Aexylium – The Fifth Season

Aexylium – The Fifth Season

2021 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Andrea Prencisvalle: chitarra- Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Stefano Colombo: tastiera – Federico Bonoldi: violino – Leandro Pessina: flauto, mandolino, bouzouki

Tracklist: 1. The Bridge – 2. Mountains – 3. Immortal Blood – 4. Battle Of Tettenhall – 5. Skål – 6. An Damhsa Mor – 7. Yggdrasil – 8. Vinland – 9. The Fifth Season – 10. Spirit Of The North – 11. On The Cliff’s Edge

Prosegue la marcia dei lombardi Æxylium, freschi autori del secondo album The Fifth Season, il primo con la nuova etichetta Rockshots Records. Il gruppo di Varese continua quanto di buono fatto nel debutto Tales From This Land, con un pizzico di cattiveria musicale in più: i cinquantuno minuti dell’album scorrono molto bene, segno della bontà compositiva delle tracce. Anche l’aspetto grafico e i suoni si confermano all’altezza delle aspettative e di quanto già fatto tre anni or sono: la copertina è stata realizzata dal maestro Jan “Örkki” Yrlund (lo abbiamo incontrato con Atlas Pain, Cruachan, Hell’s Guardian, Korpiklaani e Tyr tra gli altri), mentre della registrazione se n’è occupato Davide Tavecchia, al lavoro con gli Æxylium anche nel debut album.

L’apertura del cd è affidata a The Bridge, canzone che mette in chiaro le caratteristiche della band e in quale direzione andrà The Fifth Season. Riff quadrati smussati da tastiere onnipresenti e gustose incursioni di strumenti folk fanno da tappeto alla voce aggressiva di Steven Merani (ma è presente anche Samuele Faulisi degli Atlas Pain!): dopo i primi istanti si viene travolti da un’ondata di note che lasciano il segno. Segue Mountains, canzone davvero pregevole dal potenziale da singolo che rimanda alle hit degli Eluveitie e che vede la partecipazione della soprano Arianna Bellinaso. Immortal Blood alterna parti veloci ad altre maggiormente cadenzate nelle quali alcuni dettagli impreziosiscono il brano e rendono ancor più piacevole l’ascolto. Battle Of Tettenhall tratta della battaglia di Tettenhall: si torna nel 910 d.C. quando i vichinghi subirono una pesante sconfitta scontrandosi con gli eserciti di Wessex e Mercia. La voce pulita – un’arma a disposizione degli Æxylium non utilizzata nei precedenti brani – è a questo punto gradevole “sorpresa” per un brano 100% folk metal. Vichinghi e mitologia scandinava sono i temi maggiormente trattati nel disco e la quinta canzone Skål conferma ciò: un guerriero morto in battaglia racconta del suo arrivo nella Valhalla in quella che è una composizione gioiosa, spensierata e ballabile in concerto grazie alle ritmiche incalzanti e all’ottima parte strumentale. Continuando l’ispirazione strumentale arriva An Damhsa Mor, tre minuti di grazia folk e ottimo modo per “rallentare” l’ascolto del cd prima della brusca ripartenza rappresentata da Yggdrasil, l’albero cosmico della mitologia norrena. Gli eleganti flauti e violini rendono epica una canzone che non disdegna brevi ma efficaci accelerazioni, stop n’go con tastiere e chitarre “moderne”: forse per completezza la migliore composizione di The Fifth Season! L’up-tempo Vinland porta un po’ di allegria musicale e il ritornello si stampa immediatamente in testa: dal vivo potrebbe fare sfracelli! La title-track vede l’ottima alternanza delle voci maschile/femminile (Arianna Bellinaso fa un ottimo lavoro anche qui) e belle trame folk che portano all’ultima canzone Spirit Of The North, la quale suona pomposa nelle tastiere e accattivante nelle linee vocali, ma a sorprendere è (finalmente!) la presenza di un assolo di chitarra: le sei corde nel folk metal raramente si lanciano in solitaria, ma quando accade è sempre un piacere da ascoltare. La deliziosa strumentale On The Cliff’s Edge conclude l’ascolto di The Fifth Season, un album che conferma quanto buono fatto dalla band lombarda in passato e al tempo stesso in grado di portare gli Æxylium a un livello superiore

The Fifth Season è un album di livello internazionale, cosa che non dovrebbe stupire data la buona qualità della scena italiana, ma sembra che all’estero ancora ci sia diffidenza nei nostri confronti. Quel che è certo è che gli Æxylium possono essere orgogliosi di aver realizzato un disco come questo, che non potrà far altro che aumentare di popolarità tra gli amanti del folk metal.

