Hell’s Guardian – Follow Your Fate

Hell’s Guardian – Follow Your Fate

2014 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr.Folk

Formazione: Cesare Damiolini: voce, chitarra – Freddie Formis: chitarra – Pietro Toloni: basso, voce – Dylan Formis: batteria

Tracklist: 1. Forgotten Tales (intro) – 2. My Prophecy – 3. Forgiven in the Night – 4. Away from My Fears – 5. Cradle’s Lake – 6. Last Forever – 7. Silence in Your Mind – 8. Lost Soul – 9. Neverland – 10. Follow Your Fate – 11. Middle Earth

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Gli Hell’s Guardian sono una formazione di Brescia nata nel 2009 che, dopo aver pubblicato l’anno successivo il demo self titled, arrivano al debutto in grande stile. Follow Your Fate è un disco ben riuscito di death metal melodico che presenta una band matura nonostante la poca esperienza e che mostra diversi punti sui quali i musicisti potranno lavorare per ampliare le soluzioni e osare qualcosa di più sperimentale e dinamico.

Il death metal del combo italiano è influenzato dagli Amorphis di metà carriera, con riferimenti al sound dei primi Ensiferum e un po’ di Suidakra più catchy. Il risultato, pur non particolarmente originale, è sicuramente interessante; caratteristica vincente è l’uso della voce pulita di Pietro Toloni che si alterna con successo al growl di Cesare Damiolini. Attenzione però, non si parla – fortunatamente! – di voce pulita ruffiana e lagnosa come molti gruppi metalcore/deathcore utilizzano nei classici ritornelli dal sapore adolescenziale, ma di voce “cantata” come si faceva una volta. Complimenti.

L’intro Forgotten Tales introduce My Prophecy, canzone che fa capire immediatamente di che pasta sono fatti gli Hell’s Guardian e quali le caratteristiche principali delle composizioni: cavalcate di stampo heavy, chitarre melodiche e cantato growl/pulito rendono l’inizio dell’album più che positivo. Power oriented e molto semplice la successiva Forgiven In The Night (in particolare il ritornello), mentre con Away From My Fears viene fuori prepotentemente l’importanza degli Amorphis per i ragazzi. Molto ben fatti i break e le parti melodiche, perfettamente riuscite e che si alternano con gusto con quelle più estreme. Con Cradle’s Lake i musicisti spingono un po’ sull’acceleratore, con il risultato di una bella canzone più aggressiva delle precedenti. Last Forever è un intermezzo di un minuto, buono per dividere in due il cd e tirare il fiato prima di immergersi in Silence In Your Mind, caratterizzata dalle brillanti melodie dei chitarristi Formis e Damiolini, dal chorus cantato in clean da Toloni e per la seconda parte del brano dove i musicisti, tra break acustici e l’assolo di chitarra suonato da Fabrizio Romani (chitarrista degli storici Skylark), vanno oltre la classica struttura metal. Lost Soul è un tipico pezzo mid-tempo di discreta fattura, mentre Neverland è una delle migliori composizioni di Follow Your Fate, più tirata e potente. Alla voce è presente come ospite Lily Stefanoni degli Evenoire, ma il meglio è rappresentato dagli strumentisti, in questa occasione in gran spolvero. La title track vede la Stefanoni (al flauto) e lo scream di Davide Cantamessa a dar man forte agli Hell’s Guardian in un pezzo cadenzato e malinconico, ma al contempo potente e virile. In chiusura di disco troviamo Middle Earth, bella rivisitazione in chiave metal dei temi principali che caratterizzano la fantastica colonna sonora de Il Signore Degli Anelli.

La qualità delle canzoni è più che discreta con picchi qualitativi notevoli, quel che manca a Follow Your Fate è il guizzo vincente, quell’osare qualcosa in più che potrebbe portare maggiore dinamicità ed energia improvvisa alle composizioni e al disco in generale. Quando la band si lascia andare, come in Silence In Your Mind, i risultati non tardano ad arrivare.

Follow Your Fate si presenta in un elegante digipack, con copertina e artwork creati da Jan “Örkki” Yrlund, ex chitarrista degli Ancient Rites e famoso per aver disegnato diverse front cover di Manowar, Korpiklaani, Svartsot, Týr, Celtibeerian ecc.); il booklet è ricco di foto, testi e informazioni. L’ottima produzione è stata curata da Fabrizio Romani, bravo nel far suonare ogni strumento in maniera pulita e naturale.

