Surturs Lohe – Seelenheim

Surturs Lohe – Seelenheim

2016 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Reki: voce, flauto – Ragnfalt: chitarra – Heidenherz: chitarra – Ralph: basso – Nidhöggr: batteria – Alraun: flauto, tastiera, voce

Tracklist: 1. Der Kaiser Im Berg – 2. Lohe Surt – 3. Seelenheim – 4. Unter Der Linden – 5. Gotengrab – 6. Sumar Kehre Heim – 7. Schwertleite – 8. Schildwacht

Tracklist bonus cd: 1. Lohe Surt – 2. Muspelsturm – 3. Urda – 4. Windheim – 5. Blutbuche – 6. Was Einst Ward, Das Werd Nimmermehr

Germania, landa di pagan metal. La terra tedesca è da sempre madre generosa in campo rock/metal, ma nel sottogenere del pagan metal ha dato veramente tutto quello che poteva. In particolare la Thuringia, zona ricca di foreste nel centro occidentale della Germania, ha visto nascere e affermarsi un buon numero di band pagan metal, tutte arrivare a una discreta notorietà in seguito alla pubblicazione di dischi sempre convincenti.

Circondati da imponenti alberi secolari, si sono formati nella primavera del 1996 i Surturs Lohe, formazione che in oltre venti anni di attività ha rilasciato solamente quattro full-length e un paio di split, prediligendo saggiamente la qualità alla quantità. È normale quindi che tra il debutto Wo Einst Elfen Tanzten e Seelenheim (pubblicato dalla tedesca Einheit Produktionen) ci siano grandi differenze a livello tecnico/compositivo fermo restando che il disco del 2001 è comunque un discreto prodotto. Le otto tracce di Seelenheim sono arrangiate molto bene, non ci sono momenti ostici o che non scorrono con facilità, ogni secondo è curato al meglio e questo giova al risultato finale e all’ascolto del cd.

L’intro cinematografico Der Kaiser Im Berg porta a Lohe Surt, prima vera canzone del disco e tipico inizio che più pagan metal non si piò. Riff di chitarra taglienti e lo scream di Reki supportati dal potente drumming di Nidhöggr sono il gradito biglietto da visita della durata di quattro minuti, durante i quali rallentamenti e giri di sei corde più heavy fanno la loro comparsa prima di soccombere al lato black metal dei Surturs Lohe. Morbidi arpeggi di chitarra introducono la title-track, canzone caratterizzata nella prima parta dall’eterea voce di Alraus. Dopo il terzo giro di lancette, però, la musica cambia ed entrano in gioco distorsioni e scream: negli otto minuti di durata c’è quindi spazio per accelerazioni feroci, parti di incredibile cattiveria e deliziose aperture soavi con tanto di flauti; Seelenheim è una grande canzone che mostra i Surturs Lohe in forma strepitosa. L’inizio di Unter Der Linden ricorda il sound degli Odroerir di Das Erbe Unserer Ahnen: acustico e ancestrale, un brano intimo anche quando fanno la comparsa distorsioni e drumming che comunque non stravolgono il pezzo in quanto si rimane sempre nel mondo del melodico. La successiva Gotengrab è quasi interamente acustica e di una dolcezza unica: il doppio cantato maschile/femminile e le brevi ma incisive note di flauto rendono la canzone una power ballad come se ne sentono sempre meno. L’ingresso delle sei corde (con tanto di lungo e gustoso assolo) non fa altro che accentuare la delicatezza della composizione. La traccia successiva è Sumar Kehre Heim, pagan metal allo stato puro cantato con voce pulita e rocciosi riff di chitarra alla Judas Priest. La conclusione del disco si avvicina sulle note di pianoforte di Schwertleite, brano corto ma che non è un mero riempitivo, bensì un intro più che intenso per Schildwacht, canzone da dieci minuti duranti i quali i Surturs Lohe tirano fuori tutto quello che hanno per realizzare una canzone monumento. Il risultato è a dir poco ottimo, denso e vario nel racchiudere tutte le influenze e gli stili dei musicisti, così non ci si stupisce quando si passa dai riff black metal ad aperture melodiche con il flauto in evidenza prima di terminare con una lunga parte acustica con chitarra e pianoforte.

