Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marcello Andreotti: voce, chitarra – Waxwolf: chitarra – Alberto Malferrari: basso – Federico Malacarne: batteria – Gabriele Sarti: tastiera – Mattia Barbieri: banjo

Tracklist: 1. Traveller’s Song – 2. A Dreadful Painting – 3. The Forest – 4. Spirits’ Dance – 5. Azathoth’s Call – 6. Nepenthes Rejah – 7. Heroes Paradox – 8. The River – 9. Water Rings – 10. Fireflies Serenade – 11. Zoè – 12. The Mist – 13. Declivio – 14. Catarsi – 15. Devilish Touch (bonus track)

Il folk metal, come tutti gli altri generi, ha visto la propria nascita, diffusione ed esplosione nel giro di pochi anni. Ora siamo in un momento di stanca dove sembra che tutto sia stato già detto e composto, ma fortunatamente non è così. Certo, la maggior parte delle pubblicazioni rispettano i tipici parametri del settore, ma di tanto in tanto salta allo scoperto un gruppo che non sta alle regole del gioco e un po’ per cuore e un po’ per testardaggine, tira fuori tutto quel che ha da dire, infischiandosene delle strade già note e quindi più sicure. Questo modo di fare può essere interpretato come imprudenza tanto quanto coraggio: l’ultima parola sta alla musica.

Questo degli emiliani Folk Metal Jacket è il primo full-length della carriera, a otto anni dalla fondazione e più di quattro dall’incoraggiante EP Spill This Album. Molte cose sono cambiate in questo lasso di tempo, prima tra tutte parte della line-up: tre musicisti hanno inciso il vecchio materiale e tre sono i nuovi arrivati. Di conseguenza, com’è facile intuire, anche la musica ha preso una piega diversa rispetto al folk metal spensierato e divertente di Spill This Album: Eulogy For The Gentle Fools è più maturo e meno diretto, camaleontico e sorprendente per soluzioni musicali. Va subito riconosciuto alla formazione di Modena di aver lavorato senza paura, osando non poco per realizzare un full-length molto ambizioso e tutt’altro che immediato. È proprio questo il nodo cruciale: per assimilare questo disco ci vuole tempo e attenzione. Siamo dinanzi a un cd molto vario, estremo più nella concezione che nella musica, in grado di far storcere il naso ai puristi del genere e di incuriosire chi ascolta prevalentemente altri stili.

