Nuovo libro e sito in pausa

Il mio nuovo libro prende sempre più forma e la data di consegna all’editore si avvicina. Per questo motivo il sito Mister Folk si prende una piccola pausa di circa due mesi: ritorno previsto per i primi di maggio!

Al momento posso anticipare che il libro sarà disponibile nelle librerie nel mese di luglio (ma chiaramente lo potrete trovare anche nello store di Mister Folk Distro e su Amazon) e che tratterà di musica metal.

Mister Folk tornerà con una montagna di recensioni, articoli e interviste… anche un po’ diverse dal solito.

Folk on!

DUIR – T.S.N.R.I. – Impermanenza

DUIR – T.S.N.R.I. – Impermanenza

2022 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Giovanni De Francesco: voce – Leonardo Cunico: chitarra – Mirko Albanese: chitarra – Andrea Zanini: basso – Matteo Polinari: batteria – Thomas Zonato: cornamusa, ghironda, low whistle

Tracklist: 1. Parerga – 2. Essere Dio – 3. Cenere Di Sogni – 4. Sentieri Non Tracciati – 5. Solitudine

Attivi dal 2013, i Duir arrivano ora al debutto su lunga distanza con T.S.N.R.I. – Impermanenza, lavoro autoprodotto che mostra una band matura e personale. La formazione veneta ha esordito nel 2014 con il demo Tribe per poi pubblicare quattro anni più tardi l’EP Obsidio, entrambi buoni per approcciarsi al sound di De Francesco e soci, a volte aspro e graffiante, e capire l’evoluzione musicale che ha portato il sestetto a realizzare l’album in esame. Pur non stravolgendo le cose, è evidente come i musicisti abbiano maturato esperienza in questi anni, sfornando un disco valido e fresco pur non inventando nulla: metal estremo, vicino al black per oscurità e non per velocità, strumenti folkloristici e melodie mai scontate e presenti solo nei momenti giusti, sono alla base della riuscita delle quattro tracce che compongono T.S.N.R.I. – Impermanenza.

Dopo l’intro Parerga si scatena l’ottima Essere Dio, composizione che alterna momenti ieratici ad altri sinistri e cupi senza mai, però, perdere di vista l’obiettivo finale: le accelerazioni e rallentamenti della sezione ritmica, uniti agli strumenti a fiato di Thomas Zonato, donano dinamicità al pezzo, convincente in ogni momento. Cenere Di Sogni vede protagonista la cornamusa dopo una breve prima parte quasi shoegaze, la cornamusa però non ha né lo spazio né le sonorità riscontrabili nel folk metal in quanto in questo contesto è più di accompagnamento e preziosa nel riempire gli spazi lasciati dagli altri strumenti. Il risultato è delizioso ed elegante, un bel contrasto con le urla e le parti tirate black metal della canzone. Il titolo della quarta traccia, Sentieri Non Tracciati, sembra riferirsi alla direzione musicale dei Duir, coraggiosi (e bravi) a unire strumenti folk e metal estremo senza per questo ricalcare la strada percorsa da altri act europei. La conclusiva Solitudine vede la chitarra maggiormente in mostra e il break che si ha dopo aver scollinato metà canzone porta una ventata di freschezza a un album che suona spesso claustrofobico. Tornano la voce sporca e i riff pesanti delle sei corde, ma l’atmosfera è ormai cambiata e sembra vedere un po’ di luce in lontananza. In questo modo termina l’ascolto di T.S.N.R.I. – Impermanenza, sorprendente e pericoloso disco che porta a fare i conti con se stessi.

I Duir hanno fatto il classico passo in avanti, diventando una band dal suono personale e riconoscibile, capaci di realizzare canzoni dalla lunga durata che però scorrono velocemente e a fine ascolto di T.S.N.R.I. – Impermanenza si pensa “ma è già finito?”, spingendo di nuovo il tasto play. Non era facile fare tutto questo, ma la formazione veneta ha lavorato duro e i risultati sono sotto gli occhi di tutto. Il folk black metal ha una nuova declinazione e, con un punta di orgoglio, possiamo dire che è tutta italiana.

Intervista: Dawn Of A Dark Age

Vittorio Sabelli, mente e cuore dei Dawn Of A Dark Age, non smette di stupire, e così dopo l’ottimo La Tavola Osca ha pubblicato un disco forse anche migliore, ovvero l’eccellente Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C., lavoro che ha meritatamene ricevuto gli elogi di pubblico e stampa. Musica e storia vanno a braccetto – così come clarinetto e metal estremo – e Vittorio ci racconta tutto quel che c’è da sapere su un disco che dovreste assolutamente far vostro.

Per prima cosa ti faccio i miei complimenti per quanto realizzato con Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C.. Sei riuscito nell’impresa di realizzare un disco di altissima qualità dopo il già ottimo La Tavola Osca. Vuoi parlarci della sua realizzazione?

Quando inizio un progetto parto sempre da un’idea base e cerco di svilupparla fino a che non ne esaurisco ogni possibilità. Su Le Forche Caudine è molto evidente questo approccio, già sperimentato nel precedente La Tavola Osca e in maniera diversa e meno evidente su Spirit/Mystèrès. Lavorare sulla ‘lunga distanza’ (ossia una vicenda che si snoda per 38 minuti di Forche, dal primo all’ultimo secondo) mi porta a pensare in maniera minimalista il materiale ‘base’. Per materiale base intendo l’uso di alcuni riff (pochi) e/o cellule ritmico/melodiche che diventeranno le fondamenta sulle quali poi mi diverto a costruire il palazzo e a svilupparle a seconda di dove voglio portare la musica e di dove mi conducono gli eventi, passo dopo passo. Per Forche dovevo cambiare prima di tutto strumentazione e metodo rispetto al precedente La Tavola Osca, sia per l’epicità dell’argomento che per l’ambiente che volevo ricreare. Se su La Tavola Osca c’era l’Antico Rituale che voleva ricreare un ambiente austero durante il quale si veneravano gli Dèi, su Forche volevo far emergere l’altro lato del popolo italico: ossia quello guerriero.

Perché nel titolo oltre al 321 a.C. c’è il 2021 d.C.?

Sono sempre stato attratto dai numeri, dalla simbologia, il misticismo e sono fatalista. Non credo che sia casuale la composizione e l’uscita di Forche nell’anno del 2300esimo anniversario da quel grandioso evento che rese i Sanniti alla storia e segnò con disonore il destino dei Romani. In pochi si sono ricordati di questo grandioso avvenimento in un anno senz’altro particolarmente difficile come il 2021, ma era doveroso dedicare una ‘targa’ in memoria dei miei antenati per quella che probabilmente è stata la loro più grande impresa!

