraneo nell’intro e nelle strofe, dagli ottimi spunti chitarristici (con il dinamico drumming di Jose Arenas a rendere il tutto fluido all’ascolto) e il chorus giocato su una semplice ed efficace melodia di sei corde. La title track è meno aggressiva rispetto alla precedente traccia, con alcune sonorità tedesche davvero piacevoli e il costante buon lavoro dei chitarristi Arenas e Gonzalez. Non poteva mancare una canzone con la parola troll nel titolo, ed eccoci serviti: Trollsong è probabilmente la migliore composizione del disco, dall’ottimo ritornello con il coro clean che ruba la scena a Marco Anson, cantante dalla voce graffiante e perfetto in questo contesto. Nighthowler è di forte ispirazione finntrolliana, dall’ottimo chorus e dalle ritmiche indiavolate, anche se suona decisamente troppo poco personale. Chiude l’EP The Watcher, buon brano che presenta gli stessi punti di forza delle precedenti tracce: strofe violente e dirette, ritornelli ben fatti, linee vocali d’impatto e i cori, quando presenti, immediatamente memorizzabili.

L’EP War Of The Wild è ben riuscito sotto tutti gli aspetti (sempre ricordando che è un autoprodotto): le canzoni si fanno valere e i venti minuti di durata del dischetto sono godibilissimi. La Spagna può contare anche sui Survael per cercare di guadagnare consensi in ambito folk/viking metal. In attesa di ascoltare il nuovo materiale previsto per il 2014, War Of The Wild è un ottimo antipasto.

Intervista: Kanseil

Attivi dal dicembre 2010, hanno da poco pubblicato il loro primo lavoro, Tzimbar Bint, un dischetto che farà sicuramente circolare il nome Kanseil anche al di fuori del patri confini. Ho posto alcune domande ai giovani musicisti, i quali hanno risposto con grande maturità.

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Siete una band giovanissima che sta cercando di farsi spazio nell’affollato underground italiano. Presentatevi ai lettori di Mister Folk.

Siamo i Kanseil, una band di Fregona, amante della natura e le nostre montagne. Siamo legati in particolare al Cansiglio, di cui raccontiamo le storie e la bellezza. Abbiamo recentemente pubblicato il nostro primo demo, Tzimbar Bint, una presentazione dei nostri primi lavori, nei quali cerchiamo di portare la nostra passione e il nostro stile. Trovato l’equilibrio dopo vari cambi di formazione, ci siamo fiondati in questa avventura, componendo pezzi nostri e portandoli sul palco da alcuni mesi a questa parte. Siamo proiettati verso il futuro, e cerchiamo di sperimentare!

Quale la ragione che vi ha portato a scegliere il nome Kanseil?

È stata una scelta che ci è venuta molto spontanea, “Kanseil” è quello che probabilmente doveva essere il nome dato all’altipiano del Cansiglio in epoca arcaica, testimoniato dal veneto moderno “Cansei” e veneto medievale “Canseja”, termine che porta significati di aridità e selvatichezza, un’ostilità all’uomo che conserva tutt’ora, realtà a noi cara. Affascinati dalla bellezza e la storia di questa magica foresta alle porte di casa nostra, abbiamo voluto farci carico di questa atmosfera, con un nome misterioso, che richiama suoni d’altri tempi, legato alla nostra terra.

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In questo momento stanno nascendo e pubblicando i primi lavori una gran quantità di gruppi italiani: come e in cosa pensate di distinguervi da tutti gli altri?

Vorremmo portare la nostra idea ed esperienza maturata nella musica, ricercando un sound grezzo e autentico, senza ricorrere alle tastiere o suoni elettronici. Proponiamo uno stile di composizione nostro, che si rifà ad elementi tradizionali un po’ di tutta Europa, col quale ancora pochi in Italia sperimentano. Cerchiamo di evadere dal classico “irish style” dai temi goliardici, nel quale un po’ come in una danza sfrenata, si rischia di cadere in banalità.

Tzimbar Bint è il primo lavoro, come siete arrivati a scegliere le canzoni presenti nell’EP?

Le abbiamo scelte perché tra tutte le idee e con i mezzi che avevamo, erano quelle che ci venivano meglio. Sono lavori giovani, nei quali abbiamo messo tutta la voglia di metterci in gioco che avevamo. Trattano tutte di temi legate alla nostra terra, un’associazione di pezzi che si chiudono in un anello completo, un primo lavoro di presentazione del quale siamo soddisfatti.