L’intro Traveller’s Song fa capire molte cose: strumenti spagnoli come nacchere e maracas e infiltrazioni country sono un buon biglietto da visita su ciò che si può incontrare più avanti, non a caso la successiva A Dreadful Painting porta la band su binari extreme folk metal, pur giocando con sonorità latine e stop’n’go davvero originali; una parte parlata al megafono e le sonorità simil Trollfest portano a The Forest, nella quale alla parte aggressiva e allo stacco fortemente debitore ai Children Of Bodom dei primi tre lavori (0:35) si contrappone quella più folk e melodica con delle tastiere retrò e il banjo protagonista. Si cambia registro con Spirits’ Dance, leggera e vagamente prog salvo qualche sfuriata di breve durata. Azathoth’s Call è la canzone più lunga del lotto (poco oltre i sei minuti), ma è piena d’idee al punto che viene da pensare che un’altra band ci avrebbe composto tre pezzi. Anche qui il banjo ha spazio per dire la sua, così come non mancano riff tirati e momenti nei quali i musicisti danno libero spago all’immaginazione, ma la cosa più sorprendente è il finale con banjo e voci che si sovrappongono per un risultato che rimanda alle sonorità dei loro amici Kalevala HMS. Nepenthes Rejah è probabilmente la canzone più “classica” di tutte, con la tradizionale struttura strofa-ritornello e l’alternarsi della voce scream e pulita. Si spinge sull’acceleratore con Heroes Paradox, traccia carica d’energia dalla parte centrale soft e, prendetelo con le pinze, opethiana nello spirito. Come ormai ci hanno abituato, i Folk Metal Jacket cambiano tempi e umore più volte nella stessa composizione e in Heroes Paradox si sono superati. Siamo ora a metà Eulogy For The Gentle Fools e di idee buone se ne sono sentite in gran quantità: il rischio arriva adesso, in quanto mancano ben sette canzoni alla fine dell’album ed è facile rendersi conto che un ascolto del genere non è semplice perché per apprezzare ogni singolo cambio di tempo, ogni minima sfumatura, ogni piccola variazione, ci vuole impegno e attenzione. Con un pizzico di buona volontà, però, si viene premiati con altre canzoni valide che ripagano tutto il tempo concesso all’ascolto. La seconda parte di Eulogy For The Gentle Fools parte con l’ordinaria The River, cantata con voce pulita e dal sapore progressivo e diretto al tempo stesso; molto meglio la successiva Water Rings, dal ritmo incalzante e le ottime linee vocali, mentre l’assolo di banjo è la classica ciliegina sulla torta. Il bellissimo intro di Fireflies Serenade vale da solo l’acquisto del disco e il seguito non è da meno: folk metal massiccio con un cantato dannatamente ruffiano, bell’assolo di chitarra e momenti di grande musica sono gli ingredienti che rendono Fireflies Serenade una delle canzoni meglio riuscite del platter. Zoè è l’estremizzazione di quanto ascoltato finora, nel bene e nel male. Le strutture si fanno liquide, non ci sono punti di riferimento e se è vero che i cinque minuti di durata spiazzano l’ascoltatore, è altrettanto vero che è forse la canzone che più rimane impressa quando si giunge al termine del disco. La traccia numero 12 è The Mist, ennesima prova di apertura mentale e coraggio compositivo dei Folk Metal Jacket: certi fraseggi possono riportare alla mente alcuni istanti del primo lavoro dei Liquid Tension Experiment pur in contesti assai differenti e più rock/metal nell’anima. Si giunge alla fine del viaggio e del concept con Declivio e Catarsi: la prima è un intro di trenta secondi a cui fa ruota un mix di heavy metal, rock, pianoforte e atmosfere lugubri ma anche altri stili inusuali nella scena folk. La bonus track, per quanto non indispensabile, porta a sorridere i fan di Star Wars: le note scelte dai musicisti ricordano quelle proposte dalla band alla corte di Jabba The Hut!

Eulogy For The Gentle Fools è un concept album: il protagonista è Jeff, il quale si scontra con un misterioso fauno e da questo evento nasce la storia raccontata nelle quattordici tracce dell’album. Chiaramente la grafica riprende il contenuto dei testi e la bellissima copertina di Elisa Urbinati immortala il fauno Begùr giocare a scacchi con Jeff: osservando con attenzione la front cover è possibile notare alcuni dettagli che vanno ricollegati ai testi. A proposito di testi, il booklet è anch’esso realizzato con cura maniacale e l’impaginazione è molto dinamica e divertente da vedere. L’unica cosa che stona con quanto detto, è la produzione. I suoni non sono abbastanza potenti, gli strumenti non danno l’impressione di essere perfettamente amalgamati ed è un peccato perché questo è l’unico difetto di un disco che altrimenti funziona bene.

I Folk Metal Jacket hanno lavorato tantissimo per realizzare Eulogy For The Gentle Fools e il prodotto finale è la testimonianza che si possono allargare i confini del folk metal senza per questo “tradire” il genere o snaturare la proposta musicale. Ora c’è la curiosità di sapere cosa potranno fare con il prossimo disco, sperando non ci vogliano altri quattro anni di attesa. La speranza per la band e per la scena tricolore, è che si riescano a organizzare un buon numero di concerti in giro per lo stivale per promuovere l’album: suonando live e vivendo gomito a gomito i Folk Metal Jacket potrebbero raggiungere quella sintonia in grado di far fare loro il definitivo salto di qualità, il potenziale non manca di certo.

