Vinterblot – Realms Of The Untold

Vinterblot – Realms Of The Untold

2016 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Phanaeus: voce – Vandrer: chitarra – Auros: chitarra – Eruner: basso – Wolf: batteria

Tracklist: 1. Evoked By Light – 2. Frostbitten – 3. Unveiling The Night’s Curtain – 4. The Summoning – 5. Vagrant Spirits In A Misty Rainfall – 6. …Of Woods And Omen – 7. Stone Carved Silence – 8. Throne Of Snakes – 9. Triumph Recalls My Name (bonus track)

VinterblotRealmsOfTheUntold

Il gelido vento del Nord non era così freddo e minaccioso da non si sa quanti anni. C’è stato un tempo in cui non si contavano le uscite discografiche qualitativamente eccellenti provenienti dalla Scandinavia, ma così come è nato, il gelido vento del Nord è quasi scomparso: tra band che si scioglievano o altre che cambiavano stile quasi rinnegando quanto fatto in passato, l’affilato alito di morte è stato dimenticato, o quasi. In verità qualche formazione è andata avanti per la propria strada, ma il sound e l’attitudine degli anni ’90 non hanno più attirato orde di metallari inferociti come in passato, e la scena è rimasta nell’oscurità, pur non disdegnando, di tanto in tanto, qualche piacevole colpo di scena.

Il nuovo lavoro dei pugliesi Vinterblot è un vero colpo al cuore (e al collo!): la creatura partorita dal quintetto italiano è spaventosa e al contempo ammaliante, in grado di far rivivere il glorioso passato con un approccio contemporaneo e personale. Le premesse, d’altronde, c’erano tutte: all’interessante demo For Asgard del 2010 è seguito il buon debutto Nether Collapse di due anni più tardi, lavori in grado di far conoscere la band anche oltre i confini nazionali e di gettare delle solide basi per l’eccellente Realms Of The Untold.

Tutto, in questo cd, è fatto in ottima maniera. La copertina, opera del noto Marco Hasmann (Flashgod Apocalypse, Faust ecc.), e il layout grafico di Saverio Giove (mente degli ottimi progetti Emyn Muil, Valtyr e Ymir) permettono all’ascoltatore di entrare immediatamente nel mood del disco, ma la prima grande nota positiva che balza all’orecchio – prima ancora di constatare la bontà delle composizioni – è senz’altro la divina produzione del guro Dan Swanö (Nightingale ed ex Bloodbath, al lavoro dietro la consolle per una quantità di gruppi da fare impressione). I suoni dei Vinterblot non sono mai stati così potenti, reali, cattivi e puliti (le registrazioni sono avvenute al Sun Keeper Studio e il Sudestudio per la batteria), gli strumenti sono mixati in maniera esemplare, la sezione ritmica colpisce sempre duro e le chitarre sono ottimamente risaltate dal lavoro alla consolle del musicista/engineer svedese. Infine, una doverosa menzione per i testi e il concept che riguarda la magia, l’alchimia e l’esoterismo: il disco è diviso in tre capitoli (Antimomy, Realgar e Onyx, tre minerali) da tre brani ciascuno, per un totale di nove composizioni, numero di completezza e compimento.

Le prime note di Evoked By Light, chitarre “melodiche” che si intrecciano con un aggressivo lavoro di batteria, introducono la profonda voce gutturale di Phanaeus. Non poteva esserci apertura più interessante di un manifesto sonoro e intellettuale come questo. Riff spacca collo, violenza sonora che lascia spazio e si alterna con suggestive partiture di ottime melodie e reminiscenze di alcuni grandi gruppi degli anni ’90 sono gli ingredienti di questi quarantuno minuti di death metal nordico che non soffre di momenti di stanca, tritando l’udito dell’ascoltatore per tutta la durata del platter. Il possente mid-tempo di Frostbitten sembra poter rivelare alcuni dei nomi di riferimento per i Vinterblot, ma la band è brava nel personalizzare anche le soluzioni meno originali. L’ottimo guitarwork – marchio di fabbrica della band pugliese – di Unveiling The Night’s Curtain caratterizza con successo il brano che alterna sfuriate aggressive con momenti meno brutali ma non per questo meno intensi. La suggestiva The Summoning sembra fatta apposta per essere suonata in concerto: tra repentini cambi di tempo e parti d’atmosferico terrore, è una killer song ideale per ogni live show. Vagrant Spirits In A Misty Rainfall suona inizialmente minacciosa quanto deliziosamente melodica quando le due asce si lasciano andare a suggestivi fraseggi dissectioniani; l’andatura del brano rimane comunque oscura fino al gustoso finale di tremolo picking, particolarmente ispirato. Le suggestive chitarre acustiche di …Of Woods And Omen fermano momentaneamente il massacro da parte dei Vinterblot, rendendo la successiva Stone Carved Silence ancora più feroce di quel che già normalmente suonerebbe: una composizione figlia dell’amore dei cinque musicisti per la grande musica scandinava della prima metà degli anni ’90, quando il death metal non era ancora stato imbastardito da ritornelli con voce pulita e soluzioni catchy di dubbio gusto. L’ottava traccia Throne Of Snakes è la più inquietante e pesante a livello di atmosfera di tutto l’opus: in questi tre minuti di durata l’ottimo cantato di Phanaeus e le trame delle sei corde, con l’instancabile sezione ritmica, composta da Eruner al basso e Wolf alla batteria, che lavora in maniera egregia, lasciano un senso di gradevole incompiuto; non a caso il finale è un semplice quanto etereo fadeout, soluzione può lasciare stupito l’ascoltatore, ma che si rivela particolarmente azzeccata. Realms Of The Untold finisce in maniera inaspettata, ma che può essere vista come una porta aperta per eventualmente proseguire il discorso musicale/lirico nel prossimo disco. La canzone Triumph Recalls My Name (originariamente pubblicata come singolo digitale nel marzo 2014) è la gradita bonus track, un imponente muro sonoro contro il quale è un grande piacere sbattere e sanguinare.

