Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ivan Nieddu: voce – Stefano Longoni: chitarra – Riccardo Bona: chitarra – Marco Brambilla: basso – Sara Benzoni: batteria – Eliana Gheza: cornamusa – Stefano Grazioli: cornamusa, flauto – Alessandra Lombardo: ghironda – Elisa Fratus: violino

Tracklist: 1. La Storia Cominciò – 2. Canso De Bouye – 3. Sarneghera – 4. POININOS – 5. Nella Notte Più Nera – 6. Asfaladugu – 7. La Gratacòrnia – 8. Per Chi Ela La Nòcc? – 9 Senza Paura – 10. Frammento Di Oscurità – 11. Lodar I Lais Ben Laer Sul

Frammenti Di Oscurità è il debutto dei Barad Guldur, formazione di Bergamo autrice di un folk metal ricco di strumenti tradizionali con i testi delle canzoni in lingua italiana. Ivan Nieddu (voce) ed Eliana Gheza (cornamusa) danno vita al gruppo sul finire del 2015 e dopo qualche anno di lavoro esce come autoprodotto il primo full-length. Mettendo nella stessa frase Bergamo e folk metal è automatico pensare ai Folkstone, ma i Barad Guldur sono bravi a non farsi risucchiare dal groove di Lore e soci, andando per la propria strada fin dal primo disco con la giusta personalità. Quel che viene fuori dalle casse dello stereo è un folk metal abbastanza personale con il baghèt – strumento tipico bergamasco, della famiglia delle cornamuse, in uso, secondo gli affreschi, fin dal XIII secolo – in grande evidenza, e un continuo alternarsi e sovrapporsi di voci sia maschili che femminili con diversi stili e impostazioni. Il risultato è assolutamente convincente e non sembra certo di ascoltare un’opera prima.

Il disco si presenta con una grafica semplice ma comunque efficace, il booklet di otto pagine contiene tutti i testi e il racconto del progetto Barad Guldur, una cosa che accade molto raramente e che permette di entrare immediatamente in sintonia con la proposta dei bergamaschi. L’unica pecca della parte grafica è la scelta di lasciare il booklet color nero con i testi in bianco: sfondi di montagne e natura sarebbero stati perfetti per quanto cantato nei quarantanove minuti del cd. La produzione è piuttosto asciutta e mediamente potente, gli strumenti sono ben equalizzati e nel complesso il suono, considerando la completa autoproduzione, va più che bene.

La Storia Cominciò e Canso De Bouye sono un ottimo modo per presentarsi: due brani diversi tra loro ma che mostrano subito lo stile e le capacità dei Barad GulgurCon i testi sotto mano si possono apprezzare ancor di più i brani, in particolare gli ottimi Nella Notte Più Nera (forse ispirata dall’anarchico eroe locale Simone Pianetti?) e Frammento Di Oscurità, ma non deve passare in secondo piano la qualità del songwriting, né dei pezzi poc’anzi menzionati, né dei restanti. La batteria di Sara Benzoni non disdegna parti aggressive che danno una bella botta d’adrenalina quando inserite, con l’ex Furor Gallico Marco Brambilla a formare un’ottima sezione ritmica. I toni aspri di Sarneghera sono controbilanciati dalla riuscita parte strumentale folk, mentre la già citata Frammento Di Oscurità è una composizione diversa dalle altre, meno immediata e più articolata, con la coppia di chitarre in gran spolvero nella seconda parte del brano. Senza Paura è una botta d’energia, probabilmente la canzone più estrema del disco con i pregevoli inserti di cornamuse assolutamente azzeccati. A completare l’album ci sono la bella strumentale Asfaladugu e diversi “intermezzi”, se così si possono definire: POININOS è un bel pezzo ambient folk ipnotico sulla scia di Wardruna e Danheim, La Gratacòrnia che vede protagonista il Coro Alpino Le Due Valli e la conclusiva Lodar I Lais Ben Laer Sul che chiude un album ambizioso e ben riuscito.

I quarantanove minuti di Frammenti Di Oscurità scorrono bene, le canzoni funzionano e non ci sono momenti che affossano l’ascolto. Chiaro è che si tratta di un debutto assoluto e, com’è normale che sia, c’è molto da lavorare per i Barad Gulgur al fine di realizzare un disco ancora migliore. Sinceramente, però, una totale autoproduzione di questa bontà e come debutto non è facile da trovare in giro. Alla band di Bergamo vanno i complimenti per quanto fatto: ora è lecito aspettarsi dei passi in avanti, questo è l’inizio di una possibile bella carriera.

Intervista: Calico Jack

L’attività del sito misterfolk.com inizia nella primavera del 2013 e i Calico Jack furono tra i primi gruppi a essere ospitati su queste pagine. La pirate metal band con sangue e sudore (e rum!) ha pubblicato il debutto omonimo su Underground Symphony a ben sei anni di distanza dall’EP Panic In The Harbour (e per l’occasione furono anche intervistati: potete leggere le loro risposte QUI). Dopo tanto lavorare e vista la bontà del risultato finale direi che i pirati lombardi si sono più che meritati l’intervista che state per leggere. Ragazzi, ora però ridatemi il gatto!

