Tengger Cavalry – Cian Bi

Tengger Cavalry – Cian Bi

2018 – full-length – Napalm Records

VOTO: 4,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Nature Ganganbaigal: voce, chitarra, morin khuur – Alex Abayev: basso – Zaki Ali: batteria – Phillip Newton: topshuur – Borjigin Chineeleg: topshuur, scacciapensieri, voce – Uljmuren: morin khuur

Tracklist: 1. And Darkness Continues – 2. Cian-Bi (Fight Your Darkness) – 3. Our Ancestors – 4. Strength – 5. Chasing My Horse – 6. Electric Shaman – 7. Ride Into Grave And Glory (War Horse III) – 8. Redefine – 9. A Drop Of The Blood, A Leap Of The Faith – 10. The Old War – 11. One Tribe, Beyond Any Nation – 12. Just Forgive – 13. One-Track Mind – 14. You And I, Under The Same Sky – 15. Sitting In Circle

Cosa succede a un musicista quando non ha più niente da dire? A volte decide di appendere la chitarra al chiodo, altre di prendersi un bel periodo di pausa per ricaricare le pile e poi, in caso, decidere cosa fare. Cosa succede, invece, se il musicista non ha più niente da dire ma gli capita tra le mani il contratto della vita? Per quanto dura e ingiusta, questa potrebbe essere la storia di Nature Ganganbaigal dei Tengger Cavalry e del contratto con l’austriaca Napalm Records, etichetta che negli ultimi anni si è affermata come una delle più grandi e importanti nel mondo heavy metal. Che poi Nature Ganganbaigal non è certo il tipo da pensare di non aver più nulla da dire, anzi, il tragicomico numero di release degli ultimi tre anni (sei full-length, tre EP, tre live album, due compilation e tredici singoli) fa pensare il contrario. Fatto sta che Cian Bi è il frutto per niente saporito che è nato dal sodalizio mongolo/austriaco, un album scialbo e noioso, banale e povero d’idee in grado di invogliare all’acquisto. Eppure i Tengger Cavalry, pochi anni fa, erano considerati innovativi e personali, rappresentavano il futuro del genere: il debutto Blood Sacrifice Shaman del 2010 è un piccolo capolavoro di folk metal e i successivi album ottimi dischi validi sotto tutti gli aspetti.

Cosa non va in questo Cian Bi? Si farebbe prima a dire cosa va bene, ovvero due-tre canzoni fatte a modo, stop. A partire dai brutti suoni digitali e troppo compressi al limite del metalcore, si prosegue con l’utilizzo del throat singing in inglese – sì, una band mongola che utilizza il tipico canto mongolo in lingua inglese… – e si finisce con l’ammasso senza capo né coda di ben quindici tracce. La colpa maggiore di Cian Bi è di essere composto da canzoni dalla durata media di tre minuti, basilari nella struttura e che non hanno la forza di una melodia che sia una per rimanere impresse nella mente. Tolte le poche meritevoli (Our Ancestors, One Tribe, Beyond Any Nation), rimangono le imbarazzanti Redefine (tra Fear Factory e nu metal del 1999), A Drop Of The Blood, A Leap Of The Faith (brutale nelle intenzioni) e You And I, Under The Same Sky, oltre alle inconcludenti Just Forgive e One Track Mind. Decisamente troppo poco per giustificare l’accordo con un colosso come Napalm Records. Inoltre le tracce di chitarra sono di uno scontato disarmante, ma nulla rispetto alla qualità della registrazione: tutto suona finto e plasticoso, a partire dalla sei corde che non graffia, fiacca nella distorsione e con suoni di rara bruttezza. Tra riff pseudo nu metal e suoni che neanche un gruppo al primo demo, Cian Bi è la pietra tombale sui Tengger Cavalry, progetto iniziato nei migliori dei modi e naufragato miseramente (forse?) sotto la troppa pressione esterna: poco dopo la pubblicazione di questo disco, infatti, la band ha annunciato lo scioglimento per ragioni contrattuali.

Quello che dispiace dei Tengger Cavalry, oltre alla triste fine intitolata Cian Bi, è che per brevi momenti riescono ancora a realizzare ottima musica e far viaggiare l’ascoltatore nelle sconfinate steppe della Mongolia cavalcando un destriero dai polmoni d’acciaio. Cian Bi è invece un disco sottotono e incerto sulla direzione da prendere: se si vuole ascoltare del vero folk metal mongolo, oltre ai primi passi di Nature Ganganbaigal, non c’è alternativa dall’avvicinarsi all’ottimo Arvan Ald Guulin Hunshoor dei Nine Treasures per poi scoprire anche i successivi dischi.

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Live Report: Guns N’ Roses a Firenze

GUNS N’ ROSES + VOLBEAT + BARONESS

15 giugno 2018, Visarno Arena, Firenze

NB: nel report non ci sono foto del concerto perché ho preferito godermi lo spettacolo invece di fotografare con scarsi risultati il palco dando fastidio a chi, dietro di me, era più interessato alla musica che al mio cellulare. Provate anche voi al prossimo concerto al quale andrete: via il telefonino e godetevi la musica come si faceva 20 anni fa, non ve ne pentirete!

“Ci hanno rotto il culo per tre ore e un quarto”. Questo, in breve, quello che è successo venerdì a Firenze. Sul palco i Guns N’ Roses, un anno dopo lo show trionfante di Imola.

Nella bellissima cornice della Visarno Arena si consuma la seconda serata del Firenze Rocks: finalmente il pubblico può assistere a un evento stando comodamente sull’erba invece del solito e infuocato asfalto di circuiti, parcheggi e piazze. Tutto è organizzato molto bene e anche la modalità di deflusso dall’arena ha funzionato alla grande, a differenza di quanto accaduto a Imola. Infine, merita una citazione il personale della sicurezza, in particolare quello che era alle transenne della prima fila, sempre gentile e che per tutta la giornata ha dato centinaia di bottiglie d’acqua fresca a chi era accalcato davanti al palco per vedere al meglio il concerto.

