Intervista: Elvenking

20 anni di attività, ma soprattutto 20 anni di grandi dischi, tour sempre più importanti e l’affetto dei fan che ha dato la spinta anche nei momenti meno facili. La carriera degli Elvenking è di quelle che si sognano a 14 anni quando s’imbraccia per la prima volta la chitarra e ci si immagina su di un palco con migliaia di occhi addosso e le note del tuo strumento sputate dalle casse a volumi inimmaginabili. Damna, frontman della band, ha ripercorso la storia di un gruppo che ha iniziato con un paio di cover di Iron Maiden ed Helloween per poi calcare i palchi di Sud America e Giappone con fan impazziti sotto al palco.

1997-2017: venti anni di attività. Avete in serbo qualche cosa di speciale per festeggiare questo importante anniversario?

Ci siamo concentrati sul nuovo disco e l’anno è scivolato via velocemente! Direi che l’uscita di un nuovo album così importante e tutte le date che abbiamo fatto quest’anno in posti che non avevamo mai visitato prima come Messico, Argentina e Brasile possono comunque essere degli ottimi momenti di “festeggiamento”!

Avete mai pensato di ri-registrare i brani dei primi dischi? Cosa pensi di questo tipo di pubblicazione che ha visto grandi nomi del rock e del metal farne uso?

Ci abbiamo pensato più volte, però alla fine l’unica cosa che avrebbe senso rifare, sarebbe il secondo disco, in un modo o nell’altro. Vuoi per la scelta delle canzoni, vuoi perché è l’unico disco senza me alla voce. Ci stiamo pensando…!

In due decadi hai vissuto sulla pelle i cambiamenti della scena italiana. Da musicista, ma anche da fan, quali sono i cambiamenti maggiori che hai avvertito?

Mah, direi che la scena italiana è sempre stata molto altalenante. Continui alti e bassi. Non abbiamo mai avuto la stabilità di altri paesi in questo ambito. Di sicuro è incredibile constatare di essere ancora qui…! E forse siamo qui soprattutto grazie all’estero, anche se nel nostro paese abbiamo una fanbase affezionata e invidiabile!

Con la band avrai sicuramente vissuto tanti bei momenti e alcuni meno piacevoli. Ti va di condividere alcuni ricordi e di raccontare degli episodi che ti sono rimasti impressi nel cuore?

Beh di momenti emozionanti ce ne sono davvero tantissimi. Il primo disco, il primo tour, le date in paesi lontanissimi. Questa band ci ha portato davvero tantissime soddisfazioni, anche se i momenti bui non sono mancati, ma soprattutto non è mancata mai la fatica e il duro lavoro, senza i quali non saremmo sopravvissuti nemmeno un anno.

Lo scorso dicembre siete stati in Giappone: come vi trovate in quel paese e come reagisce il pubblico alla vostra musica? Ti fa impressione pensare che c’è gente dall’altra parte del mondo che ama la tua musica?

Il Giappone è fantastico. È senza dubbio un altro mondo rispetto al nostro. Fa un po’ impressione sì, tantissimo piacere, ma anche un po’ rabbia…se fosse anche qui così, le cose sarebbero decisamente più semplici.

Gli Elvenking in Argentina

Sono un fortunato possessore del vostro bellissimo demo To Oak Woods Bestowed: ricordo che quando lo ascoltai per la prima volta rimasi sorpreso dalla qualità delle composizioni, non riuscivo a credere che provenisse dall’Italia il demo più bello mai ascoltato. A distanza di diciassette anni, quale emozioni provi ascoltandolo o pensando a quei tempi?

Sorrido! Come quando si vecchia una vecchia foto, sai di quelle dove si ha una pettinatura un po’ imbarazzante… però sono i tuoi anni, è il tuo passato, è la tua vita ed è quello che ti ha fatto diventare quello che sei oggi. Ecco questo è quello che mi scaturisce il nostro primo demo!

Continuiamo a parlare degli esordi della band. Come si è svolta la prima prova che ti ha visto impegnato al microfono?

Me la ricordo come fosse ieri! I chitarristi, uno con la maglia dei Gamma Ray e l’altro dei Manowar. Band che amavo tantissimo ed era così strano vedere nella nostra zona qualcuno appassionato a quel genere. Non mi pareva vero. In ogni caso mi ricordo le cover che abbiamo suonato, The Trooper dei Maiden e I Want Out degli Helloween. E poi i ragazzi mi hanno fatto sentire i loro brani… lì è nato tutto!