Gli Hell’s Guardian esordiscono con un lavoro professionale e interessante per chi apprezza il death metal melodico; sicuramente necessitano ancora di tempo ed esperienza per migliorare ulteriormente e osare qualcosa in più nel songwriting, ma è sicuro che già ora non possono non essere notati dagli ascoltatori di queste sonorità.

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Amon Amarth – Surtur Rising

Amon Amarth – Surtur Rising

2011 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Johan Söderberg: chitarra – Olavi Mikkonen: chitarra – Ted Lundström: basso – Fredrik Andersson: batteria

Tracklist: 1. War Of The Gods – 2. Töck’s Taunt – Loke’s Treachery Part III – 3. Destroyer Of The Universe – 4. Slaves Of Fear – 5. Live Without Regrets – 6. The Last Stand Of Frej – 7. For Victory Or Death – 8. Wrath Of The Norsemen – 9. A Beast Am I – 10. Doom Over Dead Man
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Cinquanta minuti di death metal scandinavo marchiato con il loro ormai classico stile, questo propongono gli Amon Amarth nel disco Surtur Rising, ottavo full-length per il quintetto vichingo.

Il combo di Stoccolma da qualche anno sembra aver trovato la propria direzione musicale mostrandosi intenzionato, ora più che mai, a proseguire senza deviazioni. Il rischio di fare la parte degli Ac/Dc del death metal svedese – cosa di per se non disdicevole, vista anche l’ottima compagnia che avrebbero – esiste: potreste convenire sul fatto che è meglio produrre album buoni ma simili tra di loro, piuttosto che buttarsi in riletture stile In Flames. Non sono un “evoluzionista” a tutti i costi, anzi, sono tendenzialmente un tradizionalista, ma qualche volta i gruppi tendono troppo a sedersi sugli allori – pur meritati – godendo dei frutti dell’aver seminato tanto negli anni precedenti. È quello che fanno gli Amon Amarth confezionando l’ennesimo buon album, curato e godibile sotto tutti gli aspetti, ma spento dal punto di vista emozionale. Le canzoni, in particolare nella prima metà del cd, sono quasi tutte accattivanti, i musicisti, in particolare il mai abbastanza lodato Fredrik Andersson, compiono il loro lavoro con umiltà e buon gusto, ma manca sempre qualcosa: a fine disco si può non avere la fame di premere nuovamente il tasto play. Gli ascolti, comunque, si susseguono nella speranza che qualcosa cambi, ma il risultato è sempre lo stesso: un buon album, assolutamente piacevole, ma con poca presa; decisamente inferiore, per fare un esempio, al massiccio Twilight Of The Thunder God.

Surtur Rising parte – come i precedenti lavori – con un brano veloce, War Of The Gods, dal chorus da urlare in concerto e i riff azzeccati per fare facilmente breccia nei cuori degli amanti delle sonorità epico/brutali. Töck’s Taunt è un mid-tempo possente, tragico nelle sonorità e nel growl viscerale del gigante Johan Hegg. In Destroyer Of The Universe i ritmi si fanno nuovamente indiavolati, i riff sono semplici ed efficaci anche nella parte centrale della canzone, dove i cinque vichinghi dimezzano la velocità in quello che è facile immaginare diverrà un momento di potente headbanging nei concerti, prima che l’assolo di Johan Söderberg e la ripetizione del ritornello sanciscano la fine del brano. Come prevedibile, dopo una canzone veloce, segue il mid tempo di Slaves Of Fear: mediocre, con strofe scialbe e un’inutile e forzata ricerca della melodia (vizio che i nostri si portano appresso da anni…) che non paga come si sperava nelle intenzioni. Si riparte a suon di doppia cassa e riff old style per Live Without Regrets, traccia estrema vicina alle origini musicali del gruppo: pur avendo più di una parte smaccatamente melodica, Live Without Regrets risulta essere una delle migliori composizioni degli Amon Amarth degli ultimi anni. Tutt’altra cosa è The Last Stand Of Frej, canzone cupa e lenta, molto doomy nell’incedere e simile per attitudine (e sbadigli che provoca) a Under The Northern Star del disco With Oden On Our Side. For Victory Or Death è un riempitivo che scorre senza lasciare segno per poi lanciarci in Wrath Of The Norsemen, dove la rabbia viene urlata dal growl cavernoso dal frontman su una base compatta creata dai riff dei due chitarristi Mikkonen e Söderberg, come sempre bravissimi ad alternare note al fulmicotone con parti al limite del lugubre. Decisamente anni ’90 alcuni soluzioni di A Beast Am I: veloce, diretta, brutale; questi sono gli Amon Amarth più feroci! Ultima canzone di Surtur Rising è Doom Over Dead Man, ennesimo episodio lento e (troppo?) melodico. Non che sia una composizione non riuscita, ma la prima parte è soporifera mentre dopo tre minuti il ritmo aumenta un pochino senza però portare con sé un minimo d’ispirazione. Si conclude in questo modo un album che con un paio di tagli sarebbe risultato maggiormente godibile e più snello, evitando forse qualche sbadiglio che, considerando il nome stampato sul cd, non ci si aspetta.

