Hell’s Guardian – Ex Adversis Resurgo

Hell’s Guardian – Ex Adversis Resurgo

2015 – EP – Record Union

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Cesare Damiolini: voce, chitarra – Freddie Formis: chitarra – Dylan Formis: batteria

Tracklist: 1. Pagan Ritual – 2. Fire Of Persecution – 3. Ex Adversis Resurgo – 4. Cradle’s Lake (live Brixia Metal Fest) – 5. Silence In Your Mind (live Brixia Metal Fest) – 6. Follow Your Fate (piano version)

A distanza di poco più di un anno dal convincente debutto Follow Your Fate, i lombardi Hell’s Guardian tornano a farsi sentire con un EP di pregevole fattura composto da sei brani, due dei quali inediti, con un paio di pezzi live, un intro e una versione delicata della title-track del primo disco.

Ex Adversis Resurgo si presenta bene: la copertina di Jan Yrlund (famoso per i lavori con Korpiklaani, Manowar, Tyr, ma anche con i nostri Atlas Pain) è un ottimo biglietto da visita e il formato digipak – non frequente per gli EP – è sempre piacevole da maneggiare. La produzione segue quanto fatto nel debutto, ovvero un sound potente ma pulito, al passo con i tempi. Fabrizio Romani (già dietro alla consolle con Skylark, Ulvedharr e Atlas Pain, in questo caso autore delle linee di basso per le prime tre canzoni), insieme al chitarrista Freddie Formis, si è occupato del lavoro in studio, impeccabile come sempre.

La breve Pagan Ritual introduce Fire Of Persecution, dall’inizio serrato e dal proseguo molto melodico. Lo stile dalla band è questo, un riuscito mix di ferocia e melodia, con mirate incursioni di tastiera e il growl di Cesare Damiolini a farla da padrone, pur non disdegnando parti con voce clean. Ex Adversis Resurgo è un mid-tempo dai ricercati intrecci chitarristici, abilità che contraddistingue gli Hell’s Guardian e che li rende diversi dagli altri gruppi melodic death metal della scena. L’ascolto del cd prosegue con due brani tratti dal Brixia Metal Fest 2015 (In.Si.Dia. headliner): Cradle’s Lake Silence In Your Mind (dal debutto Follow Your Fate) rappresentano bene le bravura degli Hell’s Guardian in concerto, tra potenza e gusto per la giusta melodia. Chiude l’EP la piano version di Follow Your Fate, molto toccante e malinconica, con l’ospite Elena Tironi (Infinity) a duettare con Damiolini: un esperimento, questo del pianoforte, decisamente riuscito.

Venticinque minuti di musica ben distribuiti tra nuovo e passato e, come si addice a un’uscita del genere, con versioni alternative e live di canzoni già note. Ex Adversis Resurgo è chiaramente un cd di transizione, ma assolutamente godibile che farà la gioia degli appassionati del death metal melodico.

Intervista: Atavicus

Anni di attesa e impazienza sono stati ben ripagati: dopo l’EP Ad Maiora gli Atavicus si sono fatti conoscere sui palchi di locali e festival, ma nuova musica arrivava col contagocce: un paio di singoli appena, giusto quel qualcosa per far salire ancora di più la curiosità. E poi eccolo, Di Eroica Stirpe, potente e fiero, il giusto debutto per una band che fa dei muscoli e dell’epicità i propri punti di forza. Il cantante/chitarrista Lupus Nemesis ha risposto alle mie domande, buona lettura!

La prima domanda è anche la più scontata: perché abbiamo dovuto attendere cinque anni per avere il successore di Ad Maiora?

É stato un lavoro molto lungo, intervallato da non pochi imprevisti, impegni e vicende personali di vario tipo.
 Tutte queste cose, sommandosi, hanno portato a tempi tanto lunghi, ma del resto “l’attesa accende gli animi”!

Cinque anni vogliono dire anche maturazione artistica, nuovi input e a volte una visione musicale diversa per una serie di fattori. Come e quanto sono cambiati gli Atavicus in questo lasso di tempo?

In cinque anni si ha la possibilità di maturare molto, si ampia il proprio bagaglio musicale e culturale e si sperimentano nuove sonorità, ma più che di cambiamento parlerei di evoluzione.
 Gli Atavicus non sono una band stagnante in se stessa, ci sarà sempre spazio per evolversi e sperimentare ancora.

