Hell’s Guardian – As Above So Below

Hell’s Guardian – As Above So Below

2018 – full-length – Record Union

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Cesare Damiolini: voce, chitarra – Freddie Formis: chitarra – Claudio Cor: basso – Dylan Formis: batteria

Tracklist: 1. Over The Line – 2. Crystal Door – 3. As Above So Below – 4. Blood Must Have Blood – 5. Waiting… For Nothing – 6. 90 Days – 7. Lake Of Blood – 8. Jester Smile – 9. My Guide My Hunger – 10. I Rise Up – 11. Colorful

Tornano sulle pagine di Mister Folk gli Hell’s Guardian, formazione di Brescia dedita a un death metal melodico di pregevole fattura. Abbiamo iniziato a conoscerli con il debutto Follow Your Fate del 2014 (con tanto di intervista) e l’EP Ex Adversis Resurgo, si sono poi fatti le ossa suonando su alcuni dei maggiori palchi italiani di spalla a band internazionali (QUI il report della serata romana in apertura degli Heidevolk), e a due anni dalla pubblicazione ecco la recensione del secondo full-length As Above So Below. La prima cosa che si nota è il cambio di stile per quel che riguarda l’artwork del cd: se nelle prime due release siamo stati abituati a una grafica fantasy ad opera di Jan “Örkki” Yrlund, per questo lavoro è stato scelto un altro nome importante per quel che riguarda le copertine degli album metal, ovvero Gustavo Sazes (Exodus, Ereb Altor, Angra ecc.), senza dimenticare il booklet che presenta nelle dodici pagine che lo compongono tutto quel che ci si aspetta, ovvero testi, informazioni, foto e una grafica che riprende la front cover. Lo stile è ora “moderno” e inquietante, cupo si potrebbe dire, e in parte rispecchia le piccole novità che fanno parte della musica contenuta nei cinquantuno minuto del disco. Gli Hell’s Guardian hanno certamente trovato la propria strada e con un ascolto distratto si potrebbe dire che non c’è differenza tra il debutto e As Above So Below, ma alcuni riff particolarmente dark, il groove che viene sprigionato dai musicisti in certi passaggi e gli intrecci chitarristici, ora ancora più avvincenti, sono quelle cose che rendono questo lavoro fresco e accattivante, grazie soprattutto alla capacità della band di racchiudere in una canzone le varie sfaccettature che da inizio carriera contraddistinguono il sound degli Hell’s Guardian.

Undici brani, di cui due strumentali, che filano lisci nell’ascolto, senza momenti meno intensi o cali di tensione. Merito anche di una produzione cristallina e potente, calda per il genere e naturale all’orecchio, opera del trio Fabrizio Romani, Freddie Formis e Michele Guaitoli – rispettivamente registrazione/produzione/missaggio e mastering): una canzone come Crystal Door con un sound diverso renderebbe la metà, bravi quindi a trovare il sound giusto per la musica proposta. Proprio Crystal Door racchiude tutta la musica degli Hell’s Guardian, compreso l’utilizzo più marcato delle tastiere e dell’alternanza growl e pulito del frontman Cesare Damiolini. Come detto in precedenza non ci sono brani meno ispirati, ma è anche vero che un paio di questi spiccano maggiormente sugli altri: la title-track alterna molto bene up-tempo e rallentamenti che coincidono con il ritornello melodico, 90 Days con i suoi sette minuti e mezzo è il pezzo più lungo dell’album e presenta al suo interno diversi cambi d’umore senza dimenticare la melodia e l’aggressività che spesso vanno a braccetto. Poi c’è Blood Must Have Blood che può essere considerato il miglior brano scritto fino a questo momento dagli Hell’s Guardian, il perfetto mix di heavy metal, death e un pizzico di modernità rappresentato nello stacco a tre quarti di brano che farà roteare non poche teste ad ogni ascolto; non a caso è stato scelto come singolo e videoclip.

Seguendo gli Hell’s Guardian da inizio carriera si può dire che la formazione lombarda stia continuando quanto di buono fatto ascoltare con il debutto, arricchendo il proprio bagaglio con piccole gustose novità, ma soprattutto affilando il songwriting e curando sempre di più le canzoni al fine di renderle accattivanti fin dal primo ascolto. As Above So Below è un buon disco di melodic death metal e gli Hell’s Guardian sono ormai una garanza in materia.

