Mister Folk Festival 2019, il foto report parte 2

Ecco la seconda parte delle fotografie del Mister Folk Festival 2019 (la prima la trovate QUI), evento che si è svolto lo scorso 6 aprile al Traffic Live Club di Roma. Le belle foto sono di Marco Canarie, che insieme ad Art In Progress ringrazio per il lavoro svolto con passione e professionalità. Ci vediamo l’anno prossimo? 🙂

ULFHEDNAR

BLOODSHED WALHALLA

SECHEM

KANSEIL

FUROR GALLICO

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Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Coldest Year – 2. The Moving Empire – 3. Hagakure’s Way – 4. Ódauðlegur – 5. The Great Run – 6. Kia Kaha – 7. Baba Jaga – 8. Shahrazād – 9. Homeland – 10. The First Sight Of A Blind Man

Solitamente i gruppi che arrivano al secondo disco sono ancora alla ricerca del proprio suono. Magari hanno capito come muoversi, ma alcune cose nel modo di comporre musica possono ancora cambiare ed evolversi. Gli Atlas Pain, invece, hanno ben chiaro come suonare e arrivati al secondo full-length suonano esattamente come ci si aspetta dagli Atlas Pain, ovvero potente bombastic metal personale e accattivante. La band milanese, in realtà, ha fatto intendere fin dal demo del 2014 come poteva realizzare buona musica e da allora non si sono spostati poi molto. Attenzione, non si parla d’immobilità artistica, ma della sempre più rara consapevolezza di stare facendo bene qualcosa e, di conseguenza, della non necessità di grandi cambiamenti. Certamente i musicisti in questi anni hanno lavorato non poco su ogni aspetto che riguarda gli Atlas Pain e i risultati – anche grazie a questo disco – sono sotto gli occhi di tutti.

Il nuovo Tales Of A Pathfinder è un concept album composto da dieci brani compresi intro e outro per una durata complessiva di quasi cinquanta minuti. Prima di addentrarci nella musica e nei testi, è bene menzionare l’accattivante copertina realizzata da Jan Yrlund (Manowar, Korpiklaani ecc.) e della potenza dei suoni grazie all’ottimo lavoro di Fabrizio Romani (Ulvedharr, Hell’s Guardian e Skylark, oltre al primo disco degli Atlas Pain What The Oak Left) per quel che riguarda il missaggio e il mastering e di Davide Tavecchia (una vecchia conoscenza della band, avendo lavorato con loro in occasione dell’EP Behind The Front Page del 2015, ma anche con gli Æxylium di Tales From This Land), entrambi bravi a catturare l’essenza e l’attitudine dei quattro musicisti in studio.

Dopo l’intro The Coldest Year apre le danze The Moving Empire, classica canzone per gli Atlas Pain perché incarna perfettamente il sound e lo spirito del gruppo lombardo: epic/folk/bombastic metal frullato in poco più di quattro minuti. Con questo brano inizia anche la storia del viaggio che ha come principio la città di Londra nel 1899 e che porterà ai confini del mondo con la scoperta di nuove terre e culture, fino a concludersi in maniera positiva e inaspettata: fiction e steampunk per un concept originale e fresco, lontanissimo dai soliti temi trattati in questo genere musicale. Hagakure’s Way brilla per il ritornello che vede uniti cori maschili e la voce harsh di Samuele Faulisi, mentre Ódauðlegur, come intuibile dal titolo, è la canzone che per stile ricorda maggiormente il metal scandinavo. A tal proposito c’è da dire che gli Atlas Pain aggiungono piccoli elementi ai vari brani in modo di farli avvicinare in qualche maniera a quando raccontato nei testi: un dettaglio, questo, che denota il lavoro in sala prove dei musicisti e la volontà di creare un qualcosa di realmente unico. A metà disco incontriamo quello che forse è il miglio pezzo di Tales Of A Pathfinder, ovvero The Great Run, dall’irresistibile crescendo che sfocia in un chorus potente e frizzante. Il brano è diretto e senza fronzoli, colpisce duro quando è il momenti di farlo, ma è anche tremendamente accattivante e ruffiano negli stacchi e nel già citato ritornello. Le parti veloci di Kia Kaha sono quelle che maggiormente rimangono impresse nella memoria, con Baba Jaga che invece stupisce piacevolmente anche nei rari momenti soft, tra note di pianoforte e orchestrazioni (intorno al terzo minuto) eleganti che ricordano i Turisas più ispirati: l’ultimo minuto, poi, è tutto da gustare e riascoltare, una sana dose di divertimento e spensieratezza che ogni tanto è assolutamente gradita. Il viaggio prosegue con Shahrazād, nella quale le sei corde si prendono le luci della ribalta prima di lasciare il passo agli undici minuti di Homeland, chiusura perfetta per un disco audace come questo. Il suono del mare è dolce così come la melodia di chitarra nei primi minuti del pezzo che diventa con il passare dei giri sempre più energico e tosto. A sorpresa, però, la maggior parte della composizione è strumentale e non mancano i cambi di umore che vanno a dipingere Homeland come una canzone teatrale che si conclude nell’outro The First Sight Of A Blind Man, elegante e dolce coda di pianoforte.

