Sur Austru – Obarsie

Sur Austru – Obarsie

2021 – full-length – Avantgarde Music

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tibor Kati: voce, chitarra, tastiera – Mihai Florea: chitarra – Ovidiu Corodan: basso – Sergiu Nădăban: batteria – Ionut Cadariu: flauto, tastiera – Petrică Ionuţescu: strumenti tradizionali

Tracklist: 1. Cel Din Urmă – 2. Taina – 3. Codru Moma – 4. Cant Adânc – 5. Caloianul – 6. Ucenicii Din Hârtop I – 7. Ucenicii Din Hârtop II

A due anni dal bel debutto Meteahna Timpurilor, tornano con un nuovo lavoro dal titolo Obârşie i Sur Austru, band che ricorderete essere nata dopo i tragici eventi che hanno riguardato i Negură Bunget nel 2017. La formazione romena conferma quanto di buono fatto nel primo cd, proseguendo il cammino in ambito folk black metal senza la volontà e il bisogno di apportare chissà quale cambiamento alla propria proposta: d’altra parte, perché cambiare se quello che si fa continua a piacere e il risultato è invidiabile? Obârşie con i suoi cinquantasei minuti di durata risulta essere un signor disco, di facile ascolto per chi già conosce la creatura di Tibor Kati (e anche quella prima di Negru), altamente elettrizzante per chi si avvicina con questo full-length alla musica tradizionale romena unita al black metal.

L’opener Cel Din Urmă con i suoi tredici minuti può essere vista come l’emblema musicale del disco: elegante nel suo avanzare tra richiami al folk romeno e la sezione prettamente metal, atmosferico quando se ne presenta l’occasione ma che non si risparmia quando c’è da aumentare l’aggressività. Una canzone che da sola potrebbe essere quasi un EP tanto è lunga e bella da ascoltare. La successiva Taina si muove sulle stesse orme di Cel Din Urmă, anche essa con un minutaggio che sconfina i dieci giri di lancetta: le chitarre, anche quando “veloci”, suonano sempre pulite e taglienti, con la sezione ritmica impegnata a dare dinamicità e groove al brano. Codru Moma, “appena” quattro minuti, è un bell’intermezzo strumentale molto atmosferico nel classico stile Sur Austru che conduce a Cant Adânc, canzone dalla linea vocale “orecchiabile” e con un tocco sinfonico (tra tastiere e cori) veramente bello; a metà composizione tutto cambia, il growl e la sei corde, per la prima volta veramente minacciosa, mutano l’umore fino a farlo diventare nero alla fine del pezzo. Percussioni e melodie folkloristiche danno inizio a Caloianul con uno stile che i fan dei Negură Bunget sicuramente non potranno fare a meno di amare ed è la parte più interessante della canzone, mentre a stupire è il basso di Ovidiu Corodan posto in apertura di Ucenicii Din Hârtop I, canzone che successivamente si snoda tra sonorità folk black, frammenti acustici, ritmi coinvolgenti e un finale onirico davvero affascinante. Obârşie termina con la seconda parte di Ucenicii Din Hârtop, brano standard per Kati e soci, dal forte accento melodico anche nei momenti black oriented.

Al termine di Obârşie le sensazioni sono solamente positive: la musica è di qualità, le emozioni trasmesse forti e diverse tra di loro. Questo è, come Meteahna Timpurilor, un disco che porta la mente a volare verso la Romania, alla scoperta dei luoghi e delle vicende che rendono tanto affascinante una terra a noi lontana e un gruppo in grado di mettere in musica il folklore (i testi trattano dei Solomonari, entità magiche in grado di controllare le condizioni metereologiche) con tanta maestria come i Sur Austru, una necessaria colonna sonora. A tutto ciò bisogna necessariamente aggiungere la bellezza del digipak: dalla carta, ai colori, all’inusuale (ma azzeccatissima!) scelta di “tagliare” il centro della copertina per creare quello che sembra essere un ingresso mistico alla musica dei Sur Austru. Udito e vista vanno a braccetto: Obârşie è già da considerare come uno dei migliori lavori dell’anno.

Vansind: il videoclip in esclusiva!

Con piacere e orgoglio vi presento in esclusiva per l’Italia il lyric video dei giovani danesi Vansind, viking metal band che il 26 marzo pubblicherà l’EP di debutto MXIII. Il lavoro, al momento disponibile solamente in  formato digitale, conterrà tre brani per un totale di circa sedici minuti: qui sotto potete vedere il video di Den Farefulde Færd:

La line-up dei Vansind è composta da sette elementi, ovvero: J. Asgaard (voce), Line Burglin (voce), Morten Lau (basso), Gustav Solberg e Thor Norman (chitarre), Rikke Klint Johansen (tastiera e whistles) e Danni Lyse Jelsgaard (batteria). Potete saperne di più e rimanere aggiornati sull’attività della band seguendo la loro pagina Facebook https://www.facebook.com/VansindOfficial

ENGLISH:

A year after the release of the single Valborgsnat is a new release from Vansind. This time it consists of a three-number long EP with the title MXIII. The starting point of Vansinds songwriting is the mythology and legends of the Vikings, this is also present in the title of the EP which refers to the year of the danish king Svend Tveskæg and his looting of England in 1013, and the events following his death.

