Equinox – Beyond

Equinox – Beyond

2014 – EP – autoprodotto

VOTO: SV – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Alla Ravna: voce – Ivan Dzyubinskiy: chitarra – Kirill Nikeev – basso, voce, tastiera – Kirill Kasatkin: batteria

Tracklist: 1. Beyond The Invisible Line (Beer Bear cover) – 2. Дивный Новый Мир

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Gli Equinox sono una nuova formazione russa che si affaccia sulla scena, ma i musicisti che ne fanno parte non sono del tutto sconosciuti agli appassionati di folk metal. Difatti nella line-up troviamo Kirill Nikeev e Kirill Kasatkin, ex membri dei Beer Bear, band folk metal che negli scorsi hanno ha pubblicato un paio di dischi simpatici e ben fatti (Мёд/Honey nel 2010 e nel За Незримой Чертой/Beyond The Invisible Line nel 2012). A questo punto è doveroso un piccolo chiarimento: gli Equinox non sono i Beer Bear con un nuovo nome, ma un gruppo nato dopo che i Beer Bear si sono sciolti. Il genere proposto dal gruppo di Mosca è, parole loro, dark folk metal, ma questo EP non aiuta molto a capire quale sound avrà il disco che verrà pubblicato in futuro in quanto le due tracce sono cover.

Beyond The Invisible Line è la nuova versione del brano contenuto sul secondo full-length dei Beer Bear (in un certo senso…un’auto-cover!): il nuovo look non è molto differente da quello targato 2012, giusto un poco meno grintoso e con la presenza della voce di Alla Ravna, la quale dona al bel chorus un qualcosa di più melodico e accattivante. Segue Дивный Новый Мир (Brave New World), title track del disco che vide nel 2000 il ritorno di Bruce Dickinson al microfono. Il cantato è in russo e molto interessante la presenza del quartetto d’archi che rende la canzone elegante senza far perdere il classico sound della vergine di ferro.

Un EP, dunque, utile più a far circolare il nome e a “testare” i nuovo musicisti che a dare un’indicazione concreta sulla via musicale degli Equinox. Detto questo, le due canzoni sono sicuramente piacevoli da ascoltare e non possiamo far altro che aspettare le prossime mosse della band.

Live Report: Romaobscura II

ROMAOBSCURA II

PRIMORDIAL + DOOMRAISER + HANDFUL OF HATE + ABYSMAL GRIEF + SHORES OF NULL + SEVENTH GENOCIDE

22 febbraio 2014, Traffic Club, Roma

LocandinaRomaobscuraII

La seconda edizione del Romaobscura si preannunciava interessante e con gruppi provenienti da diversi ambiti musicali, ma tutti, per rientrare nel “tema” del festival, dal sound oscuro e pesante. Senza mezzi termini, Romaobscura II è stato un successo: sette gruppi di buon/ottimo livello si sono esibiti sul palco del Traffic Club, il pubblico (circa 300 paganti, dato considerevole considerando la “pigrizia” del pubblico capitolino) ha risposto in maniera calorosa e l’organizzazione è stata impeccabile per qualità e precisione.

