Heidra – The Blackening Tide

Heidra – The Blackening Tide

2018 – full-length – Time To Kill Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Morten Bryld: voce – Martin W. Jensen: chitarra – Carlos G.R.: chitarra – James Atkin: basso – Dennis Stockmarr: batteria

Tracklist: 1. Dawn – 2. The Price In Blood – 3. Rain Of Embers – 4. Lady Of The Shade – 5. A Crown Of Five Fingers – 6. The Blackening Tide – 7. Corrupted Shores – 8. Hell’s Depths

Quattro anni dopo il debutto Awaiting Dawn i danesi Heidra tornano a farsi sentire con un nuovo disco targato Time To Kill Records e la prima cosa che si nota ascoltando il cd è la “nuova” strada intrapresa dai musicisti di Copenhagen. Non che ci sia da stupirsi: se l’EP Sworn Of Vengeance (2012) risentiva dell’influenza degli Ensiferum, già con il full-length di due anni più tardi Morten Bryld e soci avevano piantato il seme del cambiamento che ha dato i propri frutti con The Blackening Tide. Sia chiaro, non si parla di una vera e propria trasformazione, ma di una sana, gagliarda e pienamente riuscita maturazione artistica che ha portato gli Heidra dall’essere una “classica” (e dotata) formazione folk metal in un gruppo dalla difficile catalogazione: i riferimenti folk non mancano, ma le orchestrazioni si sono fatte più incisive, le chitarre di Carlos G.R. e Martin W. Jensen prendono spesso il centro del palco a suon di veloci note e melodie accattivanti, ma il vero protagonista del cd è senza ombra di dubbio il cantante Morten Bryld. La sua voce potente ed espressiva è in grado di dare una marcia in più ai brani, soprattutto quando passa con estrema naturalezza dal growl al pulito suscitando ogni volta un misto di stupore e ammirazione. Il grande lavoro svolto sulle linee vocali, anche quelle meno memorizzabili che non fanno parte dei ritornelli, sono create per dar risalto alla voce del frontman e tutti questi sforzi si riflettono sul risultato finale.

Un’altra arma a favore di The Blackening Tide è l’ottima produzione opera di Marco Mastrobuono: i danesi hanno registrato il disco a Roma, presso i Kick Recording Studio e il tempo impiegato nella capitale è stato ben speso data l’elevata qualità che si può ascoltare una volta inserito il cd nel lettore. Gli strumenti sono tutti ben bilanciati, i suoni naturali e frizzanti, l’ascolto potente: l’audio non ha nulla da invidiare ai lavori rilasciati dalle potenti major internazionali. La copertina è in linea con la musica, ovvero epica e “raffinata”, che fa sognare chi la osserva e si immedesima nel personaggio che con regalità ammira il mare in tempesta.

L’iniziale Dawn è probabilmente il miglior esempio della natura camaleontica degli Heidra: muri di chitarre e melodie sognanti si sorreggono sul lavoro della possente sezione ritmica, con il cantante che spazia dal growl al melodico più volte. La seguente The Price In Blood ha un iniziale e adrenalinico tocco power che si trasforma presto in un brano dal sapore folk metal senza però ricordare qualche nome importante della scena. Proprio qui sta il cambiamento degli Heidra: qualunque tipo di canzone propongano lo fanno con personalità e una naturalezza che anni fa non gli era propria. L’ascolto prosegue con Rain Of Embers, inizialmente lenta e malinconica, cresce nella sofferenza e nella crudeltà di pari passo con il concept di The Blackening Tide che a sua volta è il seguito di quanto raccontato nel debutto Awaiting Down. Il re deposto vuole tornare sul trono che è suo di diritto e per farlo scende in battaglia contro il nemico: lo scontro è cruento e sembra vederlo vincitore fino a quando, poco prima di poter gridare alla vittoria, succede qualcosa che scaraventa il re e il suo esercito in un reame infernale. Il break centrale di Lady Of The Shade dà il via a un susseguirsi di cambio tempo, riff inusuali, note di pianoforte e altri dettagli che stupiscono per coraggio e che si incastrano alla perfezione con il resto della canzone. La quinta traccia è A Crown Of Five Fingers, in un certo senso semplice e lineare, caratterizzata dal bellissimo cantato pulito del ritornello, mentre la title-track è forse il brano migliore dell’intera discografia degli Heidra, completa sotto ogni aspetto e abbastanza varia da non far pesare i sei minuti e mezzo di durata. Il cantato è intenso, le chitarre libere di creare e la batteria di Dennis Stockmarr macina pattern potenti e dinamici, con la brutale accelerazione finale che pone fine a una signora canzone. L’arpeggio di chitarra apre Corrupted Shores, traccia che si snoda tra ritmiche up-tempo e ritornelli diretti che portano a Hell’s Depths, ultimo pezzo del cd. Le sonorità sono inizialmente struggenti, sanno di un triste addio, e il bridge, tra intrecci di chitarre e il crescendo vocale, è un inno all’epicità scandinava che si poteva ascoltare in dischi di quindici anni fa. La seconda parte della composizione è più robusta e vede aumentare progressivamente la “cattiveria” fino al break che riporta, infine, alle sonorità struggenti dei primi minuti, come una sorta di cerchio che si chiude avendo detto tutto quello che c’era da dire. Hell’s Depths è forse il miglior modo per chiudere un disco come The Blackening Tide, un emozionante viaggio nel concept portato avanti dalla band, ma anche un viaggio musicale iniziato anni fa e ancora non arrivato a destinazione. Di sicuro, quello che aspetta gli Heidra non è possibile immaginarlo, ma siamo tutti eccitati e curiosi di sapere dove porterà i cinque musicisti.

Il secondo disco di Bryld e soci è quello della consacrazione, ora gli Heidra camminano con le proprie gambe senza essere seguiti dall’ombra di altre band ad ogni nota suonata, ma cosa ancora più importante, The Blackening Tide è un lavoro completo e bello, senza cali di qualità e con numerosi spunti vincenti disseminati tra le varie tracce: quasi cinquanta minuti di musica senza una sbavatura, anzi, interessante fino all’ultimo secondo dell’ultima canzone. Gli Heidra hanno fatto un importante passo in avanti e il responso che riceveranno sarà la giusta ricompensa per il duro lavoro fatto per arrivare fino a questo punto.

