Intervista: IronFolks

IronFolks è un sito che negli anni ha saputo evolversi, migliorarsi e diventare un punto di riferimento per gli amanti del folk metal e non solo. Il merito è di Davide Truzzi, la mente dietro al progetto: con lui ho parlato del sito e del Fosch Fest 2015, ma anche di letteratura e dei suoi gusti musicali, un’intervista a 360° che è anche la migliore risposta a chi malignamente vede competizione e rivalità tra siti colleghi. Mister Folk e IronFolks si sostengono a vicenda, come sempre dovrebbe essere nel mondo hard&heavy.

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Come ti è venuta l’idea di creare IronFolks?

Tutto nacque dalla fortuita coincidenza di due fattori, il Fosch Fest e Facebook: Nel 2010 ero uno studente universitario e quindi, come spesso accade, piuttosto squattrinato. Riuscii a comprare la mia prima reflex digitale (una Nikon D3000) grazie a uno sconto in un grande magazzino, con cui iniziai a studiare fotografia da dilettante. Nel 2011 pensai di portarmi la suddetta reflex al mio primo Fosch Fest, e scattai foto in giro per il festival per i due giorni successivi. In quell’occasione conobbi alcune delle persone con cui sono amico ancora oggi, e scoprii con una certa sorpresa mista a sospetto che le mie foto, per quanto imperfette, piacevano. Mi decisi a tentare questa strada e cominciai prendere la cosa più sul serio. Il problema, a quel punto, fu Facebook e la sua innata capacità di affossare ogni genere di contenuto nell’odioso paradigma del “condividi e dimentica”. Complice la mia professione, allora, decisi di aprire un sito mio. IronFolks nacque sul finire del 2011 come un semplice sito personale piuttosto scarsino, fatto in economia di tempo e denaro, in cui condividere le foto che scattavo ai concerti a cui partecipavo. Non avevo grandi ambizioni in verità, solo l’intento di lasciare le mie foto in un posto in cui non fossero alla mercé di un social network. Per il resto, da cosa nasce cosa e dopo diverse vicissitudini siamo qui a parlarne.

Da poco è online la nuova versione del sito: quali sono le differenze con la vecchia e quali i miglioramenti?

IronFolks mi è letteralmente esploso in mano nel corso dell’ultimo anno. Era partito come un sitarello personale senza pretese e, qualche mese dopo, si era evoluto per ospitare un piccolo team di tre o quattro persone. Mai mi sarei aspettato, però, di superare la decina in meno di un anno. Il sito era diventato impossibile da gestire così com’era, oltre al fatto che la rapida diffusione dei dispositivi mobile ha rivoluzionato le necessità grafiche e di navigazione di un sito in tempi rapidissimi (ti ricordi com’erano i siti che visitavi solo tre anni fa?). C’era bisogno di un cambiamento, e questa volta doveva essere qualcosa di serio, anche per rendere giustizia all’altissima qualità dei lavori che mi consegnavano fotografi e recensori, non supportati da un sito all’altezza. Così a inizio di quest’anno mi misi a creare questa terza versione in modo completamente diverso. Rispetto alla versione precedente è praticamente un altro sito, sia dal punto di vista tecnologico che dei contenuti. Naturalmente, quelli che più giovano di tutto questo sono i visitatori; ho cercato di rendere l’esperienza dell’utente più piacevole possibile, anche grazie alle cose che ho imparato in questi anni di lavoro. Il sito è molto più chiaro da consultare per gli utenti anche da dispositivi mobili, e più “social” grazie ai commenti e alla possibilità di condividere gli articoli su ogni social network. Abbiamo più strumenti e sezioni molto migliorate per gli articolisti, che velocizzano la pubblicazione, e i nostri fotografi hanno gallerie degne di un sito di fotografia. Inoltre, è tutto più curato dal punto di vista della promozione.

IronFolks è passato da essere un sito prevalentemente dedicato alla fotografia a essere un sito dove non mancano recensioni e altro. Come mai questa evoluzione?

