Intervista: INNO

Il videoclip di Pale Dead Sky mi stregò al punto da farmi immediatamente preordinare il disco: sapevo dell’esistenza di questa nuova band chiamata INNO formata da nomi noti della scena romana e sapevo che a breve sarebbe uscito il disco, null’altro. La visione del video mi emozionò tantissimo al punto di farmi acquistare il cd senza il bisogno di informarmi maggiormente. Da quel giorno il cd The Rain Under ha risuonato nella mia casa decine di volte, ogni volta svelando un particolare prima rimasto nell’ombra, un disco capace di coinvolgere l’ascoltatore ad ogni passaggio. Dal piacere dell’ascolto all’idea di intervistare la band il passo è stato breve: la cantante Elisabetta Marchetti e il bassista Marco Mastrobuono si sono mostrati subito interessati, rendendo possibile questa piacevole chiacchierata.

In molti vi hanno definito una “all star band” e anche se la definizione può essere valida a me viene da dire che siete degli amici che hanno deciso di suonare insieme. Come e quando Inno ha preso vita?

Marco: L’idea di mettere su il progetto INNO è esattamente quello che hai detto, amici che si conoscono da tantissimi anni e vogliono suonare insieme, nulla di più o nulla di meno. L’idea mi balenava in testa da parecchio e mentre ero in viaggio con gli Hour Of Penance per un concerto al nord Italia ne parlai con Giuseppe, che è il nostro fonico live. L’idea era appunto di creare qualcosa di diverso dai nostri precedenti progetti musicali con l’unico scopo di divertirsi e scrivere musica che ci piacesse.

Il disco The Rain Under è uscito da qualche mese, si possono tirare le prime somme?

Marco: Non è uscito nel periodo storico più fortunato per la musica, quello è sicuro, ma siamo rimasti estremamente soddisfatti della risposta da parte del pubblico, anche più grande delle aspettative. Avevamo iniziato a programmare concerti per quest’estate ma ovviamente causa pandemie mondiali è tutto saltato a data da destinarsi. Nel mentre non ci siamo persi d’animo e stiamo lavorando comunque a materiale da pubblicare a breve.

Sono una di quelle persone che ha preordinato il disco appena ha visto il bellissimo videoclip di Pale Dead Sky. Volete raccontarci qualcosa sulla canzone e sul videoclip girato da Martina L. McLean di Sanda Movies?

Elisabetta: Martina e tutto il suo staff sono dei grandi professionisti e hanno colto appieno l’atmosfera che volevamo trasmettere con quel video. È stata un’esperienza magnifica, sicuramente estenuante a causa delle bassissime temperature, avendolo girato il 22 dicembre, ma ne è valsa sicuramente la pena. La canzone parla di una delle peggiori malattie che affligge il mondo in questi tempi, la depressione, e ogni scena rappresenta le sue varie sfaccettature. La maggior parte delle riprese si sino svolte presso la caldara di Manziana, un posto veramente magnifico che avevamo scoperto durante le nostre foto promozionali scattate un anno prima.

Insieme al disco è arrivata un’illustrazione della cantante Elisabetta Marchetti. Il disegno è molto crudo e mostruoso, nasce forse da un incubo? Lo stile e la “brutalità” contrastano molto con l’eleganza della sua voce, quindi mi piacerebbe conoscere la storia che c’è dietro.

Elisabetta: Hai centrato in pieno l’obiettivo e le mie scelte stilistiche! Il disegno rappresenta un incubo e, come spesso accade nel mondo dei sogni, le immagini sono piene di contrasti e non esistono “regole” per le quali una persona, un oggetto o una sensazione debbano per forza rispettare il contesto in cui sono inserite. Ispirandomi agli anni ‘70 in cui gruppi rock, pop e proto-metal come Coven, David Bowie e Beatles, erano soliti associare testi con tematiche molto crude e d’impatto a musiche orecchiabili e decisamente sobrie, ho deciso di parlare di incubi mantenendo uno stile vocale prevalentemente non aggressivo, che andasse in contrasto con gli argomenti trattati

Musicalmente si possono riconoscere alcune delle vostre influenze (a me avete ricordato i VuuR in versione mediterranea), ma sono curioso di saperne di più sulle origini dei testi e sui concetti che volete far conoscere ai vostri ascoltatori.

Elisabetta: Innanzitutto ti ringrazio per il paragone: Anneke è una delle mie muse ispiratrici ed è grazie a lei e ai The Gathering che iniziai a cantare da ragazzina! Come anticipato nella precedente domanda, il disco rappresenta una sorta di diario personale in cui parlo principalmente dei miei incubi e di periodi molto bui della mia vita. Fin da giovanissima soffro di disturbi del sonno ed in particolar modo di paralisi notturne delle quali ho imparato a prendere nota su un taccuino sotto forma di frasi, racconti o disegni, decidendo poi con questa band, di trasformarle in un vero e proprio concept per il nostro primo album il cui titolo “The Rain Under” descrive con un gioco di parole (Rain-Reign) il mondo dei sogni. Un mondo nascosto e misterioso dove ricordi, fantasia e paure si mescolano in un’unica realtà.

