Aegonia – The Forgotten Song

Aegonia – The Forgotten Song

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Nikolay Nikolov: voce, chitarra, kaval – Elitsa Stoyanova: voce, violino – Atanas Georgiev: basso – Rosen Paskulov: batteria

Tracklist: 1. In The Lands Of Aegonia – 2. Rain Of Tears – 3. With The Mists She Came – 4. Restless Mind – 5. Dreams Come To Me – 6. Battles Lost And Won – 7. The Offer – 8. The Stolen Song – 9. Gone – 10. The Severe Mountain – 11. A Bitter Fate – 12. The Ruins Of Aegonia

La Bulgaria è una nazione che ha una scena folk metal molto piccola e il gruppo più noto è quello dei Frozen Tears, formazione che ha dato segni di vita in questo 2019 con la pubblicazione di un paio di EP dopo aver dato alle stampe due album nel 2000 e 2002. Una volta menzionati gli Elfheim (due EP negli ultimi dodici mesi), non rimangono che gli Aegonia, formazione nata nel 2011 ma che solamente ora giunge alla realizzazione del full-length di debutto. Il quartetto di Sofia è autore di un delicato folk/gothic metal con rari ma sempre ben congeniati interventi di growl. Il disco The Forgotten Song esce senza il supporto di alcuna etichetta ed è composto da dodici tracce per un totale di sessantacinque minuti. Si tratta di un concept album basato sul libro omonimo scritto da Nea Stand, nome d’arte di Nikolay Nikolov, cantante e chitarrista della band: quando si dice che “se la suona e se la canta”!

Tempi medi, melodie spesso drammatiche e che tendono a ripetersi nelle varie canzoni per dare un senso di continuità musicale sono le caratteristiche principali della musica degli Aegonia. Il violino, la cornamusa e il kaval (flauto tradizionale bulgaro) sono utilizzati con maturità e quando suonato è ben distante dalle classiche melodie spesso allegre del folk metal: si può dire che questi strumenti servono spesso per donare maggiore profondità alle composizioni restando spesso in secondo piano. La lunga Rain Of Tears è un ottimo esempio di quanto detto, con momenti soft e quasi medievali che vengono squarciati dalla doppia cassa e il violino che guida l’ascoltatore in un mondo lontano e magico, forse pericoloso ma che merita di essere conosciuto. Elitsa Stoyanova è la protagonista di With The Mists She Came, una canzone che sconfina spesso e volentieri in territorio gothic: cori e violino sono fondamentali per la riuscita del brano, uno dei più belli di The Forgotten Song. Restless Mind e Battles Lost And Won sono i due lati della medaglia: melodie sinuose trovano riscontro con l’aggressività (per lo più emotiva) della prima e con la decadenza mydyingbridiana della seconda. Gone è drammatica, e viene in mente la frase di Samvise Gamgee ne Il Signore Degli Anelli quando ascolta i canti degli Elfi dei boschi che si dirigono ai Porti Grigi per lasciare la Terra Di Mezzo: “non so perché, ora mi sento triste”. Una sensazione che torna anche nelle successive The Severe Mountain e A Bitter Fate, canzoni ben arrangiate che presentano stacchi musicali notevoli.

Ascoltando The Forgotten Song è facile rimanere affascinati dall’eleganza delle canzoni, una bravura, questa degli Aegonia, che è sempre merce più rara in ambito musicale. Il paragone che può essere azzardato è quello con gli Odroerir, non per la musica, attenzione, ma per la raffinatezza di alcune soluzioni. Se invece si vuol muovere una critica al disco, si può dire che non passa inosservata l’assenza di una canzone trainante, un brano con quel qualcosa in più che gli altri non hanno. Ecco, forse manca quello che può essere identificato come il classico singolo, ma è anche vero che The Forgotten Song è un album costruito in maniera da sopperire a tale mancanza, scorrendo senza momenti di stanca per l’intera durata.

The Forgotten Song, pur essendo un debutto, è un lavoro maturo e profondo, capace di regalare emozioni forti all’ascoltatore. Con qualche aggiustamento (una produzione ancora più efficace in fase “metal”) e un singolo efficace, gli Aegonia possono farsi valere a livello internazionale perché le qualità per affermarsi le hanno tutte. Più che consigliati a chi cerca un ascolto con un approccio serio e autunnale.

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Montelago Celtic Festival 2019

MONTELAGO CELTIC FESTIVAL – XVII EDIZIONE

3 AGOSTO 2019, ALTOPIANO DI COLFIORITO (MC)

Testo di Mister Folk, foto di Persephone.

Parlare di Montelago a chi non ci è mai stato non è semplice: qualcuno di famoso diceva che “parlare di musica è come danzare di architettura” e in un certo senso raccontare quel che si vive e prova a far parte del popolo del Montelago Celtic Festival è tutto tranne che semplice. Si potrebbe dire che si fa parte di una famiglia, una famiglia allargata composta soprattutto da sconosciuti, ma tra sconosciuti basta un sorriso per diventare amici e “fratelli di folk”.

