Kormak – Faerenus

Kormak – Faerenus

2018 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zaira De Candia: voce, flauto – Alessandro Dionisio: chitarra – Alessio Intini: chitarra – Francesco Loconte: basso – Dario Stella: batteria

Tracklist: 1. Amon – 2. March Of Demise – 3. Sacra Nox – 4. The Goddess’ Song – 5. The Hermit – 6. Faerenus – 7. Patient N° X – 8. July 5th – 9. Eterea El

I Kormak sono un giovane gruppo pugliese che sia affaccia per la prima volta nel mercato folk metal pubblicando per la Rockshots Records il disco Faerenus. La band viene fondata nel 2015 dalla cantante Zaira De Candia, ma solo due anni più tardi si arriva ad avere una formazione stabile, cosa che permette di lavorare con maggiore profitto alle canzoni e di trovare affiatamento tra i membri della line-up.

Faerenus (parola presa da un gioco di ruolo per indicare il luogo degli incubi) è il classico album di debutto di una band che non ha pubblicato demo ed EP in precedenza: tanta genuina passione e una sincerità che traspare dal primo all’ultimo secondo del cd, ma anche una certa tendenza a strafare e qualche scelta non proprio a favore dell’ascoltatore. I cinquantasei minuti del disco presentano un gruppo con molte frecce nella propria faretra e una buona preparazione tecnica. Protagonista di Faerenus, però, è la voce della cantante, molto brava nell’interpretazione e in grado di passare dal pulito al growl con estrema disinvoltura. Il disco suona veramente bene ed è molto raro in un primo disco ascoltare una pulizia e potenza degli strumenti come in Faerenus, merito quindi ai Divergent Studios per l’ottimo lavoro svolto in fase di registrazione, mix e mastering

Il disco, dopo l’intro Amon, inizia bene con March Of Demise, una canzone che include passaggi acustici e massicci riff di chitarra, così come il violento cantato di De Candia in growl che si alterna con quello pulito e soave. Sacra Nox suona potente e il cantato è tutto in clean (con tanto di ritornello in latino), con la sei corde che nei pochi momenti di “libertà” svolge un ottimo lavoro. Segue quello che probabilmente è il miglior brano del disco, The Goddess’ Song. In questa composizione folkegiante la cantante si supera con un’interpretazione di alto livello ed è un piacere ascoltarla nel suo pulito dai mille colori quando non sconfina nelle tonalità alte. Passata The Hermit, della quale si parlerà più avanti, la title-track e Patient N° X risultano essere le più estreme del lotto: se la prima non convince completamente, la seconda stupisce per la cattiveria e la non linearità della costruzione. July 5th mostra i muscoli della sezione ritmica, ma la seconda parte rimane ostica per l’interpretazione della singer, la quale tocca note veramente molto alte, forse non necessarie. La chiusura è affidata a Eterea El: pianoforte e carillon creano un’atmosfera cupa nella quale Zaira De Candia si trova a proprio agio.

Infine bisogna parlare di The Hermit, canzone dalla lunghissima durata (22:44) ma che in realtà presenta quasi venti minuti di silenzio interrotto da battiti di cuore e suoni di guerra. Anzi, il tempo esatto è 19 minuti e 43 secondi, ad evocare il 1943, anno in cui Molfetta fu bombardata. Questo riferimento è estremamente importante per la cantante per via dei racconti di sua nonna su quel terribile periodo, ma è un suicidio artistico piazzare venti minuti di quasi totale silenzio a metà disco. Prima e dopo il break c’è la stessa canzone acustica cantata in lingua inglese all’inizio e poi nel dialetto di Molfetta alla fine, quest’ultima versione molto intensa.

Cosa rimane alla fine dell’ascolto di Faerenus? Sicuramente la sensazione di aver a che fare con una band che non si limita a svolgere il compito e basta, auto limitandosi in un determinato genere. Questo può essere una lama a doppio taglio: troppo poco folk-gothic-death metal o troppo folk-gothic-death metal a seconda dei gusti? L’ascolto è quindi consigliabile a chi non si ferma a una semplice definizione e intende andare oltre le parole e vuole ancora trovare dei sentimenti nella musica.

