Gate – Nord

Gate – Nord

2021 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Gunnhild Sundli: voce, violino – Magnus Børmark: chitarra, percussioni, voce – Sveinung Sundli: hardingfele, organo, percussioni, voce – Jon Even Schærer: percussioni, voce

Tracklist: 1. Solfager And Ormekongen – 2. Svik – 3. Hemnarsverdet – 4. Horpa – 5. Talande Tunger – 6. Rideboll Og Gullborg – 7. Sigurd Og Trollbrura – 8. Kjærleik – 9. Jomfrua Ingebjørg – 10. Sjåaren

Nel giro di pochi mesi i Gåte hanno pubblicato un EP (Til Nord, aprile 2021) e il presente album, segno che la band norvegese è più attiva che mai e che intende tornare a far parlare di se come accadeva prima della lunga pausa presa quando erano all’apice del successo con dischi in testa alla classifica e prestigiosi premi in bacheca. Con Nord Gunnhild Sundli e soci continuano la strada intrapresa con la precedente pubblicazione, esplorando ancor di più le possibilità acustiche della band e arrivando forse al punto massimo, decidendo – come spiegato nell’info sheet di corredo al promo – di cambiare rotta per il prossimo disco, presagio forse di un ritorno agli strumenti elettrici.

I quarantasette minuti di questo album sono molto intensi, ricchi di momenti particolarmente emozionanti e d’impatto: difficile restare indifferenti a una Horpa da pelle d’oca che ricorda i migliori Bergtatt o ai ritmi cadenzati di Rideboll Og Gullborg con il magico cantato della Sundli a guidare l’ascoltatore nei meandri del proprio io. Da menzionare la canzone Solfager And Ormekongen posta in apertura, manifesto musicale dei Gåte odierni, maestri nel creare brani inediti ma anche di riadattare a proprio piacimento melodie folk della propria cultura (la già citata Rideboll Og Gullborg) al fine di realizzare canzoni con uno stile preciso e immediatamente riconoscibile. Jomfrua Ingebjørg e Svik suonano drammatiche, in grado di scavare dentro di noi senza la minima compassione: sono tracce che esaltano l’aspetto maggiormente intimo della band, brava più che mai a penetrare e colpire a suon di note e vocalizzi di rara intensità. La lunga Hemnarsverdet ha rimandi ambient simil Wardruna, ma qui la musica è più ritmata e ariosa, mentre Kjærleik, nella sua bellezza suona sinistramente festosa per gli standard del gruppo. Molto bella è anche Sigurd Og Trollbrura, in italiano traducibile come “Sigurd e la moglie dei troll”, una storia del folklore norvegese che racconta del cavaliere Sigurd che sotto mandato del re deve recuperare la figlia rapita dai troll. Nord si conclude con Sjåaren, delicata e dal sapore dolce, una ballata che lascia speranza per il futuro: guardando il cielo si vedono ancora le nuvole scure che minacciano pioggia, ma nel cuore sappiano che presto si allontaneranno facendo tornare la luce su di noi.

Il disco dei Gåte non è solo (ottima) musica, ma un viaggio emozionante e a tratti difficile nei sentimenti e nelle paure che portiamo con noi giorno dopo giorno. Le dieci tracce di Nord sono tutte valide e la prestazione dei singoli musicisti ineccepibile. Oltre alla bravura qui c’è tanto cuore e un album del genere non si può far a meno di amarlo.

Intervista: Hand Of Kalliach

Abbiamo incontrato gli Hand Of Kalliach lo scorso anno grazie all’EP di debutto Shade Beyond e qualche tempo fuori è venuta fuori un’intervista bella e interessante (la potete leggere QUI). Ora la coppia scozzese torna a raccontarsi e a raccontare della splendida Scozia grazie all’album Samhainn, rilasciando un’intervista dove non solo ci svelano musica e testi del disco, ma anche i piani futuri della band e si lasciano andare a consigli turistici da appuntarsi assolutamente.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara “Piske” Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ci troviamo di nuovo a parlare a un anno di distanza dalla precedente volta. L’EP è passato e ora avete pubblicato il disco di debutto: come siete arrivati a Samhainn?

Sophie: Sì infatti, e grazie mille per averci fatto tornare per un’altra chiacchierata! È giusto dire che è stato un anno abbastanza folle per noi. L’EP Shade Beyond non era qualcosa dal quale ci saremmo mai aspettati di ottenere molto interesse, ma in realtà ha catturato l’attenzione di alcune persone e siamo stati naturalmente soddisfatti da ciò, e ci ha incoraggiato a scrivere il full-length.

John: Sì, penso che potremmo averlo detto l’ultima volta che abbiamo parlato l’EP era davvero un progetto passionale dal quale sicuramente non ci aspettavamo di ottenere molta attenzione – abbiamo fatto noi stessi molto della produzione, ed eravamo molto sperimentali nel nostro approccio. Mentre siamo ancora soddisfatti di Shade Beyond per quello che è, con Samhainn abbiamo voluto ottenere una produzione di qualità superiore e fare davvero un tentativo ‘serio’ di fare un album completo, e siamo stati molto onorati dalla reazione ad esso.

Per il disco fisico vi siete affidati a Trepanation Recordings: come siete giunti all’accordo e come vi state trovando?

Sophie: Ci siamo originariamente approcciati alla Trepanation Recordings per vedere se fossero interessati nel produrre alcune copie dell’EP Shade Beyond. Dan è stato davvero di supporto al nostro sound e ci ha gentilmente preso per i CD, e abbiamo avuto una così bella esperienza con lui che è stato un gioco da ragazzi quando si è offerto di fare anche i CD per Samhainn.

John: Sì, Dan alla Trepanation è stato assolutamente brillante. Supporta un sacco di progetti strani, oscuri e inusuali come il nostro che altrimenti potrebbero non avere molta esposizione mediatica. Lui è molto ragionevole con i contratti, ed è generalmente una gran brava persona. Attualmente suona il basso nei Mastiff (un’eccellente band sludge/death inglese) che ha suonato ad Edimburgo recentemente, quindi l’ho conosciuto di persona al concerto che è stato fantastico.

Potete dirci qualcosa sulle copertine dell’EP e del disco di debutto e cosa rappresentano? Chi è l’autore?

Sophie: per quei tuoi lettori che potrebbero non conoscerci, il nome “Hand of Kalliach” è un gioco di parole sul nome di un’antica dea-strega dell’inverno della mitologia scozzese “Cailleach”. Lei è spesso rappresentata come una vecchia strega, ma a volte prende la forma di una donna bellissima, e si manifesta dalle profondità per dare inizio all’inverno. Molta della nostra musica è centrata intorno al tema contorto di benevolenza e malevolenza che lei rappresenta nella mitologia, e volevamo che questo venisse fuori nell’artwork. In realtà abbiamo realizzato l’artwork dell’EP da soli con uno degli amici di John, in realtà è una fotografia di inchiostro bianco in un grande serbatoio d’acqua con le luci spente!

John: per entrambi gli EP e per l’album volevamo davvero catturare l’atmosfera pesante, con riferimenti al mare, alle stagioni e al tempo, con il tema centrale di un’interpretazione astratta di una dea dalle sembianze di Cailleach. Con Samhainn abbiamo avuto un artista professionista che sui social si chiama VHummel per fare l’artwork, che amiamo assolutamente. Di nuovo, rappresenta una figura femminile simile a Cailleach, questa volta con molti più riferimenti alla mitologia dietro di lei -in questo caso, è ritratta come giovanile, che abbiamo ritenuto opportuno per l’inizio del suo regno stagionale durante l’inverno che Samhainn celebra. Sta portando le cose che usa per portare il freddo dove cammina, e un martello con il quale da forma all’orizzonte e alle montagne. Di nuovo, crediti a VHummel -gli abbiamo dato un sacco di opzioni da includere ed è riuscito ad includerle tutte!

Il disco suona compatto e credo che abbiate raggiunto uno stile tutto vostro che vi caratterizza e vi rende subito riconoscibili. Siete d’accordo con me?

Sophie: È bello da sentire, grazie! Sì, volevamo davvero che questo fosse focalizzato su uno stile principale, piuttosto che sul nostro EP molto più vario.

John: Sono d’accordo, grazie! Benché ci siano ancora molte influenze nel nostro sound, questo è moto più condensato ed è molto positivo sapere il fatto che hai trovato il sound immediatamente riconoscibile. Lo prendiamo come un complimento quando giornalisti e recensori hanno detto che hanno difficoltà a categorizzarci, che se tutto va bene suggerisce che è qualcosa di diverso.

