Intervista: Duir

Ci sono voluti ben quattro anni per poter ascoltare il successore del demo Tribe, ma il nuovo EP Obsidio è un lavoro molto diverso dal predecessore, sicuramente più maturo e personale, frutto di tanto lavoro e vari cambi di formazione. I Duir ci racconta come sono passati questi quattro anni, del nuovo Obsidio (musica e testi) e del concerto dei sogni.

Sono passati ben quattro anni tra il vostro primo EP Tribe e il nuovo Obsidio. Cosa è successo in tutto questo tempo?

Nulla di interessante, solamente quattro bellissimi cambi di line-up: tra chitarristi “tira e molla” che Bonolis levati proprio, batteristi troppo impegnati, tastieristi che hanno viso la luce e infine cantanti deportati, ma tornati, da Auschwitz. Ci siamo dovuti rinnovare. Diciamo che abbiamo anche rischiato lo scioglimento, ma fortunatamente chi l’ha DUIR la vince. Ora siamo pronti a spaccare.

Come presenteresti Obsidio a una persona che non conosce i Duir?

È un disco con sonorità prevalentemente folk e black metal. Prodotto da una band underground, che sta cercando di affermarsi staccandosi dai canoni classici del genere. È un EP che vuole dimostrare le capacità della band e la tematica principale ruota intorno alla contrapposizione tra quello che si fa e fare e quello che sentiamo. Inoltre, aggiungeremo: “Se tè vol, te teo ‘scolti, dc.” (cit).

Quali sono i punti di forza del nuovo lavoro?

Sicuramente una produzione migliorata rispetto a Tribe, che più si avvicina agli standard odierni degli EP autoprodotti. Un tema più ragionato che cerca di ispirare le persone tramite anche il racconto, piuttosto che la ormai consueta mitologia celtica e pagana presa e abusata.

Come nascono le vostre canzoni? Lavorate di gruppo oppure c’è una persona che si occupa del songwriting?

Le canzoni nascono principalmente dalla mente di Mirko, il chitarrista, che dopo una prima stesura vengono portate in sala prove dove ognuno adatta ogni parte in base alle proprie emozioni. Cerchiamo di non attenerci al genere ma di lasciare che i nostri gusti influiscano naturalmente sul risultato finale, per noi questo è molto importante, perché siamo stufi di sentire le solite cose. Come potrai aver notato, le canzoni come Destarsi, Insomnia Seed e Obsidio tracciano una linea profondamente diversa da quella evidenziata nel nostro primo demo Tribe, questo perché cerchiamo tutti anche di sperimentare.

Alcuni brani sono in lingua italiana, altri in inglese. Come mai utilizzate due lingue? Continuerete così anche con il prossimo lavoro?

Siamo veramente attaccati alla lingua italiana e stiamo assolutamente spingendo per utilizzarla di più nelle prossime canzoni. Le canzoni in inglese sono un retaggio dei primi DUIR, dove si puntava più all’orecchiabilità che non ad evidenziare la nostra identità. Insomnia Seed rappresenta la nostra chicca perché Giovanni, il cantante, essendo stato all’estero usava giornalmente inglese e/o tedesco, infatti specialmente quest’ultima lingua (sì, c’è anche il tedesco), dona alla canzone una nota di aggressività e ansietà, che non pensavamo potesse essere resa così bene in altra maniera. Per questo non vogliamo precluderci la possibilità di utilizzare altre lingue oltre all’italiano.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi delle canzoni. Da quel che ho capito sono una parte molto importante per voi e vi chiedo quindi di fare un track by track e raccontare come sono nati i testi.

Immagina ogni canzone come un determinato momento della giornata: all’inizio si è incoscienti (Inconcio), durante la fase del sonno, dove i sogni fanno da padrone e ti portano a sentire emozioni sempre più forti alternate ad emozioni più flebili. Dopodiché c’è la sveglia (Rise Your Fears), quando la mente viene assalita dalle paure del passato, ma deve essere concentrata sul presente, perché altrimenti non si può reagire a quello che succede. Con Dies Alliensis arriva la battaglia vera e propria, dove la persona deve guadagnarsi il suo posto nel mondo. Quando infine ci si ritrova a letto, è impossibile non pensare a quello che si sarebbe potuto fare, a tutte quelle cose che avremmo voluto fare meglio, allontanandoci dal sonno (Insomnia Seed). Obsidio rappresenta, invece, la realizzazione che la routine è una prigione, costringendoci a trovare la forza di combattere per la nostra libertà o rassegnarsi. Speriamo che adesso tu possa vedere le canzoni sotto una luce diversa.

