Intervista: Wind Rose

Con un lavoro bello e intenso come Stonehymn, era impossibile non intervistare i toscani Wind Rose. Ne è uscita una chiacchierata interessante e sincera con il cantante Francesco Cavalieri, nella quale si parla sì di musica, ma anche di “fratellanza underground”, differenza tra scena italiana ed estera, indiani d’America e nani tolkieniani. Orecchie pronte ad ascoltare quello che i Wind Rose ci propongono: siamo tutti testimoni della nascita del  “Dwarven Metal”!

Ci siamo incontrati (leggi QUI la precedente intervista) quando eravate in tour con Eluvetie e Skalmold, vi ritrovo ora con il nuovo disco Stonehymn appena pubblicato. Cos’è successo in questi due anni?

Ciao Fabrizio, felice di risentirti. In questi due anni abbiamo sicuramente fatto le esperienze più importanti della nostra vita, sia dal punto di vista lavorativo che del songwriting; siamo riusciti a trovare la nostra chiave di scrittura che ci ha accompagnati e ispirati per questo nuovo album: una miscela di power metal e folk metal che ci contraddistingue nell’odierna “vasca di squali” del business musicale.

Una volta si diceva che il terzo disco è quello della verità. Se così fosse potete stare tranquilli visti la qualità del vostro lavoro…

Non sei il primo da cui lo sentiamo dire, evidentemente è una delle regole non scritte dell’arte! 🙂

Siete passati dalla Scarlet Records alla Inner Wound Recordings: ci sono stati problemi con l’etichetta italiana o è stato un semplice rapporto arrivato alla conclusione?

Beh… diciamo che una cosa non esclude l’altra. Con la Scarlet Records credevamo (ingenuamente) di raggiungere un livello di promozione ottimale, di firmare per qualcuno che vedeva e credeva nel potenziale di questo progetto e quindi di essere supportati a livello economico per intraprendere la grande “scalata”… così non è stato. Tutte queste cose le abbiamo trovate nella florida terra svedese con Innerwound Recordings, pronta ad accoglierci con una vera proposta per il nostro album Stonehymn, con un vero piano di lavoro che punta a far crescere la band, dando veramente tutto per le band che lavorano con loro. Ci siamo guardati in faccia, abbiamo lasciato quella terra arida e malsana, piena di “amici di amici”, per abbracciare l’etichetta a cui dobbiamo moltissimo del successo riscosso fino ad ora. Supporto più totale da parte della label, royalties sul venduto 10/15 volte superiori a ciò che era stato con Scarlet Records, le persone che seguono la nostra band attivamente sono aumentate, le visualizzazioni su YouTube parlano da sole.

“Dwarven metal”: ci spiegate questa autodefinizione?

Dwarven Metal è un termine nato un po’ per gioco che stava a indicare il nostro orientamento musicale… Nato per gioco e poi preso subito sul serio dalla critica e dal pubblico, forse la storia che si ripete se guardiamo band come i Turisas con Battle Metal; un’etichetta che portiamo con massimo onore e rispetto vista la nostra inclinazione fantasy marcata. 

Con To Erebor avete confermato, dopo The Breed Of Durin dell’album precedente, la passione per Tolkien. Pensate di utilizzare riferimenti tolkieniani anche in futuro? Cosa vi affascina maggiormente del mondo creato dal Professore di Oxford?

Da buoni giocatori di D&D, MMORPG e quant’altro sappiamo benissimo che la maggior parte delle ambientazioni è stata ispirata dai lavori di Tolkien. Uno specchio sul mondo moderno e antico tramutato in fantasia, dove tutto può essere il contrario di tutto ma rimarca con fermezza la distinzione tra il bene e il male: forse ciò che manca nel mondo in cui stiamo vivendo? Il mondo del fantasy sicuramente ci ha sempre appassionato, tant’è che il nostro primo disco è stato un concept molto LotR-alike, e abbiamo sempre accomunato questa passione alla musica. I riferimenti ai capolavori tolkieniani e soprattutto ai nani (di cui ormai faccio parte anche io visto che sono stato soprannominato Durin VIII ahah!) non mancheranno di sicuro nel prossimo disco, anzi, possiamo affermare che sarà uno dei nostri punti cardini per il futuro del Dwarven Metal, forgiato nel metallo, che merita maggior gloria.

Pensando a Stonehymn le prime cose che mi vengono in mente sono le ottime orchestrazioni/melodie, la robustezza della chitarra, la sezione ritmica iper compatta e la tua voce padrona del tutto. In particolare mi ha colpito Fallen Timbers, nella quale ho sentito dei richiami western, se così si può dire. Di cosa parla la canzone e avete realmente cercato di creare delle sonorità in grado di evocare immagini da film western?

Hai colpito nel cuore dell’album. Il concept di Stonehymn è incentrato appunto su due razze, una reale e una di fantasia, scacciate e rinnegate dalle proprie terre ormai invase e distrutte, che però hanno fatto di tutto per combattere, resistere e riappropriarsi di ciò che era loro: i nativi americani e i nani de Lo Hobbit. Queste sonorità che evocano scenari western sono un tributo al maestro Morricone, che amiamo moltissimo, e ad un grande popolo legato con la terra e la natura (cosa persa con l’evoluzione dell’uomo moderno), spirituali e animisti verso ciò che essa gli offriva, grandi combattenti e fedeli alle loro radici.

Come nascono i testi delle canzoni? Ci sono degli input esterni che danno il guizzo per l’idea iniziale o è un lavoro più meticoloso e di ricerca?

I testi delle canzoni solitamente nascono in entrambi i modi, non saprei dirti quale canzone è nata in un modo o quale in un altro, so dirti però che quando viene presa coscienza degli elementi chiave dell’album viene scritto tutto tramite le considerazioni personali sull’argomento che trattiamo, e arricchito e impreziosito con aneddoti o situazioni riportate alla luce tramite accurate ricerche.

Per la copertina vi siete rivolti a un nome gigantesco come quello di Jan “Orkki” Yrlund. Come si è svolto il lavoro e avete ottenuto l’immagine che avevate in mente, oppure l’artista ha creato qualcosa di più personale?

L’idea di base era molto simile, ma a disco finito, viste le influenze che erano venute fuori, l’artista ha dato una visione personale del tutto per poter trovare un connubio tra le due cose. La bozza creata da noi era più boschiva e astratta perché l’idea iniziale era di fare un album solo sui nativi americani, un album che come prima idea doveva chiamarsi “The Animist”. Personalmente, però, volevo dare un seguito a quel che era stato per me The Breed Of Durin e quindi ho voluto continuare a scrivere testi sui nani di Tolkien; a oggi, è stata la miglior scelta che abbia fatto nella mia vita. 

In cosa pensate che Stonehymn si distingua dal resto della scena heavy metal? Quali, secondo voi, i punti di forza dell’album?

Stonehymn, ma comunque il songwriting dei Wind Rose si distingue per essere un buon mix di molti generi, alcuni più recenti, altri più istituzionali del metal. I cori e le orchestrazioni sono il nostro punto di forza, maestosi e potenti danno il giusto spessore per sprigionare l’epicità dei brani. É giusto però anche far presente la costante ricerca fra elementi e chiavi del metal moderno: come per esempio i breakdown del metalcore o le parti di batteria più death, che danno una ventata di aria fresca a un genere ormai stagnante come il power metal di stampo italiano o l’inflazionatissimo folk metal nord europeo.

Mi piacerebbe conoscere le vostre influenze personali e come vi siete avvicinati alla musica suonata.

In tutta la nostra “convivenza” all’interno di questa famiglia abbiamo sempre avuto influenze diverse, siamo ascoltatori a 360 gradi (e forse questo è il punto di forza più grande, togliersi il paraocchi/orecchi), ma con gli anni ci siamo resi conto che andavamo comunque di pari passo e che le nostre differenti crescite musicali potevano compensarci e dar vita a qualcosa di nuovo.

 Se dovessi alcuni nomi di band significative per noi, e su cui ci siamo trovati sempre in sintonia, direi sicuramente: Symphony X, Turisas, Wintersun ed Ensiferum.

Siete attivi dal 2009 e pur provenendo da una zona centrale come la Toscana, mi siete sempre sembrati un po’ fuori dal circuito underground tricolore. Come avete visto cambiare (migliorare/peggiorare) la scena e come giudicate le piccole realtà che in teoria dovrebbero fare squadra per crescere tutti insieme?

Questa è un po’ una domanda a cui tutti cercano una risposta, io ti darò semplicemente la mia personale opinione: una vera e propria scena dove tutti cresciamo insieme, ci aiutiamo con le date per fare scambio e altro può essere concepita solo in una situazione underground di un progetto. Quando cominci a vedere le prime critiche, le prime persone che per mille motivi ti voltano le spalle e senti la competizione arrivi a una semplice conclusione: il mondo del metal underground, del pub dove suoni con la band tua amica dove dopo ci sbronziamo tutti insieme, per te è finito. Quel mondo ti sta stretto e senti la necessità di metterti in gioco in situazioni molto più grandi di te, di lottare con tutte le tue forze per arrivare a elevarti e ad evidenziarti dalla massa. Purtroppo in Italia spesso viene scambiato da tante band il mondo underground con il mercato musicale internazionale, e nascono delle faide anche tra band che suonano alla sagra del tortello in brodo, o ancora peggio, nascono le rockstar di quartiere. Noi abbiamo preferito fare la nostra strada, essere in pace con tutti ma seguire le nostre ambizioni e macinare esperienze, senza star a guardare troppo cosa fa quello o l’altro, senza perdersi troppo nelle guerre tra poveri. Adesso siamo in pista e dobbiamo ballare con band di grosso calibro, faremo del nostro meglio sempre e porteremo sempre rispetto a chi davvero ha spaccato tutto nella scena metal internazionale, rimanendo però sempre fermi e convinti sul fatto che devono far spazio perché siamo intenzionati a prenderci il nostro posto.

In una nostra conversazione privata mi avete accennato alle difficoltà di suonare in Italia, mentre in Europa la cosa non sembra così complicata.

Il problema dell’Italia non sta nelle venues ma negli ascoltatori. Non c’è interesse nell’andare a sentire una nuova band, un nuovo progetto, si preferisce spendere centinaia di euro per un Big senza renderci conto che un giorno non avranno con chi rimpiazzarli. La maggior parte dei locali (non tutti, tantissimi sono veramente convinti e sostenitori della scena) preferiscono non puntarci molto, quindi tendono a proporre serate per condizioni inaccettabili che quindi siamo costretti a declinare. In Europa la situazione cambia, l’ascoltatore si informa, segue e poi se piace si fa i chilometri per sentire qualcosa di interessante, paesi in cui anche l’economia funziona meglio e che quindi permettono alla band ospite di avere delle condizioni migliori che spesso portano anche degli utili da poter reinvestire nel progetto.

Vi ringrazio per la disponibilità, spero di potervi vedere presto su un palcoscenico!

Grazie mille a te Mister Folk! Alla prossima!

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Intervista: Wind Rose

Prima di salire sul palcoscenico romano dell’Orion che li ha visti protagonisti con Eluveitie e Skálmöld (QUI il live report), i toscani Wind Rose si sono raccontati con grande sincerità in una bella chiacchierata che ha toccato vari argomenti. Protagonista, chiaramente, è l’ottimo secondo disco Wardens Of The West Wind, uscito su Scarlet Records.

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Il sito tratta quasi unicamente di folk e viking metal, voi fate un altro genere anche se con richiami folk, quindi direi di iniziare facendo un’introduzione sulla storia del gruppo.

Claudio (chitarra): Il gruppo è nato nel 2009, in realtà prima facendo cover di Symphony X e Dream Theater, eravamo presenti io, Daniele e Federico. Nel 2009 abbiamo iniziato a scrivere cose nostre con l’ingresso di Francesco Cavalieri, cantante, e Alessio Consani al basso, poi sostituito da Cristiano Bertocchi nel 2014. Abbiamo poi deciso di incidere il nostro EP sotto la produzione proprio di Cristiano, lavoro che è stato recensito ottimamente almeno da venti webzine e questo ci ha spinto a fare il primo album Shadows Over Lothadruin che è uscito nel 2012 tramite Bakerteam Records. Abbiamo fatto dei tour con Wintersun, Epica e Finntroll e poi è uscito il la settimana scorsa il secondo disco Wardens Of The West Wind.

Ora suonate con Eluveitie e Skálmöld, in passato lo avete fatto con Finntroll e Wintersun, quindi spesso “fuori contesto”, come vi trovate in queste situazioni, sapendo in partenza che il pubblico viene per delle sonorità che voi non avete?

Daniele (batteria): Facciamo un genere che comunque è sempre metal, lo prendiamo come una sfida positiva cercando di spargere il nome Wind Rose tra nuovi fans. Sappiamo che il pubblico è lì principalmente per l’headliner, ma è sempre metal… alla fine siamo tre gruppi che esprimono tre modi di fare metal.

Claudio: Può sembrare una cosa “commerciale”, ma ora il power “netto” non va più…

Federico (tastiera): Sono un po’ di anni che sta in declino.

Claudio: Continuando a tenere il nostro stile ci siamo detti “perché non metterci qualcosa di folk, visto che ci piacciono queste cose?”.

Federico: Con i Wintersun ci abbiamo fatto il tour spagnolo, le date ci hanno aiutato per le influenze successive.

Il mio primo concerto “vero” è stato nel 1998, quando sul palco del Gods Of Metal hanno suonato Labyrinth, Iced Earth, Blind Guardian, Gamma Ray, Helloween, Stratovarius, Pantera e Black Sabbath, ben cinque gruppi power. Questo per dire che sono cresciuto ascoltato tanto power, e musicalmente riconosco spesso, in termini diversi e influenze differenti, quel qualcosa, magari una semplice melodia di chitarra, che avvicina il power al folk. Molti gruppi folk si avvicinano al power per le chitarre o certe ritmiche, mentre alcune formazioni power hanno riferimenti folkeggianti, diciamo così.

Claudio: Molti gruppi power nati da poco hanno elementi folkeggianti. Mi vengono in mente gli Orden Ogan che hanno, ad esempio, vestiti epici, va un po’ di moda. Preferiamo iniziare a mettere nella nostra musica delle cose folk…

Federico: Perché musicalmente ci attira.

Claudio: È possibile che il prossimo album sia molto più folk!

Daniele: Veniamo comunque da una serie di ascolti che spaziavano dal prog metal al power classico, questo progetto è nato sotto il segno di queste influenze, ma esagerare sul lato folk per noi sarebbe “fuori genere”. Se hai sentito qualcosa del nuovo disco puoi riconoscere diverse cose di stampo folk, ma la base è un’altra. Abbiamo improntato molto sui riff, sui giri di chitarra, sui ritornelli orecchiabili che ti rimangono in testa dopo due ascolti. Il nostro obiettivo era prendere tutto quello che abbiamo ascoltato per avere una visione molto più aperta.

Avere in formazione Cristiano (ex Labyrinth e Vision Divine, nda), pensate che sia una “possibilità” in più per voi?

Daniele: Dalla presenza scenica, al sapere come funziona stare sul palco, è un fatto di esperienza. Si è visto subito fin dal demo del 2010, sia per la scrittura che per come si fanno determinate cose. Sicuramente è un punto a nostro favore.

Claudio: La Scarlet l’ha messo tra i punti forti del disco, così come Simone Mularoni, che è un nome rinomato per mastering e mixaggio. Ma c’è soprattutto il fatto che ora siamo come una famiglia, prima c’era qualche difficoltà col precedente bassista. Diciamo che anche se con lui c’è una notevole differenza d’età noi non la sentiamo!

Ti stanno dando del vecchio!

Cristiano (basso): Uno zietto giovane dai!

Claudio: Per tutti noi avere un personaggio che nella scena italiana ha detto tanto tra dischi e tour, con delle band importanti, è un grande onore! Non lo immaginavamo che cinque anni dopo aver prodotto il demo sarebbe entrato nella band.

Cristiano: Per me è stata una cosa molto interessante, il fatto di trovare ragazzi che sanno suonare su un livello professionale… con loro è stato facile perché ci avevo già lavorato, avevano una buona visione per quel che significa scrivere un pezzo, parlo del demo. Mi sono semplicemente limitato a indirizzarli per la strada giusta e fargli capire cosa vuol dire essere professionali. Io mi son trovato da produttore del demo e poi del disco a musicista, un passaggio naturale. Si è creato un rapporto d’amicizia che non pensavo, mi piace molto il loro folklore toscano, io sono di Carrara, quasi ligure, suoniamo e ci divertiamo, una cosa preziosa e rara al giorno d’oggi.

Parliamo del disco: per prima cosa vi dico che mi è piaciuto. Ho trovato quell’atmosfera power con la quale sono cresciuto, un power sincero che è difficile da trovare in altri lavori. Poi mi piace perché è un cd tirato, con un’ottima voce, e belle orchestrazioni molto turisasiane…

Federico: Quindi mi pare di capire che i Turisas ti piacciono…

Tranne Turisas2013 che trovo osceno!

Federico: The Varangian Way…! Stand Up And Fight alcune canzoni…

Sì è da sottofondo quando si chiacchiera a casa, ma se devo ascoltare i Turisas vado con Battle Metal o The Varangian Way

Federico: The Varangian Way è devastante! Hanno una carica micidiale! Penso che noi abbiamo parecchie influenze dei Turisas, non capisco come mai se ne siano accorti in pochi!

Claudio: Se hai sentito/visto il singolo/video è lampante.

Eccome, musica, scene, melodie…

Claudio: Se ti devo dire la verità è la canzone sulla quale si era puntato di meno, è la più folk del disco. Ci siamo trovati con la setlist del disco e ci siamo detti “su quale ci facciamo il video?”. A seconda del testo ci volevano più o meno comparse e lavoro, così abbiamo trovato quella d’impatto, adatta per fare un video, la più diretta e orecchiabile. La canzone è un po’ un inganno perché una persona può dire “ok, ho visto il videoclip, questa è una band folk, mi aspetto un certo sound”, mentre se metti il disco troverai solo quella di folk… però noi volevamo fare un video in tema col testo della canzone.

Parliamo dei testi: ci sono riferimenti a Skyrim, Lo Hobbit, Spartaco…

Claudio: La prima, Age Of Conquest, è ispirata a Skyrim, io e il cantante siamo i giocatori… la seconda parla di Tolkien, la creazione del Silmarillion. Si va avanti con la terza canzone sempre su Tolkien, questa volta il libro è Lo Hobbit: la Montagna Solitaria e la missione degli Hobbit. Ode To The West Wind è ispirata a una poesia di Percy Bysshe Shelley, letteratura inglese, Ode al Vento dell’Ovest. Skull And Crossbones è sui pirati, più avventuriera, poi c’è Spartacus, puoi immaginare…

…dal telefilm o dalla figura storica?

Cristiano: Dalla figura storica…

Claudio: Io il telefilm non l’ho guardato. Poi c’è Born In The Cradle Of Storms, un pezzo ispirato agli dei greci e alla mitologia, l’ultima Rebel And Free parla dei ribelli scozzesi, leggermente ispirata a William Wallace.

Quindi ogni brano ha una storia a sé.

Daniele: Esatto, a differenza del primo disco che era un concept.

Claudio: Però ci sono dei concetti in comune per tutte le canzoni, come la libertà, la vendetta…

Cristiano: Orgoglio di non voler cedere mai a chi ti vuole schiacciare, la tirannia.

Francesco (voce): Una rivendicazione, che sia la libertà, che sia qualcosa che prima avevi e ora non hai più, come Erebor per i Nani, la libertà degli scozzesi, la libertà degli uomini liberi che poi sono stati ridotti in schiavitù per fare i gladiatori.

Federico: Nel mezzo ci siamo noi, ci piacerebbe far valere la nostra musica.

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Qual è, secondo voi, l’aspetto vincente del disco?

Claudio: I ritornelli, i cori.

I ritornelli sono veramente belli, le melodie me le ricordo bene.

Claudio: Tre settimane di lavoro per i cori e i ritornelli. Poi anche il missaggio, i corni e tutto quello che ha creato l’atmosfera delle guerre.

Francesco: Sai qual è per me l’aspetto vincente del disco? Quando si pensa al power metal si pensa a un certo tipo di power metal, o degli anni ’80 (Helloween, Gamma Ray) o sennò la scuola degli anni ’90, quella di Fabio Lione e dei Rhapsody. Si vanno sempre a cercare quelle sonorità forse perché ha davvero fascino e ha avuto un periodo d’oro, ma l’aspetto vincente del nostro disco è il non assomigliare a quel tipo di musica. È power metal, se l’ascolti non puoi dire che non è power metal, ma a partire dall’accordatura, alla scelta dei tempi, parti più progressive o ritmi stoppati… è una cosa che secondo me nel power non è ancora stata fatta. Non si può essere molto oggettivi sulla propria musica, ma se dovessi dirti un altro gruppo al quale assomigliamo non so fartelo. Magari c’è un coro o un’altra cosa che può ricordarmi qualcuno, ma lo senti e dici “è il disco dei Wind Rose”.

Come vi ho detto prima, nel vostro disco ci ho trovato lo spirito degli anni ’90, quando ero giovanotto, musica ruspante, però se dovessi dire quali sono le influenze non saprei farlo perché non sono palesi. Siete personali, c’è gusto…

Claudio: È un bel complimento!

Cristiano: Speriamo che questa sia un’arma vincente, è tutto lì quello a qui puntiamo.

Francesco: Prendiamo le briciole di un genere che ormai è alla fine con quei canoni, cerchiamo di essere più originali possibili. Se le cose si fanno con costanza, a modo, penso che i risultati arrivano al di là delle aspettative iniziali. Dici “cosa voglio fare nella vita? In questo disco c’ho messo tutte le carte che al momento della scrittura del disco mi potevo giocare, me le sono giocate tutte al 100%, il disco me lo ascolto e mi piace”, quindi quando arrivi a questo sei soddisfatto, capisci di aver raggiungo un punto d’equilibrio tra line-up e songwriting che è la via che devi seguire. Per il primo disco eravamo tutti un po’ titubanti, c’ero io che ero arrivato da un gruppo hard rock, da una scena diversa, loro facevano puro progressive metal, Cristiano…

Cristiano: Power metal e genere progressivo. Ora sto esplorando questo folk, tra tutti io sono quello che lo percepisce di meno, sono più legato al classico. Gli Eluveitie li trovo interessanti, incastrano diverse cose che mi piacciono, magari documentandomi riesco a scoprire altri gruppi in gamba.

Hai attraversato diverse fasi della musica, come vivi ora l’esser musicista in un’epoca dove tutti sono musicisti e tutti fanno dischi?

Cristiano: La sento questa cosa! C’è parecchia differenza rispetto a prima, il mercato pullula di dischi, quello che fa la differenza alla fine è quel qualcosina in più che ti fa emergere, altrimenti diventi la copia di qualcuno, un clone. È bene avere influenze ma è fondamentale avere le proprie idee. Noi prendiamo tutto da tutti, un po’ di qua e un po’ di là, ma la mano e la testa per quel riff o fare una melodia alla tastiera, è quello che fa la differenza. Collegandomi alla tua domanda, ora è molto più difficile, prima era un corridoio largo con poche persone, ora è un corridoio stretto con un sacco di persone. Si è persa anche la qualità. Nel 2015 è fondamentale riuscire a creare la propria identità, fa bene al gruppo e fa bene alla musica.

Federico: È anche molto difficile…

Cristiano: È la parte più difficile…

Francesco: È così perché tanti gruppi che pur di fare uscire il disco dicono “ah bello questo riff, forte l’orchestrazione, mettiamoli in una canzone”, e sento dei cd che sono copia/incolla di altre migliaia di dischi, quindi a cosa è servito far uscire il disco? Magari è servito per il prossimo lavoro, “ragazzi, s’è fatto un cd che è uguale a tutti gli altri, facciamo qualcosa di nostro”, e magari serve per non fare le stesse cose, anche seguendo le mode, se capisci che la tua vocazione è quella. Per noi i mastermind sono Claudio e Federico, quindi chitarra e tastiera, l’identità l’hanno trovata loro anche in base alla line-up.

Siamo quasi alla fine di questa bella chiacchierata… vi chiedo un parere sul fatto che ho visto le foto delle date in Spagna e in Francia e i locali erano pieni, poi venite in Italia e a Milano si arriva forse a duecento spettatori…

Claudio: Ieri a Firenze anche peggio, forse centocinquanta persone.

Come mai in Italia è sempre così?

Daniele: Se fai cover ti ci vengono trecento persone, se fai musica inedita…

Francesco: L’organizzazione. Se sul biglietto c’è scritto inizio concerti alle 20 e tu fai suonare i gruppi alle 18.30… non dico noi che siamo quasi nessuno e stiamo emergendo, ma fai suonare un gruppo come gli Skalmold alle 19.15… se fossi un organizzatore non farei mai una cosa del genere. In Italia si esce da lavoro alle 18 se ti va bene, come fai a far suonare alle 18.30 se scrivi sul biglietto le 20?

Claudio: A Milano 200 spettatori, a Marsiglia quasi 900.

Daniele: A Marsiglia abbiamo suonato in una struttura che aveva anche la scuola di musica, per gli studenti c’era la programmazione della settimana per poter assistere ai concerti, in Italia una cosa del genere non esiste.

Claudio: Ci ha colpito che in Spagna lo sponsor della data era il Carrefour (una catena di supermercati, nda).

Cristiano: Una visione molto più aperta, di muovere l’economia, che sia musica o altro.

Claudio: Un’altra cosa è il prezzo del biglietto: in Italia tra ventotto e trentuno euro, ad Atene sono quattordici euro.

Siete stati confermati al Fosch Fest per la giornata “italiana”: cosa vi aspettate?

Daniele: Un grosso obiettivo sarebbe quello di avere un pubblico davanti che ci ascolta. Il Fosch potrebbe essere l’occasione per dire “noi siamo qui”, ma non perché siamo meglio di altri, giusto per far vedere che esistiamo.

Francesco: Speriamo che la gente apra la mente al fatto che sì, non facciamo folk, ma abbiamo dei riferimenti folk all’interno della nostra musica, magari non sarà semplice, ma sono sicuro che si potranno divertire. Speriamo di avere dei consensi anche dove a noi il campo è ancora sconosciuto.

Ragazzi è stato un piacere, buon concerto!

Grazie a te!

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Wind Rose e Mister Folk.