Quali sono a vostro avviso i brani migliori del disco?

Sophie: Bella domanda, visto che ci dividiamo sulle nostre preferite- la mia è Solach Neònach seguita da vicino da The Lull of Loch Uigedail, ma quelle di Jon sono Roil e Return to Stone. Detto questo, siamo stati piacevolmente sorpresi del fatto che non ci sia reale consenso tra gli ascoltatori su quali siano le migliori –Each Uisge possibilmente è appena avanti nella popolarità nello streaming, ma è una cosa vicina.

John: Quando tentiamo di decidere quale traccia rilasciare per il lancio dell’album continuiamo a discutere le opzioni. Quindi, come in tutti i matrimoni sani, giungiamo ad un “compromesso” e scegliamo le preferite di Sophie…!

Mi è piaciuta molto The Lull Of Loch Uigeadail: di cosa parla e cosa potete raccontarci a proposito della sua creazione?

John: È veramente bello da sentire -mettere una traccia lenta nel mezzo di un disco heavy è un azzardo, ma abbiamo avuto una risposta positiva a essa. Questa è una traccia veramente diversa per noi, e fu inizialmente scritta come prima parte di una traccia più grande che consisteva in questa traccia e nella successiva, Ascendant. Potresti notare che la melodia che la chitarra inizia a suonare circa a metà di Lull… è quasi identica al riff alto di Ascendant, con l’outro di batteria di questo che raddoppia il ritmo nel successivo. Abbiamo però deciso di dividerle, a volte si può desiderare di ascoltare uno e non l’altro a seconda dell’umore, in quanto è un grande cambio da tutto questo.

Sophie: Loch Uigeadail è un lago sull’isola di Islay al largo della costa ovest della Scozia, da dove viene la famiglia di John. Il nome viene tradotto più o meno con “il laghetto misterioso” e questa traccia è come un’interpretazione di come ha guadagnato quel nome. Come per molte delle nostre tracce, i testi sono abbastanza astratti ma sono dalla prospettiva del fondo del lago, in un posto di relativa calma. Volevamo costruire un’impressione di echi vorticosi di rabbia e calore residuo dalla fine improvvisa di “Cinders” e catturare quel fondo emotivo che può seguire un periodo prolungato di angoscia, rabbia o sforzo, e trovare un livello di pace in mezzo al dolore, chiamandoti a riposare nel profondo. Tutto ciò precede il riprendersi di Ascendent, che sale metaforicamente dalle profondità oscure, traboccante di determinazione.

Ho trovato le ultime due tracce del cd un po’ diverse dalle altre e ho pensato che per le prossime release il vostro sound si potrebbe arricchire di qualche nuova sfumatura. Volete parlarci di Trail Of The Beithir-Nomh e Return To Stone?

John: Certo, insieme a Each Uisge, Trial of the Beithir-Nimh è una traccia basata sulla creatura omonima dalla mitologia scozzese. “Beithir-Nimh” (pronunciato “beh-hir niv”) tradotto come “serpente velenoso”, che è un drago con dodici zampe e senz’ali nascosto nelle caverne e nei burroni sotto le montagne delle Highlands. Proprio come il folklore dei draghi più tradizionale, hanno giocato a giochi contorti con viaggiatori disattenti, e le storie dicono che punge le sue vittime prima di farle precipitare verso lo specchio d’acqua più vicino. Se le vittime vincono vivono, se perdono muoiono. Si credeva si formassero durante le tempeste di fulmini dai cadaveri dei serpenti che sono stati tagliati in due dagli umani, e alcune storie raccontano che una volta Cailleach stessa prese la forma di un Beithir-Nimh essendo stata uccisa dai cacciatori mentre era nella sua forma umana. Il riff in 12/8 è stato scritto per emulare le dodici zampe che si muovono velocemente giù per le scogliere, in una sorta di corsa disperata e malferma.

Sophie: Return to Stone è un altro riferimento alla mitologia di Cailleach. Essendo tornata in vita a Samhainn in tempo per regnare sui mesi invernali, alla fine della stagione si trasforma in pietra a Beltltainn, al di sotto delle profondità del vortice di Corrywreckan. Volevamo creare un’atmosfera da atto finale guardando l’abisso, come se il Cailleach e/o il protagonista riflette su tutti gli orrori della loro esistenza invernale e si prepara alla fine. I laboriosi colpi di martello che riecheggiano sullo sfondo all’inizio, insieme al ritmo “doom-esque”, dovevano creare una sorta di aria cupa, fredda e determinata.

Cosa ci dite di Òran na Tein’ éigin?

John: “Òran na Tein’-éigin” (pronunciato “oran na chehneh ey-gyn”) tradotto come “Canzone del bisogno di fuoco”, un vecchio rituale nel quale si spegnevano tutti i fuochi in un villaggio e poi si riaccendevano con le torce di un unico falò. I paesani usavano le corde per girare un enorme tronco eretto per usare l’attrito per accendere il fuoco, ed era un rituale usato per bandire le pestilenze, gli spiriti maligni, o qualsiasi altra forza maligna fosse percepita come in grado di colpire i cittadini.

Sophie: Questa è probabilmente la nostra traccia più “esterna” musicalmente, poiché fonde molti elementi black metal con una forma di musica scozzese chiamata “puirt-a-beul”. È un canto molto rapido, melodico, con molto del ritmo e della ripetizione. Accettiamo pienamente che sia molto particolare, ma sembra che abbia interessato gli ascoltatori. È stato anche un dannato incubo registrare la voce!

Avete mai pensato di utilizzare qualche strumento tradizionale nella vostra musica? Potrebbe essere una buona idea?

John: mentre usiamo un po’ di arpe nell’album, particolarmente dove vogliamo aggiungere un elemento di atmosfera, il punto centrale del nostro processo di scrittura è prendere melodie, scale e ritmi che sono tipicamente usati nel folk scozzese e trasporli per le chitarre distorte.

Sophie: Nonostante non siamo in nessuna maniera contrari all’uso di strumenti tradizionali, o lasciarli fuori da lavori futuri, il modo in cui arriviamo al nostro sound ci guida largamente lontano da loro, dato che le parti che scriveremmo per loro sono perlopiù suonate sulle chitarre invece. Per esempio la melodia all’inizio di Return To Stone si basa molto sulle cornamuse -ma pensiamo che usare veramente le cornamuse si scontrerebbe con l’atmosfera che tentiamo di creare. Ma, mai dire mai, ed è qualcosa che potremmo esplorare di più nelle future release.

Vivete nella bellissima Scozia e mi piace pensare che anche una semplice passeggiata possa ispirarvi qualcosa che poi finisce su disco. Succede anche questo?

Sophie: Grazie, amiamo vivere qui! E sì, c’è sicuramente molto in cui trovare ispirazione una volta che si arriva in campagna, che si tratti di coste, montagne, foreste o valli. Gran parte della nostra ispirazione deriva dal fatto di aver trascorso molto tempo sull’Isola di Islay, grazie alla famiglia di John.

John: Assolutamente, penso che a volte sia fin troppo facile scrivere canzoni sulle stagioni qui perché possono essere così drammatiche! E quando hai un contesto come quello della mitologia, questo aggiunge una grande quantità di varietà.

Sperando che la situazione sanitaria migliori sempre di più, avete mai pensato di aggiungere session man per suonare live e continuare come duo in studio?

John: Sicuramente – è un obiettivo per il 2022 ottenere almeno uno show in live, e abbiamo avuto alcune prime conversazioni con i musicisti locali che sono interessati a suonare con noi. Non vogliamo fissare aspettative troppo alte, in quanto abbiamo tre bambini piccoli tra cui un bambino che attualmente prende la maggior parte del nostro tempo libero, ma una volta che saranno un po’ più grandi speriamo sicuramente di avere un po’ più di tempo per provare e suonare dal vivo.

Sophie: Non ho mai suonato live in realtà, quindi prenderà senz’altro del tempo per abituarmi! Ma sì, abbiamo avuto un sacco di richieste per spettacoli dal vivo, quindi pensiamo che ci pentiremmo di non aver fatto del nostro meglio per indossarne un po’.

John: Sì, ad essere onesti, ho sempre suonato solo la batteria dal vivo, mai chitarra/voce, quindi ho un po’ di lavoro da fare anche per me per prepararmi al palco! Ma siamo entusiasti e stiamo facendo progressi lenti ma sicuri.

Ci suggerite alcune leggende scozzesi o celtiche poco note?

