Kormak – Faerenus

Kormak – Faerenus

2018 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zaira De Candia: voce, flauto – Alessandro Dionisio: chitarra – Alessio Intini: chitarra – Francesco Loconte: basso – Dario Stella: batteria

Tracklist: 1. Amon – 2. March Of Demise – 3. Sacra Nox – 4. The Goddess’ Song – 5. The Hermit – 6. Faerenus – 7. Patient N° X – 8. July 5th – 9. Eterea El

I Kormak sono un giovane gruppo pugliese che sia affaccia per la prima volta nel mercato folk metal pubblicando per la Rockshots Records il disco Faerenus. La band viene fondata nel 2015 dalla cantante Zaira De Candia, ma solo due anni più tardi si arriva ad avere una formazione stabile, cosa che permette di lavorare con maggiore profitto alle canzoni e di trovare affiatamento tra i membri della line-up.

Faerenus (parola presa da un gioco di ruolo per indicare il luogo degli incubi) è il classico album di debutto di una band che non ha pubblicato demo ed EP in precedenza: tanta genuina passione e una sincerità che traspare dal primo all’ultimo secondo del cd, ma anche una certa tendenza a strafare e qualche scelta non proprio a favore dell’ascoltatore. I cinquantasei minuti del disco presentano un gruppo con molte frecce nella propria faretra e una buona preparazione tecnica. Protagonista di Faerenus, però, è la voce della cantante, molto brava nell’interpretazione e in grado di passare dal pulito al growl con estrema disinvoltura. Il disco suona veramente bene ed è molto raro in un primo disco ascoltare una pulizia e potenza degli strumenti come in Faerenus, merito quindi ai Divergent Studios per l’ottimo lavoro svolto in fase di registrazione, mix e mastering

Il disco, dopo l’intro Amon, inizia bene con March Of Demise, una canzone che include passaggi acustici e massicci riff di chitarra, così come il violento cantato di De Candia in growl che si alterna con quello pulito e soave. Sacra Nox suona potente e il cantato è tutto in clean (con tanto di ritornello in latino), con la sei corde che nei pochi momenti di “libertà” svolge un ottimo lavoro. Segue quello che probabilmente è il miglior brano del disco, The Goddess’ Song. In questa composizione folkegiante la cantante si supera con un’interpretazione di alto livello ed è un piacere ascoltarla nel suo pulito dai mille colori quando non sconfina nelle tonalità alte. Passata The Hermit, della quale si parlerà più avanti, la title-track e Patient N° X risultano essere le più estreme del lotto: se la prima non convince completamente, la seconda stupisce per la cattiveria e la non linearità della costruzione. July 5th mostra i muscoli della sezione ritmica, ma la seconda parte rimane ostica per l’interpretazione della singer, la quale tocca note veramente molto alte, forse non necessarie. La chiusura è affidata a Eterea El: pianoforte e carillon creano un’atmosfera cupa nella quale Zaira De Candia si trova a proprio agio.

Infine bisogna parlare di The Hermit, canzone dalla lunghissima durata (22:44) ma che in realtà presenta quasi venti minuti di silenzio interrotto da battiti di cuore e suoni di guerra. Anzi, il tempo esatto è 19 minuti e 43 secondi, ad evocare il 1943, anno in cui Molfetta fu bombardata. Questo riferimento è estremamente importante per la cantante per via dei racconti di sua nonna su quel terribile periodo, ma è un suicidio artistico piazzare venti minuti di quasi totale silenzio a metà disco. Prima e dopo il break c’è la stessa canzone acustica cantata in lingua inglese all’inizio e poi nel dialetto di Molfetta alla fine, quest’ultima versione molto intensa.

