Arstidir Lifsins – Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir

Arstidir Lifsins – Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir

2020 – full-length – Ván Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Marsél: voce – Stefán: chitarra, basso, pianoforte – Árni: batteria, organo, viola, violoncello, voce

Tracklist: 1. Ek býð þik velkominn – 2. Bróðir, var þat þín hǫnd – 3. Sem járnklær nætr dragask nærri – 4. Gamalt ríki faðmar þá grænu ok svǫrtu hringi lífs ok aldrslita – 5. Um nætr reika skepnr – 6. Heiftum skal mána kveðja – 7. Er hin gullna stjarna skýjar slóðar rennr rauð’ – 8. Um nóttu, mér dreymir þursa þjóðar sjǫt brennandi – 9. Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar

Abbiamo incontrato i talentuosi Árstíðir lífsins a metà 2019 per la pubblicazione di Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr e a un anno di distanza ecco arrivare il nuovo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir, ovvero l’altra metà del concept sul quale si basa il lavoro della band islandese/tedesca. Non trattandosi dei Guns n’Roses era impossibile per la Ván Records pubblicare simultaneamente due cd anche se uniti a livello concettuale, ecco quindi la necessità di separare le due parti e pubblicarle a un anno di distanza l’una dall’altra. Inoltre la domanda che ci si pone da ascoltatore è: “’quanto sarebbe stato difficile “assorbire” centoquarantaquattro (144!) minuti di musica per niente immediata e che necessita di numerosi e attenti ascolti per essere digerita e compresa?”. Così facendo la Ván Records e gli Árstíðir lífsins hanno risolto due problemi con una solo mossa, facendo anzi incuriosire ancora di più i fan della band, in religiosa attesa del secondo atto della Saga, sapendo di poter contare su di loro per quel che concerne le vendite. Vendite meritatissime, perché gli Árstíðir lífsins non hanno mai sbagliato un’uscita e nel corso della loro carriera – iniziata nel 2008 e che al momento conta due EP, due split e cinque full-length – sono stati bravissimi a pubblicare solamente gioielli di pagan black metal senza mai abbassare l’asticella della qualità.

Il primo disco della Saga è ormai storia (anche se recente), come suona il nuovo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir? Non bisogna aspettarsi alcuna novità a livello musicale: gli Árstíðir lífsins suonano ormai con una personalità e consapevolezza dei propri mezzi che li rende immediatamente riconoscibili, capaci di entrare nelle profondità umane e musicali al fine di realizzare canzoni in gradi di far venire la pelle d’oca. L’unica differenza reale tra i due Saga è che nel secondo capitolo viene dato maggiore spazio all’aspetto acustico/ambient delle canzoni, un elemento che non è mai mancato alla band di Marcél e soci, ma che in questo lavoro ricopre un ruolo ancora più importante. Black metal, sontuosi arpeggi di chitarra, cori liturgici, melodie oscure e feroci accelerazioni fanno da contraltare a momenti ritualistici che da sempre costituiscono parte del bagaglio musicale degli Árstíðir lífsins, i quali senza la necessità di incorporare nuovi elementi ad ogni uscita riescono a trasformare con grande efficacia in musica le storie raccontate nei testi. Come facilmente intuibile, si continua a parlare del re norvegese Óláfr Haraldsson (995-1030), responsabile (colpevole?) dell’evangelizzazione della Scandinavia dopo la sua conversione; una storia apparentemente semplice che viene invece narrata con grande precisione e passione attraverso i nove brani, rendendo di fatto i due Saga i lavori maggiormente complessi e ambiziosi della band nord europea. Come sempre l’estetica del prodotto è fattore di vanto per etichetta e gruppo: il corposo booklet è ricco di illustrazioni, informazioni extra utili a comprendere meglio la vicenda e presenta i testi in lingua originale, l’antico islandese, tradotti in inglese.

Passano due canzoni e oltre dieci minuti prima di poter ascoltare per la prima volta la chitarra: è proprio questa la forza degli Árstíðir lífsins, ovvero coinvolgere l’ascoltatore per lunghi minuti con intro/lunghi tratti parlati-atmosferici senza però annoiarlo, evitando così il più classico (e quasi sempre giusto) skip a favore della prima canzone “vera”. C’è da dire che Sem járnklær nætr dragask nærri è semplicemente fantastica, tra Enslaved periodo viking black e pesanti nuvole nere che annunciano il temporale. L’esecuzione è perfetta, i brani sono taglienti e cupi e non c’è un solo momento di flessione: tutto al posto giusto, nient’altro da aggiungere. Tra le black oriented Gamalt ríki faðmar þá grænu ok svǫrtu hringi lífs ok aldrslita (contenente tutte le sfaccettature del sound) e Heiftum skal mána kveðja dal riffing incisivo, troviamo la tenebrosa Um nætr reika skepnr, canzone dall’incedere lento e quasi ritualistico: la voce narrante così profonda culla l’ascoltatore come le morbide onde del mare fanno con le piccole imbarcazioni a remi. Per affrontare il mare aperto di Er hin gullna stjarna skýjar slóðar rennr rauð’, invece, ci vuole una longship vichinga data l’irruenza della batteria e i continui cambi di tempo e ferocia. L’ambient di Um nóttu, mér dreymir þursa þjóðar sjǫt brennandi, infine, conduce alla conclusiva, lunghissima e spettacolare Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar. Se è vero che gli Árstíðir lífsins sono maestri nell’allungare a dismisura introduzioni e parti atmosferiche, è altrettanto vero che i loro brani dalla durata importante (qui si parla di diciotto giri di lancetta) non sono mai banali, scontati o ripetitivi.

