Intervista: Davide Truzzi (IronFolks)

Il 2 giugno è una data da segnare sul calendario. No, non perché è la festa della Repubblica, ma perché al Circolo Colony di Brescia si svolgerà l’atteso IronFest – Shiny and Chrome degli amici di IronFolks. Il classico festival del nord Italia con una manciata di gruppi e qualche banchetto del merchandise? Sbagliato. L’IronFest sarà un evento diverso da tutti gli altri: alla musica squisitamente originale si aggiungono una gran quantità di muscle car americane come non se ne vedono nemmeno nei più coatti film d’oltreoceano. Due ottimi motivi per parlarne con l’organizzatore Davide Truzzi, leader di IronFolks e grande conoscitore di letteratura gotica. 

La prima cosa che ti chiedo è: ma chi te lo ha fatto fare di tirar fuori dal nulla un festival/raduno come quello che hai organizzato?

Ogni tanto me lo chiedo anch’io, specialmente in un periodo come questo in cui i festival hanno una mortalità abbastanza alta. Quando sono diventato un membro degli Sharks, poi, una delle prime cose che ho detto suonava più o meno così: “Va bene, almeno qui voglio essere l’ultima ruota del carro: raduni da partecipante e basta, i problemi li lascio agli altri.”

Mentivo.

La cosa singolare, poi, è che le maggiori resistenze non le ho incontrate all’interno del club, da cui mi sarei aspettato qualche mugugno a sentir parlare di death metal, ma dai locali live: quasi tutti i locali che ho contattato, preoccupati dall’idea di fare qualcosa di diverso dal solito, hanno insistito per organizzare un banale raduno di auto con cover band di sottofondo, quindi un qualcosa di ben lontano dalla filosofia della webzine: siamo IronFolks, e quindi pretendiamo solo musica originale e pestata quanto basta. Solo Roby del Circolo Colony ci ha dato il suo appoggio, per il quale non lo ringrazierò mai abbastanza comunque vada.

Conosco la tua passione per i bolidi a quattro ruote, ma l’idea di unire musica heavy metal e auto coatte è per creare un evento diverso da tutti gli altri “tipici” festival musicali?

Esattamente. Caso ha voluto che fossero ormai anni che accarezzavo l’idea di organizzare un festival targato IronFolks, ma per un motivo o per l’altro mi è sempre mancata l’occasione o l’idea per fare qualcosa di davvero “unico”. Frequentando i raduni di auto americane, però, mi sono accorto che molti dei partecipanti hanno un’anima Rock semi addormentata che deve accontentarsi, quando va bene, di una cover band Motorhead o ZZ Top. C’era del potenziale nascosto su cui scommettere, e quindi mi sono rimboccato le maniche. L’idea dell’IronFest è quella di unire due tipi di appassionati, metalhead e petrolhead, che difficilmente hanno occasione di trovarsi assieme. I primi potranno conoscere il mondo degli appassionati di muscle car e vedere auto per le quali normalmente si deve pagare il biglietto di una fiera, i secondi trovare qualcosa di più energico e divertente del solito raduno statico in cui, dopo qualche ora, si finisce immancabilmente a tagliare salame e giocare a briscola.

Secondo quali criteri hai scelto le band che si esibiranno la sera del 2 giugno? Cosa ti aspetti dal festival? Cosa ti ha fatto dire “sì, voglio loro”?

Volevo dare al festival un’identità ben precisa, qualcosa che non si fosse mai visto o quasi, con un climax che spero sarà apprezzato da tutti i partecipanti. Si partirà con l’hard rock motoristico dei Rain (band bolognese dalla storia pluridecennale) e si finirà col death metal degli Ulvedharr, passando per l’heavy metal degli Atavicus. Sono tre gruppi dalle doti live eccezionali che, sono convinto, faranno molto bene insieme. Inoltre, fino al 15 maggio il pubblico potrà scegliere la band di apertura tra Norsemen, DUIR e SuperNaugthy tramite il sondaggio pubblico sulla pagina ufficiale dell’evento. (i bergamaschi NorsemeN hanno vinto e quindi suoneranno sul palco del Colony, ndMF)

I classici tre buoni motivi per non perdere l’Iron Fest!

