Fimbulvet – Heidenherz

Fimbulvet – Heidenherz

2016 – raccolta – Einheit Produktionen

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: “Ewige Winter”: Stephan Gauger: voce, chitarra – Marco Volborth: basso – Felix Zimmermann: batteria

“Der Ruf In Goldene Hallen”: Stephan Gauger: voce, chitarra – Marco Volborth: basso – Falko Knoll: batteria

Bonus tracks: Stephan Gauger: voce, chitarra – Christian Fröhlich: chitarra – Steffen Mehlhorn: basso – Hannes Köhler: batteria

Tracklist: CD1 “Ewiger Winter”: 1. Heer Der Ewigkeit – 2. Thronend – 3. Sonnenuntergang – 4. Schlacht Im Schenee – 5. Verschneite Welt – 6. Walveters Pfand – 7. Der Raben Raunen – 8. Wälderritt – 9. Nebel – 10. Gjallarhorn – Aug Nach Wigrid – 11. Erinnerung – 12. Walvaters Pfand (bonus track) – 13. Wälderritt (bonus track)

CD2 “Der Ruf In Goldene Hallen”: 1. Intro – 2. Der Ruf In Goldene Hallen – 3. Schwert Aus Stein – 4. Heidenherz – 5. Das Letzte Feuer – 6. Helias Bann – 7. Gewandung Der Zeit – 8. Am Stamme Yggdrasils – 9. Klang Des Waldes – 10. Horn Der Vernichtung – 11. Schwert Aus Stein (bonus track) – 12. Heidenherz (bonus track)

Operazione di “recupero” per la Einheit Produktionen: Heidenherz dei tedeschi Fimbulvet è un doppio cd contenente i primi due full-length della band con l’aggiunta di qualche bonus track. Ci si potrebbe domandare il perché di questa uscita, la risposta è semplice: Ewiger Winter (2006) è un cd che il gruppo si è autofinanziato, mentre Der Ruf In Goldene Hallen è stato pubblicato dalla Eichenthron (label che ha realizzato appena tre dischi) in sole mille copie. Entrambi i cd sono praticamente introvabili e quindi questo Heidenherz è sicuramente il benvenuto tra i fan della formazione proveniente dalla Thuringia, oltre un buon modo per promuovere il nome del gruppo vista la qualità estetica della confezione e il prezzo invitante. La raccolta si presenta in un elegante digipak a sei pannelli correlato da un booklet da ventiquattro pagine con i testi delle canzoni, le informazioni tecniche per ogni disco e una foto dell’ultima line-up con i crediti delle bonus track.

Ewiger Winter è un disco di debutto sopra la media: dal sound personale e con una manciata di canzoni davvero efficaci (l’opener Heer Der Ewigkeit e la sontuosa Thronend sono due ottimi esempi), è sì il primo passo dei Fimbulvet, ma anche un disco a suo modo storico nel mondo del pagan metal tedesco. La produzione old style e senza ritocchi da studio può suonare anacronistica al giorno d’oggi, ma è lo specchio di una band sincera che ha fatto del proprio meglio in studio riuscendo a tirar fuori dei suoni in linea con il genere suonato. Le bonus track sono le ri-registrazioni delle canzoni Walvaters Pfand e Wälderritt: con i suoni del 2016 acquistano nuova vita per potenza e pulizia, ma chiaramente perdono quel fascino dovuto alla genuina veste underground di dieci anni prima.

Il CD2 contiene Der Ruf In Goldene Hallen, uscito originariamente nel 2008, e un paio di bonus track. Il secondo disco dei Fimbulvet prosegue senza scossoni quando realizzato nel debutto, ma le canzoni sono più compatte e ben amalgamate, inoltre la registrazione è di gran lunga migliore seppur lo studio utilizzato per l’intero lavoro di registrazione, mix e mastering sia lo stesso, ovvero il Powertrack di Enrico “Löwe” Neidhardt, una garanzia per quel che riguarda il pagan metal teutonico. I cinquanta minuti di Der Ruf In Goldene Hallen scorrono veloci e senza intoppi, con la parte centrale del disco che è praticamente perfetta e mostra la band della Thuringia al massimo della forma. Le due bonus track sono la ri-registrazione di Schwert Aus Stein, in verità non molto differente dall’originale, e l’ottima versione acustica di Heidenherz, talmente ben riuscita da fa venir voglia di ascoltare un intero disco dei Fimbulvet in chiave acustica.

Heidenherz è un ottimo modo per recuperare i primi due lavori della band ormai introvabili con l’aggiunta di gustose bonus track. Conoscere Ewiger Winter e Der Ruf In Goldene Hallen dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ogni appassionato di pagan metal e la Einheit Produktionen permette ciò con un formato e una grafica accattivante: cosa si può volere di più?

