Intervista: Legacy Of Silence

Un disco di debutto fatto bene sotto tutti i punti di vista: Our Forests Sing è un ottimo biglietto da visita per questa giovane realtà piemontese che ha tanta voglia di fare e di portare sui palcoscenici la propria musica. Our Forests Sing è chiaramente al centro della chiacchierata e vengono raccontati retroscena, curiosità, influenze e tutto quello che porta i musicisti a comporre delle canzoni che per scelta sono lontane dalle città per avere la Natura attorno: boschi, rispetto per la natura e storie di mostri e antichi dèi sono solo alcuni dei temi trattati dai Legacy Of Silence. Senza paura, anche se è buio, siamo tutti i benvenuti nel bosco…

Foto di Sophia Giachin

Perché il nome Legacy Of Silence?

Innanzitutto ci teniamo a ringraziarti per lo spazio che ci stai dedicando e per la recensione che hai fatto del nostro disco, era un confronto che aspettavamo con trepidazione e una qual certa apprensione ad essere sinceri! Il nome è nato dopo una lunga peregrinazione e infinite riflessioni e tentativi. Il significato che gli abbiamo impresso è lo stesso che cerchiamo di infondere nei nostri pezzi. La nostra musica e i nostri testi danno voce al silenzio, a quel silenzio maestoso, inquietante e immenso che io descrivo sempre con la stessa immagine: provate a pensare di varcare la soglia degli alberi di un grande bosco sul far della sera. Fuori di esso la luce del sole morente inonda l’ambiente, ma dentro la coltre di buio che avanza ottunde i suoni, e tutto appare immobile e morto. Invece nel silenzio del bosco che attende il calar delle tenebre c’è più vita che mai, sospesa tra il sonno e la veglia. Noi ci sentiamo parte di un lascito, un’eredità di antiche storie con cui i nostri nonni sapevano raccontare il silenzio della terra, perché in esso risiede il sublime.

Avete da poco pubblicato il full-length di debutto Our Forests Sing. Mi piacerebbe sapere come vi siete sentiti una volta ricevute le copie del disco, se la fatica e l’impegno sono state ripagate dal risultato finale e cosa pensate ora, a mesi di distanza dall’esordio.

Our Forests Sing è stato un parto per diversi motivi. Innanzitutto il disco è stato interamente autoprodotto, e pur non avendo molti mezzi abbiamo cercato di ottenere la massima qualità di cui potevamo essere capaci, ma quasi per tutti noi è stata la primissima volta alle prese con un full-length, perciò non sono mancati gli intoppi, moltissimi a dirla tutta. Ci siamo presi a cornate a lungo ma siamo anche stati capaci di fare squadra e di lavorare bene, ben consci del fatto che tutto questo altro non è che un inizio. Mark, il nostro cantante, una sera ha descritto l’album con parole che ci sono rimaste impresse, dicendo “Ragazzi, abbiamo messo il primo piede fuori da casa nostra. Abbiamo salutato il tepore del caminetto, e ora stiamo camminando su un sentiero molto lungo. Vedremo dove ci porterà”.  Questo è stato lo spirito con cui abbiamo vissuto il nostro esordio. Avere il nostro disco in mano è stata una soddisfazione pazzesca, vedere le illustrazioni (a opera della meravigliosa Mariabianca Minelli, che salutiamo!) prendere vita accanto ai testi, poter letteralmente tenere in mano un anno di lavoro è stato forte, e questa cosa ci ha uniti come non mai.

Il disco è stato licenziato dalla Volcano Records, etichetta italiana. Come siete giunti alla firma, e come vi state trovando con loro?

Siamo giunti a firmare con la Volcano dopo una serie di eventi che, in pochissimi mesi, hanno dato una spinta pazzesca alla nostra carriera. Eravamo al debutto ufficiale e stavamo cercando date per fare sentire al nostro pubblico torinese i primi pezzi dell’album, quando un nostro caro amico e grande cantante, Mattia Casabona, ci ha suggerito di partecipare all’Entropy Fest, un contest di musica inedita e cover che si tiene ogni anno nel pinerolese, vicino a Torino. Partecipare a questo festival è stato pazzesco: noi, con un progetto che stava prendendo forma, ci siamo trovati a competere con band solidissime di tutto il territorio, giudicati da una giuria di musicisti con carriere pluridecennali, capitanati da una persona più unica che rara, l’organizzatore del festival Douglas Docker. Insomma, alla fine della fiera il nostro folk metal è piaciuto, tanto che abbiamo vinto il primo posto e diversi premi, tra cui un contratto biennale con la Volcano. Da lì le cose hanno preso una piega molto diversa, e abbiamo dato un taglio molto più professionale alla nostra formazione e al nostro modo di fare musica. Dobbiamo moltissimo a Douglas, un vero e proprio guerriero dell’underground ed un musicista straordinario.