Montelago è un festival dove la musica, la buona musica, è al centro dell’intera manifestazione, ma anno dopo anno sono aumentate le attività extra musicali, arrivando a questa edizione, la diciassettesima, a rappresentare una bella fetta dell’interesse potenziale del festival. Veramente tanti, infatti, sono stati i workshop e i corsi che si sono alternati nelle varie tende predisposte, senza dimenticare l’accampamento storico e la “classica” battaglia delle 19.00, il torneo seven di rugby e il mercatino che conta decine di bancarelle/stand con artigianato e altre interessanti mercanzie.

I vostri Mister Folk e Persephone, per motivi lavorativi, hanno potuto partecipare alla terza e ultima giornata del festival, quella del 3 agosto, data che è anche l’anniversario del nostro matrimonio celtico, svolto proprio a Montelago nel 2013, e che quindi risulta essere un giorno speciale e magico al tempo stesso.

 

Felicemente spostati dal 2013

Una volta oltrepassato l’ingresso si entra in un mondo magico, dove i problemi di tutti i giorni sono messi da parte e non c’è tempo nemmeno d’iniziare a orientarsi che già si viene assorbiti dal Flowers Of Montelago, ovvero il torneo seven di rugby: grinta e mete spettacolari sono la norma dello sport più bello che ci sia. Si prosegue con i giochi celtici (lancio del tronco, lancio della pietra e tiro della fune), ma la musica che proviene dal Mortimer Pub è troppo accattivante per non seguirla: sul palco ci sono i The Led Farmers, band irlandese che fa saltare tutti i numerosi presenti davanti al palco. Simpatici e con una buona presenza scenica, tornano per il bis richiesto a gran voce dalla platea con il cantante Brendan Walsh che annuncia l’esecuzione della “canzone più bella mai scritta” e attacca col banjo il riff iniziale di Smells Like Teen Spiritsdei Nirvana: seguono scene apocalittiche di pogo e danze sfrenate, per la felicità di tutti quanti, spettatori e musicisti. Dopo l’abbuffata di folk rock e polvere è il momento di (continuare) a bere e cosa di meglio se non la deliziosa birra al Varnelli? E così, dopo birre, shot e cose varie offerte da amici, conoscenti e sconosciuti, arriva il momento dell’epica battaglia che ha visto coinvolto l’intero accampamento storico, ma nel frattempo il festival offre tante altre alternative: corsi sulla lavorazione dell’argilla e sulla creazione degli incensi mentre i Folkamiseria suonano al Mortimer Pub, con i workshop degli strumenti folk che si svolgono senza sosta e sempre con un gran seguito. Ci sono anche presentazioni di libri, danze scozzesi e i matrimoni celtici (sempre emozionanti!) celebrati dalla sacerdotessa Alessandra McAjvar ed è un peccato non potersi dividere in tanti Mister Folk per poter assistere a tutti gli eventi in programma.

Per quel che mi riguarda, i cani sono i vincitori morali del Montelago Celtic Festival, qui una piccolissima carrellata di amici a quattro zampe fotografati tra una coccola e l’altra:

Il sole si nasconde dietro le bellissime montagne dell’altopiano e la temperatura cala bruscamente (da 27 gradi a 14 in un attimo, alle 4 di mattina i gradi saranno soltanto 8!), ma per fortuna alle 21 iniziano i concerti sul main stage. Poco prima c’è anche tempo per una breve esibizione dei Corte Di Lunas, con gli stand alimentari che vanno a gonfie vele e il mercatino che s’illumina di magia. I polacchi Beltaine sono molto bravi e il loro set è un buon modo per “scaldare” i motori del pubblico che grida e applaude con forza quando alle 23 sale sul palco Hevia, il musicista asturiano con il merito di aver portato la cornamusa e il folk a un livello di popolarità che va ben oltre il confine degli appassionati di questa musica. José Ángel Hevia Velasco dialoga spesso e volentieri con il pubblico in un ottimo italiano e spiega la storia delle canzoni; soprattutto, incanta quando suona e la band che lo accompagna (ne fa parte anche la sorella Maria, percussionista) sfodera una tecnica e una precisione invidiabile. Come prevedibile il concerto si chiude con Busindre Reel, la canzone che lo ha reso famoso nel mondo (in Italia, all’epoca della pubblicazione, fu il singolo più trasmesso dalle radio, facendo mangiar polvere a Lunapop, Ligabue, Jovanotti ed Enrique Iglesias), accolta da un boato dalle migliaia di persone accalcate sotto al palco.

Torniamo in zona palco per il concerto dei Folkstone, la temperatura fa battere i denti, ma il buon alcool e il folk metal dei bergamaschi scaldano a dovere e si balla e canta i classici di Lore e soci. La formazione è cambiata con il recente Diario Di Un Ultimo, ma la band è affiatata e incita a più riprese il pubblico a gridare; la scaletta presenta molti brani tratti dagli ultimi lavori con forse poco spazio riservato ai primi dischi, ma è una scelta in linea con l’evoluzione musicale (e non solo) che i Folkstone hanno intrapreso da Il Confine in poi. Il pubblico è dalla loro, i cori sono urlati al cielo e sorprende piacevolmente notare come tante persone ben oltre i cinquanta anni sappiano i testi a memoria delle varie Escludimi e I Miei Giorni: l’arte dei Folkstone raggiunge tutti ed è difficile rimanere indifferenti.