È stata un’evoluzione progressiva iniziata quando, a un certo punto, mi sono reso conto che IronFolks aveva le potenzialità per diventare qualcosa più di un sito dedicato soltanto alla fotografia live. Ho cominciato con qualche video intervista e con le prime recensioni scritte da una mia amica, Chiara, che attualmente scrive per realtà ben più quotate. Poi, mano a mano che il nome del sito si diffondeva (pur restando la realtà piccola che è ancora oggi), sono arrivati altri recensori e contemporaneamente sono aumentate le richieste da parte delle band e dei discografici per avere una recensione sul sito. Nei mesi si è giunti all’attuale situazione, in cui fotografia e articolistica sono due settori con pari dignità. È stato un passaggio molto importante e anche benvenuto, che ci ha permesso di creare un team affiatato di cui vado molto fiero, e oggi sono contento di poter offrire agli utenti un sito in cui possono trovare foto di altissima qualità e recensioni curate da persone molto competenti (e con un buon italiano). Penso che anche le band siano felici di farsi immortalare e recensire da “quelli di IronFolks”, anche se bisognerebbe chiederlo direttamente a loro.

Qual è il tuo obiettivo per quel che riguarda IronFolks?

Continuare sulla strada che siamo percorrendo: abbiamo creato un team che, per talento e affiatamento, è una realtà unica tra le webzine, e ora finalmente abbiamo un sito che tiene testa al gruppo. Ora vorrei che IronFolks diventasse una realtà più grande e conosciuta, capace magari di uscire dall’ambiente strettamente underground. La vedrei come un’evoluzione in positivo, così come in senso positivo siamo usciti dall’essere un sito dedicato alla fotografia: i fotografi beneficiano degli articolisti e viceversa, e allo stesso modo vorrei che si fosse in grado di dare spazio tanto a gruppi internazionali quanto al demo dell’ultimo e promettente gruppetto di provincia, trattandoli con pari dignità. Cosa che abbiamo sempre fatto e che faremo sempre.

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Davide Truzzi

Iron Folks è stato il partner ufficiale del Fosch Fest: come sono stati quei due giorni e c’è un aneddoto che vuoi raccontare?

Penso di poter parlare a nome di tutto il team quando dico che la partnership con il Fosch Fest è stata una delle più grandi soddisfazioni che ci siano capitate. Di fatto è il festival che ci ha fatto nascere e a cui sono personalmente molto legato (non perdo un’edizione dal 2011). Ammetto che è stato un impegno più pesante del previsto, dato che personalmente mi sono trovato a gestire un team di sei persone che dovevano adattarsi sul momento alla variabilità dell’organizzazione e ai “capricci” delle band da intervistare. Fortunatamente, però, pur tra mille difficoltà siamo riusciti a fare un lavoro che ritengo ottimo. Davide Ederle ha fatto un lavoro splendido in photopit, mentre dal lato report abbiamo ancora tantissimo materiale in via di pubblicazione. Ne vedrete delle belle. Di aneddoti ce ne sarebbero tanti, ma uno dei più belli riguarda il mio ormai famoso liquore al peperoncino. Antefatto: nel 2013 la bottiglia mi fu “rubata” il primo giorno e non ne seppi più nulla per almeno due settimane, fino a quando sul gruppo Facebook del Fosch comparvero le foto della bottiglietta vuota. Si vociferò di un tedesco che l’aveva fatta fuori soffrendo le pene dell’inferno. Quest’anno, l’ultima sera mi aggiravo per il campeggio intento a “iniziare” chi ancora non l’aveva provato, quando ho incrociato un tedesco ubriaco che, ho scoperto, era lo stesso che due anni prima si era suicidato con la famosa bottiglietta. Mi ha detto era talmente ubriaco da ricordare vagamente di aver bevuto una cosa del genere. A quel punto mi sono sentito in obbligo di “rinfrescargli la memoria” e glielo ho fatto riprovare. Ha cominciato a vagare in giro piegato ripetendo “Now I remember! Now I remember!” con le lacrime agli occhi. Comunque abbiamo raccolto anche diversi video divertenti a proposito del peperoncino maledetto: non mancherete di ridere.