Perso il gruppo d’apertura, i Baroness hanno cercato di fare il massimo con i pochi mezzi a disposizione (suoni altalenanti, volumi un po’ bassi, ecc.), suonando davanti a un’audience ancora sonnacchiosa e in gran parte seduta in attesa degli headliner. Molto meglio va ai Volbeat, anche perché dal vivo la band danese riesce a convincere anche chi rimane indifferente ascoltando i dischi in studio. Michael Poulsen (voce e chitarra) sa come giocare col pubblico, al resto ci pensa il loro sporco rock’n’metal dal look impeccabile e la cover di Johnny Cash Sad Man’s Tongue. Tutto bello e coinvolgente, ma alle 20.00 tocca ai Guns e non ce n’è più per nessuno.

Il concerto: un epico viaggio nel mondo del rock’n’roll, mondo nel quale i Guns N’ Roses sono in vetta insieme a un pugno di nomi immortali. Diciamolo subito, Axl e compagnia, con questo infinito tour si sono guadagnati (sempre se già non lo avessero già fatto con i capolavori Appetite For Destruction e i due Use Your Illusion) la definizione di leggendari, perché chi altro, a 56 anni, canta-balla-suona per oltre tre ore senza un attimo di tregua e senza cali qualitativi? Quale frontman riesce, dopo venti anni di semi silenzio e periodi no, ad avere per se gli occhi e i cuori di 65000 persone? Quale gruppo, a 27 anni dalla pubblicazione dell’ultimo disco della formazione “classica” riesce a stare in tour per tutto questo tempo e con questa affluenza pazzesca di pubblico? Soprattutto, i Guns N’ Roses sul palco si divertono ancora tanto e, di conseguenza, fanno divertire i propri fan.

La scaletta è una sorta di best of con qualche ripescaggio inaspettato e un paio di cover nuove. Il palco non è particolarmente grande, soprattutto le “lingue” laterali sono corte e chiuse dalla transenne che Axl Rose non è riuscito a rimuovere quando ci ha provato. L’inizio è quello che ci aspetta con It’s So Easy, Mr. Brownstone e Chinese Democracy, per proseguire con tanti classici della band americana come Rocket Queen, Civil War, Sweet Child O’ Mine e Double Talkin’ Jive. In scaletta ci sono anche pezzi che erano stati messi da parte come la divertentissima Used To Love Her e Patience (preferita a Don’t Cry), o nuovi Shadow Of Your Love (che scatena finalmente un bel po’ di movimento nel pit, ma hey, questo è rock’n’roll, mica musica da camera!), singolo della riedizione di Appetite For Destruction. Come al solito non mancano tante (troppe?) cover: Attitude cantata dal sempre in forma Duff McKagan è una piacevole sorpresa, come lo sono Wichita Lineman e Black Hole Sun. Su Wish You Were Here c’è un lungo duello di chitarra tra Slash e Richard Fortus (coppia più affiatata rispetto a un anno fa) ed è proprio la chitarra a trionfare nel concerto dei Guns N’ Roses, finalmente tornata nel ruolo che le spetta in un concerto rock, ovvero quello al centro della scena. Quanti gruppi rock (o presunto tale) utilizzano la sei corde per creare canzoni dal ritornello facile a discapito di assoli e riff? Assistere a un concerto dei Guns è un piacere per ogni amante del rock, lo strumento più importante ha tutto lo spazio che merita per assoli e improvvisazioni, proprio come quando il rock non era merchandise e foto, ma musica e sudore. Sudore che Axl Rose non risparmia correndo da una parte all’altra del palco, cantando e incitando il pubblico a seguirlo, facendo gli occhi dolci alle prime file e dando tutto quello che può e forse anche qualcosa in più. Non si può non voler bene a un uomo che ha avuto tutto dalla vita e che tutto ha buttato via, salvo cercare di redimersi con sacrificio e sofferenza, fino a tornare in vetta con l’intenzione di non abbandonarla più. La musica scorre senza tregua, il pubblico canta e piange su Estranged, si emoziona con This I Love e November Rain, salta con Nightrain. Axl saluta il pubblico e se ne va, ma nessuno gli crede, tutti si aspettano le ultime quattro canzoni e il punto esclamativo del concerto è una Paradise City iper carica tra coriandoli tricolori e fuochi d’artificio, degna chiusura di una grande festa all’insegna del rock’n’roll.

Scaletta: 1. It’s So Easy – 2. Mr. Brownstone – 3. Chinese Democracy – 4. Welcome To The Jungle – 5. Double Talkin’ Jive – 6. Better – 7. Estranged – 8. Live And Let Die (Wings cover) – 9. Shilter (Velvet Revolver cover) – 10. Rocket Queen – 11. Shadow Of Your Love – 12. You Could Be Mine – 13. Attitude (Misfits cover) – 14. This I Love – 15. Civil War – 16 – Slash guitar solo – 17. Sweet Child O’ Mine – 18. Wichita Lineman (Jimmy Webb cover) – 19. Coma – 20. Wish You Were Here (Pink Floyd cover) – 21. November Rain – 22. Black Hole Sun (Soundgarden cover) – 23. Used To Love Her – 24. Knockin’ On Heaven’s Door (Bob Dylan cover) – 25. Nightrain – 26. Patience – 27. Yesterday – 28. The Seeker (The Who cover) – 29. Paradise City

Lou Quinse – Lo Sabbat

Lou Quinse – Lo Sabbat

2018 – full-length – Sliptrick Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: IX. L’ermite: voce – XIX. Lo Solelh: chitarra – XVIII. La Luna: basso – Lo Mat: batteria – I. Lo Bagat: organetto – VII. Lo Carreton: flauto, cornamusa

Tracklist: 1. Sus La Lana – 2. Chanter Boire Et Rire Rire – 3. Diu Fa’ Ma Maire Plora – 4. La Dancarem Pus – 5. Lo Cuer Dal Diaul – 6. Dessùs La Grava De Bordeu – 7. Giga Vitona – 8. Purvari E Palli – 9. Lo Boier – 10. La Martina – 11. La Marmòta – 12. Sem Montanhòls

Una delle formazioni più snobbate e sottovalutate del panorama italiano del folk metal è quella dei Lou Quinse, band piemontese che dal 2006 sputa folk e diavoli in varie salse. Il gruppo guidato da L’Ermite si autodefinisce “alpine extreme metal folkcore” e arriva al secondo disco dopo il debutto Rondeau De La Forca del 2010: rispetto al primo album Lo Sabbat è decisamente un lavoro più maturo e personale, molto è cambiato (e migliorato) in questi anni, fermo restando l’attitudine caciarona e sfrontata che da sempre li contraddistingue.