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Live Report: Furor Gallico a Roma

FUROR GALLICO + BLODIGA SKALD + CALICO JACK + ULFHEDNAR

6 ottobre, Traffic Live Club, Roma

Grande serata di folk metal al Traffic di Roma in occasione del release party di Ruhn, primo full-length dei Blodiga Skald uscito per la SoundAge Productions. E proprio di un party si è trattato: una festa a 360 gradi con numerosi stand di oggettistica, mangiafuoco, combattenti fantasy, una lotteria a premi (cd e maglie dei gruppi partecipanti) e, soprattutto, tanta buona musica. Insieme agli orchi capitolini, difatti, hanno suonato Furor Gallico in qualità di headliner, Calico Jack e Ulfhednar.

Proprio agli Ulfhednar tocca aprire la serata e la notizia positiva è che davanti al palco erano già presenti una gran quantità di persone, mentre di solito, per chi suona per primo, va di lusso se ci sono venti persone sotto al palco. La musica del gruppo è un black metal con forti influenze doom e proprio quest’ultime fanno la differenza in positivo: rallentamenti inaspettati e accordi pieni spezzano la violenza tipica del black, riuscendo quindi a far appassionare al concerto anche chi non mastica sonorità tanto estreme. Ciliegina sulla torta la micidiale Furore Pagano dei grandi Draugr, per la gioia della platea.

Scaletta Ulfhednar: 1. Mortaliter – 2. Fredda Pietra – 3. In Nomine Cuius – 4. Rulers Od Darkness – 5. Alea – 6. Furore Pagano (Draugr cover) – 7. Addicted To Tragedy

Si cambia completamente registro con i milanesi Calico Jack, band pirate metal come facilmente intuibile dal nome. I vestiti di scena e le trovate del bravo cantante Giò (tipo far salire sul palco la fotografa ufficiale del Traffic e ballarci insieme) sono in sintonia con la musica spesso goliardica ma non per questo banale, anzi: tolto l’aspetto visivo rimane un ottimo heavy metal roccioso con graziosi passaggi strumentali (benissimo il violino di Dave) e belle idee che, pur rimanendo all’interno di un genere come il pirate, suonano fresche e intelligenti. Dopo anni di silenzio sembra arrivato, finalmente, il momento del full-length per la ciurma di John Rackham (in arte Calico Jack): nel frattempo ci si può rinfrescare la memoria con Black Sails e i libri di Björn Larsson e Arthur Conan Doyle.

Scaletta Calico Jack: 1. Devil May Care – The Secret Of Cape Cod – 3. Sharkbite Johnny – 4. Death Beneath The Wave – 5. Caraibica – 6. Straits Of Chaos – 7. Where Hath Th’ Rum Gone?

I padroni di casa Blodiga Skald salgono sul palco con il boato del pubblico, presto intento a pogare e fare headbanging (e un gustoso wall of death) sulle note di Epica Vendemmia e Panapirr, ma è la cover di Madonna La Isla Bonita (mai eseguita live e suonata dopo un sondaggio su Facebook) a strappare veramente tanti applausi anche grazie alle scenette che avvengono sul palco. In particolare c’è da dire che il cantante Axuruk è un vero e proprio showman, interagisce tantissimo col pubblico e il resto della band suona con precisione e un tocco di spettacolarità che non fa mai male. La scaletta prosegue fino a giungere alla conclusiva Too Drunk To Sing!, pezzo che chiude il concerto tanto energico quanto divertente e accattivante. Il folk metal è bello perché anche il lato più scanzonato è comunque preso seriamente e gli orchi capitolini sono maestri in questo. Non poteva esserci release party meglio riuscito.

Scaletta Blodiga Skald: 1. Epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. Blood & Feast – 4. La Isla Bonita (Madonna cover) – 5. Laughing With The Sands – 6 – Sadness – 7. Panapirr – 8. Too Drunk To Sing!

