Falconer – Black Moon Rising

Falconer – Black Moon Rising

2014 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mathias Blad: voce – Stefan Weinerhall: chitarra – Jimmy Hedlund: chitarra – Magnus Linhardt: basso – Karsten Larsson: batteria

Tracklist: 1. Locust Swarm – 2. Halls And Chambers – 3. Black Moon Rising – 4. Scoundrel And The Squire – 5. Wasteland – 6. In Ruins – 7. At The Jester’s Ball – 8. There’s A Crow On The Barrow – 9. Dawning Of A Sombre Age – 10. Age Of Runes – 11. The Priory

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Gli svedesi Falconer hanno saputo, con gli anni, crearsi una carriera di tutto rispetto grazie ad album qualitativamente interessanti e superiori alla media. Ormai, dopo quindici anni di attività, non c’è più bisogno di ricordare che Stefan Weinerhall e Karsten Larsson hanno militato nei seminali Mithotyn, formazione viking metal tra le più importanti per l’affermazione e lo sviluppo del genere. I Falconer hanno, infatti, sette dischi a cavallo tra il power e l’heavy, ma è con gli ultimi lavori – Among Beggars And Thieves e Armod – che si sono distinti dalla massa di band musicalmente simili. In particolare lo spettacolare Armod va menzionato (e ascoltato) per la forte influenza folk che lo contraddistingue. A tre anni esatti dall’ultima fatica discografica il quintetto di Mjölby torna sul mercato con il nuovo Black Moon Rising, cd che mette decisamente in secondo piano e reminiscenze folk e torna a pestare duro con canzoni dirette e pesanti senza, chiaramente, dimenticare il lato melodico del songwriting, da sempre molto importante per il combo scandinavo.

I primi quaranta secondi di Locust Swarm dicono molto: riff diretti e doppia cassa permettono di intuire quale via seguirà l’intero disco. Non mancano le tipiche belle melodie e la delicata voce del sempre eccellente Mathias Blad, ma tutto si posa su delle chitarre piuttosto crude e potenti. Halls And Chambers, dal ritmo decisamente più tranquillo rispetto all’opener, mostra l’altro lato dei Falconer, quello più orecchiabile e accattivante, con un ritornello praticamente perfetto che si stampa immediatamente in mente. La terza canzone in scaletta, la title track, racchiude tutte le caratteristiche del sound della band di Stefan Weinerhall, autore delle musiche e responsabile dei testi, tornati per questo disco in lingua inglese. La batteria di Karsten Larsson è a dir poco distruttiva e il contrasto che si ha con le linee vocali a volte “soft” è molto bello. Scoundrel And The Squire è una canzone folk metal nello spirito, interpretata in maniera grandiosa da Blad; la musica riporta agli ultimi due dischi con giri chitarristici e atmosfere dal sapore medievale. Wastelandè, invece, un massacro: i musicisti picchiano duro tra riff judaspriestiani e ritmiche tipicamente power metal. Tutto già sentito da decine e centinaia di gruppi, ma pochi lo sanno fare bene come i Falconer. Debole, soprattutto a seguito di un inizio come questo di Black Moon Rising, In Ruins non lascia traccia dopo il passaggio se non il ricordo di un bel riff di chitarra dopo il chorus, un po’ poco. Molto melodica e discretamente fatta risulta essere At The Jester’s Ball, durante la quale le prepotenti accelerazioni di Larsson danno la carica prima della power oriented There’s A Crow On The Barrow, dal testo oscuro e “gotico” (per lo stile Falconer, naturalmente) e dal sound orientato verso i dischi di metà carriera con una bella dose di muscoli in più. Ci si avvia verso il finale di album con Dawning Of A Sombre Age, composizione rockeggiante che aggiunge poco a quanto detto fino a questo punto. Decisamente meglio Age Of Runes, uno dei pezzi forti di Black Moon Rising. Introdotto da un riff da headbanging, il brano prosegue (sempre con il martello Larsson a dettare i ritmi) con delle favolose linee vocali di Blad e il ritornello da cantare a pugni alzati durante i concerti. L’ultimo pezzo in scaletta è The Priory, dalla strofa folk e dalle ormai classiche accelerazioni di batteria, con il finale decisamente estremo ed imprevisto, una botta di adrenalina prima dei conclusivi rintocchi di campane in lontananza.