Ascoltando la vostra musica ci si rende conto che avete nel serbatoio influenze musicali piuttosto varie, ma riuscite a creare delle canzoni che rientrano nel folk metal. Come si svolge una sessione di composizione in casa Legacy Of Silence? Ci sono brani che vi hanno fatto sudare le famose sette camicie per avere il risultato desiderato?

Oh questa domanda ce l’aspettavamo! Partiamo subito col definire le nostre influenze musicali: batterista e flautista arrivano dal prog metal, i chitarristi dal melodic death, il cantante dal folk. Solitamente il grosso della composizione, a livello di struttura generale del brano e riff principali, viene composto da chitarrista e cantante. Poi tutti insieme ci prendiamo dei weekend di composizione in cui andiamo in montagna, nelle vallate che circondano la nostra città, e delineiamo la struttura in maniera più precisa, ognuno con il suo contributo portando il brano a compimento. Una cosa veramente fantastica è che tutti sono sempre pronti a sacrificare una propria parte per valorizzare gli altri e l’estetica del brano nel complesso, ed è diventato così solo con la formazione attuale. Il brano che ha fatto bestemmiare di più tutti quanti è sicuramente stato J.A.W.S., anche perché è il più sperimentale dell’album. Èstato molto complesso incastrare la composizione vocale e le parti melodiche di flauto e chitarra sulla ritmica irregolare e veloce del pezzo, ma il risultato finale ha superato le nostre aspettative.

Nella recensione parlo di chitarre vicine al death metal melodico e al deathcore. Quali sono i gruppi e i musicisti che hanno influenzato maggiormente i vostri chitarristi?

I nostri chitarristi, soprattutto quello psicopatico del solista, arrivano da un ambiente melodic death. Simon è un grande appassionato dei Children Of Bodom e dei Wintersun, in particolare del frontman, Jari Mäenpää. John invece ha come riferimento nel suonato le tracce ritmiche mordaci e violente degli Eluveitie.

Nella conclusiva Rebirth è presente in qualità di ospite la violinista Vittoria Nagni, ex Blodiga Skald. Come è nata e si è sviluppata la collaborazione? Potendo invece scegliere un big della musica, chi vorreste come ospite nel prossimo cd e perché?

La collaborazione con Vittoria è nata perché sentivamo di volere un guest del panorama folk metal italiano, e lei era semplicemente perfetta: violinista di grande talento, bravissima interprete e capace di far suo il pezzo e capirne il significato. L’abbiamo conosciuta quando faceva parte dei Blodiga Skald, i nostri fratelli maggiori di Roma con cui da subito abbiamo legato tantissimo, e che salutiamo con affetto! Le abbiamo proposto il pezzo e di fare da guest e lei ha accettato subito, il risultato è stato veramente bellissimo. Ne approfittiamo per mandarle un super abbraccio, ciao Vittoria \m/

Dal titolo alla copertina sembra che la natura vi stia a cuore. Qual è il vostro rapporto con il mondo che vi circonda? Siete appassionati di escursionismo o altri sport di montagna?

Siamo tutti grandi appassionati di natura e montagna, ma è Mark la mente che sta dietro al concetto dell’album e ai testi. Ci ha fatto una testa così per anni sul suo rapporto quasi spirituale con il mondo naturale e, alla fine, la sua filosofia è diventata parte fondamentale del progetto e anche di tutti noi. Pensate a che cosa doveva essere solo trecento anni fa una foresta. Senza luci, solo con il fuoco, in un mondo in cui la scienza era un concetto riservato all’élite. Non è difficile pensare che il verso di caccia di una volpe o il bramito di un cervo, nel buio delle notti senza luna, potessero essere scambiati per il verso di un mostro orrendo, alimentando fantasia, fiabe e leggende. Le nostre foreste, gli alberi antichi, si trovano dove sono da centinaia di anni, e sono interconnesse. I boschi sono un luogo di equilibrio, di vita, e se ci si ferma ad ascoltarli li si può sentir cantare. Provateci, sedetevi su di un sasso nel folto di un bosco e state in silenzio per qualche minuto. Le nostre foreste cantano, e hanno molto da dire.

