Crom – Into The Glory Land

Crom – Into The Glory Land

2021 – EP – From The Vaults

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione:  Walter “Crom” Grosse: voce, chitarra, basso – Steve Peyerl: chitarra – Thomas Hagl: batteria

Tracklist: 1. Into The Glory Land – 2. Riding Into The Sun – 3. The Hanging Tree – 4. Wings Of Fire (acoustic version) – 5. Song To Hall Up High (Bathory cover)

Nome di culto nella scena folk/viking metal grazie ai primi due – ottimi – lavori Vengeance e Of Love And Death di oltre un decennio fa, Crom sembra aver trovato una buona stabilità negli ultimi anni, prima con la pubblicazione del terzo full-length When Northmen Die del 2017 e successivamente con il passaggio da one man band a gruppo vero e proprio che ha portato alla pubblicazione di questo Into The Glory Land, antipasto del disco in uscita a metà 2022. Come dagli EP ci si aspetta, nella tracklist troviamo un mix di brani nuovi, cover e versioni alternative: abbastanza per soddisfare l’appetito dei fan del gruppo e anche per incuriosire i nuovi ascoltatori.

Into The Glory Land, oltre ad essere la prima pubblicazione per la nuova etichetta From The Vaults, è anche il primo lavoro marchiato Crom a vedere una line-up completa dopo che Walter Grosse ha portato avanti il suo progetto fin dalla fondazione come one-man band. L’apertura è affidata alla title-track ed è la classica canzone d’apertura potente e dal forte impatto, dotata di buone linee vocali e melodie che si ricordano facilmente. Il ritornello dal sapore manowariano, infine, chiude il cerchio: canzone promossa fin dal primo ascolto! La ritmata Riding Into The Sun mostra l’altra faccia dei Crom, ora più veloci e cupi al tempo stesso, ma sempre con lo stesso buon gusto per i chorus, da sempre arma vincente della band. Con The Hanging Tree Grosse e soci realizzano qualcosa di diverso: si tratta di una composizione acustica dalla durata di tre minuti, dalla trama semplice ma davvero efficace. Proseguono le chitarre acustiche con Wings Of Fire, opener del debutto Vengeance del 2008: la velocità della cassa e le chitarre graffianti sono state sostituite da dolcezza e una cura delle parti vocali davvero sorprendente. Il risultato finale è convincente e vista come è andata anche con The Hanging Tree sarebbe interessante a questo punto avere un nuovo EP completamente acustico con pezzi nuovi e vecchi brani riarrangiati per l’occasione. Ultima traccia dell’EP è la cover dei Bathory Song To Hall Up High, canzone che non ha bisogno di presentazioni e che non a caso fa parte di questa release. La versione firmata Crom è lunga più del doppio dell’originale ma la forma rimane comunque simile, addolcendola in alcuni punti ma senza allontanarsi dal capolavoro dei Bathory. Quorthon è l’influenza principale di Walter Grosse ed è stato già coverizzato con Man Of Iron nell’EP del 2003 The Fallen Beauty.

Into The Glory Land è un EP disponibile in formato vinile e digitale, interessante per chi è già fan dei Crom e per i collezionisti, utile per chi si vuole avvicinare alla band e vuole capire su quali coordinate musicali si muova la band di Walter Grosse. Un buon antipasto in attesa del nuovo disco in uscita nel 2022.

L’Italia s’è desta

Il 2021 è appena terminato e si possono tirare le somme di un anno musicale. Nonostante gli ottimi ritorni di Dordeduh, Thyrfing e Negură Bunget (dei quali, lo anticipo, ne parlerò – e non solo – tra qualche mese), le conferme di King Of Asgard, Helheim, Sur Austru e :Nodfyr: e un buon numero di lavori di qualità provenienti da tutto il mondo, la prima cosa che balza all’occhio (e all’orecchio!) è la bellezza di alcuni dischi italiani usciti nel corso dell’anno. Bloodshed Walhalla, Dyrnwyn e Apocalypse hanno fatto parlare di sé e della scena italiana anche oltre confine, dove purtroppo il folk/viking metal nostrano è ancora oggi poco considerato. Se negli ultimi venti anni il metallo tricolore ha sfondato queste immaginarie barriere che ci separavano dagli altri mercati grazie a Labyrinth, Lacuna Coil e Rhapsody in prima linea, altrettanto non è accaduto nel nostro amato genere musicale, ancora troppo poco apprezzato e conosciuto nonostante negli anni siano usciti dischi di enorme pregio, primo fra tutti De Ferro Italico dei Draugr. Certo, qualche data all’estero è stata fatta da alcuni gruppi, ma si tratta sempre di live estemporanei, qualche festival qua e là per l’Europa, mai di veri tour (ma anche mini tour andrebbero bene!) di supporto a formazioni affermate che porterebbero visibilità al gruppo e, forse, anche all’intera scena italiana. Gli stessi Dyrnwyn in occasione della pubblicazione del debutto Sic Transit Gloria Mundi hanno suonato un paio di volte all’estero, e lo stesso si può dire, tra gli altri, per Blodiga Skald e Selvans. Non è certo bastata la presenza dei Folkstone a qualche festival tedesco a cambiare la percezione che si ha all’estero del folk metal italiano, eppure la scena è ricca di qualità, con dischi finalmente personali e con suoni professionali.