La produzione, come i Falconer hanno abituato i propri fan, è eccellente: Black Moon Rising è stato registrato, mixato e masterizzato tra gennaio e marzo 2014 presso i Sonic Train Studios di Andy La Roque, il quale ha dato vita a questo imponente wall of sound con l’aiuto del giovane Olof Berggren (anche ospite con flauto e clavicembalo). La copertina è opera di Jan Meininghaus (Kreator, U.D.O., Bolt Thrower, Orphaned Land ecc.), artista tedesco legato alla band fin dal debutto del 2001 Falconer: questa volta, però, la front cover non rende giustizia al disco e il logo è di difficile lettura.

L’ottavo disco dei Falconer è bello, suonato con chirurgica precisione e prodotto in maniera esemplare; le canzoni sono di buona qualità e tutto è fatto nel migliore dei modi. L’unico “problema” di Black Moon Rising è quello di venire dopo “l’esagerato” Armod, con il quale perde, anche se di poco, il confronto. Forzare paragoni non è eticamente giusto, anche perché la valutazione finale di questo full length non può che essere alta, e va riconosciuto a Black Moon Rising il merito di far passare all’ascoltatore cinquantuno minuti in compagnia di heavy/power metal con qualche spruzzata folk di gran classe, è questo l’unico e vero dato di fatto.

Intervista: Ulvedharr

Mister Folk ha già dato spazio ai promettenti Ulvedharr con la recensione del selvaggio Swords Of Midgard e in un paio di Novità Tricolori per news e anteprime (QUI per leggere il numero V, dove è presente un brano tratto dal prossimo cd); è giunta quindi l’ora dell’intervista. Passato, presente e futuro in attesa del nuovo disco Ragnarök.

Ulv1 Cosa state combinando in questi primi mesi del 2014?

Innanzi tutto, buongiorno! I primi mesi del 2014 sono iniziati a metà tra il frenetico e la calma piatta, diciamo che è un periodo difficile da descrivere perché tra l’ultimare gli ultimi pezzi che andranno a comporre il nuovo disco, e quindi i relativi preparativi, abbiamo dovuto spendere un sacco di tempo nell’organizzazione dello stesso, per non incappare come nel caso di Swords Of Midgard, a dover far tutto di fretta e concludere i lavori in una settimana soltanto. Questa volta ce la siamo presa più con calma, così che il prodotto finale possa risultare molto più omogeneo e di qualità sia a livello compositivo che a livello d’ascolto. Nel frattempo ci siamo concessi qualche live, tra i quali uno a Modena con i nostri compagni d’etichetta Artaius e Folk Metal Jacket ed uno al Colony con Furor Gallico e MaterDea, che si è rivelata una gran serata ricca di ospitate e festa, incarnando lo spirito di fratellanza che man mano si sta venendo a creare nella scena italiana nel campo del folk/viking, così come lo è stato per il thrash ed il death per molto tempo.

State componendo il nuovo disco e avete da poco pubblicato una parte una canzone inedita. È possibile avere qualche informazione in più? Per quando è prevista la pubblicazione?

Dunque, riguardo alla pubblicazione, sempre che non s’incappi in qualche imprevisto di una certa importanza, pensiamo in accordo con la label di far uscire il lavoro per fine settembre/inizio ottobre, così che i festival estivi siano ormai scemati e l’attenzione della stampa possa concentrarsi più verso le nuove uscite piuttosto che ai relativi live report che normalmente infestano magazine e webzine di settore nel periodo prettamente estivo, così da poterci ritagliare il nostro piccolo angolo nelle novità senza dover attendere troppo a lungo per l’uscita di recensioni e di conseguenza la diffusione sarà più immediata. Questo nuovo disco si presenterà in forma molto diversa dal nostro primo lavoro, è sicuramente più maturo e molto più lavorato, oramai nemmeno contiamo più le ore spese in sala prove ed in casa di fronte alle registrazioni per cercare il dettaglio, quel qualcosa che ti faccia rimanere impressa ogni canzone e che riesca a tener sempre alta l’attenzione sulla musica. Da parte nostra abbiamo che in questo caso la formazione è stabile ormai, quindi non abbiamo dovuto aver a che fare con continui cambi di line-up, e nel vecchio disco questa cosa ha influito perché ognuno dei nostri precedenti compagni di viaggio ha lasciato un po’ del suo in ogni canzone, ed il sostituto di conseguenza ha dovuto impararlo e riadattarlo in base alle proprie potenzialità ed il proprio estro. Stavolta invece si parte da una base solida ed ormai ben rodata, quindi anche le tempistiche di composizione si sono notevolmente accorciate. Sarà un disco incentrato, un concept (fatta eccezione per una canzone) e sarà più tirato, veloce ed a tratti anche più epico, resta il nostro marchio di fabbrica, ma a livello musicale crediamo di aver fatto un passo avanti ed il tutto risulterà di certo molto più vario, molto più scorrevole seppur ritmicamente appesantito soprattutto a livello di velocità. Durerà all’incirca sui quarantacinque minuti come “Swords“, ma quarantacinque minuti in cui non daremo tregua nemmeno per un secondo!