Enslaved – Caravans To The Outer Worlds

Enslaved – Caravans To The Outer Worlds

2021 – EP – Nuclear Blast

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Grutle Kjellson: voce, basso – Ivar Bjørnson: chitarra – Arve Isdal: chitarra – Iver Sandøy: batteria – Håkon Vinje: tastiera

Tracklist: 1. Caravans To the Outer Worlds – 2. Intermezzo I – Lönnlig Gudlig – 3. Ruun II – The Epitaph – 4. Intermezzo II – The Navigator

Gruppi come gli Enslaved andrebbero supportati a prescindere, vista l’enorme qualità dei dischi, sia dei lontani anni ’90, che dell’ultimo decennio. Forse Grutle e soci sono tra i pochi a potersi vantare di non aver mai pubblicato un solo album sottotono. Chiaramente la discografia degli Enslaved non è formata solo da capolavori, ma dal debutto Vikingligr Veldi al recente Utgard (uscito appena dodici mesi fa) si contano solo dischi ottimi o buoni.

Il nuovo Caravans To The Outer Worlds è un EP composto da quattro brani per diciotto minuti di musica. Due tracce sono in realtà intermezzi strumentali, ma hanno la loro ragione di esistenza, non rappresentando il classico intro/outro che il più delle volte viene ascoltato una sola volta per poi essere skippato ad ogni ascolto. L’inizio del cd è affidato alla title track che suona nel classico stile della band norvegese con ritmiche black metal cantate in pulito, assoli di chitarra e un tocco prog particolarmente accentuato e apprezzabile. Intermezzo I – Lönnlig Gudlig è un esperimento dark prog davvero ispirato e coinvolgente, mentre la terza canzone Ruun II – The Epitaph ci riporta allo storico disco Ruun del 2006, uscito per la Tabu Records, etichetta che aveva a roster gente del calibro di Windir, Khold, Einherjer, Lumsk e Keep Of Kalessin. In questo brano non troviamo lo scream di Grutle Kjellson, ma chitarre a tratti liquide, un’atmosfera nebbiosa e dilatata, e un cantato pulito molto solenne. La conclusiva e breve (meno di tre minuti) Intermezzo II – The Navigator mostra un bel riff di chitarra e una sezione ritmica quadrata, ma finisce forse troppo presto in maniera quasi inattesa.

I diciotto minuti di Caravans To The Outer Worlds convincono a pieno, fermo restando che si ha tra le mani un EP che solitamente è un’uscita minore in attesa del prossimo album e non sempre, quindi, significa che la band stia andando necessariamente nella direzione musicale dell’EP. Vero pure che gli Enslaved ormai sono un caleidoscopio musicale e non riescono più a sorprendere gli ascoltatori in quanto da loro ci si aspetta di tutto. Detto ciò, l’unica cosa che non convince a pieno è la qualità della produzione, poco pulita nelle parti “più metal”, come se le note delle canzoni fossero circondate da una fitta nebbia: forse ciò è il risultato di un lavoro specifico in studio di registrazione? Stando alle parole del chitarrista Bjørnson questo breve lavoro è la fusione di passato, presente e futuro… e chissà cosa ascolteremo con il prossimo full-length.

Intervista: Celtic Hills

Arrivati al secondo disco in due anni con il nuovo Mystai Keltoy, gli italiani Celtic Hills hanno confermato le buone impressioni suscitate col debutto e aggiunto qualche piccola novità in grado di portare freschezza a un album in grado di fare la gioia degli appassionati dell’heavy power che non disdegnano le ritmiche vicine al thrash metal. Con testi che trattano di storie e leggende legate al Friuli Venezia Giulia, non potevamo non intervistare il cantante e chitarrista Jonathan Vanderbilt: buona lettura!

Rompiamo il ghiaccio parlando della vostra storia: ho visto che vi siete formati nel 2008 ma dopo un primo demo di due anni più tardi avete pubblicato il disco di debutto nel 2020: cosa è successo nel frattempo?

Sarebbe stato meglio omettere l’uscita del 2010 e dire che siamo nati dopo, ma per tenere  viva la fiamma della passione ho fatto uscire dei brani per delle compilation, mentre cercavo musicisti per creare una line-up stabile.

La copertina del disco è molto particolare, con quella navicella spaziale davanti a un antico villaggio. Ce ne vuoi parlare?

Ho studiato archeologia all’università e leggendo studi non accademici ho maturato la possibilità che la storia dell’uomo non si è svolta come ci hanno sempre raccontato. La copertina si rifà un po’ al film Outlander del 2009, ma negli argomenti che trattiamo nei testi vogliamo porre l’attenzione sul fatto che le astronavi esistevano già in tempi antichi, come scritto anche da Plinio il Vecchio o nella Bibbia masoretica, così come nei Veda indiani.