Il disco si presenta veramente bene: digipak bello colorato e con una copertina semplicemente spettacolare sono i primi passi per avere il gradimento del pubblico, e Lo Sabbat sotto questo punto di vista non ha veramente nulla da temere. I disegni e lo stile sono volutamente vicini a quelli del pittore ceco Alfons Mucha, i Lou Quinse hanno voluto osare qualcosa di diverso dal solito artwork folk metal e il risultato è davvero eccezionale. Con una grafica del genere è lecito aspettarsi un booklet da far strabuzzare gli occhi, e in parte è così: il libricino è esteticamente perfetto e i testi in lingua occitana, oltre a una breve presentazione, sono tradotti in inglese. Solo che nel cd il booklet non c’è, in quanto il file può essere visto e scaricato dal sito ufficiale dei della band, una scelta che danneggia non poco chi acquista il disco fisico.

Le cornamuse e le chitarre di Sus La Lana accolgono l’ascoltatore in un salotto musicale che con Chanter Boire Et Rire Rire (in un certo senso il singolo del disco) si rivela tutto tranne che accogliente. Il folk metal dei Lou Quinse è veloce e spietato, maledettamente orecchiabile anche quando i tempi si fanno spinti e la musica non da un attimo di tregua. Cori e accelerazioni brutali contrastano con la melodia che dal fondo s’innalza prepotente e in questo brano la vocazione al caos raggiunge picchi epici. Il ritmo è ancora sostenuto in Diu Fa’ Ma Maire (ovvero la descrizione della dura vita del pecoraro) e il tono continua ad essere serio ma beffardo, in linea con il testo. Con La Dancarem Pus le cose si fanno diverse, i Lou Quinse si muovono in un terreno meno pesante nella prima parte e tirano fuori una composizione più articolata del solito che mostra la crescita dei musicisti. Dopo la feroce Dessùs La Grava De Bordeu, Giga Vitona porta una ventata di puro cazzeggio in up-tempo che fa tanta allegria; interessante notare come, a un certo punto, spunti fuori una melodia che il fan del folk metal italiano conosce molto bene, in quanto è quella di La Caccia Morta dei Furor Gallico. In questo caso, come fu per Oakenshield e Storm con Earl Thorfinn e Oppi Fjellet, la melodia utilizzata nelle due canzoni è la stessa in quanto entrambi i brani traggono la propria ispirazione dalla medesima fonte popolare. Domenico Straface, brigante cosentino nel XIX secolo, è il protagonista di Purvari E Palli, pezzo che vede anche una parte cantata in calabrese e che non risparmia nulla in fatto di folk e voglia di ribellione. La seguente Lo Boier è una canzone dai significati simbolici legati all’eresia dei catari (movimento che nel XII e XIII secolo ebbe un discreto seguito in Linguadoca, Occitania, Italia ed est Europa prima della violenta soppressione per mano della Chiesa) utilizzando la storia della sfortunata pastorella Joana. Lo Sabbat arriva al terzo atto, “La Martina”: dopo uno strumentale dai toni malinconici le melodie allegre di La Marmòta (con le parole tratte del poeta/politico anticlericale Angelo Brofferio) suonano spensierate a differenza del testo carico di tensione. Un canto di montagna e liberazione porta a conclusione il disco: Sem Montanhòls è forse la migliore maniera per terminare i quarantasei minuti dell’album. Pezzo acustico e ritmato, sentito dai musicisti quanto dagli ascoltatori perché i Lou Quinse nel coinvolgere il pubblico sono bravissimi.

Il disco quindi cresce con gli ascolti e la seconda parte in particolare riesce a donare ogni volta delle piccole novità che rendono Lo Sabbat sempre fresco. Quasi tutte le canzoni del disco sono prese (sia testi che musica) dalla tradizione popolare locale e in seguito elaborate fino a farle suonare Lou Quinse al 100% senza però perdere quell’alone alpino che è fondamentale per il sound del gruppo.

Detta dell’alta qualità della musica, è giusto parlare anche dall’ottima produzione, all’altezza delle canzoni e che fa suonare tutto naturale e potente senza minare minimamente la credibilità del lavoro svolto dai musicisti. Gran parte del merito va riconosciuto a Tino Paratore, nome di culto nel punk/hardcore, che ha registrato e missato Lo Sabbat, con Tom Kvalsvoll (Trollfest, Kampar, Darkthrone, Windir ecc.) che ha curato il mastering al Kvalsonic Lab di Oslo.

Anni di silenzio possono distruggere un gruppo e sgretolare il seguito che negli anni si è meritato, ma nel caso dei Lou Quinse è stato utilissimo per lavorare con impegno a un disco come Lo Sabbat, lavoro che li deve per forza far uscire dall’indifferenza del sonnacchioso pubblico e lanciarli verso palchi ed eventi di caratura internazionale.