Grazie al demo avete firmato con l’importante AFM Records: immagino lo stupore e la gioia che ciò vi ha portato. Ti va di ricordare come si sono svolte le cose?

Mi ricordo quella telefonata. A casa mia se non ricordo male. Aspettavamo la classica risposta da almeno una delle etichette alle quali avevamo spedito il CD. Quando è arrivata quella telefonata, sì, devo dire che eravamo al settimo cielo. Voglio dire, l’etichetta degli Edguy …che al tempo erano ancora una band piccola ma già se ne parlava moltissimo… puoi immaginare! Ma erano altri tempi…

Hai cantato in tutti i lavori degli Elvenking, tranne in Wyrd del 2004. Ti piace quel disco e a distanza di anni, ti dispiace non averne preso parte?

Beh ovviamente mi dispiace anche perché alla fine il disco finito è molto diverso da come avrebbe dovuto essere. Come dicevo prima, sarebbe bello in qualche modo dargli “giustizia” o quantomeno fare sentire a tutti come sarebbe stato, se io non fossi mai uscito dalla band. Una specie di WHAT IF insomma 🙂

Il 2004 ha visto la pubblicazione del demo The Ultimate Dance della band Leprechaun. Il gruppo ha avuto vita breve ed è finita quando sei rientrato negli Elvenking. Hai mai pensato di riportare in vita la band magari per un lavoro in studio? Quali credi fossero la differenza tra Leprechaun ed Elvenking per musica e testi?

Giustissimo. Beh la maggior parte delle canzoni dei Leprechaun erano le canzoni alle quali stavo lavorando per Wyrd. Quindi non ci sono grandi differenze, se non che erano dei brani dalle forti influenze folk, mentre gli Elvenking ai tempi, soprattutto a causa del songwriting di Jarpen, stavano prendendo un’altra strada, un po’ più power metal, un po’ più “moderna” se vogliamo.

Si dice che i dischi siano come i figli ed è difficile scegliere, però io te lo chiedo lo stesso: qual è il disco che preferisci? Ci sono dei testi ai quali sei particolarmente legato?

Sì, è difficile scegliere. Per me più che figli sono come dicevo prima delle foto. Delle diapositive del passato. Attraverso la nostra musica e i miei testi riesco a ricordare cose e momenti che altrimenti avrei già sepolto. È come rievocare la propria vita, anno per anno. Fa un certo effetto… In ogni caso se dovessi scegliere il nostro miglior disco musicalmente direi The Pagan Manifesto perché con quel disco siamo arrivati definitivamente dove abbiamo sempre voluto arrivare… come songwriting, produzione, playing…tutto! è tutto al posto giusto. Il disco Elvenking definitivo. Il nuovo appena uscito è anche un’altra bella soddisfazione… un’estensione del nostro sound. Invece i testi ai quali sono legato… uhh ce ne sono così tanti. Oggi mi viene in mente This Nightmare Will Never End… un testo nato da uno dei miei momenti più bui… sensazioni che ogni tanto si rifanno vive…

Avete da poco pubblicato il nuovo disco Secrets Of The Magick Grimoire, il nono in carriera: raccontalo ai lettori di Mister Folk.

L’unico punto fisso questa volta è stato mantenere la nostra identità seguendo le coordinate fissate con il disco precedente. Abbiamo sempre evitato di ripeterci e quindi anche nel caso del nuovo album non abbiamo certamente copiato The Pagan Manifesto, abbiamo solamente rispettato la nostra identità, magari con un’atmosfera leggermente diversa, più oscura, più “epica”. Secrets Of The Magick Grimoire è una perfetta continuazione di ciò che abbiamo creato nel 2014 e il punto cardine è sempre stato quello di non snaturare il nostro sound e di continuare sulla stessa strada. Concettualmente ogni canzone è la pagina di un grimorio, uno di quei libri antichi pieni di formule magiche, invocazioni, vecchie leggende, formule alchemiche e quant’altro – ecco anche perché forse tutto il disco ha un sound leggermente più oscuro e misterioso.

Sei anche il frontman dei rockers Hell In The Club. Ricordo alcune stupide polemiche sull’essere true o meno in seguito alla pubblicazione di Let The Games Begin, ma ricordo anche lo stupore di trovarsi di fronte a dell’ottimo rock’n’roll made in Italy. Come riesci a combinare le due anime che ti portano a suonare con due gruppi molto differenti tra di loro?