The EP contains the songs Fra Fremmed Kyst (03:39), Den Farlige Færd (05:23) and Gæstebud (07:14); these songs tells stories of courage, honour, betrayal, abuse, Gods, kings, and maidens, therefore all the dreams of a Viking the night before the battle! With melodic hooks, pumping riffs, and a mix between deep growl and female vocals which invites the listener on board the nearest longship for a journey through the night, full of adventure and shadows hiding in the dark.

Fra Fremmed Kyst is a tale of desperation, and risking everything for the sake of the community, perhaps also what happens if one challenges fate one to many times. Den Farefulde Færd is, like the EP title refers, the tale of King Svend of Denmark whose courage and strength secured him all of England, but also how his sons’ ambitions and jealousy put an end to the king’s visions. Lastly Gæstebudet tell the ancient story of the many faces of war, the meeting between the soldier and the woman, and how it rarely ends happily for either.

As the year 2020 came to and end, like the presence of live music, 2021 was born with new life, and with MXIII Vansind sets sail towards new horizons with mead on board, and joy and hope in their hearts. Take a seat at the oar on the dangerous journey and meet the band in Valhalla during the year, where they plan to invade Copenhagen, Roskilde, Aarhus, Rønne and Odense, just for starters.

MXIII will be released digitally on March 26, 2021.

https://www.facebook.com/VansindOfficial

Intervista: Scimitar

Intervista fiume questa che vi apprestate a leggere! Trovare un musicista che ha voglia di raccontare la propria musica e quello che accade attorno alla band è sempre cosa bella e purtroppo rara; armatevi quindi di un po’ di tempo per leggere cosa ha da dirci Angus Lennox sui suoi Scimitar, sul nuovo disco Shadows Of Man, sulla situazione in Canada musicale e legata al Covid-19 e tanto altro! 

Potete trovare la loro musica su Bandcamp e su Youtube!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

È la vostra prima intervista italiana? Presenta gli Scimitar ai lettori di Mister Folk!

Decisamente, questa è la nostra prima intervista italiana! Gli Scimitar sono una band melodic death/folk metal proveniente dall’isola di Vancouver, sulla sponda Nord-Est del Pacifico, in Canada. Siamo attivi dal 2008 e negli anni abbiamo avuto la fortuna di condividere il palco con alcuni dei nostri idoli metal, tra cui Arkona, Heidevolk, Septic Flesh, Alestorm ed Ensiferum. Anche se abbiamo suonato live solo in Canada finora, abbiamo sempre desiderato di andare in tour in Europa, e ci sforzeremo di farlo una volta che il mondo supererà questo momento.

Com’è la situazione in questo momento in Canada? Come sai l’Europa è in grande difficoltà sotto molti punti di vista e i concerti sono fermi praticamente da marzo 2020.

Il Canada è in lockdown, ma il numero dei casi non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello di altri luoghi, come l’Europa e i nostri vicini a Sud. Inoltre, i membri della nostra band vivono tutti sull’isola di Vancouver, che è piuttosto isolata e non ha subìto un forte impatto del virus (a parte le conseguenze economiche del lockdown). La musica live è in battuta di arresto da marzo e lo è tuttora, il che ha già portato al fallimento di alcuni locali; uno di essi era la venue principale per il pubblico punk/metal/alternative di Victoria, la nostra città natale. Tuttavia, sembra che la maggiore fonte dello stress che avvertiamo in Canada dipenda dalla nostra vicinanza con gli USA, che al momento sono un vero disastro.

Vi ho ascoltato per la prima volta nel 2010 con l’EP Black Waters, ma per avere un seguito – tolti i singoli digitali – ci sono voluti ben nove anni. Come mai tutto questo tempo?

