Kalevala hms – If We Only Had A Brain

Kalevala hms – If We Only Had A Brain

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Simone Casula: voce – Daniele Zoncheddu: chitarra – Francesco Vignali: basso – Tommy Celletti: batteria – Dario Caradente: flauto – Enrico Cossu: viola, violino

Tracklist: 1. Song To Sing In Case Of Armageddon – 2. Victory Is For Suckers – 3. Dumbo Alla Parata Nera – 4. Mickey Finn – 5. Cyberkampf – 6. If We Only Had A Brain – 7. Die Moorsoldaten – 8. Root Radioed – 9. Medusa – 10. No Cheese = Blue Cheese – 11. For The Old World – 12. Elettrochoc (Matia Bazar cover) – 13. Les Peintres – 14. Principessa – 15. Tribù

Se tutti i dischi folk metal oriented pubblicati in Italia avessero la qualità e la freschezza di If We Only Had A Brain la scena tricolore sarebbe tra le più quotate al mondo. Le cose, purtroppo, non vanno in questo modo, ma il nuovo e a (troppo) lungo atteso disco degli emiliani Kalevala hms ha la forza per farsi rispettare dalla giovani e scalpitanti band, portando divertimento, riflessioni e ottime canzoni alla causa.

Sono passati ben otto anni da There And Back Again, secondo lavoro in studio, e sei da Tuoni, Baleni e Fulmini, doppio cd che comprendeva cover e pezzi diversamente arrangiati e dvd live. Da allora ci sono stati live e festival, ma il nome degli emiliani ha iniziato a circolare sempre meno fino a quando, finalmente, è arrivato l’annuncio del nuovo If We Only Had A Brain, cd composto da ben quindici tracce ma che non arriva ai cinquanta minuti di minutaggio. Musicalmente i Kalevala hms suonano sempre alla loro maniera: musica rock, irish, progressive e un tocco di metal sono sapientemente mescolati al fine di produrre un sound personale e immediatamente riconoscibile come in pochi possono vantare. Nel corso degli anni lo stile del gruppo non è mai mutato nonostante i cambi di formazione, ma non sono mancate le piccole novità che rendono i nostri sempre “nuovi” da ascoltare. Anche in If We Only Had A Brain c’è spazio per qualcosa che ai più potrebbe risultare insolito, ma conoscendo Zoncheddu e soci non ci si può meravigliare. Le quindici canzoni sono sì tante, ma anche varie e dinamiche, non ci sono brani che si assomigliano tra di loro, eppure dalla prima all’ultima nota si riconosce subito lo stile dei Kalevala hms. Song To Sing In Case Of Armageddon è il classico biglietto da visita che riassume tutte le caratteristiche dei musicisti, mentre Victory Is For Suckers (“un’apologia rock’n’roll  del fallimento”) unisce violini e chitarre crude alla Malcolm/Angus Young, ma è conDumbo Alla Parata Nera che arriva la prima sorpresa: si tratta della rivisitazione con testo modificato del classico Disney, una marcia tetra ed efficace che porta a Mickey Finn, brano teatrale e oscuro che avanza con sicurezza e potenza guidato dal sempre in forma Simone Casula. Con Cyberkampf si cambia registro: canzone multiforme e senza una chiara direzione, sembra la trasposizione musicale del libro 1984 per quanto folle e inquietante. Arriva il turno della title-track, anche questa una rivisitazione del classico Disney Il Mago Di Oz. Il testo è stato riscritto e sembra una trista constatazione dei tempi che corriamo… “se solo avessimo un cervello”… peccato che per molti non sia così! Dopo lo spensierato If We Only Had A Brain arriva la pesante (nel senso di tema trattato) Die Moorsoldaten, canzone della resistenza tedesca scritta nel campo di concentramento di Börgermoor e fatta circolare in Europa con lo stratagemma di un calzolaio che infilò i fogli con testo e musica tra la suola e la tomaia delle scarpe. In questa versione cantata in tedesco, francese e italiano è presente il Coro Dei Malfattori, ospiti che fanno capolino anche in altri brani. Rock, veloce e dinamico, Root Radioed sgrulla via la malinconia e l’oscurità degli ultimi minuti a favore di un bel mix di musica colta nella quale spicca lo stacco heavy della chitarra di Zoncheddu presto doppiata dal flauto. Con Medusa si omaggiano i naufraghi di tutti i tempi, e con No Cheese = Blue Cheese si torna nei fantastici anni ’80, quando tutti noi eravamo vestiti con colori fluorescenti e il futuro sembrava una vittoria certa. La breve, spiazzante e bizzarra For The Old World fa da apripista a un grande pezzo della musica italiana, quell’Elettrochoc dei Matia Bazar che se fosse stata scritta dai Depeche Mode sarebbe stato un successo mondiale. La nuova versione è chiaramente rock, “stralunata” nelle strofe e massiccia nei ritornelli, una bella prova di coraggio e bravura decidendo di confrontarsi con un gruppo storico e una canzone iconica. Il francese di Les Peintres è elegante e ben si addice alle chitarre belle piene e alla rocciosa sezione ritmica, presto seguita da Principessa, canzone che cita Puccini e Morricone senza paura di alzare il gain della distorsione per quella che è una composizione atipica ma funzionale all’ascolto del cd. L’ultimo brano in scaletta è Tribù, epico e drammatico, un buon modo per portare a conclusione l’ascolto dell’album.