Bisogna dirlo: all’estero di folk metal italiano, oggi inizio gennaio 2022, si parla solo per via dei Nanowar Of Steel e del loro Italian Folk Metal, disco come da tradizione tra serio e grottesco, suonato in maniera impeccabile e che in alcune tracce suonano più folk di molti gruppi che sembrano aver paura di osare. La Maledizione Di Capitan Findus suona come gli Alestorm dopati, La Mazurka Del Vecchio Che Guarda I Cantieri è quello che i gruppi romagnoli non azzardano a fare (“perché faremmo ridere” mi è stato detto una volta), ma il liscio di Raul Casadei non è la versione italiana dell’humpaa finlandese? In diversi brani compare Maurizio Cardullo (ex Folkstone ed ex Furor Gallico) tra cornamuse e flauti e le varie La Polenta Taragnarock e Il Signore Degli Anelli Dello Stadio non a caso suonano molto Folkstone, ma la domanda che ci si deve porre è: possibile che per far nominare “italian folk metal” all’estero bisogni aspettare il disco dei Nanowar Of Steel e la loro musica burlona? Si paga ancora oggi, inizio 2022, il dazio di avere avuto una scena che per troppo tempo è stata succube dell’innegabile fascino scandinavo di miti e saghe che tutti noi amiamo? Questa è una cosa che si nota facilmente approfondendo un po’ la storia dei gruppi, dai nomi ai testi delle prime pubblicazioni. Tutto questo fino a quando De Ferro Italico incendiò l’underground con la voglia di avere una personalità musicale forte e riconoscibile, (ri)scoprendo le proprie origini e raccontando attraverso la musica storie che non hanno nulla da invidiare a quelle del grande Nord. E così i Gotland (nome dell’isola svedese che diede il nome, per farla molto semplice e veloce, al popolo dei Goti) hanno pubblicato l’eccellente Gloria Et Morte e i già citati Dyrnwyn (nome di una spada magica della mitologia gallese) hanno a cuore la storia dell’antica Roma e ne parlano nei loro cd. La verità è che negli ultimi anni la scena folk/pagan/viking italiana ha fatto passi da gigante sotto tutti i punti di vista ed è sempre più raro ascoltare materiale non all’altezza della situazione, manca forse una maggiore convinzione dei gruppi nel porsi soprattutto con promoter e locali e, fatto grave, il supporto del pubblico. Troppe volte si sente dire ai banchetti del merchandise “il cd costa 10 euro? Ma sono due birre!”, e per quanto possa far sorridere una frase del genere ascoltata più di una volta in sede di concerto, è anche preoccupante. La prima cosa da fare è proprio quello di supportare il gruppo acquistando dischi e magliette perché i follower su Spotify non portano assolutamente nulla alla band.

Mi sono lasciato trasportare dai pensieri, dalle riflessioni e dal cuore, ma certe cose vanno tirate fuori per creare un dialogo e portare alla luce alcune criticità di una scena che ha molto da dire. Una scena che in pochi mesi ha visto arrivare Pedemontium, Second Chapter e Il Culto Del Fuoco appartenenti rispettivamente ad Apocalypse, Bloodshed Walhalla e Dyrnwyn. Tre realtà che nel tempo si sono create un nome rispettabile grazie a pubblicazioni di qualità. Pedemontium è un concept album incentrato sulle bellezze naturali del Piemonte, Second Chapter è l’ideale seguito dell’epico Ragnarok, seconda parte del concept ideato da Drakhen, Il Culto Del Fuoco è la definitiva consacrazione artistica del gruppo romano. Dispiace dirlo, ma sono certo che se questi cd fossero stati incisi e pubblicati da musicisti svedesi o tedeschi l’attenzione di stampa e pubblico sarebbe certamente maggiore, così come le possibilità di suonare in tour e nei festival che anche in questa fase problematica si svolgono quasi regolarmente al di fuori degli italici confini.

L’autunno ha poi portato i nuovi ottimi lavori di Aexylium, Selvans e Dawn Of A Dark Age, tutti veramente belli e gli amanti di queste sonorità non possono che essere felici di avere tanta buona musica da ascoltare. I primi mesi del 2022 vedranno gli impianti stereo suonare a volumi indicibili i nuovi e attesi album di Lou Quinse, Gotland, Duir e Atlas Pain: un ottimo modo per iniziare l’anno! Infine, con grande gioia, anche i Vallorch sono tornati in studio dopo tanti anni di difficoltà e cambi di formazione.

Voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare che sia arrivato il momento di far valere il folk metal italiano anche all’estero e poter dire che l’Italia s’è desta!

Nell’ARCHIVIO del sito trovate tutte le recensioni pubblicate in questi quasi nove anni di attività e dando anche un solo rapido sguardo potrete notare la gran quantità di articoli legati ai gruppi italiani. Di seguito, però, segnalo alcuni dischi che per motivi differenti hanno una marcia in più (sicuramente ne dimentico diversi, perdonatemi!): leggete la recensione e poi andate ad ascoltare il cd e se vi dovesse piacere ricordate di acquistarlo direttamente dalla band in quanto è il miglior modo per supportare i musicisti e la scena!

Aexylium – The Fifth Season
Apocalypse – Pedemontium
Atavicus – Di Eroica Stirpe
Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder
Bloodshed Walhalla – Second Chapter
Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine
Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco
Folkstone – Oltre… L’Abisso
Furor Gallico – Dusk Of The Ages
Gotland – Gloria Et Morte
Kanseil – Fulìsche
Lou Quinse – Lo Sabbat
Scuorn – Parthenope
Selvans – Faunalia
Stilema – Utopia

Intervista: :NODFYR:

Ho scoperto l’esistenza dei :NODFYR: girando per il sito della Van Records: c’era questa neonata band che stava per pubblicare un EP di due brani in formato cd e vinile 7″. La descrizione diceva “pagan metal” e con musicisti che avevano fatto parte degli Heidevolk. Tanto è bastato per farmi acquistare In Een Andere Tijd nel 2017, un breve lavoro di rara intensità, ma ci sono voluti ben quattro anni per poter avere tra le mani il disco di debutto Eigenheid, una solida conferma di pagan metal quadrato e potente. Intervistare la band olandese era a dir poco obbligatorio e i musicisti non si sono certo tirati indietro con risposte scolastiche. Musica sincera che viene direttamente dal cuore: ascoltatela dopo aver letto questa piacevole chiacchierata.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Chi segue Mister Folk già ha avuto modo di leggere di voi, ma vi chiedo comunque di iniziare l’intervista con la classica introduzione della band.

I :NODFYR: sono nati nel 2011, da un’idea mia e di Niels: volevamo creare musica di sfondo pagano, ma che avesse anche un’aura più solenne. Il nome ‘nodfyr’ si riferisce a un rituale pagano legato al fuoco, ma per noi simboleggia anche l’inizio di qualcosa di nuovo, una nuova avventura creativa che si focalizza in maniera precisa su questioni di natura più spirituale e personale, e che non si limita a cantare di eventi storici. In seguito alla decisione di Niels di perseguire altri obiettivi, mi sono unito a Jasper e Mark degli Alvenrad, e insieme abbiamo portato avanti il progetto.

Ho acquistato il vostro EP In Een Andere Tijd appena uscito e devo confessarvi che non vedevo l’ora di poter ascoltare questo disco. Siete soddisfatti del lavoro fatto?

Sì, direi che sia maturato piuttosto bene. È sempre interessante ascoltare qualcosa del passato e notare quanti progressi abbiamo fatto da allora, ma sento che quel lavoro rappresenti in maniera perfetta quello che era il nostro stato d’animo del momento: per questo, direi che sia qualcosa di cui andiamo ancora molto fieri!

Siete nati nel 2011, ma il primo lavoro è stato pubblicato sei anni più tardi e per il full-length ce ne sono voluti nove. Come mai tutto questo tempo?