Wow, è un grande onore per noi! Non immaginavamo che Black Waters fosse giunto oltreoceano. Nei nove anni intercorsi tra i nostri due album sono accadute molte cose, sia a livello di band, sia sul piano individuale; per esempio, tra il 2008 e il 2015 tutti i membri hanno completato gli studi, conseguendo la laurea. Forse il motivo principale per la tardiva pubblicazione di Shadows Of Man è stata la nostra decisione di registrarlo interamente per conto nostro, mentre Black Waters è stato registrato in studio. Abbiamo tentato di registrare l’album con una strumentazione differente e utilizzando varie tecniche di registrazione per tre volte: la terza è stata quella decisiva. Anche il processo finale di scrittura/registrazione/produzione/post-produzione ha richiesto due anni interi di lavoro quasi costante, fino alla pubblicazione, nel 2019. In questo periodo c’è stato anche un cambio consistente nella line-up, quando ci siamo separati da George, il nostro chitarrista principale e membro fondatore. Nonostante il grande “vuoto” tra i nostri album, non abbiamo alcun rimpianto; durante questi anni abbiamo fatto grandi progressi, sia come band, sia come individui, abbiamo fatto molti live con i nostri amici e alcuni con i nostri idoli, e abbiamo compreso quanto il metal sia importante per noi.

Come descriveresti la musica contenuta in Shadows Of Man? Quali sono secondo te le canzoni più rappresentative e perché?

Gli altri ragazzi potrebbero avere opinioni differenti, ma personalmente ritengo che le title-track gemelle di Shadows of Man, I: Imperium e II: Cataclysm siano le più rappresentative di tutto l’album. Queste tracce, messe insieme, veicolano tutti gli elementi che definiscono il sound degli Scimitar: melodia roboante, narrazione elevata e ritmo heavy inarrestabile.

Esteticamente il nuovo album si presenta bene e mi è piaciuto molto il poster con i cavalieri. Quanto è importante secondo te, in un mondo musicale sempre più digitale, la cura della grafica e della stampa del cd fisico?

Te ne siamo grati, anche se tutti i complimenti per l’artwork dell’album vanno al nostro prolifico artista Hammk (http://www.deviantart.com/hammk). Credo che l’aspetto delle copie fisiche sia MOLTO più importante nell’era digitale, rispetto al passato: le uniche persone che le acquistano ora sono quelle che amano vivere l’esperienza musicale in maniera totale, e che apprezzano davvero e si aspettano un pacchetto ben rifinito.

Shadows Of Man è stato pubblicato nell’agosto 2019, immagino quindi che ci sia della nuova musica in casa Scimitar. Come stanno le cose?

Posso confermare che al momento stiamo registrando demo del nostro nuovo materiale. Un aspetto positivo dello stacco di nove anni tra i due album è che abbiamo davvero poche canzoni che non sono apparse in Shadows of Man; alcune di esse sono anche più datate rispetto alle nuove tracce di Shadows. Abbiamo anche cercato di migliorare i nostri contenuti YouTube, con playthroughs, compilation di filmati e podcast in cui illustriamo le nostre canzoni.

Ok i nove anni di differenza, ma musicalmente diverse cose sono cambiate nella vostra musica: ora avete la capacità di creare passaggi meno spigolosi e più “orecchiabili” rispetto al passato. Credo che abbiate fatto dei passi in avanti, ma vorrei sentire anche la tua opinione.

Negli anni intercorsi tra i due album, il nostro sound è decisamente maturato insieme a noi. I brani di Black Waters sono stati tutti scritti quando eravamo ancora dei teenagers; in quegli anni, quando suonavamo nei locali e nei bar, alcuni di noi erano costretti ad aspettare fuori fino al momento di salire sul palco, perché erano ancora minorenni! Stilisticamente parlando, molte delle canzoni di Black Waters sono più delle compilation di riff incollati ad altri riff, piuttosto che brani coesi, dalla durata di 8 – 11 minuti. Sebbene si possa far notare che questa tendenza sia presente anche in alcune canzoni di Shadows Of Man, nell’album ci sono anche esempi di brani più maturi, dalla narrazione più concisa e coerente; ad esempio, Knights Collapse e Wandering At The Moon. La direzione che il nostro materiale sembra stia prendendo punta a brani più brevi, più orecchiabili e che arrivino dritti al punto, ma non disdegniamo qualche digressione epica, di tanto in tanto.

Le storie di mare del primo EP sono state abbandonate a favore dei temi storici: vuoi raccontarci l’evoluzione dei vostri testi e farci sapere qualcosa in più su quelli di Shadows Of Man?