Ci saranno degli ospiti? Nomi?

Come nell’album precedente, anche stavolta avremo degli ospiti. inizialmente eravamo partiti con l’idea di cavalcare l’onda solamente sulle nostre gambe, ma alla fine abbiamo colto la palla al balzo quando si è presentata l’occasione. Memori delle numerose “divertite” sul palco con i nostri grandi amici Pagan (Furor Gallico), Lore (Folkstone) e Lisy (Evenoire), abbiamo pensato che almeno un ospite per una canzone anche stavolta ce lo potevamo permettere. Avendo preso in considerazione il panorama italico per il disco d’esordio, e puntando a questo giro ad allargare anche oltre confine il “verbo”, abbiamo chiuso un accordo con un ospite d’eccezione, nientemeno che Peteris Kvetovskis, voce dei nostri compagni di palco di quest’estate, gli Skyforger. L’accordo è preso, quindi salvo problemi dell’ultimo minuto, ci onorerà della sua presenza per la canzone The Serpent And The Wolf.

Avete un accordo con Nemeton Records, label che si sta specializzando sul metal tricolore. Cosa pensate della scena italiana? Quali sono le band che rispettate maggiormente?

La scena italiana, ci sarebbe moltissimo da dire, ma anche pochissimo al tempo stesso. Io (Ark) la reputo una scena strana in fondo. Sostanzialmente si può dire che questo paese è un vero e proprio pozzo di talenti, sono innumerevoli le band che meriterebbero un posto al di fuori dell’underground puro, ma è una scena che ha sempre sofferto molto, ed oggi soffre ancora della mentalità e dell’opportunismo. Chiaramente ritagliarsi il proprio posticino al sole non è cosa semplice, ma ormai è un mercato a cielo aperto in tutti i sensi. Si salta da un supporto molto presente e forte all’assenza totale di sostegno da parte della gente purtroppo, senza contare l’oceano di opportunisti che purtroppo vivono alle spalle di questo piccolo mondo interno, tra agenzie di booking malsane, etichette che solo a nominarle dovrebbe farti venire la malaria, è un oceano pesantemente inquinato. Questa gente vive sulle spalle dei gruppi emergenti, e si nutre dei loro sogni e del loro talento passando dapprima per il loro portafogli, ed oramai credo che quasi qualsiasi gruppo abbia smesso di contare le migliaia di euro svaniti nel nulla per ottenere qualcosa che da soli si otteneva in egual maniera. Dal canto nostro fino a poco tempo fa abbiamo sempre fatto tutto da noi, un passo alla volta e con fatica, sudore e dispendio di energie e denaro, suonando molto spesso per un panino e promuovendoci da noi. D’altro canto non si può pretendere di ottenere visibilità quando un agenzia ti propone concerti grossi sotto il pagamento di migliaia di euro quando all’estero, seppur costino anche li, la spesa sarebbe un terzo. Cerco di capire che fare booking non è affatto facile, e molti lo fanno con serietà e passione, ma spesso si tratta di fregature preconfezionate. Oggi abbiamo una nuova alba pare, con la Nemeton, e con il profondo impegno e dedizione che Matt Casciani ci sta mettendo per fornire un servizio vero e proprio alle band, dove se proprio devo pagare, almeno potrò ritenermi soddisfatto del risultato.
Riguardo alle band che più rispettiamo impossibile non citare i nostri compaesani Folkstone chiaramente, con cui abbiamo un forte legame ormai da anni, così come i Furor Gallico, ma di certo seppur conosciuti da minor tempo, il legame che si è venuto a creare non è certo da meno con gruppi quali i Vinterblot e gli ormai ex Draugr oggi rinati con gli Atavicus con cui abbiamo stretto davvero molto, senza dimenticare i Diabula Rasa e gruppi fuori genere (folk, essendo noi comunque di genere in qualche modo esterno) come i Riul Doamnei, Methedras, Irreverence o agli altri nostri compaesani Imago Mortis.