È stato tutto dovuto al fatto che eravamo coinvolti in molti progetti diversi: non è stato sempre facile conciliare i nostri diversi impegni e l’energia creativa. È stata la prima volta in cui io, Jasper e Mark abbiamo lavorato insieme: possiamo dire di avere personalità e modalità di comporre musica molto differenti; quindi, ci è voluto un po’per equilibrare il tutto. Alla fine, siamo tutti molto devoti alla causa dei :NODFYR:, e sebbene ognuno di noi abbia le proprie idee su come raggiungere gli obiettivi creativi, riusciamo sempre a venirci incontro. Nutro un profondo rispetto verso Jasper e Mark, come musicisti ma ancor di più come persone: perciò, anche se i processi creativi possono essere davvero estenuanti, ne vale sempre la pena!

Eigenheid è uscito qualche mese fa, come è stato accolto dal pubblico? Potendo tornare indietro cambiereste qualcosa?

Fortunatamente, abbiamo ricevuto molti feedback positivi! Nel momento in cui si scrivono musica e testi, è come se si desse alla luce qualcosa; perciò, amiamo incondizionatamente la nostra “creatura”…ma è stato bello sapere che anche altre persone ne abbiano tratto qualcosa. Non credo che avremmo realizzato questo album in maniera differente anche se ne avessimo avuto la possibilità: abbiamo impiegato molto tempo per comporlo e registrarlo; quindi, tutte le nostre decisioni sono state prese in maniera consapevole.

La prima volta che vi ho ascoltato ho pensato che suonaste come i primissimi Heidevolk, ma più epici e quadrati. Voi cosa ne pensate e come “vedete” la vostra musica?

Sono d’accordo, condividiamo alcuni tratti, e credo che sia perché Niels era molto coinvolto nella stesura dei testi sia del primo album degli Heidevolk, sia della prima canzone dell’EP dei :NODFYR:. Suppongo che anche le mie parti vocali possano giocare il proprio ruolo in questo. Con i :NODFYR: ho l’impressione di avere un po’più di solennità e malinconia, e anche i testi sono di natura molto più personale. Anche se sono felice dei risultati ottenuti con gli Heidevolk a quei tempi, avevo sempre di più in mente il pensiero di dover compromettere le mie preferenze musicali e concettuali: in una band composta da sei persone, ognuna delle quali con opinioni molto forti, può essere inevitabile che qualcosa non corrisponda ai propri gusti. Personalmente, trovo che i :NODFYR: mi portino meno a scendere a compromessi: si accordano con ciò che desidero in una band in termini di musica, testi e artwork. Credo che anche gli altri pensino lo stesso!

La grafica del disco è veramente bella, ma nel libretto avrei gradito la presenza della traduzione dei testi in inglese per poterli comprendere. Volete raccontarci qualcosa sulla scelta della copertina e nel prossimo lavoro ci saranno i testi tradotti?

Abbiamo pensato a tradurre i testi, ma avevamo la forte impressione che tutta la loro essenza poetica sarebbe andata perduta: ci sono alcune espressioni che sono semplicemente troppo difficili da tradurre senza sacrificarne il significato o il sentimento. Invece, abbiamo optato per inserire informazioni dettagliate sui social media, in modo tale da dare un’idea del contenuto dei testi anche a coloro che non parlano la nostra lingua. Il dipinto sulla copertina di Eigenheid si intitola “Heidelandschap bij Oosterbeek” (“Brughiera vicino Oosterbeek”), ed è opera di Cornelis Lieste (1817 – 1861), il “pittore della luce” specializzato in paesaggi romantici e noto per le sue ampie vedute del cielo e per le basse linee dell’orizzonte. Dal 1854 e fino al 1856, Lieste visitò regolarmente la colonia di artisti romantici plein air di Oosterbeek, un villaggio che si trova vicino ad Arnhem, il capoluogo della regione della Gheldria (Gelderland in neerlandese, N.d.T.).

A proposito di testi, vi chiederei quindi di parlarci delle tematiche trattate nelle canzoni, e se c’è un testo in particolare che volete approfondire con noi.

Certamente! La prima canzone di Eigenheid, Mijn oude volk, è un’ode ai nostri antenati lontani, gli antichi popoli germanici da cui discendiamo. In essi vediamo le nostre radici più profonde e crediamo di dovere la nostra esistenza al modo in cui hanno plasmato la nostra storia. Anche se molti secoli ci separano,  sentiamo di avere una forte connessione con loro. Le loro storie, le loro azioni, la loro arte e i miti si trovano alla base della nostra identità e continuano ad ospitarci anche oggi. Gelre, Gelre è dedicata alla nostra terra natia. La Gheldria e le nostre anime sono connesse e la sua natura, storia e il suo folkore sono per noi fonti inesauribili di ispirazione. Secondo la saga di Wichard, il drago che venne ucciso da lui e/o da suo fratello Lupold nell’anno 878, avrebbe gridato incessantemente “Gelre, Gelre”. Questo è poi divenuto il nome dell’omonima città di Geldern, del ducato di Guelders, e dell’odierna regione della Gheldria. I boschi, la brughiera, i prati, la terra argillosa, le grandi dune di sabbia viva, i fiumi, i castelli, le antiche città e i piccoli villaggi della Gheldria racchiudono tutti tantissimi ricordi e memorie, e possiamo ancora udire l’urlo del drago. Le parole del testo riguardano la scoperta del proprio destino e la formazione del proprio futuro e la rivelazione del destino, che portano a diventare ciò che siamo. Crediamo che noi tutti abbiamo una storia da seguire e un ruolo da ricoprire in questa vita. Come musicisti e narratori, abbracciamo il nostro destino e procediamo seguendo il sentiero che le Norne hanno preparato per noi. Driekusman riguarda il nostro folklore. Si tratta di un canto (e di una danza) tradizionale che proviene dall’Olanda orientale, e narra di un amore impossibile. Ammiriamo la capacità che queste antiche canzoni hanno di riunire persone di ogni generazione, e con sentieri di vita differenti. La nostra versione, risultato di una collaborazione con i Folkcorn, esprime il nostro amore sia per il folk tradizionale, sia per il metal contemporaneo. Bloedlijn riguarda le proprie origini, i legami familiari e i tratti che abbiamo ereditato dai nostri antenati diretti. I frutti raccolti dopo aver scosso l’albero genealogico sono molti! Gli anziani tornano in noi e li portiamo nel futuro. Zelf è uno dei primi brani che abbiamo scritto. Riguarda un viaggio personale, il fatto di stabilire il proprio percorso e scrivere la propria saga. È basata sull’idea idea di sacrificarsi, mutare la propria pelle e crescere continuamente, per raggiungere appieno il proprio potenziale. Nagedachtenis è un testamento e un “balsamo” per coloro che sono rimasti indietro, dopo che il viaggio verso il cielo ha avuto inizio.

