Blodiga Skald – The Undrunken Curse

Blodiga Skald – The Undrunken Curse

2020 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Axuruk “Jejune”: voce – Ghâsh “Barbarian Know-All”: chitarra – Rükreb “The Noble One”: basso – Vargan “Shepherd Tamburine”: batteria – Tuyla “The Glorious One”: fisarmonica, tastiera – Yindi “Servant Of Anor’s Flame”: violino

Tracklist: 1. The Curse – 2. Yargak – 3. Sbabobo – 4. Estelain – 5. Spirits Of Water – 6. The Sacrifice – 7. Tourdion – 8. To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley) – 9. Fugue – 10. Yo-Oh The Sail Is Low – 11. Never Leave A Friend Behind

I Blodiga Skald aveva sorpreso positivamente la critica con il disco di debutto Ruhn, uscito a metà 2017, che mostrava una grande e gustosa evoluzione dall’EP Tefaccioseccomerda di due anni prima. La band ha successivamente intrapreso una fitta serie di date – sempre considerando lo status underground della formazione romana – che li ha portati più volte a suonare all’estero, accrescendo meritatamente il numero di seguaci sparsi per l’Europa. A tre anni dal primo full-length il gruppo che vede il pittoresco Axurux alla voce, torna sul mercato con il nuovo The Undrunken Curse, lavoro composto da undici tracce per un totale di circa quarantaquattro minuti. A livello estetico il disco si presenta più che bene: la copertina e l’artwork sono stati realizzati da Jan “Örkki” Yrlund (artista che abbiamo incontrato svariate volte con Cruachan, Atlas Pain, Korpiklaani, Manowar) e rappresentano bene l’essenza giocarellona dei Blodiga Skald, a partire dalla bella copertina e per finire con il booklet completo di testi dove i singoli musicisti sono rappresentati sotto forma di disegno con sembianze “orchesche”. Ascoltando The Undrunken Curse, però, ci si rende facilmente conto che alcune cose sono cambiate e che forse questo cd va visto come un lavoro di transizione, ma andiamo per gradi.

La prima cosa che salta all’orecchio è la produzione potente e aggressiva, forse un po’ fredda e che nel mix finale penalizza la batteria di Vargan, ma che sicuramente è la chiara visione artistica dei musicisti e che, è bene precisarlo, con questo tipo di musica ci può star bene. La seconda novità è data dalla presenza della violinista Yindi che sostituisce Maerkys, portando in dote uno stile molto diverso che però ancora non si è amalgamato al 100% con il sound dei Blodiga Skald. Sound che in realtà ha virato da un classico e rumoroso folk metal a un qualcosa di più teatrale, quasi cabarettistico (nell’accezione positiva). Questo cambiamento tuttavia non è stato completato con The Undrunken Curse, disco dove si alternano brani veramente ben fatti (The Sacrifice, To The East Of Sorrow Town (Circus Of Pigsley), le conclusive Yo-Oh The Sail Is Low che vede la presenza dell’ospite Keith Fay dei Cruachan e Never Leave A Friend Behind) ad altri che non convincono a pieno (Yargak, Sbabobo) o, ancora, che stonano completamente (il finale di una comunque buona Estelain, Spirits Of Water e gli evitabili intermezzi Tourdion e Fugue). A tal proposito si ha la sensazione che i continui riferimenti alla musica classica, anche se parte del bagaglio musicale/culturale di alcuni musicisti, siano forzati, quasi a voler dare un tocco di classe laddove, in realtà, non se ne avverte il bisogno.

Quel che rimane una volta concluso l’ascolto è che i Blodiga Skald siano in piena fase evolutiva e The Undrunken Curse sia il classico album a metà strada tra passato e presente. Come detto precedentemente alcuni brani funzionano alla grande trainando l’ascolto del cd fino alla fine e forse sarebbe bastato davvero poco per rendere il disco ancora più accattivante. Le canzoni, su questo si può stare sicuri, funzioneranno alla grande in sede di concerto, ma forse per ascoltare al 100% i “nuovi” Blodiga Skald ci sarà da aspettare il prossimo lavoro in studio.