Chi conosce i precedenti lavori degli Árstíðir lífsins avrà già fatto suo questo gran disco in fase di preordine, tutti gli altri non potranno fare a meno di rimanere affascinati da tanta classe al servizio di questo bellissimo connubio tra musica folk ambient, pagan e black metal.

Intervista: INNO

Il videoclip di Pale Dead Sky mi stregò al punto da farmi immediatamente preordinare il disco: sapevo dell’esistenza di questa nuova band chiamata INNO formata da nomi noti della scena romana e sapevo che a breve sarebbe uscito il disco, null’altro. La visione del video mi emozionò tantissimo al punto di farmi acquistare il cd senza il bisogno di informarmi maggiormente. Da quel giorno il cd The Rain Under ha risuonato nella mia casa decine di volte, ogni volta svelando un particolare prima rimasto nell’ombra, un disco capace di coinvolgere l’ascoltatore ad ogni passaggio. Dal piacere dell’ascolto all’idea di intervistare la band il passo è stato breve: la cantante Elisabetta Marchetti e il bassista Marco Mastrobuono si sono mostrati subito interessati, rendendo possibile questa piacevole chiacchierata.

In molti vi hanno definito una “all star band” e anche se la definizione può essere valida a me viene da dire che siete degli amici che hanno deciso di suonare insieme. Come e quando Inno ha preso vita?

Marco: L’idea di mettere su il progetto INNO è esattamente quello che hai detto, amici che si conoscono da tantissimi anni e vogliono suonare insieme, nulla di più o nulla di meno. L’idea mi balenava in testa da parecchio e mentre ero in viaggio con gli Hour Of Penance per un concerto al nord Italia ne parlai con Giuseppe, che è il nostro fonico live. L’idea era appunto di creare qualcosa di diverso dai nostri precedenti progetti musicali con l’unico scopo di divertirsi e scrivere musica che ci piacesse.

Il disco The Rain Under è uscito da qualche mese, si possono tirare le prime somme?

Marco: Non è uscito nel periodo storico più fortunato per la musica, quello è sicuro, ma siamo rimasti estremamente soddisfatti della risposta da parte del pubblico, anche più grande delle aspettative. Avevamo iniziato a programmare concerti per quest’estate ma ovviamente causa pandemie mondiali è tutto saltato a data da destinarsi. Nel mentre non ci siamo persi d’animo e stiamo lavorando comunque a materiale da pubblicare a breve.

Sono una di quelle persone che ha preordinato il disco appena ha visto il bellissimo videoclip di Pale Dead Sky. Volete raccontarci qualcosa sulla canzone e sul videoclip girato da Martina L. McLean di Sanda Movies?

Elisabetta: Martina e tutto il suo staff sono dei grandi professionisti e hanno colto appieno l’atmosfera che volevamo trasmettere con quel video. È stata un’esperienza magnifica, sicuramente estenuante a causa delle bassissime temperature, avendolo girato il 22 dicembre, ma ne è valsa sicuramente la pena. La canzone parla di una delle peggiori malattie che affligge il mondo in questi tempi, la depressione, e ogni scena rappresenta le sue varie sfaccettature. La maggior parte delle riprese si sino svolte presso la caldara di Manziana, un posto veramente magnifico che avevamo scoperto durante le nostre foto promozionali scattate un anno prima.

Insieme al disco è arrivata un’illustrazione della cantante Elisabetta Marchetti. Il disegno è molto crudo e mostruoso, nasce forse da un incubo? Lo stile e la “brutalità” contrastano molto con l’eleganza della sua voce, quindi mi piacerebbe conoscere la storia che c’è dietro.

Elisabetta: Hai centrato in pieno l’obiettivo e le mie scelte stilistiche! Il disegno rappresenta un incubo e, come spesso accade nel mondo dei sogni, le immagini sono piene di contrasti e non esistono “regole” per le quali una persona, un oggetto o una sensazione debbano per forza rispettare il contesto in cui sono inserite. Ispirandomi agli anni ‘70 in cui gruppi rock, pop e proto-metal come Coven, David Bowie e Beatles, erano soliti associare testi con tematiche molto crude e d’impatto a musiche orecchiabili e decisamente sobrie, ho deciso di parlare di incubi mantenendo uno stile vocale prevalentemente non aggressivo, che andasse in contrasto con gli argomenti trattati

Musicalmente si possono riconoscere alcune delle vostre influenze (a me avete ricordato i VuuR in versione mediterranea), ma sono curioso di saperne di più sulle origini dei testi e sui concetti che volete far conoscere ai vostri ascoltatori.

Elisabetta: Innanzitutto ti ringrazio per il paragone: Anneke è una delle mie muse ispiratrici ed è grazie a lei e ai The Gathering che iniziai a cantare da ragazzina! Come anticipato nella precedente domanda, il disco rappresenta una sorta di diario personale in cui parlo principalmente dei miei incubi e di periodi molto bui della mia vita. Fin da giovanissima soffro di disturbi del sonno ed in particolar modo di paralisi notturne delle quali ho imparato a prendere nota su un taccuino sotto forma di frasi, racconti o disegni, decidendo poi con questa band, di trasformarle in un vero e proprio concept per il nostro primo album il cui titolo “The Rain Under” descrive con un gioco di parole (Rain-Reign) il mondo dei sogni. Un mondo nascosto e misterioso dove ricordi, fantasia e paure si mescolano in un’unica realtà.

Nella traccia Night Falls compare l’ospite Vittoria Nagni con il suo violino. Come siete entrati in contatto con la musicista e come mai avete poi stravolto il suono dello strumento fino a renderlo quasi irriconoscibile?