Due membri su tre fanno parte degli Alvenrad, band che apprezzo e che è presente nell’archivio della webzine. Conoscendo la loro proposta mi sarei aspettato qualche influenza progressive nel sound dei :NODFYR:, invece voi marciate dritti come carri armati!

Ahahah, è vero, tutte le loro brame progressive scorrono libere negli Alvenrad, ma con i :NODFYR: mostrano molto di più del loro lato tradizionale. Hanno in uscita un nuovo album intitolato Veluws IJzer, che riguarda la regione della Veluwe.

Drieuksman è la canzone più folk del disco, una strumentale da tre minuti che ben spezza il ritmo dell’album. È nata con questa intenzione?

Jasper e Mark hanno arrangiato nuovamente una parte di questa canzone tradizionale in un brano più oscuro rispetto all’originale. Direi che ciò simboleggia lo spettro dei nostri interessi musicali, da ciò che è antico e allegro, per arrivare a cose più contemporanee e malinconiche!

Wording invece ha una forte influenza doom e il risultato è davvero ottimo! Seguite la scena doom e quali sono i gruppi che maggiormente vi interessano? La canzone è nata dal riff principale per poi proseguire o ha avuto una genesi differente?

Ti ringrazio! Si, di tanto in tanto apprezziamo tutti una buona dose di doom. La mia band preferita di questo genere sono di gran lunga gli italiani Abysmal Grief! Sono anche un grande fan di Type O Negative, Candlemass e My Dying Bride, anche i Reverend Bizarre vanno giù bene, e Will Of Gods Is A Great Power degli Scald è un capolavoro del pagan doom! Alcuni di noi si sono cimentati nel Supernatural Doom Metal in un progetto chiamato Gaistaz… Sì, con Wording la canzone è evoluta a partire dal riff principale, Mark e Jasper hanno avuto l’idea e il brano si è praticamente composto da solo, a partire da quel punto. Se ben ricordo, è stata l’ultima canzone che abbiamo completato per l’album.

Gelre, Gelre è un vero e proprio inno! Non a caso avete pubblicato la canzone lo scorso agosto come antipasto di questo cd.

Era davvero il brano più adatto, piuttosto semplice da imparare e rappresentativo riguardo il tema dell’album! Il video è stato girato in una location storica che di solito è chiusa al pubblico; quindi, la canzone ci ha anche aperto alcune porte!

In un post pubblicato su Facebook a metà giugno parlate di iniziare un nuovo viaggio dopo aver concluso quello di Eigenheid. Potete dirci qualcosa circa lo stato dei lavori?

Ci stiamo lavorando! L’ obiettivo  finale è quello di pubblicare un nuovo album su un tema che abbiamo già deciso, e prima di questo pubblicheremo un paio di singoli che non ne faranno parte. Di certo, spero che non ci vorranno altri dieci anni per pubblicare un altro full-length…

Grazie per il vostro tempo; potete chiudere la chiacchierata come meglio preferite.

Grazie mille per l’intervista, Fabrizio! Speriamo che il tuo pubblico abbia apprezzato sia la nostra conversazione, sia l’album!

Joris in concerto

ENGLISH VERSION:

Mister Folk followers have already read something about you: anyway, I would like to ask you to start this interview by introducing yourself and the band.

:NODFYR: was started back in 2011 by Niels and me, we wanted to make heathen music with a more solemn vibe. The name ‘nodfyr’ refers to a pagan fire ritual but to us it also symbolized the start of something new, a fresh creative adventure with a clear focus on more spiritual and personal matters rather than just singing about historic events. After Niels decided to pursue other goals I hooked with Jasper and Mark of the band Alvenrad, and together we carried the torch further. 

I purchased your EP, In Een Andere Tijd, right after its release: I must confess that I couldn’t wait to listen to it. Are you satisfied with your job?

Yes, I would say it aged pretty well. It’s always interesting to hear stuff from the past and to notice how we developed since then, but I feel that release perfectly captured the mood we were in at that moment so it’s something we’re still very proud of!

The band was founded in 2011, but your first work has been released six years after, and it took nine years for the full-length. Why have you waited so long?

That has everything to do with the fact that we’re involved in a lot of different projects and that it was not always easy to combine our agendas and creative energies. It was the first time Jasper, Mark and I worked on an album together and it’s safe to say we have very different personalities and ways of writing music, so that took a little adjusting. In the end we’re all very committed to the cause of :NODFYR: and while we each have our ideas how to reach our creative goals we always manage to find each other somehow. I have a huge respect for them as musicians but more importantly as persons, so even though the creative processes can be very exhausting they’re always worth the effort!

Eigenheid was released a few months ago: what about the public reception? If you had the possibility of turning back time, would you change something?

We got a lot of positive feedback thankfully! When writing the music and lyrics it’s basically like giving birth to yourself so we love our baby no matter what, but it was good to hear other people also got something out of it. I don’t think we would have done anything in a different way if we would get the chance, we took a lot of time writing and recording it so all our decisions were very conscious.

During my first listen to your music, I thought that it sounded similar to Heidevolk’s one, remembering their very first works… but your style was more epic and solid. What is your opinion about that? How do you “see” your music style?

I agree it shares some similarities, I think that’s because Niels was very much involved in the songwriting of both the first Heidevolk album and the first song of the :NODFYR: EP. I suppose my vocals may play a role in that too. With :NODFYR: I feel we have a bit more solemness, moodiness and the lyrics are of a far more personal nature. Even though I’m happy with what I achieved with Heidevolk at the time I increasingly had the idea that I had to compromise my musical and conceptual preferences, and in a band with six people with very strong opinions it may be inevitable that not everything is according to your own taste. :NODFYR: is less compromising to me personally, it’s in accordance with what I want the band to be like in terms of music, lyrics and artwork. I suspect the other people involved in it have similar thoughts about that themselves too!

The album shows awesome graphics, but in my opinion, it would have been nice to see the English translation of the lyrics in the booklet, to understand them better. Would you like to tell us something about the choice of the cover image? Are you thinking about including the translated lyrics in your next work?

We thought of translating the lyrics but felt too much of the poetic essence would be lost, certain ways of saying things are just too hard to translate without sacrificing meaning or feeling. Instead we opted for extensive liner notes on our social media to give people that do not speak our language an idea what we sing about. The painting on the cover of Eigenheid is called “Heidelandschap bij Oosterbeek” (“heath landscape near Oosterbeek”), by Cornelis Lieste (1817 – 1861). The “painter of the light” specialized in Romantic landscapes and was known for his wide skies and low horizons. From 1854 until 1856 he regularly visited the artist colony of Romantic plein-air painters in Oosterbeek, a village near the Gueldrian capital Arnhem.