Girando per i siti e sui social è facile incontrare pareri entusiastici nei confronti della tua musica: senti a volte la pressione di dover sfornare ogni volta un disco di altissima qualità?

Avere un feedback, una recensione o un parere da parte di chi segue e ascolta Down Of A Dark Age è sempre interessante. Sono consapevole che la proposta e le strade che ho deciso di percorrere con La Tavola Osca e Le Forche Caudine possono minare chi non ha particolarmente voglia di scoprire o ‘impegnarsi’ in nuovi modi di ascoltare, ma sto cercando nuovi approcci compositivi per raccontare storie e memorie dimenticate, e cerco di farlo nel modo più sincero possibile. Personalmente credo sia alla base dello stimolo e della gratificazione personale spendere mesi, anni su un progetto che non uscirà fin quando l’ultima nota non mi soddisfa al 100%. Quello che poi l’ascoltatore percepisce è la parte più intrigante, che fa sì che un disco raggiunga cuori e menti che magari si appassionano, viaggiano in altre epoche e mondi, e questo per me vuol dire aver raggiunto la mia gratificazione personale, che poi si traduce in stimoli per continuare. Quindi più che un discorso di pressione nel dover tirar fuori un disco ‘più bello’ o ‘catchy’ del precedente, penso di portare il nuovo progetto verso nuove direzioni finora inesplorate. Questa è l’unica pressione che mi impongo da sempre.

Ti aspettavi questo tipo di riscontro da parte di webzine e ascoltatori?

Sono rimasto davvero sorpreso dalla reazione delle diverse webzine, sia leggendo le recensioni che vedendo Le Forche Caudine nelle preferenze dei migliori dischi 2021 per moltissime redazioni e siti online. Sinceramente non mi aspettavo un così alto riscontro, e tali riconoscimenti cerco di trasformarli in ulteriori stimoli per continuare a far sempre meglio.

Come ti sei mosso tra le tantissime pubblicazioni che trattano delle Forche Caudine? Ci sono dei testi in particolare che hai preso come fonti primarie? Come per La Tavola Osca hai provato ad essere più vicino alla realtà o visto che si tratta di una battaglia ti sei preso delle piccole libertà artistiche?

Partiamo dalla fine: cerco di essere sempre il più fedele possibile alle vicende storiche. Anche se parliamo di eventi accaduti oltre 2300 anni fa è quasi impossibile avere fonti ‘certe’ su tali avvenimenti. Paradossalmente mentre per la Tavola Osca abbiamo già la Sua parola incisa su bronzo, con le Divinità e i Rituali che dovevano svolgersi ciclicamente nel corso delle stagioni, riguardo la battaglia delle Forche Caudine le uniche informazioni che abbiamo ci provengono per mano dei nemici, oltretutto risalenti a secoli dopo sul libro VII di Ad Urbe Condita di Tito Livio (dal quale ho ripreso la scena di quando Gaio Ponzio manda a chiamare suo padre Herennio perché lo consigliasse nel decidere la sorte dei 16 mila legionari intrappolati tra le gole del Sannio). Oltretutto sappiamo che la storia la scrivono i vincitori, quindi anche le parole e i passi di Livio vanno considerati con molta attenzione. Preferisco risalire alla memoria storica di studiosi, appassionati e scrittori, che puntualmente contatto a seconda dell’argomento trattato. Se sulla Tavola Osca lo scrittore/storico Nicola Mastronardi mi ha dato informazioni utili per decifrare Rituali e Divinità sulla tavola stessa, per Forche devo ringraziare pubblicamente Luciano D’Amico, che mi ha condotto più di una volta sul posto dell’agguato e che mi ha guidato alla scoperta di come devono essere andate le cose in quel giorno di primavera di 2300 anni fa. L’arrivo dei romani diretti in Puglia e la preparazione minuziosa della trappola. Oltre ad altre storie meno conosciute che hanno senz’altro alimentato l’odio dei romani verso i Sanniti, che culmina con lo sterminio di Porta Collina dell’82 a.C. per volere del dictator Cornelio Silla.

Ho trovato Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C. più dinamico e “scorrevole” del precedente La Tavola Osca: è così anche per te?

Ogni disco, ogni storia che decido di affrontare mi porta a esplorare sentieri sempre diversi, sotto tutti i punti di vista. Non so se Forche è più scorrevole, ma senz’altro l’aggiunta della batteria di Emanuele Prandoni ha dato un grandissimo contributo. Gli argomenti tra i due dischi sono completamente diversi e la ritualità statica della Tavola rispetto all’agguato ai romani hanno senz’altro portato a differenziare nettamente i due album, sia sotto il profilo della scrittura che come strumentazione e arrangiamenti. Quindi fuori flauti e voce lirica femminile che erano importanti su Tavola e dentro tromboni, contrabbasso, percussioni etniche e coro di uomini in marcia su Forche. Il prossimo disco avrà ancora moltissime sorprese rispetto ai precedenti…

Giochiamo un po’: potendo tornare indietro nel tempo, parteciperesti come guerriero alla battaglia delle Forche Caudine, rischiando però di morire realmente?

Questa è una gran bella domanda per la quale c’è una sola risposta possibile. Pare che i Sanniti Pentri fossero i ‘peggiori’ nemici dei Romani e i più testardi e pieni di orgoglio e onore. Non si arresero a Roma nemmeno sull’orlo dello sterminio e mai si sottomisero. Quindi l’ultima scena del disco che ripercorre la marcia finale dei vincitori con l’esercito che intona “Onore e gloria” è senza dubbio la migliore risposta.

Anche per questo disco è stata realizzata una special edition a dir poco bella: ce ne vuoi parlare?

A differenza de La Tavola Osca la special edition l’ho voluta curare personalmente per le 99 copie, e ci tenevo che fossero diverse l’una dall’altra, al di fuori dei contenuti musicali. Per la prima volta c’è una tape contenete le fondamenta, le prime prove fatte per Forche, oltre a delle foglie provenienti dal Sannio e altro materiale, compresa un’antica mappa della Valle Caudina. Naturalmente il guerriero Sannita sulla copertina della musicassetta è l’emblema del disco e altri piccoli particolari sono presenti, come il certificato di autenticità firmato… Davvero un gran lavoro per bruciare gli spartiti e plastificarli, ritagliare le mappe, personalizzare il sacchetto esterno con il laccio in cuoio, il tutto in linea con la mia idea di Black Metal, prettamente homemade.