Realms Of The Untold è un lavoro di prima categoria: fosse uscito dalla Scandinavia o dalla terra d’Albione avrebbe probabilmente guadagnato le copertine dei più prestigiosi magazine del settore, invece i Vinterblot sono del profondo sud Italia e la strada per la gloria è di conseguenza più lunga, ma, data la caparbietà del quintetto e la musica di questo cd, tutt’altro che irraggiungibile. La musica, d’altra parte, è la sola cosa che realmente conta, e quella del quintetto di Bari è di eccellente qualità.

Ne Obliviscaris – Portal Of I

Ne Obliviscaris – Portal Of I

2012 – full-length – Code666 Records

VOTO: 9 – Recensore: Persephone

Formazione: Xenoyr: voce – Tim Charles: voce, violino – Matt Klavins: chitarra – Benjamin Baret: chitarra solista – Brendan “Cygnus” Brown: basso – Nelson Barnes: batteria

Tracklist: 1. Tapestry Of The Starless Abstract – 2. Xenoflux3. Of The Leper Butterflies4. Forget Not5. And Plague Flowers The Kaleidoscope6. As Icicles Fall7. Of Petrichor Weaves Black Noise

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Per non dimenticare. Per non lasciare che un sussulto – reale o sognato che sia – si spenga nell’amara vanità dei giorni. Nessun oblio, nessuna anelata damnatio memoriae, solo la greve consapevolezza degli istanti vissuti, quel delizioso languore che, insopprimibile, si accompagna all’antica arte della rimembranza. Così recita il monito dei Ne Obliviscaris, così ebbi a leggere un tempo in un volume di Borges: “un simbolo, una rosa può ferirti, un accordo di chitarra straziarti”.

E quale dolce strazio furono per me le note di Forget Not la sera in cui per la prima volta la mia anima – se una me ne è stata concessa – ne fu letteralmente travolta: dal sublime rapimento alla catartica estasi, la musica dei Ne Obliviscaris, sin dal 2007, anno di uscita del sorprendente The Aurora Veil, si erge su vette inarrivabili, le stesse che hanno valso alla band di Melbourne la palpitante aspettativa creatasi intorno all’atteso Portal Of I, debut album del sestetto australiano e nuova, fantasmagorica perla del più estremo tra gli esperimenti finora noti in fatto di metal underground. Un sound intenso e complesso che, ricco di influenze tra le più disparate – dal prog al black, dal thrash al death, dal jazz al flamenco –, non esita a ridisegnare il confine esistente tra i generi e, supportato da un magistrale uso della tecnica, si libra inafferrabile tra i seducenti incanti di una chimerica terra di nessuno, laddove, alla frontiera della consuetudine, spirito, passione e utopia musicale s’incontrano in un’unica, straordinaria miscela di – cito testualmente dalla Code666progressive/extreme/melodic/violin-laden metal.

Presenza non secondaria, infatti, il violino dei Ne Obliviscaris, tale Tim Charles, ha un ruolo di primo piano nei voli struggenti che le linee melodiche dei nostri compiono con raffinata naturalezza. E che dire dell’intreccio delle vocals? Potenza e malinconia che, tra il growling (più rari gli accenni di scream) di Xenoyr e il cantato pulito del già nominato Charles, donano profondità e vigore a un songwriting intessuto sui fili di una tanto visionaria quanto armonica difformità. Su tutto, poi, le calde note della chitarra flamenco, quella suonata in taluni pregevoli interludi dal solista della band, il francese Benjamin Baret, per la cui presenza in questo disco non ci si è certo risparmiati: prova ne sia il prolungamento del visto australiano del suddetto, per l’ottenimento del quale, opinione pubblica e industria musicale si sono variamente adoperate – parla chiaro in tal senso la raccolta di tremila firme che, in giro per il mondo, hanno contribuito nel loro piccolo a promuovere la causa perorata dalla band presso il Dipartimento Australiano d’Immigrazione.