Registrato al Noise Studio di Francesco Chiari e masterizzato presso La Maestà di Giovanni Versari (Muse, Piero Pelù, Le Vibrazioni ecc.), If We Only Had A Brain è un lavoro intelligente e attuale visti i temi trattati (immigrazione, lotta al nazifascismo, naufraghi, controllo delle menti), coinvolgente e sempre fresco anche dopo ripetuti ascolti. L’oscurità è parte fondamentale della musica e dei testi, ma i Kalevala hms sono bravi a sdrammatizzare quando ce n’è l’opportunità. If We Only Had A Brain è un tipo di lavoro che non si trova spesso in giro e in questi anni è mancato alla scena italiana: bentornati Kalevala hms e non fateci aspettare tanti anni per il prossimo cd!

Intervista: Svartálfar

Alcune interviste nascono bene e proseguono meglio. Con Björn Fornaldarson, mente e cuore del progetto Svartálfar, abbiamo parlato non solo della sua interessante creatura, ma anche di altri aspetti che hanno reso questa intervista più interessante e profonda del solito. Basta chiacchiere, vi lascio alla lettura!

Benvenuto su Mister Folk! Iniziamo parlando delle origini del progetto e del nome che hai scelto.

Il progetto Svartálfar nasce nel 2015. Dopo alcune esperienze in gruppi della scena ligure finite abbastanza male ho deciso infatti di dedicare me stesso a un progetto in cui avrei potuto comunicare me stesso senza alcun tipo di mediazione e di compromesso e così è stato. Il nome indica i misteriosi “elfi scuri” della mitologia norrena, che molti associano ai “dvergar” (i “nani”). Ciò che mi ha attirato di queste creature è il fatto che sono davvero “oscuri”: di loro non è rimasta quasi alcuna traccia nelle fonti e la loro guardinga presenza ha risvolti inquietanti quanto sacri.

Sei arrivato al debutto: come è nato il disco e cosa hai voluto esprimere con la musica?

Il mio primo album, per breve che sia, lo ricorderò per tutta la vita. Sono partito da un contesto certamente difficile, ho poca strumentazione e registro tutto in una stanza non insonorizzata. Si potrebbe dire, ironicamente, che Svartálfar è una one-man band “vecchio stile”, che cura i dettagli musicali, ma poco la qualità del suono. L’aiuto, in sede di mix e mastering, del producer Dan Morris (che si occupa generalmente di musica techno) è stato determinante nella qualità finale del lavoro, che ha richiesto comunque diversi anni di sperimentazione, composizione e registrazione (diverse volte ho distrutto tutto in un impeto di rabbia e ho ricominciato da capo) e spero di poter collaborare ancora a lungo con lui. Con la mia musica ho tentato di esprimere ciò che il nome dell’opera rappresenta: Niflheljar Til significa, in senso lato, “fino agli inferi” e rappresenta il duro sacrificio che ogni uomo deve compiere a sé stesso per ottenere la Conoscenza, e con essa recuperare una vita sacra, in armonia con gli dei e con la natura. La mia musica è dunque caratterizzata, io direi, da una forte carica religiosa pagana.

I testi sono in diverse lingue: come mai la decisione di utilizzarne più di una e non temi di “spiazzare” l’ascoltatore?

Usare diverse lingue significa adottare diverse modalità di espressione e diversi modi di pensare: come “esperimento”, ho utilizzato la lingua che più mi sembrava adatta ad esprimere l’emozione o il concetto in quel momento. Concetti più sacri sono espressi cripticamente nell’antica lingua norrena (ciò si ricollega al concetto dei “Rúnar” letteralmente “segreti” sacri e misterici racchiusi nelle rune), emozioni più poetiche in lingua italiana, la mia lingua madre, e infine concetti più semplici e diretti in lingua inglese, ma ho anche scelto a seconda del suono. Spero che l’esperimento abbia sortito gli effetti sperati, ma non escludo in futuro di soffermarmi sull’uso della sola lingua italiana con inserti in lingue antiche.