Marco: Ho conosciuto Vittoria quando è venuta nel mio studio a registrare alcune parti di un disco che stavo producendo alcuni anni fa, e mi ha colpito molto il suo sapersi adattare in maniera estremamente veloce ad arrangiamenti che sono lontani da strumenti classici. Avere un’apertura di mente così pronta in studio di registrazione, soprattutto se associata a strumenti classici è veramente un grande punto di forza, e avere questo talento nel disco è una cosa che ho immediatamente voluto quando l’ho sentita suonare. Non importa che il risultato finale sia qualcosa forse di non riconoscibile come un violino, l’unica cosa che conta è la canzone finita.

Parliamo della cover High Hopes dei Pink Floyd: mi è piaciuta moltissimo la vostra rivisitazione, senza la necessità di stravolgerla ma facendola comunque vostra. A chi è venuta l’idea di questa cover? I Pink Floyd andrebbero fatti studiare alla scuola dell’obbligo, ma è stata una sorpresa apprendere la presenza di un loro pezzo nel vostro cd invece che so, di un più prevedibile Anathema o The Gathering.

Elisabetta: Anche qui abbiamo deciso di trovare il modo di uscire un po’ fuori dalle righe. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che ha sempre amato la buona musica e credo di aver ascoltato i Pink Floyd da prima ancora che venissi al mondo! La fortuna è continuata: essendo anche gli altri ragazzi della band dei grandi estimatori del genere, non avevo dubbi che nel proporre questa canzone come cover avrei avuto risposte positive. Il pezzo si inserisce perfettamente (sia come musica che come stile) nel nostro disco ed è stata un’importante occasione per rendere omaggio ad una delle nostre band preferite, anche se fuori da un contesto metal

Come band in quale maniera avete vissuto il lockdown? Avete continuato a comporre “in solitaria” per poi sentirvi online oppure vi siete presi un periodo di riposo dopo la pubblicazione?

Marco: L’atmosfera depressiva del lockdown è stata sicuramente una grande ispirazione per alcuni prossimi riff. Scherzi a parte, abbiamo lavorato molto per prepararci al nostro primo e unico live streaming, che fortunatamente è stato un grande successo, quindi abbiamo provato moltissimo per preparare uno spettacolo che lasciasse un bel ricordo per tutti. Attualmente stiamo scrivendo più materiale possibile, ognuno un po’ per conto suo e a breve ci vedremo per selezionare qualcosa su cui poggiare le fondamenta di un prossimo disco.

Siete stati proprio sfortunati: il disco arriva nelle case e non potete portare in giro sui palchi la vostra musica. Credo che il danno sia non di poco, anche a livello personale il live dopo tanto tempo speso in sala prove e studio di registrazione è quasi “necessario”. Come vi state organizzando per il 2021? Farete qualcosa nei prossimi mesi, magari di intimo e acustico?

Marco: Per ora il primo esperimento del live streaming che abbiamo fatto a luglio e che potete ancora vedere su Youtube (lo trovate QUI, ndMF) è stato sicuramente un primo ottimo risultato. Purtroppo mettere su uno spettacolo di questo tipo ha dei costi molto elevati e ovviamente questo ci impedisce di poterne fare quanti vorremmo, ma almeno siamo riusciti a mettere questa prima pietra per far vedere al mondo che esistiamo.

Per il 2021 ci saranno concerti o state pensando a un nuovo disco/EP?

Marco: Entrambi. Abbiamo ricevuto alcune proposte molto interessanti per un paio di tour nel 2021 ma purtroppo ancora non abbiamo idea di come si evolverà la situazione mondiale. Purtroppo ci sono delle domande a cui ancora non possiamo darci delle risposte e come riprenderà la vita dei concerti nel mondo. Nel mentre l’unica cosa che possiamo fare è scrivere, registrare e far uscire materiale audio e video, e voglio preannunciarvi che a breve vedrete un altro nostro video online, molto, molto particolare.

Come sapete il mio è un sito dedicato al folk/viking metal. Qualcuno vede questa musica come metal con le zampogne, ma c’è qualche artista, magari tra quelli più “ricercati” tipo Enslaved ed Helheim che vi piacciono?

Marco: Beh partiamo con il presupposto che non ci sta nulla di male a fare metal con le zampogne, hanno fatto uscire cose assolutamente peggiori di questo nel panorama musicale mondiale, quindi ben vengano le zampogne. Per quanto riguarda il genere in particolare siamo persone che apprezzano moltissimo le sonorità folk “nordiche” e stiamo cercando di inserire influenze che virino anche in quella direzione, anche meno metal del previsto. Uno dei gruppi che stiamo ascoltando maggiormente di questo periodo sono i Wardruna…

Vi ringrazio per la disponibilità e rinnovo i complimenti per The Rain Under, mi è piaciuto un sacco e continuo ad ascoltarlo ancora oggi a distanza di mesi; potete aggiungere qualunque cosa, a presto!

Grazie mille per la disponibilità e per lo spazio, speriamo di vederci a breve appena si potrà tornare a suonare dal vivo!