Nei testi di si parla di colonizzazione del Friuli Venezia Giulia da parte di antiche popolazioni aliene. Da dove nascono queste storie e come ne siete venuti a conoscenza? Anche se vi muovete in un genere nel quale non mancano draghi, eroi immortali e mondi fantastici, non temete di poter apparire “ridicoli” con questo tipo di storie?

Ci sono band che suonano perché devono vendere, noi suoniamo per esprimerci e poco importa se possiamo apparire ridicoli o demodé: in letteratura ci sono molti autori che sostengono la presenza aliena e cito i più noti: Zecharia Sitchin, Mauro Biglino, Corrado Malanga anche se per me il primo fu Peter Colosimo che vinse il premio Bancarella nel 1976 con il libro “Non è terrestre”. D’altra parte è meglio avere dubbi e far ricerche piuttosto che esser bigotti e credere senza far domande.

Con Allitteratio avete giocato la carta del testo in italiano: pienamente soddisfatti del risultato finale? Pensate di riproporre altri brani in lingua madre in futuro? Partendo da Allitteratio volete addentrarvi nei testi delle vostre canzoni, raccontando di cosa parlano?

Alliteratio è stata scritta per provare a partecipare  a Sanremo! Una sfida provare a scrivere in italiano un brano metal (anche se lo reputo più rock). Il testo usa l’allitterazione, una forma grammaticale un po’ desueta. In generale i testi seguono dei filoni che vanno da fatti storici realmente accaduti in Friuli (non si dimentichi che è stata una zona con molti avvenimenti storici rilevanti) a questioni più spirituali e filosofiche, ma dove l’essere umano è sempre al centro. Qualche testo è più idiota e parla di birra e vino: il Friuli è famoso anche per l’alcool!

Musicalmente il disco è vario e le canzoni hanno una personalità propria. Seguite un qualche schema per comporre o andate a ruota libera? Quali sono (e perché) i pezzi forti di Mystai Keltoy?

Secondo me è il modo di suonare che distingue una band, dipende dal carattere, dall’anima se vuoi, dalle cose che vuoi dire e come scegli di esprimerti. Quindi direi che andiamo a ruota libera senza voler dimostrare a tutti i costi il livello tecnico (ci sono tecnicismi, ma non finalizzati all’esibizionismo). Su Mystai Keltoy i pezzi che pensavo fossero i più forti non si sono dimostrati così piacevoli (Already Lost) mentre The Tomorrow Of Our Sons è andato oltre ogni aspettativa, come anche Eden, la canzone cantata da Germana Noage in qualità di ospite.

Nella canzone Eden il microfono è affidato alla brava Germana Noage: come nasce questa collaborazione?

Germana era la cantante degli Aetherna, band che come noi è con la Elevate Records, da qui la proposta di invitarla a cantare su una canzone che in fase di preproduzione a lei era piaciuta molto.

In dodici mesi avete pubblicato due album e un EP: dove trovate tutta questa ispirazione per comporre tanta musica in così poco tempo?

Mentre rispondo a queste domande stiamo già registrando il disco nuovo! L’ispirazione nasce leggendo le recensioni! Quando leggo le opinioni di chi ha avuto la pazienza di ascoltare un nostro disco capisco che ci sono sempre delle perplessità e mi vengono idee per scrivere nuovi pezzi! Non amo molto le etichette sul genere che ci viene affibbiato, così in questo nuovo lavoro ci sono esperienze nuove!

Nelle vostre canzoni si trovano tanti generi diversi, dall’heavy al thrash con una buona dose di power metal. Quali sono i gruppi che vi ispirano e come vi piace autodefinirvi?

L’approccio non è per genere, ma per emozioni! Per me è uno stile di vita, con dei valori dove amicizia, rispetto del pianeta e amore verso la propria terra e le tradizioni vanno rispettati. Queste cose hanno una colonna sonora che io sento nel Metal. Sottogeneri o definizioni sono cose da giornalista. Mi piacciono le band quando sono agli esordi: i miei amori da adolescente furono Helloween, Rage e Anthrax, ma parliamo degli anni 80!

Jonathan, come e quando hai iniziato a cantare e a suonare la chitarra? Quali sono i musicisti che maggiormente ti hanno influenzato?