Suidakra – Echoes Of Yore

Suidakra – Echoes Of Yore

2019 – full-length – MDD Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Arkadius Antonik: voce, chitarra, orchestrazioni – Sebastian Jensen: voce, chitarra – Tim Siebrecht: basso – Ken Jentzen: batteria

Tracklist: 1. Wartunes – 2. The Quest – 3. Havoc – 4. Morrigan – 5. Rise Of Taliesin – 6. Hall Of Tales – 7. Pendragon’s Fall – 8. Banshee – 9. Warpipes Call Me – 10. Lays From Afar

I tedeschi Suidakra arrivano al venticinquesimo anno di attività e non sono molti i gruppi in questo genere che possono dire di avere una lunga e proficua carriera come la loro. Volendo tirare una linea e guardare cosa è successo in questo quarto di secolo, la prima cosa che si nota è la costante altalena qualitativa alla quale Arkadius e soci ci hanno ormai abituato da anni. Tralasciando volutamente il periodo “moderno” della band, fortunatamente subito abbandonato e spazzato via dalla successiva pubblicazione, quel Caledonia che per molti rimane il lavoro più riuscito del gruppo, a un poco ispirato Eternal Defiance ha fatto seguito il discreto Realms Of Odoric, per poi impaludarsi nell’acustico e non riuscito Cimbric Yarns. Insomma, sembra che il meglio i Suidakra lo abbiano già dato, ma questo Echoes Of Yore potrebbe essere quel tipo di operazione che fa tornare la voglia di provare quel qualcosa in più e far tornare a volare le mani lungo i manici di chitarra alla ricerca delle note perfette. Se si pensa ai Suidakra viene da chiedersi cosa avrebbero potuto diventare se solo avessero azzeccato tre album di fila, capaci sì di piazzare qualche colpo di altissima qualità, ma anche di auto eliminarsi dal giro che conta con release zoppicanti.

Echoes Of Yore nasce dal desiderio di festeggiare un bel pezzo di carriera – venticinque anni! – che comunque ha portato la formazione di Düsseldorf a calcare i palchi di mezzo mondo, compresi i grandi eventi estivi. Tutto assolutamente meritato, e questo disco nato grazie al supporto dei fan che hanno contribuito attivamente con l’ormai classico kickstarter (scegliendo tramite voto la scaletta del cd), può davvero essere una piccola svolta nella carriera dei Suidakra. In Echoes Of Yore troviamo dieci brani per un totale di cinquantuno minuti di durata, con i pezzi tratti esclusivamente dalle prime cinque release. I suoni sono al passo con i tempi, potenti e grossi, ma anche nitidi e sinceramente danno nuova vita a Banshee – opener del debutto del 1997 Lupine Essence – e Hall Of Tales, dal seguito Auld Lang Syne dell’anno dopo per fare degli esempi. La tracklist è buona, il fan di vecchia data può ritenersi soddisfatto delle canzoni selezionate anche se, com’è normale che sia, ognuno troverà una mancanza se non di più. Tra le nuove versioni vanno assolutamente menzionate l’opener Wartunes, che come da titolo è una vera tritaossa, The Quest, ovvero la tipica Suidakra-song dei bei tempi andati, la sognante Rise Of Taliesin, più lunga dell’originale di cinquanta secondi e arricchita dagli eleganti interventi di violino e flauto, e Pendragon’s Fall, forse la rilettura più brillante dell’intero cd. Nelle varie canzoni sono presenti diversi ospiti, il più noto dei quali è Robse degli Equilibrium, mentre fa un certo effetto ascoltare nuovamente la voce pulita dello storico Marcel Schoenen. A completare questa operazione celebrativa (e un po’ nostalgica) c’è il bonus dvd con l’esibizione dei Suidakra al Wacken Open Air 2019.

