Intervista: Kanseil

Sicuramente uno dei migliori gruppi italiani e in grado di rivaleggiare con le band d’oltralpe, i Kanseil hanno da poco pubblicato il secondo disco Fulìsche, un affascinante viaggio tra la storia e la natura che li circonda. I loro racconti in chiave folk metal sono affascinanti quanto sinceri, un’occasione per (ri)scoprire le nostre origini e recuperare i ricordi degli anziani che tanto hanno ancora da raccontarci. Tra mestieri umili ma indispensabili e piccole realtà di montagna che non vogliono piegarsi al cemento del progresso, i Kanseil hanno trovato, ancora una volta, il modo per avvolgere l’ascoltatore con il binomio musica-parole.

Fulìsche è il vostro secondo full-length, a tre anni dal bel debutto Doin Earde. Quali sono le differenze tra i due lavori (se ce ne sono) e in cosa voi come persone e come musicisti siete cambiati?

Fulìsche può essere visto come una naturale evoluzione di Doin Earde anche se sicuramente si tratta di un lavoro più maturo sotto diversi punti di vista, sia per quanto riguarda l’aspetto compositivo sia per gli arrangiamenti. Possiamo dire che chi ha apprezzato Doin Earde difficilmente resterà deluso dal nuovo album. Per quanto ci riguarda personalmente sentiamo di aver maturato una consapevolezza ed un’esperienza maggiore dal 2015 ad oggi, sia sul palco che in sala prove. Ovviamente c’è sempre tanto da imparare e sempre nuovi spunti per crescere e migliorare.

Come siete arrivati alla firma per Rockshots Records? Il contratto prevede anche altri lavori?

Rockshots Records si è fin da subito dimostrata interessata al progetto, ancora prima che entrassimo in studio di registrazione per la produzione di Fulìsche. La collaborazione finora è stata professionale ed efficace per cui non possiamo che essere soddisfatti del lavoro svolto. Il contratto in ogni caso non prevede altre uscite ma ovviamente è ancora presto per parlare.

Cosa rappresenta la copertina del disco?

La copertina di Fulìsche ha un forte significato simbolico. Abbiamo voluto rappresentare le Fulìsche, “Faville” nel nostro dialetto, che avvolgono volti e simboli del nostro passato. Storie che pian piano si stanno perdendo e, come faville, abbiamo pochissimo tempo per osservarle ed ammirarle, prima che spariscano per sempre nel buio della notte. Un lavoro abilmente creato da Manuel Scapinello e impaginato da Ettore Garbellotto.

I testi, come sempre, sono fortemente legati al territorio. Vi chiedo quindi di fare una panoramica sui vostri scritti e di approfondire uno o due testi a voi particolarmente cari.

I nostri brani sono legati indissolubilmente al nostro territorio, alla storia e alla cultura locale, oltre che a leggende o miti di cui le nostre montagne e le nostre valli sono ricchissime. In Fulìsche raccontiamo di vecchi mestieri, come quello del carbonaio, della guerra e delle tragedie che hanno ferito la nostra regione e i nostri avi, ma anche di leggende e storie delle nostre montagne e in particolare dell’Altopiano del Cansiglio. Personalmente alcuni dei testi che sento più vicini sono Orcolat, pezzo che in forma di leggenda racconta il terremoto del Friuli del 1976, ricordo ancora vivo in tutto il Nord-Est, oppure Il Lungo Viaggio che parla dei tantissimi Veneti emigrati in tutto il mondo nel dopo-guerra, in cerca di lavoro per mantenere le proprie famiglie, un tema direi più che attuale…

Sono rimasto molto colpito da La Battaglia Del Solstizio: il mio bisnonno era proprio lì e sono cresciuto con i racconti di nonna sulle peripezie (e le tragedie) che il padre si portava dentro dopo quella terribile battaglia. Gli argomenti che trattate sono sempre interessanti e spingono le persone a informarsi su internet e, meglio ancora, ad acquistare libri scritti da studiosi. Siete orgogliosi di ciò? Era forse un vostro obiettivo quello di invogliare la gente a saperne di più sulla propria storia e la propria terra?

Assolutamente. Il nostro primo obiettivo è, nel nostro piccolo, far conoscere o riscoprire qualche storia della nostra terra che molto spesso neanche i nostri coetanei conoscono. Se in quello che facciamo riusciamo a dare uno spunto di riflessione o ad incentivare la ricerca non possiamo che esserne soddisfatti.

C’è una canzone che mi emoziona particolarmente ed è Serravalle. Volete parlarne un po’ ai lettori del sito e raccontare come è nata la musica e la parte cantata?

Serravalle è il centro storico più a nord di Vittorio Veneto, uno dei luoghi più suggestivi dell’intera città. Nelle domeniche d’inverno è bello vedere i bambini giocare per le strade e la gente scendere in piazza per stare insieme e salutare il nuovo giorno che sta nascendo. Il brano è un omaggio a tutti i piccoli borghi italiani che hanno una storia da raccontare. Molto spesso ci dimentichiamo delle ricchezze che abbiamo vicinissimo a noi, abituati ad alzare lo sguardo verso mete lontane. Musica e testo sono stati scritti dal nostro batterista Luca Rover.

Avete scelto il brano Pojat per realizzare il videoclip. Il risultato è veramente bello e vale la pena guardarlo più volte. Vi siete trovati bene a suonare nel bosco? Ci sono storie e aneddoti che vale la pena raccontare?

La produzione del videoclip di Pojat ci ha impegnato per diverse settimane e il risultato finale è merito di tutte le tantissime persone che ci hanno aiutato e che hanno collaborato alla sua realizzazione, dagli attori, al regista a tutte le persone che, chi più e chi meno, ci hanno affiancato in una delle esperienze più belle della nostra carriera musicale. Suonare nel bosco è stato molto suggestivo ma anche divertente e abbiamo dato sicuramente spettacolo ai tanti passanti che si fermavano a guardare cosa stava accadendo. Storie ed aneddoti ce ne sono a centinaia, non saprei veramente da quale iniziare!

Per il release party di Fulìsche avete avuto come ospite sul palco il coro Code Di Bosco: come è nata la collaborazione e come è stato averli lì con voi durante il live?

