Heidevolk – Uit Oude Grond

Heidevolk – Uit Oude Grond

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Joris Den Boghtdrincker: voce – Mark Splintervuyscht: voce – Reamon Bomenbreker: chitarra – Sebas Bloeddorst: chitarra – Rowan Roodbaert: basso – Joost den Vellenknotscher: batteria

Tracklist: 1. Nehalennia – 2. Ostara – 3. Vlammenzee – 4. Gelders Lied – 5. Dondergod – 6. Reuzenmacht – 7. Alvermans Wraak – 8. Karel Van Egmond – 9. Levenlots – 10. Deestring – 11. Best Bij Nacht

Terzo disco per gli Heidevolk che, forti della spinta promozionale della Napalm Records, sono diventati un nome di spicco nella scena folk metal. Non si sta parlando di una popolarità pari a quella dei leader Finntroll o Korpilaani, ma è un dato di fatto che sempre più persone negli anni scorsi si siano appassionate alla musica dei sei metallers olandesi. Ad affascinare è sicuramente la genuinità della proposta, un pagan metal diretto, poco elaborato e di grande impatto. Uit Oude Grond (“From Old Soil” la traduzione in inglese) presenta delle piccole ma importanti novità che danno un senso di evoluzione alla loro musica. Non che i nostri con il terzo cd abbiano virato verso quale lido stilistico, ma ascoltando i precedenti album (De Strijdlust Is Geboren e Valhalla Wacht) non ci si può non accorgere che qualcosa effettivamente sia cambiato. Quello che balza subito all’orecchio è la produzione: a differenza dei primi due dischi, questa è potente, pulita e nitida, forse un pochino ovattata: una maggiore enfasi alle frequenze medio-alte avrebbe probabilmente giovato al risultato finale. L’altra cosa che si nota subito è il guitar work più elaborato rispetto al passato, meno statico e con un pizzico d’innovazione rispetto ai primi due album, quanto basta per proporre qualcosa di nuovo e non restare ancorati ai soliti schemi compositivi.

Uit Oude Grond contiene dodici tracce, due delle quali strumentali, per un totale di cinquanta minuti.L’opener Nehalennia racchiude in sé tutti gli elementi caratteristici del “nuovo” corso degli Heidevolk: riffing leggermente più ricercato (pur rimanendo in un contesto tecnico/compositivo piuttosto semplice), le voci dei due cantanti – vero marchio di fabbrica, nonché segno distintivo della band – di Joris Den Boghtdrincker e Mark Splintervuyscht che cercano di essere più melodiche che in passato, riuscendo al tempo stesso a non perdere la “virilità” che li caratterizza, e per concludere un maggior peso alla componente folk. La seconda traccia è Ostara, una canzone decisamente “pagana” che ricorda le atmosfere del debutto De Strijdlust Is Geboren, in particolare lo stacco centrale con la seguente parte up-tempo che suona fieramente battagliera. Vlammenzeeè una delle canzoni più veloci del disco, con il batterista Joost den Vellenknotscher sugli scudi, autore di una prova solida senza cercare di strafare: la sua precisa doppia cassa e il buon gioco di tom rendono la canzone dinamica e scorrevole. Lenta e atmosferica è invece Gelders Lied, dove l’animo più delicato e malinconico degli Heidevolk viene a galla, regalandoci un brano come mai il sestetto olandese aveva composto. Si ritorna alle sonorità di qualche anno prima con Dondergod, brano “classico” per il gruppo originario della Gheldria (Gelderland in olandese), con un buon alternarsi di parti veloci e altre più lente dove i cantanti provano – con discreto successo – ad essere più melodici che aggressivi. Reuzenmacht è un mid tempo convincente che vede nelle sezioni centrale e finale due brevi assoli di chitarra, fatto questo piuttosto isolato nella discografia del gruppo. Ed ecco la vera sorpresa dell’album: Alvermans Wreaak, una strumentale di oltre cinque minuti di durata, nella quale gli Heidevolk dimostrano che anche a livello compositivo qualcosa è cambiato, essendo questo brano segno di grande maturità. Dopo un inizio acustico con mandolino e violino la canzone prende ritmo e potenza, con l’ingresso della batteria prima e della chitarra elettrica poi. La parte centrale vede la batteria aumentare drasticamente di velocità e il riffing delle chitarre si fa serrato (e decisamente maideniano), mentre assoli di chitarra e violino s’intrecciano prima di tornare al tema iniziale, per poi finire con battiti di mano a tempo come avviene nelle migliori taverne dove si balla, si canta e si beve in allegria. Si ritorna a sonorità seriose con Karel Van Egmond, brano che pur non essendo brutto risulta essere il più fiacco del disco nonostante qualche spunto interessante nella parte centrale. Levenlotsinvece è l’altro piccolo gioiello di questo Uit Oude Grond: assolutamente perfetti tutti i giri di chitarra, così come perfette sono le due voci sia nelle strofe che – soprattutto – nel ritornello, uno dei momenti migliori del disco nonostante sia di una semplicità disarmante. Come penultima traccia c’è una strumentale acustica dal titolo Deesting che nulla aggiunge alla tracklist ed è facile vittima dello “skippare” al brano successivo, l’interessante Best Bij Nacht che, come l’opener Nehalennia, presenta tutte le caratteristiche degli Heidevolk 2010. Non poteva esserci chiusura migliore per di un disco decisamente valido che prosegue l’evoluzione iniziata con Valhalla Wacht, un’evoluzione musicale lenta ma costante, che senza grossi scossoni dà l’opportunità all’ascoltatore di poter assorbire al meglio i nuovi input che i sei pagan metallers inseriscono di volta in volta nella propria musica.

