Stilema – Utopia

Stilema – Utopia

2020 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Gianni Izzo: voce, chitarra acustica Federico Mari: chitarra, voce harsh Francesco “Frenk” Pastore: basso, tastiera Domenico Pastore: batteria Wiktoria Denkiewicz: violino, voce

Tracklist: 1. Il Volo Eterno 2. Tra Leggende E Realtà 3. Ophelia 4. Mondi Paralleli 5. Da Qui Non Si Passerà 6. Anacrusis 7. Utòpia – 8. Armonie

Avevamo lasciato gli Stilema un paio di anni fa con la pubblicazione dell’EP Ithaka e li ritroviamo ora con un cd, Utopia, che mostra la maturazione artistica del gruppo di Ladispoli (Roma). Con il nuovo album Gianni Izzo e soci virano decisamente sulla strada dell’heavy metal, senza però rinnegare o abbandonare quell’alone di poesia che li ha sempre contraddistinti, rendendoli fin da subito personali e diversi dal resto della scena: se è vero che la chitarra ricopre ora un ruolo più importante rispetto al passato, non da meno sono le linee vocali di Izzo, cantastorie d’altri tempi al servizio del folk metal.

Utopia è un album prodotto dalla Hellbones Records in formato digipak, composto da otto canzoni per un totale di quarantadue minuti di durata. L’opener Il Volo Eterno è il classico brano di apertura nel quale la band riversa tutte le capacità al fine di realizzare una “canzone riassunto” che può essere considerata il manifesto musicale degli Stilema 2020. Tra Leggende E Realtà ha un sound tipicamente folk metal: andatura allegra e ottime linee vocali, senza dimenticare il violino sempre al servizio della composizione. L’intro di Ophelia, delicato e dolce, porta in un mondo nel quale i musicisti mostrano tutta la propria classe costruendo una canzone che, nonostante qualche urlo, non abbandona mai una sorta di romanticismo che la fa risaltare immediatamente fin dal primo ascolto. Di Mondi Paralleli rimane impresso il break a metà canzone, dove tutto cala e quasi dal silenzio riparte il violino per poi esplodere nel bel ritornello. Le sirene dei bombardamenti introducono Da Qui Non Si Passerà, probabilmente il brano più diretto ed efficace di Utopia. Si tratta di ottimo folk metal ricco di grandi riff di chitarra, stacchi potenti e ottime linee vocali: davvero ben fatto! Dopo il breve intermezzo Anacrusis si giunge alla title-track: gli Stilema non rifiutano la sfida di allargare il raggio sonoro e negli oltre otto minuti della canzone troviamo veramente un po’ di tutto, comprese alcune accelerazioni estreme che mai prima avevamo sentito in un loro pezzo. Stupisce in positivo il blocco centrale progressive (che prosegue più tardi con un guitar solo) presto ammorbidito dalla chitarra acustica e una sonorità che riporta al cantautorato. Se c’è un brano in grado di rappresentare le vaste possibilità del gruppo, beh quello è proprio Utopia. In chiusura del disco troviamo Armonie, con il pianoforte nella parte del leone per un dolce componimento che equilibra il cd e porta a conclusione con grazia un lavoro maturo e a tratti sorprendente.

Utopia fotografa gli Stilema anno 2020: una formazione che ha trovato la propria via e la percorre con sicurezza, conscia delle proprie capacità e libera da ogni tipo di limite. Complimenti Stilema!

Finntroll – Nifelvind

Finntroll – Nifelvind

2010 – full-length – Century Media Records

VOTO: 8 – recensore: Mr.Folk

Formazione: Vreth: voce – Routa: chitarra – Skrymer: chitarra – Tundra: basso – Beast Dominator: batteria – Trollhorn: tastiera, voce – Virta: tastiera

Tracklist: 1. Blodmarsch (intro) – 2. Solsagan – 3. Den Frusna Munnen – 4. Ett Norrskensdåd – 5. I Trädens Sång – 6. Tiden Utan Tid – 7. Galgasång – 8. Mot Skuggornas Värld – 9. Under Bergets Rot – 10. Fornfamnad – 11. Dråp

Al tempo dell’annuncio della pubblicazione di Nifelvind i fan dei Finntroll si divisero in due: da una parte chi sperava in un proseguimento sonoro di quanto fatto con il precedente Ur Jordens Djup, ovvero un sound oscuro e vicino a un certo tipo di black metal, e chi invece sognava un ritorno a sonorità danzerecce e ironiche di Nattfodd. La copertina, con quella cornice che ricorda il disco del 2004, e il disegno centrale, più un mostro che un troll, non faceva altro che mettere punti interrogativi sulle sonorità di Nifelvind. L’ascolto delle dodici tracce rivela il semplice arcano: il disco è esattamente a metà tra la ferocia tetra di quanto pubblicato tre anni prima e il cazzeggio trollesco che li ha resi immortali con il singolo Trollhammaren.

