Intervista: Cernunnos’ Folk Band

Le terre marchigiane sono note, tra le altre cose, anche per il vino (e chi ama l’underground non può che pensare ai Kurnalcool, band culto di Falconara, Ancona): proprio al vino i simpatici Cernunnos’ Folk Band danno tanta rilevanza e ci spiegano le motivazioni in questa gustosa intervista. Ma non solo: spazio al loro primo EP Summa Crapula, al sogno di suonare al Montelago Celtic Festival e altro ancora. In alto i calici!

foto di Stefano Santaroni

Iniziamo con la classica presentazione della band: come e quando vi siete formati, quali sono i vostri obiettivi.

Ciao e grazie per questa intervista. I Cernunnos’ folk band nascono da un progetto del cantante Marco Castellani che nell’ottobre 2014 inizia a scrivere testi e arrangiamenti e a reclutare musicisti. A settembre 2016 si forma la band, sette elementi che includono flauto traverso e fisarmonica. Summa Crapula, il nostro primo EP, viene registrato a febbraio 2018. Terminate le registrazioni la band cambia batterista, la fisarmonica viene sostituita dal violino ed entra ufficialmente Andrea Pulita come secondo cantante dopo aver partecipato anche alle incisioni nei cori. Forte di otto elementi la band ha già in serbo materiale per il primo LP, oltre a continuare la scrittura di pezzi e continua ad esibirsi dal vivo. I nostri obiettivi sono quelli di suonare, divertirci e creare insieme nuova musica oltre a, naturalmente, migliorare sempre di più come band e come singoli musicisti.

Siete marchigiani ed avete scelto Cernunnos come nome, perché questa scelta? Conoscete la band argentina con il vostro stesso nome che suona dal 2012 e fa anch’essa folk metal?

Il legame fra la nostra regione, le Marche appunto, e la cultura celtica non è poi così lontano come qualcuno potrebbe pensare. È infatti storicamente appurato che intorno al 390 a.C. una tribù celtica, i Galli Senoni, scesero dai loro territori originari per poi stanziarsi fra Ravenna e il fiume Esino, andando di fatto ad invadere territori fino ad allora occupati dagli Umbri. Proprio nelle attuali Marche, fondarono la loro capitale: Sena Gallica, oggi conosciuta col nome di Senigallia. Inoltre molti resti di antiche necropoli celtiche sono state rinvenuti fra Arcevia e Osimo proprio a testimonianza della lunga permanenza dei Galli nelle nostra terra. Cernunnos è una divinità celtica cornuta, custode dei boschi e degli animali, il dio che fa fluire il corso della vita e della morte. Lo abbiamo scelto per evidenziare il nostro legame a una filosofia di connessione con la natura e con l’adottare uno stile di vita semplice e genuino, ciò che faceva parte della storia dell’uomo e che oggi, purtroppo, sembra si stia andando perdendo sempre di più. Per quanto riguarda l’altra band folk metal dal nome simile al nostro lo abbiamo scoperto solo in un secondo momento. Fortunatamente il nome ufficiale della nostra band è Cernunnos’ Folk Band, proprio per differenziarci da altri gruppi. Segnalo a tal proposito anche l’esistenza di un’altra band chiamata Cernunnos, americana, che suona symphonic black metal.

Passiamo a parlare dell’EP Summa Crapula: avete tutto lo spazio a vostra disposizione per raccontare quello che si cela dietro e dentro le quattro tracce che lo compongono.

