Intervista: Shores Of Null

Ci sono poche realtà nell’attuale scena metal in grado di proseguire il percorso musicale iniziato con il primo disco e portarlo avanti con novità e voglia di evolversi senza per questo snaturare il proprio suono. Gli Shores Of Null arrivano con Beyond the Shores (On Death and Dying) al terzo disco, quello che una volta si diceva essere “della maturità”, e lo fanno con la faccia tosta di chi sa di avere tra le mani qualcosa di veramente eccezionale: un full-length composto da una sola canzone dalla durata totale di oltre trentotto minuti. Se musicalmente la formazione romana/abruzzese aveva già fatto gioire gli amanti del gothic/doom metal con i primi due lavori Quiescence e Black Drapes for Tomorrow, con Beyond The Shores (On Death and Dying) la band che vede Davide Straccione alla voce si è superata con un concept profondo, toccante ed emotivamente forte, andando a toccare quello che forse è l’ultimo tabù della società occidentale, ovvero quello della morte. La base è affidata allo studio de “Le cinque fasi dell’elaborazione del lutto” della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross; non solo gli Shores Of Null hanno realizzato una grande, affascinante canzone che non stanca nemmeno dopo ripetuti ascolti, ma sono stati in grado di incastrare parole e musica con maestria evitando i facili cliché nel testo e dando grande enfasi quando le parole lo richiedevano. A completare lo sforzo creativo, e per rendere il discorso artistico ancora più esauriente, gli Shores Of Null hanno realizzato insieme alla crew di Sanda Movies il videoclip/corto per la canzone, con immagini bellissime e struggenti al tempo stesso. Insomma, non si sta parlando della classica metal band che realizza il “classico” album, ma siamo al cospetto di un gruppo musicale in possesso di quel qualcosa in più che lo rende speciale.

Dopo essermi appassionato alla musica, il video mi ha letteralmente emozionato e non potevo non contattare la band per la chiacchierata che potete leggere qui sotto. Buona lettura!

Quando ho saputo che il vostro disco avrebbe contenuto una sola canzone dalla durata di quaranta minuti ho subito pensato a Crimson degli Edge Of Sanity. Riconosco che sia un pensiero che può avere chi si aggira sui quarant’anni, è stato così pure per voi?

Matteo: Io ne ho 30, e ho avuto quasi lo stesso pensiero! Ovviamente parliamo di un disco diversissimo rispetto a Crimson, ma in generale per me è stato bello unirsi a questo gruppo ristretto di dischi mono-traccia, per cui fra l’altro ho un debole. Tra i miei preferiti, oltre a Crimson c’è sicuramente anche Light Of Day, Day Of Darkness dei Green Carnation. Avvicinandoci sia in termini temporali che di sonorità, sicuramente nel gruppo abbiamo tutti apprezzato anche Winter’s Gate degli Insomnium. Comunque sono stati pensieri successivi alla composizione, non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo di voler comporre un disco di questo tipo.

Mi piacerebbe sapere come è nato il disco/canzone. Non credo che vi siate messi a tavolino dicendo “facciamo una canzone lunga quanto un cd”, ma che questa sia “cresciuta” col tempo fino ad arrivare alla durata finale. Come sono andate le cose?

Matteo: Esatto. Come dicevo prima, non eravamo partiti con l’intenzione di comporre un disco di una singola traccia, però c’era la volontà, anche per beghe contrattuali con la nostra vecchia etichetta (Candlelight/Spinefarm) che in quel periodo ci stava tenendo completamente bloccati, di fare qualcosa di molto diverso e sperimentale. Avevamo già un altro disco completamente registrato infatti, a cui però volevamo che fosse riservato un trattamento promozionale diverso rispetto a quello pessimo ricevuto da Black Drapes For Tomorrow. Così l’idea di liberarci di questi vincoli con un disco ‘extra’, l’ultimo che avremmo dovuto pubblicare con la vecchia etichetta, per poi cercare qualcosa di meglio con il quarto disco. Alla fine in realtà  siamo comunque riusciti a divincolarci dalla situazione in cui ci trovavamo, anche perché una volta finito ci siamo resi conto di amare alla follia questo disco che doveva essere solo un esperimento, e abbiamo voluto dedicarci ad esso con tutto l’impegno possibile.

Il testo è ispirato al lavoro della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross e in particolare “le cinque fasi dell’elaborazione del lutto”, ovvero le diverse fasi mentali che vivono le persone alle quali è stata diagnosticata una malattia terminale, ma anche le persone che stanno per perdere un proprio caro. Detto che il tema si presta benissimo alla vostra musica e tornando “seri”, qualcuno di voi ha studiato questo argomenti e il lavoro della Kubler-Ross?

Davide: Nessuno di noi è uno studioso della materia ma è un concetto che ci ha particolarmente affascinato, data la struttura dilatata del brano pensavamo si potesse prestare bene ad un approccio più narrativo. Ho scritto il testo focalizzando l’attenzione sulle sensazioni della persona morente, dalla fase di negazione a quella dell’accettazione finale. È un lungo e doloroso viaggio e ci piaceva rappresentarlo a modo nostro, prendendo la morte e il morire da un’angolazione diversa.

L’elaborazione del lutto è un meccanismo difficile e doloroso, ma anche estremamente affascinante per capire e conoscere meglio noi stessi e le persone che ci stanno attorno. Come e a chi è venuta l’idea di questo concept?

Davide: Ricordo che mentre il brano stava prendendo forma Gabriele mi suggerì di basare il testo sul lavoro della Kübler-Ross, in particolare sul suo libro del 1969 “La morte e il morire” (“On Death And Dying” in inglese, così come il sottotitolo del nostro disco). Così mi sono messo subito alla ricerca e ho letto il libro, uno studio fatto di interviste a malati terminali, estremamente innovativo per l’epoca, grazie alle quali la Kübler-Ross riesce a formulare le cinque fasi del lutto. Se te lo stai chiedendo, non ci sono stati lutti che hanno influenzato la scrittura, ma è innegabile che noi, in quanto esseri umani, non siamo e non saremo mai pronti ad affrontare la morte senza sofferenza, inoltre col passare degli anni ci troviamo a doverci confrontare con questo argomento sempre di più, il che ci ricorda la fragilità dell’esistenza.

Musicalmente la canzone è estremamente varia e ricca di spunti particolari, come l’utilizzo del pianoforte e del violino, ma è sempre ben presente il vostro marchio di fabbrica che fa dire “questi sono gli Shores Of Null”. L’idea di stare attenti per quaranta minuti consecutivi può spaventare, ma ascoltando la vostra musica non è per niente difficile e una volta terminato l’ascolto si riparte con un nuovo play. A tal proposito avevate “paura” di osare troppo e di chiedere uno sforzo insolito agli ascoltatori?

Matteo: Eravamo consapevoli che dal punto di vista commerciale e promozionale, tutto questo non avrebbe sicuramente giocato a nostro favore. La soglia di attenzione delle persone, come dimostra il funzionamento dei più moderni social network (TikTok ad esempio), è estremamente bassa, e pretendere che l’ascoltatore abbia 40 minuti di tempo da dedicarci è un qualcosa di rischioso ed ambizioso. Anche dal punto di vista dei servizi musicali di streaming come Spotify, l’idea non va di certo a nostro vantaggio: è infatti quasi impossibile venire inseriti in una playlist editoriale (quelle con centinaia di migliaia di followers, per intenderci) con una traccia di 40 minuti. Inoltre, anche se una persona dovesse ascoltare per intero il disco, verrebbe conteggiato un ascolto, mentre nel caso di un disco normale con una decina di tracce, ne verrebbero conteggiati dieci. C’è da dire però che per tutti la musica è stata sempre la cosa più importante, quindi non limiteremmo mai uno sviluppo compositivo solo per logiche di mercato. Questo allo stesso tempo non significa che ignoriamo queste logiche, anzi. Questo è il disco in cui lo sforzo promozionale profuso sia da noi come band che da Spikerot come etichetta è stato sicuramente il più alto della nostra vita come Shores Of Null, e i risultati sembrano incoraggianti. Tanto per tornare a Spotify, siamo passati da una media di 300 ascoltatori mensili ad una di 10000.