Tales Of A Pathfinder è la storia di un lungo viaggio alla ricerca di risposte, ma è anche il viaggio che gli Atlas Pain propongono all’ascoltatore: la musica è di qualità, il concept di primo livello e il risultato finale dice che il gruppo italiano conferma le qualità del debutto e apporta qualche piccola novità che rende l’ascolto del cd sempre interessante e divertente. Gli Atlas Pain sono entrati di diritto nell’elite del metal italiano, al di là delle etichette che, come appare chiaro ascoltando questo lavoro, stanno strette al gruppo.

Mister Folk Festival 2019, il foto report parte 1

La terza edizione del Mister Folk Festival è stato un successo e questo grazie a voi. Eravate veramente tantissimi (quasi il doppio rispetto l’anno scorso), tutto è filato liscio e il divertimento ha regnato sulla serata!

In questo primo articolo potete vedere gli scatti realizzati da Art In Progress: Bloodshed Walhalla, Sechem, Kanseil e Furor Gallico live sul palco del Traffic Club di Roma. A breve ci sarà un nuovo articolo e nuove foto, questa volta anche con gli opener Ulfhednar. Folk on!

BLOODSHED WALHALLA

SECHEM

KANSEIL

FUROR GALLICO

Mister Folk Festival 2019, ci siamo!

MISTER FOLK FESTIVAL III
Furor Gallico + Kanseil + Sechem + Bloodshed Walhalla + Ulfhednar
sabato 6 aprile 2019, h. 20:00
Traffic Club, Roma

Nel 2016, quando iniziò l’avventura Mister Folk Festival, la paura di “fallire” era tanta: il folk/viking metal a Roma, per quanto metropoli e potenzialmente ricca di persone interessate al genere, non è di casa (ma ci stiamo lavorando!). Come dico sempre, Roma è una piazza strana e delicata, difficile da comprendere per chi, come me, viene da una realtà montana e isolata: per vedere un concerto serio bisognava fare 300 km per andare a Bologna (e 300 per tornare a casa). Fatto sta che inaugurare un festival con quattro realtà italiane (Selvans, Vinterblot, Dyrnwyn e Blodiga Skald) è stato un azzardo che fortunatamente ha pagato e dopo la gagliarda edizione dello scorso anno con un headliner da sogno come gli Skyforger, ben supportati dai danesi Heidra e dai nostrani Atavicus e Under Siege, si giunge questo sabato 6 aprile alla terza edizione del festival. Il bill è di quelli da leccarsi i baffi (anche grazie al consueto sostegno di No Sun Music), per la prima volta formato da 5 gruppi: Furor Gallico, Kanseil, Sechem, Bloodshed Walhalla, Ulfhednar.

Gli headliner Furor Gallico non hanno certo bisogno di presentazioni: sono ormai un gruppo storico della scena, freschi autori dell’ottimo Dusk Of The Ages uscito a gennaio per Scarlet Records. Per loro Roma è una tappa fissa a ogni tour, avendo calcato i palchi capitolini diverse volte sempre con un grande seguito.

I Kanseil sono un gruppo folk metal di grande impatto, per la prima volta a Roma. I ragazzi veneti hanno pubblicato due lavori intensi e personali, ricchi di strumenti tradizionali e con testi legati alla storia e alle leggende dall’altopiano del Cansiglio, loro terra d’origine.

A metà serata avremo sul palco i Sechem, band spagnola per la prima volta in Italia. Il loro oriental metal è ambientato nell’antico Egitto e melodie e testi ci porteranno indietro nel tempo tra mummie e antiche divinità grazie alle canzoni del nuovo disco Disputes With My Ba.

