Balt Hüttar – Trinkh Met Miar

Balt Hüttar – Trinkh Met Miar

2018 – full-length – Areasonica Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jonathan Pablo Berretta: voce, tin whistle – Mattia Pivotto: chitarra, bouzouki irlandese, tin e low whistle, bodhran, voce – Nicola Pavan: basso – Federico Rebeschini Sambugaro: batteria – Ilaria Vellar: organetto, fisarmonica, voce

Tracklist: 1. Liid Dar Tzimbarn – 2. Dating A Witch – 3. Trink Bain, Trink – 4. Another Drinking Song – 5. Bar Zeinan Noch Hia – 6. Tzimbar Baip – 7. Tantzasto Met Miar – 8. Tzimbar Tantze – 9. Living Fast – 10. Maine Liibe Perg – 11. Khriighenacht Boarspill – 12. Khriighenacht – 13. Bill Kheeran Dar Balt

I Balt Hüttar sono una nuova realtà che si affaccia sulla scena folk metal italiana. In verità la band veneta ha esordito nel 2014 con il demo Tzimbar Tanze, ma è con questo full-length dal titolo Trinkh Met Miar (“Bevi con me” in cimbro) che il nome del gruppo inizia a circolare tra addetti ai lavori e pubblico. L’amore dei musicisti per la propria terra è palese e nelle tredici tracce dell’album c’è spazio per il folklore popolare, le storie del popolo cimbro e per le vicende che hanno segnato l’Altopiano di Asiago. Fin dai primi ascolti è possibile rendersi conto delle genuinità dei ragazzi, è chiaro che sono spinti da una sana passione per il genere e che a suonare si divertono non poco. Ci sono dei momenti molto intensi e ben fatti, altri dove viene dato spazio all’aspetto più godereccio del folk metal, così come ci sono dei passaggi che mettono in mostra le potenzialità del gruppo non pienamente espresse. Essendo Trinkh Met Miar un esordio, come spesso capita, sono presenti anche dei brani meno ispirati o che forse potrebbero rendere meglio con alcuni dettagli maggiormente curati, ma sono “errori” di gioventù che con il passare del tempo (e dei concerti) verranno sistemati dai musicisti.

I quarantanove minuti di Trinkh Met Miar sono divisi in tredici tracce, comprese intro in cimbro e intermezzo a circa metà disco. Le canzoni sono ben fatte e accattivanti salvo un paio di composizioni sottotono che allungano il disco senza particolari spunti. Tra i brani più suggestivi vanno sicuramente menzionati Dating A Witch, folk metal diretto che si sviluppa con personalità nella seconda parte, il divertente Trink Bain, Trink, brano movimentato sulla linea di quanto fatto dagli emiliani Kalevala hms e sicuramente un pezzo che dal vivo coinvolgerà anche il più pigro degli spettatori. Su coordinate simili si muove Another Drinking Song, simpatica quanto immediata anche grazie all’ottimo lavoro degli strumenti folk, mentre qualcosa di diverso è possibile ascoltare nelle convincenti Tzimbar Baip, cantata da Ilaria Vellar, e Tantzasto Met Miar (un invito a ballare da parte del cavaliere alla sua dama) che vede alla prova per la prima volta il duetto Berretta/Vellar con buoni risultati. I cantanti dei Balt Hüttar alternano inglese, cimbro e italiano, ma sono i testi in quest’ultima lingua che dovrebbero essere curati maggiormente per evitare risultati non all’altezza della musica come nel caso di Bar Zeinan Noch Hia e in parte Khriighenacht. La chiusura è affidata alle delicate note di Bill Kheeran Dar Balt: non potrebbe esserci conclusione migliore.

Trinkh Met Miar è un lavoro fatto con il cuore in grado di far divertire ed emozionare più di una volta. Alcuni passaggi (soprattutto vocali) sono da rivedere e rendere più personali e maturi, ma i Balt Hüttar (“Guardiani del bosco” il significato del nome) mostrano con questa release la voglia e la capacità di raccontare storie magari semplici ma importanti: il risultato è discreto, dei momenti sottotono ne faranno esperienza e il prossimo disco sarà sicuramente un passo in avanti per la band.