Gli ultimi tuoi lavori hanno tematiche storiche/archeologiche: continuerai su questa strada per il prossimo disco? Hai qualche anticipazione da poter dare?

Mi fa estremamente piacere che ci sia curiosità sulla prossima uscita, ma non posso far trapelare niente a riguardo almeno fino a quando non avrò alcune conferme. L’unica cosa che posso dirti è che avrà (ancora) a che fare con la mia terra e i miei antenati. Sotto che forma e argomento è ancora prematuro per svelarlo…

Dawn Of A Dark Age in concerto, magari per pochi selezionati eventi. Potrà mai accadere?

Difficile ma non improbabile, senz’altro non in questo periodo dove sto portando avanti oltre Dawn Of A Dark Age altri progetti che a breve vedranno la luce, uno dei quali avrà una vera e propria leggenda del black metal come ospite. Vedremo in futuro!

Vittorio, è sempre un piacere parlare con te e soprattutto è un piacere ascoltare la tua musica. Vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori?

Il piacere è reciproco, grazie a te e Mr.Folk per divulgare storie di altri tempi della penisola italica (e non) e l’unica cosa che posso aggiungere è che noi band underground ci teniamo in vita grazie al vostro supporto, e proviamo sempre a tenere alta la qualità della proposta. Se vi piace il nostro modo di fare musica e raccontare le storie dei nostri antenati vi consiglio di fare un giro sulla nostra pagina Bandcamp: https://dawnofadarkage.bandcamp.com/ Alla prossima!

Ereb Altor – Vargtimman

Ereb Altor – Vargtimman

2022 – full-length – Hammerheart Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra – Ragnar: chitarra – Mikael: basso Tord: batteria

Tracklist: 1. I Have The Sky – 2. Vargtimman – 3. Fenris – 4. Rise Of The Destroyer – 5. Alvablot – 6. Den Dighra Doden – 7. Ner I Mörkret – 8. Heimdals Horn

Nel corso degli anni gli Ereb Altor si sono distinti grazie a una bella serie di dischi che dire riusciti è dire poco. Lavoro dopo lavoro hanno saputo trovare una propria direzione che ha reso la musica di Mats e Ragnar personale e riconoscibile pur facendo trasparire le influenze più importanti, prima tra tutte quella dei divini Bathory: che sia il periodo black o quello viking non fa differenza, in quanto gli Ereb Altor hanno unito le due anime di Quorthon realizzando gioiellini di metal potente ed epico come Nattramn e Ulfven. Il nuovo Vargtimman non fa eccezione in quanto nei quarantatré minuti del nuovo disco sono ben distribuite le forze nelle otto canzoni, con brani veloci che si alternano ad altri maggiormente cadenzati e solenni, fino alla fusione delle due anime come nella riuscita Rise Of The Destroyer.

La canzone d’apertura I Have The Sky è nel classico stile viking metal degli Ereb Altor, solenne e muscolosa, nella quale è presente l’ospite Lars Nedland “Lazare” (Borkagar, Solefald) all’hammond, il quale contribuisce alla buona riuscita del pezzo. La title-track è oscura e in parte cantata in scream, dall’atmosfera cupa e inquietante nel break narrato: la struttura è dinamica e i cambi di velocità amplificano il senso di insicurezza che si prova ascoltando il brano. Con Fenris ci troviamo ad ascoltare quella che può essere eletta migliore composizione del disco: il ritornello si memorizza fin dal primo ascolto, le melodie sono orecchiabili e mai banali, il mood si fa sempre più epico ad ogni passaggio, tutto funziona alla perfezione. La già citata up-tempo Rise Of The Destroyer è l’unione della vena black con quella viking e il risultato è convincente in tutti i quattro minuti di durata. Si cambia registro con la doomy Alvablot, cadenzata e arricchita dal bel doppio cantato pulito, canzone che deve qualcosa agli Isole, band doom metal parente degli Ereb Altor poiché che vede coinvolti proprio Mats e Ragnar. Con Den Dighra Doden sembra di vivere un racconto spaventoso del folklore svedese, dove creature notturne e luoghi minacciosi si uniscono per farci perdere il sonno. Con questo brano gli Ereb Altor sperimentano più di quanto abbiano mai fatto in passato e il risultato è interessante pur non essendo la migliore traccia di Vargtimman. I sei minuti di Ner I Mörkret sono introdotti da un arpeggio che viene presto sovrastato dal basso e dai fill di batteria prima e dalle ritmate chitarre elettriche poi. Il crescendo è lento ed efficace, ma non arriva mai “l’esplosione” che ci si potrebbe aspettare, proseguendo con stop’n’go, ritornelli clean e parti irregolari che riescono a far rimanere attento l’ascoltatore per tutta la durata della canzone. Heimdals Horn chiude la tracklist di Vargtimman e lo fa con un tocco di maestosità, tra outro e canzone vera, un drammatico finale nel quale Heimdall suona il suo corno Gjallarhorn annunciando l’inizio di Ragnarok.

Vargtimman è disponibile in vari formati, ma quello che forse può destare maggiore interesse è il digipak due cd, ovvero con incluso l’EP Eldens Boning uscito nel corso del 2021 solo in formato vinile. Gli Ereb Altor hanno fatto di nuovo centro e anche se non siamo al cospetto del loro miglior lavoro è comunque un ottimo esempio di viking metal, gioia per chi ama queste sonorità e gustosa porta d’ingresso per chi ci si avvicina per la prima volta.

Gate – Nord

Gate – Nord

2021 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Gunnhild Sundli: voce, violino – Magnus Børmark: chitarra, percussioni, voce – Sveinung Sundli: hardingfele, organo, percussioni, voce – Jon Even Schærer: percussioni, voce

Tracklist: 1. Solfager And Ormekongen – 2. Svik – 3. Hemnarsverdet – 4. Horpa – 5. Talande Tunger – 6. Rideboll Og Gullborg – 7. Sigurd Og Trollbrura – 8. Kjærleik – 9. Jomfrua Ingebjørg – 10. Sjåaren

Nel giro di pochi mesi i Gåte hanno pubblicato un EP (Til Nord, aprile 2021) e il presente album, segno che la band norvegese è più attiva che mai e che intende tornare a far parlare di se come accadeva prima della lunga pausa presa quando erano all’apice del successo con dischi in testa alla classifica e prestigiosi premi in bacheca. Con Nord Gunnhild Sundli e soci continuano la strada intrapresa con la precedente pubblicazione, esplorando ancor di più le possibilità acustiche della band e arrivando forse al punto massimo, decidendo – come spiegato nell’info sheet di corredo al promo – di cambiare rotta per il prossimo disco, presagio forse di un ritorno agli strumenti elettrici.

