Intervista: Vallorch

Parlare con Leonardo Dalla Via, bassista e voce dei Vallorch, è sempre interessante, soprattutto perché attraverso le sue parole è possibile capire quanto amore provi per l’antica cultura Cimbra, fin dalle origini cuore pulsante della band. Dopo la pubblicazione per Nemeton Records del secondo album Until Our Tale Is Told ho contattato il  portavoce di una delle formazioni italiane più in vista e attive sui palchi, buona lettura!

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foto di Silvia Patron

Sono passati tre anni dal vostro primo album Neverfade, cosa è successo in casa Vallorch tra un cd e l’altro?

Tantissime cose! Innanzitutto, la formazione. Neverfade è stato registrato quando tra i nostri vi erano ancora Matteo Patuelli e Demetrio Rampin, e composto ancor prima quando al violino c’era Francesco Salviato. È cambiato anche molto il metodo di songwriting e l’approccio al CD: Neverfade è stato un primo debutto approcciato con innocenza, Until Our Tale Is Told ha avuto una fase compositiva molto lunga e complessa, in parte per i cambi di formazione, in parte perché abbiamo voluto tentare di superarci e riuscire a mettere sul mercato un prodotto migliore. Quindi abbiamo tentato di comporre in maniere diverse, partendo dalla melodia o dalla ritmica, dal testo o dal concetto, redistribuendo e reinventando ruoli e compiti… e abbiamo voluto sperimentare nuove soluzioni e nuovi strumenti, grazie anche all’arrivo di nuovi musicisti.

Rispetto al disco precedente, la line-up è cambiata. Cosa hanno portato i nuovi musicisti e come hanno contribuito alla realizzazione di Until Our Tale Is Told?

I cambi di formazione sono avvenuti in corso d’opera, e le canzoni, pur essendo già state delineate, hanno beneficiato della presenza dei due ultimi membri arrivati. Mattia Buggin ha curato un aspetto completamente nuovo e inesplorato nel nostro songwriting, ovvero gli assoli di chitarra, che fanno trasparire la sua ottima tecnica. Paolo Pesce ha preso la responsabilità della fisarmonica, arrangiando le melodie, e aggiungendo parti di ghironda e di tastiere. Sono di suo pugno, infatti, la strumentale Khéeran Hòam e Dancing Leaf Overture.

Come definiresti la musica di Until Our Tale Is Told?

Credo la si possa definire una figliastra nata da Epica ed Eluveitie! (ride) Scherzi a parte, trovo sia una naturale evoluzione del precedente Neverfade, caratterizzato dunque dalle già note melodie dal sapore folk con una ritmica che si è evoluta per meglio incorporare la componente “metal”. Until Our Tale Is Told è inoltre un album che ci ha permesso di rischiare, cosa palese nell’eterogeneità di canzoni come Howling Hysteria (canzone dalle atmosfere symphonic black) e Crystal Remembrance (che al contrario è molto gioiosa e rievoca l’infanzia).

Qual è l’aspetto che più ti piace del nuovo disco?

Quanto questo album sia sincero, se così posso rispondere. Potrei sprecarmi in centinaia di parole parlandoti della rinnovata aggressività e dinamicità della sezione ritmica, come anche dei giorni spesi a scrivere e armonizzare la sezione melodica, ma credo che più di ogni altra cosa questo album sia la nostra personalità fatta a musica. Crediamo moltissimo in ciò che abbiamo creato, sia dal punto di vista musicale sia (concedendomi un commento personale) dal punto di vista dei testi e del concept. Non è stato lasciato nulla al caso: abbiamo dato il nostro 100%, e penso traspaia nella durata di tutto il disco.

Trovo molto ben equilibrato il lato metal e quello folk: chitarre e melodie si avvolgono a vicenda e il risultato è decisamente buono!

Ti ringrazio! Abbiamo tentato di fare esattamente questo: dare ragione di esistere al termine “folk-metal” in entrambi i suoi aspetti. Abbiamo cominciato a comporre con l’obiettivo di rendere sia la sezione ritmica che quella melodica valide anche se prese singolarmente. Una volta ottenuto questo metodo di pensiero, le abbiamo combinate tra loro perché si valorizzassero a vicenda. Quindi prendo questo tuo commento come un grandissimo complimento!

A differenza del debutto, dove era presente Il Fuggevol Sogno, nel nuovo lavoro non c’è una traccia in italiano: c’è un motivo preciso dietro questa decisione?