La collaborazione con le Code di Bosco è nata quasi casualmente durante le riprese del video di Pojat grazie ad un caro amico che canta all’interno del coro e che ci ha aiutato durante la preparazione del set. Per descrivere cosa accomuna un coro maschile di 40 persone con una band folk metal userò una metafora molto bella che esprime meglio di 100 parole questa collaborazione: i Kanseil e le Code di Bosco sono lo stesso seme, piantato in terreni diversi, il risultato è differente ma l’origine e l’obiettivo sono i medesimi. Anche le Code come noi recuperano vecchie storie del territorio e le portano alla gente attraverso la Musica. Una collaborazione in tal senso è sorta in maniera quasi naturale ed averli con noi sul palco è stato molto emozionante ed evocativo. Chi era presente potrà sicuramente confermarlo.

In Vallòrch è presente Sara Tacchetto, voce dei Vallorch. Trovo sia molto bello quando due band collaborano tra di loro, è lo spirito giusto per fare un passo in avanti tutti insieme. Come vedete la scena italiana e pensate che magari si possa fare qualcosa in più, tutti insieme?

Credo che nell’Underground la collaborazione tra band sia fondamentale per far crescere tutta la scena e noi con Vallòrch abbiamo voluto dare un piccolo esempio, collaborando con Sara Tacchetto e Paolo Pesce, grandi musicisti, amici e colleghi. Spero che sempre di più in futuro si riesca ad abbandonare gli sterili odi reciproci e invece si riesca ad aumentare la qualità e la varietà della proposta musicale, dandosi una mano a vicenda per crescere tutti insieme. Utopia? Forse. Ma noi ci crediamo e cerchiamo di dimostrarlo.

Non avete mai suonato al centro o al sud Italia. Come ve lo spiegate? Forse perché il folk metal fa numeri decenti solo al nord?

Abbiamo già avuto in passato richieste per suonare in sud Italia ed è uno degli obiettivi che ci siamo fissati per la prossima stagione di live. Il nord Italia e in particolare la Lombardia restano in ogni caso il bacino con il maggior numero di fans del nostro genere ma siamo sempre pronti a nuove esperienze e a portare la nostra musica e le nostre storie anche a chi ancora non ha avuto occasione di ascoltarci.

Da poche settimane avete anche una birra tutta vostra che vendete ai concerti e tramite il sito Bandcamp. Come la descrivereste a chi non l’ha ancora assaporata? E inoltre, tantissimi gruppi hanno più bottiglie d’alcol che dischi ai propri banchetti, è perché i dischi – purtroppo – si vendono sempre meno e una band deve comunque rientrare delle spese?

La birra Kanseil è nata dalla collaborazione con il Birrificio Bradipongo, è un Imperial Stout forte e corposa, con note di caffè e liquirizia. È stato uno sfizio che ci siamo voluti togliere da amatori del luppolo e che siamo felici di condividere con i fans nei nostri live più per creare un momento conviviale che per ritorno economico.

Cosa farete nei prossimi mesi? Solo promozione dell’album o state anche lavorando a delle nuove canzoni?

I prossimi mesi saranno ancora dedicati alla promozione del nuovo album cercando di portarlo il più possibile in Italia e all’estero. Poi riprenderemo con la composizione, abbiamo ancora tante storie da raccontare e tante idee da portare avanti!

Un saluto ai lettori di Mister Folk?!

Grazie per la piacevole intervista, un caloroso saluto a tutti, ci si vede presto sotto al prossimo palco! 😉

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Anua – Un Viaggio Senza Terra

Anua – Un Viaggio Senza Terra

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Manuel Rodriguez: voce, chitarra – Luca Grimaldi: chitarra – Andrea Remoli: basso – Piersante Falconi: batteria

Tracklist: 1. Sulla Riva Di Un Lago – 2. Un Cielo Scuro – 3. Canto Di Un Viaggio Finito – 4. Vorrei Tornassi

Senza proclami altisonanti e pubblicità varia gli Anua pubblicano il primo disco dal titolo Un Viaggio Senza Terra. La band laziale si presenta senza inutili chiacchiere o fotografie ingannevoli: tutto è incentrato sulla musica e sui sentimenti che essa riesce a trasmettere. Gli Anua, infatti, sono di poche parole e quasi timidi nel presentarsi nel mercato musicale. Gli Anua sono delicati, così come delicata è la loro musica.

Gli Anua prendono vita dal lavoro di Manuel Rodriguez, il quale ha poi chiamato con se la sua vecchia band folk metal Oak Roots: tutto inizia nel 2016 quando il cantante/chitarrista si ritrova con melodie e canzoni nate in maniera spontanea, e giocando con la voce crea delle linee vocali in lingua fonetica, ovvero senza un significato logico, ma al servizio della musica. In Italia, a tal riguardo, abbiamo un maestro della lingua fonetica, ovvero Paul Chain/Paolo Catena – fondatore nel 1977 dei Death SS insieme a Steve Sylvester – il quale in alcuni lavori solisti ricorre proprio alla lingua fonetica con risultati eccellenti. Quella di Rodriguez è una visione molto ampia che va oltre la musica, e Anua è il protagonista di una storia fantasy: un ragazzo che per salvare il suo mondo deve affrontare un male senza forma.

Un Viaggio Senza Terra sa di malinconia e del salato delle lacrime. Post rock e shoegaze si uniscono a melodie morbide e stacchi acustici molto intensi, si può azzardare che gli Anua prendano la delicatezza dagli Alcest di Souvenirs d’un Autre Monde, il lato onirico dei Novembre di Materia e ci uniscano le melodie di flauto traverso e clarinetto per ritrovarsi quattro lunghe canzoni dai titoli poetici e dal suono personale. Quello di Un Viaggio Senza Terra è in realtà un viaggio verso i sogni e i sentimenti, delle emozioni che la musica (e i libri) sanno donare. I ritmi sono sempre blandi, le incursioni della chitarra acustica frequenti e mai banali, tutto è al servizio della musica e del risultato finale: anche gli assoli di chitarra (Canto Di Un Viaggio Finito) non fanno differenza e si prendono il giusto spazio. Tutto suona armonioso e la sensazione è quella di ascoltare un’unica composizione senza tuttavia accusare la pesantezza dei quaranta minuti, che in realtà scorrono veloci lasciando a chi ascolta buone sensazioni.

