Intervista: Einherjer

Ospitare sulle pagine di Mister Folk una band storica, seminale e dannatamente sincera come quella degli Einherjer è un immenso piacere. Tra i gruppi che hanno dato lustro al genere del viking metal, Frode Glesnes e soci hanno pubblicato nel giro di pochi anni (1996-2003) una manciata di lavori destinati a rimanere nella storia. Dopo la reunion del 2008 gli Einherjer hanno pubblicato due dischi discreti e la nuova versione di Dragons Of The North, ma è con il recente Norrøne Spor che tornano al posto che gli spetta, ovvero il trono del viking metal. Questa bella e interessante chiacchierata è per tutti voi che amate il viking metal old school, buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Benvenuti su Mister Folk! Per prima cosa vi chiedo dove trovate l’ispirazione per continuare a suonare dopo tanti anni di attività e dopo aver pubblicato dei dischi passati alla storia del genere.

Semplice! Amiamo ciò che facciamo. Abbiamo ancora passione per quello che facciamo. È uno stile di vita. Non è qualcosa che puoi smettere di fare. Fin quando possiamo rilasciare album di alta qualità, noi continueremo. E giudicando dai nostri album precedenti, questo accadrà ancora per molto. Penso che Norrøne Spor è tra i migliori che abbiamo fatto.

Norrøne Spor è molto intenso e vario. Ci sono canzoni nel vostro classico stile e leggermente diverse ma che mantengono il vostro trademark, penso ad esempio a Tapt Uskyld.

Sì, e la ragione principale è che il materiale per le canzoni è piuttosto vecchio. Immagino intorno all’era di Blot. Abbiamo abbastanza materiale a disposizione in giro dall’inizio, che è non finito o che oppure non si adattava al tempo. Ma a volte senti che è il momento giusto. Inizi a “macinarlo” in testa, e forse trovi modi alternativi per arrangiare il materiale. Ad essere onesti, eravamo insicuri su questa canzone, ma dopo il mixaggio completato si è rivelata perfetta.

Un’altra canzone un po’ diversa dal solito è Døden Tar Ingen Fangar, con quel ritornello quasi melodico che sorprende non poco. La trovo una grande canzone, vi chiedo quindi di spiegare il testo e come è nata la canzone.

Sì, è una canzone orecchiabile. È una delle primissime per quest’album. Probabilmente scritta subito dopo che Av Oss For Oss fu registrato. È anche una delle canzoni che è cambiata un po’ dalla pre-produzione alla produzione finale. Il testo è veramente personale, basato sulla perdita e sul dolore. E su cosa provoca intorno a te. Sono d’accordo sul fatto che devia un po’ da come suoniamo normalmente, ma è una buona canzone. Mi piace!

Il disco è vario nelle sonorità ma sempre di buona qualità, il segreto sta nell’aver composto i brani tutti insieme invece che separatamente?

Nessun segreto, veramente. La registrazione è stata fatta per la maggior parte allo stesso modo di sempre, nel mio Studio Borealis. L’unico cambiamento questa volta è che io ho anche mixato l’album da solo. Non ho mai mixato un album degli Einherjer prima. Gli ultimi album sono stati registrati da me e mixati da Matt Hyde a Los Angeles. Questa volta mi sentivo sicuro del fatto che avrei dovuto fare tutto il mixaggio da solo. Sono felice del modo in cui è andata a finire. Suona fresco e nuovo, ma ancora chiaramente Einherjer.

Cosa rappresenta la copertina? Chi è l’autore?

La cover art è il frutto dell’ingegno del nostro caro amico Costin Chioreanu. Abbiamo lavorato insieme per cinque anni ora e abbiamo avuto delle buone conversazioni sull’album, sul titolo e sulla cover quando ha visitato Haugesund per registrare dei video per noi quest’estate. Lui sapeva che siamo cresciuti tra i patrioti locali e quanto quest’area è importante per noi, e quindi voleva includere questo nella cover art. La sua rappresentazione meravigliosa della nostra parte della west coast mi fa venire i brividi dietro la schiena.

Parliamo della cover dei Motörhead Deaf Forever: perché avete scelto la band di Lemmy e quella canzone in particolare? Mi piace molto il risultato finale: si sente subito che suona 100% Einherjer pur essendo una cover.