Sono due parti di me che convivono in me da sempre. Quindi nessun problema, anzi. Riesco così a dare sfogo a entrambe e sono entrambe fondamentali per me.

Rimanendo in tema hard rock, cosa ne pensi della reunion dei Guns’n’Roses? Sei stato a Imola per il loro concerto?

Sì ci sono stato ad Imola e mi sono emozionato moltissimo. I Guns sono una delle mie band preferite da quando ho 7 anni, quindi non ho nulla da dire sulla reunion. Mi sento solamente fortunato di averli potuti vedere di nuovo assieme. Io c’ero anche a Modena nel 1993, ma vederli ora mi dà la stessa emozione…! Unici!

Il nuovo disco degli Hell In The Club è in arrivo: cosa puoi anticipare sul cd?

Il disco è uscito a Settembre, si chiama See You On The Dark Side ed è uscito per Frontiers Music.

Come ti sei avvicinato alla musica e al metal in particolare? Quali sono stati i musicisti che da ragazzo ti hanno maggiormente colpito e chi ti hanno fatto dire “voglio diventare un musicista”?

Mi sono avvicinato a questa musica grazie a mio fratello che comprava dischi di Maiden, Metallica, Guns ecc. quando io avevo 6-7 anni. Devo dire che i primi cantanti che mi hanno davvero mosso la voglia di fare questo “da grande” sono stati Axl Rose, Steven Tyler e Freddie Mercury. Un bel sogno hehe!

Vista la qualità di Elvenking e Hell In The Club, credi che le band avrebbero avuto un successo maggiore provenendo che so, dall’Inghilterra o dalla Scandinavia?

Chi lo sa… ogni tanto ce lo diciamo. Probabilmente avremmo avuto la vita più facile sì… però dai… nonostante tutto siamo qui e ci divertiamo un sacco, quindi direi che va benissimo così!!

Grazie per la disponibilità, vuoi lasciare un messaggio ai lettori di Mister Folk?

Grazie a te! E grazie a tutti! Date un ascolto al nostro nuovo Secrets Of The Magick Grimore!!!

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Nemuer – Labyrinth Of Druids

Nemuer – Labyrinth Of Druids

2015 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Katarína Pomorská: voce, scacciapensieri, tamburo sciamanico djembe, duclar – Michael Zann: chitarra acustica, ancient Egyptian harp, voce

Tracklist: 1. Main Theme – 2. Caves Of Damnation – 3. Those Who Are Not Seen – 4. The Isle Of Awakening – 5. Green Walls – 6. Castle (Dedicated To H.P. Lovecraft) – 7. Shadown Warlock – 8. Healing Waves – 9. Cemetery – 10 Dark Forest Shelter – 11. Effulgent Sunlight – 12. Arena Combat – 13. Pub Of A Frozen Time – 14. Faint Recollections – 15. Baptism By Fire

Ci sono musiche e dischi che vanno d’accordo con alcune stagioni dell’anno e decisamente meno con altre. Questo dei Nemuer è un disco autunnale, se vogliamo anche invernale, l’importante è che ci sia la giusta temperatura esterna e il tempo adatto a una pubblicazione del genere. Voglio essere chiaro, Labyrinth Of Druids è un bel disco anche ascoltato in pieno luglio con l’aria condizionata accesa al massimo, ma è chiaramente nelle stagioni dalle basse temperature che questa musica rende al meglio. Il sound del duo della Repubblica Ceca è molto delicato e intimo, direi minimale e leggero. Le rade note di chitarra creano un’atmosfera quasi magica, ma anche gotica, nell’accezione letteraria del termine.

L’entità Nemuer, attiva dal 2014, fa parte di un progetto più grande capeggiato da Michael Zann, dove oltre all’aspetto musicale sono presenti quello letterario e videoludico. Il libro non è ancora concluso, mentre il gioco (la copertina di Labyrinth Of Druis è una piccola anteprima), un MMORPG fantasy/horror, dovrà aspettare probabilmente il 2018. Inoltre questo disco corrisponde al quinto capitolo del libro, mentre il debutto Irenthoth’s Dream al settimo. Detto questo Labyrinth Of Druids può essere visto come una parte di qualcosa di più grande, ma la qualità è tale che anche preso “singolarmente”, ovvero senza la parte visiva, è assolutamente godibile e in grado di emozionare l’ascoltatore.