Gli Heidevolk con Uit Oude Grond proseguono quindi sulla buona strada tracciata dai primi dischi, pubblicando un lavoro onesto e piacevole all’ascolto. Sopra la media della scena dell’epoca per qualità, ma inferiore rispetto al debutto, questo disco è comunque fondamentale per poter arrivare al successivo Batavi, lavoro epico e potente che ha visto raccogliere i frutti dei semi gettati con Uit Oude Grond.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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Intervista: Corte Di Lunas

Dopo la recensione del bell’EP The Journey – lavoro che mi ha emozionato non poco –, era d’obbligo intervistare i Corte Di Lunas, band in attività da diversi anni e che, tra cambi di formazione e di stile, hanno molto da narrare. La cantante Giordana ha risposto alle domande con grande disponibiltà, permettendoci così di entrare nel mondo del settebello friulano, tra racconti e curiosità, in attesa del prossimo disco che vedrà la luce nei primi mesi del 2020. Buona lettura!

Essendo questa la prima intervista su Mister Folk, iniziamo parlando della storia dei Corte Di Lunas: le origini del gruppo e del nome, i dischi pubblicati e i palchi calcati.

Il gruppo nasce come formazione medievale di musica “da strada” nel 2009, e solo successivamente decide di portare avanti un progetto parallelo, rivisitando alcuni brani di musica medievale e tradizionale in chiave rock. Questo connubio dà vita al primo disco, interamente strumentale, che esce nel 2010 con il titolo Plaudite ‘Sì Più Forte. Dopo i primi concerti con questa nuova formazione il progetto appassiona a tal punto che si decide di separare la formazione medievale (che prende il nome di Menestrelli Di Lunas) dalla Corte di Lunas. Sempre nello stesso periodo i fondatori decidono di ampliare la line-up inserendo anche parti cantate. Così nel 2012 entro io (Giordana) ed esce il secondo disco Ritual, che dà spazio anche ad alcuni brani originali del gruppo. Da qui, la band comincia a calcare diversi palchi di festival italiani come Montelago, Druidia, Triskell, Mutina Boica, Dumeltica, Yggdrasil e altri. Nel frattempo, la decisione di comporre altra musica propria è arrivata da sé e da qui nasce Lady Of The Lake (2015), album dalle influenze rock/metal. Dopo un ulteriore cambio di line-up, infine, quest’anno è uscito The Journey, EP che lancia un nuovo viaggio della band, alla ricerca di un nuovo sound!

Vi ho visto dal vivo al Montelago Celtic Festival, forse era il 2013. Sono passati diversi anni e alcune cose sono cambiate nei Corte Di Lunas, sia musicalmente che di formazione.