Hell’s Guardian – Ex Adversis Resurgo

Hell’s Guardian – Ex Adversis Resurgo

2015 – EP – Record Union

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Cesare Damiolini: voce, chitarra – Freddie Formis: chitarra – Dylan Formis: batteria

Tracklist: 1. Pagan Ritual – 2. Fire Of Persecution – 3. Ex Adversis Resurgo – 4. Cradle’s Lake (live Brixia Metal Fest) – 5. Silence In Your Mind (live Brixia Metal Fest) – 6. Follow Your Fate (piano version)

A distanza di poco più di un anno dal convincente debutto Follow Your Fate, i lombardi Hell’s Guardian tornano a farsi sentire con un EP di pregevole fattura composto da sei brani, due dei quali inediti, con un paio di pezzi live, un intro e una versione delicata della title-track del primo disco.

Ex Adversis Resurgo si presenta bene: la copertina di Jan Yrlund (famoso per i lavori con Korpiklaani, Manowar, Tyr, ma anche con i nostri Atlas Pain) è un ottimo biglietto da visita e il formato digipak – non frequente per gli EP – è sempre piacevole da maneggiare. La produzione segue quanto fatto nel debutto, ovvero un sound potente ma pulito, al passo con i tempi. Fabrizio Romani (già dietro alla consolle con Skylark, Ulvedharr e Atlas Pain, in questo caso autore delle linee di basso per le prime tre canzoni), insieme al chitarrista Freddie Formis, si è occupato del lavoro in studio, impeccabile come sempre.

La breve Pagan Ritual introduce Fire Of Persecution, dall’inizio serrato e dal proseguo molto melodico. Lo stile dalla band è questo, un riuscito mix di ferocia e melodia, con mirate incursioni di tastiera e il growl di Cesare Damiolini a farla da padrone, pur non disdegnando parti con voce clean. Ex Adversis Resurgo è un mid-tempo dai ricercati intrecci chitarristici, abilità che contraddistingue gli Hell’s Guardian e che li rende diversi dagli altri gruppi melodic death metal della scena. L’ascolto del cd prosegue con due brani tratti dal Brixia Metal Fest 2015 (In.Si.Dia. headliner): Cradle’s Lake Silence In Your Mind (dal debutto Follow Your Fate) rappresentano bene le bravura degli Hell’s Guardian in concerto, tra potenza e gusto per la giusta melodia. Chiude l’EP la piano version di Follow Your Fate, molto toccante e malinconica, con l’ospite Elena Tironi (Infinity) a duettare con Damiolini: un esperimento, questo del pianoforte, decisamente riuscito.

Venticinque minuti di musica ben distribuiti tra nuovo e passato e, come si addice a un’uscita del genere, con versioni alternative e live di canzoni già note. Ex Adversis Resurgo è chiaramente un cd di transizione, ma assolutamente godibile che farà la gioia degli appassionati del death metal melodico.

Amon Amarth – Berserker

Amon Amarth – Berserker

2019 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Olavi Mikkonen: chitarra – Johan Söderberg: chitarra – Ted Lundstrom: basso – Jocke Wallgren: batteria

Tracklist: 1. Fafner’s Gold – 2. Crack The Sky – 3. Mjölner, Hammer Of Thor – 4. Shield Wall – 5. Valkyria – 6. Raven’s Flight – 7. Ironside – 8. The Berserker At Stamford Bridge – 9. When Once Again We Can Set Our Sails – 10. Skoll And Hati – 11. Wings Of Eagles – 12. Into The Dark

Quando si parla degli Amon Amarth si ha a che fare con la storia e i sentimenti, almeno per quel che mi riguarda. Era il lontano 1998 e un giovane appassionato di musica pesante scopre su Metal Shock, rivista cartacea all’epoca molto importante, un disco che gli cambierà la vita. In realtà si innamora della copertina, così prepotente e misteriosa, e di quello che, secondo il recensore, conteneva l’album: death metal con testi legati ai vichinghi. Quel disco è Once Sent From The Golden Hall, debutto degli Amon Amarth. La band svedese è quindi responsabile dell’avvicinamento al mondo scandinavo e vichingo del vostro Mister Folk, mica un merito da poco! Ma è anche vero che da quello strepitoso debutto sono passati ben ventuno anni e Johan Hegg e soci, da band che si esibiva in apertura a un tour che toccava l’Italia nello storico e indimenticato Babylonia di Biella, sono arrivati a calcare i maggiori festival europei come headliner in un’ascesa che forse nemmeno il più ottimista dei critici musicali avrebbe potuto immaginare.