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Malpaga Folk & Metal Fest: presentazione del festival

Il Malpaga Folk & Metal Fest 2018 è alle porte, si poteva non parlare del miglior festival folk metal in Italia?

Senza girarci intorno: il Malpaga Folk & Metal Fest è senza ombra di dubbio il miglior evento folk metal in Italia e uno dei migliori per quel che riguarda l’Europa. Nato nel 2013 in una data unica e con un bill tutto italiano (Kalevala hms, Ulvedharr, Vallorch e Anthologies), il festival è migliorato ogni anno per quel riguarda varietà musicale e organizzazione, riuscendo sempre a mantenere l’ingresso gratuito. Il Malpaga Folk & Metal Fest non è un semplice festival musicale, ma un’occasione per incontrare e conoscere nuove persone e amici virtuali, il tutto in uno scenario spettacolare – il castello di Malpaga – e in un ambiente sempre amichevole. Sul palco del Malpaga sono salite molte delle più interessanti realtà musicali di questi anni, sia nazionali che estere (Týr, Mael Mòrdha, Dalradia, Elvenking, Furor Gallico, An Theos, Gotland, Diabula Rasa, Kanseil, Arcana Opera per fare qualche nome), dando sempre spazio alle giovani realtà underground di esibirsi su un palco di tutto rispetto in un ambito professionale.

Negli anni il Malpaga Folk & Metal Fest è cresciuto sotto tutti gli aspetti, partendo da una semplice serata fino ad arrivare a tre giorni con eventi extra musicali di tutto rispetto (visita in notturna del bel castello), ma quello che stupisce sta nell’ingresso gratuito nonostante l’imponente numero di persone impegnate a lavorare e ai costi del gruppi, soprattutto quelli stranieri. L’unica novità sta nel versare la quota di 10 euro per il campeggio di tre giorni, ma l’organizzazione, quasi a scusarsi, offrirà una birra ai campeggiatori. Chi organizza il Malpaga Folk & Metal Fest (a tal riguardo vi consiglio di leggere l’intervista fatta poche settimane fa a Richard Milella) vuole bene agli spettatori, non c’è altra spiegazione.

MALPAGA FOLK & METAL FEST 2018:

Il Malpaga Folk & Metal Fest si svolgerà da venerdì 27 a domenica 29 luglio, una tre giorni ricca di ottima musica e con gruppi a dir poco interessanti sul palco, un mix di giovani realtà e nomi storici che farà la gioia di tutti gli appassionati di queste sonorità.

Si inizia il venerdì con i lombardi Atlas Pain e il loro extreme folk metal – chiamato dalla band “cinematic metal” -, protagonista sul palco sarà l’ultima produzione What The Oak Left, uscito nel 2017 per la Scarlet Records. Dopo di loro toccherà ai torinesi Wolfsinger, autori nel 2016 del disco Living With The Inner Beast, un concentrato di heavy metal classico di grande impatto. La terza band a calcare il palco sarà quella degli Holy Shire, autori di un power symphonic di grande presa, con il sigillo sulla serata che sarà messo dagli irlandesi Cruachan, nome storico del folk metal e creatori del genere insieme a Skyclad e Storm. La band di Dublino, guidata da Keith Fay e con otto dischi in carriera, arriva in Italia dopo la pubblicazione la scorsa primavera dell’ottimo Nine Years Of Blood per la Trollzorn Records, degno successore di Blood For The Blood God uscito nel 2014.

Il sabato parte in quarta con il folk metal divertente degli anconetani Haegen, band che esprime tutto il proprio potenziale on stage suonando i pezzi di Immortal Lands (Hellbones Records) coinvolgendo anche l’ultimo e più distratto spettatore. Il folk metal “caciarone” la fa da padrone con gli orchi Blodiga Skald, formazione romana che ha stupito in positivo con Ruhn e reduce da tour e date nell’Est Europa. Dopo gli orchi si passa ai nani, ovvero ai Wind Rose e al loro “dwarven metal”, ben rappresentato dal roccioso Stonehymn: la formazione toscana ha grande esperienza live e sul palco sono dei veri guerrieri. La serata verrà chiusa da un headliner proveniente dalle lontane Isole Fær Øer: per gli Hamradun, guidati alla voce da Pól Arni Holm (QUI l’intervista), ex frontman dei Týr, è la prima volta in Italia. Il gruppo ha pubblicato nel 2015 il disco omonimo, un ottimo mix di metal/rock e musica popolare.