La versione in mio possesso è quella “box set”, la confezione del disco quindi è di grande qualità: il box è massiccio e resistente, così come la carta lucida del booklet è molto spessa. Nella confezione è presente il poster con la copertina del disco e una gran quantità di foto dei musicisti immortalati nelle situazioni più disparate, una toppa con il logo del gruppo e il bonus cd con il booklet di quattro pagine. L’unica nota negativa è il libricino di Seelenheim, in quanto tutto scritto in lingua tedesca e impossibile da capire per chi non parla la lingua. A livello grafico, però, il risultato è molto buono ed è in linea con la qualità dell’intero packing. Il bonus cd contiene la versione acustica (e ri-arrangiata) di Lohe Surt e quella a capella di Musperlsturm (tratta dal disco del 2002 Vor Walveters Thron), mentre le restanti quattro canzoni sono la versione re-masterizzata del demo Urda, originariamente pubblicato nel 1999 e quindi un piccolo pezzo di storia del pagan metal reso con questa pubblicazione nuovamente disponibile.

Il suono è molto buono perché reale e ruspante, pulito il giusto senza quindi quel fastidioso “effetto plasticoso” che snatura la natura dei gruppi. Gran merito di tutto questo va riconosciuto a Enrico Neidhardt, profondo conoscitore del genere in quanto ha già lavorato con Menhir, Odroerir, Fimbulvet e Gernotshagen tra gli altri, e artefice della bella riuscita sonora di Seelenheim.

Seelenheim è un signor disco, al momento il migliore della discografia dei Surturs Lohe. Cosa non da poco, e che giustamente invoglia ulteriormente all’acquisto, il cd è accompagnato da una bella confezione con all’interno tutto quello che può rendere felice un collezionista. La band della Thuringia – che oggi presenta una line-up parzialmente variata – è ancora lontana dal terminare il proprio viaggio e, anche se con tempi lunghi, ci delizierà ancora con dischi di puro pagan metal. Seelenheim rappresenta il loro apice ed è un lavoro che nessun appassionato del genere dovrebbe lasciarsi scappare.

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Intervista: Under Siege

Debuttare con un disco a dir poco gagliardo non è cosa semplice, eppure gli Under Siege ci sono riusciti. Arrivati quasi in silenzio alla pubblicazione, hanno sorpreso per maturità e qualità delle canzoni, un mix esplosivo di death metal epico con elementi folk e influenze viking: una chiacchierata con loro, anche in virtù dell’ottima esibizione al Mister Folk Festival 2018, è più che meritata.

Ciao ragazzi, come e quando sono nati gli Under Siege? Cosa vi ha spinto a unirvi e perché avete scelto questo nome?

Ciao Fabrizio! Under Siege è un progetto nato a durante l’estate del 2015, quando quelli che sarebbero divenuti i primi brani hanno cominciato a prendere forma dalla voce di Paolo Giuliani e la chitarra di Daniele Mosca. Immediatamente abbiamo intuito il potenziale del materiale e quello che era nato come un esperimento in studio si è trasformato in una band a tutti gli effetti. Presto infatti la formazione ha visto l’ingresso di Gianluca Fiorentini (chitarra), Livio Calabresi (basso) e Marzio Monticelli (batteria). Amici di vecchia data e musicisti già attivi nella scena musicale locale. Per quanto riguarda il nome, si tratta ovviamente di un qualcosa che richiama i temi che trattiamo nelle nostre canzoni, e, come i nostri testi, vuole essere un qualcosa di metaforico che congiunga un’epoca lontana alla realtà moderna. Se da una parte siamo tutti sotto l’assedio di una società vuota e artificiale, che punta all’omologazione della persona e allo svilimento dei valori tradizionali, dall’altra parte è un invito a reagire a tutto ciò, a ribaltare la situazione, a trasformarci da assediati in assedianti.