Dopo il classico intro a base di rumori oscuri della natura parte la bellissima Solsagan, perfetta nel mettere subito le cose in chiaro e dare un’indicazione stilistica per il proseguo dell’album, ricca di influenze black metal e con il vigoroso drumming ad opera di Beast Dominator, parti furioseche si alternano a cori e ritmi decisamente divertenti in grado di far saltare saltare anche i metallari più seriosi in sede live. La seguente Den Frusna Munnen è meno aggressiva e forse meno ispirata dell’opener, pur avendo una strofa che rimane impressa fin dal primo ascolto. Molto meglio la terza canzone in scaletta Ett Norrskensdåd con i suoi simpatici strumenti a fiato che donano al brano un non so che di gitano, ricordando la spensieratezza tipica dei Trollfest. I Trdens Sång ci riporta al sound quasi primitivo del debutto Midnattens Widunder: veloce, cupa e dannatamente efficace, dove l’aspetto trollesco della loro musica viene meglio a galla. Tiden Utan Tid alterna ritmi tribali a sfuriate di doppia cassa e urla furiose del bravo Vreth, in quello che forse è il brano più completo a livello compositivo, nel quale i Finntroll mostrano – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che come loro sanno unire folk metal, orchestrazioni e influenze di musica estrema non è capace nessun altro. Quella che segue è una bellissima ballata folk dal titolo Galgasång: l’immagine che viene spontanea è quella dei sei musicisti intorno ad un falò nel bel mezzo di una foresta tra fiumi di alcool e chitarre strimpellanti. Si torna a spingere sul pedale dell’acceleratore con Mot Skuggornas Värld e i suoi ritmi humppa dopo un inizio orchestrale. Ma il meglio deve ancora arrivare e ha come nome titolo Under Bergets Rot: brano perfetto per ballare di notte ululando alla luna tra ritmi animaleschi travolgenti e sonorità gitane, una canzone perfetta per i concerti e che su disco rende bene l’idea della potenza dei Finntroll. Peccato che dopo un brano così ispirato ci sia subito dopo quello più debole del lotto, in quanto Fonfamnad è una composizione priva di mordente. Chiude l’album Dråp, che con i suoi sette minuti risulta essere la canzone più lunga dell’album, canzone che alterna umori differenti portando a conclusione un disco vario e intrigante. C’è spazio anche per una bonus track, la già citata Under Bergets Rot per l’occasione rinominata Under Dvrgens Fot e arrangiata in maniera diversa, perdendo però parte della sua forza, ovvero il ritmo incalzante.

Quello che rimane alla fine dell’ascolto è la sensazione che i finnici abbiamo tirato fuori un album sicuramente valido e ben fatto, forse un pelino troppo lungo e con un paio di canzoni non esaltanti, ma in grado di soddisfare sia chi intende il folk metal come occasione di festa sia chi vive la musica come una cosa più “seria” e vicino ad uno stile di vita. Nifelvind si trova a metà strada tra ritorno all’humppa e le recenti bordate feroci, rendendo alla fine soddisfatti tutti quanti: in fondo basta avere questo cd nel lettore stereo per vivere l’emozione di essere avvolti dalle fredde foreste nordiche abitate da creature oscure ma in fondo buffe come i troll.

Knight Errant – The Grand Migration Of Souls

Knight Errant – The Grand Migration Of Souls

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Uluer Emre Özdil: voce – Ali Ulupinar: chitarra – Barbaros Bensoy: chitarra – Deniz Turan: basso – Murat Arslanoğlu: batteria – Ilgin Ayik: violino

Tracklist: 1. Dark Tides – 2. Confusing – 3. Troprak – 4. Ruhlarin Buyuk Gocu – 5. Virtual Reality – 6. Anafor – 7. Ruzgar – 8. Ready To Believe – 9. Gilgamesh

La Turchia nel resto del mondo non è certo nota per la fiorente scena heavy metal, eppure tanti ragazzi, nonostante le difficoltà facilmente immaginabili, tengono duro e sudano sangue suonando la musica che più amano. I Knight Errant sono attivi dal lontano 1993 e hanno come base la metropoli Istanbul: nella loro lunga carriera hanno realizzato solamente tre dischi (Knight Errant nel 1999, Divan nel 2005 e il presente Ruhlarin Buyuk Gocu/The Grand Migration Of Souls, al momento disponibile solo in digitale), ma possono vantare la presenza – prima band turca in assoluto – al Wacken 2001, suonando un set di cinquantacinque minuti davanti a trentamila persone.