Cosa rimane alla fine dell’ascolto di Faerenus? Sicuramente la sensazione di aver a che fare con una band che non si limita a svolgere il compito e basta, auto limitandosi in un determinato genere. Questo può essere una lama a doppio taglio: troppo poco folk-gothic-death metal o troppo folk-gothic-death metal a seconda dei gusti? L’ascolto è quindi consigliabile a chi non si ferma a una semplice definizione e intende andare oltre le parole e vuole ancora trovare dei sentimenti nella musica.

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Balt Hüttar – Trinkh Met Miar

Balt Hüttar – Trinkh Met Miar

2018 – full-length – Areasonica Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jonathan Pablo Berretta: voce, tin whistle – Mattia Pivotto: chitarra, bouzouki irlandese, tin e low whistle, bodhran, voce – Nicola Pavan: basso – Federico Rebeschini Sambugaro: batteria – Ilaria Vellar: organetto, fisarmonica, voce

Tracklist: 1. Liid Dar Tzimbarn – 2. Dating A Witch – 3. Trink Bain, Trink – 4. Another Drinking Song – 5. Bar Zeinan Noch Hia – 6. Tzimbar Baip – 7. Tantzasto Met Miar – 8. Tzimbar Tantze – 9. Living Fast – 10. Maine Liibe Perg – 11. Khriighenacht Boarspill – 12. Khriighenacht – 13. Bill Kheeran Dar Balt

I Balt Hüttar sono una nuova realtà che si affaccia sulla scena folk metal italiana. In verità la band veneta ha esordito nel 2014 con il demo Tzimbar Tanze, ma è con questo full-length dal titolo Trinkh Met Miar (“Bevi con me” in cimbro) che il nome del gruppo inizia a circolare tra addetti ai lavori e pubblico. L’amore dei musicisti per la propria terra è palese e nelle tredici tracce dell’album c’è spazio per il folklore popolare, le storie del popolo cimbro e per le vicende che hanno segnato l’Altopiano di Asiago. Fin dai primi ascolti è possibile rendersi conto delle genuinità dei ragazzi, è chiaro che sono spinti da una sana passione per il genere e che a suonare si divertono non poco. Ci sono dei momenti molto intensi e ben fatti, altri dove viene dato spazio all’aspetto più godereccio del folk metal, così come ci sono dei passaggi che mettono in mostra le potenzialità del gruppo non pienamente espresse. Essendo Trinkh Met Miar un esordio, come spesso capita, sono presenti anche dei brani meno ispirati o che forse potrebbero rendere meglio con alcuni dettagli maggiormente curati, ma sono “errori” di gioventù che con il passare del tempo (e dei concerti) verranno sistemati dai musicisti.

I quarantanove minuti di Trinkh Met Miar sono divisi in tredici tracce, comprese intro in cimbro e intermezzo a circa metà disco. Le canzoni sono ben fatte e accattivanti salvo un paio di composizioni sottotono che allungano il disco senza particolari spunti. Tra i brani più suggestivi vanno sicuramente menzionati Dating A Witch, folk metal diretto che si sviluppa con personalità nella seconda parte, il divertente Trink Bain, Trink, brano movimentato sulla linea di quanto fatto dagli emiliani Kalevala hms e sicuramente un pezzo che dal vivo coinvolgerà anche il più pigro degli spettatori. Su coordinate simili si muove Another Drinking Song, simpatica quanto immediata anche grazie all’ottimo lavoro degli strumenti folk, mentre qualcosa di diverso è possibile ascoltare nelle convincenti Tzimbar Baip, cantata da Ilaria Vellar, e Tantzasto Met Miar (un invito a ballare da parte del cavaliere alla sua dama) che vede alla prova per la prima volta il duetto Berretta/Vellar con buoni risultati. I cantanti dei Balt Hüttar alternano inglese, cimbro e italiano, ma sono i testi in quest’ultima lingua che dovrebbero essere curati maggiormente per evitare risultati non all’altezza della musica come nel caso di Bar Zeinan Noch Hia e in parte Khriighenacht. La chiusura è affidata alle delicate note di Bill Kheeran Dar Balt: non potrebbe esserci conclusione migliore.