I quarantasette minuti di questo album sono molto intensi, ricchi di momenti particolarmente emozionanti e d’impatto: difficile restare indifferenti a una Horpa da pelle d’oca che ricorda i migliori Bergtatt o ai ritmi cadenzati di Rideboll Og Gullborg con il magico cantato della Sundli a guidare l’ascoltatore nei meandri del proprio io. Da menzionare la canzone Solfager And Ormekongen posta in apertura, manifesto musicale dei Gåte odierni, maestri nel creare brani inediti ma anche di riadattare a proprio piacimento melodie folk della propria cultura (la già citata Rideboll Og Gullborg) al fine di realizzare canzoni con uno stile preciso e immediatamente riconoscibile. Jomfrua Ingebjørg e Svik suonano drammatiche, in grado di scavare dentro di noi senza la minima compassione: sono tracce che esaltano l’aspetto maggiormente intimo della band, brava più che mai a penetrare e colpire a suon di note e vocalizzi di rara intensità. La lunga Hemnarsverdet ha rimandi ambient simil Wardruna, ma qui la musica è più ritmata e ariosa, mentre Kjærleik, nella sua bellezza suona sinistramente festosa per gli standard del gruppo. Molto bella è anche Sigurd Og Trollbrura, in italiano traducibile come “Sigurd e la moglie dei troll”, una storia del folklore norvegese che racconta del cavaliere Sigurd che sotto mandato del re deve recuperare la figlia rapita dai troll. Nord si conclude con Sjåaren, delicata e dal sapore dolce, una ballata che lascia speranza per il futuro: guardando il cielo si vedono ancora le nuvole scure che minacciano pioggia, ma nel cuore sappiano che presto si allontaneranno facendo tornare la luce su di noi.

Il disco dei Gåte non è solo (ottima) musica, ma un viaggio emozionante e a tratti difficile nei sentimenti e nelle paure che portiamo con noi giorno dopo giorno. Le dieci tracce di Nord sono tutte valide e la prestazione dei singoli musicisti ineccepibile. Oltre alla bravura qui c’è tanto cuore e un album del genere non si può far a meno di amarlo.

Intervista: Hand Of Kalliach

Abbiamo incontrato gli Hand Of Kalliach lo scorso anno grazie all’EP di debutto Shade Beyond e qualche tempo fuori è venuta fuori un’intervista bella e interessante (la potete leggere QUI). Ora la coppia scozzese torna a raccontarsi e a raccontare della splendida Scozia grazie all’album Samhainn, rilasciando un’intervista dove non solo ci svelano musica e testi del disco, ma anche i piani futuri della band e si lasciano andare a consigli turistici da appuntarsi assolutamente.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara “Piske” Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ci troviamo di nuovo a parlare a un anno di distanza dalla precedente volta. L’EP è passato e ora avete pubblicato il disco di debutto: come siete arrivati a Samhainn?

Sophie: Sì infatti, e grazie mille per averci fatto tornare per un’altra chiacchierata! È giusto dire che è stato un anno abbastanza folle per noi. L’EP Shade Beyond non era qualcosa dal quale ci saremmo mai aspettati di ottenere molto interesse, ma in realtà ha catturato l’attenzione di alcune persone e siamo stati naturalmente soddisfatti da ciò, e ci ha incoraggiato a scrivere il full-length.

John: Sì, penso che potremmo averlo detto l’ultima volta che abbiamo parlato l’EP era davvero un progetto passionale dal quale sicuramente non ci aspettavamo di ottenere molta attenzione – abbiamo fatto noi stessi molto della produzione, ed eravamo molto sperimentali nel nostro approccio. Mentre siamo ancora soddisfatti di Shade Beyond per quello che è, con Samhainn abbiamo voluto ottenere una produzione di qualità superiore e fare davvero un tentativo ‘serio’ di fare un album completo, e siamo stati molto onorati dalla reazione ad esso.

Per il disco fisico vi siete affidati a Trepanation Recordings: come siete giunti all’accordo e come vi state trovando?

Sophie: Ci siamo originariamente approcciati alla Trepanation Recordings per vedere se fossero interessati nel produrre alcune copie dell’EP Shade Beyond. Dan è stato davvero di supporto al nostro sound e ci ha gentilmente preso per i CD, e abbiamo avuto una così bella esperienza con lui che è stato un gioco da ragazzi quando si è offerto di fare anche i CD per Samhainn.

John: Sì, Dan alla Trepanation è stato assolutamente brillante. Supporta un sacco di progetti strani, oscuri e inusuali come il nostro che altrimenti potrebbero non avere molta esposizione mediatica. Lui è molto ragionevole con i contratti, ed è generalmente una gran brava persona. Attualmente suona il basso nei Mastiff (un’eccellente band sludge/death inglese) che ha suonato ad Edimburgo recentemente, quindi l’ho conosciuto di persona al concerto che è stato fantastico.

Potete dirci qualcosa sulle copertine dell’EP e del disco di debutto e cosa rappresentano? Chi è l’autore?

Sophie: per quei tuoi lettori che potrebbero non conoscerci, il nome “Hand of Kalliach” è un gioco di parole sul nome di un’antica dea-strega dell’inverno della mitologia scozzese “Cailleach”. Lei è spesso rappresentata come una vecchia strega, ma a volte prende la forma di una donna bellissima, e si manifesta dalle profondità per dare inizio all’inverno. Molta della nostra musica è centrata intorno al tema contorto di benevolenza e malevolenza che lei rappresenta nella mitologia, e volevamo che questo venisse fuori nell’artwork. In realtà abbiamo realizzato l’artwork dell’EP da soli con uno degli amici di John, in realtà è una fotografia di inchiostro bianco in un grande serbatoio d’acqua con le luci spente!

John: per entrambi gli EP e per l’album volevamo davvero catturare l’atmosfera pesante, con riferimenti al mare, alle stagioni e al tempo, con il tema centrale di un’interpretazione astratta di una dea dalle sembianze di Cailleach. Con Samhainn abbiamo avuto un artista professionista che sui social si chiama VHummel per fare l’artwork, che amiamo assolutamente. Di nuovo, rappresenta una figura femminile simile a Cailleach, questa volta con molti più riferimenti alla mitologia dietro di lei -in questo caso, è ritratta come giovanile, che abbiamo ritenuto opportuno per l’inizio del suo regno stagionale durante l’inverno che Samhainn celebra. Sta portando le cose che usa per portare il freddo dove cammina, e un martello con il quale da forma all’orizzonte e alle montagne. Di nuovo, crediti a VHummel -gli abbiamo dato un sacco di opzioni da includere ed è riuscito ad includerle tutte!