Ragnarok dei Bloodshed Walhallaè un album che non è certo passato inosservato ed è un grande onore avere al Traffic la one-man band di Drakhen. La storia inizia però oltre un anno fa, quando chiesi al polistrumentista lucano di reclutare dei session per suonare al Mister Folk Festival. Un anno dopo, ecco l’erede dei Bathory a portare il viking metal a Roma.

In apertura suoneranno gli Ulfhednar, band laziale ben nota in zona per attitudine e bravura sul palco e autori del disco Mortaliter nel 2017. Il loro black metal diretto ed efficace sarà un ottimo modo per iniziare il festival e svegliare tutti dal torpore.

Gli orari:
Apertura porte: 20:00
Ulfhednar: 20:30 – 21:00
Bloodshed Walhalla: 21:15 – 21:45
Sechem: 22:00 – 22:40
Kanseil: 23:00 – 23:40
Furor Gallico: 00:00 –

EVENTO FACEBOOK: https://www.facebook.com/events/283629015643670/

Le recensioni e le interviste delle band presenti nell’archivio del sito:

Furor Gallico – Dusk Of The Ages
Furor Gallico – Songs From The Earth
Furor Gallico intervista 2015
Furor Gallico intervista 2014
Kanseil – Fulìsche
Kanseil – Doin Earde
Kanseil – Tzimbar Bint (demo)
Kanseil – intervista 2018
Kanseil – intervista 2013
Sechem – Ren (EP)
Sechem intervista 2013
Bloodshed Walhalla – Ragnarok
Bloodshed Walhalla – Thor
Bloodshed Walhalla – Mather (EP)
Bloodshed Walhalla intervista 2019
Bloodshed Walhalla intervista 2017
Bloodshed Walhalla intervista 2015

Intervista: Bloodshed Walhalla

La pubblicazione di un nuovo sontuoso album, la decisione di suonare dal vivo e le riflessioni di un musicista che proprio non riesce a stare fermo: Drakhen è come al solito un fiume in piena e nelle sue risposte troviamo diversi spunti interessanti.

I Bloodshed Walhalla saranno tra i protagonisti della terza edizione del Mister Folk Festival, questo l’evento Facebook per saperne di più: https://www.facebook.com/events/283629015643670/

Il nuovo disco Ragnarok è uscito un anno e mezzo dopo Thor e sei mesi dopo l’EP The Walls Of Asgard: dove trovi tutta questa ispirazione ed energia per realizzare gli album?

Ciao Fabrizio e grazie per avermi dato questa possibilità, rispondere alle domande di Mister Folk è per me un grande onore e piacere. Partiamo dal presupposto che i Bloodshed Walhalla sono una one-man band e come tale ha solo una mente compositiva in azione. Questa mente lavora tutti i santi giorni e oltre ai doveri e piaceri quotidiani è sempre attiva per quanto riguarda il progetto Bloodshed Walhalla. Ogni giorno potrei scrivere una canzone e trovare il tempo necessario per pubblicarla nei canali necessari per permettere ai fan di capire sempre di più di che pasta siamo fatti. Di solito dopo la pubblicazione di un album – e in questo progetto ne sono stati pubblicati ben quattro – dato che non abbiamo altre necessità specialmente sul fronte live, inizio la stesura di nuovi inediti. La cosa mi risulta abbastanza semplice perché senza modestia un po’ ce l’ho nel cuore, e quando una cosa la senti tua in modo morboso tutto ti risulta facile. Ad oggi le cose però stanno cambiando significativamente perché i Bloodshed Walhalla sono scesi in campo per dire la propria anche sul fronte live, e credimi, quando inizi questo percorso tutto si complica maledettamente. Ma ormai ho preso questa decisione e per ora non torno indietro.

Ti rigiro la domanda: non credi che pubblicando tre dischi in un anno e mezzo non dai il tempo all’ascoltatore di “assorbire” la musica e di non valorizzare il lavoro svolto per realizzare ogni singolo album?