Album pensato in tutto e per tutto, dunque, Portal Of I, si apre con la versione ri-registrata di Tapestry Of The Starless Abstract che, insieme con Forget Not ed As Icicles Fall, è qui riproposta in una veste più definita e brillante rispetto a quella presentata nel già vincente demo d’esordio The Aurora Veil. Dodici minuti di “deliranza” sonora che, tra tripudi di doppia cassa, infinite progressioni e improbabili pause atmosferiche, strutturano la sostanza di un elegante arabesco di accordi abilmente impreziosito da un commovente climax finale, in cui splendida si tratteggia la levità della sezione ritmica – in primis il tocco del basso – a sostegno di un toccante canto elevato dai nostri alle vestigia di un novello paradiso fortunosamente ritrovato. Xenoflux prosegue nella sovrapposizione di suoni e colori, vortici cosmici in perpetuo movimento: qui a prevalere è la furia e il folle vaneggiamento delle lyrics in growl… poi, d’un tratto la quiete, l’ora dei violini e delle chitarre arpeggiate, il tutto appena un attimo prima del ritorno alla distorsione e al più disperato dei ruggiti. L’intro jazzata di Of The Leper Butterflies mostra ancora una volta la classe di un brano dagli insospettabili esiti, tra languidi gorgheggi di cantato pulito e un sottofondo d’inaudita violenza sonora, salvo poi sfociare in brillanti evoluzioni chitarristiche, penultima tappa prima della geniale chiosa a inquadramento di uno stupefacente crescendo di violino, il cui rinnovato tappeto d’impensabile devastazione alternativamente stupisce e disorienta. Una cascata di arpeggi, armonici e archi da brividi: questa l’apertura del capolavoro Forget Not, pezzo la cui intensità stringe il cuore in una morsa di ricordi dal sapore acre. Semplicemente perfette le linee di basso, specchio di una base ritmica sempre pulita e ben cadenzata, magnifico il connubio delle voci, avvincente l’equilibrio delle partiture, un ibrido composito dalle innumerevoli sfaccettature. Amo questa canzone, mi perdo tra le sue note e ho solo voglia di ascoltarla e ancora una volta riascoltarla. Ne Obliviscaris. Forget Not. Per non dimenticare. Crea e disfa melodie la seguente And Plague Flowers The Kaleidoscope: un inizio estremamente scandito all’insegna di violino e chitarra flamenco in voluttuosa danza, poi l’irruente ingresso del riffing più feroce e la magia vorticante di arzigogoli in assolo…sfumature sonore che aprono la pista al trionfo delle pelli, il cui piglio incalzante non fa che stravolgere e guidare sino all’ultima, dilaniante conclusione:

… And plague colours
A masterpiece of pain
The portrait of what we are…

Vecchia conoscenza anche As Icicles Fall con i suoi tempi delicati e fluttuanti, sulla cui inconsistenza duro si abbatte poi l’impeto della tempesta: parole sconnesse nei testi, un flusso di coscienza che si spegne e rifiorisce all’unisono con la proteiforme evoluzione dell’essenza strumentale; due anime – acustica ed elettrica – sapientemente unite in un’unica ammaliante osmosi. Chiude Of Petrichor Weaves Black Noise, ultimo florilegio di magnificenza targato Ne Obliviscaris. La sensazione è quella di una pioggia battente, un disperato sguardo che si eleva verso l’inconoscibilità del cielo… è musica per folli questa, per bastardi sognatori, il cui unico limite resta sempre e solo questa fottuta, stramaledetta, avvilente realtà di superficie:

dreamer, I
dream o dream
dream, follow me afar
weep, come kingdom come
(ohh) hope…

libera me…

L’epilogo sacrale resta sospeso a mezz’aria, tra i lamenti di un violino tremante e l’eterea fiaba di un impalpabile coro di straordinaria pregnanza: nessun confine, nessuna regola, una mano tesa a lenire lo spettro del vuoto imperante. Sic est. Questa è la verità di Portal Of I, impresa sublime, prodotta dal violinista e cantante Tim Charles con la collaborazione di Troy McCosker presso i Pony Music Studio di Melbourne. Ultimo tocco quello del missaggio/masterizzazione made in Sweden (Fascination Street Studios) ad opera di Jens Bogren (Amon Amarth, Opeth, Thyrfing, Ihsahn, Katatonia, Eluveitie ecc.).