Parliamo dei testi. Vi chiedo di scegliere quelli che maggiormente vi rappresentano e di spiegarne il perché. C’è la possibilità. In futuro, di poter ascoltare una vostra composizione in italiano?

I due testi che maggiormente ci rappresentano sono indubbiamente Witchwood ed Heresy. Entrambi parlano di uomini che entrano nel bosco e ne restano rapiti, anche se con epiloghi differenti. In Witchwood degli uomini violano il sacro confine del bosco della strega. Vi entrano senza rispetto, sporcando e distruggendo. Così tutte le creature e la foresta stessa li respingono con odio. Su queste persone si crea una pressione, e cominciano a vedere mostri tra le ombre e a sentire canti selvaggi durante la notte, finché la strega non viene a prenderli di persona. In Heresy un villaggio di uomini dediti al culto degli antichi dèi viene attaccato da un mostro venuto dalla grande foresta. Gli uomini cominciano a sussurrare di un divoratore dimenticato, sceso dal nord. Così tutti iniziano a raccogliere i propri pochi averi e a fuggire, ma il capo del villaggio non ci sta, prende il suo martello, distrugge gli altari degli dèi ed entra nel bosco con un manipolo di uomini, deciso ad uccidere la belva. Nel cuore della foresta, dove gli alberi sono antichi quanto il tempo, non trovano un mostro bensì un dio che, tornato a casa, reclama il suo dominio uccidendo gli uomini usurpatori. Questi pezzi sono il connubio di fantasy, filosofia, spiritualità e folklore che rappresentano in pieno quello che sta diventando il centro del nostro progetto, su cui stiamo improntando la composizione dei nuovi pezzi. Per quanto riguarda il testo in italiano: è possibile, non lo escludiamo a priori, ma per il momento l’inglese continua ad essere al lingua con cui preferiamo scrivere.

Dalle foto dei concerti ho visto che indossate degli abiti di scena e delle maschere: cosa rappresentano?

I nostri costumi di scena, o meglio, le armature, sono una novità quasi assoluta visto che ci abbiamo fatto solo due live. Abbiamo deciso di impostare la nostra costumistica di scena su un concetto molto semplice: ognuno di noi ha, da sempre, sentito di avere un animale che lo rappresentasse in maniera particolare, una specie di animale-guida. Così le nostre strade hanno incrociato quelle di Lorenzo Bux, un artigiano (più che altro artista) di Torino, al quale abbiamo sottoposto il progetto, e che ci ha messo anima, corpo e, soprattutto, l’inestimabile contributo del suo strepitoso talento. In questo modo sono nate sei armature, ognuna fatta sulle necessità logistiche ed estetiche di ognuno di noi, che hanno in comune lo stile e i materiali, ma differiscono in tutto il resto. Alcuni di noi, i più brutti, hanno deciso poi di farsi fare anche delle maschere, così da migliorare decisamente il livello di figaggine del gruppo. Bisogna puntualizzare che quelle che potete vedere in foto sono solo dei prototipi: le parti definitive sono pochissime, le armature prenderanno forma definitivamente nel corso di tutto il prossimo anno, e saranno pericolosamente belle.

Continuiamo a parlare di concerti: fino a questo momento non sono stati molti e mi chiedo se in autunno terrete delle date per promuovere il disco o se ci sono problemi in tal senso.