John: Beh, in realtà ci sono un sacco di bestie oscure e leggende dalle quale scegliere una volta che vai a cercarle! Molte delle quali le abbiamo scoperte per caso mentre scrivevamo i nostri testi. Ne abbiamo alcune che salveremo per le nostre prossime release, ma uno con cui la gente potrebbe non avere familiarità e che ha effettivamente influenzato molti altri scritti sono i “redcaps” o “powries” dei confini scozzesi (il sud della Scozia, al confine con l’Inghilterra). Si tratta di una razza di creature assassine goblin che abitano in castelli abbandonati e siti in cui si sono verificate azioni malvagie (luoghi di esecuzione, ex sedi di tiranni, ecc.). Si nascondono in agguato per i viaggiatori, che tendono agguati con massi e rocce. Dopo un’uccisione riuscita, inzuppano i loro cappelli nel sangue delle loro vittime, dando loro una tonalità cremisi – da qui, ‘redcap’.

Farete mai un EP o un album cantato interamente in gaelico?

Sophie: Ci piacerebbe fare un full-length in gaelico, o almeno un EP come suggerisci -l’unica sfida è che è una lingua abbastanza difficile, e specialmente per un ascoltatore con poca familiarità può essere estremamente difficile capire cosa succede!

John: In realtà abbiamo considerato di farlo per Samhainn, ma dopo una discussione abbiamo deciso che volevamo fare un album più “accessibile”, nonostante abbiamo incluso molti elementi in gaelico, titoli e versi come un’introduzione alla cultura gaelica. Ma una volta che saremo un po’ più avviati sarà qualcosa che ci piacerebbe fare.

Sophie: Il gaelico è in tale declino in Scozia che rischia di non avere madrelingua nel giro di poche generazioni, quindi siamo davvero desiderosi di fare la nostra piccola parte per tenerlo in vita.

Ci consigliate qualche band scozzese underground da ascoltare assolutamente?

Sophie: Abbiamo un numero sorprendentemente alto di compagni di label scozzesi alla Trepanation Recordings e tutti facciamo cose interessanti e inusuali: Tommy Concrete, A Sea of Dead Trees e Order of the Wolf sono tutti meritevoli di ascolti.

John: Nello spazio del folk metal, i Ruadh fanno un bel mix di black/folk, sicuramente anche loro meritano un ascolto.

La prossima estate verrò per la prima volta in Scozia e vi chiedo di suggerirmi un posto fuori dai classici giri turistici che però secondo voi vale assolutamente la pena di visitare.

John: Questo è bello da sentire! Sono pesantemente di parte ovviamente, ma potresti visitare qualche isola della costa ovest e trovare alcune delle più belle ed ancora largamente inesplorate aree inesplorate che ci siano. Ti potrebbe aiutare se ti piace il whisky, ed è essenziale che non ti importi del tempo molto variabile, ma puoi trovare dei paesaggi e delle scogliere davvero surreali lì. Una delle opzioni più fuori dai sentieri battuti è l’isola di Oronsay: puoi raggiungerla solo guidando o camminando su un fondale marino esposto alla bassa marea dalla vicina isola di Colonsay. Se ci invii un messaggio con il tuo itinerario approssimativo sono sicuro che potremmo dare alcuni suggerimenti più personalizzati!

Sophie: In alternativa ci sono le Highlands che hanno una vibe e una bellezza differente, ci sono molti itinerari di trekking e di scalata che puoi prendere che sono abbastanza tranquilli tutto l’anno. Solamente, stai attento al Beithir-nihms…!

Siamo alla fine della chiacchierata, volete aggiungere qualcosa e salutare i lettori italiani?

Sophie: Secondo le nostre statistiche di Spotify e iTunes, l’Italia è costantemente nella top 5 dei paesi degli ascoltatori da quando è uscito Shade Beyond l’anno scorso, quindi un grande grazie ai nostri fan italiani- siamo contentissimi che vi sia piaciuto tanto il nostro sound strano!

John: Mi associo assolutamente a questo, siamo estremamente onorati di vedere che la nostra musica è piaciuta a persone di tutto il mondo, la risposta a Samhainn è stata strabiliante, e avere avuto una tale popolarità in Italia è stato semplicemente fantastico – e siamo sicuri che questo blog è almeno in parte responsabile di questo, quindi grazie Mister Folk per il continuo supporto!

ENGLISH VERSION:

We meet up talking again a year after the previous time. The EP is over and now you have released your debut album: how did you get to Samhainn?

Sophie: Yes indeed, and thanks very much for having us back for another chat! It’s fair to say it’s been a pretty crazy year for us. The Shade Beyond EP wasn’t something we ever expected to get much interest from, but it really caught some people’s attention which we were of course delighted with, and encouraged us to write the full-length.

John: Yes, I think we may have mentioned last time we spoke the EP was really a passion project that we definitely didn’t expect to get much attention – we did a lot of the production ourselves, and were very experimental in our approach. Whilst we’re still happy with Shade Beyond for what it is, with Samhainn we wanted to get some higher quality production and really make a ‘serious’ attempt at making a full album, and we’ve been very humbled by the reaction to it.

For the physical record you relied on Trepanation Recordings: how did you come to an agreement and how are you getting along with them?

Sophie: We approached Trepanation Recordings originally to see if they were interested in producing some copies of the Shade Beyond EP. Dan there was really supportive of our sound and kindly took us on for the CDs, and we had such a good experience with him that it was a no-brainer when he offered to do the CDs for Samhainn as well.

John: Yeah, Dan at Trepanation has been absolutely brilliant. He supports a lot of weird, dark and unusual projects like ours that otherwise might not get as much exposure. He is very reasonable with the contracts, and is just generally a very good guy. He actually plays bass in Mastiff (some excellent sludge/death from England) who played in Edinburgh recently, so I got to meet him in person at the gig which was fantastic.

Can you tell us what the cover art of both your EP and your debut album represent? Who made them?

Sophie: For any of your readers that might not know us, the name ‘Hand of Kalliach’ is a play on the name of an ancient witch-god of winter from Scottish mythology called the ‘Cailleach’. She is most frequently depicted as an old hag, but sometimes she takes the form of a beautiful woman, and arises from the depths to usher in winter. A lot of our music is centred around the twinned themes of benevolence and malevolence she represents in mythology, and we really wanted that to come across in the artwork. We actually made the EP artwork ourselves with one of John’s friends, it’s actually a photograph of white ink in a big tank of water with the lights off!

John: For both the EP and the album we really wanted to capture the heavy atmosphere, with reference to seas, seasons and time, and of course the central focus of an abstract interpretation of a Cailleach-like female deity. With Samhainn, we got a professional artist who goes by VHummel on social media to make the artwork, which we absolutely love. It again depicts a female Cailleach-like figure, this time with more influences from the mythology behind her – in this case, she is portrayed as youthful, which we felt would be appropriate for the beginning of her seasonal reign over winter that Samhainn celebrates. She’s carrying her staff which she uses to bring the frosts where she walks, and a hammer with which she shapes mountains and the skylines. Again, credit to VHummel – we gave him a whole bunch of options to include and he managed to elegantly include them all!

The record sounds compact and I think you’ve reached a style that characterizes you and makes you immediately recognizable. Do you agree with me?

Sophie: That’s great to hear, thank you! Yes, we really wanted this to be focussed down to one core style, rather than our much more varied EP.

John: Agreed, thanks! Whilst there are still a lot of influences in our sound, this is much more condensed and it’s very positive to hear you find the sound immediately recognisable. We’ve taken it as a compliment when writers and reviewers have said they find it difficult to categorise us, which hopefully suggests that it’s something a little different.

What are the best songs on the album in your opinion?

Sophie: Good question, as we’re split on our favourites – mine is Solas Neònach closely followed by The Lull of Loch Uigeadail, but John’s are Roil and Return To Stone. That said, we’ve been pleasantly surprised that there’s no real consensus amongst listeners as to what the best ones are – Each Uisge is possibly just ahead in streaming popularity, but it’s a close thing.

John: When we were trying to decide which track to release as a single for the album launch, we kept debating the options. So, as in all healthy marriages, we ‘compromised’ and went for Sophie’s favourite…!

I liked The Lull of Loch Uigeadail very much: what is this song about and what can you tell us about its creation?

John: Really great to hear – putting a slow, atmospheric track in the middle of a heavy album is always a gamble, but we’ve had a positive response to it. This was a very different track for us, and was originally written as the first half of a bigger track which consisted of this and the following track, Ascendant. You might notice that the melody the guitar starts playing about halfway through Lull… is nearly identical to the high riff in Ascendant, with the drum outro from this one doubling pace into the next. We decided to split them though, as sometimes you may wish to listen to one and not the other depending on mood, as it’s a big swing from this one.