La musica dei Knight Errant è un heavy metal fortemente melodico grazie soprattutto alla violinista Ilgin Ayik, mai veramente protagonista ma fondamentale per il sound del gruppo. The Grand Migration Of Souls è composto da nove brani per un totale di trentasei minuti che diventano ancora meno se si escludono la prima e l’ultima traccia del cd, ovvero intro e outro strumentali. Le composizioni sono per lo più mid-tempo e scorrono lineari e dirette, creando un effetto quasi rilassante nonostante le chitarre elettriche e le (poche) accelerazioni di batteria. Fin dalla quasi opener Dark Tides è facile capire le coordinate stilistiche del combo turco, impegnato nella ricerca della melodia vincente e del ritornello memorizzabile. Il brano che spicca maggiormente è Virtual Reality, nella quale il cantante Uluer Emre Özdil dà il meglio di sé – acuti compresi – e tutto gira alla perfezione tra assoli di chitarra, linee vocali soavi e la capacità di scrivere un pezzo vincente. Anafor ha un’andatura malinconica: il violino accompagna in maniera adeguata la voce in questa occasione soffice, una canzone acustica davvero ben realizzata che centra il bersaglio. Da menzionare anche la delicata Ruhlarin Buyuk Gocu, con la Ayik che supporta le note finlandesi (…HIM?) che escono dalle casse, creando un’atmosfera da candele accese e incenso mentre si sorseggia una tisana. La composizione che però si distingue maggiormente dal resto è Ruzgar, fraseggi di chitarra e violino caratterizzano fin dai primi secondi questo pezzo, che conquista l’ascoltatore grazie a melodie e canti medio orientali; se al folk metal si chiede (o chiedeva, soprattutto in passato) un legame con la terra della band, Ruzgar è un ottimo esempio nel quale la band rimane se stessa pur suonando più ricercata e originale. Chiude il cd la strumentale Gilgamesh che segna il legame con il debutto del 1999, nel quale però era presente una canzone “vera” dallo stesso titolo.

L’evoluzione dei Knight Errant li ha portati ad abbassare i ritmi e suonare meno energici, ma alla fine, nonostante gli anni e i cambi di formazione, lo stile è sempre riconoscibile e si può dire che i muscoli hanno lasciato spazio a una maggiore ricerca e delicatezza. The Grand Migration Of Souls è un buon esempio di come si possa suonare heavy/folk metal anche al di fuori delle solite e spesso sature zone che ben conosciamo: diamo a queste scene la possibilità di essere ascoltate e di crescere.

Tersivel – For One Pagan Brotherhood

Tersivel – For One Pagan Brotherhood

2011 – full-length – Trinacria Media

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lian Gerbino: voce, chitarra, basso Nicolás Närgrath: voce growl, chitarra – Herman Martiarena: batteria – Franco Robert: tastiera

Tracklist: 1. Cruzat Beer House Song – 2. As Brothers We Shall Fight – 3. The Heathen Sun Of Revenge – 4. Far Away In The Distant Skies – 5. High Germany – The Erin’s Jig – 6. And Fires Also Die Away – 7. Those Days Are Gone – 8. Aeolian Islands – 9. We Are The Fading Sun – 10. Tarantella Siciliana – 11. Cosa Nostra – 12. Pagan Nation

Attivi dal 2004, i Térsivel, band originaria di Buenos Aires, arrivano al debutto discografico dopo due mini cd grazie alla Trinacria Media, etichetta personale di Lian Gerbino, vocalist del gruppo. Provenire da un paese, l’Argentina, non di prima fascia per quel che concerne il folk metal è sì uno svantaggio perché si è fuori dalla scena “che conta”, ma anche un potenziale vantaggio se si cerca una propria via, non avendo praticamente concorrenza. Invece i Térsivel non portano nulla della loro nazione, proponendo un extreme folk metal di matrice nord europea, influenzato – e molto – da gruppi come Ensiferum, Turisas e Alestorm, oltre che – parole loro – dalla musica folk siciliana.