Cosa ne pensi di quello che è accaduto nel camping del Fosch Fest e dei vari comportamenti che rovinano uno dei pochi festival buoni in circolazione?

Ammetto che quest’anno il Fosch non ha brillato per la raccolta dei rifiuti, anch’io ho dovuto girare un po’ per trovare un sacco dove gettare bottigliette e bicchieri usati. Sarà da rivedere per l’anno prossimo, ma del resto il Fosch è organizzato da volontari che, per loro natura, vanno capiti e aiutati nel loro lavoro. Però la scarsità di sacchi per l’immondizia non giustifica niente e nessuno: “non buttare rifiuti in giro” dovrebbe essere una questione di senso civico, e se non si trova subito un cestino bisognerebbe cercarlo. Questo mi pare il dovere base di una persona civile. Un piazzale e un campo pieno di spazzatura sono cose che non vorrei mai vedere e che mi lasciano con un certo sconforto, soprattutto quando sono lasciati da sedicenti amanti del folk metal che, dal messaggio delle band che ascoltano e dei posti che frequentano, dovrebbero avere innato il rispetto per l’ambiente e la tradizione. Evidente delle rune che portano hanno capito molto meno di quanto pensano. Ma quello dei rifiuti è stato un problema anche minore rispetto a quelli più gravi, che però suppongo siano opera di pochi: bagni rotti, staccionate divelte e altri danni sparsi, evidentemente qualcuno ha scambiato un festival per un rave party. Ma non è il primo anno che qualche idiota s’inventa cose così stupide: quest’anno ha avuto la peggio il tennis club ma nel 2011, se non ricordo male, cretini rimasti ignoti rubarono l’aquila degli alpini dal monumento di fronte al bar. Senza considerare lo stato dei bagni chimici con gli assorbenti usati appiccicati alle pareti, sempre a una scorsa edizione. Del resto aveva ragione Totò quando diceva che “signori si nasce”. Personalmente auspico l’obbligo di una cauzione di almeno 10€ per il campeggio da restituire se si porta la spazzatura, bicchieri con vuoto a rendere e cose del genere per le prossime edizioni. Tra l’altro rivolgo un invito agli onesti: quello di cazziare i cretini. Questo per la regola empirica che per colpa di qualcuno ci rimettono tutti, e a volte l’inazione è colpevole quanto l’azione.

Come ti sei avvicinato alla musica e in particolare al folk metal?

Alla musica metal direi verso i 14 o 15 anni, con l’uscita di Panic dei Death SS che è e resta l’album della mia vita, non solo il primo che io abbia mai ascoltato. Per il resto ampliai le mie conoscenze grazie al defunto e quasi dimenticato Napster, dato che non avevo né amici appassionati di metal né soldi. Fu il web 1.0 ciò che mi permise di procurarmi musica che non avrei mai potuto avere in altro modo. Giusto per la cronaca comunque, da quando posso permettermelo, ho sostituito gli mp3 con dischi veri… dei Death SS per esempio ho accumulato una discreta collezione di CD e LP, anche di pezzi piuttosto rari. Da allora, pur mantenendo radici ben piantate nell’horror e nell’industrial metal, sono passato attraverso diverse correnti. Il folk per me è stata una scoperta piuttosto tardiva: in quel periodo ero ancora legato al symphonic metal di Epica, dei primi Nightwish e cose del genere, poi uscì su Youtube il video di Anime Dannate dei Folkstone (che il chitarrone un po’ industrial ce l’ha, diciamocelo) e da lì è partito tutto quanto.

Quali sono i tuoi ascolti del momento e quali sono i dischi che ami particolarmente?

I Death SS sono una costante nella mia vita da anni e anni nonché il mio gruppo preferito di sempre, è inutile che mi metta a citare ogni loro lavoro. A proposito dei Death SS, di semi-nuovo ascolto spesso Resurrection (avrei belle storie anche su questo argomento) più altri album in ordine sparso. Per il resto al momento sono un po’ fissato su Rob Zombie, Rammstein e Kråke (gruppo semi sconosciuto ma che consiglio), mentre nei momenti di raccoglimento prediligo progetti strani come i Die Verbannten Kinder Evas, Summoning, In Death It Ends e cose del genere. In macchina stresso costantemente la mia ragazza coi WASP, mentre i vinili che girano più spesso sono quelli di Alice Cooper, Paul Chain, i WASP degli ’80 e giusto ieri un Eliminator degli ZZ Top comprato di fresco… ogni tanto anche a me piace qualcosa di leggero.

