Einherjer – Norrøn

Einherjer – Norrøn

2011 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Grimar: voce, chitarra – Aksel Herloe: chitarra – Ulvar: batteria, tastiera

Tracklist: 1. Norrøn Kraft – 2. Naglfar – 3. Alu Alu Laukar – 4. Varden Brenne – 5. Atter På Malmtings Blodige Voll – 6. Balladen Om Bifrost

einherjer-norronNel 2008 c’è stato un importante come-back in ambito viking metal, ovvero il ritorno dei norvegesi Einherjer, assenti dalla scena dal 2004 e tornati con un nuovo lavoro, Norrøn, a otto anni di distanza da quel Blot che per tanto tempo è stato creduto il canto del cigno della formazione di Haugesund. Dal 2008, anno della reunion, all’uscita del disco si è parlato molto sul nuovo disco dell’agguerrita band scandinava, sull’evoluzione che essi hanno avuto di album in album, del possibile buco nell’acqua dato lo scioglimento ed il (rapido) ritorno nel mondo musicale.

Settembre 2011, esce finalmente Norrøn, quinto full length dei vichinghi norvegesi, composto da sei canzoni per una durata di circa quarantuno minuti. Quello che ci si trova ad ascoltare è un disco sicuramente ben fatto, ma di mestiere, in quanto riprende le peculiarità dei vecchi lavori e le ripropone in chiave leggermente più moderna: la freschezza del guitar riffing del debutto Dragons Of The North, i classicismi di Odin Owns Ye All, l’oscurità di Norwegian Native Art e la pesantezza di Blot sono in questo LP miscelati tra di loro e riproposti con gusto. C’è spazio anche per qualche spunto più originale o piccola evoluzione, mentre capitolo a parte è la breve Alu Alu Laukar, cover della band post-punk di Oslo Ym:stammen. Idea coraggiosa (o azzardata?) che accosta il background musicale degli Einherjer al mondo danzereccio: i quasi tre minuti di durata scorrono veloci, tra stupore e piede che tiene il tempo, quindi esperimento riuscito.

Norrøn vede in apertura la lunga – sfiora i tredici minuti – Norrøn Kraft, canzone cupa e tenebrosa, dal passo pachidermico fino al lungo break centrale particolarmente atmosferico, tra fischi di vento, tamburi inquietanti che battono minacciosi e cori bathoriani, prima che la parte prettamente metallica riparta dopo un breve momento d’ispirazione folk. Le chitarre suonano semplici, poche note ma intense, il basso pulsa vigoroso, la voce di Grimar, malvagia e quasi beffarda, si alterna in maniera naturale al coro di voci maschili. L’ascolto di Norrøn prosegue con la guitar oriented Naglfar, composizione settata su tempi medi, ricca di atmosfere e melodie old style che riportano subito alla mente il primo disco Dragons Of The North. Chiude il brano il bellissimo suono del mare nordico, impetuoso, romantico e travolgente. La già citata Alu Alu Laukar spezza per qualche minuto l’atmosfera retrò che caratterizza l’album, dopo cui si fa largo in maniera epica e vigorosa Varden Brenne, canzone che ricorda per sonorità e riff gli svedesi Thyrfing, con l’aggiunta di un uso massiccio di cori. Bello e atipico, per quanto semplice, il botta-risposta delle due chitarre, situazione inusuale nel viking, ma che in questo caso suona in maniera naturale e non forzata. Atter På Malmtings Blodige Voll trasuda anni ’90 in ogni sua nota, densa di pathos epico ed orgoglio nordico. La prima parte della traccia è lenta, ricca di spiattate dell’energico Ulvar e giri di chitarra possenti; qualche sfuriata vicina al black metal rompe l’armonia venutasi a creare, ma è solo questione di pochi secondi, poiché si torna presto alla melodia che caratterizza l’intero brano. Segue una lunga parentesi strumentale, utile ad allargare la proposta musicale degli Einherjer verso territori maggiormente folk, dando ad Atter På Malmtings Blodige Voll una marcata vena ritmica. La chiusura di Norrøn è affidata all’intensa Balladen Om Bifrost, una sorta di power ballad (da non prendere proprio alla lettera, dato il contesto) malinconica. All’iniziale arpeggio si sovrappone Grimar con la sua voce sporca, in attesa delle linee chitarristiche di Aksel Herløe; a questo punto cori e accordi privi di distorsione delle sei corde aprono orizzonti inesplorati fino a quel momento, confezionando una canzone di gran classe.