Sì: nelle prime fasi di composizione Demetrio aveva composto e proposto un’altra traccia bonus in italiano a sola fisarmonica, questa volta su Il Mago di Oz. Ma autore e padre di questi pezzi è solamente Demetrio, quindi per rispetto verso il suo lavoro, abbiamo deciso di non includerla. Ci auguriamo che in un futuro prossimo voglia rilasciare questo inedito, o magari comporre un EP di canzoni su questo modello di fisarmonica con toni fiabeschi, ci farebbe estremamente piacere poterlo ascoltare!

Khéeran Hòam è una canzone strumentale dal titolo in cimbro. Puoi spiegare ai lettori il significato del titolo o e fornire alcune informazioni su questa lingua?

Khéeran Hòam significa “tornare a casa”, o “rimpatriare”. Precede Crystal Remembrance, che vuole porsi come la colonna sonora della nostalgia, della gioia di tornare sui monti dove si è cresciuti. Si tratta di una canzone parzialmente autobiografica: i ricordi più belli della mia infanzia li ho lasciati sull’altopiano di Asiago, e ripercorrere i tornanti fino a che il paesaggio non si apre davanti ai miei occhi mi scalda il cuore. Khéeran Hòam è un crescendo che apre le porte a un paesaggio indissolubilmente cimbro, ed è per questo che l’ho voluta intitolare usando l’antica lingua germanica degli abitanti che lo abitano.

Avete già pensato se continuare a utilizzare il cimbro in futuro, magari all’interno di un testo?

Certamente! Ci sono già delle parti in cimbro in Slèrach e Ais Un Snea. Anzi, la totalità dell’album è impregnata di cultura cimbra: tra i materiali sorgente vi sono “Kamparube – Di Limiti, Bellezze e Coraggio”, graphic novel di Giliano Carli Paris e Silvano Beggio; “Altar Khnotto – Leggenda Cimbra” di Edoardo Bertizzolo, e molto altro materiale su cultura, canzoni popolari, favole e via dicendo. Tutto il materiale mi è stato regalato dal curatore dell’Istituto di Cultura Cimbra di Roana, dico regalato perché mi ha chiesto solo un’offerta libera, e chiaramente ho voluto pagare tutto a prezzo pieno. È stata un’esperienza fantastica, e anche molto formativa. Per arrivare al tuo punto, abbiamo voluto procedere per gradi nell’incorporare la cultura cimbra nel nostro lavoro: sto imparando la lingua poco alla volta, ma tengo in gran considerazione ciò che mi è stato detto dall’anziano curatore e ribadito da Marco Landoni, il mio “insegnante” di cimbro (e chitarrista dei Brünndl). Il cimbro è una lingua semplice, una lingua di pastori, falegnami e lavoratori, con il loro orgoglio e il loro modo di vivere genuino. Quando cerco di esporre e proporre un concetto particolare, non sempre il cimbro è la scelta migliore, a meno che non venga esposto per metafore. Non voglio che la cultura venga “commercializzata” in nessuna maniera, provo un rispetto reverenziale per essa. Trovo che i Kanseil (qui la recensione di Doin Earde, nda) abbiano trovato l’equilibrio perfetto, e li stimo moltissimo per questo. Per ora ho dunque deciso di utilizzare parti in cimbro in opere già scritte in lingua da autori cimbri, come Ais Un Snea (canzone popolare che ho scoperto grazie all’interpretazione presente in “Musiche e Canti dell’Altopiano di Asiago”) e Slèrach (che prende ispirazione dal sovracitato Altar Khnotto). Il resto, sebbene sempre tratto da favole popolari (La favola del pastorelloHowling Hysteria) o altri materiali, ho deciso di elaborarlo in inglese, sia per renderlo più accessibile all’ascoltatore straniero, sia per meglio esprimere il messaggio con una lingua a me più familiare. Nel terzo album, ne sono sicuro, avrò un po’ più coraggio e affronterò questo timore ossequioso nei confronti della cultura a me tanto cara, e con estremo rispetto, metterò più parti cimbre in musica.

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foto di Silvia Patron

Di cosa trattano i testi di Until Our Tale Is Told?