Siete arrivati al debutto senza nemmeno pubblicare in precedenza un demo o un EP. Di solito è una mossa molto rischiosa perché la band non fa esperienza in studio, ma nel vostro caso il risultato è un signor disco. Vi chiedo quindi quanto avete lavorato sulle canzoni e se pensi che incidere un demo prima del full-length vi avrebbe portato a realizzare un cd ancora migliore.

Partiamo dal presupposto che, a nostro avviso, il concetto di demo oramai non ha più molto senso, se non per uso “interno” e in ottica di preproduzione. Abbiamo deciso di puntare subito su un full-length anziché su un EP intanto perché di materiale ne avevamo in abbondanza, inoltre, avendo registrato in home studio tutto tranne la batteria, il tempo e i costi non erano un problema. In uno studio professionale di sicuro la qualità delle registrazioni sarebbe stata superiore, ma abbiamo puntato ad una maggior cura dei dettagli, prendendoci tutto il tempo di cui avevamo bisogno, senza fretta. In effetti tutto il processo produttivo ci ha richiesto più di nove mesi, un parto insomma ahah!

Il disco Under Siege è autoprodotto: una scelta di libertà o mancanza di proposte serie e interessanti?

L’autoproduzione è stata una scelta obbligata, in quanto come band che partiva da zero abbiamo potuto contare solo su noi stessi. Dopo la release del disco ci è arrivata qualche proposta per la distribuzione e per accordi su futuri lavori, ma niente di davvero serio. Se arriverà qualcosa di concreto ne saremo ben felici, in caso contrario ripeteremo senza problemi la scelta dell’autoproduzione nell’ottica di una seconda release.

Nel disco è presente una sola canzone in italiano, Sotto Assedio, ma è anche la canzone più diretta e “orecchiabile” per via del ritornello: il risultato, secondo me, è davvero convincente. Ci saranno altre canzoni in italiano in futuro oppure Sotto Assedio è semplicemente un esperimento che volevate fare?

Il bello di Sotto Assedio è che è uscita così, naturale, quasi come un coro da stadio, il testo si sposava perfettamente alla musica e il cantato in italiano gli conferiva ancora più carattere. Crediamo che le cose migliori sono quelle che vengono fuori spontaneamente, quindi non cercheremo mai di “incastrare” dei testi in italiano sui nostri pezzi, il risultato sarebbe forzato. Inoltre non è per niente facile scrivere un buon testo nella nostra lingua, spesso si cade nella banalità, o peggio si mettono insieme delle frasi senza senso facendo finta di dare ad esse un profondo significato metaforico ahah! Quando e se verrà fuori un altro brano adatto ad essere cantato in italiano saremo felici di proporlo, ma al momento sicuramente non è qualcosa per cui perderemmo il sonno!

Il vostro cantante suona la cornamusa e questo è uno strumento molto poco utilizzato nelle vostre canzoni. Se da una parte si prova un po’ di dispiacere perché è uno strumento che si fa amare facilmente, dall’altra parte si prova un grande effetto quando la cornamusa spunta tra gli altri strumenti e la canzone sembra prendere il “turbo”. La vostra è una scelta dettata dai gusti o dal fatto che se Paolo canta non può suonare al tempo stesso?