Alla già buona qualità delle composizioni va in sostegno la produzione ad opera di Frode Glesnes, vero nome del cantante/chitarrista Grimar, e Matt Hyde, precedentemente al lavoro con autentici mostri sacri quali Slayer, Machine Head e Kreator. I suoni sono nitidi e potenti, le chitarre risultano essere graffianti e precise in ogni passaggio, così come precisa e mai sopra le righe è la batteria di Ulvar, bravo e fantasioso quanto basta per non appiattire le canzoni già di loro non troppo varie.

Norrøn è un onesto disco di viking metal, ben composto e realizzato con cura, in grado di prosegue il discorso musicale (e in parte anche l’evoluzione) che, dopo lo scioglimento post tour di Blot, il combo norvegese aveva lasciato in sospeso. Un buon ritorno per gli Einherjer: gli amanti delle fredde sonorità vichinghe non possono che esserne soddisfatti.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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Duir – Tribe

Duir – Tribe

2014 – EP – autoprodotto

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Giovanni De Francesco: voce – Mirko Albanese: chitarra – Pietro Pdm Devincenzi: basso – Charles Thomas Romick: batteria – Thomas Zonato: cornamusa – Giammarco Mancinelli: tastiera

Tracklist: 1. Intro – 2. Rise Your Fear – 3. The Wedding – 4. The Child – 5. Dies Alliensis – 6. Magic Drink

Duir-2014-Tribe

I veneti Duir giungono all’EP di debutto dopo un percorso iniziato nel 2013, simpaticamente denominato “sesso, folk e pastorizia”. La band è dedita a un folk metal di natura estrema condito da importanti dosi di cornamusa e tastiera, con momenti tirati e rallentamenti ben studiati. Gran parte degli sforzi, purtroppo, viene vanificata dalla pessima registrazione/produzione: i suoni sono di scarsa qualità, i volumi sballati, gli strumenti non sempre distinguibili tra di loro.

Tribe inizia con un intro di vento e malinconiche note soavi che contrastano con la rudezza di Rise Your Fear, vera opener dell’EP. La prima cosa da dire è che la registrazione non aiuta l’ascolto e i volumi sbagliati degli strumenti non fanno che creare confusione. Con ripetuti ascolti (e delle buone cuffie), però, la musica dei Duir si fa più comprensibile ed è possibile riconoscere la bontà delle idee e la passione che i ragazzi mettono nel suonare. La canzone risulta essere un po’ scolastica nella struttura, ma il break e seguente accelerazione danno una botta d’adrenalina che conducono il pezzo alla conclusione. The Wedding è un brano molto corto – ma ben riuscito – che vede protagonista la cornamusa di Thomas Zonato: il sound è decisamente celtico nonostante la chitarra e il vocione growl del singer Giovanni De Francesco. Cornamusa assai presente anche all’interno della canzone The Child, ove pure la tastiera svolge un ruolo principale. Bella la seconda parte della composizione, nella quale il gruppo si allontana un pochino dai binari classici del genere ottenendo un risultato sicuramente interessante. Dies Alliensis è un buon up tempo dove il batterista Charles Thomas Romick mette in mostra tutte le proprie capacità; non molto convincente, invece, la melodia di tastiera. Chiude l’EP Magic Drink: toni allegri, tempi veloci e belle cavalcate di sei corde permettono al brano di scorrere linearmente in maniera convincente.