Presto detto:

  1. Sul palco avremo tre gruppi ormai storici del panorama nazionale, oltre a un’apertura di tutto rispetto (comunque vada il contest). Gli Atavicus, in particolare, non suonano nel nord italia dai tempi del compianto Fosch Fest e so per certo che mancano a molti, specialmente in coppia con gli Ulvedharr. I Rain, poi, sono quanto di meglio possa dare il nostro panorama hard rock. Inoltre l’ingresso sarà gratuito.
  2. Riempiremo il piazzale del Colony con una sfilata di auto a cui io stesso stento a credere, veri pezzi di storia dell’automobilismo americano. Quanto ai mezzi moderni poi, abbiamo alcuni esemplari unici che meritano di essere visti e sentiti.
  3. Sarà l’ultima data del Circolo Colony, che chiuderà definitivamente almeno nella sede attuale. È l’occasione perfetta per dare un addio degno di questo nome ai divanetti color pisello, al soffitto a scacchi e alla fontanella che non ha mai funzionato, e di farlo come tutto era iniziato: con gli Ulvedharr e la musica underground italiana.

Guardandoti indietro, sei soddisfatto di dove è arrivato Iron Folks ad anni di distanza dalla fondazione?

Sono soddisfatto di quel che abbiamo fatto contando i limiti che ci siamo sempre dati (no al metal-gossip, no al clickbait, mai colpi bassi con nessuno), che di fatto ci tagliano un po’ fuori dai “giri che contano”. Sono anche orgoglioso di aver aiutato diversi redattori-wannabe a diventare un po’ meno “wannabe”, e di avere nella squadra gente davvero preparata. Mi dispiace di non essere riuscito ad ottenere più visibilità per esprimere meglio il potenziale della redazione, questo sì, ed è un mio personale punto debole (sono completamente negato lato promozione) su cui conto di impegnarmi per il futuro… per adesso, però, penso solo a far andare bene il festival!

Oltre che un appassionato di musica e di automobili, sei anche un amante della letteratura e hai pubblicato nel 2012 il libro In Nomine Patris: ci parli di questo libro? Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

In Nomine Patris è il mio primo romanzo fantastico/horror, uscito per Linee Infinite Edizioni qualche secolo fa e ormai disponibile soltanto in ebook e in un paio di copie cartacee su Amazon e Ebay. Purtroppo, nonostante io mi sia ripromesso di finire di anno in anno il suo seguito, per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito nel mio intento… negli ultimi anni gli impegni della vita mi hanno assorbito troppe energie. In compenso il seguito continua ad andare avanti, anche se a ritmo scandalosamente lento, e prima o poi uscirà. Probabilmente in contemporanea col nuovo album dei Tool.

Parlando di horror gotico, la tua grande passione, quali sono a parer tuo i libri e i film che ogni amante o curioso del genere dovrebbe conoscere? Inoltre ti chiedo un libro e un film “poco famosi” che meriterebbero maggiore considerazione.

Sono uno scontato amante di Poe, che per quanto riguarda il Gotico è un’istituzione. Ma consiglierei anche il suo quasi-contemporaneo Ambrose Bierce, (Dovrebbe essere stata ripubblicata di recente una sua raccolta, I Racconti dell’oltretomba), che per qualche motivo sento citare raramente quando si parla di Gotico, forse perché è un autore più famoso per i suoi racconti di guerra. Tra i classici assoluti invece spicca certamente “Il Monaco” di Matthew Gregory Lewis, sia per i temi trattati (ricordando che è un libro scritto prima del 1800) che per la quantità di idee che sarebbero diventate, poi, capisaldi del genere (cripte, sortilegi, fantasmi, follia e corruzione dell’animo).

Quanto ai film, mi sento di consigliare tutto il Gotico Italiano a partire da La maschera del Demonio di Mario Bava, fino ai meno famosi Danza Macabra di Antonio Margheriti (con le superbe Barbara Steele e Margarete Robsahm) e Il castello dei morti vivi di Luciano Ricci e Lorenzo Sabatini. Menzione d’onore per La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, inventore de facto del Gotico Rurale.

Chi avesse voglia di farsi del male, poi, potrebbe tentare La Chute de la Maison Usher, muto del 1928 diretto da Jean Epstein, che considero la miglior trasposizione cinematografica mai fatta delle opere e delle atmosfere di Poe.

Concludiamo parlando dell’Iron Fest. L’idea è quella di far diventare il festival una presenza fissa nell’estate concertistica del nord Italia? Cosa troveranno le persone che verranno al tuo festival?

