Llvme – Yía De Nuesu

Llvme – Yía De Nuesu

2012 – full-length – My Kingdom Music

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Eric Montejo: voce – Nandu S. Prieto: chitarra, basso, tastiera, cornamusa, ghironda, batteria 

Tracklist: 1. 1188-1230 – 2. Helmántica3. Vettonia4. Vaqueirada’l Baitse5. Cenceyu6. Yia Fatu A Tierra7. Prameséu8. Purtillu De La Llĩltá9. Llibación Nu Alborecer10. Xota Chaconeada11. Miróbriga12. Favéu De Sueños

Un album complesso, ricco di sfaccettature e sfumature distanti e tradizionalmente in contrasto tra loro; momenti di poetico dolore e di maschia forza bruta. Un lavoro sicuramente difficile da comprendere e fare proprio, nonostante fin dai primi ascolti “qualcosa” finisca dritto al cuore.

L’impatto con una musica distante dalla nostra come lo è quella ricca di venature “tradizionali” della penisola iberica non è dei più semplici, sia per la lingua utilizzata dai Llvme, l’arcaico dialetto dell’antico regno di León, che per il bagaglio culturale e sonoro a noi poco conosciuto. Eppure in Yía De Nuesu ribolle sangue mediterraneo, un collegamento, un leggero legame che ci rende quasi parenti. E che viene a galla sovente, impetuoso, al quale è difficile resistere, nonostante la proposta dei Llvme sia un crocevia musicale di difficile catalogazione, avendo cornamuse e accenni di folklore popolare, così come sfuriate extreme metal e leggeri riferimenti doom, intensificato dalla passione del pagan metal e dal calore che solo noi mediterranei possiamo avere. Volendo azzardare una descrizione (piuttosto approssimativa e personale, quindi anche ampiamente non condivisibile) potrei dire che i Llvme suonano come se i Primordial fossero originari della regione (León) vicina al confine tra Spagna e Portogallo, con una maggiore propensione al folk/pagan alla Negură Bunget privi dell’essenza tribale, con la raffinatezza dei My Dying Bride e il fuoco che arde nelle vene del poeta Fernando Ribeiro dei Moonspell. Negli oltre cinquanta minuti di Yía De Nuesu c’è spazio per il folk e il black, per il doom e pagan, tutto concentrato in dodici tracce che riescono a suonare omogenee nonostante le distanze stilistiche. Proprio in questo fatto (e non solo) risiede la bravura del gruppo spagnolo, capace di far convivere il diavolo e l’acqua santa nello stesso spazio.

Yía De Nuesu segue a due anni di distanza il debutto Fogeira De Sueños, dopo che l‘italiana My Kingdom Music riuscì a firmare la band di Salamanca nonostante fosse contesa anche da altre label. Nel nuovo full lenght i Llvme si presentano con una formazione rinnovata – particolarmente rilevante è l’ingresso del vocalist Eric Montejo al posto del non troppo rimpianto Lord Valius – e un lavoro in fase di produzione di eccellente fattura: Daniel Cardoso (tastierista e batterista degli Anathema, dietro al banco di missaggio anche per Heavenwood, Ava Inferi e Anneke Van Giersbergen tra gli altri) e gli Ultrasound Studios hanno fatto un lavoro davvero buono, sicuramente un netto passo in avanti rispetto alla sufficiente e nulla più di Fogeira De Sueños. Anche musicalmente ci sono delle differenze tra i due platter: Yía De Nuesu risulta più diretto del predecessore nonostante siano aumentate sia le tracce che il minutaggio complessivo del disco.

Le dodici composizioni del nuovo cd sono assai varie e intervallate nei momenti giusti con brevi attimi di quiete: non semplici riempitivi strumentali dal sapore ambient, ma veri lampi di arte con sempre qualcosa da trasmettere. Esempio migliore di Vaqueirada’l Baitse non ce n’è: nei due minuti di durata l’ospite Marisa, cantante del gruppo di musica tradizionale leonese Son Del Cordel, fa tornare alla mente i nostri cari ormai lontani da questa vita, lasciano l’amaro in bocca (o è semplicemente il sapore delle lacrime?) per un ultimo abbraccio purtroppo impossibile. O la “meridionale” Prameséu, e la folk (con tanto di cornamusa) Xota Chaconeada: istanti di respiro tra le corpose bordate metal che compongono Yía De Nuesu.

