Svartsot – Maledictus Eris

Svartsot – Maledictus Eris

2011 – full-length – Napalm Records

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk 

Formazione: Thor Bager: voce – Cris J.S. Frederiksen: chitarra, mandolino – James Atkin: basso – Hans-JørgenMartinus Hansen: whistles, cornamusa svedese – Danni Lyse Jelsgaard: batteria

Tracklist: 1. Staden… – 2. Gud Giv Det Varer Ved! – 3. Dødedansen – 4. Farsoten Kom – 5. Holdt Ned Af En Tjørn – 6. Den Forgængelige Tro – 7. Om Jeg Lever Kveg – 8. Kunsten At Dø – 9. Den Nidske Gud – 10. Spigrene – 11. …Og Landet Ligger Så Øde Hen

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1349-50: arriva in Danimarca, attraverso le rotte commerciali (nella fattispecie a “causa” delle navi mercantili), la peste bubbonica. La crudele Signora falcerà venticinque milioni di vite in Europa, non risparmiando la terra natia degli Svartsot. Di questo crudo avvenimento parlano i cinque musicisti nei testi di Maledictus Eris, terzo lavoro edito per l’austriaca Napalm Records.

Autori di un folk metal ricco di tin whistle e mandolino, gli Svartsot non riescono a fare il salto di qualità che si è soliti aspettarsi da una band al terzo appuntamento in studio: al gran bel debutto Ravnes Saga è seguito l’altrettanto buono Mulmets Viser, lavoro simile al predecessore ma che incorporava alcune piccole novità. Maledictus Eris non solo fallisce il tentativo di tornare ai fasti del primo irruento cd, ma, nonostante l’esperienza maturata grazie a diversi tour e un altro full-length in studio, ha visto cadere a picco le proprie capacità di songwriting, come se l’ispirazione fosse quasi del tutto scomparsa.

La band originaria di Randers sforna un dischetto dalle due facce: alle prime canzoni, non inni che saranno ricordati negli anni, ma comunque brani piacevoli da ascoltare, fanno da contraltare le tracce di metà-fine disco, un filler dietro l’altro che porta la pazienza del folkster di turno ai minimi storici. Solo le ultime tre canzoni, vere mosche bianche di Maledictus Eris riusciranno a consentire di terminare l’ascolto dell’album.

La breve intro Staden ci catapulta nel 1350, dove in città, tra pianti di bambini, campane e persone che parlano, attracca una nave con a bordo persone contagiate dalla peste che, una volta entrate in taverna (la porta che si apre e i bicchieri che sbattono), diffonderanno in maniera letale il virus. Le seguenti canzoni vanno di pari passo con i testi: all’iniziale spensieratezza di Gud Giv Det Varer Ved!, folk scanzonato con cori alcolici e growl possente, che si conclude con sinistri colpi di tosse, risponde Dødedansen (danza di morte), inquietante e violento brano a tratti al limite con il death metal più sporco dei primi anni ‘90. La peste prende piede e Farsoten Kom ne è testimone: i cori e il mandolino ben in evidenza non riescono a distrarre da quello che succede intorno… piaghe, pustole e atroce sofferenza sono lo “spettacolo” al quale non si può fare a meno di assistere. Le seguenti Holdt Ned Af En Tjørn (introdotta dalla cornamusa svedese), Den Forgængelige Tro (cadenzata e malsana), Om Jeg Lever Kveg e Kunsten at Dø (dove, fatto praticamente unico, compare per pochi secondi una velocissima doppia cassa) sono buone solamente per raccontare la sofferenza della popolazione, oltre che la paura e l’angoscia dei sopravvissuti nel veder morire i propri cari, perché musicalmente è già stato tutto sentito e risentito nei primi due dischi del gruppo. Maggiormente interessanti, invece, le ultime tre composizioni: Den Nidske Gud è, tra cambi di tempo e melodie di chitarra, particolarmente movimentata per lo standard del combo; Spigrene è la novità assoluta in casa Svartsot, in quanto presenta, per la prima volta, il cantato pulito ad opera dell’ospite Uffe Dons Petersen. La canzone è ricca di delicati arpeggi, l’atmosfera è malinconica ma non rassegnata, il tin whistle di Hans-JørgenMartinus Hansen aiuta la melodia principale a donare alla composizione quel tocco di magia che suona tanto bene quanto inaspettato: un vero gioiellino! La conclusiva …Og Landet Ligger Så Øde Hen (…e la terra è così desolata) segna al tempo stesso la fine dello sterminio e un nuovo inizio per il popolo danese sopravvissuto alla peste nera. Il pezzo suona epico e vigoroso grazie alla cornamusa che ben s’incastra con l’ascia di Cris J.S. Frederiksen e il cantato possente di Thor Bager (nomen omen), ottima chiusura di un cd troppo altalenante per risultare pienamente convincente.

La produzione di Lasse Lammert (già al lavoro per Mulmets Viser e con gli scozzesi Alestorm) è decisamente buona: strumenti bilanciati e suoni non troppo nitidi per esaltare la mascolinità della proposta. L’artwork è curato dall’ungherese Gyula Havancsák (Grave Digger, Týr, Stratovarius, Annihilator, Destruction ecc.), autore anche della copertina tenebrosa e minacciosa.