La prima che si nota ascoltando il disco è che le parti “estreme” sono ancora più violente e veloci, mentre le aperture melodiche e i cori si son fatti più epici. Avete lavorato molto su questi aspetti?

Il lavoro è stato molto ma è stato fatto in modo del tutto naturale seguendo istinto e ispirazione, non una nota è stata frutto di forzature stilistiche o imposizioni studiate a tavolino.
 Avevamo promesso esattamente questo: più estremi laddove si ha bisogno di violenza e più epici dove invece si ricerca melodia, pathos e apertura.

La produzione è all’altezza della situazione e il suono è pulito ma non snatura l’attitudine degli Atavicus. Dove avete registrato e siete soddisfatti del risultato finale?

Abbiamo registrato il disco nel nostro Genxia Studio, mentre invece mix e master sono stati affidati al nostro estremamente competente amico No1 e al suo H.C.C. Project Studio. 
Il risultato finale è esattamente ciò che volevamo e siamo certi che non avrebbe potuto essere migliore di così, quindi sì, siamo molto soddisfatti.

La copertina è realizzata da un vecchio amico come Svafnir. In quale modo si è giunti alla copertina finale?

Mi sento di dire senza alcun dubbio che sia un capolavoro, Augur Svafnir ha dato il meglio di sé realizzandola seguendo le linee del concept e i testi dei brani che gli abbiamo fornito.
 Ha fatto subito centro e ci ha conquistato con le sue rappresentazioni di ciò che l’album va poi a raccontare in musica.

Quale canzone vi rappresenta meglio e quale, invece vi ha dato “problemi” durante la composizione?

A loro modo tutte le canzoni ci rappresentano essendo state composte in momenti e fasi diverse, ognuna è voce di una parte di noi e nel loro insieme, forniscono un quadro completo di quello che sono gli Atavicus. Non abbiamo avuto grossi problemi nella composizione, ci sono solo stati brani che hanno richiesto maggior tempo e attenzione in quanto dovevano essere gestite e arrangiate oltre alle chitarre, alla batteria e alle voci, anche tutte le sezioni orchestrali.

Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre: devo dire che soprattutto la parte iniziale è un pugno allo stomaco. Cosa volete dire agli ascoltatori con questa canzone e soprattutto con il pianto iniziale?

Potremmo fare un’intera intervista soltanto per questo, ma cercando di essere brevi, si può dire che è un brano tra i più particolari dell’intero disco, tratta di una leggenda antichissima a noi molto cara che narra di come la Dea Maja morì di stenti e dolore in seguito alla perdita del figlio ferito in battaglia. I due saranno sepolti sulle montagne simbolo della nostra terra alle quali daranno così nome di Majella e “Gigante Addormentato”(Gran Sasso)
. Il pianto straziante che apre la traccia, altro non è che il canto disperato di una madre che cadendo nel sonno eterno, si ricongiunge finalmente a suo figlio.

Safinim dura quasi undici minuti e devo confessare che un brano del genere (lunghezza e songwriting) è una bella sorpresa. Sono curioso di sapere come è nata e come siete giunti a realizzare una canzone del genere.

Safinim è la vera sintesi della collaborazione tra me e Triumphator, in questo brano abbiamo voluto fondere le idee di entrambi non optando per una selezione che avrebbe portato a cinque o sei minuti di musica, ma di elaborale, migliorarle e arrangiarle tutte per ottenere una traccia che volevamo fosse il simbolo della nostra collaborazione.

Qualche anno fa avete registrato una bellissima cover de L’Aquila E Il Falco dei Pooh e devo dire che ho sperato di trovare una cosa del genere nel nuovo disco, magari come bonus track o ghost track. C’è la possibilità che facciate qualcosa del genere prossimamente oppure quella cover rimarrà un caso isolato?

Tutto è possibile e nulla è detto, Atavicus vuol dire anche questo e quindi sì, la possibilità è concreta, abbiamo già diverse idee su cosa proporre in un futuro più o meno prossimo!

Sembra che alla gente sia piaciuta la definizione “metal coatto”: vi ci ritrovate in queste due parole? In fondo la vostra musica è cazzuta, ma anche un po’ coatta e ignorante, chiaramente sempre in termini positivi.