L’ultimo giorno del festival vedrà esibirsi per primi i giovani Balt Hüttar, da poco sul mercato con il disco Trinkh Met Miar: il loro folk metal dalle tinte cimbre è ottimo per iniziare la serata. Gli esperti Kalevala hms sono una garanzia per qualità e intrattenimento: nonostante siano sei anni che non pubblicano un disco d’inediti, la formazione di Parma è costantemente impegnata in concerti e festival con il suo folk rock sanguigno. Con gli Atavicus si cambia completamente sonorità, infatti gli abruzzesi sono delle macchine da guerra e per l’occasione presenteranno il singolo Safimin, anteprima del full-length Di Eroica Stirpe in uscita dopo l’estate. Ultimo gruppo del Malpaga Folk & Metal Fest 2018 saranno gli Acus Vacuum provenienti dal Belgio. Il folk medievale dalla band farà saltare e ballare tutti gli spettatori, di questo si può stare certi!

Manca un giorno all’inizio del Malpaga Folk & Metal Fest 2018 e c’è una sola cosa da fare: salire in macchina e andare a divertirsi a uno dei festival migliori in circolazione ascoltando tanta buona musica!

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

2018 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Ragnarok – 2. My Mother Earth – 3. Like Your Son – 4. For My God

Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: Thor, lavoro uscito solamente diciotto mesi fa, effettivamente, rappresentava la svolta definitiva dei Bloodshed Walhalla, passati da un sound pesantemente influenzato dai Bathory a un viking metal più personale e dinamico, pur non lesinando attestati d’amore verso il lavoro di Quorthon all’interno delle canzoni. Se Thor rappresenta quindi il cd della svolta, questo Ragnarok – uscito per la romana Hellbones Records – è un coraggioso passo in avanti in direzione epicità e sfrontatezza. Drakhen, ovvero la persona dietro al progetto lucano, non ha badato alle “leggi non scritte” della musica e ha confezionato un disco composto solamente da quattro tracce, ma dalla durata complessiva di sessantasei minuti, con il brano conclusivo For My God che sfiora la mezz’ora. Non si tratta di sperimentazione o estremismo forzato, ma semplicemente della necessità del musicista per esprimere al meglio le proprie idee. E che idee. Ragnarok è un disco impressionante per il lavoro svolto e la cura dei dettagli. In pochissimo tempo Drakhen ha realizzato un macigno musicale e gli ha dato vita attraverso le sette note, riuscendo nell’impresa di far emozionare l’ascoltatore e non farlo mai sfiorare dalla noia con idee già sentite o, peggio ancora, scontate. La passione per i Bathory più fieri e nordici è sempre lì, a testimoniare quale sia l’idolo musicale che ha spinto Drakhen a imbracciare la chitarra e incidere dischi, ma sono le “nuove” influenze, unite alla personalità e al coraggio del polistrumentista di Matera, a far fare il salto di qualità all’intero progetto. Così, oltre ai Bathory, per rendere meglio l’idea a chi non ha ascoltato una sola nota del cd, si possono fare i nomi di Moonsorrow e Falkenbach, con i Turisas per quel che riguarda la componente orchestrale delle canzoni. Ma è il mettere insieme queste sfaccettature e creare il sound dei Bloodshed Walhalla che fa di Drakhen un grande musicista. Senza ombra di dubbio si può dire che i Bloodhsed Walhalla hanno sviluppato un suono proprio, virile ed epico, che non teme il confronto con le realtà straniere e che probabilmente, se la provenienza geografica fosse stata di qualche migliaio di chilometri più a nord, staremmo parlando di un progetto musicale esaltato dai magazine di tutto il mondo.