La produzione compie un passo in avanti dopo quella già più che buona di Twilight Of The Thunder God, che a sua volta era un mix efficace tra la grezzissima e sporca di Fate Of Norns e quella patinata di With Oden On Our Side. Surtur Rising suona 100% swedish, gli strumenti sono ben miscelati e la sezione ritmica composta dagli ordinati Andersson e Lundström, rispettivamente batteria e basso, perfettamente udibile. I testi parlano, come al solito, di mitologia norrena, in particolare di Surtur, gigante del Fuoco, e delle sue epiche vicende. Le linee vocali di Johan Hegg sono particolarmente curate e studiate, ne è esempio la volontà di creare rime su rime al fine di dare maggiore melodia al growl. Il tedesco Thomas Ewerhard si è occupato del bell’artwork: ormai un collaboratore fisso della band di Hegg in quanto dal 1999, era The Avenger, cura  l’aspetto grafico dei cd e dvd.

Surtur Rising suona esattamente come un qualunque fan – o semplice conoscitore – degli Amon Amarth si aspetterebbe. Ancora prima di avere l’album nello stereo si conoscono nota per nota la struttura delle canzoni, i momenti dei cambi di tempo e gli assoli di chitarra: gli Amon Amarth sono decisamente prevedibili, il che non è necessariamente negativo, dipende unicamente dalla qualità delle canzoni. Imprevedibile, invece, è la scelta della cover da utilizzare come bonus track: Aerials dei System Of A Down. Il brano lascia a bocca aperta dalla sorpresa, ma l’esecuzione è molto efficace e gli ultimi cinquanta secondi della lirica sono da manuale. Peccato che questi tre minuti e mezzo siano gli unici dove gli Amon Amarth decidano di osare di più.

Confronti con il passato meglio non farne: Surtur Rising è un amore passeggero, un’infatuazione che, per quanto piacevole al momento non è destinata a lasciare emozioni negli anni a venire. Once Sent From The Golden Hall, capolavoro del 1998, è invece Amore vero, con la A maiuscola. Di quelli che si provano una sola volta nella vita e che rimangono impressi in eterno sulla pelle, come una cicatrice procuratasi sul campo di battaglia.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Ulvedharr – Swords Of Midgard

Ulvedharr – Swords Of Midgard

2013 – full-length – Moonlight Records

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ark Nattlig Ulv: voce, chitarra – Fhredreyk: chitarra – Klod: basso  – Mike: batteria

Tracklist: 1. Intro – 2. Lindisfarne – 3. Odin Father Never Die – 4. War In The Eyes Of Berserker – 5. Onward To Valhalla – 6. Beowulf & Grendel (Part I) – 7. Ymir Song – 8. The Raven’s Flag – 9. Haraldr hárfagri

ulvedharr-sword_of_midgardGli Ulvedharr sono un feroce quartetto lombardo, per la precisione di Clusone, vicino Bergamo, autore di un death/thrash a tinte nordiche grezzo e bastardo. La band si forma nel febbraio 2011 sotto la guida del cantante/chitarrista Ark Nattlig Ulv e nel giugno dell’anno successivo pubblica il primo lavoro, un EP dal titolo Viking Tid contenente quattro brani. Pochi mesi più tardi è l’ora del debutto su lunga distanza: Swords Of Midgard, edito dalla recentemente scomparsa Moonlight Records, è un cd crudo, con canzoni dal gran tiro e all’apparenza poco elaborate. Notizia recente è l’ingresso della formazione nord italiana nel roster della neonata Nemeton Records.