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foto di Claudio Romani

Ark collabora con Nemeton Records, di cosa si occupa esattamente?

Un vero e proprio ruolo non ce l’ho, è una collaborazione a tutto tondo, che passa dall’occuparmi del trovare date nella nostra zona d’origine, ma per lo più di valutazione del materiale che man mano vien recapitato all’etichetta, e a volte, in un modesto ruolo di scouting. Diciamo che faccio leva su una quasi decennale esperienza da recensore per dar una mia opinione sulla qualità musicale del materiale che ci viene proposto seppur le mie derivanze siano per lo più dal death/thrash/black, ma là dove c’è qualità, anche se fuori dalla propria cerchia di gusto, non si può non notarla.

Dal debutto Swords Of Midgard è passato più di un anno e su quel disco se ne sono sentite di tutti i colori. Siete soddisfatti di come stampa e pubblico hanno accolto il vostro lavoro? C’è qualcosa che vi ha colpito in positivo e in negativo?

Eh, qui ce ne sarebbe da dire! A livello di soddisfazione non possiamo esser che enormemente soddisfatti dalla risposta del pubblico, che sempre si è dimostrato molto partecipe e sembra apprezzare molto il nostro “sporco mestiere” live. Certo, ciò che facciamo è qualcosa di difficile da capire sul momento, un po’ perché facciamo qualcosa che in questo paese non ha mai veramente spopolato, e un po’ perché lo facciamo a modo nostro, e seppur si possa tentare di associarci a qualche gruppo nello specifico, s’incappa sempre nell’errore e nella discordia perché in un modo o nell’altro crediamo che ciò che facciamo, così come la facciamo, al momento possiamo con estrema umiltà vantarci di esser i “soli” ad aver sperimentato ed azzardato tanto. Qualcosa lo si può ricondurre ad album come Warrior degli Unleashed, ma credo nulla più, perché le influenze sono molteplici ed enormemente distanti tra loro, che saltano dal german thrash, allo swedish death fino a partiture che nessuno noterà mai ma che sono palesemente ispirate dagli Immortal (esempio: The Raven’s Flag). Abbiamo sempre cercato di dare uno stampo nostro a queste influenze pesanti che tanto (almeno noi) sentiamo nelle nostre canzoni, ma questa specie di unicità è un’arma a doppio taglio, e lo si può notare dall’abisso che separa la risposta della stampa estera da quella italica, qua dove molto raramente abbiamo sfiorato la sufficienza, all’estero abbiamo sempre ricevuto votazioni quasi al massimo con frasi che ancora oggi ci riempiono d’orgoglio, forse perché hanno un’apertura musicale differente, ma come “uno stampo unico”, “un genere tutto loro”, “una ventata di aria fresca in un mare di gruppi tutti uguali”. Ma come si suol dire, bene o male, l’importante è che se ne parli!

Sulla vostra pagina facebook ricordate il concerto al Fosch Fest come il più bello della vostra carriera. Immagino che vi sarà dispiaciuto sapere che il bellissimo festival bergamasco quest’anno non si farà…

C’è da dire che è un festival bergamasco, e noi da bergamaschi ne rimaniamo colpiti in maggior modo, anche perché è un festival che abbiamo visto nascere qui a pochi metri da casa, fin dai primi passi che ha fatto nel mondo della musica italiana, ritagliandosi man mano uno spazio enorme e diventato, a mio avviso, forse il festival di punta del genere metal in Italia, surclassando storici festival come il Gods Of Metal ed altri, perché al Fosch ti potevi sentire a casa, il Fosch non era solo un concerto, il Fosch era una festa, una festa in famiglia, e nessun altro finora ha potuto regalarci a noi popolo di grandi ascoltatori di musica, queste sensazioni. Sperando nel 2015, riteniamo che sia una realtà che deve sopravvivere a tutti i costi.

Detto del concerto più bello, quale altro vi ha dato particolare soddisfazione? Immagino che ci siano state anche situazioni buffe o strane… raccontate pure!