La stanchezza vince sul desiderio di godere fino all’ultimo secondo di Montelago e verso le quattro ci si ritira per una breve ma fondamentale dormita prima di ripartire alla volta della capitale. Montelago Celtic Festival è un evento che rimane nel cuore e non se ne ha mai abbastanza. L’organizzazione è sempre impeccabile, le persone che partecipano sono adorabili e il programma diventa anno dopo anno sempre più ricco e vario. Si inizia quindi il conto alla rovescia: – 364 giorni a MCF 2020!

Legacy Of Silence – Our Forests Sing

Legacy Of Silence – Our Forests Sing

2019 – full-length – Volcano Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mark Greyowl: voce – Simon Badgerwrath: chitarra – John Eldeer: chitarra – Berthus Winterwolv: basso – Alberth Boargrunt: batteria – Lucas Nighthawk: flauto

Tracklist: 1. Witchwood – 2. Bloodhunt – 3. Misfortune – 4. Torment – 5. Heresy – 6. Inquisition – 7. J.A.W.S. – 8. Nightfall – 9. Rebirth

Attivi dal 2014, i Legacy Of Silence arrivano ora al debutto su lunga distanza dopo aver pubblicato due anni fa un EP contenente quattro brani, tre dei quali trovano spazio anche in questo Our Forests Sing, cd licenziato dall’etichetta italiana Volcano Records. La band piemontese propone un folk metal dalle tinte estreme, caratterizzato dal graffiante growl del cantante Mark Greyowl, dalle chitarre vicine al death metal melodico (e in alcuni frangenti al deathcore) e dalle parti folk vicine per stile agli Eluveitie. Il risultato è un mix ben bilanciato tra stili e influenze che creano un sound abbastanza personale pur rimanendo all’interno dei confini tipici del folk metal attuale. Il disco si presenta bene dal punto di vista estetico: la grafica del digipak è curata nei minimi dettagli, il booklet di sedici pagine è ricco di immagini legate ai testi, le informazioni tecniche e due foto del gruppo. Anche la produzione si fa valere, con suoni puliti e potenti, gli strumenti ben livellati in fase di missaggio e la piacevole sensazione durante l’ascolto che il lavoro di produzione sia stato fatto con attenzione e bravura.

Our Forests Sing è un album composto da nove tracce per un totale di quarantaquattro minuti: niente intro, outro e intermezzi, ma nove canzoni che vanno dritte al punto, tra momenti più aggressivi ed altri maggiormente melodici, comunque sempre equilibrati tra di loro. L’iniziale Witchwood è il classico biglietto da visita: il sound dei Legacy Of Silence è ben rappresentato negli oltre cinque minuti della canzone ed è possibile ascoltare in un unico brano l’intera gamma di possibilità che la band ha a propria disposizione. Le tracce di Our Forests Sing, pur facenti parte di un sound piuttosto ristretto, sono mediamente varie: Inquisition, ad esempio, a dispetto della tematica trattata, è il brano più “allegro” del lotto, che a sua volta differisce da J.A.W.S. che vede il flauto di Lucas Nighthawk protagonista dell’intera composizione. Torment è chitarristicamente parlando la canzone più pesante, mentre Misfortune gode di un’ottima parte di flauto che la rende orecchiabile fin dai primi ascolti. Infine è da citare Rebirth, ultimo brano del disco che vede anche la presenza dell’ospite Vittoria Nagni, violinista ex Blodiga Skald, che con gli inserti del suo strumento riesce a dare quel qualcosa in più a un pezzo che già in partenza suona convincente e di buona fattura. Durante l’ascolto di Our Forests Sing s’incontrano anche delle cose che andrebbero migliorate o rielaborate (i primi istanti di Nightfall e Inquisition sono piuttosto simili, per portare un esempio), ma tolta qualche spigolosità l’ascolto scorre piacevole.

La sensazione che si avverte è che i Legacy Of Silence siano all’inizio del percorso musicale e che con il giusto lavoro il prossimo disco possa riservare delle gustose sorprese. Our Forests Sing è un buon debutto consigliato a tutti gli appassionati di folk metal estremo, un cd che apre le porte della scena italiana a una nuova promettente band: benvenuti nella tribù!

Intervista: Atlas Pain

Secondo disco e secondo centro per gli italiani Atlas Pain: Tales Of A Pathfinder (Scarlet Records) è la naturale prosecuzione di quanto fatto con il debutto What The Oak Left, spostando l’asticella ancora più in alto, con coraggio e determinazione. Tra giri del mondo, steampunk e verdure da mangiare, la chiacchierata con i ragazzi lombardi è da leggere tutto d’un fiato!

Due anni fa avete esordito con What The Oak Left. Ora tornate sul mercato, sempre con Scarlet Records, con il nuovo Tales Of A Pathfinder: cosa è successo tra i due album? Quali sono i ricordi più belli di quello che avete vissuto dopo la pubblicazione del debutto? E quali sono state le cose che vi hanno fatto crescere come musicisti e come gruppo?

Due anni che sono davvero volati, te lo posso assicurare! What The Oak Left ci ha portato nel tempo una serie innumerevole di sorprese, a partire dalla grande accoglienza del pubblico fino all’opportunità di poter portare la nostra musica fuori dai confini italiani e questa cosa ci ha dato la giusta carica per mettere tutto noi stessi nel lancio del secondo album Tales Of A Pathfinder. La gioia è indubbiamente tanta, sicuramente non potevamo chiedere di più.

