Vanaheim – En Historie

Vanaheim – En Historie

1997 – EP – autoproduzione

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marius Johansen: voce – Rune Tyvold: chitarra – Jon Rasmussen: chitarra, voce – Lars Håkon Olsen: basso – Øyvind Skog: batteria – Fredrik Haraldsen: tastiera

Tracklist: 1. Elysium – 2. Riket – 3. Krig – 4. Heimferd – 5. Blodig Krigsmark – 6. Sorg – Fred

Nel 1995 a Bærum, Norvegia, nascono i Vanaheim. L’idea della band è molto semplice e diretta: suonare viking metal raccontando nei testi storie di folklore locale e di mitologia norrena. Tempo due anni e la band guidata dalla coppia di chitarristi Rune Tyvold e Jon Rasmussen dà alle stampe l’EP (all’epoca si chiamava mcd, ovvero “mini cd”) En Historie, lavoro composto da sette brani per un totale di quasi trenta minuti di musica.

L’iniziale Elysium è una classica intro atmosferica che dura un giro di lancetta ed ecco arrivare Riket, primo brano vero del dischetto. Fin dai secondi iniziali ci si può rendere conto dei “barocchismi” di chitarra e tastiera, particolarità che fa i Vanaheim immediatamente riconoscibili. Il doppio cantato harsh/pulito è gradevole e nella sua semplicità, considerato anche il periodo storico, il pezzo risulta essere particolarmente gradevole. La successiva Krig è la composizione più lunga del cd (7:18) ed inizia con chitarre soft e voce pulita per una sorta di effetto Vintersorg pre Vintersorg (Mr.V debutterà con il suo progetto nel 1998). La canzone si sviluppa alternando brevi accelerazioni dal vago sapore medievale, rallentamenti nei quali la chitarra recita la parte del leone e importanti parti con la tastiera di Fredrik Haraldsen a dettare melodie e umori. L’intermezzo Heimferd conduce a Blodig Krigsmark: qui la musica classica è proprio parte della canzone e il viking metal dei Vanaheim assume automaticamente un’aura culturalmente difficile da trovare nel metal estremo del 1997. Il cantato segue la linea musicale, sempre a metà strada tra ricami barocchi e voglia di spaccare tutto: il risultato è convincente ed è questo che fa En Historie un piccolo pezzo di musica che gli amanti del viking/folk dovrebbero conoscere. L’ultimo brano “vero” è Sorg, un pezzo che suona un po’ diverso dal resto con quell’alone oscuro delle strofe e i riff doom del bridge. Si giunge, infine, a Fred, lungo outro tastieristico: elegante e arcaico, un buon modo per chiudere un cd interessante che forse meriterebbe di essere menzionato quando si parta di vecchio viking metal.

En Historie, pur essendo un prodotto norvegese pubblicato nel 1997, è un lavoro autoprodotto. La bella copertina (sì, la grafica rispecchia le tecniche dell’epoca) è un buon biglietto da visita per la musica, la produzione è discreta e del mastering se n’è occupato Tom Kvålsvoll, vero e proprio guru del settore che può vantare lavori con Arcturus, Dimmu Borgir, Ihsahn, Trollfest, Windir, Cor Scorpii, Emperor e i nostri Lou Quinse del bel Lo Sabbat, tra gli altri. Con En Historie i Vanaheim avevano iniziato bene la carriera: in quanti posso dire di aver realizzato un mcd che, nel suo piccolo, è passato alla storia?

Dawn Of A Dark Age – La Tavola Osca

Dawn Of A Dark Age – La Tavola Osca

2020 – full-length – Antiq Label

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Emanuele Prandoni: voce – Vittorio Sabelli: chitarra, basso, batteria, clarinetto, sax, voce narrante

Tracklist: 1. La Tavola Osca (I Atto) – 2. La Tavola Osca (II Atto)

Per parlare del nuovo disco dei Dawn Of A Dark Age è necessario fare un’introduzione storica per meglio comprendere il lavoro di Vittorio Sabelli, la mente dietro al progetto che ha nel clarinetto la sua grande particolarità.