Come ti ho detto nella precedente risposta, la nostra musica è maturata insieme a noi; l’evoluzione dei testi ne è un primo esempio. I temi legati al mare presenti in Black Waters erano fortemente estrosi e influenzati geograficamente dal luogo in cui viviamo (siamo su un’isola circondata dall’oceano, George e Noel praticavano la vela e mio padre era nella Marina canadese). Anche se siamo tutti grandi fan di band come Running Wild e Alestorm, non consideriamo la nostra musica come “pirate metal” (sebbene le apparenze suggeriscano il contrario), anche perché eravamo ancor più legati a band viking/pagan come Einherjer, Black Messiah o Ensiferum. Infatti, i nostri amici e fan sapevano cosa provavamo ad essere etichettati come band “pirate metal”, e ciò è poi sfociato nell’essere considerati come la prima band pirate metal di Victoria, era un tormento! Inoltre, le uniche due tracce di Black Waters che hanno testi davvero legati al mare sono Buried At Sea e Fireship. Entrambi i brani fanno presagire la direzione storica che hanno preso i nostri testi: Buried At Sea è (liberamente) ispirata alle imprese di corsari del XVI secolo come Sir Francis Drake, mentre Fireship è (ancor più liberamente) ai condottieri che utilizzavano le navi in fiamme nelle varie battaglie contro l’Armada spagnola. Ciò che separa questi brani da quelli di Shadows Of Man, tuttavia, è il fatto che io sia entrato in contatto con le narrazioni storiche per puro interesse personale, in alcun modo legato al mio percorso di studi accademico. Dopo Black Waters, mentre conseguivo la laurea in storia e scienze politiche, ho scritto alcuni testi di Shadows Of Man che erano direttamente influenzati da temi che stavo studiando. Il risultato si ritrova nelle narrazioni storiche di Knights Collapse, To Cultivate With Spears and Flayed On The Birch Rack. Anche il titolo e (in maniera più ampia) il tema di Mysterium, Tremendum Et Fascinans sono influenzati dalla classe politico-filosofica. Questa è senza dubbio la direzione che i nostri testi continueranno a seguire, nei lavori post-Shadows Of Man: nel corso dei miei studi ho compreso che la mia sola immaginazione non basta, tenendo conto di quanto sia metal la storia umana.

La canzone Shadows Of Man è divisa in due parti: la prima è Imperium e la seconda Cataclysm. Come sono nati questi brani che ascoltati di seguito durano in totale oltre undici minuti?

Alcuni riff per Shadows I & II sono ancor più datati dei brani di Black Waters: in realtà, abbiamo suonato una versione rudimentale di Shadows Of Man II proprio durante il release show di Black Waters, nel 2010! Lo sviluppo di questi brani copre tutti e nove gli anni intercorsi tra i due album, e la struttura definitiva che compare in Shadows Of Man è stata decisa e approvata solo nel 2017. Come ho detto in risposta a una domanda precedente, questi brani rappresentano non solo l’album, ma anche l’intero sound della band – e questo è il risultato dei molti anni di lavoro e sviluppo. Parlando del concept dei testi, anch’esso è cambiato nel corso degli anni: in precedenza avevo solo alcune righe di testo per il primo riff di Imperium, che non abbiamo mai suonato dal vivo fin quasi alla pubblicazione di Shadows Of Man, e per quanto riguarda Cataclysm, mi sento abbastanza imbarazzato nel dire che ho scritto i testi praticamente sul momento! Fortunatamente, grazie alla voce death, nessuno probabilmente lo ha notato, specialmente a quei tempi, quando suonavamo principalmente con band dell’era MySpace, e il cantato incomprensibile era la norma. Il primo concept di testo a cui mi sono approcciato è stato una forma molto basilare di anti-Cristianesimo, popolare tra molte band metal, allora come oggi: il mio tocco di originalità stava nel proporlo in versione ballad. Si tratta di un tema che ho rapidamente abbandonato dopo Black Waters; dopo essermi appassionato sempre di più alle narrazioni storiche, ho composto i testi di Shadows I & II incentrandoli sull’ascesa e sulla caduta di un impero insulare di mia invenzione, ispirandomi liberamente al declino concettuale dell’Isola di Pasqua e di altri imperi isolati, come quello Maya.

Nell’arco della vostra carriera ci sono stati pochissimi cambi di line-up: qual è il vostro segreto?

Il segreto non è altro che l’amicizia, siamo tutti in primo luogo amici, e poi compagni di band. George è ancora uno dei miei migliori amici, anche se non suoniamo più nello stesso gruppo dal 2016.

Oltre a cantare suoni il basso, ti chiedo quindi come hai conosciuto la musica heavy metal e quali sono i cantanti e i musicisti che ti hanno fatto avvicinare al microfono e abbracciare il basso.

