Intervista: Bloodshed Walhalla

La one man band Bloodshed Walhalla sta raccogliendo sempre più consensi, in Italia e all’estero. Il motivo? Ottimo viking metal di chiara ispirazione bathoriana, ma è con l’EP Mather che le coordinate musicali, almeno momentaneamente, sono cambiate. Questa che segue è la lunga e piacevole chiacchierata tra me e Drakhen, il Quorthon italiano.

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Come ti sei avvicinato alla musica, e successivamente alla chitarra e a Bathory?

Avevo undici anni quando ascoltai Icarus Dream di Yngwye J. Malmsteen, da li nacque la passione per la chitarra, volevo emulare Malmsteen (ride, nda). Con la mia prima chitarra classica facevo l’assoletto e poi ascoltando le altre canzoni del disco mi resi conto della bravura del cantante Jeff Scott Soto e allora volli capire come riusciva a cantare così alto, e mi impegnavo a suonare come Malmsteen e cantare come in quel modo, senza riuscirci ahah! Poi tramite famigliari che ascoltavano metal inizia a conoscere gli Iron Maiden, a suonare qualche cover dei Metallica come facevano tutti i giovani dell’epoca. Ho fatto parte di alcune band locali, ma un giorno un mio amico mi venne a trovare portando due dischi che lasciò a casa mia, Twilight Of The Gods e Hammerheart dei Bathory. Ascoltando quella musica scoccò una scintilla e dissi “ma da dove se ne esce, questo è un genio!”. In seguito approfondii la conoscenza di Quorthon e dei Bathory, scoprii la storia eccetera. Nel 2005, non avendo più una band decisi di comprare un po’ di attrezzatura e fare una sorta di cover band dei Bathory, così è nato il progetto Bloodshed Walhalla.

Mi fa sempre piacere parlare con le persone della mia età perché si finisce sempre a parlare della grande musica degli anni ’80…

Il mio primo disco fu Blizzard Of Oz di Ozzy Osbourne, seguito da License To Kill dei Malice… poi sono diventato un fan sfegatato degli Helloween, conosco tutto su di loro, e infine mi sono spostato sul metal scandinavo.

Come sono nati i primi dischi dei Bloodshed Walhalla? I primi due sono molto bathoriani, Mather ha un forte legame con quanto fatto in precedenza, ma mostra passaggi diversi dal solito, aggressivi, quasi black metal in alcuni momenti. Quindi, sei partito come tributo e ti stai evolvendo verso qualcosa di più personale, oppure Mather è un discorso a sé e in seguito tornerai a omaggiare Quorthon?

Con la morte di Quorthon è scattato qualcosa nella mia testa, pensavo “cavolo, possibile che non potrò più ascoltare un inedito dei Bathory, qualcosa che mi possa far rivivere quelle sensazioni?”, così ho pensato “e se me le faccio io?” (ride, nda). Ho studiato il suo repertorio e il suo modo di suonare, compreso il mettermi in camera al buio ad ascoltare le canzoni cercando di capire le sensazioni provate dal chitarrista mentre le suonava, o sul perché il cantante ha scritto quel testo in quel modo… parecchie volte mi sono ritrovato in stanza a pensare cosa poteva aver provato Quorthon nei momenti in cui scriveva le canzoni. Proprio grazie a questo sono riuscito a scrivere dei pezzi non copiando, ma emulando il suo modo di pensare e di suonare viking metal. Se la mia band si fosse potuta chiamare Bathory 2 sarei stato felicissimo ahahah! Non me ne frega nulla se la gente dice che ho copiato quanto fatto da Quorthon, io ho voluto proseguire quanto fatto da lui.

Come hai scelto il nome?

Il primo nome era Walhalla, ma siccome ci sono altre band con lo stesso nome, ho aggiunto Bloodshed per dare un senso di unicità.