Come, alfine, concludere? Cinque gli anni di attesa. La visione – oscura e superba gemma di un’inafferrabile divenire – si mostra ora a noi finalmente compiuta. Da più parti si è detto della difficoltà d’ascolto di una proposta del genere, dei tecnicismi, dell’assenza di schemi a tratti di faticoso inquadramento. Io vi dico: li ho amati sin da subito. Alcuni affermeranno che c’è del già sentito, altri che mancano di uno spirito chiaramente identificabile, altri ancora che si fa un gran parlare di un’accozzaglia di noie virtuosistiche. E, nonostante questo, fidatevi, io continuo a dirvi: questi ragazzi volano e fanno volare, chiudete gli occhi, abbandonate i sensi e, miseriaccia, vi prego, non dimenticateli. Forget Not.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Amon Amarth – The Crusher

Amon Amarth – The Crusher

2001 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Olavi Mikkonen: chitarra – Johan Söderberg: chitarra – Ted Lundström: basso – Fredrik Andersson: batteria 

Tracklist: 1. Bastards Of A Lying Breed – 2. Masters Of War – 3. The Sound Of Eight Hooves – 4. Risen From The Sea (2000) – 5. As Long As The Raven Flies – 6. A Fury Divine – 7. Annihilation Of Hammerfest – 8. The Fall Through Ginnungagap – 9. Releasing Surtur’s Fire – 10. Eyes Of Horror (Possessed cover, bonus track)
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Gli Amon Amarth tornano sul mercato dopo quasi due anni dal precedente album The Avenger, e lo fanno con un disco che in parte prende le distanze da cosa prodotto nei primi due capitoli della loro discografia. Se per Once Sent From The Golden Hall e The Avenger si poteva infatti parlare di viking metal, a mio parere sempre con molta generosità, con The Crusher i cinque musicisti di Stoccolma iniziano un percorso di melodicizzazione del sound, apportando alla loro musica riff e melodie più vicini stilisticamente al death metal che non al viking. La questione “genere musicale” ha sempre diviso e creato confusione, ma credo che conti ben poco quando si ha a che fare con un disco di questa imponenza.

Registrato nel novembre 2000 presso i gloriosi Abyss Studios, mixato da Peter Tägtren e prodotto dalla band stessa, The Crusher rivela un nuovo modo di suonare per i vichinghi svedesi, più brutale e meno sporco rispetto al recente passato, più “ricercato” ma al contempo maggiormente diretto. In realtà il terzo capitolo della saga Amon Amarth suona maledettamente personale, la naturale evoluzione di un sound di battaglia, fiero e prorompente.

Bastards Of A Lying Breed squarcia in due l’aria grazie al suono delle chitarre, affilate e graffianti come non mai: la batteria di Fredrik Andersson martella le carni, mentre i riff di Olavi Mikkonen e Johan Söderberg fanno a brandelli quel poco che di intatto rimane a terra, il tutto sotto lo scontroso growl del berserker Johan Hegg. Nel caos della composizione si nota però un certa ricerca della melodia, in una chiave sconosciuta nei precedenti dischi. Lo stacco melodico verso il finale della canzone ne è la prova, anche se ben presto la doppia cassa e l’armonizzazione di chitarra lasciano l’ascoltatore dinanzi uno scenario desolato, un quadro di morte e dolore di un campo di battaglia. Masters Of War è un inno all’odio, al disprezzo verso il cristianesimo. L’anticristianesimo è un tema spesso trattato dagli Amon Amarth, ma mai così forte e diretto come in questo album:

Masters Of War, torment every soul
Rape every whore that carries the cross

Le chitarre producono riff di qualità, mentre la sezione ritmica prende possesso del palcoscenico, riuscendo a rendere particolarmente ritmata una canzone che altrimenti avrebbe rischiato – testo a parte – di rimanere nell’ombra. La seguente The Sound Of Eight Hooves è probabilmente il brano che sintetizza al meglio il sound del gruppo che si fregia della versione in Sindarin (lingua della stirpe elfica dei Sindar) del tolkieniano Monte Fato. Alla matrice viking delle chitarre si contrappongono i ritmi dettati dalla belva umana che siede dietro al drum kit, maggiormente orientati verso lidi svedesi primi anni ’90. La bravura del gruppo è nel saper amalgamare le due cose, creando un sound unico e perfettamente riconoscibile fin dal primo ascolto. Segue la feroce Risen From The Sea (2000), nuova registrazione della vecchia omonima canzone presente nel primo demo del gruppo, Thor Arise dell’anno 1993. Lo stile verte in maniera decisa verso il sound di fine anni ’90, risultando, a tratti, primordiale, feroce e a dir poco irresistibile. Di mid tempo si parla per As Long As The Raven Flies, brano più breve del disco con i suoi quattro minuti di durata. I giri di chitarra sono meno incisivi rispetto il solito, la batteria allenta un pochino la presa e quel che viene fuori dà modo all’ascoltatore di respirare. Pochi istanti e l’aggressività di A Fury Divine riporta tutto nel caos, quel caos ordinato che gli Amon Amarth sanno creare come nessun altro nella scena. La doppia cassa di Andersson è la base di partenza per la razzia di Hegg e compagni di spada, il basso di Ted Lundström il silenzioso guarda spalle, mentre i due chitarristi e il biondo singer devastano senza pietà gli innocenti colli dei malcapitati. D’ora in avanti The Crusher prenderà nuovamente il sentiero tracciato dai primi due lavori, presentando Annihilation Of A Hammerfest, The Fall Through Ginnungagap e la conclusiva Releasing Surtur’s Fire, canzoni che si rifanno a livello lirico alla mitologia norrena e musicalmente alle atmosfere vichinghe, soprattutto per quel che riguarda il lavoro dei chitarristi. Alla ritmata e coinvolgente Annihilation Of A Hammerfest si contrappone l’evocativa The Fall Through Ginnungagap, dove l’atmosfera prodotta dagli strumenti si fa malinconica e decadente, mentre Johan Hegg urla del vuoto che precede la creazione del mondo. Chiude questo potentissimo lavoro Releasing Surtur’s Fire, dove la musica e il testo vanno a braccetto, furia musicale da sottofondo a furia lirica. La canzone altro non è che una classica composizione degli Amon Amarth, ovvero una potente miscela di forza bruta e inaspettata melodia. Come bonus track è presente la cover dei Possessed Eyes Of Horror, registrata nei meno nobili Das Boot Studios – la qualità audio è nettamente inferiore rispetto a The Crusher -, canzone poi finita nel tribute album Seven Gates Of Horror del 2004 a firma Karmageddon Media, disco che vede la partecipazione anche di gruppi quali Absu, Vader, Sinister e Cannibal Corpse.

I testi, come anticipato, sono fortemente anticristiani e trattano della ribellione pagana all’avanzare della “nuova” religione, fino alla vittoria della tradizione nordica nelle ultime tre tracce: dalla rabbia di Masters Of War si passa a The Sound Of Eigth Hooves, dove si narra di un predicatore in fuga inseguito da cani e persone, per finire poi, insieme ad altri tre cristiani, appeso ad una vecchia quercia; la furia anticristiana – decisa ma mai offensiva – prosegue fino alla pesante A Fury Divine, dove si racconta la morte a testa alta di un pagano:

LIES! Spread by preaching men
I’m on trial for being who I am
And praising the Gods of my native land (…)
The proud man stood firm, he refused to kneel
Tehn fury in him was divine
Now he is dead, his fate has been sealed
He’s brought to Golden Hall up high

Le ultime tre canzoni sono invece incentrate sulle divinità nordiche, in particolare Releasing Surtur’s Fire tratta del Gigante del Fuoco Surtur e della genesi del Ragnarok:

He’s riding down ‘cross a field but nothing is the same
This place he knew as Hammerfest
When the old Gods reigned
The army of demons rides
By his side with weapons drawn
Today is the day
When Ragnarok will be spawned

mentre in Annihilation Of A Hammerfest è presente una struggente promessa vichinga: 

Allvise Ygg, Maktige Harjafader
Guda av Asars och vaners att
Hor mina ord, nar som jag svar
Att om tusen vintrar ater ta var ratt?

(tr.: Onniscente Terribile, possente Padre della Devastazione – Dei della stirpe degli Asi e dei Vani – Ascoltate la mia parola, ora mentre guiro – Che in mille inverni rivendicheremo il nostro diritto)

Si può parlare, quindi, di The Crusher come una sorta di concept album in termini temporali: la rabbiosa reazione delle popolazioni del nord al proliferare del cristianesimo, la cacciata dei religiosi per la finale vittoria del pantheon nordico.

The Crusher è il degno successore di Once Sent From The Golden Hall e di The Avenger, lavoro che si apre verso dinamiche e sonorità che con il tempo diventeranno predominanti. Un album che segna la crescita artistica degli Amon Amarth e che rimane tutt’oggi uno dei migliori lavori del combo svedese.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Krygar – From The Lands Of North

Krygar – From The Lands Of North

2014 – demo – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Christian Manzini: voce – Alessandro Calcaterra: chitarra – Paolo Taurino: chitarra – Mattia Berrueta: basso – Andrea Passarella: batteria

Tracklist: 1. Figth For Your Life – 2. Blood – 3. Bloody Flag – 4. Guardian Of Cemetery – 5. Cry Of The Banshee – 6. The Pursuit Of Vikings (Amon Amarth cover)

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I Krygar sono una band di recente formazione (febbraio 2013) che arriva oggi al demo di debutto più agguerrita che mai. Il sound della formazione di Piacenza/Lodi è facilmente riconducibile al death metal di stampo svedese degli anni ’90, con un tocco di “grassezza” tipico dell’Olanda di quello stesso periodo.