Summa Crapula si apre con Vino, inno alla sacra ambrosia degli Dei, compagno di miti, leggende e storielle divertenti. La canzone è un nostro omaggio a tale bevanda e a tutti i bei momenti che ha segnato. Segue poi Nella Taverna, vera e propria party song dell’EP dove narriamo dell’importanza che la taverna (ma anche i piccoli pub o bar di paese) hanno come luogo di socializzazione e svago. Con Valhalla invece ci spostiamo verso toni più epici, andando ad attingere dalla mitologia norrena che da sempre ci affascina e ci incuriosisce. Il finale è riservato a Dall’Alto delle Guglie, una vera e propria dichiarazione di disprezzo verso ciò che l’istituzione Chiesa ha rappresentato nei suoi 2000 e più anni di storia: un covo di nefandezze e menzogne mascherate dietro una facciata di apparente santità che del messaggio originale di Gesù Cristo non ha nemmeno l’ombra.

Come reputate Summa Crapula a qualche mese dalla pubblicazione, ne siete soddisfatti? Può essere considerato un primo punto di arrivo o un nuovo punto di partenza?
Decisamente è un punto di partenza. Come tutte le opere prime, trattandosi di un demo autoprodotto praticamente ha senza dubbio delle ingenuità e sicuramente alcune cose potevano essere fatte diversamente, ma allo stesso tempo rappresenta una pietra miliare nella storia della band, una fotografia del nostro primo periodo, forse grezzo, forse poco raffinato ma genuino, sincero e con quella carica primordiale che solo le prime opere hanno. Da qui possiamo dare vita al progetto vero e proprio, evolvendoci, rinnovandoci ed affinandoci. Da Summa Crapula possiamo avere un riscontro con noi stessi. Possiamo imparare dai nostri errori e produrre materiale migliore.

Ascoltando i testi pare chiara la vostra identità di party band con la predilezione per il vino. Io li ho trovati un po’ ingenui e credo che possiate fare un lavoro migliore sia per quel che riguarda le linee vocali che per quel che viene cantato. Qual è il vostro parere rispetto a queste critiche?

Ogni critica, se ben motivata e posta in modo costruttivo è un importantissimo spunto di crescita personale e professionale. I nostri primi pezzi sono sbarazzini e semplici perché è quello il mood che volevamo dare a quei pezzi: una band composta da ragazzi giovani e vitali, che suonano non tanto per mandare chissà quale messaggio ma per divertirsi e divertire, soprattutto. Già nella canzone Dall’Alto Delle Guglie, però, iniziamo ad affrontare tematiche più impegnate, come anche nei nuovi pezzi su cui stiamo lavorando.

State componendo nuove canzoni e in caso potete dare qualche anticipazione? Le “vecchie” canzoni vanno bene così o state rimettendo mano anche a quelle?

Siamo una band e prima ancora siamo persone, esseri umani. È normale un’evoluzione all’interno della nostra vita e di conseguenza anche all’interno di ciò che proponiamo come gruppo. I nostri brani in lavorazione, come detto prima, andranno a mostrare agli ascoltatori il nostro lato più introspettivo, oltre che portare alla luce tematiche che ci stanno particolarmente a cuore, pur senza dimenticare quell’anima “festaiola” che ci ha caratterizzati finora e dovrà sempre caratterizzarci.

Rispetto al cd la formazione è cambiata: chi sono i nuovi arrivati e cosa stanno portando alla causa Cernunnos’?

Ogni cambiamento porta sempre qualcosa con sé e fortunatamente possiamo affermare con orgoglio che i cambiamenti che ha affrontato la band hanno portato finora solo lati positivi: Benedikt è un batterista estremamente preparato e capace nonostante la giovane età e questo non può che essere un bene. Con l’aggiunta di Andrea alla voce possiamo anche iniziare a esplorare tutto un nuovo mondo di intendere canzoni e melodie vocali, potendo ora giocare maggiormente su cori e armonie. Infine, Federico col suo violino e le sue idee, ha portato tutta una nuova ventata di freschezza all’interno del sound della band. Ognuno dei membri della band, vecchi e nuovi, sta contribuendo al massimo e questo non può che renderci felici e fieri di quanto stiamo ottenendo.

Siete in contatto con altre realtà locali? Vi sentite parte di una scena?