Non è la prima volta che la band tedesca festeggia qualcosa (nel 2008 fu il turno di 13 Years Of Celtic Wartunes, un dvd + cd con quattro ri-registrazioni e poi una sorta di best of con le canzoni semplicemente rimasterizzate), ma una carriera lunga non è cosa da tutti ed è giusto che i musicisti si prendano del tempo per festeggiare traguardi importanti come quello delle venticinque candeline. Echoes Of Yore è un lavoro utile sia per chi vuole avvicinarsi alla formazione di Arkadius che per chi segue il gruppo da anni e non si fa scappare nessuna uscita. La speranza è che lavorando su pezzi dotati del giusto tiro i Suidakra ne abbiano tratto nuova ispirazione per il prossimo lavoro: dare continuità qualitativa alla propria discografia sarebbe una gran cosa.

Chur – Four-Faced

Chur – Four-Faced

2019 – full-length – autoproduzione

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Yevhen Kucherov: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Goddess – 2. Four Faced – 3. Дике поле (Wild Steppe) – 4. Paradise – 5. Tyra – 6. Dancer – 7. Битва під Конотопом (Battle Of Konotop) – 8. River – 9. Freedom Or Death – 10. Outro – Степова спека (Steppe Hot) – 11. Фломастерні брови (Marker Eyebrows)(bonus track)

Una decade fa la carriera dei Chur sembrava ormai lanciata, almeno per gli standard underground, poi il nulla. Dieci anni di silenzio interrotto sola da uscite minori (tipo la raccolta di brani tratti da split) prima del ritorno della one man band ucraina con il presente disco Four-Faced. Il progetto nasce nel 2005 e nel giro di pochi anni vengono dati alle stampe una serie di dischi che possono senz’altro essere considerati interessanti e che mettono in risalto lo stile di Kucherov, cantante/musicista che con pazienza e dedizione scrive e pubblica album e split degni di nota. In particolare nel 2012 vede la luce l’ottimo split cd con Oprich e Piarevaracien sotto la supervisione della Casus Belli Musica. Poi, all’improvviso, il nulla. Almeno fino a Four-Faced.

Four-Faced è un album equilibrato, realizzato con passione e che non presenta cali qualitativi o picchi mostruosi. Si tratta di un bel disco di folk metal sovietico, molto piacevole da ascoltare e che nonostante la durata importante – sessantuno minuti – non stanca o annoia. Le canzoni sono quasi tutte strutturate nella maniera classica e un buon esempio è rappresentato dall’opener Goddess, brano che racchiude le caratteristiche sonore del progetto Chur. Le dieci tracce di Four-Faced sono tutti mid-tempo con poche accelerazioni o improvvisi cambi di ritmo, ma nonostante l’andatura costante non si avverte stanchezza nell’ascolto, forse grazie ai tanti strumenti folk utilizzati nelle varie canzoni. L’aspetto folk è sempre molto presente senza però togliere spazio alle chitarre e agli altri strumenti, un equilibrio sul quale Yevhen Kucherov si è dedicato con attenzione negli anni scorsi; un’altra particolarità più che positiva è rappresentata dai cori e dalle parti dove la voce si moltiplica “a strati”, creando un effetto profondo ed epico, dando alla canzone quella piccola imprevedibilità che aiuta sempre quando le canzoni hanno una durata media di cinque o sei minuti. La title-track, Дике поле e Dancer sono tre modi diversi per Kucherov di esprimere la propria vena artistica e la passione per la mitologia pagana che arricchisce i brani del disco di una componente “magica”, mentre una piccola menzione la merita Tyra, dallo splendido finale di ghironda e l’oscura River, con delle pregevoli melodie di flauto.

Il ritorno dei Chur è senz’altro positivo ed è un peccato che al momento sia disponibile solamente in formato digitale. Four-Faced è un lavoro solido e qualitativamente buono: la lunga pausa ha eclissato il nome della band, ma la bontà dei brani potrebbe far tornare a galla i Chur e il buon folk metal che dal 2005, anno di pubblicazione del demo Брате вітре, Kucherov crea con tanta passione.