Il disco, disponibile solo in formato digitale presso il Bandcamp del gruppo, è stato registrato negli storici 16th Cellar Studio di Roma: Stefano Morabito ha curato tutte le fasi di registrazione, missaggio e mastering con estrema cura e il risultato è ottimo. La copertina molto evocativa ritrae il protagonista della storia Anua ed è stata realizzata dal cantante Manuel Rodriguez, utile – oltre che bella – anche per entrare immediatamente nel mood dell’album.

La musica degli Anua è molto gentile, si affaccia lentamente all’ascoltatore e con poche, morbide note lo fa suo con la stessa decisione di un serpente che stritola la preda. Pur non conoscendo nei dettagli la storia ideata da Rodriguez, siamo tutti in attesa di sapere se Anua sarà riuscito a sconfiggere il male senza forma: dovremo attendere il prossimo disco o il libro illustrato sul quale sta lavorando? Nel dubbio, intanto, possiamo continuare ad ascoltare, rapiti, le belle canzone di Un Viaggio Senza Terra e immaginare il mondo fantasy nel quale vive e combatte Anua.

Short Folk #2

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Nove dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e cocenti delusioni dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Il primo capitolo di questa nuova serie di articoli è stato ben accolto, quindi benvenuti nel secondo e buona lettura!

Dryad – Panta Rhei

2018 – EP – autoprodotto

4 tks – 24 mins – VOTO: 6,5

I tedeschi Dryad cambiano pelle e due anni dopo il full-length di debutto The Whispering Hills Of The Hill pubblicano un EP contenente quattro pezzi che trattano nei testi il tema della morte. Se il primo album sorprendeva per la massiccia presenza della tromba – che caratterizzava non poco il sound – Panta Rhei vede l’utilizzo dei più classici violini e violoncello. Il risultato è un suono più tradizionale e di facile ascolto rispetto al primo cd, inoltre le canzoni sono maggiormente curate e la registrazione, pur imperfetta, migliore di quanto fatto in passato. Panta Rhei è quindi un piccolo ma deciso passo in avanti per la formazione guidata dal cantante Sebastian Manstetten.

Helsott – The Healer

2017 – EP – M-Theory

5 tks – 22 mins – VOTO: 6

La cover di The Healer è stata realizzata da Felipe Machado Franco (Iced Earth, Blind Guardian e Rhapsody tra gli altri) ed è forse la cosa migliore del disco. Le cinque tracce dell’EP sono gradevoli, ma certificano ulteriormente la difficoltà della band californiana di fare quel salto di qualità che dopo un certo tempo ci si aspetta da una formazione dedita al lavoro in sala prove quanto in sede live. I cinque pezzi di The Healer sono discreti, a volte piacevoli, ma non colpiscono e svaniscono velocemente senza lasciare traccia.

Kaatarakt – Echoes Of The Past

2018 – EP – autoprodotto

5 tks – 22 mins – VOTO: 7

La copertina troppo digitale non è il miglior biglietto da visita per il secondo EP in carriera degli svizzeri Kaatarakt, ma come dice il saggio “mai giudicare un libro dalla copertina”! Infatti le quattro canzoni (più intro) che compongono il cd sono decisamente valide e a fine ascolto è forte il desiderio di ascoltare da capo l’intero lavoro. Extreme folk metal battagliero e con i suoni potenti, Echoes Of The Past è un dischetto che merita attenzione e che si spera possa essere il passo che precede il full-length di debutto.

Jonne – Kallohonka

2017 – full-length – Playground Music

12 tks – 55 mins – VOTO: 6,5

Il cantante dei Korpiklaani ci prova ancora con un nuovo disco solista, e anche questa volta esce fuori un lavoro gradevole come sottofondo ma che se ascoltato con attenzione lascia piuttosto perplessi. Folk acustico intimo e riservato nelle intenzioni, quel che emerge è però un senso di noia che neanche la cover dei Sepultura Refuse/Resist riesce a spazzar via. Tanta energia e buona volontà non sarebbero meglio utilizzarle per cercare di realizzare un grande disco dei Korpiklaani degno dei primi ottimi cd?

Lex Talion – Nightwing

2017 – EP – autoprodotto

4 tks – 18 mins – VOTO: 6,5

Due brani nuovi, una cover dei Manowar e un pezzo acustico: è chiaro che Nightwing sia prevalentemente un’uscita (solo digitale) buona per far sapere in giro che la band argentina è ancora in attività nonostante il precedente disco risalga a cinque anni prima. I due inediti presentano il sound dei Lex Talion più robusto e incalzante rispetto al passato, con la cover di Battle Hymn – personale anche se non fa gridare al miracolo – che è un giusto tributo ai grandi del passato, e la versione acustica di Nightwing che mostra come la formazione sud americana se la sappia cavare anche senza il distorsore. Dopo anni di attesa, Nightwing è il segnale che c’è vita in casa Lex Talion e che ci si deve aspettare nuova musica a breve.

Storm Kvlt – Demo 2018

2018 – demo – autoprodotto

4 tks – 22 mins – VOTO: 7

Raw pagan black metal nel senso più puro della definizione: registrazione, scream vocals, chitarre stridule e un approccio sincero e diretto rappresentano il lato migliore di questo dischetto pubblicato sia in formato digitale che fisico. Tra sfuriate black metal, riff heavy oriented e giri chitarristici rock’n’roll nell’anima (Der Gott Der Stadt), il mastermind Draugr dimostra di saperci fare sul serio e che non si vuole limitare al “solito” pagan black tirato magari interrotto di tanto in tanto da arpeggi di chitarra acustica. Demo 2018 è un lavoro grezzo ma curato, adatto a chi cerca qualcosa che suoni fresco e personale pur rimanendo all’interno di un genere preciso. 

Sverdkamp – Hallgrimskvadi

2017 – full-length – autoprodotto

10 tks – 50 mins – VOTO: 7,5

Puro viking/black come se ne sente sempre meno. Questo dovrebbe bastare per incuriosire gli amanti delle fredde sonorità nordiche, ma si può anche dire che gli Sverdkamp sanno suonare e a scuola hanno sicuramente studiato quanto insegnato dai maestri Enslaved, Isengard e Hades: ottime le parti cantante con voce pulita e i giri melodici di chitarra, così come sono convincenti le parti più truci e tirate. Hallgrimskvadi ricorda a tutti che il viking metal non è (solo) vichinghi con spadoni e barbe imbrattate d’idromele, ma che sa puzzare di sangue e far paura. Purtroppo il power duo si è sciolto poco dopo questa release, la prima su lunga distanza. Consigliati ai nostalgici e a chi vuole scoprire il caro vecchio viking metal.