Stilema – Utopia

Stilema – Utopia

2020 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Gianni Izzo: voce, chitarra acustica Federico Mari: chitarra, voce harsh Francesco “Frenk” Pastore: basso, tastiera Domenico Pastore: batteria Wiktoria Denkiewicz: violino, voce

Tracklist: 1. Il Volo Eterno 2. Tra Leggende E Realtà 3. Ophelia 4. Mondi Paralleli 5. Da Qui Non Si Passerà 6. Anacrusis 7. Utòpia – 8. Armonie

Avevamo lasciato gli Stilema un paio di anni fa con la pubblicazione dell’EP Ithaka e li ritroviamo ora con un cd, Utopia, che mostra la maturazione artistica del gruppo di Ladispoli (Roma). Con il nuovo album Gianni Izzo e soci virano decisamente sulla strada dell’heavy metal, senza però rinnegare o abbandonare quell’alone di poesia che li ha sempre contraddistinti, rendendoli fin da subito personali e diversi dal resto della scena: se è vero che la chitarra ricopre ora un ruolo più importante rispetto al passato, non da meno sono le linee vocali di Izzo, cantastorie d’altri tempi al servizio del folk metal.

Utopia è un album prodotto dalla Hellbones Records in formato digipak, composto da otto canzoni per un totale di quarantadue minuti di durata. L’opener Il Volo Eterno è il classico brano di apertura nel quale la band riversa tutte le capacità al fine di realizzare una “canzone riassunto” che può essere considerata il manifesto musicale degli Stilema 2020. Tra Leggende E Realtà ha un sound tipicamente folk metal: andatura allegra e ottime linee vocali, senza dimenticare il violino sempre al servizio della composizione. L’intro di Ophelia, delicato e dolce, porta in un mondo nel quale i musicisti mostrano tutta la propria classe costruendo una canzone che, nonostante qualche urlo, non abbandona mai una sorta di romanticismo che la fa risaltare immediatamente fin dal primo ascolto. Di Mondi Paralleli rimane impresso il break a metà canzone, dove tutto cala e quasi dal silenzio riparte il violino per poi esplodere nel bel ritornello. Le sirene dei bombardamenti introducono Da Qui Non Si Passerà, probabilmente il brano più diretto ed efficace di Utopia. Si tratta di ottimo folk metal ricco di grandi riff di chitarra, stacchi potenti e ottime linee vocali: davvero ben fatto! Dopo il breve intermezzo Anacrusis si giunge alla title-track: gli Stilema non rifiutano la sfida di allargare il raggio sonoro e negli oltre otto minuti della canzone troviamo veramente un po’ di tutto, comprese alcune accelerazioni estreme che mai prima avevamo sentito in un loro pezzo. Stupisce in positivo il blocco centrale progressive (che prosegue più tardi con un guitar solo) presto ammorbidito dalla chitarra acustica e una sonorità che riporta al cantautorato. Se c’è un brano in grado di rappresentare le vaste possibilità del gruppo, beh quello è proprio Utopia. In chiusura del disco troviamo Armonie, con il pianoforte nella parte del leone per un dolce componimento che equilibra il cd e porta a conclusione con grazia un lavoro maturo e a tratti sorprendente.

Utopia fotografa gli Stilema anno 2020: una formazione che ha trovato la propria via e la percorre con sicurezza, conscia delle proprie capacità e libera da ogni tipo di limite. Complimenti Stilema!

Intervista: Tersivel

Una band con un sound che negli anni è mutato, partendo dal più classico folk metal per arrivare – per ora – a sonorità più oscure e pesanti, ma non per questo meno interessanti. Parlare con il leader Lian Gerbino, poi, è sempre interessante e la sua passione per la musica (e l’Italia) è contagiosa ed è un piacere parlare con un musicista e una persona così disponibile in gamba. Al centro della conversazione c’è il nuovo singolo Embers Beneath The Spirit, ma non mancano domande sul precedente disco Worship Of The Gods e del suo recente trasferimento in Svezia.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ciao Lian, ci ritroviamo a fare un’intervista tre anni dopo l’uscita di Worship Of The Gods, il vostro secondo disco. Cosa è successo in tutto questo tempo e perché l’attesa è stata così lunga?

Ciao Fabrizio, è sempre un piacere parlare con te. Sì, è passato molto da quando è Worship Of The Gods uscito. Abbiamo rilasciato un singolo nel 2018, Satyrs Wine Part II, che forse può essere interpretata come ponte tra quel disco epic del 2017 e quest’arte dark/introspettiva che stiamo esplorando nel 2020; per quanto riguarda l’attesa, non lo so, non è così lunga negli standard dei Tersivel credo. L’ultimo intervallo, tra l’album di debutto e il nostro secondo album, era di sei anni. La vita si trova sempre nel mezzo, i mesi si trasformano in anni, gli imperi sorgono e cadono, le pandemie fottono il mondo, di tutto e di più. Comunque, capisco dove tu voglia arrivare con questa domanda, è come il tempo che stiamo vivendo, si chiede all’artista di essere super produttivo, l’attenzione delle persone è bombardata costantemente, quindi abbiamo bisogno di tenervi aggiornati altrimenti le persone si dimenticheranno di noi. E la dimenticanza è la faccia peggiore della morte. Bene, penso che tutto ciò sia molto negativo per le arti e, di conseguenza, per le persone che consumano arte. Le arti stanno diventando superficiali, meno impegnative, meno colte. Certo, i bastioni sono ancora in piedi, ma chi osa citare Virgilio o Dante non avrà alcuna possibilità contro quelli che parlano di tette e culi. È quello che è, sì, lo so, ma non significa che lo si debba accettare ciecamente.

Parlando di Worship Of The Gods, cosa puoi dirmi dell’accoglienza ricevuta da pubblico e stampa?