Se devo essere sincero questo è un aspetto curioso ed è un problema che non mi sono mai posto ed il motivo è molto semplice: quando ho iniziato l’avventura Bloodshed Walhalla mai mi sarei espettato di ricevere riscontri importanti dalla critica e dalla gente che ascolta viking metal. Evidentemente mi sbagliavo e forse qualcosa di buono l’ho fatto, e Ragnarok, che a mio avviso è un super album sfortunato, e poi ti spiego il perché, ne è la prova lampante. Ragnarok ha ricevuto super recensioni internazionali e non scherzo quando dico che sui miei canali mi scrive gente da tutto il mondo per congratularsi per il gran lavoro fatto. Ragnarok è uscito ad un anno esatto dalla pubblicazione di Thor che – anche se voi dite essere un grande album – per me è una merda al 90%. Odio questo album per la copertina che abbiamo proposto (non voluta da me), e sinceramente mi vergogno di proporlo al pubblico anche se il “guaio” è già fatto. Per questo motivo, che poi alla fine sono malintesi dovuti alla distanza nel collaborare su di un progetto, mi sono allontanato dalla casa discografica che mi ha rappresentato per tanto tempo e ho sentito la necessità di rimettermi in gioco il più velocemente possibile contattando altre etichette, e su questo sono stato veramente fortunato dato che sono stato contattato dalla romana Hellbones Records, che tanto crede nelle nostre capacità. Visto che Ragnarok era già sui miei file perché, come spigato prima, non riesco a stare fermo, non ho atteso più di tanto e Daniele (il boss dell’etichetta, ndMF) d’accordo con me, ha pubblicato il lavoro. I fan se ci vogliono bene – e ce ne vogliono – devono capire questa necessità e continuare a seguirci in maniera decisa ora ancora più di prima dato che ci stiamo proponendo anche su palchi importanti… per ora!!!

Già con Thor avevi dato prova di bravura nel realizzare canzoni dal minutaggio importante, ma con Ragnarok ti sei superato: sessantasei minuti di musica divisi in sole quattro canzoni! Come sono uscite fuori queste composizioni extra large e come ti sei reso conto che necessitavi di un grande minutaggio per portare a conclusione i brani?

Beh forse è il genere che lo richiede o perlomeno il mio genere, o per dirla tutta il genere intrapreso da alcuni artisti del settore. Penso che se vuoi raccontare qualcosa di importante hai bisogno per forza di cose di spazio e di tempo, non puoi parlare di qualcosa che per te è importante e sminuirla in breve con riassunti dei riassunti. Noi trattiamo di mitologia norrena e la mitologia norrena è vasta, IL RAGNAROK è vasto, non puoi spezzettarlo in breve, hai bisogno per forza di cose di esprimere concetti che non puoi tralasciare, noi poi ci abbiamo messo anche del nostro con una storia parallela che è raccontata nella nostra pagina ufficiale. Una sorta di concept album che è venuto fuori in maniera naturale, senza forzature, il lavoro è stato pensato e realizzato proprio come doveva essere. Ma questo viene da lontano. Dopo Legends Of A Viking e The Battle Will Never End (i primi due album, ndMF) sono stato non quasi accusato di aver emulato le musiche dei Bathory senza però sapere che quello era proprio il mio intento, e questo l’ho ammesso e spiegato tante volte. Già con Thor si è potuto costatare una tendenza nella costruzione delle song un po’ più elaborata, con un minutaggio di alcuni brani un po’ più lungo del normale. Ragnarokha confermato questa tendenza e l’ha accentuata maggiormente. Tendenza che diventerà realtà ancor di più nel prossimo lavoro dove chi ci ascolta dovrà sapere a priori che i Bloodshed Walhalla suonano e parlano musica in questa maniera e che possa piacere o no a me non interessa.

Leggendo i titoli delle canzoni e i testi appare chiaro il tuo legame con la mitologia scandinava; ti chiedo di raccontare di cosa parli nelle canzoni e se sono delle metafore per vivere l’oggi al meglio.