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Intervista: Anua

Un Viaggio Senza Terra è un disco che purtroppo è passato inosservato se si considera la bontà della proposta degli Anua, band laziale dedita a un folk/shoegaze dai toni delicati e malinconici. La mente del gruppo, Manuel Rodriguez, apre le porte del mondo di Anua, un ragazzo cacciatore che lotta per sconfiggere il male senza forma. Manuel ci racconta di questa storia (e del libro che ne sta nascendo), della sua ex band Oak Roots e dei prossimi progetti che lo vedono coinvolto, buona lettura.

Ciao Manuel, iniziamo parlando del tuo passato, ovvero gli Oak Roots. Recensii il demo The Branch Of Fate tanti anni fa e sembravate sul punto di realizzare qualcosa di importante e personale in una scena, quella italiana, che ancora stava sbocciando. Poi cosa è successo?

Avevamo tutti dai 16 ai 18 anni, eravamo agli ultimi anni del liceo, e a quell’età si cambia molto e molto in fretta, cominciarono ad emergere interessi diversi in ognuno di noi, e quindi a crearsi complicazioni, quindi il gruppo si sciolse. Era già stato difficile arrivare dove eravamo arrivati, in una Roma quasi ignara del folk metal.

Nel 2013 siete tornati insieme e, oltre ad avere un nuovo logo, avete inciso l’EP Once, We Were… (con tanto di singolo Julian The Great online) che però non è mai stato pubblicato. Anche qui ti chiedo come si sono svolte le cose e perché la band si è sciolta di nuovo.

Qui lascio rispondere Luca Grimaldi: In realtà non siamo proprio tornati insieme nel 2013. Alcuni membri hanno provato a far ripartire il gruppo con nuova line-up, nuovo stile e nuovo materiale e il risultato è stato l’EP Once We Were. Non abbiamo rilasciato alcuna copia fisica per il semplice fatto che il risultato finale non ci ha convinto, soprattutto a causa della totale non professionalità del fonico al quale ci siamo rivolti per le registrazioni. Il processo è stato così logorante che anche i più duri e puri si sono rassegnati e il gruppo è stato definitivamente sciolto, rilasciando progressivamente online le tracce (incomplete e grezze) dell’EP mai pubblicato.”

Passiamo al 2016, anno che ti vede al lavoro sulle canzoni che poi finiranno sul disco Un Viaggio Senza Terra. Come sono nate le melodie e le canzoni?

In origine Un Viaggio Senza Terra era il titolo di un progetto solista che cominciai dopo gli Oak Roots, ma che non terminai mai. Nel 2016 decisi di riprendere quel progetto, ero appena tornato da un viaggio in Argentina e Cile, e cominciarono a uscire fuori nuove canzoni, sentii che ero nel “mood” giusto, e lasciai scorrere, cosi i nuovi pezzi sostituirono piano piano quelli vecchi. Le melodie sono nate principalmente da momenti contemplativi, penso che in generale l’album ha un andamento contemplativo, quasi bambinesco, come ogni musica nasce spesso da ciò che abbiamo dentro, penso che questo album abbia espresso questo aspetto.

Il concept del disco riguarda un ragazzo di nome Anua che deve affrontare il male senza forma per salvare la propria terra. Come è nata la storia? Soprattutto, Anua riesce a sconfiggere il male?

La storia è nata dopo un periodo piuttosto nero, e un susseguirsi di esperienze personali negative. Ma queste esperienze negative mi hanno portato a riflettere molto, soprattutto sulla perdita d’identità, sulla perdita di contatto con se stessi, gli altri, e le cose. Non ho idea se Anua sconfiggerà questo male senza forma che dilaga nel suo mondo, lo sto ancora scrivendo, non so come andrà a finire; ne so quanto Anua insomma.

Da quel che ho capito stai anche scrivendo la storia di Anua sotto forma di libro, è così? Puoi raccontarci qualcosa in più su questo lavoro?

Sì, ci sto provando, molto lentamente, ma con una sorta di costanza, non sono uno scrittore, ma mi premeva molto raccontare questa storia, che attraversa in qualche modo le mie riflessioni, e il mio modo di vedere le cose. Questa storia è ambientata in un mondo fantasy, dove non c’è guerra già da parecchi cicli, ma un male senza forma dilaga in queste terre, facendo perdere la ragione agli uomini, il colore e il suono delle cose “non è ne uno spirito ne un’ombra, ma l’ombra dell’ombra”. Anua, un ragazzo di una tribù di cacciatori, insieme ad Aka-nea, una sorta di Nano ed Eyagiil uno Gnomo, partono per scoprire l’origine di questo male, di cui pochi notano la presenza. Tra quei pochi c’è Maunlaghi un Etari o anche detto uomo-albero, che è tra i primi ad aver notato tale inquietudine dilagare nella sua foresta, e che anch’egli ne cerca l’origine, dato che tale male non si può sconfiggere fisicamente, non essendo qualcosa di fisico ma solo “un’ombra dell’ombra” come egli la chiama.

Per realizzare il disco hai chiamato a suonare con te gli ex membri degli Oak Roots, segno che i rapporti tra di voi sono rimasti buoni e ancora c’è feeling dal punto di vista musicale.

Sì, abbiamo preso quasi tutti strade diverse, ma i rapporti sono rimasti buoni, ci si incontra ogni tanto, anche e soprattutto per caso. Con Luca (chitarra) e Andrea (basso) abbiamo continuato a coltivare più o meno le stesse passioni e gusti, quindi in qualche modo è stato facile coinvolgerli in questo piccolo progetto. Piersante (batteria) invece non lo vedevo più da anni, quando ho finito le demo che ho registrato in un box, l’ho chiamato e gli ho proposto di fare la batteria, ci siamo visti e abbiamo suonato con lo stesso feeling degli Oak Roots, sono molto soddisfatto del suo lavoro.

Perché hai deciso di utilizzare la lingua fonetica? Come si fa a raccontare una storia se le parole non hanno un significato?