Decisamente sì. Sicuramente l’abbandono di uno dei membri fondatori dopo la stagione del 2016 è stato uno dei cambiamenti più importanti e ciò ha influenzato anche le scelte musicali e compositive. Un’altra svolta considerevole è derivata dall’ingresso di tre nuovi membri: Mary al flauto, David al bouzouki e Martina alla ghironda. Ma in definitiva, il cambiamento più importante è stato quello di mentalità all’interno della band, ed il nostro modo di concepire e scrivere la nostra musica.

Il nuovo EP è una sorta di rinascita per la band? Come vi sentite ora che avete pubblicato questo cd?

Carichi! Abbiamo avuto riscontri positivi non solo in Italia, ma anche in Europa e persino dall’America! Dopo il periodo di stallo dovuto ai cambi di formazione non vedevamo l’ora di comporre e proporre ai fan qualcosa di nuovo. La pubblicazione di The Journey è stato un momento particolarmente “liberatorio”. Dal 2016 ad oggi abbiamo attraversato una fase veramente sofferta del nostro percorso, e ora che finalmente abbiamo visto la fine di questo periodo e abbiamo visto la quantità di prove e difficoltà che siamo riusciti a superare non possiamo che essere un po orgogliosi del nostro lavoro ed entusiasti per il periodo a venire. The Journey è sotto tutti gli aspetti un punto di rinascita per la band.

La copertina è molto semplice, è forse un modo per dire “concentratevi sulla musica” in un mondo che guarda sempre più l’estetica invece dell’essenza?

Esattamente, volevamo incuriosire i vecchi fan e quelli nuovi, puntando a qualcosa di minimale che lasciasse spazio alla nostra musica e alle nuove grafiche, dato il restyling di logo e scritta. Il logo, in particolare, rappresenta proprio l’evoluzione del gruppo. Nei precedenti lavori, l’uroboro era più semplice, ma ci siamo accorti che, viste le varie difficoltà affrontate nel corso degli anni, avevamo bisogno di dare un’immagine più significativa e perciò abbiamo scelto di trasformarlo in qualcosa di più forte: un drago. La sua ala avvolge parte del corpo, come a volerne proteggere l’essenza, mentre sulla coda si può notare la cresta composta da sette spine, una per ogni componente della band. Inoltre non poteva mancare il nostro amato ciclo lunare, sviluppato sulla coda del drago.

Musicalmente mi pare che siate tornati a una musica più soft dopo il rock di Lady Of The Lake. Cosa ha portato a questa virata stilistica?

Ci piaceva l’idea di riproporre canzoni nostre in chiave più folk e meno rock/metal, dopo appunto la sperimentazione di Lady Of The Lake. Sicuramente è dovuto ad una crescita personale e alle diverse esperienze singolarmente vissute. Discutendo prima fra di noi e poi con i nuovi membri del gruppo per definire meglio i propositi, ci siamo trovati tutti sulla stessa lunghezza d’onda e l’EP ne è la dimostrazione.

Per il brano The Journey avete girato un bel videoclip: come è nata l’idea del video e ci sono storie e aneddoti da raccontare riguardanti le riprese?

The Journey è in assoluto la canzone che più rappresenta il percorso affrontato dal gruppo e volevamo renderle giustizia, volevamo far sapere ai fan che siamo tornati e che siamo più energici di prima,  proponendo un contenuto che finora non avevamo mai avuto occasione di realizzare, ovvero un videoclip. Ci premeva trasmettere un’idea di unione, infatti si vede la band che intraprende un viaggio, camminando fianco a fianco perché è così che noi attualmente stiamo vivendo questa esperienza. Le riprese si sono svolte in due giornate diverse: la prima è stata dedicata proprio alla parte narrata. Possiamo dire che più di qualcuno è miseramente scivolato sulle foglie secche, mentre qualcun altro tende ad ancheggiare piuttosto vistosamente! Nella seconda giornata si sono svolte le riprese in cui suoniamo e lì ci sono state bacchette volanti, il nostro bassista che ondeggiava di continuo e qualche altra figura pessima fortunatamente non inserita nel lavoro finale! Però abbiamo una raccolta di questi bloopers gelosamente custodita nei nostri cellulari…

Star Of The County Down è un bellissimo brano irish folk. Trovo che le canzoni tradizionali irlandesi riescano a parlare d’amore in una maniera dolce e diversa da tutti gli altri. Come mai avete scelto questa canzone?