Gli Oschi/Osci erano un’antica popolazione italica che risiedeva in zone dell’attuale Molise, Campania e Calabria. Con i secoli e le battaglie furono infine inglobati dai romani e le ultime iscrizioni in lingua osca risalgono al I secolo a.C.. E proprio di lingua e documenti scritti si parla nel disco La Tavola Osca, ovvero l’importante oggetto trovato nel 1848 dal contadino Pietro Tisone mentre lavorava al suo campo. La tavola passò successivamente tra le mani dello studioso Cremonese per poi essere acquistata dal collezionista Castellani e finire più tardi in una teca del British Museum di Londra, dov’è tutt’oggi esposta. Oltre alla bellezza dell’oggetto davvero ben conservato, ricopre un ruolo importante il testo: su un lato si parla del sacro recinto dedicato a Cerere, delle festività sacre e delle modalità d’ingresso, mentre sull’altro c’è un elenco delle proprietà del recinto e delle persone che possono entrarci.

La Tavola Osca è il sesto lavoro dei Dawn Of A Dark Age un cd composto da due lunghe canzoni (rispettivamente ventitré e diciassette minuti) che raccontano il ritrovamento casuale e la storia della Tavola Osca. Parte dei brani sono acustici passaggi ambient arricchiti dagli arpeggi della chitarra acustica, con Sabelli che racconta in maniera diretta e un po’ teatrale gli avvenimenti. Molto interessante la prima volta, meno le successive, quando in verità sarebbe utile “skippare” i quasi sei minuti che portano alla sfuriata black metal che rappresenta il cuore della prima canzone e che colpisce positivamente fin dalle battute iniziali. L’aggressività non è mai fine a se stessa e il lavoro di chitarra è davvero di pregevole fattura; la voce di Emanuele Prandoni, molto urlata e comprensibile, è perfetta per la musica della band. La prima traccia continua tra rallentamenti soft e nuove parti elettriche, sempre molto melodiche anche nelle rare sfuriate tipiche del genere. L’ospite Antonia Gust e la sua voce sono protagoniste della prima parte di La Tavola Osca (II Atto), anche questa che inizia con il parlato di Sabelli e che prosegue con quella che sembra essere una marcia suonata dalla banda della città: tutto ha un dolce sapore retrò che rende questa sezione della canzone molto affascinante. Dopo cinque minuti fanno irruzione chitarre e batteria e invece di spazzare via tutto, come è solito aspettarsi, vanno a braccetto con melodie arcaiche e toni che si abbassano efficacemente e il risultato, in un certo senso, ricorda alcune cose di Inchiuvatu.

La Tavola Osca è un lavoro ambizioso nell’idea e nella realizzazione. Non a caso l’aspetto estetico della release è molto curato con tre diversi formati (cd, cd con portachiavi che riproduce la Tavola Osca e il ricco box limitato a 100 copie, chiaramente andato sold out in poco tempo) tutti molto belli. La band molisana ha realizzato un disco che entra subito nelle grazie dell’ascoltatore e, pur non immediato, lavora da dentro e il messaggio arriva subito a destinazione. Coraggioso e ben realizzato, La Tavola Osca è un cd davvero valido.

Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Deep Purple: ma come fanno?

Passano i cinquantuno minuti di Whoosh! e ti chiedi “ma come fanno?”.

La domanda in realtà è “ma come cazzo fanno?”, e la risposta è difficile da dare. La storia del Rock, con la R maiuscola, arriva in questo assurdo 2020 al ventunesimo studio album e tira fuori un lavoro denso, emozionante, interessante e maledettamente efficace. Nasce quindi la domanda di inizio riflessione, soprattutto quando ascolti i cd dei gruppi che potrebbero essere se non i figli addirittura i nipoti dei Deep Purple e non hanno un briciolo dell’energia che i nostri cari signorotti inglesi schiaffano tra i solchi di Whoosh!. Ascolti quei lavori e pensi a questi giovani e annoiati musicisti che stancamente strimpellano gli strumenti su una poltrona dai colori retrò, senza un sussulto o un sorriso emozionato tipico di chi sa di aver appena inventato un giro rock che farà muovere il culo alla gente.