Il tuo nome artistico e i testi si rifanno in gran parte alla mitologia e alla cultura scandinava, però qualcosa nel disco è in italiano: stai forse cercando una tua via più precisa e al momento Niflheljar Til rappresenta la tua visione artistica nonché punto di partenza?

Svartálfar è partito come un veicolo di espressione di una spiritualità pagana di stampo germanico-norreno, ma ho capito in seguito come ciò che io voglio esprimere non può essere limitato alla spiritualità di un solo popolo: voglio in futuro rappresentare il legame indissolubile che lega tutti i popoli indoeuropei, al fine di comunicare la necessità di un nuovo stile di vita in armonia con i cicli della natura che la civiltà moderna in ogni ambito cerca di dominare, dimenticando che gli dei non sono schiavi. Se per esprimermi avrò bisogno della mia sola lingua madre, lo stabilirò al momento opportuno: il progetto si sta ancora sviluppando e si è evoluto molto in questi cinque anni, di pari passo con la mia evoluzione personale. Per quanto riguarda il mio nome d’arte, ho scelto Björn Fornaldarson soprattutto per un personale legame con l’orso come animale (Björn in norreno, seppure possa sembrare banale), ma soprattutto per esprimere il mio intento di seguire le orme degli antenati: il peculiare patronimico “Fornaldarson” ha infatti il significato letterale di “figlio dei tempi antichi”.

La tua musica spazia dal metal estremo al folk ambient, ti chiedo quindi in quale maniera nasce una tua canzone e come lavori sui testi e sull’incastrare (bene) il tutto.

Il mio progetto ha due anime: una affonda le unghie nelle sonorità del black metal e del folk metal ed esprime il furore pagano per la distruzione della cultura dei nostri antenati, a qualunque popolo appartenessero, ad opera della modernità e delle religioni abramitiche (cui non ho potuto fare a meno di muovere una forte critica nel mio lavoro). La seconda si ispira all’arte scaldica del passato e intende esprimere la gioia dell’uomo che vive in pace con la natura e con gli dei, narrando le gesta del passato anche in chiave allegorica (il protagonista de Il Sonno di Silibrand è inteso come una personificazione del Paganesimo che tramonta e risorge come un Sol Invictus). Essendo questo progetto una one-man band, la composizione dei brani è strettamente legata all’attività di registrazione, poiché quando scrivo un riff o una linea vocale tendo a registrarla immediatamente: così nasce un mio brano. Alcuni brani restano fermi per mesi o addirittura per anni, ma alla fine troveranno tutti un loro posto nei miei lavori, al momento opportuno. Se dovessi trovare una definizione unitaria al genere che suono, nella mia mente l’ho sempre inteso come un folk metal “magico” e “pagano”.

Svartálfar è una one man band, ma hai mai pensato, trovando le persone adatte, a trasformare il tuo progetto in una vera band almeno per quel che riguarda i concerti, come fatto ad esempio da Bloodshed Walhalla?

Ho pensato a lungo di portare i miei brani su un palco, dal vivo, raccogliendo qualche musicista disposto a darmi una mano. Non escludo di realizzarlo in futuro, ma solo dal vivo: dubito di trasformare Svartálfar in una band che lavora in studio e compone in gruppo, perché credo che questo progetto abbia un legame indissolubile con la mia persona. Inoltre, le esperienze passate con band in senso stretto non sono state felici ed è questo l’esatto motivo per cui ho fondato questo progetto. In ogni caso, sto già realizzando in parte questi piani, organizzando alcune collaborazioni con il musicista romano Sjøhof, con il quale ho già qualche evento in programma nel prossimo futuro. Questi concerti consisteranno comunque in esibizioni dal vivo esclusivamente acustiche, quindi coinvolgenti la sola parte “scaldica” e strettamente folk della nostra rispettiva produzione musicale.

Ti esibisci come un bardo con voce e strumenti quali la lira di Trossingen e la taglharpa. Questa è una musica che “arriva” a chi ti ascolta? Come sono le reazioni del pubblico?

