King Of Asgard – …To North

King Of Asgard – …To North

2012 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8 Recensore: Mr. Folk

Formazione: Karl Beckmann: voce, chitarra – Lars Tängmark: chitarra – Jonas Albrektsson: basso – Karsten Larsson: batteria

Tracklist: 1. Onset of Ragnarok – 2. The Nine Worlds Burn – 3. The Dispossessed – 4. Gap of Ginnungs – 5. Bound to Reunite – 6. Nordvegr – 7. Up on the Mountain – 8. Plague-ridden Rebirth – 9. Harvest (The End) – 10. …to North – 11. Vinterskugge (Isengard cover, bonus track)

king_of_asgard-to_northA due anni precisi dall’esaltante debutto Fimbulvintr, i King Of Asgard tornano con …To North, seconda prova di forza del combo svedese. In ventiquattro mesi alcune cose sono cambiate, come ad esempio il definitivo distacco di Stefan Weinerhall (chitarrista dei Falconer ed ex Mithotyn, che per il debutto della band aveva scritto alcuni testi) e, soprattutto, l’ingresso di una seconda ascia ad affiancare Karl Beckmann, quel Lars Tängmark con il quale il drummer Karsten Larsson aveva suonato insieme in alcuni dischi della formazione swedish death/black Dawn, che a distanza di quattordici anni lo ha chiamato nei King Of Asgard per innalzare, soprattutto nei concerti, un muro sonoro da terrorizzare anche il più intrepido berserker.

Nonostante tutto ciò, l’approccio e la genuinità della proposta dei viking metallers non è cambiata minimamente: orgoglioso metallo nordico della migliore tradizione (ovvero quella ’90, fortemente influenzata dal black metal dell’epoca), canzoni dirette e semplici, eppur maledettamente emozionanti, in grado di esaltare costantemente l’ascoltatore.

Il breve intro Onset of Ragnarok ci catapulta nell’epicità del primo pezzo, The Nine Worlds Burn, meraviglioso esempio di arte tipicamente svedese. Il brano racchiude tutte le tipicità del combo di Mjölby: furiose ritmiche si alternano a rallentamenti da headbanging, bridge e ritornello sono da cantare a squarciagola e i riff di chitarra sono affilati come le migliori lame vichinghe. Ad impreziosire il tutto c’è la delicata voce di Heléne Blad (sorella di Mathias, voce dei Falconer) con un passato – anche lei, proprio come Larsson e Beckmann – nei seminali Mithotyn. The Dispossessed è un eccellente brano battagliero, caratterizzato da melodie e giri chitarristici della migliore scuola scandinava, in grado di far tornare alla mente i mai abbastanza osannati Storm e Isengard. Nonostante i continui riferimenti ad una scena che ormai non c’è più, cosa del tutto normale considerando che i membri dei King Of Asgard di quella scena ne facevano parte, il sound di questa formazione nata nel 2008 è assolutamente personale e unico. Tempi dilatati per la prima parte di Gap Of Ginnungs, brano mid tempo perfetto per dare tregua dopo due killer songs che se non uccidono l’ascoltatore, sicuramente lo feriscono gravemente. Nella parte centrale il ritmo aumenta lievemente e sono presenti diversi spunti di pregevole fattura delle sei corde. Con Bound To Reunite si torna a picchiare duro, con la voce di Beckmann più velenosa che mai. Non mancano melodie atte a smussare la spigolosità dei riff, ma è innegabile che lontani echi mithotyniani si affaccino di tanto in tanto nella proposta dei nostri. Si continua con freddo metallo grazie a Nordvegr, ennesimo brano cupo e feroce dove si alternano veloci parti in tremolo picking e riff più grassi che rendono la composizione varia e accattivante. Up On The Mountain si apre con un breve arpeggio che lascia subito spazio alla classe della formazione svedese, un crescendo delicato come solo i grandi musicisti sono in grado di fare; il resto è un susseguirsi di strutture e sapori genuini, semplici, ma mai banali. L’assalto frontale di Plague-ridden Rebirth, traccia più lunga di …To North, lascia senza fiato, prima di trasformarsi in un travolgente e disperato mid tempo. Nell’arco degli oltre sette minuti della canzone c’è spazio per riff di tradizione doom, partiture alla Satyricon di Nemesis Divina ed epicità windiriana, il tutto rivisto in chiave King Of Asgard. Con Harvest (The End) ci si avvia verso la conclusione del disco: peccato che sia, probabilmente, la composizione più debole del secondo capitolo della band svedese. La canzone di per sé non è brutta, ma semplicemente la meno riuscita del lotto. La title track, una lunga strumentale dal retrogusto malinconico da oltre quattro minuti, ci accompagna fino agli ultimi istanti del platter. Come bonus track della versione digipack è possibile ascoltare, infine, la cover degli Isengard Vinterkugge, pura arte scandinava: la versione della band guidata da Karl Beckmann è molto fedele all’originale e va vista come un vero e proprio tributo al vecchio progetto di Fenriz.