Thamnos – Night Of The Raven (EP)

2017 – EP – autoprodotto

3 tks – 12 mins – VOTO: 6

One man band del polacco Mikołaj Krzaczek, Thamnos è un progetto extreme folk metal che molto deve ai primi Eluveitie, quelli più crudi di Spirit e Vên. La sua voce, in particolare, ricorda davvero tanto quella di Chrigel Granzmann e la musica, tolti pochi momenti in cui si concede blast-beat o aperture tastieristiche, è poco personale. L’EP è un concept basato sulla fuga del demone Raven con l’intento di distruggere la terra e della lotta col fratello Thamnos, dio della terra, della vita e della luce, che vuole salvare il mondo. Dodici minuti di durata: troppo poco per un’idea precisa, ma abbastanza per rimandare Thamnos alla prossima uscita, sperando in una maggiore personalità.

Wolfhorde – The Great Old Ones

2017 – EP – autoprodotto

3 tks – 17 mins – VOTO: 6,5

The Great Old Ones è il Tributo che la band di Hukkapätkä, voce e batteria della band, decide di pagare ai maestri del genere. Il sottotitolo del disco, non a caso, è “A Tribute To The Roots Of Finnish Folk Metal” e la scelta ricade su Finntroll, Moonsorrow e Amorphis, ognuna di queste formazioni omaggiata con una canzone. Apre le danze Jaktens Tid, si prosegue con Kylän Päässä e alla fine troviamo l’ottima Sign From The North Side, probabilmente la migliore del lotto per reinterpretazione, tratta dal fondamentale The Karelian Isthmus del 1992. Un EP che ha come unico scopo quello di intrattenere con una manciata di cover in attesa del full-length.

Intervista: Kormak

I giovani Kormak arrivano al debutto su full-length con la Rockshots Records e il loro Faerenus è un mix esplosivo di folk, death e gothic metal dal concept personale e oscuro. La band ha risposto alle mie domande e in attesa delle date italiane – che annunceranno presto questo – è un buon modo per conoscere meglio una nuova realtà dell’underground italiano.

Ciao ragazzi, benvenuti su Mister Folk. Presentate il gruppo ai lettori del sito.

Ciao! Innanzi tutto grazie per lo spazio che ci dedicate. Noi siamo i KormaK, death/folk metal band da Bari, in attività dal 2015 e con la formazione attuale dal 2017; a Giugno abbiamo rilasciato il nostro primo lavoro intitolato Faerenus, sotto etichetta Rockshots Records.

Faerenus è il vostro disco di debutto: come ci siete arrivati e quanto tempo vi ha impegnato la fase di composizione?

È stato un processo graduale che ha visto impegnata principalmente Zaira, reale fautrice del lavoro, ma che ovviamente ha coinvolto tutto il gruppo. La fase di scrittura delle musiche, come dei testi, è durata circa un anno mentre la registrazione (presso Divergent Studios di Simone Pietroforte) quasi sei mesi. Ogni brano dell’album, essendo un lavoro fortemente autobiografico, racconta un evento (reale o meno) e per tanto ci è voluto un bel po’ di tempo affinché ogni tassello di Faerenus combaciasse alla perfezione.

Come mai avete deciso di saltare il passaggio demo/EP e di realizzare direttamente il full-length?

Perché Faerenus è un concept e per tanto non aveva senso pubblicare un EP con due o tre brani sconnessi tra loro. Faerenus doveva nascere come un prodotto unico e così abbiamo voluto fin dall’inizio, impegnandoci affinché vedesse la luce direttamente come full-length.

Il disco è stato pubblicato dalla Rockshots Records: che tipo di contratto avete e come siete arrivati all’etichetta? Come sta procedendo la promozione?

La Rockshots Records ci distribuisce, fisicamente e digitalmente, in tutto il mondo. Attualmente Faerenus è in vendita nei negozi d’Europa, UK, USA, Canada e Giappone ma digitalmente è accessibile ovunque. Dopo la stampa di Faerenus abbiamo inviato il prodotto a diverse etichette italiane e dopo realmente pochi giorni e diversi contatti utili abbiamo scelto la Rockshots Records e tuttora ne siamo entusiasti. Oltre ad essere professionisti ed aver collaborato con grandi nomi della scena italiana ed europea sono estremamente disponibili a soddisfare le nostre esigenze e forse, proprio per questo motivo, la promozione di Faerenus, come anche del nostro primo video, sta andando alla grande.

Come descivereste Faerenus a chi non ha ancora ascoltato la vostra musica?

Con Faerenus abbiamo cercato di creare un luogo etereo dove gli incubi e le paure umane prendono vita. Ascoltare Faerenus vuol dire immergersi in uno stato di follia, ogni brano ha diversi significati nascosti e servono diverse chiavi di lettura (dei testi come della musica) per poterlo capire a pieno. Musicalmente parlando l’influenza scandinava si sente parecchio, accorpata a melodie in chiave celtica e folk.

I testi ricoprono una parte molto importante nel vostro lavoro. Da quel che ho letto è una sorta di concept che può essere definito autobiografico da parte della cantante Zaira De Candia. Mi piacerebbe quindi saperne di più perché i testi sembrano essere davvero interessanti.

Faerenus è figlio di Zaira. Come già detto è un album fortemente biografico e racconta eventi che l’ascoltatore può intendere essere accaduti esattamente come descritti o semplicemente “romanzati”; su questo non abbiamo mai voluto sbilanciarci nel confermare o smentire tesi. I testi, volutamente enigmatici e mai diretti, sono stati creati in momenti diversi e quindi spesso risultano stilisticamente diversi tra loro ma celano significati nascosti ben precisi.

La mia impressione è che la prima parte del disco sia più varia e ricercata, mentre la seconda è più diretta e brutale. Questa è una scelta fatta per motivi legati ai testi o è semplicemente un caso?