Quell’anima della mia musica è senza dubbio quella più apprezzata dal pubblico, ad oggi. Il motivo ritengo sia la sua natura acustica, meno estrema, più poetica (e tendenzialmente cantata in lingua italiana): chiaramente il metal estremo è un genere underground, non può piacere a tutti ed è bene che rimanga così, ma ritengo che l’arte scaldica, la musica tradizionale e il metal estremo possano essere mantenuti nell’orbita di un medesimo progetto senza “cozzare” l’una con l’altra. Spero di dimostrarlo col mio futuro operato. In ogni caso, questo tipo di musica è anche un modo per seguire le orme dei nostri antenati. Tutti questi strumenti sono molto semplici, persino limitati (per citare Einar Selvik dei Wardruna), ma è forse proprio questo loro aspetto il loro punto di forza, donando a chi suona o compone, ma anche a chi ascolta, la possibilità di ottenere qualcosa di grande con poco. Io cerco di produrre un alto canto che, nella sua semplicità, raggiunga persino le orecchie degli dei stessi, non per la sua umile natura, ma per la sua spiritualità.

Sei al lavoro su nuova musica? Puoi darci qualche informazione a riguardo?

Attualmente come molti altri artisti ho avuto un periodo di “blocco” della mia produzione artistica dovuto alla recente situazione di emergenza che ci ha costretti a rimanere chiusi in casa a lungo. Questo, per un musicista che trae la sua ispirazione dal legame spirituale con la natura, è al limite del tragico, ma in ogni caso sto già lavorando alla registrazione di un EP acustico contenente solo musica folk/scaldica, dal quale ho già estratto e pubblicato il singolo Il Pozzo Di Mímir, che per giunta ha registrato un numero inaspettato di ascolti e una larga approvazione nel mio pubblico. Contemporaneamente, sto iniziando a progettare il mio secondo album, ma prima spero di riuscire a distribuire qualche copia fisica di Niflheljar Til, magari con l’aiuto di un’etichetta discografica. Fare tutto da solo, persino in comodi tempi moderni, è un lavoro duro e faticoso.

Come ti sei avvicinato alla musica e in particolare al mondo del metal? Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici? Cosa influenza la tua musica?

Curiosamente, il mio percorso musicale inizia con i generi più disparati: il rock, il blues, ho persino suonato in un gruppo metalcore genovese per un certo periodo. Negli anni ho compreso, complice uno stato d’animo negativo e apparentemente immotivato che mi pervadeva, nonché una lunga e travagliata crisi spirituale-religiosa, che le emozioni che intendevo esprimere non erano per nulla semplici: per questo necessitavano di qualcosa di diverso, di estremo se vogliamo, ma comunque dotato di una forte carica spirituale. Questa è la storia della nascita di Svartálfar e del peculiare stile che caratterizza questo progetto.

Chiudiamo la chiacchierata parlando del famoso sito/archivio Metal Archives: ti pesa il fatto che non ti abbiano “accettato” e che quindi il tuo nome non faccia parta di un sito tanto importante per appassionati e addetti ai lavori?

Grazie per la domanda, ho molto a cuore questo tema. Sono fortemente amareggiato dalla mentalità che sottende la volontà, da parte di quel sito, di includere nel proprio archivio soltanto progetti nei quali vi sia “predominanza della componente metal”. Mi chiedo, cosa significa “predominanza” della componente metal? Davvero è così difficile da comprendere il forte legame che esiste, ormai da decenni, tra il metal estremo e il folk/ambient? Per giunta, rilevo nell’atteggiamento di quel sito una certa ipocrisia: non sono esclusi progetti squisitamente folk o ambient del calibro di Wardruna e Mortiis, progetti che io personalmente stimo molto ma che di “metal” (nei termini di Metal Archives, stricto sensu), non hanno assolutamente nulla. In definitiva, ritengo che non vi sia davvero una distinzione tra progetti “metal” e progetti “non metal” nei criteri del sito, ma bensì una malcelata distinzione tra progetti “famosi” e progetti “non famosi”, discriminazione che in un genere estremamente ricco di validissimi progetti underground emergenti credo sia paragonabile a un vero e proprio crimine. Per fortuna non tutti coloro che operano nel campo hanno questa mentalità così ristretta, che si spera svanirà del tutto nel prossimo futuro. Di certo io non mi farò ostacolare da una “enciclopedia del metallo” (sic.) che rifiuta i miei lavori.

Grazie per la tua disponibilità, hai lo spazio per aggiungere quello che vuoi, a presto!

A presto e grazie per questa opportunità, arriveranno presto ulteriori notizie!

Intervista: Kanseil

I Kanseil sono una delle band più presenti su Mister Folk: tutti i loro dischi sono stati recensiti e questa è la terza intervista. Il merito è chiaramente dei ragazzi, abili musicisti e persone deliziose che suonano del’ottimo folk metal. Dopo l’esplosiva esibizione al Mister Folk Festival 2019 la formazione veneta ha rilasciato l’atteso EP acustico Cant Del Corlo, oggi al centro della chiacchierata: buona lettura e buon ascolto!