E poi ci sono Ian Gillan e Don Airey, Roger Glover, Ian Paice e Steve Morse, l’uomo che ha salvato i Deep Purple quasi venticinque anni fa. Messi insieme fanno trecentosessanta – 360 – anni, ovvero un bel po’ di esperienza e di note suonate. Lì dove la stanchezza e la routine hanno la meglio sulla passione per la musica anche su persone con un chilometraggio decisamente inferiore a quello dei Deep Purple, loro se ne escono con un disco che suona contemporaneo e al passo coi tempi pur suonando 100% Deep Purple. Ma come fanno all’età che si ritrovano ad aver ancora voglia di sudare sullo strumento e discutere per le scelte musicali quando potrebbero godersi la pensione in completo relax? Ve lo dico io: si chiama passione e porta la gente a fare cose che gli altri nemmeno sono in grado di immaginare. Chi di voi immagina due over 70 a reggere con grinta e buon gusto la sezione ritmica di una grande (a mio modesto parere LA più grande) rock band? Eppure sono lì, a dare il tempo ai compagni di avventura, senza lasciare nulla al caso, gestendo al meglio le situazioni, tirandone fuori il massimo ogni volta che si presenta la possibilità. C’è un cantante che da giovane era Dio sceso in terra, con la sua voce potente e terrificante, in grado di adattarsi nei primissimi anni ’80 anche alle sonorità dei Black Sabbath con quel Born Again che giustamente negli ultimi anni è stato rivalutato dalla critica, e ora che il tempo reclama il suo prezzo, se la cava ancora egregiamente e non manca occasione di far venire la pelle d’oca ai nostalgici. Chi non è nostalgico non può far altro che ammettere che sì, Gillan del 2020 non è più il Gillan del 1972 (e grazie al caz*o, aggiungo), ma ad averne di cantanti così! E sicuramente c’è anche chi, l’ho letto con i miei occhi, dice che non solo è “svociato”, ma anche imbarazzante. Un pensiero del genere si definisce da solo. Ho letto anche che Gillan è da anni una palla al piede dei Deep Purple, e che per amore del gruppo si sarebbe dovuto far da parte diverso tempo fa. Chiaramente la critica, quella seria fatta da giornalisti e da esperti, è concorde nel ritenere Whoosh! un grande disco rock, il migliore da tanti anni a questa parte. Sia chiaro, i Deep Purple non fanno un disco brutto dal 1986, forse l’unico brutto, quel The House Of The Blue Light che, per quanto suonato con classe, è proprio debole e fa passare la voglia di ascoltarlo dopo pochi minuti. Ok, c’è Slaves And Masters che fa discorso a sé, con il buon Joe Lynn Turner alla voce che vede i Deep Purple trasformati in una band class rock prima del ritorno di Gillan sancito dall’ottimo The Battle Rages On. Io rincaro la dose, non solo Whoosh! è un grande disco rock, ma è anche il migliore dell’era Morse dopo lo spettacolare “debutto” Purpendicular. E proprio sulla grandezza del Morse chitarrista e sull’intelligenza del Morse uomo bisogna dire qualcosa. A inizio articolo l’ho definito come “l’uomo che salvò i Deep Purple 25 anni fa”: niente di più vero. Dopo l’abbandono del Dio Blackmore (se mi sono avvicinato alla musica, è suo il merito) e la fine del tour con Joe Satriani, onestamente un pesce fuor d’acqua, la band orfana del man in black inglese fece la scelta più giusta possibile, andando a reclutare un grande chitarrista con una personalità spiccata e un suono unico e facilmente riconoscibile. Lontano dai classicismi di Blackmore, virtuoso dalla sei corde ma senza peccare mai di narcisismo con inutili sbrodolate sulle sei corde, Steve Morse ha portato quella ventata di aria fresca che serviva ai Deep Purple non solo per sopravvivere, ma anche per costruirsi una nuova carriera guardando avanti senza snaturare il sound o rinnegare quanto di grande fatto in precedenza. Morse capì subito di dover essere sé stesso e che sarebbe stato dannoso cercare, anche in minima parte, di imitare Blackmore: la cosa, ricordo bene i discorsi dell’epoca, spiazzò molta gente, ma praticamente tutti concordarono sulla bellezza delle varie Vavoom: Ted The Mechanic (opener migliore per chiarire subito come sarebbero andate le cose non poteva esserci), Somebody Stole My Guitar e Sometimes I Feel Like Screaming, per quel che mi riguarda il picco dell’album. Da quel febbraio 1996 sono passati più di ventiquattro anni, il maestro Jon Lord ci ha lasciato – degnamente sostituito da quel geniaccio di Don Airey, mattatore proprio in Whoosh! -, ma i Deep Purple non hanno perso un solo briciolo di voglia di suonare. Anzi, hanno addirittura confezionato un disco in grado di entrare al sesto posto delle classifiche italiane, il che la dice veramente lunga sulla qualità delle tredici tracce che compongono l’album, se addirittura gli italiani hanno sganciato la grana per comprarsi il cd (o il vinile) invece di ascoltarlo in infima qualità su Spotify.