É semplice, quando componevo i pezzi ci cantavo sopra spontaneamente, né l’inglese, né l’italiano, né lo spagnolo, (che sarebbero le lingue che potrei utilizzare fluentemente) evocavano l’atmosfera che volevo infondere, la distruggevano, la rendevano banale, così ho deciso di lasciarlo cosi com’era, e in fondo questa cosa fila con tutto l’album, che si basa sull’indefinito, “un viaggio senza terra” senza lingua e testo anche ahah. In ogni modo mi immaginavo che potessero essere le lingue del mondo di Anua, di cui non ho il tempo e la pazienza di Tolkien per scrivere (almeno per ora).

Il disco è stato registrato a Roma presso il 16th Cellar Studio e il risultato è molto buono. Ci sono particolari o aneddoti che vuoi raccontare? Nel disco sono presenti anche diversi ospiti, ti va di presentarli e come hanno contribuito?

Mi sono voluto affidare a Stefano (16th Cellar Studio) perché ci eravamo trovati molto bene l’ultima volta, è una persona seria nel suo lavoro e sa carpire che atmosfera vuoi dare, cercando comunque di mettere una sua impronta. In studio ho portato Andrea Salvi (flauto traverso) ed Ennio Zohar (clarinetto) che hanno curato quelle piccole parti dove sono presenti, migliorando anche gli arrangiamenti che avevo composto io; è stato molto bello avere persone del conservatorio in uno studio di metal estremo, e molto stimolante, e un po’ surreale. Poi è venuta anche mia sorella Sofia Rodriguez per fare la voce femminile, una voce bella, ma non troppo impostata, volevo dare un effetto di naturalezza (lei è il classico esempio di sfruttamento di famigliari “a gratis”)

Hai intenzione di portare gli Anua sul palco o si tratta di uno studio project?

Sì vorremmo andare sul palco, ma ci serve molta organizzazione, e in questo periodo siamo molto occupati con il lavoro, tocca pensare anche a mangiare, detto in parole spicciole. Speriamo a breve di riuscire ad organizzarci, sarebbe bello.

Stai lavorando al secondo lavoro degli Anua? Dove vuoi portare la tua band, qual è l’obiettivo che ti sei prefissato?

Allora, in realtà in questo periodo sto lavorando a una musica totalmente diversa, una sorta di stoner metal, con influenze dei Rage Against The Machine e Kyuss, ho già buona parte dei pezzi e alcuni li abbiamo anche provati, probabilmente sarà un album a tema, forse con un altro nome, vedremo. Con gli Anua non ho obiettivi prefissati, ma forse stiamo pensando ad un video, ma essendo ambientato in un mondo fantasy non sarà facile, né poco costoso.

Siamo al termine dell’intervista, puoi aggiungere tutto quello che vuoi.

Ringrazio tutti quelli che ci supportano, e ci incoraggiano! E grazie a te Fabrizio per la dedizione che metti in questo blog e nel tuo lavoro!

Storm – Nordavind

Storm – Nordavind

1995– full-length – Moonfog Productions

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Herr Nagell: voce, batteria – S. Wongraven: voce, chitarra, basso, tastiera – Kari Rueslåtten: voce

Tracklist: 1. Innferd – 2. Mellom Bakkar Og Berg – 3. Haavard Hedde – 4. Villemann – 5. Nagellstev – 6. Oppi Fjellet – 7. Langt Borti Lia – 8. Lokk – 9. Noregsgard – 10- Utferd

Senza giri di parole: Nordavind degli Storm è un capolavoro. Uno dei primi, se non il primo lavoro folk metal che può essere etichettato in questa maniera con tutti i meriti del caso (la questione è interessante quanto “complicata”, si parla di mesi/settimane di distanza tra i dischi pubblicati in quel periodo per stabilirlo): basterebbe dire che l’ondata folk metal di fine anni ‘90/inizio ‘00 sarebbe stata ben diversa da quella che conosciamo. Moonsorrow, Ensiferum ed Eluveitie esisterebbero se non ci fosse stato un Nordavind ad aprire la strada? Non che i gruppi prima citati abbiano mai risentito dell’influenza degli Storm, ma se a Fenriz e Satyr, qui conosciuti rispettivamente come Herr Nagell e S. Wongraven, va riconosciuto qualcosa, beh, questo è proprio quello di aver dato il via a tutto quello che oggi si chiama folk metal. Poco importa se Fenriz abbia iniziato l’intervista poi pubblicata sul mio libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarök con un crudo “mi dispiace, ma odio il folk metal”: sono parole al vento, per quanto sia incredibile che proprio lui se ne esca con una frase del genere. E allora viene da chiedersi cosa realmente sia Nordavind: un urlo d’amore nei confronti della Norvegia? Sì. Una dichiarazione indiretta di bravura e capacità di cambiare pelle dei musicisti? Sicuramente. Un brutto errore del passato del quale si preferisce non parlare? Assolutamente no, eppure è quello che puntualmente viene messo in pratica dai tre musicisti, in particolare la cantante Kari Rueslåtten non ha buoni ricordi di quel periodo e sistematicamente evita domande e curiosità relative a Nordavind.

Cosa rende il primo e unico lavoro degli Storm un capolavoro? Un insieme di fattori, primo tra tutti quello di aver realmente indicato la strada alle future band folk metal sul cosa vuol dire unire musica heavy metal e melodie e testi dall’impronta folkloristica: prima di loro (febbraio 1995) mai nessuno era riuscito a farlo con la continuità di Nordavind. Ci avevano provato gli Skyclad con una manciata di (ottime) canzoni nei primi dischi, senza però prendere in maniera definitiva la via del folk metal prima di Irrational Anthems del 1996. In Irlanda i Cruachan pubblicheranno il grezzo quanto fondamentale debutto Thuata Na Gael circa due mesi più tardi rispetto a Nordavind (“vento del nord”), lasciando a quest’ultimo la palma di primo lavoro folk metal. Ma questo è solo un aspetto statistico, quello che realmente conta è la bontà del prodotto, la qualità delle canzoni destinate a rimanere nella storia del genere, via da seguire da chiunque abbia un minimo di umiltà per ascoltare e capire quanto il cuore sia importante per la riuscita di un disco. Herr Nagell e S. Wongraven il cuore ce lo hanno messo di sicuro, arrivando a un livello di amore verso la Norvegia che sfiora il nazionalismo, un amore romantico quanto viscerale che si può capire anche guardando il booklet del cd, una grafica tanto semplice quanto diretta: le foto dei musicisti avvolti dalla natura sono, quella di S. Wongraven anche sfocata. Poche le scritte, oltre ai soliti crediti, ma una frase spiega alla perfezione la nascita di Nordavind: “Storm was created by S. Wongraven because of his love for Norway and a hunger for playing folksongs from his own shores”… non serve aggiungere altro.