In realtà sono molti, nonostante i soli tre anni di attività del nostro gruppo, le occasioni di soddisfacenti non sono mai mancate, dal tour in compagnia di Blood Red Throne scorrazzando in giro per le città europee in piena notte a festeggiare senza tener conto che la mattina dopo si aveva da fare centinaia di km per raggiungere un altro stato, ma anche i nostrani come il Worst Fest in compagnia di Furor Gallico, Draugr e Vinterblot, tutta gente con cui siamo buoni amici e di certo non ci siamo fatti mancare di festeggiare prima, durante e post live.

Potendo scegliere, con quali gruppi vi piacerebbe girare l’Europa?

Sicuramente con i prima citati “gruppi amici”, sarebbe certamente un esperienza indimenticabile che arriverebbe ad infarcire i racconti da tour con tanti simpatici aneddoti. A livello internazionale, spaziando noi in un mondo musicale multigenere e non prettamente folkloristico, direi gruppi come Immortal, Grave ed Entombed, o gli Unleashed, gruppi insomma di quel calibro e con cui siamo (a livello musicale) particolarmente affini.

Quali sono, secondo voi, le caratteristiche che differenziano gli Ulvedharr dal resto della scena?

Nella sostanza direi il genere vero e proprio. È un tipo di sperimentazione che si può quasi definire nuovo nella scena, solo un attento ascoltatore può andare a trovare le piccole grandi influenze che ci caratterizzano, ed a volte si trovano molto agli antipodi. Spaziamo tra pesanti influenze Immortal, passando per Unleashed e Dissection, il tutto suonato a modo nostro, reinterpretato con il nostro “stampo”, il che rende il tutto in qualche modo sia più difficile da ingranare al primo ascolto, ma che garantisce a suo tempo una sorta di unicità che ci rende alquanto fieri. In qualche modo cerchiamo di raggiungere uno scopo, quando ascolti una nostra canzone ci devi riconoscere subito.

Siamo alla conclusione, a voi lo spazio per i saluti!

Prima di tutto salutiamo tutti colori che finora ci hanno sostenuto, spazio per Matt Casciani e alla Nemeton Records che sta credendo in noi e nel nostro progetto, agli amici delle band con cui abbiamo già condiviso il palco e con cui lo condivideremo presto, a Pagan Storm radio per l’attenzione e lo spazio che ci dedica ed infine a Mister Folk per questa intervista. Sì insomma, grazie a tutti!!!ulvedharr-2013-swordsofmidgard

Falconer – Armod

Falconer – Armod

2011 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mathias Blad: voce – Stefan Weinerhall: chitarra, tastiera – Jimmy Hedlund: chitarra – Magnus Linhardt: basso – Karsten Larsson: batteria

Tracklist:1. Svarta Änkan – 2. Dimmornas Drottning – 3. Griftefrid – 4. O, Tysta Ensamhet – 5. Vid Rosornas Grav – 6. Grimborg – 7. Herr Peder Och Hans Syster – 8. Eklundapolskan – 9. Grimasch Om Morgonen – 10. Fru Silfver – 11. Gammal Fäbodpsalm

falconer-armod“Vedo un luogo dove crescono prati ameni e verdeggianti, ornati di fiori ed erbe profumate, mentre intorno aleggia ovunque un odore soave, e aspirandolo non sento più alcun desiderio di cibo o di bevande.”
(Baudolino, Umberto Eco)

Le parole dello scrittore alessandrino delineano alla perfezione le sensazioni che Armod, settimo disco dei Falconer, è in grado di scaturire. A differenza degli album più marcatamente folk, dove la natura si può toccare con mano, oppure degli album viking, grazie ai quali possiamo vedere con i nostri occhi orde di guerrieri avanzare nella neve vergine, Armod, allo stesso modo del “miele verde” di Baudolino, è in grado di far apparire lande immacolate, suscitando emozioni dal più profondo del cuore: la voglia di respirare aria pura nella più completa libertà della natura incontaminata torna a farsi sentire, anche in quelle persone le quali pensieri simili non ne hanno mai avuti.
Si parla, d’altronde, di musicisti esperti e preparati: nella formazione troviamo Stefan Weinerhall e Karsten Larsson, ex membri dei seminali Mithotyn, strumentisti che, proprio dopo lo scioglimento della band, hanno dato vita nel 1999, insieme al cantante Mathias Blad, al progetto Falconer.