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Intervista: Nebelhorn

Nebelhorn è una one man band in attività dal 2004 con tre full-length e un EP di puro viking metal all’attivo. L’ottimo Urgewalt, pubblicato pochi mesi fa, è la conferma delle qualità artistiche del mastermind Wieland, un disco viking metal old style come ormai se ne sentono sempre di meno. Il musicista tedesco non si è risparmiato nelle risposte, permettendoci di entrare nel mondo non solo musicale dei Nebelhorn.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

[Nota del traduttore: Wieland parla con un flusso di coscienza che più che un flusso sembra un fiume in piena, con un filo logico tutto suo e spesso attaccando insieme parole come in tedesco. Ambasciator non porta pena: io ho fatto del mio meglio per tradurre sia il significato di ciò che dice che il suo particolare stile di lingua sciolta, in modo che i nostri lettori riescano a rendersi conto di che tipo di personaggio è.]

Il nome Nebelhorn in Italia non è molto conosciuto, ti chiedo quindi di presentare il tuo progetto ai lettori di Mister Folk.

Grazie mille per la possibilità! Sono onorato! 🙂

Urgewalt è uscito a ben undici anni di distanza da Fjordland Saga: come mai c’è voluto tutto questo tempo?

Okay, vuoi dieci anni in breve? Divorzio, trasloco, nuova relazione, altro trasloco, trasloco aereo per studiare game design a Francoforte che si è concluso con molto stress, ancora trasloco, organizzazione della campagna crowdfunding. Campagna fallita, ho cercato lavoro nel mondo dei videogiochi. Ricerca fallita, ho fatto diversi lavori manuali per tirar su (pochi) soldi, ho lottato per le condizioni dei lavoratori… e mi hanno licenziato, o me ne sono andato io. Altra campagna di crowdfunding. Stavolta ha avuto successo; poi mini-lavoro divertente, licenziato dal mini-lavoro per “misure di ottimizzazione finanziaria”, iniziato a registrare Urgewalt, durante la registrazione mi sono separato dalla mia amata ragazza… L’enorme supporto dei miei buoni amici e della mia famiglia (grazie!) mi ha aiutato a superare questo casino… Sì, in molti sensi questo è stato un album “duro”.

Ora che sei rientrato nel giro, come trovi la scena folk/viking rispetto a undici anni fa?

A me sembra che i tempi migliori erano all’inizio, quando gli ascoltatori erano più appassionati e si interessavano personalmente, c’era più condivisione, più cura, più divertimento in generale e più focus, tutto basato sulla musica… Secondo me, la sensazione adesso è di bere e ritrovarsi ubriachi insieme con la musica in sottofondo alle conversazioni, musica live ma anche non, è questo lo “stato dell’arte” per molti ascoltatori oggi. Ragazzi e ragazze con martelli di Thor e corni da birra che lasciano un sacco di rifiuti sui campi dopo aver lasciato un festival in cui gli artisti cantano di natura, di ambiente e dei “buoni spiriti”… Per me è molto triste vedere che il messaggio essenziale di questa musica ha perso la presa, il pagan e il viking metal vogliono/volevano smuovere le persone. Ma è solo la mia opinione personale.

Trovo Urgewalt un bel disco di viking metal vecchio stampo, senza trovate ruffiane ma che va avanti a suon di riff davvero ben fatti. In particolare mi è piaciuto l’utilizzo delle melodie, mai invadenti e utilissime quando chiamate in causa. In che modo lavori per arrivare al risultato finale?

Grazie mille e sono molto felice che ti piaccia! È sempre una sfida con me stesso cercare di migliorare ogni cosa nella vita, ed è anche una parte essenziale per me quando creo musica. Ma soprattutto per quanto riguarda creare musica, è una cosa che “semplicemente succede”. 1Voglio dire, io faccio quello che mi sembra buono e giusto e sono felice se il risultato è ancora più intenso, più concreto e più bilanciato dal punto di vista della relazione emozione/testi/musica… Quando mi rendo conto che tutto si incastra, è quello il momento in cui un nuovo album vede la luce, mai prima…

Urgewalt è autoprodotto: perché questa scelta? Per aver libertà totale o perché le offerte arrivate non erano di tuo gradimento?

La libertà! La libertà più grande, di poter fare musica senza nessun limite… Niente “deve suonare così”, “lo devi finire entro questa data”, “devi rispettare il budget”, “devi usare il nostro studio”, o “possediamo noi i diritti quindi non puoi più fare CD, anche se i fan li chiedono, perché ci costa!”. In breve: libero dalla tattica “tutte le tue basi ci appartengono” [NdT: la frase che usa è “all your base are belong to us”, una citazione dal mondo dei videogiochi] che si vede nei contratti delle case discografiche. Quindi ora dipendo completamente dai miei ascoltatori e dal loro sincero supporto. È stato così sin dall’inizio.

Il titolo del disco e la copertina sono collegati tra loro. È la stessa cosa per i testi?

Auf Bifrösts Rücken significa “Sulle Spalle del Bifröst”, volevo catturare con la musica la sensazione di mettere i piedi sul Ponte dell’Arcobaleno, di camminare al di sopra delle nuvole… vento e magia. Urgewalt è la title track, è quella la canzone illustrata dall’artwork e riflette l’esperienza di un incontro con le forze della natura e descrive che solo il coraggioso in grado di non fuggire e cercare riparo potrà vedere Thor di persona per poco tempo, aver prova della sua esistenza… O magari era solo una nuvola? 😉 è così che nasce la mitologia.