Se quest’anno tutto andrà come si spera (e in questo la partecipazione del pubblico sarà ovviamente fondamentale) nulla impedirà di organizzare l’IronFest anche il prossimo anno, staremo a vedere ed è presto per fare promesse. Di certo per quest’anno avremo il Circolo Colony, quattro ottime band, auto esotiche e qualche stand con attrazioni assortite, il tutto gratis. Di più non possiamo fare!

Nota a margine: un ringraziamento speciale a Fabrizio per questo spazio e per il continuo supporto. Tornare sulle pagine di Mister Folk è sempre un piacere.

In Nomine Patris, il libro di Davide Truzzi

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Intervista: IronFolks

IronFolks è un sito che negli anni ha saputo evolversi, migliorarsi e diventare un punto di riferimento per gli amanti del folk metal e non solo. Il merito è di Davide Truzzi, la mente dietro al progetto: con lui ho parlato del sito e del Fosch Fest 2015, ma anche di letteratura e dei suoi gusti musicali, un’intervista a 360° che è anche la migliore risposta a chi malignamente vede competizione e rivalità tra siti colleghi. Mister Folk e IronFolks si sostengono a vicenda, come sempre dovrebbe essere nel mondo hard&heavy.

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Come ti è venuta l’idea di creare IronFolks?

Tutto nacque dalla fortuita coincidenza di due fattori, il Fosch Fest e Facebook: Nel 2010 ero uno studente universitario e quindi, come spesso accade, piuttosto squattrinato. Riuscii a comprare la mia prima reflex digitale (una Nikon D3000) grazie a uno sconto in un grande magazzino, con cui iniziai a studiare fotografia da dilettante. Nel 2011 pensai di portarmi la suddetta reflex al mio primo Fosch Fest, e scattai foto in giro per il festival per i due giorni successivi. In quell’occasione conobbi alcune delle persone con cui sono amico ancora oggi, e scoprii con una certa sorpresa mista a sospetto che le mie foto, per quanto imperfette, piacevano. Mi decisi a tentare questa strada e cominciai prendere la cosa più sul serio. Il problema, a quel punto, fu Facebook e la sua innata capacità di affossare ogni genere di contenuto nell’odioso paradigma del “condividi e dimentica”. Complice la mia professione, allora, decisi di aprire un sito mio. IronFolks nacque sul finire del 2011 come un semplice sito personale piuttosto scarsino, fatto in economia di tempo e denaro, in cui condividere le foto che scattavo ai concerti a cui partecipavo. Non avevo grandi ambizioni in verità, solo l’intento di lasciare le mie foto in un posto in cui non fossero alla mercé di un social network. Per il resto, da cosa nasce cosa e dopo diverse vicissitudini siamo qui a parlarne.

Da poco è online la nuova versione del sito: quali sono le differenze con la vecchia e quali i miglioramenti?

IronFolks mi è letteralmente esploso in mano nel corso dell’ultimo anno. Era partito come un sitarello personale senza pretese e, qualche mese dopo, si era evoluto per ospitare un piccolo team di tre o quattro persone. Mai mi sarei aspettato, però, di superare la decina in meno di un anno. Il sito era diventato impossibile da gestire così com’era, oltre al fatto che la rapida diffusione dei dispositivi mobile ha rivoluzionato le necessità grafiche e di navigazione di un sito in tempi rapidissimi (ti ricordi com’erano i siti che visitavi solo tre anni fa?). C’era bisogno di un cambiamento, e questa volta doveva essere qualcosa di serio, anche per rendere giustizia all’altissima qualità dei lavori che mi consegnavano fotografi e recensori, non supportati da un sito all’altezza. Così a inizio di quest’anno mi misi a creare questa terza versione in modo completamente diverso. Rispetto alla versione precedente è praticamente un altro sito, sia dal punto di vista tecnologico che dei contenuti. Naturalmente, quelli che più giovano di tutto questo sono i visitatori; ho cercato di rendere l’esperienza dell’utente più piacevole possibile, anche grazie alle cose che ho imparato in questi anni di lavoro. Il sito è molto più chiaro da consultare per gli utenti anche da dispositivi mobili, e più “social” grazie ai commenti e alla possibilità di condividere gli articoli su ogni social network. Abbiamo più strumenti e sezioni molto migliorate per gli articolisti, che velocizzano la pubblicazione, e i nostri fotografi hanno gallerie degne di un sito di fotografia. Inoltre, è tutto più curato dal punto di vista della promozione.