Tales Of A Pathfinder è un concept album e la storia mi sembra essere molto originale e diversa da tutto quello che c’è in giro. Non avendo ricevuto i testi, mi parlate nel dettaglio della storia?

I temi trattati da Tales Of A Pathfinder sono frutto di un’evoluzione stilistica che ha fondato le radici a partire dal nostro debut. L’idea infatti di poter sviluppare un concept prendendo spunto direttamente dalla sottocultura steampunk è un qualcosa che abbiamo ponderato ed elaborato nel tempo. Ne è nato così Tales Of A Pathfinder, un racconto a cavallo fra fantasy e veridicità storica. Possiamo identificarlo, diciamo, come una sorta di nostra interpretazione personale de Il Giro Del Mondo in 80 Giorni di Verne, nel quale noi prendiamo le redini del viaggio e accompagniamo l’ascoltatore in diverse tappe geografiche del nostro mondo, ogni volta con l’obiettivo di trarre una morale ed un insegnamento dalla cultura propria del paese interessato. Quest’idea ci ha permesso di poter spaziare a 360 gradi nei confronti delle tematiche affrontate, sempre ovviamente dando modo al classico timbro musicale proprio degli Atlas Pain di poter condurre la storia.

Potrà esserci un “futuro” diverso dalla musica per questo concept, che so, un fumetto o un libro?

Guarda, la vedo davvero difficile. Come detto precedentemente è un concept che trae forte ispirazione da opere letterarie già famose, trasformandole e facendole nostre con leggende e storie tradizionali appartenenti alle culture più disparate, il tutto condito ovviamente dalla nostra musica. Trasporre questa formula in qualcosa al di fuori della musica stessa sarebbe come cercare di replicare l’irreplicabile. Giochiamo nel nostro territorio in completa sicurezza, ah ah ah!

Turisas + Equilibrium + una forte dose di personalità. Rende l’idea di quello che è il suono degli Atlas Pain?

Direi che hai fatto centro. Ognuno di noi all’interno del gruppo ha un proprio background musicale, per certi aspetti completamente differente l’uno dall’altro. Ma posso assicurarti che è proprio grazie all’amor comune per il pagan metal che gli Atlas Pain riescono a portare avanti il proprio sound. Le contaminazioni sono molte ma sicuramente hai citato due fra le band più rappresentative del nostro stile. Prima di essere musicisti siamo fan della musica che ascoltiamo, ed è proprio questo il motore che ci spinge a rielaborare le nostre idee e a spronarci nel comporre musica che davvero viene dal cuore, senza compromessi.

La copertina è di grande impatto e ricca di dettagli. Rappresenta forse tutti i veicoli utilizzati nella storia per compiere il giro del mondo? Potendo scegliere, quale mezzo usereste come coreografia dei vostri concerti?

La storia che narriamo all’interno di Tales Of A Pathfinder è molto ariosa e priva di dettagli tecnici, abbiamo preferito dare un’infarinatura che potesse portare la critica e il pubblico ad identificarlo come concept album, ma al di fuori di questa linea comune non vi è una vera e propria descrizione dell’avventura in sé. Sicuro la copertina aiuta l’ascoltatore ad immaginarsi un proprio viaggio e, considerando il setting di tardo Ottocento, è abbastanza obbligato che la scelta ricada poi sui mezzi rappresentati nella copertina, quindi in parte potrei risponderti di sì. Per quanto riguarda la coreografia, cavolo, si viaggia con l’immaginazione! Il giorno in cui potremmo permetterci di salire sul palco anche solo con una bicicletta sarà un gran giorno!

Per la copertina vi siete avvalsi della mano di Jan “Orkki” Yrlund, un nome che non ha bisogno di presentazioni. Come sono stati i contatti con lui (email o telefonici) e come siete arrivati al risultato finale?

È la seconda volta che abbiamo il piacere di lavorare con Jan e anche per questo nostro lavoro non possiamo che esserne felici. Bastano sempre poche parole, una descrizione della nostra musica, dei brevi messaggi sui social e poi lui subito se ne esce con il concept grafico già fatto e finito, centrando sempre l’obiettivo. È un tipo easy, con un calendario serratissimo (considerando anche i colossi del metal con cui si ritrova a lavorare). Basta aver pazienza, perché molte volte con lui è ‘buona la prima’.

L’aspetto estetico è per voi molto importante e il “cambiamento” dai primi Atlas Pain a quelli odierni è cosa da non poco conto. Come siete arrivati a questo punto, perché ci siete arrivati e avete mai avuto “paura” nel farlo?

