Alvenrad – Heer

Alvenrad – Heer

2017 – full-length – Trollmusic

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mark Kwint: voce, chirarra – Thijs Kwint: basso – Ingmar Regeling: batteria – Jasper Strik: pianoforte, organo, mellotron, voce

Tracklist: 1. De Hoogzit – 2. 
De Raven Wodans – 3. Dagen Gaans Heen
 – 4. De Zonne-ever – 5. Boom Des Gouds
- 6. De Herder
 – 7. Fallisch – 8. Minneschemering – 9. 
De Groene Tempel – 10. Omheind
 – 11. Foreest In Tweelicht (bonus track)

La difficoltà di un disco come Heer sta nel dover superare i muri mentali che siamo soliti erigere tra i generi musicali. In questi tre quarti d’ora, difatti, troviamo uno strano quanto originale ed efficace mix di folk/pagan metal, hard rock ’70 e progressive. I punti di riferimento della band olandese sono Vintersorg, Uriah Heep e Jethro Tull: questi nomi possono bastare per incuriosire l’ascoltare meno chiuso mentalmente e avvicinarsi al secondo lavoro degli Alvenrad, uscito a tre anni dal debutto Habitat.

La tracklist sbagliata della label non ha aiutato di sicuro (due intro e uno strumentale come primi tre pezzi), ma una volta corretto l’ordine delle canzoni Heer ha conquistato un ruolo di primo piano negli ascolti giornalieri, incuriosendo e non poco l’amante del folk metal che è cresciuto con l’hard rock degli anni settanta quando era poco più che un ragazzino. E proprio qui sta la forza del quartetto olandese: robuste chitarre dai classici riff del vero hard rock, hammond come se non ci fosse un domani e melodie folk metal si ritrovano in un unico brano e sono arricchite dalla voce calda di Mark Kwint. A tutto questo va aggiunto un reale groove sempre più difficile ascoltare di questi tempi. L’intero disco è stato registrato senza l’aiuto dei trucchetti digitali e anche la batteria, solitamente lo strumento più taroccato in studio, è sempre stata catturata su nastro al massimo alla seconda take. Le registrazioni sono avvenute negli studi della band, ma del missaggio e del mastering se n’è occupato presso lo Studio E Markus Stock (Empyrium, The Vision Bleak), noto per aver collaborato con Helrunar, Eluveitie e Alcest . A completare il tutto c’è la bella copertina di David Thiérrée, ricca di dettagli che si fonde perfettamente con il mood musicale di Heer e si collega con il concept narrato all’interno dei quaranta minuti del disco: attrazione sessuale, amore e violenza tra dei e giganti, il tutto raccontato con lo spirito moderno e ambientato nella terra madre dei quattro musicisti, la regione Veluwe nella provincia della Gheldria.

De Hoogzit è il delizioso intro strumentale che porta a De Raven Wodans (tr. I Corvi Di Odino), opener dalle forti influenze degli Amorphis di metà carriera. Un grande gusto melodico e sporadiche accelerazioni su un tappeto di organo sono un buon biglietto da visita per gli Alvenrad. La traccia seguente, Dagen Gaans Heen, è un omaggio ai favolosi anni ’70, dai quali prende tutti i pregi tipici di quegli anni. Sulle sonorità simili si muove De Zonne-ever, con l’aggiunta di piglio più aggressivo nelle chitarre e con un ritornello ossessivo. Boom Des Gouds è uno strumentale da due minuti e mezzo a metà strada tra il rock seventies (la tastiera) e il thrash metal newyorkese (i riff di chitarra) seguito da un intro dal significato oscuro. Fallisch è un pezzo carino ma sottotono rispetto agli altri, mentre le cose vanno decisamente meglio con Minneschemering, dal riffing deciso e la sezione ritmica a dettare legge. Il soave cinguettio degli uccelli e il delicato pianoforte di De Groene Tempel ci portano in una dimensione che gli Alvenrad, per quanto di rado, sono abilissimi di gestire e controllare. La semi-ballad in questione è coinvolgente fin dai primi secondi, ma è con il passare dei minuti che cresce d’intensità fino a colpire al cuore. Le iniziali note di violino e gli arpeggi clean di chitarra della conclusiva Omheind sono quelli tipici del brano bello e delicato, dal cuore forte ma sensibile nell’anima. L’unico dubbio che ci si pone è il perché di due canzoni simili attaccate nella tracklist. La bonus track Foreest In Tweelicht meriterebbe l’inclusione nella scaletta ufficiale per quanto è varia e ben fatta: alle ormai classiche sonorità sono presenti dei giri black metal (con tanto di scream infernale) che sorprendono e danno quel dinamismo che forse sarebbe stato perfetto se collocato a metà album.