Intervista: Richard Milella (Malpaga Folk & Metal Fest)

Malpaga Folk & Metal Fest è diventato in pochi anni un appuntamento obbligatorio per tutte quelle persone che quando sentono una cornamusa e una chitarra suonare insieme non riescono a stare fermi e immediatamente iniziano una profana quanto divertente danza scoordinata. Il folk metal può essere un “affare serio” ma anche un momento di grande divertimento e condivisione, e proprio in questa categoria si colloca il Malpaga Folk & Metal Fest: migliaia di persone davanti un palco con i migliori interpreti del genere a intrattenere persone che per qualche giorno mettono i problemi alle spalle e decidono di divertirsi, fare gruppo e godersi dell’ottima musica. Ma chi c’è dietro a tanto ben di Dio e come si organizza un evento del genere? In seguito a queste domande nasce l’intervista con Richard Milella, la mente dietro a Malpaga: senza peli sulla lingua ci racconta il viaggio di questi anni che ha portato sul prato di un piccolo comune che si chiama Cavernago, nomi del calibro di Tyr, Cruachan, Dalriada, Mael Mordha ed Evelking. Buona lettura e… ci si vede al castello di Malpaga!

EVENTO FACEBOOK

Il pubblico del festival visto dal palco dei Tyr

Ciao Richard, benvenuto su Mister Folk. Iniziamo parlando della nascita del festival di Malpaga: come e perché hai deciso di creare questo evento?

Per la verità organizzavo già da anni eventi di vario tipo. Prima in modo autonomo, poi negli ultimi tempi, come scopritore e manager dei Folkstone (ma di questo bisognerebbe aprire un capitolone a parte… mi piacerebbe raccontarti quel capitolo…) mi ero specializzato in situazioni pagan-folk che ancora non erano così diffuse. Creavo eventi per loro come la partenza del tour da Live di Trezzo, Halloween, Festa dei Minatori (per il lancio di Frerì, uno dei loro brani storici) con esposizione di lampade e attrezzi storici da miniera, Casalromano Gods of Folk, il Fosch Fest (ebbene sì, l’ho creato io come festa da regalare ai numerosi fans, una sorta di Folkstone-day gratuito ed è durato molto bene per quattro stagioni, poi qualcuno ha pensato che si potevano farci dei buoni guadagni e… ha mandato tutto a puttane… a ognuno il proprio mestiere) ed altre situazioni musicali, a volte rimettendoci di tasca mia, ma questo è un altro discorso. Interrotta forzatamente la collaborazione con il gruppo, i ragazzi del comune adiacente a Bagnatica, Malpaga appunto, mi chiesero di fare per loro una cosa anche lontanamente simile. Mi diedero carta bianca (nel senso che dovevo fare tutto io… ). Cominciò con una giornata e quattro gruppi; andò benino: poi con due e otto gruppi, molto bene.. Siamo arrivati a tre giornate, 12 gruppi, 300 tende e migliaia di meravigliosi fans scatenati.
Quindi non l’ho deciso io ma me lo sono trovato fra le mani inaspettatamente.

Malpaga è al suo sesto anno e ogni edizione è migliore di quella precedente. Quanto lavoro ed energie porta via un festival come questo? Come stabilite le priorità del festival e i miglioramenti da fare per rendere l’evento sempre più interessante?

Si comincia l’edizione seguente quasi nel corso della recente. Vieni avvicinato da ragazzi che ti lasciano il loro promo o il cd o semplicemente ti chiedono come partecipare. Il loro entusiasmo ti spiazza perché vedi che credono veramente in quello che fanno e ci tengono molto al festival. Se non sono scarsissimi ed hanno un “quid” di novità li propongo volentieri ed è così che sono arrivati gli eccezionali M.A.I.M., Haegen, ODR, Holy Shire, Ephyra, Atavicus ecc… Poi cerchiamo di dare un mix anche di band già collaudate che siano garanzia di spettacolo come i divertenti Diabula Rasa, i Vallorch (grazie…!!!) presenti sin dalla prima edizione sul palchetto di legno, i locali e acclamatissimi Ulvedharr e gli Elvenking, ragazzi stupendi. Con qualche rischio abbiamo chiamato anche band dall’estero spiegando la filosofia del festival che è ad ingresso libero e a prezzi popolari. Ai managers frega poco o nulla di questo aspetto ma le band sono più sensibili e parlando direttamente con loro, Cruachan o TYR per esempio, riusciamo ad averli a condizioni particolari, sicuramente meno di molte band italiane e questi ultimi venivano direttamente dalle Isole Fær Øer, non proprio dietro casa!!! Chi c’era lo ricorda come il “concerto della vita”. Siamo molto orgogliosi di quella serata.

Chi c’è dietro Malpaga? Immagino ci sia un team di persone fortemente motivate per far funzionare tutto quello che riguarda il festival.

Dietro al festival c’è la poderosa mano volontaria e appassionata del gruppo Giovani Cavernago-Malpaga & Cacciatori (BG) che, pur non agendo direttamente sulla parte musicale (si fidano ciecamente e visti i risultati…) fanno più di quanto sia possibile per accogliere i metallari che ormai sono un’orda da nutrire, alloggiare, lavare, gestire ecc. È un lavoro eccezionale che impegna 100 persone per quattro giorni 24 ore al giorno perché i metallari… non dormono mai !!! E ricordo che il Gruppo Cacciatori è formato anche da arzilli 70enni!

Come funziona la scelta dei gruppi? Ascoltate anche le richieste del pubblico oppure ci sono altri criteri?

Il criterio del pubblico, nei limiti del possibile, è la prima scelta. Comunque anche io durante l’anno vado a sentire molti concerti al Colony, al The One, all’Arci Tom e altri ma umanamente mi è impossibile sentire qualcosa a Roma, in Toscana o più in la e allora amici di quelle zone ci segnalano i gruppi che poi valutiamo. Quest’anno per esempio da Pisa arrivano gli splendidi Wind Rose, i Balt Huttar da Asiago (VI) e da Roma i Blodiga Skald. Tutti gruppi segnalati da amici che frequentano Malpaga. Adesso che ci penso anche i veterani Diabula Rasa mi furono segnalati anni e anni fa da un ragazzo romagnolo dicendo che erano un branco di pazzi scatenati… infatti!!!

Ogni anno viene data tantissima visibilità alle realtà italiane. Questo è un grande merito di Malpaga e vedendo il responso del pubblico alle loro esibizioni si capisce che state facendo una grande cosa per la musica italiana. Quando è iniziata l’avventura Malpaga il supporto ai gruppi italiani era un punto sul quale puntare particolarmente?