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Intervista: Vinterblot

Ritrovarsi con i Vinterblot è sempre un piacere e in ogni occasione il tempo passato insieme ai ragazzi della band è speciale. Quando si dice “le persone prima dei musicisti”. Ma quando le persone sono anche ottimi musicisti che sul palco spaccano il culo, allora è tutto perfetto! Quella che segue è una piacevole quanto interessante chiacchierata telematica con il cantante Phanaeus e il chitarrista Vandrer: promoter italiani e stranieri, rispetto per i gruppi che suonano ed evoluzione musicale sono alcuni dei punti toccati nell’intervista che segue. Buona lettura!

La band all’Helvete di Oslo.

Avete suonato da poco al prestigioso Inferno Festival di Oslo. Vuoi raccontarci come sono andate le cose e le vostre impressioni da musicisti e da spettatori?

Vandrer: Ciao Fabrizio! Partecipare all’Inferno Metal Festival è stato per noi la coronazione di un sogno, possibile grazie al supporto di chi ha votato la nostra band nel contest internazionale indetto dal Festival stesso. Abbiamo raggiunto Oslo con qualche giorno di anticipo, per poter visitare i punti più interessanti della città: dall’“Urlo”, all’Helvete shop alle navi vichinghe. Inutile dire che abbiamo vissuto un viaggio nel tempo, tornando tutti un po’ teenagers (infreddoliti), ahah! Siamo stati di giorno turisti e di notte.. ascoltatori incantati dalle decine di Band internazionali offerte dal Rockefeller, concert hall storica della città dove si è tenuto il festival, assistendo a tre giorni di concerti! Siamo molto soddisfatti della nostra stessa performance, dovuta alla combinazione di molteplici fattori tra cui grande divertimento, profonda emozione ma anche sano relax! Non possiamo che conservare un ricordo eccellente di questa esperienza, dapprima come ascoltatori e poi come musicisti.

Dopo un’esperienza del genere mi viene da chiedervi in cosa i promoter italiani sbagliano e come è possibile colmare il gap esistente tra Italia ed estero.

Vandrer: I promoter italiani (volenterosi) fanno spesso il proprio meglio ma purtroppo devono scontrarsi con l’assenza di locali adatti o ben disposti a ospitare concerti metal, oppure con delle ‘scene’ musicali assenti. Nel corso della nostra breve esperienza dal vivo in questi anni, abbiamo assistito a una tendenziale crescita qualitativa degli aspetti organizzativi, grazie alla diffusione di protocolli professionali ‘standard’ finalmente più consoni! A tutti coloro i quali s’interrogano su come poter colmare il gap non posso che consigliare di prendere a modello le realtà virtuose (siano esse italiane o nord-europee) e frequentare, per quanto possibile, concerti di rodata esperienza! Posso riassumere ciò che più comunemente ‘manca’ nell’underground italiano in una parola: il rispetto per il musicista. Ciò si avverte nei piccoli dettagli. É indispensabile venire incontro alle esigenze umane primarie: dall’offrire cibo-liquidi sino al dedicare 10 metri quadri di spazio alla band per potersi riscaldare pre-show. Non vi è un business, dunque non si può immaginare di camparne, ma trovo ridicolo invitare una band per poi proporre a questa di viaggiare per migliaia di chilometri senza poter offrire un rimborso per il viaggio in sé. Non si parla di cachet, ma di non indebitarsi per suonare dal vivo! Oggi c’è grande smania di suonare dal vivo ma è necessario quanto mai del buon senso da parte di band, promoter e pubblico. Migliori sono le condizioni (e il comfort…!) garantite ad una band, migliore sarà la riuscita generale dell’evento. Spesso da noi funziona al contrario, grandi aspettative e una non-proporzionata attenzione a ciò che conta davvero.

Vi considero gli italiani meno italiani sul palco, mi spiego: vedendovi e ascoltandovi ho sempre la sensazione di aver davanti una band straniera per personalità, precisione e presenza scenica.