Strana e diversa da tutto quello che gira attorno al mondo folk metal, Heer è un’opera che stupisce per suoni e coraggio, ma conquista grazie alla bontà delle canzoni. La parte del leone lo fa il rock e l’hammond in particolare, ma l’insieme di strumenti e influenze funziona bene nonostante qualche dubbio sollevato dalla tracklist che forse poteva essere concepita meglio. Questo degli Alvenrad rimane comunque un disco godibile e originale, consigliato soprattutto a chi ha una mente aperta e non disdegna a priori gli intrecci di generi.

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Duir – Obsidio

Duir – Obsidio

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giovanni De Francesco: voce – Mirko Albanese: chitarra – Pietro Deviscenzi: basso – Matteo Polinari: batteria – Thomas Zonato: cornamusa

Tracklist: 1. Inconscio – 2. Destarsi – 3. Rise Your Fear – 4. Dies Alliensis – 5. Insomnia Seeds – 6. Obsidio

Nuovo EP per i Duir, formazione che abbiamo già incontrato qualche anno fa in occasione del loro primo e acerbo Tribe. Tra i due lavori è passato molto tempo e la band veneta ha avuto modo di lavorare con calma alla realizzazione di questo Obsidio, dischetto composto da sei tracce per una durata complessiva di trentuno minuti.

Pur rimanendo in ambito extreme folk metal, la nuova via musicale intrapresa dai Duir convince maggiormente rispetto alla vecchia: forse i cambiamenti di line-up (per un periodo ha fatto parte della formazione anche l’ex Dyrnwyn Mauro Ricotta alla chitarra), probabilmente per la maggiore esperienza, fatto sta che le nuove canzoni – tutte composte dall’axeman Mirko Albanese – suonano fresche e in grado di competere con il mercato odierno.

Obsidio è introdotto dall’ambient Inconscio fino a quando la feroce Destarsi si fa spazio a suon di doppia cassa e riff tritacarne. I suoni sono un po’ confusionari ma non disturbano l’ascolto e rendono l’EP particolarmente grezzo. In questo contesto tendente all’estremo la cornamusa di Thomas Zonato spicca per eleganza e gusto, ma è il ritornello il pezzo forte della canzone, per melodia e impatto. Rise Your Fear è un mid-tempo in lingua inglese che nella parte finale accelera in potenza e velocità con la cornamusa sempre in bella vista. Dies Alliensis è un pezzo dal mood oscuro, ricco di riff aggressivi e cupi che ben contrastano con le melodie di Zonato. Più “classica” per struttura e linearità, Insomnia Seeds è una composizione matura di extreme folk metal, ma il meglio arriva con la title-track: epica secondo la migliore tradizione Draugr, personale nello stile e italiana nell’anima. I cinque minuti e mezzo di Obsidio sono la migliore prova possibile delle abilità dei Duir, passati da essere il classico gruppo di belle speranze a una piccola realtà arrivata a un passo dal salto di qualità definitivo.