All’inizio sono rimasto sorpreso dall’artwork di Obsidio: scarno e crudo, in realtà molto forte proprio per questo. Di chi è stata l’idea e come siete giunti alla sua realizzazione?

L’idea è stata di Giovanni, ma la realizzazione è stata di Chiara Bruscaggin, che non smettiamo di ringraziare. Cogliamo l’occasione per dire che gli uomini rappresentati, sono modelli che si sono prestati per posare nudi. L’artwork è scarno proprio per rappresentare lo stato in cui l’anima si riduce quando si è costretti a vivere la vita che non ci appartiene.

State lavorando a del nuovo materiale? Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo cd?

Sì, stiamo lavorando a dell’altro materiale un po’ più introspettivo e cupo. Ma non vogliamo anticipare nulla per ora. Noi sentiamo di essere ancora in crescita e molti gusti personali si evolveranno col tempo, probabilmente trasformando i prossimi lavori.

Vi sentite parte della scena folk metal italiana? Avete contatti/amicizie con altri gruppi del genere?

Noi ci sentiamo parte della scena metal in generale, è inutile stare lì a scomporla troppo, siamo tutti sulla stessa barca. Durante il nostro percorso finora siamo diventati molto amici di Atlas Pain, Vallorch e Kanseil, che conosciamo e stimiamo. Se proprio volessimo etichettarci, non siamo nemmeno sicuri di rientrare nel genere folk che tutti intendo e siamo contenti così.

Potendo scegliere di suonare un concerto con altre tre band, quali scegliereste?

Guarda, la lista sarebbe troppo lunga, ma sicuramente un nostro sogno nel cassetto è poter aprire ai Selvans, Vinterblot e, perché no, Arkona.

Siamo al termine dell’intervista, a voi lo spazio conclusivo!

Ti ringraziamo tantissimo per l’intervista e ringraziamo tutti quelli che ci stanno supportando.

Annunci

Intervista: Blodiga Skald

I Blodiga Skald hanno pubblicato il full-length di debutto Ruhn qualche mese fa e hanno presentato il disco in un infuocato release party al Traffic Club di Roma: quale migliore occasione per scambiare due parole (ok, quattro) con la violinista Maerkys e conoscere meglio una delle più interessanti realtà italiane che sta facendo parlare di se soprattutto nell’est Europa? Tanti gli argomenti toccati, compreso il pregiato vino ricavato dagli occhi di elfo. Buona lettura!

foto di Arianna Ceccarelli

La prima cosa che ti voglio chiedere è come ci si sente a debuttare su un’etichetta come la SoundAge Productions.

È sicuramente qualcosa d’inaspettato ed emozionante! Allo stesso tempo credo che questo salto ci responsabilizzi: far uscire il primo disco con una delle label degli Arkona ci porta a mantenere alto il nostro livello. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, no?!

Come siete entrati in contatto con la label russa? L’impegno con loro è solo per questo disco o anche per altri?

Cercavamo un’etichetta per il nostro primo disco Ruhn e ovviamente abbiamo puntato a quelle che si occupano più che altro di folk metal. Abbiamo avuto una buona risposta dall’ambiente di produzione del folk metal russo e la SoundAge è stata la label che ci ha offerto gli accordi migliori. Per ora abbiamo firmato solo per questo disco, poi si vedrà!

I responsi dell’EP Tefaccioseccomerda sono stati veramente buoni, ma c’è da dire che con Ruhn avete fatto un grosso passo in avanti e un po’ tutti se ne stanno accorgendo. Come e quanto avete lavorato per realizzare un disco di questa qualità?


C’è molto lavoro dietro a Ruhn e sebbene alcune tracce siano state riprese dall’EP, le abbiamo completamente rilavorate e riadattate al sound che avevamo ben chiaro per questo primo lavoro ufficiale. Ruhn doveva essere il biglietto da visita dei Blodiga Skald, con un’impronta musicale ben precisa, che permettesse al pubblico di riconoscerci al primo accordo. C’è uniformità tra le dieci tracce, che pur essendo molto diverse tra loro hanno sempre quel “qualcosa” di caratteristico.
Va anche detto che l’intera composizione del repertorio Blodiga è stato rimodellato per poter includere le linee di violino.

In Ruhn troviamo l’utilizzo di tre lingue, ma l’italiano è solo per alcuni titoli. C’è possibilità di vedere utilizzata la nostra lingua in una futura canzone?