Tasto terribilmente dolente. Sì, purtroppo i concerti che possiamo vantare nel nostro curriculum sono pochi, e le ragioni sono molte. In primis è da poco più di un anno che abbiamo trovato stabilità nella formazione. Prima abbiamo cambiato una sfilza di batteristi e bassisti e questo purtroppo ci ha sempre fermati, perché puntualmente non avevamo scalette da live. Inoltre c’è il problema che a Torino siamo rimasti soltanto noi a fare folk, e diventa sempre più difficile organizzare delle date. A ciò si aggiunge che i locali che fanno suonare metal underground a Torino sono pochissimi e molto gettonati, perciò nel tempo è stato difficile organizzare delle buone date. Detto questo però, ci teniamo a precisare che stiamo organizzando diverse date su Torino per il tardo autunno, e speriamo di poter partecipare a numerosi festival nella prossima estate. Stiamo anche cercando di suonare fuori da Torino, e per questo è nostro dovere ringraziare le band che finora ci hanno ospitati fuori dal Piemonte, in particolare i Calico Jack di Milano e i già citati Blodiga Skald. Siamo sempre a caccia di live, quindi se ne avete da proporci scriveteci!

Prima di giungere alla fine vi devo chiedere il perché dei nickname: qual è il loro significato?

I nostri nomi d’arte sono legati a doppio filo con le armature. Come dicevo, ognuno di noi ha scelto un animale con cui sentisse di condividere l’essenza. E così abbiamo scelto Gufo, Cervo, Tasso, Ghiottone, Cinghiale e Falco, e da lì sono nati i nomi e  l’impostazione decorativa delle armature.

Siamo giunti alla fine, c’è qualcosa che volete aggiungere?

Dato che ci concedi questo spazio, lo utilizzeremo per ringraziare un po’ di persone e per dare un paio di notizie bomba. Innanzitutto ringraziamo te Fabrizio, per il lavoro che fai e per lo spazio che ci hai dedicato. Ringraziamo le persone con cui stiamo collaborando, in particolare quello che consideriamo il nostro “padre” artistico, Lorenzo Bux, con cui stiamo lavorando ad un progetto pazzesco i cui primi frutti arriveranno in autunno. Ringraziamo il nostro videomaker Andrea Talò della Gemini Crew, altro artista straordinario, che sballottiamo da un bosco all’altro per le riprese dei nostri pezzi. Ringraziamo Douglas R. Docker, una persona straordinaria e unica, e non serve davvero aggiungere altro. Se siamo arrivati fin qui lo dobbiamo soprattutto a lui. Vi annunciamo che presto uscirà un nuovo video veramente strepitoso, in cui abbiamo potuto sfoderare una collaborazione con un team di persone pazzesco, ma per il momento non posiamo aggiungere altro. Salutiamo con grande affetto tutti i nostri fan, vecchi e nuovi. Ci vedrete presto sul palco. Stay Folk, Stay Silent \m/

Foto di Rock My Life / Graziella Ventrone

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Lou Quinse – Lo Sabbat

Lou Quinse – Lo Sabbat

2018 – full-length – Sliptrick Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: IX. L’ermite: voce – XIX. Lo Solelh: chitarra – XVIII. La Luna: basso – Lo Mat: batteria – I. Lo Bagat: organetto – VII. Lo Carreton: flauto, cornamusa

Tracklist: 1. Sus La Lana – 2. Chanter Boire Et Rire Rire – 3. Diu Fa’ Ma Maire Plora – 4. La Dancarem Pus – 5. Lo Cuer Dal Diaul – 6. Dessùs La Grava De Bordeu – 7. Giga Vitona – 8. Purvari E Palli – 9. Lo Boier – 10. La Martina – 11. La Marmòta – 12. Sem Montanhòls

Una delle formazioni più snobbate e sottovalutate del panorama italiano del folk metal è quella dei Lou Quinse, band piemontese che dal 2006 sputa folk e diavoli in varie salse. Il gruppo guidato da L’Ermite si autodefinisce “alpine extreme metal folkcore” e arriva al secondo disco dopo il debutto Rondeau De La Forca del 2010: rispetto al primo album Lo Sabbat è decisamente un lavoro più maturo e personale, molto è cambiato (e migliorato) in questi anni, fermo restando l’attitudine caciarona e sfrontata che da sempre li contraddistingue.

Il disco si presenta veramente bene: digipak bello colorato e con una copertina semplicemente spettacolare sono i primi passi per avere il gradimento del pubblico, e Lo Sabbat sotto questo punto di vista non ha veramente nulla da temere. I disegni e lo stile sono volutamente vicini a quelli del pittore ceco Alfons Mucha, i Lou Quinse hanno voluto osare qualcosa di diverso dal solito artwork folk metal e il risultato è davvero eccezionale. Con una grafica del genere è lecito aspettarsi un booklet da far strabuzzare gli occhi, e in parte è così: il libricino è esteticamente perfetto e i testi in lingua occitana, oltre a una breve presentazione, sono tradotti in inglese. Solo che nel cd il booklet non c’è, in quanto il file può essere visto e scaricato dal sito ufficiale dei della band, una scelta che danneggia non poco chi acquista il disco fisico.