L’undicesimo lavoro in studio della formazione svedese è senza ombra di dubbio il punto più basso nella carriera dei cinque vichinghi. Berserker è un album stanco, poco ispirato, pieno di filler (canzoni riempitive) e con pochi, pochissimi spunti vincenti. Eppure non è un disco brutto, né particolarmente noioso, ma ci vuol poco a paragonare i picchi della “seconda fase” degli Amon Amarth, ovvero Twilight Of The Thuner God e With Oden On Our Side, a Berseker e rendersi conto della pochezza di questa release. Tra riff scontati, canzoni prive di mordente e una pulizia del suono che quasi riesce a dar fastidio (!?), Berserker non è  comunque un brutto disco. Mikkonen e Söderberg sono troppo esperti per non tirar fuori dal cilindro quella manciata di brani che tra uno sbadiglio e l’altro ti entrano dentro fin dal primo ascolto e si viene assaliti dalla voglia di fare headbanging per tutto il tempo.

L’opener Fafner’s Gold è l’emblema di quello che è Berserker: prevedibile, ruffiano, tutto sommato godibile ma presto dimenticabile. Shield Wall ha una verve minacciosa e oscura che piace, così come il basso solitario (e lavoro di chitarra che segue) di Valkyria e non è male nemmeno il “lento” The Berserker At Stamford Bridge. Se c’è una canzone davvero ben fatta, quella è Ironside: quattro minuti e mezzo di death metal carico d’energia, ritmiche potenti e un break che ha motivo di esistere: un ascolto che fa male al cuore perché vuol dire che gli Amon Amarth, se solo lo vogliono, riescono ancora a spaccare i culi alla gente.

Berserker è troppo lungo (cinquantasette minuti) per quel che ha da dire, con tutte le caratteristiche che già sono state menzionate che non fanno bene all’ascolto, dall’inizio alla fine a dir poco prevedibile. Nonostante ciò in alcuni passaggi è anche piacevole, ma da un gruppo come gli Amon Amarth questo è davvero troppo poco. Senza scomodare pesanti paragoni, anche il discreto Surtur Rising vicino a Berserker fa un figurone. Che la band capitanata dal gigantesco Hegg abbia realmente finito la benzina? Continueranno gli Amon Amarth a proporre dischi mosci come questo, o c’è ancora speranza?

Under Siege – Under Siege

Under Siege – Under Siege

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Paolo Giuliani: voce, cornamusa – Daniele Mosca: chitarra – Gianluca Fiorentini: chitarra – Livio Calabresi: basso – Marzio Monticelli: batteria

Tracklist: 1. Blàr Allt Nam Bànag – 2. Warrior I Am – 3. Time For Revenge – 4. Beyond The Mountains – 5. Invaders – 6. Sotto Assedio – 7. One To Us – 8. Bright Star Of Midnight

Un nuovo nome va ad arricchire la scena italiana: Under Siege. La band di Palestrina, Roma, muovendosi nell’ombra e con una manciata di show alle spalle, arriva a pubblicare il full-length di debutto dopo poco più di due anni di attività. La musica del gruppo prende a piene mani dal meglio del settore, ma la bravura di Giuliani e soci sta nel non copiare ma utilizzare le influenze musicali a proprio favore, sviluppando cioè un sound personale pur non nascondendo l’ammirazione per certe realtà: quindi non è un mistero che Falkenbach o gli Amon Amarth rientrino negli ascolti degli Under Siege, ma non c’è mai traccia di plagio all’interno dei quaranta minuti del disco, un dato non da poco per un esordio non preceduto da demo o EP.