Sono passati ben sei anni tra Panic In Harbour a Calico Jack: cosa è successo in questo lasso di tempo?

Partiamo col botto! In questi sei anni da Panic In The Harbour è successo l’universo! Il nostro vecchio bassisti Ricky Riva ci ha lasciati per raggiungere un nuovo lavoro e trasferirsi in Svezia con la sua donna, abbiamo cercato un rimpiazzo passando tra vari cialtroni e troll che pur di avere un momento di gloria si spacciavano per musicisti, abbiamo suonato molto con Andrea Bluesman che ha preso il posto del basso per diverso tempo, abbiamo visto tante band suonare con noi, abbiamo fondato il Mediolanum Folk Fest assieme agli Athesis, che già alla sua prima edizione aveva riscosso molto successo, sempre promuovendo le band che hanno suonato con noi e che ai tempi nessuno conosceva, abbiamo stretto amicizia con band internazionali come Lothlorien o Vorgrum, abbiamo diviso il palco con band dello stampo di Negură Bunget e Týr. Insomma sono stati anni intensi e i lavori per l’uscita di questo nuovo album hanno dato filo da torcere tra fonici incompetenti oppure troppo pieno di loro per dare importanza a un’opera prima come la nostra.

Avete pubblicato il vostro debutto su Underground Symphony: come siete riusciti a strappare il contratto alla storica label tricolore?

Non è stato difficile, nel campo della musica estrema le persone sono molto più disponibili di quello che si vuole far credere, e poi raggiunte le mille copie vendute dell’album abbiamo promesso che restituiremo loro le rispettive famiglie.

Ora che il disco è stato pubblicato, vi sentite più leggeri? Immagino che avere tra le mani il frutto di anni di passione e sacrificio sia una grande soddisfazione!

È una soddisfazione immensa, vedere arrivare la scatola con tutti i digipak è stato come vedere arrivare dalla nursery un’infermiera sexy col tuo pargolo in braccio, non sai per cosa commuoverti. Ci sentiamo più leggeri ma anche più gasati e non vediamo già l’ora d far uscire il secondo album!

Quali sono a vostro parere i punti di forza del disco? C’è un brano che secondo voi racchiude l’animo dei Calico Jack? Infine, dovendo puntare su una sola canzone per conquistare il pubblico, quale scegliereste e perché?

Sicuramente i punti di forza sono le ritmiche sempre diverse, ci conosci e sai che i nostri pezzi sono sempre frizzanti e movimentati, l’abilità di Caps alla batteria riesce a dare spazio a nuove ambientazioni e ritmi a tratti più tribali come in Caraibica per non parlare delle magistrali improvvisazioni di violino di Laura Brancorsini. Puntare a una sola canzone per conquistare il pubblico? Bella domanda! Tutti i pezzi dell’album devono essere unici, tutti raccontano una storia e tutti raccontano la nostra storia. Ognuno di noi ha dato una parte di se in ogni pezzo, abbiamo anche una traccia di diciotto minuti, la nostra più grande sfida nel riuscire a renderla briosa, interessante e mai monotona, potrete trovare lì una marea di influenze musicali tutte coerenti tra loro seppur diverse, non è facile, ci abbiamo lavorato per anni e poi mesi e mesi di prove per riuscire a registrare, è stata un’impresa… c’è chi non riesce a mantenere l’attenzione del pubblico nemmeno con una da undici minuti!

Under The Flag Of Calico Jack dura ben diciotto minuti: come è nata una canzone del genere e come vi siete trovati a gestire un minutaggio così elevato? Avete mai avuto la paura di “strafare”?

Strafare non è una paura ma un obiettivo! Under The Flag Of Calico Jack è stata, come dicevamo prima, la nostra più grande sfida! È nata dal sogno di un folle poi trascritto dalle mani di un pazzo! La ciurma è molto più grande di quello che sembra e mantiene viva la nostra ispirazione ed è la nostra molla creativa, questo pezzo è per loro, per ogni singolo membro. Non ci siamo lanciati in questo pezzo per fare la solita gara a chi lo ha più lungo, è il caso di dirlo, ma è per tutti coloro che credono in noi, che ci supportano e sostengono, per dire a loro “ecco cosa avete fatto per noi”.

Songs From The Sea è una canzone strumentale inusuale, con tracce di folk irlandese a farla da padrone. Non accade spesso di avere a che fare con un brano del genere, soprattutto in un genere come il vostro. Direi quindi che per la realizzazione di questo disco non vi siete posti dei limiti e il risultato in tal senso è ottimo perché Calico Jack è un cd fresco e vario. Siete d’accordo con me? Come è venuta fuori una strumentale come Songs From The Sea?

