Bak De Syv Fjell – From Haavardstun

Bak De Syv Fjell – From Haavardstun

1997 – EP – Edged Circle Productions

VOTO: S.V. – recensore: Mr. Folk

Formazione: Haavard: voce, chitarra – Kvitrafn: batteria

Tracklist: 1. From Haavardstun – 2. De Siste Tanker

La storia ufficiale dei Bak De Syv Fjell inizia e finisce con il breve EP From Haavardstun, pubblicato in appena mille copie nel 1997 dalla Edged Circle Productions in formato vinile “7 e ristampato dalla russa Frostscald Records in versione cd nel 2009. Il duo arriva a questo lavoro dopo la cassetta Rehearsal e nei pochi mesi che distanziano i due lavori non c’è modo e tempo per evolvere o apportare particolari modifiche al sound, tant’è che si parla sempre di folk/black vecchio stampo, debitore a nomi del calibro di Storm, Ulver, Isengard e primi Vintersorg.

Registrato e mixato il 27 e il 28 novembre 1996 presso lo studio REC90 da Bjørn Ivar Tysse, From Haavardstun è l’atto di nascita e il testamento di una band che avrebbe potuto dire la sua in una scena ancora agli albori. La title-track è un mid-tempo sognante che non disdegna (rare) accelerazioni di doppia cassa, completamente cantato in voce pulita che ha nell’iperattività di Kvitrafn un punto a proprio favore. La seconda traccia, De Siste Tanker, è più dinamica e veloce ed è una versione migliorata (non solo nella registrazione) della canzone che apre la cassetta Rehearsal. Nel complesso l’EP conta solo otto minuti ed è un peccato che la release abbia avuto spazio solo per due brani e non di più.

Dopo un EP come questo, breve ma intenso, era lecito aspettarsi l’album di debutto che invece non arrivò mai. Anni dopo girarono voci riguardanti una reunion dei Bak De Syv Fjell con il disco tra le mani, ma il successo dei Warduna di Einar Selvik (e non più Kvitrafn) ha probabilmente messo la parola fine su questo progetto che era nato per l’amore nei confronti del folklore: un peccato perché il duo era (è) in grado di realizzare grande musica e chissà se in futuro, magari in un momento di pausa dei Wardruna, sarà possibile ascoltare qualche nuova canzone di questo intrigante progetto.

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Hagalaz – Hagalaz

Hagalaz – Hagalaz

2013 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Torc: chitarra, basso, tastiera, bouzouki, tin & low whistle – Solstafir: batteria

Tracklist: 1. Nimbus Grandinis – 2. Tenebris Obortis – 3. Imber Gelidus – 4. Nix Perpetua

Hagalaz-Hagalaz

Interessante e particolare realtà dell’underground laziale è quella degli Hagalaz, side project che vede Torc e Solstafir dei Korrigans alle prese con un atmosferico folk/black metal strumentale: intenzione del duo è unire la violenza del black con arpeggi e parti acustiche per celebrare la potenza e la grandiosità della Natura.

Dopo i primi e difficili istanti dovuti alla mancanza della voce, Hagalaz si ascolta con grande piacere: durante le note delle quattro lunghe composizioni scorrono davanti gli occhi caldi paesaggi autunnali e gelide montagne innevate che si alternano a seconda della musica prodotta dalla band. I suoni sono buoni e questo aiuta sicuramente un prodotto che, di suo, non risulta tra i più semplici da assimilare: Andrea Longo (SUono 3D Studio) ha curato il mastering e il missaggio del cd.

Pioggia e tuoni introducono l’arpeggio iniziale di Nimbus Grandinis, canzone d’apertura del dischetto. I primi minuti sono contraddistinti da chitarre acustiche sorrette dal drumming tipicamente metal di Solstafir, un contrasto particolare e ben riuscito; dopo due minuti e mezzo entra in scena la chitarra elettrica in distorsione, ma l’aggressività non aumenta, con il brano che rimane comunque melodico nonostante il finale maggiormente estremo. I primi istanti di Tenebris Obortis ricordano le gelide note dei migliori Dissection, ma l’effetto dura pochi secondi in quanto gli Hagalaz portano la composizione su una via personale. Anche in questo caso i primi due minuti sono affidati ad arpeggi e chitarre clean, per poi lasciare spazio a un riffing tipicamente black metal tra ritmi serratissimi e momenti cadenzati dove le armonizzazioni delle sei corde giocano un ruolo principale per la buona riuscita del pezzo. La terza traccia è la lunga (oltre otto giri di lancetta) Imber Gelidus: glaciale ma calda, nordica e folkloristica, è probabilmente la migliore composizione di Hagalaz. Strumenti e stacchi folk spezzano i riff scandinavi e le epiche tetre melodie, il passare dei minuti è come lo scorrere di un film dove le emozioni dilagano in ogni direzione, finalmente libere. Chiudono l’EP i quasi undici minuti di Nix Perpetua, dove i cambi di umore sono frequenti e repentini: melodie che evocano scenari di vita agreste si fondono con chitarre elettriche e la doppia cassa di Solstafir, i soavi arpeggi di Torc vengono annientati dalla ferocia della chitarra elettrica, sei corde che porta a conclusione la canzone e il disco con un delicato fade out.

Come detto in apertura di recensione, i primi ascolti di Hagalaz non sono tra i più semplici in quanto, più di una volta si rimane “delusi” (notare le virgolette) dalla non entrata della voce scream dopo un potente stacco o durante una cavalcata come la migliore tradizione scandinava porterebbe a pensare, ma proprio questa “mancanza” è la forza della musica, in quanto tutta l’attenzione, con conseguente “visione”, è per lei e per le immagini che riesce a scaturire. Torc e Solstafir sono stati, quindi, coraggiosi nell’imbarcarsi in un percorso musicale non semplicissimo e bravi nel realizzare un EP in grado di far “viaggiare” l’ascoltatore. Sono sicuro, però, che i due possano, con il tempo, azzardare qualcosa di più particolare e rendere la propria creatura ancora più personale e imprevedibile. Nel frattempo Hagalaz è un bel biglietto da visita.