I Seventh Genocide sono stati i primi a suonare: davanti un discreto numero di spettatori per l’ora dell’esibizione – prima delle 19 – il loro post black ha riscosso pareri positivi pur nella brevità della setlist e qualche piccola sbavatura negli arpeggi di chitarra pulita. Ottimo il teatrale finale, quando il cantante/bassista Rodolfo Ciuffo, posato il suo strumento, ha “alzato” un corno di cervo mentre il resto della band concludeva il brano. I calabresi Glacial Fear, storico nome del metal tricolore essendo attivi dai primi anni ’90, hanno portato all’audience romana il loro massiccio death/thrash dalle tinte moderne, ben diverso da quel che ricordavo con il pregevole full length Frames del 1997, in una cassetta ricevuta con l’allora in voga tape-trading insieme ai precedenti demo ed EP. Veloce cambio di palco e prima sorpresa della serata rappresentata dagli Shores Of Null, band di Roma che ha da poco firmato per la celebre Candlelight Records, label che pubblicherà il debutto Quiescence il 24 marzo. Fin dai primi istanti dello show è stato possibile capire che i musicisti possiedono la classica marcia in più, con canzoni dall’ottimo songwriting caratterizzate dalla bella voce di Davide Straccione, abile nel pulito quanto nel growl. Tra (ultimi) Enslaved e Borknagar con un tocco di Katatonia di metà carriera, ma il tutto ri-assemblato con personalità e gusto, lo spettacolo dei cinque musicisti è volato via rapidamente: da rivedere assolutamente in un concerto tutto loro! Sono quasi le 21 quando i genovesi Abysmal Grief salgono sul palco: la proposta musicale è molto personale e definirla semplicemente doom metal è a dir poco riduttivo, in quanto influenze progressive ’70 e ritmi più moderni (li vedrei benissimo in un film di Rob Zombie…), con il suggestivo aiuto dell’incenso e della semplice ma efficace scenografia, ha soddisfatto il pubblico, il quale ha assistito incuriosito a un gran bel concerto. Si cambia completamente genere con i veterani Handful Of Hate, black metal band arrivata al sesto disco grazie al recente To Perdition, sul quale è incentrata parte dello show: feroci e chirurgici nonostante i suoni non perfetti, i toscani hanno confermato quanto si dice di buono su di loro, con tanto di autocelebrazione prima dell’ultimo brano: “Handful Of Hate, punta di diamante dell’estremismo estremo italiano”, frase che può apparire arrogante ma che non si allontana dalla verità. Alle 22.45 salgono sul palcoscenico del Traffic i Doomraiser, formazione quasi venerata a Roma e autrice di una prova da ricordare. Il loro doom metal ignorante e intransigente (sparato a volume altissimo) ha fatto muovere le teste a tempo, con il frontman Cynar in grande forma ben supportato dal resto del gruppo. Tra riff cadenzati, chitarre dalla distorsione grassa e accelerazioni spacca collo, il wall of sound creato dai musicisti è stato spaventoso, ipnotizzando gli ascoltatori che tributato alla band, a fine esibizione, il meritato riconoscimento.

È passata mezzanotte quando gli headliner, i tanto attesi Primordial, alla prima data in carriera nella Città Eterna, fanno il loro ingresso. Il brano Dark Horse On The Wind del cantautore di Dublino Liam Weldon funge da intro con parte della platea che intona le strofe della canzone. Il pezzo d’apertura è No Grave Deep Enough, tratto dall’ultimo – eccellente – Redemption At The Puritan’s Hand: i suoni sono appena discreti, ma fortunatamente in una manciata di minuti tutto sarà perfetto, con volumi equilibrati e gli strumenti limpidi e corposi. Alan Averill si conferma vero animale da palco, bravissimo a incitare il pubblico, a lanciare i cori e a raccogliere i meritati applausi al termine di ogni brano. La scaletta è da brividi e le due ore a loro disposizione passano velocemente, tra struggenti melodie, linee vocali evocative e una certa rudezza di fondo che da sempre contraddistingue la musica degli irlandesi. Un boato accoglie l’attesissima As Rome Burns, cantata praticamente da tutti, in particolare nel crescendo “Sing Sing Sing to the Slaves – Sing to the Slaves that Rome Burns”, e molto toccante The Coffin Ships, canzone che parla delle “navi bara” dirette in America sulle quali si imbarcarono (e morirono di stenti durante il viaggio) un gran numero di abitanti dell’isola verde in seguito alla carestia che colpì l’Irlanda tra il 1845 e il 1849. Gli ultimi due dischi, To The Nameless Dead e Redemption At The Puritan’s Hand sono i più rappresentati con quattro brani ciascuno, ma fortunatamente non sono lasciati da parte i vecchi – ottimi – lavori quali A Journey’s End, Spirit The Earth Aflame e Storm Before Calm. I successi di una carriera si susseguono, da Sons Of The Morrigan a The Burning Season, da Gods To The Godless a Gallows Hymn, fino ad arrivare al grandioso finale con Heathen Tribes e l’acclamata Empire Falls.

ScalettaPass

Cala il sipario sulla seconda edizione del Romaobscura e, nonostante le tante ore di musica (e sudore), tutti sono più che soddisfatti per quanto visto e sentito durante le sette ore del festival. A questo punto non possiamo far altro che augurarci una terza edizione del Romaobscura, un nome divenuto in poco tempo sinonimo di qualità.

