Forefather – Last Of The Line

Forefather – Last Of The Line

2011 – full-length – Seven Kingdoms

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wulfstan: voce, chitarra, basso – Athelstan: voce, chitarra, basso, tastiera

Tracklist: 1. Cometh The King – 2. Last Of The Line – 3. Chorus Of Steel – 4. By Thy Deeds – 5. Up High – 6. Wolves Of Prayer – 7. Wyrda Gesceaft – 8. Doomsday Dawns – 9. Shadows Of The Dead – 10. Spears Of Faith – 11. The Downfallen – 12. Into The Rising Sun

La meritocrazia anche in ambito musicale, purtroppo, spesso viene a mancare: ci sono formazioni che dopo un demo o un full-length di discreta qualità riescono ad attirare l’attenzione di importanti etichette discografiche, con tutto quel che ne consegue (pubblicità, tour, festival), mentre nel sottobosco rimangono nell’ombra gruppi che, nonostante il disinteresse di label potenti, vanno avanti per la propria strada, in maniera più che dignitosa e sfornando album di buon livello. Sicuramente i Forefather fanno parte della seconda categoria pocanzi descritta, essendo attivi dal 1997 e avendo una discografia composta in tutto da sette album tutti valutabili tra il buono e l’ottimo. I due membri della band, Wulfstan e Athelstan, sono fratelli e condividono, oltre alla passione per la musica metal, anche l’amore per la storia antica, in particolare quella legata alla loro terra d’origine, l’Inghilterra. Definiscono infatti i Forefather come “Anglo-Saxon metal”, trattando nei testi argomenti quali l’onore, la lealtà e, soprattutto, le radici della propria patria.

Last Of The Line arriva a tre anni di distanza dal precedente Steadfast, seguendo il cammino iniziato con il lontano Deep Into Time del 1999 e proseguito nei vari The Fighting Man, Engla Tocyme e Our Is The Kingdom, album che hanno visto maturare il sound, inizialmente un crudo viking metal chitarristicamente vicino al black, avente la particolarità del cantato quasi sempre clean. Con il passare dei dischi il suono dei Forefather si è fatto più personale, perdendo quasi completamente i riff estremi che caratterizzavano le vecchie composizioni a favore di un lavoro di sei corde più “maturo” e affine all’heavy metal. Anche la voce ha compiuto dei passi in avanti, suonando in maniera possente e profonda in clean, cruda e asciutta nei rari momenti di scream.

Il disco è composto da dodici canzoni per un totale di cinquantacinque minuti. La breve intro Cometh The King spiana la strada a Last Of The Line (entrambe dedicate ad Alfredo il Grande, re del Wessex), prima di una serie di canzoni di ottima fattura, dove le capacità in fase di songwriting dei fratelli inglesi vengono subito a galla: chitarre granitiche su di un tappeto di doppia cassa, melodie che evocano lontane civiltà e un senso di onore e rispetto che pregna ogni singolo secondo del platter. Le tracce sono cantate a volte unicamente con la voce pulita, altre solamente in scream (comunque non particolarmente aggressivo e facilmente comprensibile, sulla scia degli ultimi Rotting Christ per intenderci), ma la maggior parte delle composizioni vede l’efficace alternarsi dei due stili. I primi secondi di Up High ricordano certe atmosfere intangibili degli Anathema, prima che la canzone si trasformi in un mid-tempo dove la componente più importante è la voce: seria ed epica, profonda e rassicurante, sicuramente uno dei momenti meglio riusciti dell’intero album. Molto interessante è anche Wolves Of Prayer, dove i Forefather, tra un riff veloce e uno più ragionato, piazzano un’accelerazione di grande efficacia che non passa inosservata. Dopo la strumentale Wyrda Gescaeft, con Doomsday Dawns il duo inglese propone qualcosa di più ritmato, quasi folk in certi passaggi, tra il Falkenbach più spensierato e i Virgin Steel più epici. Molto belle le linee vocali di Shadows Of The Dead, in particolare quelle clean del ritornello, dove musicalmente si sfiora il power metal di fine anni ‘90. I Forefather tornano aggressivi in Spears Of Faith, tra intrecci chitarristici, riff black metal e break improvvisi. Ascoltando la canzone si ha l’impressione di tornare all’epoca del debutto Deep Into Time, tanto è il vigore della composizione, una brutalità che nel corso degli anni è andata quasi del tutto perduta, e che in un contesto possente e granitico come Last Of The Line rappresenta la mosca bianca, risaltando, oltre per la qualità, proprio perché caso unico. Si avvicina la conclusione del disco con The Downfallen, canzone che brilla per la bellezza del cantato, tanto emozionante quanto sincero. Le chitarre colpiscono di fioretto con il sostegno delle atmosfere sognanti create dalla tastiera. Into The Rising Sun è l’outro dell’album, quasi quattro minuti di buona epicità cinematografica che, pur non aggiungendo molto al valore del sesto lavoro dei Forefather, lo conclude con maestria.

A supporto delle canzoni ci sono la discreta ma valida copertina di Peter Takacs (del booklet se ne è occupato Athelstan) e la qualità del lavoro in studio: la registrazione è avvenuta nell’Hallowed Hall, mentre l’ottima produzione è merito dei due fratelli, abili al mixer tanto quanto con gli strumenti in mano.

Last Of The Line è un album che va assimilato con calma e attenzione, poiché migliora di ascolto in ascolto, fino a rapire l’attenzione grazie alla bellezza delle linee vocali, all’uso sapiente e maturo delle chitarre e, soprattutto, per via del songwriting qualitativamente al di sopra della media. I Forefather sono una cult band che merita maggiore attenzione da parte del pubblico: iniziare a scoprirli e conoscerli con Last Of The Line è un buon punto di partenza.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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