Come espresso nell’ultima domanda, hanno tutti un’origine cimbra. Oltre a leggende, letteratura e favole, abbiamo incorporato altri spunti d’ispirazione, come la nostalgia per il luogo, un immaginario intagliatore di volti (Carnelian Masquerade), e fatti di storia recente come la Prima Guerra Mondiale, dall’esperienza della visita al Sentiero del Silenzio (Unspoken Echoes). Il tutto è stato processato, messo in versi e in rima in maniera da avere molteplici interpretazioni. Per esempio, Howling Hysteria tratta della favola del pastorello o la favola di “Al Lupo!”; dove i lupi vengono metaforizzati con le proprie indecisioni e paure, e il pastorello come la manifestazione di sé stessi agli altri ipocrita e ingannatrice. Quindi si invita l’ascoltatore a una riflessione su sé stessi, sul proprio comportamento e su come si rapporta col prossimo, quanto è sincero ai propri pensieri. Per fare un ultimo esempio, Tanzerloch si ispira a “Kamparube”, e la canzone può essere letta come un lamento di Erik, che perse Guendalina nell’abisso; ma anche applicata a chiunque abbia perso una persona cara nella propria vita. Da qui, la dedica alla madre di Max, presente nell’album. Ma l’album non è solo questo: le canzoni si suddividono e affrontano le varie fasi dell’ età dell’uomo. Nelle canzoni si possono trovare gioventù, infanzia, vecchiaia, le età della responsabilità e la fase della vita dove si è costretti a superare un lutto, ma anche l’età della paternità, e quindi della rinascita. Lasciamo agli ascoltatori il compito di capire quali canzoni coincidano con quale età, sperando che questo dia loro motivo di un ulteriore ascolto.

Chi ha realizzato la copertina e qual è il suo significato?

La copertina è stata realizzata da Jan Yrlund, che ha realizzato, tra le molte, copertine per i Manowar e per i Korpiklaani. Per spiegare questa copertina sono obbligato a far nuovamente riferimento al romanzo Altar Khnotto: in esso viene dipinta una fittizia e romanzata popolazione cimbra precristiana e pagana, che sacrificava animali per ottenere il favore degli dei all’Antica Pietra, traducendo il titolo. Il gufo e l’aquila, i due animali sacri che ricevevano il tributo, stanno a indicare il giorno e la notte, e insieme, il passare del tempo. Lo sfondo ha i colori dell’alba/tramonto, e la copertina è sospesa in questa condizione di passaggio: la notte e il giorno che si sovrastano l’un l’altro e fanno passare il tempo, facendo così trascorrere le età dell’uomo.

Come vi definireste in sede live? Com’è un concerto dei Vallorch?

Sincero! Sul palco ci sono sette entusiasti che ce la mettono tutta per trasmettere al pubblico la propria energia e sentimento. Ci mettiamo la faccia e tutto il carattere, nel nostro vigore, ma anche timidezza e il nostro essere impacciati. Forse la cosa è un’arma a doppio taglio, ma penso traspaia la nostra passione più sincera!

State già pensando al prossimo lavoro? Avete idea se sarà un full-length o altro?

Crediamo sarà un full-length. Ancora non ci siamo posti la domanda, e componiamo liberamente!

Come vedi la scena folk metal italiana in questo momento?

È ricchissima, e non smettiamo mai di conoscere nuove band che si propongono con la nostra stessa passione. È stupendo vederci così vicini e connessi da una passione comune!

Lascio a voi lo spazio conclusivo…

Ringrazio i lettori che hanno avuto la pazienza di leggere fino alla fine, vi ringrazio per il vostro interesse e la vostra dedizione. Non mi stancherò mai di ripetere che non esisteremmo senza il vostro sostegno! E grazie infinite a te Mister Folk per lo spazio concessoci!

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Intervista: Vallorch

Nel giro di un anno i Vallorch sono passati dallo status di gruppo sconosciuto a stella nascente del folk metal, pubblicando in pochi mesi un EP, il disco di debutto Neverfade e suonando in molti festival, compresi Fosch Fest e Metaldays.  Una bella chiacchierata con il bassista/cantante Leonardo Dalla Via ci permette di conoscere meglio il combo nord italiano.

Vallorch

La band (line-up che ha registrato Neverfade)

Prima domanda – d’obbligo – sul Metaldays dove avete da poco suonato.