I Motörhead sono una delle mie band preferite di tutti i tempi e ho sempre amato l’era veramente sottovalutata di metà anni ‘80. Il mio primo album dei Motörhead fu No Remorse del 1984. Quindi quando discutevamo sulle possibili cover per il b-side di Mine Våpen Mine Ord (un vinile 7″, ndMF) siamo finiti presto a discutere sulle canzoni dei Motörhead. L’album Orgasmatron è bellissimo, ma patisce di una produzione terribile. Deaf Forever sembrava la scelta perfetta per noi. Sia per i testi che musicalmente. E penso sia venuto benissimo. Suona bene nella versione sonora degli Einherjer. La canzone era una sorta di nostro tributo a Lemmy e all’impatto che ha avuto su noi negli anni.

Torniamo indietro di qualche anno… precisamente alle prime prove della band. Cosa ricordate di quel periodo? Perché vi siete messi a suonare e dove speravate di arrivare?

Quando abbiamo iniziato, era tutto basato sulla sensazione. Doveva essere giusto. Doveva essere Nordico. Ho sempre pensato che la sensazione e le vibrazioni nei miti nordici sarebbero state perfette da catturare in musica. Secondo me solo poche band hanno davvero toccato le emozioni e le sensazioni che io provo attraverso i temi nordici, ed è sempre come se mancasse qualcosa. Qualcosa non andava bene. Qualcosa non andava bene finché non ascoltai i Bathory e capii veramente come potesse essere potente quando era fatto bene. Ci sono altre band come i Wardruna, che stanno facendo in questo modo, più autentico. Ma noi suoniamo heavy metal! Non è esattamente “musica vichinga”, ma è quella sensazione che stiamo cercando. I riff dovrebbero risuonare di tempi antichi. Come diceva il primo volantino di Aurora Borealis (il demo del 1994, ndMF): “Fuori dalle distese dell’emisfero nord, viene il più epico ed atmosferico Viking Metal. Caricato con il potere del Mjølner. Stregato dal misticismo della terra di Thule”. Una dichiarazione veramente audace, ma penso che riassuma il modo in cui scriviamo musica, allora come adesso. Ora 25 anni dopo, i miti nordici sono ancora lì, ma non sono così prominenti. Il modo di pensare nordico è tutto lì. La mentalità e gli elementi filosofici sono molto presenti. Più profondi. Più intelligenti. Più o meno come la nostra musica…

Dragons Of The North è uno dei capisaldi del viking metal. Più passa il tempo e più quell’album sembra assumere importanza e rispetto. Mi piacerebbe sapere qualcosa riguardo il periodo di composizione e registrazione, che aria si respirava in studio, se eravate consapevoli di quello che stavate facendo o se era “semplicemente” il primo disco di una giovane band.

Grieghallen! Il primo album! Eravamo stati in studio prima, ma solo per registrare demo ed EP. Questo era il primo contratto. Dovevamo incidere un album avendo a che fare con la Napalm Records e l’avventura stava per iniziare. Avevamo otto canzoni pronte ed entrammo nei leggendari studi con largo anticipo. Pytten lo portò a termine! Bei tempi, davvero!

Due anni fa avete ri-registrato Dragons Of The North, cosa vi ha spinto a farlo? Siete soddisfatti del risultato finale, ovvero Dragons Of The North XX?

Il 2016 ha segnato il 20º anniversario dell’album, quindi abbiamo deciso di celebrare l’evento ri-registrando l’intero album. Normalmente le band fanno questo quando non sono soddisfatte dell’originale, ma questa decisione fu presa a per via dell’amore per la registrazione originale, non a causa di essa. Molte persone odia le ri-registrazioni, e onestamente io sono uno tra quelli, ma penso che questa è venuta bene. E non è che l’originale sia scomparso perché abbiamo fatto una XX edition. Sono entrambe lì fuori, affinché tutti possano ascoltare la versione che gli piace di più.

Parlando ancora di viking metal, quali sono le differenze che notate tra la scena di fine anni ’90 e quella odierna?

Il termine “viking metal” aveva un significato a metà anni ‘90. Almeno per noi… o almeno per me. Sono cambiate molte cose da allora… e onestamente il viking metal più moderno è “un grande piatto di formaggio”! Se ascolti Hammerheart oppure Twilight Of The God non è proprio questo il caso. Questi sono gli esempi di come dovrebbe essere fatto! Ma in qualche modo, da qualche parte lungo la strada qualcosa andò terribilmente male. Noi terremo la bandiera del viking metal in alto più a lungo possibile. Ora abbiamo un mucchio di clown con gli elmetti con le corna e vestiti con le pellicce che corrono in giro cantando canzoni sul bere come se questo fosse una sorta di scherzo.