Trinkh Met Miar è un lavoro fatto con il cuore in grado di far divertire ed emozionare più di una volta. Alcuni passaggi (soprattutto vocali) sono da rivedere e rendere più personali e maturi, ma i Balt Hüttar (“Guardiani del bosco” il significato del nome) mostrano con questa release la voglia e la capacità di raccontare storie magari semplici ma importanti: il risultato è discreto, dei momenti sottotono ne faranno esperienza e il prossimo disco sarà sicuramente un passo in avanti per la band.

Tengger Cavalry – Cian Bi

Tengger Cavalry – Cian Bi

2018 – full-length – Napalm Records

VOTO: 4,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Nature Ganganbaigal: voce, chitarra, morin khuur – Alex Abayev: basso – Zaki Ali: batteria – Phillip Newton: topshuur – Borjigin Chineeleg: topshuur, scacciapensieri, voce – Uljmuren: morin khuur

Tracklist: 1. And Darkness Continues – 2. Cian-Bi (Fight Your Darkness) – 3. Our Ancestors – 4. Strength – 5. Chasing My Horse – 6. Electric Shaman – 7. Ride Into Grave And Glory (War Horse III) – 8. Redefine – 9. A Drop Of The Blood, A Leap Of The Faith – 10. The Old War – 11. One Tribe, Beyond Any Nation – 12. Just Forgive – 13. One-Track Mind – 14. You And I, Under The Same Sky – 15. Sitting In Circle

Cosa succede a un musicista quando non ha più niente da dire? A volte decide di appendere la chitarra al chiodo, altre di prendersi un bel periodo di pausa per ricaricare le pile e poi, in caso, decidere cosa fare. Cosa succede, invece, se il musicista non ha più niente da dire ma gli capita tra le mani il contratto della vita? Per quanto dura e ingiusta, questa potrebbe essere la storia di Nature Ganganbaigal dei Tengger Cavalry e del contratto con l’austriaca Napalm Records, etichetta che negli ultimi anni si è affermata come una delle più grandi e importanti nel mondo heavy metal. Che poi Nature Ganganbaigal non è certo il tipo da pensare di non aver più nulla da dire, anzi, il tragicomico numero di release degli ultimi tre anni (sei full-length, tre EP, tre live album, due compilation e tredici singoli) fa pensare il contrario. Fatto sta che Cian Bi è il frutto per niente saporito che è nato dal sodalizio mongolo/austriaco, un album scialbo e noioso, banale e povero d’idee in grado di invogliare all’acquisto. Eppure i Tengger Cavalry, pochi anni fa, erano considerati innovativi e personali, rappresentavano il futuro del genere: il debutto Blood Sacrifice Shaman del 2010 è un piccolo capolavoro di folk metal e i successivi album ottimi dischi validi sotto tutti gli aspetti.

Cosa non va in questo Cian Bi? Si farebbe prima a dire cosa va bene, ovvero due-tre canzoni fatte a modo, stop. A partire dai brutti suoni digitali e troppo compressi al limite del metalcore, si prosegue con l’utilizzo del throat singing in inglese – sì, una band mongola che utilizza il tipico canto mongolo in lingua inglese… – e si finisce con l’ammasso senza capo né coda di ben quindici tracce. La colpa maggiore di Cian Bi è di essere composto da canzoni dalla durata media di tre minuti, basilari nella struttura e che non hanno la forza di una melodia che sia una per rimanere impresse nella mente. Tolte le poche meritevoli (Our Ancestors, One Tribe, Beyond Any Nation), rimangono le imbarazzanti Redefine (tra Fear Factory e nu metal del 1999), A Drop Of The Blood, A Leap Of The Faith (brutale nelle intenzioni) e You And I, Under The Same Sky, oltre alle inconcludenti Just Forgive e One Track Mind. Decisamente troppo poco per giustificare l’accordo con un colosso come Napalm Records. Inoltre le tracce di chitarra sono di uno scontato disarmante, ma nulla rispetto alla qualità della registrazione: tutto suona finto e plasticoso, a partire dalla sei corde che non graffia, fiacca nella distorsione e con suoni di rara bruttezza. Tra riff pseudo nu metal e suoni che neanche un gruppo al primo demo, Cian Bi è la pietra tombale sui Tengger Cavalry, progetto iniziato nei migliori dei modi e naufragato miseramente (forse?) sotto la troppa pressione esterna: poco dopo la pubblicazione di questo disco, infatti, la band ha annunciato lo scioglimento per ragioni contrattuali.