Il demo From The Lands Of North è un sei pezzi (cinque inediti e una cover degli Amon Amarth) che inizia con Figth For Your Life: i primi riff suonano chiari, ovvero swedish death metal. Le chitarre macinano riff da headbanging, il vocalist Christian Manzini ha il timbro adatto per queste sonorità e il groove del pezzo è imponente. Maggiormente tirata risulta essere Blood, con le sei corde e la sezione ritmica a dettare tempi e le atmosfere lugubri fanno tornare alla mente i gloriosi anni ’90, quando act minori (per popolarità, non certo per qualità) come Centinex e Comecon sfornavamo gioiellini di ferocia e abilità. A tratti scarno, altre maggiormente potente, il brano centra il bersaglio con precisione senza fare prigionieri. Terzo brano del cd è Bloody Flag, canzone particolarmente melodica che, però, non perde nulla dal versante brutalità. Da segnalare la presenza della chitarra clean a inizio e a fine composizione e la voce sussurrata (ma sempre in growl) di Manzini: il risultato è particolare e diverso da quanto proposto nelle altre tracce. Guardian Of Cemetery presenta delle accelerazioni di grande efficacia, oltre a un veloce assolo di chitarra che ben si addice alla canzone. Cry Of The Banshee vede il testo spostato dal mondo nordico a quello irlandese: la Banshee, come ricorda William Butler Yeats – tra le altre cose Premio Nobel nel 1923 – è una fata che lancia il suo grido prima di una morte. Musicalmente è un mid tempo ben riuscito con innesti di melodia di scuola Mikkonen/Söderberg e in generale è la composizione più varia del demo. Come “bonus track” è presente la cover degli Amon Amarth The Pursuit Of Vikings: la versione della formazione tricolore è simile all’originale e va vista come un omaggio ai vichinghi svedesi.

From The Lands Of North è stato registrato presso l’Elfo Studio, lo stesso dove i Kalevala hms hanno realizzato Tuoni, Baleni, Fulmini: il risultato è convincente e, seppur migliorabile, un inizio professionale per un gruppo attivo da poco più di un anno. La presentazione grafica è molto spartana: una foto di gruppo, i testi delle canzoni e le informazioni tecniche.

I testi trattato della vita di tutti i giorni, utilizzando la mitologia norrena e il mondo nordico come metafore per esprime le sensazioni e le difficoltà quotidiane. Nota biografica: durante la registrazione del cd, i Krygar si sono visti improvvisamente abbandonati dal proprio cantante, sostituito immediatamente, e con successo, da Christian Manzini, autore di una prova convincente.

From The Lands Of North è un demo estremamente interessante, un tributo al passato che lascia spazio a future piccole evoluzioni e a un tocco maggiormente personale. Il demo ad oggi è un buon biglietto da visita che non mancherà di dare soddisfazione agli appassionati delle vecchie care sonorità e ai ragazzi della band.

Hell’s Guardian – Follow Your Fate

Hell’s Guardian – Follow Your Fate

2014 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr.Folk

Formazione: Cesare Damiolini: voce, chitarra – Freddie Formis: chitarra – Pietro Toloni: basso, voce – Dylan Formis: batteria

Tracklist: 1. Forgotten Tales (intro) – 2. My Prophecy – 3. Forgiven in the Night – 4. Away from My Fears – 5. Cradle’s Lake – 6. Last Forever – 7. Silence in Your Mind – 8. Lost Soul – 9. Neverland – 10. Follow Your Fate – 11. Middle Earth

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Gli Hell’s Guardian sono una formazione di Brescia nata nel 2009 che, dopo aver pubblicato l’anno successivo il demo self titled, arrivano al debutto in grande stile. Follow Your Fate è un disco ben riuscito di death metal melodico che presenta una band matura nonostante la poca esperienza e che mostra diversi punti sui quali i musicisti potranno lavorare per ampliare le soluzioni e osare qualcosa di più sperimentale e dinamico.

Il death metal del combo italiano è influenzato dagli Amorphis di metà carriera, con riferimenti al sound dei primi Ensiferum e un po’ di Suidakra più catchy. Il risultato, pur non particolarmente originale, è sicuramente interessante; caratteristica vincente è l’uso della voce pulita di Pietro Toloni che si alterna con successo al growl di Cesare Damiolini. Attenzione però, non si parla – fortunatamente! – di voce pulita ruffiana e lagnosa come molti gruppi metalcore/deathcore utilizzano nei classici ritornelli dal sapore adolescenziale, ma di voce “cantata” come si faceva una volta. Complimenti.