Ogni volta che i Furor Gallico mettono piede a Roma ne esce un gran concerto con un numero di pubblico sempre crescente. Anche questa volta è andata così, con le prime file del Traffic pittate di blu in omaggio alla band lombarda che sul palco non risparmia energie e sudore. La scaletta è stranamente divisa in due: la prima parte interamente dedicata al debutto Furor Gallico, la seconda a Songs From The Earth; l’encore, invece, è tutto per al primo cd. Si nota subito la presenza della brava Laura Brancorsini al violino dopo qualche anno lontana dalla band (al momento, però, non si sa se tornerà in pianta stabile nella line-up), i Furor Gallico macinano folk metal che è una meraviglia e pezzi da novanta come Cathubodva e The Gods Have Returned fanno sempre la differenza. Anche con la formazione brianzola c’è spazio per un wall of death (La Notte Dei Cento Fuochi), ma non mancano momenti più delicati come Diluvio, brano che anche dal vivo si conferma ottimo. Davide “Cica” scherza e ringrazia a più riprese il caldo pubblico prima di lasciare il palco sulle note del classico La Caccia Morta, da sempre canzone simbolo della band. Alla fine, giustamente, sono solo applausi e sorrisi.

Scaletta Furor Gallico: 1. Venti Di Imbolc – 2. Cathubodva – 3. Ancient Rites – 4. The Gods Have Returned – 5. Curmisagios – 6. Diluvio – 7. To The End – 8. Wild Jig Of Beltaine – 9. La Notte Dei Cento Fuochi – 10. Eremita – 11. Drum Solo – 12. The Song Of The Earth – 13. Medhelan/The Glorious Dawn – 14. Banshee – 15. La Caccia Morta

Dopo i concerti c’è spazio per chiacchiere, foto e l’attesa estrazione di cd e maglie per un buon numero di vincitori. I Blodiga Skald hanno pensato veramente a tutto e la serata in onore di Ruhn è riuscita alla grande: non avevo mai assistito a un release party tanto coinvolgente quanto apprezzato dal numeroso pubblico. Non c’è da sperare, quindi, in un nuovo disco degli orchi romani per poter partecipare al prossimo – divertente – release party.

I VIDEO DELLA SERATA:

Live Report: Wintersun a Roma

WINTERSUN + WHISPERED + BLACK THERAPY + TIME FOR VOLTURES

2 ottobre 2017, Traffic Live Club, Roma

Uno dei concerti più attesi dell’intera stagione musicale era sicuramente il ritorno in Italia dei Wintersun dopo la pubblicazione di The Forest Seasons, terzo lavoro della band di Jari Mäenpää. Il gruppo finlandese si presenta a Roma dopo aver entusiasmato la platea bolognese il giorno prima, e a conti fatti conferma l’alto livello della prestazione con un set abbastanza lungo quanto intenso.

Ad aprire la serata troviamo i Time For Voltures. C’è da dire che la band di Porto Sant’Elpidio è completamente fuori contesto in un concerto del genere, il loro new metal stona in una serata dedicata al death melodico, ma è giusto riconoscere ai ragazzi sul palco di avercela messa tutta con litri di sudore e impegno al massimo, tirando fuori anche dei momenti graditi alla platea dall’età piuttosto bassa. A fine esibizione i pochi spettatori applaudono i musicisti marchigiani, i quali lasciano spazio ai Black Therapy, band romana che nel 2016 ha pubblicato il secondo cd In The Embrace Of Sorrow, I Smile per Apostacy Records (This Ending, Obscurity ecc.). Il pubblico si fa più caldo e le prime file sono tutte lì appositamente per loro; la band ricambia suonando mezz’ora in maniera compatta e precisa, chiudendo con la cover – chiaramente ri-arrangiata – di Mad World, originariamente scritta dai Tears For Fears e riportata alla luce da Gary Jules e utilizzata nel film cult Donnie Darko.

Le casse del Traffic risuonano grandi gruppi (Carcass, Alice Cooper, Motley Crue ecc.) durante il cambio palco ed è sulle note degli Alestorm che i finlandesi Whispered entrano in scena: death metal (molto) melodico e influenze folk giapponesi sono una cosa assai rara da ascoltare e, oltre alla buona prova dei musicisti, a rubare l’attenzione è il look simil samurai e il trucco molto curato. Quattro brani su sette sono presi dall’ultima prova in studio Metsutan – Songs Of The Void, tra le quali spiccano il singolo Strike e la conclusiva Bloodred Shores Of Enoshima, canzoni che piacciono al pubblico che ricambia con affetto e corna al cielo le simpatiche pose e smorfie abbathiane del cantante/chitarrista Jouni Valjakka.