Sei un appassionato di letteratura: quale volume ti senti di consigliare ai lettori di Mister Folk, e perché?

Bella domanda. Parlando di letteratura in senso stretto, leggo tantissimi romanzi gotici, classici dell’orrore e decadenti. Senza tirar fuori nomi scontati (Poe e Lovecraft per intenderci) dei generi succitati darei uno sguardo ai I segugi di Tindalos di F.P. Long e alle saghe di Robert Howard (quello di Conan e Solomon Kane). Per cambiare invece, direi che a un lettore di Mister Folk potrebbe piacere la saga de I figli della Terra (Jean M. Auel): saga storica con una punta di fantastico che racconta le vicende di una donna del neolitico cresciuta da una tribù di Neanderthal, oppure qualcosa della micro editoria nazionale: tutti i libri di Giuseppe Pasquali, mio grande amico nonché uno dei più talentuosi e preparati scrittori italiani di cui io abbia notizia. Sulla saggistica, oltre al tuo (un vero must per gli appassionati di folk metal), ho recentemente apprezzato Fantasmi d’amore. Il gotico italiano tra cinema, letteratura e tv di Roberto Curti. Questo lo consiglio perché è un argomento che piace a me.

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La copertina di In Nomine Patris

Hai pubblicato un romanzo dal titolo In Nomine Patris, ti va di parlarne? Hai altro materiale che bolle in pentola?

In Nomine Patris è il mio romanzo d’esordio, uscito per Linee Infinite Edizioni nel 2012. Narra di una guerra indetta dal Dio dell’universo, suo malgrado, che coinvolge otto mondi diversissimi per razza, cultura e tecnologia. Teatro dello scontro è un complesso aldilà, in cui s’incrociano i destini di otto guerrieri scelti dalle dee dei loro rispettivi pianeti, e alla cui sorte è legato il destino ultimo della loro intera razza. È un romanzo intriso di simbolismi, allegorie e metafore, in cui sono presenti omaggi tanto alla letteratura italiana (Ungaretti e D’Annunzio in primis) quanto alla filosofia di Nietzsche e alle atmosfere di Edgar Allan Poe. A questo proposito, colgo l’occasione per togliermi un sassolino dalla scarpa: dalla quasi totalità degli autori del mondo editoriale attuale, a qualsiasi livello, si sente dire che non vogliono “fare politica” e il loro solo scopo è quello di “scrivere belle storie”, con l’evidente intento di non inimicarsi nessuno per paura di vedere qualche libro di meno. Ebbene, In Nomine Patris è un libro che ho scritto per dire quel che penso nel modo che più mi piace, e proprio a causa dal registro narrativo volutamente demodé e dei contenuti piuttosto estremi, ferocemente critici verso la società, ho ricevuto scarsi consensi da parte del mondo editoriale “canonico”: un mondo falsissimo, ipocrita e clientelare che ho ripudiato da almeno un paio d’anni. La possibilità che qualcuno si senta offeso da quel che scrivo non mi è mai importata, e dei sorrisi finti alle fiere ne faccio volentieri a meno. Sarà per questo che ho riscosso parecchie soddisfazioni soprattutto nell’ambiente che ruota attorno al metal, e al folk metal in particolare, quindi dato che magari tra i tuoi visitatori c’è anche qualcuno che ha letto il mio libro, mi sento di ringraziare un po’ tutti i miei “lettori metallari”. In pentola bolle un seguito che spero di completare per l’anno prossimo, più una raccolta di racconti gotici e horror che non so quando finirò. Comunque, per chi volesse seguire la mia attività di scrittore, c’è il mio blog personale: www.davidetruzzi.it in cui pubblico articoli e racconti inediti.

Grazie per la disponibilità, hai carta bianca per la conclusione!