Le prime note di Under Siege sono di cornamusa, strumento usato con parsimonia all’interno del cd, ma che quando fa il suo ingresso non lascia mai indifferenti. Blàr Allt Nam Bànag è un buon pezzo che unisce il death metal melodico delle chitarre con graziose melodie folk, il tutto valorizzato dall’ottimo ritornello cantato a due voci (clean/growl) e il pregevole stacco a tre quarti di canzone che fa tanto Suidakra dei tempi d’oro. La seconda traccia è la ritmata Warrior I Am, lineare quanto bellicosa e dal gustoso assolo di chitarra anticipato da note celtiche. Il titolo della canzone successiva la dice lunga sulle intenzioni degli Under Siege: Time For Revenge è infatti il brano più crudo del platter e l’influenza della band di Johan Hegg sono piuttosto chiare. Beyond The Mountains è una signora composizione dalle radici ancorate nel viking metal più massiccio ed epico, non avrebbe sfigurato nella tracklist di …Magni Blandinn Ok Megintíri. L’ascolto di Under Siege prosegue con Invaders, oscura e minacciosa nella quale si mette in mostra la compatta sezione ritmica, vero motore trainante della band; prima della fine della canzone troviamo un coro maestoso ed elegante, una vera chicca che mostra il potenziale del gruppo laziale. Arriva con Sotto Assedio la sorpresa dell’album: cantata in italiano è senz’altro l’highlight di Under Siege grazie alle ritmiche incalzanti e al ritornello da cantare dal secondo ascolto può diventare la Legio Linteata degli Under Siege. One To Us è un po’ anonima nonostante l’importante contributo della tastiera e il finale di cornamusa, ma forse paga lo scotto di stare in mezzo a Sotto Assedio e Bright Star Of Midnight, probabilmente le canzoni migliori del lotto. Quest’ultima parte soft e acustica per poi accendersi e diventare una sorta di malinconica power ballad che ricorda i migliori Ensiferum dei primi lavori qui rivisti in chiave personale: essendo Bright Star Of Midnight l’ultima traccia del cd non poteva esserci finale migliore di questo.

Il disco è curato nei minimi dettagli, l’artwork è ricco e accattivante e insieme al disco è possibile ricevere il booklet in formato libro ricco di illustrazioni, testi e tutte le info tecniche. La produzione è molto potente ma perfettibile: alzando il volume si ha l’impressione che la produzione e i “livelli” siano stati tirati al limite e il suono tende un po’ a distorcere.

Il debutto degli Under Siege è assolutamente positivo e “giusto” in tutto, dall’artwork al minutaggio finale passando, ovviamente, per la qualità delle canzoni. La band è agguerrita e determinata a portare la loro musica epica sui campi di battaglia dove sicuramente mieterà un gran numero di vittime.

Valkenrag – Twilight Of Blood And Flesh

Valkenrag – Twilight Of Blood And Flesh

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Loghart: voce, chitarra – Typhus: chitarra – Ulfar: basso – Shevcoo: batteria

Tracklist: 1. Intro – 2. Halls Of The Brave – 3. Belongings Of Thor – 4. Bolthorn – 5. Twilight Of Blood And Flesh – 6. Waves Of Coming Future – 7. The Price Of Wisdom – 8. Redemption Time – 9. The Ultimate Prize – 10. Wild Hunt

Swords and shields entered long ship
bravest men prepare yourselves
sail to the edge of the world
sail to our fate

Un testo del genere la dice lunga sulle intenzioni dei polacchi Valkenrag, death metallers dal forte piglio scandinavo e amonamarthiano in particolare. La band di Łódź arriva con questo Twilight Of Blood And Flesh al debutto grazie al lavoro di Art Of The Night Productions (recentemente in rassegna con Radogost e Black Velvet Band) dopo aver pubblicato in precedenza un demo e un EP. La realizzazione del disco, però, non è delle più semplici: la band registra le tracce nell’estate del 2013, ma non essendo soddisfatta del risultato finale decide di buttare tutto quanto e ricominciare da campo, con un notevole slittamento della data di uscita. Dopo alcune difficoltà, con la nuova registrazione le cose vanno meglio e il disco può finalmente vedere la luce. Il risultato è, difatti, più che discreto, tanto più se si considerano i pochi mezzi a disposizione dei quattro polacchi: le chitarre, il basso e la voce sono registrati nello studio casalingo di Logarth, mentre la batteria è stata incisa nel Red Sun Recording Studio.