Vero? Con una tale semplicità nel testo, questa canzone riesce a trasportarci in un altro mondo e sembra quasi di sentire il profumo della Contea di Down. E, in realtà, è un brano che già da tempo portavamo live e il pensiero di come sarebbe potuto uscire con i nuovi arrangiamenti di flauto, bouzouki e ghironda ci intrigava molto. Il risultato finale ci è piaciuto talmente tanto da volerlo includere nell’EP.

Lady Of The Lake è un brano che avete già inciso, ma ora lo presentate in chiave acustica e il risultato è veramente bello. Ci sono altre canzoni vorreste riarrangiare e presentare in questa maniera? Magari un EP con altre composizioni, sempre acustiche?

Ci stiamo pensando da tempo, perché ci siamo meravigliati del risultato di Lady Of The Lake e ci abbiamo preso gusto. Molto probabilmente una volta terminata la scrittura del disco (e manca poco) ci concentreremo anche su degli arrangiamenti in chiave acustica. A me piacerebbe molto riarrangiare Lost In Fairyland e Stone In The Sand (due brani dai toni molto rock/metal). Vedremo cosa ne salterà fuori!

La vostra musica è molto intensa e tocca l’anima di chi vi ascolta. Cosa rappresenta per voi la musica e cosa vorreste trasmettere con le sette note?

Ti ringrazio per questa frase e anche per la domanda. Vibrazioni, coinvolgimento, immedesimazione.Per noi la musica è una forma di espressione che ci permette di sognare, di creare in un istante eterno e di vagare in spazi sconosciuti. Di metterci in gioco come musicisti, ma soprattutto come persone. Di curare ferite e dare senso al bene e al male. Questo ci lega ad ogni persona che riusciamo a raggiungere e, in un periodo dove non si fa altro che cercare divisioni, ci permette di azzerare pregiudizi, bandiere e contrasti.

Il prossimo passo è un nuovo disco? Anticipazioni?

Certamente, l’EP è stato un breve assaggio che ci è servito per “rinascere” e prendere le misure sia livello di sound che come formazione. Nei nostri progetti abbiamo la pubblicazione di un album di tracce originali, all’inizio del 2020. I brani parleranno di leggende della nostra terra natia, il Friuli Venezia Giulia, e ognuno di essi sarà la storia musicata di una di queste storie. Questo sarà accompagnato anche da altri contenuti, diciamo “multimediali” (per non spoilerare troppo!).

Mister Folk tratta principalmente folk/viking metal, vi chiedo quindi se conoscete alcuni gruppi del genere e se trovate interessanti alcuni elementi di questo stile musicale.

La nostra Marty è una fan sfegatata degli Eluveitie, li segue da oltre dieci anni e si è senz’altro fatta influenzare dal loro stile. Alcune voci non troppo segrete narrano che la sua passione per questo strumento sia nata proprio da lì! Altri gruppi che vanno sicuramente menzionati sono i Korpiklaani e i Finntroll, fra i più famosi, ma vorremmo citare in modo particolare gli Elvenking ed Mago De Oz. Sono stati parte fondamentale degli ascolti di alcuni nostri componenti, sia il nostro batterista Riccardo che il nostro bouzouki-man David hanno militato in gruppi folk metal, e queste band hanno rappresentato una grande fonte di ispirazione per la loro crescita musicale in quel periodo. E anche se per ora abbiamo preso le distanze dalle sonorità metal, come dicevamo prima, dobbiamo comunque ringraziare questi gruppi per averci iniziati a questo genere e percorso.

Vi faccio nuovamente i complimenti per l’EP da poco pubblicato e spero di vedervi presto in concerto. A voi le parole finali!

Scegliamo allora poche parole semplici che parlano di noi, augurandoci che possano ispirare anche voi. Raccontano una storia di quelle scritte a mano, con pazienza. Una storia di paziente rinascita e trasformazione.

“The journey itself keeps you alive
the path, the way allows you to rise.”

Grazie per la bellissima intervista e che i nostri sentieri si incrocino ancora presto!

