Emian – Egeria

Emian – Egeria

2019 – full-length – Edizioni Musicali XXXV

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Anna Cefalo: voce, arpa celtica, glockenspiel, indian harmpnoum – Emilio A. Cozza: voce, ghironda, percussioni, cornamusa medievale, bombarda, marranzano, corno tibetano, pitipù, Ðàn môi – Danilo Lupi: irish bouzouki, bandona, algerian mondol, cori – Martino D’Amico: batteria, persussioni, persian santur, voce, cori

Tracklist: 1. Malin Ge Kendon – 2. Balluket E Ballit Moj – 3. Danse Boiteuse – 4. Fronni D’Alia – 5. La Casa Dell’Orco – 6. Spirit Trail – 7. Ay Yildiz – 8. Le Navi Di Istanbul – 9. Oriental San_set – 10. Rosabella – 11. Evoè Evoè – 12. Vesuvius

L’Irpinia è una terra bellissima e affascinante, ricca di storie e tradizioni che a fatica riescono a emergere nel quotidiano calderone di informazioni e notizie che assalgono le persone. Forse è un bene, perché in questo modo quella zona è rimasta nell’ombra, poco inquinata da fattori esterni, verace e vera come poche altre. Gli Emian provengono proprio dall’Irpinia e sono forse il miglior biglietto da visita per far conoscere quella verde landa; nella propria musica abbracciano una grande quantità di influenze e sonorità, ma il legame con la loro terra è sempre forte e ben radicato e non è certo una sorpresa se a fine ascolto di Egeria si viene assaliti dal desiderio di visitare l’Irpinia e magari passeggiare tra i boschi che fanno da sfondo al video de La Casa Dell’Orco.

Egeria è il terzo lavoro in studio per la band campana, il disco che certifica la bontà dei musicisti e anche il più ambizioso fino ad ora realizzato. I precedenti AcquaTerra e Khymeia sono due ottimi cd che hanno preparato la strada a Egeria, che arriva nelle collezioni di cd nel suo completo splendore: l’elegante digipak svela un artwork curato nei minimi dettagli, con il libricino di sedici pagine contenente i testi e delle brevi descrizioni delle canzoni e delle illustrazioni che ne risaltano il significato. Ascoltare la musica sfogliando le pagine del booklet permette di immergersi completamente nel mondo degli Emian, cantastorie di un’altra epoca con il compito di trasportarci lontano da luci accecanti e cemento soffocante. Nei quarantotto minuti di Egeria si toccano con mano storie e musiche del sud Italia (Basilicata, Calabria e ovviamente Campania e Irpinia) ma anche dell’Albania (Balluket E Ballit Moj) e Medio Oriente.

Musicalmente Egeria è un lavoro vario e personale, dove la mano dei musicisti è facilmente riconoscibile e le dodici tracce che compongono il disco variano tra ritmi sostenuti e meravigliose parti soavi nelle quali l’arpa di Anna Cefalo incanta per delicatezza e gusto. L’iniziale Malin Ge Kendon introduce nel migliore dei modi il disco, che parte con Balluket E Ballit Moj, una bellissima canzone nuziale albananese, e prosegue con l’allegria di Danse Boiteuse, tre minuti di danze alcoliche e sorrisi intorno al falò. La lucana Fronni D’Alia è avvolgente e facilmente memorizzabile, ma è con La Casa Dell’Orco che gli Emian si giocano il jolly, vincendo. Si tratta di una storia irpina, precisamente di San Michele di Pratola Serra (AV), che prende nome da un sito megalitico chiamato anche “Dolmen di Irpinia”. La leggenda racconta dell’orco Cronopa che terrorizza il villaggio, ma gli abitanti di San Michele stipulano un patto con l’orrenda creatura: una vita umana in sacrificio ogni anno, in cambio della tranquillità. Silpa il pastore, stufo di tutto ciò, decide di uccidere l’orco, ma durante il percorso la moglie Matulpa si perde e viene sbranata dai lupi. Silpa è visto come un salvatore e gli abitanti si San Michele lo vogliono fare re, ma lui è disperato per la moglie e la cerca fino a quando non la trova dilaniata.

Si seppellirono gli ultimi resti di Matulpa e si fece notte,
Silpa chiuse gli occhi, si distese a terra e si lasciò morire.

Dormi Silpa, và di nuovo da lei.
Dormi Silpa, suona ancora per lei,
Fi Fai Fo Fum… questa è la tomba per me!
Fi Fai Fo Fum… suono ancora per te!

La delicata Spirit Trail, cantata in inglese da Martino D’Amico, è molto diversa dal resto delle altre canzoni, ma la qualità rimane sempre alta e nell’economia del disco non stona. Arriva a questo punto un bel terzetto di brani dall’animo medio orientale: Ay Yildiz/Le Navi Di Istanbul/Oriental San_set sono composizioni che funzionano bene e mostrano l’ampiezza del lessico musicale degli Emian, a proprio agio anche con musiche che solitamente sono difficili da trovare in ambito pagan folk. Rosabella è una canzone tradizionale calabrese caratterizzata da un crescendo delicato ma inarrestabile, sicuramente una delle migliori composizioni di Egeria. In chiusura del disco troviamo la breve strumentale Evoè Evoè che guida l’ascoltatore fino all’affascinante Vesuvius che per ritmo e tiro sembra essere una risposta italiana (e quindi “calda”) al folk sciamanico proveniente dal nord Europa.

La bravura degli Emian era già risaputa – i due precedenti dischi sono lì a testimoniarlo -, ma con Egeria i nostri hanno fatto un ulteriore passo in avanti. Tutto suona giusto, non c’è un momento poco ispirato e l’ascolto fila liscio dalla prima all’ultima nota. La voce di Anna Cefalo è quasi magica, gli strumenti di Emilio Cozza e Danilo Lupi creano melodie travolgenti e le percussioni di Martino D’Amico danno ritmo e stabilità ai brani. In ambito pagan folk difficile, veramente difficile trovare altre band di questa bravura: Egeria è un disco destinato a rimanere nei lettori cd per veramente tanto tempo.