Quello che dispiace dei Tengger Cavalry, oltre alla triste fine intitolata Cian Bi, è che per brevi momenti riescono ancora a realizzare ottima musica e far viaggiare l’ascoltatore nelle sconfinate steppe della Mongolia cavalcando un destriero dai polmoni d’acciaio. Cian Bi è invece un disco sottotono e incerto sulla direzione da prendere: se si vuole ascoltare del vero folk metal mongolo, oltre ai primi passi di Nature Ganganbaigal, non c’è alternativa dall’avvicinarsi all’ottimo Arvan Ald Guulin Hunshoor dei Nine Treasures per poi scoprire anche i successivi dischi.

Lou Quinse – Lo Sabbat

Lou Quinse – Lo Sabbat

2018 – full-length – Sliptrick Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: IX. L’ermite: voce – XIX. Lo Solelh: chitarra – XVIII. La Luna: basso – Lo Mat: batteria – I. Lo Bagat: organetto – VII. Lo Carreton: flauto, cornamusa

Tracklist: 1. Sus La Lana – 2. Chanter Boire Et Rire Rire – 3. Diu Fa’ Ma Maire Plora – 4. La Dancarem Pus – 5. Lo Cuer Dal Diaul – 6. Dessùs La Grava De Bordeu – 7. Giga Vitona – 8. Purvari E Palli – 9. Lo Boier – 10. La Martina – 11. La Marmòta – 12. Sem Montanhòls

Una delle formazioni più snobbate e sottovalutate del panorama italiano del folk metal è quella dei Lou Quinse, band piemontese che dal 2006 sputa folk e diavoli in varie salse. Il gruppo guidato da L’Ermite si autodefinisce “alpine extreme metal folkcore” e arriva al secondo disco dopo il debutto Rondeau De La Forca del 2010: rispetto al primo album Lo Sabbat è decisamente un lavoro più maturo e personale, molto è cambiato (e migliorato) in questi anni, fermo restando l’attitudine caciarona e sfrontata che da sempre li contraddistingue.

Il disco si presenta veramente bene: digipak bello colorato e con una copertina semplicemente spettacolare sono i primi passi per avere il gradimento del pubblico, e Lo Sabbat sotto questo punto di vista non ha veramente nulla da temere. I disegni e lo stile sono volutamente vicini a quelli del pittore ceco Alfons Mucha, i Lou Quinse hanno voluto osare qualcosa di diverso dal solito artwork folk metal e il risultato è davvero eccezionale. Con una grafica del genere è lecito aspettarsi un booklet da far strabuzzare gli occhi, e in parte è così: il libricino è esteticamente perfetto e i testi in lingua occitana, oltre a una breve presentazione, sono tradotti in inglese. Solo che nel cd il booklet non c’è, in quanto il file può essere visto e scaricato dal sito ufficiale dei della band, una scelta che danneggia non poco chi acquista il disco fisico.

