Amon Amarth – Berserker

Amon Amarth – Berserker

2019 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Olavi Mikkonen: chitarra – Johan Söderberg: chitarra – Ted Lundstrom: basso – Jocke Wallgren: batteria

Tracklist: 1. Fafner’s Gold – 2. Crack The Sky – 3. Mjölner, Hammer Of Thor – 4. Shield Wall – 5. Valkyria – 6. Raven’s Flight – 7. Ironside – 8. The Berserker At Stamford Bridge – 9. When Once Again We Can Set Our Sails – 10. Skoll And Hati – 11. Wings Of Eagles – 12. Into The Dark

Quando si parla degli Amon Amarth si ha a che fare con la storia e i sentimenti, almeno per quel che mi riguarda. Era il lontano 1998 e un giovane appassionato di musica pesante scopre su Metal Shock, rivista cartacea all’epoca molto importante, un disco che gli cambierà la vita. In realtà si innamora della copertina, così prepotente e misteriosa, e di quello che, secondo il recensore, conteneva l’album: death metal con testi legati ai vichinghi. Quel disco è Once Sent From The Golden Hall, debutto degli Amon Amarth. La band svedese è quindi responsabile dell’avvicinamento al mondo scandinavo e vichingo del vostro Mister Folk, mica un merito da poco! Ma è anche vero che da quello strepitoso debutto sono passati ben ventuno anni e Johan Hegg e soci, da band che si esibiva in apertura a un tour che toccava l’Italia nello storico e indimenticato Babylonia di Biella, sono arrivati a calcare i maggiori festival europei come headliner in un’ascesa che forse nemmeno il più ottimista dei critici musicali avrebbe potuto immaginare.

L’undicesimo lavoro in studio della formazione svedese è senza ombra di dubbio il punto più basso nella carriera dei cinque vichinghi. Berserker è un album stanco, poco ispirato, pieno di filler (canzoni riempitive) e con pochi, pochissimi spunti vincenti. Eppure non è un disco brutto, né particolarmente noioso, ma ci vuol poco a paragonare i picchi della “seconda fase” degli Amon Amarth, ovvero Twilight Of The Thuner God e With Oden On Our Side, a Berseker e rendersi conto della pochezza di questa release. Tra riff scontati, canzoni prive di mordente e una pulizia del suono che quasi riesce a dar fastidio (!?), Berserker non è  comunque un brutto disco. Mikkonen e Söderberg sono troppo esperti per non tirar fuori dal cilindro quella manciata di brani che tra uno sbadiglio e l’altro ti entrano dentro fin dal primo ascolto e si viene assaliti dalla voglia di fare headbanging per tutto il tempo.

L’opener Fafner’s Gold è l’emblema di quello che è Berserker: prevedibile, ruffiano, tutto sommato godibile ma presto dimenticabile. Shield Wall ha una verve minacciosa e oscura che piace, così come il basso solitario (e lavoro di chitarra che segue) di Valkyria e non è male nemmeno il “lento” The Berserker At Stamford Bridge. Se c’è una canzone davvero ben fatta, quella è Ironside: quattro minuti e mezzo di death metal carico d’energia, ritmiche potenti e un break che ha motivo di esistere: un ascolto che fa male al cuore perché vuol dire che gli Amon Amarth, se solo lo vogliono, riescono ancora a spaccare i culi alla gente.

Berserker è troppo lungo (cinquantasette minuti) per quel che ha da dire, con tutte le caratteristiche che già sono state menzionate che non fanno bene all’ascolto, dall’inizio alla fine a dir poco prevedibile. Nonostante ciò in alcuni passaggi è anche piacevole, ma da un gruppo come gli Amon Amarth questo è davvero troppo poco. Senza scomodare pesanti paragoni, anche il discreto Surtur Rising vicino a Berserker fa un figurone. Che la band capitanata dal gigantesco Hegg abbia realmente finito la benzina? Continueranno gli Amon Amarth a proporre dischi mosci come questo, o c’è ancora speranza?

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Amon Amarth – Surtur Rising

Amon Amarth – Surtur Rising

2011 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Johan Söderberg: chitarra – Olavi Mikkonen: chitarra – Ted Lundström: basso – Fredrik Andersson: batteria

Tracklist: 1. War Of The Gods – 2. Töck’s Taunt – Loke’s Treachery Part III – 3. Destroyer Of The Universe – 4. Slaves Of Fear – 5. Live Without Regrets – 6. The Last Stand Of Frej – 7. For Victory Or Death – 8. Wrath Of The Norsemen – 9. A Beast Am I – 10. Doom Over Dead Man
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Cinquanta minuti di death metal scandinavo marchiato con il loro ormai classico stile, questo propongono gli Amon Amarth nel disco Surtur Rising, ottavo full-length per il quintetto vichingo.