Innanzitutto ringrazio te per l’ospitalità e ti auguro ogni bene per MisterFolk, è davvero un ottimo blog che visito sempre con piacere. Ringrazio poi i lettori che hanno avuto la pazienza di leggere questa intervista (sono prolisso, lo so), e tutti quelli che si impegnano a mantenere viva la scena Underground, pur tra le mille difficoltà che si devono affrontare. Ci si vede al prossimo concerto!

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Intervista: Wind Rose

Prima di salire sul palcoscenico romano dell’Orion che li ha visti protagonisti con Eluveitie e Skálmöld (QUI il live report), i toscani Wind Rose si sono raccontati con grande sincerità in una bella chiacchierata che ha toccato vari argomenti. Protagonista, chiaramente, è l’ottimo secondo disco Wardens Of The West Wind, uscito su Scarlet Records.

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Il sito tratta quasi unicamente di folk e viking metal, voi fate un altro genere anche se con richiami folk, quindi direi di iniziare facendo un’introduzione sulla storia del gruppo.

Claudio (chitarra): Il gruppo è nato nel 2009, in realtà prima facendo cover di Symphony X e Dream Theater, eravamo presenti io, Daniele e Federico. Nel 2009 abbiamo iniziato a scrivere cose nostre con l’ingresso di Francesco Cavalieri, cantante, e Alessio Consani al basso, poi sostituito da Cristiano Bertocchi nel 2014. Abbiamo poi deciso di incidere il nostro EP sotto la produzione proprio di Cristiano, lavoro che è stato recensito ottimamente almeno da venti webzine e questo ci ha spinto a fare il primo album Shadows Over Lothadruin che è uscito nel 2012 tramite Bakerteam Records. Abbiamo fatto dei tour con Wintersun, Epica e Finntroll e poi è uscito il la settimana scorsa il secondo disco Wardens Of The West Wind.

Ora suonate con Eluveitie e Skálmöld, in passato lo avete fatto con Finntroll e Wintersun, quindi spesso “fuori contesto”, come vi trovate in queste situazioni, sapendo in partenza che il pubblico viene per delle sonorità che voi non avete?

Daniele (batteria): Facciamo un genere che comunque è sempre metal, lo prendiamo come una sfida positiva cercando di spargere il nome Wind Rose tra nuovi fans. Sappiamo che il pubblico è lì principalmente per l’headliner, ma è sempre metal… alla fine siamo tre gruppi che esprimono tre modi di fare metal.

Claudio: Può sembrare una cosa “commerciale”, ma ora il power “netto” non va più…

Federico (tastiera): Sono un po’ di anni che sta in declino.

Claudio: Continuando a tenere il nostro stile ci siamo detti “perché non metterci qualcosa di folk, visto che ci piacciono queste cose?”.

Federico: Con i Wintersun ci abbiamo fatto il tour spagnolo, le date ci hanno aiutato per le influenze successive.

Il mio primo concerto “vero” è stato nel 1998, quando sul palco del Gods Of Metal hanno suonato Labyrinth, Iced Earth, Blind Guardian, Gamma Ray, Helloween, Stratovarius, Pantera e Black Sabbath, ben cinque gruppi power. Questo per dire che sono cresciuto ascoltato tanto power, e musicalmente riconosco spesso, in termini diversi e influenze differenti, quel qualcosa, magari una semplice melodia di chitarra, che avvicina il power al folk. Molti gruppi folk si avvicinano al power per le chitarre o certe ritmiche, mentre alcune formazioni power hanno riferimenti folkeggianti, diciamo così.

Claudio: Molti gruppi power nati da poco hanno elementi folkeggianti. Mi vengono in mente gli Orden Ogan che hanno, ad esempio, vestiti epici, va un po’ di moda. Preferiamo iniziare a mettere nella nostra musica delle cose folk…

Federico: Perché musicalmente ci attira.

Claudio: È possibile che il prossimo album sia molto più folk!