Si siamo d’accordo, Songs From The Sea è un pezzo strumentale più particolare di altri, non è una ballad, si può ballare o ci si può scapocciare e tiene bene alto il livello sia dal tuo avvocato che ad una gara di rutti, ne siamo fieri. L’ispirazione è stata semplice in realtà, il mare è pieno di canzoni e tradizioni quanto la terra ferma, ma pochi si soffermano ad ascoltare, a ricordare; quindi ci piazziamo noi in questo buco e godendoci anche molto.

Ho trovato gli interventi di violino sempre molto utili a dare un qualcosa in più alla canzone, uno strumento mai invadente e al servizio del risultato finale. Come lavorate in sala prove, c’è una persona in particolare che porta i pezzi pronti o lavorate insieme nel creare le nuove canzoni?

Il nostro processo creativo è molto divertente per noi. Come già detto ognuno mette qualcosa di sui nei pezzi che scriviamo. Toto compone e scrive e tutti noi mettiamo il nostro per renderlo ancora più unico è perfetto. Ci sono casi in cui il processo è stato inverso, ad esempio Jolie Rouge, scritta da Melo, oppure Where Hath th’Rum Gone in cui è nata prima tutta la parte di violino da Dave.

L’unico difetto che ho riscontrato del vostro disco è l’eccessiva lunghezza. Ho pensato “forse hanno messo tutte queste canzoni perché ne hanno scritte tante senza pubblicarle e questa è la loro occasione”. Nel senso che se ci fosse stato un EP due/tre anni fa forse qualcuna sarebbe finita lì e non sul full-length. Quanto mi sbaglio?

Parecchio! In realtà abbiamo anche rifatto e inserito pezzi già noti ed altre canzoni le abbiamo tenute per il secondo album, lo abbiamo fatto per dare coerenza al nostro lavoro e dare a chi ci ha supportati sin dalla prima demo la possibilità di sentire alcuni pezzi più amati in una qualità migliore. Questo è il primo album, nasce dalle ceneri di ciò che è stato prima e si evolve. La lunghezza è un fattore relativo, siamo solo più abituati ad album più brevi fatto da canzoni più brevi, noi non potremmo condensare l’emozione che vogliamo trasmetterti in tre minuti di brano.

Le registrazioni delle parti di violino sono state affidate a Laura Brancorsini perché Dave era indisponibile. Dopo tanti anni di attesa e duro lavoro non si poteva aspettare che Dave fosse arruolabile per lo studio?

La vicenda con Dave è più profonda di così, la creazione di un album è un processo lungo e stressante, spesso una band non ne esce per nulla o non ne esce integra, vi assicuriamo che non sono interviste per fare i fighi quelle che sentite in giro. Ad ogni modo ora siamo ancora noi e vogliamo restarlo… almeno fino al prossimo album! XD

Ho visto l’intera serie Black Sails e mi è piaciuta molto. Qualcuno di voi l’ha seguita? Opinioni a riguardo?

No spoiler please! Giò è ancora alla seconda stagione! L’opinione su Black Sails è positiva, pur avendo un concetto della moda e dei dialoghi avulso da qualunque accuratezza storica… è divertente ed avvincente, il fatto che sia un prequel all’ isola del tesoro la rende ancora più epica, per non parlare dei personaggi storici all’ interno della narrazione.

Sempre a tema pirati, ho letto i due libri di Björn Larsson dedicati a John Long Silver e li ho trovati deliziosi e in grado di raccontare la vita con l’occhio del pirata, nel bene e nel male. Anche qui vi chiedo se conoscete i libri e se avete un parere su questi volumi.

Siamo abbastanza appassionati di letteratura sui pirati, il nostro Giggi ha tutta la collana di Masters And Commanders, Giò ha tutta la trilogia dei pirati di Evangelisti e sì, abbiamo letto anche La Vera Storia Del Pirata Long John Silver. Particolare, avvincente, un buon spaccato sociale tra aristocrazia e comunità, tra legalità ed illegalità, personalmente riesce a dare anche ottimi consigli di vita.

Se si parla di pirate metal si fa sempre e solo il nome degli Alestorm: volete suggerire ai lettori qualche altro nome interessante da seguire?

Eh Cazzo sì! Ragazzi non dovete scordare le radici, la band pirate metal per eccellenza! I Running Wild!!! Senza loro gli Alestorm non sarebbero mai esistiti anche se in alcune interviste dicono il contrario. La musica piratesca è molta come ad esempio i Toterfish, i The Privateers, anche fuori dal metal esistono gruppi davvero insuperabili come i Ye Banished Privateers!!! Ragazzi esplorate i generi e troverete vecchie band pazzesche e nuove band ancora sconosciute ma geniali!!!

Come vi state organizzando per promuovere il disco? Avete già delle date fissate in Italia e suonerete anche all’estero?

La promozione dell’album è in sinergia con la nostra label che sia sta occupando di recensioni e distribuzione dell’album. Noi privatamente stiamo attuando le nostre piccole strategie. La distribuzione è ottima da store online come iTunes a quelli fisici, lo potete trovare ovunque, anche ai nostri concerti

Quali sono le tre cose che un pirata deve necessariamente fare per poter essere definito tale?