Questa è una domanda che ci viene fatta molto spesso e personalmente la prendo un po’ come una coccola da parte del pubblico: credo che quando le persone ti chiedono di cantare in una lingua a loro comprensibile sia una voglia di comunicazione diretta ed è una cosa buona; è come se dicessero: “ci piacete talmente tanto che vorremmo poter cantare i vostri testi!” (poi, magari, è tutto un film che mi faccio io, eh! Ahahahah)!
Per ora non abbiamo intenzione di cantare in italiano, sia perché c’è uno schema ben preciso dietro l’alternanza tra russo (usato per i dialoghi degli orchi) e inglese (usato per la narrazione), sia perché stiamo creando un nostro particolare stile e non vorremmo già mischiare le carte in tavola. Non è detto che non troveremo il modo di far parlare qualche personaggio nella nostra lingua. Magari un elfo fighetto…

Ora ti tocca spiegare la storia raccontata in Ruhn con dovizia di particolari…


Ecco! Sappi che se non supero questa prova, Axuruk (il cantante) mi bacchetta severamente, quindi cominciamo! Epica Vendemmia parla di quanto agli orchi piaccia bere e far baldoria! In particolare la nostra verde razza è particolarmente ghiotta di un vino fatto con gli occhi di elfo… una prelibatezza! Un eroe elfico di nome Ballas scende in battaglia per fronteggiare l’orda, ma viene sconfitto ed il vino ricavato dai suoi occhi è il migliore che sia mai stato bevuto!

Ruhn è l’inizio di tutto. Qui comincia la storia degli orchi e la nostra, che abbracciamo il ruolo di menestrelli della nostra razza. È la prima ed unica canzone in cui noi Blodiga Skald ci rivolgiamo direttamente al nostro popolo e lo facciamo nella nostra lingua, perché questa non è una storia per il pubblico, ma un canto di rivalsa per la nostra gente. Il testo parla di antichi canti e racconta di come le nostre radici affondino nel sangue di battaglie, di villaggi distrutti, di terre da cui siamo lontani; ma canta anche di un giuramento da parte dei nuovi giovani che restano fedeli ai loro antenati, alle loro gesta e alla loro natura di guerrieri, pur guardando al futuro con un nuovo coraggio nel cuore. Dalle ceneri della loro antica razza, disseppelliranno l’onore e la forza di tornare a combattere, rivendicando il proprio mondo.

No Grunder No Cry richiama nel titolo una famosa canzone reggae e narra le vicende di Grunder, un orco poco sveglio a cui viene una gran voglia di zuppa di dita umane (altra squisitezza orchesca). Va quindi alla ricerca di qualche umano da cucinare, ma al momento dello scontro si accorge di aver lasciato le armi a casa e viene quindi ucciso senza gloria.

I Don’t Understand vede noi bardi orcheschi girovagare in cerca di storie, finché ci imbattiamo in un accampamento di nomadi, che per ringraziarci dei nostri racconti ci offrono di fumare un’antica spezia che ci confonde le idee e ci fa credere di amare elfi e gnomi!!!

Sadness è la cupa vicenda narrata dall’eroe degli orchi Razdul, che racconta di come fu tradito dalla sua stessa gente, dalla sua stessa razza, manipolata dalle parole di un malvagio orco stregone di nome Keregan.

In Laughing With The Sands ci ritroviamo catapultati in terre più calde e sabbiose, dove un gruppo di orchi tenta di attraversare il deserto per raggiungere la città di alcuni amici umani. Purtroppo quelle sabbie sono maledette e provocano delle risate talmente potenti che si finisce col piangere di fatica, rischiando di morire. Per fortuna i nostri sopravvivono a questa tortura e riescono a raggiungere la città!

La golosità che gli orchi hanno per gli gnomi li porta a fare “spesa” nella città di Panapiir, per cercare qualche gnomo succulento da divorare. Purtroppo, però, gli orchi sono anche inarrestabili bevitori e così in poco tempo si ritrovano tutti ubriachi e vulnerabili e finiscono con l’essere uccisi a loro volta dagli stessi gnomi. Per fortuna il capoclan Razdul è rimasto sobrio e in breve riesce a sconfiggere gli gnomi.

Too Drunk To Sing è la divertente storia del nostro Grunder, che davvero troppo ubriaco, tenta di cantare a squarciagola. Axuruk gli fa notare che è troppo ubriaco per cantare, quindi lo invita a ballare con lui e a continuare a divertirsi! Come sono andata? Ahahahahah!

