Vanir – Onwards Into Battle

Vanir – Onwards Into Battle

2012 – full-length – Mighty Music

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andreas Bigom (voce, tastiera) – Phillip Kaaber (chitarra ritmica) – Lasse Guldbæk Jensen (chitarra solista) – Lars Bundvad (basso) – Martin R. H Håkan (batteria)- Sara Oddershede (cornamusa, whistle)

Tracklist: 1. Dark Clouds Gather – 2. Onwards into Battle – 3. Thyrfing – 4. By the Hammer They Fall – 5. Tveskægs Hævn – 6. Brigands Of Jomsborg – 7. Æresdød -8. Vinlandsfærd – 9. Warriors of Asgard – 10. Hlidskjalf Gynger – 11. Raise Your Horns – 12. Fimbul – 13. Sons Of The North

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I danesi Vanir, già autori nel 2011 dell’interessante Særimners Kød, pubblicano a dodici mesi di distanza dal debutto il secondo lavoro della loro carriera. Quello proposto dal sestetto vichingo di Roskilde è un folk metal che alterna brani tipicamente allegri e chiassosi ad altri maggiormente aggressivi e feroci. Proprio questo aspetto è quel che colpisce fin da subito chi ha ascoltato e apprezzato il precedente lavoro, dove il songwriting era orientato quasi sempre verso il lato più goliardico del fare folk. In Onwards Into Battle la prima cosa che si nota è la cattiveria musicale-lirica dei musicisti danesi, quasi fossero i fratelli maligni e incavolati di quelli che hanno suonato su Særimners Kød. La copertina non fa che rafforzare questo concetto: i Vanir hanno virato l’attenzione dalle feste a suon di idromele e carne sui tavoli del Valhalla al campo di battaglia, dove sangue e acciaio formano un tutt’uno. Questo indurimento del sound si deve principalmente alle tematiche trattate nei testi: sempre vichinghi e mitologia nordica, ma con un occhio di riguardo verso gli aspetti più crudi e sanguinari come combattimenti tra gli dei, sogni di gloria e potere, coraggio e onore.

Brani come Tveskægs Hævn, dall’incedere lento e pesante abbellito dall’ottimo lavoro di cornamusa, e – dopo il cupo intro – la titletrack sono forse i migliori esempi del “nuovo” sound dei Vanir, tanto più se si pensa all’EP Drikkevisen del 2011, dove i nostri ci hanno deliziato con due divertenti canzoni folk da taverna. Warriors Of Asgard mixa riff veloci e urla infernali con melodie di whistle che creano un effetto simile a quanto udibile nei primi due dischi degli Svartsot Ravnenes Saga e Mulmets Viser. Hlidskjalf Gynger è un mid tempo semplice e d’impatto, con un bell’inizio coinvolgente ed un chorus a voci pulite e cornamusa di contorno di gran qualità. Sorprendono la strumentale ed epica Æresdød e la conclusiva Sons Of The North, la quale è introdotta da un delicato arpeggio di chitarra acustica, è una canzone cantata con voce pulita in un’atmosfera medievale che fa tanto menestrello di corte, mentre la seconda parte vede l’ingresso in scena degli strumenti elettrici per un risultato che ricorda alcune cose di Armod, ottimo disco dei Falconer: inaspettata e bellissima conclusione per un disco come Onwards Into Battle.

La produzione è migliorata rispetto a quella comunque positiva di Særimners Kød: il produttore Berno Paulsson (The Haunted, Mithotyn, The Crown e Amon Amarth – a dire la verità i peggiori dal punto di vista sonoro e non solo – di Versus The World e Fate Of Norns) è riuscito a dare un corpo possente e al tempo stesso agile per le composizioni dei Vanir.

Cinquantaquattro minuti sono una durata un po’ esagerata, riuscire a finire l’ascolto tutto d’un fiato non è cosa semplice nonostante la bontà delle tracce Non sono presenti brani riempitivi, ma di sicuro un paio di pezzi in meno avrebbero giovato al risultato finale.

I Vanir continuano la marcia iniziata nel 2011, mostrando la volontà e la capacità di “andare oltre” il solito folk metal festoso, realizzando un disco che merita di essere ascoltato e assimilato con pazienza. Onwards Into Battle è un’uscita consigliata a tutti gli appassionati del genere e anche a chi vuole “distrarsi” con musica relativamente semplice e sicuramente piacevole. Promossi.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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Vanir – Særimners Kød

Vanir – Særimners Kød

2011 – full-length – Mighty Music

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andreas Bigom: voce, tastiera – Phillip Kaaber: chitarra – Sara Oddershede: cornamusa, flauto – Sabrina Glud: violin – Lars Bundvad: basso – Martin Håkan: batteria

Tracklist: 1. Af Brages æt – 2. Gildet – 3. Elverkongens Brud – 4. Særimners Kød – 5. Rejsen Til Udgårdsloke – 6. Suttungs Mjød – 7. Lokes Listighed – 8. Niddings Dom – 9. Holmgang – 10. Togtet – 11. Langt Over Havet

vanir-saerimners_kodLe copertine, spesso, dicono tutto quel che c’è da sapere del disco che rappresentano. Quella di Særimners Kød, prima opera dei danesi Vanir, lo fa in maniera chiara: un burbero, muscoloso e rozzo vichingo intento a bere birra mentre mangia un maiale arrosto, classica rappresentazione dell’immaginario di chi non ha mai letto un libro di F. Donald Logan, Gwin Jones, Johannes Brǿndsted o Rudolf Pörtner.