È stata una scelta quasi obbligata perché la prima edizione è nata in 20 giorni. Ho trovato disponibili i Vallorch, i Kalevala, gli Ulvedharr e un altro paio di band che sinceramente non ricordo e mi scuseranno per questo. Il pubblico ha apprezzato la novità e abbiamo deciso di proseguire su questa linea contando anche sul fatto che le band italiane ci chiedono a volte un simbolico rimborso spese. Sono trattati in maniera impeccabile come vitto, palco, strumentazione, pubblico e visibilità e sono contentissimi così. Chi non è d’accordo con questa linea non fa per noi; il nostro festival è gratuito e realizzare un incasso extra vendendo birra non è cosa semplice. Non ci crederai ma anche gli ospiti stranieri ci chiedono il solo rimborso-spese più alloggio e a loro va benissimo. Probabilmente l’eco di Malpaga è arrivato lontano!!!

Avete ricevuto richieste strane/divertenti da parte dei gruppi? Episodi buffi da ricordare ce ne sono?

Richieste particolari di back-line e/o mixer arrivano dalle band straniere e, nei limiti del possibile, cerchiamo di accontentarli perché sappiamo che rendono meglio in condizioni ottimali. Sono i loro manager che ti mandano rider impossibili e che immancabilmente le band, quando li leggono, si fanno una risata e li stracciano. Ricordo quello dei TYR per esempio dove c’era scritto una serie di cibi introvabili; il trio quando è arrivato si è seduto nel prato insieme ai ragazzi dell’organizzazione a mangiare spaghetti e cinghiale, vino italiano e fare pure il bis.

Facce da Malpaga

Malpaga è un festival gratuito. La domanda che si pongono un po’ tutti è: come fate a pagare le band e tutti i costi generati da un evento del genere?

Eh, bella domanda. L’organizzazione dei Giovani, che ricordo, tutti volontari, fa i salti mortali per cercare di fare quadrare i conti. Purtroppo ogni anno le amministrazioni comunali, oltre che a non darti un centesimo (Malpaga è conosciuta in Europa adesso anche per l’eco del festival, dovrebbero saperlo!), emanano nuove e cervellotiche disposizioni che sembrano fatte appositamente per mettere in difficoltà gli organizzatori con ingenti spese per la sicurezza, per i servizi, assicurazioni obbligatorie, limiti di capienza e tutto il resto. Quest’anno tra l’altro c’è una grossa spesa imprevista per la vigilanza obbligatoria 24h su 24.

Alcune feste hanno alzato bandiera bianca, per esempio il grande Music For Emergency di Cenate Sotto (BG) guidata dal mio amico Jack. I troppi paletti lo hanno definitivamente scoraggiato. Anche noi dal prossimo anno faremo un reset e vedremo come proseguire. Del resto vorremmo continuare a dare almeno un rimborso alle band e tenere i prezzi delle consumazioni calmierate, oggi sembra un’utopia, vedremo. Faremo un sondaggio con i nostri fans e valuteremo. Per quanto riguarda le band che chiedessero qualcosa non previsto dal nostro risicato budget, credo che le lasceremmo tranquillamente perdere; le prime-donne non servono a Malpaga (semmai, il contrario…).

Sei nella musica davvero da tanto tempo. Ti chiedo quindi come vedi la scena folk metal italiana e se pensi che sia cresciuta rispetto a qualche anno fa.

Beh, sono nell’organizzazione musicale di tutti i generi da più di 30 anni (trent’anni!!!). La scena folk-metal la seguo da dieci anni e mi sembrava che, prima dell’esplosione dei Folkstone, fosse quasi di nicchia. Avrò contribuito a dargli visibilità? Boh, non saprei, forse sì per via dei numerosi eventi, anche di un certo successo, che mi sono inventato in quegli anni. Ci sono comunque ora molte band valide e con una storia vera. Altre sono solo una rimasticatura di quanto si sente in giro, altre ancora sono inutili. Però effettivamente la scena è cresciuta in modo esponenziale.

Come ti sei avvicinato a questa musica? Organizzare eventi tipo i primi Fosch Fest e il Malpaga in che percentuale sono piacere e lavoro?

Come dicevo prima mi sono inventato diverse situazioni per aiutare i Folkstone ad emergere. Era un gruppo in cui credevo molto e per cui ho anche speso molto (tempo & soldi). Mi divertivo a creare eventi mettendo la mia precedente esperienza in un mondo e in un genere musicale ancora “vergine” per l’Italia, ed ha funzionato. Effettivamente vedere i tuoi festival pieni di ragazzi che si divertono e ti ringraziano è un grandissimo piacere e lo ribadisco ogni volta anche a Malpaga. La maggior parte dei cosiddetti metallari sono ragazzi straordinari, altruisti, educati e di ottima compagnia; ne conosco alcuni che in settimana lavorano come geometra, all’INPS o in banca (uno è anche dirigente di un grosso gruppo finanziario!). Diventa un lavoro, anzi uno stress, quando ti trovi davanti a gruppi e organizzazioni che non capiscono un cazzo e pretendono la luna. Ricordo anni fa un gruppo che pestò i piedi e fece casino perché non avevano potuto suonare a Malpaga anche se convocati. Quel giorno ci fu il diluvio universale, che dovevamo fare? Fargli rischiare la vita? Mai più invitati anche se poi ci hanno chiesto scusa. Non si fa…

A Malpaga si è creata una “famiglia” composta da tanti ragazzi provenienti da tutti Italia ma che si danno appuntamento ogni anno al festival per stare insieme e divertirsi. Pensi che la musica folk metal favorisca questo genere di aggregazione?