Quando vi ho visto la prima volta in concerto e non sapendo che tipo di musica aspettarmi, un’amica mi disse “un incrocio tra Enslaved e vecchi Opeth”. Queste band sono state importanti per la vostra formazione musicale? Ascoltando però Beyond The Shores (On Death And Dying) che è il vostro terzo studio album, mi sono venuti in mente i My Dying Bride per l’utilizzo di alcune melodie delle chitarre e i vecchi Katatonia per le atmosfere tetre in alcuni punti. Secondo il mio modesto parere, però, tutto il disco suona col vostro sound e credo che questa sia una cosa importantissima.

Matteo: Ho sempre visto questo gruppo come un mix tra diverse correnti. Quella gothic-doom, (Katatonia, Paradise Lost, My Dying Bride), quella del black metal più melodico (moderni Enslaved, Borknagar) e quella del death melodico (à la Dark Tranquillity per capirci). Non ci paragonerei agli Opeth dell’epoca death metal se non nella cupezza delle atmosfere, vista la differenze sia nelle strutture che nell’aspetto più prog delle loro composizioni, che sono sicuramente più tecniche delle nostre. Con questo album abbiamo virato decisamente più verso la prima di queste correnti, quindi su un doom più lento e dilatato, ma penso sia corretto quello che dici rispetto a una continua presenza di fondo del nostro sound, anche perché un disco di quasi 40 minuti a mio parere deve contenere una certa varietà al suo interno per non annoiare.

Nel disco ci sono molti ospiti e, non per togliere nulla agli altri, i più noti sono sicuramente Mikko Kotamäki (Swallow The Sun), Thomas A.G. Jensen (Saturnus) ed Elisabetta Marchetti (INNO). Come è avvenuta la scelta degli ospiti e avete pensato a loro nel momento della creazione delle parti musicali o una volta fatta la musica avete pensato “chi potrebbe starci bene”?

Matteo: La cosa è andata di pari passo con la composizione. Quando una parte della canzone veniva creata, spesso pensavamo subito a quale artista avrebbe potuto esaltarla. E’ stato così nel caso di tutti e tre i guest da te nominati. Siamo davvero contenti di averli non solo in piccole parti, ma in tutta la durata del componimento (come se fossero dei membri del gruppo a tutti gli effetti), e che abbiano accettato di volare direttamente in Italia per realizzare le composizioni vocali insieme a noi. E’ stato a tutti gli effetti un lavoro a più mani e il risultato ci soddisfa in toto.

I primi due lavori sono usciti per la Candelight Records, etichetta che è ben nota agli appassionati di metal. Il nuovo disco esce per la Spikerot Records, etichetta gestita dal vostro cantante Davide Staccione. Cosa vi ha spinto a pubblicare con un’etichetta “piccola” dopo aver lavorato con una storica? Forse la completa libertà per quel che riguarda tempistiche e promozione?

Matteo: Con Candlelight ci siamo trovati decisamente bene durante gli anni di Quiescence. Quando questa però fallì e fu inglobata da Spinefarm (sotto-etichetta della Universal) le cose cambiarono molto. Non solo la promozione del secondo disco fu completamente assente, ma l’etichetta stessa per gravi incapacità di gestione ci mise moltissimo i bastoni tra le ruote. Tanto per fare un esempio, la nostra musica e i nostri video venivano bloccati per motivi di copyright, comportando ritardi sulla pubblicazione letteralmente letali per la buona diffusione del disco. Non avevamo nessun tipo di controllo sulla nostra musica, e non potevamo farci niente, se non scrivere decine di mail a cui ricevevamo risposta  forse una volta su dieci, dopo settimane. Eravamo letteralmente bloccati. Per questo abbiamo preso la decisione di lasciare Candlelight/Spinefarm e accettare l’offerta di Spikerot, con cui abbiamo una collaborazione totale e contatti direttissimi, visto anche che il nostro Davide è uno dei soci. Abbiamo un controllo totale della nostra musica, ogni aspetto della promozione è coordinato, e come dicevo prima, i risultati si vedono.

Quando credi che il Covid-19 possa influenzare negativamente la buona riuscita di un album, visto che non è possibile promuoverlo dal vivo (e quindi fare girare il nome, ma anche incasso tra cd e magliette)? A tal proposito, farete qualcosa in streaming come fatto in estate dagli INNO?

Matteo: Sicuramente la influenza moltissimo. Oggi la maggior parte dei dischi che un artista al nostro livello riesce a vendere è ai concerti, e ovviamente anche andare in tour è il modo migliore per farsi conoscere. In questo periodo bisogna fare il 1000% per compensare questa situazione. Per quanto riguarda un live streaming, non è in programma, vista anche la situazione logistica della band. Tre componenti sono di Roma, Davide vive in Abruzzo, e io vivo in Olanda, il che crea chiaramente dei disagi vista la difficoltà di spostamento, ma non si sa mai.

Ho visto più volte il video/film (come lo vogliamo chiamare?) che avete realizzato e devo dire che mi sono emozionato ad ogni visione. Ne ho parlato con alcuni amici e tutti hanno avuto la stessa reazione, in particolare il ritornello “sit with me, hear the silence so loud”, con Davide all’interno del feretro che posa la mano all’altezza della mano della vedova… da lacrime. In realtà avrei diverse domande da fare, ma forse è meglio lasciare carta bianca a voi della band, con la libertà di raccontare tutto quello che desiderate sulla realizzazione di questo piccolo capolavoro.

Davide: come per ogni nostro video, dietro c’è Sanda Movies, ed in particolare Martina L. McLean, che su Beyond The Shores fa anche alcuni scream. Martina è abilissima ad assorbire le tematiche e a tradurle in immagini, ed in questo caso credo si sia superata: un video per un intero brano di quasi 40 minuti credo non sia mai stato concepito finora e chiaramente non è stata un’impresa facile. Salvo qualche imput da parte nostra, e da parte mia soprattutto per la scelta di parte delle location, tutto il lavoro è stato svolto da Sanda Movies, che ha ricamato una storia a dir poco da pelle d’oca. Il fatto di voler lasciare il testo in sovraimpressione è stata una scelta fatta all’ultimo, letteralmente pochi giorni prima di andare online, poiché ci siamo resi conto che, così facendo, si riuscisse ad apprezzare al meglio anche il video stesso, creando un tutt’uno tra musica, parole e immagini. Abbiamo inserito anche i sottotitoli in italiano, opzionali, per offrire la stessa esperienza “multisensoriale” anche a chi non padroneggia l’inglese. La scelta dei luoghi, la montagna, gli spazi aperti, il carro funebre, il cimitero, la vedova, tutto concorre a creare una visione della morte e del morire, delle sensazioni che essi portano con se, dell’impatto che questi eventi hanno su se stessi e sui propri cari.

Una volta entrati in studio avete registrato ben due dischi: il presente Beyond The Shores (On Death And Dying) e il successore. Anche se il nuovo Beyond The Shores è ancora freschissimo, si possono avere delle informazioni sul prossimo album? Non potevate fare come i Guns n’ Roses e pubblicare due dischi separati ma in contemporanea? Si scherza eh, anche gli Arstidir Lifsins hanno inciso due album nella stessa sessione in studio, ma i cd sono usciti a un anno di distanza per ovvi motivi…

Matteo: Non abbiamo mai considerato l’idea di pubblicare due dischi in contemporanea. Pensiamo che entrambi ne perderebbero in termini di attenzione ricevuta, e inoltre le spese per la produzione e la promozione di un disco sono davvero enormi, figuriamoci per due! Davvero non sarebbe stato possibile. Del disco futuro possiamo dire che sarà un disco standard rispetto alla struttura, quindi con più tracce, e che rappresenta una naturale evoluzione del nostro sound, dopo Quiescence e Black Drapes For Tomorrow.

Siamo arrivati alla fine dell’intervista. Intanto vi ringrazio per il vostro tempo e ci tengo a farvi di nuovo i complimenti per un disco davvero bello e profondo come poche volte capita di ascoltare. Volete aggiungere qualcosa?