Quello che pagano i Duir è il poco tempo passato insieme, l’esperienza accumulata finora non è abbastanza da far evitare ai ragazzi alcuni errori di “gioventù” che sicuramente, con il passare del tempo, non ripeteranno in futuro. Il vero problema del disco, come già detto, è la registrazione: con un sound almeno decente o, meglio ancora, a livello dei demo attualmente in circolazione, le sei tracce avrebbero reso decisamente di più e si starebbe parlando di questo EP in altri termini.

Tribe mette in mostra tanta buona volontà e dei momenti veramente godibili, elementi che permettono d’intuire la possibile maturazione dei musicisti e la realizzazione del prossimo lavoro di ben altra consistenza. Pazienza e sacrificio potrebbero portare i Duir lontano.

Atavicus – Ad Maiora

Atavicus – Ad Maiora

2014 – EP – Nemeton Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lupus Nemesis: voce, chitarra, tastiera – Triumphator: chitarra, basso

Tracklist: 1. Intro – 2. Sempiterno – 3. La Disciplina Dell’Acciaio – 4. Epos – 5. Lucus Angitiae – 6. Superbia In Proelio – 7. Tyrants

atavicus-ad_maioraUna delle uscite più attese del 2014 era sicuramente quella degli Atavicus, band nata dalle ceneri dei Draugr: i due componenti, difatti, sono stati rispettivamente chitarra (Trimphator) e voce (Lupus Nemesis) del gruppo che ha pubblicato due dischi di assoluto livello europeo come Nocturnal Pagan Supremacy e De Ferro Italico. Diciamolo subito, chi si aspetta un sound vicino stilisticamente a quello di Legio Linteata e L’augure E Il Lupo rimarrà in parte deluso: gli Atavicus hanno già un sound personale e definito, sicuramente più estremo e aggressivo degli ultimi Draugr. Volendo un po’ forzare i paragoni si può dire che Ad Maiora prende parte dell’irruenza black metal di Nocturnal Pagan Supremacy e la unisce, in parte, con l’epicità del capolavoro De Ferro Italico. per quel che riguarda i momenti più melodici e i ritornelli.

Ad Maiora è un EP di quasi trentasette minuti composto da sette tracce (intro e intermezzo inclusi) e la cover Tyrants dei norvegesi Immortal. Il disco si presenta esteticamente molto bene: il formato scelto è quello digipack (per le prime cento copie) dalle tinte scure, la copertina nella sua semplicità richiama alla regione d’origine dei musicisti, al contenuto musicale e ai testi. Il bel logo è opera di Davide Cigalese, cantante dei Furor Gallico e curatore dell’artwork di Ferocior Ad Rebellandum dei Korrigans.

Come suona Ad Maiora? La frase pubblicata dagli Atavicus sulla propria pagina Facebook appena ufficializzata la nascita del gruppo è perfetta per far capire la strada intrapresa: “quando il ferro diventa acciaio…”. Si tratta, difatti, di un metal estremo fortemente influenzato dal black, dove non mancano tratti epici, momenti melodici, cori e voci imponenti che si sposano con riff tritaossa.

Dopo il classico delicato intro inizia con estrema violenza Sempiterno, brano assassino dove si alternano sfuriate sanguinolente, aperture armoniche e cori da urlare a squarciagola:

Leggende di tempi antichi
Ricordano i nostri avi
In storie di gloria e sangue

Di nobili anime eterne

Il brano, nei suoi sei minuti e mezzo, vede la voce di Lupus Nemesis affilata come non mai, i riff di Triumphator annichiliscono l’ascoltatore e il contrasto con il ritornello è favoloso tanto imponente. Si riconosce facilmente la drum machine al posto del batterista in carne e ossa, ma il lavoro svolto è stato di grande qualità sia per gusto che per quel che riguarda i suoni. Chiaramente un drummer “vero” potrebbe dare una dinamica ai pezzi ben diversa, ma il risultato in Ad Maiora è veramente molto buono. Il disco prosegue con La Disciplina Dell’Accaio, canzone introdotta da momenti di melodia (chitarra/voce) dove a spiccare è la frase “Mor Tua, Vita Mea”, frase che prenderà sempre più importanza con lo scorrere dei minuti. Immancabile e gradita l’accelerazione che porta una sana dose di cattiveria prima del ritorno alle sonorità più melodiche per gli Atavicus. Epos è un intermezzo da oltre quattro minuti che non stonerebbe in un (bel) film fantasy, ma che per questo EP risulta essere decisamente troppo lungo. Lucus Angitiae è un bel mid tempo dal sapore “retrò” che ben si sposa con la cover finale degli Immortal. In questo pezzo la tastiera ricopre un ruolo fondamentale (non a caso il volume è molto alto) e i quasi sette minuti di durata sono supportati da diversi cambi di tempo, ottimi riff chitarristici e un favoloso sapore nineties che riporta chi ha superato da un po’ i trenta anni d’età in quel periodo ormai così lontano. Il cd procede con l’eccellente Superbia In Proelio, un assalto sonoro guidato da impavidi guerrieri lanciati verso la morte del nemico e la propria. Le urla feline del singer e le note al fulmicotone del chitarrista portano terrore e ansia, quanto il break centrale formato da riff più lenti e rumori di battaglia serve a dare respiro all’ascoltatore e caricarlo prima delle ultime sfuriate.

L’etera voce di una terra senza età
Canta un’antica memoria
Il vento che freddo i monti sferza

Grida al cielo “vittoria”

Chiude Ad Maiora in maniera convincente la riuscita cover di Tyrants dei blacksters Immortal, band amata dai componenti degli Atavicus.

Un paragone sicuramente azzeccato per gli Atavicus è quello con Andrea Masi, giocatore di rugby dei London Wasps e colonna portante della nazionale italiana. Lui, abruzzese doc, tra i più forti nel ruolo di centro/estremo, ha cuore e fisico per imporsi sugli avversari, in grado di fomentare gli spettatori quando recuperata la palla nei propri ventidue metri riparte alla conquista del campo con la sua tipica corsa un po’ obliqua, andando sempre all’impatto con tutta la forza e la voglia che può metterci un aquilano. Stessa cosa per gli Atavicus: non sempre perfetti (almeno per il momento), ma in grado di gasare gli ascoltatori come pochi altri sanno fare. Fomento è la parola giusta. Gli Atavicus fomentano, le loro canzoni aggressive e crude sono quanto di più esaltante ci sia in questo momento.

Ad Maiora è un buonissimo EP di debutto: i piccoli difetti (in particolare la registrazione, per certi versi eccessivamente grezza) verranno sicuramente limati con il tempo e il disco di debutto sarà una vera e propria esplosione di acciaio italico.

Intervista: Haegen

I giovanissimi Haegen si raccontano in una non fredda notte anconetana in seguito alla presentazione del mio libro in un locale al centro della città. Presenti alla chiacchierata Samuele (chitarra), Leonardo (voce), Federico (flauto) e Nicola (basso): le origini delle gruppo, il concetto di folk metal, isole solitarie, kilt e altro ancora nella piacevole e divertente intervista che segue.

H1

Iniziamo parlando della storia del gruppo…

LEONARDO: Abbiamo iniziato a suonare con la formazione attuale, dopo l’ingresso del flautista Federico Padovano a inizio luglio, sennò la band esiste da tre anni.

Da dove viene il nome?

LEONARDO: Viene da un nome di una città francese di duemila abitanti, tempo fa stavamo girovagando in quel paese e abbiamo incontrato uno “sfasciato” che girava e ha iniziato a parlarci, è uscito fuori il fatto che all’epoca avevamo un gruppo chiamato Horny Muffin e lui disse “no! Voi andrete avanti, ma dovrete mettervi il nome di questa città!”. Infatti nella nostra canzone Haegen si racconta proprio di questo fatto.