Nella traccia Night Falls compare l’ospite Vittoria Nagni con il suo violino. Come siete entrati in contatto con la musicista e come mai avete poi stravolto il suono dello strumento fino a renderlo quasi irriconoscibile?

Marco: Ho conosciuto Vittoria quando è venuta nel mio studio a registrare alcune parti di un disco che stavo producendo alcuni anni fa, e mi ha colpito molto il suo sapersi adattare in maniera estremamente veloce ad arrangiamenti che sono lontani da strumenti classici. Avere un’apertura di mente così pronta in studio di registrazione, soprattutto se associata a strumenti classici è veramente un grande punto di forza, e avere questo talento nel disco è una cosa che ho immediatamente voluto quando l’ho sentita suonare. Non importa che il risultato finale sia qualcosa forse di non riconoscibile come un violino, l’unica cosa che conta è la canzone finita.

Parliamo della cover High Hopes dei Pink Floyd: mi è piaciuta moltissimo la vostra rivisitazione, senza la necessità di stravolgerla ma facendola comunque vostra. A chi è venuta l’idea di questa cover? I Pink Floyd andrebbero fatti studiare alla scuola dell’obbligo, ma è stata una sorpresa apprendere la presenza di un loro pezzo nel vostro cd invece che so, di un più prevedibile Anathema o The Gathering.

Elisabetta: Anche qui abbiamo deciso di trovare il modo di uscire un po’ fuori dalle righe. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che ha sempre amato la buona musica e credo di aver ascoltato i Pink Floyd da prima ancora che venissi al mondo! La fortuna è continuata: essendo anche gli altri ragazzi della band dei grandi estimatori del genere, non avevo dubbi che nel proporre questa canzone come cover avrei avuto risposte positive. Il pezzo si inserisce perfettamente (sia come musica che come stile) nel nostro disco ed è stata un’importante occasione per rendere omaggio ad una delle nostre band preferite, anche se fuori da un contesto metal

Come band in quale maniera avete vissuto il lockdown? Avete continuato a comporre “in solitaria” per poi sentirvi online oppure vi siete presi un periodo di riposo dopo la pubblicazione?

Marco: L’atmosfera depressiva del lockdown è stata sicuramente una grande ispirazione per alcuni prossimi riff. Scherzi a parte, abbiamo lavorato molto per prepararci al nostro primo e unico live streaming, che fortunatamente è stato un grande successo, quindi abbiamo provato moltissimo per preparare uno spettacolo che lasciasse un bel ricordo per tutti. Attualmente stiamo scrivendo più materiale possibile, ognuno un po’ per conto suo e a breve ci vedremo per selezionare qualcosa su cui poggiare le fondamenta di un prossimo disco.

Siete stati proprio sfortunati: il disco arriva nelle case e non potete portare in giro sui palchi la vostra musica. Credo che il danno sia non di poco, anche a livello personale il live dopo tanto tempo speso in sala prove e studio di registrazione è quasi “necessario”. Come vi state organizzando per il 2021? Farete qualcosa nei prossimi mesi, magari di intimo e acustico?

Marco: Per ora il primo esperimento del live streaming che abbiamo fatto a luglio e che potete ancora vedere su Youtube (lo trovate QUI, ndMF) è stato sicuramente un primo ottimo risultato. Purtroppo mettere su uno spettacolo di questo tipo ha dei costi molto elevati e ovviamente questo ci impedisce di poterne fare quanti vorremmo, ma almeno siamo riusciti a mettere questa prima pietra per far vedere al mondo che esistiamo.

Per il 2021 ci saranno concerti o state pensando a un nuovo disco/EP?

Marco: Entrambi. Abbiamo ricevuto alcune proposte molto interessanti per un paio di tour nel 2021 ma purtroppo ancora non abbiamo idea di come si evolverà la situazione mondiale. Purtroppo ci sono delle domande a cui ancora non possiamo darci delle risposte e come riprenderà la vita dei concerti nel mondo. Nel mentre l’unica cosa che possiamo fare è scrivere, registrare e far uscire materiale audio e video, e voglio preannunciarvi che a breve vedrete un altro nostro video online, molto, molto particolare.

Come sapete il mio è un sito dedicato al folk/viking metal. Qualcuno vede questa musica come metal con le zampogne, ma c’è qualche artista, magari tra quelli più “ricercati” tipo Enslaved ed Helheim che vi piacciono?

Marco: Beh partiamo con il presupposto che non ci sta nulla di male a fare metal con le zampogne, hanno fatto uscire cose assolutamente peggiori di questo nel panorama musicale mondiale, quindi ben vengano le zampogne. Per quanto riguarda il genere in particolare siamo persone che apprezzano moltissimo le sonorità folk “nordiche” e stiamo cercando di inserire influenze che virino anche in quella direzione, anche meno metal del previsto. Uno dei gruppi che stiamo ascoltando maggiormente di questo periodo sono i Wardruna…

Vi ringrazio per la disponibilità e rinnovo i complimenti per The Rain Under, mi è piaciuto un sacco e continuo ad ascoltarlo ancora oggi a distanza di mesi; potete aggiungere qualunque cosa, a presto!

Grazie mille per la disponibilità e per lo spazio, speriamo di vederci a breve appena si potrà tornare a suonare dal vivo!