I quattro testi dell’album Ragnarok narrano la battaglia finale tra gli dèi e l’ordine del male e delle tenebre, dai primi segni alla distruzione del mondo e la sua rigenerazione. Naturalmente, oltre alla leggenda conosciuta grazie alle fonti, abbiamo aggiunto del nostro inserendo una storia parallela totalmente creata in base agli eventi. Nello specifico, Il dio Baldr, figlio di Odino, dopo essere stato ucciso dall’inganno di Loki, viene accolto nel regno di Hel. La regina del male ascoltando i pianti disperati provenienti da tutto il creato e le suppliche del dio Odino affinché il figlio fosse liberato, decide di imprigionare il padre di tutto nelle sue celle e spedire il figlio Baldr nel mondo dei vivi rendendolo così mortale e privo di forze: Odino accetta queste condizioni. Eliminando Odino la regina invia i segni premonitori che poi scaturiranno il Ragnarok. Odino intanto entra nei sogni del figlio ormai mortale e incosciente di tutto quello che è accaduto e che accadrà e gli rivela i suoi progetti, facendogli consegnare la sua forza, il suo cavallo Sleipnir, la sua lancia e il suo elmo. Baldr così dovrà donare il suo cuore mortale alle valchirie, e dopo la sua seconda morte potrà entrare nella Valhalla e capire finalmente qual è la sua reale identità! Baldr così dovrà raggiungere il regno di Hel e con le sue abilità e le armi di Odino dovrà annientare la regina del male e il suo esercito per così liberare il padre dalle celle nere. Il Ragnarok con Odino e i suoi figli può avere inizio! Questo racconto non ha nulla a che vedere con la vita attuale e non ci sono metafore che possano collegare due mondi che sono ben distinti e separati.

Musicalmente hai apportato delle modifiche alla tua musica: sempre di viking metal bathoriano si tratta, ma è palese l’influenza dei Moonsorrow e trovo che il senso della melodia sia debitore ai Falkenbach più ispirati. Infine, per l’utilizzo delle orchestrazioni, penso si possa fare il nome dei Turisas di The Varangian Way. Questi nomi sono accostabili alla tua proposta musicale e in quale direzione ti stai dirigendo?

Alla fine questa è la musica che ascolto tutti i giorni e che per forza di cose influenza senza volere un processo di crescita personale in ambito compositivo. Ricordo che i Bloodshed Walhalla nascono come cover band dei Bathory e ripeto che di questo ne vado fiero, il mio desiderio è sempre quello di essere considerato l’erede di una realtà oramai scomparsa nel 2004 con la morte del maestro Quorthon. Proprio per il fatto che nelle nostre canzoni vogliamo raccontare e non frammentare, si è deciso di intricare notevolmente le opere aggiungendoci quanto più di fantasy possibile possa uscir fuori dagli strumenti e dai testi, e come dicevo in precedenza riteniamo che ci sia bisogno di spazio e tempo per poter esprimere al meglio il nostro potenziale. La strada è ancora lunga perché sono solo a fare tutto ciò e solamente quando i lavori sono pronti può capitare che ti accorgi di aver sbagliato a fare qualcosa, c’è ancora tantissimo da lavorare sotto alcuni punti di vista e con i piedi per terra e consapevole dei limiti evidenti si va avanti e non si torna indietro. I prossimi lavori proseguiranno questo percorso di crescita e sono sicuro che ne sentirete delle belle ancora per molto tempo. Le critiche non mi spaventano e se devo dirla tutta il 90% delle recensioni di Ragnarok ci dà ragione.

La grande novità del 2019 è sicuramente l’aver iniziato a suonare dal vivo. Cosa hai provato a stare sul palco a suonare le tue canzoni davanti al pubblico?

Ho una paura fottuta di sminuire tutto quello che di buono ho costruito in questi anni. Per suonare dal vivo ci vuole troppa esperienza, cosa che noi non abbiamo, ma vi assicuro che ce la stiamo mettendo tutta. A volte mi chiedo se la decisione presa sia quella giusta e ancora oggi – anche se sono supportato da quattro stupendi ragazzi e musicisti – non ci sto ancora capendo un cazzo.

Cosa si deve aspettare uno spettatore dal concerto dei Bloodshed Walhalla?

Abbiamo esordito dal vivo all’Agglutination Roadshow 2019 che si è tenuto a Matera poche settimane fa, in pratica il fratellino dell’Agglutination, grandissimo festival internazionale che si tiene in estate nel cuore della mia terra, mica male come esordio! Qui ho notato qualcosa che mi ha fatto capire molto e che mi permette di rispondere alla tua domanda. Gli spettatori presenti hanno fatto casino quando c’era da far casino e hanno ascoltato incuriositi quando c’era da ascoltare attentamente cos’era proposto in quel momento. Quando i timidi ma determinati Bloodshed Walhalla sono saliti sul palco a mio avviso hanno incuriosito lo spettatore che ha ascoltato attentamente il lavoro di anni e anni di sacrifici, nello stesso tempo si è divertito come solo un metallaro sa fare quando è dentro la calca e in fine soddisfatto ha applaudito e apprezzato lo show proposto. Non si poteva chiedere di meglio.