Intervista: Kyn

Una band che arriva al debutto con un sound già forte e personale? In aggiunta in un contesto come quello pagan folk, ovvero fortemente legato alla musica tradizionale? Con musicisti esperti e una buona dose di idee si può fare, ed ecco che Earendel è un buon disco, diverso da tutto il resto della scena. Eppure i Kyn possono fare ancora di più e noi di Mister Folk non vediamo l’ora di assistere a un loro concerto. Per saperne di più sulla band, sui testi e su cosa faranno nel 2020, abbiamo intervistato la frontwoman Ida Elena, già passata su queste pagine diverse volte: buona lettura!

Ciao Ida Elena, partiamo dall’inizio con la fondazione del gruppo, la scelta del nome e soprattutto cosa vi ha spinto a suonare la musica che grazie a Earendel ora gira negli impianti audio degli appassionati?

Ciao a te ed a voi che leggete! La fondazione del gruppo nasce da un’esigenza di ampliare le sonorità della musica che scrivo ed insieme a Gino Hohl (Kel Amrun) abbiamo iniziato io a scrivere e lui ad arrangiare. Non ci bastava però! Le canzoni si orchestravano sempre più e necessitavano di strumenti e vocalità ben precise, che a noi mancavano. Ho pensato allora di chiedere ai già miei compagni di armi nei Fairy Dream Albert Dannenmann (Blackmore’s Night) e Heiko Gläser (Tinnitus Brachialis) ed hanno subito sposato il progetto. Mancava ancora qualcosa però: a quel punto, ho messo un annuncio su “Musicisti medievali in Germania” ed in nemmeno 5 minuti due dei musicisti che avrei sempre voluto avvicinare ma non avevo mai osato, mi hanno scritto perché subito interessati, ovvero Anja Novotny (The Dolmen) e Dirk Kilian (Triskilian). Tutti polistrumentisti pazzeschi e super motivati, abbiamo registrato l’album in un mese e mezzo! Però mancava un mastermind, qualcuno capace di dare un gran suono a tutto questo. Ho girato il nostro progetto al mio compagno di metal Tomas Goldney (Bare Infinity) che si è non solo mostrato super entusiasta, ma ha deciso anche di rappresentarci come label, la Blackdown Music! Inutile dire che il suo lavoro è stato pazzesco! Quando abbiamo sentito il master non potevamo crederci! Venendo al nome, beh, ho chiesto al mio amico Jarl dei Valhalla Viking Victory, come si dicesse “eredità” in Old Norse, e mi ha suggerito Kyn. Non ho avuto bisogno di sentire altro, anche perché ho avuto l’appoggio della mia amica, nonché consigliera già nota ai lettori, Pamela Ceccarelli, in arte Ixia, che è di gusti molto difficili!

Earendel è il disco di debutto, eppure già suona personale e diverso dal resto della scena. Quali sono le realtà che vi hanno influenzato a livello musicale e quali, invece – se ce ne sono – vi hanno spinto verso la sperimentazione?

Ti ringrazio! Beh, suonando musica medievale da tanti anni, sia io che i miei compagni, abbiamo sentito la necessità di osare, di tentare una strada meno battuta o completamente vergine, anche rischiando che questo lavoro potesse non essere ben accolto dai fan del genere. È stato fondamentale collaborare con Tomas che invece non ha un orecchio abituato alla musica medievale e ci ha aiutato ad aggiustare il tiro. In generale però, sia io che Gino siamo fan dei Dead Can Dance e dei Rammstein e abbiamo pensato: che succederebbe se si incontrassero?

Stilisticamente cercate di portare delle nuove sonorità in un genere che in linea di massima cerca di suonare sempre simile a se stesso. Come avete maturato questa decisione? Siete soddisfatti di quanto realizzato fino a questo momento?

Come dicevo prima, la voglia di novità rispetto alla nostra esperienza fino ad oggi, ci ha spinto a tentare questa strada. Siamo contenti del risultato, ma ci piace migliorare e spingerci sempre oltre, perciò mi sento di dire che il nostro lavoro migliore non lo abbiamo ancora composto!

Siete una band formata da musicisti che non vivono nello stesso paese, ti chiedo quindi in quale modo vi organizzate per le prove e per scrivere le canzoni.

Le canzoni le scrivo principalmente io, anche se spero che dal prossimo album in poi la composizione possa essere molto più corale (ovviamente rodando il lavoro di squadra, questo avverrà sempre di più). Per le prove, siamo tutti professionisti e quindi non è facile trovare dei fine settimana liberi per tutti, ma alla fine, quando riusciamo ad organizzarci, proviamo tre giorni filati! Ci fidiamo l’un dell’altro e questo aiuta il lavoro individuale e poi quello di squadra.

Come descriveresti la musica dei Kyna una persona che ancora non ha avuto modo di ascoltarvi?

Kyn è il bimbo mai nato dal matrimonio dei Rammstein con i Dead Can Dance ahahah! Scherzi a parte, Kyn parte dalle fondamenta della cultura pagana, anche grazie alla riscoperta delle nostre leggende (è stato fondamentale per me partire dalle leggende siciliane e unirle al nord Europa, anche perché la Sicilia è stata dominata dai mori, ma anche dai normanni e dagli Staufer, che erano tedeschi) e si evolve nella musica moderna tramite l’elettronica. Questi due generi sono molto diversi tra loro ma hanno in comune il potere dell’estasi, della trance, quando sono al loro apice. Speriamo di esserci riusciti!

Unire il nord Europa con il sud Europa è uno dei vostri obiettivi, e devo dire che ci siete riusciti bene e con personalità. È stato difficile farlo oppure, data la bravura e l’esperienza dei musicisti, è stato un processo naturale?

Per me è stato un piacere cercare di rendere giustizia alla contaminazione tra questi due mondi perché in fin dei conti è ciò che avviene anche in questa band: sono la sola italiana in un gruppo di tedeschi che considero tra i migliori in Germania. Poi abbiamo lo Svizzero che è neutrale ahahah! Ma anche lui in quanto a bravura non scherza!

Parliamo dei testi: quelli in italiano sono chiaramente comprensibili e alcuni funzionano davvero bene come La Leggenda Di Colapesce. Ti chiedo invece di raccontarci di cosa parlano le varie Kyn e Herr Mannelig.