Nel disco ci sono canzoni di puro viking old school ed altre più melodiche e orecchiabili. Quali sono, secondo te, i punti di forza di Urgewalt?

Ho creato queste canzoni perché le amo e credo di aver sentito che era la cosa giusta da fare. Non vedo “punti di forza” o roba del genere in realtà, nemmeno se li paragono a lavori precedenti o a roba di altre band. Per me è un giudizio che devono dare gli ascoltatori.

In Funkenflug è presente anche il flauto e il risultato, secondo me, è davvero buono. Il flauto, però, non trova spazio nelle altre canzoni: in questo modo si ha l’effetto sorpresa e rende la canzone diversa da tutte le altre. C’è un motivo in particolare che ti ha spinto verso questa scelta?

Innanzitutto, Funkenflug è una canzone d’amore, un’ode all’ispirazione positiva che cresce dove c’è amore per quello che stai facendo e anche per l’amore di un’altra persona. Il flauto rappresenta il momento di perfezione calmo e rilassato in cui il “lavoro” è concluso e lo si può godere… In breve: “Possiamo vivere ogni giorno i nostri sogni e goderci la vita con le nostre abilità e possibilità. E allora facciamolo in maniera onesta e con empatia!” 🙂 Volevo che gli ascoltatori arrivassero a queste domande: “Perché stiamo costruendo questa realtà così crudele per noi e per l’ambiente, adesso? Qual è lo scopo di tutta la negatività, di tutto lo stress di questo mondo che stiamo costruendo attorno a noi?”

La chiusura è affidata a Freyhall, uno strumentale dai toni malinconici, una sorta di outro più strutturato. Perché hai scelto questo tipo di traccia per concludere il disco?

È un brano nostalgico, con una piega affilata piena di tristezza e speranza, descrive la bellezza della natura in tutta la sua diversità, è anche dedicato a una mia buona amica e la sua storia, le cose che le sono successe nella vita… la sua forza e la sua volontà di vivere mi hanno ispirato a comporlo.

Cosa provi quando ti guardi indietro, quando ad esempio hai pubblicato il primo EP Utgard nel 2004?

Sono felice di quello che ho fatto, mi sono preso il mio tempo, l’ho fatto a modo mio contro ogni previsione e ho incontrato un sacco di persone grandiose lungo la strada. Certo, ci sono parti che non sono molto buone, ma l’arte in generale e la sensazione che crea e il dedicarvisi completamente sono la mia vita.

Nel corso degli anni e dei dischi la musica che hai composto è maturata e diventata più personale ed efficace. Hai sempre avuto lo stesso approccio o qualcosa è cambiato nel tempo? Oppure pensi che sia un fatto di esperienza e consapevolezza dei propri mezzi?

Potrebbe sorprenderti, ma… non lo so spiegare. Succede e basta… sensazioni, punti di vista quando compongo e scrivo… influenze che mi circondano, chiacchierate con i fan e altre persone… è un’evoluzione naturale, non una cosa spinta a forza o calcolata…

Come ti sei avvicinato alla musica? Quale è stato il tuo primo idolo musicale e quali sono, invece, i tuoi punti di riferimento oggi?

Sono stato suonizzato [NdT: non so neppure io cosa intendesse dire] con Deep Purple, Black Sabbath, Uriah Heep ed altri dai miei genitori fin da quando ero bambino! 😀 Anche colonne sonore dei film. Certamente influenze dal mondo medievale hanno avuto il loro effetto. Oggi c’è un vasto insieme di generi che ascolto spesso. Ognuno ha il suo fascino per me.

Da cosa trai ispirazione per creare le canzoni? Musica, film, libri o altro?

L’Edda e vari libri di storia o non narrativi ma che parlano di archeologia mi hanno sempre affascinato. [NdT: l’Edda Poetica e l’Edda in Prosa sono due testi fondamentali della mitologia norrena, il primo che raccoglie poemi e leggende nordiche pagane e il secondo scritto nel 1220 da Snorri Sturluson, studioso medievale. Si suppone sia esistita anche un’Edda Antica, da cui Snorri ha preso le citazioni inserite nel suo lavoro, oggi perduta.] A mio parere, è questa la “parte fattuale” dei testi di Nebelhorn. La “parte emotiva” viene dalle mie esperienze emotive, e anche dal conoscere le circostanze e i processi dell’ambiente. Il risultato è che le storie nei testi vanno oltre l’Edda e la mitologia.

Ti ringrazio per la disponibilità, vuoi salutare i tuoi fan italiani?

Sono onorato dalle tue domande e dal tempo che mi hai concesso! Tutto quello che possiamo fare è nelle nostre Mani, possiamo aiutarci molto l’un l’altro e fare grandi cose… è tutto un grande circolo virtuoso, dove si riceve quello che si da! Grazie di tutto e godetevi la musica! 🙂 [NdT: il maiuscolo è nell’originale]

ENGLISH VERSION:

I admit the name Nebelhorn isn’t all that well known in Italy, and so I’d like to start out by asking you to introduce your project to our readers.