Si parla sempre di più di vichinghi anche grazie alla serie tv Vikings. Qualcuno di voi la segue e cosa ne pensa? Visto il collegamento, vi piace il lavoro svolto dai Wardruna nei loro dischi?

Ho visto un paio di stagioni. Penso sia iniziata bene, ma ho perso interesse dopo un po’. Bello vedere che Einar e i Wardruna stiano avendo una meritata spinta dalla serie. Amo i Wardruna. Suonano così “giusti”.

Vi vedremo presto in tour? Toccherete anche l’Italia?

Certo, abbiamo qualche festival organizzato per il 2019, e molte cose sono in cantiere. Spero che riusciremo a visitare l’Italia nel 2019. È passato molto tempo.

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! First, I’d like to ask you where you find the inspiration to keep playing after so many years of activity and after publishing albums that became part of this genre’s history.

Simple! We love what we do. We still have passion for what we do. It’s a lifestyle. It isn’t something you can just quit. As long as we can release high quality albums, we will continue. And judging by our latest album, that will be for quite some time. I think Norrøne Sporis among the best work we’ve done.

Norrøne Spor is a very intense and varied work. It contains songs in your classic musical style, but also slightly different while still keeping your trademark sound intact – I’m thinking about Tapt Uskyld.

Yes, and the main reason for that is because the material for the song is quite old. I would guess around Blot era. We have quite a lot of stuff laying around from back in the day, that’s either unfinished or it didn’t fit in at the time. But sometimes you just feel that now is the time. You start grinding it down in your head, and maybe find alternative ways to do and arrange stuff. To be honest, we were unsure about this song until the bitter end, but then the mix was set, and it turned out perfect.

Another slightly different track is Døden Tar Ingen Fangar, with a very melodic chorus that does take by surprise. I find it a great song, I’d like to know more about the lyrics and how the track was born.

Yes, it is a catchy song. It’s one of the early ones for this album. Probably written right after Av Oss For Oss was recorded. It was also one of the songs that changed quite a bit from pre-production to the finish product. Very personal lyrics based on the topics of loss and grief. And what it does to you. I agree that it deviates a bit from what we normally sound like, but it is a good song. I like it!

Regarding sound, it’s both varied and always top quality. What’s the secret?

No secret, really. The recording was mostly done the same way as we always do, recorded in my studio, Studio Borealis. Only change this time is that I also mixed the album myself. I’ve never mixed an Einherjer album before. The last albums have been recorded by me and mixed by Matt Hyde in Los Angeles. This time I felt confident it was a better idea to do the whole mix myself. I am very happy with the way it turned out. It sounds new and fresh, but still very unmistakably Einherjer.

What’s the meaning behind the artwork? Who’s the author?

The cover art is the brainchild of our dear friend Costin Chioreanu. We’ve been working together for about 5 years now and we had some really good discussions about the album, title and cover art when he visited Haugesund to shoot some videos for us this summer. He knows we’ve grown into local patriots and how much this area means to us, so he wanted to include that in the cover art. His amazing representation of our part of the west coast makes shivers down my spine.

Let’s talk about Deaf Forever, the Motörhead song you covered: why did you choose Lemmy’s band, and why that song specifically? I really enjoy what you did with it, you can feel it’s 100% Einherier sound even though it’s a cover.

Motörhead is one of my all-time favorite bands and I’ve always loved the very underrated mid 80s era. My first Motörhead album was No Remorsefrom 84. So when discussing possible covers for the b-side of Mine Våpen Mine Ord we soon ended up discussing Motörhead songs. The Orgasmatron album is great, but suffers from terrible production. Deaf Forever just seemed like the perfect choice for us. Both lyrically and musically. And I think it turned out great. It sounds good in an Einherjer sound scape. The song was just sort of our tribute to Lemmy and the impact he did on us over the years.

Let’s go back a couple years… specifically to that first period after the band was founded. What do you remember of those days? Why did you start playing, and what were you hoping to achieve?