Primordial – Redemption at the Puritan’s Hand

Primordial – Redemption At The Puritan’s Hand

2011 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Alan Averill “Nemtheanga”: voce – Ciaran MacUiliam: chitarra – Michael O’Floinn: chitarra – Paul MacAmlaigh: basso – Simon O’Laoghaire: batteria

Tracklist: 1. No Grave Deep Enough – 2. Lain With The Wolf – 3. Bloodied Yet Unbowed – 4. Gods Old Snake – 5. The Mouth Of Judas – 6. The Black Hundred – 7. The Puritan’s Hand – 8. Death Of The Gods

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A tre anni e mezzo dal precedente To The Nameless Dead tornano sul mercato, tramite la potente Metal Blade Records, i Primordial con il settimo capitolo della loro ventennale carriera. La storia della band di Dublino inizia nel 1987 e vede la pubblicazione del debutto discografico, quel Imrama del 1995 ancora acerbo ma già esplicativo riguardo il possibile futuro roseo dei cinque irlandesi, e il susseguirsi di cd di assoluto valore fino al prima citato To The Nameless Dead del 2007.

Dopo quell’album la band arrivò a sfiorare lo scioglimento come conseguenza di un disastroso concerto tenuto ad Atene nel 2010, dopo il quale il batterista Simon O’Laoghaire, nel gruppo dal 1997, decise di lasciare i Primordial. Ma se siamo qui a parlare di Redemption At The Puritan’s Hand vuol dire che il gruppo si è ricompattato, O’Laoghaire si è seduto nuovamente dietro al drum kit e la band dopo mesi di sbandamento è tornata a produrre musica di assoluta qualità come sempre ha fatto.

Registrato in Galles presso i Foel Studios tra dicembre 2010 e gennaio 2011, Redemption At The Puritan’s Hand è composto da otto tracce per un totale di circa sessanta minuti di musica. Il tema dell’intero disco è la morte e l’obbligatoria convivenza con la consapevolezza che alla fine dei nostri giorni non saremo altro che cibo per i vermi – you’re food for worms and nothing more citando una parte di testo -, nonostante le strutture da noi stessi create per dare un senso all’esistenza che, inevitabilmente, realizzeremo non essersi concretizzate. A dispetto di tale pessimismo il bianco della copertina porta a pensare che in fondo la salvezza sia possibile, e la teatrale voce di Alan Averill “Nemtheanga” – sempre perfetto tanto nel pulito quanto nello scream o nelle parti enfatiche – sembra rafforzare questa speranza. Un gruppo come i Primordial non si limita a dare al pubblico una semplice copertina, tant’è che quella che a prima vista sembra essere la “solita” cover metal (in questo caso opera di Paul McCarroll, autore anche dell’artwork del bellissimo Sailing The Seas Of Fate dei canadesi SIG:AR:TYR) con ossa, fiamme e croci, finisce per costituire un interessante insieme di simboli: in chiave esoterica l’immagine rappresenta la purificazione assoluta, si tratta di una morte iniziatica. Lo scheletro al centro del cerchio adornato da teschi crociati e clessidre (simbolo della ciclicità del tempo) si purifica intraprendendo un cammino di evoluzione che porterà all’illuminazione anche attraverso la mano divina posizionata sul cuore.

Musicalmente, Redemption At The Puritan’s Hand, è un classico album dei Primordial, con tutti gli elementi che da sempre contraddistinguono il gruppo rendendolo assolutamente unico e riconoscibile fin dalle primi passaggi. Particolarità del prodotto è il sentimento di speranza che, seppur nascosto tra melodie angoscianti e parti cantate che trasmettono pura sofferenza, si materializza ad ogni nota. Il cd si apre con gli oltre sette minuti di No Grave Deep Enough, canzone veloce nel tipico inconfondibile stile Primordial: vagamente epico e dal riffing novantiano il brano specifica fin dalle prime battute quali siano le intenzioni della band, ovvero riempirci di emozioni a suon di doppia cassa e chitarre struggenti. Lain With The Wolf parte invece lenta, con oltre un minuto di percussioni che creano un’atmosfera tribale e primitiva fino all’ingresso delle asce di Ciaran MacUiliam e Michael O’Floinn, autori di un morbido tappeto sonoro dove il bravo singer Alan Averill può ricamare le sue tipiche linee vocali d’effetto. La seguente Bloodied Yet Unbowed inizia anch’essa con un lungo intro arioso, prima che i chitarristi comincino a macinare riff a metà tra il celtic metal e l’heavy tradizionale. Toccante l’accelerazione di metà brano e furiosa la successiva parte quasi black metal che dopo pochi giri rallenta fino a chiudere la composizione con chitarre “ingrassate” volte ad un finale delicato e armonioso. Gods Old Snake è nella prima parte cantata in scream, le sei corde sono taglienti e il drumming si fa nervoso per quella che, per atmosfera creata, è la canzone più estrema dell’intero full length. Segue la bellissima The Mouth Of Judas, una sorta di power ballad (parola inusuale per descrivere un brano dei Primordial, ma efficace nello specifico caso) straziante e soave: la traccia dimostra la capacità del gruppo di sapersi muovere con disinvoltura attraverso diversi tipi di stili, passando con estrema naturalezza dalla crudezza dello scream e delle chitarre impazzite, alla delicatezza di un testo profondo e relativa atmosfera rilassata. L’avvio di The Black Hundred, episodio più breve del cd con i suoi “soli” sei minuti e venti di lunghezza, è violento e moderno per lo stile del gruppo e non sembra incastrarsi alla perfezione con le successive parti cantate, anche se nella seconda metà le cose migliorano quel tanto che basta per rendere accettabile il brano. The Puritan’s Hand si basa su un giro di chitarra lento e monotematico, ripetuto fino a farlo diventare straziante: passati tre minuti di angoscia sotto forma di musica, il tempo accelera leggermente dopo un breve stacco e The Puritan’s Hand prende vita aumentando la dose di energia sprigionata. Una chitarra acustica apre l’imponente Death Of The Gods, ultima traccia di Redemption At The Puritan’s Hand, lirica che racchiude le caratteristiche che hanno reso famosi i Primordial nel mondo: atmosfere sognanti impreziosite da squisite soluzioni vocali si contrappongono al lavoro certosino del batterista Simon O’Laoghaire e al riffing ora cupo ora affilato dei due axmen, mentre il basso del silenzioso Paul MacAmlaigh alterna fasi di semplice accompagnamento a momenti in cui il suo contributo strumentale risulta essere maggiormente coinvolto nella trama della canzone.