Speaking of the lyrics, I would like to ask you to tell us more about the themes of your songs. Would you like to talk about some lyrics in a more detailed way?

Certainly! The first song on Eigenheid, Mijn oude volk is an ode to our distant ancestors, the ancient Germanic peoples that we descended from. In them we see our deepest roots and we believe we owe our existence to the way they shaped our history. Even though we are divided by many centuries we feel strongly connected to them. Their stories, deeds, art and myths stand at the very basis of our identity and they continue to inspire us to this day. Gelre, Gelre is dedicated to our home soil. Gelderland and our souls are interwoven, and its nature, history and folkore are unending sources of inspiration to us. According to the saga of Wichard, the dragon that was slain by him and/or his brother Lupold in the year 878 would incessantly cry “Gelre, Gelre”. This became the namesake of the town of Geldern, the duchy of Guelders, and present-day Gelderland. The woods, heath, meadows, clay, sand drifts, rivers, castles, ancient cities and tiny villages of Gelderland all carry so many memories, and we can still hear the dragon’s cry. Wording is about discovering one’s own destiny, shaping one’s own future, the unraveling of fate and becoming who we really are. We believe we all have a narrative and a part to play in this life. As musicians and storytellers we embrace our fate and act accordingly by treading the path set before us by the Norns. Driekusman deals with our folklore. It’s a traditional song and dance from the east of the Netherlands and it’s about an impossible love. We admire the ability of these old songs to bring people from all generations and walks of life together. Our version, a collaboration with Folkcorn, expresses our love for both traditional folk and contemporary metal. Bloedlijn is about ancestry, family ties and the traits we inherited from our direct forebears. The fruits yielded from shaking the family tree are many! The elders return in us and we carry them into the future. Zelf is one of the first we wrote. It is about a personal journey, setting your own course and writing your own saga. It is based on the idea of sacrificing, shedding skin and continuously growing in order to reach your full potential. Nagedachtenis is a testament and a healing for those left behind after the journey to the hall up high commences.

Two members of your band also play in Alvenrad: I truly appreciate them, and they are in our webzine’s archive as well. Being aware of their style, I expected some progressive influence also in :Nodfyr:’s sound… but apparently, you march straight, like tanks!

Hahaha, yes all their progressive urges flow freely in Alvenrad but with :NODFYR: they show more of their traditional sides. They have a new album called Veluws IJzer coming up, dealing with the Veluwe region.

Driekusman sounds like the most folk-influenced song: being an instrumental track, it gives a break to the general rhythm of the whole album. Have you composed it with this purpose in mind?

Jasper and Mark rearranged some of this traditional song into a darker piece then the original. I guess this symbolizes the spectrum of our musical interests, from old and happy to contemporary and moody!

On the other hand, Wording shows a strong doom influence, with a great final result! Are you followers of the doom scene, and are you particularly interested in some bands? It looks like the song developed around the main riff: did you conceived it this way, or you had something different in your mind?

Thank you! Yes we all appreciate a good dose of doom from time to time. By far my favorite band in this genre is Italy’s Abysmal Grief! I’m also a big fan of Type O Negative, Candlemass and My Dying Bride, stuff like Reverend Bizarre also goes down well and Will Of Gods Is A Great Power by Scald is a pagan doom masterpiece! Some of us have tried their hand at Supernatural Doom Metal in a project called Gaistaz… Yes, with Wording the song evolved from the main riff, Mark and Jasper came up with the idea and the song practically wrote itself from that point on. If I recall correctly it was the last song we finished for the album.

Gelre, Gelre is a real hymn! No wonder that you released it last August as an “appetizer” of the whole album.

It was the most fitting song indeed, pretty easy to get into and also representative of the topic of the album! The video was shot at a historic location normally closed to the public so the song even opened some doors for us!

In mid-June, you shared a statement on your Facebook page, saying that “the time has come to start a new journey”, after the final release of Eigenheid. Could you tell us something about the “progress of work”?

We’re underway! The goal is eventually to release a new album around a theme that we have already decided, and before that we will release a couple of non-album singles. I sure I hope it won’t take another decade before we release a full-length…

Thank you for your time. You can end our chat as you wish!

Grazie mille for the interview Fabrizio! We hope your audience has enjoyed the interview and the album!

Mark in concerto

Selvans – Dark Italian Art

Selvans – Dark Italian Art

2021 – EP – Avantgarde Music

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Selvans: voce, tastiera

Tracklist: 1. Introduzione (Metamorfosi cover) – 2. Verrà Corvo Morto – 3. L’inferno (Metamorfosi cover medley) – 4. The Hanged Ballad (Death SS cover) – 5. Iò Pan! – 6. L’errante

Il progetto Selvans prosegue il percorso artistico guardando al passato ma arricchendo lo spettro sonoro con nuovi input e una freschezza musicale di prim’ordine. Il nuovo EP Dark Italian Art ne è dimostrazione: a tre anni dall’eccellente Faunalia pur non potendo parlare di cambio di pelle, c’è da riscontrare come la proposta si sia arricchita di nuove sfumature fermo restando l’elevata qualità che dalla prima release contraddistingue i lavori di Selvans. Altro elemento comune tra tutte le pubblicazioni sono le asperità della musica, a tratti acida, e le urla che trapano le orecchie, così dolorose e belle al tempo stesso. Questi trenta minuti sono una celebrazione del dark sound italiano con cover e pezzi originali che si integrano alla perfezione tra di loro, suonando tutto 100% Selvans.

L’amore per il prog è presto declamato con le cover della band culto Metamorfosi e da brividi è l’omaggio alla band di Steve Silverster con una versione eccellente di The Hanged Ballad: canzoni che si amalgamano benissimo con i tre inediti presenti in Dark Italian Art: Verrà Corvo Morto, Iò Pan! e L’errante. L’iniziale Introduzione non è una semplice intro, ma una vera porta che si apre e conduce alle meraviglie di questo breve ma intenso lavoro. Verrà Corvo Morto ha un forte legame con quanto realizzato da Selvans nei precedenti lavori con ritmiche veloci e chitarre aspre, ma a venire a galla è il desiderio di andare oltre a quanto già fatto, arricchendo la musica con tanti piccoli accorgimenti che si fanno sentire nel risultato finale. Segue L’Inferno, medley targato Metamorfosi, un concentrato di progressive rock del fantastico lavoro uscito per mano della band romana nel 1973: Selvans ha fatto propria l’essenza dell’album creando un medley che funziona talmente bene che, non conoscendo l’originale, si potrebbe esser portati a pensare a un brano nuovo della realtà abruzzese. The Hanged Ballad, dal seminale …In Death Of Steve Silvester, prosegue la linea oscura fin qui tracciata e in Iò Pan! esplode tutta la potenza e la furia della formazione italiana: l’atmosfera iniziale del brano prepara alla “botta” che si avrà da li a poco.