Quel che si può ascoltare durante i quasi trentasei minuti di Særimners Kød è un extreme folk metal piuttosto allegro e di facile presa, infarcito di strumenti tradizionali che spesso ricoprono un ruolo di primaria importanza, con la particolarità di avere dei ritornelli che senza dover necessariamente ricorrere al trucchetto della voce pulita, risultano particolarmente incisivi.

Dopo un breve gironzolare senza contratto discografico, i Vanir riescono a pubblicare ufficialmente Særimners Kød grazie alla danese Mighty Music. La band di Roskilde, dopo un solo demo (anno 2010) realizza un full length sì “semplice”, ma anche incredibilmente efficace e godereccio, dal songwriting di qualità e che mantiene la propria freschezza a distanza di tempo e dopo ripetuti ascolti. Ovviamente non tutto è perfetto, ci sono dei dettagli che andrebbero rivisti, delle piccole cose che in alcuni punti minano la linearità della proposta, ma nel complesso, tanto più considerando la poca esperienza del gruppo, non pesano nell’economia del platter.

Af Braget Æt conferma che il vichingo della copertina è piuttosto propenso ai piaceri della tavola: cibo, brindisi e urla di uomini mezzi ubriachi sono la giusta introduzione per Gildet, brano ritmato e goliardico, con la fisarmonica a dettare melodie e un’attitudine positiva. La successiva Elverkongens Brud non si discosta molto dalla traccia precedente, se non per una voce più growl e maligna, mentre la musica continua a seguire le coordinate, ormai classiche, dettate anni fa dai Korpiklaani. La title track si presenta più cadenzata e con le cornamuse in primo piano; il vocione profondo di Andreas Bigom appare un pochino forzato nel contesto, pur incastrandosi bene nelle ritmiche della chitarra di Phillip Kaaber (sempre un “contorno” e mai strumento principale). La canzone è tirata un po’ troppo per le lunghe, una ripetizione in meno del bridge-chorus (molto belli, la parte migliore della traccia) avrebbe probabilmente reso l’ascolto più piacevole. Di nuovo velocità con Rejsen Til Udgårdsloke, ritmiche folk e voce aggressiva sono gli ingredienti della composizione. Dopo la rabbia delle precedenti canzoni, torna la spensieratezza con Suttungs Mjød, tra flauti, violini e atmosfere maggiormente ariose; le melodie risultano essere molto piacevoli e i “lalalalala” del coro sono sempre efficaci in questo genere musicale. Lokes Listighed è un up-tempo dal ritornello vincente e dalla strofa dove è facile immaginare il famoso vichingo ormai ubriaco battere a tempo di musica i pugni sulle tavole appiccicose di birra e avanzi di carne. Dopo l’intermezzo Niddings Dom a base di cornamusa e tamburo, è il turno di Holmgang, uno dei brani migliori di Særimners Kød: Sara Oddershede è, con la sua cornamusa, la protagonista del pezzo, tra riff incisivi e i cambi di tempo del batterista Martin Håkan. Penultimo brano del debutto targato Vanir è Togtet, danzereccia canzone da ballare barcollanti e con i piedi pesanti da troll, urlando frasi senza senso nel momento in cui rimangono solo la voce e la batteria, per poi ripartire più scoordinati e sudati che mai appena gli strumenti elettrici riprendono vita. In chiusura troviamo Langt Over Havet, brano lento e malinconico, in grado di riportare alla mente i loro conterranei Svartsot. Dopo tanta (positiva) confusione, un po’ di tranquillità ci vuole; probabilmente lo stesso pensiero del vichingo che, dopo aver riempito la pancia di maiale e, soprattutto, tanta birra, aver urlato e fatto confusione tra il ritmo della musica e le gesta impacciate dei suoi compagni di serata, varca la porta per tornare alla propria abitazione, tra un passo insicuro e il successivo, pensando unicamente al giaciglio che lo aspetta.

Il primo disco dei Vanir si rivela quindi un lavoro gustoso e invitante per tutti gli appassionati di folk metal che non disprezzano le atmosfere goliardiche e le growl vocals su strumenti come violino e cornamusa.

La produzione, non perfetta, ma che permette tranquillamente di godere delle gesta dei musicisti, aiuta le canzoni dallo spirito più alcoolico proprio grazie a quella minima, ma perenne e assai stuzzicante, “sporcizia” di fondo.

I Vanir iniziano la loro avventura nella maniera giusta. Le undici canzoni che compongono il disco sono una meglio dell’altra: non possiamo far altro che ascoltare e ballare sulle note di Særimners Kød.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.