La produzione potente aiuta senz’altro la buona riuscita di For One Pagan Brotherhood, full-length che consta di dodici tracce per quasi un’ora di durata. I Térsivel dimostrano fin dalle prime note di avere una buona tecnica personale, oltre che un songwriting a tratti ispirato, anche se purtroppo ancora troppo derivativo e poco personale. La prima traccia del disco, Cruzat Beer House Song, è particolarmente festosa, dalle forti tinte folk in grado di trasmette gioia e voglia di ballare. La seguente As Brothers We Shall Fight suona minacciosa, soprattutto durante le strofe, grazie al sapiente lavoro del tastierista Franco Robert, capace di creare una melodia sinistra ed epica al tempo stesso, a metà strada tra i Turisas di The Varangian Way e i Dimmu Borgir di In Sorte Diaboli. The Heathen Sun Of Revenge si distingue, oltre per le prime note particolarmente pacifiche, per il ritornello semplice e immediato, con la melodia principale che torna presente in diversi punti del brano. La lunga Far Away In The Distant Skies inizia come i Turisas dei bei tempi: i primi quaranta secondi sembrano difatti uscire da un disco di Mathias Nygård e soci. La canzone prosegue tra ritmi incalzanti, break di pianoforte e stacchi che ricordano gli Alestorm più aggressivi. Completamente folk metal è High Germany – The Erin’s Jig: il flauto suona dolce e rotondo su di una base piuttosto ritmata, mentre la voce da raccontastorie di Gerbinoporta l’ascoltatore su sentieri polverosi circondati da boschi di alberi sempreverdi, in un cammino che conduce dritto al centro della festa, dove il violino è la prima donna e tutti i presenti hanno diritto di divertirsi. Dopo l’inutile insieme di rumori And Fires Also Died Away, la delicata Those Days Are Gone mostra il lato più intimo dei Térsivel: la voce rassicurante e le chitarre acustiche costituiscono un duo convincente, per quello che risulta essere un lento perfettamente riuscito. Aeolian Islands è un brano strumentale di chiara origine folk, piuttosto scontato nel suo lento scorrere che risente anche del cattivo posizionamento in scaletta. Nei sei minuti di We Are The Fading Sun si ascolta di tutto, dal riff in palm muting al pianoforte, dai cori epici allo scream, passando attraverso tempi di batteria serrati e trombe altisonanti, in un potpourri spiazzante. Arriva il turno di Tarantella Siciliana, strumentale di tre minuti dal forte retrogusto popolare, per quella che è veramente una tarantella metallizzata: idea simpatica ed esperimento riuscito. Lo è molto di meno, invece, Cosa Nostra. La canzone in questione, già di suo scialba musicalmente, presenta nel testo, a volte veramente evitabili, per poi concludere con il ritornello

Cosa Nostra, La Muzzarella, El Pepperoni y Tersivel

Bisogna chiarirlo: non è un’offesa o una presa in giro al sud Italia, ma un tentativo maldestro di Gerbino di omaggiare la terra dei suoi nonni, la Sicilia. Superati questi terribili minuti, si arriva alla conclusiva Pagan Nation: nei quasi otto minuti di durata, ancora una volta Turisas oriented, ritroviamo tutti gli elementi che contraddistinguono i Térsivel, ovvero l’alternanza tra voce clean e scream, ottime orchestrazioni e una solida base ritmica.

La band mette in mostra diverse qualità come la preparazione tecnica, il buon gusto per gli arrangiamenti e un amore viscerale per il folk metal nord europeo, peccando però di presunzione in qualche capitolo forse un po’ troppo intricato, volendo mischiare molti ingredienti senza avere lo strumento necessario per mescolare con efficacia il tutto. Ne risente la seconda parte di For One Pagan Brotherhood, dove sono presenti alcune composizioni non troppo ispirate che fanno scemare l’interesse nei confronti del cd.

Térsivel hanno ascoltato con attenzione gli insegnanti della vecchia Europa e hanno ripetuto a memoria la lezione; ma nelle note delle canzoni traspare una certa volontà di andare avanti e osare di più, cosa che effettivamente avverrà con il buonissimo Worship Of The Gods del 2017, lavoro nel quale Gerbino e soci mostreranno tutte le loro capacità.