Labyrinth Of Druids è un viaggio nel profondo di noi stessi, a volte meraviglioso e a volte terribile. Può anche esser visto come un semplice disco da ascoltare in un nebbioso pomeriggio di novembre mentre si legge un bel libro sorseggiando una tisana. In entrambi i casi la musica compie un piccolo ma grande miracolo: ti avvolge completamente ipnotizzandoti, impossibile rimanerne indifferenti. Ci sono alcune tracce che più di altre colpiscono il bersaglio, come Caves Of Damnation o The Isle Of Awakening, quest’ultima che culla l’ascoltatore grazie al delizioso suono delle onde marine e dei gabbiani. Ci sono anche brani più oscuri o teatrali, come la cupa Green Walls, possibile soundtrack di una pellicola dell’Hammer Film Production. La lunga Healing Waves vede la chitarra protagonista nei sette minuti di durata: deliziose note appena pizzicate fluttuano nell’aria con stordente bellezza, ammaliando il fortunato ascoltatore. Le onde del mare, come titolo e come suono, tornano più volte all’interno dei disco ed è chiaro quanto questo elemento sia importante per i Nemuer. Effulgent Sunlight, dal retrogusto vagamente celtico, è semplicemente un altro tassello di questo mosaico musicale intitolato Labyrinth Of Druids. Con Pub Of The Frozen Time il sound del duo cambia radicalmente: arpeggi di chitarra e il vociare del pub sono vivaci e lontani dal decadentismo ascoltato in precedenza. Tutto torna alla “normalità” con le successive Faint Recollections e Baptism By Fire, canzoni dalla venatura dark folk che portano a conclusione Labyrinth Of Druids. Infine come non segnalare Castle, brano dedicato al maestro americano H.P. Lovecraft, scrittore fondamentale per la letteratura gotica/horror e grande fonte d’ispirazione per il due musicisti cechi.

Il secondo disco dei Nemuer è senz’altro ben fatto e sarà gradito a quel pubblico che quotidianamente si nutre di sonorità rarefatte e atmosferiche, sia dall’accento più romantico che quello maggiormente dark. Per tutti gli altri ci vorranno molti ascolti in determinate condizioni per poterlo apprezzare, ma Labyrinth Of Druids è un gran bell’album nel suo genere.

MISTER FOLK DISTRO: BLACK WEEKEND

Il Black Weekend è arrivato anche dalle parti di MISTER FOLK DISTRO! Vi consiglio quindi di fare un bel giro sul sito della distro e aggiungere cd, libri e vinili al vostro carrello, c’è lo sconto del 20% su tutto!

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Buono shopping e buona musica!

Intervista: ShadowThrone

Grazie all’Yggdrasil Night ho avuto modo di conoscere gli ShadowThrone e soprattutto vederli in azione sul palco del Traffic Club di Roma: un’esibizione concreta e diretta, potente e personale con un tocco scenico semplice quando d’impatto. Il loro è un black metal che prende dal passato (Bathory, Emperor ecc.) e lo rende attuale: non c’è spazio per l’imitazione, qui si lavora di personalità con indubbia bravura e il risultato è Demiurge Of Shadow, debutto in grado di fare la gioia di tutti gli appassionati di questo genere musicale. Con Steph (chitarra) e Serj (voce) ho parlato proprio del disco, ma anche della storia della band e della scena italiana. Una band da supportare e andare a vedere in concerto!

Steph, tutto inizia dopo che hai lasciato i Theatres Des Vampires formando gli ShadowThrone, vuoi ripercorrere quel periodo? Hai avvertito la necessità di suonare una musica più estrema rispetto a quella che stavi suonando all’epoca?