Scaletta Whispered: 1. Strike! – 2. Exile Of The Floating World – 3. Kansei – 4. Sakura Omen – 5. Lady Of The Wind – 6. Hold The Sword – 7. Bloodred Shores Of Enoshima

La temperatura si fa calda quando gli headliner della serata salgono sul palco: già dalle prime note dei Wintersun il pubblico, finalmente arrivato a un numero accettabile ma drasticamente inferiore rispetto alla data bolognese, si fa sentire sul serio, incitando i musicisti e lasciandosi andare diverse volte a del buon pogo nei momenti più tirati. L’apertura è affidata ad Awaken From The Dark Slumber (Spring), la canzone più debole di The Forest Seasons ma che dal vivo rende meglio che su disco. La feroce accoppiata Winter Madness/Beyond The Dark Sun riporta al memorabile esordio del 2004: c’è una grande differenza di songwriting tra il disco Wintersun e Time/The Forest Seasons, in particolare negli ultimi lavori mancano dei “veri” riff di chitarra e si è fatto spazio a orchestrazioni e un lavoro più di squadra. Jari Mäenpää senza chitarra è difficile da vedere, ma la sua interpretazione vocale ne ha guadagnato non poco, anche se alcune movenze sono ancora un po’ goffe, ma nulla a che vedere con l’orso Hansi Kürsch, ricordo di un concerto milanese dei Blind Guardian A.D. 1998. Il concerto prosegue senza intoppi e le canzoni proposte sono suonate in maniera chirurgica. A tal proposito non si può che rimanere affascinati e stupiti dalla feroce Eternal Darkness (Autumn), durante la quale il batterista Rolf Pilve da sfoggio di una tecnica e una preparazione fisica fuori dal comune. L’ultimo brano in scaletta è Time, dodici minuti di grande musica, il modo migliore di chiudere il bel concerto dei Wintersun.

A fine serata fa piacere aver incontrato molti over 30 e 40 tra la platea con maglie di Ensiferum, Enslaved e Finntroll, ma anche persone più grandi di età divertite tanto quanto i ragazzini a ridosso delle transenne. Alla fine, nonostante le critiche, il crowdfunding e le insopportabili scuse su computer rotti che fanno ritardare l’uscita dei dischi, i Wintersun hanno saputo portarsi appresso i fan che nel 2004 acclamarono il debutto e aggiungendo a loro un buon numero di nuove leve, una missione sulla carta per nulla facile. Soprattutto, è stato bello vedere un buon pacchetto di band come quello di stasera a Roma, città spesso trascurata da tour di questo tipo.

Scaletta Wintersun: 1. Awaken From The Dark Slumber (Spring) – 2. Winter Madness – 3. Beyond The Dark Sun – 4. Death And The Healing – 5. Sons Of The Winter And Stars – 6. Loneliness (Winter) – 7. Starchild – 8. Eternal Darkness (Autumn) – 9. Time

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Mister Folk Distro

4 ottobre 2017, inizia l’avventura Mister Folk Distro.

Ho pensato a lungo se fare o meno questo passo, calcolando soprattutto il tempo e il sonno che potrebbe portarmi via, ma cosa vi posso dire se non che tutto quello che faccio è per pura passione?

Perché una distro (sì, si chiama proprio “distro”) nel 2017? Perché sono cresciuto con le distro, ordinavo dischi in America o in Germania per procurarmi le cassette o i cd della band underground che scovavo su riviste e fanzine. Era l’unico modo per avere certo materiale. Nell’era digitale, con Bandcamp e tutto il resto, qual è il senso di una distro? La praticità: in un unico “spazio” ci trovate i dischi che vi possono piacere, senza dover ordinare un demo in Veneto, un cd in Abruzzo e uno split in Spagna, Mister Folk Distro sarà, con il tempo, un luogo dove poter trovare buona musica con la comodità di pagare una sola spedizione invece di 4 o 5.