Dopo due dischi “elettrici” siete arrivati a pubblicare un lavoro acustico. La sensazione che ho sempre avuto è che prima o poi saresti arrivati a questa soluzione: da quanto tempo era nei vostri pensieri? E perché avete deciso di pubblicare ora questo tipo di lavoro?

La dimensione acustica è sempre stata presente anche nei nostri album elettrici. Già dal demo Tzimbar Bint c’era una traccia completamente acustica e strumentale, così come in Doin Earde e in Fulìsche abbiamo voluto ritagliare degli spazi a questa parte di noi che c’è sempre stata. Con Cant Del Corlo abbiamo deciso di darle una vera e propria identità. Era il momento giusto per farlo all’interno nel nostro percorso artistico e siamo molto soddisfatti del prodotto finale.

Quanto ha influito la bella riuscita (e i consensi) di Serravalle sull’idea di fare un disco acustico?

Serravalle è stata solo una delle parentesi acustiche presenti nei nostri album, però di certo è a livello compositivo più matura rispetto alle precedenti. Sicuramente la buona riuscita e consenso che ha avuto questo brano ci ha spinti ad approfondire questo lato della nostra musica.

Leggendo i testi ho l’impressione che la malinconia sia parte importante della vostra musica, anche se le potenti sferzate metalliche possano spostare l’attenzione verso altre sfaccettature del vostro sound. Continuiamo a parlare dei testi: volete raccontare ai lettori di cosa parlate in Cant Del Corlo?

Cant Del Corlo significa “Il Canto dell’arcolaio” ed è un concept album sul ciclo delle stagioni, rapportate alle varie fasi della vita umana. Una tematica già trattata sia in musica che in letteratura, ma noi l’abbiamo voluta rivisitare in chiave Kanseil. Tutto l’EP è un racconto di una persona che cresce e invecchia insieme all’ascoltatore per poi rinascere in un ciclo che è quello della Natura, dove la morte si tramuta sempre in nuova vita e dopo ogni inverno c’è sempre la primavera.

Per la composizione delle canzoni avete cambiato qualcosa rispetto ai brani “elettrici”? In cosa differenziano i Kanseil acustici da quelli metal?

Comporre un brano in acustico è molto complesso, tanto quanto comporre in elettrico, se non di più. Nei brani acustici la ricerca dell’equalizzazione e del giusto suono, tanto quanto l’arrangiamento e il mix dei vari strumenti risultano fondamentali. È un equilibrio difficile da ottenere e su cui abbiamo lavorato molto sia in sala prove sia in studio di registrazione. Sicuramente è stata un’esperienza di crescita che ci servirà anche nella dimensione metal, dove a volte capita di soffermarsi più sulla pesantezza dei riff piuttosto che sulla dinamica o sull’arrangiamento.

Cosa avete fatto nel periodo lockdown? Avete “staccato” per un po’ dalla musica oppure avete lavorato sodo cercando di sfruttare il tempo a disposizione? Ho visto il simpatico video della cover dei becchini… spero non vi siate limitati solo a questa canzone! Ahahah!

Ahahah, il video dei becchini è stato sicuramente molto divertente da fare e voleva dare un po’ di spensieratezza in un momento molto difficile per molti. Noi abbiamo sempre continuato a suonare e a comporre, approfittando della forzata lontananza dal palco per dedicarci alla scrittura del nuovo album elettrico. Da un certo punto di vista questa pausa live ci ha dato più tempo per la parte compositiva, che altrimenti sarebbe stata spezzata dalla freneticità dei live/festival estivi.  Ad ogni modo ci manca tanto il palco e lo stare a contatto con il pubblico, speriamo che presto si possa nuovamente pogare e scatenarci come una volta senza paure e preoccupazioni.

Immagino che siate già al lavoro per il terzo disco. A che punto siete e cosa potete dirmi a riguardo?

Sì, come abbiamo già anticipato stiamo approfittando del tempo a disposizione per concentrarci sulla composizione del terzo full-length elettrico. Stiamo lavorando bene e abbiamo già diversi pezzi praticamente finiti. Sarà sicuramente un album molto più violento dei precedenti, con parti veloci e riff incalzanti, si volta completamente pagina rispetto a Cant Del Corlo ma senza mai dimenticare la nostra dimensione più intima e melodica.