Ci fa piacere se chi ci segue e ascolta usi termini “identificativi” per parlare di noi. Che sia coatto, cazzuto, ignorante o altro, ciò che più conta per noi è che la gente ascoltando un nostro pezzo possa essere in grado di dire “questi sono gli Atavicus, li riconosco”!

Il disco esce sotto Earth And Sky Productions, una giovane etichetta italiana che si sta facendo conoscere a suon di buone uscite. Come siete arrivati all’accordo?

Siamo stati contattati dalla Earth And Sky che ci ha subito avanzato una proposta molto interessante che abbiamo voluto cogliere. 
L’etichetta seppur giovane si muove con devozione e determinazione e non possiamo che ringraziarla infinitamente per aver scelto di credere in noi!

Gli Atavicus sono molto legati alla propria terra, ma sarebbero la stessa cosa se fossero provenuti dal Veneto o dalla Calabria, invece dell’Abruzzo?

Gli Atavicus esistono perché esiste l’Abruzzo.
 Fossimo stati generati da un’altra terra, non saremmo stati gli Atavicus, probabilmente sarebbe esistita una band ugualmente devota e innamorata della propria terra e storia, ma non Atavicus.

Con il disco finalmente fuori potete smettere di rispondere alla domanda “quando esce il nuovo cd?” e magari pensare a promuoverlo in giro per i palchi. Cosa faranno gli Atavicus nei prossimi mesi?

Stiamo preparando diverse soluzioni per i tempi a venire, non credo tarderemo molto a presentarvi ulteriori novità, anche per quanto riguarda l’attività live. (l’intervista è stata fatta prima dell’emergenza Covid-19, ndMF)

Grazie per avermi concesso l’intervista… chiusura scontata: dovremo attendere altri cinque anni per il prossimo cd degli Atavicus?


Grazie a te per averci offerto questo spazio!
 Ci auguriamo di potervi dare il successore de Di Eroica Stirpe in tempi molto più brevi, ma l’obiettivo primario resta quello di dare e ottenere il massimo da noi stessi e dalla nostra musica, seguendo l’ispirazione e il suo flusso naturale, senza in realtà badare troppo a restare stretti coi tempi. 
Ci vorrà soltanto il tempo necessario!

Apocalypse – Odes

Apocalypse – Odes

2019 – full-length – autoproduzione

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Erymanthon: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Falling In The Darkness – 2. Ode Of Last Twilight – 3. Woods Of Wistfulness – 4. By The River – 5. The Ephemereal Life – 6. Exegi Monumentum – 7. Funeral March

A meno di un anno di distanza dal debutto Si Vis Pacem, Para Bellum, Erymanthon torna a lodare il genio creativo di Quorthon e dei suoi Bathory con il suo progetto Apocalypse. Odes, secondo full-length della one man band (disponibile solo in formato digitale), è difatti un tributo a quanto realizzato dal musicista svedese a cavallo tra Blood Fire Death e il periodo viking. La difficoltà di valutare un lavoro del genere sta proprio nel capire quanto un disco di canzoni originali che sembrano uscire da dei nastri sconosciti dei Bathory periodo 1988-1990 possa avere un senso nel 2020. Si potrebbe quasi parlare di out takes – il tutto è da prendere nell’accezione positiva –, ma negli anni altri gruppi, alcuni di rilevanza internazionale, sono passati da dischi clone di Hammerheart e Blood On Ice a un viking/black metal sì bathoriano, ma nel quale hanno saputo aggiungere quel qualcosa di personale che ora li rende facilmente riconoscibili nel marasma del metal odierno, senza comunque rinnegare la devozione per Quorthon, sempre in bella vista.