Sophie: Loch Uigeadail is a loch on the Isle of Islay off the west coast of Scotland, where John’s family come from. It’s name roughly translates to ‘the mysterious pool’ and this track is kind of an interpretation of how it gained that name. As with most of our tracks, the lyrics are pretty abstract but are from the perspective of the bottom of the loch, in a place of relative calm. We wanted to build an impression of swirling echoes of rage and residual heat from the abrupt end of “Cinders,” and capture that emotive nadir that can follow a prolonged period of anguish, rage or exertion, and find a level of peace amidst the sorrow, calling you to rest in the deep. All of this precedes the rally of Ascendant, metaphorically rising from the dark depths, brimming with resolve.

I found the last two tracks of the album a bit different from the other ones and I thought that for the next releases your sound might have some new shades. Do you want to tell us about Trial of the Beithir-Nimh and Return to Stone?

John: Of course, so along with Each Uisge, Trial of the Beithir-Nimh is a track based on it’s namesake creature from Scottish mythology. ‘Beithir-Nimh’ (pronounced beh-hir niv) translates to ‘venomous serpent,’ which is a 12-legged wingless dragon lurking in caves and burrows under the mountains in the highlands. Much like more regular dragon folklore, they played twisted games with careless travelers, and the tales go that it stings it’s victims before racing them to the nearest body of water. If the victim wins, they live, and if not they die. They were believed to be formed under lightning storms from the corpses of a snakes that had been severed in two by humans, and some tales held that the Cailleach once took the form of a Beithir-Nimh herself having been killed by hunters whilst in her human form. The riff in 12/8 was written to emulate the 12 legs moving rapidly down the cliffsides, in a sort of desperate, stumbling race.

Sophie: With Return To Stone, this is another nod to Cailleach mythology. Having come alive on Samhainn in time to rule over the winter months, at the end of the season she turns to stone on Bealltainn, beneath the depths of the Corryvreckan whirlpool. We wanted to create an atmosphere of finality and gazing at the abyss, as the Cailleach and/or protagonist reflects on all the horrors of their wintry existence and prepares for the end. The laborious hammer strikes echoing in the background at the start, along with the doom-esque pacing, were to create a sort of grim, cold and determined air.

What is “Òran na Tein’ éigin” about?

John: Òran na Tein’-éigin (pronounced oran na chehneh ey-gin) translates to ‘song of the need-fire,’ an old ritual where all the fires in a village would be extinguished and then re-lit with torches from a single bonfire. Villagers uses ropes to turn a huge upright log to use the friction to ignite the fire, and it was a ritual used to variously banish plagues, evil spirits, or whatever malign forces were perceived to be affecting the townsfolk.

Sophie: This is probably our most ‘out-there’ track musically, as it melds a lot of black metal elements with a form of Scottish mouth music, called ‘puirt-a-beul.’ It’s a very rapid, melodic singing, with a lot of rhythm and repetition. We fully accept it’s very peculiar, but it seems to have been of interest to listeners. It was also a bloody nightmare to record the vocals for!

Have you ever thought about using some traditional instruments in your music? Could it be a good idea?

John: While we do make some light use of harps in the album, particularly where we want to add an element of atmosphere, the core part of our writing process is taking melodies, scales and rhythms that are typically used in Scottish folk and transpose these for distorted guitars.

Sophie: Whilst we are in no way against using traditional instruments, or ruling them out for future work, the way we get to our sound largely steers us away from them, as the parts we would write for them are mostly played on guitars instead. For example, the melody at the start of Return to Stone is very much based on bagpipes – but we think that actually using bagpipes there would clash with the atmosphere we try to create. But, never say never, and it’s definitely something we could explore more on future releases.

You live in the beautiful Scotland and I like to think that a simple walk can inspire you something that goes in the album. Is this happening?

Sophie: Thank you, we do love it here! And yes, there is certainly a lot to inspire once you get out into the country, whether that be the coasts, mountains, forests or glens. A lot of our inspiration is from spending a lot of time on the Isle of Islay, due to John’s family there.

John: Absolutely, I think sometimes it’s almost too easy writing songs about the seasons here because they can be so dramatic! And when you have the context of the mythology it just adds a huge amount of flavour.

Hoping that the health situation will improve more and more, have you ever thought about adding session men to play live and continue as a duo in the studio?

John: Definitely – it’s a goal for 2022 to get at least one show in, and we’ve been having some early conversations with local musicans who are interested in playing with us. We don’t want to set expectations too high, as we have three young children including a baby which takes the majority of our spare time currently, but once they’re a little older we definitely hope to have some more time to practice and play live.

Sophie: I’ve never actually played live before so it’s definitely going to take some getting used to! But yes, we’ve had a lot of requests for live shows, so we feel we’d regret not giving it our best attempts to put some on.

John: Yeah to be fair I’ve only ever drummed live before, never guitar/vocals, so I’ve got a bit of work cut out for me too to get stage ready! But we are keen, and we are making slow but sure progress there.

Can you suggest us some less popular Scottish or Celtic legends?

John: Well, there’s actually a huge range of obscure beasts and legends to choose from once you go digging for them! Many of which we only stumbled upon when writing our tracks. We’ve got a few we’ll save for a future release, but one that people might not be familiar with that has actually influenced a lot of other writing is the ‘redcaps’ or ‘powries’ of the Scottish borders (the south of Scotland, bordering England). These are a race of murderous goblin-esque creatures that inhabit abandoned castles and sites where evil deeds had taken place (execution grounds, former seats of tyrants, etc). They lurk in wait for travellers, who they ambush with boulders and rocks. Upon a successful kill, they soak their hats in the blood of their victims, giving them a crimson hue – hence, ‘redcap’.

Will there ever be an EP or a full-length entirely in Gaelic or something with a theme?

Sophie: We’d love to do a full-length in Gaelic, or at least an EP as you suggest – the only challenge is that it is quite a difficult language, and particularly for a non-familiar listener it might be extremely hard to fathom what’s going on!

John: We actually considered doing it for all of Samhainn, but after discussion we decided we wanted to make the album more accessible, whilst still including a lot of Gaelic elements, titles and verses as an introduction to Gaelic culture. But once we’re a bit more established it would be something we’d love to look at doing.

Sophie: Gaelic is in such decline in Scotland it’s in danger of having no native speakers within a few generations, so we are really keen to do our small part to keep it alive.

Can you suggest us some underground Scottish band that we must absolutely listen to?

Sophie: We have a surprisingly high number of Scottish label-mates on Trepanation Recordings all doing some really interesting and unusual stuff – Tommy Concrete, A Sea of Dead Trees, and Order of the Wolf are all worth checking out.

John: On the folk metal space, Ruadh do a great mix of black/folk, definitely worth checking them out too.

Next year I’ll come to Scotland for the first time and I ask you to suggest me a place that is off the beaten track but, in your opinion, it is absolutely worth a visit.

John: That is great to hear! I’m heavily biased of course, but you could visit any of the west coast islands and find some of the most beautiful yet largely unspoiled wilderness there is. It helps if you like your whisky, and it’s essential that you don’t mind very variable weather, but you can really get some unreal landscapes and coastlines there. One of the more off the beaten track options is the isle of Oronsay – you can only reach it by driving or walking across a seabed that is exposed at low tide from the neighbouring isle of Colonsay. If you message us with your rough itinerary I’m sure we could make some more tailored suggestions!

Sophie: Alternatively there’s the highlands which have a very different vibe and beauty, there are plenty hiking and mountaineering routes you can take that are really pretty quiet all year round. Just watch out for the Beithir-nimhs…!

We’re at the end of the chat, would you add something more and say hello to the italian readers?

Sophie: According to our Spotify and iTunes stats, Italy has consistently been in the top 5 countries for listeners ever since launching Shade Beyond last year, so a massive thank you to our Italian fans – we are delighted you have enjoyed our weird sound so much!

John: I would absolutely echo that, we are extremely humbled seeing our music enjoyed by people across the world, the response to Samhainn has been mind-blowing, and to have had such popularity in Italy was just fantastic – and we’re sure this blog is at least partly responsible for that, so thank you Mister Folk for the continued support!