Davide: Grazie mille per il supporto, spero piaccia anche ai lettori. Vi ricordiamo che potete trovare il nostro disco sia in cd che in vinile ma anche merch su Spikerot.com e su shoresofnull.bandcamp.com

In studio con Mikko Kotamäki degli Swallow The Sun e il produttore Marco “Cinghio” Mastrobuono

Apocalypse – Pedemontium

Apocalypse – Pedemontium

2021– full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Erymanthon Seth: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Prologue – 2. Pedemontium – 3. Dark Mountain – 4. I Died By The Mountainside – 5. Crystal Eyes – 6. The Trail Of Ice – 7. Mountain Soul – 8. The Lake Of Witches – 9. The King Of Stone – 10. Epilogue

Quarto disco in soli tre anni (o quinto, se si considera anche il tributo To Hall Up High – In Memory Of Quorthon del 2019) per il progetto Apocalypse, realtà piemontese creata dal polistrumentista Erymanthon Seth. Nonostante la giovane età del mastermind, Apocalypse ha una precisa identità musicale, piuttosto fedele alla linea dei Bathory sia del periodo epic/viking che quello meno glorioso del thrash/death. Rispetto al recente passato le novità sostanziali sono due, entrambe molto interessanti: la prima riguarda la pubblicazione, finalmente in formato fisico ad opera dell’italiana Earth And Sky Productions, mentre la seconda concerne i testi che vanno a formare una sorta di concept sul Piemonte e le sue affascinanti bellezze naturali.

Il cd è composto da dieci tracce (intro, outro e otto canzoni) per un totale di sessantasei minuti. La musica e i testi sono opera di Erymanthon Seth, ma come in passato non mancano quelle impreviste quanto piacevoli incursioni nella musica classica (J.S. Bach in particolare) che rendono il tutto ancora più accattivante. La musica, com’è facile intuire da quanto detto fino a questo momento, è fortemente debitrice ai Bathory e tutto, dalla voce sgraziata al suono delle chitarre, sembra essere un sincero tributo all’arte di Quorthon.

Passato l’intro Prologue ci si ritrova faccia a faccia con il muro di chitarre di Pedemontium che, in un certo senso, ricorda le pareti ripide delle alte montagne, quelle pareti che da sempre sono una sfida per gli alpinisti. I suoni sono organici e naturali, sicuramente migliori rispetto al passato, perfetti per questo tipo di musica caratterizzato da tempi medi e riff granitici. La vetta si raggiunge con Dark Mountain, brano epico e graffiante, squisitamente dark prog con quell’hammond che tinge tutto di scuro e dà una forte personalità alla canzone. I Died By The Mountainside è una dichiarazione chiara e diretta – come la musica -, ben diversa da Crystal Eyes, una sorta di ballad molto intensa che piazzata a metà disco riesce perfettamente a dividere in due Pedemontiume ripartire con grande energia con il successivoThe Trail Of Ice, pezzo nel quale le melodie di stampo folk si fanno particolarmente importanti e che porta a Mountain Soul, altro mid-tempo massiccio e quadrato che però nulla aggiunge a quanto detto fino a questo momento. L’arpeggio di chitarra acustica introduce The Lake Of Witches che, come facilmente intuibile, lascia presto il posto alle chitarre dure di Erymanthon Seth il quale, in fase di canto, si sforza non poco sfiorando volontariamente la “stecca” più di una volta. Monte Viso(o Monviso) con i suoi 3841 metri di altezza, oltre a essere la copertina del disco, è al centro dell’attenzione in The King Of Stone: l’intro di Bach e la costante presenza dell’organo su un giro di chitarra semplice e ripetitivo fanno sì di ascoltare una composizione che entra di prepotenza nella testa dell’ascoltatore, un vero inno viking di rara bellezza. La conclusione del cd è affidata a Epilogue, strumentale di buona fattura che svolge egregiamente il proprio lavoro.

Pedemontium suona sincero, onesto, fatto con il cuore. È un tributo a una terra e alle sue bellezze e il fatto che ad accompagnare la musica ci sia un cd con un bel booklet di dodici pagine con fotografie di montagne e laghi non fa altro che accrescere l’interesse verso questa pubblicazione. Nonostante la giovane età di Erymanthon Seth i dischi pubblicati sono molti per Apocalypse, realtà che sembra aver trovato la sua dimensione e che con questo Pedemontium tira fuori un piccolo gioiellino di viking metal.

Intervista: Sur Austru

Il nuovo disco Obârşie conferma la bravura dei romeni Sur Austru: ma c’era bisogno di questo lavoro per saperlo? Il passato di Tibor Kati e soci parla da solo, così come Meteahna Timpurilor full-length di debutto risalente a due anni fa. L’uscita del nuovo cd è l’occasione per parlare con i musicisti e sapere come vanno le cose nella zona di Timisoara.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Benvenuti su Mister Folk! Per prima cosa complimenti per il nuovo Obârşie, un disco valido dal primo all’ultimo secondo e che in alcuni passaggi mi fa venire la pelle d’oca. In quale maniera avete lavorato al vostro secondo album? Il Covid-19 ha in qualche modo influenzato lo svolgimento delle prove o delle registrazioni?

Ciao! Siamo davvero felici che il nostro nuovo album ti piaccia, e che la nostra musica abbia toccato la tua anima! 🙂 Abbiamo composto questo album lo scorso anno, approfittando in qualche modo di questa pandemia. Tutti i nostri concerti, più le partecipazioni ai festival, erano stati cancellati, quindi abbiamo deciso di concentrarci sulla creazione di nuova musica. Abbiamo lavorato sui brani da casa, per la composizione e tutte le varie prove; quando il lockdown è terminato, siamo entrati in studio e abbiamo registrato il tutto.

La parola Obârşie in romeno ha un significato profondo: mi piacerebbe che ce ne parlaste per permetterci di capire appieno cosa intendete voi per Obârşie.

Obârşie è un concept album (pensato per essere il primo di una trilogia): i brani sono legati insieme da un unico filo conduttore, e il miglior modo per apprezzarlo fino in fondo, a livello sonoro e testuale, è ascoltarlo tutto d’un fiato! La parola Obârşie significa “origine”, che si tratti di una sorgente di montagna o di una cerimonia di iniziazione.

Obârşie è la trasposizione musicale del vostro modo di vedere il mito dei Solomonari: volete parlare di questi personaggi poco conosciuti in Italia, ma che destano curiosità?

Con Obârşie manteniamo la nostra visione e interpretazione del mito dei Solomonari, le entità magiche che controllano la pioggia, il tuono e il vento, che possono scatenare tempeste e guarire le anime perdute. I Solomonari venivano ingaggiati dal popolo: erano esperti di arti magiche, in grado di comprendere il linguaggio degli animali e di cavalcare draghi. La tradizione vuole che siano poi divenuti gli apprendisti del Diavolo, sia nel caso in cui fosse stato egli stesso ad istruirli, sia che fossero semplicemente i suoi servitori.

Musica e folklore: in quale maniera vi siete avvicinati al metal estremo e ai racconti folkloristici? Nel mio immaginario c’è qualcuno della famiglia che quando eravate piccoli vi racconta storie e leggende locali e la cosa vi ha segnato fino al punto da portare in musica queste leggende. Come sono andate le cose?

La nostra musica è fortemente influenzata dal folklore romeno: a livello testuale, contiene la nostra personale interpretazione di miti, leggende e tradizioni locali; a livello musicale, per via dell’utilizzo di strumenti sacri tradizionali. Tutto ciò fa parte della nostra cultura, qui in Transilvania. Dato che amiamo il metal e siamo cresciuti ascoltandolo, ci è venuto naturale unire questi due elementi e aggiungere quanti più “aromi” possibili, per creare l’atmosfera caratteristica dei Sur Austru. Non posso dire che ci siano state raccontate molte storie riguardo il nostro folklore locale, quando eravamo bambini…credo che preferissimo “Tom & Jerry”. Ma più diventavamo grandi, più a sua volta cresceva il nostro interesse nei confronti di antichi miti e leggende. Tutto ciò ci ha aiutati a comprendere meglio le nostre origini, e a maturare a livello individuale.

Ho notato che nel nuovo lavoro è presente in maniera massiccia la voce pulita: una scelta prettamente musicale? Tra l’altro, così facendo, quando i ritmi si fanno serrati e il cantato diventa growl c’è una forte rottura e le parti estreme delle vostre canzoni risaltano maggiormente.