Entrambe le cose. Intanto non solo Paolo non può ovviamente cantare e suonare allo stesso tempo, ma prima di poterla suonare deve riempirla d’aria, per cui in sede live sarebbe impossibile far partire un giro di cornamusa immediatamente dopo un pezzo cantato, ci vuole una pausa di almeno 4-5 secondi, per cui abbiamo strutturato le entrate di cornamusa anche in base a questa esigenza. Molti gruppi, per ovviare a questo, dal vivo usano cornamuse elettroniche, ma noi almeno per ora preferiamo rimanere sul tradizionale. Dall’altra parte, come giustamente dici, è uno strumento molto amato e di grande effetto. È bello sentire la gente che ti fa i complimenti per la cornamusa, ma vorremmo che rimanesse un elemento che arricchisce il nostro lavoro senza sovrastarlo. Se la mettessimo ovunque diventeremmo abbastanza monotematici, mentre, come si capisce dal disco, ci piace spaziare parecchio in quanto ad atmosfere e stili dei vari brani. Detto questo nei futuri lavori le daremo sicuramente lo spazio che merita!

Ascoltando il disco è possibile riconoscere alcune delle vostre influenze. Ci sono invece degli “ascolti segreti” che non amate spiattellare in pubblico?

Essendo il tuo blog parecchio frequentato se ci fossero ascolti che non amiamo “spiattellare” in pubblico saresti l’ultima persona a cui li confideremmo ahah! E se ci sono di sicuro non ce li confideremmo nemmeno tra di noi, siamo abbastanza integralisti a livello musicale, il rischio di mazzate in sala prove sarebbe alto ahahah!

Il disco è uscito da qualche mese e il responso di giornali e webzine sembra ottimo. C’è un qualcosa che però avreste voluto fare meglio o cambiare completamente?

Questa domanda si ricollega inevitabilmente al discorso della produzione, in quanto magari con un bel budget a disposizione avremmo lavorato qualitativamente meglio donando un sound più “professionale” al nostro lavoro. Detto questo siamo felici di come siano andate le cose e sinceramente il disco è venuto meglio di come ce lo saremmo aspettato all’inizio visti mezzi a nostra disposizione, quindi va bene così!

Ci sono degli aspetti sui quali state lavorando per migliorare? Quali, invece, i punti di forza sui quali puntare anche in futuro?

Stiamo tentando di migliorarci praticamente su tutto, ma crediamo sia una cosa normale per una band che si è formata da nemmeno tre anni. Il nostro punto di forza forse risiede nell’aspetto compositivo dei brani, e nella loro varietà. Quando si riesce a “guidare” l’ascoltatore attraverso atmosfere anche molto diverse tra loro, riuscendo però a rimanere coerenti con se stessi, è di sicuro una bella soddisfazione! Ma non è sempre facile perché se un disco poco vario e monotematico può annoiare chi lo ascolta, un disco con pezzi troppo diversi tra loro può risultare slegato e poco identitario. Speriamo in futuro di continuare a bilanciare le due cose, dando ai nostri pezzi un sound “Under Siege” senza però divenire schiavi di esso come troppo spesso accade!

State lavorando a del nuovo materiale? Potete dare delle piccole anticipazioni?

Sì, stiamo lavorando a del nuovo materiale, diciamo che al momento abbiamo un buon numero di inediti in via di perfezionamento, ma ora come ora sarebbe prematuro pensare ad una seconda release, quando sarà il momento ci rimboccheremo di nuovo le maniche volentieri!

Recentemente Gianluca ha riformato i suoi Nazgul Rising, vi chiedo quindi se avete altri progetti e di presentarli a chi vi sta leggendo.

Oltre a Gianluca che è impegnato con i Nazgul Rising abbiamo Livio, il bassista, che attualmente fa parte del progetto “Raziel, the Blacksmiler”, un duo darkwave, mentre Marzio come tutti i batteristi si divide fra innumerevoli bands di vario genere, tra le quali gli Hardrunk, progetto hard rock. Paolo e Daniele al momento si dedicano esclusivamente agli Under Siege.

Grazie per l’intervista! Avete un messaggio per i lettori di Mister Folk?

Grazie mille a te e a tutti coloro che hanno avuto voglia di leggere quest’intervista! Stay metal and keep the siege strong!!! Alla prossima!