Osi And The Jupiter – Grå Hest

Osi And The Jupiter – Grå Hest

2019 – EP – Eisenwald

VOTO: SV – recensore: Mr. Folk

Formazione: Sean Kratz: voce, talharpa, percussioni, tastiera – Kakophonix: violoncello

Tracklist: 1. Grå Hest – 2. Autumn

Tornano a farsi sentire gli americani Osi And The Jupiter: il duo dell’Ohio pubblica il vinile 7” Grå Hest come antipasto del terzo full-length Nordlige Rúnaskog, previsto per l’autunno. Sean Kratz e Kakophonix hanno esordito nel 2016 con Halls Of The Wolf, ma la notorietà arriva l’anno successivo con l’ottimo Uthuling Hyl, lavoro folk ambient in grado di competere per bellezza e delicatezza con i maestri del genere. L’obiettivo di Osi And The Jupiter è sempre lo stesso: creare attraverso la musica una connessione tra la Natura e la spiritualità legata agli antichi dèi.

Il lato A del vinile vede la presenza della title-track, con il racconto dell’incontro tra Sigfrido e Odino travestito da vecchio con la lunga barba grigia, il quale consiglia di scegliere Grani come cavallo, un discendete di Sleipnir, cavallo a otto zampe di Odino. Nei tre minuti di musica viene in superfice il meglio del folk ritualistico che tanto ricorda i Wardruna più ispirati. Il lato B è per Autumn, canzone molto diversa da Grå Hest in quanto è una composizione strumentale di piano synth. Drammatica e intensa, in grado di turbare anche l’animo più sereno.

Disponibile in vinile e digitale, Grå Hest è destinato unicamente agli appassionati collezionisti di vinili; tutti gli altri possono ascoltarlo in formato liquido in attesa del prossimo atteso lavoro marchiato Osi And The Jupiter.

Aegonia – The Forgotten Song

Aegonia – The Forgotten Song

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Nikolay Nikolov: voce, chitarra, kaval – Elitsa Stoyanova: voce, violino – Atanas Georgiev: basso – Rosen Paskulov: batteria

Tracklist: 1. In The Lands Of Aegonia – 2. Rain Of Tears – 3. With The Mists She Came – 4. Restless Mind – 5. Dreams Come To Me – 6. Battles Lost And Won – 7. The Offer – 8. The Stolen Song – 9. Gone – 10. The Severe Mountain – 11. A Bitter Fate – 12. The Ruins Of Aegonia

La Bulgaria è una nazione che ha una scena folk metal molto piccola e il gruppo più noto è quello dei Frozen Tears, formazione che ha dato segni di vita in questo 2019 con la pubblicazione di un paio di EP dopo aver dato alle stampe due album nel 2000 e 2002. Una volta menzionati gli Elfheim (due EP negli ultimi dodici mesi), non rimangono che gli Aegonia, formazione nata nel 2011 ma che solamente ora giunge alla realizzazione del full-length di debutto. Il quartetto di Sofia è autore di un delicato folk/gothic metal con rari ma sempre ben congeniati interventi di growl. Il disco The Forgotten Song esce senza il supporto di alcuna etichetta ed è composto da dodici tracce per un totale di sessantacinque minuti. Si tratta di un concept album basato sul libro omonimo scritto da Nea Stand, nome d’arte di Nikolay Nikolov, cantante e chitarrista della band: quando si dice che “se la suona e se la canta”!

Tempi medi, melodie spesso drammatiche e che tendono a ripetersi nelle varie canzoni per dare un senso di continuità musicale sono le caratteristiche principali della musica degli Aegonia. Il violino, la cornamusa e il kaval (flauto tradizionale bulgaro) sono utilizzati con maturità e quando suonato è ben distante dalle classiche melodie spesso allegre del folk metal: si può dire che questi strumenti servono spesso per donare maggiore profondità alle composizioni restando spesso in secondo piano. La lunga Rain Of Tears è un ottimo esempio di quanto detto, con momenti soft e quasi medievali che vengono squarciati dalla doppia cassa e il violino che guida l’ascoltatore in un mondo lontano e magico, forse pericoloso ma che merita di essere conosciuto. Elitsa Stoyanova è la protagonista di With The Mists She Came, una canzone che sconfina spesso e volentieri in territorio gothic: cori e violino sono fondamentali per la riuscita del brano, uno dei più belli di The Forgotten Song. Restless Mind e Battles Lost And Won sono i due lati della medaglia: melodie sinuose trovano riscontro con l’aggressività (per lo più emotiva) della prima e con la decadenza mydyingbridiana della seconda. Gone è drammatica, e viene in mente la frase di Samvise Gamgee ne Il Signore Degli Anelli quando ascolta i canti degli Elfi dei boschi che si dirigono ai Porti Grigi per lasciare la Terra Di Mezzo: “non so perché, ora mi sento triste”. Una sensazione che torna anche nelle successive The Severe Mountain e A Bitter Fate, canzoni ben arrangiate che presentano stacchi musicali notevoli.