Ti ringrazio, in pratica La Leggenda Di Colapesce si è scritta da sola! Ero come in trance mentre scrivevo. Per la parte in tedesco mi ha aiutata Anja perché avevo il terrore di scrivere corbellerie. Kyn parla delle donne, dell’esigenza di non essere più messe in disparte in un mondo governato dagli uomini e di trovare la forza nelle nostre radici, come le donne vichinghe ad esempio, che nella società vichinga non erano affatto messe in disparte, anzi! Herr Mannelig è una sorta di soap opera medievale! C’è questa strega/troll che vuole conquistare questo bell’uomo grazie al suo denaro e lotta contro di lui, povero malcapitato (come potete sentire nell’intro). Ci riuscirà? Lo scoprirete nel prossimo episodio di Kyn, la serie!

Alcuni brani presentano un cantato in doppia lingua. È una scelta legata alla “musicalità” oppure è per esprimere meglio un concetto?

Diciamo che per alcuni brani era quasi obbligatorio, come quando comincia a cantare il re in Colapesce, Federico II che era tedesco. Oppure Fata Morgana, leggenda Arturiana (che perciò canta in inglese) ambientata in Sicilia. Ho voluto esplorare maggiormente la mia lingua, l’italiano, ma siccome si tratta di un progetto corale, è giusto che l’inglese sia predominante in modo da essere chiaro ciò che cantiamo a tutti noi della band.

Ora che il disco è fuori lo porterete sui palchi europei? Ci sarà un tour o una serie di date selezionate? Anche in questo caso, quanto è difficile organizzare persone distanti tra loro migliaia di chilometri per poter salire sul palco?

Ci stiamo ancora assestando per i live: è un progetto molto ambizioso e vogliamo dare il massimo nei concerti, che saranno dei veri e propri show, ma non voglio dire di più. Diciamo solo che il prossimo anno ne vedrete delle belle!

Sei un’artista molto impegnata e tra progetto solista e band sei sempre al lavoro. Cosa farai nei prossimi mesi musicalmente parlando?

Ci provo! Nei prossimi mesi sarò impegnata con i concerti solisti di Natale e con i miei progetti acustici con Fairy Dream, Gino Hohl e la straordinaria polistrumentista e cantante svizzera Adaya, perlopiù tra Svizzera e Germania. Da gennaio in poi, daremo full gas con le prove dei Kyn! E ci saranno delle sorprese!

Ti ringrazio per la disponibilità, vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori di Mister Folk?

Grazie a voi, intervista molto interessante come sempre. Vorrei solo dire che è importante credere in ciò che si fa, anche quando si ha la sensazione che le altre persone storceranno il naso: è proprio allora che stiamo facendo bene!

Suidakra – Echoes Of Yore

Suidakra – Echoes Of Yore

2019 – full-length – MDD Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Arkadius Antonik: voce, chitarra, orchestrazioni – Sebastian Jensen: voce, chitarra – Tim Siebrecht: basso – Ken Jentzen: batteria

Tracklist: 1. Wartunes – 2. The Quest – 3. Havoc – 4. Morrigan – 5. Rise Of Taliesin – 6. Hall Of Tales – 7. Pendragon’s Fall – 8. Banshee – 9. Warpipes Call Me – 10. Lays From Afar

I tedeschi Suidakra arrivano al venticinquesimo anno di attività e non sono molti i gruppi in questo genere che possono dire di avere una lunga e proficua carriera come la loro. Volendo tirare una linea e guardare cosa è successo in questo quarto di secolo, la prima cosa che si nota è la costante altalena qualitativa alla quale Arkadius e soci ci hanno ormai abituato da anni. Tralasciando volutamente il periodo “moderno” della band, fortunatamente subito abbandonato e spazzato via dalla successiva pubblicazione, quel Caledonia che per molti rimane il lavoro più riuscito del gruppo, a un poco ispirato Eternal Defiance ha fatto seguito il discreto Realms Of Odoric, per poi impaludarsi nell’acustico e non riuscito Cimbric Yarns. Insomma, sembra che il meglio i Suidakra lo abbiano già dato, ma questo Echoes Of Yore potrebbe essere quel tipo di operazione che fa tornare la voglia di provare quel qualcosa in più e far tornare a volare le mani lungo i manici di chitarra alla ricerca delle note perfette. Se si pensa ai Suidakra viene da chiedersi cosa avrebbero potuto diventare se solo avessero azzeccato tre album di fila, capaci sì di piazzare qualche colpo di altissima qualità, ma anche di auto eliminarsi dal giro che conta con release zoppicanti.

Echoes Of Yore nasce dal desiderio di festeggiare un bel pezzo di carriera – venticinque anni! – che comunque ha portato la formazione di Düsseldorf a calcare i palchi di mezzo mondo, compresi i grandi eventi estivi. Tutto assolutamente meritato, e questo disco nato grazie al supporto dei fan che hanno contribuito attivamente con l’ormai classico kickstarter (scegliendo tramite voto la scaletta del cd), può davvero essere una piccola svolta nella carriera dei Suidakra. In Echoes Of Yore troviamo dieci brani per un totale di cinquantuno minuti di durata, con i pezzi tratti esclusivamente dalle prime cinque release. I suoni sono al passo con i tempi, potenti e grossi, ma anche nitidi e sinceramente danno nuova vita a Banshee – opener del debutto del 1997 Lupine Essence – e Hall Of Tales, dal seguito Auld Lang Syne dell’anno dopo per fare degli esempi. La tracklist è buona, il fan di vecchia data può ritenersi soddisfatto delle canzoni selezionate anche se, com’è normale che sia, ognuno troverà una mancanza se non di più. Tra le nuove versioni vanno assolutamente menzionate l’opener Wartunes, che come da titolo è una vera tritaossa, The Quest, ovvero la tipica Suidakra-song dei bei tempi andati, la sognante Rise Of Taliesin, più lunga dell’originale di cinquanta secondi e arricchita dagli eleganti interventi di violino e flauto, e Pendragon’s Fall, forse la rilettura più brillante dell’intero cd. Nelle varie canzoni sono presenti diversi ospiti, il più noto dei quali è Robse degli Equilibrium, mentre fa un certo effetto ascoltare nuovamente la voce pulita dello storico Marcel Schoenen. A completare questa operazione celebrativa (e un po’ nostalgica) c’è il bonus dvd con l’esibizione dei Suidakra al Wacken Open Air 2019.