Che dire? Esperienza esplosiva e grande soddisfazione! Metaldays è l’ultima incarnazione del Metalcamp, a cui già alcuni di noi partecipavano da diversi anni, e si è trattato di un piccolo sogno realizzato. L’atmosfera che si respira è incredibile, rilassata e quasi eterea, come si fosse venuta a formare una pacifica nazione di solo metal, ma chi ci è stato saprà meglio di noi cosa intendiamo. Stare su un palco di fama internazionale con un pubblico così ghermito e partecipe ci ha lasciati piacevolmente di stucco: non ci aspettavamo certo stage diving con tanto di gommone e coccodrillo gonfiabile! Partecipare al festival dalla parte del musicista dopo averlo fatto da fan è quasi surreale.

Ci siamo conosciuti lo scorso anno in occasione del Fosch Fest 2012, dove avete suonato ottenendo un buon riscontro da parte del pubblico. Da quell’intervista è passato appena un anno ma di cose ne sono successe… vi va di raccontarle?

Appena scesi dal palco di Bagnatica siamo subito stati investiti dal calore del pubblico folk metal italiano, che fortunatamente ci ha accolti entusiasta. Da lì abbiamo cominciato a girare locali in compagnia di altre stelle nascenti e band ben conosciute e amate, come Ulvedharr, Artaius, Diabula Rasa, Furor Gallico. Subito in autunno siamo entrati in studio per registrare il nostro album di debutto, e nel frattempo abbiamo anche avuto il piacere ed onore di aprire per gli Arkona. Abbiamo suonato in locali e festival per tutto il Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte, per poi avere in primavera la conferma della partecipazione all’ambito festival di Tolmin.

Come siete giunti alla firma con la Moonlight Records?

È stata Moonlight Records stessa a contattarci prima della nostra partecipazione al Fosch Fest: non avendone sentito parlare abbiamo optato per un colloquio. Una volta sentita dal vivo la loro proposta di promozione e distribuzione abbiamo deciso di firmare il contratto, e di intensificare la composizione di pezzi nuovi per Neverfade.

Passiamo al debutto Neverfade: a distanza di mesi dall’uscita siete completamente soddisfatti o qualcosa si poteva fare meglio o diversamente?

Non ti nascondo che le sessioni di registrazione ci hanno visti un po’ in difficoltà: precedentemente non avevamo limiti di tempo. Abbiamo dovuto in sede far fronte alla nostra inesperienza, e alcuni risultati finali non hanno coinciso con ciò che avevamo in mente. Ti parlo in ogni caso di piccolezze o di problemi risolti in corso d’ opera: siamo soddisfatti del nostro lavoro!

Come sapete ho apprezzato l’EP Stories Of North e ascolto con piacere il debutto targato fine 2012 ma, produzione a parte, trovo poche differenze tra i due lavori. Che idea vi siete fatti su questo punto – letto anche in recensioni e forum – e come vedete ora il vostro debutto, a quasi un anno dalla sua realizzazione?

Crediamo che sia naturale vederla così: per noi l’album è stato come un capitolo conclusivo di ciò che avevamo iniziato con l’EP. Non abbiamo volutamente modificato in modo eccessivo i brani già presenti in Stories Of North, e in un senso più ampio Neverfade altro non è che un ampliamento della corrente compositiva in atto già dal lavoro precedente.

Le tracce presenti in Neverfade sono 13 considerando la bonus track: non tanto per la qualità quanto per la quantità, non era forse il caso di togliere uno-due brani in modo da rendere l’ascolto più scorrevole e immediato?

Non ci siamo mai davvero posti il problema dell’eccessiva durata. I brani sono nati istintivamente, e ci è sembrato naturale includere tutto ciò che avevamo creato. Il lavoro è composto da solo otto canzoni vere e proprie: ci sono intro e outro più due intermezzi che difficilmente possono essere considerati canzoni a sé stanti (Join The Dance e Störiele). Escludendo Il Fuggevol Sogno, che abbiamo deciso di inserire come chicca aggiuntiva, il lavoro dura 50 minuti: leggermente di più della durata media di un album, ma non esageratamente.

Canotto

Il famoso canotto del Metaldays

Sul web si è parlato molto de Il Fuggevol Sogno, unica canzone cantata in italiano. Considerando il fatto che ha ricevuto buoni consensi, pensate alla possibilità di dare più spazio alla lingua italiana prossimamente?

Non lo escludiamo, ma non è nelle nostre priorità. Siamo comunque interessati a mantenere un legame con la nostra cultura, e piuttosto vorremmo utilizzare (almeno in parte) la lingua cimbra. Questo non significa che non utilizzeremo più l’ italiano: la nostra intenzione è quella di includere una ghost track a tema favolistico in lingua italiana in ogni album, e proseguire quindi l’iter iniziato da Il Fuggevol Sogno di Demetrio.