When we started out, it was all about the feel. It had to be right. It had to be Norse. I had always thought that the feeling and vibe in the Norse myths would be perfect to capture in music. In my opinion only a few bands had really touched the emotions and the feel I felt towards the Norse themes, and it always felt that something was missing. Something wasn’t right. It wasn’t until I heard Bathory I really understood how powerful it could be when done right. There are other bands like Wardruna, who are doing this way more authentic. But we play heavy metal! It’s not exactly Viking music, but it’s the feeling we are after. The riffs should resound of ancient times. As the first flyers for Aurora Borealisstated: “Out of the wastes of the Northern hemisphere, comes the most epic & atmospheric Viking Metal. Charged with the power of Mjølner. Enchanted by the mysticism of the land of Thule.” A very bold statement indeed, but I think it sums up the way we wrote music back then and still do to this day. Now 25 years later, the Norse myths are still there, but not that prominent. The Norse way of thinking is very much there. The mind-set and the philosophical elements are very present. Deeper. Smarter. Much like our music…

Dragons Of The North is a cornerstone of viking metal. The more time goes by, the more that album becomes respected and revered. I’d like to know more about the songwriting and recording phase, what the atmosphere in the studio was like, if you were aware of what you were doing or if it “just” felt like the first album of a young band.

Grieghallen! First album! We had been in the studio before, but only to record demos and an EP. This was the real deal. We had scored a record deal with Napalm Records and the adventure was about to start. We had 8 songs ready and we entered the legendary studio with great anticipation. Pytten delivered! Both as a person and producer. Good times indeed!

You re-recorded Dragons Of The North, what pushed you to do that? Are you satisfied with the end result?

2016 marked the 20th anniversary for the album, so we decided to celebrate the event by re-recording the whole thing. Normally bands do this because they are not happy with the original, but this decision was made because of our love for the original recording, not is spite of… Many people hate re-recordings, and to be honest I am one of them, but I think this one turned out great. And it’s not like the original album disappears because we did a XX version. They are both out there, so everyone can listen to the one they like best.

Let’s talk about viking metal some more. What do you think are the differences, if there are any, between the late 90’s scene and today?

Viking metal as a term had a meaning in the early 90s. At least for us… or at least for me. A lot of things have changed since then…and to be honest most modern day viking metal is a large plate of cheese! If you listen to Hammerheart or Twilight Of The Gods, that’s not the case at all. That is the blue print how it should be done! But somehow, somewhere down the road something went horribly wrong. We held the Viking metal banner high as long as we could. Now we have a bunch of clowns with horned helmets and furry cloths running around singing drinking songs like this is some sort of joke.

Vikings are more talked about, nowadays, also thanks to the TV show Vikings. Does anybody in the band watch it? And since we’re on the topic, what do you think of Wardruna’s work in their albums?

I’ve seen a couple seasons. I think it started good, but I lost interest after a bit. Great to see that Einar and Wardruna is getting a well deserved push by the series. I love Wardruna. It sounds very “right”.

Will you be on tour any time soon? Will you come to Italy?

Sure, we have some festivals lined up for 2019, and a lot of stuff is in the works. I really hope we get to see Italy in 2019. It’s been too long.

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Intervista: Bloodshed Walhalla

La one man band Bloodshed Walhalla sta raccogliendo sempre più consensi, in Italia e all’estero. Il motivo? Ottimo viking metal di chiara ispirazione bathoriana, ma è con l’EP Mather che le coordinate musicali, almeno momentaneamente, sono cambiate. Questa che segue è la lunga e piacevole chiacchierata tra me e Drakhen, il Quorthon italiano.

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Come ti sei avvicinato alla musica, e successivamente alla chitarra e a Bathory?

Avevo undici anni quando ascoltai Icarus Dream di Yngwye J. Malmsteen, da li nacque la passione per la chitarra, volevo emulare Malmsteen (ride, nda). Con la mia prima chitarra classica facevo l’assoletto e poi ascoltando le altre canzoni del disco mi resi conto della bravura del cantante Jeff Scott Soto e allora volli capire come riusciva a cantare così alto, e mi impegnavo a suonare come Malmsteen e cantare come in quel modo, senza riuscirci ahah! Poi tramite famigliari che ascoltavano metal inizia a conoscere gli Iron Maiden, a suonare qualche cover dei Metallica come facevano tutti i giovani dell’epoca. Ho fatto parte di alcune band locali, ma un giorno un mio amico mi venne a trovare portando due dischi che lasciò a casa mia, Twilight Of The Gods e Hammerheart dei Bathory. Ascoltando quella musica scoccò una scintilla e dissi “ma da dove se ne esce, questo è un genio!”. In seguito approfondii la conoscenza di Quorthon e dei Bathory, scoprii la storia eccetera. Nel 2005, non avendo più una band decisi di comprare un po’ di attrezzatura e fare una sorta di cover band dei Bathory, così è nato il progetto Bloodshed Walhalla.