Sì sì certo, sottoscrivo in pieno! Durante l’anno si scrivono sul forum e si danno dritte per organizzarsi a venire. C’è gente che prende le ferie proprio in quel periodo. Ho visto nascere solide amicizie ed anche solidi amori sul verde di Malpaga. Alcuni amici si inventano anche momenti di giochi per tutti gli altri, lotte, combattimenti, insegnamenti di costruzione tende ecc. Altri costruiscono balestre, catapulte e gogne e poi le portano al “campeggio” per condividere il divertimento con tutti. Voglio ricordare al proposito Ottonello da Rapallo (sembra un nome medievale inventato ma è tutto vero…), un ragazzo che sarebbe il degno discendente di Leonardo da Vinci con le sue “invenzioni” e la coppia Angius & Riva che sono i beniamini del campus dove aiutano tutti a sistemarsi con le tende e a creare momenti ludici particolarmente divertenti. Cercateli tutti e tre su Facebook e invitateli, scoprirete un mondo nuovo.

Nelle ultime edizioni c’è anche chi fa a gara per arrivar prima di tutti e l’anno scorso fu una ragazza arrivata da sola in autostop! Pazzi…
l’anno scorso abbiamo avuto una compagnia di greci arrivati direttamente a Orio, ungheresi venuti per Dalriada, croati, svizzeri, tedeschi e due graziosissime olandesine…

Vista dall’alto…

C’è un gruppo che vorresti portare a Malpaga ma che ancora non è stato possibile per motivazioni economiche/strutturali?

No, nessuno in particolare perché i mezzi sono quelli che sono e vorremmo mantenere una dimensione “casereccia”. Le condizioni sono quelle note e se non vanno bene ai gruppi, questi non fanno per noi. Avendone le possibilità avrei dei gruppi esteri che mi chiedono insistentemente di partecipare perché hanno “sentito” il nome circolare. Ma onestamente mi rendo conto che avrebbero bisogno di ben altri mezzi che purtroppo ora (e forse mai…) avremo.

Richard, grazie per la tua disponibilità. Chiudiamo con i classici 3 motivi che rendono Malpaga un festival al quale partecipare a tutti i costi.

Uno solo: la presenza di questi meravigliosi ragazzi. Sono loro che fanno il Festival e lo tengono vivo. Io cerco di dare un degno contorno musicale e i grandi Ragazzi dell’Organizzazione fanno il possibile per farli sentire a casa loro. Una cosa vorrei però far presente a questi: il festival si regge esclusivamente sulla vostra “birra”, se la portate da casa o la comprate al discount il prossimo festival lo farete alla LIDL. Malpaga ha bisogno del vostro anche piccolo contributo per essere un festival free anche negli anni a venire. E venite da ospiti non da semplici turisti!

Il pubblico di Malpaga

Surturs Lohe – Seelenheim

Surturs Lohe – Seelenheim

2016 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Reki: voce, flauto – Ragnfalt: chitarra – Heidenherz: chitarra – Ralph: basso – Nidhöggr: batteria – Alraun: flauto, tastiera, voce

Tracklist: 1. Der Kaiser Im Berg – 2. Lohe Surt – 3. Seelenheim – 4. Unter Der Linden – 5. Gotengrab – 6. Sumar Kehre Heim – 7. Schwertleite – 8. Schildwacht

Tracklist bonus cd: 1. Lohe Surt – 2. Muspelsturm – 3. Urda – 4. Windheim – 5. Blutbuche – 6. Was Einst Ward, Das Werd Nimmermehr

Germania, landa di pagan metal. La terra tedesca è da sempre madre generosa in campo rock/metal, ma nel sottogenere del pagan metal ha dato veramente tutto quello che poteva. In particolare la Thuringia, zona ricca di foreste nel centro occidentale della Germania, ha visto nascere e affermarsi un buon numero di band pagan metal, tutte arrivare a una discreta notorietà in seguito alla pubblicazione di dischi sempre convincenti.

Circondati da imponenti alberi secolari, si sono formati nella primavera del 1996 i Surturs Lohe, formazione che in oltre venti anni di attività ha rilasciato solamente quattro full-length e un paio di split, prediligendo saggiamente la qualità alla quantità. È normale quindi che tra il debutto Wo Einst Elfen Tanzten e Seelenheim (pubblicato dalla tedesca Einheit Produktionen) ci siano grandi differenze a livello tecnico/compositivo fermo restando che il disco del 2001 è comunque un discreto prodotto. Le otto tracce di Seelenheim sono arrangiate molto bene, non ci sono momenti ostici o che non scorrono con facilità, ogni secondo è curato al meglio e questo giova al risultato finale e all’ascolto del cd.

L’intro cinematografico Der Kaiser Im Berg porta a Lohe Surt, prima vera canzone del disco e tipico inizio che più pagan metal non si piò. Riff di chitarra taglienti e lo scream di Reki supportati dal potente drumming di Nidhöggr sono il gradito biglietto da visita della durata di quattro minuti, durante i quali rallentamenti e giri di sei corde più heavy fanno la loro comparsa prima di soccombere al lato black metal dei Surturs Lohe. Morbidi arpeggi di chitarra introducono la title-track, canzone caratterizzata nella prima parta dall’eterea voce di Alraus. Dopo il terzo giro di lancette, però, la musica cambia ed entrano in gioco distorsioni e scream: negli otto minuti di durata c’è quindi spazio per accelerazioni feroci, parti di incredibile cattiveria e deliziose aperture soavi con tanto di flauti; Seelenheim è una grande canzone che mostra i Surturs Lohe in forma strepitosa. L’inizio di Unter Der Linden ricorda il sound degli Odroerir di Das Erbe Unserer Ahnen: acustico e ancestrale, un brano intimo anche quando fanno la comparsa distorsioni e drumming che comunque non stravolgono il pezzo in quanto si rimane sempre nel mondo del melodico. La successiva Gotengrab è quasi interamente acustica e di una dolcezza unica: il doppio cantato maschile/femminile e le brevi ma incisive note di flauto rendono la canzone una power ballad come se ne sentono sempre meno. L’ingresso delle sei corde (con tanto di lungo e gustoso assolo) non fa altro che accentuare la delicatezza della composizione. La traccia successiva è Sumar Kehre Heim, pagan metal allo stato puro cantato con voce pulita e rocciosi riff di chitarra alla Judas Priest. La conclusione del disco si avvicina sulle note di pianoforte di Schwertleite, brano corto ma che non è un mero riempitivo, bensì un intro più che intenso per Schildwacht, canzone da dieci minuti duranti i quali i Surturs Lohe tirano fuori tutto quello che hanno per realizzare una canzone monumento. Il risultato è a dir poco ottimo, denso e vario nel racchiudere tutte le influenze e gli stili dei musicisti, così non ci si stupisce quando si passa dai riff black metal ad aperture melodiche con il flauto in evidenza prima di terminare con una lunga parte acustica con chitarra e pianoforte.