Ragnarok, come detto, è un disco composto da sole quattro canzoni, ma ascoltando il cd si riesce a viaggiare insieme alle parole dei testi, vivere le emozionanti avventure e spaventose situazioni che s’incontrano man mano che il minutaggio avanza. La musica, di conseguenza, cambia a seconda delle storie cantate da Drakhen – mai così a suo agio con clean e harsh – e si passa tranquillamente da momenti tirati e urlati ad altri più sognanti e ariosi. Fin dall’opener title-track si capisce l’importanza delle orchestrazioni per il risultato finale e qui bisogna dare merito a Drakhen per aver saputo inserire nella propria musica qualche novità e stili nuovi: se per Thor era l’hammond, per Ragnarok è il sublime lavoro delle orchestrazioni che per gusto ed enfasi rimanda ai migliori Turisas (quelli di The Varangian Way), ai Moonsorrow meno oscuri e, perché no, a certi Finntroll più black oriented. Ma non si commetta l’errore di pensare che Ragnarok sia un lavoro sinfonico e poco metallico, perché se ci sono due cose che in questi sessantasei minuti non mancano, quelle sono le chitarre tritariff e la batteria che picchia duro per l’intera durata del cd. Quel che rende Ragnarok il gran cd che è, sta proprio nell’equilibrio tra viking metal old style e tastiere, tra – se vogliamo – sacro e profano. Tutto gira alla perfezione, non ci sono intoppi o momenti di fiacca, e anche chi predilige le “classiche” canzoni da pochi minuti non può non rimanere ammaliato ascoltando l’epica My Mother Earth e l’energica Like Your Son. La solenne For My God, con i suoi ventotto minuti, chiude in maniera eccellente il disco: una marcia infinita verso la gloria della Valhalla a suon di cori, riff epici e doppia cassa che colpisce con la stessa potenza di Mjöllnir, il martello di Thor.

Ragnarok è il capolavoro dei Bloodshed Walhalla, un disco che merita di uscire dalla nicchia di ascoltatori del viking metal perché ha le potenzialità per fare breccia nel cuore degli amanti dell’heavy metal epico e di quelli che apprezzano il metal grintoso e suonato con il cuore al di là di ogni etichetta e genere. Ragnarok ha le carte in regola per sbancare all’estero e per uscire vincitore dallo scontro con i dischi di band affermate a livello internazionale. Ora sta solo al pubblico acquistare questo cd ed entrare a far parte dell’esercito dei Bloodshed Walhalla: con Drakhen alla guida si è destinati alla gloria.

Live Report: The Dublin Legends a Roma

CITY OF ROME CELTIC FESTIVAL

The Dublin Legends + Mortimer McGrave + Hurry Up! + LyraDanz

11 luglio 2018, Parco Schuster, Roma

Dopo ben 30 anni di attesa, i The Dubliners sono finalmente tornati a suonare in Italia. La band si chiama ora The Dublin Legends e i musicisti sono in gran parte cambiati, ma l’essenza e l’amore per l’irish folk sono sempre gli stessi. Grazie al lavoro di Musica Celtica Italia, i The Dublin Legends sono stati l’apice del City Of Rome Celtic Festival (la prima edizione risale al 2014 e potete leggere il report QUI), evento che ha visto esibirsi sul palco del Parco Schuster – location molto gradevole, verde e adatta a tutte le età, con il solo prezzo delle birre da correggere per le prossime edizioni – quattro band e la scuola di danza irlandese/scozzese Rois. A contorno della musica una serie di botteghe artigianali a tema e l’accampamento storico dei Fortebraccio Veregrense con i vari rievocatori ad interagire con il pubblico prima e dopo l’esibizione di scherma storica che ha incuriosito molte persone.

I primi a salire sul palco sono stati LyraDanz capitanati dalla soave voce di Caterina Sangineto: il loro balfolk elegante colpisce fin dal primo ascolto e dispiace aver assistito a un concerto dalla breve durata di circa mezz’ora. Tra le canzoni proposte una menzione speciale la merita I Tram Di Milano, dall’atmosfera malinconica e sognante: sicuramente una band che ha guadagnato nuovi fan e che vale la pena di vedere ancora dal vivo. Con gli Hurry Up! si cambia musica, si va sulla strumentale e le atmosfere si fanno irish e celtiche. Il pubblico – comunque ancora timido – inizia ad avvicinarsi al palco e la band riesce a far smuovere e ballare gli spettatori. Anche per loro vale lo stesso discorso dei LyraDanz: i ragazzi ci sanno fare e meritano di essere visti nuovamente dal vivo, sperando in un set più lungo. I Mortimer McGrave, terzi in ordine di scaletta, non vanno per il sottile: esperienza e un modo di comunicare con la platea diretto e divertente, con il bonus di canzoni che in concerto rendono al 200%, non fanno altro che scaldare ulteriormente l’ambiente con uno show tra sacro e profano, musica folk suonata con perizia ma anche – o soprattutto? – col sorriso sulle labbra. Tra tutti i brani spicca sicuramente Sotto La Quinta Non È Amore, cantata nel ritornello anche dal pubblico tra sghignazzi e divertimento. I Mortimer McGrave sono da sempre una certezza, con loro sul palco si assiste a uno spettacolo completo che in pochi sono in grado di regalare al pubblico.