Crom – Into The Glory Land

Crom – Into The Glory Land

2021 – EP – From The Vaults

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione:  Walter “Crom” Grosse: voce, chitarra, basso – Steve Peyerl: chitarra – Thomas Hagl: batteria

Tracklist: 1. Into The Glory Land – 2. Riding Into The Sun – 3. The Hanging Tree – 4. Wings Of Fire (acoustic version) – 5. Song To Hall Up High (Bathory cover)

Nome di culto nella scena folk/viking metal grazie ai primi due – ottimi – lavori Vengeance e Of Love And Death di oltre un decennio fa, Crom sembra aver trovato una buona stabilità negli ultimi anni, prima con la pubblicazione del terzo full-length When Northmen Die del 2017 e successivamente con il passaggio da one man band a gruppo vero e proprio che ha portato alla pubblicazione di questo Into The Glory Land, antipasto del disco in uscita a metà 2022. Come dagli EP ci si aspetta, nella tracklist troviamo un mix di brani nuovi, cover e versioni alternative: abbastanza per soddisfare l’appetito dei fan del gruppo e anche per incuriosire i nuovi ascoltatori.

Into The Glory Land, oltre ad essere la prima pubblicazione per la nuova etichetta From The Vaults, è anche il primo lavoro marchiato Crom a vedere una line-up completa dopo che Walter Grosse ha portato avanti il suo progetto fin dalla fondazione come one-man band. L’apertura è affidata alla title-track ed è la classica canzone d’apertura potente e dal forte impatto, dotata di buone linee vocali e melodie che si ricordano facilmente. Il ritornello dal sapore manowariano, infine, chiude il cerchio: canzone promossa fin dal primo ascolto! La ritmata Riding Into The Sun mostra l’altra faccia dei Crom, ora più veloci e cupi al tempo stesso, ma sempre con lo stesso buon gusto per i chorus, da sempre arma vincente della band. Con The Hanging Tree Grosse e soci realizzano qualcosa di diverso: si tratta di una composizione acustica dalla durata di tre minuti, dalla trama semplice ma davvero efficace. Proseguono le chitarre acustiche con Wings Of Fire, opener del debutto Vengeance del 2008: la velocità della cassa e le chitarre graffianti sono state sostituite da dolcezza e una cura delle parti vocali davvero sorprendente. Il risultato finale è convincente e vista come è andata anche con The Hanging Tree sarebbe interessante a questo punto avere un nuovo EP completamente acustico con pezzi nuovi e vecchi brani riarrangiati per l’occasione. Ultima traccia dell’EP è la cover dei Bathory Song To Hall Up High, canzone che non ha bisogno di presentazioni e che non a caso fa parte di questa release. La versione firmata Crom è lunga più del doppio dell’originale ma la forma rimane comunque simile, addolcendola in alcuni punti ma senza allontanarsi dal capolavoro dei Bathory. Quorthon è l’influenza principale di Walter Grosse ed è stato già coverizzato con Man Of Iron nell’EP del 2003 The Fallen Beauty.

Into The Glory Land è un EP disponibile in formato vinile e digitale, interessante per chi è già fan dei Crom e per i collezionisti, utile per chi si vuole avvicinare alla band e vuole capire su quali coordinate musicali si muova la band di Walter Grosse. Un buon antipasto in attesa del nuovo disco in uscita nel 2022.

L’Italia s’è desta

Il 2021 è appena terminato e si possono tirare le somme di un anno musicale. Nonostante gli ottimi ritorni di Dordeduh, Thyrfing e Negură Bunget (dei quali, lo anticipo, ne parlerò – e non solo – tra qualche mese), le conferme di King Of Asgard, Helheim, Sur Austru e :Nodfyr: e un buon numero di lavori di qualità provenienti da tutto il mondo, la prima cosa che balza all’occhio (e all’orecchio!) è la bellezza di alcuni dischi italiani usciti nel corso dell’anno. Bloodshed Walhalla, Dyrnwyn e Apocalypse hanno fatto parlare di sé e della scena italiana anche oltre confine, dove purtroppo il folk/viking metal nostrano è ancora oggi poco considerato. Se negli ultimi venti anni il metallo tricolore ha sfondato queste immaginarie barriere che ci separavano dagli altri mercati grazie a Labyrinth, Lacuna Coil e Rhapsody in prima linea, altrettanto non è accaduto nel nostro amato genere musicale, ancora troppo poco apprezzato e conosciuto nonostante negli anni siano usciti dischi di enorme pregio, primo fra tutti De Ferro Italico dei Draugr. Certo, qualche data all’estero è stata fatta da alcuni gruppi, ma si tratta sempre di live estemporanei, qualche festival qua e là per l’Europa, mai di veri tour (ma anche mini tour andrebbero bene!) di supporto a formazioni affermate che porterebbero visibilità al gruppo e, forse, anche all’intera scena italiana. Gli stessi Dyrnwyn in occasione della pubblicazione del debutto Sic Transit Gloria Mundi hanno suonato un paio di volte all’estero, e lo stesso si può dire, tra gli altri, per Blodiga Skald e Selvans. Non è certo bastata la presenza dei Folkstone a qualche festival tedesco a cambiare la percezione che si ha all’estero del folk metal italiano, eppure la scena è ricca di qualità, con dischi finalmente personali e con suoni professionali.

Bisogna dirlo: all’estero di folk metal italiano, oggi inizio gennaio 2022, si parla solo per via dei Nanowar Of Steel e del loro Italian Folk Metal, disco come da tradizione tra serio e grottesco, suonato in maniera impeccabile e che in alcune tracce suonano più folk di molti gruppi che sembrano aver paura di osare. La Maledizione Di Capitan Findus suona come gli Alestorm dopati, La Mazurka Del Vecchio Che Guarda I Cantieri è quello che i gruppi romagnoli non azzardano a fare (“perché faremmo ridere” mi è stato detto una volta), ma il liscio di Raul Casadei non è la versione italiana dell’humpaa finlandese? In diversi brani compare Maurizio Cardullo (ex Folkstone ed ex Furor Gallico) tra cornamuse e flauti e le varie La Polenta Taragnarock e Il Signore Degli Anelli Dello Stadio non a caso suonano molto Folkstone, ma la domanda che ci si deve porre è: possibile che per far nominare “italian folk metal” all’estero bisogni aspettare il disco dei Nanowar Of Steel e la loro musica burlona? Si paga ancora oggi, inizio 2022, il dazio di avere avuto una scena che per troppo tempo è stata succube dell’innegabile fascino scandinavo di miti e saghe che tutti noi amiamo? Questa è una cosa che si nota facilmente approfondendo un po’ la storia dei gruppi, dai nomi ai testi delle prime pubblicazioni. Tutto questo fino a quando De Ferro Italico incendiò l’underground con la voglia di avere una personalità musicale forte e riconoscibile, (ri)scoprendo le proprie origini e raccontando attraverso la musica storie che non hanno nulla da invidiare a quelle del grande Nord. E così i Gotland (nome dell’isola svedese che diede il nome, per farla molto semplice e veloce, al popolo dei Goti) hanno pubblicato l’eccellente Gloria Et Morte e i già citati Dyrnwyn (nome di una spada magica della mitologia gallese) hanno a cuore la storia dell’antica Roma e ne parlano nei loro cd. La verità è che negli ultimi anni la scena folk/pagan/viking italiana ha fatto passi da gigante sotto tutti i punti di vista ed è sempre più raro ascoltare materiale non all’altezza della situazione, manca forse una maggiore convinzione dei gruppi nel porsi soprattutto con promoter e locali e, fatto grave, il supporto del pubblico. Troppe volte si sente dire ai banchetti del merchandise “il cd costa 10 euro? Ma sono due birre!”, e per quanto possa far sorridere una frase del genere ascoltata più di una volta in sede di concerto, è anche preoccupante. La prima cosa da fare è proprio quello di supportare il gruppo acquistando dischi e magliette perché i follower su Spotify non portano assolutamente nulla alla band.

Mi sono lasciato trasportare dai pensieri, dalle riflessioni e dal cuore, ma certe cose vanno tirate fuori per creare un dialogo e portare alla luce alcune criticità di una scena che ha molto da dire. Una scena che in pochi mesi ha visto arrivare Pedemontium, Second Chapter e Il Culto Del Fuoco appartenenti rispettivamente ad Apocalypse, Bloodshed Walhalla e Dyrnwyn. Tre realtà che nel tempo si sono create un nome rispettabile grazie a pubblicazioni di qualità. Pedemontium è un concept album incentrato sulle bellezze naturali del Piemonte, Second Chapter è l’ideale seguito dell’epico Ragnarok, seconda parte del concept ideato da Drakhen, Il Culto Del Fuoco è la definitiva consacrazione artistica del gruppo romano. Dispiace dirlo, ma sono certo che se questi cd fossero stati incisi e pubblicati da musicisti svedesi o tedeschi l’attenzione di stampa e pubblico sarebbe certamente maggiore, così come le possibilità di suonare in tour e nei festival che anche in questa fase problematica si svolgono quasi regolarmente al di fuori degli italici confini.