Il disco è semplicemente un gran bel disco rock, dove c’è tutta la storia e l’esperienza di Glover e soci. Hard rock con sprazzi di progressive (Step By Step), blues (What The What) e tonnellate di classe sono gli ingredienti che rendono Whoosh! così appetitoso agli appassionati del buon caro vecchio Rock (sempre con la R maiuscola!). L’iniziale Throw My Bones dice un po’ tutto, l’elegante Nothing At All con il suo splendido botta e risposta tra chitarra e hammond e la gustosa No Need To Shout bastano da sole per giustificare l’acquisto del disco, ma poi arrivano anche The Long Way Round, l’inusuale The Power Of The Moon con il suo incedere quasi oscuro, la brevissima (1:39!) ma gagliarda strumentale Remission Possible che conduce alla classica Man Alive, in un certo senso l’ultima canzone di Whoosh!. Perché in realtà l’ultima canzone è addirittura quella And The Address che dava il via alle danze in Shades Of Deep Purple, l’esordio del 1968 composto per 4/9 da cover e che vedeva alla voce Rod Evans e al basso Nick Simper, ovvero la mai rimpianta Mark I (per meriti delle successive e non per particolari demeriti dei musicisti della I). Quelli erano altri Deep Purple, autori di una sorta di beat un po’ più chitarristico, lontano da quello che avrebbero composto da lì a meno di due anni con il granitico In Rock. Nostalgia o ricordi a parte, cosa significa la ri-registrazione del primo brano del primo disco, questa volta posto in chiusura? La risposta è semplice, e non piace a nessuno: il cerchio si chiude, i Deep Purple faranno l’ennesimo tour e poi si fermeranno per davvero. L’età e gli acciacchi (anche del “giovane” Morse, da anni alle prese con una dolorosa artrite alla mano destra) hanno presentato il conto e per quanto possa far male, soprattutto a chi con la band di Hertford ci è nato e cresciuto, non si può far altro che essere grati di aver avuto così tanti dischi da ascoltare e amare, per non parlare delle testimonianze live. Sì, Gillan dal vivo fatica ed è sempre più fermo sul palco, ma i Deep Purple non si discutono, si amano.

Alla fine di Whoosh! (a proposito, che bella la copertina! La lezione di Bananas e seguente flop, parola di Paice, è servita) c’è anche una bonus track – Dancing In My Sleep – ma dopo la malinconia portata da And The Address la concentrazione è ormai svanita e la canzone non aggiunge nulla a quanto già detto.

Dopo ventuno dischi in studio e centonovantasette canzoni i Deep Purple sembrano essere arrivati sul punto di dire basta: se lo faranno veramente non è dato saperlo (una parte di me spera che chiudano alla grande con questo cd, una parte si augura di assistere a delle scene simil Ozzy Osbourne e Kiss, con continui tour di addio che vanno avanti da decenni), l’unica cosa possibile è continuare ad ascoltare le ottime Drop The Weapon e We’re All In The Same In The Dark ringraziando gli dei della musica per aver fatto incrociare le strade di Steve Morse e Ian Paice tanti anni fa.