Odes è composto da sette tracce (l’intro Falling In The Darkness e l’intermezzo Exegi Monumentum, voce/chitarra cantato in latino di odi oraziane, presenti anche in The Ephemereal Life, più cinque canzoni) per un totale di quarantanove minuti. Come detto in apertura, il disco è un tributo ai Bathory, ma quando Erymanthon prova a mischiare un po’ le carte le cose si fanno più interessanti. By The River – una malinconica canzone acustica, piuttosto scarna nella struttura e che proprio grazie a ciò riesce ad arrivare dritta al bersaglio – e Funeral March – ispirata alla Sonata No.2 Op.35 di Chopin – nella quale le trame della sei corde si fanno più intricate e donano al pezzo un sapore nuovo, sono forse i migliori esempi. E poi ci sono Ode Of Last Twilight, Woods Of Wistfulness e i sedici minuti di The Ephemereal Life (una bella prova di avvenuta maturità compositiva) a ricordare quanto Quorthon sia importante per il giovane musicista piemontese. Se il logo, le copertine e le canzoni (comprese le parole chiave dei titoli) hanno un filo diretto con i Bathory, sorprende la voce – comprese le imprecisioni e le urla stonate – per vicinanza a quella di Thomas Börje Forsberg. Ad ascolto ultimano ci si rende facilmente conto di quanto Odes sia un disco dalle tinte malinconiche, c’è dolore nelle note delle canzoni, ma questo non ha cambiato più di tanto lo stile degli Apocalypse, con le composizioni che comunque hanno guadagnato un qualcosa di distintivo e particolare.

Odes, rispetto al debutto, mostra la volontà, seppur limitata a un paio di brani, di provare qualcosa di meno derivativo fermo restando il legame con il padre del black e del viking metal. Anche la produzione segna un passo in avanti, con un bel basso dal suono caldo e profondo che dona consistenza al sound delle canzoni. I presupposti, come abbiamo visto, ci sono tutti per percorrere il sentiero che ha portato Ereb Altor e Bloodshed Walhalla dall’essere poco più di cover band a gruppi dalla forte personalità in grado di incidere lavori di alta qualità senza per questo rinnegare quanto fatto in gioventù. Gli Apocalypse saranno i prossimi?

Emian – Egeria

Emian – Egeria

2019 – full-length – Edizioni Musicali XXXV

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Anna Cefalo: voce, arpa celtica, glockenspiel, indian harmpnoum – Emilio A. Cozza: voce, ghironda, percussioni, cornamusa medievale, bombarda, marranzano, corno tibetano, pitipù, Ðàn môi – Danilo Lupi: irish bouzouki, bandona, algerian mondol, cori – Martino D’Amico: batteria, persussioni, persian santur, voce, cori

Tracklist: 1. Malin Ge Kendon – 2. Balluket E Ballit Moj – 3. Danse Boiteuse – 4. Fronni D’Alia – 5. La Casa Dell’Orco – 6. Spirit Trail – 7. Ay Yildiz – 8. Le Navi Di Istanbul – 9. Oriental San_set – 10. Rosabella – 11. Evoè Evoè – 12. Vesuvius

L’Irpinia è una terra bellissima e affascinante, ricca di storie e tradizioni che a fatica riescono a emergere nel quotidiano calderone di informazioni e notizie che assalgono le persone. Forse è un bene, perché in questo modo quella zona è rimasta nell’ombra, poco inquinata da fattori esterni, verace e vera come poche altre. Gli Emian provengono proprio dall’Irpinia e sono forse il miglior biglietto da visita per far conoscere quella verde landa; nella propria musica abbracciano una grande quantità di influenze e sonorità, ma il legame con la loro terra è sempre forte e ben radicato e non è certo una sorpresa se a fine ascolto di Egeria si viene assaliti dal desiderio di visitare l’Irpinia e magari passeggiare tra i boschi che fanno da sfondo al video de La Casa Dell’Orco.

Egeria è il terzo lavoro in studio per la band campana, il disco che certifica la bontà dei musicisti e anche il più ambizioso fino ad ora realizzato. I precedenti AcquaTerra e Khymeia sono due ottimi cd che hanno preparato la strada a Egeria, che arriva nelle collezioni di cd nel suo completo splendore: l’elegante digipak svela un artwork curato nei minimi dettagli, con il libricino di sedici pagine contenente i testi e delle brevi descrizioni delle canzoni e delle illustrazioni che ne risaltano il significato. Ascoltare la musica sfogliando le pagine del booklet permette di immergersi completamente nel mondo degli Emian, cantastorie di un’altra epoca con il compito di trasportarci lontano da luci accecanti e cemento soffocante. Nei quarantotto minuti di Egeria si toccano con mano storie e musiche del sud Italia (Basilicata, Calabria e ovviamente Campania e Irpinia) ma anche dell’Albania (Balluket E Ballit Moj) e Medio Oriente.