Thank you very much! I feel hornored! 🙂

Urgewalt has come out eleven years after Fjordland Saga, a significant gap: why did it take so long?

Hardcore short version of the 10 years? Divorce, moved, found new love, moved, flight forward to study in Frankfurt for game design, which also completed under great strain, moved, organize crowdfunding → failed, sought job in the games industry → failed, various hardworking jobs made for little money, fighting for improvement of the working conditions for all workers… → fired, or got out again… 2. Crowdfundig → success, mini-job was fun → success, got fired from mini-job through “financial optimization measures”, recording start of Urgewalt, during the recording, separation from my deeply loved girlfriend… Enormous support by good friends and family (thank you!) helped me to get over all this mess… So, in many ways this has become a “hard” album …

Now that you’re back in the game, how do you feel has the folk/viking scene changed from eleven years ago?

To me it feels like times were better at the very start of it, more passionate and selfinterested listeners, more sharing, more caring, more fun at all and more focused, based on the music… In my opinion, it feels like drinking and being drunk together while the music plays during conversations, live or not, is the mayor “state of the art” for most of the listeners today. Guys and girls with thorshammers and drinkinghorns leaving tons of waste on the open plain after leaving the Festivalsite where the artists sung about nature, environment and the “good spirit”… For me its sad to see that the essential message seems to loose grip, pagan and Viking metal wants/wanted to transport. But thats just my personal point of view.

I find Urgewalt to be a great old school viking metal album, without any gimmick but steadily moving forward thanks to very well realized riffs. I particularly appreciate your use of melodies, as they’re never overwhelming but extremely practical when called on. What’s your process like, how do you work to reach the end result?

Thank you very much and I am very happy you like it! It´s always a personal challenge for me to make things better in every part of live, and this is also an essential part for me while creating music. But especially at the creation of music, it´s a process that “just happens”. This means I am doing what I think feels good and right and I am happy if it feels even more intense, more finished and balanced on the grade of relation: emotion to lyrics to music… I fall that fits, this is the time when a new album sees the light, not earlier…

Urgewalt is self-published: how come you went with this option? Was it a matter of artistic freedom or a lack of offers that fit what you planned to do?

Freedom! Ultimate freedom of doing music without any restrictions… no “it has to sound like that”, “it has to be finished on this date”, “you can only work with this amount of money to realize it”, “you´ve got to take our recording studio” or “we own the rights, so you cant make new cds, even the listener demands it, it costs money!” shorty: free from the “all your base belongs to us” tactics due to contracts from the record labels. Therefore I have to depend on the listeners and their honest support. It was like that since the beginning.

Your album’s title and its cover are linked. Is it the same for your lyrics? Can you tell us about them?

Auf Bifrösts Rücken means: On the Back of Bifröst, I wanted to catch in Music, how it must feel when you step on the rainbowbridge, walking up above the clouds… the wind and the magic. Urgewalt is the name giving track, thats the song the Artwork is related to and reflects the experience of an encounter with the force of nature and describes that only the bold who won´t run away to shelter may see Thor for a short period of time, the proof of his existence… but maybe its just a wispy cloud? 😉 thats the way mythology is born.

The album is part old school viking metal and part more melodic material. What do you think are Urgewalts real strengths?

I did the songs because I love them and I kind of felt it was right to do it that way. I am not really aware of “stengths” or anything, comparing it to earlier works or other bands. To me, this judgement belongs to the listeners.

Funkenflug introduces a flute as well, achieving what I think is a great result. This instrument, though, isn’t used in the rest of the tracks, making this one a bit of a curve ball that surprises the listener. Is there a specific reason behind this choice?

First of all Funkenflug is a lovesong, an ode to positive inspiration that grows out of love from what you are doing and also because of the love to another person… The flute represents the chilling and calm moment of perfection when the “work” is done and gets enjoyed… In short: “We can live our dreams every day and enjoy live with all our skills and possibilitys. It is simply beautiful what we are able do for us and our surrounding. Let´s simply do it in an honest and empathic way!” 🙂 With this I want to lead the listeners to the questions: “Why are we are building such a cruel reality for us and the environment right now? What is the purpose of all the negative and harsh, stressfilled world we are building around us?”

The album then closes with Freyhall, which is an instrumental with a melancholic atmosphere, and a more structured outro of sort. Why did you choose to end the album with this kind of track?

It is a track of nostalgia, a sharp edge of sadness and hope, describing the beauty of nature in all its diversity, also it is dedicated to a good friend and her story she had experienced in live… her strength and the will to live inspired me to compose this song

What do you feel when you’re looking back, to, for example, when you published your first EP, Utgard, in 2004?

I am happy with all I have done, I took the time for it, did it my way against all odds and met many great people along the way. Shure it has some points that are not that good also, but art in general and the feeling and dedication to it is my live.