Daniele: Veniamo comunque da una serie di ascolti che spaziavano dal prog metal al power classico, questo progetto è nato sotto il segno di queste influenze, ma esagerare sul lato folk per noi sarebbe “fuori genere”. Se hai sentito qualcosa del nuovo disco puoi riconoscere diverse cose di stampo folk, ma la base è un’altra. Abbiamo improntato molto sui riff, sui giri di chitarra, sui ritornelli orecchiabili che ti rimangono in testa dopo due ascolti. Il nostro obiettivo era prendere tutto quello che abbiamo ascoltato per avere una visione molto più aperta.

Avere in formazione Cristiano (ex Labyrinth e Vision Divine, nda), pensate che sia una “possibilità” in più per voi?

Daniele: Dalla presenza scenica, al sapere come funziona stare sul palco, è un fatto di esperienza. Si è visto subito fin dal demo del 2010, sia per la scrittura che per come si fanno determinate cose. Sicuramente è un punto a nostro favore.

Claudio: La Scarlet l’ha messo tra i punti forti del disco, così come Simone Mularoni, che è un nome rinomato per mastering e mixaggio. Ma c’è soprattutto il fatto che ora siamo come una famiglia, prima c’era qualche difficoltà col precedente bassista. Diciamo che anche se con lui c’è una notevole differenza d’età noi non la sentiamo!

Ti stanno dando del vecchio!

Cristiano (basso): Uno zietto giovane dai!

Claudio: Per tutti noi avere un personaggio che nella scena italiana ha detto tanto tra dischi e tour, con delle band importanti, è un grande onore! Non lo immaginavamo che cinque anni dopo aver prodotto il demo sarebbe entrato nella band.

Cristiano: Per me è stata una cosa molto interessante, il fatto di trovare ragazzi che sanno suonare su un livello professionale… con loro è stato facile perché ci avevo già lavorato, avevano una buona visione per quel che significa scrivere un pezzo, parlo del demo. Mi sono semplicemente limitato a indirizzarli per la strada giusta e fargli capire cosa vuol dire essere professionali. Io mi son trovato da produttore del demo e poi del disco a musicista, un passaggio naturale. Si è creato un rapporto d’amicizia che non pensavo, mi piace molto il loro folklore toscano, io sono di Carrara, quasi ligure, suoniamo e ci divertiamo, una cosa preziosa e rara al giorno d’oggi.

Parliamo del disco: per prima cosa vi dico che mi è piaciuto. Ho trovato quell’atmosfera power con la quale sono cresciuto, un power sincero che è difficile da trovare in altri lavori. Poi mi piace perché è un cd tirato, con un’ottima voce, e belle orchestrazioni molto turisasiane…

Federico: Quindi mi pare di capire che i Turisas ti piacciono…

Tranne Turisas2013 che trovo osceno!

Federico: The Varangian Way…! Stand Up And Fight alcune canzoni…

Sì è da sottofondo quando si chiacchiera a casa, ma se devo ascoltare i Turisas vado con Battle Metal o The Varangian Way

Federico: The Varangian Way è devastante! Hanno una carica micidiale! Penso che noi abbiamo parecchie influenze dei Turisas, non capisco come mai se ne siano accorti in pochi!

Claudio: Se hai sentito/visto il singolo/video è lampante.

Eccome, musica, scene, melodie…

Claudio: Se ti devo dire la verità è la canzone sulla quale si era puntato di meno, è la più folk del disco. Ci siamo trovati con la setlist del disco e ci siamo detti “su quale ci facciamo il video?”. A seconda del testo ci volevano più o meno comparse e lavoro, così abbiamo trovato quella d’impatto, adatta per fare un video, la più diretta e orecchiabile. La canzone è un po’ un inganno perché una persona può dire “ok, ho visto il videoclip, questa è una band folk, mi aspetto un certo sound”, mentre se metti il disco troverai solo quella di folk… però noi volevamo fare un video in tema col testo della canzone.

Parliamo dei testi: ci sono riferimenti a Skyrim, Lo Hobbit, Spartaco…

Claudio: La prima, Age Of Conquest, è ispirata a Skyrim, io e il cantante siamo i giocatori… la seconda parla di Tolkien, la creazione del Silmarillion. Si va avanti con la terza canzone sempre su Tolkien, questa volta il libro è Lo Hobbit: la Montagna Solitaria e la missione degli Hobbit. Ode To The West Wind è ispirata a una poesia di Percy Bysshe Shelley, letteratura inglese, Ode al Vento dell’Ovest. Skull And Crossbones è sui pirati, più avventuriera, poi c’è Spartacus, puoi immaginare…

…dal telefilm o dalla figura storica?