Devo ammettere che il fattore principale che mi ha fatto entrare in contatto con il metal, è stato il contesto del primo file-sharing, verso la fine degli anni Duemila. Di base, non vi erano altre modalità di esposizione per il nostro genere oltre a internet; la musica che ascoltavo durante i primi anni del liceo era esclusivamente nu-metal, come Disturbed e Limp Bizkit. Appena ho avuto accesso a Morpheus/Kazaa/Limewire e a siti di review come il tuo e Metal Observer, mi sono completamente innamorato e ho scaricato quanto più metal europeo possibile, traccia dopo traccia. Ho poi masterizzato tutto su dei CD e li ho distribuiti tra gli amici, che ne sono diventati subito ossessionati: agli inizi, la scena pagan/viking era molto più convincente di tutto quello che avevamo conosciuto sino ad allora nella nostra area, e soprattutto era qualcosa di diverso. Verso la fine del liceo ascoltavamo Mithotyn, Svartsot e Gorgoroth nei nostri spogliatoi prima delle partite di football, e strepitavamo per avere tatuaggi con le rune. Nel 2008, alcuni di noi sono andati a Seattle per assistere al primo Paganfest Tour, con Ensiferum, Tyr, Eluveitie e Turisas; non era solo la prima volta che vedevamo dal vivo i nostri idoli, ma anche il primo tour americano per alcune band. La principale ispirazione per tutta la band sono stati gli Ensiferum, seguiti da Einherjer, Amon Amarth, Black Messiah e Kromlek. Aprire uno show di Ensiferum e Septic Flesh, in occasione del loro Path Of Glory Tour del 2019, è un ricordo che porteremo dentro fino alla tomba, con un grande sorriso. In quanto bassista, sono stato principalmente ispirato da Steve Harris degli Iron Maiden e da Sami Hinkka degli Ensiferum: Battle Song e Rime Of The Ancient Mariner sono i brani che preferisco per riscaldarmi, prima di esercitarmi. Per quanto riguarda canto e basso, sarò per sempre riconoscente a Geddy Lee dei Rush, che ha saputo combinare entrambi i ruoli con una maestria che non credevo possibile. Per il canto death, le mie principali ispirazioni sono Claus Gnutdzmann degli Svartsot e Alphavarg (ex Kromlek): entrambi mi hanno dimostrato che anche il canto più duro può essere ben scandito, rapido e comprensibile. Ammetto di essere anche un grande fan del rap old-school e dell’alternative hip – hop: artisti come Aesop Rock, Del the Funky Homosapien e Masta Ace hanno una grande influenza nel modo in cui costruisco i ritmi vocali (e questo è particolarmente evidente in Knights Collapse).

La scena folk metal canadese è ricca di gruppi e ne parlo ogni volta che ne ho occasione. Da europeo vedo che vi date molto da fare e sembra che ci sia anche un filo che lega i gruppi. Ti chiedo com’è la scena del tuo paese, se ti senti parte di essa e se ci vuoi fare qualche nome di band interessanti.

Questo è davvero interessante, speriamo di essere all’altezza dello standard di produttività che percepisci! Ogni connessione tra le band folk metal canadesi dipende dall’imponente geografia del nostro paese, seconda solo alla Russia; anche se tentiamo di tenerci in contatto, è difficile organizzare show con altre band della nostra stessa provincia (e ancor più a livello nazionale), quindi alla fine si tratta sempre di eventi con più generi metal. In termini di senso di appartenenza, devo ammettere che le nostre alleanze sono semplicemente geografiche, a un livello imbarazzante (effetto collaterale dell’estensione del nostro paese, e della distanza tra le località); in primis, siamo una band folk metal dell’isola di Vancouver, poi una band della British Columbia, e infine una band canadese. Il popolo canadese ha un’identità culturale e un senso di unità nazionale che si ritrova anche nella nostra scena musicale: ci siamo sentiti a casa indipendentemente dalla città o provincia in cui ci siamo esibiti. Per quanto riguarda le band canadesi, posso consigliarti Unleash The Archers o Archspire; sono un grande fan anche di Nylithia, Torrefy (i nostri amici di Van Isle), Liberatia e Winters Reach. E ancora, i Sanktuary (i thrashers dello Yukon) e i guerrieri black metal dello Tsimshian, i Gylbaaw. Sono sempre felicissimo di esibirmi con loro.

Da canadese, come vedi il folk/viking metal al di fuori dei confini del tuo paese?

Come ho sottolineato nelle risposte precedenti, per noi la scena folk/viking europea è sempre stata qualcosa da venerare, adorare ed emulare. Ultimamente sono particolarmente entusiasta della scena asiatica, in particolare con i grandi Tengger Cavalry (RIP Nature), dalla Mongolia, i Rudra da Singapore e i Ritual Day dalla Cina.

Ti ringrazio per la disponibilità e sono felice di aver ospitato gli Scimitar su queste pagine. A te la libertà di chiudere la chiacchierata come preferisci.

Grazie per averci ospitati, abbiamo davvero apprezzato le tue domande, frutto di una ricerca approfondita e accurata: erano davvero una ventata di novità, e riflettevano gli standard esemplari del tuo sito! Per tutti coloro che hanno letto fin qui: cheers, hails and stay metal, anche nell’apocalisse! \m/

ENGLISH VERSION:

Is this your first Italian interview? Introduce Scimitar to Mister Folk’s readers!