Con questo lavoro la band veneta mostra quanto sia importante lavorare sodo per realizzare un lavoro di qualità. Le canzoni scorrono senza ostacoli, l’ispirazione è più che concreta e anche la produzione, sicuramente migliore di Tribe, ma ancora da migliorare per il prossimo lavoro, fa un passo avanti. L’artwork di Chiara Bruscaggin è volutamente scarno e le illustrazioni crude ben rendono l’idea del contenuto sonoro di Obsidio. Infine, la lingua italiana, quando utilizzata dal cantante Giovanni De Francesco, è stimolante e motivo di interesse, tanto più che è utilizzata in sole due occasioni, fatto che la rende sempre affascinante quando la si sente. I Duir hanno prodotto questo buon cd che può rappresentare per loro un nuovo punto di partenza.

Tersivel – Worship Of The Gods

Térsivel  Worship Of The Gods

2017  full-length  autoprodotto

VOTO: 8  recensore: Mr. Folk

Formazione: Lian Gerbino: voce, chitarra – Camilo Torrado: basso – Andrés Gualco: batteria – Franco Robert: tastiera, fisarmonica

Tracklist: 1. Deorum Statui Cultum – 2. Argentoratum – 3. This Day With Pride – 4. Live To Fight – 5. Hymn To King Helios – 6. Eleusinian Mysteries 354 AD – 7. Satyrs Wine – 8. Dignitas – 9. Proserpina – 10. Bacchus – 11. Walls Of Ctesiphon – 12. Vicisti Galilaee

La scena folk metal argentina è più viva e interessante che mai. Negli ultimi anni sono nati gruppi in grado di sfornare EP e dischi professionali e piacevoli, ma sicuramente i nomi più noti (anche per via dei tour nel vecchio continente) sono quelli di Skiltron e Triddana. Il terzo nome da fare è assolutamente quello dei Térsivel, act guidato dal cantante/chitarrista Lian Gerbino in attività dal 2004 e che, dopo una manciata di release minori, ha debuttato su lunga distanza nel 2011 con il cd For One Pagan Brotherhood. Cos’è successo in questi anni? La line-up della band di Buenos Aires è stata rivoluzionata, ma c’è stato anche un lungo momento che ha fatto pensare a un possibile scioglimento dei Térsivel. Ma le cose hanno ripreso a funzionare e dopo un duro lavoro in sala prove l’armata di Gerbino è tornata con un concept album ispirato a Flavio Claudio Giuliano, imperatore romano del IV secolo, detto “l’apostata” in quanto pagano in un mondo ormai colonizzato dal cristianesimo. Come nel caso degli Ex Deo, gruppi provenienti dall’altra parte del mondo s’interessano della ricchissima storia romana/italiana, mentre le formazioni tricolori, esclusi rari casi, hanno quasi paura di farlo. Un legame tra i Térsivel e il Belpaese comunque c’è: i nonni di Gerbino sono siciliani che sul finire degli anni ’40 sono emigrati in Argentina.

Si diceva del tanto tempo passato in sala prove: tra il debutto For One Pagan Brotherhood e questo Worship Of The Gods c’è un abisso di qualità. La band suona compatta e sa perfettamente cosa deve fare per rendere al meglio, le canzoni sono sempre accattivanti e non mancano dei momenti di grande epicità. Il folk metal dei Térsivel è di stampo “moderno”, potente e a metà strada tra il metal estremo e quello classico; in tutto questo la tastiera di Franco Robert ricopre un ruolo fondamentale, basta ascoltare l’iniziale Argentoratum per rendersene conto. Il cantato è solitamente pulito ma non disdegna incursioni nel growl nelle canzoni più aggressive, mentre le chitarre solitamente “accompagnano” la canzone senza particolari picchi, giocando di squadra. Il sound è maturo e personale (anche se ogni tanto compare qualche riferimento ai Turisas di The Varangian Way), e c’è da rimarcare il buon lavoro svolto in fase di registrazione e produzione: i suoni potenti e compatti, gli strumenti ben bilanciati e la resa audio è di primo livello.