La tua impressione è corretta ed anche questa non è stata una scelta dettata dal caso. Lo scopo di Faerenus è far cadere inesorabilmente l’ascoltatore in un mondo di paura e follia; l’inizio è più tranquillo, sotto certi versi misterioso, ma con l’avanzare dei brani incalza esattamente come la follia aumenta col tempo nella mente di chi ne è affetto (o baciato).

Parliamo di The Hermit: la motivazione che vi ha portato a creare una canzone del genere è molto toccante, ma credo che quasi 20 minuti di silenzio sia un azzardo troppo grosso. Chiedo in particolare a Zaira di raccontare del testo e di cosa l’ha spinta a comporre una canzone del genere.

[Risposta di Zaira] Questo brano è stato composto dopo la morte di mia nonna materna. Ci tengo a precisare che il reale titolo della ghost-track è 1943. Nasce come un omaggio a lei e a quello che ha dovuto affrontare durante il periodo della guerra che arrivò anche a Molfetta, mio paese natale. Come avrete potuto notare dall’intero album non sono una persona che segue dei determinati canoni stilistici o delle regole musicali non scritte e, nonostante io sia assolutamente convinta che possa essere “inusuale” far iniziare una ghost-track nel bel mezzo dell’album al minuto 19.43, ottenendo un brano la cui durata supera i 20 minuti, sono anche conscia del fatto che, per quanto, a detta di alcuni, possa essere sbagliato, azzardato, inutile, o addirittura “troppo comodo per aumentare la durata complessiva dell’album”, la corretta posizione di quel brano è esattamente dove è stato collocato: dopo interminabili minuti di silenzio, alternati da rumori che riconducono a quel periodo, e che portano l’ascoltatore a provare la sensazione di attesa. La stessa estenuante attesa che si provava giorno dopo giorno, ora dopo ora.

La vostra musica presenta tante diverse sfumature e influenze musicali. Per alcuni la cosa potrebbe essere interessante mentre per altri potrebbe essere un problema (troppo poco folk, troppo poco death ecc.). Come vi ponete rispetto a questo ragionamento?

Imporsi paletti stilistici è troppo limitativo, soprattutto per chi come noi desidera raccontare eventi diversi accaduti vivendo stati d’animo anche molto differenti tra loro. A suo tempo decidemmo di mantenere una matrice death e folk metal ma senza mai fossilizzarci su un genere o l’altro, difatti nell’album è possibile notare sfumature gothic o addirittura cantautorali. Definire la nostra musica è complesso ma l’ascoltatore attento riesce facilmente a capire il perché.

Quali sono i gruppi e i musicisti che più vi hanno influenzato?

Ogni componente esce da realtà musicali molto differenti, dal black al symphonic sino al thrash ed al gothic metal. Non ci siamo lasciati influenzare da nessun artista anche se, come già detto, è palese una chiave scandinava nelle nostre musiche. Se proprio bisogna fare qualche nome i primi che vengono in mente sono ad esempio Amon Amarth, Ensiferum e Folkearth.

Quali sono i prossimi concerti dei Kormak? Suonerete anche all’estero?

Abbiamo alle porte un tour che si snoderà in tutt’Italia da settembre e fine ottobre e che presto rilasceremo come comunicato ufficiale sui nostri social come anche sui canali Rockshots Records. Alla stessa maniera un secondo tour verrà fatto in primavera, probabilmente assieme ad un altro gruppo, che a sua volta si snoderà sia in Italia che in Europa. A novembre e Gennaio abbiamo le nostre prime date estere, sia in Europa che altrove, ma ancora preferiamo non rilasciare comunicati.

Grazie per la disponibilità, a voi i saluti.

Ringraziamo Mister Folk per lo spazio dedicatoci e per lo splendido lavoro che fate! Un saluto a tutti coloro che ci seguono e che ci supportano ed anche a chi magari ancora non ci conosce, augurandoci di poter entrare presto nelle loro playlist e magari di vederli sotto uno dei nostri palchi in giro per l’Italia. Ciao!

Fimbulvet – Heidenherz

Fimbulvet – Heidenherz

2016 – raccolta – Einheit Produktionen

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: “Ewige Winter”: Stephan Gauger: voce, chitarra – Marco Volborth: basso – Felix Zimmermann: batteria

“Der Ruf In Goldene Hallen”: Stephan Gauger: voce, chitarra – Marco Volborth: basso – Falko Knoll: batteria

Bonus tracks: Stephan Gauger: voce, chitarra – Christian Fröhlich: chitarra – Steffen Mehlhorn: basso – Hannes Köhler: batteria

Tracklist: CD1 “Ewiger Winter”: 1. Heer Der Ewigkeit – 2. Thronend – 3. Sonnenuntergang – 4. Schlacht Im Schenee – 5. Verschneite Welt – 6. Walveters Pfand – 7. Der Raben Raunen – 8. Wälderritt – 9. Nebel – 10. Gjallarhorn – Aug Nach Wigrid – 11. Erinnerung – 12. Walvaters Pfand (bonus track) – 13. Wälderritt (bonus track)

CD2 “Der Ruf In Goldene Hallen”: 1. Intro – 2. Der Ruf In Goldene Hallen – 3. Schwert Aus Stein – 4. Heidenherz – 5. Das Letzte Feuer – 6. Helias Bann – 7. Gewandung Der Zeit – 8. Am Stamme Yggdrasils – 9. Klang Des Waldes – 10. Horn Der Vernichtung – 11. Schwert Aus Stein (bonus track) – 12. Heidenherz (bonus track)

Operazione di “recupero” per la Einheit Produktionen: Heidenherz dei tedeschi Fimbulvet è un doppio cd contenente i primi due full-length della band con l’aggiunta di qualche bonus track. Ci si potrebbe domandare il perché di questa uscita, la risposta è semplice: Ewiger Winter (2006) è un cd che il gruppo si è autofinanziato, mentre Der Ruf In Goldene Hallen è stato pubblicato dalla Eichenthron (label che ha realizzato appena tre dischi) in sole mille copie. Entrambi i cd sono praticamente introvabili e quindi questo Heidenherz è sicuramente il benvenuto tra i fan della formazione proveniente dalla Thuringia, oltre un buon modo per promuovere il nome del gruppo vista la qualità estetica della confezione e il prezzo invitante. La raccolta si presenta in un elegante digipak a sei pannelli correlato da un booklet da ventiquattro pagine con i testi delle canzoni, le informazioni tecniche per ogni disco e una foto dell’ultima line-up con i crediti delle bonus track.