L’autunno ha poi portato i nuovi ottimi lavori di Aexylium, Selvans e Dawn Of A Dark Age, tutti veramente belli e gli amanti di queste sonorità non possono che essere felici di avere tanta buona musica da ascoltare. I primi mesi del 2022 vedranno gli impianti stereo suonare a volumi indicibili i nuovi e attesi album di Lou Quinse, Gotland, Duir e Atlas Pain: un ottimo modo per iniziare l’anno! Infine, con grande gioia, anche i Vallorch sono tornati in studio dopo tanti anni di difficoltà e cambi di formazione.

Voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare che sia arrivato il momento di far valere il folk metal italiano anche all’estero e poter dire che l’Italia s’è desta!

Nell’ARCHIVIO del sito trovate tutte le recensioni pubblicate in questi quasi nove anni di attività e dando anche un solo rapido sguardo potrete notare la gran quantità di articoli legati ai gruppi italiani. Di seguito, però, segnalo alcuni dischi che per motivi differenti hanno una marcia in più (sicuramente ne dimentico diversi, perdonatemi!): leggete la recensione e poi andate ad ascoltare il cd e se vi dovesse piacere ricordate di acquistarlo direttamente dalla band in quanto è il miglior modo per supportare i musicisti e la scena!

Aexylium – The Fifth Season
Apocalypse – Pedemontium
Atavicus – Di Eroica Stirpe
Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder
Bloodshed Walhalla – Second Chapter
Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine
Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco
Folkstone – Oltre… L’Abisso
Furor Gallico – Dusk Of The Ages
Gotland – Gloria Et Morte
Kanseil – Fulìsche
Lou Quinse – Lo Sabbat
Scuorn – Parthenope
Selvans – Faunalia
Stilema – Utopia

Intervista: :NODFYR:

Ho scoperto l’esistenza dei :NODFYR: girando per il sito della Van Records: c’era questa neonata band che stava per pubblicare un EP di due brani in formato cd e vinile 7″. La descrizione diceva “pagan metal” e con musicisti che avevano fatto parte degli Heidevolk. Tanto è bastato per farmi acquistare In Een Andere Tijd nel 2017, un breve lavoro di rara intensità, ma ci sono voluti ben quattro anni per poter avere tra le mani il disco di debutto Eigenheid, una solida conferma di pagan metal quadrato e potente. Intervistare la band olandese era a dir poco obbligatorio e i musicisti non si sono certo tirati indietro con risposte scolastiche. Musica sincera che viene direttamente dal cuore: ascoltatela dopo aver letto questa piacevole chiacchierata.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Chi segue Mister Folk già ha avuto modo di leggere di voi, ma vi chiedo comunque di iniziare l’intervista con la classica introduzione della band.

I :NODFYR: sono nati nel 2011, da un’idea mia e di Niels: volevamo creare musica di sfondo pagano, ma che avesse anche un’aura più solenne. Il nome ‘nodfyr’ si riferisce a un rituale pagano legato al fuoco, ma per noi simboleggia anche l’inizio di qualcosa di nuovo, una nuova avventura creativa che si focalizza in maniera precisa su questioni di natura più spirituale e personale, e che non si limita a cantare di eventi storici. In seguito alla decisione di Niels di perseguire altri obiettivi, mi sono unito a Jasper e Mark degli Alvenrad, e insieme abbiamo portato avanti il progetto.

Ho acquistato il vostro EP In Een Andere Tijd appena uscito e devo confessarvi che non vedevo l’ora di poter ascoltare questo disco. Siete soddisfatti del lavoro fatto?

Sì, direi che sia maturato piuttosto bene. È sempre interessante ascoltare qualcosa del passato e notare quanti progressi abbiamo fatto da allora, ma sento che quel lavoro rappresenti in maniera perfetta quello che era il nostro stato d’animo del momento: per questo, direi che sia qualcosa di cui andiamo ancora molto fieri!

Siete nati nel 2011, ma il primo lavoro è stato pubblicato sei anni più tardi e per il full-length ce ne sono voluti nove. Come mai tutto questo tempo?

È stato tutto dovuto al fatto che eravamo coinvolti in molti progetti diversi: non è stato sempre facile conciliare i nostri diversi impegni e l’energia creativa. È stata la prima volta in cui io, Jasper e Mark abbiamo lavorato insieme: possiamo dire di avere personalità e modalità di comporre musica molto differenti; quindi, ci è voluto un po’per equilibrare il tutto. Alla fine, siamo tutti molto devoti alla causa dei :NODFYR:, e sebbene ognuno di noi abbia le proprie idee su come raggiungere gli obiettivi creativi, riusciamo sempre a venirci incontro. Nutro un profondo rispetto verso Jasper e Mark, come musicisti ma ancor di più come persone: perciò, anche se i processi creativi possono essere davvero estenuanti, ne vale sempre la pena!

Eigenheid è uscito qualche mese fa, come è stato accolto dal pubblico? Potendo tornare indietro cambiereste qualcosa?

Fortunatamente, abbiamo ricevuto molti feedback positivi! Nel momento in cui si scrivono musica e testi, è come se si desse alla luce qualcosa; perciò, amiamo incondizionatamente la nostra “creatura”…ma è stato bello sapere che anche altre persone ne abbiano tratto qualcosa. Non credo che avremmo realizzato questo album in maniera differente anche se ne avessimo avuto la possibilità: abbiamo impiegato molto tempo per comporlo e registrarlo; quindi, tutte le nostre decisioni sono state prese in maniera consapevole.

La prima volta che vi ho ascoltato ho pensato che suonaste come i primissimi Heidevolk, ma più epici e quadrati. Voi cosa ne pensate e come “vedete” la vostra musica?

Sono d’accordo, condividiamo alcuni tratti, e credo che sia perché Niels era molto coinvolto nella stesura dei testi sia del primo album degli Heidevolk, sia della prima canzone dell’EP dei :NODFYR:. Suppongo che anche le mie parti vocali possano giocare il proprio ruolo in questo. Con i :NODFYR: ho l’impressione di avere un po’più di solennità e malinconia, e anche i testi sono di natura molto più personale. Anche se sono felice dei risultati ottenuti con gli Heidevolk a quei tempi, avevo sempre di più in mente il pensiero di dover compromettere le mie preferenze musicali e concettuali: in una band composta da sei persone, ognuna delle quali con opinioni molto forti, può essere inevitabile che qualcosa non corrisponda ai propri gusti. Personalmente, trovo che i :NODFYR: mi portino meno a scendere a compromessi: si accordano con ciò che desidero in una band in termini di musica, testi e artwork. Credo che anche gli altri pensino lo stesso!

La grafica del disco è veramente bella, ma nel libretto avrei gradito la presenza della traduzione dei testi in inglese per poterli comprendere. Volete raccontarci qualcosa sulla scelta della copertina e nel prossimo lavoro ci saranno i testi tradotti?

Abbiamo pensato a tradurre i testi, ma avevamo la forte impressione che tutta la loro essenza poetica sarebbe andata perduta: ci sono alcune espressioni che sono semplicemente troppo difficili da tradurre senza sacrificarne il significato o il sentimento. Invece, abbiamo optato per inserire informazioni dettagliate sui social media, in modo tale da dare un’idea del contenuto dei testi anche a coloro che non parlano la nostra lingua. Il dipinto sulla copertina di Eigenheid si intitola “Heidelandschap bij Oosterbeek” (“Brughiera vicino Oosterbeek”), ed è opera di Cornelis Lieste (1817 – 1861), il “pittore della luce” specializzato in paesaggi romantici e noto per le sue ampie vedute del cielo e per le basse linee dell’orizzonte. Dal 1854 e fino al 1856, Lieste visitò regolarmente la colonia di artisti romantici plein air di Oosterbeek, un villaggio che si trova vicino ad Arnhem, il capoluogo della regione della Gheldria (Gelderland in neerlandese, N.d.T.).

A proposito di testi, vi chiederei quindi di parlarci delle tematiche trattate nelle canzoni, e se c’è un testo in particolare che volete approfondire con noi.