La formazione live prevede ben tre chitarre: come mai una scelta così inconsueta? Come hai conosciuto e “arruolato” gli altri musicisti?

Bene, la risposta è semplice, io canto per i Bloodshed Walhalla ma fondamentalmente sono chitarrista e non mi saprei vedere sul palco senza chitarra, ma dovete capire che a volte chitarra e voce, specialmente nelle nostre canzoni, sono molto complicate da conciliare e quindi sono costretto a tralasciare particolari che in fase di registrazione abbiamo curato attentamente. Per questo mi limito alla ritmica e sporadicamente mi cimento in qualche assolo. Le parti che poi danno al brano la bellezza originale spetta agli altri due chitarristi che sanno bene come intrecciare le note e far rendere la canzone dal vivo come se la si ascolta sul cd. Il bassista e uno dei chitarristi sono miei fratelli di sangue e a loro devo tutto, il batterista e l’altro chitarrista sono dei ragazzi fantastici che abbiamo conosciuto e arruolato quando ci siamo divertiti nella parentesi come cover band degli Iron Maiden.

I Bloodshed Walhalla rimarranno sempre un tuo progetto personale o questa apertura verso i live potrebbe far diventare i Bloodshed Walhalla una vera e propria band?

I Bloodshed Walhalla sono una one-man-band e come dicevo prima, musicalmente parlando devo capire ancora chi sono. Vorrei fare tantissime cose, ma la vita insegna che bisogna tenere sempre i piedi per terra e rispettare le priorità che ti sono state donate. Continuiamo così, giorno dopo giorno e vediamo quello che succede, magari ci capita qualcosa che ci indirizza verso la via giusta o magari no. Per ora i Bloodshed Walhalla sono questo, domani non si sa.

Conoscendoti immagino che da quando hai finito la composizione di Ragnarok avrai già pronte delle nuove canzoni, è così? Stai preparando un nuovo disco/EP?

Il disco che sto preparando è ancor più sconvolgente e avvincente di Ragnarok. Rimanete in contatto con noi e se ci saranno le possibilità nel 2020 lo scoprirete.

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo? Ci sono band “giovani” che ti trasmettono qualcosa e che ascolto con piacere?

Ascolto sempre la stessa roba da secoli. Ho una chiavetta usb sul mio stereo che trasmette sempre gli stessi album e non mi stanco mai di farlo. Le band sono pressappoco quelle che hai citato all’inizio dell’intervista con l’aggiunta degli Iron Maiden, Manowar, Helloween, Pink Floyd, Motorhead e altri classici. Però se ho l’occasione di ascoltare un po’ di underground lo faccio veramente con piacere!!!

Lo sai che ci sono delle persone che usano la parola “maestro” quando parlano di te? Cosa gli vuoi dire per concludere l’intervista?

Che i maestri sono altri, i maestri sono chi ha creato e chi ha insegnato qualcosa. Io ringrazio di cuore chi mi definisce in quel modo, ma posso solamente definirmi un umile discepolo di chi veramente ha ispirato le mie creazioni e la mia voglia di fare musica. Infine ringrazio solennemente Mister Folk per questa bellissima chiacchierata e invito tutti voi che avete letto queste righe di seguire tutti i suoi canali perché sono veramente interessanti, con articoli, recensioni e distro ben fatte, colme di band come la nostra che hanno veramente tanto bisogno di visibilità e supporto. Grazie Mister Folk e grazie a tutti voi, che le saette di Thor vi sconvolgano la vita in positivo! Hail Viking!

Avathar – Bûrgulu Kû-Ghâra

Avathar – Bûrgulu Kû-Ghâra

2019 – full-length – Gollum’s Treasures

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Witch King: voce, chitarra, basso, drum programming – Scatha: tastiera, voce

Tracklist: 1. Pimeyden Aika – 2. Autumn Of Lothlorien – 3. Gloomweaver – 4. The Great Battle – 5. Kadotettu – 6. The Wind – 7. Tower Of The Moon – 8. Houses Of Pain – 9. To The Land Veiled In Mist – 10. Lost In The Waves – 11. Come Down With Us – 12. Nan Elmoth – 13. Sharp Glance

Non visto (Melkor, nda) giunse così finalmente nella buia regione di Avathar, angusto paese che si estendeva a sud della Baia di Eldamar alla falde orientali delle Peróri, e le sue lunghe e tristi spiagge si allungavano verso sud, prime di luce e inesplorate. Lì, sotto le nude pareti dei monti, accanto al freddo mare scuro, le ombre erano le più profonde e fitte che vi fossero al mondo; e in Avathar, in segreto e all’insaputa di tutti, Ungoliant aveva posto la propria dimora.