Non è la prima volta che la band tedesca festeggia qualcosa (nel 2008 fu il turno di 13 Years Of Celtic Wartunes, un dvd + cd con quattro ri-registrazioni e poi una sorta di best of con le canzoni semplicemente rimasterizzate), ma una carriera lunga non è cosa da tutti ed è giusto che i musicisti si prendano del tempo per festeggiare traguardi importanti come quello delle venticinque candeline. Echoes Of Yore è un lavoro utile sia per chi vuole avvicinarsi alla formazione di Arkadius che per chi segue il gruppo da anni e non si fa scappare nessuna uscita. La speranza è che lavorando su pezzi dotati del giusto tiro i Suidakra ne abbiano tratto nuova ispirazione per il prossimo lavoro: dare continuità qualitativa alla propria discografia sarebbe una gran cosa.

Intervista: ShadowThrone

Gli ShadowThrone tornano a farsi sentire con il secondo disco, edito dall’olandese Non Serviam Records, dal titolo Elements’ Blackest Legacy. Rispetto al debutto Demiurge Of Shadow di due anni fa alcune cose sono cambiate, a partire dalla line-up: fuori il cantante Serj Lündgren e il bassista Emanuele Lombardi, dentro Zilath Meklhum (ex Voltumna) alla voce. La copertina, con uno stile più violento, sia per soggetto che per colori, rispetto a quella gotica/romantica del debutto, lascia presagire un sound rinnovato e più diretto, ed è proprio così. Le orchestrazioni classiche ed eleganti hanno lasciato spazio a synth e suoni freddi, con la base musicale che è sempre black metal, ma ora più brutale e cattivo. Ascoltando i due lavori in sequenza si riconosce lo stile della band, e l’evoluzione non poi così eclatante, ma al primo ascolto di Elements’ Blackest Legacy si rimane sorpresi. Le canzoni sono crude e tirate, funzionano bene sia nei momenti più estremi che in quelli più “ragionati” (Black Dove Upon My Shoulder), con la bravura dei musicisti che non fatica a venire a galla. Tra tutte le composizioni (undici per un totale di oltre sessanta minuti) spicca facilmente L’Autunno Di Bacco, oltre per il titolo e il testo in italiano, per una ricerca melodica che porta alla memoria i dischi symphonic black metal della seconda metà degli anni ’90. La voce di Zilath Meklhum è teatrale e profonda, sembra di ascoltare un arcaico canto pagano prima dell’ingresso dei synth e delle chitarre elettriche che portano alla conclusione del disco rappresentato da Faded And Cold Humanity.

Questo degli ShadowThrone è un ottimo disco di black metal diretto e potente (anche grazie all’ottima produzione “moderna”. Del mix e del mastering se n’è occupato Riccardo Studer, il quale è apparso su queste pagine con Stormlord, Dyrnwyn e La Janara), con orchestrazioni e synth a rendere vario l’ascolto e, soprattutto, composto da canzoni che non passano di certo inosservate. Troppi spunti e curiosità da togliersi per non intervistare la mente e leader della band, il chitarrista Steph, ecco quello che ci siamo detti:

Partirei domandandoti del cambio di cantante: via Serj Lündgren, sostituito dall’ex Voltumna Simone Scocchera, in arte Zilath Meklhum.

Innanzitutto ringrazio Mister Folk per l’intervista. Zilath Meklhum è entrato negli ShadowThrone poco prima delle sessioni in studio del nuovo album. È stato un momento delicato perché sia Emanuele Lombardi (basso) che Serj Lundgren (voce) avevano deciso di dedicarsi ad altri progetti mentre con gli ShadowThrone avevamo abbastanza materiale per un nuovo disco. Facemmo girare la notizia che eravamo alla ricerca di un nuovo cantante attraverso una serie di post sui social. Ci fu abbastanza attenzione ed ascoltammo alcune demo che avevamo ricevuto, compresa quella di Zilath. Avevamo avuto modo di suonare con i Voltumna in più occasioni ed eravamo al corrente delle esperienze live e in studio che Zilath aveva acquisito con la sua precedente band.

Dopo il cambio di cantante è arrivato il secondo disco, Elements’ Blackest Legacy. Con la nuova line-up è cambiato qualcosa nella fase di creazione?

Quando Zilath è arrivato avevamo tutto il materiale pronto tranne alcuni testi che erano rimasti incompiuti o andavano rivisti. Possiamo dire che Elements’ Blackest Legacy era già stato in gran parte “creato”. Non avevamo molto tempo perché le sessioni di registrazione sarebbero iniziate a breve quindi aveva un bel lavoro da svolgere sulle linee vocali. Siamo rimasti stupiti dal risultato. Inoltre in studio abbiamo notato che aveva uno scream ottimo quanto il growl e ci siamo ritrovati a poter usare entrambi gli stili vocali, cosa che ben si nota ascoltando l’album. Direi che rispetto ai brani di Demiurge Of Shadow siamo migliorati in un tempo abbastanza breve, forse dettato da alcuni errori e lacune che non avevamo notato nella creazione del primo album.

Musicalmente il nuovo Elements’ Blackest Legacy suona più violento e feroce di Demiurge Of Shadow. Era questo l’obiettivo che volevate raggiungere quando avete iniziato a lavorare sui nuovi pezzi?

Demiurge Of Shadow ha un suono più vicino al symphonic black metal degli anni ‘90 che io preferisco, molto probabilmente perché era quella l’intenzione, ma avevamo trascurato alcuni aspetti come ad esempio la durata dei brani. L’album, se da una parte aveva ricevuto critiche abbastanza positive per essere il primo lavoro della band, dall’altra veniva sottolineato come un lavoro un po’ “timido”. Questo ultimo aspetto ci ha portati a scrivere nuovi brani quando ancora Demiurge Of Shadow era in fase di promozione. Volevamo materiale che racchiudesse le influenze principali come il black metal in primis, il death e il trash metal, con il tentativo di creare una dimensione più personale. Non so se sia stata una scelta giusta perché credo che rimanga ai margini del black metal molto probabilmente come fonte di ispirazione. Avevamo l’obiettivo di fare un nuovo album senza aspettative di alcun genere .

Le chitarre sono semplicemente feroci. In cosa è cambiato l’approccio per il nuovo disco?