Per prima cosa sappi che se sei della polizia devi dircelo! Ragazzi volete vivere pirata? Bevete, scopate e fate il cazzo che vi pare! Essere pirati vuol dire essere liberi! Accumulate il vostro denaro e poi godetevelo come più vi fa stare meglio e venite ai concerti dei Calico Jack!!!!

Wolcensmen – Fire In The White Stone

Wolcensmen – Fire In The White Stone

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dan Capp voce, tutti gli strumenti

Tracklist:1. Foreboden – 2. A Gainsaying – 3. Lorn And Loath – 4. Hunted – 5. The Woodwose – 6. Of Thralls And Throes – 7. The Swans Of Gar’s Edge – 8. Maidens Of The Rimeland – 9. Fellowship – 10 Sprig To Spear – 11. Fire In The White Stone

Accompagnato dai roboanti nomi di Tolkien, Wagner e il mito del Graal, il secondo lavoro di Wolcensmen – solo project di Dan Capp, chirattista dei Winterfylleth – dal titolo Fire In The White Stone arriva nei negozi sotto l’ala della Indie Recordings, etichetta per palati fini e già passata su queste pagine grazie a Kampfar, Einherjer e Wardruna. Dal debutto Songs From The Fyrgen è trascorso poco più di un anno se si considera la ristampa della Indie Recordings che ha portato a far conoscere al pubblico questo progetto, mentre la prima stampa con la Deivlforst Records risale al 2016. Nel nuovo lavoro c’è una forte volontà di proseguire quanto di buono fatto con il debut album e difatti musicalmente non ci sono particolari evoluzioni da menzionare; la novità sta invece nella storia che Capp ha scritto appositamente per questo disco, un racconto breve di 12000 parole – come riportato nelle info del promo – che è integralmente riportato nella versione limitata a cento pezzi (sold-out in poche ore) della versione che prevedeva il libro allegato al cd. Un ragazzo si allontana dalle comodità per inoltrarsi nella natura più selvaggia, dove incontrerà personaggi stravaganti (un anziano signore, due cigni, tre fanciulle spettrali e quattro nani) e nella quale accadranno fatti che cambieranno il corso della sua vita; tutti i personaggi sono visibili sulla copertina realizzata da David Thiérrée.

Le atmosfere tendono a un’epicità da film storico medievale, ma si parla di una pellicola di alta qualità, girata con un grande budget a disposizione e con nomi importanti nel cast. Fire In The White Stone ha un alone epico e anche un filo drammatico nei cinquanta minuti di durata, probabilmente legato alle vicende narrate all’interno delle undici tracce. La sensazione – bellissima! – di trovarsi in un’epoca senza tempo, in piena selvaggia natura, vale da sola il costo del cd, con la musica che aiuta l’ascoltatore a viaggiare in un mondo ormai lontanissimo e che per molti rappresenta il desiderio più grande. Le tracce sono tutte acustiche, spesso scarne di orpelli e soluzioni ambiziose che porterebbero fuori strada chi decide di intraprendere questo viaggio. La chitarra acustica è la guida incontrastata, ma non mancano i preziosi contributi di violoncello, kantele, pianoforte e flauto a rendere le composizioni ricche di sfumature, il tutto impreziosito dal lavoro in studio di John A. Rivers, famoso soprattutto per quanto fatto con i Dead Can Dance.

Dall’opener Foreboden alla chiusura affidata a title-track (compreso lo strano ma stuzzicante strumentale Of Thralls and Throes, con brevi inserti elettronici) si percorre il viaggio con il giovane protagonista senza un momento di tregua tanta è la bellezza della musica, elegante e coraggiosa nell’anima. In particolare per questo lavoro le percussioni ricoprono un ruolo ancora più importante rispetto al debutto, sottolineando la virilità di alcuni passaggi e ipnotizzando con la ripetitività di certi ritmi. Su questa musica solenne la voce di Capp si sposa perfettamente, non al centro dell’attenzione ma sempre in grado di portare quel qualcosa che fa la differenza in positivo.

Fire In The White Stone è la conferma della bontà del progetto Wolcensmen, un disco che fin dal primo giro nel lettore non passa inosservato, in grado di regalare grandi sensazioni e di trasportare chi ci si avvicina in un mondo lontano e senza tempo. Assolutamente consigliato agli amanti delle sonorità folk acustiche più eroiche.

Ereb Altor – Järtecken

Ereb Altor – Järtecken

2019 – full-length – Hammerheart Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. Avgudadyrkans Väg – 2. Queen Of All Seas – 3. Alliance In Blood – 4. Chained – 5. My Demon Inside – 6. Prepare For War – 7. Hvergelmir – 8. With Fire In My Heart… – 9. …And Blood On My Hand