Ascoltando The Forgotten Song è facile rimanere affascinati dall’eleganza delle canzoni, una bravura, questa degli Aegonia, che è sempre merce più rara in ambito musicale. Il paragone che può essere azzardato è quello con gli Odroerir, non per la musica, attenzione, ma per la raffinatezza di alcune soluzioni. Se invece si vuol muovere una critica al disco, si può dire che non passa inosservata l’assenza di una canzone trainante, un brano con quel qualcosa in più che gli altri non hanno. Ecco, forse manca quello che può essere identificato come il classico singolo, ma è anche vero che The Forgotten Song è un album costruito in maniera da sopperire a tale mancanza, scorrendo senza momenti di stanca per l’intera durata.

The Forgotten Song, pur essendo un debutto, è un lavoro maturo e profondo, capace di regalare emozioni forti all’ascoltatore. Con qualche aggiustamento (una produzione ancora più efficace in fase “metal”) e un singolo efficace, gli Aegonia possono farsi valere a livello internazionale perché le qualità per affermarsi le hanno tutte. Più che consigliati a chi cerca un ascolto con un approccio serio e autunnale.

Montelago Celtic Festival 2019

MONTELAGO CELTIC FESTIVAL – XVII EDIZIONE

3 AGOSTO 2019, ALTOPIANO DI COLFIORITO (MC)

Testo di Mister Folk, foto di Persephone.

Parlare di Montelago a chi non ci è mai stato non è semplice: qualcuno di famoso diceva che “parlare di musica è come danzare di architettura” e in un certo senso raccontare quel che si vive e prova a far parte del popolo del Montelago Celtic Festival è tutto tranne che semplice. Si potrebbe dire che si fa parte di una famiglia, una famiglia allargata composta soprattutto da sconosciuti, ma tra sconosciuti basta un sorriso per diventare amici e “fratelli di folk”.

Montelago è un festival dove la musica, la buona musica, è al centro dell’intera manifestazione, ma anno dopo anno sono aumentate le attività extra musicali, arrivando a questa edizione, la diciassettesima, a rappresentare una bella fetta dell’interesse potenziale del festival. Veramente tanti, infatti, sono stati i workshop e i corsi che si sono alternati nelle varie tende predisposte, senza dimenticare l’accampamento storico e la “classica” battaglia delle 19.00, il torneo seven di rugby e il mercatino che conta decine di bancarelle/stand con artigianato e altre interessanti mercanzie.

I vostri Mister Folk e Persephone, per motivi lavorativi, hanno potuto partecipare alla terza e ultima giornata del festival, quella del 3 agosto, data che è anche l’anniversario del nostro matrimonio celtico, svolto proprio a Montelago nel 2013, e che quindi risulta essere un giorno speciale e magico al tempo stesso.

 