Come potrete vedere cliccando i link dei siti WordPress e BigCartel (in futuro sicuramente qualcosa cambierà, ma non è per ora) i titoli disponibili sono di conclamata qualità, e ogni mese ci saranno delle aggiunte che renderanno la scelta sempre più vasta.

Due parole sul logo di MFD: l’immagine è stata creata da Elisa Urbinati, artista che collabora da anni con Mister Folk (autrice, tra le altre cose, degli artwork delle compilation). Il disegno e lo stile sono un chiaro tributo alle “vecchie” distro degli anni ’90, quelle con le liste fotocopiate male e i titoli scritti con carattere minuscolo per risparmiare spazio.

Infine, potrete incontrare lo stand di Mister Folk Distro ai concerti romani dove il folk/viking la fanno da padrone: in queste occasioni, se fortunati, potrete trovare il leggendario Idromele di Mister Folk.

Turisas – The Varangian Way

Turisas – The Varangian Way

2007 – full-length – Century Media

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mathias Nygård: voce – Jussi Wickström: chitarra – Hannes Horma: basso – Tude Lehtonen: batteria – Lisko: fisarmonica – Olli Vänskä: violino

Tracklist: 1. To Holmgard And Beyond – 2. A Portage To The Unknown – 3. Cursed Be Iron – 4. Fields Of Gold – 5. In The Court Of Jarisleif – 6. Five Hundred And One – 7. The Dnieper Rapids – 8. Miklagard Overture

The Varangian Way è uno dei dischi più importanti del folk metal.

Siamo nel 2007 e il tema vichingo, per quanto utilizzato da numerosi gruppi – spesso in maniera legittima data la provenienza della maggior parte di loro -, non era ancora una moda. Questo dei Turisas è un concept che nonostante i dieci anni sulle spalle brilla per l’originalità, figurarsi all’epoca! Stiamo parlando di uno degli album che ha dato il via, insieme a una manciata di altri dischi, al fenomeno del folk metal a livello mondiale. Che poi sia stato (ed è tuttora) sfruttato a commercialmente fino allo sfinimento è un altro discorso, ma The Varangian Way ha dato una grande spinta all’intera scena, sia per il coraggio di lavorare a un concept molto ambizioso, che per lo stile musicale, nel 2007 inedito e oggi punto di riferimento per molte formazioni.

La storia è molto semplice: un manipolo di vichinghi guidato da Hakon the Bastard parte dalla propria terra e di canzone in canzone arriva laddove i loro simili non si erano mai spinti. Il Medio Oriente è il punto d’arrivo di questi intrepidi viaggiatori, coraggiosi e incoscienti, capaci di spingersi tra mille peripezie ai confini del mondo.

Tutto questo, però, sarebbe inutile se a sorreggere l’aspetto narrativo non ci fosse della grande musica. I quarantatré minuti di The Varangian Way scorrono con incredibile semplicità: le canzoni sono tutte differenti tra di loro, c’è spazio per bordate metalliche quanto per situazioni più soft, ci sono orchestrazioni impressionanti e cori epici, così come momenti di puro folk e inaspettati assoli di violino. L’inizio del viaggio è affidato a To Holmgard And Beyond, il singolo perfetto per compattezza e risultato finale, con un ritornello tanto semplice quanto divertente da urlare al cielo. In questo brano viene “presentato” l’inizio dell’avventura, così come sono nominati alcuni personaggi con fare quasi comico, ma che rende bene l’idea dell’atmosfera che si respirava nei primi giorni di navigazione. Musicalmente le cose si fanno più interessanti con A Portage To The Unknown, canzone dall’anima malinconica che racconta le sensazioni dell’equipaggio man mano che ci si allontana da casa, il freddo aumenta e non si può far altro che seguire fiduciosi il vento del nord consapevoli che ovunque si andrà ci saranno gli dei al proprio fianco.