Throughout the years and across the albums, the music you composed has matured and became more personal and efficient. Do you still approach writing the same way or did something change? Do you think it’s a matter of experience and knowing what you’re working with?

It may surprise you, but… I can´t quite explain it. It just happens… feelings, the point of view during the time of composing and texting…influences that are surrounding me, the chat with the listeners and other people… its a natural evolution, not a pushed or calculated one…

How did you become a musician? Who was your first great idol and what are your inspirations today?

I was sonicated with Deep Purple, Black Sabbath, Uriah Heep, and more by my parents since I was a child! 😀 Moviescores as well. Certainly influences from the medieval world had also an effect on me. Today I have a very wide range of genres that I enjoy listening to often. Everyone has their own charms for me.

Where do you find inspiration for your songwriting? Music, movies, books or anything else?

The Edda and various history and nonfiction books with archaeological background have always fascinated me. In my opinion, this is the “factual part” of Nebelhorn’s lyrics. The “emotional part” comes from my experiences of feeling, as well as from the recognition of circumstances and processes in the environment. The result is the stories that are found in the texts beyond the Edda and mythology.

Thank you for your time, do you want to say goodbye to your Italian fans?

I feel hornored by your questions and given time! We all got it in our Hands, are able to do so much good and great for us and each other…all is a big cycle and you´ll get what you support! 😉 Thanks for all and enjoy the music! 🙂

Kormak – Faerenus

Kormak – Faerenus

2018 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zaira De Candia: voce, flauto – Alessandro Dionisio: chitarra – Alessio Intini: chitarra – Francesco Loconte: basso – Dario Stella: batteria

Tracklist: 1. Amon – 2. March Of Demise – 3. Sacra Nox – 4. The Goddess’ Song – 5. The Hermit – 6. Faerenus – 7. Patient N° X – 8. July 5th – 9. Eterea El

I Kormak sono un giovane gruppo pugliese che sia affaccia per la prima volta nel mercato folk metal pubblicando per la Rockshots Records il disco Faerenus. La band viene fondata nel 2015 dalla cantante Zaira De Candia, ma solo due anni più tardi si arriva ad avere una formazione stabile, cosa che permette di lavorare con maggiore profitto alle canzoni e di trovare affiatamento tra i membri della line-up.

Faerenus (parola presa da un gioco di ruolo per indicare il luogo degli incubi) è il classico album di debutto di una band che non ha pubblicato demo ed EP in precedenza: tanta genuina passione e una sincerità che traspare dal primo all’ultimo secondo del cd, ma anche una certa tendenza a strafare e qualche scelta non proprio a favore dell’ascoltatore. I cinquantasei minuti del disco presentano un gruppo con molte frecce nella propria faretra e una buona preparazione tecnica. Protagonista di Faerenus, però, è la voce della cantante, molto brava nell’interpretazione e in grado di passare dal pulito al growl con estrema disinvoltura. Il disco suona veramente bene ed è molto raro in un primo disco ascoltare una pulizia e potenza degli strumenti come in Faerenus, merito quindi ai Divergent Studios per l’ottimo lavoro svolto in fase di registrazione, mix e mastering

Il disco, dopo l’intro Amon, inizia bene con March Of Demise, una canzone che include passaggi acustici e massicci riff di chitarra, così come il violento cantato di De Candia in growl che si alterna con quello pulito e soave. Sacra Nox suona potente e il cantato è tutto in clean (con tanto di ritornello in latino), con la sei corde che nei pochi momenti di “libertà” svolge un ottimo lavoro. Segue quello che probabilmente è il miglior brano del disco, The Goddess’ Song. In questa composizione folkegiante la cantante si supera con un’interpretazione di alto livello ed è un piacere ascoltarla nel suo pulito dai mille colori quando non sconfina nelle tonalità alte. Passata The Hermit, della quale si parlerà più avanti, la title-track e Patient N° X risultano essere le più estreme del lotto: se la prima non convince completamente, la seconda stupisce per la cattiveria e la non linearità della costruzione. July 5th mostra i muscoli della sezione ritmica, ma la seconda parte rimane ostica per l’interpretazione della singer, la quale tocca note veramente molto alte, forse non necessarie. La chiusura è affidata a Eterea El: pianoforte e carillon creano un’atmosfera cupa nella quale Zaira De Candia si trova a proprio agio.

Infine bisogna parlare di The Hermit, canzone dalla lunghissima durata (22:44) ma che in realtà presenta quasi venti minuti di silenzio interrotto da battiti di cuore e suoni di guerra. Anzi, il tempo esatto è 19 minuti e 43 secondi, ad evocare il 1943, anno in cui Molfetta fu bombardata. Questo riferimento è estremamente importante per la cantante per via dei racconti di sua nonna su quel terribile periodo, ma è un suicidio artistico piazzare venti minuti di quasi totale silenzio a metà disco. Prima e dopo il break c’è la stessa canzone acustica cantata in lingua inglese all’inizio e poi nel dialetto di Molfetta alla fine, quest’ultima versione molto intensa.