Il piatto forte della serata, lo sappiamo, sono i quattro irlandesi dal nome che dice tutto: The Dublin Legends. In giro tra pub e palcoscenici internazionali, il gruppo di Dublino è un vero e proprio monumento vivente della musica dell’Isola di Smeraldo, essendo in giro col nome The Dubliners dal lontanissimo 1962. Il quartetto capitanato dall’arzillo quasi 78enne Seán Cannon ha proposto come setlist un vero e proprio greatest hits, cosa inevitabile considerando i decenni trascorsi dalla loro ultima tappa italiana. Dirty Old Town, Leaving Of Liverpool, Spanish Lady e The Galway Races sono brani immortali in grado di far cantare e commuovere tutti quanti, ma non sono mancati momenti particolarmente toccanti come Fáinne Geal An Lae (brano cantato in gaelico) e la conclusiva Molly Malone, canzone che ha strappato più di una lacrima ai presenti. Nel mezzo una manciata di canzoni da cantare a pieni polmoni: Seven Drunken Nights, Whiskey In The Jar, Wild Rover e Black Velvet Band sono pezzi immortali che da soli valgono il prezzo del biglietto. Paul Watchorn, Gerry O’Connor (il quale si è esibito in un gustoso assolo di banjo), Shay Kavanagh e Seán Cannon sul palco si divertono a suonare e rimangono piacevolmente sorpresi quando il pubblico canta i ritornelli o le canzoni più famose. Il City Of Rome Celtic Festival si trasforma con loro sul palco in una grande festa di appassionati di musica folk e nostalgici dell’Irlanda (non si contavano le maglie verdi con il trifoglio sul petto). Il tempo passa velocemente e dopo le note conclusive di Molly Malone i The Dublin Legends lo promettono: Italia, ci vediamo l’anno prossimo!

Con una promessa del genere salutiamo il festival – organizzato veramente bene, per il dopo show è previsto anche il set celtic di DJ Skillahar – ci si può allontanare dal Parco Schuster con il sorriso sulle labbra, noi l’anno prossimo ci saremo!

Forefather – Last Of The Line

Forefather – Last Of The Line

2011 – full-length – Seven Kingdoms

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wulfstan: voce, chitarra, basso – Athelstan: voce, chitarra, basso, tastiera

Tracklist: 1. Cometh The King – 2. Last Of The Line – 3. Chorus Of Steel – 4. By Thy Deeds – 5. Up High – 6. Wolves Of Prayer – 7. Wyrda Gesceaft – 8. Doomsday Dawns – 9. Shadows Of The Dead – 10. Spears Of Faith – 11. The Downfallen – 12. Into The Rising Sun

La meritocrazia anche in ambito musicale, purtroppo, spesso viene a mancare: ci sono formazioni che dopo un demo o un full-length di discreta qualità riescono ad attirare l’attenzione di importanti etichette discografiche, con tutto quel che ne consegue (pubblicità, tour, festival), mentre nel sottobosco rimangono nell’ombra gruppi che, nonostante il disinteresse di label potenti, vanno avanti per la propria strada, in maniera più che dignitosa e sfornando album di buon livello. Sicuramente i Forefather fanno parte della seconda categoria pocanzi descritta, essendo attivi dal 1997 e avendo una discografia composta in tutto da sette album tutti valutabili tra il buono e l’ottimo. I due membri della band, Wulfstan e Athelstan, sono fratelli e condividono, oltre alla passione per la musica metal, anche l’amore per la storia antica, in particolare quella legata alla loro terra d’origine, l’Inghilterra. Definiscono infatti i Forefather come “Anglo-Saxon metal”, trattando nei testi argomenti quali l’onore, la lealtà e, soprattutto, le radici della propria patria.