Abbiamo sempre guardato con grande attenzione alle parti cantate, ma in Obârşie abbiamo voluto spingerci oltre i limiti, e credo che il risultato finale sia soddisfacente. Il growl è profondo, mentre il cantato pulito e i cori sono… inquietanti. In questo caso, i suoni provenienti dai vari strumenti e le voci si combinano, idealmente si mescolano insieme, e conducono al risultato finale.

Con i Negură Bunget avete fatto uscire i dischi con il bellissimo formato 28×28 con diversi dischi e una marea di pagine con foto, informazioni e testi. Devo ammettere che per i dischi di Sur Austru mi aspettavo qualcosa di particolare, almeno un box in legno e cose così. Come mai la decisione di pubblicare cd e vinili in maniera canonica? Forse per focalizzare maggiormente l’attenzione degli ascoltatori sulla musica? Oppure è un semplice discorso economico?

Beh, sai bene che i Negură Bunget erano un nome piuttosto famoso nella scena metal, con numerosi album pubblicati in 25 anni di attività. Dopo molti anni, e molti album, hanno avuto la possibilità di pubblicare simili edizioni deluxe delle loro release. Crediamo che per una band agli esordi, come i Sur Austru, le edizioni attuali siano più che sufficienti: abbiamo entrambi i nostri album in formato vinile (sia nero, sia a colori) pressati a 45 RPM, per gli ascoltatori più esigenti, e anche i CD hanno un aspetto molto “affascinante”.

A proposito della grafica dei dischi, volevo dire che il “taglio” centrale delle copertine è davvero bello e a memoria non ricordo di aver visto qualcosa di simile? C’è qualche storia dietro a questa idea, tipo che la parte mancante può essere vista come una porta d’ingresso al mondo Sur Austru?

Abbiamo dato un’attenzione particolare all’artwork dell’album, e alla fine siamo giunti all’idea che ha portato alla creazione di questa edizione deluxe in digipack, con un DIE-CUT nella parte frontale della copertina e un UV spot. In realtà, ci sei andato molto vicino… è una sorta di “portale”, che permette di guardare dall’esterno (cioè il mondo reale) verso l’interno (ovvero, il mondo dei Sur Austru, pieno di magia e mistero).

Ho visto i video del concerto con l’orchestra filarmonica Arad: se non fosse stato per il maltempo sarebbe stata una bellissima serata! Siete soddisfatti dell’esperienza e ci saranno nuove occasioni in futuro? Pensavo che il dvd del concerto potrebbe essere un buon bonus per una prossima uscita.

Il nostro progetto più ambizioso prevedeva di suonare tutto il nostro album di debutto in presenza di un’orchestra e di un coro completi (per un totale di più di 80 musicisti coinvolti). Ci siamo imposti degli standard molto elevati, abbiamo concepito il progetto “Su Austru Simfonic” e lo abbiamo realizzato in una tempestosa notte d’estate. È stata un’esperienza trascendentale, sia per noi, sia per il pubblico! La pioggia era lo scenario perfetto per una performance indimenticabile.

Tempo fa avete scritto su Facebook che ci sarebbe stato il terzo e ultimo disco dei Negură Bunget riguardante la Trilogia Transilvana. Come stanno procedendo i lavori e si ha idea di quando lo potremo ascoltare?

Tutto ciò che rappresenta il nome e l’eredità dei Negură Bunget appartiene alla moglie di Negru, compresa la pagina Facebook e i relativi annunci. Sappiamo che la terza parte della Trilogia è pronta, ed è la label che deciderà la data di uscita.

Nella recensione ho scritto che la vostra musica fa venire voglia di conoscere la Romania e la vostra zona in particolare. Dovete sapere che per i miei 40 anni stavo programmando un viaggio in Romania per visitare Timisoara e i luoghi bellissimi visti in foto su Tau e Zi (ho gli artbook). Il Covid-19 ha purtroppo bloccato tutto, ma mi piacerebbe sapere cosa voi consigliate di visitare assolutamente in caso di viaggio dalle parti di Timisoara.

In realtà noi proveniamo da Arad, una città vicina a Timisoara. Siamo “vicini” del Banat, ma se mai viaggiassi dalle nostre parti, sarebbe bello prenderci una birra insieme, e magari anche della țuică. (chiaramente non vedo l’ora! ndMF)

Com’è la situazione in Romania a proposito del Covid-19? Come state affrontando questo momento di fermo, almeno per quel che riguarda i concerti?

Temo che la situazione stia peggiorando, la terza ondata è in arrivo anche qui, cercheremo di restare in salute, nel corpo e nello spirito. E per i live, nella seconda metà dell’anno forse sarà possibile farli di nuovo, staremo a vedere…

Grazie per questa intervista e complimenti per i dischi pubblicati! Volete aggiungere qualcosa per i lettori del sito?

Grazie a te per il tuo interesse! Abbi cura di te e continua ad ascoltare buona musica, aiuta sempre 🙂 A presto!

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! First of all, congratulations for your new work Obârşie, a really valiant album from the beginning to the end: some passages really gave me goosebumps. How did you work on your second full – length? Has the ongoing pandemic influenced your rehearsals or the recording process?

Hello Mr. Folk ! We’re glad that you like our new album “Obârşie” and that our music is touching your soul 🙂 We must say that we did somehow take advantage from this pandemic and did compose this album last year. All our concerts and festivals were canceled so we decided to focus on making new music. We worked, composed and practiced the songs from home and when the lock down was over, we entered the studio and recorded everything.

The Romanian word Obârşie has a really deep meaning: I would like you to talk about it, in order to allow us to better figure out your idea about this concept.

“Obarsie” is a conceptual work (planned to be the first from a trilogy), songs are bound together and the best way to enjoy it, both sonically and texturally, is listening to it in the same breath! “Obarsie” means origin, whether it is the source of water in the mountain or it can be an initiation ceremony.

Obârşie represents the musical transposition of your own personal view about the myth of Solomonar. Would you like to tell us more about these characters, who arouse a lot of curiosity, despite being almost unknown in Italy?

With Obârşie we continue with our vision and interpretation of the myth of “Solomonari”, the magical entities, who summon rain, thunder and wind, who can raise storms and heal lost souls. “The Solomonari” are recruited from the people, they are taught their magic and the speech of animals and become capable of riding the dragons. Tradition says they became the Devil’s apprentices, either being instructed by him, or becoming a servant to his commands.

Music and folklore: how did you approach to extreme metal music and folk tales? In my personal image, some members of your families told you local stories and legends when you were children, and you were so touched that you decided to put all of this into music. Did things go this way?

Our music is strongly influenced by Romanian folklore, lyrically by our interpretations of old myths, legends and local lore, and musically by using old traditional and sacred instruments. It is part of our culture here in Transylvania. As we also love metal and we grew up with it, it came natural to mix these two elements and to add as much “spices as we could to create Sur Austru’s atmosphere. I can’t say that we were told so much stories about our folklore when we were kids, I guess we always prefered Tom and Jerry … but as we matured, so did the interest in old legends and myths grew. It also helped us to undestand our origins better and to develop as individuals.

I have noticed that clean vocals are a really strong presence in your last work: is it a strictly musical choice? Among other things, in this way an evident breakdown occurs when rhythm becomes faster and vocals turn to growl. As a result, also the extreme sections of your music are enhanced.

We always were taking the vocal parts very seriously, but with “Obarsie” we ‘pushed’ our limits and I think the results are satisfying. The growling is deep and the clean voices and choruses are haunting. In this case, the combination of sounds from many instruments and the voices blends ideally together and it delivers the final result.

With Negură Bunget, you released your full-lengths in an amazing 28×28 size, including albums, photos, info and lyrics. I admit that I expected something unusual about Sur Austru’s releases, for example a packaging in the shape of a wooden box, or sort of thing. Why have you decided to release your CDs and vinyls with a “canonical” appearance? Perhaps you made this choice to lead listeners to focus more on music, or is it just a matter of lower production costs?

Well, you know that Negura Bunget was a quite big name in the metal scene, with many albums in its almost 25 years activity . After many years and albums they did manage to release such deluxe boxes and editions of their releases … We think that for a debutant band as Sur Austru, our edition are more than accomplished , we have both our albums on vinyl (black and coloured) pressed at 45 RPM for best audiophile listening and the CD’s have also a ‘charming’ presentation.