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

Barad Guldur – Frammenti Di Oscurità

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ivan Nieddu: voce – Stefano Longoni: chitarra – Riccardo Bona: chitarra – Marco Brambilla: basso – Sara Benzoni: batteria – Eliana Gheza: cornamusa – Stefano Grazioli: cornamusa, flauto – Alessandra Lombardo: ghironda – Elisa Fratus: violino

Tracklist: 1. La Storia Cominciò – 2. Canso De Bouye – 3. Sarneghera – 4. POININOS – 5. Nella Notte Più Nera – 6. Asfaladugu – 7. La Gratacòrnia – 8. Per Chi Ela La Nòcc? – 9 Senza Paura – 10. Frammento Di Oscurità – 11. Lodar I Lais Ben Laer Sul

Frammenti Di Oscurità è il debutto dei Barad Guldur, formazione di Bergamo autrice di un folk metal ricco di strumenti tradizionali con i testi delle canzoni in lingua italiana. Ivan Nieddu (voce) ed Eliana Gheza (cornamusa) danno vita al gruppo sul finire del 2015 e dopo qualche anno di lavoro esce come autoprodotto il primo full-length. Mettendo nella stessa frase Bergamo e folk metal è automatico pensare ai Folkstone, ma i Barad Guldur sono bravi a non farsi risucchiare dal groove di Lore e soci, andando per la propria strada fin dal primo disco con la giusta personalità. Quel che viene fuori dalle casse dello stereo è un folk metal abbastanza personale con il baghèt – strumento tipico bergamasco, della famiglia delle cornamuse, in uso, secondo gli affreschi, fin dal XIII secolo – in grande evidenza, e un continuo alternarsi e sovrapporsi di voci sia maschili che femminili con diversi stili e impostazioni. Il risultato è assolutamente convincente e non sembra certo di ascoltare un’opera prima.

Il disco si presenta con una grafica semplice ma comunque efficace, il booklet di otto pagine contiene tutti i testi e il racconto del progetto Barad Guldur, una cosa che accade molto raramente e che permette di entrare immediatamente in sintonia con la proposta dei bergamaschi. L’unica pecca della parte grafica è la scelta di lasciare il booklet color nero con i testi in bianco: sfondi di montagne e natura sarebbero stati perfetti per quanto cantato nei quarantanove minuti del cd. La produzione è piuttosto asciutta e mediamente potente, gli strumenti sono ben equalizzati e nel complesso il suono, considerando la completa autoproduzione, va più che bene.

La Storia Cominciò e Canso De Bouye sono un ottimo modo per presentarsi: due brani diversi tra loro ma che mostrano subito lo stile e le capacità dei Barad GulgurCon i testi sotto mano si possono apprezzare ancor di più i brani, in particolare gli ottimi Nella Notte Più Nera (forse ispirata dall’anarchico eroe locale Simone Pianetti?) e Frammento Di Oscurità, ma non deve passare in secondo piano la qualità del songwriting, né dei pezzi poc’anzi menzionati, né dei restanti. La batteria di Sara Benzoni non disdegna parti aggressive che danno una bella botta d’adrenalina quando inserite, con l’ex Furor Gallico Marco Brambilla a formare un’ottima sezione ritmica. I toni aspri di Sarneghera sono controbilanciati dalla riuscita parte strumentale folk, mentre la già citata Frammento Di Oscurità è una composizione diversa dalle altre, meno immediata e più articolata, con la coppia di chitarre in gran spolvero nella seconda parte del brano. Senza Paura è una botta d’energia, probabilmente la canzone più estrema del disco con i pregevoli inserti di cornamuse assolutamente azzeccati. A completare l’album ci sono la bella strumentale Asfaladugu e diversi “intermezzi”, se così si possono definire: POININOS è un bel pezzo ambient folk ipnotico sulla scia di Wardruna e Danheim, La Gratacòrnia che vede protagonista il Coro Alpino Le Due Valli e la conclusiva Lodar I Lais Ben Laer Sul che chiude un album ambizioso e ben riuscito.

I quarantanove minuti di Frammenti Di Oscurità scorrono bene, le canzoni funzionano e non ci sono momenti che affossano l’ascolto. Chiaro è che si tratta di un debutto assoluto e, com’è normale che sia, c’è molto da lavorare per i Barad Gulgur al fine di realizzare un disco ancora migliore. Sinceramente, però, una totale autoproduzione di questa bontà e come debutto non è facile da trovare in giro. Alla band di Bergamo vanno i complimenti per quanto fatto: ora è lecito aspettarsi dei passi in avanti, questo è l’inizio di una possibile bella carriera.