Il disco suona compatto e credo che abbiate raggiunto uno stile tutto vostro che vi caratterizza e vi rende subito riconoscibili. Siete d’accordo con me?

Sophie: È bello da sentire, grazie! Sì, volevamo davvero che questo fosse focalizzato su uno stile principale, piuttosto che sul nostro EP molto più vario.

John: Sono d’accordo, grazie! Benché ci siano ancora molte influenze nel nostro sound, questo è moto più condensato ed è molto positivo sapere il fatto che hai trovato il sound immediatamente riconoscibile. Lo prendiamo come un complimento quando giornalisti e recensori hanno detto che hanno difficoltà a categorizzarci, che se tutto va bene suggerisce che è qualcosa di diverso.

Quali sono a vostro avviso i brani migliori del disco?

Sophie: Bella domanda, visto che ci dividiamo sulle nostre preferite- la mia è Solach Neònach seguita da vicino da The Lull of Loch Uigedail, ma quelle di Jon sono Roil e Return to Stone. Detto questo, siamo stati piacevolmente sorpresi del fatto che non ci sia reale consenso tra gli ascoltatori su quali siano le migliori –Each Uisge possibilmente è appena avanti nella popolarità nello streaming, ma è una cosa vicina.

John: Quando tentiamo di decidere quale traccia rilasciare per il lancio dell’album continuiamo a discutere le opzioni. Quindi, come in tutti i matrimoni sani, giungiamo ad un “compromesso” e scegliamo le preferite di Sophie…!

Mi è piaciuta molto The Lull Of Loch Uigeadail: di cosa parla e cosa potete raccontarci a proposito della sua creazione?

John: È veramente bello da sentire -mettere una traccia lenta nel mezzo di un disco heavy è un azzardo, ma abbiamo avuto una risposta positiva a essa. Questa è una traccia veramente diversa per noi, e fu inizialmente scritta come prima parte di una traccia più grande che consisteva in questa traccia e nella successiva, Ascendant. Potresti notare che la melodia che la chitarra inizia a suonare circa a metà di Lull… è quasi identica al riff alto di Ascendant, con l’outro di batteria di questo che raddoppia il ritmo nel successivo. Abbiamo però deciso di dividerle, a volte si può desiderare di ascoltare uno e non l’altro a seconda dell’umore, in quanto è un grande cambio da tutto questo.

Sophie: Loch Uigeadail è un lago sull’isola di Islay al largo della costa ovest della Scozia, da dove viene la famiglia di John. Il nome viene tradotto più o meno con “il laghetto misterioso” e questa traccia è come un’interpretazione di come ha guadagnato quel nome. Come per molte delle nostre tracce, i testi sono abbastanza astratti ma sono dalla prospettiva del fondo del lago, in un posto di relativa calma. Volevamo costruire un’impressione di echi vorticosi di rabbia e calore residuo dalla fine improvvisa di “Cinders” e catturare quel fondo emotivo che può seguire un periodo prolungato di angoscia, rabbia o sforzo, e trovare un livello di pace in mezzo al dolore, chiamandoti a riposare nel profondo. Tutto ciò precede il riprendersi di Ascendent, che sale metaforicamente dalle profondità oscure, traboccante di determinazione.

Ho trovato le ultime due tracce del cd un po’ diverse dalle altre e ho pensato che per le prossime release il vostro sound si potrebbe arricchire di qualche nuova sfumatura. Volete parlarci di Trail Of The Beithir-Nomh e Return To Stone?

John: Certo, insieme a Each Uisge, Trial of the Beithir-Nimh è una traccia basata sulla creatura omonima dalla mitologia scozzese. “Beithir-Nimh” (pronunciato “beh-hir niv”) tradotto come “serpente velenoso”, che è un drago con dodici zampe e senz’ali nascosto nelle caverne e nei burroni sotto le montagne delle Highlands. Proprio come il folklore dei draghi più tradizionale, hanno giocato a giochi contorti con viaggiatori disattenti, e le storie dicono che punge le sue vittime prima di farle precipitare verso lo specchio d’acqua più vicino. Se le vittime vincono vivono, se perdono muoiono. Si credeva si formassero durante le tempeste di fulmini dai cadaveri dei serpenti che sono stati tagliati in due dagli umani, e alcune storie raccontano che una volta Cailleach stessa prese la forma di un Beithir-Nimh essendo stata uccisa dai cacciatori mentre era nella sua forma umana. Il riff in 12/8 è stato scritto per emulare le dodici zampe che si muovono velocemente giù per le scogliere, in una sorta di corsa disperata e malferma.

Sophie: Return to Stone è un altro riferimento alla mitologia di Cailleach. Essendo tornata in vita a Samhainn in tempo per regnare sui mesi invernali, alla fine della stagione si trasforma in pietra a Beltltainn, al di sotto delle profondità del vortice di Corrywreckan. Volevamo creare un’atmosfera da atto finale guardando l’abisso, come se il Cailleach e/o il protagonista riflette su tutti gli orrori della loro esistenza invernale e si prepara alla fine. I laboriosi colpi di martello che riecheggiano sullo sfondo all’inizio, insieme al ritmo “doom-esque”, dovevano creare una sorta di aria cupa, fredda e determinata.

Cosa ci dite di Òran na Tein’ éigin?

John: “Òran na Tein’-éigin” (pronunciato “oran na chehneh ey-gyn”) tradotto come “Canzone del bisogno di fuoco”, un vecchio rituale nel quale si spegnevano tutti i fuochi in un villaggio e poi si riaccendevano con le torce di un unico falò. I paesani usavano le corde per girare un enorme tronco eretto per usare l’attrito per accendere il fuoco, ed era un rituale usato per bandire le pestilenze, gli spiriti maligni, o qualsiasi altra forza maligna fosse percepita come in grado di colpire i cittadini.

Sophie: Questa è probabilmente la nostra traccia più “esterna” musicalmente, poiché fonde molti elementi black metal con una forma di musica scozzese chiamata “puirt-a-beul”. È un canto molto rapido, melodico, con molto del ritmo e della ripetizione. Accettiamo pienamente che sia molto particolare, ma sembra che abbia interessato gli ascoltatori. È stato anche un dannato incubo registrare la voce!

Avete mai pensato di utilizzare qualche strumento tradizionale nella vostra musica? Potrebbe essere una buona idea?