Ho iniziato a suonare come bassista in un gruppo punk, ma avevo solo tredici anni. Poi ho studiato lirica e chitarra classica… per citarti i miei chitarristi preferiti inizio con Manni Schmidt (ex Rage, ex Grave Digger, ndMF) quando ero giovanissimo per poi come molti amare Malmsteen e in tempi recenti Victor Smolski (ex Rage, ndMF), Joe Satriani e Alexi Laiho.

Avete pubblicato quattro videoclip per promuovere Mystai Keltoy: Blood Is Not Water che è il classico video nel quale la band suona su di un palco, The 7 Headed Dragon Of Osoppo che è una sorta di “dietro le quinte”, Eden con l’ospite Germana Noage e The Tomorrow Of Our Sons, che è il videoclip che mi ha più colpito: in pratica siete voi tre che camminate in un prato. Come vi è venuta questa idea e che tipo di reazione sta avendo questo video?

Il video di Tomorrow Of Our Sons lo volevamo semplice per dare l’idea di una desolazione. Abbiamo aspettato una giornata plumbea e un prato con erba secca, ma anche con qualche primo germoglio, una sorta di desolazione con della nuova vita che inizia a crescere. Tra tutti i nostri video su Youtube è quello che ha raggiunto il più grande numero di visualizzazioni e commenti positivi. Per l’occasione ho indossato il mio primo chiodo degli anni 80!

Come Celtic Hills vi sentite parte della scena italiana? Ha senso parlare di fratellanza e condivisione nel 2021, o sono solo parole prive di significato?

Chi mi conosce sa bene di come cerchi sempre di collaborare con le altre band e con tante band italiane siamo molto amici! Siamo italiani e quindi apparteniamo alla scena italiana. Per onestà intellettuale devo dire che come per altre band italiane, siamo apprezzati di più all’estero, specialmente al nord Europa.

Tre pubblicazioni in dodici mesi, immagino quindi che starete già lavorando a qualcosa di nuovo. Confermi?

Il nuovo disco, di cui sono già stati registrati otto brani, ma stiamo registrando ancora, segue Mystai Keltoy con alcune cose che ricorderanno anche Blood Over Intents. Ti anticipo che ci sarà un brano molto da sagra ah ah ah, non lo voglio definire folk, forse più Volk! Ti voglio anticipare il titolo: Villacher Kirktag!

Come sai questo è un sito che tratta folk/viking metal. Ti chiedo quindi se conosci alcuni gruppi della scena e se ti piace qualcosa di questo genere.

Ti dico le band di cui ho gli album e quindi: Svartsot, Vicious Crusade, Lyriel e poi ovviamente band più note come Amon Amarth e King of Asgard.

Ti ringrazio per la disponibilità e la chiacchierata. Puoi aggiungere quello che vuoi!

Proprio perché è un sito dedicato al folk e al viking suggerisco alcune canzoni dei Celtic Hills su questo versante che sono The Slamming of 1000 Shields, Forum Julii, Avari Horn e Guardian Of 7 Stars che trovate su Youtube oppure su https://www.n1m.com/celtichills dove si possono anche scaricare gratuitamente se non sono con Elevate Records.

Nodfyr – Eigenheid

:Nodfyr: – Eigenheid

2021 – full-length – Van Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris: voce – Mark: chitarra, basso – Jasper: tastiera

Tracklist: 1. Mijm Oude Volk – 2. Gelre, Gelre – 3. Wording – 4. Driekusman – 5. Bloedlijn – 6. Zelf – 7. Nagedachtenis

Gli olandesi :Nodfyr: arrivano finalmente a pubblicare il full-length di debutto dopo anni d’attesa: l’EP In Een Andere Tijd aveva lasciato gli amanti del pagan metal più roccioso con una gran voglia di nuove canzoni e sono trascorsi oltre tre anni per poter ascoltare Eigenheid, disco che di diritto finirà tra le migliori release dell’anno. Le coordinate musicali sono le stesse dell’EP, ovvero robusto pagan metal diretto e lineare impreziosito dalla profonda voce di Joris (ex Heidevolk, attualmente voce anche degli Stormbreker). Eigenheid è composto da sette tracce per un totale di quarantuno minuti. Il disco si presenta molto bene in un elegante digipak arricchito da una splendida copertina bucolica e un booklet semplice con i testi (in olandese e purtroppo non tradotti) e le info necessarie. La Vàn Records in questo non si parlare dietro, dando sempre attenzione e cura ai dettagli dell’aspetto grafico e visivo del prodotto cd. La produzione è perfetta per la musica, potente e pulita ma reale nei suoni, in grado di mettere in risalto i passaggi di Mark e Jesper (che troviamo insieme negli interessanti Alvenrad); il mastering è stato curato da Greg Chandler, già al lavoro con Fen, The Flight Of Sleipnir e Kawir. Infine sono da menzionare gli ospiti presenti sul disco, ovvero il batterista Nico (dietro le pelli per gli Stormbreker) e la cantante Tineke Roseboom (Blaze Bayley e guest anche per gli Stormbreker, sempre loro).