Kalevala hms – If We Only Had A Brain

Kalevala hms – If We Only Had A Brain

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Simone Casula: voce – Daniele Zoncheddu: chitarra – Francesco Vignali: basso – Tommy Celletti: batteria – Dario Caradente: flauto – Enrico Cossu: viola, violino

Tracklist: 1. Song To Sing In Case Of Armageddon – 2. Victory Is For Suckers – 3. Dumbo Alla Parata Nera – 4. Mickey Finn – 5. Cyberkampf – 6. If We Only Had A Brain – 7. Die Moorsoldaten – 8. Root Radioed – 9. Medusa – 10. No Cheese = Blue Cheese – 11. For The Old World – 12. Elettrochoc (Matia Bazar cover) – 13. Les Peintres – 14. Principessa – 15. Tribù

Se tutti i dischi folk metal oriented pubblicati in Italia avessero la qualità e la freschezza di If We Only Had A Brain la scena tricolore sarebbe tra le più quotate al mondo. Le cose, purtroppo, non vanno in questo modo, ma il nuovo e a (troppo) lungo atteso disco degli emiliani Kalevala hms ha la forza per farsi rispettare dalla giovani e scalpitanti band, portando divertimento, riflessioni e ottime canzoni alla causa.

Sono passati ben otto anni da There And Back Again, secondo lavoro in studio, e sei da Tuoni, Baleni e Fulmini, doppio cd che comprendeva cover e pezzi diversamente arrangiati e dvd live. Da allora ci sono stati live e festival, ma il nome degli emiliani ha iniziato a circolare sempre meno fino a quando, finalmente, è arrivato l’annuncio del nuovo If We Only Had A Brain, cd composto da ben quindici tracce ma che non arriva ai cinquanta minuti di minutaggio. Musicalmente i Kalevala hms suonano sempre alla loro maniera: musica rock, irish, progressive e un tocco di metal sono sapientemente mescolati al fine di produrre un sound personale e immediatamente riconoscibile come in pochi possono vantare. Nel corso degli anni lo stile del gruppo non è mai mutato nonostante i cambi di formazione, ma non sono mancate le piccole novità che rendono i nostri sempre “nuovi” da ascoltare. Anche in If We Only Had A Brain c’è spazio per qualcosa che ai più potrebbe risultare insolito, ma conoscendo Zoncheddu e soci non ci si può meravigliare. Le quindici canzoni sono sì tante, ma anche varie e dinamiche, non ci sono brani che si assomigliano tra di loro, eppure dalla prima all’ultima nota si riconosce subito lo stile dei Kalevala hms. Song To Sing In Case Of Armageddon è il classico biglietto da visita che riassume tutte le caratteristiche dei musicisti, mentre Victory Is For Suckers (“un’apologia rock’n’roll  del fallimento”) unisce violini e chitarre crude alla Malcolm/Angus Young, ma è conDumbo Alla Parata Nera che arriva la prima sorpresa: si tratta della rivisitazione con testo modificato del classico Disney, una marcia tetra ed efficace che porta a Mickey Finn, brano teatrale e oscuro che avanza con sicurezza e potenza guidato dal sempre in forma Simone Casula. Con Cyberkampf si cambia registro: canzone multiforme e senza una chiara direzione, sembra la trasposizione musicale del libro 1984 per quanto folle e inquietante. Arriva il turno della title-track, anche questa una rivisitazione del classico Disney Il Mago Di Oz. Il testo è stato riscritto e sembra una trista constatazione dei tempi che corriamo… “se solo avessimo un cervello”… peccato che per molti non sia così! Dopo lo spensierato If We Only Had A Brain arriva la pesante (nel senso di tema trattato) Die Moorsoldaten, canzone della resistenza tedesca scritta nel campo di concentramento di Börgermoor e fatta circolare in Europa con lo stratagemma di un calzolaio che infilò i fogli con testo e musica tra la suola e la tomaia delle scarpe. In questa versione cantata in tedesco, francese e italiano è presente il Coro Dei Malfattori, ospiti che fanno capolino anche in altri brani. Rock, veloce e dinamico, Root Radioed sgrulla via la malinconia e l’oscurità degli ultimi minuti a favore di un bel mix di musica colta nella quale spicca lo stacco heavy della chitarra di Zoncheddu presto doppiata dal flauto. Con Medusa si omaggiano i naufraghi di tutti i tempi, e con No Cheese = Blue Cheese si torna nei fantastici anni ’80, quando tutti noi eravamo vestiti con colori fluorescenti e il futuro sembrava una vittoria certa. La breve, spiazzante e bizzarra For The Old World fa da apripista a un grande pezzo della musica italiana, quell’Elettrochoc dei Matia Bazar che se fosse stata scritta dai Depeche Mode sarebbe stato un successo mondiale. La nuova versione è chiaramente rock, “stralunata” nelle strofe e massiccia nei ritornelli, una bella prova di coraggio e bravura decidendo di confrontarsi con un gruppo storico e una canzone iconica. Il francese di Les Peintres è elegante e ben si addice alle chitarre belle piene e alla rocciosa sezione ritmica, presto seguita da Principessa, canzone che cita Puccini e Morricone senza paura di alzare il gain della distorsione per quella che è una composizione atipica ma funzionale all’ascolto del cd. L’ultimo brano in scaletta è Tribù, epico e drammatico, un buon modo per portare a conclusione l’ascolto dell’album.