Siamo in contatto con altre band, come è normale che sia, per scambiarci consigli, palchi e date. Però non possiamo di certo ancora considerarci parte integrante della scena folk metal italiana, al massimo ci stiamo appena affacciando ad essa, ma siamo fermamente intenzionati a ritagliarci il nostro spazio in essa.

Nella biografia raccontate di sognare il palco del festival di Montelago. È strano che una metal band sogni Montelago invece dei “classici” Wacken o Hellfest. Immagino quindi che abbiate un forte legame con il Montelago Celtic Festival, è così?

Il Festival Celtico di Montelago è un po’ una seconda casa per molti di noi, è ciò che ci ha uniti, fin dall’inizio, in alcuni casi prima ancora che la band esistesse: è parte di noi. Vogliamo inoltre essere realisti, i palchi più grandi saranno per il futuro. L’importante è procedere per passi e tappe, senza voler correre troppo. Per ora vogliamo Montelago, poi, ottenuto quello, magari punteremo anche il Wacken o l’Hellfest.

A proposito di concerti, com’è un live dei Cernunnos’ Folk Band? Suonate altre canzoni oltre a quelle dell’EP? Fate delle cover?

Se dovessi descrivere in una parola i nostri live, userei il termine ENERGICI. Durante gli show suoniamo i quattro pezzi dell’EP, altri pezzi ancora non pubblicati e due cover dei Folkstone: Prua Contro Il Nulla e Lo Stendardo. In futuro contiamo di aggiungere sempre nuove canzoni nostre e magari variare anche le cover andando a pescare da brani popolari e tipici del genere.

Per concludere: quali sono, secondo voi, i punti di forza dei Cernunnos’ Folk Band e in cosa invece credete di dover migliorare?

I nostri punti di forza sono senza dubbio presenza scenica e coinvolgimento del pubblico. Ovunque abbiamo suonato abbiamo ricevuto grande riscontro dal pubblico che si è sempre divertito e ha apprezzato la performance. Crediamo comunque di dover migliorare tutto, perché siamo giovani e possiamo e soprattutto DOBBIAMO migliorare. Non bisogna mai fermarsi nella propria isoletta felice ma puntare sempre oltre l’orizzonte.

Grazie per la disponibilità, a voi i saluti.

Grazie a te per l’intervista, vi aspettiamo in giro per fare casino con noi sopra e sotto il palco, IN ALTO I CALICI!

la nuova formazione in concerto

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Intervista: Haegen

Tra pochi giorni saranno protagonisti a Roma in una serata tutta dedicata al folk metal. Con il buon Immortal Lands fresco di stampa e tanta voglia di fare, gli anconetani Haegen ci raccontano la nascita della loro ultima creatura, le influenze e i testi delle canzoni e i recenti cambi di formazione: buona lettura!

Inizierei parlando del processo creativo che ha portato alla realizzazione di Immortal Lands.

In un certo senso Immortal Lands è da considerarsi una “compilation” di nostre canzoni, nata essenzialmente per soddisfare due esigenze: da un lato incidere su CD dei brani che avevamo composto da qualche tempo, e che non vedevamo l’ora di poterle ascoltare registrate, così da poterle condividere con tutti anche al di fuori dei live; dall’altro la necessità di far sentire al pubblico qualcosa di nuovo, svecchiando un po’ il nostro repertorio con alcuni nuovi pezzi più recenti.

Il disco suona compatto e potente, credo che il merito sia in buona parte di Manuele Pesaresi, la persona che si è occupata della registrazione e del missaggio. Come vi siete trovati con lui e ci sono aneddoti simpatici da raccontare che riguardano le fasi di registrazione?
Con Manuele ci siamo trovati davvero bene fin da subito: è un vero professionista, e il suo lavoro è stato davvero pazzesco, soprattutto per la grande pazienza che ha dimostrato nel gestirci mentre lo importunavamo con tutte le domande/richieste fatte durante le registrazioni. Sopportare sei persone che parlano (e non solo) una sopra l’altra non è cosa semplice, beh, lui c’è riuscito!