Vandrer: Da ‘esterofilo’, ahah, lo prendo come un complimento! Scherzi a parte, se comprendo quanto hai espresso, sono molto felice che i Vinterblot possano dare tale impressione. Siamo sempre più orgogliosi di essere Italiani con il passare degli anni! Purtroppo però, come in altri settori, anche nella musica si avverte la sensazione che non vi siano le condizioni adeguate per coltivare i propri progetti. La conseguenza diretta è che, in gran parte dei casi, il dilettantismo non riesce a elevarsi a uno step successivo, complici le limitate risorse economiche e la mancanza di un terreno fertile dove metter radici. Un post Facebook di Michael Berberian della Season Of Mist fa avviò, tempo fa, una provocazione molto sottile sullo stato di salute della scena Metal italiana, riferendosi all’Italia come Paese ‘senza speranze’ (e chi se la scorda quell’uscita! ndMF). Sono sincero, la critica è importante ma l’autocritica è indispensabile! L’Italia non è un paese di cultura ‘rock’. Negli ultimi decenni la dolce vita e il “belcanto” hanno proiettato lunghe ombre di dispotismo culturale: non vi è alcuna apertura (ma soprattutto interesse) verso le minoranze. Da un lato, sono contrario all’importazione ossessiva di qualsiasi trend anglosassone, all’esterofilia cieca, al rinnegare le proprie radici. Ma allo stesso tempo, percepisco un goffo tentativo di occultamento di qualsiasi forma di musica non conforme agli standard socialmente ‘accettabili’. Detto questo, per noi è fondamentale prendere a modello band straniere, non solo per la loro professionalità, ma soprattutto perché la loro musica è la fonte stessa della nostra ispirazione.

C’è un posto che vi manderebbe fuori di testa poterci suonare? E potendo, con quale gruppo vi piacerebbe dividere il palco?

Phanaeus: Ce ne sono di eventi mozzafiato ai quali parteciperemmo volentieri, ritenendoli dei contesti entusiasmanti, adatti al nostro progetto. I primi nomi che mi balenano in mente sono il “Midgardsblot Metalfestival” (un open air nello splendido parco nazionale di Borre, ad Horten, in Norvegia), il “Ragnard Rock Festival” (un enorme evento “pagan” francese, molto trasversale), etc. Per quanto riguarda le band con le quali saremmo onorati di poter condividere il palco, te ne cito solo un paio: Enslaved e Bolt Thrower, ovvero due tra le nostre maggiori influenze musicali.

Dal vivo siete una forza della natura, dal grande impatto scenico e dalla precisione strumentale invidiabile. C’è stato, però, un qualche momento diciamo imbarazzante, curioso o divertente che vi va di ricordare?

Phanaeus: Ti ringrazio per il tuo prezioso feedback, Fabrizio! Certo, di episodi divertenti ce ne sono a bizzeffe ma, considerando solo quelli raccontabili, se ne riduce drasticamente il numero, ahahah! Personalmente, potrei rivelarti un simpatico aneddoto legato all’esperienza che permise di conoscerci: il Fosch Fest nel luglio 2012. In quell’umida estate bergamasca, il mio colorito lunare-diafano fu messo a dura prova dall’esposizione solare, finendo vittima incauta di un’insolazione. Al termine della nostra esibizione, nel corso della restante manifestazione, supporter e conoscenti (ignari di ciò) venivano a congratularsi attraverso energiche e calorose – nel senso letterale del termine – pacche sulle spalle; inutile riportarti il mio pensiero/stato d’animo in quei momenti perché sarebbe censurabile, riduciamolo ad un eufemistico “odi et amo”!

Vinterblot live @ Mister Folk Fest

Pensi che la vostra zona di provenienza possa avervi penalizzato, oppure credi che la Puglia sia stata in qualche maniera fonte d’ispirazione per la band?

Phanaeus: Entrambi. Se ti dovessi parlare da un punto di vista maggiormente pragmatico, non ti nascondo che l’essere così “a Sud” è, a tratti, penalizzante. Un esempio? Spostarsi (anche solo al centro Italia, senza parlare di contesti internazionali) comporta costi notevoli, sia in termini economici che, soprattutto, di tempo; in alcuni frangenti siamo stati costretti a declinare alcune proposte. É tuttora impensabile l’idea di accettare offerte se non previo scrupoloso vaglio di tutte le possibilità. La nostra dimensione – di band underground – a volte non ci permette di poter conciliare in maniera semplice ed immediata le nostre vite private/professionali con questa grande e “romantica” passione! Da questo ne consegue, però, un aspetto estremamente positivo, il nerbo senza il quale probabilmente non saremmo qui a disquisire: la Tempra. Essa è forgiata sì dalle difficoltà, ma anche dal mordente stimolato dalla propria terra d’origine.