L’intro Innferd ci conduce in un mondo freddo e isolato, il buio prima della luce. La luce è l’anthemica Mellom Bakkar Og Berg, probabilmente la canzone più rappresentativa di Nordavind. In appena due minuti gli Storm confezionano una canzone simbolo non solo del disco, ma dell’intero genere (riproposta in seguito con buoni risultati anche dai Glittertind nell’omonimo demo del 2002): chitarre graffianti quanto lineari fanno da base a un’interpretazione da brividi, arricchita dai soavi vocalizzi della Rueslåtten. Il minimalismo di Haavard Hedde, veramente quattro riff quattro, basta per emozionare l’ascoltatore e a delineare una volta di più le coordinate musicali del progetto Storm, che con Villemann giunge picchi inimmaginabili in appena centocinquanta secondi. Chitarre doom e voce sempre più fiera fanno di questo brano un piccolo capolavoro di semplicità ed epicità. Nagellstev, una delle due canzoni originali e che sfoggia lo stesso testo di Capitel II: Soelen Gaaer Bag Aase Need del meraviglioso Bergtatt dei lupi Ulver, è un intermezzo voce-percussioni dal forte sapore isengardiano (progetto solista black/folk di Fenriz tra il 1989 e il 1995) che porta direttamente a Oppi Fjellet, una composizione più elaborata delle altre che ripete le parole oppi fjellet (“sulla montagna”) talmente tante volte da farle diventare quasi un mantra. Nella seconda parte della canzone, inoltre, è presente una bella accelerazione che porta freschezza e vitalità quando il brano rischiava di diventare fin troppo ripetitivo. L’angelica voce di Kari Rueslåtten è la protagonista dei sette minuti di Langt Borti Lia, canzone che non disdegna lunghe parti strumentali e che vede, chiaramente, come punto forte la presenza dell’ex cantante dei The 3rd And The Mortal, qui libera di esprimersi al proprio meglio. La rossa cantante è presente anche nella breve Lokk, intermezzo vocale che porta a Noregsgard, l’altro pezzo del disco che non è un brano tradizionale ri-arrangiato dagli Storm. Ritmi lenti come il passare delle stagioni, melodie arcaiche e un testo rurale fanno di Noregsgard un meraviglioso modo di concludere un album breve ma incredibilmente intenso.

Ein dugal kar fra garden dro
Han fulgte furuas sus
Opp gjennom åsen gråstein han bar
Staut hans gange var

(tr.: Un ragazzo gagliardo partì dalla sua fattoria – seguì i pini e la brezza – su attraverso le colline, rocce e terre selvagge – fiero era il suo passo)

Su questa canzone c’è da fare chiarezza: chitarre e linee vocali sono le stesse di Quintessence, brano dei Darkthrone che fa parte dell’album Panzerfaust, pubblicato da Moonfog nel giugno 1995. La versione degli Storm, seppure uscita una manciata di mesi prima, è una rilettura in lingua norvegese (e decisamente più aggraziata) di quanto fatto da Fenriz nella sua band madre. L’outro Utferd porta a conclusione un album di altissima qualità, purtroppo breve nella durata ma ricco di emozioni.

In un lavoro come questo conta poco o nulla lo studio di registrazione, chi ha curato il mastering o le altre cose “tecniche”: Nordavind è un disco di cuore, nel quale l’amore per la Norvegia e il suo affascinante e per certi versi oscuro folklore sono portati all’estremo. Basti aggiungere che nel retro cd, il cosiddetto inlay, è riportata ben visibile la scritta NORSK NASJONALROMANTISK MUSIKK (sì, in maiuscolo) che non necessita di traduzione per essere compresa.

Nordavind poteva essere l’inizio di un qualcosa di molto grande e importante nella scena scandinava ed europea, invece fu un fuoco di paglia, in grado di ardere brevemente prima di scomparire per sempre. Gli Storm non furono mai un vero gruppo, Kari Rueslåtten abbandonò la nave prima ancora che il disco fosse sugli scaffali dei negozi a causa di alcuni testi modificati a sua insaputa dalla coppia Herr Nagell/S. Wongraven dopo che la cantante aveva già inciso le sue parti: la Rueslåtten temeva di infangare il proprio nome a causa del nazionalismo ostentato e dai testi crudi e diretti che attaccavano senza mezze misure il cristianesimo. Herr Nagell non definisce quello degli Storm uno split, ma semplicemente un allontanarsi dei musicisti una volta che il progetto è arrivato a conclusione, ma è chiaro che le divergenze tra i musicisti e le feroci critiche ricevute dalla stampa norvegese a causa dell’impronta nazionalistica di Nordavind abbiano messo definitivamente la pietra tombale sugli Storm.

Dell’incredibile trio norvegese ci rimane solo Nordavind e le tre canzoni presenti sulla compilation della Moonfog dal titolo Crusade From The North (1996), ovvero la splendida e inedita Oppunder Skrent Of Villmark, nella quale è ripresa la melodia principale del brano Solveig’s Song dell’importante compositore/pianista norvegese Edvard Grieg, la versione grezza di Mellom Bakkar Og Berg incisa durante la prima prova degli Storm e Oppi Fjellet con dei suoni diversi da quelli definitivi.

La splendida copertina di Nordavind ci accoglie con lo stesso ghigno della foresta che sa bene quale fine far fare all’imprudente solitario che si avventura al suo interno: la luce della luna illumina i picchi delle montagne e il sentiero che conduce all’interno della foresta. Siete pronti a percorrere la strada pur sapendo che non tornerete indietro?