La curiosità che mi porto dietro da tempo riguarda il primo disco The Legend Of A Viking: è vero che è stato registrato nello scantinato dei vigili del fuoco?

Sìsìsì, è vero! Erano da poco nati i miei figli, quindi di tempo a casa per suonare non ne avevo, l’unico modo per farlo era di portare tutta l’attrezzatura per registrare in caserma. La domanda che ti starai facendo è “ma voi vigili del fuoco non fate un cacchio?” ahah! All’epoca lavoravo in un distaccamento di Taranto, una costruzione enorme con tante stanze e cantine dove mettere la roba mia e non dare fastidio a nessuno. Nelle ore di pausa o di non interventi in corso andavo lì e suonavo, urlavo e registravo. In questo modo ho registrato i primi due dischi, The Legend Of A Viking e The Battle Will Never End.

Questa storia è fantastica!

Quando sei da solo puoi registrare veramente ovunque: a casa, in cantina, sul pulman, in un bosco, basta avere un registratore! Quando sei in una band invece si è sempre vincolati agli impegni degli altri.

Quel è stato il feedback di riviste, siti e pubblico dei primi due album?

Sono sinceramente rimasto sorpreso da come i media abbiano accolto i miei album: non sono un chitarrista, non sono un bassista, non sono un batterista e non sono un cantante, sono solamente uno che ha qualche idea in testa e credo che sia riuscito a realizzarle abbastanza bene, questo forse le persone lo hanno capito e apprezzato. Molti mi chiedono come faccio a fare tutto da solo, i cori e le canzoni da dieci minuti… lo faccio con tanta passione e voglia di fare. Effettivamente ho ricevuto email dove mi riconoscevano come il figlio di Quorthon, il Quorthon italiano o il Quorthon della Basilicata. Se tu mi chiedi quale band suona viking metal come quello creato dai Bathory al massimo ti posso rispondere gli Ereb Altor, anche se ultimamente hanno variato qualcosa. Penso di essere proprio l’unico che faccia spudoratamente la musica che faceva Quorthon.

Lo penso anche io…

Non sono mai riuscito, nemmeno tramite i social network, ad ascoltare una canzone da poterla collegare alla musica dei Bathory. Tutte queste band strapagate, con iperproduzioni, si dice facciano viking metal, ma io non ci credo, fanno una sorta di death metal melodico molto tecnico, ma gruppi che suonano la musica stonata e confusionaria che faceva Quorthon io non li ho mai visti (ride, nda).

Hai perfettamente ragione, i più vicini al sound dei Bathory sono gli Ereb Altor, ma con gli ultimi dischi – bellissimi – Fire Meets Ice e Nattramn hanno unito il sound dei primi due full-length, dei veri tributi a Quorthon, alle sonorità estreme di Gastrike. Il risultato è un sound personale che ha chiare radici bathoriane.

Ma questo è giusto, perché un gruppo deve avere una propria identità, se vuole crescere ed emergere non può fare diversamente. Nel mio caso, che non voglio diventare famoso, posso dire che è nato tutto per caso, ho voluto mettermi alla prova ed evidentemente a qualcuno è piaciuto. La Fog Foundation mi ha contattato dopo aver ascoltato il primo disco The Legends Of A Viking e hanno creduto nel progetto, fino a scritturare i successivi lavori.

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Demo 2014, perché l’hai fatto prima di un EP?

Boh! Non ho date, non ho traguardi, registro quello che ho in testa, se ho voglia di fare una cover dei Bathory la faccio. Come dicevo prima, sono solo, non devo dare conto a nessuno, non ho grilli per la testa, non voglio diventare una rockstar, sono libero di suonare e registrare quello che voglio. Quel demo doveva essere un album, le sonorità però non erano come avrei voluto, la Fog Foundation mi ha consigliato di metterlo in rete per farlo scaricare e ri-registrare le canzoni in maniera più dettagliata com’è effettivamente successo… a breve finirò il quarto capitolo dei Bloodshed Walhalla.