Non saprei, credo che lo stile non si sia allontanato molto dal precedente album, ma semplicemente abbiamo curato l’esecuzione e abbiamo investito su una produzione che mettesse in risalto il riffing piuttosto che la parte sinfonica. Elements’ Blackest Legacy contiene brani molto più cupi e meno epici rispetto a Demiurge Of Shadow, con passaggi che vanno dal black metal al death. Non ci siamo messi a tavolino a studiare come fare questo o quello per attirare chissà quale attenzione, ma semplicemente è avvenuto in modo naturale.

Le parti orchestrali sono molto importanti e quando fanno il loro ingresso riescono sempre a dare quel qualcosa in più senza però rubare i riflettori agli altri strumenti. Queste parti nascono in un secondo momento, dopo che i riff e la struttura già esistono? In quale maniera lavorate per creare le melodie e i tappeti di tastiera?

Le parti sinfoniche sono state scritte tutte da me per entrambi gli album nonostante la mia ignoranza in tema di orchestrazioni. Nella fase di creazione è l’ultimo tassello che vado a collocare, facendole girare intorno ai riff di chitarra. In Demiurge Of Shadow avevamo usato dei suoni classici del symphonic black metal mentre per il nuovo album c’era qualcosa che non mi convinceva. Non volevo il solito tappeto di violini, viole, ensemble ecc.. Personalmente credo che gli album metal da colonna sonora abbiano conosciuto la loro alba ed il loro tramonto. Sentivo il bisogno di entrare in una dimensione più pura e silenziosamente apocalittica come qualcosa di asettico e siderale e per rendere reale la visione non feci altro che sostituire le classiche orchestrazioni con suoni synth ed elettronici come avevano sperimentato in precedenza Limbonic Art o Samael.

In L’Autunno Di Bacco utilizzate la lingua italiana e il risultato è secondo me favoloso. Il brano si tinge d’epicità e viene voglia di ascoltarla più volte di seguito. Come nasce la canzone e pensate di utilizzare l’italiano anche in futuro?

Adoro L’Autunno Di Bacco perché in quel brano semi strumentale ho voluto imprimere le sensazioni che provo quando, nel tempo libero, dedico intere giornate ad escursioni tra le montagne della mia zona . Nella versione primordiale aveva un finale eseguito da un gruppo folkloristico locale con strumenti etnici ciociari. Questo perché spesso leggevo che gli ShadowThrone provenivano dalla capitale, a causa dei miei precedenti nei Theatres Des Vampires ed allora volevo usare L’Autunno Di Bacco come risposta per identificare la nostra origine ciociara. Ovviamente eliminammo la parte folk del brano aggiungendo alcuni versi de Inno A Bacco da Callimaco, grazie anche all’epica interpretazione di Gianpaolo Caprino degli Stormlord. È una traccia molto personale e quindi ho voluto darle anche un’impronta di italicità con versi recitati in italiano, cosa che non mi dispiacerebbe ripetere in futuro.

Faded And Cold Humanity è un pezzo insolito per voi e chiude in maniera inaspettata Element’s Blackest Legacy: era questo l’effetto che volevate dare?

Faded And Cold Humanity non è altro che la trasposizione sintetica di Faded Humanity contenuta in Demiurge Of Shadow. Volevamo chiudere l’album con una traccia “silenziosa” ed atmosferica che allontanasse l’ascoltatore conducendolo in mondi artici e privi di vita.

Il nuovo disco quasi raddoppia in durata il debutto Demiurge Of Shadow (togliendo intro e outri): non temete che l’ascoltatore possa “perdersi” dopo i primi 7-8 brani?

Non riesco ad esprimermi al riguardo, credo che debba basarmi sulle recensioni. Non penso che un lungo album abbia mai ucciso qualcuno. Personalmente ascolto album molto più lunghi senza mai annoiarmi, anzi, addirittura li riascolto da capo una volta terminati. È tutto individuale, ci sono album che vorresti non finissero mai . Non so se sia questo il caso ahah.

Il cd esce per la Non Serviam Records: in che modo è nata la firma e come vi state trovando?

Alla fine delle registrazioni, come tutte le band avevamo il promo da inviare alle etichette se volevamo dargli un’alba. Abbiamo contattato decine di etichette, alcune oneste ed altre molto meno, alcune interessate ed altre che neanche hanno risposto. L’olandese Non Serviam Records rispose con entusiasmo all’ascolto del promo di Element’s Blackest Legacy. Conoscevo la Non Serviam Records perché aveva prodotto The Canticle Of Shadows dei Darkend e ne avevo sentito parlare molto bene. Ma l’aspetto importante è stato che aveva ascoltato il promo più volte trasmettendoci l’entusiasmo di chi ama fare il suo lavoro. La Non Serviam Records fa parte di quelle etichette oneste che agiscono accrescendo il valore del tuo lavoro. Siamo orgogliosi di aver consegnato Elements’ Blackets Legacy nelle loro mani, visto anche l’aspetto promozionale che stanno portando avanti .

Riccardo Studer è una sicurezza e ogni gruppo che lavora con lui ottiene un gran risultato. Come vi siete trovati a lavorare con un professionista giovane ma già affermato?

Lavorare con Riccardo è stata un’esperienza utile e di totale relax che ha inciso non poco nella riuscita dell’album. Studer ha messo a disposizione i suoi consigli e la sua esperienza negli Stormlord e non sono mancati momenti di confronto e di discussione sulla musica in generale. È molto importante entrare in studio e sapere cosa si vuole. Come detto in precedenza mi ero occupato delle parti orchestrali pur non capendo nulla di composizione e Riccardo ha avuto il compito di correggerle, sistemarle e in alcuni casi riscriverle. Gli spiegai cosa avevo in mente per la parte sinfonica, che non erano le colonne sonore di Pirati Dei Caraibi o Il Signore degli Anelli. Fu abbastanza divertito perché era una richiesta strana e che usciva un po’ fuori dai canoni dei suoi studi musicali. Ha fatto un buon lavoro.

Anche la copertina, rispetto al debutto, è più “cattiva”: una scelta che va a braccetto con la musica? Come si è svolta la collaborazione con Néstor Avalos?