In generale, il disco ha ricevuto una buona accoglienza. Ovviamente, ad alcune persone piace ad altre no. È un disco complicato, con un tema complesso. Le persone alla quale è piaciuto sono quelle che si sono prese il tempo per capirlo, che sono andati giù con Julian (Flavio Claudio Giuliano, imperatore romano e personaggio intorno al quale ruota il concept lirico del disco, ndMF) per così dire. La solitudine religiosa di Julian, sotto il primo regime cristiano, era un carico pesante. E dimmi, la solitudine non riguarda anche la contemporaneità, anche quasi 1700 anni dopo l’epoca di Julian? Che dire dell’onestà? Della manipolazione politica? E dell’amore e della mancanza di amore, non solo verso gli altri, ma anche verso sé stessi? Certamente, ci sono delle differenze, il nostro è un mondo di tecnologia e globalizzazione, comunque, i conflitti e i conflitti interni dell’uomo rimangono uguali.

Tre anni dopo la sua pubblicazione, c’è qualcosa che cambieresti o faresti in maniera diversa?

Non proprio. Amo quel disco dall’inizio alla fine. Quel disco è la versione più evoluta di noi stessi che potevamo essere in quel momento. Ovviamente, c’era molta oscurità nelle nostre vite a quel tempo, a volte era difficile connettersi tra di noi, a volte era facile, dome se gli Dei stessi ci guidassero attraverso quei momenti bui. Oggigiorno, guardo a quel disco non solo come ad uno step importante nella nostra evoluzione artistica, ma anche come ad un indicatore temporale delle nostre vite. Non oserei cambiare una nota.

Siete da poco tornati a farvi sentire con la pubblicazione di un singolo/videoclip, Embers Beneath The Spirit. Perché la scelta di un singolo e la decisione di realizzare il video promozionale?

Abbiamo combattuto con l’idea di rilasciare nuova musica prima che il nuovo disco fosse finito. Alla fine, abbiamo deciso di aprirci con i nostri fan e di mostrare loro cosa stesse succedendo nell’HQ dei Tersivel. Per quanto riguarda il perché di un singolo, bene, noi lo vediamo come un altro ponte tra ciò che era e ciò che sarà. Forse come una stazione su una ferrovia invisibile dove l’ascoltatore può salire a bordo e unirsi a noi per una corsa.

Nel nuovo brano si sente che qualcosa nel sound dei Tersivel è cambiato. Sarà così anche per il prossimo lavoro o semplicemente avete cercato una musica che rispecchiasse bene il testo?

Sì, questo è il caso. Il nuovo album sarà nell’atmosfera di Embers Beneath The Spirit, musicalmente e dal punto di vista dei testi. Il sound dei Tersivel può essere cambiato, ma penso sia la cosa più ragionevole da fare. Il cambiamento è parte della vita. Astenersi dal cambiamento è come mettere degli uccelli in gabbia. C’è una canzone del folklore cileno resa immortale dalla cantante argentina Mercedes Sosa che fa: “Cambia lo superficial, / Cambia también lo profundo, / Cambia el modo de pensar, / Cambia todo en este mundo, / Cambia el clima con los años, / Cambia el pastor su rebaño, / Y así como todo cambia, / Que yo cambie no es extraño“, che in italiano fa: “Quello che è poco profondo, cambia / Quello che è profondo cambia lo stesso / Il modo di pensare cambia / Tutto cambia in questo mondo / Il tempo cambia con gli anni / Non è strano che io cambi con esso”.

In Embers Beneath The Spirit posso sentire alcuni elementi che mi ricordano i Gojira, ma anche Katatonia e Opeth nella parte centrale, quando le tastiere portano una “bellezza melodica” alla canzone. Voglio farti sapere che ho veramente apprezzato queste cose come musicista. Oltre alla bellezza strumentale, questa canzone ha un testo veramente potente che calza perfettamente con la musica, nella quale credo che le parti vocali pulite e growl siano perfettamente bilanciate. Secondo me con questa canzone avete centrato il punto. Cosa ne pensi? (domanda di Chiara)

Sono contento che ti piaccia e grazie per aver condiviso il tuo pensiero. Gojira, Katatonia e gli Opeth sono band che, su livelli diversi, piacciono a noi Tersivel. Pochi anni fa ero ossessionato dai Katatonia. Amo la poetica di Jonas Renkse, specialmente il periodo tra il 2000 e il 2010.  Ha una tonalità con le parole che mi raggiunge così facilmente, come quei versi in Follower (2006, The Great Cold Distance): “My mouth is shut, stupidity has shut my mouth, / So when you come, I’m too unprepared to come along“.  Musicalmente questa nuova produzione dei Tersivel ha un nuovo unico elemento che non era presente prima, il nostro nuovo batterista Danny Ebenholtz. Si è unito alla band nel 2019 non solo come batterista, ma portando anche le sue idee nella tavolozza della composizione. Franco Robert e io abbiamo scritto musica insieme per almeno quindici anni, ci campiamo tra di noi molto bene e inoltre abbiamo questa specie di brutale onestà che riguarda le idee artistiche che abbiamo sviluppato attraverso questi anni che, per alcune persone, è una pillola dura da mandar giù. Danny si è connesso subito con il nostro modo di fare e ha trovato il suo posto subito.

La copertina del singolo è molto evocativa. Cosa volete trasmettere attraverso quell’immagine?

L’artwork è stato fatto dall’artista Vito Rodriguez Christensen. Gli abbiamo commisionato due lavori, quello che vedi in Embers Beneath The Spirit, e un altro per il nostro nuovo disco. In Embers Beneath The Spirit il riferimento è ad Orfeo mentre lascia l’oltretomba, proprio nel momento dopo aver perso Euridice. È sulla solitudine e sulla perdita, su come fosse dolce il passato, com’è grigio il presente, e com’è orribile e cupo il futuro, dove l’unica certezza è la morte.