Ottima notizia!

Faccio il fonico, il tecnico audio, il musicista, faccio tutto io ahahah!

E per questo ti faccio i complimenti, sembra impensabile che una sola persona possa aver fatto tutta questa mole di lavoro, e fatta bene.

A me non piace registrare con i monitor e i computer, ho un macchinario multitraccia che ti fa rincoglionire… ore e ore ad assemblare le varie parti. Non c’è niente di professionale, non ho mai studiato musica, grazie a Dio ho un buon orecchio e alla fine è uscito qualcosa di accettabile.

Come nasce l’idea di Mather?

Tu suoni musica nordica, svedese, ma hai tanta storia in Italia, musica tradizionale dalla quale potresti attingere per comporre… in effetti, pensandoci, c’era del materiale che poteva essere elaborato, se tu senti le versioni popolari in origine hanno una tristezza che secondo me è simile a quella degli scandinavi, così ho preso i brani popolari d’origine materana e li ho rifatti in sonorità viking metal, cercando comunque di lavorare con sonorità simili a quelle dei Bloodshed Walhalla. Qualcosa è cambiato rispetto ai miei dischi precedenti, nell’EP suono più vicino a Falkenbach, con quelle sonorità tipiche del folk.

Parliamo dei testi: sul web c’è solo quello dell’Urtlain e non c’è la traduzione in italiano. Ci puoi dire di cosa trattano?

L’ortolano! I testi sono banalissimi! Il folk dalle parti nostre riguarda storie di vita vissuta, della guerra e di quello che si faceva e si pensava ai tempi dei nonni. Ad esempio L’uartlain non è altro che una filastrocca che parla di una ragazza e della madre che non riusciva a capire cosa volesse la figlia, allora le chiede “vuoi mangiare questo?”, “vuoi quello?”, e alla fine cosa voleva? Voleva solo fare sesso con l’ortolano! Ahahah! Non vedere il testo come qualcosa che debba per forza andare di pari passo con il viking metal, il testo è un pezzo della nostra cultura, come U Suldet (il soldato, nda), lì si parla di questo ragazzo che va in guerra e i suoi genitori piangono e lo vorrebbero vedere di ritorno a casa, oppure U Vaccher (il vaccaro,nda), che parla di questa figura che deve stare attento al gregge. La Cupa cupa è uno strumento musicale delle nostre parti, si suona quando si fa l’amore, quando si mangiano le salsicce, non c’è nulla di mitologico o storico, è semplicemente la nostra cultura.

Parli di Matera, canti nel tuo dialetto, ma il titolo sembra in inglese, Mather…

Il nome in origine era scritto così, Mather. Ci sono tanti nomi attribuiti a Matera…

Mi dai qualche anticipazione del nuovo disco?

Siamo tornati ai Bathory, alla musica che amo da sempre. Sono ottanta minuti di musica, una composizione in particolare dura ben diciassette minuti, per questa canzone mi sono voluto ispirare ai Moonsorrow. Non so esattamente quando uscirà, spero il prima possibile!

Hai mai pensato di fare un disco/EP di sole cover dei Bathory?

Sarebbe bellissimo, sei hai visto sul web ci sono molte cover che ho fatto, saranno tredici o quattordici. L’idea è bella, ma ormai l’hanno fatto gli Ereb Altor…

Apprezzi tutto il materiale realizzato da Quorthon?

Ho approfondito anche i suoi primi album black metal, pieni d’occulto, ma non li ho trovati mai all’altezza del periodo viking, durante il quale ha mostrato tutta la sua genialità.

Hai ascoltato i suoi dischi da solista?

Sì li ho ascoltati, ho apprezzato in particolare il primo, Quorthon.

Secondo te Quorthon era un musicista rock’n’roll nello spirito oppure un furbacchione che sapeva bene quello che stava facendo, bravo a fingersi diverso da quel che era?