Volevamo un artwork che rispecchiasse Elements’ Blackest Legacy ed eravamo alla ricerca di un buon artista. Abbiamo notato i lavori di Nestor Avalos su di un sito web che si occupava dei migliori graphic designer nell’ambito metal e lo abbiamo contattato. Nestor ha lavorato per band come Dark Funeral, Rotting Christ, Valkyria e Moonspell. Piuttosto che dargli delle direttive precise gli abbiamo inviato il promo dell’album lasciandogli carta bianca in modo da creare le sue sensazioni ed ha fatto un ottimo lavoro. I colori alla base dell’artwork hanno una tonalità calda che si raffredda salendo verso il picco della montagna composta da teschi ed elementi morti, fino a sprigionare un flusso dalle tinte gelide.

Parliamo di concerti. Una band del centro Italia ha meno possibilità di esibirsi rispetto ai gruppi del nord? Vi sentite parte di una scena?

Quello del discorso su una presunta scena italiana è un argomento intricato e interessante. Posso esprimere il mio personale parere che magari non rispecchia quello degli altri membri. Personalmente non mi interessa far parte di nessuna scena. Non mi preoccupa neanche il discorso dell’underground perché spesso trovo associati a questa definizione alcuni concetti veramente stupidi ed insensati. Mi interessa soltanto creare senza dover necessariamente collocarlo in un settore specifico. Trovo che in Italia ci siano pochissime band interessanti e le ragioni sono molteplici. Mi piace tenere contatti con queste realtà e spesso abbiamo condiviso lo stage con loro. Diciamo anche un aspetto della verità, cioè che in questo  mondo ognuno pensa alle proprie ambizioni ed esigenze, scena o non scena. Ovviamente la posizione geografica influisce molto soprattutto a livello economico/logistico se pensiamo che spostare una band da nord a sud o viceversa richiede un costo per gli organizzatori o per la band stessa. Non è un aspetto che riguarda essere migliori al nord o peggiori al sud ma indubbiamente se parliamo di termini live allora la geografia ha il suo peso.

Siamo al termine della chiacchierata: c’è qualcosa che volete aggiungere?

Ringraziamo la redazione di Mister Folk per aver dedicato spazio a questa intervista e tutti coloro che ci supportano, invitiamo i lettori a seguire la pagina Facebook degli ShadowThrone.

Intervista: Lindy-Fay Hella

Seafarer è un gran bel disco, diverso da quanto trattato solitamente su queste pagine, ma assolutamente da scoprire e fare proprio. Lindy-Fay Hella ha stupito molte persone con il suo primo disco solista e proprio la release della Vàn Records è al centro della chiacchierata avvenuta con la cantante norvegese tramite una videochiamata WhatsApp. Parlare con lei è stato un grande piacere e alla fine è uscito qualcosa anche sui Wardruna…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento all’amica Sara Sorge per il fondamentale aiuto durante la videochiamata e per la trascrizione dell’intervista.

La tua musica è molto toccante ed è difficile trattenere le lacrime mentre scorrono le note del tuo primo album solista. Come e quando hai iniziato a cantare?

Ero una bambina molto tranquilla e timida e amavo la musica, quindi l’ascoltavo molto. Ho iniziato a cantare presto perché la musica è sempre stata presente nella mia vita famigliare, sia da parte di madre che di padre. Ogni volta che incontravo mio cugino ascoltavamo musica insieme. Mio cugino, che ha dieci anni più di me, amava molto Brenda Lee (una cantante americana che ha inciso ben ventinove album in studio, ndMF), quindi voleva che gli cantassi quel tipo di musica. Ero riluttante, come ti ho detto ero timida, ma lui ha insistito, così alla fine l’ho fatto. Un giorno, avevo otto anni, mio cugino mi ha detto “Lindy, sei davvero brava! Sono abbastanza sicuro che da grande sarai su un palco, sarai una cantante”.

Come sei arrivata al tuo disco solista Seafarer?

In realtà, prima che il lavoro fosse fatto, avevo la sensazione che dovevo farlo. Lavoro con la musica da oltre venti anni e ho sempre composto molte cose che non ho mai pubblicato, sempre per la timidezza che dicevamo prima. Nonostante questo, due anni fa, quando ho sentito la necessità di realizzare qualcosa di mio, ho iniziato da zero componendo questo album e alla fine la sensazione che ho provato è stata di sollievo. Ho sentito che l’intero processo mi ha aiutato nel guadagnare fiducia e le successive esperienze sarebbero state ancora migliori. In più ho lavorato con amici, dal momento che i musicisti coinvolti sono persone a me molto care, così le sensazioni e le vibrazioni sono state molto molto positive.

Nei testi parli spesso dell’Otherworld. Potresti dirci cosa significa per te o se ritieni che ci sia una connessione tra questa vita e quella dopo la morte?

Hai davvero centrato il messaggio del mio album, dal momento che parla esattamente di quello, l’Otherworld, quello dopo la morte o di un’altra dimensione, qualunque cosa sia là fuori. La consapevolezza della sua esistenza è stata in me fin da quando ero bambina e non l’ho mai trovata spaventosa. Sfortunatamente circa due anni fa, mentre stavo iniziando a lavorare su questo album, ho perso uno dei miei migliori amici, quindi quella sensazione di connessione con l’otherworld è diventata più forte. Sebbene abbia lasciato questo pianeta, non ho mai avuto la sensazione che la sua energia sia completamente svanita. Durante la vita ho avuto visioni di cose che non posso spiegare completamente e la mia curiosità per questo Otherworld la si trova sia nella musica che nei testi. Se ascolti attentamente, noterai che i testi di questo album spesso ripetono le stesse cose e questo è intenzionale. Si può costruire una storia enorme con pochissime parole. Dipende dalla tua immaginazione. Anche personalmente, ripetendo mi aiuta a entrare in un certo mood.

La copertina del tuo album ha colori intensi e il suo stile è molto diverso dalle altre cover rock/metal/ambient. Come sei arrivata a questa scelta grafica?