IronFolks è passato da essere un sito prevalentemente dedicato alla fotografia a essere un sito dove non mancano recensioni e altro. Come mai questa evoluzione?

È stata un’evoluzione progressiva iniziata quando, a un certo punto, mi sono reso conto che IronFolks aveva le potenzialità per diventare qualcosa più di un sito dedicato soltanto alla fotografia live. Ho cominciato con qualche video intervista e con le prime recensioni scritte da una mia amica, Chiara, che attualmente scrive per realtà ben più quotate. Poi, mano a mano che il nome del sito si diffondeva (pur restando la realtà piccola che è ancora oggi), sono arrivati altri recensori e contemporaneamente sono aumentate le richieste da parte delle band e dei discografici per avere una recensione sul sito. Nei mesi si è giunti all’attuale situazione, in cui fotografia e articolistica sono due settori con pari dignità. È stato un passaggio molto importante e anche benvenuto, che ci ha permesso di creare un team affiatato di cui vado molto fiero, e oggi sono contento di poter offrire agli utenti un sito in cui possono trovare foto di altissima qualità e recensioni curate da persone molto competenti (e con un buon italiano). Penso che anche le band siano felici di farsi immortalare e recensire da “quelli di IronFolks”, anche se bisognerebbe chiederlo direttamente a loro.

Qual è il tuo obiettivo per quel che riguarda IronFolks?

Continuare sulla strada che siamo percorrendo: abbiamo creato un team che, per talento e affiatamento, è una realtà unica tra le webzine, e ora finalmente abbiamo un sito che tiene testa al gruppo. Ora vorrei che IronFolks diventasse una realtà più grande e conosciuta, capace magari di uscire dall’ambiente strettamente underground. La vedrei come un’evoluzione in positivo, così come in senso positivo siamo usciti dall’essere un sito dedicato alla fotografia: i fotografi beneficiano degli articolisti e viceversa, e allo stesso modo vorrei che si fosse in grado di dare spazio tanto a gruppi internazionali quanto al demo dell’ultimo e promettente gruppetto di provincia, trattandoli con pari dignità. Cosa che abbiamo sempre fatto e che faremo sempre.

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Davide Truzzi

Iron Folks è stato il partner ufficiale del Fosch Fest: come sono stati quei due giorni e c’è un aneddoto che vuoi raccontare?

Penso di poter parlare a nome di tutto il team quando dico che la partnership con il Fosch Fest è stata una delle più grandi soddisfazioni che ci siano capitate. Di fatto è il festival che ci ha fatto nascere e a cui sono personalmente molto legato (non perdo un’edizione dal 2011). Ammetto che è stato un impegno più pesante del previsto, dato che personalmente mi sono trovato a gestire un team di sei persone che dovevano adattarsi sul momento alla variabilità dell’organizzazione e ai “capricci” delle band da intervistare. Fortunatamente, però, pur tra mille difficoltà siamo riusciti a fare un lavoro che ritengo ottimo. Davide Ederle ha fatto un lavoro splendido in photopit, mentre dal lato report abbiamo ancora tantissimo materiale in via di pubblicazione. Ne vedrete delle belle. Di aneddoti ce ne sarebbero tanti, ma uno dei più belli riguarda il mio ormai famoso liquore al peperoncino. Antefatto: nel 2013 la bottiglia mi fu “rubata” il primo giorno e non ne seppi più nulla per almeno due settimane, fino a quando sul gruppo Facebook del Fosch comparvero le foto della bottiglietta vuota. Si vociferò di un tedesco che l’aveva fatta fuori soffrendo le pene dell’inferno. Quest’anno, l’ultima sera mi aggiravo per il campeggio intento a “iniziare” chi ancora non l’aveva provato, quando ho incrociato un tedesco ubriaco che, ho scoperto, era lo stesso che due anni prima si era suicidato con la famosa bottiglietta. Mi ha detto era talmente ubriaco da ricordare vagamente di aver bevuto una cosa del genere. A quel punto mi sono sentito in obbligo di “rinfrescargli la memoria” e glielo ho fatto riprovare. Ha cominciato a vagare in giro piegato ripetendo “Now I remember! Now I remember!” con le lacrime agli occhi. Comunque abbiamo raccolto anche diversi video divertenti a proposito del peperoncino maledetto: non mancherete di ridere.