(J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion)

Il Tolkien metal, o Tolkien black metal, è un mondo tanto vasto quanto poco conosciuto. Alcuni gruppi sono riusciti a raggiungere il successo e a firmare con etichette leader del settore, altri sono invece relegati all’underground più oscuro e nascosto, portando avanti la fiamma tolkieniana senza chiedere altro se non la pubblicazione di un nuovo album di tanto in tanto. I finlandesi Avathar fanno parte di questa categoria: non si tratta certo di soldi o di “voler sfondare”, ma di sincera passione per i libri del Professore. Attivi dal 2000, raggiungono con questo Bûrgulu Kû-Ghâra la cifra di tre album pubblicati, a ben tre lustri dalla coppia Shadows e Where Light And Shadow Collide, quindici anni di attesa parzialmente mitigata da una manciata di demo rilasciati in cento copie a volta. Ma anche dall’ultimo demo dal titolo Dark Paths di anni ne sono passato ben nove e il sospetto che il duo di Ojakkala fosse arrivato al capolinea era più che plausibile, mentre a sorpresa – e grazie al supporto della Gollum’s Treasures, etichetta che lavora solo con band a tema tolkieniano e fantasy – vede la luce questo monumentale Bûrgulu Kû-Ghâra, lavoro ambizioso e ricco di canzoni ispirate, a cavallo tra epic metal, black metal e qualche reminiscenza folk.

Bûrgulu Kû-Ghâra è un album composto da tredici canzoni per una durata complessiva che supera i novanta minuti. Proprio la durata è l’unico neo di un disco in grado di emozionare ed eccitare in più punti, capace di far vivere sulla pelle dell’ascoltatore le vicende narrate in Autumn Of Lothlorien o in The Great Battle:

Beneath the blackened sky
Where the shadows lie
Morgoths reign of darkness and pain
Will end in the fire forged by the One

Non passa inosservata l’oscura Gloomweaver che contrasta non poco con la successiva The Great Battle, brano che esprime musicalmente tutta l’epicità e la drammaticità di una battaglia nella Terra di Mezzo con un tocco alla Manowar nella melodia della strofa. Di tutte le composizioni, Tower Of The Moon (tratta dal demo del 2008 From The Other Side) è quella che convince in meno, ma gli Avathar si riprendono subito con la doppietta Houses Of Pain / To The Land Veiled In Mist, ma è in realtà tutta la seconda parte di Bûrgulu Kû-Ghâra a funzionare bene e non mostra momenti meno intensi di altri. La produzione aiuta la buona riuscita del full-length: i suoni pastosi e robusti portano la musica a un livello di epicità incredibile e le chitarre in particolare godono della giusta brillantezza pur in un contesto tendente al dark. Gli oltre dieci minuti di Sharp Glance chiudono degnamente il ritorno degli Avathar, un brano che mescola tutti gli ingredienti del duo finlandese ed ennesima dimostrazione di bravura per Witch King e Scatha.

Da una parte è comprensibile il desiderio di inserire più canzoni possibili in un disco che vede la luce dopo che l’ombra sembrava essersi impossessata della carriera degli Avathar, ma ascoltare l’intero disco tutto d’un fiato è cosa tutt’altro che semplice anche se, quando ci si riesce, è una gran soddisfazione. Delle tredici tracce, sette sono inedite, mentre le restanti sono prese (e ri-registrate) dai demo prima menzionati: un lavoro di recupero giusto perché queste canzoni sono tra le più ispirate del cd e sarebbe stato un peccato lasciarle da parte. Da fan della musica e potenzialmente interessato alla proposta degli Avathar, avrei preferito il formato doppio cd con nel primo disco gli inediti e nel secondo le ri-registrazioni dei vecchi brani; tra l’altro i due cd avrebbero avuto entrambi una durata di circa quarantacinque minuti ciascuno. Questo però non cambia di certo il giudizio più che positivo su Bûrgulu Kû-Ghâra, un album che non può mancare nella collezione degli appassionati del Tolkien metal, interessante dal punto di vista lirico e ricco di canzoni in grado di far tremare anche gli Uruk-Hai di Saruman.