L’intro Forgotten Tales introduce My Prophecy, canzone che fa capire immediatamente di che pasta sono fatti gli Hell’s Guardian e quali le caratteristiche principali delle composizioni: cavalcate di stampo heavy, chitarre melodiche e cantato growl/pulito rendono l’inizio dell’album più che positivo. Power oriented e molto semplice la successiva Forgiven In The Night (in particolare il ritornello), mentre con Away From My Fears viene fuori prepotentemente l’importanza degli Amorphis per i ragazzi. Molto ben fatti i break e le parti melodiche, perfettamente riuscite e che si alternano con gusto con quelle più estreme. Con Cradle’s Lake i musicisti spingono un po’ sull’acceleratore, con il risultato di una bella canzone più aggressiva delle precedenti. Last Forever è un intermezzo di un minuto, buono per dividere in due il cd e tirare il fiato prima di immergersi in Silence In Your Mind, caratterizzata dalle brillanti melodie dei chitarristi Formis e Damiolini, dal chorus cantato in clean da Toloni e per la seconda parte del brano dove i musicisti, tra break acustici e l’assolo di chitarra suonato da Fabrizio Romani (chitarrista degli storici Skylark), vanno oltre la classica struttura metal. Lost Soul è un tipico pezzo mid-tempo di discreta fattura, mentre Neverland è una delle migliori composizioni di Follow Your Fate, più tirata e potente. Alla voce è presente come ospite Lily Stefanoni degli Evenoire, ma il meglio è rappresentato dagli strumentisti, in questa occasione in gran spolvero. La title track vede la Stefanoni (al flauto) e lo scream di Davide Cantamessa a dar man forte agli Hell’s Guardian in un pezzo cadenzato e malinconico, ma al contempo potente e virile. In chiusura di disco troviamo Middle Earth, bella rivisitazione in chiave metal dei temi principali che caratterizzano la fantastica colonna sonora de Il Signore Degli Anelli.

La qualità delle canzoni è più che discreta con picchi qualitativi notevoli, quel che manca a Follow Your Fate è il guizzo vincente, quell’osare qualcosa in più che potrebbe portare maggiore dinamicità ed energia improvvisa alle composizioni e al disco in generale. Quando la band si lascia andare, come in Silence In Your Mind, i risultati non tardano ad arrivare.

Follow Your Fate si presenta in un elegante digipack, con copertina e artwork creati da Jan “Örkki” Yrlund, ex chitarrista degli Ancient Rites e famoso per aver disegnato diverse front cover di Manowar, Korpiklaani, Svartsot, Týr, Celtibeerian ecc.); il booklet è ricco di foto, testi e informazioni. L’ottima produzione è stata curata da Fabrizio Romani, bravo nel far suonare ogni strumento in maniera pulita e naturale.

Gli Hell’s Guardian esordiscono con un lavoro professionale e interessante per chi apprezza il death metal melodico; sicuramente necessitano ancora di tempo ed esperienza per migliorare ulteriormente e osare qualcosa in più nel songwriting, ma è sicuro che già ora non possono non essere notati dagli ascoltatori di queste sonorità.

Amon Amarth – Surtur Rising

Amon Amarth – Surtur Rising

2011 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Johan Söderberg: chitarra – Olavi Mikkonen: chitarra – Ted Lundström: basso – Fredrik Andersson: batteria

Tracklist: 1. War Of The Gods – 2. Töck’s Taunt – Loke’s Treachery Part III – 3. Destroyer Of The Universe – 4. Slaves Of Fear – 5. Live Without Regrets – 6. The Last Stand Of Frej – 7. For Victory Or Death – 8. Wrath Of The Norsemen – 9. A Beast Am I – 10. Doom Over Dead Man
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Cinquanta minuti di death metal scandinavo marchiato con il loro ormai classico stile, questo propongono gli Amon Amarth nel disco Surtur Rising, ottavo full-length per il quintetto vichingo.

Il combo di Stoccolma da qualche anno sembra aver trovato la propria direzione musicale mostrandosi intenzionato, ora più che mai, a proseguire senza deviazioni. Il rischio di fare la parte degli Ac/Dc del death metal svedese – cosa di per se non disdicevole, vista anche l’ottima compagnia che avrebbero – esiste: potreste convenire sul fatto che è meglio produrre album buoni ma simili tra di loro, piuttosto che buttarsi in riletture stile In Flames. Non sono un “evoluzionista” a tutti i costi, anzi, sono tendenzialmente un tradizionalista, ma qualche volta i gruppi tendono troppo a sedersi sugli allori – pur meritati – godendo dei frutti dell’aver seminato tanto negli anni precedenti. È quello che fanno gli Amon Amarth confezionando l’ennesimo buon album, curato e godibile sotto tutti gli aspetti, ma spento dal punto di vista emozionale. Le canzoni, in particolare nella prima metà del cd, sono quasi tutte accattivanti, i musicisti, in particolare il mai abbastanza lodato Fredrik Andersson, compiono il loro lavoro con umiltà e buon gusto, ma manca sempre qualcosa: a fine disco si può non avere la fame di premere nuovamente il tasto play. Gli ascolti, comunque, si susseguono nella speranza che qualcosa cambi, ma il risultato è sempre lo stesso: un buon album, assolutamente piacevole, ma con poca presa; decisamente inferiore, per fare un esempio, al massiccio Twilight Of The Thunder God.