Il nuovo lavoro del combo svedese è, a detta degli stessi membri, un tributo alle sonorità folk, sound al quale sono particolarmente affezionati: difatti Armod è l’album più ricco di influenze popolari dell’intera discografia del quintetto di Mjölby. Per l’occasione le tastiere sono state messe quasi completamente da parte per fare spazio ad autentici flauti e violini, scelta che si rivela azzeccata in quanto gli undici brani presenti suonano spontanei e naturali. Infine, la decisione di cantare esclusivamente in svedese rende il tutto “magico”, al punto che è facile, una volta chiusi gli occhi, vedersi catapultati in tempi lontani, dove colori e odori erano puri e ben diversi rispetto quelli ai quali siamo ormai abituati. Si potrebbe azzardare che i Falconer del 2011 rappresentano nella scena metal quello che sono stati i Blind Guardian negli anni ’90: dei bardi, racconta storie. Amabili artisti della narrazione.

Quello che colpisce fin dal primo ascolto, oltre l’ottima qualità audio e di produzione (opera di Andy LaRoque), è il songwriting: prendere generi diversi tra loro come heavy, power e folk e mescolarli in maniera (quasi) perfetta, creando undici composizioni piuttosto varie, riuscendo nell’impresa di non suonare mai banali o ripetitivi, è cosa non per tutti. Troviamo nel disco rasoiate del miglior power metal seguite da brevi composizioni tipicamente folk, per poi tornare all’heavy metal roccioso scandito da mid-tempo e granitici riff delle sei corde.

L’opener Svarta Änkan è l’esempio di come ritmi power e possenti schitarrate da headbanging possano ancora andare d’accordo. Il brano è arricchito nella parte centrale da uno stacco acustico con tanto di assolo melodico, prima che i tempi tornino a farsi forsennati. Molto bella anche la successiva Dimmornas Drottning, una sorta di filastrocca romantica in chiave metallica. Particolarmente aggressivo è l’inizio di Griftefrid dove, forse memori delle cavalcate viking dei vecchi tempi, i Falconer si mostrano maggiormente bellicosi rispetto al loro standard: esperimento riuscitissimo! Completamente diversa suona O, Tysta Ensamhet, dolce e soave composizione quasi completamente acustica, fino a quando l’ispiratissima coppia d’asce Weinerhall/Hedlund non fa una breve ma incisiva comparsa. Si torna a sonorità heavy/power con Vid Rosornas Grav, anche lei arricchita da arie folkeggianti, riff semplici ed efficaci. La breve Grimborg risulta essere il brano meno interessante di Armod: si nota unicamente per l’assolo tipicamente heavy metal di Weinerhall. Di tutt’altra pasta la lunga (oltre sette minuti) Herr Peder Och Hans Syster, summa completa delle capacità in fase di scrittura dei Falconer: le chitarre variano da riff cupi a stop’n’go in palm muting per poi aprirsi in accorsi ariosi e infine deliziarci con giri maggiormente movimentati, mentre il cantato di Mathias Blad si fa ora preoccupato, ora maggiormente sicuro. Il suo timbro – non particolarmente tecnico, ma davvero caldo e avvolgente – e le linee vocali, ormai vero e proprio marchio di fabbrica della band svedese, sono come sempre di elevata qualità. Segue Eklundapolskan, strumentale di ottima fattura che vede nel violino l’attore principale: bella sia la melodia di base che il lavoro compiuto gli altri strumenti a supporto del romantico strumento a corde. Voce e chitarra sono invece gli unici ingredienti di Grimasch Om Morgonen, canzone che precede l’ultima traccia metallica del disco. Fru Silfver è un classico brano dei Falconer, quindi spazio a doppia cassa (Karsten Larsson, da sempre motore della band, anche qui fornisce un’ottima prestazione, tra velocità sostenute e cambi repentini), riff azzeccati, tempi spezzati e inserti folk a cura di flauto e violino. Chiude il disco Gammal Fäbodpsalm, outro strumentale con organo e chitarre heavy a sancire in maniera malinconica la fine di Armod.

Migliorando ulteriormente gli aspetti positivi del precedente Among Beggars And Thieves, album che già presentava delle importanti reminiscenze folk, i Falconer, a dieci anni dal debutto nella scena con l’omonimo disco, sono probabilmente arrivati alla piena maturazione.

Baudolino, oltre ad essere un gran bugiardo era anche un ottimo poeta: per fortuna i bardi di Mjölby hanno “solamente” la seconda qualità.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.