Live Report: Wintersun a Roma

WINTERSUN + WHISPERED + BLACK THERAPY + TIME FOR VOLTURES

2 ottobre 2017, Traffic Live Club, Roma

Uno dei concerti più attesi dell’intera stagione musicale era sicuramente il ritorno in Italia dei Wintersun dopo la pubblicazione di The Forest Seasons, terzo lavoro della band di Jari Mäenpää. Il gruppo finlandese si presenta a Roma dopo aver entusiasmato la platea bolognese il giorno prima, e a conti fatti conferma l’alto livello della prestazione con un set abbastanza lungo quanto intenso.

Ad aprire la serata troviamo i Time For Voltures. C’è da dire che la band di Porto Sant’Elpidio è completamente fuori contesto in un concerto del genere, il loro new metal stona in una serata dedicata al death melodico, ma è giusto riconoscere ai ragazzi sul palco di avercela messa tutta con litri di sudore e impegno al massimo, tirando fuori anche dei momenti graditi alla platea dall’età piuttosto bassa. A fine esibizione i pochi spettatori applaudono i musicisti marchigiani, i quali lasciano spazio ai Black Therapy, band romana che nel 2016 ha pubblicato il secondo cd In The Embrace Of Sorrow, I Smile per Apostacy Records (This Ending, Obscurity ecc.). Il pubblico si fa più caldo e le prime file sono tutte lì appositamente per loro; la band ricambia suonando mezz’ora in maniera compatta e precisa, chiudendo con la cover – chiaramente ri-arrangiata – di Mad World, originariamente scritta dai Tears For Fears e riportata alla luce da Gary Jules e utilizzata nel film cult Donnie Darko.

Le casse del Traffic risuonano grandi gruppi (Carcass, Alice Cooper, Motley Crue ecc.) durante il cambio palco ed è sulle note degli Alestorm che i finlandesi Whispered entrano in scena: death metal (molto) melodico e influenze folk giapponesi sono una cosa assai rara da ascoltare e, oltre alla buona prova dei musicisti, a rubare l’attenzione è il look simil samurai e il trucco molto curato. Quattro brani su sette sono presi dall’ultima prova in studio Metsutan – Songs Of The Void, tra le quali spiccano il singolo Strike e la conclusiva Bloodred Shores Of Enoshima, canzoni che piacciono al pubblico che ricambia con affetto e corna al cielo le simpatiche pose e smorfie abbathiane del cantante/chitarrista Jouni Valjakka.

Scaletta Whispered: 1. Strike! – 2. Exile Of The Floating World – 3. Kansei – 4. Sakura Omen – 5. Lady Of The Wind – 6. Hold The Sword – 7. Bloodred Shores Of Enoshima

La temperatura si fa calda quando gli headliner della serata salgono sul palco: già dalle prime note dei Wintersun il pubblico, finalmente arrivato a un numero accettabile ma drasticamente inferiore rispetto alla data bolognese, si fa sentire sul serio, incitando i musicisti e lasciandosi andare diverse volte a del buon pogo nei momenti più tirati. L’apertura è affidata ad Awaken From The Dark Slumber (Spring), la canzone più debole di The Forest Seasons ma che dal vivo rende meglio che su disco. La feroce accoppiata Winter Madness/Beyond The Dark Sun riporta al memorabile esordio del 2004: c’è una grande differenza di songwriting tra il disco Wintersun e Time/The Forest Seasons, in particolare negli ultimi lavori mancano dei “veri” riff di chitarra e si è fatto spazio a orchestrazioni e un lavoro più di squadra. Jari Mäenpää senza chitarra è difficile da vedere, ma la sua interpretazione vocale ne ha guadagnato non poco, anche se alcune movenze sono ancora un po’ goffe, ma nulla a che vedere con l’orso Hansi Kürsch, ricordo di un concerto milanese dei Blind Guardian A.D. 1998. Il concerto prosegue senza intoppi e le canzoni proposte sono suonate in maniera chirurgica. A tal proposito non si può che rimanere affascinati e stupiti dalla feroce Eternal Darkness (Autumn), durante la quale il batterista Rolf Pilve da sfoggio di una tecnica e una preparazione fisica fuori dal comune. L’ultimo brano in scaletta è Time, dodici minuti di grande musica, il modo migliore di chiudere il bel concerto dei Wintersun.

A fine serata fa piacere aver incontrato molti over 30 e 40 tra la platea con maglie di Ensiferum, Enslaved e Finntroll, ma anche persone più grandi di età divertite tanto quanto i ragazzini a ridosso delle transenne. Alla fine, nonostante le critiche, il crowdfunding e le insopportabili scuse su computer rotti che fanno ritardare l’uscita dei dischi, i Wintersun hanno saputo portarsi appresso i fan che nel 2004 acclamarono il debutto e aggiungendo a loro un buon numero di nuove leve, una missione sulla carta per nulla facile. Soprattutto, è stato bello vedere un buon pacchetto di band come quello di stasera a Roma, città spesso trascurata da tour di questo tipo.