Intervista: Cernunnos’ Folk Band

Le terre marchigiane sono note, tra le altre cose, anche per il vino (e chi ama l’underground non può che pensare ai Kurnalcool, band culto di Falconara, Ancona): proprio al vino i simpatici Cernunnos’ Folk Band danno tanta rilevanza e ci spiegano le motivazioni in questa gustosa intervista. Ma non solo: spazio al loro primo EP Summa Crapula, al sogno di suonare al Montelago Celtic Festival e altro ancora. In alto i calici!

foto di Stefano Santaroni

Iniziamo con la classica presentazione della band: come e quando vi siete formati, quali sono i vostri obiettivi.

Ciao e grazie per questa intervista. I Cernunnos’ folk band nascono da un progetto del cantante Marco Castellani che nell’ottobre 2014 inizia a scrivere testi e arrangiamenti e a reclutare musicisti. A settembre 2016 si forma la band, sette elementi che includono flauto traverso e fisarmonica. Summa Crapula, il nostro primo EP, viene registrato a febbraio 2018. Terminate le registrazioni la band cambia batterista, la fisarmonica viene sostituita dal violino ed entra ufficialmente Andrea Pulita come secondo cantante dopo aver partecipato anche alle incisioni nei cori. Forte di otto elementi la band ha già in serbo materiale per il primo LP, oltre a continuare la scrittura di pezzi e continua ad esibirsi dal vivo. I nostri obiettivi sono quelli di suonare, divertirci e creare insieme nuova musica oltre a, naturalmente, migliorare sempre di più come band e come singoli musicisti.

Siete marchigiani ed avete scelto Cernunnos come nome, perché questa scelta? Conoscete la band argentina con il vostro stesso nome che suona dal 2012 e fa anch’essa folk metal?

Il legame fra la nostra regione, le Marche appunto, e la cultura celtica non è poi così lontano come qualcuno potrebbe pensare. È infatti storicamente appurato che intorno al 390 a.C. una tribù celtica, i Galli Senoni, scesero dai loro territori originari per poi stanziarsi fra Ravenna e il fiume Esino, andando di fatto ad invadere territori fino ad allora occupati dagli Umbri. Proprio nelle attuali Marche, fondarono la loro capitale: Sena Gallica, oggi conosciuta col nome di Senigallia. Inoltre molti resti di antiche necropoli celtiche sono state rinvenuti fra Arcevia e Osimo proprio a testimonianza della lunga permanenza dei Galli nelle nostra terra. Cernunnos è una divinità celtica cornuta, custode dei boschi e degli animali, il dio che fa fluire il corso della vita e della morte. Lo abbiamo scelto per evidenziare il nostro legame a una filosofia di connessione con la natura e con l’adottare uno stile di vita semplice e genuino, ciò che faceva parte della storia dell’uomo e che oggi, purtroppo, sembra si stia andando perdendo sempre di più. Per quanto riguarda l’altra band folk metal dal nome simile al nostro lo abbiamo scoperto solo in un secondo momento. Fortunatamente il nome ufficiale della nostra band è Cernunnos’ Folk Band, proprio per differenziarci da altri gruppi. Segnalo a tal proposito anche l’esistenza di un’altra band chiamata Cernunnos, americana, che suona symphonic black metal.

Passiamo a parlare dell’EP Summa Crapula: avete tutto lo spazio a vostra disposizione per raccontare quello che si cela dietro e dentro le quattro tracce che lo compongono.

Summa Crapula si apre con Vino, inno alla sacra ambrosia degli Dei, compagno di miti, leggende e storielle divertenti. La canzone è un nostro omaggio a tale bevanda e a tutti i bei momenti che ha segnato. Segue poi Nella Taverna, vera e propria party song dell’EP dove narriamo dell’importanza che la taverna (ma anche i piccoli pub o bar di paese) hanno come luogo di socializzazione e svago. Con Valhalla invece ci spostiamo verso toni più epici, andando ad attingere dalla mitologia norrena che da sempre ci affascina e ci incuriosisce. Il finale è riservato a Dall’Alto delle Guglie, una vera e propria dichiarazione di disprezzo verso ciò che l’istituzione Chiesa ha rappresentato nei suoi 2000 e più anni di storia: un covo di nefandezze e menzogne mascherate dietro una facciata di apparente santità che del messaggio originale di Gesù Cristo non ha nemmeno l’ombra.

Come reputate Summa Crapula a qualche mese dalla pubblicazione, ne siete soddisfatti? Può essere considerato un primo punto di arrivo o un nuovo punto di partenza?
Decisamente è un punto di partenza. Come tutte le opere prime, trattandosi di un demo autoprodotto praticamente ha senza dubbio delle ingenuità e sicuramente alcune cose potevano essere fatte diversamente, ma allo stesso tempo rappresenta una pietra miliare nella storia della band, una fotografia del nostro primo periodo, forse grezzo, forse poco raffinato ma genuino, sincero e con quella carica primordiale che solo le prime opere hanno. Da qui possiamo dare vita al progetto vero e proprio, evolvendoci, rinnovandoci ed affinandoci. Da Summa Crapula possiamo avere un riscontro con noi stessi. Possiamo imparare dai nostri errori e produrre materiale migliore.

Ascoltando i testi pare chiara la vostra identità di party band con la predilezione per il vino. Io li ho trovati un po’ ingenui e credo che possiate fare un lavoro migliore sia per quel che riguarda le linee vocali che per quel che viene cantato. Qual è il vostro parere rispetto a queste critiche?

Ogni critica, se ben motivata e posta in modo costruttivo è un importantissimo spunto di crescita personale e professionale. I nostri primi pezzi sono sbarazzini e semplici perché è quello il mood che volevamo dare a quei pezzi: una band composta da ragazzi giovani e vitali, che suonano non tanto per mandare chissà quale messaggio ma per divertirsi e divertire, soprattutto. Già nella canzone Dall’Alto Delle Guglie, però, iniziamo ad affrontare tematiche più impegnate, come anche nei nuovi pezzi su cui stiamo lavorando.

State componendo nuove canzoni e in caso potete dare qualche anticipazione? Le “vecchie” canzoni vanno bene così o state rimettendo mano anche a quelle?