La produzione è curatissima: il grande Andy LaRoque ha svolto, come suo solito, un eccellente lavoro, permettendo ai King Of Asgard di sfogare tutta la loro cattiveria musicale nelle migliori condizioni possibili. I suoni sono cristallini e reali, le chitarre robuste e graffianti, la batteria del furioso Larsson non fa prigionieri, il basso di Albrektsson, strumento da sempre messo in secondo piano, pulsa come non mai, facendo risultare …To North potente come uno spadone a due mani che si conficca nel vostro cranio. Infine, come non citare il frontman e leader carismatico del gruppo, quel Karl Beckmann autore di una prova eccezionale dietro al microfono, perverso e crudele vocalist che incanta quando urla di vichinghi e mitologia norrena?

Non tutto, però, è perfetto. A differenza di Fimbulvintr, un album improntato sulla velocità e sui cori epici da gridare a squarciagola, …To North risulta più vario e ricco di brani dallo stile diverso. Sono diminuiti gli up tempo a favore di composizioni maggiormente controllate e a tratti malinconiche, di fatto lasciando la seconda parte del disco senza un vero e proprio hit. Quello che manca è un pezzo da pugni alzati verso la conclusione del full length, ma, in fondo, non ci si può lamentare più di tanto.

In parole povere i King Of Asgard hanno classe, e sarebbe consigliabile un ascolto approfondito ai “nuovi” gruppi che negli ultimi anni fanno parte della scena folk-viking, in quanto avrebbero molto da imparare. I King Of Asgard confezionano un lavoro davvero buono e convincente, con uno stile fieramente nordico e personale che trae ispirazione dal caro buon metallo di fine secolo scorso, con una convinzione e una bravura che ha pochi eguali nell’ambiente.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Falconer – Black Moon Rising

Falconer – Black Moon Rising

2014 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mathias Blad: voce – Stefan Weinerhall: chitarra – Jimmy Hedlund: chitarra – Magnus Linhardt: basso – Karsten Larsson: batteria

Tracklist: 1. Locust Swarm – 2. Halls And Chambers – 3. Black Moon Rising – 4. Scoundrel And The Squire – 5. Wasteland – 6. In Ruins – 7. At The Jester’s Ball – 8. There’s A Crow On The Barrow – 9. Dawning Of A Sombre Age – 10. Age Of Runes – 11. The Priory

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Gli svedesi Falconer hanno saputo, con gli anni, crearsi una carriera di tutto rispetto grazie ad album qualitativamente interessanti e superiori alla media. Ormai, dopo quindici anni di attività, non c’è più bisogno di ricordare che Stefan Weinerhall e Karsten Larsson hanno militato nei seminali Mithotyn, formazione viking metal tra le più importanti per l’affermazione e lo sviluppo del genere. I Falconer hanno, infatti, sette dischi a cavallo tra il power e l’heavy, ma è con gli ultimi lavori – Among Beggars And Thieves e Armod – che si sono distinti dalla massa di band musicalmente simili. In particolare lo spettacolare Armod va menzionato (e ascoltato) per la forte influenza folk che lo contraddistingue. A tre anni esatti dall’ultima fatica discografica il quintetto di Mjölby torna sul mercato con il nuovo Black Moon Rising, cd che mette decisamente in secondo piano e reminiscenze folk e torna a pestare duro con canzoni dirette e pesanti senza, chiaramente, dimenticare il lato melodico del songwriting, da sempre molto importante per il combo scandinavo.