Tanto per cominciare, sono spesso associata con la scena rock e heavy metal perché provengo da Bergen e passo molto tempo con musicisti di quel tipo. Apprezzo il loro grande lavoro, ma non è la mia musica: sono persone molto amichevoli e inclusive, quindi siamo solo amici intimi! L’immagine della copertina del mio album proviene da una foto fatta con un cellulare durante una vacanza con il mio buon amico Kristian (Eivind Espedal, aka Gaahl, ex Wardruna, ex Gorgoroth, ndMF) e un terzo amico comune. È stata scattata in una valle molto speciale, difficile da raggiungere – devi anche prendere una barca per arrivarci – quindi è un posto con un’energia davvero forte e abbiamo scattato una foto come ricordo. Quando l’ho visto a casa, ho deciso che volevo che fosse la copertina dell’album, perché ricordava le belle emozioni di quel giorno, in quel luogo magico. Ho chiesto al terzo amico di modificare i colori nello stile degli anni ’70, pensando che il risultato finale sarebbe stato un mix equilibrato di finzione e realtà.

Mentre ascoltavo Seafarer, ho avuto l’impressione che alcune sonorità avessero le stesse sonorità dei Wardruna, il tuo gruppo principale. Pensi che potrebbe esserci una loro naturale influenza sul tuo lavoro?

Beh, lavoro con la mia voce da più di vent’anni ormai, a volte solo come “uno strumento” per le persone con cui lavoravo, dato che dovevo solo cantare ciò che mi era stato chiesto, nel modo in cui era stato pianificato. Un esempio è With Everburning Sulphur Unconsumed che ho cantato per i Darkend. Ci siamo incontrati grazie ad amici comuni qui a Bergen e mi hanno inviato una canzone chiedendomi se potevo fare alcuni cori e ho detto “sì, certo che posso farlo!”. Nel mio canto ci sono anni di allenamento, quindi se ora, per esempio, voglio cantare con forza, ho sviluppato un modo personale di farlo, che può essere riconoscibile, ma ho iniziato a sviluppare per conto mio questa tecnica venti anni fa, prendendo ispirazione dalla musica tribale. Se aggiungi che canto con i Wardruna da quindici anni, dall’inizio della storia, è facile capire che la mia identità può essere facilmente connessa con la musica che produco con loro come gruppo. Inoltre, tutti i musicisti coinvolti in questo album sono stati liberi di esprimersi come si sentivano, non ho dato alcuna restrizione, quindi l’intero processo è uscito naturalmente, illuminando la natura e il legame di tutti.

Nonostante il vasto pubblico che hai in Italia, non ti abbiamo ancora sentito cantare qui. Pensi che in futuro saremo in grado di godere della tua voce incantevole su un palco con luci soffuse e candele a Roma o Milano?

(Sorride) Grazie per i tuoi complimenti! Mi piacerebbe molto venire a cantare in Italia, a dire il vero. Penso che parlerò presto di questa idea con i miei manager, quindi chi lo sa? Forse in un prossimo futuro ci incontreremo in Italia!

C’è un altro album solista nella tua mente o è troppo presto per pensarci ?

In realtà ho lavorato in studio con i Wardruna nell’ultimo mese o giù di lì, quindi ho in programma di realizzare un nuovo album solista nel 2021. Questo è il piano, almeno!

Vorrei sottolineare, con grande piacere, che sei sempre gentile con i tuoi fan. Ho notato che rispondi sempre con cura a ogni commento su Facebook, che al giorno d’oggi non è comune, soprattutto tra i personaggi famosi. Lo apprezzo molto e ancora di più il tempo che hai dedicato a questa intervista, grazie!.

Grazie, ma penso che sia il minimo che dovrei fare. Le idee e i commenti di tutti sono i benvenuti e tendo ad ascoltarli attentamente. Voglio davvero che tutti si sentano liberi di esprimere i propri sentimenti, non voglio essere considerato ostile. È stato bello parlare con te!

 ENGLISH VERSION:

Your music is really touching and the combination of sound, lyrics and voice that you have chosen for your first solo album makes it difficult to hold back the tears while listening. When and how did you start to sing?

I was a very shy, quiet child and I loved music, so I used to listen to it a lot. I started singing early, because music has always been present in my family life, both on my mother’s and father’s side. Every time I met my cousin, we used to listen music together. My cousin, who is about ten years older than me, was very fond of Brenda Lee, so he wanted me to sing that kind of music for him. I was reluctant, as I told you I was shy, but he insisted, so once I finally did it. One day, I was about 8, my cousin told me: “Lindy, you are really good! I am pretty sure that you will be on a stage when you grow older, you will become a vocalist.”

How were you inspired for your solo album, Seafarer?

Actually, before the work was done, I had the feeling that it had to be done. I’ve been working with music for more than 20 years and I’ve composed many things that I have never released, always because of the shyness we were talking about before. Despite this, two years ago, when I felt the urge to produce something mine, I started from scratch in composing this album and in the end the feeling has been of relief. I felt that the whole process had helped me to gain confidence and that the following experiences would have been still better. What’s more, I have worked with friends, since all the musicians involved are people who are very dear to me, so the feeling and the vibes have been very very positive.

In the lyrics you often speak about the Otherworld. Could you tell us what it means for you, or if you feel there is a connection between this life and the one after death?

You really nailed the message of my album, since it speaks exactly about that, the other-world, the one after death or another dimension Whatever it is that is out there. The awareness of its existence has been in me since I was a child and I have never found it spooky. Unfortunately around two years ago, while I was starting to work on this album, I lost one of my best friends, so that feeling of connection with the other-world has become stronger. Though he has left this planet, I have never had the feeling that his energy is completely gone. During life i`ve had visions of things that I can not fully explain and my curiosity for this Otherworld is taken into both music and lyrics. If you listen, you notice that some words and sentences are repeated. This is intentional. It can be build a huge story around just very few words. It depends on your own imagination. Also personally, repeating help me get into a certain mood.

The cover of your album has intense colours and its style is quite different from the other rock or metal covers. How did you get to that graphic choice?

To start with, I am often associated with the heavy metal rock wave because I am from Bergen and I spend a lot of time with musicians of that kind. I do appreciate their great work, but it’s not my music: they are very friendly, inclusive people, so we are just close friends! The image of the cover of my album comes from a picture taken with a mobile phone during a holiday with my good friend Kristian (Eivind Espedal, aka Gaahl, ex Wardruna, ex Gorgoroth, ndMF) and a third common friend. It’s been taken in a very special valley, difficult to reach -you even need to take a boat to get there- so it’s a place with a really strong energy and we took a picture as memory. When I saw it at home, I decided I wanted it to be the cover of the album, because it recalled the beautiful emotions of that day, in that magical place. I asked the third friend to edit the colours in the 70’s style, thinking that the final result would be a balanced mixture of fiction and reality.