Registrato al Noise Studio di Francesco Chiari e masterizzato presso La Maestà di Giovanni Versari (Muse, Piero Pelù, Le Vibrazioni ecc.), If We Only Had A Brain è un lavoro intelligente e attuale visti i temi trattati (immigrazione, lotta al nazifascismo, naufraghi, controllo delle menti), coinvolgente e sempre fresco anche dopo ripetuti ascolti. L’oscurità è parte fondamentale della musica e dei testi, ma i Kalevala hms sono bravi a sdrammatizzare quando ce n’è l’opportunità. If We Only Had A Brain è un tipo di lavoro che non si trova spesso in giro e in questi anni è mancato alla scena italiana: bentornati Kalevala hms e non fateci aspettare tanti anni per il prossimo cd!

Ukanose – …Kai Griaudėjo Miškai…

Ukanose – …Kai Griaudėjo Miškai…

2020 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Jokūbas: voce – Linas: chitarra – Laurynas: chitarra – Karolis: basso – Vilius: batteria – Greta: flauto

Tracklist: 1. Kas Mes? – 2. Mūsu Kova – 3. Vadui – 4. Sena Patranka

Gli Ūkanose sono una formazione della Lituania in attività dal 2012 con un disco inciso – il debutto s/t del 2016 – che con il presente EP …Kai Griaudėjo Miškai… festeggiano la seconda release. “Festeggiare” è la parola giusta, in quanto questo mcd è proprio un inno alla libertà pubblicato in occasione del trentesimo anniversario dell’indipendenza lituana. L’idea alla base di questo lavoro è proprio la celebrazione delle persone che hanno combattuto e sono morte per la liberazione della Lituania, e così i testi sono tratti da confessioni, ricordi e parti di poemi scritti dai partigiani, trasformando le loro parole in musica metal con lo stile che ha permesso agli Ūkanose di farsi conoscere in questi anni.

I diciotto minuti di …Kai Griaudėjo Miškai… iniziano con Kas Mes?, mid-tempo dai toni malinconici nel quale gli inserti di flauto risultano tanto efficaci quanto eleganti. L’iniziale riffing crudo di Mūsu Kova ci porta in territori thrash metal, proseguendo poi come una potente cavalcata che non disdegna la melodia nel ritornello. Vadui ha quasi un’anima progressiva, dall’incedere lento e il doppio cantato maschile/femminile che viene ben doppiato da chitarra e flauto. Si cambia completamente atmosfera con la conclusiva Sena Patranka: l’inizio è allegro e spensierato ma presto arriva un riff black metal a spazzare via tutto. A questo punto, mentre ci si aspetterebbe l’ingresso della voce growl e i blast beat , arriva a sorpresa una melodia di festa e il cantato particolarmente gioioso. Il ritmo accelera con il passare dei minuti per quella che è la canzone più diretta e memorizzabile del lotto, un brano che porta gioia e voglia di brindare, forse proprio come successo ai partigiani lituani una volta dichiarata l’indipendenza della loro terra.

…Kai Griaudėjo Miškai… è un EP particolare e fortemente voluto, inciso con il cuore da parte dei musicisti, bravi a non farsi travolgere dalle emozioni riuscendo a portare avanti il discorso musicale iniziato nel 2016 senza disdegnare delle piccole ma non trascurabili novità oltre al cambio tra fisarmonica e flauto. Un lavoro godibile che parla di un pezzo di storia di una terra lontana da noi, grazie agli Ūkanose oggi decisamente più vicina.