Avete mai pensato che vivendo in un’altra regione italiana, o in un altro paese europeo, la vostra musica avrebbe potuto avere una diffusione differente?

Vandrer: Costantemente! É innegabile il vantaggio geografico di una band che può costruire tour europeo… partendo dal centro dell’Europa stessa! Per non parlare della difficoltà nel cercare di evocare ‘sound gelidi’ nella bollente stagione estiva pugliese, ahah! Ma a tutto vi è un altro lato della medaglia: troviamo che l’Italia ed in particolare la nostra provincia di Bari ci abbia donato dei valori eccezionali. Anneghiamo eventuali malumori in focaccia e panzerotti! Aggiungo che siamo fieri di vivere in una delle migliori scene metal italiane in termini di frequentazione ed organizzazioni eventi. Una band esordiente ha necessità di frequentare dei concerti e confrontarsi con altri musicisti (e con il pubblico stesso!). Più folta e ricercata è la scena, maggiori sono le probabilità che un gruppo musicale possa evolversi. La provincia di Bari non ha poi molto da invidiare ad altre realtà europee, nel nostro piccolo, speriamo che la Puglia diventi in futuro un vero punto di riferimento nell’Europa meridionale.

Vi seguo fin dal primo passo ufficiale, ovvero l’EP For Asgard. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, e molte cose sono cambiate. Una sola, forse, è rimasta sempre la stessa, ovvero la qualità della musica, migliorata con il tempo e l’esperienza.

Vandrer: Fabrizio, ci fai arrossire, la tua non è nemmeno una domanda… non so come e cosa rispondere, ahah! Mettiamola così… abbiamo sempre vissuto le interviste con te con un sorriso sulla bocca, “ne è passata di acqua sotto i ponti” dalla nostra prima intervista assieme, anni fa, ma certe cose non cambiano: conversare con te è come parlare con un buon amico al pub!

Qualcosa è cambiato tra Nether Collapse e Reams Of The Untold. Si può semplificare con la parola “esperienza”, oppure credi che ci siano altri fatto importanti che hanno portato alla crescita della band?

Vandrer: La parola “inesperienza” è a mio avviso ancora più pertinente. Ogni passo in avanti compiuto è dovuto ad un’attenta analisi e studio degli errori precedenti! Realms Of The Untold ha avuto una turbolenta vita ‘segreta’, in ogni fase della sua creazione, dalla sua ideazione al suo rilascio. Ma è un piccolo traguardo al quale siamo affezionati, perché abbiamo osato spiegare le nostre ali. A quindici anni non è facile scegliere come impostare un progetto musicale, specie quando i propri gusti si evolvono di mese in mese. Ma via via che si acquisiscono gli strumenti per esprimersi musicalmente si evolvono le motivazioni stesse alla base del fare musica! Adesso, quasi dieci anni dopo la creazione dei Vinterblot, abbiamo le idee più chiare e non vediamo l’ora di condividere un nuovo atto del nostro percorso. Il prossimo Album è in cantiere e non siamo mai stati così orgogliosi della nostra musica.

L’evoluzione non è stata solo musicale: i testi con gli anni sono diventati introspettivi e talvolta li ho trovati criptici, pur partendo da un immaginario nordico e ben noto. Quanto lavorate su questo aspetto e quali sono le fonti d’ispirazione che vi portano a scrivere i testi?

Phanaeus: L’aspetto lirico e concettuale si intreccia indissolubilmente con quello musicale e compositivo, pari impegno, cura e dedizione! Testi, artwork e musica devono fondersi in un unico continuum. In verità, l’unico capitolo programmaticamente “nordico” risale al nostro primo ep./demo For Asgard, che reputo una sorta di tributo a quella terra e cultura così influente in termini di sound e genere di appartenenza, per i nostri esordi. In seguito, in modo del tutto inconscio e naturale, ho preferito indirizzare la mia scrittura su tematiche che potessero descrivere e concretizzare un universo più personale, esprimere la nostra identità senza possibilità di fraintendimenti. Concordo sulla tua scelta del termine “criptico”; probabilmente è la forma di scrittura a me più congeniale! Ritengo molto più stimolante disseminare nei testi indizi, tracce, segni e simboli, lasciando la possibilità all’ascoltatore -qualora lo voglia – di seguire un proprio percorso interpretativo e conoscitivo. Accattivare, cioè, la curiosità e coinvolgere la sensibilità esclusiva di coloro i quali dedicano ancora parte del proprio tempo alla lettura delle lyrics, alla dimensione immaginifica, allo scorgere i più svariati dettagli di una copertina, in un’epoca così caoticamente frenetica.