Con gli Ereb Altor il tempo sembra volare: sedici anni di attività e il traguardo dell’ottavo disco con questo Järtecken, eppure l’impressione è che sia passato molto meno da quando una sconosciuta band svedese pubblicò By Honour, un disco che più bathoriano (periodo viking) non poteva essere. Le cose sono iniziate a cambiare con Fire Meets Ice, lavoro che ha finalmente definito le coordinate musicali della formazione scandinava, una miscela esplosiva e accattivante di black e viking metal, per proseguire con cd sempre di alta qualità sotto tutti i punti di vista. Järtecken si presenta veramente bene: la splendida copertina è opera di Necrolord, ovvero Kristian Wåhlin, artista che ha illustrato alcuni dei dischi più belli e importanti del metal estremo (Bathory, At The Gates, Dissection, Amorphis, Dark Tranquillity ecc.). Il suo tocco è inconfondibile e l’artwork dalle tinte oscure permette all’ascoltatore di entrare nell’umore musicale di Mats e Ragnar. Altrettanto bene la produzione: potente e graffiante, con suoni reali e massicci, esattamente quelli che si possono ascoltare in sede live. Un’autenticità che al giorno d’oggi è sempre più rara e merce preziosa. Con queste premesse è lecito aspettarsi un grande disco, soprattutto alla luce dello splendore di Ulfven, forse il picco massimo raggiunto dagli Ereb Altor.

Järtecken parte subito bene: Avgudadyrkans Väg è un’ottima opener, dal piglio selvaggio e potente, in linea con quanto realizzato dal prima menzionato Fire Meets Ice in poi. Scariche di doppia cassa, le inaspettate tastiere con un ruolo di primo piano e le voci clean vicine al capolavoro Hammerheart (e non a caso gli Ereb Altor sono autori di un ottimo tributo ai Bathory con l’LPBlot-Ilt-Tautsono le basi sulle quali si posa l’intera traccia. Queen Of All Seas con i suoi otto minuti di durata mette alla prova le capacità di composizione degli Ereb Altor: i ritmi medi si alternano con rapide accelerazioni e lunghe parti strumentali durante le quali, ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, è notevole l’omaggio al maestro Quorthon. La prova è superata brillantemente. La scheggia impazzita è Alliance In Blood, up-tempo black metal crudo e diretto che arriva forse inaspettato dopo melodie e cori epici dei primi due brani. C’è tempo per un assolo di chitarra e per un rallentamento che porta ulteriore oscurità alla canzone prima di tornare a macinare violenza e ignoranza. Si prosegue sul sentiero più estremo con Chained, 3:21 di veleno, e non si va molto distanti nemmeno con My Demon Inside, canzone che però suona più dinamica e, soprattutto, ha dalla sua una super coppia bridge/chorus che funziona alla grande e fin dal primo ascolto rimane ben impressa nella testa. La parte centrale di Järtecken, per quanto grintosa e con spunti buoni, è quella più debole del disco: non che le canzoni siano brutte o noiose – anzi! –, ma ascoltandole sembrano mancare di quel fuoco che spesso rende memorabile un lavoro che altrimenti senza sarebbe “solamente” bello. E così la breve Prepare For War (l’eco di un inedito dei Bathory periodo The Return…… è forte, registrato però con la tecnologia odierna) e la lunga Hvergelmir (quasi nove minuti) sono semplicemente dei pezzi che funzionano bene ma non migliorano le sorti di Järtecken. Per essere chiari: queste due canzoni, in un disco di un altro gruppo, hanno il potenziale per spiccare sulle altre, ma non è così in un lavoro degli Ereb Altor. In chiusura troviamo quello che forse è il brano migliore del cd: With Fire In My Heart. Potente ed elegante, in grado di colpire duro quando è il momento di farlo, profondamente bathoriana nelle atmosfere e nell’approccio vocale di Mats, With Fire In My Heart è senza dubbio alcuno il picco qualitativo di Järtecken e non a caso è stata scelta come anteprima. La coda della canzone s’intreccia con …And Blood On My Hand, outro che porta a conclusione un lavoro che regge bene gli ascolti ripetuti.

Järtecken non presenta difetti particolari: l’unica “colpa” è quella di essere “solamente” un buon disco di viking metal quando invece Mats e Ragnar hanno abituato il pubblico a piccoli diamanti come Nattramn e Ulfven. Per questo cd l’asticella del genere pende maggiormente sul black metal a discapito della melodia e dell’epicità del puro viking, ma i musicisti sono preparati ed esperti per mescolare bene ghiaccio e fuoco e tirare fuori un lavoro comunque sopra la media e con una manciata di canzoni che in concerto ipnotizzeranno la platea.

Intervista: Scuorn

Inutile girarci intorno, Scuorn è un progetto che ha fatto discutere non poco fin dalle prime cose uscite sul web: black metal napoletano in un mondo scandinavocentrico è un azzardo che se ben giocato ti porta al centro dell’attenzione. E così è successo con Parthenope, il debutto del 2017 che continua a girare nei lettori cd degli appassionati del genere. L’occasione di questa piacevole chiacchierata face to face con Giulian (QUI invece la precedente intervista telematica) è il release party al Traffic di Roma di Far degli Stormlord (QUI la loro intervista), dove in apertura suonavano i Dyrnwyn seguiti proprio dagli Scuorn. Sempre col sorriso e disponibile con tutti, Giulian ha risposto a questa intervista improvvisata poco prima di salire sul palco. Buona lettura!