Secondo me Quorthon era un fottuto genio. È vissuto in un periodo nel quale c’era tutto da inventare, ok che c’erano i Venom, ma lui voleva mettere brutalità nella musica. Il personaggio andava di pari passo, ma col tempo è riuscito a creare quell’icona che è successivamente diventato. Ricordiamo sempre che è stato il creatore del viking metal, il primo a parlare della mitologia scandinava. Un mito, un genio che ha lasciato il segno.

Il tuo disco preferito dei Bathory, e perché?

È una domanda… forse trovo qualcosa in più in Hammerheart, secondo me è il più completo per quel che riguarda il viking metal.

C’è un disco dei Bathory che ti da meno sensazioni positive rispetto ai vari Hammerheart e Twilight Of The Gods?

Sì, Destroyer Of World è quello che più mi ha deluso.

Octagon?

Octagon e Requiem sono due lavori che si assomigliano moltissimo. Forse dopo questi due dischi Quorthon si è accorto di aver fatto una grande cazzata ed ha pubblicato l’anno dopo Blood On Ice, che in realtà è un disco scritto a fine anni ’80 e che successivamente ha registrato.

Hai mai provato a contattare la Black Mark per i tuoi dischi?

Sì! Ho mandato loro un sacco di volte i miei dischi, ma non mi hanno mai risposto! Oltre ai dischi ho mandato anche email, ma Boss non m’ha mai risposto in alcun modo.

Sei mai stato in Svezia o in Scandinavia?

No, magari! Mio fratello è stato in Svezia ed è andato a trovare Quorthon al cimitero, vorrei andarci anche io. Ho uno zio in Finlandia, sono stato spesso sul punto di andare a trovarlo, ma poi non si è mai fatto nulla…

Grazie per il tempo e la disponibilità!

Grazie a te Fabrizio!

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Ereb Altor – Nattramn

Ereb Altor – Nattramn

2015 – full-length – Cyclone Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. The Son Of Vindsvalr – 2. Midsommarblot – 3. Nattramn – 4. The Dance Of The Elves – 5. Dark Waters – 6. Across The Giant’s Blood – 7. The Nemesis Of Frei

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L’evoluzione musicale degli Ereb Altor è molto interessante: partiti come cover band dei Bathory (i primi due lavori By Honour e The End non possono che essere considerati dei veri e propri tributi alla maestria di Quorthon), hanno bruscamente cambiato direzione musicale con Gastrike del 2012, dove il black metal prendeva il sopravvento sull’epicità e le melodie, per poi tornare, inaspettatamente, al viking più fiero e potente con Fire Meets Ice del 2013, nel quale la crudezza del black si univa all’epic per creare un’opera magnifica. Il nuovo Nattramn (una figura del folklore svedese, una sorta di corvo con artigli molto grandi) porta la grandezza del sound Ereb Altor oltre a quanto già fatto, estremizzando alcuni aspetti e rendendo la musica del quartetto svedese ancora più grandiosa e solenne.

