Atlas Pain – What The Oak Left

Atlas Pain – What The Oak Left

2017 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Time And The Muse – 2. To The Moon – 3. Bloodstained Sun – 4. Till The Dawn Comes – 5. The Storm – 6. Ironforged – 7. The Counter Dance – 8. Annwn’s Gate – 9. From The Lighthouse – 10. White Overcast Line

I lombardi Atlas Pain si sono distinti dal resto della scena fin da quando si presentarono al mondo con il demo del 2014, Atlas Pain. Con il seguente EP Behind The Front Page i nostri smussarono alcuni spigoli della propria proposta, aumentando di non poco la percentuale di certe caratteristiche, tirando fuori un sound potente, personale e intrigante. Il passo successivo non poteva che essere il full-length di debutto, che puntualmente arriva con il marchio Scalet Records nel retro. What The Oak Left è composto da dieci tracce per un totale di oltre cinquanta minuti di “bombastic folk metal”. La definizione, lo so, vuol dire tutto e nulla, ma provate a pensare sonorità alla Equilibrium che incontrano le atmosfere dei primi Wintersun, un po’ di metal da colonna sonora (fortunatamente di ben altra pasta rispetto a Turisas2013…) con un tocco di sana follia e un’innata capacità di scrivere belle canzoni. Le melodie, in particolare, fanno la differenza: mancando strumenti folk tradizionali, le sei corde sono protagoniste di motivi ora epici, ora più pacati, con l’indispensabile lavoro della tastiera del cantante/chitarrista Samuele Faulisi a supportare il tutto.

Le canzoni sono tutte ben fatte e piacevoli da ascoltare, legate tra di loro da un filo comune, comprese le ottime Annwn’s Gate, The Storm e Ironforged, prese rispettivamente da Atlas Pain la prima e da Behind The Front Page le altre due. Ciò vuol dire che la band, pur avendo apportato dei cambiamenti al proprio sound è comunque rimasta fedele all’iniziale idea di musica, migliorando degli elementi lì dove ce ne era bisogno. L’iniziale To The Moon è un buon biglietto da visita, con tutte le sonorità più epiche e cinematografiche, diciamo così, degli Atlas Pain. La seguente Bloodstained Sun mostra invece il lato più aggressivo (ma non confusionario) della formazione milanese, che ben si accoppia a The Counter Dance per velocità e idee, colpendo nel segno. Discorso a parte per la conclusiva e strumentale White Overcast Line, suite da undici minuti suddivisa in sei parti: scelta coraggiosa quanto rischiosa per gli Atlas Pain, bravi comunque a portare a termine senza problemi un brano piuttosto impegnativo.

Le note positive non si limitano alla sola musica: la copertina (che qualcuno ha forzatamente accostato a Silence dei Sonata Arctica) di Jan “Örkki” Yrlund (già incontrato nei lavori di Hell’s Guardian, Equinox, Cruachan e Korpiklaani) è molto evocativa e anche tutto il processo in sala d’incisione che ha portato a un ottimo risultato merita di essere citato, con Fabrizio Romani che si è occupato della registrazione e il guru Mika Jussila (Amorphis, Ensiferum, Draugr, Children Of Bodom, Finntroll e tanti altri), del mastering.

What The Oak Left è il punto di arrivo della prima fase della carriera degli Atlas Pain, ma sono sicuro che rappresenterà al contempo il punto di partenza per una nuova maturazione della band lombarda, capace in poco tempo di passare dal gradevole demo al disco della prima maturità. Avanti così!

Atlas Pain – Atlas Pain

Atlas Pain – Atlas Pain

2014 – demo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra ritmica, tastiera – Luca Ferrari: chitarra solista – Federico Cotzia: basso – Marco Contini: batteria

Tracklist: 1. Intro – 2. Annwn’s Gate – 3. Once Upon A Time

atlas_pain-atlas_painCon appena un anno di vita, i milanesi Atlas Pain danno alla luce il primo demo della propria carriera, Atlas Pain. La band guidata da Samuele Faulisi si è fatta conoscere nell’underground grazie al lyric video di Once Upon A Time, canzone che ha dato loro un po’ di visibilità e la possibilità di suonare a diversi festival e concerti con, tra gli altri, Calico Jack e Artaius. Il demo è in formato digitale (all’interno dell’articolo Free Download parte V trovate il link per scaricarlo), il booklet assente, quindi spazio unicamente alla musica.

Intro ci porta nel mondo degli Atlas Pain attraverso il cinguettio degli uccelli, il suono di un ruscello e altri “rumori” della natura accompagnati da un delicato flauto: pochi secondi e i primi riff di Annwn’s Gate fanno il loro ingresso. La canzone si snoda tra mid tempo orchestrali, momenti più crudi e spazi strumentali di pregevole fattura. Secondo e ultimo pezzo del demo è Once Upon A Time: per ritmiche (molto tirate), voce e risultato complessivo, il brano ricorda i migliori Wintersun del magico debutto del 2004. L’esito è eccellente e si può facilmente notare una certa differenza di stile vocale e di approccio rispetto alla canzone precedente.

Tra Turisas (i primi secondi Annwn’s Gate), Wintersun e riferimenti alla scena folk metal post 2000, gli Atlas Pain hanno confezionato un demo molto (troppo) corto ma comunque più che valido, nonostante i suoni non particolarmente efficaci. Quel che conta, chiaramente, è la musica, e quella della giovane band di Milano è di buona qualità.

Un nuovo e promettente gruppo della scena tricolore arriva alla prima registrazione: il futuro, se condito da tanto duro lavoro e voglia di affermarsi, non può che essere dalla parte degli Atlas Pain.