Mi fa sempre piacere parlare con le persone della mia età perché si finisce sempre a parlare della grande musica degli anni ’80…

Il mio primo disco fu Blizzard Of Oz di Ozzy Osbourne, seguito da License To Kill dei Malice… poi sono diventato un fan sfegatato degli Helloween, conosco tutto su di loro, e infine mi sono spostato sul metal scandinavo.

Come sono nati i primi dischi dei Bloodshed Walhalla? I primi due sono molto bathoriani, Mather ha un forte legame con quanto fatto in precedenza, ma mostra passaggi diversi dal solito, aggressivi, quasi black metal in alcuni momenti. Quindi, sei partito come tributo e ti stai evolvendo verso qualcosa di più personale, oppure Mather è un discorso a sé e in seguito tornerai a omaggiare Quorthon?

Con la morte di Quorthon è scattato qualcosa nella mia testa, pensavo “cavolo, possibile che non potrò più ascoltare un inedito dei Bathory, qualcosa che mi possa far rivivere quelle sensazioni?”, così ho pensato “e se me le faccio io?” (ride, nda). Ho studiato il suo repertorio e il suo modo di suonare, compreso il mettermi in camera al buio ad ascoltare le canzoni cercando di capire le sensazioni provate dal chitarrista mentre le suonava, o sul perché il cantante ha scritto quel testo in quel modo… parecchie volte mi sono ritrovato in stanza a pensare cosa poteva aver provato Quorthon nei momenti in cui scriveva le canzoni. Proprio grazie a questo sono riuscito a scrivere dei pezzi non copiando, ma emulando il suo modo di pensare e di suonare viking metal. Se la mia band si fosse potuta chiamare Bathory 2 sarei stato felicissimo ahahah! Non me ne frega nulla se la gente dice che ho copiato quanto fatto da Quorthon, io ho voluto proseguire quanto fatto da lui.

Come hai scelto il nome?

Il primo nome era Walhalla, ma siccome ci sono altre band con lo stesso nome, ho aggiunto Bloodshed per dare un senso di unicità.

La curiosità che mi porto dietro da tempo riguarda il primo disco The Legend Of A Viking: è vero che è stato registrato nello scantinato dei vigili del fuoco?

Sìsìsì, è vero! Erano da poco nati i miei figli, quindi di tempo a casa per suonare non ne avevo, l’unico modo per farlo era di portare tutta l’attrezzatura per registrare in caserma. La domanda che ti starai facendo è “ma voi vigili del fuoco non fate un cacchio?” ahah! All’epoca lavoravo in un distaccamento di Taranto, una costruzione enorme con tante stanze e cantine dove mettere la roba mia e non dare fastidio a nessuno. Nelle ore di pausa o di non interventi in corso andavo lì e suonavo, urlavo e registravo. In questo modo ho registrato i primi due dischi, The Legend Of A Viking e The Battle Will Never End.

Questa storia è fantastica!

Quando sei da solo puoi registrare veramente ovunque: a casa, in cantina, sul pulman, in un bosco, basta avere un registratore! Quando sei in una band invece si è sempre vincolati agli impegni degli altri.

Quel è stato il feedback di riviste, siti e pubblico dei primi due album?

Sono sinceramente rimasto sorpreso da come i media abbiano accolto i miei album: non sono un chitarrista, non sono un bassista, non sono un batterista e non sono un cantante, sono solamente uno che ha qualche idea in testa e credo che sia riuscito a realizzarle abbastanza bene, questo forse le persone lo hanno capito e apprezzato. Molti mi chiedono come faccio a fare tutto da solo, i cori e le canzoni da dieci minuti… lo faccio con tanta passione e voglia di fare. Effettivamente ho ricevuto email dove mi riconoscevano come il figlio di Quorthon, il Quorthon italiano o il Quorthon della Basilicata. Se tu mi chiedi quale band suona viking metal come quello creato dai Bathory al massimo ti posso rispondere gli Ereb Altor, anche se ultimamente hanno variato qualcosa. Penso di essere proprio l’unico che faccia spudoratamente la musica che faceva Quorthon.

Lo penso anche io…

Non sono mai riuscito, nemmeno tramite i social network, ad ascoltare una canzone da poterla collegare alla musica dei Bathory. Tutte queste band strapagate, con iperproduzioni, si dice facciano viking metal, ma io non ci credo, fanno una sorta di death metal melodico molto tecnico, ma gruppi che suonano la musica stonata e confusionaria che faceva Quorthon io non li ho mai visti (ride, nda).