Ewiger Winter è un disco di debutto sopra la media: dal sound personale e con una manciata di canzoni davvero efficaci (l’opener Heer Der Ewigkeit e la sontuosa Thronend sono due ottimi esempi), è sì il primo passo dei Fimbulvet, ma anche un disco a suo modo storico nel mondo del pagan metal tedesco. La produzione old style e senza ritocchi da studio può suonare anacronistica al giorno d’oggi, ma è lo specchio di una band sincera che ha fatto del proprio meglio in studio riuscendo a tirar fuori dei suoni in linea con il genere suonato. Le bonus track sono le ri-registrazioni delle canzoni Walvaters Pfand e Wälderritt: con i suoni del 2016 acquistano nuova vita per potenza e pulizia, ma chiaramente perdono quel fascino dovuto alla genuina veste underground di dieci anni prima.

Il CD2 contiene Der Ruf In Goldene Hallen, uscito originariamente nel 2008, e un paio di bonus track. Il secondo disco dei Fimbulvet prosegue senza scossoni quando realizzato nel debutto, ma le canzoni sono più compatte e ben amalgamate, inoltre la registrazione è di gran lunga migliore seppur lo studio utilizzato per l’intero lavoro di registrazione, mix e mastering sia lo stesso, ovvero il Powertrack di Enrico “Löwe” Neidhardt, una garanzia per quel che riguarda il pagan metal teutonico. I cinquanta minuti di Der Ruf In Goldene Hallen scorrono veloci e senza intoppi, con la parte centrale del disco che è praticamente perfetta e mostra la band della Thuringia al massimo della forma. Le due bonus track sono la ri-registrazione di Schwert Aus Stein, in verità non molto differente dall’originale, e l’ottima versione acustica di Heidenherz, talmente ben riuscita da fa venir voglia di ascoltare un intero disco dei Fimbulvet in chiave acustica.

Heidenherz è un ottimo modo per recuperare i primi due lavori della band ormai introvabili con l’aggiunta di gustose bonus track. Conoscere Ewiger Winter e Der Ruf In Goldene Hallen dovrebbe far parte del bagaglio culturale di ogni appassionato di pagan metal e la Einheit Produktionen permette ciò con un formato e una grafica accattivante: cosa si può volere di più?

Intervista: Nebelhorn

Nebelhorn è una one man band in attività dal 2004 con tre full-length e un EP di puro viking metal all’attivo. L’ottimo Urgewalt, pubblicato pochi mesi fa, è la conferma delle qualità artistiche del mastermind Wieland, un disco viking metal old style come ormai se ne sentono sempre di meno. Il musicista tedesco non si è risparmiato nelle risposte, permettendoci di entrare nel mondo non solo musicale dei Nebelhorn.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

[Nota del traduttore: Wieland parla con un flusso di coscienza che più che un flusso sembra un fiume in piena, con un filo logico tutto suo e spesso attaccando insieme parole come in tedesco. Ambasciator non porta pena: io ho fatto del mio meglio per tradurre sia il significato di ciò che dice che il suo particolare stile di lingua sciolta, in modo che i nostri lettori riescano a rendersi conto di che tipo di personaggio è.]

Il nome Nebelhorn in Italia non è molto conosciuto, ti chiedo quindi di presentare il tuo progetto ai lettori di Mister Folk.

Grazie mille per la possibilità! Sono onorato! 🙂

Urgewalt è uscito a ben undici anni di distanza da Fjordland Saga: come mai c’è voluto tutto questo tempo?

Okay, vuoi dieci anni in breve? Divorzio, trasloco, nuova relazione, altro trasloco, trasloco aereo per studiare game design a Francoforte che si è concluso con molto stress, ancora trasloco, organizzazione della campagna crowdfunding. Campagna fallita, ho cercato lavoro nel mondo dei videogiochi. Ricerca fallita, ho fatto diversi lavori manuali per tirar su (pochi) soldi, ho lottato per le condizioni dei lavoratori… e mi hanno licenziato, o me ne sono andato io. Altra campagna di crowdfunding. Stavolta ha avuto successo; poi mini-lavoro divertente, licenziato dal mini-lavoro per “misure di ottimizzazione finanziaria”, iniziato a registrare Urgewalt, durante la registrazione mi sono separato dalla mia amata ragazza… L’enorme supporto dei miei buoni amici e della mia famiglia (grazie!) mi ha aiutato a superare questo casino… Sì, in molti sensi questo è stato un album “duro”.

Ora che sei rientrato nel giro, come trovi la scena folk/viking rispetto a undici anni fa?

A me sembra che i tempi migliori erano all’inizio, quando gli ascoltatori erano più appassionati e si interessavano personalmente, c’era più condivisione, più cura, più divertimento in generale e più focus, tutto basato sulla musica… Secondo me, la sensazione adesso è di bere e ritrovarsi ubriachi insieme con la musica in sottofondo alle conversazioni, musica live ma anche non, è questo lo “stato dell’arte” per molti ascoltatori oggi. Ragazzi e ragazze con martelli di Thor e corni da birra che lasciano un sacco di rifiuti sui campi dopo aver lasciato un festival in cui gli artisti cantano di natura, di ambiente e dei “buoni spiriti”… Per me è molto triste vedere che il messaggio essenziale di questa musica ha perso la presa, il pagan e il viking metal vogliono/volevano smuovere le persone. Ma è solo la mia opinione personale.

Trovo Urgewalt un bel disco di viking metal vecchio stampo, senza trovate ruffiane ma che va avanti a suon di riff davvero ben fatti. In particolare mi è piaciuto l’utilizzo delle melodie, mai invadenti e utilissime quando chiamate in causa. In che modo lavori per arrivare al risultato finale?

Grazie mille e sono molto felice che ti piaccia! È sempre una sfida con me stesso cercare di migliorare ogni cosa nella vita, ed è anche una parte essenziale per me quando creo musica. Ma soprattutto per quanto riguarda creare musica, è una cosa che “semplicemente succede”. 1Voglio dire, io faccio quello che mi sembra buono e giusto e sono felice se il risultato è ancora più intenso, più concreto e più bilanciato dal punto di vista della relazione emozione/testi/musica… Quando mi rendo conto che tutto si incastra, è quello il momento in cui un nuovo album vede la luce, mai prima…

Urgewalt è autoprodotto: perché questa scelta? Per aver libertà totale o perché le offerte arrivate non erano di tuo gradimento?