Musicalmente Egeria è un lavoro vario e personale, dove la mano dei musicisti è facilmente riconoscibile e le dodici tracce che compongono il disco variano tra ritmi sostenuti e meravigliose parti soavi nelle quali l’arpa di Anna Cefalo incanta per delicatezza e gusto. L’iniziale Malin Ge Kendon introduce nel migliore dei modi il disco, che parte con Balluket E Ballit Moj, una bellissima canzone nuziale albananese, e prosegue con l’allegria di Danse Boiteuse, tre minuti di danze alcoliche e sorrisi intorno al falò. La lucana Fronni D’Alia è avvolgente e facilmente memorizzabile, ma è con La Casa Dell’Orco che gli Emian si giocano il jolly, vincendo. Si tratta di una storia irpina, precisamente di San Michele di Pratola Serra (AV), che prende nome da un sito megalitico chiamato anche “Dolmen di Irpinia”. La leggenda racconta dell’orco Cronopa che terrorizza il villaggio, ma gli abitanti di San Michele stipulano un patto con l’orrenda creatura: una vita umana in sacrificio ogni anno, in cambio della tranquillità. Silpa il pastore, stufo di tutto ciò, decide di uccidere l’orco, ma durante il percorso la moglie Matulpa si perde e viene sbranata dai lupi. Silpa è visto come un salvatore e gli abitanti si San Michele lo vogliono fare re, ma lui è disperato per la moglie e la cerca fino a quando non la trova dilaniata.

Si seppellirono gli ultimi resti di Matulpa e si fece notte,
Silpa chiuse gli occhi, si distese a terra e si lasciò morire.

Dormi Silpa, và di nuovo da lei.
Dormi Silpa, suona ancora per lei,
Fi Fai Fo Fum… questa è la tomba per me!
Fi Fai Fo Fum… suono ancora per te!

La delicata Spirit Trail, cantata in inglese da Martino D’Amico, è molto diversa dal resto delle altre canzoni, ma la qualità rimane sempre alta e nell’economia del disco non stona. Arriva a questo punto un bel terzetto di brani dall’animo medio orientale: Ay Yildiz/Le Navi Di Istanbul/Oriental San_set sono composizioni che funzionano bene e mostrano l’ampiezza del lessico musicale degli Emian, a proprio agio anche con musiche che solitamente sono difficili da trovare in ambito pagan folk. Rosabella è una canzone tradizionale calabrese caratterizzata da un crescendo delicato ma inarrestabile, sicuramente una delle migliori composizioni di Egeria. In chiusura del disco troviamo la breve strumentale Evoè Evoè che guida l’ascoltatore fino all’affascinante Vesuvius che per ritmo e tiro sembra essere una risposta italiana (e quindi “calda”) al folk sciamanico proveniente dal nord Europa.

La bravura degli Emian era già risaputa – i due precedenti dischi sono lì a testimoniarlo -, ma con Egeria i nostri hanno fatto un ulteriore passo in avanti. Tutto suona giusto, non c’è un momento poco ispirato e l’ascolto fila liscio dalla prima all’ultima nota. La voce di Anna Cefalo è quasi magica, gli strumenti di Emilio Cozza e Danilo Lupi creano melodie travolgenti e le percussioni di Martino D’Amico danno ritmo e stabilità ai brani. In ambito pagan folk difficile, veramente difficile trovare altre band di questa bravura: Egeria è un disco destinato a rimanere nei lettori cd per veramente tanto tempo.

Intervista: Kyn

Una band che arriva al debutto con un sound già forte e personale? In aggiunta in un contesto come quello pagan folk, ovvero fortemente legato alla musica tradizionale? Con musicisti esperti e una buona dose di idee si può fare, ed ecco che Earendel è un buon disco, diverso da tutto il resto della scena. Eppure i Kyn possono fare ancora di più e noi di Mister Folk non vediamo l’ora di assistere a un loro concerto. Per saperne di più sulla band, sui testi e su cosa faranno nel 2020, abbiamo intervistato la frontwoman Ida Elena, già passata su queste pagine diverse volte: buona lettura!

Ciao Ida Elena, partiamo dall’inizio con la fondazione del gruppo, la scelta del nome e soprattutto cosa vi ha spinto a suonare la musica che grazie a Earendel ora gira negli impianti audio degli appassionati?