Scaletta Wintersun: 1. Awaken From The Dark Slumber (Spring) – 2. Winter Madness – 3. Beyond The Dark Sun – 4. Death And The Healing – 5. Sons Of The Winter And Stars – 6. Loneliness (Winter) – 7. Starchild – 8. Eternal Darkness (Autumn) – 9. Time

I VIDEO DELLA SERATA:

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Mister Folk Distro

4 ottobre 2017, inizia l’avventura Mister Folk Distro.

Ho pensato a lungo se fare o meno questo passo, calcolando soprattutto il tempo e il sonno che potrebbe portarmi via, ma cosa vi posso dire se non che tutto quello che faccio è per pura passione?

Perché una distro (sì, si chiama proprio “distro”) nel 2017? Perché sono cresciuto con le distro, ordinavo dischi in America o in Germania per procurarmi le cassette o i cd della band underground che scovavo su riviste e fanzine. Era l’unico modo per avere certo materiale. Nell’era digitale, con Bandcamp e tutto il resto, qual è il senso di una distro? La praticità: in un unico “spazio” ci trovate i dischi che vi possono piacere, senza dover ordinare un demo in Veneto, un cd in Abruzzo e uno split in Spagna, Mister Folk Distro sarà, con il tempo, un luogo dove poter trovare buona musica con la comodità di pagare una sola spedizione invece di 4 o 5.

Come potrete vedere cliccando il link del sito BigCartel i titoli disponibili sono di conclamata qualità, e ogni mese ci saranno delle aggiunte che renderanno la scelta sempre più vasta.

Due parole sul logo di MFD: l’immagine è stata creata da Elisa Urbinati, artista che collabora da anni con Mister Folk (autrice, tra le altre cose, degli artwork delle compilation). Il disegno e lo stile sono un chiaro tributo alle “vecchie” distro degli anni ’90, quelle con le liste fotocopiate male e i titoli scritti con carattere minuscolo per risparmiare spazio.

Infine, potrete incontrare lo stand di Mister Folk Distro ai concerti romani dove il folk/viking la fanno da padrone: in queste occasioni, se fortunati, potrete trovare il leggendario Idromele di Mister Folk.

Turisas – The Varangian Way

Turisas – The Varangian Way

2007 – full-length – Century Media

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mathias Nygård: voce – Jussi Wickström: chitarra – Hannes Horma: basso – Tude Lehtonen: batteria – Lisko: fisarmonica – Olli Vänskä: violino

Tracklist: 1. To Holmgard And Beyond – 2. A Portage To The Unknown – 3. Cursed Be Iron – 4. Fields Of Gold – 5. In The Court Of Jarisleif – 6. Five Hundred And One – 7. The Dnieper Rapids – 8. Miklagard Overture

The Varangian Way è uno dei dischi più importanti del folk metal.

Siamo nel 2007 e il tema vichingo, per quanto utilizzato da numerosi gruppi – spesso in maniera legittima data la provenienza della maggior parte di loro -, non era ancora una moda. Questo dei Turisas è un concept che nonostante i dieci anni sulle spalle brilla per l’originalità, figurarsi all’epoca! Stiamo parlando di uno degli album che ha dato il via, insieme a una manciata di altri dischi, al fenomeno del folk metal a livello mondiale. Che poi sia stato (ed è tuttora) sfruttato a commercialmente fino allo sfinimento è un altro discorso, ma The Varangian Way ha dato una grande spinta all’intera scena, sia per il coraggio di lavorare a un concept molto ambizioso, che per lo stile musicale, nel 2007 inedito e oggi punto di riferimento per molte formazioni.

La storia è molto semplice: un manipolo di vichinghi guidato da Hakon the Bastard parte dalla propria terra e di canzone in canzone arriva laddove i loro simili non si erano mai spinti. Il Medio Oriente è il punto d’arrivo di questi intrepidi viaggiatori, coraggiosi e incoscienti, capaci di spingersi tra mille peripezie ai confini del mondo.

Tutto questo, però, sarebbe inutile se a sorreggere l’aspetto narrativo non ci fosse della grande musica. I quarantatré minuti di The Varangian Way scorrono con incredibile semplicità: le canzoni sono tutte differenti tra di loro, c’è spazio per bordate metalliche quanto per situazioni più soft, ci sono orchestrazioni impressionanti e cori epici, così come momenti di puro folk e inaspettati assoli di violino. L’inizio del viaggio è affidato a To Holmgard And Beyond, il singolo perfetto per compattezza e risultato finale, con un ritornello tanto semplice quanto divertente da urlare al cielo. In questo brano viene “presentato” l’inizio dell’avventura, così come sono nominati alcuni personaggi con fare quasi comico, ma che rende bene l’idea dell’atmosfera che si respirava nei primi giorni di navigazione. Musicalmente le cose si fanno più interessanti con A Portage To The Unknown, canzone dall’anima malinconica che racconta le sensazioni dell’equipaggio man mano che ci si allontana da casa, il freddo aumenta e non si può far altro che seguire fiduciosi il vento del nord consapevoli che ovunque si andrà ci saranno gli dei al proprio fianco.