Avete sempre utilizzato l’italiano e il dialetto, tranne nel demo Tzimbar Bint dove c’è l’inglese, poi abbandonato. Volevate farvi capire dai vostri fan e creare un legame maggiore con la vostra terra?

Noi abbiamo sempre trattato tematiche e raccontato storie legate al nostro territorio, e non potremmo farlo se non nella nostra lingua. I dialetti, come le tradizioni e le leggende delle nostre montagne si stanno perdendo e nel nostro piccolo vogliamo cercare di farle riscoprire, affinché non vengano dimenticate.

Dove volete arrivare come band? Quali sono gli obiettivi di oggi, dopo aver pubblicato demo, EP e dischi?

Di certo l’obiettivo primario è riuscire a portare i nostri racconti a sempre più persone, vicine e lontane. Per questo stiamo lavorando molto per raggiungere paesi dove ancora non abbiamo suonato, sia in Italia che all’estero.

Una domanda che mi piace fare per cercare di capire meglio certe dinamiche: esiste una scena folk metal in Italia? Sia sì che no, da cosa lo deducete?

Forse fino al 2012/2013, gli anni in cui il folk metal ha avuto un boom di consensi enorme in tutto il mondo, si poteva parlare di “scena”. Oggi purtroppo siamo restati in pochi in Italia a fare questo genere e più che una scena c’è un sincero legame di amicizia e di supporto reciproco. Il nostro paese è ricchissimo di cultura folcloristica e speriamo che in futuro sempre più band si dedichino a trasmetterla in musica. Solo così ci potrà essere una vera e propria scena italiana.

Vi ringrazio per la chiacchierata e spero di potervi vedere nuovamente in concerto al più presto. Vi lascio lo spazio per poter aggiungere tutto quello che volete:

Grazie a te per le interessanti domande e un saluto ai lettori. Vorremmo concludere con un augurio a tutto il settore artistico italiano, ai tantissimi locali e band che sono ancora fermi e che avranno moltissime difficoltà nel ripartire. Per questo motivo il nostro vuole essere un monito a tutti gli appassionati alla musica live: partecipate agli eventi e supportate la vostra scena locale, mai come ora abbiamo bisogno di voi!

Un abbraccio.

Kanseil

Ukanose – …Kai Griaudėjo Miškai…

Ukanose – …Kai Griaudėjo Miškai…

2020 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Jokūbas: voce – Linas: chitarra – Laurynas: chitarra – Karolis: basso – Vilius: batteria – Greta: flauto

Tracklist: 1. Kas Mes? – 2. Mūsu Kova – 3. Vadui – 4. Sena Patranka

Gli Ūkanose sono una formazione della Lituania in attività dal 2012 con un disco inciso – il debutto s/t del 2016 – che con il presente EP …Kai Griaudėjo Miškai… festeggiano la seconda release. “Festeggiare” è la parola giusta, in quanto questo mcd è proprio un inno alla libertà pubblicato in occasione del trentesimo anniversario dell’indipendenza lituana. L’idea alla base di questo lavoro è proprio la celebrazione delle persone che hanno combattuto e sono morte per la liberazione della Lituania, e così i testi sono tratti da confessioni, ricordi e parti di poemi scritti dai partigiani, trasformando le loro parole in musica metal con lo stile che ha permesso agli Ūkanose di farsi conoscere in questi anni.

I diciotto minuti di …Kai Griaudėjo Miškai… iniziano con Kas Mes?, mid-tempo dai toni malinconici nel quale gli inserti di flauto risultano tanto efficaci quanto eleganti. L’iniziale riffing crudo di Mūsu Kova ci porta in territori thrash metal, proseguendo poi come una potente cavalcata che non disdegna la melodia nel ritornello. Vadui ha quasi un’anima progressiva, dall’incedere lento e il doppio cantato maschile/femminile che viene ben doppiato da chitarra e flauto. Si cambia completamente atmosfera con la conclusiva Sena Patranka: l’inizio è allegro e spensierato ma presto arriva un riff black metal a spazzare via tutto. A questo punto, mentre ci si aspetterebbe l’ingresso della voce growl e i blast beat , arriva a sorpresa una melodia di festa e il cantato particolarmente gioioso. Il ritmo accelera con il passare dei minuti per quella che è la canzone più diretta e memorizzabile del lotto, un brano che porta gioia e voglia di brindare, forse proprio come successo ai partigiani lituani una volta dichiarata l’indipendenza della loro terra.

…Kai Griaudėjo Miškai… è un EP particolare e fortemente voluto, inciso con il cuore da parte dei musicisti, bravi a non farsi travolgere dalle emozioni riuscendo a portare avanti il discorso musicale iniziato nel 2016 senza disdegnare delle piccole ma non trascurabili novità oltre al cambio tra fisarmonica e flauto. Un lavoro godibile che parla di un pezzo di storia di una terra lontana da noi, grazie agli Ūkanose oggi decisamente più vicina.