Arstidir Lifsins – Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir

Arstidir Lifsins – Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir

2020 – full-length – Ván Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Marsél: voce – Stefán: chitarra, basso, pianoforte – Árni: batteria, organo, viola, violoncello, voce

Tracklist: 1. Ek býð þik velkominn – 2. Bróðir, var þat þín hǫnd – 3. Sem járnklær nætr dragask nærri – 4. Gamalt ríki faðmar þá grænu ok svǫrtu hringi lífs ok aldrslita – 5. Um nætr reika skepnr – 6. Heiftum skal mána kveðja – 7. Er hin gullna stjarna skýjar slóðar rennr rauð’ – 8. Um nóttu, mér dreymir þursa þjóðar sjǫt brennandi – 9. Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar

Abbiamo incontrato i talentuosi Árstíðir lífsins a metà 2019 per la pubblicazione di Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr e a un anno di distanza ecco arrivare il nuovo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir, ovvero l’altra metà del concept sul quale si basa il lavoro della band islandese/tedesca. Non trattandosi dei Guns n’Roses era impossibile per la Ván Records pubblicare simultaneamente due cd anche se uniti a livello concettuale, ecco quindi la necessità di separare le due parti e pubblicarle a un anno di distanza l’una dall’altra. Inoltre la domanda che ci si pone da ascoltatore è: “’quanto sarebbe stato difficile “assorbire” centoquarantaquattro (144!) minuti di musica per niente immediata e che necessita di numerosi e attenti ascolti per essere digerita e compresa?”. Così facendo la Ván Records e gli Árstíðir lífsins hanno risolto due problemi con una solo mossa, facendo anzi incuriosire ancora di più i fan della band, in religiosa attesa del secondo atto della Saga, sapendo di poter contare su di loro per quel che concerne le vendite. Vendite meritatissime, perché gli Árstíðir lífsins non hanno mai sbagliato un’uscita e nel corso della loro carriera – iniziata nel 2008 e che al momento conta due EP, due split e cinque full-length – sono stati bravissimi a pubblicare solamente gioielli di pagan black metal senza mai abbassare l’asticella della qualità.

Il primo disco della Saga è ormai storia (anche se recente), come suona il nuovo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir? Non bisogna aspettarsi alcuna novità a livello musicale: gli Árstíðir lífsins suonano ormai con una personalità e consapevolezza dei propri mezzi che li rende immediatamente riconoscibili, capaci di entrare nelle profondità umane e musicali al fine di realizzare canzoni in gradi di far venire la pelle d’oca. L’unica differenza reale tra i due Saga è che nel secondo capitolo viene dato maggiore spazio all’aspetto acustico/ambient delle canzoni, un elemento che non è mai mancato alla band di Marcél e soci, ma che in questo lavoro ricopre un ruolo ancora più importante. Black metal, sontuosi arpeggi di chitarra, cori liturgici, melodie oscure e feroci accelerazioni fanno da contraltare a momenti ritualistici che da sempre costituiscono parte del bagaglio musicale degli Árstíðir lífsins, i quali senza la necessità di incorporare nuovi elementi ad ogni uscita riescono a trasformare con grande efficacia in musica le storie raccontate nei testi. Come facilmente intuibile, si continua a parlare del re norvegese Óláfr Haraldsson (995-1030), responsabile (colpevole?) dell’evangelizzazione della Scandinavia dopo la sua conversione; una storia apparentemente semplice che viene invece narrata con grande precisione e passione attraverso i nove brani, rendendo di fatto i due Saga i lavori maggiormente complessi e ambiziosi della band nord europea. Come sempre l’estetica del prodotto è fattore di vanto per etichetta e gruppo: il corposo booklet è ricco di illustrazioni, informazioni extra utili a comprendere meglio la vicenda e presenta i testi in lingua originale, l’antico islandese, tradotti in inglese.