Certamente! La prima canzone di Eigenheid, Mijn oude volk, è un’ode ai nostri antenati lontani, gli antichi popoli germanici da cui discendiamo. In essi vediamo le nostre radici più profonde e crediamo di dovere la nostra esistenza al modo in cui hanno plasmato la nostra storia. Anche se molti secoli ci separano,  sentiamo di avere una forte connessione con loro. Le loro storie, le loro azioni, la loro arte e i miti si trovano alla base della nostra identità e continuano ad ospitarci anche oggi. Gelre, Gelre è dedicata alla nostra terra natia. La Gheldria e le nostre anime sono connesse e la sua natura, storia e il suo folkore sono per noi fonti inesauribili di ispirazione. Secondo la saga di Wichard, il drago che venne ucciso da lui e/o da suo fratello Lupold nell’anno 878, avrebbe gridato incessantemente “Gelre, Gelre”. Questo è poi divenuto il nome dell’omonima città di Geldern, del ducato di Guelders, e dell’odierna regione della Gheldria. I boschi, la brughiera, i prati, la terra argillosa, le grandi dune di sabbia viva, i fiumi, i castelli, le antiche città e i piccoli villaggi della Gheldria racchiudono tutti tantissimi ricordi e memorie, e possiamo ancora udire l’urlo del drago. Le parole del testo riguardano la scoperta del proprio destino e la formazione del proprio futuro e la rivelazione del destino, che portano a diventare ciò che siamo. Crediamo che noi tutti abbiamo una storia da seguire e un ruolo da ricoprire in questa vita. Come musicisti e narratori, abbracciamo il nostro destino e procediamo seguendo il sentiero che le Norne hanno preparato per noi. Driekusman riguarda il nostro folklore. Si tratta di un canto (e di una danza) tradizionale che proviene dall’Olanda orientale, e narra di un amore impossibile. Ammiriamo la capacità che queste antiche canzoni hanno di riunire persone di ogni generazione, e con sentieri di vita differenti. La nostra versione, risultato di una collaborazione con i Folkcorn, esprime il nostro amore sia per il folk tradizionale, sia per il metal contemporaneo. Bloedlijn riguarda le proprie origini, i legami familiari e i tratti che abbiamo ereditato dai nostri antenati diretti. I frutti raccolti dopo aver scosso l’albero genealogico sono molti! Gli anziani tornano in noi e li portiamo nel futuro. Zelf è uno dei primi brani che abbiamo scritto. Riguarda un viaggio personale, il fatto di stabilire il proprio percorso e scrivere la propria saga. È basata sull’idea idea di sacrificarsi, mutare la propria pelle e crescere continuamente, per raggiungere appieno il proprio potenziale. Nagedachtenis è un testamento e un “balsamo” per coloro che sono rimasti indietro, dopo che il viaggio verso il cielo ha avuto inizio.

Due membri su tre fanno parte degli Alvenrad, band che apprezzo e che è presente nell’archivio della webzine. Conoscendo la loro proposta mi sarei aspettato qualche influenza progressive nel sound dei :NODFYR:, invece voi marciate dritti come carri armati!

Ahahah, è vero, tutte le loro brame progressive scorrono libere negli Alvenrad, ma con i :NODFYR: mostrano molto di più del loro lato tradizionale. Hanno in uscita un nuovo album intitolato Veluws IJzer, che riguarda la regione della Veluwe.

Drieuksman è la canzone più folk del disco, una strumentale da tre minuti che ben spezza il ritmo dell’album. È nata con questa intenzione?

Jasper e Mark hanno arrangiato nuovamente una parte di questa canzone tradizionale in un brano più oscuro rispetto all’originale. Direi che ciò simboleggia lo spettro dei nostri interessi musicali, da ciò che è antico e allegro, per arrivare a cose più contemporanee e malinconiche!

Wording invece ha una forte influenza doom e il risultato è davvero ottimo! Seguite la scena doom e quali sono i gruppi che maggiormente vi interessano? La canzone è nata dal riff principale per poi proseguire o ha avuto una genesi differente?

Ti ringrazio! Si, di tanto in tanto apprezziamo tutti una buona dose di doom. La mia band preferita di questo genere sono di gran lunga gli italiani Abysmal Grief! Sono anche un grande fan di Type O Negative, Candlemass e My Dying Bride, anche i Reverend Bizarre vanno giù bene, e Will Of Gods Is A Great Power degli Scald è un capolavoro del pagan doom! Alcuni di noi si sono cimentati nel Supernatural Doom Metal in un progetto chiamato Gaistaz… Sì, con Wording la canzone è evoluta a partire dal riff principale, Mark e Jasper hanno avuto l’idea e il brano si è praticamente composto da solo, a partire da quel punto. Se ben ricordo, è stata l’ultima canzone che abbiamo completato per l’album.

Gelre, Gelre è un vero e proprio inno! Non a caso avete pubblicato la canzone lo scorso agosto come antipasto di questo cd.

Era davvero il brano più adatto, piuttosto semplice da imparare e rappresentativo riguardo il tema dell’album! Il video è stato girato in una location storica che di solito è chiusa al pubblico; quindi, la canzone ci ha anche aperto alcune porte!

In un post pubblicato su Facebook a metà giugno parlate di iniziare un nuovo viaggio dopo aver concluso quello di Eigenheid. Potete dirci qualcosa circa lo stato dei lavori?

Ci stiamo lavorando! L’ obiettivo  finale è quello di pubblicare un nuovo album su un tema che abbiamo già deciso, e prima di questo pubblicheremo un paio di singoli che non ne faranno parte. Di certo, spero che non ci vorranno altri dieci anni per pubblicare un altro full-length…

Grazie per il vostro tempo; potete chiudere la chiacchierata come meglio preferite.

Grazie mille per l’intervista, Fabrizio! Speriamo che il tuo pubblico abbia apprezzato sia la nostra conversazione, sia l’album!

Joris in concerto

ENGLISH VERSION:

Mister Folk followers have already read something about you: anyway, I would like to ask you to start this interview by introducing yourself and the band.

:NODFYR: was started back in 2011 by Niels and me, we wanted to make heathen music with a more solemn vibe. The name ‘nodfyr’ refers to a pagan fire ritual but to us it also symbolized the start of something new, a fresh creative adventure with a clear focus on more spiritual and personal matters rather than just singing about historic events. After Niels decided to pursue other goals I hooked with Jasper and Mark of the band Alvenrad, and together we carried the torch further. 

I purchased your EP, In Een Andere Tijd, right after its release: I must confess that I couldn’t wait to listen to it. Are you satisfied with your job?

Yes, I would say it aged pretty well. It’s always interesting to hear stuff from the past and to notice how we developed since then, but I feel that release perfectly captured the mood we were in at that moment so it’s something we’re still very proud of!

The band was founded in 2011, but your first work has been released six years after, and it took nine years for the full-length. Why have you waited so long?

That has everything to do with the fact that we’re involved in a lot of different projects and that it was not always easy to combine our agendas and creative energies. It was the first time Jasper, Mark and I worked on an album together and it’s safe to say we have very different personalities and ways of writing music, so that took a little adjusting. In the end we’re all very committed to the cause of :NODFYR: and while we each have our ideas how to reach our creative goals we always manage to find each other somehow. I have a huge respect for them as musicians but more importantly as persons, so even though the creative processes can be very exhausting they’re always worth the effort!

Eigenheid was released a few months ago: what about the public reception? If you had the possibility of turning back time, would you change something?

We got a lot of positive feedback thankfully! When writing the music and lyrics it’s basically like giving birth to yourself so we love our baby no matter what, but it was good to hear other people also got something out of it. I don’t think we would have done anything in a different way if we would get the chance, we took a lot of time writing and recording it so all our decisions were very conscious.

During my first listen to your music, I thought that it sounded similar to Heidevolk’s one, remembering their very first works… but your style was more epic and solid. What is your opinion about that? How do you “see” your music style?

I agree it shares some similarities, I think that’s because Niels was very much involved in the songwriting of both the first Heidevolk album and the first song of the :NODFYR: EP. I suppose my vocals may play a role in that too. With :NODFYR: I feel we have a bit more solemness, moodiness and the lyrics are of a far more personal nature. Even though I’m happy with what I achieved with Heidevolk at the time I increasingly had the idea that I had to compromise my musical and conceptual preferences, and in a band with six people with very strong opinions it may be inevitable that not everything is according to your own taste. :NODFYR: is less compromising to me personally, it’s in accordance with what I want the band to be like in terms of music, lyrics and artwork. I suspect the other people involved in it have similar thoughts about that themselves too!