I quarantasei minuti di Maledictus Eris, nonostante gli alti e i bassi, scorrono rapidamente, dando l’impressione di migliorare con il passare degli ascolti, partendo dal “noioso e scontato” per arrivare al “prevedibile, ma alla fine dei conti piacevole”. Un passo indietro invece che uno in avanti per gli Svartsot: il rischio è quello di perdere nella mediocrità una band che si era dimostrata interessante e dalle grandi potenzialità.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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Live Report: Nuclear Assault a Roma

NUCLEAR ASSAULT + ASSAULTER + ENFORCES + MURDER SPREE

23 luglio 2015, Traffic Live Club, Roma

locandina

Una sola parola per definire la serata: ATTITUDINE. Anzi, due: FOTTUTA ATTITUDINE.

Grande serata di puro thrash metal al Traffic di Roma in occasione del tour d’addio degli statunitensi Nuclear Assault, nome storico del metal che ha prodotto alcuni piccoli capolavori d’ignoranza musicale come Game Over e Survive. Ottima la scelta dell’organizzatore di affiancare ai newyorkesi tre gruppi italiani dallo stile musicale simile; tutti e tre, come vedremo, autori di prestazioni più che buone.

Prima band a salire sul palco sono i Murder Spree, autori di un massiccio thrash dal pregevole lavoro alla chitarra da parte di Gabriele Lupi: brani violenti, drumming serrato e una prestazione convincente sotto tutti i punti di vista. Gli Enforcers sfruttano bene il tempo a propria disposizione con un classico thrash d’annata impreziosito dalla bella voce di Martina L. McLean, frontwoman di spessore. In pochi pezzi il gruppo riesce a convincere e lasciare un ottimo ricordo tra gli spettatori, infatti la band scende dal palco tra i meritati applausi. Prima degli headliner tocca ai tarantini Assaulter, formazione dedita allo speed/thrash più ‘80 che ci sia. Dal look agli strumenti suonati, tutto trasuda amore per il caro vecchio thrash (erano anni che non vedevo indossate delle scarpe da basket Diadora come quelle del cantante/bassista Enzo!), con la musica che non fa certo eccezione: ritmi frenetici, riff tritaossa e il batterista Rodolfo a picchiare selvaggiamente il drum kit. I minuti passano velocemente e la killer song Beer!!! porta alla conclusione uno show veramente intenso e apprezzato da tutti. Pochi minuti e i Nuclear Assault salgono sul palco per sistemare gli amplificatori e attaccare le scalette sulle casse spia: esatto, John Connelly ha preso il nastro isolante e ha sistemato un cavo del microfono e posizionato la scaletta dei brani. Dan Lilker fa lo stesso mentre il chitarrista Scott Harrington si diverte a far urlare il pubblico. I musicisti sono completamente disinteressati all’immagine, tant’è che suonano vestiti esattamente come erano a cena e prima del live: Connelly indossa dei sandali che presto s’impregneranno di birra e Harrington suona con i piedi scalzi. Prima del concerto il cantante s’infila gli occhiali da vista e legge un foglietto in un italiano stentato ma comprensibile dove chiede a chi vuole fare stage diving di non toccare gli strumenti mentre stanno suonando. In effetti la prima metà del concerto sarà un gran caos tra pogo selvaggio, stage diving senza pausa (con anche quattro persone a volta sul palco pronte a lanciarsi) e botte in ogni dove. L’inferno è meno caldo del Traffic a fine luglio, ma certo i Nuclear Assault (e il loro affezionato pubblico) ce l’hanno messa tutta per scatenare la violenza in platea. D’altra parte, quando il concerto inizia con tre pezzi come Rise From The AshesBrainwashed, F## c’è poco da fare se non pogare o lasciarsi andare all’headbanging più sfrenato. Non mancano i pezzi del nuovo EP Pounder: Analog Man In A Digital World e Died In Your Hands non sfigurano vicino a pezzi da novanta come Sin e Betrayal, mentre l’accoppiata My America / Hang The Pope viene introdotta da Connelly che racconta di essere cresciuto in una famiglia molto cattolica. Lo show termina un po’ bruscamente e senza bis con Technology (da Survive): concerto diretto e semplice, privo di fronzoli e che mostra come si può essere un nome che conta nella storia dell’heavy metal senza atteggiarsi a rockstar da strapazzo. Un insegnamento che, spero, possa servire ai troppi gruppi che dopo un disco pagato a peso d’oro (o tour ai confini dell’Europa tramite il malefico pay to play) iniziano a montarsi la testa: chitarra, amplificatore, birra e sudore, questo è il metal, Nuclear Assault docet!

Scaletta: 1. Rise From The Ashes – 2. Brainwashed – 3. F## Mr. – 4. New Song – 5. Critical Mass – 6. Game Over – 7. Buttfuck – 8. Sin – 9. Betrayal – 10. Analog Man – 11. Died In Your Arm – 12. Wake Up – 13. Freedom Dies – 14. My America/Hang The Pope/ Lesbians – 15. Trail Of Tears – 16. Technology