Cosa ne pensi di quello che è accaduto nel camping del Fosch Fest e dei vari comportamenti che rovinano uno dei pochi festival buoni in circolazione?

Ammetto che quest’anno il Fosch non ha brillato per la raccolta dei rifiuti, anch’io ho dovuto girare un po’ per trovare un sacco dove gettare bottigliette e bicchieri usati. Sarà da rivedere per l’anno prossimo, ma del resto il Fosch è organizzato da volontari che, per loro natura, vanno capiti e aiutati nel loro lavoro. Però la scarsità di sacchi per l’immondizia non giustifica niente e nessuno: “non buttare rifiuti in giro” dovrebbe essere una questione di senso civico, e se non si trova subito un cestino bisognerebbe cercarlo. Questo mi pare il dovere base di una persona civile. Un piazzale e un campo pieno di spazzatura sono cose che non vorrei mai vedere e che mi lasciano con un certo sconforto, soprattutto quando sono lasciati da sedicenti amanti del folk metal che, dal messaggio delle band che ascoltano e dei posti che frequentano, dovrebbero avere innato il rispetto per l’ambiente e la tradizione. Evidente delle rune che portano hanno capito molto meno di quanto pensano. Ma quello dei rifiuti è stato un problema anche minore rispetto a quelli più gravi, che però suppongo siano opera di pochi: bagni rotti, staccionate divelte e altri danni sparsi, evidentemente qualcuno ha scambiato un festival per un rave party. Ma non è il primo anno che qualche idiota s’inventa cose così stupide: quest’anno ha avuto la peggio il tennis club ma nel 2011, se non ricordo male, cretini rimasti ignoti rubarono l’aquila degli alpini dal monumento di fronte al bar. Senza considerare lo stato dei bagni chimici con gli assorbenti usati appiccicati alle pareti, sempre a una scorsa edizione. Del resto aveva ragione Totò quando diceva che “signori si nasce”. Personalmente auspico l’obbligo di una cauzione di almeno 10€ per il campeggio da restituire se si porta la spazzatura, bicchieri con vuoto a rendere e cose del genere per le prossime edizioni. Tra l’altro rivolgo un invito agli onesti: quello di cazziare i cretini. Questo per la regola empirica che per colpa di qualcuno ci rimettono tutti, e a volte l’inazione è colpevole quanto l’azione.

Come ti sei avvicinato alla musica e in particolare al folk metal?

Alla musica metal direi verso i 14 o 15 anni, con l’uscita di Panic dei Death SS che è e resta l’album della mia vita, non solo il primo che io abbia mai ascoltato. Per il resto ampliai le mie conoscenze grazie al defunto e quasi dimenticato Napster, dato che non avevo né amici appassionati di metal né soldi. Fu il web 1.0 ciò che mi permise di procurarmi musica che non avrei mai potuto avere in altro modo. Giusto per la cronaca comunque, da quando posso permettermelo, ho sostituito gli mp3 con dischi veri… dei Death SS per esempio ho accumulato una discreta collezione di CD e LP, anche di pezzi piuttosto rari. Da allora, pur mantenendo radici ben piantate nell’horror e nell’industrial metal, sono passato attraverso diverse correnti. Il folk per me è stata una scoperta piuttosto tardiva: in quel periodo ero ancora legato al symphonic metal di Epica, dei primi Nightwish e cose del genere, poi uscì su Youtube il video di Anime Dannate dei Folkstone (che il chitarrone un po’ industrial ce l’ha, diciamocelo) e da lì è partito tutto quanto.

Quali sono i tuoi ascolti del momento e quali sono i dischi che ami particolarmente?

I Death SS sono una costante nella mia vita da anni e anni nonché il mio gruppo preferito di sempre, è inutile che mi metta a citare ogni loro lavoro. A proposito dei Death SS, di semi-nuovo ascolto spesso Resurrection (avrei belle storie anche su questo argomento) più altri album in ordine sparso. Per il resto al momento sono un po’ fissato su Rob Zombie, Rammstein e Kråke (gruppo semi sconosciuto ma che consiglio), mentre nei momenti di raccoglimento prediligo progetti strani come i Die Verbannten Kinder Evas, Summoning, In Death It Ends e cose del genere. In macchina stresso costantemente la mia ragazza coi WASP, mentre i vinili che girano più spesso sono quelli di Alice Cooper, Paul Chain, i WASP degli ’80 e giusto ieri un Eliminator degli ZZ Top comprato di fresco… ogni tanto anche a me piace qualcosa di leggero.