Esattamente. L’outfit che noi portiamo sul palco fa parte di un incastro di ragionamenti ponderati nel tempo e sempre funzionali alla nostra proposta, partendo dalla musica, fino alla scenografia dei nostri concerti. Indubbiamente, anche a livello visivo, gli Atlas Pain hanno completamente stravolto il proprio aspetto nel tempo, passando da uno stile prettamente canonico e abbracciando anno dopo anno sempre di più l’immaginario steampunk. È una scelta molto più vicina alle nostre corde, considerando anche l’impronta pesantemente ‘bombastic’ (concedimi il termine) della nostra proposta musicale. Paura non ce n’è mai stata, ma curiosità sempre tanta. Noi sai mai come il pubblico possa accogliere determinati cambi di rotta, anche se minimi e molte volte totalmente ininfluenti, musicalmente parlando. Siamo in ogni caso sicuri che, soprattutto in questi ultimi anni, il pubblico sia sempre di più abituato a produzioni d’impatto, dove anche l’occhio vuole la propria parte. Noi cerchiamo sicuramente di fare del nostro in tal senso.

Lo steampunk sembra essere un mondo molto lontano da quello heavy metal, voi invece siete riusciti ad unire questi due aspetti/filosofie in maniera naturale e convincente. Sono curioso di sapere a chi è venuta l’idea e come vi siete approcciati a questo nuovo e fighissimo mix.

Innanzitutto ti ringrazio per i complimenti! L’idea è partita dall’esigenza di staccarci dalla canonica idea di outfit, a volte fin troppo abusata nel genere. Volevamo provare a portare qualcosa di nuovo e sufficientemente fresco, sempre cercando di rimanere fedeli all’impronta cinematografica propria del nostro stile. Sicuramente lo scenario steampunk ci ha aiutato in tal senso, definendo già di per sé uno stile che si presta ad essere molto teatrale e d’impatto, lasciandoci tra l’altro molta libertà nello sviluppo tematico delle canzoni, potendo parlare di tradizione così come di tematiche fantasy.

La letteratura ha in qualche maniera influenzato gli Atlas Pain?

Senza dubbio, in particolare per questo ultimo lavoro, per i motivi sopra citati. La nostra fortuna si basa nel poter spaziare a 360° fra diverse tematiche, dandoci sempre totale libertà artistica, e questo ci permette di attingere da diverse fonti d’ispirazione, partendo dalla letteratura, passando per arte visiva e, perché no, anche per la filosofia. Oltre a tenerci svincolati da qualunque paletto tematico (come molte volte il genere richiede) questo ci da la possibilità di poter sviluppare inoltre storie sempre e solo partendo da ciò che in quel determinato momento ci sentiamo di scrivere.

What The Oak Left si può considerare come un biglietto da visita, Tales Of A Pathfinder è la conferma della vostra bravura, cosa rappresenterà, invece, il prossimo disco?

Chi lo sa? Ogni disco per noi è sempre una scommessa. Quello che posso assicurarti è che Tales Of A Pathfinder ha rafforzato ancora di più il nostro sound e ha tracciato un percorso stilistico che permette anche agli ascoltatori di poter immaginare fin da subito ciò che in futuro possiamo proporre. Per quanto invece riguarda il mood dei prossimi lavori, sicuramente è troppo presto per poterti dare indizi, ma ‘catchy’ sarà in ogni caso la parola chiave.

C’è stato un momento in particolare durante il quale vi siete guardati negli occhi e vi siete detti “sì, stiamo sulla strada giusta”?

Purtroppo questa è una domanda troppo difficile per poterti dare una risposta secca. Sicuramente i risultati che stiamo ottenendo sono il perfetto carburante per poterci spingere ogni volta a dare di più. Questo vale sia per l’accoglienza da parte di pubblico e critica dei nostri lavori in studio, che per la risposta dei fan durante i nostri concerti. La soddisfazione più grande, tra l’altro, è notare come, nonostante le lunghe distanze, la nostra musica venga apprezzata da gente di tutto il mondo: quando scendi dal palco di qualche festival europeo ed arrivano apprezzamenti su musica e performance è sempre una gran gioia. Finché questo accadrà noi saremo sempre in prima linea!

Vi ringrazio per la chiacchierata. Vi seguo fin dal primo demo e sono molto contento per voi perché con un suono personale siete riusciti ad arrivare a un’etichetta importante e soprattutto a pubblicare dischi di qualità. A voi le ultime parole dell’intervista!

Grazie a voi dello spazio e del tempo dedicatoci. Cerchiamo sempre di andare avanti a testa dura, guardando a ciò che abbiamo fatto e, step by step, puntare sempre al gradino successivo. Ascoltate buona musica, mangiate verdure e fate sport. Mi raccomando!

Árstíðir Lífsins – Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr

Árstíðir Lífsins – Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr

2019 – full-length – Ván Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Marsél: voce – Stefán: chitarra, basso, cori – 
Árni: batteria, viola, violoncello, organo, cori

Tracklist: 1. Fornjóts synir ljótir at Haddingja lands lynláðum – 2. Sundvǫrpuðir ok áraþytr 
- 3. Morðbál á flugi ok klofin mundriða hjól – 4. Líf á milli hveinandi bloðkerta 5. Stǫng óð gylld fyr gǫngum ræfi – 6. Siðar heilags brá sólar ljósi – 7. Vandar jǫtunn reisti fiska upp af vǫtnum – 8. Fregit hefk satt – 9. Haldi oss frá eldi, eilífr skapa deilir