Un buon esempio di death metal norreno è Halls Of The Brave, con le due asce di Loghart e Typhus in grande spolvero tra riff taglienti e abbondanti dosi di tremolo picking. Un altro pezzo ben riuscito è Bolthorn: ritmiche serrate e accelerazioni di doppia cassa rendono dinamica la canzone, ma è il break con tanto di flauto (che tornerà in vari punti) a rappresentare il punto più alto della composizione. La title-track è cupa e dalle vaghe influenze Nile nei primi secondi, ma prende presto una piega più tradizionale pur non disdegnando i cambi di tempo. I tempi meno brutali e le melodie di chitarra rendono Waves Of Coming Future un brano quasi malinconico nonostante la quasi onnipresente doppia cassa, ma il cd si chiude bene con Wild Hunt, la tanto famosa Caccia Selvaggia della mitologia, un riuscito insieme di melodie nordiche e sfuriate death metal che non possono non far volare i capelli in aria seguendo il ritmo della canzone.

Dai titoli delle canzoni all’artwork, libricino compreso, con testi e foto di vichinghi, tutto riconduce alla Scandinavia: mitologia norrena e campi di battaglia sono all’ordine del giorno, così come la musica è 100% death metal vichingo, magari non originale o innovativo, ma assolutamente godibile. Twilight Of Blood And Flesh è un disco piacevole da ascoltare, che non inventa nulla (a volte sembra di avere a che fare con degli out-take di Versus The World) e che può piacere anche per questo motivo. I Valkenrag hanno sudato non poco per realizzare il proprio debutto, ma ora possono essere più che felici. Twilight Of Blood And Flesh è consigliato per gli amanti del death metal scandinavo dalle forti tinte vichinghe.

Vinterblot – Realms Of The Untold

Vinterblot – Realms Of The Untold

2016 – full-length – Nemeton Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Phanaeus: voce – Vandrer: chitarra – Auros: chitarra – Eruner: basso – Wolf: batteria

Tracklist: 1. Evoked By Light – 2. Frostbitten – 3. Unveiling The Night’s Curtain – 4. The Summoning – 5. Vagrant Spirits In A Misty Rainfall – 6. …Of Woods And Omen – 7. Stone Carved Silence – 8. Throne Of Snakes – 9. Triumph Recalls My Name (bonus track)

VinterblotRealmsOfTheUntold

Il gelido vento del Nord non era così freddo e minaccioso da non si sa quanti anni. C’è stato un tempo in cui non si contavano le uscite discografiche qualitativamente eccellenti provenienti dalla Scandinavia, ma così come è nato, il gelido vento del Nord è quasi scomparso: tra band che si scioglievano o altre che cambiavano stile quasi rinnegando quanto fatto in passato, l’affilato alito di morte è stato dimenticato, o quasi. In verità qualche formazione è andata avanti per la propria strada, ma il sound e l’attitudine degli anni ’90 non hanno più attirato orde di metallari inferociti come in passato, e la scena è rimasta nell’oscurità, pur non disdegnando, di tanto in tanto, qualche piacevole colpo di scena.

Il nuovo lavoro dei pugliesi Vinterblot è un vero colpo al cuore (e al collo!): la creatura partorita dal quintetto italiano è spaventosa e al contempo ammaliante, in grado di far rivivere il glorioso passato con un approccio contemporaneo e personale. Le premesse, d’altronde, c’erano tutte: all’interessante demo For Asgard del 2010 è seguito il buon debutto Nether Collapse di due anni più tardi, lavori in grado di far conoscere la band anche oltre i confini nazionali e di gettare delle solide basi per l’eccellente Realms Of The Untold.