La versione in mio possesso è quella “box set”, la confezione del disco quindi è di grande qualità: il box è massiccio e resistente, così come la carta lucida del booklet è molto spessa. Nella confezione è presente il poster con la copertina del disco e una gran quantità di foto dei musicisti immortalati nelle situazioni più disparate, una toppa con il logo del gruppo e il bonus cd con il booklet di quattro pagine. L’unica nota negativa è il libricino di Seelenheim, in quanto tutto scritto in lingua tedesca e impossibile da capire per chi non parla la lingua. A livello grafico, però, il risultato è molto buono ed è in linea con la qualità dell’intero packing. Il bonus cd contiene la versione acustica (e ri-arrangiata) di Lohe Surt e quella a capella di Musperlsturm (tratta dal disco del 2002 Vor Walveters Thron), mentre le restanti quattro canzoni sono la versione re-masterizzata del demo Urda, originariamente pubblicato nel 1999 e quindi un piccolo pezzo di storia del pagan metal reso con questa pubblicazione nuovamente disponibile.

Il suono è molto buono perché reale e ruspante, pulito il giusto senza quindi quel fastidioso “effetto plasticoso” che snatura la natura dei gruppi. Gran merito di tutto questo va riconosciuto a Enrico Neidhardt, profondo conoscitore del genere in quanto ha già lavorato con Menhir, Odroerir, Fimbulvet e Gernotshagen tra gli altri, e artefice della bella riuscita sonora di Seelenheim.

Seelenheim è un signor disco, al momento il migliore della discografia dei Surturs Lohe. Cosa non da poco, e che giustamente invoglia ulteriormente all’acquisto, il cd è accompagnato da una bella confezione con all’interno tutto quello che può rendere felice un collezionista. La band della Thuringia – che oggi presenta una line-up parzialmente variata – è ancora lontana dal terminare il proprio viaggio e, anche se con tempi lunghi, ci delizierà ancora con dischi di puro pagan metal. Seelenheim rappresenta il loro apice ed è un lavoro che nessun appassionato del genere dovrebbe lasciarsi scappare.

Intervista: Under Siege

Debuttare con un disco a dir poco gagliardo non è cosa semplice, eppure gli Under Siege ci sono riusciti. Arrivati quasi in silenzio alla pubblicazione, hanno sorpreso per maturità e qualità delle canzoni, un mix esplosivo di death metal epico con elementi folk e influenze viking: una chiacchierata con loro, anche in virtù dell’ottima esibizione al Mister Folk Festival 2018, è più che meritata.

Ciao ragazzi, come e quando sono nati gli Under Siege? Cosa vi ha spinto a unirvi e perché avete scelto questo nome?

Ciao Fabrizio! Under Siege è un progetto nato a durante l’estate del 2015, quando quelli che sarebbero divenuti i primi brani hanno cominciato a prendere forma dalla voce di Paolo Giuliani e la chitarra di Daniele Mosca. Immediatamente abbiamo intuito il potenziale del materiale e quello che era nato come un esperimento in studio si è trasformato in una band a tutti gli effetti. Presto infatti la formazione ha visto l’ingresso di Gianluca Fiorentini (chitarra), Livio Calabresi (basso) e Marzio Monticelli (batteria). Amici di vecchia data e musicisti già attivi nella scena musicale locale. Per quanto riguarda il nome, si tratta ovviamente di un qualcosa che richiama i temi che trattiamo nelle nostre canzoni, e, come i nostri testi, vuole essere un qualcosa di metaforico che congiunga un’epoca lontana alla realtà moderna. Se da una parte siamo tutti sotto l’assedio di una società vuota e artificiale, che punta all’omologazione della persona e allo svilimento dei valori tradizionali, dall’altra parte è un invito a reagire a tutto ciò, a ribaltare la situazione, a trasformarci da assediati in assedianti.

Siete arrivati al debutto senza nemmeno pubblicare in precedenza un demo o un EP. Di solito è una mossa molto rischiosa perché la band non fa esperienza in studio, ma nel vostro caso il risultato è un signor disco. Vi chiedo quindi quanto avete lavorato sulle canzoni e se pensi che incidere un demo prima del full-length vi avrebbe portato a realizzare un cd ancora migliore.

Partiamo dal presupposto che, a nostro avviso, il concetto di demo oramai non ha più molto senso, se non per uso “interno” e in ottica di preproduzione. Abbiamo deciso di puntare subito su un full-length anziché su un EP intanto perché di materiale ne avevamo in abbondanza, inoltre, avendo registrato in home studio tutto tranne la batteria, il tempo e i costi non erano un problema. In uno studio professionale di sicuro la qualità delle registrazioni sarebbe stata superiore, ma abbiamo puntato ad una maggior cura dei dettagli, prendendoci tutto il tempo di cui avevamo bisogno, senza fretta. In effetti tutto il processo produttivo ci ha richiesto più di nove mesi, un parto insomma ahah!

Il disco Under Siege è autoprodotto: una scelta di libertà o mancanza di proposte serie e interessanti?

L’autoproduzione è stata una scelta obbligata, in quanto come band che partiva da zero abbiamo potuto contare solo su noi stessi. Dopo la release del disco ci è arrivata qualche proposta per la distribuzione e per accordi su futuri lavori, ma niente di davvero serio. Se arriverà qualcosa di concreto ne saremo ben felici, in caso contrario ripeteremo senza problemi la scelta dell’autoproduzione nell’ottica di una seconda release.