While listening to Seafarer I was under the impression that some sonorities had the same taste of the Wardruna’s, your group. Do you think that there might be a natural influence from them on your work?

Well, I’ve been working with my voice for more than twenty years now, sometimes being just “an instrument” for the people I was working with, since I only had to sing what I was asked, in the way that had been planned. An example is With Everburning Sulphur Unconsumed that I’ve sung for Darkend. We met thanks to common friends here in Bergen and they sent me a song asking wether I could do some choirs and I said “yes for sure I can do this!”. In my singing there are years of practice, so if now for example I want to sing strongly, I have developed a personal way of doing it, that can be recognisable, but started to develop this high volume singing over twenty years ago on my own, by taking inspiration from tribal music. If you add that I have been singing with Wardruna for 15 years, It’s easy to understand that my identity can be easily connected with the music I produce with them as a group. Furthermore, all the musicians involved in this album have been free to express themselves as they felt, I didn’t give any restrictions, so the whole process has come out naturally, enlightening everyone’s nature and bond.

Despite the wide audience you have in italy, we haven’t heard you singing here yet. Do you think that the in future we will be able to enjoy your enchanting voice on a stage with dim lights and candles in Rome or Milan?

(Smiles) Thank you for your compliments! I would really love to come and sing in Italy, to be honest. I think I will soon speak about this idea with my managers, so who knows? Maybe in a close future we will meet in Italy!

Is there another solo album in your mind or is it too soon to think about it?

Actually I’ve been working in studio with Wardruna for the last month or so, so I’m planning to come up with a new solo album in 2021. That’s the plan, at least!

I would like to underline, with great pleasure, that you are always kind to your fans. I’ve noticed that you always answer with care to each comment on Facebook, which nowadays is not common, above all among famous people. I really appreciate it and still more the time you have dedicated to this interview.

Thank you, but I think that it’s the least I should do. Everybody’s ideas and comments are welcome and I tend to listen to them carefully. I really want everybody to feel free to express their feelings, I don’t want to be considered hostile. It’s been nice talking with you!

King – Coldest Of Cold

King – Coldest Of Cold

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tony Forde: voce – David Hill: chitarra – David Haley: batteria

Tracklist: 1. Conquer
 – 2. Mountains Call
 – 3. Coldest Of Cold
 – 4. One More War
 – 5. King
 – 6. In The Light Of The New Sun – 7. Beyond The Exosphere
 – 8. Star
 – 9. Ways Of The Forest
 – 10. My Master My Sword My Fire

Su Mister Folk non si tratta il black metal nelle recensioni, anche se è un genere “amico” e spessissimo le sue contaminazioni sono parte integrante dei dischi che vengono recensiti. Per non parlare poi del viking metal di matrice estrema che prende il via con gli Enslaved circa venti anni fa, o della scena sempre più corposa e agguerrita del pagan black metal. Su queste pagine non si tratta il black metal, ma non vuol dire che io non sia un ascoltatore e mi tenga aggiornato sulle nuove uscite. Ed è ascoltando questo Coldest Of Cold degli australiani King che ho deciso di fare uno strappo alla regola, e cioè di recensire un lavoro che è 100% black metal: troppo bello per non parlarne! La band originaria di Melbourne arriva con questo cd alla seconda pubblicazione (il debutto Reclaim The Darkness risale al 2016) e lo fa con il sostegno della norvegese Indie Recordings (Kampfar, Einherjer e Wolfcesmen).

Coldest Of Cold è composto da dieci canzoni per una durata complessiva di quarantaquattro minuti. Il black metal proposto da Tony Forde e soci è molto melodico, ma non disprezza affatto riff di chitarra taglienti, tappeti di doppia cassa e blast beat. Sì melodici, ma i King sono in grado anche di picchiare duro. Proprio qui sta la bellezza di un disco che, lo si può dire tranquillamente, non ha nulla di innovativo o “stravagante”. Coldest Of Cold è semplicemente un disco di black metal melodico che funziona alla grande, senza cali qualitativi o brani riempitivi, e che convince dal primo all’ultimo secondo. Non è facile trovare un disco che potrebbe apparire come “anonimo” o “già sentito”, e che invece fomenta nelle accelerazioni, stupisce quando i giri di chitarra si fanno più intricati e le melodie avvolgono l’ascoltatore cullandolo nella violenza che solo il black metal sa trasmettere. A tutto questo va aggiunta una produzione perfetta per questo genere di musica, pulita e potente, ma anche reale nei suoni.

Come da tradizione l’apertura è affidata a una canzone veloce, ma Conquer va oltre grazie alle ruggenti ritmiche che s’intrecciano con un il guitar work che nella ferocia riesce comunque a ad avere quel qualcosa di melodico che rende il tutto seducente: come guardare una condanna a morte ed esserne affascinati. La title-track si regge sulle linee vocali e sui cori che la fanno spiccare fin dal primo ascolto, mentre One More War, nonostante il titolo bellicoso, mostra aperture e armonie di gran gusto. Non si parla (per stile e dell’eccellenza raggiunta dai Dissection e sfiorata dagli Unanimated, ma i King sanno il fatto loro e lo mostrano in una composizione come quella che porta il nome del gruppo: la sei corde di David Hill ammalia con arpeggi rock e il generale il pezzo mostra la varietà stilistica (e una cultura/capacità tecnica) che gli australiani hanno dalla loro. In The Light Of The New Sun è un bel mid-tempo che suona più norvegese dei norvegesi, Star è una summa del sound dei King con sezioni veloci e altre più cadenzate, e la conclusiva My Master My Sword My Fire è la classica canzone a fine album che fa esclamare “sì, è un gran bell’album!”. L’anima selvaggia del combo australiano ha campo libero e quando la velocità diminuisce a favore del feeling ricordano i Keep Of Kalessin più ispirati e questo è un discorso che vale per l’intero lavoro.

Dall’Australia arriva quindi un disco, Coldest Of Cold, che suona “alla norvegese”, con un feeling gelido (anche grazie all’ottima produzione) pur non esasperando l’aspetto violento della proposta. Sicuramente quello dei King è un black metal che ha nulla di nuovo, ma quando un disco suona così bene c’è veramente bisogno di novità?