La libertà! La libertà più grande, di poter fare musica senza nessun limite… Niente “deve suonare così”, “lo devi finire entro questa data”, “devi rispettare il budget”, “devi usare il nostro studio”, o “possediamo noi i diritti quindi non puoi più fare CD, anche se i fan li chiedono, perché ci costa!”. In breve: libero dalla tattica “tutte le tue basi ci appartengono” [NdT: la frase che usa è “all your base are belong to us”, una citazione dal mondo dei videogiochi] che si vede nei contratti delle case discografiche. Quindi ora dipendo completamente dai miei ascoltatori e dal loro sincero supporto. È stato così sin dall’inizio.

Il titolo del disco e la copertina sono collegati tra loro. È la stessa cosa per i testi?

Auf Bifrösts Rücken significa “Sulle Spalle del Bifröst”, volevo catturare con la musica la sensazione di mettere i piedi sul Ponte dell’Arcobaleno, di camminare al di sopra delle nuvole… vento e magia. Urgewalt è la title track, è quella la canzone illustrata dall’artwork e riflette l’esperienza di un incontro con le forze della natura e descrive che solo il coraggioso in grado di non fuggire e cercare riparo potrà vedere Thor di persona per poco tempo, aver prova della sua esistenza… O magari era solo una nuvola? 😉 è così che nasce la mitologia.

Nel disco ci sono canzoni di puro viking old school ed altre più melodiche e orecchiabili. Quali sono, secondo te, i punti di forza di Urgewalt?

Ho creato queste canzoni perché le amo e credo di aver sentito che era la cosa giusta da fare. Non vedo “punti di forza” o roba del genere in realtà, nemmeno se li paragono a lavori precedenti o a roba di altre band. Per me è un giudizio che devono dare gli ascoltatori.

In Funkenflug è presente anche il flauto e il risultato, secondo me, è davvero buono. Il flauto, però, non trova spazio nelle altre canzoni: in questo modo si ha l’effetto sorpresa e rende la canzone diversa da tutte le altre. C’è un motivo in particolare che ti ha spinto verso questa scelta?

Innanzitutto, Funkenflug è una canzone d’amore, un’ode all’ispirazione positiva che cresce dove c’è amore per quello che stai facendo e anche per l’amore di un’altra persona. Il flauto rappresenta il momento di perfezione calmo e rilassato in cui il “lavoro” è concluso e lo si può godere… In breve: “Possiamo vivere ogni giorno i nostri sogni e goderci la vita con le nostre abilità e possibilità. E allora facciamolo in maniera onesta e con empatia!” 🙂 Volevo che gli ascoltatori arrivassero a queste domande: “Perché stiamo costruendo questa realtà così crudele per noi e per l’ambiente, adesso? Qual è lo scopo di tutta la negatività, di tutto lo stress di questo mondo che stiamo costruendo attorno a noi?”

La chiusura è affidata a Freyhall, uno strumentale dai toni malinconici, una sorta di outro più strutturato. Perché hai scelto questo tipo di traccia per concludere il disco?

È un brano nostalgico, con una piega affilata piena di tristezza e speranza, descrive la bellezza della natura in tutta la sua diversità, è anche dedicato a una mia buona amica e la sua storia, le cose che le sono successe nella vita… la sua forza e la sua volontà di vivere mi hanno ispirato a comporlo.

Cosa provi quando ti guardi indietro, quando ad esempio hai pubblicato il primo EP Utgard nel 2004?

Sono felice di quello che ho fatto, mi sono preso il mio tempo, l’ho fatto a modo mio contro ogni previsione e ho incontrato un sacco di persone grandiose lungo la strada. Certo, ci sono parti che non sono molto buone, ma l’arte in generale e la sensazione che crea e il dedicarvisi completamente sono la mia vita.

Nel corso degli anni e dei dischi la musica che hai composto è maturata e diventata più personale ed efficace. Hai sempre avuto lo stesso approccio o qualcosa è cambiato nel tempo? Oppure pensi che sia un fatto di esperienza e consapevolezza dei propri mezzi?

Potrebbe sorprenderti, ma… non lo so spiegare. Succede e basta… sensazioni, punti di vista quando compongo e scrivo… influenze che mi circondano, chiacchierate con i fan e altre persone… è un’evoluzione naturale, non una cosa spinta a forza o calcolata…

Come ti sei avvicinato alla musica? Quale è stato il tuo primo idolo musicale e quali sono, invece, i tuoi punti di riferimento oggi?

Sono stato suonizzato [NdT: non so neppure io cosa intendesse dire] con Deep Purple, Black Sabbath, Uriah Heep ed altri dai miei genitori fin da quando ero bambino! 😀 Anche colonne sonore dei film. Certamente influenze dal mondo medievale hanno avuto il loro effetto. Oggi c’è un vasto insieme di generi che ascolto spesso. Ognuno ha il suo fascino per me.

Da cosa trai ispirazione per creare le canzoni? Musica, film, libri o altro?

L’Edda e vari libri di storia o non narrativi ma che parlano di archeologia mi hanno sempre affascinato. [NdT: l’Edda Poetica e l’Edda in Prosa sono due testi fondamentali della mitologia norrena, il primo che raccoglie poemi e leggende nordiche pagane e il secondo scritto nel 1220 da Snorri Sturluson, studioso medievale. Si suppone sia esistita anche un’Edda Antica, da cui Snorri ha preso le citazioni inserite nel suo lavoro, oggi perduta.] A mio parere, è questa la “parte fattuale” dei testi di Nebelhorn. La “parte emotiva” viene dalle mie esperienze emotive, e anche dal conoscere le circostanze e i processi dell’ambiente. Il risultato è che le storie nei testi vanno oltre l’Edda e la mitologia.

Ti ringrazio per la disponibilità, vuoi salutare i tuoi fan italiani?

Sono onorato dalle tue domande e dal tempo che mi hai concesso! Tutto quello che possiamo fare è nelle nostre Mani, possiamo aiutarci molto l’un l’altro e fare grandi cose… è tutto un grande circolo virtuoso, dove si riceve quello che si da! Grazie di tutto e godetevi la musica! 🙂 [NdT: il maiuscolo è nell’originale]

ENGLISH VERSION:

I admit the name Nebelhorn isn’t all that well known in Italy, and so I’d like to start out by asking you to introduce your project to our readers.