Il sound del disco è fantastico: suoni crudi e reali si fondono in un magma emozionale come è sempre più raro ascoltare, gli strumenti hanno tutti il giusto spazio e in fase di mixaggio si è svolto un lavoro eccellente. A prendersi cura del settimo disco del combo irlandese sono stati Chris Fielding (Napalm Death, Mael Mórdha, Winterfylleth), i membri della band MacAmlaigh e Averill con Jaime Gomez Arellano (Ghost, Angel Witch, Cathedral ecc.) a gestire il mastering.

Si chiude in questo modo un album a lungo atteso che non deluderà le aspettative dei fans; un disco, questo Redemption At The Puritan’s Hand, che conferma di prepotenza i Primordial tra i migliori act dell’intera scena europea.

Un ringraziamento a Silvia Agabiti Rosei per l’aiuto e la spiegazione della copertina.
NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Novità Tricolori IV

Quarto articolo di Novità Tricolori: breve ma intenso! I big del movimento italiano non se ne stanno a braccia conserte e, mentre i Folkstone stanno scrivendo il nuovo disco, Kalevala hms, Vinterblot e Atavicus… leggete per scoprirlo!

Il nuovo lavoro dei Kalevala hms dal titolo Tuoni, Baleni, Fulmini, come detto nel precedente articolo, sarà un cd live in studio (rigorosamente in presa diretta) con l’aggiunta del dvd live contenente l’esibizione tenuta al Brintaal Festival. Al momento è disponibile l’anteprima della cover di Master Blaster, originariamente interpretata da Stevie Wonder:

Gli Atavicus sono ormai realtà, ed è da poco stato annunciato l’accordo tra la band e l’etichetta Nemeton Records per la pubblicazione del debut album nel corso del 2014. Nel frattempo il duo composto da Lupus Nemesis e Triumphator ha pubblicato su youtube la preview di circa tre minuti della versione grezza della canzone Sempiterno:

La band pugliese Vinterblot, autrice del full length Nether Collapse nel 2012, ha recentemente pubblicato il videoclip del nuovo brano Triumph Recalls My Name, canzone che sarà pubblicata in versione digitale il 21 marzo attraverso iTunes, Spotify, Deezer, Amazon e Google Music. Questa la copertina:

Vinterblot
Di seguito, invece, il videoclip:
Infine spazio alla Nemeton Records, label irlandese di “origini” italiane che ha firmato, per ora, tutte formazioni tricolori: ultimi arrivati sono gli After God di Rimini. Tra i nomi noti da segnalare i Vallorch, gli Artaius e gli Ulvedharr, mentre trovano spazio realtà meno note, ma non per questo meno valide, quali ODR, Kanseil e Calico Jack tra gli altri. Di pochi giorni fa la firma con gli attesissimi Atavicus. Per maggiori info cliccate QUI per visitare il sito dell’etichetta.
nemeton