Cosa rimane alla fine dell’ascolto di Faerenus? Sicuramente la sensazione di aver a che fare con una band che non si limita a svolgere il compito e basta, auto limitandosi in un determinato genere. Questo può essere una lama a doppio taglio: troppo poco folk-gothic-death metal o troppo folk-gothic-death metal a seconda dei gusti? L’ascolto è quindi consigliabile a chi non si ferma a una semplice definizione e intende andare oltre le parole e vuole ancora trovare dei sentimenti nella musica.

Balt Hüttar – Trinkh Met Miar

Balt Hüttar – Trinkh Met Miar

2018 – full-length – Areasonica Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jonathan Pablo Berretta: voce, tin whistle – Mattia Pivotto: chitarra, bouzouki irlandese, tin e low whistle, bodhran, voce – Nicola Pavan: basso – Federico Rebeschini Sambugaro: batteria – Ilaria Vellar: organetto, fisarmonica, voce

Tracklist: 1. Liid Dar Tzimbarn – 2. Dating A Witch – 3. Trink Bain, Trink – 4. Another Drinking Song – 5. Bar Zeinan Noch Hia – 6. Tzimbar Baip – 7. Tantzasto Met Miar – 8. Tzimbar Tantze – 9. Living Fast – 10. Maine Liibe Perg – 11. Khriighenacht Boarspill – 12. Khriighenacht – 13. Bill Kheeran Dar Balt

I Balt Hüttar sono una nuova realtà che si affaccia sulla scena folk metal italiana. In verità la band veneta ha esordito nel 2014 con il demo Tzimbar Tanze, ma è con questo full-length dal titolo Trinkh Met Miar (“Bevi con me” in cimbro) che il nome del gruppo inizia a circolare tra addetti ai lavori e pubblico. L’amore dei musicisti per la propria terra è palese e nelle tredici tracce dell’album c’è spazio per il folklore popolare, le storie del popolo cimbro e per le vicende che hanno segnato l’Altopiano di Asiago. Fin dai primi ascolti è possibile rendersi conto delle genuinità dei ragazzi, è chiaro che sono spinti da una sana passione per il genere e che a suonare si divertono non poco. Ci sono dei momenti molto intensi e ben fatti, altri dove viene dato spazio all’aspetto più godereccio del folk metal, così come ci sono dei passaggi che mettono in mostra le potenzialità del gruppo non pienamente espresse. Essendo Trinkh Met Miar un esordio, come spesso capita, sono presenti anche dei brani meno ispirati o che forse potrebbero rendere meglio con alcuni dettagli maggiormente curati, ma sono “errori” di gioventù che con il passare del tempo (e dei concerti) verranno sistemati dai musicisti.

I quarantanove minuti di Trinkh Met Miar sono divisi in tredici tracce, comprese intro in cimbro e intermezzo a circa metà disco. Le canzoni sono ben fatte e accattivanti salvo un paio di composizioni sottotono che allungano il disco senza particolari spunti. Tra i brani più suggestivi vanno sicuramente menzionati Dating A Witch, folk metal diretto che si sviluppa con personalità nella seconda parte, il divertente Trink Bain, Trink, brano movimentato sulla linea di quanto fatto dagli emiliani Kalevala hms e sicuramente un pezzo che dal vivo coinvolgerà anche il più pigro degli spettatori. Su coordinate simili si muove Another Drinking Song, simpatica quanto immediata anche grazie all’ottimo lavoro degli strumenti folk, mentre qualcosa di diverso è possibile ascoltare nelle convincenti Tzimbar Baip, cantata da Ilaria Vellar, e Tantzasto Met Miar (un invito a ballare da parte del cavaliere alla sua dama) che vede alla prova per la prima volta il duetto Berretta/Vellar con buoni risultati. I cantanti dei Balt Hüttar alternano inglese, cimbro e italiano, ma sono i testi in quest’ultima lingua che dovrebbero essere curati maggiormente per evitare risultati non all’altezza della musica come nel caso di Bar Zeinan Noch Hia e in parte Khriighenacht. La chiusura è affidata alle delicate note di Bill Kheeran Dar Balt: non potrebbe esserci conclusione migliore.

Trinkh Met Miar è un lavoro fatto con il cuore in grado di far divertire ed emozionare più di una volta. Alcuni passaggi (soprattutto vocali) sono da rivedere e rendere più personali e maturi, ma i Balt Hüttar (“Guardiani del bosco” il significato del nome) mostrano con questa release la voglia e la capacità di raccontare storie magari semplici ma importanti: il risultato è discreto, dei momenti sottotono ne faranno esperienza e il prossimo disco sarà sicuramente un passo in avanti per la band.

Malpaga Folk & Metal Fest: presentazione del festival

Il Malpaga Folk & Metal Fest 2018 è alle porte, si poteva non parlare del miglior festival folk metal in Italia?