Surtur Rising parte – come i precedenti lavori – con un brano veloce, War Of The Gods, dal chorus da urlare in concerto e i riff azzeccati per fare facilmente breccia nei cuori degli amanti delle sonorità epico/brutali. Töck’s Taunt è un mid-tempo possente, tragico nelle sonorità e nel growl viscerale del gigante Johan Hegg. In Destroyer Of The Universe i ritmi si fanno nuovamente indiavolati, i riff sono semplici ed efficaci anche nella parte centrale della canzone, dove i cinque vichinghi dimezzano la velocità in quello che è facile immaginare diverrà un momento di potente headbanging nei concerti, prima che l’assolo di Johan Söderberg e la ripetizione del ritornello sanciscano la fine del brano. Come prevedibile, dopo una canzone veloce, segue il mid tempo di Slaves Of Fear: mediocre, con strofe scialbe e un’inutile e forzata ricerca della melodia (vizio che i nostri si portano appresso da anni…) che non paga come si sperava nelle intenzioni. Si riparte a suon di doppia cassa e riff old style per Live Without Regrets, traccia estrema vicina alle origini musicali del gruppo: pur avendo più di una parte smaccatamente melodica, Live Without Regrets risulta essere una delle migliori composizioni degli Amon Amarth degli ultimi anni. Tutt’altra cosa è The Last Stand Of Frej, canzone cupa e lenta, molto doomy nell’incedere e simile per attitudine (e sbadigli che provoca) a Under The Northern Star del disco With Oden On Our Side. For Victory Or Death è un riempitivo che scorre senza lasciare segno per poi lanciarci in Wrath Of The Norsemen, dove la rabbia viene urlata dal growl cavernoso dal frontman su una base compatta creata dai riff dei due chitarristi Mikkonen e Söderberg, come sempre bravissimi ad alternare note al fulmicotone con parti al limite del lugubre. Decisamente anni ’90 alcuni soluzioni di A Beast Am I: veloce, diretta, brutale; questi sono gli Amon Amarth più feroci! Ultima canzone di Surtur Rising è Doom Over Dead Man, ennesimo episodio lento e (troppo?) melodico. Non che sia una composizione non riuscita, ma la prima parte è soporifera mentre dopo tre minuti il ritmo aumenta un pochino senza però portare con sé un minimo d’ispirazione. Si conclude in questo modo un album che con un paio di tagli sarebbe risultato maggiormente godibile e più snello, evitando forse qualche sbadiglio che, considerando il nome stampato sul cd, non ci si aspetta.

La produzione compie un passo in avanti dopo quella già più che buona di Twilight Of The Thunder God, che a sua volta era un mix efficace tra la grezzissima e sporca di Fate Of Norns e quella patinata di With Oden On Our Side. Surtur Rising suona 100% swedish, gli strumenti sono ben miscelati e la sezione ritmica composta dagli ordinati Andersson e Lundström, rispettivamente batteria e basso, perfettamente udibile. I testi parlano, come al solito, di mitologia norrena, in particolare di Surtur, gigante del Fuoco, e delle sue epiche vicende. Le linee vocali di Johan Hegg sono particolarmente curate e studiate, ne è esempio la volontà di creare rime su rime al fine di dare maggiore melodia al growl. Il tedesco Thomas Ewerhard si è occupato del bell’artwork: ormai un collaboratore fisso della band di Hegg in quanto dal 1999, era The Avenger, cura  l’aspetto grafico dei cd e dvd.

Surtur Rising suona esattamente come un qualunque fan – o semplice conoscitore – degli Amon Amarth si aspetterebbe. Ancora prima di avere l’album nello stereo si conoscono nota per nota la struttura delle canzoni, i momenti dei cambi di tempo e gli assoli di chitarra: gli Amon Amarth sono decisamente prevedibili, il che non è necessariamente negativo, dipende unicamente dalla qualità delle canzoni. Imprevedibile, invece, è la scelta della cover da utilizzare come bonus track: Aerials dei System Of A Down. Il brano lascia a bocca aperta dalla sorpresa, ma l’esecuzione è molto efficace e gli ultimi cinquanta secondi della lirica sono da manuale. Peccato che questi tre minuti e mezzo siano gli unici dove gli Amon Amarth decidano di osare di più.

Confronti con il passato meglio non farne: Surtur Rising è un amore passeggero, un’infatuazione che, per quanto piacevole al momento non è destinata a lasciare emozioni negli anni a venire. Once Sent From The Golden Hall, capolavoro del 1998, è invece Amore vero, con la A maiuscola. Di quelli che si provano una sola volta nella vita e che rimangono impressi in eterno sulla pelle, come una cicatrice procuratasi sul campo di battaglia.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.