Steph: Salve! Gli ShadowThrone in principio erano soltanto un’idea che avevo in mente. Non era nulla di concreto. Ho iniziato a scrivere materiale come conseguenza ad un periodo di stallo con i Theatres Des Vampires dopo il tour in Sud America. Bisognava iniziare un nuovo capitolo dei TdV e buttare giù materiale per l’album successivo. Durante lo sviluppo di Candyland iniziavo a notare delle divergenze su come avrebbe dovuto suonare il disco. Il materiale da me proposto era un po’ troppo ‘’metal” rispetto alle esigenze del resto della band e usciva fuori dallo schema TdV. Il compromesso sarebbe stato penalizzante per entrambi ed inoltre non ero d’accordo con sull’uso dei synth. Avvertivo la necessità di uscire prima di rimanere ancorato ad un lavoro che andava lontano dalle personali aspettative. Sai, quando scrivi e produci un album, a seguire c’è tutta la fase promozionale live che in questo caso poteva diventare una sorta di prigione a svantaggio mio ma soprattutto per la band. Buttai giù più materiale possibile e alla fine non rimaneva che provare i brani con una vera band. Il risultato mi convinse a lasciare i TdV rimanendo sempre in ottimi rapporti. Bisogna sempre seguire ciò che brucia dentro mettendo in conto anche le rinunce. Parlo dei tour e delle grosse date alle quali ero abituato durante i miei dieci anni nella band. Ma da questa parte ho riscoperto il lato romantico di rimettersi in discussione.

Demiurge Of Shadow è il vostro primo disco, presentatelo ai lettori di Mister Folk.

Serj: Demiurge Of Shadow, il nostro primo full-lenght è un album che rappresenta un equilibrio abbastanza tangibile delle due realtà che rappresentano il sound della band, ovvero la parte atmosferica e di ispirazione film score e la parte più thrash-black tirata che viene direttamente dalle nostre influenze 90s. Un esperimento a mio parere ben riuscito che ci rappresenta molto ed è molto fedele alla nostra proposta live.

Sono molto curioso di conoscere il significato dei testi e in particolare quello di Seal Of Opulence. Tra l’altro dando uno sguardo a titoli e alcune frasi delle canzoni viene spesso a galla il collegamento con il mare e le anime dannate. Non mi sembra un concept album, ma sembrano esserci delle tematiche che tornano più di una volta: è così?

Serj: Demiurge Of Shadow non è un vero e proprio concept album nel senso puro del termine, perché ci sono brani, come appunto Seal Of Opulence, che si slegano dalla maggioranza dei pezzi come tematiche. In ogni caso ho voluto mantenere un motiv comune nella scrittura, ovvero una rappresentazione ascetica del protagonista, inteso come metafora dell’uomo, verso un piano cognitivo superiore. La sopracitata Seal Of Opulence è una traccia che trae ispirazione nelle sonorità e nelle lyrics da un film culto degli anni novanta, La Chiesa di Michele Soavi, che consiglio a tutti gli amanti del genere horror di quell’epoca.

La copertina è veramente molto bella e diversa dalla tipica cover black metal: com’è nata l’idea e chi l’ha realizzata? Ha un significato specifico, magari un legame con una canzone?

Serj: la copertina di Demiurge Of Shadow è stata realizzata dal digital artist ciociaro Graziano Roccatani, formidabile illustratore e pittore nostro conterraneo. La scelta del soggetto è stata ardua in quanto il disco, specialmente a livello di lyrics ha molte sfaccettature, abbiamo optato per il veliero nei ghiacci che rappresenta un viaggio verso il nord e quelle atmosfere scure e fredde che il sound vuole evocare.

Il cd è stato pubblicato dall’etichetta giapponese Zero Dimensional Records, come siete giunti in contatto con loro? Come vi state trovando? Avete avuto proposte da etichette italiane ed europee?

Serj: al momento della produzione del disco siamo entrati in contatto con diverse etichette sia italiane che estere, la Zero Dimensional Record si è mostrata molto interessata alla produzione del nostro album così abbiamo accettato la sua proposta contrattuale, un’etichetta che nel campo del black ha prodotto anche nomi come Satanic Warmaster e Taake e che distribuisce a livello mondiale attraverso la Plastic Head.

A fine 2015 avete pubblicato l’EP Through The Gates Of Dead Sun e circa un anno più tardi il full-length di debutto: cosa è cambiato in un anno e che differenze ci sono tra l’EP e il disco?

Serj: il primo EP è sicuramente una piccola prova per tastare il terreno per ogni band, anche nel nostro caso è stato così, un anno dopo il primo full-lenght infatti contiene alcuni dei brani dell’EP, ai quali abbiamo dato un sound più curato e una produzione più ricca e fedele alla nostra performance live.

Black metal in Italia: cosa va e cosa non va?

Serj: in tutta onestà non mi sento di fare critiche verso il black metal italiano, ci sono molti gruppi validissimi, che hanno una proposta accattivante e originale; chi ha merito, come in ogni cosa, farà sicuramente la sua strada.