Foto di Modern Tribe Photography.

Parthenope è arrivato all’improvviso e hai fatto un gran casino: la gente è rimasta a bocca aperta per questo black metal napoletano. La domanda è: come si fa a uscire dal nulla con un disco del genere, per di più un debutto, in grado di competere con tutti senza paura.

Prima cosa, dovendo parlare di Napoli e della cultura napoletana, fare un disco basato su Napoli significa avere gli occhi puntati addosso già in partenza, in un’accezione più negativa che positiva. Mettici anche che, essendo al disco di debutto, non avevo nessuna fretta di farlo uscire, ho provato più volte a registrare e ho pensato anche “faccio uscire prima un EP di quattro pezzi, invece di un disco di otto”. Scrivere per me è un momento di dolore, nel senso che è difficile scrivere arrivando a un livello che mi soddisfi. Magari in un giorno scrivo il 90% di una canzone, poi mi metto una settimana e dico “devo scrivere almeno un pezzo” e quella settimana non esce niente. Poi prendo la chitarra d’impulso e scrivo una canzone.

Quindi scrivi con la chitarra?

Di solito sì, Parthenope però è nato in maniera variegata. Alcuni pezzi sono nati da una melodia di una parte di orchestra, altri con la chitarra. Tornando però al discorso di prima, questo fatto di parlare di Napoli e fare black metal napoletano significava comunque fare casino, sempre poi a seconda di quello che sarei riuscito a fare. Nel rispetto della cultura napoletana, una cultura di gran prestigio (arte, musica, poesia, cinema e teatro), dovevo fare una cosa al massimo delle possibilità – non mie! – ma delle possibilità a disposizione al momento. Quanto ci vuole a scrivere un disco bello? Dieci anni? Io c’ho messo sette-otto anni a scrivere questo album.

Nella precedente intervista infatti abbiamo parlato del singolo acustico…

Esatto, registrato con le chitarre acustiche nel 2008, poi molti riff sono rimasti anche nella versione nuova. Ho deciso quindi di “o faccio tutto al massimo, altrimenti lascio perdere”. Mi sono ispirato a quelle che secondo me erano al momento le proposte più valide, quindi Septic Flesh, Fleshgod Apocalypse, Dimmu Borgir, Stormlord e altro, e volevo quello standard, sia a livello compositivo e arrangiamenti che di produzione. Ha comportato degli investimenti di tempo, soldi ed energie importantissimi, ho impiegato due anni a realizzare l’album, e alla fine ero molto soddisfatto. Riascoltato dopo due anni, ovviamente, come tutti gli artisti, trovo tutti i difetti e dico “sul prossimo questo lo devo sistemare, quello non mi piace, questo va fatto meglio”, ma comunque mi ha soddisfatto, forse più per la genuinità e l’essere riuscito a fare un disco di black metal napoletano coerente e inattaccabile, uno non può dire “è una barzelletta”.

Cosa cambieresti oggi di Parthenope?

La voce, perché non sapevo cantare! (ride, ndMF) Racconto questo aneddoto, forse non l’ho mai raccontato: entro il primo giorno in studio con Stefano Morabito, produttore che ha curato Parthenope, mi dice “bello il black metal napoletano, bella idea, dai iniziamo”. Entro in sala, “dai sei pronto?” “sì, iniziamo con la prima”, schiaccia play, parte la musica e io “aaaaahhhh” (tipo alitata! ndMF), proprio come te lo sto facendo adesso: un sospiro! (risate, ndMF) Stefano stoppa e mi fa “questo è il tuo scream?” “beh sì” “allora togliti le cuffie ed esci fuori”. Mi dice che c’è un problema, che non so cantare e non ho la tecnica per il canto estremo. “Per lo scream si usa questa tecnica, tu sai sospirando” e nell’arco di un’ora è riuscito a darmi delle istruzioni base per almeno riuscire a cantare: il primo giorno passa così, facendo esercizi per cercare almeno di registrare il disco. Fortunatamente riesco a fare una registrazione, ma il giorno dopo mi presento quasi senza voce, perché comunque utilizzavo una tecnica sbagliata basata tutta sulla gola. In quattro giorni riesco a registrare l’album, tutto senza tecnica e senza gola, la cosa che mi diceva Stefano era “dobbiamo registrare la voce, la tecnica è quella che è, ma cura molto l’interpretazione, esaspera la teatralità, come se fossi in una sceneggiata di Mario Merola, ma in positivo”. Questo ha compensato un po’ la mancanza di tecnica, soprattutto nelle parti recitate e dove non uso lo scream classico, e devo dire che quella parte mi piace molto, una voce acerba e senza tecnica ma piena di passione. Dopo 34 date in giro per l’Europa, due anni di studio e con una tecnica adeguata penso “cazzo che potevano essere quei pezzi con la voce e la tecnica di adesso” e da un lato dico “sticazzi, il prossimo sarà così”.