All I have left is a symbol on my chest
My only lead on my desperate quest

Con Cursed Be Iron i Turisas cambiano di nuovo pelle: riff rammsteiniani e growl vocals in abbondanza per quella che è sicuramente la composizione più violenta del disco nonostante siano presenti diverse parti più leggere; il testo è interamente preso dal poema epico finlandese, il Kalevala, e per la precisione dal runo IX, L’origine del Ferro. Il viaggio di Hakon e soci prosegue con Fields Of Gold, tra cori maestosi e bruschi cambi di tempo (e di cantato). In alcuni momenti, chiudendo gli occhi, sembra di assistere a un musical invece di ascoltare un disco in casa. Il puro folk di In The Court Of Jarisleif è una boccata d’aria fresca, nonché l’unica traccia dove compare Lisko tra gli autori. Al banchetto si festeggia con chitarre graffianti e ritmi incalzanti di fisarmonica e violino, un tutt’uno irresistibile per efficacia e divertimento prima del ritorno a sonorità più impegnative con Five Hundred And One, ennesimo brano di grande qualità con diversi spunti interessanti e continui cambi di tempo e umore: si passa dal metal più epico ad accelerazioni di batteria brevi e taglienti, fino a momenti che sfiorano il progressive e parti recitate con grande enfasi. The Dnieper Rapids rappresenta uno spavento e una grande sfida per Hakon e i suoi compagni: la musica incalzante, soprattutto dopo il terzo minuto, ben spiega il senso di paura, il respiro che si ferma e la tranquillità che torna una volta capito che il peggio è alle spalle e si deve guardare solo avanti. Gli otto minuti di Miklagard Overture sono per lo più dedicati allo stupore, alla meraviglia e alla gioia di arrivare a Costantinopoli, qui chiamata anche Tsargrad, città bellissima in grado di incantare anche il viaggiatore più esperto. La cavalcata metallica dei Turisas (che non si tirano indietro quando c’è da portare influenze e stili differenti all’interno della stessa canzone) è deliziosa quanto le linee vocali di Mathias Nygård, le orchestrazioni donano magnificenza alla composizione e si può senza dubbio parlare di uno dei pezzi meglio riusciti dell’intera carriera dei finnici.

Breathing history
Veiled in mystery
The Sublime
The greatest of our time
Tsargrad!

Quarantatré minuti di folk metal, un folk metal diverso da quanto sentito in prima del giugno 2007. Ci sono stati i grandi classici (Otyg, Storm, Skyclad ecc.), nuovi geni come Myrkgrav e le band che hanno apportato delle grandi novità al genere come Turisas ed Eluveitie. Che piaccia o meno The Varangian Way è un nuovo modo di concepire il folk metal, sicuramente meno tradizionale e “folk” allo stato puro. Qui le prove dei singoli musicisti non sarebbero neanche da commentare in quanto il disco va visto come un unico blocco dove ogni strumento è al servizio della musica, ma come si fa a non menzionare la grande teatralità di Nygård e l’estro del funambolico violinista Olli Vänskä, autore di diversi assoli mentre la chitarra svolge sempre il ruolo di accompagnamento?

In un disco del genere l’aspetto grafico ha la sua importanza: il booklet di sedici pagine è molto bello (riprende la grafica e lo stile della copertina, opera di John Coulthart, all’opera anche con Cradle Of Filth e Melechesh) e sono presenti tutti i testi e le classiche informazioni su musicisti, studi di registrazione e dati di vario tipo. La versione digipak, ribattezzata per l’occasione Director’s Cut – Extended Version, contiene l’esilerante bonus track Rasputin, cover del gruppo Boney M e To Holmgard And Beyond (single edit) nel cd, ma soprattutto è arricchita con la presenza del bonus dvd con il videoclip di Rasputin e sei pezzi live tratti da vari festival europei.

Dopo un ottimo debutto come Battle Metal del 2004, i Turisas trovano una nuova via per esprimersi e non solo lo fanno con grande autorità, ma diventeranno presto un punto di riferimento per l’allora scena folk in espansione. The Varangian Way è il disco che ha dato il là al “bombastic metal”, ovvero iper produzioni ricche di orchestrazioni e suoni potenti fino al limite dell’esplosione. Ma se lo si spoglia dell’innegabile importanza storica, The Varangian Way rimane un disco perfetto dove grande musica incontra testi e idee sopra la media, per un risultato esplosivo e purtroppo non ripetuto. Insieme a qualche altra manciata di lavori (Victory Songs degli Ensiferum e Slania degli Eluveitie), senza per questo voler dimenticare i grandi classici, The Varangian Way rappresenta la nuova via del folk metal.