John: mentre usiamo un po’ di arpe nell’album, particolarmente dove vogliamo aggiungere un elemento di atmosfera, il punto centrale del nostro processo di scrittura è prendere melodie, scale e ritmi che sono tipicamente usati nel folk scozzese e trasporli per le chitarre distorte.

Sophie: Nonostante non siamo in nessuna maniera contrari all’uso di strumenti tradizionali, o lasciarli fuori da lavori futuri, il modo in cui arriviamo al nostro sound ci guida largamente lontano da loro, dato che le parti che scriveremmo per loro sono perlopiù suonate sulle chitarre invece. Per esempio la melodia all’inizio di Return To Stone si basa molto sulle cornamuse -ma pensiamo che usare veramente le cornamuse si scontrerebbe con l’atmosfera che tentiamo di creare. Ma, mai dire mai, ed è qualcosa che potremmo esplorare di più nelle future release.

Vivete nella bellissima Scozia e mi piace pensare che anche una semplice passeggiata possa ispirarvi qualcosa che poi finisce su disco. Succede anche questo?

Sophie: Grazie, amiamo vivere qui! E sì, c’è sicuramente molto in cui trovare ispirazione una volta che si arriva in campagna, che si tratti di coste, montagne, foreste o valli. Gran parte della nostra ispirazione deriva dal fatto di aver trascorso molto tempo sull’Isola di Islay, grazie alla famiglia di John.

John: Assolutamente, penso che a volte sia fin troppo facile scrivere canzoni sulle stagioni qui perché possono essere così drammatiche! E quando hai un contesto come quello della mitologia, questo aggiunge una grande quantità di varietà.

Sperando che la situazione sanitaria migliori sempre di più, avete mai pensato di aggiungere session man per suonare live e continuare come duo in studio?

John: Sicuramente – è un obiettivo per il 2022 ottenere almeno uno show in live, e abbiamo avuto alcune prime conversazioni con i musicisti locali che sono interessati a suonare con noi. Non vogliamo fissare aspettative troppo alte, in quanto abbiamo tre bambini piccoli tra cui un bambino che attualmente prende la maggior parte del nostro tempo libero, ma una volta che saranno un po’ più grandi speriamo sicuramente di avere un po’ più di tempo per provare e suonare dal vivo.

Sophie: Non ho mai suonato live in realtà, quindi prenderà senz’altro del tempo per abituarmi! Ma sì, abbiamo avuto un sacco di richieste per spettacoli dal vivo, quindi pensiamo che ci pentiremmo di non aver fatto del nostro meglio per indossarne un po’.

John: Sì, ad essere onesti, ho sempre suonato solo la batteria dal vivo, mai chitarra/voce, quindi ho un po’ di lavoro da fare anche per me per prepararmi al palco! Ma siamo entusiasti e stiamo facendo progressi lenti ma sicuri.

Ci suggerite alcune leggende scozzesi o celtiche poco note?

John: Beh, in realtà ci sono un sacco di bestie oscure e leggende dalle quale scegliere una volta che vai a cercarle! Molte delle quali le abbiamo scoperte per caso mentre scrivevamo i nostri testi. Ne abbiamo alcune che salveremo per le nostre prossime release, ma uno con cui la gente potrebbe non avere familiarità e che ha effettivamente influenzato molti altri scritti sono i “redcaps” o “powries” dei confini scozzesi (il sud della Scozia, al confine con l’Inghilterra). Si tratta di una razza di creature assassine goblin che abitano in castelli abbandonati e siti in cui si sono verificate azioni malvagie (luoghi di esecuzione, ex sedi di tiranni, ecc.). Si nascondono in agguato per i viaggiatori, che tendono agguati con massi e rocce. Dopo un’uccisione riuscita, inzuppano i loro cappelli nel sangue delle loro vittime, dando loro una tonalità cremisi – da qui, ‘redcap’.

Farete mai un EP o un album cantato interamente in gaelico?

Sophie: Ci piacerebbe fare un full-length in gaelico, o almeno un EP come suggerisci -l’unica sfida è che è una lingua abbastanza difficile, e specialmente per un ascoltatore con poca familiarità può essere estremamente difficile capire cosa succede!

John: In realtà abbiamo considerato di farlo per Samhainn, ma dopo una discussione abbiamo deciso che volevamo fare un album più “accessibile”, nonostante abbiamo incluso molti elementi in gaelico, titoli e versi come un’introduzione alla cultura gaelica. Ma una volta che saremo un po’ più avviati sarà qualcosa che ci piacerebbe fare.

Sophie: Il gaelico è in tale declino in Scozia che rischia di non avere madrelingua nel giro di poche generazioni, quindi siamo davvero desiderosi di fare la nostra piccola parte per tenerlo in vita.

Ci consigliate qualche band scozzese underground da ascoltare assolutamente?

Sophie: Abbiamo un numero sorprendentemente alto di compagni di label scozzesi alla Trepanation Recordings e tutti facciamo cose interessanti e inusuali: Tommy Concrete, A Sea of Dead Trees e Order of the Wolf sono tutti meritevoli di ascolti.

John: Nello spazio del folk metal, i Ruadh fanno un bel mix di black/folk, sicuramente anche loro meritano un ascolto.

La prossima estate verrò per la prima volta in Scozia e vi chiedo di suggerirmi un posto fuori dai classici giri turistici che però secondo voi vale assolutamente la pena di visitare.

John: Questo è bello da sentire! Sono pesantemente di parte ovviamente, ma potresti visitare qualche isola della costa ovest e trovare alcune delle più belle ed ancora largamente inesplorate aree inesplorate che ci siano. Ti potrebbe aiutare se ti piace il whisky, ed è essenziale che non ti importi del tempo molto variabile, ma puoi trovare dei paesaggi e delle scogliere davvero surreali lì. Una delle opzioni più fuori dai sentieri battuti è l’isola di Oronsay: puoi raggiungerla solo guidando o camminando su un fondale marino esposto alla bassa marea dalla vicina isola di Colonsay. Se ci invii un messaggio con il tuo itinerario approssimativo sono sicuro che potremmo dare alcuni suggerimenti più personalizzati!

Sophie: In alternativa ci sono le Highlands che hanno una vibe e una bellezza differente, ci sono molti itinerari di trekking e di scalata che puoi prendere che sono abbastanza tranquilli tutto l’anno. Solamente, stai attento al Beithir-nihms…!

Siamo alla fine della chiacchierata, volete aggiungere qualcosa e salutare i lettori italiani?

Sophie: Secondo le nostre statistiche di Spotify e iTunes, l’Italia è costantemente nella top 5 dei paesi degli ascoltatori da quando è uscito Shade Beyond l’anno scorso, quindi un grande grazie ai nostri fan italiani- siamo contentissimi che vi sia piaciuto tanto il nostro sound strano!