SAMUELE: Ovviamente la storia è una cazzata!

FEDERICO: Il nostro obiettivo è diventare più famosi della città.

Avete sempre suonato folk metal o avete iniziato con un altro genere e vi siete poi evoluti con il tempo?

FEDERICO: Con il nome Haegen abbiamo sempre fatto folk. Ma c’è da dire una cosa: il folk che facevamo prima non è come il folk che facciamo adesso. Prima era molto meno folk e più cazzaro, era una cosa che ci serviva per divertirci. Il lavoro che stiamo facendo ora invece è più serio ed entra in un folk che non si trova in giro.

Qual è la differenza tra il folk cazzaro e il folk che state facendo adesso, e se magari puoi dare qualche nome di riferimento per far capire anche ai lettori.

LEONARDO: Il folk cazzaro era un folk ispirato a gruppi quali Korpiklaani, Heidevolk… abbastanza semplice, ritmi base, niente di particolare; quello che stiamo facendo ora è diverso da quello che si sente in giro perché il folk che sto ascoltando in Italia è un gruppo che fa metal e ci infila qualche strumento folk, ma se togli questi rimane sono metal.

FEDERICO: Quelli che stanno avendo successo rimangono con influenze pesanti rispetto a quello che sarebbe folk, diciamo, tradizionale. Il folk metal non rimane un genere pesante, ma nei gruppi che hanno successo si sentirà sempre una voce in growl o scream con sonorità abbastanza pesanti, mentre quello che stiamo facendo noi adesso rimane piuttosto allegro e danzereccio, la voce non è né growl né scream, ma semplicemente un po’ rauca.

SAMUELE: Io che sono il chitarrista cerco di comporre le mie parti già con melodie che riprendono la musica popolare…

FEDERICO: La composizione va in parallelo con la tastiera e chitarra, mentre precedentemente si partiva da un giro di un singolo elemento e poi si sviluppava la canzone. Per questo si faceva quel discorso prima che se togli gli strumenti folk senti subito che la base è metal. Con questo non vogliamo dire che chi sta avendo successo non fa folk metal, ma solo dire che noi facciamo una cosa molto diversa.

SAMUELE: Prima partiva la tastiera facendo la parte folk e poi noi dietro a fare la parte ritmica, mentre adesso si cerca di più di seguire il motivo folk, in modo che se tolgo la chitarra o la tastiera il giro di base è sempre quello. Anche come struttura le canzoni sono cambiate, prima c’era lo schema strofa-ritornello mentre ora all’interno della canzone si può cambiare sempre, ma rimangono comunque orecchiabili.

Il vostro folk: da dove viene, se ritenete importante la ricerca storica e se pensate sia buono/importante utilizzare la musica popolare della vostra zona, in questo caso delle Marche, e perché.

SAMUELE: Secondo me sarebbe una cosa figa prendere le canzoni tipiche marchigiane e rifarle in chiave nostra, ma non è una cosa che stiamo facendo adesso.

FEDERICO: quello che è sicuro è che si sente il tocco italiano, non è preso da altre nazioni…

LEONARDO: La timbrica è europea, come altri gruppi famosi, non è che ci andiamo a ispirare a storie locali, ma su temi generali.

Però uno dice che si sente il tocco italiano, l’altro dice che l’impronta è europea…

FEDERICO: Il tocco è molto italico, ma come fonte d’ispirazione ci può stare, il folk non è che lo suoniamo e basta, ma lo ascoltiamo anche, ma in fin dei conti è sempre quello.

SAMUELE: Secondo me le nostre ultime canzoni non sono ispirate da niente, prima prendevamo da Heidevolk e Alestorm, ad esempio il modo di cantare è abbastanza ispirato agli scozzesi, ma per le nostre ultime composizioni non ho mai sentito nulla di simile.