Argentoratum è un brano di grande impatto e molto vario musicalmente, così come lo è Live To Fight, sette minuti durante i quali la band argentina tira fuori il meglio a propria disposizione con una naturalezza disarmante: parti power e rallentamenti vicini al death metal si alternano a una struttura “canzone” dal ritornello melodico e orecchiabile. Hymn To King Helios sorprende per la parte incredibilmente melodica delle strofe che si scontra con il growl e le chitarre sature del bridge, ma ad incantare è la linea di tastiera che sembra essere totalmente estranea alla canzone ma che in realtà l’arricchisce e la rende imprevedibile. La soft Satyrs Wine è ricca di chitarre acustiche e fisarmoniche e l’atmosfera è quasi rilassata, in completa opposizione con la successiva Dignitas, dal piglio battagliero e caratterizzata da momenti death metal. Infine va citata la bellissima Vicisti Galilaee, composizione di dodici minuti durante i quali il songwriting gei Térsivel raggiunge probabilmente l’apice per creatività ed efficacia. Tra riff iper rallentati con growl demoniaci e orchestrazioni intriganti la spunta il ritornello cantato con voce pulita, prima del toccante finale affidato al pianoforte che porta a conclusione in maniera teatrale un disco veramente bello.

Don’t cry for me, I will return
When everything’s gone, I’ll answer
When the Pagan Empire remembers my name

Worship Of The Gods è un album ben fatto in grado di fare la gioia degli amanti dell’extreme folk metal. I Térsivel, dopo un periodo difficile, non solo tornano con un nuovo lavoro, ma lo fanno con un cd di elevata qualità. A tutto questo bisogna aggiungere un concept fresco e ben sviluppato, ed ecco che Worship Of The Gods può essere considerato uno dei migliori lavori dell’anno appena passato.

A.V. – B:east Reign The East

A.V. – B:east Reign The East

2017 – compilation – Einheit Produktionen/Painkiller Productions

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: n.d.

Tracklist: 1. Nine Treasures – Arvan Ald Guulin Honshoor – 2. Dream Spirit – Ancient Poems – 3. – Nine Treasures – Sonsii – 4. Dream Spirit – Of Daggers And Men – 5. Ritual Day – Devila Grantha (Mo Xin Jing) – 6. Evocation – Chaotic Army – 7. Ritual Day – Cursed Land (Mi Sa Jing) – 8. Evocation – Tin Ling Ling Dei Ling Ling – 9. Song Of Chu – Marco Polo – 10. Mysterain – Ancient Wind Bell (Gu Feng Ling) – 11. Suld – Frozen Autumn (Leng Qiu) – 12. Song Of Chu – Teng Chao (Furious Tides) – 13. Xie Jia – Kings Of Hell (Shi Dian Yan Luo)

Con l’avanzare della tecnologia, lo streaming e il download selvaggio, alcune tipologie di prodotto sono destinate a scomparire o ad essere d’uso solo per collezionisti e maniaci delle “discografie complete”. Ma ci sono rari casi in cui, invece, la compilation è ancora un ottimo mezzo di promozione, utile per far conoscere gruppi underground o “fuori mano” per la maggior parte dei possibili ascoltatori. Questa B:east Reign The East è uno di quei casi, perché diciamolo tranquillamente, nonostante internet e la possibilità di ricevere i dischi da ogni parte del mondo con un massimo di un mese d’attesa, della scena heavy metal cinese se ne sa poco o nulla. Stessa cosa, quindi, per quella folk metal o comunque folk oriented. Chi segue con interesse la scena folk metal (o che legge regolarmente queste sito), probabilmente conoscerà già i nomi Nine Treasures e Tengger Cavalry (quest’ultimi in uscita addirittura con la potente Napalm Records), ma ci sono altre realtà interessanti e valide? La risposta è un netto sì, questa compilation è un ottimo modo per conoscere band a noi lontane ma che non hanno nulla da invidiare a gruppi europei in circolazione da decenni. Il merito di questo lavoro di ricerca e pubblicazione va riconosciuto alla rivista Painkiller Magazine e all’ala commerciale Painkiller Productions: senza di loro e alle persone Yang Yu, Zakk Wu e Hang Ning tutto questo non sarebbe stato possibile. Painkiller Magazine è l’unica rivista autorizzata dal governo a trattare heavy metal in Cina, stampa mediamente 40.000 copie a numero (da 200 pagine!) e organizza concerti e festival nelle maggiori città cinesi.