Siamo una band e prima ancora siamo persone, esseri umani. È normale un’evoluzione all’interno della nostra vita e di conseguenza anche all’interno di ciò che proponiamo come gruppo. I nostri brani in lavorazione, come detto prima, andranno a mostrare agli ascoltatori il nostro lato più introspettivo, oltre che portare alla luce tematiche che ci stanno particolarmente a cuore, pur senza dimenticare quell’anima “festaiola” che ci ha caratterizzati finora e dovrà sempre caratterizzarci.

Rispetto al cd la formazione è cambiata: chi sono i nuovi arrivati e cosa stanno portando alla causa Cernunnos’?

Ogni cambiamento porta sempre qualcosa con sé e fortunatamente possiamo affermare con orgoglio che i cambiamenti che ha affrontato la band hanno portato finora solo lati positivi: Benedikt è un batterista estremamente preparato e capace nonostante la giovane età e questo non può che essere un bene. Con l’aggiunta di Andrea alla voce possiamo anche iniziare a esplorare tutto un nuovo mondo di intendere canzoni e melodie vocali, potendo ora giocare maggiormente su cori e armonie. Infine, Federico col suo violino e le sue idee, ha portato tutta una nuova ventata di freschezza all’interno del sound della band. Ognuno dei membri della band, vecchi e nuovi, sta contribuendo al massimo e questo non può che renderci felici e fieri di quanto stiamo ottenendo.

Siete in contatto con altre realtà locali? Vi sentite parte di una scena?

Siamo in contatto con altre band, come è normale che sia, per scambiarci consigli, palchi e date. Però non possiamo di certo ancora considerarci parte integrante della scena folk metal italiana, al massimo ci stiamo appena affacciando ad essa, ma siamo fermamente intenzionati a ritagliarci il nostro spazio in essa.

Nella biografia raccontate di sognare il palco del festival di Montelago. È strano che una metal band sogni Montelago invece dei “classici” Wacken o Hellfest. Immagino quindi che abbiate un forte legame con il Montelago Celtic Festival, è così?

Il Festival Celtico di Montelago è un po’ una seconda casa per molti di noi, è ciò che ci ha uniti, fin dall’inizio, in alcuni casi prima ancora che la band esistesse: è parte di noi. Vogliamo inoltre essere realisti, i palchi più grandi saranno per il futuro. L’importante è procedere per passi e tappe, senza voler correre troppo. Per ora vogliamo Montelago, poi, ottenuto quello, magari punteremo anche il Wacken o l’Hellfest.

A proposito di concerti, com’è un live dei Cernunnos’ Folk Band? Suonate altre canzoni oltre a quelle dell’EP? Fate delle cover?

Se dovessi descrivere in una parola i nostri live, userei il termine ENERGICI. Durante gli show suoniamo i quattro pezzi dell’EP, altri pezzi ancora non pubblicati e due cover dei Folkstone: Prua Contro Il Nulla e Lo Stendardo. In futuro contiamo di aggiungere sempre nuove canzoni nostre e magari variare anche le cover andando a pescare da brani popolari e tipici del genere.

Per concludere: quali sono, secondo voi, i punti di forza dei Cernunnos’ Folk Band e in cosa invece credete di dover migliorare?

I nostri punti di forza sono senza dubbio presenza scenica e coinvolgimento del pubblico. Ovunque abbiamo suonato abbiamo ricevuto grande riscontro dal pubblico che si è sempre divertito e ha apprezzato la performance. Crediamo comunque di dover migliorare tutto, perché siamo giovani e possiamo e soprattutto DOBBIAMO migliorare. Non bisogna mai fermarsi nella propria isoletta felice ma puntare sempre oltre l’orizzonte.

Grazie per la disponibilità, a voi i saluti.

Grazie a te per l’intervista, vi aspettiamo in giro per fare casino con noi sopra e sotto il palco, IN ALTO I CALICI!

la nuova formazione in concerto

Ash Of Ashes – Down The White Waters

Ash Of Ashes – Down The White Waters

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Skaldir: voce, chitarra, basso, tastiera – Morten: voce

Tracklist: 1. Down The White Waters – 2. Flames On The Horizon – 3. Ash To Ash – 4. Sea Of Stones – 5. Springar – 6. Seven Winters Long (The Lay Of Wayland) – 7. In Chains (The Lay Of Wayland) – 8. The Queen’s Lament (The Lay Of Wayland) – 9. Chambers Of Stone (The Lay Of Wayland) – 10. Outro

Un disco fresco, dinamico, ben fatto, mai ripetitivo: la cosa sorprendente è che Down The White Waters è un debut album. Gli Ash Of Ashes hanno lavorato nell’ombra fino alla pubblicazione di questo cd, ma c’è da dire che i musicisti non sono certo inesperti e in particolare il chitarrista/cantante Skaldir ha realizzato quattro dischi con gli Hel tedeschi, band pagan black in attività fino al 2012.

Down The White Waters è un lavoro realizzato con il cuore, ma anche con la consapevolezza di chi sa dove vuole arrivare e cosa vuole trasmettere all’ascoltatore. Tutte le fasi di registrazione, missaggio e mastering sono avvenute negli Kalthallen Studios, ovvero le sale dove gli Ash Of Ashes provano e compongono le canzoni. Non è quindi un caso che il cd sia stato “elaborato” dai musicisti stessi, senza alcun aiuto esterno. Il risultato è davvero buono, a partire dai suoni puliti e graffianti, per passare all’ottima equalizzazione e alla potenza finale del disco. Fare tutto da soli è spesso controproducente, ma Skaldir e Morten hanno davvero svolto un lavoro preciso e di qualità che dona a Down The White Waters una marcia in più.

I due musicisti si sono divisi il lavoro (della batteria se n’è occupato Dennis Strillinger, noto per essere stato dietro le pelli nel debutto del 2006 A Storm To Come dei Van Canto) e se Skadir ha realizzato tutte le musiche (con l’eccezione di Springar che è un brano tradizionale), Morten ha scritto i testi, tutti legati alla mitologia, con la chicca del mini concept chiamato “The Lay Of Wayland” e che narra delle vicende di Weland il Fabbro (stando alle parole del cantante, questa è la prima volta che un gruppo heavy metal ne canta le gesta), personaggio leggendario al quale sono attribuite, tra le altre cose, la forgiatura della spada Excalibur di arturiana memoria e l’armatura di Beowulf.