Quindi il prossimo disco avrà una cura e un’attenzione particolare sulla voce…

Sicuramente potrò variare sulle tecniche per avere un risultato più in linea con quelli che sono i canoni del genere senza perdere la spontaneità e la teatralità.

Nuovo disco in lavorazione, che cosa mi puoi dire?

Niente! Ahahah!

Top secret, stai componendo le canzoni…

Sì sto scrivendo i brani, spero di finire il processo compositivo entro la fine dell’anno ed entrare in studio nel 2020, si spera che per la fine dell’anno prossimo il disco possa vedere la luce. Poi dipende dalle tempistiche, Scuorn è una one-man band e devo fare tutto io, sono soggetto alla mia ispirazione, al mio tempo e alle mie performance, la parte orchestrale è poi ampliata da Riccardo Studer (tastierista degli Stormlord, ndMF). Si arriva poi alla parte dei testi che è quella che prende più tempo perché si basa sullo studio, sono più di due anni che compro libri sul periodo storico che andrò a trattare. Come sempre Scuorn andrà a trattare un determinato periodo storico che per Parthenope è stato quello greco-romano, nel secondo disco si proseguirà con la storia di Napoli.

Ti manca Napoli?

Sempre, mi manca soprattutto dopo averla lasciata. Ci vivevo e magari avevo voglia di andare via. Ho vissuto dieci anni nel nord Italia e avevo voglia di tornare a Napoli, poi sono stato otto anni e avevo il desiderio di muovermi, andare all’estero, oggi che vivo a Londra da cinque anni sento un legame viscerale con Napoli. Compenso con visite, studiare da lontano, mi incontro con la band…

Quanto è difficile essere una one-man band che ha base a Londra ma con musicisti che sono quasi tutti campani? Come fai a far combaciare gli impegni?

Ci vuole sempre una grossa organizzazione, soprattutto per quel che riguarda i tour. Ne abbiamo fatti diversi e siamo abbastanza consolidati nell’organizzazione, la fortuna di avere musicisti preparati che ormai sono dei membri live e magari registreranno qualcosa su disco come ospiti, mi facilita il tutto perché non c’è bisogno di provare (all’inizio ne abbiamo fatte alcune di prove) perché ognuno sa bene le sue parti e andando con il click non c’è margine di errore.

34 date live, molte delle quali all’estero: la soddisfazione di trovare un locale caldo e un’accoglienza particolare?

In UK è andata veramente molto bene e siamo arrivati fino in Scozia, in generale la risposta è sempre molto positiva. I luoghi comuni di Napoli sono associati all’Italia, quello che è napoletano all’estero viene percepito come italiano, il che ci facilita non poco. Curiamo tutto nei minimi dettagli, con professionalità: questa cosa viene percepita dai presenti e lo show ne guadagna, altrimenti non si riesce a ottenere risultati di un certo tipo. Ovviamente sono i primi tour all’estero ed è difficile andare in tour come band underground headliner con un solo disco alle spalle e ritagliarsi una fetta di pubblico. Sarebbe più facile andare in tour con una band più grande, investendo e suonando tutte le sere davanti a centinaia di persone, ma noi abbiamo scelto la strada più difficile, andare come headliner, a volte suoni davanti a cento persone, la data dopo davanti a dieci, ma dando sempre il massimo e sperando che poi questo ripaghi in futuro. Secondo me è importante perché ne guadagni molto come esperienza: impari a fare un soundcheck professionale, impari a creare uno show e a dare qualcosa in più della classica performance, cercando di intrattenere e di avere un contatto col pubblico. Ci fa piacere pure suonare tra i primi gruppi, al Black Winter Fest abbiamo suonato per secondi con i Marduk a fine serata, oggi suoniamo di supporto dei leggendari Stormlord, un gruppo che seguo fin da quando ero piccolo, mi ricordo la volta che comprai Rock Hard con un cd allegato e c’era il video di I Am Legend degli Stormlord e quel video mi ha avvicinato al black metal. Oggi suonarci insieme, condividere in un certo senso dei membri – David Folchitto ci ha accompagnato per alcune date, Riccardo è il nostro orchestratore – per me è una soddisfazione.

Tra poco si inizia a suonare e ti volevo chiedere una cosa che va fuori dal discorso musicale. La mia compagna è di Salerno, ho amici campani che fanno teatro all’estero e quindi a volte ne parliamo: Gomorra, a te da fastidio essere “ah italiano, Gomorra”, oppure c’è una percezione diversa?

La mia idea è che quella è la realtà, ma è una realtà parzializzata. La mafia è in tutte le città del mondo: c’è quella napoletana, la calabrese, la siciliana e quella locale, oltre alla cinese, russa ecc. Che quella napoletana a Napoli abbia una certa fama perché quasi idolatrata non mi piace, ma penso che l’obiettivo di Gomorra non sia questo, ma farla vedere per quella che è e lasciare allo spettatore una conclusione. Sicuramente la camorra non viene descritta nell’accezione positiva, quindi farla vedere anche all’estero, ti dirò, i produttori fanno vedere le parti belle di Napoli con il male che è la camorra, quindi fanno conoscere la città. Nessuno parla del servizio delle Iene sul Duomo di Milano dove tu non puoi camminare per via degli spacciatori che si lanciano le bottiglie o della mafia che c’è a Roma…

Esatto, su Romanzo Criminale fanno vedere un sacco di posti belli di Roma, pensi che la malavita fa schifo, ma intanto vedi anche degli scorci splendidi della città.