Allora parliamo di questo EP che stata realizzando…

FEDERICO: Si pensa quattro-cinque pezzi al massimo, i titoli li decideremo più avanti. Di canzoni ne abbiamo già tante, ma altre ne stiamo completando… tre di queste hanno già i titoli decisi. Per l’uscita pensiamo fine febbraio 2015, così da iniziare l’anno in studio di registrazione.

Come siete live? Come vi vedete?

FEDERICO: Durante le prove facciamo le stesse cose che facciamo live, solo che poi in concerto si è presi dal momento. Certo che ascoltando il demo e poi vederci live si può pensare che siamo due gruppi diversi. Per fortuna la gente ci segue molto e nei concerti ballano, cantano…

C’è una scena folk metal nelle Marche?

FEDERICO: Va abbastanza ricercata, anche se c’è poi un festival grande come Montelago Celtic Festival, dove hanno suonato anche Folkstone, Diabula Rasa e Furor Gallico…

Ma una scena folk metal?

FEDERICO: Noi giriamo parecchio perché non abbiamo influenze estreme, le canzoni hanno sempre un’amica giocosa ma anche con momenti complessi… diciamo che in un nostro brano si può trovare di tutto, dal momento per ballare ad altro, ma proprio per questo siamo riusciti a suonare in posti dove solitamente il metal non viene ben visto.

Ditemi un disco che vi portereste nella famosa isola deserta.

FEDERICO: io sicuramente gli Eluveitie che sono il mio gruppo preferito, direi l’ultimo Origins. Io vivo per quel gruppo

SAMUELE: Cowboys From Hell dei Pantera. Essendo loro il mio gruppo preferito ho smesso di ascoltarli da due anni per non “rovinarmi” le canzoni. Per il folk invece Nattfödd dei Finntroll.

LEONARDO: Mi porterei l’ultimo album degli Alestorm Sunset On The Golden Age perché devo ancora sentire le ultime due canzoni!

NICOLA: Killbox 13 degli Overkill perché il basso è una macina. “Strombarsi” le orecchio è importante, tanto devi morire presto, meglio morire felice!

Quale concerto che avete visto vi è rimasto impresso e perché.

FEDERICO: per ovvi motivi Korpiklaani ed Eluveitie a Milano, ai Magazzini generali. Ne ho visti tanti di concerti ma loro sono qualcosa di indescrivibile.

SAMUELE: Fosch Fest del 2013, ma più per il festival che per i gruppi, sennò che mi è piaciuto parecchio direi il concerto dei Dawn, perché era un macello e non si capiva un cazzo.

LEONARDO: Destruction, dove un mio amico si è ridotto in condizioni pietose e ho passato metà concerto a cercare il mio che si era perso.

NICOLA: Al Fosch Fest gli Ensiferum nonostante di loro non me ne importi un cazzo, ma ero abbastanza ubriaco e ancora non avevo fatto stage diving circa venti volte di fila.

Vestiario nel metal e nel folk, cosa ne pensate?

SAMUELE: “Qua ce scappa la rissa!

FEDERICO: la cosa è semplice, se uno pensa che io faccio questa cosa e voglio portare la scena alle persone allora ti dico che ti vesti inerente a quello che fai. Noi ci portiamo il kilt perché stiamo comodi, ma noi lo metteremmo sempre, anche adesso.

Perché c’è da litigare? Tu sei contrario?

SAMUELE: stiamo ancora vedendo di cambiare l’impostazione live in quanto c’erano due partiti, chi voleva tenere o tutti i pantaloni o tutti il kilt e chi voleva fare una variazione tra kilt e pantaloni. Comunque il kilt ci sarà sempre!

Vi ringrazio per l’intervista, salutate e dite quel che volete.

FEDERICO. Cercateci su Facebook e su Youtube. Come abbiamo preso lo stampo da una canzone che spero ascolterete presto live, “do you Haegen?