This is definitely our first Italian interview! Scimitar is a Melodic Death/Folk metal band from Vancouver Island, on the Pacific Northwest of Canada. We have been playing since 2008 and over the years have been lucky enough to share the stage with a few of our metal heroes; including Arkona, Heidevolk, Septic Flesh, Alestorm and Ensiferum. Though we have only played live in Canada so far we have always wanted to tour Europe, and will strive to do so once the world stops ending.

How is the current situation in Canada? As you know, Europe is experiencing a moment of huge difficulties, in many ways and from different points of view. Live music and concerts are completely blocked, since the beginning of March 2020.

Canada is locked down but our cases are not nearly as bad as other places, like Europe or especially our southern neighbour. Also our band all lives on Vancouver Island, which is quite isolated and has not been impacted heavily by the virus (other than the economic implications of the lock-down). Live music has been blocked since March here as well, this has already resulted in venues going out of business; one of which was the main metal/punk/alternative hub for our home city of Victoria. Though, it seems that much of the stress we feel in Canada comes from our close proximity to the USA which as you are probably aware is currently a giant trash fire.

I listened to your music for the first time in 2010, thanks to Black Water EP, but the following work took nine years to be completed and released: what is the reason why you needed so much time?

Wow, that’s a great honour for us! We had no idea that Black Waters managed to cross the oceans back then. In the nine years between our two albums a lot happened for our band as a whole and for us as individuals as well; for example between 2008 and 2015 every member of Scimitar began and completed a university degree. Perhaps the main thing that made the Shadows Of Man release so tardy was our decision to entirely self-record it, unlike Black Waters which was recorded in a studio. We ended up attempting to record the album with different equipment and production techniques three total times, the third time being the successful one. Even the final writing/recording/producion/post-production took over two years of near-constant work until the release in 2019. This period also saw a major line-up change, when we parted ways with our lead guitarist and founding member George in 2016. Despite the huge gap between our albums we have no regrets; during those years we progressed massively as a band and as individuals, played many shows with our friends and a few with our heroes, and realized how much making metal music really meant to us.

How would you describe Shadows Of Man? In your opinion, which songs are more representative, and why?

The other guys may have a difference of opinion, but I personally feel the twin title-tracks of Shadows of Man I: Imperium and II: Cataclysm are the most representative of the album as whole. Those tracks together carry all the elements of bombastic melody, soaring narrative and unrelenting heaviness which define Scimitar’s sound.

Your new release shows a very nice graphic looking (I particularly appreciated the attached poster, representing knights). In your opinion, how important is it to take care of the graphics and the appearance of a physical CD, in a digital world of music that is gaining more and more ground?

We appreciate it, though all the compliments for the album art should be directed to our prolific artist Hammk (https://www.deviantart.com/hammk). I believe that the appearance of the physical copies are even MORE important in the digital age than before; as the only people buying physicals now are those who love the total experience of them, and who truly appreciate and expect a well-put together package.

Shadows Of Man was released in August 2019. I can guess that something new is coming from Scimitar. What’s going on?

I can confirm that we are currently recording demos of new material. One positive of the nine-year gap between albums is that we actually have quite a few songs in the bag that didn’t make it to Shadows of Man; some of them even years older than the newer tracks on Shadows. We have also been attempting to level up our YouTube content with playthroughs, footage compilations and song explanation podcasts.

There is a 9 years gap between your two works, and from the musical point of view several things have changed in your style: if compared to the past, now you can create less edgy passages, and “easy – listening” ones. I believe that you made progress in this regard, but I would like to know your thought about that.

Our sound, as we may have individually, definitely matured in the years between albums. The songs on Black Waters were all written while we were all teenagers; in those early years when we played bar shows a few of our members who were underage would have to wait outside until right when we got on stage! Stylistically many of the tracks from Black Waters are more compilations of riffs glued together with other riffs than cohesive songs, resulting in 8-11 minute run-times. Though it could also be argued we had this tendency with a few of songs from Shadows, there are also examples of more mature, concise and coherent writing; namely Knights Collapse and Wandering At The Moon. Shorter, catchier and to-the-point is the direction which our new material seems to be heading in, but we are definitely still not above a meandering epic from time to time.

Maritime tales were the main theme of your first EP: now you have turned to historical vicissitudes. Would you like to tell us about the evolution of your lyrics, and give more info about those of Shadows Of Man album?