Quali saranno i prossimi passi della band?

Siamo ora nella fase finale della produzione del nostro nuovo album. Il terzo full-length nel catalogo dei Tersivel. È un disco forte, riempito di oscurità, tragicità, aggressività e dolore. È anche serio e riflessivo anche dal punto di vista dei testi. Ci stiamo evolvendo dalla band di nicchia che potresti etichettare come “folkish metal”, specialmente l’era di For One Pagan Brotherhood (2011) a un tipo di progetto sperimentale dove noi non rispettiamo nessuna regola. Non stiamo considerando nessuno, in particolare coloro ai quali piace mettere le cose in piccole scatole. La nostra arte deve essere onesta, autentica, ed emotivamente profonda in primo luogo per noi, non per qualcun altro. Di nuovo, sarà un album complesso, non di facile ascolto per un ascoltatore casuale, questo è sicuro.

Ti sei trasferito dall’Argentina alla Svezia. Ti posso chiedere quale ragione ti ha spinto a questo cambio drastico e se pensi che la tua band possa giovarne?

Solo le cose della vita. Per quanto riguarda la band avvantaggiata dall’essere qui, ti direi di sì. L’Europa è più aperta mentalmente del sud del mondo alle band che cantano in inglese. Il metal è di gran lunga più popolare in Europa che in America Latina e le grandi città sono più vicine l’une alle altre qui, che da più benefici ai tour. Comunque il 2020 è un po’ un anno maligno, specialmente per le band e per la scena underground, quindi, non lo so, è difficile fare predizioni.

In Argentina ti sentivi parte della scena? Come ti sembrano le cose in Svezia?

Assolutamente! Siamo parte della scena argentina. L’Argentina sarà sempre casa per me e Franco, sai. Anche Danny, il nostro membro svedese, vorrebbe suonare a Buenos Aires al più presto. Se tutto va bene, questa pandemia finirà presto e le cose torneranno alla “normalità”, permettendoci di viaggiare e di suonare live. La Svezia ha una sana scena underground di media grandezza. Ci sono molti luoghi d’incontro nel paese, e i metallari sono veramente d’aiuto alle band che amano. Ovviamente, sto parlando del pre-Covid qui, chissà come saranno le cose nel futuro, ma non sembra così cupo.

Tanti anni fa, ai tempi della nostra prima intervista, mi raccontasti delle tue origini siciliane. Sei mai stato in Italia?

Sì, l’ho fatto. Amo l’Italia. Non solo la sua storia e i paesaggi bellissimi, ma anche le persone. Italiani e argentini sono molto simili. Ovviamente, ci sono ragioni storiche per questo, più della metà della popolazione argentina ha origini italiane. C’è un detto comune: “Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo”. La scorsa estate, ho trascorso del tempo a Salerno. Ho visitato quasi ogni città nella costa Amalfitana. Ho passato del tempo stupendo a Pompei e scalato il Vesuvio. Visitato Paestum e molti altri posti. Ma ancora ci sono molti posti in Italia che vorrei visitare e conoscere, ma, di nuovo, quello che mi piace di più è la connessione tra la cultura e le persone.

Grazie Liam per l’intervista, sono molto felice che i Tersivel abbiamo pubblicato un bel disco come Worship Of The Gods e siano tornati di recente col nuovo singolo, a te i saluti ai lettori!

Grazie Fabrizio, mi sono divertito a parlare con te. Ai lettori: spero che voi apprezziate questa conversazione. Se volete chiedermi qualcosa in particolare, sentitevi liberi di unirvi a noi nel nostro gruppo privato “The Way It – Tersivel” e chiedere. https://www.facebook.com/groups/tersivelhttps://www.tersivel-music.com/

ENGLISH VERSION:

Hi Lian, we find ourselves for an interview three years after the release of Worship Of The Gods, your second album. What happened in all this time and why has the wait been so long?

Hi Fabrizio, it’s always a pleasure to chat with you. Yeah, it’s been a while since Worship Of The Gods came out. We released a single in late 2018, Satyrs Wine Part II, which was intended as a bridge perhaps, between that epic 2017 record and this dark/self-reflective art we are exploring in 2020. As for the wait being long, I don’t know, it’s not that long in Tersivel‘s standards I guess. The last gap, between our debut record and the second one, was 6 years. Life gets always in the middle, months turn into years, empires rise and fall, pandemics fuck the world, you name it. However, I understand where you are going with the question, it’s like that the times we are living in, demand artists to be super productive, people’s attention is being bombarded constantly, so you need to keep up otherwise people will forget about you. And forgetness is the worst face of Death. Well, I think all of that is very bad for the arts and consequently, to the people consuming arts. The arts are getting shallow, less challenging, less cultured. Of course, bastions are standing yet, but those who dare to quote Virgil or Dante won’t get a chance against the ones talking about tits and asses. It’s what it is, yes I know, but it doesn’t mean that one should accept it blindly.

Speaking of Worship Of The Gods, what can you say to me about the reception of the album from the public and from the press?

In general, the record received a good reception. Of course, some people like it while others not so much. It’s a complex record, with a complex theme. The people who enjoyed it the most are the people who took the time to understand it, who went down with Julian, so to speak. Julian’s religious loneliness, under the early Christian regime, was a heavy burden. And tell me, isn’t loneliness a contemporary concern as well, even almost 1700 years later than Julian’s time? What about Fairness? Political manipulation? Love and lovelessness, not only to others but to oneself? Of course, there are differences, our world is a world of technology and globalization, however, human inner conflicts and struggles remain the same.