Senza girarci intorno: il Malpaga Folk & Metal Fest è senza ombra di dubbio il miglior evento folk metal in Italia e uno dei migliori per quel che riguarda l’Europa. Nato nel 2013 in una data unica e con un bill tutto italiano (Kalevala hms, Ulvedharr, Vallorch e Anthologies), il festival è migliorato ogni anno per quel riguarda varietà musicale e organizzazione, riuscendo sempre a mantenere l’ingresso gratuito. Il Malpaga Folk & Metal Fest non è un semplice festival musicale, ma un’occasione per incontrare e conoscere nuove persone e amici virtuali, il tutto in uno scenario spettacolare – il castello di Malpaga – e in un ambiente sempre amichevole. Sul palco del Malpaga sono salite molte delle più interessanti realtà musicali di questi anni, sia nazionali che estere (Týr, Mael Mòrdha, Dalradia, Elvenking, Furor Gallico, An Theos, Gotland, Diabula Rasa, Kanseil, Arcana Opera per fare qualche nome), dando sempre spazio alle giovani realtà underground di esibirsi su un palco di tutto rispetto in un ambito professionale.

Negli anni il Malpaga Folk & Metal Fest è cresciuto sotto tutti gli aspetti, partendo da una semplice serata fino ad arrivare a tre giorni con eventi extra musicali di tutto rispetto (visita in notturna del bel castello), ma quello che stupisce sta nell’ingresso gratuito nonostante l’imponente numero di persone impegnate a lavorare e ai costi del gruppi, soprattutto quelli stranieri. L’unica novità sta nel versare la quota di 10 euro per il campeggio di tre giorni, ma l’organizzazione, quasi a scusarsi, offrirà una birra ai campeggiatori. Chi organizza il Malpaga Folk & Metal Fest (a tal riguardo vi consiglio di leggere l’intervista fatta poche settimane fa a Richard Milella) vuole bene agli spettatori, non c’è altra spiegazione.

MALPAGA FOLK & METAL FEST 2018:

Il Malpaga Folk & Metal Fest si svolgerà da venerdì 27 a domenica 29 luglio, una tre giorni ricca di ottima musica e con gruppi a dir poco interessanti sul palco, un mix di giovani realtà e nomi storici che farà la gioia di tutti gli appassionati di queste sonorità.

Si inizia il venerdì con i lombardi Atlas Pain e il loro extreme folk metal – chiamato dalla band “cinematic metal” -, protagonista sul palco sarà l’ultima produzione What The Oak Left, uscito nel 2017 per la Scarlet Records. Dopo di loro toccherà ai torinesi Wolfsinger, autori nel 2016 del disco Living With The Inner Beast, un concentrato di heavy metal classico di grande impatto. La terza band a calcare il palco sarà quella degli Holy Shire, autori di un power symphonic di grande presa, con il sigillo sulla serata che sarà messo dagli irlandesi Cruachan, nome storico del folk metal e creatori del genere insieme a Skyclad e Storm. La band di Dublino, guidata da Keith Fay e con otto dischi in carriera, arriva in Italia dopo la pubblicazione la scorsa primavera dell’ottimo Nine Years Of Blood per la Trollzorn Records, degno successore di Blood For The Blood God uscito nel 2014.

Il sabato parte in quarta con il folk metal divertente degli anconetani Haegen, band che esprime tutto il proprio potenziale on stage suonando i pezzi di Immortal Lands (Hellbones Records) coinvolgendo anche l’ultimo e più distratto spettatore. Il folk metal “caciarone” la fa da padrone con gli orchi Blodiga Skald, formazione romana che ha stupito in positivo con Ruhn e reduce da tour e date nell’Est Europa. Dopo gli orchi si passa ai nani, ovvero ai Wind Rose e al loro “dwarven metal”, ben rappresentato dal roccioso Stonehymn: la formazione toscana ha grande esperienza live e sul palco sono dei veri guerrieri. La serata verrà chiusa da un headliner proveniente dalle lontane Isole Fær Øer: per gli Hamradun, guidati alla voce da Pól Arni Holm (QUI l’intervista), ex frontman dei Týr, è la prima volta in Italia. Il gruppo ha pubblicato nel 2015 il disco omonimo, un ottimo mix di metal/rock e musica popolare.

L’ultimo giorno del festival vedrà esibirsi per primi i giovani Balt Hüttar, da poco sul mercato con il disco Trinkh Met Miar: il loro folk metal dalle tinte cimbre è ottimo per iniziare la serata. Gli esperti Kalevala hms sono una garanzia per qualità e intrattenimento: nonostante siano sei anni che non pubblicano un disco d’inediti, la formazione di Parma è costantemente impegnata in concerti e festival con il suo folk rock sanguigno. Con gli Atavicus si cambia completamente sonorità, infatti gli abruzzesi sono delle macchine da guerra e per l’occasione presenteranno il singolo Safimin, anteprima del full-length Di Eroica Stirpe in uscita dopo l’estate. Ultimo gruppo del Malpaga Folk & Metal Fest 2018 saranno gli Acus Vacuum provenienti dal Belgio. Il folk medievale dalla band farà saltare e ballare tutti gli spettatori, di questo si può stare certi!

Manca un giorno all’inizio del Malpaga Folk & Metal Fest 2018 e c’è una sola cosa da fare: salire in macchina e andare a divertirsi a uno dei festival migliori in circolazione ascoltando tanta buona musica!

