Skyforger – Kauja Pie Saules

Skyforger – Kauja Pie Saules

1998 – full-length – Mascot Records

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Peter: voce, chitarra – Rihards: chitarra – Edgards “Zirgs”: basso – Imants: batteria

Tracklist: 1. Zviegtin’ Zviedza Kara Zirgi / Neighed The Battlehorses – 2. Kauja Pie Saules.1236 / The Battle Of Saule. 1236 – 3. Sencu Ozols / Ancient Oak – 4. Viestarda Cîna Pie Metotnes.1219 / Viestard’s Fight At Mežotne. 1219 – 5. Kurši / Kurshi – 6. Kalçjs Kala Dbesîs / Forger Forged Up In The Sky – 7. Kam Pudat Kara Taures / Why The Horns Of War Are Blown – 8. Kauja Garozas Silâ.1287 / Battle At Garoza Forest. 1287 – 9. Svçtais Ugunskrusts / The Sacred Firecross

Siamo abituati a gruppi che parlano di storia nei propri album. Ce ne sono di tutti i tipi: quelli che letti due libri ci fanno un concept, quelli che hanno reale interesse per un determinato periodo storico (può essere un indefinito medioevo, la cultura celtica o le due guerre mondiali) e quelli che non avendo qualcosa di personale da dire nei testi seguono il trend vichingo tra inquietanti drakkar e generica mitologia norrena. E poi ci sono gruppi – pochi in realtà – che trattano di storia con competenza e sincera passione. È il caso degli Skyforger, band lettone formatasi a Riga nel 1995, che tre anni più tardi, con l’aiuto della Mascot Records, pubblica il debut Kauja Pie Saules (The Battle Of Saule).

Piccola – dovuta – precisazione. I titoli saranno riportati sia in lingua originale, il lettone, che in inglese. Il motivo è semplice: scrivendo solo in inglese, come spesso si è portati a fare, si rischierebbe di far perdere fascino all’intero lavoro degli Skyforger, snaturandolo.

Il pagan metal è legame con la propria storia, la ricerca delle proprie origini, lo scavare la terra alla ricerca delle radici, e una volta trovate conoscerle, capirle, amarle. Gli Skyforger sono fieri della loro cultura, della loro storia, di ciò che i Semigalli e le altre tribù hanno fatto per difendersi dagli aggressori nei vari secoli di storia. Nel libretto di Kauja Pie Saules il primo ringraziamento è un sentito “our brave forefathers who have spilled their blood upon this ground for the freedom of our land”. I testi dell’album trattano delle valorose popolazioni pagane che per anni si difesero dai continui attacchi dei cristiani (i Cavalieri Livoniani, detti anche Cavalieri della Spada, aiutati dall’Ordine dei Cavalieri Teutonici), prima di soccombere ed essere sottomessi sul finire del XIII secolo.

Musicalmente parlando Kauja Pie Saules suona sporco, grezzo, violento. In alcuni passaggi il black metal la fa da padrone, riff tiratissimi e urla si uniscono in una macabra danza di morte tanto fredda quanto affascinante. Ma si va oltre, perché s’iniziano a sentire i primi echi dei Bathory (quelli più epici), così come alcuni spunti prettamente heavy metal tedesco (influenza molto chiara in Kurbads). E poi ci sono le bellissime melodie folk, le atmosfere ancestrali, i canti in coro su un semplice ritmo di tamburo, l’orgoglio nazionalista che risuona in ogni secondo delle nove canzoni qui presenti. E proprio con cori maschili e delicate melodie inizia Kauja Pie Saules: Zviegtin’ Zviedza Kara Zirgi/Neighed The Battlehorses è una canzone tradizionale lettone, per l’occasione modificata nelle parole, dove tutti e quattro i musicisti cantano creando un’atmosfera delicata e sognante. Ma dura poco, bastano pochi secondi di Kauja Pie Saules. 1236/The Battle Of Saule. 1236 per capire che qualcosa è cambiato, la tragedia è alle porte e Peter lo urla con tutte le forze in corpo. Il suo scream suona disperato, perfetto con i grevi riff di chitarra e l’atmosfera soffocante, soprattutto nella seconda parte della canzone. Il ritmo non cala e la drammaticità aumenta con Sencu Ozols/Ancient Oak, tra blast beat e taglienti soluzioni chitarristiche, fino a quando, a sorpresa, arriva uno stacco lento che spezza il ritmo e un fantastico kokle porta colore e respiro a un brano oramai in apnea e diretto alla morte. Non c’è tregua però, la voce di Peter e il ritmo forsennato di Viestarda Cîna Pie Metotnes. 1219/Viestard’s Fight At Mežotne. 1219 ci fanno ripiombare nella drammaticità degli eventi, la dura lotta tra i Semigalli e i crociati, la volontà di difendere le proprie terre dall’invasore cristiano. Al popolo Kurši è dedicato il brano seguente, che dopo un’introduzione folk ispirata dai ritmi dainas, tradizionale ballata lettone, parte un motivo potente cantato da Imants, batterista della formazione. Cornamuse e scacciapensieri sono gli strumenti trainanti della prima parte di Kalçjs Kala Dbesîs / Forger Forged Up In The Sky, killer song appena la componente prettamente metal ha la meglio sul lato più intimo dei nostri. Ottimi i riff di chitarra, così come azzeccati sono i cambi di tempo e i mutamenti d’umore – comunque sempre “nero” – che caratterizzano la canzone. Rabbia, ferocia, voglia di libertà e ancora – di nuovo – rabbia, fino a quando non arriva Kam Pudat Kara Taures / Why The Horns Of War Are Blown: un fuoco che arde al centro, quattro pagani intorno a condividere sotto forma di canto l’orgoglio nazionale, tradizioni e volontà di essere un tutt’uno con la natura circostante che per l’intera durata del brano fa loro compagnia coccolandoli con rumori di uccelli notturni e fronde che si muovono. E poi c’è lei, la canzone più bella dell’intero repertorio Skyforger, Kauja Garozas Silâ. 1287 / Battle At Garoza Forest. 1287. In poco più di cinque minuti di durata è racchiuso tutto lo stile, le influenze (musicali e storico/culturali), le sfaccettature del sound della band lettone, passando dai canti degli antichi guerrieri (che fungono da introduzione – mozzafiato!), alle melodie uniche, figlie di una terra contesa e bramata da altri popoli per secoli. Svçtais Ugunskrusts / The Sacred Firecross chiude alla grande un album che fa ormai parte della storia del pagan metal, tra giri di chitarra sostenuti che si tramutano in lancinanti melodie e una sensazione di soffocamento data dall’improvviso comparire di una foschia che nel giro di pochi istanti s’infittisce diventando una nebbia densa. Nebbia inquietante, ma anche liberatoria, perché tiene a distanza chi non sa vedere oltre, intimorendo i semplici curiosi e avvolgendo con freddo calore gli amanti di queste tetre ma affascinanti atmosfere.

L’artwork e la copertina perfezionano l’opera, essendo parte fondamentale nel concept-non concept degli Skyforger, un qualcosa in più che arricchisce e rende completa sotto ogni aspetto una piccola grande opera troppo poco conosciuta. Kauja Pie Saules è un album capolavoro, forse il primo del genere, sicuramente troppo importante e bello per sottovalutarlo. Un modo intenso e sincero per avvicinarsi alle antiche tradizioni e alla storia delle Lettonia, terra imbevuta di sangue ma abitata da persone fiere e valorose.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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