Infinitas – Civitas Interitus

Infinitas – Civitas Interitus

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea: voce – Selv: chitarra – Pauli: basso – Piri: batteria – Laura Kalchofner: flauto

Tracklist: 1. The Die Is Cast – 2. Alastor – 3. Samael – 4. Labartu – 5. Aku Aku – 6. Skylla – 7. Rudra – 8. Morrigan – 9. Amon – 10. A New Hope

Nel corso degli anni abbiamo ascoltato molte forme di folk metal diverse tra loro. Le influenze e le novità non sono certo mancate, e a volte è uscito fuori qualche gruppo particolarmente in gamba in grado di combinare due generi apparentemente distanti in maniera efficace. Un nome che si può fare come esempio è quello degli inglesi Northern Oak di Of Roots And Flesh, nel quale folk metal e progressive/dark vanno di pari passo. Oggi abbiamo nell’impianto stereo il lavoro degli svizzeri Infinitas, i quali propongono una strana quanto interessante miscela di folk e thrash metal. La band esordisce nel 2015 con l’EP Self-Destruction ma è con il presente Civitas Interitus che la personalità dei musicisti viene a galla.

Il consueto intro porta alla granitica Alastor, thrash song ’80 dal melodico bridge e l’ottimo ritornello durante il quale il violino si erge protagonista insieme alla versatile voce di Andrea, brava sia nelle parti più tirate che in quelle maggiormente melodiche. Sulle stesse coordinate stilistiche si muove Samael, altro brano che al riffing thrash metal alterna un chorus orecchiabile con gli strumenti tradizionali (il violino è suonato dall’ospite Hanna Landolt) a creare melodie vincenti. Gli oltre otto minuti di Labartu iniziano soft e solamente al minuto tre inizia a prendere la forma canzone; il brano è piuttosto debole e nulla ha che spartire con le chitarre quasi feroci dei brani precedenti. Lo strumentale Aku Aku porta un po’ di calma e dolcezza prima dell’heavy di Skylla: gli intrecci maideniani sono l’apice di una canzone nella media che, grazie al sapiente uso di trucchetti del mestiere, si rende simpatica fin dal primo ascolto. Si torna alla baldoria e all’ispirazione con Rudra, mid-tempo con violini e riff che ridanno al thrash americano d’annata. Morrigan è un altro pezzo ben riuscito, con il formidabile ritornello che si stampa in mente e non ti lascia più nemmeno disco terminato. Gli otto minuti di Amon possono sembrare un po’ ambiziosi, ma gli Infinitas se la cavano piuttosto bene, sempre con la classica miscela di thrash e folk: i cambi scorrono lisci che è una meraviglia, gli stacchi sono tutti indovinati e il ritornello è, come di consueto, veramente ben fatto. L’outro finale A New Hope è un delicato modo di chiudere Civitas Interitus, tra arpeggi di chitarra acustica e il suono dolce delle onde del mare. C’è spazio, comunque, per una ghost track che altri non è che una parte della terza traccia Samael.

Il booklet è veramente ben fatto: c’è la mappa (un po’ Il Signore Degli Anelli e un po’ La Mappa Del Malandrino di Harry Potter) per capire i luoghi raccontati nelle canzoni. Non mancano i testi, fondamentali per comprendere la storia di Infinitas Interitus, fatta di un re e gran parte del suo popolo che facevano sempre festa ubriacandosi fino a mattino, e una piccola parte della popolazione che invece lavorava sodo e faceva sacrifici alla luna. La registrazione è di alta qualità, tutti gli strumenti sono ben bilanciati e i suoni sono reali quanto tosti.

Civitas Interitus è un album interessante, ben realizzato con alcune canzoni veramente belle. Soffre di una lunghezza esagerata che fa calare l’attenzione dell’ascoltatore, attenzione che sarebbe stata maggiormente incentivata con uno o due brani in meno, ma nonostante ciò rimane un disco apprezzabile che dopo l’iniziale stupore si ascolta con grande piacere.

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