Ma nei film i russi sono tutti mafiosi, ma non è così. Il discorso di Napoli però funziona all’estero perché viene automaticamente associata all’Italia: pizza e mandolino! Vivendo all’estero ti dico che le cose famose d’Italia sono le cose famose di Napoli. Per la camorra purtroppo è così, è tutto vero, però basta evitare certe zone e tu stai tranquillo, ma è un discorso che vale per tutte le parti del mondo. L’errore è stigmatizzare Napoli dicendo che è solo quello, così come dire che Milano è solo immigrati che si prendono a bottigliate.

Ti lascio alla preparazione del concerto. Grazie per il tuo tempo e per la bella chiacchierata.

Grazie a te, sei sempre in prima linea per supportare i gruppi underground e grazie ai lettori del sito che hanno premiato Parthenope come miglior disco del 2017!

Lindy-Fay Hella – Seafarer

Lindy-Fay Hella – Seafarer

2019 – full-length – Ván Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lindy-Fay Hella: voce

Tracklist: 1. Seafarer – 2. Two Suns – 3. Skåddo – 4. Bottle Of Sorrow – 5. Nåke Du Finn I Skogen – 6. Mars – 7. Three Standing Stones – 8. Tilarids – 9. Horizon

Dopo due anni di lavoro la cantante Lindy-Fay Hella pubblica il suo primo disco solista dal titolo Seafarer. L’artista norvegese è famosa soprattutto per essere una colonna dei Wardruna, ma con questo lavoro riesce a staccarsi all’ambient folk che l’ha resa famosa riuscendo ad esprimere la parte più intima e delicata della sua anima. La Ván Records, etichetta che non sbaglia mai un colpo, ha saggiamente deciso di puntare forte su questo disco, rilasciandolo negli ormai classici tre formati, ovvero digitale, cd e vinile.

Tutto inizia nel febbraio 2017 quando Lindy-Fay Hella comincia a registrare le varie sperimentazioni messe da parte nel corso degli anni e, circondata da amici di un certo spessore, primo fra tutti Herbrand Larsen (tastierista degli Enslaved), Seafarer prendere forma un po’ alla volta. I musicisti coinvolti sono tanti, ma sono sicuramente da menzionare Ingolf Hella Torgersen – cugino di Lindy-Fay Hella – alla batteria e percussioni, Kristian Eivind Espedal (Gorgoroth, Wardruna, Gaahl’s Wyrd) alla voce e Eilif Gundersen (Wardruna) ai flauti e corno. Seafarer è un lavoro breve ma intenso, che non raggiunge i trentacinque minuti di durata, capace di portare l’ascoltatore in luoghi remoti e inaccessibili: l’angelica voce di Lindy-Fay Hella è la regina incontrastata della musica, ma l’accompagnamento è sempre all’altezza e, seppur spaziando tra pop/folk, world music e brani dall’impatto sognante, tutto suona compatto e omogeneo. I testi sono legati al cosiddetto otherworld, tra ricordi di un amico perduto (l’opener title-track) e sogni molto simili fatti tra cugini (Three Standing Stones).

La traccia Seafarer è un po’ l’emblema del disco e della visione artistica di Lindy-Fay Hella: ritmata e magica, tocca le corde dell’anima e le fa vibrare intensamente. L’hang (uno strumento in metallo nato solamente all’alba nel nuovo millennio) introduce con un pizzico di magia Two Suns, canzone dal piglio sbarazzino, mentre Nåke Du Finn I Skogen, pur con un’andatura lenta e quasi liturgica, fa immaginare prati verdi e corse a perdifiato assaporando l’aria frizzante del mattino. Quest’ultima e la conclusiva Horizon utilizzano la stessa melodia di base, ma il risultato è molto differente poiché esprimono emozioni diverse e le due composizioni prendono due vie molto distanti. Durante le dieci tracce che compongono il disco non ci sono momenti meno ispirati o che ne rallentano l’immersione dell’ascoltatore nelle note composte da Lindy-Fay Hella, e così le varie Tilarids, Skåddo e Mars hanno tutte qualcosa da raccontare, magari con fare quasi sussurrato, ma ugualmente bello da ascoltare.

Seafarer è una piccola e gradita sorpresa, ma fino a un certo punto: cosa aspettarsi da un’artista del genere, per di più circondata da musicisti a dir poco preparati e in grado di comporre dischi diversi per stile e genere ma sempre ugualmente buoni qualitativamente parlando? La curiosità, ora, è quella di vedere Seafarer su di un palco, sperando che qualche promoter chiami l’artista norvegese per portare in Italia il suo spettacolo. Intanto, come si suol dire, godiamoci questo bel disco nato dall’anima di Lindy-Fay Hella.