L’opener Mijm Oude Volk è lenta e cadenzata, dal tono malinconico, con le tastiere che accompagnano bridge e ritornello fino all’inevitabile ma piacevolissima accelerazione che rende il pezzo vario e accattivante. Gelre, Gelre sembra essere fatta per far cantare il pubblico ai concerti: chitarre e melodie semplici che rimandano agli Heidevolk dei primi lavori hanno sempre un gran fascino! Wording suona dannatamente doom nel riff principale e nell’atmosfera, alla quale fa da contraltare la folkeggiante Driekusman, strumentale da tre minuti che ricorda un po’ le sagre bavaresi tutte birra e carne alla brace, ma con un tocco di eleganza che rimanda alla musica classica. Dopo un intermezzo inaspettato ma gradito, si torna alle classiche sonorità dei :Nodfyr: con Bloedlijn: l’epicità si unisce alla drammaticità del cantato, con la chitarra che finalmente si fa largo verso il finale tra riff efficaci e un breve assolo. La successiva Zelf si assesta su quanto fatto nelle precedenti canzoni, forse un po’ prevedibile ma comunque in grado di funzionare alla grande anche in virtù di una lunga parte strumentale che nella sua semplicità la distingue dalle altre tracce. Settima e ultima canzone di Eigenheid è Nagedachtenis, la quale inizia con gli strumenti acustici per lasciare presto il palcoscenico a chitarre elettriche e batteria. Mid-tempo e cantato teatrale, melodie semplici e orecchiabili, ma soprattutto la bravura dei tre musicisti nel creare brani di qualità con un sound subito riconoscibile pur essendo questa appena la seconda release.

Eigenheid è un debut album al quale non manca niente: canzoni e impatto sonoro da band collaudata, presentazione del cd impeccabile e, soprattutto, musica di qualità. Acquisto consigliato non solo agli appassionati del pagan metal, ma anche ai giovani musicisti perché quello dei :Nodfyr: è l’unico modo per realizzare buona musica al netto del talento: nessuna fretta e tanto tempo speso in sala prove cercando di tirare fuori le migliori canzoni possibili.

Intervista: Vansind

L’underground folk metal è vasto, affollato e pieno di band di valore. I danesi Vansind stanno cercando di farsi largo a suon di chitarre e tin whistle grazie al breve ma riuscito EP MXIII. Mister Folk ha il piacere di farvi leggere le parole del gruppo nord europeo, alla prima intervista italiana: buona lettura!

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– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista.

Credo che questa sia la vostra prima intervista italiana, iniziamo quindi parlando della vostra storia.

Ciao Mister Folk, un caldo saluto per te e per tutti i tuoi lettori dalla Danimarca e dai Vansind, e un enorme grazie a te per averci dato l’opportunità di dirvi un po’ su noi stessi e sulla nostra musica! La band Vansind è un settetto, e sebbene si possa dire che proveniamo dalla città di Slagelse, i nostri membri si trovano in tutta la Danimarca da Copenaghen a Fredericia. La band si è formata nel 2019 quando Danni Jelsgaard (batteria) e Rikke K. Johansen (tastiere, whistle e cornamuse) hanno deciso di mettersi insieme e forse provare a colmare un vuoto sulla scena musicale danese lasciato in parte dallo scioglimento della band Huldre e in parte da alcune digressioni di altre band dalla parte più folk del genere metal. J. Asdgaard (voce), Gustav Solberg (chitarra), Line Burglin (voce), Morten Lau (basso) ed infine Tor Hansen (chitarra) furono ingaggiati e così il viaggio iniziò. Ciò che i membri hanno in comune è, prima di tutto, l’amore per la musica e il desiderio di fornire alla scena danese un po’ di metal con un atteggiamento sprezzante e in danese.

Prima di questo EP avete pubblicato due singoli, ne volete parlare?

È vero che abbiamo pubblicato due singoli, anche se il secondo è stato pubblicizzato come una premessa all’uscita di MXIII, e quindi compare anche sull’EP. Il nostro primo singolo, Valborgsnat/Walpurgis’ Night è del 2019 e rappresenta sicuramente l’inizio della band in termini di composizione e scrittura. Tutti erano coinvolti nella scrittura o nell’arrangiamento della musica, e da allora è stato il modo in cui lo facciamo.

MXIII è un EP di tre brani: presentatelo ai lettori di Mister Folk e raccontateci come avete vissuto questi mesi dopo la pubblicazione.