About the albums’ graphics, I would like to tell you that the idea of putting a “cut” image at the center of the cover is really interesting, in my opinion; according to my memory, I haven’t seen something similar before. Is there any particular reason behind this idea? For example, maybe this “missing part” can be considered as a sort of “gate” on Sur Austru’s world?

We gave a special attention to the artwork of the album and we came up with the idea of this deluxe digipack edition with DIE-CUT front and UV spot. Actually you are pretty close … it is a ‘gate’ where you can look from the outside (the real and actual world) into inside (Sur Austru’s own realm of magic and mistery).

I have watched the videos filmed during your concert with Arad Philharmonic Orchestra: it would certainly have been a great evening, if it were not for the bad weather! Are you satisfied with that experience? Will there be any other occasions in the future? Personally, I think that a DVD of that concert might be a good bonus for your next release.

Our most ambitious project was to play the debut album with a full orchestra and full choir (with more than 80 musicians involved). The standards we set for ourselves were very high, so “SUR Austru Simfonic” project was conceived and it did happen on a stormy summer night. It was a transcendental experience for both the public and us ! The rain was just the perfect setup for an unforgettable performance. We might consider to release it as a DVD in the future.

Some time ago you published a post on your Facebook page, saying that the third and last part of Negură Bunget’s Transylvanian Trilogy will be released. How is work progressing? Is there a possible release date already?

Everything that represents the name and the legacy of “Negura Bunget” belongs to Negru’s wife, also the Facebook page and all its announcements. We know that the last part of the Trilogy is done and it’s the label choice if and when it will be released.

In my review I wrote that your music invites listeners to discover more about Romania, especially your region, the Banat. I was planning a trip to Romania to celebrate my 40th birthday: the itinerary would have included Timisoara and all the wonderful places represented in Tau e Zi photos (yes, I have the artbooks!). Unfortunately, Covid-19 ruined all my plans, but I would like to ask you for some recommendations about special places to visit in Timisoara.

Actually we are from Arad, a city near Timisoara. We are neighbours with the region of Banat, but if you manage to travel in this part of the world, we’ll love to have a beer and maybe some ‘tuica’ together.

How is the situation in Romania, speaking of the pandemic? How are you dealing with it, especially regarding the block on live shows?

The situation it’s getting worse I think, the third wave it’s almost here also, we’ll try to stay healthy in body and spirit. As for the live shows, I think maybe in the second half of the year it will be possible, we’ll see…

Thank you very much for this interview, and congratulations for your amazing work! Would you like to add something for our readers?

Thank you for your interest ! Take care and listen to good music, it always helps 🙂 Cheers !

Troll Bends Fir – Brothers In Drink

Troll Bends Fir – Brothers In Drink

2011 – compilation – Screaming Banshee/Histomedia

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Troll: voce, chitarra – Skjeldi: basso – Alex: batteria – Jethra: voce, whistle, flauto – Elias: violino

Tracklist: 1. Brothers In Drink – 2. Hoplnir – 3. Beer Mantra – 4. Ass-Shaking Dance – 5. Octoberfest – 6. Ave Celia! – 7. Kamarinskaya – 8. Catch A Salmon! – 9. Little Mug Of Dark Ale – 10. Troll’s Rise – 11. Humppa Is My Neighbour

La scena russa, per quel che concerne il folk-pagan metal, è praticamente infinita, ancora oggi non troppo conosciuta, in grado di evolversi senza distaccarsi dalla tradizione e capace di riservare piacevoli sorprese quando meno lo si aspetta. Oggi si parla dei Troll Bends Fir, band attiva da inizio millennio e autrice del disco in questione, Brothers In Drink, quinto capitolo della loro discografia, pubblicato nel 2011. In realtà l’album non è un vero e proprio full-length, bensì la raccolta dei due antecedenti EP Octoberfest e Hoplnir, rispettivamente del 2010 e dell’anno successivo, all’epoca disponibili solamente in Russia. Grazie al lavoro dell’etichetta tedesca Screaming Banshee/Histomedia, Brothers In Drink è reperibile in tutta Europa. Per rendere l’operazione ancora più appetitosa è stato aggiunto un inedito che vede la partecipazione del cantante dei Korpiklaani Jonne Järvelä.

Musicalmente i Troll Bends Fir portano avanti fin da inizio carriera un folk metal dalle svariate influenze, che vanno dal medieval rock di stampo teutonico al folk metal scandinavo, senza dimenticare, ovviamente, il sound della loro terra natia, la Russia. Quel che ne viene fuori è un folk interessante, abbastanza personale anche se con chiari riferimenti ad altre scene, ben equilibrato tra i festosi tempi in levare e mid-tempo più riflessivi ed intimistici. L’apertura è affidata alla titletrack, canzone veloce e divertente, con il whistle di Jethra presente in tutti i tre minuti di durata. La composizione è semplice, così come sono elementari i riff di chitarra, ma non per questo non azzeccati. Con la successiva Hoplnir il discorso non cambia: tempi sostenuti e strumenti a fiato a creare melodie gioiose. Fa la prima comparsa anche la voce di Jethra, che ben si alterna con quella di Troll, più ruvida e sporca. Beer Mantra, dopo un inizio tranquillo, parte sparata tra doppia cassa e tin whistle, in quello che è un grande invito a ballare e divertirsi tutti insieme, possibilmente sotto una pioggia di birra. Molto bella la lunga parte centrale, maggiormente soft e ricercata, prima del ritorno delle sonorità festaiole. Titolo esplicativo quello della terza traccia, pur senza essere la più “movimentata” del lotto e nonostante il violino di Elias in grande evidenza: Octoberfest rimarca una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, il legame dei Troll Bends Fir con il mondo alcolico e il far festa ad ogni occasione possibile. Si cambia registro per Ave Celia!, lirica dal sapore gotico medievale, nonostante un gran lavoro di flauto e violino e qualche richiamo al mondo folk. La canzone, scelta come singolo dal gruppo, è piuttosto lunga per gli standard del combo di San Pietroburgo (quattro minuti e mezzo la durata), e presenta un cantato prima, e un coro poi, molto evocativo, facendo di quella che potrebbe essere vista come una mosca bianca un interessante punto d’incontro tra il gothic e il folk. Si torna alla spensieratezza grazie a Kamarinskaya, mezza filastrocca e mezza ballata popolare, divertentissima e ritmata, probabilmente il momento più goliardico dell’intero Brothers In Drink. Grande prova tecnica e di gusto per il whistle della bravissima Jethra in Catch A Salmon!, simpatico breve strumentale. Nuova alternanza vocale in Little Mug Of Ale tra la flautista e il rustico Troll; il brano è molto tranquillo, quasi una ninna nanna musicata, per un risultato particolarmente delicato e piacevole. Si viaggia nella penisola scandinava grazie a Troll’s Rise, tra Otyg e Glittertind d’annata, con un pizzico di germanica attitudine alla Odroerir. Folk metal delicato, ben eseguito e di gran gusto. Chiude Brothers In Drink la veloce Humpa Is My Neughbour, canzone inedita che vede la presenza di Jonne Järvelä: il ritmo è elevato e ben si adatta al particolare stile del cantante finlandese, per un risultato davvero buono.

I quarantacinque minuti del cd scorrono velocissimi, le canzoni sono tutte piacevoli e non ci sono momenti di stanca tra le undici composizioni e, ciliegina sulla torna, il brano nuovo è tra i migliori di Brothers In Drink. I musicisti compiono tutti la loro parte con semplicità ed efficacia, anche se una nota di merito va senza dubbio alla talentuosa Jethra, vero cuore pulsante del sound dei Troll Bends Fir. Come suggerisce il titolo, musica adatta per passare una serata con i propri amici tra risate e birre.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Intervista: Hand Of Kalliach

John e Sophie sono marito e moglie e hanno dato vita al progetto Hand Of Kalliach: la coppia scozzese ha da poco realizzato l’EP Shade Beyond, quale occasione migliore, quindi, per scambiare due chiacchiere con i musicisti di Edimburgo? Al centro dell’intervista, chiaramente, il primo lavoro in studio tra musica, influenze e testi. Buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Benvenuti su Mister Folk! Iniziamo parlando della nascita della band: sappiamo che siete marito e moglie, vorrei quindi chiedervi quando avete deciso di suonare insieme e, tingiamo questa pagina di “rosa”, come vi siete conosciuti e se la musica c’entra qualcosa con il vostro incontro.