Last Of The Line arriva a tre anni di distanza dal precedente Steadfast, seguendo il cammino iniziato con il lontano Deep Into Time del 1999 e proseguito nei vari The Fighting Man, Engla Tocyme e Our Is The Kingdom, album che hanno visto maturare il sound, inizialmente un crudo viking metal chitarristicamente vicino al black, avente la particolarità del cantato quasi sempre clean. Con il passare dei dischi il suono dei Forefather si è fatto più personale, perdendo quasi completamente i riff estremi che caratterizzavano le vecchie composizioni a favore di un lavoro di sei corde più “maturo” e affine all’heavy metal. Anche la voce ha compiuto dei passi in avanti, suonando in maniera possente e profonda in clean, cruda e asciutta nei rari momenti di scream.

Il disco è composto da dodici canzoni per un totale di cinquantacinque minuti. La breve intro Cometh The King spiana la strada a Last Of The Line (entrambe dedicate ad Alfredo il Grande, re del Wessex), prima di una serie di canzoni di ottima fattura, dove le capacità in fase di songwriting dei fratelli inglesi vengono subito a galla: chitarre granitiche su di un tappeto di doppia cassa, melodie che evocano lontane civiltà e un senso di onore e rispetto che pregna ogni singolo secondo del platter. Le tracce sono cantate a volte unicamente con la voce pulita, altre solamente in scream (comunque non particolarmente aggressivo e facilmente comprensibile, sulla scia degli ultimi Rotting Christ per intenderci), ma la maggior parte delle composizioni vede l’efficace alternarsi dei due stili. I primi secondi di Up High ricordano certe atmosfere intangibili degli Anathema, prima che la canzone si trasformi in un mid-tempo dove la componente più importante è la voce: seria ed epica, profonda e rassicurante, sicuramente uno dei momenti meglio riusciti dell’intero album. Molto interessante è anche Wolves Of Prayer, dove i Forefather, tra un riff veloce e uno più ragionato, piazzano un’accelerazione di grande efficacia che non passa inosservata. Dopo la strumentale Wyrda Gescaeft, con Doomsday Dawns il duo inglese propone qualcosa di più ritmato, quasi folk in certi passaggi, tra il Falkenbach più spensierato e i Virgin Steel più epici. Molto belle le linee vocali di Shadows Of The Dead, in particolare quelle clean del ritornello, dove musicalmente si sfiora il power metal di fine anni ‘90. I Forefather tornano aggressivi in Spears Of Faith, tra intrecci chitarristici, riff black metal e break improvvisi. Ascoltando la canzone si ha l’impressione di tornare all’epoca del debutto Deep Into Time, tanto è il vigore della composizione, una brutalità che nel corso degli anni è andata quasi del tutto perduta, e che in un contesto possente e granitico come Last Of The Line rappresenta la mosca bianca, risaltando, oltre per la qualità, proprio perché caso unico. Si avvicina la conclusione del disco con The Downfallen, canzone che brilla per la bellezza del cantato, tanto emozionante quanto sincero. Le chitarre colpiscono di fioretto con il sostegno delle atmosfere sognanti create dalla tastiera. Into The Rising Sun è l’outro dell’album, quasi quattro minuti di buona epicità cinematografica che, pur non aggiungendo molto al valore del sesto lavoro dei Forefather, lo conclude con maestria.

A supporto delle canzoni ci sono la discreta ma valida copertina di Peter Takacs (del booklet se ne è occupato Athelstan) e la qualità del lavoro in studio: la registrazione è avvenuta nell’Hallowed Hall, mentre l’ottima produzione è merito dei due fratelli, abili al mixer tanto quanto con gli strumenti in mano.