Ci sono dei gruppi che ritenete validi e con i quali siete in buoni rapporti?

I gruppi validi italiani sono moltissimi e purtroppo con alcuni di essi non abbiamo ancora avuto il piacere di dividere il palco. Tra i gruppi con cui abbiamo avuto il piacere di suonare cito i Darkend, Scuorn, Voltumna, Gotland ma anche altri non tipicamente black come gli UnderSiege e Dyrnwyn. I nostri conterranei Burian inoltre, che so che produrranno un disco nei prossimi tempi.

Ascoltando il disco Demiurge Of Shadow si capisce facilmente il legame con il black metal ’90 mentre in concerto si avverte una piacevole attitudine vicina al black metal della prima ondata, quella di Bathory e compagnia marcia. Vi chiedo quindi quali sono i vostri punti di riferimento e cosa volete esprimere attraverso la vostra musica.

Serj: il legame con i Bathory è sicuramente indissolubile, così come lo è anche con gli Emperor, gruppo che ognuno dei nostri componenti ama molto. Le nostre influenze variano anche tra band come Dimmu Borgir e i miei amati Covenant (del primo album In Times Before The Light, prima che cambiassero il nome in Kovenant), inoltre ognuno di noi mette, specialmente nell’arrangiamento, le sue influenze che non necessariamente derivano dal black metal.

Avete supportato diverse band di valore come Rotting Christ, Absu, Necrodeath e Opera IX: che tipo di esperienze sono state e pur suonando in apertura, che tipo di responso avete avuto?

Serj: suonare con dei giganti è sempre un grande onore e un esperienza di grande formazione professionale e artistica, ognuno dei gruppi con cui abbiamo diviso lo stage ci ha insegnato qualcosa e di questo siamo grati. Ovviamente quando si suona in apertura ad un big la maggior parte del pubblico è presente per loro, ma devo dire che sono rimasto piacevolmente soddisfatto nel vedere il pubblico apprezzare il nostro show e farci molti complimenti appena scesi dal palco.

Nelle prossime settimane avrete diversi concerti interessanti: volete ricordarli ai lettori di Mister Folk e cosa vi aspettate da questi show?

Serj: parteciperemo con il Cult Of Parthenope festival a Napoli dove suoneremo con moltissime band di grande valore e parteciperemo al release party dei Voltumna a Roma come special guest (l’intervista è stata fatta a fine ottobre, ndMF), a dicembre saremo al Black Winter Fest al Colony di Brescia dove avremo l’onore di suonare con Carpathian Forest, Batushka e Satanic Warmaster tra gli altri: invito tutti i lettori a seguire la nostra pagina Facebook per essere aggiornati sugli eventi live prossimi.

Siamo giunti al termine, grazie per la disponibilità e spero di rivedervi presto sul palco.

ShadowThrone in concerto all’Yggdrasil Night

Distoriam, Trollwar & Trobar – Distrollbar (split EP)

Distoriam, TrollWar & Trobar – Distrollbar (split)

2017 – split – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: –

Tracklist: 1. Distoriam – Les Héros Du Passé – 2. Trobar – Marée Noire – 3. Trollwar – Soup Of A Thousand Souls – 4. Distoriam – Magnetic North (French Poutine Version) (Alestorm Cover) – 5. Trobar – Légende Indienne (Quebec Folk Song) – 6. Trollwar – Nectars Of Eden (Ebony Tears Cover) – 7. Distrollbar – Chant Sacré (Metal Version) (Laurent Paquin Cover)

La scena canadese, come ormai saprete bene leggendo le recensioni di questo sito, è sempre attiva e dinamica, con tanti nomi che escono fuori ogni anno e, soprattutto, dei validi dischi a confermare la bontà dei musicisti nord americani. La cosa bella è che la scena canadese sembra essere anche unita stando a molte dichiarazioni dei protagonisti, al punto da pubblicare, come in questo caso, uno split EP non a due, bensì a tre gruppi. Quale modo migliore per farsi conoscere e divertirsi (e divertire) al tempo stesso? Succede così che tre band originarie del Quebec, Distoriam, TrollWar e Trobar, uniscano le forze per rilasciare (purtroppo solo in formato digitale) Distrollbar, un lavoro assolutamente piacevole da ascoltare e diverso dai classici split. La formula è in realtà strana e anche un po’ intricata: i tre gruppi propongono prima un pezzo inedito per poi passare a una cover; infine c’è spazio per una canzone che vede coinvolti tutte le band insieme. Se da una parte c’è la volontà di rendere molto vario il disco, dall’altra c’è una certa confusione dovuta proprio alle diverse sonorità della band coinvolte. Il tutto si risolve con un po’ di ascolti, quando diventa possibile riconoscere l’impatto musicale e il cantato di ogni singolo gruppo.