Dopo il bel minuto di Intro, finalmente “vero” e suonato dai musicisti, che introduce nel vero senso della parola alla prima vera mazzata dell’album, si parte con Lindisfarne, veloce e dinamica canzone death/thrash di buona fattura e dal songwriting ispirato. Sicuramente gli Ulvedharr non sono dei campioni di originalità, e stando alla musica di Swords Of Midgard viene da pensare che i ragazzi non la cerchino a tutti i costi, concentrandosi maggiormente sulla potenza del metal estremo di venti anni fa, quella potenza che scatenava l’inferno sul palco e faceva venire il mal di collo agli ascoltatori: esattamente quel che succede con i brani di questo disco. Altro momento ispirato è rappresentato da Odin Father Never Die, dove tutto gira alla perfezione e il risultato è un tuffo nel metal che dava importanza alla qualità delle canzoni, curando di meno altri aspetti oggi diventati, purtroppo, fondamentali. Il bel riff portante di War In The Eyes Of Berserker ci riporta alle sonorità di Possessed e Slayer, con un tocco di ignoranza italiana e la voce di Ark Nattlig Ulv che calza a pennello con questo tipo di sonorità. Onward To Valhalla si differenzia dalle precedenti composizioni grazie al ritornello che sembra studiato per riscuotere successo in sede live. Sesta traccia in scaletta è Beowulf & Grendel (Part I), con i suoi oltre sette minuti di durata e un’atmosfera battagliera ed epica che può ricordare alcune cose dei mai troppo elogiati Doomsword. Ospite assai gradito è Lore dei Folkstone, cantante che si differenzia non poco per stile vocale da Ark, creando in questo modo un bel contrasto dalla buona riuscita sonora. Ymir Song è forse la canzone meno ispirata del disco, o forse ha solo la colpa di venire dopo l’apoteosi dell’epicità svedese della traccia precedente. Da menzionare, comunque, la partecipazione come ospite di Elisa “Lily” Stefanoni, cantante degli Evenoire. The Raven’s Flag unisce scorribande thrash a momenti meno frenetici e più oscuri, un chiaroscuro ulteriormente accentuato dagli stacchi di chitarra e da un lavoro ritmico (chitarre e basso/batteria) che incute terrore. Ultima canzone in scaletta è Haraldr Hárfagri, canzone che tratta del primo re della Norvegia, meglio conosciuto come Harald Bellachioma. Musicalmente gli Ulvedharr si muovono sul “solito” campo fatto di marciume death, riff pachidermici e accelerazioni brutali. A impreziosire un brano già di suo positivo la presenza alla voce di Davide “Pagan” Cicalese dei Furor Gallico e della Stefanoni nei ritornelli.

La produzione è semplicemente deliziosa: i suoni sono sporchi e grezzi, non c’è spazio per ritocchi digitali e altre porcherie. La batteria di Mike è sincera e crudele, le chitarre sono rozze che è un piacere, e tutto risulta ancora più sincero se si pensa che, nonostante le possibilità di fregare l’ascoltatore con pochi click, gli Ulvedharr decidono la via della trasparenza. Come su disco suonano dal vivo, nessuna sorpresa in negativo, anzi, in sede live l’ignoranza dei quattro musicisti è ancora più imponente.

Swords Of Midgard è un cd in grado di rendere felici gli appassionati del death metal svedese che non disdegnano le sfuriate thrash e le tematiche legate al mondo vichingo. Un bel debutto in your face che sicuramente renderà orgogliosi i maestri Unleashed. Si parla tanto (recensioni, forum ecc.) di influenze musicali vere o presunte tralasciando il fatto che gli Ulvedharr mettono nella loro musica tutta la passione e la sincerità, sputando sangue per un debutto in grado di soddisfare gli amanti di queste sonorità.