Last Of The Line è un album che va assimilato con calma e attenzione, poiché migliora di ascolto in ascolto, fino a rapire l’attenzione grazie alla bellezza delle linee vocali, all’uso sapiente e maturo delle chitarre e, soprattutto, per via del songwriting qualitativamente al di sopra della media. I Forefather sono una cult band che merita maggiore attenzione da parte del pubblico: iniziare a scoprirli e conoscerli con Last Of The Line è un buon punto di partenza.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Ivar Bjørnson & Einar Selvik – Hugsjá

Ivar Bjørnson & Einar Selvik – Hugsjá

2018 – full-length – ByNorse

VOTO: CAPOLAVORO – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, taglharpa, corno, flauto, percussioni – Ivar Bjørnsons: chitarra, effetti digitali

Tracklist: 1. Hugsjá – 2. WulthuR – 3. Ni Døtre Av Hav – 4. Ni Mødre Av Sol – 5. Fornjot – 6. Nattseglar – 7. Nytt Land – 8. Nordvegen – 9. Utsyn – 10. Oska – 11. Um Heilage Fjell

Quello tra Ivar Bjørnson (Enslaved) ed Einar Selvik (Wardruna) è un sodalizio che funziona alla perfezione. Era stato dimostrato con il primo capitolo della collaborazione, quel Skuggsjá a dir poco mostruoso considerando che si tratta di un debutto, e viene ribadito con il nuovo lavoro Hugsjá, anche questo licenziato dalla ByNorse.

La storia è piena di “all star band” che non hanno portato nulla al panorama musicale se non una manciata di dischi gradevoli o poco più, qui, invece, si parla di album straordinari, innovatori in una scena che rischia di rimanere impantanata nella sua ripetitività. Non era facile immaginarlo un paio di anni fa: due musicisti di spessore e di successo, abituati a dirigere i lavori nelle rispettive band, rinchiusi sotto un unico tetto: sembra più l’inizio di un giallo che il prologo di un progetto trionfale. E invece i due leader si sono fusi in un’unica mente in grado di partorire canzoni originali e prive di paletti stilistici, dove il sax si fa spazio tra le note folk/ambient e la chitarra di Bjornson s’incupisce minacciosa quando è il momento di rendere il quadro scuro e pesante, così come crea trame avvolgenti che si fondono alla perfezione con le linee vocali di Selvik.

La musica di Hugsjá incanta. Ascoltare musica di questa profondità è cosa rarissima, e quando si ha la fortuna d’imbattercisi non si può far altro che lasciarsi trasportare dalle note come una barca a remi in un mare tempestoso. Naturalmente le influenze di Wardruna ed Enslaved sono palesi, ma mai invadenti, Hugsjá suona personale e unico pur strizzando l’occhio in più di un’occasione alla band madre di Selvik. La musica è norrena nello spirito, suonata con sincerità e con il cuore, chi ascolta le varie Ni Døtre Av Hav, WulthuR e Nytt Land non può fare a meno di accorgersene.

La parte musicale di Hugsjá va vista come un blocco unico, da assimilare e digerire tutto insieme. Prendere le tracce singole, anche solo per “raccontarle”, è in questo caso più che mai inutile. Si può parlare, in un certo senso, di una canzone dalla durata di sessantadue minuti. Quel che potrebbe sembrare un “mattone” è in realtà un viaggio – parola che ritroveremo anche più avanti – che il duo norvegese ci vuole spingere a fare. Le undici tracce, pur molto diverse tra di loro per musicalità e struttura, suonano incredibilmente unite e compatte: è questa la grande bravura di Bjornson e Selvik.

L’aspetto grafico è molto importante e curato. Tutte le uscite marchiate ByNorse hanno in comune, oltre all’elevata qualità musicale, anche l’attenzione per il booklet e per la confezione del disco. Una tenue tonalità del celeste domina il digipak e il libretto composto da ben ventiquattro pagine. I testi sono tutti in norvegese, ma sono presenti le preziose traduzioni in inglese e la spiegazione delle parole “Hugsjá” e “Norway”. Infine, non mancano immagini del mare, leggermente mosso e di un blu inquietante, ma che può anche essere estremamente rilassante e amichevole se visto con il giusto sguardo. Ed è proprio qui che Ivar Bjørnson & Einar Selvik ci vogliono portare: viaggiare con la mente e con il corpo, trovare una propria via e percorrerla, come i due musicisti raccontano nel booklet: “speriamo che la nostra musica possa ispirarti per il viaggio”.

Hugsjá non è il solito disco folk/metal/ambient, ma un’opera d’arte contemporanea che per esprimersi al meglio ha bisogno di fare propria la storia passata e inglobarla con il linguaggio odierno per meglio farsi comprendere. Bjørnson e Selvik sono due musicisti ben oltre la media e il risultato finale non può che essere superlativo.