Con zoccoli d’acciaio io corro tra le rocce
Dal Solstizio, ostinato fino all’Equinozio

A conclusione del viaggio chiamato Dark Italian Art troviamo L’Errante, bellissimo ed elegante outro da ascoltare fino all’ultimo secondo prima di premere nuovamente play e ricominciare ad ascoltare l’EP dall’inizio. Detto della musica, c’è da attendere la versione cd di Dark Italian Art che conterrà un fumetto di ottantaquattro pagine che vedrà il già citato Corvo Morto come personaggio protagonista: Selvans è ormai è un’entità poliedrica che va ben oltre le sette note.

Questo è un EP che rappresenta al 100% la visione musicale (e non solo, basta guardare i video di presentazione pubblicati qualche tempo fa) di Selvans, tra influenze importanti e una personalità sempre più spiccata e unica. La qualità è quella solita, ovvero elevata: da avere assolutamente.

Wolfmare – Hand Of Glory

Wolfmare – Hand Of Glory

2010 – full-length – CCP Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ruslan Anisimov: voce – Stas Matveev: chitarra – Dmitri Petras: basso – Dmitri Belkin: batteria – Iana Nikulina: tastiera – Lyubov Maslova: violoncello

Tracklist: 1. The Plagued – 2. Angel Lust – 3. Down By The Riverside – 4. Red-Wat Dream – 5. Das Palæstinalied – 6. Bring Out Your Dead – 7. The Keening – 8. Heaven

La scena russa folk metal è come la borsa di Mary Poppins: pensi di conoscere più o meno il suo contenuto, ma in realtà c’è sempre un qualcosa di sorprendente, di inaspettato. E così, come la baby sitter che ogni bambino ha sognato di avere almeno una volta, al momento del bisogno tira fuori l’oggetto della provvidenza, così la Russia tira fuori gruppi su gruppi qualitativamente interessanti, con forte carattere e cosa assolutamente importante, autori di cd piacevoli all’ascolto.

È il caso dei Wolfmare, band nata nel 2002 con tre dischi all’attivo e da diversi anni ormai ferma, purtroppo nota quasi esclusivamente all’interno dei confini nazionali per la scarsa distribuzione ma con la soddisfazione di aver aperto per band famose come Korpiklaani, Moonsorrow ed Ensiferum. Hand Of Glory è il loro secondo disco e a farcelo conoscere è la CCP Records, etichetta che pesca sempre con attenzione dall’underground europeo. I Wolfmare si muovono all’interno della scena extreme folk prendendo spunto dai nomi di spicco del genere riuscendo poi a unire le varie influenze con una personalità già formata, anche se, come vedremo in seguito, non mancano le ingenuità.

Ad aprire Hand Of Glory ci pensa la lunga (oltre otto minuti e mezzo, sette “reali”) The Plague, in quanto è l’opener che non ti aspetti vista la durata, ma la canzone scorre via che è uno spettacolo, senza ripetersi o annoiare per un solo secondo l’ascoltatore. La voce di Iana Nikulina interviene nei chorus e nel finale è affiancata dalla cornamusa che segue la stessa linea melodica creando un buonissimo effetto. A tal proposito va rimarcata la bravura dei Wolfmare nell’utilizzare la voce di Iana (buona ma non eccezionale) come uno strumento aggiunto, presente in tutte le canzoni senza mai risultare pensante o, peggio ancora, scontata. Veramente bella è Das Palæstinalied, ricca di un pathos arcaico al quale si aggiunge un interessante retrogusto medio-orientale costruito su di un supporto tipicamente folk europeo. Del tutto diversa è invece la seguente Bring Out Your Dead che, dopo un inizio debitore ai Korpiklaani, si tramuta in un divertente e caciarone up-tempo nel quale gli interventi di Iana e del violino si intrecciano creando un’atmosfera gioiosa tipicamente british, quindi vicina ai migliori Skyclad. Ai Wolfmare non deve mancare il coraggio (o si tratta di ingenuità?), visto che dopo una canzone così spensierata arriva The Keening, lugubre marcia death-doom che in un contesto come Hand Of Glory ci sta come i carciofi a colazione. La traccia in sé è anche piacevole, ben costruita, con un ottimo alternarsi di voci e il violino di Lyubov Maslova preciso nel creare melodie strazianti, ma questo è un album folk metal e non si riesce a capire il motivo dell’inserimento in scaletta di un brano del genere. I Wolfmare non perdono un secondo ed ecco un nuovo ribaltamento musicale per la conclusiva Haven, con la quale si torna al folk festaiolo: si parte con melodie allegre di flauti e violini (non distanti da alcune cose dei primi Svartsot), si prosegue con “eh! eh! eh!” da osteria per finire con dei cori spensierati che fanno venire il sorriso immaginando questi russi in una locanda puzzolente a ridere e scherzare bevendo vodka fino a non reggersi più dritti.

Hand Of Glory è un disco breve, quaranta minuti, il che in questo contesto è quasi sempre un fattore positivo, suona molto bene grazie a una produzione semplice ma curata e, tolto “l’inconveniente” The Keening, convince per tutta la sua durata. Gli strumenti tradizionali sono ben presenti senza però essere mai d’intralcio per la crescita della canzone, e le voci growl/clean si alternano con intelligenza e buon gusto. Un disco interessante, schietto e piacevole fin dal primo ascolto: Hand Of Glory promosso!

Intervista: Helheim

Quanti gruppo possono vantare la pubblicazione di un disco stupendo come WoduridaR a quasi trenta anni dalla propria formazione? E quanti, nell’ultima parte di carriera, hanno azzeccato uno dietro l’altro la realizzazione in serie di album che hanno permesso al sound classico del gruppo di progredire rendendolo fresco e sempre nuovo senza tuttavia snaturarlo, lasciando le vecchie radici ancora ben salde? In pochi possono competere con gli Helheim del 2021, e fa sempre piacere avere a che fare con un artista come Vgandr, sincero nelle risposte e con il desiderio di far conoscere meglio l’ultimo nato in casa Helheim.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Ascoltando WoduridaR ho avuto la sensazione di essere circondato dalla nebbia, di avere freddo e di stare incredibilmente bene. Vi piace l’effetto che mi fa e cosa provate voi ad ascoltarlo?