La prima cosa che balza all’occhio è l’estrema cura di questa compilation. Il lavoro si presenta in un bel digipak con all’interno della confezione la spiegazione di come è nata la raccolta e quali sono stati i motivi che hanno spinto il magazine a creare un cd fisico per promuovere l’heavy metal cinese. Il booklet è composto da dodici pagine a colori con le foto dei gruppi partecipanti, le info delle tracce, una breve biografia di ogni formazione e i vari contatti per rimane aggiornati sulle attività delle band. La ciliegina sulla torta sta nell’accordo raggiunto con la tedesca Einheit Produktionen (label di culto per ogni estimatore di folk/viking metal), fatto che permette alla compilation di essere facilmente reperibile in Europa. Altra nota a favore di questa raccolta sta nel lavoro di re-mastering effettuato da Andy Classen (Holy Moses, Suidakra, Rotting Christ, Belphegor, Tankard ecc. ), e scusate se è poco.

La parte del leone la fa il folk metal, in particolare i Nine Trasures sono sicuramente il gruppo di punta della compilation e della Cina intera. Autori di un folk metal per attitudine simile a quello dei Korpiklaani, ma in versione mongola sia per approccio vocale (il famoso throat singing) che per strumentazione folk utilizzata, del loro repertorio sono presenti due canzoni, Arvan Ald Fuulin Honshoor e Sonsii (tratte dai primi bellissimi album della band di Pechino). Si prosegue con i Dream Spirit, heavy /folk metal melodico e accattivante; anche loro sono presenti con due tracce, entrambe tratte dal recente (2017) · (General Triumphant), uscito la scorsa estate. La seconda traccia ha un approccio maggiormente melodico e con ritmiche vicine al power metal pur non disdegnando momenti hard rock, mentre la prima è più classica e lineare, tipicamente folk metal. I suoni si incattiviscono con il tibetatian melodic black metal dei Ritual Day, act agguerrito qui presente con due furiosi brani che ben rappresentano lo spirito dell’ultima fatica in studio Devila Grantha pubblicata nei primi giorni del 2017. Da Honk Kong provengono gli Evocation, death/black metal band con nulla da invidiare alle formazioni europee e americane per qualità e ignoranza; troviamo due brani, molto oscuri e potenti, presi dal full-length Abracadabra del 2013: metal estremo e magia nera a braccetto! Si cambia nuovamente genere e incontriamo una vecchia conoscenza di del sito, Song Of Chu, realtà presente in una passata compilation di Mister Folk. Marco Polo e Teng Chao sono due canzoni dal suono moderno caratterizzato da inserti di tastiera, riff di chitarre a sette corde e melodie del folklore cinese. Il symphonic metal dei Mysterain è quello classico con voce femminile, tastiere e grandi melodie, ma impreziosito dagli strumenti folk cinesi che arricchiscono il sound e lo rendono molto originale. La musica tradizionale è presente anche in Frozen Autumn (Leng Qui) dei Suld, heavy metal band del nord della Cina. I primi secondi della canzone sono emozionanti e rimandano a luoghi e tempi lontani, fino a quando entrano in scena le chitarre elettriche e la composizione prende una piega più heavy senza mettere da parte gli strumenti folk e le affascinanti melodie: probabilmente questo è il brano più bello dell’intera compilation. Il cd si conclude con il black metal dei Xie Jia: la loro Kings Of Hell (Shi Dian Yan Luo) è arricchita dalle tipiche e antiche sonorità tradizionali cinesi che ben si amalgamano con il mid-tempo proposto dalla band di Honk Kong.