“MXIII” contiene le tre canzoni Fra Fremmed Kyst (03:39). Den Farlige Færd (05:23) e Gæstebudet (07:14), che raccontano ognuna una storia di coraggio, onore, oppressione, dei, re e ancelle… Insomma le cose che un vichingo potrebbe sognare alla vigilia della battaglia. Fra Fremmed Kyst (“From Strange Shores”) è una storia di disperazione, di mettere tutto in gioco per l’obiettivo comune e di ciò che potrebbe accadere se tenti il destino una volta di troppo. Den Farefulde Færd (“The Dangerous Journey”) è la storia dal titolo dell’EP, che racconta del re danese Svend Forkbeard, la cui forza e coraggio lo aiutarono a conquistare l’Inghilterra, ma i cui figli videro la propria ambizione e gelosia porre fine ai sogni del padre. Infine Gæstebudet (“La Festa”) racconta l’antica storia di uno dei tanti volti della guerra; l’incontro tra un soldato e una giovane donna che non finisce bene per nessuno dei due.

Di cosa trattano i vostri testi?

Saldamente radicati nella terra dei loro antenati, i Vansind suonano per la battaglia, danze a catena e l’innalzamento dei corni mentre le melodie folk incontrano il metallo solido e il vibrante mix di ringhi brutali e canto femminile. I temi dei testi sono tratti da antiche superstizioni e mitologia scandinava, nonché dalla tradizione della storia, e si combinano con la musica per formare un insieme festoso e cupo. Dove il luccichio negli occhi incontra il luccichio dell’acciaio esiste Vansind, e se ti unisci alla danza potresti intravedere il Valhalla stesso. In termini di materiale narrativo, il danese (e la tradizione scandinava) è assolutamente pieno di grandi racconti, e la storia scandinava è piena di saghe, faide e superstizioni, che creano testi epici e tuttavia ancora riconoscibili.

MXIII rimarrà in digitale o ci sono possibilità che venga stampato in formato fisico?

Al momento rimarrà in formato digitale, anche perché stiamo lavorando per registrare qualche altra canzone in un futuro non troppo lontano. Stiamo considerando di rendere disponibile anche una versione su CD, anche se nulla è deciso a questo punto.

Mi è piaciuta veramente molto l’alternanza delle voci, sicuramente un vostro punto di forza. Avete avuto difficoltà a trovare questo equilibrio o è stata una cosa spontanea e semplice?

Il mix delle voci era una chiara visione sin dall’inizio, avendo l’opportunità di avere entrambe le estremità dello spettro vocale, è un ottimo modo per evolvere sia la musica che la narrazione, e osiamo dire che siamo soddisfatti del modo in cui sta andando per noi finora.

La scena danese conta pochi gruppi ma tutti molto talentuosi. Vi sentite parte della scena e ci sono delle band con le quali andate maggiormente d’accordo?

La nostra scena musicale nazionale è stata molto dormiente negli ultimi 18 mesi circa, alla luce dell’epidemia covid. Perciò non abbiamo avuto l’opportunità di lavorare e di fare concerti con molte altre band, anche se le cose stanno andando molto bene su questo fronte e finora abbiamo prenotato per una mezza dozzina di lavori questo autunno. Sembra che siamo stati ben accolti dagli ascoltatori, e siamo molto ansiosi di mostrare la nostra musica dal vivo sul palco con alcuni buoni amici come i ragazzi e le ragazze di Svartsot, Aettir, Vanir e altri.

In alcuni momenti ho sentito degli echi degli Svartsot, forse per via del connubio voce growl/tin whistle. Sono una vostra influenza? Quali sono i gruppi che sentite più vicini?

Si potrebbe dire che gli Svartsot sono un’influenza, ma in termini di composizione e stile stiamo cercando di rivendicare il nostro interesse e di non copiare troppo da nessuno. Detto questo, siamo chiaramente influenzati dalle band che abbiamo ascoltato nel corso degli anni, ma questa è una vasta gamma di influenze considerando le varie età dei membri della band (abbiamo tra i 23 e i 44 anni), quindi per indicare una singola band come influenza principale sarebbe troppo semplicistico.

Immagino stiate già lavorando alle nuove canzoni: potete dirci qualcosa? Quali saranno i prossimi passi della band?

Stiamo infatti finendo un po’ di nuove canzoni e speriamo di rilasciare un altro EP verso ottobre o novembre, e stiamo anche programmando di iniziare a scrivere del materiale per ciò che diventerà un full-length, che registreremo prima o poi in primavera. Nel frattempo stiamo lentamente riempiendo il nostro calendario con concerti, una cosa che ci è mancata tantissimo nell’ultimo anno e mezzo, quindi speriamo di vedervi in tournée il prossimo anno e, con un po’ di fortuna, di avere un album pronto per voi la prossima estate!