Alestorm – Curse Of The Crystal Coconut

Alestorm – Curse Of The Crystal Coconut

2020 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Christopher Bowes: voce, tastiera – Máté Bodor: chitarra – Gareth Murdock: basso – Peter Alcorn: batteria – Elliot Vernon: tastiera

Tracklist: 1. Treasure Chest Party Quest – 2. Fannybaws – 3. Chomp Chomp – 4. Tortuga – 5. Zombies Ate My Pirate Ship – 6. Call Of The Waves – 7. Pirate’s Scorn (Donkey Kong Country cover) – 8. Shit Boat (No Fans) – 9. Pirate Metal Drinking Crew – 10. Wooden Leg Part 2 (The Woodening) – 11. Henry Martin

Quanto sono importanti i singoli? Verrebbe da dire che anni fa, sicuramente decenni fa, erano fondamentali per la fortuna o meno di un album: i passaggi radio/tv e la fruibilità di una canzone potevano voler dire milioni di copie o fallimento. Nel 2020, con lo streaming e la possibilità (illegale) di ascoltare o scaricare il disco prima della sua reale pubblicazione, ha senso parlare in una recensione di singoli e videoclip? Nel caso degli Alestorm, sì. La band scozzese ha pubblicato ben quattro anteprime, le primi tre una peggio dell’altra, un po’ per la musica ma soprattutto per i video musicali. Il primo singolo è stato Treasure Chest Party Quest, dal video imbarazzante che distoglie l’attenzione dalla musica, decente. Poco dopo è arrivato il turno dell’azzardo Tortuga, anche in questo caso dal video brutto per una canzone che rappresenta per i musicisti la possibilità di osare e che se ascoltata nel contesto album ha anche un suo senso, ma rilasciata in solitaria ha creato più irritazione cutanea che altro. Il terzo singolo scelto è stato Fannybaws, in linea con il sound degli Alestorm e dal videoclip a tema piratesco impreziosito dalla presenza di Peter Dinklage (Tyrion Lannister ne il Trono Di Spade). Ultima anticipazione di Curse Of The Crystal Coconut è stata Pirate Metal Drinking Crew, canzone “classica” per la formazione scozzese e dal video semplicissimo (studio, piscina, uscite durante le registrazioni avvenute in Thailandia), pubblicata a ridosso dell’uscita del disco. Ascoltando queste quattro tracce, o peggio, guardando i videoclip, c’era ben poco da stare allegri: qualità bassa e attenzione che viene assorbita dalle immagini a discapito della musica. Cosa succede, invece, se si ascolta il disco senza distrazioni, concentrati solamente sulla musica? Beh, le cose cambiano, e non poco. Pirate Metal Drinking CrewTreasure Chest Party Quest e Fannybaws diventano dei brani da godersi dal vivo, Tortuga un esperimento non per forza fallimentare. A queste vanno aggiunte Zombies Ate My Pirate Ship (gli Alestorm incontrano gli Ensiferum dei ritornelli più epici), l’esilarante Chomp Chomp, la divertente Call Of The Waves, il “classico” e spensierato Pirate’s Scorn (qualcuno ricorda Donkey Kong?), gli otto minuti di Wooden Leg Part 2 (The Woodening), quasi a voler dire a tutti quanti “sì, sappiamo anche creare canzoni più complesse se ne abbiamo voglia” tra sfuriate quasi black metal e sintetizzatori alla Muse, e la conclusiva Henry Martin, finta ballad acustica cantata con il cuore dal sempre sgraziato Bowes.

Che gli Alestorm siano incastrati in un mondo che ora gli va un po’ stretto è chiaro da tempo (e dichiarato anche nelle interviste), ma il mondo dei pirati consente ai musicisti di girare il globo divertendosi e facendo divertire, quindi il “sacrificio”, se così si può chiamare, alla fine si può fare. Le scappatelle musicali (e i progetti paralleli, più o meno seri) permettono loro di continuare a produrre musica di qualità senza negarsi di tanto in tanto qualche capriccio, quindi ben vengano. Si sta parlando di un lavoro che è stato male presentato con videoclip e singoli sbagliati, ma che alla fine vale la pena dei soldi spesi per l’acquisto. Giocoso, irriverente, a tratti scontato (nel senso che arriva esattamente dove il fan vuole che si arrivi) e dai testi che giocano con l’universo piratesco, metal e folk metal:

Aeons ago when the ancients ruled
Otyg and Lumsk, celebrating Yule
But then the damn pirates came along and said
YO HO HO – You’re fucking dead!