Ritmate percussioni minimali rendono The Son Of Vindsvalr uno dei pochi casi in cui l’intro serve realmente a introdurre l’ascoltatore nel mood dell’album. Le chitarre melodiche ed epiche di Midsommarblot (sacrificio di sangue per avere un buon raccolto e una lunga estate) sono il miglior biglietto da visita per Nattramn, un gioiello mid tempo in grado di non sfigurare al cospetto dei capolavori di Bathory e Falkenbach. La voce clean di Mats è sempre più convincente, perfetta per le atmosfere magiche e sognanti che la band scandinava è in grado di produrre. Riff plumbei per la title track, canzone dalle connotazioni oscure e malevole; il ritmo è feroce e lo scream del frontman non è certo da meno. Tra riff tritacarne e le ingombranti tastiere malvagie c’è persino spazio per un breve assolo di chitarra, ma è il ritornello, orecchiabile e accattivante, a conquistare immediatamente prima del finale doom oriented. The Dance Of The Elves è introdotta da una deliziosa chitarra acustica che accompagna il canto di Mats, ma sono le chitarre bathoriane a fare il grosso del lavoro: le melodie vocali estremamente semplici ed evocative e le brevi parti scream sono l’arma vincente della composizione più melodica dell’intero cd. Il testo racconta la storia degli elfi che attirano le persone nei loro balli senza tempo, dove una notte può equivalere anche un secolo dei mortali. I nove minuti di Dark Waters rappresentano la summa delle capacità degli Ereb Altor: sarebbe fin troppo riduttivo citare solamente le chitarre (ora maggiormente dinamiche) e le atmosfere tetre delle strofe per descrivere un piccolo capolavoro come questo. Il lavoro del drummer Tord è semplicemente eccellente e le accelerazioni di doppia cassa risaltano le melodie delle sei corde, senza dimenticare l’onnipresente tappeto creato dalla tastiera, fondamentale nell’accentuare determinate situazioni. Il break rarefatto che arriva dopo sei minuti di devastazione è puro ossigeno, ma il seguente riff mefistofelico è quanto di più maligno ci si potesse aspettare, ed è un piacere lasciarsi andare alla devastazione più totale sotto le truci note delle asce di Ragnar e Mats, sporche di sangue più che mai. Across The Giant’s Blood è un monumentale pezzo epic doom, colonna sonora delle navi che salpavano l’oceano per conoscere e conquistare nuove terre. La chiusura di Nattramn è affidata all’imponente The Nemesis Of Frei: la musica è in simbiosi con il testo, e la furia di Surtr durante il Ragnarök porta la canzone verso lidi black metal. Gli ultimi minuti della canzone sono malinconici e l’arpeggio di chitarra pone l’accento sulla devastazione portata dai Giganti di Fuoco.

La copertina del disco, opera del brasiliano Gustavo Sazes (Arch Enemy, Angra, Firewind ecc.), rappresenta al meglio le intenzioni e la musica degli Ereb Altor; si può parlare di un tutt’uno tra artwork e testi, così com’è perfetta la sintonia tra produzione e note musicali. I suoni sono grassi e potenti, definiti ma con un minimo di “sporcizia” che rende Nattramn dannatamente sincero e aggressivo. Gli strumenti sono equilibrati tra di loro e suonano naturali, molto simili a quanto riprodotto sul palcoscenico. Per gli appassionati delle info tecniche: il disco è stato registrato e mixato dal batterista Tord presso lo Studio Apocalypse, mentre del mastering se ne è occupato Jens Bogren (Amon Amarth, Enslaved, Borknagar, Opeth ecc.) nei Fascination Street Studios.

Nattramn è un disco da ascoltare tutto d’un fiato, in grado di conquistare l’ascoltatore fin dai primi istanti, la perfetta colonna sonora per i momenti importanti della vita, quando le decisioni da prendere possono cambiare tutto se solo se ne ha il coraggio. Sette canzoni di metal oscuro, nelle quali regna l’equilibrio tra accelerazioni inaspettate e aperture melodiche di grande classe. Le linee vocali rasentano la perfezione e i testi (alcuni incentrati sui vichinghi, altri sulla mitologia norrena) sono a tratti ammalianti: Dark Waters, ad esempio, parla di una leggenda svedese, di una creatura nata nel mondo sotterraneo in grado di suonare il violino come nessun altro. Una creatura che odia le persone che “camminano sopra” e farà di tutto per ingannarli e ucciderli.

Fire Meets Ice è stato uno dei migliori dischi del 2013 in ambito folk/viking, Nattramn è destinato alla medesima gloria; gli Ereb Altor, anche a seguito di esibizioni live a dir poco entusiasmanti, meritano l’attenzione della grande audience e il supporto di tutti coloro amano le sonorità epiche e battagliere. Veri maestri del genere.