Ottima opener dell’album è 1188-1230 (anni del regno di Alfonso VIII di León), dove confluiscono diverse sonorità, passando con naturalezza e classe dal riff di chitarra black/gothic ad aperture maggiormente melodiche. La voce aggressiva di Eric Montejo conduce il brano verso territori violenti, mentre lo stacco a metà canzone rievoca alcuni passaggi dei maestri My Dying Bride, durante il quale la voce principale è quella dell’ospite Ana Sanabria. La personalità dei Llvme viene fuori nella seguente Helmántica, dove la band continua a martellare con ritmi incalzanti e scream vocals. Alcuni semplici accorgimenti della sezione ritmica rendono la composizione varia nel ripetersi dei passaggi, per quella che è sicuramente la traccia più brutale dell’intero disco. Una gustosissima cornamusa introduce Vettonia, canzone ritmata e creata con bontà e perizia da parte della band spagnola; si prosegue con un break decadente e con un rapido assalto vocale che si alterna a schitarrate da headbanging: l’atmosfera è tetra e malevola, quasi inquietante. Tocca alla già menzionata Vaqueirada’l Baitse creare un momento di intima sofferenza, per riprendere poi il “classico” sali/scendi di violenza e soavità (da brividi lo stacco di violino ad opera di Marco Aurelio) con Cenceyu. La voce di Montejo introduce, insieme alla chitarra di Nandu S. Prieto, la sesta traccia, la conturbante, grazie al magnifico suono del violino, Yia Fatu A Tierra. La tastiera assume un ruolo di primaria importanza, creando atmosfere delicate tra riff stoppati e le urla del frontman. Prameséu, tra canti mattutini del gallo e strumenti folk dall’aria gioiosa, è il secondo intermezzo strumentale, una buona occasione per riprendere fiato. I primi secondi di Purtillu De La Llĩltá ricordano alcuni istanti della bellissima colonna sonora de Il Signore Degli Anelli – Il Ritorno Del Re; la lunga introduzione strumentale lascia spazio ad una splendida cornamusa (suonata dal polistrumentista e principale songwriter Nandu) accompagnata dalla sezione ritmica mai così coinvolgente: il risultato è un misto di drammatico folklore tinto da colori pastello e atmosfere colme di pathos. In Purtillu De La Llĩltá regnano il verde denso dei prati che riprendono colore e forza dopo il lungo inverno e il delicato grigio della nebbia mattutina. Inquietante l’evocazione iniziale di Llibación Nu Alborecer ad opera del singer Montejo; il brano prosegue tra melodie di chitarra di derivazione doom/death inglese e quel tocco mediterraneo che contraddistingue i Llvme fin dagli esordi. Xota Chaconeada è uno strumentale dal sapore folk. Immaginate di arrampicarvi fino alla cima dei monti Cantabrici e di riposarvi assaporando con tutti i sensi il meraviglioso paesaggio che vi si pone dinanzi: montagne e colline verdi in lontananza, lo splendido cielo limpido a rendere il quadro ancora più pacifico; volgendo lo sguardo a nord, lontano e solo nelle giornate serene, il blu profondo dell’oceano. L’aria profuma di libertà e le mani sono graffiate a causa della scalata non semplice. Una serie di rapidi colpi di batteria ci riportano al disco, con l’ultima canzone cantata di Yía De Nuesu: Miróbriga è aggressiva fin dai primi secondi, e non basta un violino impazzito a rendere meno aspro l’impatto. Conclude l’opera Favéu De Sueños, sorta di outro che inizia con lo scroscio dell’acqua accompagnato dal pianoforte, per proseguire con l’amorevole canto degli uccelli e un’atmosfera che si fa man mano sempre più serena e in grado di farci sentire in armonia con la Natura.

Per apprezzare in pieno il secondo disco dei Llvme servono diversi e attenti ascolti: i tanti elementi che inizialmente sembrano – a volte – cozzare tra di loro, la graffiante voce di Montejo sulla base musicale in particolare, mentre un poco alla volta tutto diventa sempre più familiare, riuscendo a gustare fino in fondo ogni sfaccettature di questo interessante gruppo.

Yía De Nuesu si rivela più diretto e ben amalgamato rispetto al comunque buon debutto Fogeira De Sueños: la musica ha tratto giovamento dalla fuoriuscita dei vecchi musicisti lasciando tutto l’onere della composizione al duo Prieto/Montejo, bravissimi nel limare la spigolature del debutto e migliorando le intuizioni vincenti.

La My Kindgom Music può essere orgogliosa di aver visto dove gli altri hanno, forse, volto lo sguardo solo superficialmente: i Llvme hanno le potenzialità per entrare a far parte dell’olimpo della scena pagan europea e Yía De Nuesu è il primo passo in quella direzione.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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Gods Tower – Heroes Die Young

Gods Tower – Heroes Die Young

2013 – EP – Possession Production

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lesley Knife: voce – Dmitry Lazarenko: chitarra – Dmitry Ovchinnikoff: tastiera – Yuri Svitsoff: basso – Wladislaw Saltsevich: batteria

Tracklist: 1. Heroes Die Young – 2. Rising Arrows

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Gods Tower, nome minore della scena est europea ed ex sovietica, ma da sempre interessanti qualitativamente parlando. Nati nel 1992, hanno realizzato tre demo e due full lenght prima di sciogliersi sei anni più tardi; nel 2010 c’è stata la reunion e la pubblicazione, dodici mesi più tardi, del disco Steel Says Last. Musicalmente si più parlare di un pagan/doom metal, in quanto nelle composizioni della band bielorussa sono presenti entrambe le influenze.

Due anni dopo il già citato Steel Says Last arriva questo vinile “7 limitato a 300 copie e prodotto dalla Possession Production, contenente due brani: Heroes Die Young e Rising Arrows.

La prima, già presente in una compilation e nel full lenght del 2011, è una composizione tipicamente heavy metal con la tastiera di Dmitry Ovchinnikoff in grande evidenza e un sound che ricorda i Lordi di Get Heavy, mentre Rising Arrows è la versione audio del videoclip pubblicato nel 2010 (che potete vedere di seguito). La canzone è stata registrata per la prima volta in occasione del demo The Turns del 1995, e nel debut album, sempre dal titolo The Turns, del ’97. La versione 2010 è più breve di centoventi secondi e ci sono dei cambiamenti per quel che riguarda le melodie di chitarra; immutata, invece, l’atmosfera sovietica e pagana che si respira nei quattro minuti e mezzo di durata.

Questa dei Gods Tower è sicuramente un’uscita che può interessare unicamente agli appassionati di vinili e di gruppi underground, ma è altresì una buona occasione per tutte le altre persone di scoprire una valida band troppo poco considerata.