B:east Reign The East non è semplicemente una bella compilation piena zeppa di buona musica, ma anche una fedele fotografia di quello che la scena cinese è in grado di produrre al giorno d’oggi. I gruppi sono professionali in tutto e per tutto, la loro musica è spesso molto personale e arricchita da testi e musica legati alla millenaria storia della Cina. Queste band non hanno nulla da invidiare alle realtà occidentali e questa compilation è un ottimo modo per scoprire una parte di questa “nuova” scena musicale.

Morhana – When The Earth Was Forged

Morhana – When The Earth Was Forged

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Maciej “Dzidek” Dzido: voce, chitarra – Patryk “Blady” Marczak: chitarra – Grzegorz “Zombeck” Lewandowski: basso – Igor Pisarek: batteria – Karina “Kari” Duczynska: flauto, voce – Laura Gantner: violino

Tracklist: 1. Intro – 2. When The Earth Was Forged – 3. Morhana – 4. Mgła – 5. The Traveller – 6. Trolls On The Sea – 7. Dreamland – 8. WTF – 9. Plinn – 10. Strzyga – 11. Sleeping Knight – 12. Giants Of Ice (bonus track)

Varsavia, capitale della Polonia, ha una buona scena folk metal composta da un discreto numero di band. Morhana è una realtà esistente dal 2006 che ha pubblicato nel corso degli anni un paio di demo, un EP e una raccolta con i migliori pezzi dei demo. Nel 2015, grazie all’etichetta Art Of The Night Productions – che in Polonia fa la voce grossa avendo in roster una gran quantità di gruppi locali –, esce il primo full-length dal titolo When The Earth Was Forged, nel quale sono raccolti sette brani tratti dalle precedenti uscite (chiaramente con un arrangiamento rivisto e una nuova registrazione) più tre composizioni nuove e un intro dalla breve durata.

L’extreme folk metal dei Morhana è piuttosto diretto e molto del merito della buona qualità la si deve al violino di Laura Gantner e al flauto di Karina Duczynska, strumenti fondamentali per la riuscita delle canzoni. I riff di chitarra sono potenti ma raramente dalla forte personalità, così come la sezione ritmica si mette a disposizione dei brani non cercando gloria fine a se stessa: la title track è l’esempio migliore di quanto appena detto. Le composizioni sono per la maggior parte dei mid-tempo studiati per lasciare grande spazio e libertà agli strumenti folk, ma non mancano momenti acustici (Morhana) o altri più melodici senza rinunciare a delle robuste chitarre (vagamente debitrici a Zakk Wylde) come in Mgła. The Traveller è uno dei pezzi più interessanti dell’album grazie a un convincente insieme di voce femminile durante le strofe, gutturale maschile (bridge e ritornello) e accelerazioni/rallentamenti mai banali e sempre funzionali alla riuscita della canzone. Capitolo a parte per WTF, up-tempo in levare dalla forte ilarità che porta a saltellare e lasciarsi andare per i quattro minuti di durata:

Why I’m walking so fuckin’ straight?
Have I drank something today?
Why my mind is so clear?
Where the fuck is my beer?”

Da menzionare anche lo strumentale Plinn e la conclusione affidata all’accoppiata Strzyga / Sleeping Knight, canzoni un po’ differenti da tutte le altre per stile, molto intense e con il cantato maschile clean, elemento inedito nelle prime nove tracce. Come bonus track è presente Giants Of Ice, cruda e grezza, forse la più estrema del lotto nonostante le deliziose note del flauto.