Come mai non avete bissato la collaborazione con Mauro Mancinelli dei DPF Studio? Vi eravate detti molto soddisfatti del lavoro svolto da lui per Tales From Nowhere.

Nonostante l’amicizia e la splendida collaborazione che abbiamo vissuto per il nostro primo EP (registrare da Mauro è stato fantastico, ti faceva veramente sentire uno di casa!), per Immortal Lands abbiamo sentito la necessità di uscire da ciò che conoscevamo, dal nostro “piccolo mondo” di conoscenze, alla ricerca di qualcosa di nuovo che potesse ispirarci, quindi non tanto per una questione di professionalità (che nel DPF Studio abbonda alla grande!), quanto per un discorso di nuove tematiche, nuovi stimoli tratti dalla novità delle situazioni.

Cosa è successo dalla pubblicazione di Immortal Lands a oggi?

Dalla tanto agognata uscita del CD, avvenuta con molta fatica, abbiamo cominciato a portarlo in giro con noi e a proporlo nei nostri live, anche se verso la fine del 2017 ci siamo presi una “pausa” dalla scena per alcune problematiche interne al gruppo da risolvere, che hanno frenato tutte le nostre attività e da cui ci stiamo ora riprendendo. Una di esse è stata la scelta da parte del nostro bassista Nicholas Gubinelli di lasciare il progetto, dovuta a problemi di natura personale che comprendiamo appieno, e per il quale gli auguriamo il meglio nel prossimo futuro.

Inoltre vorrei chiedervi della separazione da Federico Padovano: come mai avete deciso di fare a meno del flauto quando questo è sempre stato uno strumento più che presente nelle vostre canzoni?

Questa è, per legarci alla precedente domanda, l’altro scoglio interno al gruppo, purtroppo. É stata una decisione consapevole, e non poco sofferta, alla quale siamo giunti ragionando tutti assieme in un’ottica puramente professionale, quindi non è stata una decisione dettata da problemi personali. Possiamo riassumere dicendo che, per i nuovi progetti a venire, la figura di un whistle, per sua natura strumento acustico, legato ad una sola tonalità, si sarebbe rivelata marginale rispetto alla totalità del progetto, negando quindi a Federico la possibilità di una degna comparsa sul palcoscenico come flautista, se non occasionalmente: praticamente si sarebbe ritrovato a fare solo qualche riff in qualche canzone, e la cosa per un bravo musicista come lui non ci è sembrata sensata. Ci mancherà, questo è più che certo, ma crediamo che questa sia la soluzione migliore per il progetto Haegen, almeno per il momento.

La canzone Bazar propone degli spunti mediterranei molto particolari ma non ripresi nelle altre canzoni. Come è nata la canzone e siete arrivati a concepire un brano del genere?

Bazar è il frutto della nostra vita adolescenziale, passata tra sagre di paese, fiere provinciali e feste tra amici, in cui la birra e l’allegria facevano da padroni indiscussi. La canzone in sé è nata da un fischiettio allegro del nostro Leonardo, proprio durante una di queste feste a casa del nostro chitarrista Samuele, e di lì a breve quel fischiettio si è tramutato in una canzone che è un po’ un elogio a queste atmosfere, talvolta di fiera di paese, talvolta di locali nebbiosi frequentati da gente strana, ma alla fine queste storie si sono rivelate sempre divertenti avventure, serate che ci hanno accompagnato da quando siamo diventati prima di tutto amici, e poi anche fratelli di musica.

Terre Immortali è un brano lungo e dal sound ricercato. Nella recensione del disco affermo che quando vi “lasciate andare” riuscite sempre a creare ottime canzoni per niente scontate e anzi particolarmente interessanti. Voi, da musicisti, come vivete la creazione delle canzoni? Come vi comportate quando vi rendete conto che state andando “oltre” la classica canzone?