La prima e l’ultima canzone sono in lingua italiana, mentre le restanti no. Come mai questa scelta, e come pensate di muovervi in futuro?

Agli inizi avevamo scelto l’inglese come lingua di composizione, un po’ perché ci veniva più facile dato che “fa moda” nel genere, ma abbiamo raccolto la sfida della canzone in italiano in quanto più espressiva, spesso non è facile cantare ciò che si pensa nella propria lingua. Siamo proiettati nell’usare solo italiano, veneto e cimbro nei prossimi pezzi.

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Siete un gruppo che da importanza ai testi, che ritengo essere belli e toccanti. Vi va di approfondire il discorso legato alle liriche?

Dai nostri testi traspare un amore per la natura, e per la storia e il folklore locale. Nei nuovi pezzi che arriveranno queste tematiche saranno ancor più sentite, in particolare ci sono cari temi quali l’ecologia, e la conservazione legata anche agli aspetti storico culturali del territorio. Le nostre canzoni non seguono nessuna indottrinazione politica, e non comunicano odio per nessuno.

Il vostro sound è ricco di sfumature e sonorità diverse tra loro mescolate con abilità e personalità. Quali sono stati i punti di partenza ad inizio carriera, e verso quale direzione vi state muovendo?

Il sound di Tzimbar Bint per gli strumenti acustici è molto grezzo e spartano, ciò è anche dovuto al fatto che è stata la nostra prima esperienza in studio di registrazione, e con un budget limitato. Nelle prossime registrazioni si punterà ad un sound più pulito e professionale per gli strumenti folk, abbiamo composto per sfruttare al meglio le potenzialità dei vari strumenti per rendere un risultato ancor più soddisfacente.

Ho visto che avete fatto alcune cose acustiche in qualche occasione: dobbiamo aspettarci, prima o poi, una sorta di Zobena Dziesma (lavoro dei lettoni Skyforger, nda) versione nord-est italiana?

È possibile. È tra i nostri obbiettivi, una sfida che abbiamo raccolto e che ci appassiona molto. L’acustico è un sound molto più ricercato e minuzioso rispetto a una composizione in elettrico, è tra i nostri programmi, ma non prima di una o due release in elettrico.

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Cosa mi raccontate dei vostri strumenti folk? Se non sbaglio alcuni di essi sono realizzati da voi…

Tra gli strumenti folk c’è la curiosità di una baga veneta, datata 1981. È stata una delle prime realizzate dal maestro Massimo Fumagalli che ha fatto un lavoro di ricerca per ricomporre la tradizione delle pive in Veneto, è per noi un forte legame affettivo, lo consideriamo un po’ un cimelio, ed è una grande emozione far rivivere questo strumento semidimenticato nella musica moderna. Alcuni strumenti sono fatti da noi, è un hobby che ci appassiona, abbiamo fatto alcuni flauti, e delle lire che si potranno ascoltare nei prossimi pezzi.

State pensando alla prossima release? Qualche etichetta si è interessata a voi?

Stiamo preparando molti pezzi che andranno a formare un full-lenght, alcuni gli proponiamo già al pubblico nei nostri live, altri sono ancora inediti, assieme ai pezzi del demo revisionati. Siamo un po’ in ritardo rispetto a quelle che erano le nostre previsioni, ma puntiamo ad un lavoro ben fatto, ci prendiamo il tempo necessario. Siamo stati recentemente contattati dalla Nemeton Records che ci ha offerto una collaborazione che consideriamo molto valida.

Quale il tour da sogno al quale partecipare?

Ci piacerebbe affiancare una grande band internazionale nelle sue date italiane, o fare un tour assieme a una band amica in Italia o all’estero e far conoscere il folk metal nostrano. Sarebbero entrambe belle avventure!

Siamo al termine della chiacchierata, salutate i lettori con una frase nel vostro dialetto!

Prima di ogni concerto tra di noi citiamo l’inizio di una nostra nuova canzone: “Bolkènt im lant bomme tzimbarn” che vuol dire “Benvenuto nella terra dei cimbri” è il saluto che si da ai visitatori, con il quale ci auguriamo che i prossimi lavori piacciano a chi ci segue e a chi ci scoprirà in futuro. O più semplicemente un amichevole “se veđòn!” (ci vediamo) sotto il palco!

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Fotografie di Ettore Avalerno Garbellotto.