Se si parla di un gruppo che ha sempre realizzato grandi dischi, intensi e personali, senza mai raggiungere lo status di grande band, allora si parla degli Árstíðir Lífsins. La formazione islandese/tedesca ha all’attivo quattro full-length e due EP che definire belli è poco: musica e testi sono sviluppati in maniera molto intelligente e approfondita, la ricerca e la cura dei dettagli è meticolosa e, soprattutto, i musicisti sono capaci di regalare all’ascoltatore delle emozioni incredibili con le famose sette note musicali. Un gruppo, gli Árstíðir Lífsins, che ha sempre dato grande attenzione al “prodotto” album, rendendo l’esperienza dell’ascolto completa: i booklet più interessanti  e ben fatti sono sempre i loro. E per fare tutto ciò un gruppo ha bisogno di essere sostenuto da un’etichetta che non sia come (quasi) tutte le altre, che cerchi cioè di accaparrare più denaro possibile, ma che creda al 100% nelle qualità dell’artista e lo supporti nella migliore maniera possibile. La Ván Records ha il merito di aver creduto in un progetto tutt’altro che semplice e che per poter rendere al meglio ha bisogno di tutta la libertà necessaria. In questo modo Árstíðir Lífsins e Ván Records hanno fatto il bene l’un dell’altro e se dopo undici anni dalla fondazione del gruppo siamo qui a parlare dell’ennesimo grande disco del trio nordico, è perché dietro a nomi e società ci sono delle persone che ancora oggi, nel 2019, fanno le cose con il cuore, dirette a chi nella musica cerca passione e bravura.

Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr è il disco più pesante realizzato da Marcel Dreckmann (voce anche degli altrettanto bravi Helrunar) e soci, con la componente black metal molto in vista, ma la musica degli Árstíðir Lífsins è in linea di massima sempre quella che li ha contraddistinti fin dal debutto del 2010 Jotunheima Dolgferð: metal estremo e sonorità ambient folk si amalgamano con una naturalezza divina, una capacità, questa degli Árstíðir Lífsins, che in pochissimi possono vantare. Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr diventa così non solo un “semplice” ascolto, ma un vero e proprio viaggio nella storia di Olafr Helgi Haraldsson, re norvegese di inizio XI secolo, il quale cercò di cristianizzare la Norvegia dopo essersi autoproclamato re. I testi sono rigorosamente in antico islandese e la parola che meglio descrive l’esperienza d’ascolto è “ritualistica”. Quella degli Árstíðir Lífsins non è solo musica, ma un’esperienza totale che va oltre le canzoni, capace di scavare dei solchi profondi nell’anima di chi li ascolta, rendendoli schiavi e veneranti al tempo stesso.

L’opener Fornjóts synir ljótir at Haddingja lands lynláðum è ferale, asciutta e affilata come una lama che trapassa la carne, esattamente come la terza traccia Morðbál á flugi ok klofin mundriða hjól, black metal tout court. Nel mezzo, e qui la cosa si fa interessante, c’è la semi acustica Sundvǫrpuðir ok áraþytr: le onde del mare in sottofondo sembrano portare via la violenza delle canzoni vicine, lasciando un senso di vuoto e di inferiorità rispetto alla natura che fa venire il mal di stomaco. I cori possenti e profondi, con l’ingresso degli strumenti elettrici, guidano l’ascolto come un vecchio marinaio fa con la barca in porto, prima di sfumare lentamente nel vento che soffia forte. È questa capacità di alternare e unire elementi estremi con altri folk ambient che rende gli Árstíðir Lífsins unici nel panorama odierno, e la successiva Líf á milli hveinandi bloðkerta conferma tutto ciò in dieci minuti di intenso black metal che si lascia conquistare e trasformare da una serie di suoni che rendono la canzone il perfetto esempio di quel che i tre musicisti sono in grado di fare. Uno schema vincente che si ripete più volte, fino alla conclusiva Haldi oss frá eldi, eilífr skapa deilir, una traccia da quindici minuti che è un vero e proprio viaggio nelle terre del nord e nella storia che le hanno caratterizzate.

Prima parte di un concept che vedrà la pubblicazione della seconda e ultima sul finire del 2019, Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr è un meraviglioso album che travalica i generi e gli stili, con un suono che è pulito ma lontano anni luci dalle super produzioni plasticose in voga negli ultimi anni (grande, a tal proposito, il lavoro in studio di Markus Stock degli Empyrium e The Vision Bleak, già al lavoro con Alcest, Secrets Of The Moon e Dornenreich tra gli altri). In carriera gli Árstíðir Lífsins non hanno sbagliato nulla e questo nuovo lavoro non fa eccezione: da avere assolutamente.

Intervista: Arkona

Arrivo al Traffic Live per la fine del soundcheck degli Arkona, li lascio cenare con calma e alla prima occasione “invado” il backstage per intervistare i due leader del gruppo russo, ovvero la cantante Masha “Scream” e il chitarrista Sergey “Lazar”: la prima ha da subito dimostrato un gran desiderio di parlare e si è lanciata in sorrisi e risate, mentre il marito è stato più riservato e taciturno. L’intervista si è svolta in lingua russa per dare modo ai musicisti di esprimersi al meglio (in passato, in tal senso, ci sono stati dei problemi, mentre ora Masha parla un inglese fluente). Il traduttore istantaneo – e che ha poi trascritto l’intera chiacchierata – è stato Anton dei Blodiga Skald, al quale va un grandissimo ringraziamento.