The album shows awesome graphics, but in my opinion, it would have been nice to see the English translation of the lyrics in the booklet, to understand them better. Would you like to tell us something about the choice of the cover image? Are you thinking about including the translated lyrics in your next work?

We thought of translating the lyrics but felt too much of the poetic essence would be lost, certain ways of saying things are just too hard to translate without sacrificing meaning or feeling. Instead we opted for extensive liner notes on our social media to give people that do not speak our language an idea what we sing about. The painting on the cover of Eigenheid is called “Heidelandschap bij Oosterbeek” (“heath landscape near Oosterbeek”), by Cornelis Lieste (1817 – 1861). The “painter of the light” specialized in Romantic landscapes and was known for his wide skies and low horizons. From 1854 until 1856 he regularly visited the artist colony of Romantic plein-air painters in Oosterbeek, a village near the Gueldrian capital Arnhem.

Speaking of the lyrics, I would like to ask you to tell us more about the themes of your songs. Would you like to talk about some lyrics in a more detailed way?

Certainly! The first song on Eigenheid, Mijn oude volk is an ode to our distant ancestors, the ancient Germanic peoples that we descended from. In them we see our deepest roots and we believe we owe our existence to the way they shaped our history. Even though we are divided by many centuries we feel strongly connected to them. Their stories, deeds, art and myths stand at the very basis of our identity and they continue to inspire us to this day. Gelre, Gelre is dedicated to our home soil. Gelderland and our souls are interwoven, and its nature, history and folkore are unending sources of inspiration to us. According to the saga of Wichard, the dragon that was slain by him and/or his brother Lupold in the year 878 would incessantly cry “Gelre, Gelre”. This became the namesake of the town of Geldern, the duchy of Guelders, and present-day Gelderland. The woods, heath, meadows, clay, sand drifts, rivers, castles, ancient cities and tiny villages of Gelderland all carry so many memories, and we can still hear the dragon’s cry. Wording is about discovering one’s own destiny, shaping one’s own future, the unraveling of fate and becoming who we really are. We believe we all have a narrative and a part to play in this life. As musicians and storytellers we embrace our fate and act accordingly by treading the path set before us by the Norns. Driekusman deals with our folklore. It’s a traditional song and dance from the east of the Netherlands and it’s about an impossible love. We admire the ability of these old songs to bring people from all generations and walks of life together. Our version, a collaboration with Folkcorn, expresses our love for both traditional folk and contemporary metal. Bloedlijn is about ancestry, family ties and the traits we inherited from our direct forebears. The fruits yielded from shaking the family tree are many! The elders return in us and we carry them into the future. Zelf is one of the first we wrote. It is about a personal journey, setting your own course and writing your own saga. It is based on the idea of sacrificing, shedding skin and continuously growing in order to reach your full potential. Nagedachtenis is a testament and a healing for those left behind after the journey to the hall up high commences.

Two members of your band also play in Alvenrad: I truly appreciate them, and they are in our webzine’s archive as well. Being aware of their style, I expected some progressive influence also in :Nodfyr:’s sound… but apparently, you march straight, like tanks!

Hahaha, yes all their progressive urges flow freely in Alvenrad but with :NODFYR: they show more of their traditional sides. They have a new album called Veluws IJzer coming up, dealing with the Veluwe region.

Driekusman sounds like the most folk-influenced song: being an instrumental track, it gives a break to the general rhythm of the whole album. Have you composed it with this purpose in mind?

Jasper and Mark rearranged some of this traditional song into a darker piece then the original. I guess this symbolizes the spectrum of our musical interests, from old and happy to contemporary and moody!

On the other hand, Wording shows a strong doom influence, with a great final result! Are you followers of the doom scene, and are you particularly interested in some bands? It looks like the song developed around the main riff: did you conceived it this way, or you had something different in your mind?

Thank you! Yes we all appreciate a good dose of doom from time to time. By far my favorite band in this genre is Italy’s Abysmal Grief! I’m also a big fan of Type O Negative, Candlemass and My Dying Bride, stuff like Reverend Bizarre also goes down well and Will Of Gods Is A Great Power by Scald is a pagan doom masterpiece! Some of us have tried their hand at Supernatural Doom Metal in a project called Gaistaz… Yes, with Wording the song evolved from the main riff, Mark and Jasper came up with the idea and the song practically wrote itself from that point on. If I recall correctly it was the last song we finished for the album.

Gelre, Gelre is a real hymn! No wonder that you released it last August as an “appetizer” of the whole album.

It was the most fitting song indeed, pretty easy to get into and also representative of the topic of the album! The video was shot at a historic location normally closed to the public so the song even opened some doors for us!

In mid-June, you shared a statement on your Facebook page, saying that “the time has come to start a new journey”, after the final release of Eigenheid. Could you tell us something about the “progress of work”?

We’re underway! The goal is eventually to release a new album around a theme that we have already decided, and before that we will release a couple of non-album singles. I sure I hope it won’t take another decade before we release a full-length…

Thank you for your time. You can end our chat as you wish!

Grazie mille for the interview Fabrizio! We hope your audience has enjoyed the interview and the album!

Mark in concerto

Selvans – Dark Italian Art

Selvans – Dark Italian Art

2021 – EP – Avantgarde Music

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Selvans: voce, tastiera

Tracklist: 1. Introduzione (Metamorfosi cover) – 2. Verrà Corvo Morto – 3. L’inferno (Metamorfosi cover medley) – 4. The Hanged Ballad (Death SS cover) – 5. Iò Pan! – 6. L’errante

Il progetto Selvans prosegue il percorso artistico guardando al passato ma arricchendo lo spettro sonoro con nuovi input e una freschezza musicale di prim’ordine. Il nuovo EP Dark Italian Art ne è dimostrazione: a tre anni dall’eccellente Faunalia pur non potendo parlare di cambio di pelle, c’è da riscontrare come la proposta si sia arricchita di nuove sfumature fermo restando l’elevata qualità che dalla prima release contraddistingue i lavori di Selvans. Altro elemento comune tra tutte le pubblicazioni sono le asperità della musica, a tratti acida, e le urla che trapano le orecchie, così dolorose e belle al tempo stesso. Questi trenta minuti sono una celebrazione del dark sound italiano con cover e pezzi originali che si integrano alla perfezione tra di loro, suonando tutto 100% Selvans.

L’amore per il prog è presto declamato con le cover della band culto Metamorfosi e da brividi è l’omaggio alla band di Steve Silverster con una versione eccellente di The Hanged Ballad: canzoni che si amalgamano benissimo con i tre inediti presenti in Dark Italian Art: Verrà Corvo Morto, Iò Pan! e L’errante. L’iniziale Introduzione non è una semplice intro, ma una vera porta che si apre e conduce alle meraviglie di questo breve ma intenso lavoro. Verrà Corvo Morto ha un forte legame con quanto realizzato da Selvans nei precedenti lavori con ritmiche veloci e chitarre aspre, ma a venire a galla è il desiderio di andare oltre a quanto già fatto, arricchendo la musica con tanti piccoli accorgimenti che si fanno sentire nel risultato finale. Segue L’Inferno, medley targato Metamorfosi, un concentrato di progressive rock del fantastico lavoro uscito per mano della band romana nel 1973: Selvans ha fatto propria l’essenza dell’album creando un medley che funziona talmente bene che, non conoscendo l’originale, si potrebbe esser portati a pensare a un brano nuovo della realtà abruzzese. The Hanged Ballad, dal seminale …In Death Of Steve Silvester, prosegue la linea oscura fin qui tracciata e in Iò Pan! esplode tutta la potenza e la furia della formazione italiana: l’atmosfera iniziale del brano prepara alla “botta” che si avrà da li a poco.

Con zoccoli d’acciaio io corro tra le rocce
Dal Solstizio, ostinato fino all’Equinozio

A conclusione del viaggio chiamato Dark Italian Art troviamo L’Errante, bellissimo ed elegante outro da ascoltare fino all’ultimo secondo prima di premere nuovamente play e ricominciare ad ascoltare l’EP dall’inizio. Detto della musica, c’è da attendere la versione cd di Dark Italian Art che conterrà un fumetto di ottantaquattro pagine che vedrà il già citato Corvo Morto come personaggio protagonista: Selvans è ormai è un’entità poliedrica che va ben oltre le sette note.

Questo è un EP che rappresenta al 100% la visione musicale (e non solo, basta guardare i video di presentazione pubblicati qualche tempo fa) di Selvans, tra influenze importanti e una personalità sempre più spiccata e unica. La qualità è quella solita, ovvero elevata: da avere assolutamente.