Ciao a te ed a voi che leggete! La fondazione del gruppo nasce da un’esigenza di ampliare le sonorità della musica che scrivo ed insieme a Gino Hohl (Kel Amrun) abbiamo iniziato io a scrivere e lui ad arrangiare. Non ci bastava però! Le canzoni si orchestravano sempre più e necessitavano di strumenti e vocalità ben precise, che a noi mancavano. Ho pensato allora di chiedere ai già miei compagni di armi nei Fairy Dream Albert Dannenmann (Blackmore’s Night) e Heiko Gläser (Tinnitus Brachialis) ed hanno subito sposato il progetto. Mancava ancora qualcosa però: a quel punto, ho messo un annuncio su “Musicisti medievali in Germania” ed in nemmeno 5 minuti due dei musicisti che avrei sempre voluto avvicinare ma non avevo mai osato, mi hanno scritto perché subito interessati, ovvero Anja Novotny (The Dolmen) e Dirk Kilian (Triskilian). Tutti polistrumentisti pazzeschi e super motivati, abbiamo registrato l’album in un mese e mezzo! Però mancava un mastermind, qualcuno capace di dare un gran suono a tutto questo. Ho girato il nostro progetto al mio compagno di metal Tomas Goldney (Bare Infinity) che si è non solo mostrato super entusiasta, ma ha deciso anche di rappresentarci come label, la Blackdown Music! Inutile dire che il suo lavoro è stato pazzesco! Quando abbiamo sentito il master non potevamo crederci! Venendo al nome, beh, ho chiesto al mio amico Jarl dei Valhalla Viking Victory, come si dicesse “eredità” in Old Norse, e mi ha suggerito Kyn. Non ho avuto bisogno di sentire altro, anche perché ho avuto l’appoggio della mia amica, nonché consigliera già nota ai lettori, Pamela Ceccarelli, in arte Ixia, che è di gusti molto difficili!

Earendel è il disco di debutto, eppure già suona personale e diverso dal resto della scena. Quali sono le realtà che vi hanno influenzato a livello musicale e quali, invece – se ce ne sono – vi hanno spinto verso la sperimentazione?

Ti ringrazio! Beh, suonando musica medievale da tanti anni, sia io che i miei compagni, abbiamo sentito la necessità di osare, di tentare una strada meno battuta o completamente vergine, anche rischiando che questo lavoro potesse non essere ben accolto dai fan del genere. È stato fondamentale collaborare con Tomas che invece non ha un orecchio abituato alla musica medievale e ci ha aiutato ad aggiustare il tiro. In generale però, sia io che Gino siamo fan dei Dead Can Dance e dei Rammstein e abbiamo pensato: che succederebbe se si incontrassero?

Stilisticamente cercate di portare delle nuove sonorità in un genere che in linea di massima cerca di suonare sempre simile a se stesso. Come avete maturato questa decisione? Siete soddisfatti di quanto realizzato fino a questo momento?

Come dicevo prima, la voglia di novità rispetto alla nostra esperienza fino ad oggi, ci ha spinto a tentare questa strada. Siamo contenti del risultato, ma ci piace migliorare e spingerci sempre oltre, perciò mi sento di dire che il nostro lavoro migliore non lo abbiamo ancora composto!

Siete una band formata da musicisti che non vivono nello stesso paese, ti chiedo quindi in quale modo vi organizzate per le prove e per scrivere le canzoni.

Le canzoni le scrivo principalmente io, anche se spero che dal prossimo album in poi la composizione possa essere molto più corale (ovviamente rodando il lavoro di squadra, questo avverrà sempre di più). Per le prove, siamo tutti professionisti e quindi non è facile trovare dei fine settimana liberi per tutti, ma alla fine, quando riusciamo ad organizzarci, proviamo tre giorni filati! Ci fidiamo l’un dell’altro e questo aiuta il lavoro individuale e poi quello di squadra.

Come descriveresti la musica dei Kyna una persona che ancora non ha avuto modo di ascoltarvi?