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

2018 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Ragnarok – 2. My Mother Earth – 3. Like Your Son – 4. For My God

Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: Thor, lavoro uscito solamente diciotto mesi fa, effettivamente, rappresentava la svolta definitiva dei Bloodshed Walhalla, passati da un sound pesantemente influenzato dai Bathory a un viking metal più personale e dinamico, pur non lesinando attestati d’amore verso il lavoro di Quorthon all’interno delle canzoni. Se Thor rappresenta quindi il cd della svolta, questo Ragnarok – uscito per la romana Hellbones Records – è un coraggioso passo in avanti in direzione epicità e sfrontatezza. Drakhen, ovvero la persona dietro al progetto lucano, non ha badato alle “leggi non scritte” della musica e ha confezionato un disco composto solamente da quattro tracce, ma dalla durata complessiva di sessantasei minuti, con il brano conclusivo For My God che sfiora la mezz’ora. Non si tratta di sperimentazione o estremismo forzato, ma semplicemente della necessità del musicista per esprimere al meglio le proprie idee. E che idee. Ragnarok è un disco impressionante per il lavoro svolto e la cura dei dettagli. In pochissimo tempo Drakhen ha realizzato un macigno musicale e gli ha dato vita attraverso le sette note, riuscendo nell’impresa di far emozionare l’ascoltatore e non farlo mai sfiorare dalla noia con idee già sentite o, peggio ancora, scontate. La passione per i Bathory più fieri e nordici è sempre lì, a testimoniare quale sia l’idolo musicale che ha spinto Drakhen a imbracciare la chitarra e incidere dischi, ma sono le “nuove” influenze, unite alla personalità e al coraggio del polistrumentista di Matera, a far fare il salto di qualità all’intero progetto. Così, oltre ai Bathory, per rendere meglio l’idea a chi non ha ascoltato una sola nota del cd, si possono fare i nomi di Moonsorrow e Falkenbach, con i Turisas per quel che riguarda la componente orchestrale delle canzoni. Ma è il mettere insieme queste sfaccettature e creare il sound dei Bloodshed Walhalla che fa di Drakhen un grande musicista. Senza ombra di dubbio si può dire che i Bloodhsed Walhalla hanno sviluppato un suono proprio, virile ed epico, che non teme il confronto con le realtà straniere e che probabilmente, se la provenienza geografica fosse stata di qualche migliaio di chilometri più a nord, staremmo parlando di un progetto musicale esaltato dai magazine di tutto il mondo.

Ragnarok, come detto, è un disco composto da sole quattro canzoni, ma ascoltando il cd si riesce a viaggiare insieme alle parole dei testi, vivere le emozionanti avventure e spaventose situazioni che s’incontrano man mano che il minutaggio avanza. La musica, di conseguenza, cambia a seconda delle storie cantate da Drakhen – mai così a suo agio con clean e harsh – e si passa tranquillamente da momenti tirati e urlati ad altri più sognanti e ariosi. Fin dall’opener title-track si capisce l’importanza delle orchestrazioni per il risultato finale e qui bisogna dare merito a Drakhen per aver saputo inserire nella propria musica qualche novità e stili nuovi: se per Thor era l’hammond, per Ragnarok è il sublime lavoro delle orchestrazioni che per gusto ed enfasi rimanda ai migliori Turisas (quelli di The Varangian Way), ai Moonsorrow meno oscuri e, perché no, a certi Finntroll più black oriented. Ma non si commetta l’errore di pensare che Ragnarok sia un lavoro sinfonico e poco metallico, perché se ci sono due cose che in questi sessantasei minuti non mancano, quelle sono le chitarre tritariff e la batteria che picchia duro per l’intera durata del cd. Quel che rende Ragnarok il gran cd che è, sta proprio nell’equilibrio tra viking metal old style e tastiere, tra – se vogliamo – sacro e profano. Tutto gira alla perfezione, non ci sono intoppi o momenti di fiacca, e anche chi predilige le “classiche” canzoni da pochi minuti non può non rimanere ammaliato ascoltando l’epica My Mother Earth e l’energica Like Your Son. La solenne For My God, con i suoi ventotto minuti, chiude in maniera eccellente il disco: una marcia infinita verso la gloria della Valhalla a suon di cori, riff epici e doppia cassa che colpisce con la stessa potenza di Mjöllnir, il martello di Thor.

Ragnarok è il capolavoro dei Bloodshed Walhalla, un disco che merita di uscire dalla nicchia di ascoltatori del viking metal perché ha le potenzialità per fare breccia nel cuore degli amanti dell’heavy metal epico e di quelli che apprezzano il metal grintoso e suonato con il cuore al di là di ogni etichetta e genere. Ragnarok ha le carte in regola per sbancare all’estero e per uscire vincitore dallo scontro con i dischi di band affermate a livello internazionale. Ora sta solo al pubblico acquistare questo cd ed entrare a far parte dell’esercito dei Bloodshed Walhalla: con Drakhen alla guida si è destinati alla gloria.