Sei un appassionato di letteratura: quale volume ti senti di consigliare ai lettori di Mister Folk, e perché?

Bella domanda. Parlando di letteratura in senso stretto, leggo tantissimi romanzi gotici, classici dell’orrore e decadenti. Senza tirar fuori nomi scontati (Poe e Lovecraft per intenderci) dei generi succitati darei uno sguardo ai I segugi di Tindalos di F.P. Long e alle saghe di Robert Howard (quello di Conan e Solomon Kane). Per cambiare invece, direi che a un lettore di Mister Folk potrebbe piacere la saga de I figli della Terra (Jean M. Auel): saga storica con una punta di fantastico che racconta le vicende di una donna del neolitico cresciuta da una tribù di Neanderthal, oppure qualcosa della micro editoria nazionale: tutti i libri di Giuseppe Pasquali, mio grande amico nonché uno dei più talentuosi e preparati scrittori italiani di cui io abbia notizia. Sulla saggistica, oltre al tuo (un vero must per gli appassionati di folk metal), ho recentemente apprezzato Fantasmi d’amore. Il gotico italiano tra cinema, letteratura e tv di Roberto Curti. Questo lo consiglio perché è un argomento che piace a me.

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La copertina di In Nomine Patris

Hai pubblicato un romanzo dal titolo In Nomine Patris, ti va di parlarne? Hai altro materiale che bolle in pentola?

In Nomine Patris è il mio romanzo d’esordio, uscito per Linee Infinite Edizioni nel 2012. Narra di una guerra indetta dal Dio dell’universo, suo malgrado, che coinvolge otto mondi diversissimi per razza, cultura e tecnologia. Teatro dello scontro è un complesso aldilà, in cui s’incrociano i destini di otto guerrieri scelti dalle dee dei loro rispettivi pianeti, e alla cui sorte è legato il destino ultimo della loro intera razza. È un romanzo intriso di simbolismi, allegorie e metafore, in cui sono presenti omaggi tanto alla letteratura italiana (Ungaretti e D’Annunzio in primis) quanto alla filosofia di Nietzsche e alle atmosfere di Edgar Allan Poe. A questo proposito, colgo l’occasione per togliermi un sassolino dalla scarpa: dalla quasi totalità degli autori del mondo editoriale attuale, a qualsiasi livello, si sente dire che non vogliono “fare politica” e il loro solo scopo è quello di “scrivere belle storie”, con l’evidente intento di non inimicarsi nessuno per paura di vedere qualche libro di meno. Ebbene, In Nomine Patris è un libro che ho scritto per dire quel che penso nel modo che più mi piace, e proprio a causa dal registro narrativo volutamente demodé e dei contenuti piuttosto estremi, ferocemente critici verso la società, ho ricevuto scarsi consensi da parte del mondo editoriale “canonico”: un mondo falsissimo, ipocrita e clientelare che ho ripudiato da almeno un paio d’anni. La possibilità che qualcuno si senta offeso da quel che scrivo non mi è mai importata, e dei sorrisi finti alle fiere ne faccio volentieri a meno. Sarà per questo che ho riscosso parecchie soddisfazioni soprattutto nell’ambiente che ruota attorno al metal, e al folk metal in particolare, quindi dato che magari tra i tuoi visitatori c’è anche qualcuno che ha letto il mio libro, mi sento di ringraziare un po’ tutti i miei “lettori metallari”. In pentola bolle un seguito che spero di completare per l’anno prossimo, più una raccolta di racconti gotici e horror che non so quando finirò. Comunque, per chi volesse seguire la mia attività di scrittore, c’è il mio blog personale: www.davidetruzzi.it in cui pubblico articoli e racconti inediti.

Grazie per la disponibilità, hai carta bianca per la conclusione!

Innanzitutto ringrazio te per l’ospitalità e ti auguro ogni bene per MisterFolk, è davvero un ottimo blog che visito sempre con piacere. Ringrazio poi i lettori che hanno avuto la pazienza di leggere questa intervista (sono prolisso, lo so), e tutti quelli che si impegnano a mantenere viva la scena Underground, pur tra le mille difficoltà che si devono affrontare. Ci si vede al prossimo concerto!