Realizzare una canzone per noi è soprattutto divertimento, passione per quello che si fa e per quello che vogliamo comunicare attraverso quelle note, quei ritmi e quelle parole. Le prime canzoni le abbiamo create soprattutto per gioco e per sfogo, senza starci troppo a pensar su. Poi le conquiste di vari palchi e la crescita musicale di ognuno di noi ci ha portato ad elaborare nuove canzoni più ricercate, in un processo che possiamo tranquillamente definire come “appena avviato”: quando capisci che sei riuscito con gli altri a creare qualcosa di nuovo, qualcosa che funziona, la sensazione che si condivide è sicuramente bellissima, ma è quando il pezzo che avevi ideato, e su cui hai lavorato con tutti per molto tempo, suona meglio di quanto avresti mai potuto immaginare, è lì che scatta davvero l’euforia, e cresce la passione per quel che stai creando, spingendoti a dare sempre di più nella prossima composizione. Grosso modo è questo quello che è successo con Terre Immortali.

Una canzone che mi è piaciuta molto è Gioie Portuali, sia per il testo spassoso che per la musica ritmata e incalcante. Vi siete sentiti un po’ gli Alestorm d’Ancona mentre la suonavate in studio? 🙂 Una canzone del genere vi è venuta così bene perché abitate sulla costa?

Indubbiamente il tema marinaresco della canzone è dovuto alla nostra vicinanza con Ancona e la sua realtà portuale, come quelle di altre città costiere in cui molti fatti divertenti, nella storia passata e recente, sono accaduti e continuano ad accadere, e da cui il nostro Leonardo ha tratto ispirazione per il testo di Gioie Portuali. Per quanto riguarda gli “Alestorm d’Ancona” beh, c’è da dire che agli inizi eravamo soliti eseguire alcune loro canzoni come cover e sicuramente sono uno di quei gruppi da cui abbiamo preso ispirazione soprattutto all’inizio, per cui, in un certo senso, una piccola parte di noi è sicuramente debitrice di artisti come loro.

The Tale è una sorta di power ballad, composizione piuttosto rara nel mondo folk metal. Me ne parlate un po’?

The Tale è una canzone un po’ diversa dalle altre per la sua tematica molto particolare: abbiamo scelto di narrare una vera leggenda della nostra tradizione, la storia di una donna che, per pena d’amore, si lascia morire nel mare, ed esso, commosso dal gesto, la trasforma in una bellissima sirena. La musica non poteva che essere una ballad contaminata dai ritmi delle nostre canzoni di campagna: iniziando con una sorta di “valzer” paesano che, seguendo il pathos crescente della narrazione, sfocia nella trasformazione magica della sirena, in un crescendo di sonorità sempre più epiche e potenti.

Pensate di aver trovato il vostro sound definitivo con il nuovo disco oppure potrebbero esserci novità nei prossimi lavori?

Questa forse è una domanda a cui non sapremmo mai dare una risposta certa, o meglio, a cui non vogliamo dare, almeno per il momento: la nostra ricerca musicale e personale è costante e in continuo divenire, e abbiamo ancora molto da imparare e da dare come gruppo, per cui pensiamo proprio che potrebbero esserci novità nei prossimi lavori, o almeno è quello che speriamo!

Avete firmato con la romana Hellbones Records: di che tipo di contratto si tratta e quali sono stati i motivi che vi hanno spinto ad accettare la loro proposta?

Chiamarlo semplicemente “contratto” non rende veramente l’idea di quello che significa entrare nella “famiglia Hellbones” che, nonostante sia una piccola realtà condivisa da molte band della scena underground come noi, a nostro parere è qualcosa di speciale. Sarà per la collaborazione con Daniele Hellbones, che fin da subito è andata ben al di là dei semplici rapporti professionali, diventando una vera amicizia; sarà per la bella atmosfera che si respira e la voglia di fare che c’è tra i suoi membri; sarà perché non si parla mai di vincoli e limiti ma di supporto, amicizie e collaborazioni tra locali e musicisti… insomma, esistono fin troppi motivi per non darsi fiducia reciproca.