Cristiano: Dalla figura storica…

Claudio: Io il telefilm non l’ho guardato. Poi c’è Born In The Cradle Of Storms, un pezzo ispirato agli dei greci e alla mitologia, l’ultima Rebel And Free parla dei ribelli scozzesi, leggermente ispirata a William Wallace.

Quindi ogni brano ha una storia a sé.

Daniele: Esatto, a differenza del primo disco che era un concept.

Claudio: Però ci sono dei concetti in comune per tutte le canzoni, come la libertà, la vendetta…

Cristiano: Orgoglio di non voler cedere mai a chi ti vuole schiacciare, la tirannia.

Francesco (voce): Una rivendicazione, che sia la libertà, che sia qualcosa che prima avevi e ora non hai più, come Erebor per i Nani, la libertà degli scozzesi, la libertà degli uomini liberi che poi sono stati ridotti in schiavitù per fare i gladiatori.

Federico: Nel mezzo ci siamo noi, ci piacerebbe far valere la nostra musica.

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Qual è, secondo voi, l’aspetto vincente del disco?

Claudio: I ritornelli, i cori.

I ritornelli sono veramente belli, le melodie me le ricordo bene.

Claudio: Tre settimane di lavoro per i cori e i ritornelli. Poi anche il missaggio, i corni e tutto quello che ha creato l’atmosfera delle guerre.

Francesco: Sai qual è per me l’aspetto vincente del disco? Quando si pensa al power metal si pensa a un certo tipo di power metal, o degli anni ’80 (Helloween, Gamma Ray) o sennò la scuola degli anni ’90, quella di Fabio Lione e dei Rhapsody. Si vanno sempre a cercare quelle sonorità forse perché ha davvero fascino e ha avuto un periodo d’oro, ma l’aspetto vincente del nostro disco è il non assomigliare a quel tipo di musica. È power metal, se l’ascolti non puoi dire che non è power metal, ma a partire dall’accordatura, alla scelta dei tempi, parti più progressive o ritmi stoppati… è una cosa che secondo me nel power non è ancora stata fatta. Non si può essere molto oggettivi sulla propria musica, ma se dovessi dirti un altro gruppo al quale assomigliamo non so fartelo. Magari c’è un coro o un’altra cosa che può ricordarmi qualcuno, ma lo senti e dici “è il disco dei Wind Rose”.

Come vi ho detto prima, nel vostro disco ci ho trovato lo spirito degli anni ’90, quando ero giovanotto, musica ruspante, però se dovessi dire quali sono le influenze non saprei farlo perché non sono palesi. Siete personali, c’è gusto…

Claudio: È un bel complimento!

Cristiano: Speriamo che questa sia un’arma vincente, è tutto lì quello a qui puntiamo.

Francesco: Prendiamo le briciole di un genere che ormai è alla fine con quei canoni, cerchiamo di essere più originali possibili. Se le cose si fanno con costanza, a modo, penso che i risultati arrivano al di là delle aspettative iniziali. Dici “cosa voglio fare nella vita? In questo disco c’ho messo tutte le carte che al momento della scrittura del disco mi potevo giocare, me le sono giocate tutte al 100%, il disco me lo ascolto e mi piace”, quindi quando arrivi a questo sei soddisfatto, capisci di aver raggiungo un punto d’equilibrio tra line-up e songwriting che è la via che devi seguire. Per il primo disco eravamo tutti un po’ titubanti, c’ero io che ero arrivato da un gruppo hard rock, da una scena diversa, loro facevano puro progressive metal, Cristiano…

Cristiano: Power metal e genere progressivo. Ora sto esplorando questo folk, tra tutti io sono quello che lo percepisce di meno, sono più legato al classico. Gli Eluveitie li trovo interessanti, incastrano diverse cose che mi piacciono, magari documentandomi riesco a scoprire altri gruppi in gamba.