John: Grazie a te per averci accolti! Entrambi abbiamo suonato insieme per alcuni anni, semplicemente in casa, ma la scorsa estate, durante il lockdown del Regno Unito causato dalla pandemia di COVID – 19, abbiamo iniziato seriamente a scrivere musica. Abbiamo parlato di questo progetto per diverso tempo, e le restrizioni hanno funto da stimolo per realizzarlo.

Sophie: In realtà ci conosciamo sin dai tempi della scuola, anche se più avanti ci vedevamo meno di frequente. La passione per il metal è qualcosa che abbiamo sempre condiviso, e già a quei tempi ne parlavamo moltissimo!

Avete scelto il nome Hand Of Kalliach: cosa significa e perché questa scelta?

Sophie: “Kalliach” è un gioco di parole su “Cailleach”, che è il nome di un’antica divinità scozzese (una strega divina) legata all’inverno. Nella mitologia scozzese, la leggenda narra che questa strega viva in fondo a un enorme gorgo (chiamato Corryvreckan, il terzo più grande del mondo) al largo della costa dell’Isola di Islay, da cui provengono alcuni membri della famiglia di John.

John: Una leggenda narra che la strega emerga dal vortice per accompagnare l’inverno, e nel folklore assume numerose connotazioni negative; ma a parte questo, è anche una divinità creatrice, e la nostra musica si incentra proprio su questo dualismo tra benevolenza e malevolenza, oltre che sulla storia, sulla mitologia e sui paesaggi delle isole scozzesi. Ma l’idea dell’ “antica divinità dell’inverno che vive sotto il grande vortice”… mi è sempre sembrata piuttosto metal, anche quando ero ormai cresciuto!

La vostra musica è di difficile collocazione: credo che sia una caratteristica che abbiate in un certo senso cercato, ma vorrei chiedervi come descrivereste la vostra proposta a chi non ha mai avuto modo di ascoltarvi.

John: Decisamente era questo il nostro intento, ciò che volevamo fare era mescolare parti del folklore scozzese assieme ad elementi di sottogeneri metal che apprezziamo particolarmente, e che meglio si adattano alle melodie celtiche da cui partiamo. In origine definivamo il nostro genere semplicemente come “Celtic Metal”, ma ci sono giunti vari commenti in cui gli ascoltatori lo hanno definito folk, death, black, prog…e la lista potrebbe allungarsi!

Sophie: Markus di MetalMessage, che ha gentilmente lavorato con noi, era un grande fan del nostro genere, e ci suggerì la definizione “Atmospheric Celtic Metal”, che in realtà ci piace molto: l’atmosfera e le influenze scozzesi sono esattamente ciò che vogliamo catturare assieme al suono, dunque l’utilizzo di elementi melo/death/black aggiunge corposità al tutto.

Nell’EP Shade Beyond ci sono molte chitarre e pochissimo spazio agli strumenti tradizionali. Una scelta chiara a livello stilistico, dettata da quale volontà?

John: Hai assolutamente centrato il punto, abbiamo scelto appositamente di utilizzare al minimo gli strumenti tradizionali. Gli elementi chiave che abbiamo estrapolato dalla musica folk scozzese sono le strutture estremamente melodiche, le chiavi, i ritmi e le indicazioni dei tempi. Sebbene apprezziamo molto l’utilizzo degli strumenti tradizionali in gran parte del folk metal contemporaneo, nella nostra musica adattiamo i ritmi e le melodie del nostro folklore alle chitarre distorte. Per esempio, in Fathoms, la melodia principale è in realtà quella che si può ascoltare dalle cornamuse… ma noi pensiamo che si possa adattare molto bene a una chitarra distorta.

Sophie: Lo stesso avviene per la chitarra principale in Overwhelm: si tratta del tipo di melodia che viene suonata dal fiddle (il violino scozzese), riprodotta utilizzando la stessa chiave e lo stesso ritmo su una chitarra. Questo rende più potente e tagliente un suono che altrimenti risulterebbe quasi fatato, donandogli una nuova dimensione. Facciamo anche uso del gaelico scozzese, che è una lingua meravigliosa per il metal: ci sono moltissimi suoni gutturali che si adattano benissimo al nostro sound, quando John li urla!

Ci sono band che fanno largo uso di strumenti folk e che vi piacciono? Quali sono i gruppi che maggiormente vi hanno influenzato come musicisti e come Hand Of Kalliach?

John: Abbiamo gusti piuttosto ampi, che coprono sia numerosi sottogeneri metal e rock, sia il folk tradizionale. Per quanto riguarda il metal, sono un grande fan del melodic/technical death (in particolare sul tipo di In Flames e Fallujah), e sono molto ispirato da band come i Mastodon, che non rientrano in un unico genere: hanno creato un loro sound peculiare, mescolando tantissimi elementi e influenze diversi tra loro. Al di fuori del metal, ascolto un mix bizzarro di folk scozzese, downtempo, shoegaze… le mie playlist consigliate di Spotify a volte son un po’strambe!

Sophie: Io tendo di più verso un mix di speed e folk metal, come Primordial ed Eluveitie, anche se, all’infuori del metal, alcune delle mie band preferite si collocano maggiormente tra il folk e l’indie. La musica folk tradizionale è molto popolare in Scozia, e non c’è carenza di musica live a riguardo: questo ci ha ispirati nella scelta di utilizzare i suoi elementi nel nostro sound. Credo che la varietà stilistica nella nostra musica rifletta, probabilmente, le nostre diverse influenze.

La quarta canzone, White Horizon, suona inizialmente più leggera, con la voce di Sophie e un’atmosfera gothic che caratterizza questa composizione. Dell’EP è l’unica a suonare in questo modo: un esperimento, un’anticipazione sui prossimi lavori o un brano fine a sé stesso?

Sophie: Questo è un altro esempio in cui siamo partiti da una melodia tratta da un elemento del folk scozzese, in questo caso l’arpa celtica (tipicamente accompagnata da una voce femminile), e abbiamo poi costruito la canzone intorno ad essa. Mentre stavamo scrivendo la canzone, abbiamo pensato di passare la melodia interamente alla chitarra, come avvenuto per le altre tracce dell’EP, ma poi ci siamo resi conto che il suono dell’arpa si sposava benissimo con il vibrato e le chitarre black metal, creando l’atmosfera gotica e dark di cui parli, quindi abbiamo deciso di mantenerlo, per bilanciare il tutto.

John: Parlando della sequenza delle tracce, volevamo offrire un momento di “riflessione” dopo la seconda e la terza (piene di energia): la voce di Sophie, che intona le parti vocali iniziali seguendo un downtempo rallentato, contribuisce a questa atmosfera quasi ampia e rilassante. Ci piace molto il modo in cui cambia la dinamica dell’EP, e tornando all’ispirazione tratta dalla Cailleach, ricorda molto l’arrivo di un inverno oscuro, appena dopo una tempesta. Sebbene non possa risultare gradito a quegli ascoltatori che vorrebbero un suono categorizzato in maniera più rigorosa dai nostri lavori, vogliamo senza dubbio mantenere questo approccio, modificando il suono nel corso della registrazione, pur mantenendo un forte tema conduttore: dà sicuramente più ossigeno all’espressione.

Trovo la traccia conclusiva, In Tempest Wrought, la più interessante dell’EP, forse perché presenta a livello ritmico e musicale delle piccole novità che la rendono dinamica e sotto certi aspetti anche accattivante. Cosa pensate di quello che ho detto?

John: Sono davvero contento che tu la consideri come la più interessante, dato che è la mia preferita dell’EP! È stata l’ultima traccia che abbiamo composto, e ancora una volta siamo partiti da una melodia celtica (in questo caso, maggiormente ispirata alle cornamuse), modificandola per le chitarre, e abbiamo costruito la traccia da questo punto di partenza. Ero un po’titubante nel pubblicarla così com’è, dato che una durata totale di sette minuti potrebbe essere vista come un desiderio di concedersi troppe libertà, ma andando avanti con il lavoro ci siamo accorti che procedere in questo modo era sempre più la soluzione migliore.