All I have left is a symbol on my chest
My only lead on my desperate quest

Con Cursed Be Iron i Turisas cambiano di nuovo pelle: riff rammsteiniani e growl vocals in abbondanza per quella che è sicuramente la composizione più violenta del disco nonostante siano presenti diverse parti più leggere; il testo è interamente preso dal poema epico finlandese, il Kalevala, e per la precisione dal runo IX, L’origine del Ferro. Il viaggio di Hakon e soci prosegue con Fields Of Gold, tra cori maestosi e bruschi cambi di tempo (e di cantato). In alcuni momenti, chiudendo gli occhi, sembra di assistere a un musical invece di ascoltare un disco in casa. Il puro folk di In The Court Of Jarisleif è una boccata d’aria fresca, nonché l’unica traccia dove compare Lisko tra gli autori. Al banchetto si festeggia con chitarre graffianti e ritmi incalzanti di fisarmonica e violino, un tutt’uno irresistibile per efficacia e divertimento prima del ritorno a sonorità più impegnative con Five Hundred And One, ennesimo brano di grande qualità con diversi spunti interessanti e continui cambi di tempo e umore: si passa dal metal più epico ad accelerazioni di batteria brevi e taglienti, fino a momenti che sfiorano il progressive e parti recitate con grande enfasi. The Dnieper Rapids rappresenta uno spavento e una grande sfida per Hakon e i suoi compagni: la musica incalzante, soprattutto dopo il terzo minuto, ben spiega il senso di paura, il respiro che si ferma e la tranquillità che torna una volta capito che il peggio è alle spalle e si deve guardare solo avanti. Gli otto minuti di Miklagard Overture sono per lo più dedicati allo stupore, alla meraviglia e alla gioia di arrivare a Costantinopoli, qui chiamata anche Tsargrad, città bellissima in grado di incantare anche il viaggiatore più esperto. La cavalcata metallica dei Turisas (che non si tirano indietro quando c’è da portare influenze e stili differenti all’interno della stessa canzone) è deliziosa quanto le linee vocali di Mathias Nygård, le orchestrazioni donano magnificenza alla composizione e si può senza dubbio parlare di uno dei pezzi meglio riusciti dell’intera carriera dei finnici.

Breathing history
Veiled in mystery
The Sublime
The greatest of our time
Tsargrad!

Quarantatré minuti di folk metal, un folk metal diverso da quanto sentito in prima del giugno 2007. Ci sono stati i grandi classici (Otyg, Storm, Skyclad ecc.), nuovi geni come Myrkgrav e le band che hanno apportato delle grandi novità al genere come Turisas ed Eluveitie. Che piaccia o meno The Varangian Way è un nuovo modo di concepire il folk metal, sicuramente meno tradizionale e “folk” allo stato puro. Qui le prove dei singoli musicisti non sarebbero neanche da commentare in quanto il disco va visto come un unico blocco dove ogni strumento è al servizio della musica, ma come si fa a non menzionare la grande teatralità di Nygård e l’estro del funambolico violinista Olli Vänskä, autore di diversi assoli mentre la chitarra svolge sempre il ruolo di accompagnamento?

In un disco del genere l’aspetto grafico ha la sua importanza: il booklet di sedici pagine è molto bello (riprende la grafica e lo stile della copertina, opera di John Coulthart, all’opera anche con Cradle Of Filth e Melechesh) e sono presenti tutti i testi e le classiche informazioni su musicisti, studi di registrazione e dati di vario tipo. La versione digipak, ribattezzata per l’occasione Director’s Cut – Extended Version, contiene l’esilerante bonus track Rasputin, cover del gruppo Boney M e To Holmgard And Beyond (single edit) nel cd, ma soprattutto è arricchita con la presenza del bonus dvd con il videoclip di Rasputin e sei pezzi live tratti da vari festival europei.

Dopo un ottimo debutto come Battle Metal del 2004, i Turisas trovano una nuova via per esprimersi e non solo lo fanno con grande autorità, ma diventeranno presto un punto di riferimento per l’allora scena folk in espansione. The Varangian Way è il disco che ha dato il là al “bombastic metal”, ovvero iper produzioni ricche di orchestrazioni e suoni potenti fino al limite dell’esplosione. Ma se lo si spoglia dell’innegabile importanza storica, The Varangian Way rimane un disco perfetto dove grande musica incontra testi e idee sopra la media, per un risultato esplosivo e purtroppo non ripetuto. Insieme a qualche altra manciata di lavori (Victory Songs degli Ensiferum e Slania degli Eluveitie), senza per questo voler dimenticare i grandi classici, The Varangian Way rappresenta la nuova via del folk metal.