L’album Realms Of The Untold ha riscosso notevoli consensi da parte di critica e fan e il nome Vinterblot si è sicuramente rinforzato all’interno della scena metal. Come avete vissuto il post disco e come avete reagito alle tante recensioni positive?

Vandrer: Siamo lusingati dai feedback positivi e siamo grati per l’interesse via via crescente nei nostri confronti! Ammetto che è sempre un piacere ricevere una buona recensione, specie se (e solo se) questa è motivata da uno spirito autentico e da un ascolto approfondito. Ad ogni modo, viviamo positivamente qualsiasi critica, positiva o negativa; anzi, c’è sempre molto da imparare, dunque viviamo con serena curiosità la ricezione di ogni disco.

Realms Of The Untold è ormai “vecchio” di un anno e mezzo, mi domando quindi a cosa state lavorando e se potete dare qualche piccola anticipazione sui prossimi passi dei Vinterblot.

Phanaeus: Come potrai intuire, siamo alacremente al lavoro sulle nuove composizioni. Abbiamo una manciata di pezzi in fase di definizione ed una pletora di idee da far germogliare. D’accordo, cercherò di non eludere la domanda, ahahah! Rispetto al passato, i tre/quattro pezzi sino ad ora completati lasciano ben presagire degli scenari ancora più intensi e consapevoli. Sarà un lavoro che approfondirà maggiormente la dicotomia tra Luce ed “Ombre”…

Ragazzi, è sempre un piacere incontrarvi e scambiare due chiacchiere, grazie per la disponibilità e a presto!

Phanaeus: Piacere assolutamente reciproco. Ti ringraziamo per la chiacchierata, ai prossimi ettolitri d’idromele!

Vandrer: Alla prossima, un saluto ai lettori di Mister Folk!

La band al Viking Ship Museum di Oslo.

Vinterblot – Realms Of The Untold

Vinterblot – Realms Of The Untold

2016 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Phanaeus: voce – Vandrer: chitarra – Auros: chitarra – Eruner: basso – Wolf: batteria

Tracklist: 1. Evoked By Light – 2. Frostbitten – 3. Unveiling The Night’s Curtain – 4. The Summoning – 5. Vagrant Spirits In A Misty Rainfall – 6. …Of Woods And Omen – 7. Stone Carved Silence – 8. Throne Of Snakes – 9. Triumph Recalls My Name (bonus track)

VinterblotRealmsOfTheUntold

Il gelido vento del Nord non era così freddo e minaccioso da non si sa quanti anni. C’è stato un tempo in cui non si contavano le uscite discografiche qualitativamente eccellenti provenienti dalla Scandinavia, ma così come è nato, il gelido vento del Nord è quasi scomparso: tra band che si scioglievano o altre che cambiavano stile quasi rinnegando quanto fatto in passato, l’affilato alito di morte è stato dimenticato, o quasi. In verità qualche formazione è andata avanti per la propria strada, ma il sound e l’attitudine degli anni ’90 non hanno più attirato orde di metallari inferociti come in passato, e la scena è rimasta nell’oscurità, pur non disdegnando, di tanto in tanto, qualche piacevole colpo di scena.

Il nuovo lavoro dei pugliesi Vinterblot è un vero colpo al cuore (e al collo!): la creatura partorita dal quintetto italiano è spaventosa e al contempo ammaliante, in grado di far rivivere il glorioso passato con un approccio contemporaneo e personale. Le premesse, d’altronde, c’erano tutte: all’interessante demo For Asgard del 2010 è seguito il buon debutto Nether Collapse di due anni più tardi, lavori in grado di far conoscere la band anche oltre i confini nazionali e di gettare delle solide basi per l’eccellente Realms Of The Untold.