Sophie: Credo che l’intro, con i suoi riff di chitarra piuttosto semplici, il cantato death e gli accordi aperti, contribuisca molto a collocare lo scenario del testo e a realizzarne l’atmosfera, specialmente per lo sviluppo successivo, quando si passa a una velocità raddoppiata lungo la traccia. In origine, avrei dovuto cantare alcune parti nella prima metà del brano, ma durante la registrazione ci siamo resi conto che l’atmosfera e il contrasto che si erano creati funzionavano molto meglio così com’erano, anziché introdurli soltanto nel breakdown, dopo l’assolo.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi, di cosa parlano?

Sophie: Scriviamo testi piuttosto astratti, ma legati a un tema portante in tutto l’EP, strettamente correlato al tempo, alla mortalità e alla mitologia. Ciò detto, dal nostro punto di vista personale i brani dovrebbero innanzitutto trasmettere il loro significato all’ascoltatore. Anche se abbiamo ben chiaro in mente quale debba essere, questo non vuol dire che sia ciò che il pubblico potrebbe voler ascoltare (o che abbia addirittura bisogno di ascoltare) quando si avvicina ai brani per la prima volta.

John: Anche paesaggi e i personaggi delle isole che si affacciano sulla costa est scozzese rappresentano una grande fonte di ispirazione. Laggiù si ritrova un punto di incontro tra le culture provenienti dalla Scozia, dall’Irlanda e dai Paesi nordici, e si tratta di luoghi che possono essere sia selvaggi e tempestosi, sia estremamente calmi e sereni. Abbiamo cercato di traslare questa dualità (presente sia nel paesaggio, sia nell’ambiente) non solo nei testi, ma nell’intero EP.

Com’è la scena metal in Scozia? Vi sentite parte di essa?

Sophie: A dire il vero, abbiamo una scena musicale abbastanza notevole in Scozia, ma per la maggior parte riguarda l’ambiente underground. Ad ogni modo, in ogni grande città è possibile trovare locali in cui si esibiscono band metal, e tutte hanno stili molto diversi tra loro.

John: La nostra più grande sfida, probabilmente, è stata quella di iniziare a comporre nel pieno delle restrizioni da COVID-19, quindi non abbiamo avuto la possibilità di radunare volontari disposti a preparare live show insieme a noi. In ogni caso, si tratta di una scena molto accogliente, e non vediamo l’ora di tornare a farne parte quando i locali riapriranno.

State lavorando a della nuova musica?

Sophie: Certamente! Siamo davvero onorati di tutti i giudizi positivi che abbiamo ricevuto, e a dirla tutta, la cosa ci ha anche colti abbastanza di sorpresa: il nostro è un progetto abbastanza insolito, e non avremmo mai immaginato che avrebbe raggiunto così tante persone. Durante la fase di composizione, lo abbiamo immaginato essenzialmente come un progetto guidato dalla passione. Comunque, abbiamo registrato un grandissimo numero di ascolti da quando abbiamo pubblicato il lavoro, a dicembre 2020, e le recensioni sono state molto lusinghiere: siamo davvero colpiti dal fatto che sia stato apprezzato da un pubblico così vasto, e sicuramente tutto ciò rappresenta un grande stimolo ad andare avanti.

John: Assolutamente, un simile riscontro non ha fatto altro che motivarci ancora di più; al momento abbiamo alcuni brani in produzione, nell’ottica di pubblicare un intero album nel 2021, preceduto da alcuni singoli.

John e Sophie, grazie per aver risposto alle mie domande, volete aggiungere qualcosa e salutare i lettori di Mister Folk?

John: Grazie mille! Vorremmo inoltre ringraziare calorosamente tutti coloro che ci hanno sostenuti, inclusi i giornalisti come te: vi siamo immensamente grati, e apprezziamo davvero chi sostiene il metal underground.

Sophie: Sono d’accordo, la comunità metal internazionale è stata davvero calorosa e incoraggiante nei nostri confronti, grazie di cuore. Se qualcuno tra i tuoi lettori volesse tenersi aggiornato, può seguirci su Spotify, Bandcamp e sulle nostre pagine social: saranno i primi a sapere quando pubblicheremo qualcosa di nuovo!

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! Let’s start our interview talking about the creation of your band: we know that you are a couple, husband and wife, so I would like to ask you when you have decided to start playing together. Just to give a touch of romance to this page: how have you known each other? Did it happen thanks to music?

John: Thanks very much for having us! We have both played casually together for a few years just at home really, but we started seriously writing in summer 2020 during the COVID-19 lockdown in the UK. The project had been something we had talked about doing for some time and the restrictions served as a good prompt to do so.

Sophie: We actually knew each other when we were at school, although didn’t get together much later, and a love of metal was something that we both shared and talked about extensively even back then!

You have chosen the name “Hand Of Kalliach”. What does it mean? What are the reasons behind this choice?

Sophie: “Kalliach” is a play on “Cailleach”, which is the name of an ancient Scottish hag god of winter. In Scottish mythology the legend goes that she lives at the bottom of a huge whirlpool (called Corryvreckan, the 3rd largest in the world) off the coast of the Isle of Islay, where some of John’s family are from.

John: One legend holds that she emerges from the whirlpool to usher in winter, and has a lot of malign connotations in folklore; but that said, she is also a creator deity, so the music we make is centred around these dual concepts of benevolence and malevolence, and the history, mythology and land/seascapes of the Scottish islands. But the “ancient god of winter living underneath the huge whirlpool” always sounded pretty metal to me growing up in any case!

Your creations are quite difficult to be classified in a single genre: I may guess that it’s a result you aimed to, in a certain way, but I would like to ask you to describe your music to someone who has never had the opportunity to try it.

John: Yes, that was definitely the intention – what we wanted to do was blend together parts of Scottish folk with elements of metal subgenres that we really enjoy, and that best fit the base Celtic melodies we start from. We were originally just calling it Celtic metal, but a number of commentators have called it variously folk, death, black, prog… the list goes on…!

Sophie: Markus from MetalMessage who has kindly been working with us was a great supporter of the sound, and recommended ‘Atmospheric Celtic Metal’, which we actually really like – the atmosphere and the Scottish influences are exactly what we want to capture above all else with the sound, and then the use of melo/death/black metal elements just adds to that core.

Your EP, Shade Beyond, is full of guitar sounds and riff, but there is a lack of traditional instruments. It is a clear stylistic choice, but what is the purpose?

John: You’re absolutely right, it was an active choice to minimise the use of traditional folk instruments. The key elements we lift from traditional Scottish folk music are the heavily melody-driven structures, keys, rhythms and time signatures. Whilst we fully appreciate and applaud the use of traditional folk instruments in a lot of contemporary folk metal, in our music we instead adapt the traditional melodies and rhythms for distorted guitars – for example, the high melody in ‘Fathoms’ is actually the sort of melody you might hear on Scottish bagpipes, but we think it works really well adapted for the guitar instead.

Sophie: The same goes with the high guitar in ‘Overwhelm’, which is the type of melody you would normally find being played on the fiddle (Scottish violin) – by taking the same key and the same rhythm, but playing it with the guitar instead, it adds a lot more power and edge and ultimately a whole new dimension to what would otherwise be a fairly soft tune. We also use a bit of Scots Gaelic, which is a wonderful language for metal – there are a great number of guttural pronunciations that really lend themselves to the atmosphere when John is screaming them!

Many bands in the musical scene make use of traditional folk instruments: do you appreciate some of them? Which artists have influenced you the most, as single musicians and as Hand Of Kallach?

John: We have pretty broad tastes, covering a lot of metal and rock subgenres but also traditional folk. On the metal side, I’m a big fan of technical/melodic death metal, particularly the likes of Fallujah and In Flames, and I’m inspired by the more genre-defying bands like Mastodon that just create their own sound from a lot of different elements and influences. Outside of metal, I listen to a really weird range of Scottish folk, downtempo, shoegaze… my Spotify recommended playlists are sometimes a bit bizarre!

Sophie: I lean more towards a mix of speed and folk metal tastes, like Primordial and Eluveitie, though outside of metal some of my favourite bands are more in the folk/indie space. Traditional folk is very popular in Scotland, and there’s no shortage of live music supporting it, which definitely inspired us to pull parts from it into our sound. I think the breadth of styles in our music is probably reflective of these fairly diverse influences.