Guardando indietro, cosa provate per i primi lavori Haegen e Tales From Nowhere?

Un misto di orgoglio e tenerezza per la nostra prima demo Haegen, perché è grazie a quei semplici brani che siamo arrivati fino a qui con le nostre forze, ma soprattutto per merito dei tanti amici che ci hanno supportato cantando a squarciagola canzoni come Vodka’n’Beer o I Wanna Drink; per Tales From Nowhere la tenerezza lascia lo spazio ad una maggiore “consapevolezza”, se pur acerba, di quello che si stava creando nella nostra sala prove e in una vera sala di registrazione, in un processo che è tutto in divenire con lo stesso Immortal Lands. Per sintetizzare, siamo fieri della nostra storia pregressa, anche nella sua banale semplicità, perché quei ragazzi che incisero la loro prima demo sono ancora qui a parlare e suonare, se pur cresciuti.

Cosa vi aspettate dalla data romana del 4 marzo? Ci saranno delle sorprese?

Per il 4 marzo ovviamente ci saranno delle novità, a partire dal cambio di line-up, sperando di essere all’altezza della sfida che ci attende nell’immediato futuro, e per questo dando il massimo per tutti coloro che saranno presenti. E poi chissà, magari qualche chicca è in serbo per la serata… chi verrà, vedrà!

Quale sarà il prossimo passo degli Haegen?

Il prossimo passo del gruppo è quello di tornare il prima possibile a pieno regime, sponsorizzare il neonato Immortal Lands a livello nazionale e internazionale (si spera!) e cominciare a “fare sul serio” tra spettacoli e mondi affini. Nel mentre stiamo già pensando ad un nuovo lavoro, composto esclusivamente da brani inediti, per proseguire nel lungo percorso della crescita musicale.

Grazie per la disponibilità, avete un messaggio da urlare al mondo?

Intanto ringraziamo te per l’opportunità che ci hai dato con questa intervista per far conoscere a tutti i nostri amici alcuni punti di vista personali sulle tante cose dette, e per concludere, cosa dire… Stay Folk Brothers!

Gli Haegen torneranno a farvi scatenare come mai prima d’ora, intanto vi aspettiamo a Roma, al “Let It Beer Live Club” questa domenica con gli Stilema ad aprire le danze e la presentazione del libro “Folk Metal. Dalle Origini al Ragnarok”!!! Vi aspettiamo numerosi e carichi a bestia, “daje che ce spassemo”! A domenica regà!!!

NB – Tutte le informazioni riguardanti il concerto Haegen + Stilema le trovate QUI.

Intervista: Haegen

I giovanissimi Haegen si raccontano in una non fredda notte anconetana in seguito alla presentazione del mio libro in un locale al centro della città. Presenti alla chiacchierata Samuele (chitarra), Leonardo (voce), Federico (flauto) e Nicola (basso): le origini delle gruppo, il concetto di folk metal, isole solitarie, kilt e altro ancora nella piacevole e divertente intervista che segue.

H1

Iniziamo parlando della storia del gruppo…

LEONARDO: Abbiamo iniziato a suonare con la formazione attuale, dopo l’ingresso del flautista Federico Padovano a inizio luglio, sennò la band esiste da tre anni.

Da dove viene il nome?

LEONARDO: Viene da un nome di una città francese di duemila abitanti, tempo fa stavamo girovagando in quel paese e abbiamo incontrato uno “sfasciato” che girava e ha iniziato a parlarci, è uscito fuori il fatto che all’epoca avevamo un gruppo chiamato Horny Muffin e lui disse “no! Voi andrete avanti, ma dovrete mettervi il nome di questa città!”. Infatti nella nostra canzone Haegen si racconta proprio di questo fatto.