John: Mi associo assolutamente a questo, siamo estremamente onorati di vedere che la nostra musica è piaciuta a persone di tutto il mondo, la risposta a Samhainn è stata strabiliante, e avere avuto una tale popolarità in Italia è stato semplicemente fantastico – e siamo sicuri che questo blog è almeno in parte responsabile di questo, quindi grazie Mister Folk per il continuo supporto!

ENGLISH VERSION:

We meet up talking again a year after the previous time. The EP is over and now you have released your debut album: how did you get to Samhainn?

Sophie: Yes indeed, and thanks very much for having us back for another chat! It’s fair to say it’s been a pretty crazy year for us. The Shade Beyond EP wasn’t something we ever expected to get much interest from, but it really caught some people’s attention which we were of course delighted with, and encouraged us to write the full-length.

John: Yes, I think we may have mentioned last time we spoke the EP was really a passion project that we definitely didn’t expect to get much attention – we did a lot of the production ourselves, and were very experimental in our approach. Whilst we’re still happy with Shade Beyond for what it is, with Samhainn we wanted to get some higher quality production and really make a ‘serious’ attempt at making a full album, and we’ve been very humbled by the reaction to it.

For the physical record you relied on Trepanation Recordings: how did you come to an agreement and how are you getting along with them?

Sophie: We approached Trepanation Recordings originally to see if they were interested in producing some copies of the Shade Beyond EP. Dan there was really supportive of our sound and kindly took us on for the CDs, and we had such a good experience with him that it was a no-brainer when he offered to do the CDs for Samhainn as well.

John: Yeah, Dan at Trepanation has been absolutely brilliant. He supports a lot of weird, dark and unusual projects like ours that otherwise might not get as much exposure. He is very reasonable with the contracts, and is just generally a very good guy. He actually plays bass in Mastiff (some excellent sludge/death from England) who played in Edinburgh recently, so I got to meet him in person at the gig which was fantastic.

Can you tell us what the cover art of both your EP and your debut album represent? Who made them?

Sophie: For any of your readers that might not know us, the name ‘Hand of Kalliach’ is a play on the name of an ancient witch-god of winter from Scottish mythology called the ‘Cailleach’. She is most frequently depicted as an old hag, but sometimes she takes the form of a beautiful woman, and arises from the depths to usher in winter. A lot of our music is centred around the twinned themes of benevolence and malevolence she represents in mythology, and we really wanted that to come across in the artwork. We actually made the EP artwork ourselves with one of John’s friends, it’s actually a photograph of white ink in a big tank of water with the lights off!

John: For both the EP and the album we really wanted to capture the heavy atmosphere, with reference to seas, seasons and time, and of course the central focus of an abstract interpretation of a Cailleach-like female deity. With Samhainn, we got a professional artist who goes by VHummel on social media to make the artwork, which we absolutely love. It again depicts a female Cailleach-like figure, this time with more influences from the mythology behind her – in this case, she is portrayed as youthful, which we felt would be appropriate for the beginning of her seasonal reign over winter that Samhainn celebrates. She’s carrying her staff which she uses to bring the frosts where she walks, and a hammer with which she shapes mountains and the skylines. Again, credit to VHummel – we gave him a whole bunch of options to include and he managed to elegantly include them all!

The record sounds compact and I think you’ve reached a style that characterizes you and makes you immediately recognizable. Do you agree with me?

Sophie: That’s great to hear, thank you! Yes, we really wanted this to be focussed down to one core style, rather than our much more varied EP.

John: Agreed, thanks! Whilst there are still a lot of influences in our sound, this is much more condensed and it’s very positive to hear you find the sound immediately recognisable. We’ve taken it as a compliment when writers and reviewers have said they find it difficult to categorise us, which hopefully suggests that it’s something a little different.

What are the best songs on the album in your opinion?

Sophie: Good question, as we’re split on our favourites – mine is Solas Neònach closely followed by The Lull of Loch Uigeadail, but John’s are Roil and Return To Stone. That said, we’ve been pleasantly surprised that there’s no real consensus amongst listeners as to what the best ones are – Each Uisge is possibly just ahead in streaming popularity, but it’s a close thing.

John: When we were trying to decide which track to release as a single for the album launch, we kept debating the options. So, as in all healthy marriages, we ‘compromised’ and went for Sophie’s favourite…!

I liked The Lull of Loch Uigeadail very much: what is this song about and what can you tell us about its creation?

John: Really great to hear – putting a slow, atmospheric track in the middle of a heavy album is always a gamble, but we’ve had a positive response to it. This was a very different track for us, and was originally written as the first half of a bigger track which consisted of this and the following track, Ascendant. You might notice that the melody the guitar starts playing about halfway through Lull… is nearly identical to the high riff in Ascendant, with the drum outro from this one doubling pace into the next. We decided to split them though, as sometimes you may wish to listen to one and not the other depending on mood, as it’s a big swing from this one.

Sophie: Loch Uigeadail is a loch on the Isle of Islay off the west coast of Scotland, where John’s family come from. It’s name roughly translates to ‘the mysterious pool’ and this track is kind of an interpretation of how it gained that name. As with most of our tracks, the lyrics are pretty abstract but are from the perspective of the bottom of the loch, in a place of relative calm. We wanted to build an impression of swirling echoes of rage and residual heat from the abrupt end of “Cinders,” and capture that emotive nadir that can follow a prolonged period of anguish, rage or exertion, and find a level of peace amidst the sorrow, calling you to rest in the deep. All of this precedes the rally of Ascendant, metaphorically rising from the dark depths, brimming with resolve.

I found the last two tracks of the album a bit different from the other ones and I thought that for the next releases your sound might have some new shades. Do you want to tell us about Trial of the Beithir-Nimh and Return to Stone?

John: Of course, so along with Each Uisge, Trial of the Beithir-Nimh is a track based on it’s namesake creature from Scottish mythology. ‘Beithir-Nimh’ (pronounced beh-hir niv) translates to ‘venomous serpent,’ which is a 12-legged wingless dragon lurking in caves and burrows under the mountains in the highlands. Much like more regular dragon folklore, they played twisted games with careless travelers, and the tales go that it stings it’s victims before racing them to the nearest body of water. If the victim wins, they live, and if not they die. They were believed to be formed under lightning storms from the corpses of a snakes that had been severed in two by humans, and some tales held that the Cailleach once took the form of a Beithir-Nimh herself having been killed by hunters whilst in her human form. The riff in 12/8 was written to emulate the 12 legs moving rapidly down the cliffsides, in a sort of desperate, stumbling race.