In quanti che hanno letto questo testo conoscono i Lumsk, e dico Lumsk perché spero che gli Otyg non ci sia bisogno di chiederlo tanto sono fondamentali?

A rendere il sesto lavoro degli scozzesi ancora più interessante troviamo un buon numero di ospiti, tra i quali spiccano lo spettrale Vreth (voce dei Finntroll, presente su Chomp Chomp) e il violino di Ally Storch-Hukriede (Subway To Sally, ex Haggard), con Matt Bell dei Troldhaugen che ha dato una mano in fase di scrittura. Gli Alestorm più gli ospiti e le sapienti mani del fido Lasse Lammert (Warrel Dane, Wind Rose, Svartsot, Asmegin) – che ha svolto tutti i lavori alla consolle – hanno alla fine realizzato un lavoro che può essere considerato il meno riuscito in carriera, ma che comunque sa dare soddisfazioni a chi lo ascolta e ci si avvicina senza troppe pretese.

Woodscream – Varevo

Woodscream – Varevo

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Valentina Tsyganova: voce – Alexander Klimov: chitarra – Denis Chervonny: basso

Tracklist: 1. Варево – 2. Волчица – 3. Василиса – 4. Водяной – 5. Русалка – 6. Круговерть – 7. Заложный – 8. Мавка – 9. Калинов мост – 10. Прощание

Abbiamo incontrato i russi Woodscream in occasione del loro album di debutto, Octastorium, pubblicato nel 2014. A distanza di sei anni la band di San Pietroburgo guidata dalla cantante Valentina Tsyganova torna con il secondo disco dal titolo Varevo (Варево) e sin da un rapido sguardo alla tracklist e relativo minutaggio è possibile capire in quale direzione la band sia voluta andare. Le dieci canzoni che compongono il disco, infatti, durano in media tre minuti e mezzo e non ci sono brani che si allungano oltre i quattro. Questo vuol dire che i Woodscream hanno creato un album essenziale e diretto, privo di fronzoli e con l’intenzione di conquistare l’ascoltatore con l’immediatezza dei pezzi.

Le canzoni, concepite per essere facilmente memorizzabili, funzionano bene. Non ci sono picchi clamorosi, ma non troviamo nemmeno canzoni sottotono utili solo per allungare il brodo. Tutto ruota intorno alla voce melodica della cantante, brava a creare linee vocali efficaci su testi che parlando di leggende e fiabe. La chitarra di Alexander Klimovè molto possente, dai suoni granitici e grassi, in linea con i tempi odierni, chitarra che alza un bel muro sonoro facendo passare in secondo piano la non presenza del violino, strumento centrale nel debutto. Tra canzoni “moderne” (Варево) e altre più rockeggianti (Волчица) quel che viene fuori dall’ascolto del cd è la bontà della formazione russa, capace di suonare moderni in un contesto dove le novità o i cambi di stile vengono spesso visti male, senza snaturare il proprio sound o allontanarsi da quello che viene definito folk metal. Le tastiere ricoprono un ruolo importante per la realizzazione di melodie molto semplici (si potrebbe dire “easy”) e orecchiabili, pop nell’anima, ma i Woodscream non ne abusano e riescono sempre a bilanciare bene l’aspetto prettamente metal con quello di melodico. La composizione che forse racchiude al meglio l’ispirazione e il doppio volto dei russi è la quarta traccia Водяной, potente e accattivante in appena tre minuti di durata. Il flauto si fa sentire in Русалкаe Круговерть, strumento che non sempre troviamo nelle altre canzoni e che se presente riesce a dare il classico qualcosa in più al brano. La conclusione è affidata a Калинов мост, uno dei pezzi più dinamici del cd, e all’outro strumentale Прощание, dal tono malinconico e distante da tutto il resto dell’album.

La copertina fluo, insolita e spiazzante ma che ha una sua ragione d’esistere se Varevo vien e vistonella sua completezza, è il primo segnale, il più facile da cogliere, che tra Octastorium e questo lavoro sono cambiate diverse cose. I trentasei minuti di Varevo (Варево) scorrono rapidi sotto la guida della frontwoman e leader Valentina Tsyganova, lasciando al termine dell’ascolto una piacevole sensazione. Il disco è consigliato a chi apprezza la voce femminile pulita (no lirica!) e le canzoni dalla struttura semplice e lineare: come si dice spesso “less is more” e questo vale anche per i Woodscream.