Potete vedere leggere il report e vedere le foto e i video della serata Arkona + Blodiga Skald QUI.

Avete iniziato da poco questo tour e siete per la prima volta a Roma. L’album Khram però è uscito lo scorso anno…

Masha: beh il tour va bene, come dire, questo è anche abbastanza piccolo, abbiamo circa cinque date sole (nel senso che cinque sono da headliner, le altre in festival, ndMF), ci sentiamo bene, la partenza è buona. Per adesso abbiamo avuto solo un concerto quindi ancora non ne risentiamo la stanchezza. Ma comunque tutto sta andando benissimo, sono molto felice di essere a Roma. Una citta bellissima, siamo stati in diversi luoghi e ho anche postato le foto su Instagram. Per quello che riguarda l’album, la setlist dei concerti include anche canzoni precedenti, facciamo la scaletta anche in base all’esigenze delle persone.

Lazar: l’album ha ormai più di un anno, quindi visto che un album nuovo non ne abbiamo, facciamo date in città che non abbiamo ancora visitato, ma se risuoniamo per la seconda volta in qualche posto, allora proponiamo anche altre canzoni. Per esempio a Roma è la prima volta, quindi il concerto sarà concentrato sull’ultimo album. Suoniamo già da più di un anno a supporto di quest’album con più di 50 date, e per esempio andremo a breve negli Stati Uniti dove presenteremo una setlist diversa.

Oggi sarà la terza volta che vi vedo in concerto, ma la precedente risale al Fosch Fest di Bergamo nel 2012. Cosa si deve aspettare il pubblico romano dal vostro concerto e quanto siete cambiati in questi anni?

Masha: è una domanda difficile, noi non sappiamo cosa vi potete aspettare da noi, aspetteremo e vedremo.

Lazar: beh dicevi che sono sette anni che non ci vedi in concerto? Diciamo che sette anni fa facevamo una musica un po’ diversa, era più folk metal ora è più black. Anche i nostri abiti di scena sono cambiati un po’.

Negli ultimi due dischi, ma in particolare per Khram, le vostre canzoni sono cambiate per approccio e stile. Da Yav suonate più oscuri…

Masha: beh guarda, lo sai che io scrivo le musiche e i testi delle canzoni, no? E quando lo faccio non ci penso cosa ho ora e come devo fare. Le cose mi vengono e basta, come se qualche forza sovrannaturale mi passi le idee. Quindi non saprei cosa mi ha spinto a fare le canzoni in certi modi. Semplicemente succede. Come se le idee venissero dal cosmo. I testi sono molto diversi, per esempio sono stata in Canada e mi è piaciuta un sacco la natura e una delle canzoni – VLadonyah Bogov – è stata probabilmente influenzata da quella vista. Altri esempi forse sono quando stavamo in tour e avevamo un autista di nome Brook e ci ha fatto ascoltare le sue canzoni, siamo rimasti sbalorditi dal mix di melodie, quindi forse sono stata influenzata anche lì. Quindi non c’è stato niente di preciso che mi ha influenzata.

Alcune canzoni hanno un minutaggio molto importante e per Tseluya Zhizn’ avete oltrepassato i diciassette minuti di durata. Come nascono queste canzoni?

Masha: abbiamo per esempio anche la canzone Moei Zemle per esempio, forse anche altre, non ci ricordiamo bene. Non c’è un motivo per la quale la canzone è cosi lunga. Non mi ci sono messa a decidere dobbiamo avere una canzone di diciassette minuti, succedeva piano piano. Quando scrivo mi chiudo e scrivo finché non finisco, e poi la canzone ha cinque o diciassette minuti, non me ne accorgo finché non l’ho finita. Il testo è molto filosofico, ci sono queste due sorelle in bianco e nero come fossero la vita e morte che girano intorno all’esistenza e si bilanciano una con l’altra.

Anche la copertina riprende il mood della musica. Nasce da una vostra idea?

Masha: Si beh, appena avevamo concluso la creazione del nuovo disco, avevo già in mente la copertina, come immagine intendo, anche l’artista sapevo benissimo che volevo lui perché mi piaceva il suo stile. Gli ho detto bene come sarebbe dovuta essere e con lui era come se fossimo collegati, ha realizzato esattamente quello che volevo io. E sì, era tutto collegato: la copertina con l’atmosfera delle canzoni e anche i video.

Si può ritenere Goi, Rode, Goi l’album che vi ha fatto conoscere al grande pubblico? All’epoca la copertina del disco girava molto tra i vari siti internet e avete iniziato a fare tour più grandi e lunghi.

Masha: difficile rispondere.

Lazar: non è stata una cosa col botto, ma penso che si è creata durate i primi quattro album. Poi con la Napalm Records abbiamo fatto uscire l’album Goi, Rode, Goi per il quale è stata fatta tanta pubblicità, e anche il primo grande tour è partito dopo quell’album e per esempio siamo stati a Bologna. Questo album è stato il nostro picco nel folk metal diciamo cosi, con canzoni come Yariloe altre. Diciamo che è stato l’album più “commerciale” che abbiamo fatto. Ma dire che è grazie a questo album che siamo usciti a livello internazionale, non lo penso.