Sophie: With Return To Stone, this is another nod to Cailleach mythology. Having come alive on Samhainn in time to rule over the winter months, at the end of the season she turns to stone on Bealltainn, beneath the depths of the Corryvreckan whirlpool. We wanted to create an atmosphere of finality and gazing at the abyss, as the Cailleach and/or protagonist reflects on all the horrors of their wintry existence and prepares for the end. The laborious hammer strikes echoing in the background at the start, along with the doom-esque pacing, were to create a sort of grim, cold and determined air.

What is “Òran na Tein’ éigin” about?

John: Òran na Tein’-éigin (pronounced oran na chehneh ey-gin) translates to ‘song of the need-fire,’ an old ritual where all the fires in a village would be extinguished and then re-lit with torches from a single bonfire. Villagers uses ropes to turn a huge upright log to use the friction to ignite the fire, and it was a ritual used to variously banish plagues, evil spirits, or whatever malign forces were perceived to be affecting the townsfolk.

Sophie: This is probably our most ‘out-there’ track musically, as it melds a lot of black metal elements with a form of Scottish mouth music, called ‘puirt-a-beul.’ It’s a very rapid, melodic singing, with a lot of rhythm and repetition. We fully accept it’s very peculiar, but it seems to have been of interest to listeners. It was also a bloody nightmare to record the vocals for!

Have you ever thought about using some traditional instruments in your music? Could it be a good idea?

John: While we do make some light use of harps in the album, particularly where we want to add an element of atmosphere, the core part of our writing process is taking melodies, scales and rhythms that are typically used in Scottish folk and transpose these for distorted guitars.

Sophie: Whilst we are in no way against using traditional instruments, or ruling them out for future work, the way we get to our sound largely steers us away from them, as the parts we would write for them are mostly played on guitars instead. For example, the melody at the start of Return to Stone is very much based on bagpipes – but we think that actually using bagpipes there would clash with the atmosphere we try to create. But, never say never, and it’s definitely something we could explore more on future releases.

You live in the beautiful Scotland and I like to think that a simple walk can inspire you something that goes in the album. Is this happening?

Sophie: Thank you, we do love it here! And yes, there is certainly a lot to inspire once you get out into the country, whether that be the coasts, mountains, forests or glens. A lot of our inspiration is from spending a lot of time on the Isle of Islay, due to John’s family there.

John: Absolutely, I think sometimes it’s almost too easy writing songs about the seasons here because they can be so dramatic! And when you have the context of the mythology it just adds a huge amount of flavour.

Hoping that the health situation will improve more and more, have you ever thought about adding session men to play live and continue as a duo in the studio?

John: Definitely – it’s a goal for 2022 to get at least one show in, and we’ve been having some early conversations with local musicans who are interested in playing with us. We don’t want to set expectations too high, as we have three young children including a baby which takes the majority of our spare time currently, but once they’re a little older we definitely hope to have some more time to practice and play live.

Sophie: I’ve never actually played live before so it’s definitely going to take some getting used to! But yes, we’ve had a lot of requests for live shows, so we feel we’d regret not giving it our best attempts to put some on.

John: Yeah to be fair I’ve only ever drummed live before, never guitar/vocals, so I’ve got a bit of work cut out for me too to get stage ready! But we are keen, and we are making slow but sure progress there.

Can you suggest us some less popular Scottish or Celtic legends?

John: Well, there’s actually a huge range of obscure beasts and legends to choose from once you go digging for them! Many of which we only stumbled upon when writing our tracks. We’ve got a few we’ll save for a future release, but one that people might not be familiar with that has actually influenced a lot of other writing is the ‘redcaps’ or ‘powries’ of the Scottish borders (the south of Scotland, bordering England). These are a race of murderous goblin-esque creatures that inhabit abandoned castles and sites where evil deeds had taken place (execution grounds, former seats of tyrants, etc). They lurk in wait for travellers, who they ambush with boulders and rocks. Upon a successful kill, they soak their hats in the blood of their victims, giving them a crimson hue – hence, ‘redcap’.

Will there ever be an EP or a full-length entirely in Gaelic or something with a theme?

Sophie: We’d love to do a full-length in Gaelic, or at least an EP as you suggest – the only challenge is that it is quite a difficult language, and particularly for a non-familiar listener it might be extremely hard to fathom what’s going on!

John: We actually considered doing it for all of Samhainn, but after discussion we decided we wanted to make the album more accessible, whilst still including a lot of Gaelic elements, titles and verses as an introduction to Gaelic culture. But once we’re a bit more established it would be something we’d love to look at doing.

Sophie: Gaelic is in such decline in Scotland it’s in danger of having no native speakers within a few generations, so we are really keen to do our small part to keep it alive.

Can you suggest us some underground Scottish band that we must absolutely listen to?

Sophie: We have a surprisingly high number of Scottish label-mates on Trepanation Recordings all doing some really interesting and unusual stuff – Tommy Concrete, A Sea of Dead Trees, and Order of the Wolf are all worth checking out.

John: On the folk metal space, Ruadh do a great mix of black/folk, definitely worth checking them out too.

Next year I’ll come to Scotland for the first time and I ask you to suggest me a place that is off the beaten track but, in your opinion, it is absolutely worth a visit.

John: That is great to hear! I’m heavily biased of course, but you could visit any of the west coast islands and find some of the most beautiful yet largely unspoiled wilderness there is. It helps if you like your whisky, and it’s essential that you don’t mind very variable weather, but you can really get some unreal landscapes and coastlines there. One of the more off the beaten track options is the isle of Oronsay – you can only reach it by driving or walking across a seabed that is exposed at low tide from the neighbouring isle of Colonsay. If you message us with your rough itinerary I’m sure we could make some more tailored suggestions!

Sophie: Alternatively there’s the highlands which have a very different vibe and beauty, there are plenty hiking and mountaineering routes you can take that are really pretty quiet all year round. Just watch out for the Beithir-nimhs…!

We’re at the end of the chat, would you add something more and say hello to the italian readers?

Sophie: According to our Spotify and iTunes stats, Italy has consistently been in the top 5 countries for listeners ever since launching Shade Beyond last year, so a massive thank you to our Italian fans – we are delighted you have enjoyed our weird sound so much!

John: I would absolutely echo that, we are extremely humbled seeing our music enjoyed by people across the world, the response to Samhainn has been mind-blowing, and to have had such popularity in Italy was just fantastic – and we’re sure this blog is at least partly responsible for that, so thank you Mister Folk for the continued support!