Tutto, in questo cd, è fatto in ottima maniera. La copertina, opera del noto Marco Hasmann (Flashgod Apocalypse, Faust ecc.), e il layout grafico di Saverio Giove (mente degli ottimi progetti Emyn Muil, Valtyr e Ymir) permettono all’ascoltatore di entrare immediatamente nel mood del disco, ma la prima grande nota positiva che balza all’orecchio – prima ancora di constatare la bontà delle composizioni – è senz’altro la divina produzione del guro Dan Swanö (Nightingale ed ex Bloodbath, al lavoro dietro la consolle per una quantità di gruppi da fare impressione). I suoni dei Vinterblot non sono mai stati così potenti, reali, cattivi e puliti (le registrazioni sono avvenute al Sun Keeper Studio e il Sudestudio per la batteria), gli strumenti sono mixati in maniera esemplare, la sezione ritmica colpisce sempre duro e le chitarre sono ottimamente risaltate dal lavoro alla consolle del musicista/engineer svedese. Infine, una doverosa menzione per i testi e il concept che riguarda la magia, l’alchimia e l’esoterismo: il disco è diviso in tre capitoli (Antimomy, Realgar e Onyx, tre minerali) da tre brani ciascuno, per un totale di nove composizioni, numero di completezza e compimento.

Le prime note di Evoked By Light, chitarre “melodiche” che si intrecciano con un aggressivo lavoro di batteria, introducono la profonda voce gutturale di Phanaeus. Non poteva esserci apertura più interessante di un manifesto sonoro e intellettuale come questo. Riff spacca collo, violenza sonora che lascia spazio e si alterna con suggestive partiture di ottime melodie e reminiscenze di alcuni grandi gruppi degli anni ’90 sono gli ingredienti di questi quarantuno minuti di death metal nordico che non soffre di momenti di stanca, tritando l’udito dell’ascoltatore per tutta la durata del platter. Il possente mid-tempo di Frostbitten sembra poter rivelare alcuni dei nomi di riferimento per i Vinterblot, ma la band è brava nel personalizzare anche le soluzioni meno originali. L’ottimo guitarwork – marchio di fabbrica della band pugliese – di Unveiling The Night’s Curtain caratterizza con successo il brano che alterna sfuriate aggressive con momenti meno brutali ma non per questo meno intensi. La suggestiva The Summoning sembra fatta apposta per essere suonata in concerto: tra repentini cambi di tempo e parti d’atmosferico terrore, è una killer song ideale per ogni live show. Vagrant Spirits In A Misty Rainfall suona inizialmente minacciosa quanto deliziosamente melodica quando le due asce si lasciano andare a suggestivi fraseggi dissectioniani; l’andatura del brano rimane comunque oscura fino al gustoso finale di tremolo picking, particolarmente ispirato. Le suggestive chitarre acustiche di …Of Woods And Omen fermano momentaneamente il massacro da parte dei Vinterblot, rendendo la successiva Stone Carved Silence ancora più feroce di quel che già normalmente suonerebbe: una composizione figlia dell’amore dei cinque musicisti per la grande musica scandinava della prima metà degli anni ’90, quando il death metal non era ancora stato imbastardito da ritornelli con voce pulita e soluzioni catchy di dubbio gusto. L’ottava traccia Throne Of Snakes è la più inquietante e pesante a livello di atmosfera di tutto l’opus: in questi tre minuti di durata l’ottimo cantato di Phanaeus e le trame delle sei corde, con l’instancabile sezione ritmica, composta da Eruner al basso e Wolf alla batteria, che lavora in maniera egregia, lasciano un senso di gradevole incompiuto; non a caso il finale è un semplice quanto etereo fadeout, soluzione può lasciare stupito l’ascoltatore, ma che si rivela particolarmente azzeccata. Realms Of The Untold finisce in maniera inaspettata, ma che può essere vista come una porta aperta per eventualmente proseguire il discorso musicale/lirico nel prossimo disco. La canzone Triumph Recalls My Name (originariamente pubblicata come singolo digitale nel marzo 2014) è la gradita bonus track, un imponente muro sonoro contro il quale è un grande piacere sbattere e sanguinare.

Realms Of The Untold è un lavoro di prima categoria: fosse uscito dalla Scandinavia o dalla terra d’Albione avrebbe probabilmente guadagnato le copertine dei più prestigiosi magazine del settore, invece i Vinterblot sono del profondo sud Italia e la strada per la gloria è di conseguenza più lunga, ma, data la caparbietà del quintetto e la musica di questo cd, tutt’altro che irraggiungibile. La musica, d’altra parte, è la sola cosa che realmente conta, e quella del quintetto di Bari è di eccellente qualità.