Blidiga Skald in concerto

Le canzoni che troviamo in Ruhn sono tutte molto buone e diverse tra di loro. Come ho detto nella recensione la differenza la fa il tuo strumento, sempre fondamentale per le melodie e i grandi stacchi che crea con il resto del brano. Quanto hai/avete lavorato su questo aspetto e ti ritieni pienamente soddisfatta di quanto fatto?

Il lavoro compositivo viene sempre svolto insieme: principalmente è Ghash (il chitarrista) che inizialmente compone i brani, ma successivamente scatta la fase di confronto con ciascuno strumentista, per adattare l’idea di base alle caratteristiche proprie dello strumento. Nel mio caso, le linee di violino erano già abbastanza delineate prima del mio intervento, ma ho comunque aggiustato e inserito alcune parti per far sì che le mie lead apportassero qualcosa di importante e migliorassero le melodie. Gli assoli di violino li ho composti da zero e sono brevi e semplici, ma nell’insieme funzionano e danno risalto ai brani, senza snaturarli e senza “invadere” lo spazio melodico degli altri. Sono molto contenta del lavoro fatto, ma sicuramente devo ancora dare il meglio di me!

Il titolo dell’ultima canzone del disco (Too Drunk To Sing) è una rivisitazione del titolo Too Drunk To Fuck dei Dead Kennedys?

Emh… OVVIAMENTE! Ahahahah…

L’artwork del disco è molto curato, così come lo è il vostro look mentre suonate. Quanto è importante l’aspetto estetico/visivo in un mondo che corre tra social e follower? C’è il rischio in alcuni casi, secondo te, di dare più attenzione a quello che l’occhio vede invece che alla musica?

La presentazione visiva e l’aspetto scenico è molto importante per noi, ma credo lo sia in generale per qualunque progetto, non solo musicale. Ci muoviamo in un contesto quotidiano in cui l’attenzione che l’osservatore concede ad un determinato stimolo è solo di pochi secondi ed essendo continuamente bombardato da miliardi di questi stimoli, c’è bisogno di qualcosa che prima ancora di spiegare un concetto, catturi immediatamente l’interesse. Della serie: “ora che ho la tua attenzione…”. Questa può essere una carta vincente, ma anche un’arma a doppio taglio, perché se ad originalità estetica non segue una concettualità sostanziosa, si rischia di essere il proverbiale “tutto fumo”… e il pubblico ha un ottimo naso! Noi siamo quanto di più “cretino” ci si possa aspettare da una band metal e sul palco siamo un branco di cinghiali scatenati, ma quando poi ci ritroviamo in sala prove, o in fase di composizione, studio o registrazione, siamo seri e ben concentrati sul lavoro che stiamo facendo. Come diceva qualcuno: “ridere è una cosa seria”, far ridere lo è ancora di più!

Il release party di Ruhn è stato grandioso, una festa rumorosa e divertente. Quanto conta per voi il “cazzeggio” in musica?

Sono molto contenta che ti sia divertito! Il cazzeggio è la nostra carta vincente ed è il modo migliore di comunicare con il pubblico! Quando la gente vede che tu che suoni ti stai divertendo da matti, è sicuramente più invogliata a partecipare e a divertirsi a sua volta. Questo costante prenderci in giro, “recitare una scena” e interagire continuamente con le persone, annulla quel dislivello tra il parterre e il palco e ci pone tutti allo stesso livello di idiozia!

In questo ultimo periodo avete suonato diverse volte all’estero, ti chiedo quindi se hai riscontrato differenze con la realtà italiana per quel che riguarda organizzazione, trattamento dei gruppi e pubblico.

Ahimé, nota dolente! Purtroppo devo dire che la differenza c’è e si sente molto. Ovviamente il mio è un giudizio limitato, non avendo girato tutto il mondo, ma per quel poco che ho visto, devo dire che l’Italia ha moltissimo da recuperare in campo di considerazione dell’arte e del ruolo dell’artista. Fuori dal nostro Paese, chi fa musica è valorizzato per ciò che fa e per tutto il lavoro di cui si carica per poterlo fare, dallo studio all’investimento economico, viene pagato e trattato da artista che dedica la propria vita a questo tipo di lavoro, che non è assolutamente inferiore a qualunque altra occupazione. In più il pubblico è appassionato e ha fame di novità e di qualità, perché abituato a ricevere sempre nuove proposte ed è quindi curioso ed esigente! In Italia, secondo il pensare generale, se fai musica stai togliendo tempo a qualcosa di più serio, ma questo credo sia un discorso fastidioso e trito&ritrito allo stremo, che tutti ben conosciamo. Diciamo che, paradossalmente, è più facile suonare (e suonare con piacere!) all’estero che in patria e questa è una cosa che lascia davvero l’amaro in bocca.