Three years later its publication, is there something that you would change or do differently?

Not really. I love that record front to back. That record is the most evolved version of ourselves that we can be at that time. Of course, there was a lot of darkness around that time in our lives, sometimes it was hard to connect among ourselves, sometimes easy, as if the gods themselves were guiding us through those dark moments. Nowadays, I see that record not only an important step in our artistic endeavors but also as a timestamp of our life. I wouldn’t dare to change a note.

You recently returned to make yourself heard with the publication of a single/videoclip, Embers Beneath The Spirit. Why did you choose a single and to make a promotional video?

We struggled with the idea of releasing new music before the new record was done. In the end, we decided to open up with our fans and show what’s going on in Tersivel‘s HQ. As for why a single, well, we see it as another bridge between what it was and what will be. Perhaps like a station on an invisible railway where the listener can board and join us for a ride.

In the new song, we hear that something in Tersivel’s sound has changed. Will this also be the case for your next work or have you simply looked for the music that reflects the text well?

Yes, this is the case. The new record will be in the vibe of Embers Beneath The Spirit. Both, sonically and lyrically. Tersivel‘s sound may have changed, but I think that’s the reasonable thing to do. Change is part of life. To refrain from changing is like putting birds in a cage. There’s a Chilean folk song, immortalized by Argentine singer Mercedes Sosa that goes: “Cambia lo superficial / Cambia también lo profundo / Cambia el modo de pensar / Cambia todo en este mundo / Cambia el clima con los años / Cambia el pastor su rebaño / Y así como todo cambia / Que yo cambie no es extraño“, english: (my translation) “What is shallow, changes / What is deep, changes as well / The way of thinking changes / Everything changes in this world / The weather changes with the years / The shepherd changes his sheep / And so, as everything changes / It’s not strange that I change along

In Embers Beneath The Spirit I can hear some elements that remind me of Gojira, a little of Katatonia and Opeth especially in the middle section, where the keyboard adds a “melodic beauty” to the song. I want you to know that I really enjoy these elements as a musician. In addition to all that instrumental beauty, this song has a really powerful lyric that perfectly fits with the music, in which I personally believe that the clean and the growl parts are really balanced. In my opinion, you really made the point with this new song. What do you think about that? (answer by Chiara Coppola)

I’m glad you like it and thanks for sharing your thoughts. Gojira, Katatonia and Opeth are bands which, to different levels, we all in Tersivel like. A few years back I was obsessed with Katatonia. I love Jonas Renkse’s poetry, especially the 2000-2010 era. He has a tone with words that reaches me so easily, like these lines in Follower (2006, The Great Cold Distance): “My mouth is shut, stupidity has shut my mouth/ So when you come, I’m too unprepared to come along“. Musically, this new Tersivel‘s output has a unique element that wasn’t present before, our drummer Danny Ebenholtz. He joined the band in late 2019 not only as a drummer but bringing his ideas to the composition palette as well. Franco Robert and I have been writing music together for almost 15 years, we understand each other well and also, we have this kind of brutal honesty regarding artistic ideas that we developed through the years which, for some people, it can be a pill hard to swallow. Danny connected with our way of doing things right away and found his spot quickly.

The single’s cover is very evoking. What do you want to instill with that image?

The artwork was made by the artist Vito Rodriguez Christensen. We commissioned two pieces, the one you see in Embers Beneath The Spirit, and another one which will be the artwork cover for our upcoming record. In Embers Beneath The Spirit, the composition is a reference to Orpheus leaving the Underworld, right after the moment he loses Eurydice. It’s about loneliness and loss, how sweet the past was, how grey the present is, and how horrible and grim the future is, where the only certainty is death.

What will the band’s next steps be?

We are now in the production’s final stage of our new record. The third full-length in Tersivel‘s catalog. It’s a strong record, filled with darkness, tragicness, aggressiveness and pain. It’s serious and reflective lyrically as well. We are transitioning from being a niched band that you could label as folk-ish metal, especially For One Pagan Brotherhood era (2011) to a kind of experimental project where we abide by no rules. We are not considering anybody, especially not those who like to put things in little boxes. Our art has to be honest, authentic, and emotionally profound for us first, not somebody else. Again, it will be a complex record, not an easy tune for the casual listener, that’s for sure.

You moved from Argentina to Sweden. Can I ask you what reason led you to do this drastic change and if you think that the band will benefit from it?

Just life stuff. As for the band benefiting for being here, in theory, I’d say yes. Europe is more open-minded to bands singing in English than in the south of the world. Metal is way more popular in Europe than in Latin America and big cities are close to each other here, which benefits touring, however, 2020 is a bitch of a year, especially for bands and underground acts, so, I don’t know, it’s hard to make predictions.

Did you feel part of the scene in Argentina? How things seem to you in Sweden?

Absolutely! We are part of the Argentine scene. Argentina will always be home for Franco and me, you know. Even Danny, our Swedish member, wants to play in Buenos Aires ASAP. Hopefully, this pandemic will be over soon and things will come back to “normal”, allowing us to travel and play live. Sweden has a mid-size underground scene but a healthy one. There are many venues across the country, and metalheads are very supportive of the bands they like. Of course, I’m talking pre-Covid here, who knows how things will be in the future, but it doesn’t seem so grim.

Many years ago, when we had our first interview, you told me about your Sicilian origins. Have you ever been to Italy?