Onward To Valhalla: la strada intrapresa dagli Ulvedharr è quella giusta!

Suidakra – Eternal Defiance

Suidakra – Eternal Defiance

2013 – full-length – AFM Records

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Arkadius Antonik: voce, chitarra – Marius Pesch: chitarra – Tim Siebrecht: basso – Lars Wehner: batteria

Tracklist: 1. Storming The Walls – 2. Inner Sanctum – 3. Beneath The Red Eagle – 4. March Of Conquest – 5. Pair Dadeni – 6. The Mindsong – 7. Rage For Revenge – 8. Drangon’s Head – 9. Defiant Dreams – 10. Damnatio Memorie

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I Suidakra sono dei veterani della scena, essendo attivi dal 1994 e avendo pubblicato ben undici album compreso questo Eternal Defiance. Partiti con forti influenze black metal melodico, hanno negli anni plasmato il proprio sound fino a giungere ad un mix di death metal melodico, extreme metal e alcune influenze folk. Di fatto in Italia sono sempre stati considerati, a ragione, un gruppo non di serie B, ma di C, piazzando i colpi migliori quando il pubblico non era ancora pronto a questo tipo di sonorità oppure in concomitanza di release di grandi band, che hanno di fatto offuscato i pregevoli riff dei vari Caledonia o Crógacht. Con Book Of Dowth del 2011 si è assistito a un calo qualitativo rispetto ai precedenti dischi, barcollando comunque oltre la sufficienza grazie unicamente all’esperienza dei musicisti, mentre con Eternal Defiance il risultato è ancora meno ispirato a causa di canzoni che si trascinano noiosamente tra le ormai ripetute e scontate strutture compositive di Arkadius e soci. Bagliori di luce non ne mancano, ma sono diventati ormai sempre più rari.

La prima cosa a non convincere è la produzione: troppo pompata e artefatta, a tratti fastidiosa, in definitiva finta e non adatta a queste sonorità. La seconda, ben più grave, è la qualità media dei brani.  Chiaramente non si arriva a toccare il fondo del barile come accaduto con l’indecente Command To Charge –  impossibile ripetere un errore simile! – ma Eternal Defiance può tranquillamente essere considerato il secondo album meno riuscito della band di Düsseldorf.

L’intro Storming The Walls è una delle cose più ispirate di Eternal Defiance: epico e commuovente, battagliero come in un film anni ’50 dove a combattere sono i grandi eroi storici/mitologici. La prima vera canzone è Inner Sanctum, traccia piacevole tra accelerazioni melodiche e ritmati tempi da headbanging. Il classico scream di Arkadius guida l’ascolto attraverso le note di un brano che, data la poca consistenza della maggioranza delle seguenti canzoni, si erge tra le migliori del lotto. Beneath The Red Eagle vede la massiccia presenza della voce Tina Stabel, da anni guest nei cd dei Suidakra. Ben riuscita la folkeggiante March Of Conquest tra gradevoli giri chitarristici, ritornelli clean e cornamuse, mentre Axel Römer e la sua bagpipe è il protagonista di Pair Dadeni, composizione che alterna riff ormai noti con altri decisamente convincenti prima di lasciare spazio alla ballad acustica The Mindsong: scolastica e orecchiabile, di difficile valutazione. Scontato come la notte dopo il giorno, arriva il brano più violento dopo il più pacato, Rage For Revenge riesuma nella prima parte le influenze melodic black degli esordi per dare una bella botta di adrenalina, ma l’effetto dura poco in quanto si ritorna presto al classico e più melodico stile dei Suidakra. La parte finale di Eternal Defiance non convince molto: Dragon’s Head è più un riempitivo che altro, con le solite strutture compositive ormai pesanti da digerire e Defiant Dreams si distingue unicamente per l’intermezzo cantato in clean dal nuovo arrivato Marius “Jussi” Pesch, chitarrista entrato nella band nel 2010 solo per i concerti ma che ha convinto al punto di diventare membro fisso due anni più tardi. Damnatio Memorie è un bel brano acustico di quattro minuti cantato per un paio di strofe che ha il compito di chiudere il disco. Non sfigurerebbe in un bel cd grunge ’90 se non fosse per l’ultimo mezzo minuto orchestrale.