Kyn è il bimbo mai nato dal matrimonio dei Rammstein con i Dead Can Dance ahahah! Scherzi a parte, Kyn parte dalle fondamenta della cultura pagana, anche grazie alla riscoperta delle nostre leggende (è stato fondamentale per me partire dalle leggende siciliane e unirle al nord Europa, anche perché la Sicilia è stata dominata dai mori, ma anche dai normanni e dagli Staufer, che erano tedeschi) e si evolve nella musica moderna tramite l’elettronica. Questi due generi sono molto diversi tra loro ma hanno in comune il potere dell’estasi, della trance, quando sono al loro apice. Speriamo di esserci riusciti!

Unire il nord Europa con il sud Europa è uno dei vostri obiettivi, e devo dire che ci siete riusciti bene e con personalità. È stato difficile farlo oppure, data la bravura e l’esperienza dei musicisti, è stato un processo naturale?

Per me è stato un piacere cercare di rendere giustizia alla contaminazione tra questi due mondi perché in fin dei conti è ciò che avviene anche in questa band: sono la sola italiana in un gruppo di tedeschi che considero tra i migliori in Germania. Poi abbiamo lo Svizzero che è neutrale ahahah! Ma anche lui in quanto a bravura non scherza!

Parliamo dei testi: quelli in italiano sono chiaramente comprensibili e alcuni funzionano davvero bene come La Leggenda Di Colapesce. Ti chiedo invece di raccontarci di cosa parlano le varie Kyn e Herr Mannelig.

Ti ringrazio, in pratica La Leggenda Di Colapesce si è scritta da sola! Ero come in trance mentre scrivevo. Per la parte in tedesco mi ha aiutata Anja perché avevo il terrore di scrivere corbellerie. Kyn parla delle donne, dell’esigenza di non essere più messe in disparte in un mondo governato dagli uomini e di trovare la forza nelle nostre radici, come le donne vichinghe ad esempio, che nella società vichinga non erano affatto messe in disparte, anzi! Herr Mannelig è una sorta di soap opera medievale! C’è questa strega/troll che vuole conquistare questo bell’uomo grazie al suo denaro e lotta contro di lui, povero malcapitato (come potete sentire nell’intro). Ci riuscirà? Lo scoprirete nel prossimo episodio di Kyn, la serie!

Alcuni brani presentano un cantato in doppia lingua. È una scelta legata alla “musicalità” oppure è per esprimere meglio un concetto?

Diciamo che per alcuni brani era quasi obbligatorio, come quando comincia a cantare il re in Colapesce, Federico II che era tedesco. Oppure Fata Morgana, leggenda Arturiana (che perciò canta in inglese) ambientata in Sicilia. Ho voluto esplorare maggiormente la mia lingua, l’italiano, ma siccome si tratta di un progetto corale, è giusto che l’inglese sia predominante in modo da essere chiaro ciò che cantiamo a tutti noi della band.

Ora che il disco è fuori lo porterete sui palchi europei? Ci sarà un tour o una serie di date selezionate? Anche in questo caso, quanto è difficile organizzare persone distanti tra loro migliaia di chilometri per poter salire sul palco?

Ci stiamo ancora assestando per i live: è un progetto molto ambizioso e vogliamo dare il massimo nei concerti, che saranno dei veri e propri show, ma non voglio dire di più. Diciamo solo che il prossimo anno ne vedrete delle belle!

Sei un’artista molto impegnata e tra progetto solista e band sei sempre al lavoro. Cosa farai nei prossimi mesi musicalmente parlando?

Ci provo! Nei prossimi mesi sarò impegnata con i concerti solisti di Natale e con i miei progetti acustici con Fairy Dream, Gino Hohl e la straordinaria polistrumentista e cantante svizzera Adaya, perlopiù tra Svizzera e Germania. Da gennaio in poi, daremo full gas con le prove dei Kyn! E ci saranno delle sorprese!

Ti ringrazio per la disponibilità, vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori di Mister Folk?

Grazie a voi, intervista molto interessante come sempre. Vorrei solo dire che è importante credere in ciò che si fa, anche quando si ha la sensazione che le altre persone storceranno il naso: è proprio allora che stiamo facendo bene!