Il combo di Stoccolma da qualche anno sembra aver trovato la propria direzione musicale mostrandosi intenzionato, ora più che mai, a proseguire senza deviazioni. Il rischio di fare la parte degli Ac/Dc del death metal svedese – cosa di per se non disdicevole, vista anche l’ottima compagnia che avrebbero – esiste: potreste convenire sul fatto che è meglio produrre album buoni ma simili tra di loro, piuttosto che buttarsi in riletture stile In Flames. Non sono un “evoluzionista” a tutti i costi, anzi, sono tendenzialmente un tradizionalista, ma qualche volta i gruppi tendono troppo a sedersi sugli allori – pur meritati – godendo dei frutti dell’aver seminato tanto negli anni precedenti. È quello che fanno gli Amon Amarth confezionando l’ennesimo buon album, curato e godibile sotto tutti gli aspetti, ma spento dal punto di vista emozionale. Le canzoni, in particolare nella prima metà del cd, sono quasi tutte accattivanti, i musicisti, in particolare il mai abbastanza lodato Fredrik Andersson, compiono il loro lavoro con umiltà e buon gusto, ma manca sempre qualcosa: a fine disco si può non avere la fame di premere nuovamente il tasto play. Gli ascolti, comunque, si susseguono nella speranza che qualcosa cambi, ma il risultato è sempre lo stesso: un buon album, assolutamente piacevole, ma con poca presa; decisamente inferiore, per fare un esempio, al massiccio Twilight Of The Thunder God.

Surtur Rising parte – come i precedenti lavori – con un brano veloce, War Of The Gods, dal chorus da urlare in concerto e i riff azzeccati per fare facilmente breccia nei cuori degli amanti delle sonorità epico/brutali. Töck’s Taunt è un mid-tempo possente, tragico nelle sonorità e nel growl viscerale del gigante Johan Hegg. In Destroyer Of The Universe i ritmi si fanno nuovamente indiavolati, i riff sono semplici ed efficaci anche nella parte centrale della canzone, dove i cinque vichinghi dimezzano la velocità in quello che è facile immaginare diverrà un momento di potente headbanging nei concerti, prima che l’assolo di Johan Söderberg e la ripetizione del ritornello sanciscano la fine del brano. Come prevedibile, dopo una canzone veloce, segue il mid tempo di Slaves Of Fear: mediocre, con strofe scialbe e un’inutile e forzata ricerca della melodia (vizio che i nostri si portano appresso da anni…) che non paga come si sperava nelle intenzioni. Si riparte a suon di doppia cassa e riff old style per Live Without Regrets, traccia estrema vicina alle origini musicali del gruppo: pur avendo più di una parte smaccatamente melodica, Live Without Regrets risulta essere una delle migliori composizioni degli Amon Amarth degli ultimi anni. Tutt’altra cosa è The Last Stand Of Frej, canzone cupa e lenta, molto doomy nell’incedere e simile per attitudine (e sbadigli che provoca) a Under The Northern Star del disco With Oden On Our Side. For Victory Or Death è un riempitivo che scorre senza lasciare segno per poi lanciarci in Wrath Of The Norsemen, dove la rabbia viene urlata dal growl cavernoso dal frontman su una base compatta creata dai riff dei due chitarristi Mikkonen e Söderberg, come sempre bravissimi ad alternare note al fulmicotone con parti al limite del lugubre. Decisamente anni ’90 alcuni soluzioni di A Beast Am I: veloce, diretta, brutale; questi sono gli Amon Amarth più feroci! Ultima canzone di Surtur Rising è Doom Over Dead Man, ennesimo episodio lento e (troppo?) melodico. Non che sia una composizione non riuscita, ma la prima parte è soporifera mentre dopo tre minuti il ritmo aumenta un pochino senza però portare con sé un minimo d’ispirazione. Si conclude in questo modo un album che con un paio di tagli sarebbe risultato maggiormente godibile e più snello, evitando forse qualche sbadiglio che, considerando il nome stampato sul cd, non ci si aspetta.

La produzione compie un passo in avanti dopo quella già più che buona di Twilight Of The Thunder God, che a sua volta era un mix efficace tra la grezzissima e sporca di Fate Of Norns e quella patinata di With Oden On Our Side. Surtur Rising suona 100% swedish, gli strumenti sono ben miscelati e la sezione ritmica composta dagli ordinati Andersson e Lundström, rispettivamente batteria e basso, perfettamente udibile. I testi parlano, come al solito, di mitologia norrena, in particolare di Surtur, gigante del Fuoco, e delle sue epiche vicende. Le linee vocali di Johan Hegg sono particolarmente curate e studiate, ne è esempio la volontà di creare rime su rime al fine di dare maggiore melodia al growl. Il tedesco Thomas Ewerhard si è occupato del bell’artwork: ormai un collaboratore fisso della band di Hegg in quanto dal 1999, era The Avenger, cura  l’aspetto grafico dei cd e dvd.

Surtur Rising suona esattamente come un qualunque fan – o semplice conoscitore – degli Amon Amarth si aspetterebbe. Ancora prima di avere l’album nello stereo si conoscono nota per nota la struttura delle canzoni, i momenti dei cambi di tempo e gli assoli di chitarra: gli Amon Amarth sono decisamente prevedibili, il che non è necessariamente negativo, dipende unicamente dalla qualità delle canzoni. Imprevedibile, invece, è la scelta della cover da utilizzare come bonus track: Aerials dei System Of A Down. Il brano lascia a bocca aperta dalla sorpresa, ma l’esecuzione è molto efficace e gli ultimi cinquanta secondi della lirica sono da manuale. Peccato che questi tre minuti e mezzo siano gli unici dove gli Amon Amarth decidano di osare di più.

Confronti con il passato meglio non farne: Surtur Rising è un amore passeggero, un’infatuazione che, per quanto piacevole al momento non è destinata a lasciare emozioni negli anni a venire. Once Sent From The Golden Hall, capolavoro del 1998, è invece Amore vero, con la A maiuscola. Di quelli che si provano una sola volta nella vita e che rimangono impressi in eterno sulla pelle, come una cicatrice procuratasi sul campo di battaglia.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.