La prima canzone è dei Distoriam: Les Héros Du Passé è potente con delle sonorità death metal in certi riff e nel cantato che ben contrastano con il ritornello maggiormente arioso durante il quale sono utilizzate le voci pulite sia maschile che femminile. C’è spazio anche per un assolo di chitarra, ma è la seconda parte della composizione dove la band si lascia andare senza freni di sorta e il risultato è notevole. Tocca quindi ai Trobar con Marée Noire: sonorità più tipicamente folk metal per il gruppo di Rimouski, autore nel 2014 del full-length Charivari. Flauto e tastiera sono strumenti importanti per l’economia del pezzo, ma sono sicuramente le linee vocali (growl maschile e pulito femminile) ad avere il ruolo protagonista. I TrollWar (incontrati anni fa con il disco Earthdawn Groves) hanno un sound più bellicoso e si nota fin dalle prime note di Soup Of A Thousand Souls. Possono ricordare i Finntroll più ignoranti, ma nel loro suono c’è anche una certa dose di personalità: le note feroci del brano hanno sempre un qualcosa di melodico e in questo il lavoro della tastiera è fondamentale. Dopo i tre brani inediti si passa alle cover: la prima è Magnetic North degli Alestorm, riletta in chiave personale (e in francese) dai Distoriam. Il risultato è molto diverso dall’originale, ma proprio per questo interessante da ascoltare. La seconda cover è Légende Indienne, una folk song del Quebec ben metallizzata dai Trobar, un pezzo veramente coinvolgente e dinamico, con ottimi giri di chitarra e il cantato di Pascale Lévesque sempre all’altezza della situazione. La terza e ultima cover presente nello split è opera dei TrollWar, Nectars Of Eden degli svedesi Ebony Tears. In questo caso la band di Alma è più melodica rispetto al solito (con la bontà della musica inalterata), ma ci si muove sempre in ambiti extreme folk metal. Ultima traccia in scaletta è Chant Sacré dei Distrollbar, nome sotto al quale sono riuniti tutti i musicisti delle tre band. La canzone è una cover di Lauren Paquin, un comico locale apprezzato molto apprezzato. La canzone, dalla durata di appena un minuto e mezzo, è strana, quasi eterea all’inizio e brutale nel finale, sicuramente un esperimento curioso che forse meritava una maggiore durata.

Distrollbar è un’idea buona quanto utile: una pubblicazione del genere attira attenzioni e simpatie, la band raggiungono lo scopo dello split, cioè farsi conoscere divertendosi e facendo divertire: missione compiuta!

Folkstone – Ossidiana

Folkstone – Ossidiana

2017 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Marchesi: voce – Luca Bonometti: chitarra – Federico Maffei: basso – Edoardo Sala: batteria – Roberta Rota: cornamusa, bombarda, voce – Matteo Frigeni: cornamusa, bombarda, ghironda – Maurizio Cardullo: cornamusa, cittern, flauto, bouzouki, bombarda – Andrea Locatelli: cornamusa, bombarda

Tracklist: 1. Pelle Nera E Rum – 2. Scintilla – 3. Anna – 4. Psicopatia – 5. Asia – 6. Scacco Al Re – 7. Mare Dentro – 8. E Vado Via – 9. Instantanea – 10. Supernova – 11. Dritto Al Petto – 12. Sabbia Nera – 13. Ossidiana

