Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Intervista: Stilema

Dopo un periodo di pausa, i laziali Stilema sono tornati in attività con una nuova voglia di fare e un sound fresco che unisce varie influenze sotto lo stendardo del folk metal. Tra poeti greci, deliziose melodie e interessanti anticipazioni, il cantante Gianni Izzo racconta con passione della sua creatura e del nuovo lavoro Ithaka, buona lettura!

ph. Elena Bugliazzini

Iniziamo presentando gli Stilema ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio, gli Stilema sono nati parecchi anni fa come una folk band acustica, che univa la musica cantautorale italiana alla musica etnica, soprattutto di matrice irlandese, un qualcosa di molto vicino ai primi Modena City Ramblers per intenderci. Negli anni il sound è cambiato, abbiamo introdotto dapprima le chitarre elettriche, ora abbiamo decisamente virato verso un suono più metal. L’EP Ithaka è il nostro terzo lavoro in studio.

La band si è riformata nel 2015 dopo un periodo d’inattività. Cosa ti ha spinto a riformare il gruppo e a “cambiare” genere musicale?

Crediamo di avere qualcosa d’interessante da proporre, e ora abbiamo più possibilità ed esperienza per portare avanti il progetto in modo continuativo, quindi abbiamo deciso di riprovarci. Nonostante sia affascinato da strumenti quali flauto e violino e ami la musica folk, la realtà è che il 95% del tempo che passo ad ascoltare musica, è caratterizzato esclusivamente da heavy metal e rock. Per quanto all’inizio m’intrigasse l’idea di scrivere e interpretare i miei brani con un sound diverso, dopo un po’ ho avuto “nostalgia di casa”. Quindi era ovvio che l’unico modo per poter rimettere in piedi il progetto, era potermi esprimere in un contesto in cui mi sento più a mio agio, da qui il “cambio” di genere, senza ovviamente abbandonare le radici folk della band.

Nella recensione parlo di “folk metal adulto” e di venature progressive. Quali sono i gruppi che senti abbiano influenzato maggiormente gli Stilema?

Per quel che mi riguarda gli Iron Maiden e i Mägo De Oz sono le band per eccellenza che porto nel cuore, e penso che il mio modo di comporre sia stato influenzato dai loro rispettivi sound. Alcuni dei duetti delle chitarre, certe ritmiche e riff degli Irons mi avevano già suggerito quanto il metal potesse essere arricchito anche dalla tradizione folk, pensa al riff di Transylvania o all’andazzo di Quest For Fire, o ancora al sublime finale di The Prophecy. I Mägo De Oz hanno poi confermato questa mia idea, e insieme ai nostrani Rhapsody (e le loro varie incarnazioni) mi hanno insegnato che anche il metal può essere cantato nella propria lingua, e non necessariamente in inglese. Inoltre ti citerei i Jethro Tull e gli Orphaned Land… Probabilmente è grazie a loro, ma fuori dal metal anche grazie alla famosa collaborazione tra la PFM e De Andrè, che hai sentito quelle venature progressive nel nostro sound. Ognuno di noi ha ovviamente le proprie influenze stilistiche, ad esempio il nostro chitarrista Federico Mari è molto più vicino al metal estremo e al doom, credo che questo si sentirà maggiormente nel nostro prossimo lavoro, poiché anche lui ora sta dando il suo contributo come autore di alcuni brani che vi compariranno.

La title track è un omaggio al poeta greco Konstantinos Kavafis. Da dove nasce la passione per la poesia e perché Kavafis?

Le poesie sanno essere musicali anche senza strumenti, e la musica sa essere poetica anche senza parole. Se ci pensi, il loro è un matrimonio perfetto, non hanno necessariamente bisogno l’una dell’altra, perché sanno sorreggersi da sole, ma se si uniscono possono creare un forte legame chimico. Questo è ciò che cerchiamo di fare, la poesia è sempre stata parte integrante della nostra musica. Nel nostro primissimo lavoro, c’era uno strumentale ispirato a “L’addormentato Nella Valle” di Rimbaud. E nel prossimo disco ci sarà “Ninna Nanna Della Guerra” di Trilussa. È stata Alessia, la nostra flautista, a propormi “Ithaka” per scriverne un eventuale brano. Di questa mi ha intrigato il tema della vita come viaggio. Di Kavafis in generale mi piace la denuncia ad una società che non sentiva sua, e la ricerca introspettiva di una felicità che il poeta ritrovava nelle proprie radici pagane e nella cultura ellenica. Ma il nostro omaggio all’uomo o all’artista è solo secondario, se non fosse così, rimarrebbe un esperimento fine a se stesso. Quando prendiamo in prestito una poesia, lo facciamo principalmente per l’interesse verso il tema che questa porta avanti.

La canzone Girone Dei Vinti ha una tonalità quasi cantautorale. Mi domando quindi se apprezzi quel tipo di musica e cosa ne pensi di Branduardi, musicista menestrello per antonomasia.