C’è un momento/situazione che vuoi raccontare ai lettori di Mister Folk, magari facendo arrabbiare gli altri membri del gruppo?

Ahahahah! Perché no?! Ti ho mai raccontato di quella volta che, in Romania, Axuruk perse la voce poco prima del live al 31 Motor’s Club di Suceava? Per tentare di sfiammare la gola e poter cantare in growl, quella sera adottò il caro vecchio metodo moldavo e cominciò a bere shot su shot di un famoso alcolico dall’etichetta con su disegnata una testa di cervo (ma se po’ dì Jägermeister, o è pubblicità occulta?). Inutile dirti che poco prima di salire sul palco era “bello andante”, come si dice in gergo e abbastanza ubriaco, quindi noialtri eravamo abbastanza preoccupati (in caso di emergenza eravamo pronti ad abbatterlo con le cerbottane)! Alla fine fu uno dei suoi e nostri migliori live in Romania e il pubblico fu totalmente travolto dalla sua… emh… spontaneità!

Quando hai iniziato a suonare il violino e perché?

Come la maggior parte dei violinisti (chissà poi perché!) cominciai a suonare molto piccola. Iniziai le mie lezioni a cinque anni e ad oggi suono da diciannove. In realtà, all’epoca chiesi ai miei genitori di portarmi in una scuola di musica perché volevo cantare, ma (grazie alla rinomata competenza italiana), il direttore della scuola, invece di inserirmi in un coro di voci bianche, mi disse che ero troppo piccola per seguire un corso di canto. Lì per lì non la presi molto bene, ma poi quando mi fu proposto di scegliere uno strumento, scelsi il violino. Ancora oggi non so e non ricordo perché presi quella decisione. All’epoca non lo sapevo, ma, guarda caso, è uno degli strumenti più simili alla voce umana.

Se penso al violino nel metal il primo nome che mi viene in mente è quello dei My Dying Bride. Quali sono i tuoi musicisti/gruppi di riferimento e cosa spinge un violinista a suonare heavy metal?

Ho sempre ascoltato rock, metal e sottogeneri, parallelamente allo studio della musica classica, quindi ho sempre cercato un modo di sposare la musica che più mi piaceva allo strumento che suonavo, ma non è stato facile in realtà. Nell’immaginario collettivo, il violino viene associato al country, alla musica irlandese e alle serenate, (che tra l’altro sono tutti tipi di folk) ma, pur essendo cresciuta, tra le altre cose, con le ballate celtiche e i capolavori di Branduardi, io, soprattutto in adolescenza, volevo qualcosa di diverso e cercavo il gruppo brutal, death, doom, eccetera, eccetera-metal che avesse il violino, quindi capirai che le pretese erano un po’ eccessive! C’è anche da dire che, almeno nel mio ambiente, il violino era visto come uno strumento noioso. Con il tempo ho scoperto il folk metal e ho cominciato a imparare i riff delle canzoni più famose, mi sono appassionata alla musica irlandese e ho scoperto che il violino era molto di più che uno strumento da “musica colta”! A sorpresa ti dico che anche il jazz aiuta molto, perché lo studio dell’improvvisazione rende il musicista cangiante e camaleontico! Secondo me c’è ancora molto da sperimentare per un violinista che voglia scardinarsi dal leggìo su cui è stato culturalmente ancorato ed io non vedo l’ora di andare in esplorazione e magari, chissà, diventare come Ara Malikian, che è un mostro di tecnicismo classico, ma il più delle volte suona musica della tradizione mediorientale o dell’est ed è un personaggio totalmente distante dall’immagine del violinista a cui siamo abituati!

Maerkys, siamo al termine dell’intervista. Ti ringrazio per la disponibilità, hai lo spazio per lasciare alle future generazioni una grande frase che nessuno dimenticherà mai!

Oh, no, ho già finito di parlare? Ahahahahah! Grazie a te per aver sopportato questa lunghissima chiacchierata! Ti lascio con una frase presa in prestito dal romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde: “È lo spettatore, non la vita, che l’arte, in realtà, rispecchia”.

foto di Arianna Ceccarelli