Tutto, in questo cd, è fatto in ottima maniera. La copertina, opera del noto Marco Hasmann (Flashgod Apocalypse, Faust ecc.), e il layout grafico di Saverio Giove (mente degli ottimi progetti Emyn Muil, Valtyr e Ymir) permettono all’ascoltatore di entrare immediatamente nel mood del disco, ma la prima grande nota positiva che balza all’orecchio – prima ancora di constatare la bontà delle composizioni – è senz’altro la divina produzione del guro Dan Swanö (Nightingale ed ex Bloodbath, al lavoro dietro la consolle per una quantità di gruppi da fare impressione). I suoni dei Vinterblot non sono mai stati così potenti, reali, cattivi e puliti (le registrazioni sono avvenute al Sun Keeper Studio e il Sudestudio per la batteria), gli strumenti sono mixati in maniera esemplare, la sezione ritmica colpisce sempre duro e le chitarre sono ottimamente risaltate dal lavoro alla consolle del musicista/engineer svedese. Infine, una doverosa menzione per i testi e il concept che riguarda la magia, l’alchimia e l’esoterismo: il disco è diviso in tre capitoli (Antimomy, Realgar e Onyx, tre minerali) da tre brani ciascuno, per un totale di nove composizioni, numero di completezza e compimento.

Le prime note di Evoked By Light, chitarre “melodiche” che si intrecciano con un aggressivo lavoro di batteria, introducono la profonda voce gutturale di Phanaeus. Non poteva esserci apertura più interessante di un manifesto sonoro e intellettuale come questo. Riff spacca collo, violenza sonora che lascia spazio e si alterna con suggestive partiture di ottime melodie e reminiscenze di alcuni grandi gruppi degli anni ’90 sono gli ingredienti di questi quarantuno minuti di death metal nordico che non soffre di momenti di stanca, tritando l’udito dell’ascoltatore per tutta la durata del platter. Il possente mid-tempo di Frostbitten sembra poter rivelare alcuni dei nomi di riferimento per i Vinterblot, ma la band è brava nel personalizzare anche le soluzioni meno originali. L’ottimo guitarwork – marchio di fabbrica della band pugliese – di Unveiling The Night’s Curtain caratterizza con successo il brano che alterna sfuriate aggressive con momenti meno brutali ma non per questo meno intensi. La suggestiva The Summoning sembra fatta apposta per essere suonata in concerto: tra repentini cambi di tempo e parti d’atmosferico terrore, è una killer song ideale per ogni live show. Vagrant Spirits In A Misty Rainfall suona inizialmente minacciosa quanto deliziosamente melodica quando le due asce si lasciano andare a suggestivi fraseggi dissectioniani; l’andatura del brano rimane comunque oscura fino al gustoso finale di tremolo picking, particolarmente ispirato. Le suggestive chitarre acustiche di …Of Woods And Omen fermano momentaneamente il massacro da parte dei Vinterblot, rendendo la successiva Stone Carved Silence ancora più feroce di quel che già normalmente suonerebbe: una composizione figlia dell’amore dei cinque musicisti per la grande musica scandinava della prima metà degli anni ’90, quando il death metal non era ancora stato imbastardito da ritornelli con voce pulita e soluzioni catchy di dubbio gusto. L’ottava traccia Throne Of Snakes è la più inquietante e pesante a livello di atmosfera di tutto l’opus: in questi tre minuti di durata l’ottimo cantato di Phanaeus e le trame delle sei corde, con l’instancabile sezione ritmica, composta da Eruner al basso e Wolf alla batteria, che lavora in maniera egregia, lasciano un senso di gradevole incompiuto; non a caso il finale è un semplice quanto etereo fadeout, soluzione può lasciare stupito l’ascoltatore, ma che si rivela particolarmente azzeccata. Realms Of The Untold finisce in maniera inaspettata, ma che può essere vista come una porta aperta per eventualmente proseguire il discorso musicale/lirico nel prossimo disco. La canzone Triumph Recalls My Name (originariamente pubblicata come singolo digitale nel marzo 2014) è la gradita bonus track, un imponente muro sonoro contro il quale è un grande piacere sbattere e sanguinare.

Realms Of The Untold è un lavoro di prima categoria: fosse uscito dalla Scandinavia o dalla terra d’Albione avrebbe probabilmente guadagnato le copertine dei più prestigiosi magazine del settore, invece i Vinterblot sono del profondo sud Italia e la strada per la gloria è di conseguenza più lunga, ma, data la caparbietà del quintetto e la musica di questo cd, tutt’altro che irraggiungibile. La musica, d’altra parte, è la sola cosa che realmente conta, e quella del quintetto di Bari è di eccellente qualità.