Hai perfettamente ragione, i più vicini al sound dei Bathory sono gli Ereb Altor, ma con gli ultimi dischi – bellissimi – Fire Meets Ice e Nattramn hanno unito il sound dei primi due full-length, dei veri tributi a Quorthon, alle sonorità estreme di Gastrike. Il risultato è un sound personale che ha chiare radici bathoriane.

Ma questo è giusto, perché un gruppo deve avere una propria identità, se vuole crescere ed emergere non può fare diversamente. Nel mio caso, che non voglio diventare famoso, posso dire che è nato tutto per caso, ho voluto mettermi alla prova ed evidentemente a qualcuno è piaciuto. La Fog Foundation mi ha contattato dopo aver ascoltato il primo disco The Legends Of A Viking e hanno creduto nel progetto, fino a scritturare i successivi lavori.

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Demo 2014, perché l’hai fatto prima di un EP?

Boh! Non ho date, non ho traguardi, registro quello che ho in testa, se ho voglia di fare una cover dei Bathory la faccio. Come dicevo prima, sono solo, non devo dare conto a nessuno, non ho grilli per la testa, non voglio diventare una rockstar, sono libero di suonare e registrare quello che voglio. Quel demo doveva essere un album, le sonorità però non erano come avrei voluto, la Fog Foundation mi ha consigliato di metterlo in rete per farlo scaricare e ri-registrare le canzoni in maniera più dettagliata com’è effettivamente successo… a breve finirò il quarto capitolo dei Bloodshed Walhalla.

Ottima notizia!

Faccio il fonico, il tecnico audio, il musicista, faccio tutto io ahahah!

E per questo ti faccio i complimenti, sembra impensabile che una sola persona possa aver fatto tutta questa mole di lavoro, e fatta bene.

A me non piace registrare con i monitor e i computer, ho un macchinario multitraccia che ti fa rincoglionire… ore e ore ad assemblare le varie parti. Non c’è niente di professionale, non ho mai studiato musica, grazie a Dio ho un buon orecchio e alla fine è uscito qualcosa di accettabile.

Come nasce l’idea di Mather?

Tu suoni musica nordica, svedese, ma hai tanta storia in Italia, musica tradizionale dalla quale potresti attingere per comporre… in effetti, pensandoci, c’era del materiale che poteva essere elaborato, se tu senti le versioni popolari in origine hanno una tristezza che secondo me è simile a quella degli scandinavi, così ho preso i brani popolari d’origine materana e li ho rifatti in sonorità viking metal, cercando comunque di lavorare con sonorità simili a quelle dei Bloodshed Walhalla. Qualcosa è cambiato rispetto ai miei dischi precedenti, nell’EP suono più vicino a Falkenbach, con quelle sonorità tipiche del folk.

Parliamo dei testi: sul web c’è solo quello dell’Urtlain e non c’è la traduzione in italiano. Ci puoi dire di cosa trattano?

L’ortolano! I testi sono banalissimi! Il folk dalle parti nostre riguarda storie di vita vissuta, della guerra e di quello che si faceva e si pensava ai tempi dei nonni. Ad esempio L’uartlain non è altro che una filastrocca che parla di una ragazza e della madre che non riusciva a capire cosa volesse la figlia, allora le chiede “vuoi mangiare questo?”, “vuoi quello?”, e alla fine cosa voleva? Voleva solo fare sesso con l’ortolano! Ahahah! Non vedere il testo come qualcosa che debba per forza andare di pari passo con il viking metal, il testo è un pezzo della nostra cultura, come U Suldet (il soldato, nda), lì si parla di questo ragazzo che va in guerra e i suoi genitori piangono e lo vorrebbero vedere di ritorno a casa, oppure U Vaccher (il vaccaro,nda), che parla di questa figura che deve stare attento al gregge. La Cupa cupa è uno strumento musicale delle nostre parti, si suona quando si fa l’amore, quando si mangiano le salsicce, non c’è nulla di mitologico o storico, è semplicemente la nostra cultura.

Parli di Matera, canti nel tuo dialetto, ma il titolo sembra in inglese, Mather…

Il nome in origine era scritto così, Mather. Ci sono tanti nomi attribuiti a Matera…

Mi dai qualche anticipazione del nuovo disco?