Come ti dicevo, siamo nati proprio unendo musica cantautorale e folk. La prima è una dimensione che adesso abbiamo un po’ messo da parte, a favore di chitarre elettriche e doppio pedale, ma da ciò che mi dici, mi fa davvero piacere notare che riesce comunque ad emergere. Sebbene mi venga in mente sempre per primo De Andrè tra i cantautori a cui mi ispiro, considero Branduardi un ottimo musicista. Da Confessioni Di Un Malandrino, passando per Ballata In Fa Diesis Minore o Il Sultano Di Babilonia, ho apprezzato molti dei suoi lavori originali, o comunque le melodie che ha sapientemente reinterpretato. La cura e la ricchezza degli arrangiamenti nei brani di Branduardi poi è superlativa, e per questo rara, soprattutto se pensi al minimalismo che caratterizza certa musica italiana.

Ph. Elena Bugliazzini

Il violino e il flauto sono strumenti molto presenti nelle tre canzoni e le loro melodie sono spesso di primaria importanza. Come nascono i brani degli Stilema e cosa pensi che possano dare quei due strumenti alla musica heavy metal?

L’heavy metal è un genere in continua mutazione, sa rinnovarsi e si adatta perfettamente ad ogni tipo di contaminazione senza snaturarsi mai, o quasi… Insomma, ogni tanto escono fuori anche gruppi come le Babymetal, o i Sonic Syndicate, ma a parte questi refusi, si vola alti. Quindi anche strumenti che potrebbero sembrare lontani da questo genere, possono arricchirne invece il sound. Personalmente ho una predilezione per il timbro del violino e del flauto, ma in linea di massima penso che non esista strumento che non possa contribuire ad alimentare positivamente il nostro genere musicale. In linea generale ognuno compone brani o parti di un brano per conto proprio, poi li finiamo di arrangiare insieme in studio. In particolare, i miei pezzi nascono sempre da singole melodie che ho in testa, a cui cerco di dare un ruolo. Alcune di queste poi faranno parte della linea della voce, altre del violino, altre ancora del flauto. Intorno a queste melodie primarie, poi costruisco la base del brano e aggiungo il testo.

La copertina è di forte impatto e inizialmente sembra stonare con la musica proposta dal gruppo. In realtà, a un’analisi più attenta, si capisce che è la giusta immagine per il contenuto del cd. Vuoi spiegare ai lettori il significato dell’intera grafica?

L’artwork è stato disegnato dalla nostra amica Elena Bugliazzini, che ha egregiamente saputo dare forma alle nostre idee. Abbiamo deciso di rappresentare il tema principale di Ithaka, nello specifico, la fine di questo lungo viaggio, alle porte della città. Nella poesia di Kavafis, il viaggio verso Ithaka è la metafora della vita stessa, dove la città verso cui siamo inevitabilmente diretti, può rappresentare la stessa morte, la destinazione finale, che può far paura, e che nell’immaginario può essere letta come un posto buio, malinconico, ma che per nostra natura, ci rende inevitabile cominciare il nostro cammino. È proprio questo viaggio, che ci permetterà di trasformarla da un posto desolato, ad un posto simbolicamente ricco, lì dove la ricchezza è rappresentata da tutto ciò che abbiamo appreso nella vita. La Ithaka dell’artwork vuole essere il riflesso di questo arricchimento interiore del viaggiatore, che ha saputo vivere a pieno le proprie esperienze, accrescendosi attraverso queste. Il mare in tempesta rappresenta gli ostacoli che ognuno di noi incontra durante la propria esistenza, e che deve affrontare per evitare di affondare. Ci siamo divertiti poi a rappresentare la ricchezza interiore, attraverso tanti piccoli dettagli appartenenti all’arte, alla storia e alla mitologia classica. Oltre ai templi, ai due colossi, avrai notato anche gli strumenti musicali tipici, il famoso labirinto che si vede dalla finestra sul retro della copertina, e il piccolo mosaico del minotauro.

L’EP Ithaka è un’anticipazione di qualcosa di più corposo? State lavorando a nuove canzoni?

Sì, già mentre registravamo questi brani, eravamo in fase di scrittura del nuovo materiale. Abbiamo voluto rilasciare questo breve EP per vedere come sarebbe stata percepita la nostra proposta, dal momento che abbiamo, non solo cambiato il nostro sound, ma anche introdotto elementi nuovi negli arrangiamenti, come le tastiere, che non avevamo mai usato prima. Ti posso anticipare che il nuovo disco avrà uno spettro musicale più ampio, non solo attingeremo soluzioni da più tradizioni etniche, ma andremo a toccare anche parti del metal più estremo che abbiamo introdotto ultimamente qui e lì nel nostro sound.

Mi fa davvero piacere che nella scena romana-laziale ci sia una “nuova” e valida realtà! A te la parola per chiudere l’intervista.

Fabrizio, grazie mille per lo spazio che ci hai concesso, per le tue parole e la tua disponibilità. Un saluto a tutti i lettori di Mister Folk, che invitiamo, qualora fossero stati stuzzicati dalla nostra proposta, a seguirci sulla nostra pagina Facebook e su Soundcloud, dove potranno ascoltare in streaming il brano “Girone Dei Vinti”. Speriamo di vedervi ai nostri live. Raise Your Horns Metalfolkers \m/