Aegonia – The Forgotten Song

Aegonia – The Forgotten Song

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Nikolay Nikolov: voce, chitarra, kaval – Elitsa Stoyanova: voce, violino – Atanas Georgiev: basso – Rosen Paskulov: batteria

Tracklist: 1. In The Lands Of Aegonia – 2. Rain Of Tears – 3. With The Mists She Came – 4. Restless Mind – 5. Dreams Come To Me – 6. Battles Lost And Won – 7. The Offer – 8. The Stolen Song – 9. Gone – 10. The Severe Mountain – 11. A Bitter Fate – 12. The Ruins Of Aegonia

La Bulgaria è una nazione che ha una scena folk metal molto piccola e il gruppo più noto è quello dei Frozen Tears, formazione che ha dato segni di vita in questo 2019 con la pubblicazione di un paio di EP dopo aver dato alle stampe due album nel 2000 e 2002. Una volta menzionati gli Elfheim (due EP negli ultimi dodici mesi), non rimangono che gli Aegonia, formazione nata nel 2011 ma che solamente ora giunge alla realizzazione del full-length di debutto. Il quartetto di Sofia è autore di un delicato folk/gothic metal con rari ma sempre ben congeniati interventi di growl. Il disco The Forgotten Song esce senza il supporto di alcuna etichetta ed è composto da dodici tracce per un totale di sessantacinque minuti. Si tratta di un concept album basato sul libro omonimo scritto da Nea Stand, nome d’arte di Nikolay Nikolov, cantante e chitarrista della band: quando si dice che “se la suona e se la canta”!

Tempi medi, melodie spesso drammatiche e che tendono a ripetersi nelle varie canzoni per dare un senso di continuità musicale sono le caratteristiche principali della musica degli Aegonia. Il violino, la cornamusa e il kaval (flauto tradizionale bulgaro) sono utilizzati con maturità e quando suonato è ben distante dalle classiche melodie spesso allegre del folk metal: si può dire che questi strumenti servono spesso per donare maggiore profondità alle composizioni restando spesso in secondo piano. La lunga Rain Of Tears è un ottimo esempio di quanto detto, con momenti soft e quasi medievali che vengono squarciati dalla doppia cassa e il violino che guida l’ascoltatore in un mondo lontano e magico, forse pericoloso ma che merita di essere conosciuto. Elitsa Stoyanova è la protagonista di With The Mists She Came, una canzone che sconfina spesso e volentieri in territorio gothic: cori e violino sono fondamentali per la riuscita del brano, uno dei più belli di The Forgotten Song. Restless Mind e Battles Lost And Won sono i due lati della medaglia: melodie sinuose trovano riscontro con l’aggressività (per lo più emotiva) della prima e con la decadenza mydyingbridiana della seconda. Gone è drammatica, e viene in mente la frase di Samvise Gamgee ne Il Signore Degli Anelli quando ascolta i canti degli Elfi dei boschi che si dirigono ai Porti Grigi per lasciare la Terra Di Mezzo: “non so perché, ora mi sento triste”. Una sensazione che torna anche nelle successive The Severe Mountain e A Bitter Fate, canzoni ben arrangiate che presentano stacchi musicali notevoli.

Ascoltando The Forgotten Song è facile rimanere affascinati dall’eleganza delle canzoni, una bravura, questa degli Aegonia, che è sempre merce più rara in ambito musicale. Il paragone che può essere azzardato è quello con gli Odroerir, non per la musica, attenzione, ma per la raffinatezza di alcune soluzioni. Se invece si vuol muovere una critica al disco, si può dire che non passa inosservata l’assenza di una canzone trainante, un brano con quel qualcosa in più che gli altri non hanno. Ecco, forse manca quello che può essere identificato come il classico singolo, ma è anche vero che The Forgotten Song è un album costruito in maniera da sopperire a tale mancanza, scorrendo senza momenti di stanca per l’intera durata.