Le cornamuse e le chitarre di Sus La Lana accolgono l’ascoltatore in un salotto musicale che con Chanter Boire Et Rire Rire (in un certo senso il singolo del disco) si rivela tutto tranne che accogliente. Il folk metal dei Lou Quinse è veloce e spietato, maledettamente orecchiabile anche quando i tempi si fanno spinti e la musica non da un attimo di tregua. Cori e accelerazioni brutali contrastano con la melodia che dal fondo s’innalza prepotente e in questo brano la vocazione al caos raggiunge picchi epici. Il ritmo è ancora sostenuto in Diu Fa’ Ma Maire (ovvero la descrizione della dura vita del pecoraro) e il tono continua ad essere serio ma beffardo, in linea con il testo. Con La Dancarem Pus le cose si fanno diverse, i Lou Quinse si muovono in un terreno meno pesante nella prima parte e tirano fuori una composizione più articolata del solito che mostra la crescita dei musicisti. Dopo la feroce Dessùs La Grava De Bordeu, Giga Vitona porta una ventata di puro cazzeggio in up-tempo che fa tanta allegria; interessante notare come, a un certo punto, spunti fuori una melodia che il fan del folk metal italiano conosce molto bene, in quanto è quella di La Caccia Morta dei Furor Gallico. In questo caso, come fu per Oakenshield e Storm con Earl Thorfinn e Oppi Fjellet, la melodia utilizzata nelle due canzoni è la stessa in quanto entrambi i brani traggono la propria ispirazione dalla medesima fonte popolare. Domenico Straface, brigante cosentino nel XIX secolo, è il protagonista di Purvari E Palli, pezzo che vede anche una parte cantata in calabrese e che non risparmia nulla in fatto di folk e voglia di ribellione. La seguente Lo Boier è una canzone dai significati simbolici legati all’eresia dei catari (movimento che nel XII e XIII secolo ebbe un discreto seguito in Linguadoca, Occitania, Italia ed est Europa prima della violenta soppressione per mano della Chiesa) utilizzando la storia della sfortunata pastorella Joana. Lo Sabbat arriva al terzo atto, “La Martina”: dopo uno strumentale dai toni malinconici le melodie allegre di La Marmòta (con le parole tratte del poeta/politico anticlericale Angelo Brofferio) suonano spensierate a differenza del testo carico di tensione. Un canto di montagna e liberazione porta a conclusione il disco: Sem Montanhòls è forse la migliore maniera per terminare i quarantasei minuti dell’album. Pezzo acustico e ritmato, sentito dai musicisti quanto dagli ascoltatori perché i Lou Quinse nel coinvolgere il pubblico sono bravissimi.

Il disco quindi cresce con gli ascolti e la seconda parte in particolare riesce a donare ogni volta delle piccole novità che rendono Lo Sabbat sempre fresco. Quasi tutte le canzoni del disco sono prese (sia testi che musica) dalla tradizione popolare locale e in seguito elaborate fino a farle suonare Lou Quinse al 100% senza però perdere quell’alone alpino che è fondamentale per il sound del gruppo.

Detta dell’alta qualità della musica, è giusto parlare anche dall’ottima produzione, all’altezza delle canzoni e che fa suonare tutto naturale e potente senza minare minimamente la credibilità del lavoro svolto dai musicisti. Gran parte del merito va riconosciuto a Tino Paratore, nome di culto nel punk/hardcore, che ha registrato e missato Lo Sabbat, con Tom Kvalsvoll (Trollfest, Kampar, Darkthrone, Windir ecc.) che ha curato il mastering al Kvalsonic Lab di Oslo.

Anni di silenzio possono distruggere un gruppo e sgretolare il seguito che negli anni si è meritato, ma nel caso dei Lou Quinse è stato utilissimo per lavorare con impegno a un disco come Lo Sabbat, lavoro che li deve per forza far uscire dall’indifferenza del sonnacchioso pubblico e lanciarli verso palchi ed eventi di caratura internazionale.