Nel disco è presente una sola canzone in italiano, Sotto Assedio, ma è anche la canzone più diretta e “orecchiabile” per via del ritornello: il risultato, secondo me, è davvero convincente. Ci saranno altre canzoni in italiano in futuro oppure Sotto Assedio è semplicemente un esperimento che volevate fare?

Il bello di Sotto Assedio è che è uscita così, naturale, quasi come un coro da stadio, il testo si sposava perfettamente alla musica e il cantato in italiano gli conferiva ancora più carattere. Crediamo che le cose migliori sono quelle che vengono fuori spontaneamente, quindi non cercheremo mai di “incastrare” dei testi in italiano sui nostri pezzi, il risultato sarebbe forzato. Inoltre non è per niente facile scrivere un buon testo nella nostra lingua, spesso si cade nella banalità, o peggio si mettono insieme delle frasi senza senso facendo finta di dare ad esse un profondo significato metaforico ahah! Quando e se verrà fuori un altro brano adatto ad essere cantato in italiano saremo felici di proporlo, ma al momento sicuramente non è qualcosa per cui perderemmo il sonno!

Il vostro cantante suona la cornamusa e questo è uno strumento molto poco utilizzato nelle vostre canzoni. Se da una parte si prova un po’ di dispiacere perché è uno strumento che si fa amare facilmente, dall’altra parte si prova un grande effetto quando la cornamusa spunta tra gli altri strumenti e la canzone sembra prendere il “turbo”. La vostra è una scelta dettata dai gusti o dal fatto che se Paolo canta non può suonare al tempo stesso?

Entrambe le cose. Intanto non solo Paolo non può ovviamente cantare e suonare allo stesso tempo, ma prima di poterla suonare deve riempirla d’aria, per cui in sede live sarebbe impossibile far partire un giro di cornamusa immediatamente dopo un pezzo cantato, ci vuole una pausa di almeno 4-5 secondi, per cui abbiamo strutturato le entrate di cornamusa anche in base a questa esigenza. Molti gruppi, per ovviare a questo, dal vivo usano cornamuse elettroniche, ma noi almeno per ora preferiamo rimanere sul tradizionale. Dall’altra parte, come giustamente dici, è uno strumento molto amato e di grande effetto. È bello sentire la gente che ti fa i complimenti per la cornamusa, ma vorremmo che rimanesse un elemento che arricchisce il nostro lavoro senza sovrastarlo. Se la mettessimo ovunque diventeremmo abbastanza monotematici, mentre, come si capisce dal disco, ci piace spaziare parecchio in quanto ad atmosfere e stili dei vari brani. Detto questo nei futuri lavori le daremo sicuramente lo spazio che merita!

Ascoltando il disco è possibile riconoscere alcune delle vostre influenze. Ci sono invece degli “ascolti segreti” che non amate spiattellare in pubblico?

Essendo il tuo blog parecchio frequentato se ci fossero ascolti che non amiamo “spiattellare” in pubblico saresti l’ultima persona a cui li confideremmo ahah! E se ci sono di sicuro non ce li confideremmo nemmeno tra di noi, siamo abbastanza integralisti a livello musicale, il rischio di mazzate in sala prove sarebbe alto ahahah!

Il disco è uscito da qualche mese e il responso di giornali e webzine sembra ottimo. C’è un qualcosa che però avreste voluto fare meglio o cambiare completamente?

Questa domanda si ricollega inevitabilmente al discorso della produzione, in quanto magari con un bel budget a disposizione avremmo lavorato qualitativamente meglio donando un sound più “professionale” al nostro lavoro. Detto questo siamo felici di come siano andate le cose e sinceramente il disco è venuto meglio di come ce lo saremmo aspettato all’inizio visti mezzi a nostra disposizione, quindi va bene così!

Ci sono degli aspetti sui quali state lavorando per migliorare? Quali, invece, i punti di forza sui quali puntare anche in futuro?

Stiamo tentando di migliorarci praticamente su tutto, ma crediamo sia una cosa normale per una band che si è formata da nemmeno tre anni. Il nostro punto di forza forse risiede nell’aspetto compositivo dei brani, e nella loro varietà. Quando si riesce a “guidare” l’ascoltatore attraverso atmosfere anche molto diverse tra loro, riuscendo però a rimanere coerenti con se stessi, è di sicuro una bella soddisfazione! Ma non è sempre facile perché se un disco poco vario e monotematico può annoiare chi lo ascolta, un disco con pezzi troppo diversi tra loro può risultare slegato e poco identitario. Speriamo in futuro di continuare a bilanciare le due cose, dando ai nostri pezzi un sound “Under Siege” senza però divenire schiavi di esso come troppo spesso accade!

State lavorando a del nuovo materiale? Potete dare delle piccole anticipazioni?

Sì, stiamo lavorando a del nuovo materiale, diciamo che al momento abbiamo un buon numero di inediti in via di perfezionamento, ma ora come ora sarebbe prematuro pensare ad una seconda release, quando sarà il momento ci rimboccheremo di nuovo le maniche volentieri!

Recentemente Gianluca ha riformato i suoi Nazgul Rising, vi chiedo quindi se avete altri progetti e di presentarli a chi vi sta leggendo.

Oltre a Gianluca che è impegnato con i Nazgul Rising abbiamo Livio, il bassista, che attualmente fa parte del progetto “Raziel, the Blacksmiler”, un duo darkwave, mentre Marzio come tutti i batteristi si divide fra innumerevoli bands di vario genere, tra le quali gli Hardrunk, progetto hard rock. Paolo e Daniele al momento si dedicano esclusivamente agli Under Siege.

Grazie per l’intervista! Avete un messaggio per i lettori di Mister Folk?

Grazie mille a te e a tutti coloro che hanno avuto voglia di leggere quest’intervista! Stay metal and keep the siege strong!!! Alla prossima!