Eternal Defiance è un disco con troppi alti e bassi, prevedile e poco concreto. Si salvano poche tracce, e una di queste è un brano acustico dai toni malinconici, non il massimo per un gruppo che nei testi canta di legionari romani, grandi battaglie, crociati e coraggio. A conti fatti c’è purtroppo poco materiale interessante nell’undicesimo capitolo della discografia dei Suidakra, un disco da acquistare unicamente per collezionismo o per “affetto” verso la band. A tutti gli altri si consiglia di spendere soldi e tempo per i vari The Arcanum e Caledonia per farsi un’idea di quel che sanno fare, quando ispirati, i quattro tedeschi guidati da Arkadius.

Amon Amarth – Deceiver Of The Gods

Amon Amarth – Deceiver Of The Gods

2013 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Olavi Mikkonen: chitarra – Johan Söderberg: chitarra – Ted Lundström: basso – Fredrik Andersson: batteria

Tracklist: 1. Deceiver Of The Gods – 2. As Loke Falls – 3. Father Of The Wolf – 4. Shape Shitter – 5. Under Siege – 6. Blood Eagle – 7. We Shall Destroy – 8. Hel – 9. Coming Of The Tide – 10. Warriors Of The North

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Negli ultimi anni gli Amon Amarth hanno avuto un’impennata di popolarità direttamente proporzionale alla banalizzazione e standardizzazione del proprio sound, diventando una sorta di Ac/Dc del death metal melodico e vichingo. Si inserisce il cd nel lettore e ci si siede tranquilli, già sapendo che più o meno Hegg e compagnia tirano fuori quella decina di brani aggressivi ma melodici, semplici e accattivanti in grado di ammiccare e piacere praticamente a tutti. Se si è incalliti fan del viking più puro e incontaminato si rischia lo stesso di rimanere ammaliati dalla bravura del quintetto nel creare canzoni in grado di premere sull’acceleratore con discreta qualità, così come chi è avvezzo a sonorità epiche e meno brutali non può non restare affascinato dalle soluzioni catchy che da anni fanno capolino nelle composizioni del combo svedese. In effetti gli Amon Amarth hanno allargato la propria base di fan inglobandone da un po’ tutti i generi in quanto non risultano estremi in nulla: non troppo cattivi, ma neanche troppo ruffiani, sanguinari ma anche epici. Alla lunga però si rischia di annoiare gli ascoltatori se non si fa qualcosa di vagamente diverso dal passato: tornare ai meravigliosi fasti dei pagani Once Sent From The Golden Hall e The Avengers è impossibile perché la furia che muoveva il gruppo quindici anni fa è nel frattempo divenuta un vago ricordo, così pure come sperare nella violenza nordica di The Crusher, ormai troppo agiati sugli allori per suonare convincenti come allora. Più realistico augurarsi di ascoltare un Twilight Of The Thunder God parte II, con quel gustoso mix di death metal e chitarre melodiche che ha segnato il picco della seconda parte di carriera della band di Tumba. Deceiver Of The Gods non raggiunge le vette del full-lenght targato 2008, ma convince quanto Surtur Rising, disco scolastico (non necessariamente una qualità negativa) se ce n’è uno.

Le premesse erano più che buone, a partire dall’artwork adattissimo ai contenuti musicali dell’album, all’ospite annunciato molto tempo prima della release, quel Messiah Marcolin che con i Candlemass ha scritto pagine importanti dell’heavy metal mondiale, per finire con la volontà dei musicisti di scrollare dal songwriting la polvere accumulata negli ultimi anni a forza di replicare all’infinito le strutture e le armonie del passato. Deceiver Of The Gods è un discreto lavoro, ispirato quanto il tutto sommato aggressivo Surtur Rising, non esaltante o fresco come si sperava, ma che presenta piccole e gustose novità in un contesto sicuramente classico.

La produzione è moderna e asciutta, potente senza esagerare con i bassi, perfetta per tutte le sfaccettature del nono full lenght degli Amon Amarth: Andy Sneap, storico nome dietro alla consolle (Testament, Arch Enemy, Exodus, Nevermore, Megadeth e tanti altri, nonché chitarrista degli storici Sabbat), come al solito ha fatto centro.