SAMUELE: Ovviamente la storia è una cazzata!

FEDERICO: Il nostro obiettivo è diventare più famosi della città.

Avete sempre suonato folk metal o avete iniziato con un altro genere e vi siete poi evoluti con il tempo?

FEDERICO: Con il nome Haegen abbiamo sempre fatto folk. Ma c’è da dire una cosa: il folk che facevamo prima non è come il folk che facciamo adesso. Prima era molto meno folk e più cazzaro, era una cosa che ci serviva per divertirci. Il lavoro che stiamo facendo ora invece è più serio ed entra in un folk che non si trova in giro.

Qual è la differenza tra il folk cazzaro e il folk che state facendo adesso, e se magari puoi dare qualche nome di riferimento per far capire anche ai lettori.

LEONARDO: Il folk cazzaro era un folk ispirato a gruppi quali Korpiklaani, Heidevolk… abbastanza semplice, ritmi base, niente di particolare; quello che stiamo facendo ora è diverso da quello che si sente in giro perché il folk che sto ascoltando in Italia è un gruppo che fa metal e ci infila qualche strumento folk, ma se togli questi rimane sono metal.

FEDERICO: Quelli che stanno avendo successo rimangono con influenze pesanti rispetto a quello che sarebbe folk, diciamo, tradizionale. Il folk metal non rimane un genere pesante, ma nei gruppi che hanno successo si sentirà sempre una voce in growl o scream con sonorità abbastanza pesanti, mentre quello che stiamo facendo noi adesso rimane piuttosto allegro e danzereccio, la voce non è né growl né scream, ma semplicemente un po’ rauca.

SAMUELE: Io che sono il chitarrista cerco di comporre le mie parti già con melodie che riprendono la musica popolare…

FEDERICO: La composizione va in parallelo con la tastiera e chitarra, mentre precedentemente si partiva da un giro di un singolo elemento e poi si sviluppava la canzone. Per questo si faceva quel discorso prima che se togli gli strumenti folk senti subito che la base è metal. Con questo non vogliamo dire che chi sta avendo successo non fa folk metal, ma solo dire che noi facciamo una cosa molto diversa.

SAMUELE: Prima partiva la tastiera facendo la parte folk e poi noi dietro a fare la parte ritmica, mentre adesso si cerca di più di seguire il motivo folk, in modo che se tolgo la chitarra o la tastiera il giro di base è sempre quello. Anche come struttura le canzoni sono cambiate, prima c’era lo schema strofa-ritornello mentre ora all’interno della canzone si può cambiare sempre, ma rimangono comunque orecchiabili.

Il vostro folk: da dove viene, se ritenete importante la ricerca storica e se pensate sia buono/importante utilizzare la musica popolare della vostra zona, in questo caso delle Marche, e perché.

SAMUELE: Secondo me sarebbe una cosa figa prendere le canzoni tipiche marchigiane e rifarle in chiave nostra, ma non è una cosa che stiamo facendo adesso.

FEDERICO: quello che è sicuro è che si sente il tocco italiano, non è preso da altre nazioni…

LEONARDO: La timbrica è europea, come altri gruppi famosi, non è che ci andiamo a ispirare a storie locali, ma su temi generali.

Però uno dice che si sente il tocco italiano, l’altro dice che l’impronta è europea…

FEDERICO: Il tocco è molto italico, ma come fonte d’ispirazione ci può stare, il folk non è che lo suoniamo e basta, ma lo ascoltiamo anche, ma in fin dei conti è sempre quello.

SAMUELE: Secondo me le nostre ultime canzoni non sono ispirate da niente, prima prendevamo da Heidevolk e Alestorm, ad esempio il modo di cantare è abbastanza ispirato agli scozzesi, ma per le nostre ultime composizioni non ho mai sentito nulla di simile.