Una critica che vi è stata mossa è quella relativa al poco lasso di tempo trascorso tra l’EP e il debutto: in questo modo non c’è stato modo per consentire al sound di maturare, di fatto suonando come Stories Of North ma con una minutaggio maggiore. Quale opinione avete a riguardo?

Siamo d’ accordo: Moonlight Records ci ha proposto il contratto a patto che fossimo stati in grado di entrare in studio dopo l’ estate, e questo ha fatto sì che Neverfade diventasse una sorta di quadro ampliato di Stories Of North. Ci stiamo prendendo tutto il tempo necessario per la realizzazione del nuovo album, in maniera da non ripeterci.

Un’altra possibile lettura è che eravate pronti al debutto già all’epoca di Stories Of North. Cosa ne pensate?

È un’interpretazione lusinghiera e ovviamente ci rende felici sapere che qualcuno la pensa a questo modo. Delle molte recensioni, quelle che valutano Neverfade con un voto più alto più spesso sono straniere, o vengono da persone che non hanno ascoltato prima l’EP, considerando tutte le canzoni un unicum. Ci siamo posti nei confronti di Neverfade come un lavoro che andava a completare le canzoni già composte con Stories Of North: l’EP è autoprodotto, e non volevamo che le nostre prime creazioni fossero di difficile reperibilità!

Quanto sono importanti i testi per voi? Come nascono le liriche delle canzoni, quali sono le fonti d’ispirazione?

I testi stanno via via diventando sempre più importanti nella nostra visione d’ insieme. Per il nostro primo lavoro abbiamo optato per tematiche mitiche, leggendarie o fantastiche, traendo ispirazione da tradizione, storia e letteratura, con dei picchi di introspezione e di critica sociale. Pensiamo che i nostri prossimi lavori avranno molto più impegno dal punto di vista tematico, pur non perdendo la nostra identità folk.

In questo periodo, nonostante la penuria di locali, state suonando spesso, in particolare in mini festival, la scena folk metal sembra piuttosto viva e interessante…

Lo è! Fortunatamente il nostro paese ha moltissimi fan instancabili del genere, e sembra che l’Italia abbia da qualche anno dato il benvenuto in maniera molto più che entusiasta al genere, che in questo momento prospera.

Leo

Leonardo live

Secondo voi per quale motivo il folk metal in Italia sta godendo di tanta salute? Cosa volete trasmettere attraverso la vostra musica?

Pensiamo che il motivo principale sia lo spirito di unità e fratellanza che aleggia nell’ambiente. Anche solo passeggiando al Fosch Fest, o a molti altri festival, si è andato creando un insieme di fan del genere folk metal che si sente parte di qualcosa di unico. Dobbiamo il nostro successo e la presenza di spettatori in gran parte alla folk family, che più che un gruppo di persone dagli stessi interessi, è una vera e propria famiglia allargata dove non solo si conoscono tutti personalmente, ma sono tutti amici!

La nostra musica è un estensione di noi stessi, e ci piace lasciare all’ ascoltatore il compito o (si spera) il piacere di interpretarla. Anche solo quel brivido lungo la schiena o la pelle d’oca sull’avambraccio: se abbiamo in qualche modo contribuito nel nostro piccolo a rendere migliore la vostra giornata, ci riteniamo soddisfatti.

Quali saranno i prossimi passi dei Vallorch?

Siamo in piena fase compositiva, e in parallelo stiamo continuando a promuovere l’ album, a livello italiano e, speriamo, presto anche internazionale. Abbiamo ancora un bel po’ di strada da fare prima di entrare nuovamente in studio!

Considerando il gran numero di gruppi e dischi in circolazione, quali sono i motivi che dovrebbero portare la gente a supportarvi?

Pensiamo che ciò che più trasmette chi siamo e metro di giudizio per una band sia lo show live. Siamo veri, puri e crudi sul palco, e non facciamo altro che divertirci per divertire!

Molte grazie per la disponibilità, a voi la chiusura.

Grazie a te Fabrizio per questo spazio, salutiamo la folk family, i nostri instancabili fan e tutti i tuoi lettori che ci hanno voluto dedicare parte del loro tempo per leggere questa intervista. Grazie infinite!