Musicalmente si parte forte con la title track, veloce e affilata, ma capace anche di colpire duro quando i tempi si fanno meno frenetici. Il chorus è da cantare tutti in coro, con la voce di Hegg possente e profonda come non mai. Un “classico” pezzo alla Amon Amarth, decisamente ben fatto. As Loke Falls, dopo una prima parte particolarmente melodica, si rivela essere un’altra buona canzone battagliera, che acquisisce valore se ascoltata con il testo sotto mano:

Heimdall knows his fate
The end of all nine worlds
It’s what the Vala has foreseen
He knows that everything shall burn

Su tempi e ritmiche meno aggressive si adagia Father Of The Wolf, primo brano non esaltante presente in Deceiver Of The Gods. La quarta traccia in scaletta, Shape Shifter, si muove su sentieri ormai percorsi fin troppe volte: prevedibile e poco ispirata, raggiunge la sufficienza unicamente grazie alla bravura e all’esperienza dei cinque musicisti. Con Under Siege l’atmosfera si fa più cupa e minacciosa, i sei minuti della composizione sono un buon antipasto per la furiosa Blood Eagle, poco più di centottanta secondi di velocità e sei corde semplici e taglienti, una canzone che dopo un minuto mostra un riff slayeriano primi anni ’90 per poi proseguire tra doppia cassa e giri chitarristici da headbanging. We Shall Destroy è un brano particolare: inizia con melodie e tempi ormai triti e ritriti, per poi cambiare corso a metà traccia con una bellissima armonizzazione degli axemen che sfocia in una serie di riff dal taglio leggermente moderno e pesante che portano alla conclusione una canzone particolare e ben riuscita. Hel vede la presenza di Messiah Marcolin in un lungo duetto con Hegg dalla voce più cavernosa mai registrata dal biondo vichingo: un esperimento sicuramente vincente, con il magico timbro del riccioluto singer che dona al brano quel tocco di drammaticità epica in grado di rendere la composizione una delle meglio riuscite dell’intero platter. C’è da dire che musicalmente si entra in un contesto inedito per gli Amon Amarth, essendo un mid tempo tipicamente heavy metal (mi ha ricordato alcune cose degli Accept inizio anni ’80) con un gran tocco di epicità creato anche dall’utilizzo della tastiera. Deceiver Of The Gods si avvia alla conclusione con Coming Of The Tide, up tempo scolastico che si fa apprezzare proprio per la sua semplicità e immediatezza, tra intrecci chitarristici che fanno un po’ Iron Maiden e melodie che non annoiano mai. Ultimo pezzo in scaletta è Warriors Of The North, oltre otto minuti di durata dove Söderberg/Mikkonen tirano fuori ottimi spunti che riescono a tenere l’ascoltatore attento fino all’ultimo secondo di musica pur non creando nulla di trascendentale.

Dopo numerosi e ripetuti ascolti, cosa rimane? Sicuramente l’impressione di avere a che fare con un album completo e di buon livello, che da il meglio di se dopo i primi tiepidi ascolti, in grado di migliorare con il tempo, pur non giungendo a vette particolarmente elevate. Un lavoro scontato? Non direi. Piuttosto si tratta di un cd di mestiere dove i musicisti non hanno voluto rischiare minimamente, trovando le soluzioni vincenti nel bagaglio di esperienza divenuto con gli anni sempre più importante. I momenti migliori provengono da riff e schemi già conosciuti in passato, rivisti e aggiornati con saggezza, con qualche spunto diverso dal classico songwriting senza però addentrarsi in situazioni poco note, Hel esclusa. Gli Amon Amarth ormai sono questi: diligenti musicisti che senza troppo sudare confezionano l’ennesimo disco piacevole da ascoltare, migliorando alcuni elementi che danneggiavano il precedente cd senza osare mosse azzardate. I Motörhead e gli Ac/Dc piacciono tanto proprio perché si sa in partenza cosa aspettarsi da loro, con l’unico punto interrogativo rappresentato dalla qualità intrinseca delle canzoni. Con Deceiver Of The Gods è andata bene, quindi godiamoci tranquillamente questi quasi cinquanta minuti di melodico death metal nordico sorseggiando del buon idromele, skål!