Ti sono grato per il tuo pensiero, ma sottolineo sempre che formulare una propria opinione riguardo l’interpretazione di un album è importante per tutti. Devo dire che comprendo perfettamente la tua descrizione, e in effetti tendo a provare le stesse sensazioni. Tuttavia, quando si lavora così meticolosamente ad un album, come abbiamo fatto noi, è facile esacerbare l’intera sessione. Nel tempo, questo potrebbe riportare all’idea originale, come è stato per i vecchi album.

Ho avuto l’impressione che con WoduridaR abbiate proseguito quanto fatto negli ultimi lavori, ma ripescando una parte di quella vecchia cattiveria musicale che ultimamente era stata messa un po’ in disparte.

Sono totalmente d’accordo, in particolare riguardo Rignir. Dare a quest’album una natura più estrema è stata una decisione consapevole. Allo stesso tempo, devo dire che è stato importante per noi proseguire mantenendo il cantato pulito. Ormai è parte integrante degli Helheim, e rende la musica più atmosferica e variegata.

La mia idea è che questo disco sia il più completo e bello della vostra discografia. Voi cosa pensate di questo disco? So che è difficile da dire, ma quali sono i dischi che ritenete più riusciti e importanti della vostra discografia?

Beh, grazie mille. Non accade molto spesso che una band pubblichi il suo miglior album dopo quasi 30 anni di attività; perciò, questo è sicuramente gratificante da sentirsi dire. E anche io concordo con te. Credo che per ogni band sia importante lavorare all’album successivo pensando che possa essere il migliore. È qualcosa che abbiamo fatto anche noi, e continuiamo a fare, ma col senno di poi non sempre ci siamo riusciti (vedi Blod & Ild, Yersinia pestis ecc.); in ogni caso, direi che i nostri ultimi tre album siano di una qualità davvero soddisfacente.

I testi sono slegati tra di loro e nell’info sheet fate menzione di Tankesmed e Litil Vis Madr come i più oscuri dell’album. Vi chiedo quindi di approfondire i testi del disco e di queste due canzoni nello specifico.

Eheh, servirebbe troppo spazio per darti una spiegazione dettagliata, traccia per traccia. Di solito tendo a farlo per telefono, o comunque a voce. Però, posso farti un tutorial.

Vilje av stål – Questo brano riguarda la perdita di un passato glorioso. Inoltre: dovremmo accettare questa perdita, oppure dovremmo accettare di non accettare ciò che oggi viene accettato? Mi segui?

Forrang for fiende- Anche se tutto sembra ormai perduto nel passato, c’è ancora una luce. Una luce che resta dentro di noi. Questa luce è di natura più umile rispetto a quella moralista tipica di ciò che viene considerato sacro per i monoteisti. Così come loro venerano (il che è davvero una follia in sé), noi impariamo dal nostro passato, e restiamo legati a radici morali che non distruggono (e non si distruggono). Per questo motivo diamo la precedenza ai nemici: sappiamo già che si sentono superiori.

WoduridaR – Riguarda i diversi appellativi di Odino, e i loro legami con le sue diverse aree di azione.

Åndsfilosofen – Un testo completamente bizzarro, al quale ognuno può attribuire la propria idea di significato. Non sono certo nemmeno io di cosa mi passasse per la testa, quando l’ho scritto.

Tankesmed – Rabbia allo stato puro. Lascia che il martello della volontà vibri i suoi colpi sulla testa di coloro che hanno tentato di accecarci nelle ultime migliaia di anni.

Ni s solu sot – Il titolo è in proto-norreno, e può essere tradotto come Senza la luce del sole. Si basa su un libro riguardante il proto-norreno, in cui vengono interpretate e discusse diverse iscrizioni runiche. È decisamente di un testo dal sapore mistico.

Litil vis madr – Un uomo conosce poco. Anche questo testo è basato su un’iscrizione runica. Cosa sappiamo davvero? Quali segreti devono ancora essere svelati? Noi sappiamo poco, ma la terra conosce tutto. Al suo interno albergano molti segreti che devono ancora essere scoperti dagli uomini, e che non sono mai stati portati alla luce.

Det kommer I bølger – Scritta in un momento di disperazione, in cui l’amore infuriava selvaggio nel mio cuore. Si tratta di una storia vera, che per mia fortuna ha avuto un lieto fine.

Ni S Soli Sot è forse la canzone più particolare dell’album, avendo una fisionomia tutta sua e presentando al suo interno diversi elementi che la caratterizzano. Volete raccontarci qualcosa sulla sua composizione e dirci come voi musicisti vedete la canzone in questione?

Questo brano è stato composto da H’grimnir, quindi non posso davvero dire quale sia stato il processo creativo. In ogni caso, è certamente uno dei miei preferiti dell’album.

Torniamo al disco landawarijaR, con la title-track che omaggia Impressioni Di Settembre della P.F.M. La prima volta che ho ascoltato la canzone sono rimasto a bocca aperta perché siete riusciti a far vostro un pezzo della storia del prog amalgamandolo alla perfezione col vostro sound. In quale modo è venuta fuori questa cosa? Prima di iniziare la scrittura avevate già in mente di fare un omaggio del genere o semplicemente è stata fatta in sala prove per “giocare” e poi il risultato vi ha entusiasmato?

Il ricordo è abbastanza vivido. A quei tempi ascoltavo molto prog italiano, e la canzone menzionata fu tra quelle che catturarono maggiormente la mia attenzione. Si avvicinava davvero alla mia definizione di “maestoso”. Avevo già iniziato a comporre la title track, ma poi ho avuto l’idea di includere la P.F.M., creando quello che è l’attuale vero brano. Mentre andavamo in montagna per un meeting, ho presentato la mia idea al resto della band, e tutti l’hanno immediatamente apprezzata. Quindi, la canzone è divenuta realtà.

Il progressive italiano in Norvegia sembra avere diversi fan nella scena viking black: voi, Enslaved e Borknagar non ne fate mistero. La cosa interessante è che tutti voi avete avuto un’evoluzione dal suono crudo degli inizi verso un qualcosa di più strutturato che mette insieme extreme metal e influenze prog, di fatto rendendo i vostri sound unici e immediatamente riconoscibili.

Non sapevo che anche gli Enslaved e i Borknagar ascoltassero prog italiano, ma direi che la cosa abbia senso. Devo sottolineare che landawarijaR è l’unico brano che trae i suoi frutti da un’influenza prog diretta. Le altre sono semplicemente idee sparse che avevamo in testa.