La musica degli Ash Of Ashes può essere definita “skaldic metal”: epica e imponente, malinconica ma coraggiosa. Le canzoni suonano personali nonostante i musicisti non nascondano la predilezione per i Bathory del periodo viking, influenza che si palesa in particolare nei numerosi mid-tempo di Down The White Waters, eppure Skaldir, compositore di tutte le canzoni, ha saputo metterci del suo e il risultato finale ne risente in positivo. Nei quarantadue minuti di durata gli Ash Of Ashes mostrano tutte le armi a propria disposizione e tra le chitarre emozionanti (e windiriane per drammaticità) di Chambers Of Stone e quelle più ruvide di Ash Of Ashes – una montagna russa di ferocia ed epicità – che vengono stemperate dall’intervento della nyckelharpa di Mathias Gyllengahm (Norrsinnt, Utmarken), spuntano composizioni dai tratti solenni e nordici come Seven Winters Long (impreziosita dall’hardingfele, una sorta di violino a otto o nove corde utilizzato nella musica tradizionale norvegese, dell’ospite Runahild) e Flames On The Horizon.

Down The White Waters è una vera e propria sorpresa, un disco maturo che merita assolutamente di essere conosciuto e ascoltato a ripetizione. Invece di cercare segnali di vita in gruppi che da troppi anni annaspano nelle super produzioni e non realizzano un cd veramente bello da più di dieci anni, è il caso di segnarsi il nome degli Ash Of Ashes e scoprire il mondo contenuto nelle dieci tracce di questo disco.

Intervista: Æxylium

Gli Æxylium pubblicavano due anni fa l’EP The Blind Crow e in sede di recensione conclusi dicendo che “con la prossima uscita, ci si augura un EP con un paio di brani in più, gli Æxylium potrebbero stupire in positivo.” Il gruppo lombardo, invece, ha inciso direttamente il full-length di debutto e con Tales From This Land ha effettivamente stupito per il salto di qualità effettuato, realizzando un disco talmente valido che non a caso ha trovato l’interesse di un’etichetta valida come la Underground Symphony. Sono quindi molto felice di ospitare nuovamente sulle pagine di Mister Folk, a due anni di distanza dalla precedente intervista,  il gruppo di Varese e dar loro l’occasione di raccontare cosa è successo dopo la pubblicazione dell’EP e di approfondire il discorso musicale-lirico del nuovo cd.

Iniziamo parlando del dopo The Blind Crow. Cosa è successo in casa Æxylium e dopo le reazione di critica e pubblico avete “cambiato” qualcosa nel vostro modo di lavorare?

Sicuramente quando una band lancia un primo EP si tratta anche una sorta di sondaggio per vedere quanto e se le proprie creazioni vengano apprezzate; con The Blind Crow abbiamo voluto lasciare un “biglietto da visita” con le risorse che avevamo in quel momento, visto che una band appena nata è logico che sia poco conosciuta. In quel frangente le critiche sono importantissime perché ti fanno capire quale sia bene o male la linea da seguire, ed infatti noi abbiamo lavorato molto sulla qualità in generale, da quella della registrazione, a quella della nostra immagine e delle prestazioni live: l’obiettivo è sempre quello di risultare professionali agli occhi della gente.

Le tre canzoni che facevano parte di The Blind Crow le troviamo ri-registrate in Tales From This Land. Immagino quindi che avete voluto fortemente inserire quelle tracce con un suono all’altezza della situazione nel nuovo disco. Siete soddisfatti di come suonano ora?

È proprio così, sono tre canzoni che ci rappresentano fortemente e sentivamo la necessità di riproporle in una veste sicuramente più curata. Siamo molto contenti della qualità del prodotto e il feedback che ne abbiamo ricevuto a riguardo è stato sempre molto positivo.

State promovendo il vostro primo full-length Tales From This Land, vi chiedo quindi di parlare del cd come se i lettori non avessero ascoltato una sola nota dell’album.

Tales From This Land è una raccolta di storie con le quali vogliamo intrattenere l’ascoltatore affidandoci alla nostra musica; si tratta di undici tracce anche ben diverse tra loro: una delle caratteristiche che crediamo ci possa contraddistinguere è proprio il fatto di non porci limiti in fase di composizione, spaziando da un folk metal con ritmiche thrash e serrate, alla classica canzone spensierata da ballare live, fino a tracce in cui le varianti sinfoniche e melodiche sono decisamente in prima fila. Anche la voce di Steven è soggetta a variazioni all’interno del disco, passando dalle numerosi parti cantate in pulito, ad altre in growl utilizzate sia nei cori che nella linea vocale principale.

Quali sono le canzoni più rappresentative del disco, e perché?

Oltre alle tre tracce già citate presenti nel primo EP, direi che Into The Jaws Of Fenrir e Tales From Nowhere nella loro diversità possano rappresentarci bene. La prima perché esalta il nostro lato più “heavy” e deciso, la seconda perché ha ispirato la scelta dell’artwork ed è ricca di parti melodiche, soprattutto per quanto riguarda tastiera, violino e flauto.

In alcuni frangenti si sentono chiari i riferimenti agli Elvenking, cosa che non accadeva con il precedente EP. Qualcuno di voi ha ascoltato la band friulana negli ultimi tempi? Quali sono i gruppi italiani, anche al di fuori del folk metal, che ascoltate con piacere?

Gli Elvenking, nonostante riteniamo essere una delle più grandi band italiane folk metal, dobbiamo ammettere che non sono parte della musica che prevalentemente ascoltiamo o dalle quali traiamo ispirazione. In molti comunque ci hanno fatto notare questa “somiglianza”, ma probabilmente è qualcosa che è nato più come spontaneità, invece che trattarsi di un’influenza vera e propria in fase compositiva. Riguardo le band italiane che ci piacciono, oltre a quelle del nostro stesso genere musicale come Folkstone, Wind Rose e Atlas Pain, ascoltiamo principalmente DGM, Vision Divine, Secret Sphere, Destrage e Frozen Crown.

