Amon Amarth – The Crusher

Amon Amarth – The Crusher

2001 – full-length – Metal Blade Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Johan Hegg: voce – Olavi Mikkonen: chitarra – Johan Söderberg: chitarra – Ted Lundström: basso – Fredrik Andersson: batteria 

Tracklist: 1. Bastards Of A Lying Breed – 2. Masters Of War – 3. The Sound Of Eight Hooves – 4. Risen From The Sea (2000) – 5. As Long As The Raven Flies – 6. A Fury Divine – 7. Annihilation Of Hammerfest – 8. The Fall Through Ginnungagap – 9. Releasing Surtur’s Fire – 10. Eyes Of Horror (Possessed cover, bonus track)
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Gli Amon Amarth tornano sul mercato dopo quasi due anni dal precedente album The Avenger, e lo fanno con un disco che in parte prende le distanze da cosa prodotto nei primi due capitoli della loro discografia. Se per Once Sent From The Golden Hall e The Avenger si poteva infatti parlare di viking metal, a mio parere sempre con molta generosità, con The Crusher i cinque musicisti di Stoccolma iniziano un percorso di melodicizzazione del sound, apportando alla loro musica riff e melodie più vicini stilisticamente al death metal che non al viking. La questione “genere musicale” ha sempre diviso e creato confusione, ma credo che conti ben poco quando si ha a che fare con un disco di questa imponenza.

Registrato nel novembre 2000 presso i gloriosi Abyss Studios, mixato da Peter Tägtren e prodotto dalla band stessa, The Crusher rivela un nuovo modo di suonare per i vichinghi svedesi, più brutale e meno sporco rispetto al recente passato, più “ricercato” ma al contempo maggiormente diretto. In realtà il terzo capitolo della saga Amon Amarth suona maledettamente personale, la naturale evoluzione di un sound di battaglia, fiero e prorompente.

Bastards Of A Lying Breed squarcia in due l’aria grazie al suono delle chitarre, affilate e graffianti come non mai: la batteria di Fredrik Andersson martella le carni, mentre i riff di Olavi Mikkonen e Johan Söderberg fanno a brandelli quel poco che di intatto rimane a terra, il tutto sotto lo scontroso growl del berserker Johan Hegg. Nel caos della composizione si nota però un certa ricerca della melodia, in una chiave sconosciuta nei precedenti dischi. Lo stacco melodico verso il finale della canzone ne è la prova, anche se ben presto la doppia cassa e l’armonizzazione di chitarra lasciano l’ascoltatore dinanzi uno scenario desolato, un quadro di morte e dolore di un campo di battaglia. Masters Of War è un inno all’odio, al disprezzo verso il cristianesimo. L’anticristianesimo è un tema spesso trattato dagli Amon Amarth, ma mai così forte e diretto come in questo album:

Masters Of War, torment every soul
Rape every whore that carries the cross

Le chitarre producono riff di qualità, mentre la sezione ritmica prende possesso del palcoscenico, riuscendo a rendere particolarmente ritmata una canzone che altrimenti avrebbe rischiato – testo a parte – di rimanere nell’ombra. La seguente The Sound Of Eight Hooves è probabilmente il brano che sintetizza al meglio il sound del gruppo che si fregia della versione in Sindarin (lingua della stirpe elfica dei Sindar) del tolkieniano Monte Fato. Alla matrice viking delle chitarre si contrappongono i ritmi dettati dalla belva umana che siede dietro al drum kit, maggiormente orientati verso lidi svedesi primi anni ’90. La bravura del gruppo è nel saper amalgamare le due cose, creando un sound unico e perfettamente riconoscibile fin dal primo ascolto. Segue la feroce Risen From The Sea (2000), nuova registrazione della vecchia omonima canzone presente nel primo demo del gruppo, Thor Arise dell’anno 1993. Lo stile verte in maniera decisa verso il sound di fine anni ’90, risultando, a tratti, primordiale, feroce e a dir poco irresistibile. Di mid tempo si parla per As Long As The Raven Flies, brano più breve del disco con i suoi quattro minuti di durata. I giri di chitarra sono meno incisivi rispetto il solito, la batteria allenta un pochino la presa e quel che viene fuori dà modo all’ascoltatore di respirare. Pochi istanti e l’aggressività di A Fury Divine riporta tutto nel caos, quel caos ordinato che gli Amon Amarth sanno creare come nessun altro nella scena. La doppia cassa di Andersson è la base di partenza per la razzia di Hegg e compagni di spada, il basso di Ted Lundström il silenzioso guarda spalle, mentre i due chitarristi e il biondo singer devastano senza pietà gli innocenti colli dei malcapitati. D’ora in avanti The Crusher prenderà nuovamente il sentiero tracciato dai primi due lavori, presentando Annihilation Of A Hammerfest, The Fall Through Ginnungagap e la conclusiva Releasing Surtur’s Fire, canzoni che si rifanno a livello lirico alla mitologia norrena e musicalmente alle atmosfere vichinghe, soprattutto per quel che riguarda il lavoro dei chitarristi. Alla ritmata e coinvolgente Annihilation Of A Hammerfest si contrappone l’evocativa The Fall Through Ginnungagap, dove l’atmosfera prodotta dagli strumenti si fa malinconica e decadente, mentre Johan Hegg urla del vuoto che precede la creazione del mondo. Chiude questo potentissimo lavoro Releasing Surtur’s Fire, dove la musica e il testo vanno a braccetto, furia musicale da sottofondo a furia lirica. La canzone altro non è che una classica composizione degli Amon Amarth, ovvero una potente miscela di forza bruta e inaspettata melodia. Come bonus track è presente la cover dei Possessed Eyes Of Horror, registrata nei meno nobili Das Boot Studios – la qualità audio è nettamente inferiore rispetto a The Crusher -, canzone poi finita nel tribute album Seven Gates Of Horror del 2004 a firma Karmageddon Media, disco che vede la partecipazione anche di gruppi quali Absu, Vader, Sinister e Cannibal Corpse.

I testi, come anticipato, sono fortemente anticristiani e trattano della ribellione pagana all’avanzare della “nuova” religione, fino alla vittoria della tradizione nordica nelle ultime tre tracce: dalla rabbia di Masters Of War si passa a The Sound Of Eigth Hooves, dove si narra di un predicatore in fuga inseguito da cani e persone, per finire poi, insieme ad altri tre cristiani, appeso ad una vecchia quercia; la furia anticristiana – decisa ma mai offensiva – prosegue fino alla pesante A Fury Divine, dove si racconta la morte a testa alta di un pagano:

LIES! Spread by preaching men
I’m on trial for being who I am
And praising the Gods of my native land (…)
The proud man stood firm, he refused to kneel
Tehn fury in him was divine
Now he is dead, his fate has been sealed
He’s brought to Golden Hall up high

Le ultime tre canzoni sono invece incentrate sulle divinità nordiche, in particolare Releasing Surtur’s Fire tratta del Gigante del Fuoco Surtur e della genesi del Ragnarok:

He’s riding down ‘cross a field but nothing is the same
This place he knew as Hammerfest
When the old Gods reigned
The army of demons rides
By his side with weapons drawn
Today is the day
When Ragnarok will be spawned

mentre in Annihilation Of A Hammerfest è presente una struggente promessa vichinga: 

Allvise Ygg, Maktige Harjafader
Guda av Asars och vaners att
Hor mina ord, nar som jag svar
Att om tusen vintrar ater ta var ratt?

(tr.: Onniscente Terribile, possente Padre della Devastazione – Dei della stirpe degli Asi e dei Vani – Ascoltate la mia parola, ora mentre guiro – Che in mille inverni rivendicheremo il nostro diritto)

Si può parlare, quindi, di The Crusher come una sorta di concept album in termini temporali: la rabbiosa reazione delle popolazioni del nord al proliferare del cristianesimo, la cacciata dei religiosi per la finale vittoria del pantheon nordico.

The Crusher è il degno successore di Once Sent From The Golden Hall e di The Avenger, lavoro che si apre verso dinamiche e sonorità che con il tempo diventeranno predominanti. Un album che segna la crescita artistica degli Amon Amarth e che rimane tutt’oggi uno dei migliori lavori del combo svedese.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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