Vi ringrazio per la disponibilità, volete aggiungere qualcosa?

Un ultimo ringraziamento a Mister Folk, ai tuoi lettori e a tutte quelle persone che ci hanno dato una risposta così positiva nel corso di questi mesi così difficili. Insieme batteremo questa pandemia, e quando ci ritroveremo dall’altra parte festeggeremo come se fosse il 1013! Tanti saluti e tanto affetto dai Vansind.

ENGLISH VERSION:

I think this is your first Italian interview, so let’s start with your story.

The band Vansind is a septet, and though we can be said to be from the town of Slagelse, our members are located across Denmark from Copenhagen to Fredericia. The band began in 2019 when Danni Jelsgaard (drums) and Rikke K. Johansen (keys, whistles, bag pipes) decided to get together and maybe try and fill a void on the Danish music scene left in part by the dissolution of the band Huldre and in part by certain other bands digression from the more folksy part of the metal genre. Recruited were J. Asdgaard (vocals), Gustav Solberg (guitar), Line Burglin (vocals), Morten Lau (bass) and finally Thor Hansen (guitar) and thus the journey began. What the members have in common is, first and foremost, a love for music and the desire to provide the Danish scene with some devil-may-care, dansable and Danish metal.

Before this EP you published two singles: would you like to talk about that?

It’s true we published two singles, although the second one was publicized as a build up to the release of MXIII, and so also features on the EP. Our first single, Valborgsnat/Walpurgis’ Night is from 2019 and certainly represents the beginning of the band in terms of composing and writing. Everyone was involved in the writing or arranging of the music, and that’s been the way we do it since then.

MXIII is an EP of three songs: present it to the readers of Mister Folk and tell us how you have lived these months after its publication.

MXIII contains the three songs Fra Fremmed Kyst (03:39), Den Farlige Færd (05:23) and Gæstebudet (07:14), that each tell a story of courage, honour, oppression, gods, kings and maids.. in short of the things a viking might dream of on the eve of battle. Fra Fremmed Kyst (“From Strange Shores”) is a tale of desperation and of putting everything on the line for the common goal, and of what may happen if you tempt the Fates once too often. Den Farefulde Færd (“The Dangerous Journey”) is the story from the title of the EP, telling of the Danish King Svend Forkbeard, whose strength and courage helped him conquer England, but whose sons saw their own ambition and jealousy end their father’s dreams. Finally Gæstebudet (“The Feast”) tells the old story of one of the many faces of war; the meeting between a soldier and a young woman that doesn’t end well for either of them.

What are your lyrics about? What are you most inspired by for your lyrics? Is Danish folklore full of legends to be inspired by?

Firmly rooted in the soil of their ancestors Vansind play for battle, chain dances and the raising of horns as folkish melodies meet solid metal and the vibrant mix of brutal growls and female singing. The lyrical themes are harvested from ancient superstitions and Scandinavian mythology as well as the lore of history, and combines with the music to shape a whole that is both festive and somber. Where the glint on the eye meets the glint of steel Vansind exists, and if you join in the dance you may just catch a glimpse of Valhal itself. In terms of story material Danish (and Scandinavian lore) is absolutely rife with great tales, and Scandinavian history is full of sagas, feuds and superstitions, making for epic and yet still relatable lyrics.

Will MXIII remain digital or are there chances that it will be printed in physical format?

At the moment it will remain digital, not in the least because we’re working towards recording a few more songs in the not-too-distant future. We are considering making at least a CD-version available too, though nothing is decided at this point.

I enjoyed the alternation of the two voices, this is one of your strong points. Did you have difficulty finding this balance or was it spontaneous and simple?

The mix of vocals was a clear vision from the beginning, having the opportunity to call on both ends of the vocal spectrum is a great way to evolve both the music and the storytelling, and we dare say we’re pleased with the way it’s working out for us so far.

The Danish scene has a few but very talented groups. Do you feel part of that scene and are there any bands you get along better with?

Our national music scene has been very much dormant during the last 18 months or so, in light of the Covid-epidemic. Thus we haven’t had the opportunity to works and gig with many other bands, although things are very much looking up on this front and we’re booked for half a dozen jobs this fall so far. It seems we’ve been well received by the listeners though, and we’re very eager to showcase our music live on stage with a few good friends such as the guys and girls of Svartsot, Aettir, Vanir and others.