Il debutto dei Morhana è un mix di canzoni scritte anni fa e nuove composizioni, i cinquantuno minuti di When The Earth Was Forged, anche grazie all’efficace lavoro alla consolle di Romuald Vorbrodt, sono un buon punto di partenza per i giovani polacchi. La seconda parte del cd mette in mostra tutte le capacità dei musicisti che sono ora chiamati a realizzare un disco ancora migliore e più vario.

Lysa Gora – To I Hola

Lysa Gora – To I Hola

2013 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dorota Filipczak-Brzychcy: voce – Marta Jędrzejczyk: voce – Krzysztof Rukat: chitarra – Piotr “Mele” Maleszyk: basso – Krystian “Chrystek” Jędrzejczyk: batteria – Grzegorz “Laser” Lasek: strumenti a percussione – Dawid Banasiuk: flauto – Sylwia Biernat: violino

Tracklist: 1. Zoriuszka – 2. Oracz – 3. To I Hola – 4. Mateus – 5. Matulu Moja – 6. Lipka – 7. Lietila Zozula – 8. Unda – 9. Idzie Zotnierz (bonus track) – 10. Bogurodzica (bonus track)

Nati nel 2012 a Varsavia, Polonia, I Łysa Góra arrivano presto (e con pochissimi concerti alle spalle) al disco di debutto, l’autoprodotto To I Hola, anno 2013. La particolarità di questo album sta nel fatto che tutte le tracce presenti sono canzoni popolari aggiornate e riproposte secondo lo stile Łysa Góra. Il risultato è buono, piacevole all’ascolto e per niente scontato. Inoltre la breve durata complessiva (appena 39 minuti contando anche le due bonus track) aiuta l’ascolto ed evita l’effetto “già sentito” o, peggio ancora, l’inclusione di filler nella tracklist.

Le canzoni, come detto, sono quelle della tradizione polacca e molto spazio trovano le voci delle due cantanti Dorota Filipczak-Brzychcy e Marta Jędrzejczyk, così come non mancano di certo strumenti folk e percussioni varie. Mateus è probabilmente il migliore esempio di brano up tempo, breve e diretto, dall’animo allegro e spensierato. La seguente Matulu Moja è l’opposto: cupa e pesante, diversa (e più intensa) nell’interpretazione vocale, caratterizzata da un muro di chitarre compatto e spesso. La conclusiva Bogurodzica, invece, ha un qualcosa di liturgico e austero che la rendono singolare e accattivante fin dal primo ascolto. In alcuni frangenti del disco i musicisti si spingono oltre il classico folk metal, inserendo fraseggi o ritmi insoliti per questo genere musicale, come nell’opener Zoriuszka, nella quale spiazza (in positivo) la parte funky posta a metà composizione. Momenti come questo non fanno altro che arricchire To I Hola, rendendolo scorrevole e sempre interessante.

La produzione è equilibrata e potente, non perfetta ma in sintonia con la musica di To I Hola. Gli strumenti si sentono tutti in maniera chiara e la sensazione è di avere i Łysa Góra live a pochi metri. Quello che delude è invece l’aspetto visivo/fisico del cd poiché il digipak è privo di booklet e nel pannello interno trovano spazio appena una foto di gruppo e i nomi dei musicisti: decisamente troppo poco anche per un EP di debutto, figurarsi per un full-length. Sarebbe stato bello, ad esempio, poter leggere e capire i testi (rigorosamente in polacco) se fossero stati nel booklet con traduzione inglese a fronte.

Il primo disco dei Łysa Góra (il nome è preso dalla seconda montagna più alta della Polonia) è un buon prodotto per chi ama le voci clean e femminili, apprezza le belle melodie e si rilassa con l’heavy folk privo di estremismi sonori. To I Hola è un primo passo più che convincente in una scena musicale, quella polacca, sempre più affollata e qualitativamente ricca.