Live Report: Yggdrasil Night

YGGDRASIL NIGHT

ShadowThrone + Dyrnwyn + Under Siege

24 settembre 2017, Traffic Live Club, Roma

Serata dedicata all’underground al Traffic di Roma, ma purtroppo la risposta di pubblico è stata veramente scarsa. È questo il primo dato che voglio riportare parlando dell’Yggdrasil Night, concerto che vedeva salire sul palco del locale capitolino Under Siege, Dyrnwyn e Shadowthrone. Il pubblico romano ha deluso – cosa che succede spesso anche con nomi di culto, vedi l’atteso ritorno dei Windir -, non c’era la scusa del calcio o del cattivo tempo: una domenica sera con tre gruppi e biglietto a 5 euro merita più di una manciata di volenterosi davanti al palco.

Il primo gruppo a salire sul palco sono gli Under Siege, band di Palestrina (RM) che a breve pubblicherà il full-length di debutto: epico death metal melodico con qualche sprazzo più folk e la cornamusa del cantante Paolo Giuliani a fare capolino di tanto in tanto. Lo show è stato rovinato dai pessimi suoni che hanno reso incomprensibili le canzoni proposte. In particolare le due chitarre sono risultate completamente assenti, salvo comparire – comunque troppo basse – negli ultimi due pezzi. Di buono c’è da segnalare l’uso dei cori clean nei ritornelli mentre il singer canta in growl per un effetto battagliero e massiccio. Con i Dyrnwyn le cose vanno meglio e lo spettacolo ne guadagna. Seguiti da fedeli fan con la maglia dell’ultimo EP Ad Memoriam, i musicisti legati all’Antica Roma hanno scaldato il pubblico con cinque brani ben eseguiti. La band suona compatta e sicura, il Traffic sembra riprendersi un pochino e grazie a dei suoni finalmente all’altezza lo show fila liscio che è una meraviglia. Chiudono la serata gli ShadowThrone, dediti a un black metal che non disdegna parti meno tirate e aperture epiche che danno respiro allo spettatore, non a caso una delle principali influenze sono i Bathory. Al centro del palco splende una grande spada che viene spesso impugnata dal cantante Serj mentre le canzoni si susseguono senza tregua. L’esibizione della band di Frosinone è di qualità, i brani del debutto Demiurge Of Shadow rendono molto bene dal vivo ed è un peccato che davanti al palco sia rimasta una manciata di persone a rifarsi gli occhi e le orecchie con la superba prestazione del batterista Dave.

Finisce così, in maniera un po’ mesta, una bella serata che doveva premiare tre realtà underground e che invece rappresenta una sconfitta del pubblico romano. Lo slogan dei prossimi concerti del genere potrebbe essere “più concerti e meno internet”, ma è solo una questione di attitudine, e quella o ce l’hai oppure no. Under Siege, Dyrnwyn e ShadowThrone sicuramente ce l’hanno, così come ne sono forniti gli spettatori che non hanno cercato scuse per rimanere a casa.

Scaletta Under Siege: 1. Blàr Allt Nam Bànag (The Battle Of Bannockburn) – 2. Warrior I Am – 3. Beyond The Mountains – 4. Invaders – 5. Raise Your Banner – 6. One To Us

Scaletta Dyrnwyn: 1. Sigillum – 2. Tubilustrium – 3. Feralia – 4. Teutoburgo – 5. Para Bellum

Scaletta Shadowthrone: 1. Intro/Demiurge Of Shadow – 2. Disciples Of The Dark Masters – 3. Path Of Decay – 4. Descent – 5. Seal Of Opulence – 6. Curse Of The Royal Blood – 7. L’Autunno Di Bacco – 8. Mother North (intro, Satyricon cover)/Total Darkness – 9. Theories Behind Chaos – 10. Every Moment Burns In My Chest – 11. Faded Umanity/Outro

I VIDEO DELLA SERATA: