Intervista: Wind Rose

Con un lavoro bello e intenso come Stonehymn, era impossibile non intervistare i toscani Wind Rose. Ne è uscita una chiacchierata interessante e sincera con il cantante Francesco Cavalieri, nella quale si parla sì di musica, ma anche di “fratellanza underground”, differenza tra scena italiana ed estera, indiani d’America e nani tolkieniani. Orecchie pronte ad ascoltare quello che i Wind Rose ci propongono: siamo tutti testimoni della nascita del  “Dwarven Metal”!

Ci siamo incontrati (leggi QUI la precedente intervista) quando eravate in tour con Eluvetie e Skalmold, vi ritrovo ora con il nuovo disco Stonehymn appena pubblicato. Cos’è successo in questi due anni?

Ciao Fabrizio, felice di risentirti. In questi due anni abbiamo sicuramente fatto le esperienze più importanti della nostra vita, sia dal punto di vista lavorativo che del songwriting; siamo riusciti a trovare la nostra chiave di scrittura che ci ha accompagnati e ispirati per questo nuovo album: una miscela di power metal e folk metal che ci contraddistingue nell’odierna “vasca di squali” del business musicale.

Una volta si diceva che il terzo disco è quello della verità. Se così fosse potete stare tranquilli visti la qualità del vostro lavoro…

Non sei il primo da cui lo sentiamo dire, evidentemente è una delle regole non scritte dell’arte! 🙂

Siete passati dalla Scarlet Records alla Inner Wound Recordings: ci sono stati problemi con l’etichetta italiana o è stato un semplice rapporto arrivato alla conclusione?

Beh… diciamo che una cosa non esclude l’altra. Con la Scarlet Records credevamo (ingenuamente) di raggiungere un livello di promozione ottimale, di firmare per qualcuno che vedeva e credeva nel potenziale di questo progetto e quindi di essere supportati a livello economico per intraprendere la grande “scalata”… così non è stato. Tutte queste cose le abbiamo trovate nella florida terra svedese con Innerwound Recordings, pronta ad accoglierci con una vera proposta per il nostro album Stonehymn, con un vero piano di lavoro che punta a far crescere la band, dando veramente tutto per le band che lavorano con loro. Ci siamo guardati in faccia, abbiamo lasciato quella terra arida e malsana, piena di “amici di amici”, per abbracciare l’etichetta a cui dobbiamo moltissimo del successo riscosso fino ad ora. Supporto più totale da parte della label, royalties sul venduto 10/15 volte superiori a ciò che era stato con Scarlet Records, le persone che seguono la nostra band attivamente sono aumentate, le visualizzazioni su YouTube parlano da sole.

“Dwarven metal”: ci spiegate questa autodefinizione?

Dwarven Metal è un termine nato un po’ per gioco che stava a indicare il nostro orientamento musicale… Nato per gioco e poi preso subito sul serio dalla critica e dal pubblico, forse la storia che si ripete se guardiamo band come i Turisas con Battle Metal; un’etichetta che portiamo con massimo onore e rispetto vista la nostra inclinazione fantasy marcata. 

Con To Erebor avete confermato, dopo The Breed Of Durin dell’album precedente, la passione per Tolkien. Pensate di utilizzare riferimenti tolkieniani anche in futuro? Cosa vi affascina maggiormente del mondo creato dal Professore di Oxford?

Da buoni giocatori di D&D, MMORPG e quant’altro sappiamo benissimo che la maggior parte delle ambientazioni è stata ispirata dai lavori di Tolkien. Uno specchio sul mondo moderno e antico tramutato in fantasia, dove tutto può essere il contrario di tutto ma rimarca con fermezza la distinzione tra il bene e il male: forse ciò che manca nel mondo in cui stiamo vivendo? Il mondo del fantasy sicuramente ci ha sempre appassionato, tant’è che il nostro primo disco è stato un concept molto LotR-alike, e abbiamo sempre accomunato questa passione alla musica. I riferimenti ai capolavori tolkieniani e soprattutto ai nani (di cui ormai faccio parte anche io visto che sono stato soprannominato Durin VIII ahah!) non mancheranno di sicuro nel prossimo disco, anzi, possiamo affermare che sarà uno dei nostri punti cardini per il futuro del Dwarven Metal, forgiato nel metallo, che merita maggior gloria.

Pensando a Stonehymn le prime cose che mi vengono in mente sono le ottime orchestrazioni/melodie, la robustezza della chitarra, la sezione ritmica iper compatta e la tua voce padrona del tutto. In particolare mi ha colpito Fallen Timbers, nella quale ho sentito dei richiami western, se così si può dire. Di cosa parla la canzone e avete realmente cercato di creare delle sonorità in grado di evocare immagini da film western?

Hai colpito nel cuore dell’album. Il concept di Stonehymn è incentrato appunto su due razze, una reale e una di fantasia, scacciate e rinnegate dalle proprie terre ormai invase e distrutte, che però hanno fatto di tutto per combattere, resistere e riappropriarsi di ciò che era loro: i nativi americani e i nani de Lo Hobbit. Queste sonorità che evocano scenari western sono un tributo al maestro Morricone, che amiamo moltissimo, e ad un grande popolo legato con la terra e la natura (cosa persa con l’evoluzione dell’uomo moderno), spirituali e animisti verso ciò che essa gli offriva, grandi combattenti e fedeli alle loro radici.

Come nascono i testi delle canzoni? Ci sono degli input esterni che danno il guizzo per l’idea iniziale o è un lavoro più meticoloso e di ricerca?

I testi delle canzoni solitamente nascono in entrambi i modi, non saprei dirti quale canzone è nata in un modo o quale in un altro, so dirti però che quando viene presa coscienza degli elementi chiave dell’album viene scritto tutto tramite le considerazioni personali sull’argomento che trattiamo, e arricchito e impreziosito con aneddoti o situazioni riportate alla luce tramite accurate ricerche.

Per la copertina vi siete rivolti a un nome gigantesco come quello di Jan “Orkki” Yrlund. Come si è svolto il lavoro e avete ottenuto l’immagine che avevate in mente, oppure l’artista ha creato qualcosa di più personale?

L’idea di base era molto simile, ma a disco finito, viste le influenze che erano venute fuori, l’artista ha dato una visione personale del tutto per poter trovare un connubio tra le due cose. La bozza creata da noi era più boschiva e astratta perché l’idea iniziale era di fare un album solo sui nativi americani, un album che come prima idea doveva chiamarsi “The Animist”. Personalmente, però, volevo dare un seguito a quel che era stato per me The Breed Of Durin e quindi ho voluto continuare a scrivere testi sui nani di Tolkien; a oggi, è stata la miglior scelta che abbia fatto nella mia vita. 

In cosa pensate che Stonehymn si distingua dal resto della scena heavy metal? Quali, secondo voi, i punti di forza dell’album?

Stonehymn, ma comunque il songwriting dei Wind Rose si distingue per essere un buon mix di molti generi, alcuni più recenti, altri più istituzionali del metal. I cori e le orchestrazioni sono il nostro punto di forza, maestosi e potenti danno il giusto spessore per sprigionare l’epicità dei brani. É giusto però anche far presente la costante ricerca fra elementi e chiavi del metal moderno: come per esempio i breakdown del metalcore o le parti di batteria più death, che danno una ventata di aria fresca a un genere ormai stagnante come il power metal di stampo italiano o l’inflazionatissimo folk metal nord europeo.

Mi piacerebbe conoscere le vostre influenze personali e come vi siete avvicinati alla musica suonata.

In tutta la nostra “convivenza” all’interno di questa famiglia abbiamo sempre avuto influenze diverse, siamo ascoltatori a 360 gradi (e forse questo è il punto di forza più grande, togliersi il paraocchi/orecchi), ma con gli anni ci siamo resi conto che andavamo comunque di pari passo e che le nostre differenti crescite musicali potevano compensarci e dar vita a qualcosa di nuovo.

 Se dovessi alcuni nomi di band significative per noi, e su cui ci siamo trovati sempre in sintonia, direi sicuramente: Symphony X, Turisas, Wintersun ed Ensiferum.

Siete attivi dal 2009 e pur provenendo da una zona centrale come la Toscana, mi siete sempre sembrati un po’ fuori dal circuito underground tricolore. Come avete visto cambiare (migliorare/peggiorare) la scena e come giudicate le piccole realtà che in teoria dovrebbero fare squadra per crescere tutti insieme?

Questa è un po’ una domanda a cui tutti cercano una risposta, io ti darò semplicemente la mia personale opinione: una vera e propria scena dove tutti cresciamo insieme, ci aiutiamo con le date per fare scambio e altro può essere concepita solo in una situazione underground di un progetto. Quando cominci a vedere le prime critiche, le prime persone che per mille motivi ti voltano le spalle e senti la competizione arrivi a una semplice conclusione: il mondo del metal underground, del pub dove suoni con la band tua amica dove dopo ci sbronziamo tutti insieme, per te è finito. Quel mondo ti sta stretto e senti la necessità di metterti in gioco in situazioni molto più grandi di te, di lottare con tutte le tue forze per arrivare a elevarti e ad evidenziarti dalla massa. Purtroppo in Italia spesso viene scambiato da tante band il mondo underground con il mercato musicale internazionale, e nascono delle faide anche tra band che suonano alla sagra del tortello in brodo, o ancora peggio, nascono le rockstar di quartiere. Noi abbiamo preferito fare la nostra strada, essere in pace con tutti ma seguire le nostre ambizioni e macinare esperienze, senza star a guardare troppo cosa fa quello o l’altro, senza perdersi troppo nelle guerre tra poveri. Adesso siamo in pista e dobbiamo ballare con band di grosso calibro, faremo del nostro meglio sempre e porteremo sempre rispetto a chi davvero ha spaccato tutto nella scena metal internazionale, rimanendo però sempre fermi e convinti sul fatto che devono far spazio perché siamo intenzionati a prenderci il nostro posto.

In una nostra conversazione privata mi avete accennato alle difficoltà di suonare in Italia, mentre in Europa la cosa non sembra così complicata.

Il problema dell’Italia non sta nelle venues ma negli ascoltatori. Non c’è interesse nell’andare a sentire una nuova band, un nuovo progetto, si preferisce spendere centinaia di euro per un Big senza renderci conto che un giorno non avranno con chi rimpiazzarli. La maggior parte dei locali (non tutti, tantissimi sono veramente convinti e sostenitori della scena) preferiscono non puntarci molto, quindi tendono a proporre serate per condizioni inaccettabili che quindi siamo costretti a declinare. In Europa la situazione cambia, l’ascoltatore si informa, segue e poi se piace si fa i chilometri per sentire qualcosa di interessante, paesi in cui anche l’economia funziona meglio e che quindi permettono alla band ospite di avere delle condizioni migliori che spesso portano anche degli utili da poter reinvestire nel progetto.

Vi ringrazio per la disponibilità, spero di potervi vedere presto su un palcoscenico!

Grazie mille a te Mister Folk! Alla prossima!

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