Allora parliamo di questo EP che stata realizzando…

FEDERICO: Si pensa quattro-cinque pezzi al massimo, i titoli li decideremo più avanti. Di canzoni ne abbiamo già tante, ma altre ne stiamo completando… tre di queste hanno già i titoli decisi. Per l’uscita pensiamo fine febbraio 2015, così da iniziare l’anno in studio di registrazione.

Come siete live? Come vi vedete?

FEDERICO: Durante le prove facciamo le stesse cose che facciamo live, solo che poi in concerto si è presi dal momento. Certo che ascoltando il demo e poi vederci live si può pensare che siamo due gruppi diversi. Per fortuna la gente ci segue molto e nei concerti ballano, cantano…

C’è una scena folk metal nelle Marche?

FEDERICO: Va abbastanza ricercata, anche se c’è poi un festival grande come Montelago Celtic Festival, dove hanno suonato anche Folkstone, Diabula Rasa e Furor Gallico…

Ma una scena folk metal?

FEDERICO: Noi giriamo parecchio perché non abbiamo influenze estreme, le canzoni hanno sempre un’amica giocosa ma anche con momenti complessi… diciamo che in un nostro brano si può trovare di tutto, dal momento per ballare ad altro, ma proprio per questo siamo riusciti a suonare in posti dove solitamente il metal non viene ben visto.

Ditemi un disco che vi portereste nella famosa isola deserta.

FEDERICO: io sicuramente gli Eluveitie che sono il mio gruppo preferito, direi l’ultimo Origins. Io vivo per quel gruppo

SAMUELE: Cowboys From Hell dei Pantera. Essendo loro il mio gruppo preferito ho smesso di ascoltarli da due anni per non “rovinarmi” le canzoni. Per il folk invece Nattfödd dei Finntroll.

LEONARDO: Mi porterei l’ultimo album degli Alestorm Sunset On The Golden Age perché devo ancora sentire le ultime due canzoni!

NICOLA: Killbox 13 degli Overkill perché il basso è una macina. “Strombarsi” le orecchio è importante, tanto devi morire presto, meglio morire felice!

Quale concerto che avete visto vi è rimasto impresso e perché.

FEDERICO: per ovvi motivi Korpiklaani ed Eluveitie a Milano, ai Magazzini generali. Ne ho visti tanti di concerti ma loro sono qualcosa di indescrivibile.

SAMUELE: Fosch Fest del 2013, ma più per il festival che per i gruppi, sennò che mi è piaciuto parecchio direi il concerto dei Dawn, perché era un macello e non si capiva un cazzo.

LEONARDO: Destruction, dove un mio amico si è ridotto in condizioni pietose e ho passato metà concerto a cercare il mio che si era perso.

NICOLA: Al Fosch Fest gli Ensiferum nonostante di loro non me ne importi un cazzo, ma ero abbastanza ubriaco e ancora non avevo fatto stage diving circa venti volte di fila.

Vestiario nel metal e nel folk, cosa ne pensate?

SAMUELE: “Qua ce scappa la rissa!

FEDERICO: la cosa è semplice, se uno pensa che io faccio questa cosa e voglio portare la scena alle persone allora ti dico che ti vesti inerente a quello che fai. Noi ci portiamo il kilt perché stiamo comodi, ma noi lo metteremmo sempre, anche adesso.

Perché c’è da litigare? Tu sei contrario?

SAMUELE: stiamo ancora vedendo di cambiare l’impostazione live in quanto c’erano due partiti, chi voleva tenere o tutti i pantaloni o tutti il kilt e chi voleva fare una variazione tra kilt e pantaloni. Comunque il kilt ci sarà sempre!

Vi ringrazio per l’intervista, salutate e dite quel che volete.

FEDERICO. Cercateci su Facebook e su Youtube. Come abbiamo preso lo stampo da una canzone che spero ascolterete presto live, “do you Haegen?