Parliamo dei testi: si spazia dai miti nordici a Tolkien e a storie più “personali” nel giro di poche canzoni. Ci sono libri, film, videogiochi o altro che hanno ispirato i testi? Qual è quello che ritenete migliore o più rappresentativo rispetto agli altri?

Siamo sicuramente affascinati dalla mitologia Norrena, ed è chiaro leggendo i nostri testi che abbia una grande importanza nella scelta dei temi da trattare; siamo anche quasi tutti amanti dei videogiochi, soprattutto se trattano tematiche fantasy o legate a miti e leggende, direi che un po’ tutto questo ha influito sulla scelta del testo da sviluppare canzone per canzone.

Con la canzone Radagast trattate Tolkien, autore amato dai musicisti rock/metal e non solo. Come mai la decisione di scrivere di un personaggio poco noto come Radagast?

Esatto, i racconti di Tolkien sono spesso fonte di idee anche per le band musicali, e in particolare un genere come il folk metal trova facile ispirazione. Abbiamo deciso di scrivere una canzone su Radagast proprio perché si tratta di un personaggio secondario sì, ma estremamente buffo e ambiguo, e crediamo si sposi perfettamente con le sonorità della canzone che abbiamo scritto, in particolare con le linee di fisarmonica che vogliono quasi rappresentarne la personalità.

L’artwork è davvero molto curato e avere in mano dischi “completi” come il vostro è sempre un piacere. Siete dei “tifosi” del formato fisico? Come sono nate le illustrazioni del booklet e più in generale, come vi siete mossi per l’aspetto grafico?

Era qualche mese che cercavamo un artista che potesse rappresentare alla perfezione i nostri gusti riguardo l’artwork per l’album e, a dirla tutta, anche noi stessi facevamo fatica a trovare un’idea comune. Poi, quasi per caso, siamo venuti a conoscenza dei lavori di 3MMI Design e ci sono piaciuti sin dal primo momento. La copertina pensiamo sia perfetta per rappresentare i racconti dell’album, e Pierre-Alain Durand ha scelto di realizzare anche illustrazioni dedicate alle diverse canzoni dell’album come si può notare dal booklet. Nell’era in cui il digitale ormai risulta sempre più dominante, è comunque impagabile e affascinante aprire la confezione e trovare un artwork e un booklet fatti bene.

Anche l’audio del disco è davvero gagliardo. Come vi siete trovati a lavorare con Davide Tavecchia e Simone Mularoni? Vi hanno “insegnato” qualcosa?

Siamo venuti a conoscenza del Twilight Studio di Davide Tavecchia dopo aver ascoltato l’EP degli Atlas Pain e la qualità dei suoni ci sembrava adatta a ciò che volevamo realizzare. Lui è davvero una persona paziente e disponibile, e anche in fase di produzione ci ha dato una grandissima mano, in particolare sulle parti sinfoniche e su tutti i doppiaggi di voce in growl. Per quanto riguarda Simone Mularoni ovviamente c’è poco da dire, vista la quantità di band che si rivolgono a lui per la qualità dei suoi lavori, è uno che non ha bisogno nemmeno di presentazioni; dobbiamo inoltre dire che è anche lui molto disponibile e viene incontro alle esigenze della band senza problemi.

Avete firmato per Underground Symphony, un’etichetta storica italiana che in passato ha lavorato soprattutto con realtà power metal. Come siete entrati in contatto con la label e come vi state trovando?

Abbiamo contattato Maurizio Chiarello per proporgli il nostro lavoro e a lui è piaciuto fin da subito nonostante, come hai sottolineato giustamente, lui lavori perlopiù con band power metal e anzi, se non erro, siamo l’unica band folk metal nel roster dell’etichetta. Lui è uno che lavora nel settore da tantissimi anni, ha visto la scena metal evolversi in Italia ed è ancora molto legato al fascino delle copie fisiche degli album. Ci ha messo a conoscenza della situazione musicale del nostro paese senza troppi giri di parole, e abbiamo concordato che la sua proposta era quella più adatta alle nostre esigenze.

Vi sentite parte della scena folk metal italiana? Pensate che la scena tricolore possa “rivaleggiare” con quelle straniere?

Diciamo che di sicuro con l’uscita del nuovo album ora molta più gente sa chi sono gli Æxylium e che tipo di musica propongono. Abbiamo ricevuto inoltre parecchi feedback positivi, non solo dalle recensioni, ma anche dalla gente che è venuta ai nostri concerti e ha voluto comprare una copia di Tales From This Land o una maglietta e questo fa sempre piacere; nella nostra testa comunque è sempre presente l’obiettivo di crescere musicalmente e migliorarci. Ci sono sicuramente band italiane in grado di competere con quelle straniere, almeno in parte; ad esempio, oltre ai già affermati Folkstone, Elvenking e Furor Gallico, fa piacere vedere una band italiana come i Wind Rose, (con i quali abbiamo avuto il piacere di suonare lo scorso anno) che con l’ultimo album ha cambiato completamente strada, girare i palchi più importanti d’Europa.

Cosa farete nei prossimi mesi? Avete programmato eventi o lavori particolari? State lavorando a nuove canzoni?

Quest’estate abbiamo avuto il piacere di partecipare ad alcuni importanti festival come Rock Inn Somma, Druidia e Montelago Celtic Festival, quest’ultimo conta più di 20.000 partecipanti nei quattro giorni di svolgimento. Ci siamo da poco già messi al lavoro su materiale nuovo, in quanto sappiamo che essendo in otto la fase di songwriting richiede molto tempo. Inoltre stiamo pianificando proprio in questo momento la realizzazione di un videoclip ufficiale che verrà registrato tra non molto, terremo sicuramente aggiornati i nostri fan sui canali social.

Vi ringrazio per la disponibilità, volete lasciare un messaggio ai lettori del sito?

Ringraziamo come sempre Fabrizio per lo spazio concesso e per la passione che mette a disposizione delle band, e speriamo di incontrare qualche lettore di Mister Folk ad un nostro concerto o anche semplicemente per una birra in compagnia!

Foto di Annalisa Piasente