Alla fine è successo. I Folkstone si sono definitivamente staccati dal proprio passato realizzando un disco che guarda avanti senza pietà, con un sound (si potrebbe dire) nuovo e lasciando gli ascoltatori a bocca aperta. Quello che è sicuro è che con Ossidiana la band di Bergamo non passa inosservata: prova ne è il gran chiacchiericcio, per quel poco che vale, virtuale e i complimenti ricevuti dai musicisti rock della scena italiana. Detto questo, come suona il nuovo album dei guerrieri orobici? Diverso. Diverso da Oltre…l’Abisso che a sua volta era la prosecuzione artistica di quanto iniziato con Il Confine, per non parlare poi dei primi due cd Folkstone e Damnati Ad Metalla: si tratta proprio di un’altra band. Cosa c’è di diverso, vi chiederete, tra Il Confine e Ossidiana? Sicuramente l’approccio. Laddove i Folkstone cercavano di restare a metà strada tra l’osservazione critica del mondo e la necessità di divertirsi (e far divertire) ora c’è solo la via della maturità, che spesso fa rima con noia e debolezza, ma non è il caso loro, fortunatamente. Quel che manca, e lo dico subito, è un guizzo di vita che tutti ci aspettiamo dai Folkstone, quelle cornamuse a festa che fanno battere forte il cuore, quei cori che non si aspetta altro di andare a un loro concerto per poterlo gridare con tutta la voce che è in corpo. Manca un pizzico di vita. Ossidiana è vita, e in alcuni momenti è anche bella come vita, ma è costantemente ombreggiata dagli anni che passano e che segnano il volto con rughe indelebili. È anche affascinante per questo, Ossidiana, quel fascino da persona adulta che sa ancora giocarsi le proprie carte pur non avendo più il fisico e il sorriso di quando aveva venti anni e ci si poteva permettere di dormire quattro ore a notte e ricominciare il giorno dopo carichi come non mai. Ossidiana ha quel fascino di chi ha vissuto la vita e ne porta le cicatrici, ma lo fa con serenità. Non orgoglio ne vergogna. Ossidiana sta lì a dire: la vita è questa, amico, non possiamo far altro che accettarla e quando possibile combatterla, ma questo è, fine dei sogni e dei giochi.

Il folk metal, nel senso stretto del termine, non è su un disco dei Folkstone dal 2012. In Ossidiana ci sono robuste chitarre rock (a tratti rammsteiniane) e bei strumenti folk che arricchiscono le canzoni. Non c’è l’arpa di Silvia Bonino, fuori dal gruppo perché il suo strumento ritenuto di troppo, ma c’è l’ottimo flauto di Maurizio a rinfrescare con deliziose note le varie composizioni. La canzone simbolo di questo cambiamento è senz’altro Pelle Nera E Rum: un blues caldo e avvolgente, molto sensuale, brano che indica immediatamente la volontà dei Folkstone di lasciarsi andare all’istinto non badando alla forma ma al risultato. Non mancano le cornamuse e il groove che sale di giri quando è il momento giusto di farlo, ma il cambiamento è palese e può facilmente spiazzare i fan, soprattutto quelli maggiormente legati al periodo “gente balla e dorme sui banconi appiccicati”. Un altro brano da menzionare è Dritto Al Petto, interamente cantato da Roberta. C’è da dire che Roby ha fatto passi da gigante al microfono, ora molto precisa e in grado di controllare meglio la voce, ma che non ha perso quel tocco aggressivo e verace che la contraddistingue. Il resto delle composizioni (curiosamente di durata media/corta, da 3.26 a 4.20, con appena tre canzoni sopra i quattro giri di lancette) sono quasi tutte di buona qualità (le prime tre sono davvero ottime, con un songwring deciso e grandemente riuscito) con qualche inevitabile calo di tensione di tanto in tanto quando ce ne sono ben tredici in un cd. La difficoltà dell’ascolto è dovuta alla nuova veste dei Folkstone, diciamolo chiaramente: non tutti sono pronti per questo salto, la band ha veramente osato e rischiato lasciandosi avvolgere dalle influenze e da quel che veramente vogliono fare, vincendo però la scommessa.

La produzione è molto compatta e il suono in cuffia è davvero ottimo: potente e chiaro, perfettamente mixato e curato nei minimi dettagli dal guru Tommy Vetterli (Coroner, Eluveitie, Kreator ecc.) fa da contrappeso all’orrenda copertina (volutamente) scarna ma che è in sintonia con i testi e il mood dell’album. Va bene il senso dell’artwork, ma anche l’occhio vuole la sua parte.

Ossidiana è la nuova veste dei Folkstone: a prima vista sembra essere un capo economico, trovato in offerta in qualche supermercato, eppure per una serie di motivi riassumibili con la parola bravura, hanno tirato fuori l’ennesimo bel viaggio nei sentimenti, dipingendo piccoli scorci d’umanità della quale tutti abbiamo bisogno. Alla fine il capo economico da supermercato calza a pennello ai nuovi Folkstone e vederlo indossato da loro fa anche un figurone.