Hai attraversato diverse fasi della musica, come vivi ora l’esser musicista in un’epoca dove tutti sono musicisti e tutti fanno dischi?

Cristiano: La sento questa cosa! C’è parecchia differenza rispetto a prima, il mercato pullula di dischi, quello che fa la differenza alla fine è quel qualcosina in più che ti fa emergere, altrimenti diventi la copia di qualcuno, un clone. È bene avere influenze ma è fondamentale avere le proprie idee. Noi prendiamo tutto da tutti, un po’ di qua e un po’ di là, ma la mano e la testa per quel riff o fare una melodia alla tastiera, è quello che fa la differenza. Collegandomi alla tua domanda, ora è molto più difficile, prima era un corridoio largo con poche persone, ora è un corridoio stretto con un sacco di persone. Si è persa anche la qualità. Nel 2015 è fondamentale riuscire a creare la propria identità, fa bene al gruppo e fa bene alla musica.

Federico: È anche molto difficile…

Cristiano: È la parte più difficile…

Francesco: È così perché tanti gruppi che pur di fare uscire il disco dicono “ah bello questo riff, forte l’orchestrazione, mettiamoli in una canzone”, e sento dei cd che sono copia/incolla di altre migliaia di dischi, quindi a cosa è servito far uscire il disco? Magari è servito per il prossimo lavoro, “ragazzi, s’è fatto un cd che è uguale a tutti gli altri, facciamo qualcosa di nostro”, e magari serve per non fare le stesse cose, anche seguendo le mode, se capisci che la tua vocazione è quella. Per noi i mastermind sono Claudio e Federico, quindi chitarra e tastiera, l’identità l’hanno trovata loro anche in base alla line-up.

Siamo quasi alla fine di questa bella chiacchierata… vi chiedo un parere sul fatto che ho visto le foto delle date in Spagna e in Francia e i locali erano pieni, poi venite in Italia e a Milano si arriva forse a duecento spettatori…

Claudio: Ieri a Firenze anche peggio, forse centocinquanta persone.

Come mai in Italia è sempre così?

Daniele: Se fai cover ti ci vengono trecento persone, se fai musica inedita…

Francesco: L’organizzazione. Se sul biglietto c’è scritto inizio concerti alle 20 e tu fai suonare i gruppi alle 18.30… non dico noi che siamo quasi nessuno e stiamo emergendo, ma fai suonare un gruppo come gli Skalmold alle 19.15… se fossi un organizzatore non farei mai una cosa del genere. In Italia si esce da lavoro alle 18 se ti va bene, come fai a far suonare alle 18.30 se scrivi sul biglietto le 20?

Claudio: A Milano 200 spettatori, a Marsiglia quasi 900.

Daniele: A Marsiglia abbiamo suonato in una struttura che aveva anche la scuola di musica, per gli studenti c’era la programmazione della settimana per poter assistere ai concerti, in Italia una cosa del genere non esiste.

Claudio: Ci ha colpito che in Spagna lo sponsor della data era il Carrefour (una catena di supermercati, nda).

Cristiano: Una visione molto più aperta, di muovere l’economia, che sia musica o altro.

Claudio: Un’altra cosa è il prezzo del biglietto: in Italia tra ventotto e trentuno euro, ad Atene sono quattordici euro.

Siete stati confermati al Fosch Fest per la giornata “italiana”: cosa vi aspettate?

Daniele: Un grosso obiettivo sarebbe quello di avere un pubblico davanti che ci ascolta. Il Fosch potrebbe essere l’occasione per dire “noi siamo qui”, ma non perché siamo meglio di altri, giusto per far vedere che esistiamo.

Francesco: Speriamo che la gente apra la mente al fatto che sì, non facciamo folk, ma abbiamo dei riferimenti folk all’interno della nostra musica, magari non sarà semplice, ma sono sicuro che si potranno divertire. Speriamo di avere dei consensi anche dove a noi il campo è ancora sconosciuto.

Ragazzi è stato un piacere, buon concerto!

Grazie a te!

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Wind Rose e Mister Folk.