Passano due canzoni e oltre dieci minuti prima di poter ascoltare per la prima volta la chitarra: è proprio questa la forza degli Árstíðir lífsins, ovvero coinvolgere l’ascoltatore per lunghi minuti con intro/lunghi tratti parlati-atmosferici senza però annoiarlo, evitando così il più classico (e quasi sempre giusto) skip a favore della prima canzone “vera”. C’è da dire che Sem járnklær nætr dragask nærri è semplicemente fantastica, tra Enslaved periodo viking black e pesanti nuvole nere che annunciano il temporale. L’esecuzione è perfetta, i brani sono taglienti e cupi e non c’è un solo momento di flessione: tutto al posto giusto, nient’altro da aggiungere. Tra le black oriented Gamalt ríki faðmar þá grænu ok svǫrtu hringi lífs ok aldrslita (contenente tutte le sfaccettature del sound) e Heiftum skal mána kveðja dal riffing incisivo, troviamo la tenebrosa Um nætr reika skepnr, canzone dall’incedere lento e quasi ritualistico: la voce narrante così profonda culla l’ascoltatore come le morbide onde del mare fanno con le piccole imbarcazioni a remi. Per affrontare il mare aperto di Er hin gullna stjarna skýjar slóðar rennr rauð’, invece, ci vuole una longship vichinga data l’irruenza della batteria e i continui cambi di tempo e ferocia. L’ambient di Um nóttu, mér dreymir þursa þjóðar sjǫt brennandi, infine, conduce alla conclusiva, lunghissima e spettacolare Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar. Se è vero che gli Árstíðir lífsins sono maestri nell’allungare a dismisura introduzioni e parti atmosferiche, è altrettanto vero che i loro brani dalla durata importante (qui si parla di diciotto giri di lancetta) non sono mai banali, scontati o ripetitivi.

Chi conosce i precedenti lavori degli Árstíðir lífsins avrà già fatto suo questo gran disco in fase di preordine, tutti gli altri non potranno fare a meno di rimanere affascinati da tanta classe al servizio di questo bellissimo connubio tra musica folk ambient, pagan e black metal.

Intervista: INNO

Il videoclip di Pale Dead Sky mi stregò al punto da farmi immediatamente preordinare il disco: sapevo dell’esistenza di questa nuova band chiamata INNO formata da nomi noti della scena romana e sapevo che a breve sarebbe uscito il disco, null’altro. La visione del video mi emozionò tantissimo al punto di farmi acquistare il cd senza il bisogno di informarmi maggiormente. Da quel giorno il cd The Rain Under ha risuonato nella mia casa decine di volte, ogni volta svelando un particolare prima rimasto nell’ombra, un disco capace di coinvolgere l’ascoltatore ad ogni passaggio. Dal piacere dell’ascolto all’idea di intervistare la band il passo è stato breve: la cantante Elisabetta Marchetti e il bassista Marco Mastrobuono si sono mostrati subito interessati, rendendo possibile questa piacevole chiacchierata.

In molti vi hanno definito una “all star band” e anche se la definizione può essere valida a me viene da dire che siete degli amici che hanno deciso di suonare insieme. Come e quando Inno ha preso vita?

Marco: L’idea di mettere su il progetto INNO è esattamente quello che hai detto, amici che si conoscono da tantissimi anni e vogliono suonare insieme, nulla di più o nulla di meno. L’idea mi balenava in testa da parecchio e mentre ero in viaggio con gli Hour Of Penance per un concerto al nord Italia ne parlai con Giuseppe, che è il nostro fonico live. L’idea era appunto di creare qualcosa di diverso dai nostri precedenti progetti musicali con l’unico scopo di divertirsi e scrivere musica che ci piacesse.

Il disco The Rain Under è uscito da qualche mese, si possono tirare le prime somme?

Marco: Non è uscito nel periodo storico più fortunato per la musica, quello è sicuro, ma siamo rimasti estremamente soddisfatti della risposta da parte del pubblico, anche più grande delle aspettative. Avevamo iniziato a programmare concerti per quest’estate ma ovviamente causa pandemie mondiali è tutto saltato a data da destinarsi. Nel mentre non ci siamo persi d’animo e stiamo lavorando comunque a materiale da pubblicare a breve.