The Forgotten Song, pur essendo un debutto, è un lavoro maturo e profondo, capace di regalare emozioni forti all’ascoltatore. Con qualche aggiustamento (una produzione ancora più efficace in fase “metal”) e un singolo efficace, gli Aegonia possono farsi valere a livello internazionale perché le qualità per affermarsi le hanno tutte. Più che consigliati a chi cerca un ascolto con un approccio serio e autunnale.

Legacy Of Silence – Our Forests Sing

Legacy Of Silence – Our Forests Sing

2019 – full-length – Volcano Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mark Greyowl: voce – Simon Badgerwrath: chitarra – John Eldeer: chitarra – Berthus Winterwolv: basso – Alberth Boargrunt: batteria – Lucas Nighthawk: flauto

Tracklist: 1. Witchwood – 2. Bloodhunt – 3. Misfortune – 4. Torment – 5. Heresy – 6. Inquisition – 7. J.A.W.S. – 8. Nightfall – 9. Rebirth

Attivi dal 2014, i Legacy Of Silence arrivano ora al debutto su lunga distanza dopo aver pubblicato due anni fa un EP contenente quattro brani, tre dei quali trovano spazio anche in questo Our Forests Sing, cd licenziato dall’etichetta italiana Volcano Records. La band piemontese propone un folk metal dalle tinte estreme, caratterizzato dal graffiante growl del cantante Mark Greyowl, dalle chitarre vicine al death metal melodico (e in alcuni frangenti al deathcore) e dalle parti folk vicine per stile agli Eluveitie. Il risultato è un mix ben bilanciato tra stili e influenze che creano un sound abbastanza personale pur rimanendo all’interno dei confini tipici del folk metal attuale. Il disco si presenta bene dal punto di vista estetico: la grafica del digipak è curata nei minimi dettagli, il booklet di sedici pagine è ricco di immagini legate ai testi, le informazioni tecniche e due foto del gruppo. Anche la produzione si fa valere, con suoni puliti e potenti, gli strumenti ben livellati in fase di missaggio e la piacevole sensazione durante l’ascolto che il lavoro di produzione sia stato fatto con attenzione e bravura.

Our Forests Sing è un album composto da nove tracce per un totale di quarantaquattro minuti: niente intro, outro e intermezzi, ma nove canzoni che vanno dritte al punto, tra momenti più aggressivi ed altri maggiormente melodici, comunque sempre equilibrati tra di loro. L’iniziale Witchwood è il classico biglietto da visita: il sound dei Legacy Of Silence è ben rappresentato negli oltre cinque minuti della canzone ed è possibile ascoltare in un unico brano l’intera gamma di possibilità che la band ha a propria disposizione. Le tracce di Our Forests Sing, pur facenti parte di un sound piuttosto ristretto, sono mediamente varie: Inquisition, ad esempio, a dispetto della tematica trattata, è il brano più “allegro” del lotto, che a sua volta differisce da J.A.W.S. che vede il flauto di Lucas Nighthawk protagonista dell’intera composizione. Torment è chitarristicamente parlando la canzone più pesante, mentre Misfortune gode di un’ottima parte di flauto che la rende orecchiabile fin dai primi ascolti. Infine è da citare Rebirth, ultimo brano del disco che vede anche la presenza dell’ospite Vittoria Nagni, violinista ex Blodiga Skald, che con gli inserti del suo strumento riesce a dare quel qualcosa in più a un pezzo che già in partenza suona convincente e di buona fattura. Durante l’ascolto di Our Forests Sing s’incontrano anche delle cose che andrebbero migliorate o rielaborate (i primi istanti di Nightfall e Inquisition sono piuttosto simili, per portare un esempio), ma tolta qualche spigolosità l’ascolto scorre piacevole.

La sensazione che si avverte è che i Legacy Of Silence siano all’inizio del percorso musicale e che con il giusto lavoro il prossimo disco possa riservare delle gustose sorprese. Our Forests Sing è un buon debutto consigliato a tutti gli appassionati di folk metal estremo, un cd che apre le porte della scena italiana a una nuova promettente band: benvenuti nella tribù!