Masha: beh sì. Se posso aggiungere mi ricordo che quando abbiamo suonato per la prima volta in Europa le persone conoscevano le canzoni, soprattutto quando eravamo nei locali e ci trovavamo la sala piena, per noi era incredibile sapere che persone nel mondo ci conoscevano.

Avete ri-registrato il disco di debutto Vozrozhdenie e il risultato, secondo me, è stato veramente buono. Possiamo aspettarci una cosa del genere anche per Lepta, visto che è un grande album penalizzato dai suoni non all’altezza?

Lazari: beh è successo che eravamo fermi per creare nuovo materiale. Decidemmo di fare un concerto su queste canzoni e non ci piacevano come suonavano alcune canzoni e quindi abbiamo deciso di rifare il disco. Ma non pensiamo di fare nuovamente una cosa simile in futuro.

Masha, se ti dico Hyperborea, cosa mi rispondi?

Masha: non saprei dove iniziare perché questa è una di quelle storie dove servirebbe un intervista solo per questo! Se raccontato breve, abbiamo iniziato come semplici musicisti in un seminterrato nella casa cultura Granit che ormai purtroppo non c’è più, è stato distrutto/demolito, ci ho anche portato i miei figli perché si divertono a scavalcare le rovine. Insomma avevo deciso di formare un mio gruppo, ero ancora giovane, avevo intorno ai diciassette anni mi pare. Il mio primo gruppo mio si chiamava Krovavaia Mary (Bloody Mary), e con questa formazione facevamo della musica pesante, anche se non avevamo ancora un genere ben definito. Poi il nostro batterista Warlock, che aveva una visione musicale più sviluppata degli altri, ha formato la band Hyperborea con me alla voce. Gli Hyperborea sono poi diventati gli Arkona. E le prime canzoni erano proprio Rus e Smitsa vorot i koliada.

Come vi siete avvicinati alla musica? Ci sono dei musicisti che vi hanno ispirato particolarmente?

Lazar: per la prima volta ho preso la chitarra in mano nel 1990. Avevo una gran voglia di suonare il metal, lo ascoltavo e volevo suonarlo, ci ho messo tre anni a decidermi, e poi ho fatto come tutti, ho preso una chitarra elettrica e ho iniziato a suonare su canzoni dei Metallica per fare un nome. I miti non saprei perché ce ne sono troppi. Uno potrebbe essere Paul Gilbert anche se non fa proprio metal, ma ha comunque uno stile impeccabile. Paul Gilbert per la tecnica e Chuck Shouldiner per le canzoni.

Masha: sono stata influenzata dalla musica fin dalla tenera età. Per esempio avevo tre anni quando composi la mia prima canzone. Ancora non sapevo parlare ma avevo già scritto una canzone (ride, ndMF)! Poi ci sono state varie scuole musicali e ho provato vari strumenti. Non andavo benissimo con la teoria. Ci sono state varie situazioni personali che mi han influenzata. La prima band in cui sono mai entrata si chiamava Slavery, il genere era tipo di power metal. Li ho mollati perché non mi permettevano di comporre e non volevano utilizzare le mie canzoni. E poi i ragazzi dei Krovavaia Mey (Bloody Mary) mi hanno portata al mio primo concerto metal: avevo tanta paura, pensavo fossero tutti drogati lì!!! Gridavo “MI UCCIDERANNO!!!” (ride di cuore, ndMF). La prima formazione che sentii si chiamava M.O.R., un gruppo molto black. Poi sono stata anche ad altri concerti con i ragazzi dei Krovavaia Mary dove mi hanno fatto il corpse paint. Stavo lì e non capivo nulla! Con i Krovavaia Mary ho iniziato a fare lo scream: una sensazione divertente perché io gridavo e tutti mi fomentavano.

Masha, sul web girano delle canzoni acustiche risalenti a tanti anni fa e riportano il tuo nome. Sono vere? Di cosa si tratta esattamente?

Masha: sono le mie canzoni che non sono state suonate dagli Slavery per i quali erano state composte. Canzoni che ho composto dai 13 ai 17 anni. Mi mettevo davanti al registratore e registravo, ci facevo le cassette.

Conoscete qualche gruppo italiano folk metal?

Lazar: di solito incontriamo gruppi di altri generi, per esempio con i Fleshgod Appcalypse ci incontriamo spesso e sono amici nostri, David Folchitto (il batterista della band, ndMF) è un nostro carissimo amico. Anche con i Soundstorm. Per quanto riguarda il folk metal di italiani non ne conosciamo. Per esempio sappiamo che suoneremo con i Wind Rose, ma non li abbiamo ancora ascoltati (ci suoneranno a breve nel tour americano, ndMF). Di italiano classico conosciamo per esempio Sadist e Bulldozer.

Per concludere ti chiedo se stai componendo delle nuove canzoni.

Masha: e sì, per esempio ho già salvato alcune idee sul tablet, sto già a due canzoni e mezzo. Io non sto ferma, lavoro ogni volta che ho idee. Può succedere dappertutto. Per esempio sto in questa cosa tutta distrutta (si riferisce al backstage del Traffic, ndMF) e una volta tornata a casa trascrivo tutte le idee che potrei avere in tour.