Al di là del nome, qual è la vostra connessione con la mitologia norrena?

I nostri testi riguardano i misteri delle rune, e anche la condotta e l’etica degli antichi. Ritengo che ci sia molto da imparare dal passato. In più, utilizzo la concezione pagana come avversario dei dogmi religiosi che si sono impossessati delle nostre vite.

Ci sarà qualche tour per promuovere il disco, magari in primavera? State organizzando le date sperando di poter girare l’Europa senza problemi?

No, abbiamo solo festival in programma.

Pubblicherete mai un live album o cd/dvd live, magari in occasione di un anniversario?

No, decisamente no. Non abbiamo interesse in questo genere di cose.

Vi ringrazio per l’intervista e spero di potervi vedere presto in concerto in Italia; volete aggiungere qualcosa?

Grazie a te. Spero che il popolo metal italiano apprezzi il nostro nuovo album, visto che noi stessi ne andiamo fieri. E come sempre: il paganesimo è resistenza.

ENGLISH VERSION:

While listening to WoduridaR I have felt like being surrounded by the fog. I could feel the cold air, it was a pleasant and incredible sensation. Do you agree with my personal feeling? How do you feel while listening to this album?

I’m grateful for your thoughts and sensations, but I always stress that it’s important for everyone to make up their own opinion about how an album is interpreted. I must say that I fully understand your description, and I tend to feel the same. Though, when working on an album so thoroughly as we have, it’s easy to overkill the whole session. In time it might bring back the original idea, as it is with older albums.

I had the impression that WoduridaR is the natural prosecution of your last works, with a bit more of your old “musical violence”, which was a bit left out in them.

I do agree, and especially concerning Rignir. It was a conscious decision to let this album be of a more extreme nature. At the same time, I must say that it was important for us to maintain and progress with the clean vocals. It’s now an integral part of Helheim, and it makes the music more varied and atmospheric. 

My general opinion is that WoduridaR is the best one in your discography; moreover, it can be considered also as the most complete one. What do you think about this album? I am aware that it might be a bit difficult for you to select, but I would like to ask you which are the records that you think are the most important and successful in your discography.

Well, thank you for that. It’s not very often a band releases their best album after almost 30 years, so this is of course extremely rewarding to hear. And I do agree with you as well. I think it’s important for any band to always chase the next album as being their best. This is something we also do and have done, but in hindsight we haven’t always succeeded in that (e.g. Blod & Ild, Yersinia pestis etc.), but again I think that our last 3 records are of a very satisfying quality.

The lyrics are not related to each other, and in the info sheet, you mention Tankesmed and Litil Vis Madr as the most obscure tracks of this album. I would like to ask you to tell us more about these two songs, and to give us a further explanation of all the lyrics in general.

Haha, to give you a thorough walk-through through every track would take up too much space. I rather tend to do that via telephone or other oral medias. But I will give you a tutorial.

Vilje av stål- Is about the loss of a grandeur past. Moreover, should we accept this loss, or should we accept to not accept what is now the accepted. Get it?

Forrang for fiende- Though all seems lost in the past there is still a glow. The glow that lingers within us. This glow is of a humbler state than the self-righteous light of the holy/monotheistic. As they worship (indeed a folly in itself), we learn from our/the past and stick to the moral roots that doesn’t destroy. So, for that matter we give precedence to enemy as they already feel that they’re superior.

WoduridaR- Concerning Odin’s different names and how they’re linked to his different areas of activity.

Åndsfilosofen- Completely and utterly a weird lyric where each can find their own meaning. I’m not even sure myself what I had in mind when I wrote it.

Tankesmed- This is pure anger. Let the hammer of the will fall hard upon the ones who have tried to blind us the last thousands of years.

Ni s solu sot- The title is pre-nordic and can be translated into No sunlight. Based on a book about the pre-nordic language where different runic inscriptions are debated and interpreted. A mystic lyric, indeed.

Litil vis madr– And man knows little. This is also based on a runic inscription. What do we actually know? What secrets are still to be revealed? We know little, but the earth knows it all. Therein lies so many secrets that are still to be found by man, and some never to be excavated.

Det kommer I bølger- Written in dire times when love raged wild in my heart. It’s a true story, and luckily for me it ended well.

Ni S Soli Sot probably is the most peculiar track of the whole album: it has its very own structure and several elements that characterize it uniquely. Would you like to tell us something about the process of writing, and your thoughts on this song?

This song was created by H’grimnir, so I can’t really say how the process was. It sure is one of my favourites on the album.

Let’s take a step back to your album LandawarijaR: the title track is a tribute to P.F.M.’s song Impressioni Di Settembre. The first time that I listened to it I was truly amazed: you have been able to re-interpret a milestone in the history of prog, mixing it with your sound with a perfect result. What was the process that led you to this? Did you have in mind to make this tribute before starting writing? Or was it a kind of experiment made during the rehearsals, with a result that left you excited?

I remember it quite vividly. At the time I was listening to a lot of Italian prog., and one of the songs that really caught my attention was the mentioned song. It really resonated to what I consider majestic. At the time I’d already started writing the title track, but I could hear the idea of using P.F.M. on this actual track. On our way to the mountains to have a band meeting I presented the rest of the band with the song, and they immediately liked the idea. And so, the song was a reality.

Italian progressive music seems to be popular in the Norwegian viking black scene: you don’t make a mystery of it, along with Enslaved and Borknagar. The most interesting aspect is that all of you have experienced an evolution: from the rough sound of beginnings to something more complex that blends extreme metal and prog influences. This leads to unique styles and sounds, easily and immediately recognizable.

I didn’t know that Enslaved and Borknagar listened to Italian prog., but I guess it makes sense. I must stress that the song LandawarijaR is the only song that bears fruit from a direct influence from prog. The other influences are just loose ideas coming from the brain.

Besides the name of your band, what would you say about your connection with Norse mythology?

Our lyrics deals with the mysteries of the runes, but also the conduct and ethics of old. I think we have a lot to learn from our past. Furthermore, I use the pagan notion as an adversary to the religious dogmas that possesses our lives.

Are you planning a tour to promote your album, maybe in Spring? Are you scheduling the dates, hoping that it will be possible to travel around Europe without any issues?

No, we’re not. Only doing festivals.

Are you thinking about releasing a live album or a live CD/DVD, maybe to celebrate an anniversary?

No, certainly not. Not interested in doing such.

Thank you so much for this interview, I hope to see you live in Italy soon. Would you like to add something for our readers?

Thanks a lot for the interview. I hope that the Italian metal heads will enjoy our new album, as we’re proud of it ourselves. And as always; Heathendom is resistance.