I primi quaranta secondi di Locust Swarm dicono molto: riff diretti e doppia cassa permettono di intuire quale via seguirà l’intero disco. Non mancano le tipiche belle melodie e la delicata voce del sempre eccellente Mathias Blad, ma tutto si posa su delle chitarre piuttosto crude e potenti. Halls And Chambers, dal ritmo decisamente più tranquillo rispetto all’opener, mostra l’altro lato dei Falconer, quello più orecchiabile e accattivante, con un ritornello praticamente perfetto che si stampa immediatamente in mente. La terza canzone in scaletta, la title track, racchiude tutte le caratteristiche del sound della band di Stefan Weinerhall, autore delle musiche e responsabile dei testi, tornati per questo disco in lingua inglese. La batteria di Karsten Larsson è a dir poco distruttiva e il contrasto che si ha con le linee vocali a volte “soft” è molto bello. Scoundrel And The Squire è una canzone folk metal nello spirito, interpretata in maniera grandiosa da Blad; la musica riporta agli ultimi due dischi con giri chitarristici e atmosfere dal sapore medievale. Wastelandè, invece, un massacro: i musicisti picchiano duro tra riff judaspriestiani e ritmiche tipicamente power metal. Tutto già sentito da decine e centinaia di gruppi, ma pochi lo sanno fare bene come i Falconer. Debole, soprattutto a seguito di un inizio come questo di Black Moon Rising, In Ruins non lascia traccia dopo il passaggio se non il ricordo di un bel riff di chitarra dopo il chorus, un po’ poco. Molto melodica e discretamente fatta risulta essere At The Jester’s Ball, durante la quale le prepotenti accelerazioni di Larsson danno la carica prima della power oriented There’s A Crow On The Barrow, dal testo oscuro e “gotico” (per lo stile Falconer, naturalmente) e dal sound orientato verso i dischi di metà carriera con una bella dose di muscoli in più. Ci si avvia verso il finale di album con Dawning Of A Sombre Age, composizione rockeggiante che aggiunge poco a quanto detto fino a questo punto. Decisamente meglio Age Of Runes, uno dei pezzi forti di Black Moon Rising. Introdotto da un riff da headbanging, il brano prosegue (sempre con il martello Larsson a dettare i ritmi) con delle favolose linee vocali di Blad e il ritornello da cantare a pugni alzati durante i concerti. L’ultimo pezzo in scaletta è The Priory, dalla strofa folk e dalle ormai classiche accelerazioni di batteria, con il finale decisamente estremo ed imprevisto, una botta di adrenalina prima dei conclusivi rintocchi di campane in lontananza.

La produzione, come i Falconer hanno abituato i propri fan, è eccellente: Black Moon Rising è stato registrato, mixato e masterizzato tra gennaio e marzo 2014 presso i Sonic Train Studios di Andy La Roque, il quale ha dato vita a questo imponente wall of sound con l’aiuto del giovane Olof Berggren (anche ospite con flauto e clavicembalo). La copertina è opera di Jan Meininghaus (Kreator, U.D.O., Bolt Thrower, Orphaned Land ecc.), artista tedesco legato alla band fin dal debutto del 2001 Falconer: questa volta, però, la front cover non rende giustizia al disco e il logo è di difficile lettura.

L’ottavo disco dei Falconer è bello, suonato con chirurgica precisione e prodotto in maniera esemplare; le canzoni sono di buona qualità e tutto è fatto nel migliore dei modi. L’unico “problema” di Black Moon Rising è quello di venire dopo “l’esagerato” Armod, con il quale perde, anche se di poco, il confronto. Forzare paragoni non è eticamente giusto, anche perché la valutazione finale di questo full length non può che essere alta, e va riconosciuto a Black Moon Rising il merito di far passare all’ascoltatore cinquantuno minuti in compagnia di heavy/power metal con qualche spruzzata folk di gran classe, è questo l’unico e vero dato di fatto.