The fourth track, White Horizon, starts with light tunes: Sophie’s voice and a gothic atmosphere are the main characteristics of this song. This is the only track in the EP that sounds this way: is it an experiment, an anticipation of your next works or just a song for its own sake?

Sophie: This is another example where we’ve started off with a melody driven by Scottish folk, in this case a Celtic harp, which is typically accompanied by female vocals, and built the song around that. When we were writing the melody, we were originally going to move it onto the guitar as per the previous tracks in the EP, however as you say with the dark and gothic atmosphere that was coming through, we felt it countered the the black metal tremolos and guitar parts really well, so much so that we kept the harp in to balance it out.

John: In terms of track sequencing, we wanted to have a moment of reflection after tracks 2 and 3, which are very energetic, and having Sophie sing the opening vocals over a slowed down tempo just gave this almost chilling, expansive atmosphere. We really liked how it changed the dynamic of the EP, and going back to the Cailleach inspiration it was almost like a dark winter arriving after a storm. Whilst it may not sit well with some listeners that want a more rigidly defined sound from their releases, we definitely want to continue this approach of morphing the sound throughout the record whilst keeping a strong theme, as it gives a lot more oxygen for expression.

The last song, Tempest Wrought, is in my opinion the most interesting one in the EP, perhaps because it shows some novelties from the point of view of music and rhythm: they make it really dynamic and catchy. What do you think about this?

John: Well I’m really glad you found that the most interesting, as it’s definitely my favourite on the EP! This was the last track we wrote, and once more we started with a Celtic melody (more bagpipe-inspired again for this one), altered it for the guitars and built the track from there. I was a little hesitant in releasing it as it is, as a 7 minute runtime always seems a little self-indulgent, but the more we were working on it the more it just came together.

Sophie: I think the start with fairly simple guitar riffs, death vocals and open chords for atmosphere works really well in settling the scene and the atmosphere for when it transitions to the speed doubling halfway through. We originally were going to have some of my vocals in the first half of the track as well but as we were recording we realised that the atmosphere and the contrast that they bring worked all the better if they were only introduced at the breakdown following the solo.

I would like to know more about the lyrics. What are the main themes?

Sophie: We do write fairly abstract lyrics, but there is a common theme through them in the EP, closely tied to time, mortality and mythology. That said, our personal view is that songs should first and foremost hold the meaning to the person that listens to them – whilst we do have meanings in mind, that’s not to say that’s what a listener might hear, or want to hear, or even need to hear when they first play the track.

John: The landscapes and character of the islands on the Scottish west coast are also a big inspiration; it is historically a nexus of cultures from Scotland, Ireland, and the Nordic countries, and can be a very wild and stormy place, but at other times extremely serene. The duality of the landscape and environment there is something we have tried to reflect within the lyrics and the broader EP.

How is the Scottish metal scene? Do you feel part of it?

Sophie: There is actually quite a substantial metal scene in Scotland, but I would say it’s underground for the most part. However, you can definitely find a few metal venues in each major city, and bands that play them – and their styles are very diverse.

John: I suppose the challenge is we only really started writing whilst under COVID restrictions, so we have not been able to pull some willing volunteers together to play some live shows yet. But it’s a very welcoming scene, and we’re really looking forward to getting back into it once venues reopen.

Are you working on some new music at the moment?

Sophie: Definitely! We have been really humbled by the positive response so far, which to be honest took us a bit by surprise – this was a bit of an unusual project that we didn’t think would resonate with many people at all, it was essentially a passion project when we were writing it. However we’ve had a huge amount of track plays since launch in December 2020 and had some very positive reviews, and we are blown away that so many have enjoyed it, and that has certainly encouraged us to keep going with it.

John: Absolutely, we’ve been hugely motivated by the response, and have a few tracks in production currently with a view to releasing a full length later in 2021, and may drop a couple of singles before then.

John and Sophie, thank you very much for this interview. Would you like to add something and greet Mister Folk’s readers?

John: Thanks very much! We would like to say a massive thanks to all of those that have supported us so far, including writers like yourself – we are incredibly grateful for it and really appreciate those that champion the metal underground.

Sophie: Agreed, the international metal community has been so welcoming and encouraging, so thank you. If any of your readers want to be kept updated they can follow us on Spotify/Bandcamp and our social media pages and they’ll be the first to know when we’ve got new releases!

Sur Austru – Obarsie

Sur Austru – Obarsie

2021 – full-length – Avantgarde Music

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tibor Kati: voce, chitarra, tastiera – Mihai Florea: chitarra – Ovidiu Corodan: basso – Sergiu Nădăban: batteria – Ionut Cadariu: flauto, tastiera – Petrică Ionuţescu: strumenti tradizionali

Tracklist: 1. Cel Din Urmă – 2. Taina – 3. Codru Moma – 4. Cant Adânc – 5. Caloianul – 6. Ucenicii Din Hârtop I – 7. Ucenicii Din Hârtop II

A due anni dal bel debutto Meteahna Timpurilor, tornano con un nuovo lavoro dal titolo Obârşie i Sur Austru, band che ricorderete essere nata dopo i tragici eventi che hanno riguardato i Negură Bunget nel 2017. La formazione romena conferma quanto di buono fatto nel primo cd, proseguendo il cammino in ambito folk black metal senza la volontà e il bisogno di apportare chissà quale cambiamento alla propria proposta: d’altra parte, perché cambiare se quello che si fa continua a piacere e il risultato è invidiabile? Obârşie con i suoi cinquantasei minuti di durata risulta essere un signor disco, di facile ascolto per chi già conosce la creatura di Tibor Kati (e anche quella prima di Negru), altamente elettrizzante per chi si avvicina con questo full-length alla musica tradizionale romena unita al black metal.

L’opener Cel Din Urmă con i suoi tredici minuti può essere vista come l’emblema musicale del disco: elegante nel suo avanzare tra richiami al folk romeno e la sezione prettamente metal, atmosferico quando se ne presenta l’occasione ma che non si risparmia quando c’è da aumentare l’aggressività. Una canzone che da sola potrebbe essere quasi un EP tanto è lunga e bella da ascoltare. La successiva Taina si muove sulle stesse orme di Cel Din Urmă, anche essa con un minutaggio che sconfina i dieci giri di lancetta: le chitarre, anche quando “veloci”, suonano sempre pulite e taglienti, con la sezione ritmica impegnata a dare dinamicità e groove al brano. Codru Moma, “appena” quattro minuti, è un bell’intermezzo strumentale molto atmosferico nel classico stile Sur Austru che conduce a Cant Adânc, canzone dalla linea vocale “orecchiabile” e con un tocco sinfonico (tra tastiere e cori) veramente bello; a metà composizione tutto cambia, il growl e la sei corde, per la prima volta veramente minacciosa, mutano l’umore fino a farlo diventare nero alla fine del pezzo. Percussioni e melodie folkloristiche danno inizio a Caloianul con uno stile che i fan dei Negură Bunget sicuramente non potranno fare a meno di amare ed è la parte più interessante della canzone, mentre a stupire è il basso di Ovidiu Corodan posto in apertura di Ucenicii Din Hârtop I, canzone che successivamente si snoda tra sonorità folk black, frammenti acustici, ritmi coinvolgenti e un finale onirico davvero affascinante. Obârşie termina con la seconda parte di Ucenicii Din Hârtop, brano standard per Kati e soci, dal forte accento melodico anche nei momenti black oriented.

Al termine di Obârşie le sensazioni sono solamente positive: la musica è di qualità, le emozioni trasmesse forti e diverse tra di loro. Questo è, come Meteahna Timpurilor, un disco che porta la mente a volare verso la Romania, alla scoperta dei luoghi e delle vicende che rendono tanto affascinante una terra a noi lontana e un gruppo in grado di mettere in musica il folklore (i testi trattano dei Solomonari, entità magiche in grado di controllare le condizioni metereologiche) con tanta maestria come i Sur Austru, una necessaria colonna sonora. A tutto ciò bisogna necessariamente aggiungere la bellezza del digipak: dalla carta, ai colori, all’inusuale (ma azzeccatissima!) scelta di “tagliare” il centro della copertina per creare quello che sembra essere un ingresso mistico alla musica dei Sur Austru. Udito e vista vanno a braccetto: Obârşie è già da considerare come uno dei migliori lavori dell’anno.