Yes, I have. I love Italia. Not only her history and wonderful landscapes but the people. Italians and Argentines are very much alike. Of course, there are historic reasons for that, more than half the population in Argentina has Italian origins. There’s a common saying, “Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo”. Last summer, I’ve spent some time in Salerno. I visited almost every town in La Costa Amalfitana. Had a wonderful time in Pompeii. Climbed the Vesuvio. Visited Paestum, and many other places. Still, there are many places in Italia that I want to visit and got to know, but again, what I enjoy the most is the connection with the culture and the people.

Thank you, Lian, for this interview, I’m very happy that Tersivel has published such a beautiful album as Worship Of The Gods and that you come back recently with the new single, the greetings with the readers are up to you!

Thank you Fabrizio, I had a great time chatting with you. To the readers: I hope you guys enjoyed this conversation. If you wanna ask me something in particular, feel free to join us in our private group “The Way It Feeds – Tersivel” and ask it so. https://www.facebook.com/groups/tersivelhttps://www.tersivel-music.com/

Finntroll – Nifelvind

Finntroll – Nifelvind

2010 – full-length – Century Media Records

VOTO: 8 – recensore: Mr.Folk

Formazione: Vreth: voce – Routa: chitarra – Skrymer: chitarra – Tundra: basso – Beast Dominator: batteria – Trollhorn: tastiera, voce – Virta: tastiera

Tracklist: 1. Blodmarsch (intro) – 2. Solsagan – 3. Den Frusna Munnen – 4. Ett Norrskensdåd – 5. I Trädens Sång – 6. Tiden Utan Tid – 7. Galgasång – 8. Mot Skuggornas Värld – 9. Under Bergets Rot – 10. Fornfamnad – 11. Dråp

Al tempo dell’annuncio della pubblicazione di Nifelvind i fan dei Finntroll si divisero in due: da una parte chi sperava in un proseguimento sonoro di quanto fatto con il precedente Ur Jordens Djup, ovvero un sound oscuro e vicino a un certo tipo di black metal, e chi invece sognava un ritorno a sonorità danzerecce e ironiche di Nattfodd. La copertina, con quella cornice che ricorda il disco del 2004, e il disegno centrale, più un mostro che un troll, non faceva altro che mettere punti interrogativi sulle sonorità di Nifelvind. L’ascolto delle dodici tracce rivela il semplice arcano: il disco è esattamente a metà tra la ferocia tetra di quanto pubblicato tre anni prima e il cazzeggio trollesco che li ha resi immortali con il singolo Trollhammaren.

Dopo il classico intro a base di rumori oscuri della natura parte la bellissima Solsagan, perfetta nel mettere subito le cose in chiaro e dare un’indicazione stilistica per il proseguo dell’album, ricca di influenze black metal e con il vigoroso drumming ad opera di Beast Dominator, parti furioseche si alternano a cori e ritmi decisamente divertenti in grado di far saltare saltare anche i metallari più seriosi in sede live. La seguente Den Frusna Munnen è meno aggressiva e forse meno ispirata dell’opener, pur avendo una strofa che rimane impressa fin dal primo ascolto. Molto meglio la terza canzone in scaletta Ett Norrskensdåd con i suoi simpatici strumenti a fiato che donano al brano un non so che di gitano, ricordando la spensieratezza tipica dei Trollfest. I Trdens Sång ci riporta al sound quasi primitivo del debutto Midnattens Widunder: veloce, cupa e dannatamente efficace, dove l’aspetto trollesco della loro musica viene meglio a galla. Tiden Utan Tid alterna ritmi tribali a sfuriate di doppia cassa e urla furiose del bravo Vreth, in quello che forse è il brano più completo a livello compositivo, nel quale i Finntroll mostrano – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che come loro sanno unire folk metal, orchestrazioni e influenze di musica estrema non è capace nessun altro. Quella che segue è una bellissima ballata folk dal titolo Galgasång: l’immagine che viene spontanea è quella dei sei musicisti intorno ad un falò nel bel mezzo di una foresta tra fiumi di alcool e chitarre strimpellanti. Si torna a spingere sul pedale dell’acceleratore con Mot Skuggornas Värld e i suoi ritmi humppa dopo un inizio orchestrale. Ma il meglio deve ancora arrivare e ha come nome titolo Under Bergets Rot: brano perfetto per ballare di notte ululando alla luna tra ritmi animaleschi travolgenti e sonorità gitane, una canzone perfetta per i concerti e che su disco rende bene l’idea della potenza dei Finntroll. Peccato che dopo un brano così ispirato ci sia subito dopo quello più debole del lotto, in quanto Fonfamnad è una composizione priva di mordente. Chiude l’album Dråp, che con i suoi sette minuti risulta essere la canzone più lunga dell’album, canzone che alterna umori differenti portando a conclusione un disco vario e intrigante. C’è spazio anche per una bonus track, la già citata Under Bergets Rot per l’occasione rinominata Under Dvrgens Fot e arrangiata in maniera diversa, perdendo però parte della sua forza, ovvero il ritmo incalzante.

Quello che rimane alla fine dell’ascolto è la sensazione che i finnici abbiamo tirato fuori un album sicuramente valido e ben fatto, forse un pelino troppo lungo e con un paio di canzoni non esaltanti, ma in grado di soddisfare sia chi intende il folk metal come occasione di festa sia chi vive la musica come una cosa più “seria” e vicino ad uno stile di vita. Nifelvind si trova a metà strada tra ritorno all’humppa e le recenti bordate feroci, rendendo alla fine soddisfatti tutti quanti: in fondo basta avere questo cd nel lettore stereo per vivere l’emozione di essere avvolti dalle fredde foreste nordiche abitate da creature oscure ma in fondo buffe come i troll.