Thank you very much! I feel hornored! 🙂

Urgewalt has come out eleven years after Fjordland Saga, a significant gap: why did it take so long?

Hardcore short version of the 10 years? Divorce, moved, found new love, moved, flight forward to study in Frankfurt for game design, which also completed under great strain, moved, organize crowdfunding → failed, sought job in the games industry → failed, various hardworking jobs made for little money, fighting for improvement of the working conditions for all workers… → fired, or got out again… 2. Crowdfundig → success, mini-job was fun → success, got fired from mini-job through “financial optimization measures”, recording start of Urgewalt, during the recording, separation from my deeply loved girlfriend… Enormous support by good friends and family (thank you!) helped me to get over all this mess… So, in many ways this has become a “hard” album …

Now that you’re back in the game, how do you feel has the folk/viking scene changed from eleven years ago?

To me it feels like times were better at the very start of it, more passionate and selfinterested listeners, more sharing, more caring, more fun at all and more focused, based on the music… In my opinion, it feels like drinking and being drunk together while the music plays during conversations, live or not, is the mayor “state of the art” for most of the listeners today. Guys and girls with thorshammers and drinkinghorns leaving tons of waste on the open plain after leaving the Festivalsite where the artists sung about nature, environment and the “good spirit”… For me its sad to see that the essential message seems to loose grip, pagan and Viking metal wants/wanted to transport. But thats just my personal point of view.

I find Urgewalt to be a great old school viking metal album, without any gimmick but steadily moving forward thanks to very well realized riffs. I particularly appreciate your use of melodies, as they’re never overwhelming but extremely practical when called on. What’s your process like, how do you work to reach the end result?

Thank you very much and I am very happy you like it! It´s always a personal challenge for me to make things better in every part of live, and this is also an essential part for me while creating music. But especially at the creation of music, it´s a process that “just happens”. This means I am doing what I think feels good and right and I am happy if it feels even more intense, more finished and balanced on the grade of relation: emotion to lyrics to music… I fall that fits, this is the time when a new album sees the light, not earlier…

Urgewalt is self-published: how come you went with this option? Was it a matter of artistic freedom or a lack of offers that fit what you planned to do?

Freedom! Ultimate freedom of doing music without any restrictions… no “it has to sound like that”, “it has to be finished on this date”, “you can only work with this amount of money to realize it”, “you´ve got to take our recording studio” or “we own the rights, so you cant make new cds, even the listener demands it, it costs money!” shorty: free from the “all your base belongs to us” tactics due to contracts from the record labels. Therefore I have to depend on the listeners and their honest support. It was like that since the beginning.

Your album’s title and its cover are linked. Is it the same for your lyrics? Can you tell us about them?

Auf Bifrösts Rücken means: On the Back of Bifröst, I wanted to catch in Music, how it must feel when you step on the rainbowbridge, walking up above the clouds… the wind and the magic. Urgewalt is the name giving track, thats the song the Artwork is related to and reflects the experience of an encounter with the force of nature and describes that only the bold who won´t run away to shelter may see Thor for a short period of time, the proof of his existence… but maybe its just a wispy cloud? 😉 thats the way mythology is born.

The album is part old school viking metal and part more melodic material. What do you think are Urgewalts real strengths?

I did the songs because I love them and I kind of felt it was right to do it that way. I am not really aware of “stengths” or anything, comparing it to earlier works or other bands. To me, this judgement belongs to the listeners.

Funkenflug introduces a flute as well, achieving what I think is a great result. This instrument, though, isn’t used in the rest of the tracks, making this one a bit of a curve ball that surprises the listener. Is there a specific reason behind this choice?

First of all Funkenflug is a lovesong, an ode to positive inspiration that grows out of love from what you are doing and also because of the love to another person… The flute represents the chilling and calm moment of perfection when the “work” is done and gets enjoyed… In short: “We can live our dreams every day and enjoy live with all our skills and possibilitys. It is simply beautiful what we are able do for us and our surrounding. Let´s simply do it in an honest and empathic way!” 🙂 With this I want to lead the listeners to the questions: “Why are we are building such a cruel reality for us and the environment right now? What is the purpose of all the negative and harsh, stressfilled world we are building around us?”

The album then closes with Freyhall, which is an instrumental with a melancholic atmosphere, and a more structured outro of sort. Why did you choose to end the album with this kind of track?

It is a track of nostalgia, a sharp edge of sadness and hope, describing the beauty of nature in all its diversity, also it is dedicated to a good friend and her story she had experienced in live… her strength and the will to live inspired me to compose this song

What do you feel when you’re looking back, to, for example, when you published your first EP, Utgard, in 2004?

I am happy with all I have done, I took the time for it, did it my way against all odds and met many great people along the way. Shure it has some points that are not that good also, but art in general and the feeling and dedication to it is my live.

Throughout the years and across the albums, the music you composed has matured and became more personal and efficient. Do you still approach writing the same way or did something change? Do you think it’s a matter of experience and knowing what you’re working with?

It may surprise you, but… I can´t quite explain it. It just happens… feelings, the point of view during the time of composing and texting…influences that are surrounding me, the chat with the listeners and other people… its a natural evolution, not a pushed or calculated one…

How did you become a musician? Who was your first great idol and what are your inspirations today?

I was sonicated with Deep Purple, Black Sabbath, Uriah Heep, and more by my parents since I was a child! 😀 Moviescores as well. Certainly influences from the medieval world had also an effect on me. Today I have a very wide range of genres that I enjoy listening to often. Everyone has their own charms for me.

Where do you find inspiration for your songwriting? Music, movies, books or anything else?

The Edda and various history and nonfiction books with archaeological background have always fascinated me. In my opinion, this is the “factual part” of Nebelhorn’s lyrics. The “emotional part” comes from my experiences of feeling, as well as from the recognition of circumstances and processes in the environment. The result is the stories that are found in the texts beyond the Edda and mythology.

Thank you for your time, do you want to say goodbye to your Italian fans?

I feel hornored by your questions and given time! We all got it in our Hands, are able to do so much good and great for us and each other…all is a big cycle and you´ll get what you support! 😉 Thanks for all and enjoy the music! 🙂