In some moments I heard some echoes from Svartsot, maybe for the union of growl and tin whistle. Are they one of your influence? Which group do you feel closest to?

You might say that Svartsot are an influence, but in terms of composition and style we’re very much trying to claim our own stake and not copy too much from anyone. That being said we’re clearly influenced by the bands we’ve listened to over the years, but that is a broad array of influences considering the various ages of band members (we’re between 23 and 44 years of age), so to point out a single band as main influence would be far too simplistic.

I suppose you’re working on some new songs: can you tell us something about that? What will the next steps of the band be?

We are indeed finishing up a few new songs  and hope to release another EP come October or November, and are also planning to start writing material for what will become a full-length album, that we will be recording sometime next spring. In the meantime we’re slowly filling up our calendar with gigs, a thing that we’ve been missing so, so much over the last year and a half, so we hope we’ll be seeing some of you on the road over the next year and, with a bit of luck, have an album ready for you next summer!

Thanks for the availability, would you like to add something?

A final thanks to Mister Folk, your readers and all the people that have given us such a positive response over these last difficult months. Together we’ll beat this pandemic, and when we meet on the other side we’ll celebrate like it’s 1013! Many regards and much love from Vansind.

Grendel – Spirit

Grendel – Spirit

2020 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Roberto: voce, chitarra, basso – Stefano: voce clean

Tracklist: 1. Intro – 2. A Mortal Figth – 3. The Ultimate Vision – 4. Spirit – 5. Behind The Clouds – 6. Ice Desert – 7. Exiled – 8. Ashes

Nell’inutile gioco del “una band che avrebbe meritato di più” i lombardi Grendel figurerebbero sicuramente nella lista dei nominati. In attività dal 2003 e con un “top demo” nell’allora prestigiosa rivista cartacea Grind Zone – l’unica a trattare metal estremo – che faceva presagire un futuro roseo per la realtà tricolore, i Grendel hanno pubblicato cinque full-length incluso questo Spirit, ma il salto di notorietà non è mai avvenuto nonostante la buona fattura dei dischi realizzati.

L’epic black metal (o viking con influenze folk) del duo formato dai fratelli Chainerdog e N’astirth è ben strutturato e dal tocco melodico che porta le composizioni a suonare aggressive ma anche orecchiabili nei punti giusti. Negli anni la proposta musicale non è cambiata molto, ma il tempo ha portato esperienza e questo nei trentadue minuti di Spirit si sente.

Dopo la breve intro il disco si apre con la rapida A Mortal Fight, dal piacevole sapore scandinavo con il testo ispirato a un capitolo dei Mabinogion di Evenageline Walton. The Ultimate Vision è un altro brano veloce nelle ritmiche e tagliente nelle vocals, come da tradizione vuole il black melodico. La title-track suona particolarmente accattivante nonostante lo scream e la doppia cassa lanciata a velocità supersonica, con l’azzeccato utilizzo della voce pulita dopo metà composizione ad alleggerire un po’ l’atmosfera. Le prime canzoni di Spirit suonano compatte e omogenee pur con le loro differenze, rendendo così l’ascolto estremamente piacevole. Altro fattore che gioca un ruolo importante nella riuscita del cd è la qualità dei suoni, puliti e grintosi, così come l’utilizzo della drum machine, ben programmata e dai suoni reali; tutte le fasi di registrazioni, mixaggio e mastering sono state curate in prima persona da Roberto, il quale ha svolto un lavoro di qualità. Behind The Clouds è il pezzo più lungo dell’album con i suoi 6:20 di durata, canzone che presenta un raffinato gusto melodico e un differente utilizzo della sei corde, con riff e fraseggi meno aggressivi e più “orecchiabili”; bello anche lo stacco acustico e il seguente assolo, particolarità rara in questo genere ma sempre apprezzata. L’intermezzo Ice Desert porta alla feroce Exiled, cinque minuti di meravigliosa violenza come a volte necessitiamo tutti quanti. L’ultima canzone di Spirit è Ashes, dall’andatura più pacata e intrecci di sei corde nella prima parte che precede la successiva accelerazione e un ritornello che rimane in mente fin dai primi ascolti.

Spirit vede la luce grazie alla collaborazione con la Earth And Sky Productions, etichetta che si sta dando un gran da fare nell’underground italiano e non solo, con diversi lavori recensiti su queste pagine. I Grendel confermano la bontà della proposta con mezz’ora di metal estremo dal taglio melodico; un album come questo meriterebbe ben altra considerazione dalla stampa e dal pubblico. Nonostante tutto i Grendel vanno avanti e continuano a sfornare lavori come questo, segno che la passione vince su tutto: bravi!