As I replied to the previous question while we matured personally so did our music; the lyrical evolution is a prime example of this. The maritime themes for Black Waters were largely whimsical and geographically influenced by our home (we live on an ocean-locked island, George and Noel both sailed as youths and my father was in the Canadian Navy). Though we were all big fans of bands like Running Wild and Alestorm we definitely did not see ourselves as pirate metal (despite all appearances to the contrary), as we were much bigger fans of the early viking/pagan metal acts like Einherjer, Black Messiah or Ensiferum. In fact, our friends and fans knew how we felt about the pirate-label and thus would delight in tormenting us by referring to Scimitar as Victoria’s Premiere Pirate Metal Band! Also, the only two tracks on Black Waters that really have maritime lyrics are Buried At Sea and Fireship. Both of these tracks actually foreshadow the historical direction that I took our lyrics, as Buried At Sea is (loosely) based on the exploits of English 16th century privateers like Sir Francis Drake and Fireship is (very loosely) based on those same privateers utilizing burning ships in various battles with the Spanish Armada. What separates these tracks from those on Shadows Of Man however, is that I learned those historical narratives just from personal interest – not from my academic studies. After Black Waters, while I pursued my majors in history and political science I wrote lyrics for Shadows Of Man that were directly influenced by topics I was studying; this resulted in the historical narratives of Knights Collapse, To Cultivate With Spears and Flayed On The Birch Rack. Even the title and (loosely) the subject matter for Mysterium, Tremendum et Fascinans was influenced by a political philosophy class. This is definitely the direction our lyrics will continue to take in our material post-Shadows; I realized early in my studies that my own imagination is no match for just how metal real human history is.

Shadows Of Man song is made of two parts, Imperium and Cataclysm: the total length is about 11 minutes. How did you create the concept of this track and its sections?

Some of the riffs for Shadows I & II are even older than songs on Black Waters, we actually played a rudimentary version of Shadows II at the Black Waters release show in 2010! The development of these tracks spanned the entire nine years between the albums, the final song structure that appears on Shadows Of Man wasn’t really decided upon until 2017. As I said for question 4, these tracks really do represent not just the album but our band’s sound as a whole – this is probably the result of the many years of development. In terms of lyrical concept, that also changed throughout the years – early on I only had a few lyrics for the first riff of Imperium, which we never performed live until near the Shadows Of Man release, and for Cataclysm I was (embarrassingly enough) making them up on the spot! Luckily with death metal vocals no-one probably noticed, as especially in those days we were mostly playing shows with Myspace-era scene bands and unintelligible vocals were the norm. The first lyrical concept I came up with was a basic form of anti-Christianity popular with many metal bands back then and still many today, the only originality to my version being a ballad format. This is a theme that I quickly tired of after Black Waters; as I became more enamoured with historical narratives I wrote the lyrics of Shadows I & II about the rise and fall of a fictional island empire of my own creation, loosely based on the conceptual fall of Easter Island and other isolated empires such as the Mayans.

You have experienced very few line–up changes during your activity. Tell us about your secret!

The secret is really just friendship, we are all friends first and bandmates second – George is still one of my best friends even though we stopped being bandmates in 2016.

You are the singer and bassist of the band. How did you get in touch with heavy metal music, and who are your main inspirations among musicians and vocalists?

I have to admit that the single biggest factor that got me in touch with metal was the early file sharing scene of the late 2000’s. We basically had no exposure to our style of metal other than the internet, the music I was listening to in early highschool on CD’s was all nu-metal like Disturbed or Limp Bizkit. But as soon as I had access to Morpheus/Kazaa/Limewire and review sites such as yours and The Metal Observer I became completely enamoured and was downloading as much European metal as I could get my hands on track by track. I would then burn my own CDs and hand them out to my friends who were immediately obsessed, the early pagan/viking metal scene was just so different and so much more compelling than anything we had been exposed to in our area. By the end of high school we were blasting Mithotyn, Svartsot and Gorgoroth in our football change-room before games and clamouring to get rune tattoos. A group of us even travelled to Seattle in 2008 see the very first Paganfest tour featuring Ensiferum, Tyr, Eluveitie, and Turisas; it was not only our first time finally seeing our heroes live but for many of those bands it was their first time playing in North America. The single biggest influence for Scimitar as a whole has to be Ensiferum, with Einherjer, Amon Amarth, Black Messiah and Kromlek coming in as close seconds. Opening for Ensiferum and Septic Flesh in 2019 on their Path To Glory tour is a moment that we will all take to our graves with a smile on our faces. Personally as a bass player I am primarily influenced by Steve Harris of Iron Maiden and Sami Hinkka of Ensiferum; Battle Song and Rime Of The Ancient Mariner are my favourite warm-up tracks for practice. For vocals and bass I am forever indebted to Geddy Lee of Rush, who combined the roles with a graceful majesty I never thought possible. For death-metal vocals my main influences are Claus Gnutdzmann from Svartsot and Alphavarg formerly of Kromlek, both of whom showed me that harsh vocals can be sharply enunciated, rapid-fire and intelligible. Admittedly I am also a huge fan of old-school rap and alternative hip hop; artists like Aesop Rock, Del the Funky Homosapien and Masta Ace have a major influence on how I construct vocal rhythms (this is most evident on Knights Collapse).