Siamo tornati ai Bathory, alla musica che amo da sempre. Sono ottanta minuti di musica, una composizione in particolare dura ben diciassette minuti, per questa canzone mi sono voluto ispirare ai Moonsorrow. Non so esattamente quando uscirà, spero il prima possibile!

Hai mai pensato di fare un disco/EP di sole cover dei Bathory?

Sarebbe bellissimo, sei hai visto sul web ci sono molte cover che ho fatto, saranno tredici o quattordici. L’idea è bella, ma ormai l’hanno fatto gli Ereb Altor…

Apprezzi tutto il materiale realizzato da Quorthon?

Ho approfondito anche i suoi primi album black metal, pieni d’occulto, ma non li ho trovati mai all’altezza del periodo viking, durante il quale ha mostrato tutta la sua genialità.

Hai ascoltato i suoi dischi da solista?

Sì li ho ascoltati, ho apprezzato in particolare il primo, Quorthon.

Secondo te Quorthon era un musicista rock’n’roll nello spirito oppure un furbacchione che sapeva bene quello che stava facendo, bravo a fingersi diverso da quel che era?

Secondo me Quorthon era un fottuto genio. È vissuto in un periodo nel quale c’era tutto da inventare, ok che c’erano i Venom, ma lui voleva mettere brutalità nella musica. Il personaggio andava di pari passo, ma col tempo è riuscito a creare quell’icona che è successivamente diventato. Ricordiamo sempre che è stato il creatore del viking metal, il primo a parlare della mitologia scandinava. Un mito, un genio che ha lasciato il segno.

Il tuo disco preferito dei Bathory, e perché?

È una domanda… forse trovo qualcosa in più in Hammerheart, secondo me è il più completo per quel che riguarda il viking metal.

C’è un disco dei Bathory che ti da meno sensazioni positive rispetto ai vari Hammerheart e Twilight Of The Gods?

Sì, Destroyer Of World è quello che più mi ha deluso.

Octagon?

Octagon e Requiem sono due lavori che si assomigliano moltissimo. Forse dopo questi due dischi Quorthon si è accorto di aver fatto una grande cazzata ed ha pubblicato l’anno dopo Blood On Ice, che in realtà è un disco scritto a fine anni ’80 e che successivamente ha registrato.

Hai mai provato a contattare la Black Mark per i tuoi dischi?

Sì! Ho mandato loro un sacco di volte i miei dischi, ma non mi hanno mai risposto! Oltre ai dischi ho mandato anche email, ma Boss non m’ha mai risposto in alcun modo.

Sei mai stato in Svezia o in Scandinavia?

No, magari! Mio fratello è stato in Svezia ed è andato a trovare Quorthon al cimitero, vorrei andarci anche io. Ho uno zio in Finlandia, sono stato spesso sul punto di andare a trovarlo, ma poi non si è mai fatto nulla…

Grazie per il tempo e la disponibilità!

Grazie a te Fabrizio!

Ereb Altor – Nattramn

Ereb Altor – Nattramn

2015 – full-length – Cyclone Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. The Son Of Vindsvalr – 2. Midsommarblot – 3. Nattramn – 4. The Dance Of The Elves – 5. Dark Waters – 6. Across The Giant’s Blood – 7. The Nemesis Of Frei

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L’evoluzione musicale degli Ereb Altor è molto interessante: partiti come cover band dei Bathory (i primi due lavori By Honour e The End non possono che essere considerati dei veri e propri tributi alla maestria di Quorthon), hanno bruscamente cambiato direzione musicale con Gastrike del 2012, dove il black metal prendeva il sopravvento sull’epicità e le melodie, per poi tornare, inaspettatamente, al viking più fiero e potente con Fire Meets Ice del 2013, nel quale la crudezza del black si univa all’epic per creare un’opera magnifica. Il nuovo Nattramn (una figura del folklore svedese, una sorta di corvo con artigli molto grandi) porta la grandezza del sound Ereb Altor oltre a quanto già fatto, estremizzando alcuni aspetti e rendendo la musica del quartetto svedese ancora più grandiosa e solenne.