Suidakra – Echoes Of Yore

Suidakra – Echoes Of Yore

2019 – full-length – MDD Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Arkadius Antonik: voce, chitarra, orchestrazioni – Sebastian Jensen: voce, chitarra – Tim Siebrecht: basso – Ken Jentzen: batteria

Tracklist: 1. Wartunes – 2. The Quest – 3. Havoc – 4. Morrigan – 5. Rise Of Taliesin – 6. Hall Of Tales – 7. Pendragon’s Fall – 8. Banshee – 9. Warpipes Call Me – 10. Lays From Afar

I tedeschi Suidakra arrivano al venticinquesimo anno di attività e non sono molti i gruppi in questo genere che possono dire di avere una lunga e proficua carriera come la loro. Volendo tirare una linea e guardare cosa è successo in questo quarto di secolo, la prima cosa che si nota è la costante altalena qualitativa alla quale Arkadius e soci ci hanno ormai abituato da anni. Tralasciando volutamente il periodo “moderno” della band, fortunatamente subito abbandonato e spazzato via dalla successiva pubblicazione, quel Caledonia che per molti rimane il lavoro più riuscito del gruppo, a un poco ispirato Eternal Defiance ha fatto seguito il discreto Realms Of Odoric, per poi impaludarsi nell’acustico e non riuscito Cimbric Yarns. Insomma, sembra che il meglio i Suidakra lo abbiano già dato, ma questo Echoes Of Yore potrebbe essere quel tipo di operazione che fa tornare la voglia di provare quel qualcosa in più e far tornare a volare le mani lungo i manici di chitarra alla ricerca delle note perfette. Se si pensa ai Suidakra viene da chiedersi cosa avrebbero potuto diventare se solo avessero azzeccato tre album di fila, capaci sì di piazzare qualche colpo di altissima qualità, ma anche di auto eliminarsi dal giro che conta con release zoppicanti.

Echoes Of Yore nasce dal desiderio di festeggiare un bel pezzo di carriera – venticinque anni! – che comunque ha portato la formazione di Düsseldorf a calcare i palchi di mezzo mondo, compresi i grandi eventi estivi. Tutto assolutamente meritato, e questo disco nato grazie al supporto dei fan che hanno contribuito attivamente con l’ormai classico kickstarter (scegliendo tramite voto la scaletta del cd), può davvero essere una piccola svolta nella carriera dei Suidakra. In Echoes Of Yore troviamo dieci brani per un totale di cinquantuno minuti di durata, con i pezzi tratti esclusivamente dalle prime cinque release. I suoni sono al passo con i tempi, potenti e grossi, ma anche nitidi e sinceramente danno nuova vita a Banshee – opener del debutto del 1997 Lupine Essence – e Hall Of Tales, dal seguito Auld Lang Syne dell’anno dopo per fare degli esempi. La tracklist è buona, il fan di vecchia data può ritenersi soddisfatto delle canzoni selezionate anche se, com’è normale che sia, ognuno troverà una mancanza se non di più. Tra le nuove versioni vanno assolutamente menzionate l’opener Wartunes, che come da titolo è una vera tritaossa, The Quest, ovvero la tipica Suidakra-song dei bei tempi andati, la sognante Rise Of Taliesin, più lunga dell’originale di cinquanta secondi e arricchita dagli eleganti interventi di violino e flauto, e Pendragon’s Fall, forse la rilettura più brillante dell’intero cd. Nelle varie canzoni sono presenti diversi ospiti, il più noto dei quali è Robse degli Equilibrium, mentre fa un certo effetto ascoltare nuovamente la voce pulita dello storico Marcel Schoenen. A completare questa operazione celebrativa (e un po’ nostalgica) c’è il bonus dvd con l’esibizione dei Suidakra al Wacken Open Air 2019.

Non è la prima volta che la band tedesca festeggia qualcosa (nel 2008 fu il turno di 13 Years Of Celtic Wartunes, un dvd + cd con quattro ri-registrazioni e poi una sorta di best of con le canzoni semplicemente rimasterizzate), ma una carriera lunga non è cosa da tutti ed è giusto che i musicisti si prendano del tempo per festeggiare traguardi importanti come quello delle venticinque candeline. Echoes Of Yore è un lavoro utile sia per chi vuole avvicinarsi alla formazione di Arkadius che per chi segue il gruppo da anni e non si fa scappare nessuna uscita. La speranza è che lavorando su pezzi dotati del giusto tiro i Suidakra ne abbiano tratto nuova ispirazione per il prossimo lavoro: dare continuità qualitativa alla propria discografia sarebbe una gran cosa.