Sono una di quelle persone che ha preordinato il disco appena ha visto il bellissimo videoclip di Pale Dead Sky. Volete raccontarci qualcosa sulla canzone e sul videoclip girato da Martina L. McLean di Sanda Movies?

Elisabetta: Martina e tutto il suo staff sono dei grandi professionisti e hanno colto appieno l’atmosfera che volevamo trasmettere con quel video. È stata un’esperienza magnifica, sicuramente estenuante a causa delle bassissime temperature, avendolo girato il 22 dicembre, ma ne è valsa sicuramente la pena. La canzone parla di una delle peggiori malattie che affligge il mondo in questi tempi, la depressione, e ogni scena rappresenta le sue varie sfaccettature. La maggior parte delle riprese si sino svolte presso la caldara di Manziana, un posto veramente magnifico che avevamo scoperto durante le nostre foto promozionali scattate un anno prima.

Insieme al disco è arrivata un’illustrazione della cantante Elisabetta Marchetti. Il disegno è molto crudo e mostruoso, nasce forse da un incubo? Lo stile e la “brutalità” contrastano molto con l’eleganza della sua voce, quindi mi piacerebbe conoscere la storia che c’è dietro.

Elisabetta: Hai centrato in pieno l’obiettivo e le mie scelte stilistiche! Il disegno rappresenta un incubo e, come spesso accade nel mondo dei sogni, le immagini sono piene di contrasti e non esistono “regole” per le quali una persona, un oggetto o una sensazione debbano per forza rispettare il contesto in cui sono inserite. Ispirandomi agli anni ‘70 in cui gruppi rock, pop e proto-metal come Coven, David Bowie e Beatles, erano soliti associare testi con tematiche molto crude e d’impatto a musiche orecchiabili e decisamente sobrie, ho deciso di parlare di incubi mantenendo uno stile vocale prevalentemente non aggressivo, che andasse in contrasto con gli argomenti trattati

Musicalmente si possono riconoscere alcune delle vostre influenze (a me avete ricordato i VuuR in versione mediterranea), ma sono curioso di saperne di più sulle origini dei testi e sui concetti che volete far conoscere ai vostri ascoltatori.

Elisabetta: Innanzitutto ti ringrazio per il paragone: Anneke è una delle mie muse ispiratrici ed è grazie a lei e ai The Gathering che iniziai a cantare da ragazzina! Come anticipato nella precedente domanda, il disco rappresenta una sorta di diario personale in cui parlo principalmente dei miei incubi e di periodi molto bui della mia vita. Fin da giovanissima soffro di disturbi del sonno ed in particolar modo di paralisi notturne delle quali ho imparato a prendere nota su un taccuino sotto forma di frasi, racconti o disegni, decidendo poi con questa band, di trasformarle in un vero e proprio concept per il nostro primo album il cui titolo “The Rain Under” descrive con un gioco di parole (Rain-Reign) il mondo dei sogni. Un mondo nascosto e misterioso dove ricordi, fantasia e paure si mescolano in un’unica realtà.

Nella traccia Night Falls compare l’ospite Vittoria Nagni con il suo violino. Come siete entrati in contatto con la musicista e come mai avete poi stravolto il suono dello strumento fino a renderlo quasi irriconoscibile?

Marco: Ho conosciuto Vittoria quando è venuta nel mio studio a registrare alcune parti di un disco che stavo producendo alcuni anni fa, e mi ha colpito molto il suo sapersi adattare in maniera estremamente veloce ad arrangiamenti che sono lontani da strumenti classici. Avere un’apertura di mente così pronta in studio di registrazione, soprattutto se associata a strumenti classici è veramente un grande punto di forza, e avere questo talento nel disco è una cosa che ho immediatamente voluto quando l’ho sentita suonare. Non importa che il risultato finale sia qualcosa forse di non riconoscibile come un violino, l’unica cosa che conta è la canzone finita.

Parliamo della cover High Hopes dei Pink Floyd: mi è piaciuta moltissimo la vostra rivisitazione, senza la necessità di stravolgerla ma facendola comunque vostra. A chi è venuta l’idea di questa cover? I Pink Floyd andrebbero fatti studiare alla scuola dell’obbligo, ma è stata una sorpresa apprendere la presenza di un loro pezzo nel vostro cd invece che so, di un più prevedibile Anathema o The Gathering.