Ritmate percussioni minimali rendono The Son Of Vindsvalr uno dei pochi casi in cui l’intro serve realmente a introdurre l’ascoltatore nel mood dell’album. Le chitarre melodiche ed epiche di Midsommarblot (sacrificio di sangue per avere un buon raccolto e una lunga estate) sono il miglior biglietto da visita per Nattramn, un gioiello mid tempo in grado di non sfigurare al cospetto dei capolavori di Bathory e Falkenbach. La voce clean di Mats è sempre più convincente, perfetta per le atmosfere magiche e sognanti che la band scandinava è in grado di produrre. Riff plumbei per la title track, canzone dalle connotazioni oscure e malevole; il ritmo è feroce e lo scream del frontman non è certo da meno. Tra riff tritacarne e le ingombranti tastiere malvagie c’è persino spazio per un breve assolo di chitarra, ma è il ritornello, orecchiabile e accattivante, a conquistare immediatamente prima del finale doom oriented. The Dance Of The Elves è introdotta da una deliziosa chitarra acustica che accompagna il canto di Mats, ma sono le chitarre bathoriane a fare il grosso del lavoro: le melodie vocali estremamente semplici ed evocative e le brevi parti scream sono l’arma vincente della composizione più melodica dell’intero cd. Il testo racconta la storia degli elfi che attirano le persone nei loro balli senza tempo, dove una notte può equivalere anche un secolo dei mortali. I nove minuti di Dark Waters rappresentano la summa delle capacità degli Ereb Altor: sarebbe fin troppo riduttivo citare solamente le chitarre (ora maggiormente dinamiche) e le atmosfere tetre delle strofe per descrivere un piccolo capolavoro come questo. Il lavoro del drummer Tord è semplicemente eccellente e le accelerazioni di doppia cassa risaltano le melodie delle sei corde, senza dimenticare l’onnipresente tappeto creato dalla tastiera, fondamentale nell’accentuare determinate situazioni. Il break rarefatto che arriva dopo sei minuti di devastazione è puro ossigeno, ma il seguente riff mefistofelico è quanto di più maligno ci si potesse aspettare, ed è un piacere lasciarsi andare alla devastazione più totale sotto le truci note delle asce di Ragnar e Mats, sporche di sangue più che mai. Across The Giant’s Blood è un monumentale pezzo epic doom, colonna sonora delle navi che salpavano l’oceano per conoscere e conquistare nuove terre. La chiusura di Nattramn è affidata all’imponente The Nemesis Of Frei: la musica è in simbiosi con il testo, e la furia di Surtr durante il Ragnarök porta la canzone verso lidi black metal. Gli ultimi minuti della canzone sono malinconici e l’arpeggio di chitarra pone l’accento sulla devastazione portata dai Giganti di Fuoco.

La copertina del disco, opera del brasiliano Gustavo Sazes (Arch Enemy, Angra, Firewind ecc.), rappresenta al meglio le intenzioni e la musica degli Ereb Altor; si può parlare di un tutt’uno tra artwork e testi, così com’è perfetta la sintonia tra produzione e note musicali. I suoni sono grassi e potenti, definiti ma con un minimo di “sporcizia” che rende Nattramn dannatamente sincero e aggressivo. Gli strumenti sono equilibrati tra di loro e suonano naturali, molto simili a quanto riprodotto sul palcoscenico. Per gli appassionati delle info tecniche: il disco è stato registrato e mixato dal batterista Tord presso lo Studio Apocalypse, mentre del mastering se ne è occupato Jens Bogren (Amon Amarth, Enslaved, Borknagar, Opeth ecc.) nei Fascination Street Studios.

Nattramn è un disco da ascoltare tutto d’un fiato, in grado di conquistare l’ascoltatore fin dai primi istanti, la perfetta colonna sonora per i momenti importanti della vita, quando le decisioni da prendere possono cambiare tutto se solo se ne ha il coraggio. Sette canzoni di metal oscuro, nelle quali regna l’equilibrio tra accelerazioni inaspettate e aperture melodiche di grande classe. Le linee vocali rasentano la perfezione e i testi (alcuni incentrati sui vichinghi, altri sulla mitologia norrena) sono a tratti ammalianti: Dark Waters, ad esempio, parla di una leggenda svedese, di una creatura nata nel mondo sotterraneo in grado di suonare il violino come nessun altro. Una creatura che odia le persone che “camminano sopra” e farà di tutto per ingannarli e ucciderli.

Fire Meets Ice è stato uno dei migliori dischi del 2013 in ambito folk/viking, Nattramn è destinato alla medesima gloria; gli Ereb Altor, anche a seguito di esibizioni live a dir poco entusiasmanti, meritano l’attenzione della grande audience e il supporto di tutti coloro amano le sonorità epiche e battagliere. Veri maestri del genere.