Felicemente spostati dal 2013

Una volta oltrepassato l’ingresso si entra in un mondo magico, dove i problemi di tutti i giorni sono messi da parte e non c’è tempo nemmeno d’iniziare a orientarsi che già si viene assorbiti dal Flowers Of Montelago, ovvero il torneo seven di rugby: grinta e mete spettacolari sono la norma dello sport più bello che ci sia. Si prosegue con i giochi celtici (lancio del tronco, lancio della pietra e tiro della fune), ma la musica che proviene dal Mortimer Pub è troppo accattivante per non seguirla: sul palco ci sono i The Led Farmers, band irlandese che fa saltare tutti i numerosi presenti davanti al palco. Simpatici e con una buona presenza scenica, tornano per il bis richiesto a gran voce dalla platea con il cantante Brendan Walsh che annuncia l’esecuzione della “canzone più bella mai scritta” e attacca col banjo il riff iniziale di Smells Like Teen Spiritsdei Nirvana: seguono scene apocalittiche di pogo e danze sfrenate, per la felicità di tutti quanti, spettatori e musicisti. Dopo l’abbuffata di folk rock e polvere è il momento di (continuare) a bere e cosa di meglio se non la deliziosa birra al Varnelli? E così, dopo birre, shot e cose varie offerte da amici, conoscenti e sconosciuti, arriva il momento dell’epica battaglia che ha visto coinvolto l’intero accampamento storico, ma nel frattempo il festival offre tante altre alternative: corsi sulla lavorazione dell’argilla e sulla creazione degli incensi mentre i Folkamiseria suonano al Mortimer Pub, con i workshop degli strumenti folk che si svolgono senza sosta e sempre con un gran seguito. Ci sono anche presentazioni di libri, danze scozzesi e i matrimoni celtici (sempre emozionanti!) celebrati dalla sacerdotessa Alessandra McAjvar ed è un peccato non potersi dividere in tanti Mister Folk per poter assistere a tutti gli eventi in programma.

Per quel che mi riguarda, i cani sono i vincitori morali del Montelago Celtic Festival, qui una piccolissima carrellata di amici a quattro zampe fotografati tra una coccola e l’altra:

Il sole si nasconde dietro le bellissime montagne dell’altopiano e la temperatura cala bruscamente (da 27 gradi a 14 in un attimo, alle 4 di mattina i gradi saranno soltanto 8!), ma per fortuna alle 21 iniziano i concerti sul main stage. Poco prima c’è anche tempo per una breve esibizione dei Corte Di Lunas, con gli stand alimentari che vanno a gonfie vele e il mercatino che s’illumina di magia. I polacchi Beltaine sono molto bravi e il loro set è un buon modo per “scaldare” i motori del pubblico che grida e applaude con forza quando alle 23 sale sul palco Hevia, il musicista asturiano con il merito di aver portato la cornamusa e il folk a un livello di popolarità che va ben oltre il confine degli appassionati di questa musica. José Ángel Hevia Velasco dialoga spesso e volentieri con il pubblico in un ottimo italiano e spiega la storia delle canzoni; soprattutto, incanta quando suona e la band che lo accompagna (ne fa parte anche la sorella Maria, percussionista) sfodera una tecnica e una precisione invidiabile. Come prevedibile il concerto si chiude con Busindre Reel, la canzone che lo ha reso famoso nel mondo (in Italia, all’epoca della pubblicazione, fu il singolo più trasmesso dalle radio, facendo mangiar polvere a Lunapop, Ligabue, Jovanotti ed Enrique Iglesias), accolta da un boato dalle migliaia di persone accalcate sotto al palco.

Torniamo in zona palco per il concerto dei Folkstone, la temperatura fa battere i denti, ma il buon alcool e il folk metal dei bergamaschi scaldano a dovere e si balla e canta i classici di Lore e soci. La formazione è cambiata con il recente Diario Di Un Ultimo, ma la band è affiatata e incita a più riprese il pubblico a gridare; la scaletta presenta molti brani tratti dagli ultimi lavori con forse poco spazio riservato ai primi dischi, ma è una scelta in linea con l’evoluzione musicale (e non solo) che i Folkstone hanno intrapreso da Il Confine in poi. Il pubblico è dalla loro, i cori sono urlati al cielo e sorprende piacevolmente notare come tante persone ben oltre i cinquanta anni sappiano i testi a memoria delle varie Escludimi e I Miei Giorni: l’arte dei Folkstone raggiunge tutti ed è difficile rimanere indifferenti.

La stanchezza vince sul desiderio di godere fino all’ultimo secondo di Montelago e verso le quattro ci si ritira per una breve ma fondamentale dormita prima di ripartire alla volta della capitale. Montelago Celtic Festival è un evento che rimane nel cuore e non se ne ha mai abbastanza. L’organizzazione è sempre impeccabile, le persone che partecipano sono adorabili e il programma diventa anno dopo anno sempre più ricco e vario. Si inizia quindi il conto alla rovescia: – 364 giorni a MCF 2020!