Elisabetta: Anche qui abbiamo deciso di trovare il modo di uscire un po’ fuori dalle righe. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che ha sempre amato la buona musica e credo di aver ascoltato i Pink Floyd da prima ancora che venissi al mondo! La fortuna è continuata: essendo anche gli altri ragazzi della band dei grandi estimatori del genere, non avevo dubbi che nel proporre questa canzone come cover avrei avuto risposte positive. Il pezzo si inserisce perfettamente (sia come musica che come stile) nel nostro disco ed è stata un’importante occasione per rendere omaggio ad una delle nostre band preferite, anche se fuori da un contesto metal

Come band in quale maniera avete vissuto il lockdown? Avete continuato a comporre “in solitaria” per poi sentirvi online oppure vi siete presi un periodo di riposo dopo la pubblicazione?

Marco: L’atmosfera depressiva del lockdown è stata sicuramente una grande ispirazione per alcuni prossimi riff. Scherzi a parte, abbiamo lavorato molto per prepararci al nostro primo e unico live streaming, che fortunatamente è stato un grande successo, quindi abbiamo provato moltissimo per preparare uno spettacolo che lasciasse un bel ricordo per tutti. Attualmente stiamo scrivendo più materiale possibile, ognuno un po’ per conto suo e a breve ci vedremo per selezionare qualcosa su cui poggiare le fondamenta di un prossimo disco.

Siete stati proprio sfortunati: il disco arriva nelle case e non potete portare in giro sui palchi la vostra musica. Credo che il danno sia non di poco, anche a livello personale il live dopo tanto tempo speso in sala prove e studio di registrazione è quasi “necessario”. Come vi state organizzando per il 2021? Farete qualcosa nei prossimi mesi, magari di intimo e acustico?

Marco: Per ora il primo esperimento del live streaming che abbiamo fatto a luglio e che potete ancora vedere su Youtube (lo trovate QUI, ndMF) è stato sicuramente un primo ottimo risultato. Purtroppo mettere su uno spettacolo di questo tipo ha dei costi molto elevati e ovviamente questo ci impedisce di poterne fare quanti vorremmo, ma almeno siamo riusciti a mettere questa prima pietra per far vedere al mondo che esistiamo.

Per il 2021 ci saranno concerti o state pensando a un nuovo disco/EP?

Marco: Entrambi. Abbiamo ricevuto alcune proposte molto interessanti per un paio di tour nel 2021 ma purtroppo ancora non abbiamo idea di come si evolverà la situazione mondiale. Purtroppo ci sono delle domande a cui ancora non possiamo darci delle risposte e come riprenderà la vita dei concerti nel mondo. Nel mentre l’unica cosa che possiamo fare è scrivere, registrare e far uscire materiale audio e video, e voglio preannunciarvi che a breve vedrete un altro nostro video online, molto, molto particolare.

Come sapete il mio è un sito dedicato al folk/viking metal. Qualcuno vede questa musica come metal con le zampogne, ma c’è qualche artista, magari tra quelli più “ricercati” tipo Enslaved ed Helheim che vi piacciono?

Marco: Beh partiamo con il presupposto che non ci sta nulla di male a fare metal con le zampogne, hanno fatto uscire cose assolutamente peggiori di questo nel panorama musicale mondiale, quindi ben vengano le zampogne. Per quanto riguarda il genere in particolare siamo persone che apprezzano moltissimo le sonorità folk “nordiche” e stiamo cercando di inserire influenze che virino anche in quella direzione, anche meno metal del previsto. Uno dei gruppi che stiamo ascoltando maggiormente di questo periodo sono i Wardruna…

Vi ringrazio per la disponibilità e rinnovo i complimenti per The Rain Under, mi è piaciuto un sacco e continuo ad ascoltarlo ancora oggi a distanza di mesi; potete aggiungere qualunque cosa, a presto!

Grazie mille per la disponibilità e per lo spazio, speriamo di vederci a breve appena si potrà tornare a suonare dal vivo!