Canadian folk metal scene is full of bands, and I like to talk about this topic whenever I have the occasion. From the external point of view of a European listener, I noticed that all bands are very active and productive, and it seems like there is a connection between them. I would like to ask you about the musical scene in your country and if you feel a sense of belonging to it. Also, I would like to ask you to suggest to our readers some interesting Canadian bands.

That is interesting to hear, we hope that we can live up to the standard of productivity that you perceive! Any connection that Canadian folk metal bands may have is definitely hindered by the massive geography of our country (2nd only to Russia); though we try to keep in touch it is difficult to plan shows with other folk metal acts within our own province let alone the country, resulting in mostly cross-genre metal shows. In terms of a sense of belonging I have to admit that our loyalties are embarrassingly geographic (another side effect of just how big and spread out the country is); we are a Vancouver Island metal band first, then BC metal band, then a Canadian one. That being said, Canadians do have a cultural identity and sense of national family that’s apparent in our music scene also, we have felt right at home regardless of which province we’ve played in. For Canadian bands I hardly have to introduce you to Unleash the Archers or Archspire, I am also a huge fan of and always glad to play with Nylithia, our Van Isle friends Torrefy, Liberatia and Winters Reach, the Yukon thrashers Sanktuary and the Tsimshian black-metal warriors Gyibaaw.

As a Canadian, how do you see the Folk/Viking metal scene outside of your country?

As I remarked upon in previous questions the early European Folk/Viking metal scene has always been something for us to worship, adore and emulate. Lately I have been quite excited by the Asian metal scene; namely with the Mongolian greats Tengger Calvary (RIP Nature), Rudra from Singapore and Ritual Day from China.

Thank you so much for your time, I am pleased to have hosted Scimitar on these pages. Please, feel free to conclude this nice conversation however you like!

Thank you for having us, we really appreciate how in-depth and well-researched your questions were – they were quite refreshing and they reflect the exemplary writing standards of your site! For any of you reading who made it this far; cheers, hails and stay Metal out there in the apocalypse \m/

Hand Of Kalliach – Shade Beyond

Hand Of Kalliach – Shade Beyond

2020 – EP – autoprodotto

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: John Fraser: voce, chitarra, batteria – Sophie Fraser: voce, basso

Tracklist: 1. Fàilte – 2. Fathoms – 3. Overwhelm – 4. White Horizon – 5. In Tempest Wrought

John e Sophie Fraser sono marito e moglie ed è questa la caratteristica che balza all’occhio appena si ha a che fare con il progetto Hand Of Kalliach. Dalla bellissima Edimburgo, Scozia, il duo fresco di nascita – meno di un anno dalla prima prova alla realizzazione del presente EP – cerca di unire sotto una matrice nelle intenzioni death metal melodico, ma in realtà spesso al limite con altri sottogeneri come il doom drone e una certa dose “core”, la musica gaelica e celtica. Shade Beyond, lavoro al momento disponibile sono in formato digitale, racchiude cinque brani per un totale di ventiquattro minuti dove di folk come lo si intende solitamente ce n’è veramente poco, mentre grande importanza assume l’aspetto “fisico” della musica, con un muro sonoro spesso e insidioso e la parte vocale quasi sempre affidata a John che alterna momenti vicini al death con altri simpatizzanti per un certo black metal rantolato.

Fàilte è un po’ l’emblema del disco: ritmi lenti, atmosfera pesante, melodia assente. Forse la colpa dell’iniziale senso di smarrimento è dovuto all’aspettativa che, detto sinceramente, era verso qualcosa di completamente diverso da quello contenuto nelle varie Fathoms e Overwhelm. La musica degli Hand Of Kalliach è cruda e nuda, diretta e senza fronzoli, ma se presa per il verso giusto e una volta tolta la nuvola nera della delusione dovuta all’errata aspettativa, sa regalare momenti di buon metal estremo. La conclusiva In Tempest Wrought, con i suoi sette minuti, è forse la traccia più interessante del lotto, nella quale il power duo scozzese prova ad andare oltre quanto già espresso, cercando qualcosa di diverso ma ugualmente efficace.

Shade Beyond è il classico primo lavoro che è stato realizzato con cuore e passione ma suona acerbo; il segnale positivo sta nei piccoli dettagli nelle varie canzoni che lasciano presagire un’evoluzione sonora che potrebbe portare a qualcosa di interessante, vedi ad esempio la voce clean di Sophie in White Horizon, quasi un pezzo gothic. Un po’ confusionario, un po’ sognante, Shade Beyond può essere la colonna sonora per quelle giornate uggiose e fredde tipiche della Scozia e che noi amanti del folk/viking metal sogniamo in tutte le stagioni. Progetto intrigante questo degli Hand Of Kalliach: da risentire al prossimo disco dopo aver lavorato sodo sulla direzione musicale da seguire.