Le cornamuse e le chitarre di Sus La Lana accolgono l’ascoltatore in un salotto musicale che con Chanter Boire Et Rire Rire (in un certo senso il singolo del disco) si rivela tutto tranne che accogliente. Il folk metal dei Lou Quinse è veloce e spietato, maledettamente orecchiabile anche quando i tempi si fanno spinti e la musica non da un attimo di tregua. Cori e accelerazioni brutali contrastano con la melodia che dal fondo s’innalza prepotente e in questo brano la vocazione al caos raggiunge picchi epici. Il ritmo è ancora sostenuto in Diu Fa’ Ma Maire (ovvero la descrizione della dura vita del pecoraro) e il tono continua ad essere serio ma beffardo, in linea con il testo. Con La Dancarem Pus le cose si fanno diverse, i Lou Quinse si muovono in un terreno meno pesante nella prima parte e tirano fuori una composizione più articolata del solito che mostra la crescita dei musicisti. Dopo la feroce Dessùs La Grava De Bordeu, Giga Vitona porta una ventata di puro cazzeggio in up-tempo che fa tanta allegria; interessante notare come, a un certo punto, spunti fuori una melodia che il fan del folk metal italiano conosce molto bene, in quanto è quella di La Caccia Morta dei Furor Gallico. In questo caso, come fu per Oakenshield e Storm con Earl Thorfinn e Oppi Fjellet, la melodia utilizzata nelle due canzoni è la stessa in quanto entrambi i brani traggono la propria ispirazione dalla medesima fonte popolare. Domenico Straface, brigante cosentino nel XIX secolo, è il protagonista di Purvari E Palli, pezzo che vede anche una parte cantata in calabrese e che non risparmia nulla in fatto di folk e voglia di ribellione. La seguente Lo Boier è una canzone dai significati simbolici legati all’eresia dei catari (movimento che nel XII e XIII secolo ebbe un discreto seguito in Linguadoca, Occitania, Italia ed est Europa prima della violenta soppressione per mano della Chiesa) utilizzando la storia della sfortunata pastorella Joana. Lo Sabbat arriva al terzo atto, “La Martina”: dopo uno strumentale dai toni malinconici le melodie allegre di La Marmòta (con le parole tratte del poeta/politico anticlericale Angelo Brofferio) suonano spensierate a differenza del testo carico di tensione. Un canto di montagna e liberazione porta a conclusione il disco: Sem Montanhòls è forse la migliore maniera per terminare i quarantasei minuti dell’album. Pezzo acustico e ritmato, sentito dai musicisti quanto dagli ascoltatori perché i Lou Quinse nel coinvolgere il pubblico sono bravissimi.

Il disco quindi cresce con gli ascolti e la seconda parte in particolare riesce a donare ogni volta delle piccole novità che rendono Lo Sabbat sempre fresco. Quasi tutte le canzoni del disco sono prese (sia testi che musica) dalla tradizione popolare locale e in seguito elaborate fino a farle suonare Lou Quinse al 100% senza però perdere quell’alone alpino che è fondamentale per il sound del gruppo.

Detta dell’alta qualità della musica, è giusto parlare anche dall’ottima produzione, all’altezza delle canzoni e che fa suonare tutto naturale e potente senza minare minimamente la credibilità del lavoro svolto dai musicisti. Gran parte del merito va riconosciuto a Tino Paratore, nome di culto nel punk/hardcore, che ha registrato e missato Lo Sabbat, con Tom Kvalsvoll (Trollfest, Kampar, Darkthrone, Windir ecc.) che ha curato il mastering al Kvalsonic Lab di Oslo.

Anni di silenzio possono distruggere un gruppo e sgretolare il seguito che negli anni si è meritato, ma nel caso dei Lou Quinse è stato utilissimo per lavorare con impegno a un disco come Lo Sabbat, lavoro che li deve per forza far uscire dall’indifferenza del sonnacchioso pubblico e lanciarli verso palchi ed eventi di caratura internazionale.

Kanseil – Fulìsche

Kanseil – Fulìsche

2018 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 9 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce – Federico Grillo: chitarra – Davide Mazzucco: chitarra, bouzouki – Dimitri De Poli: basso – Luca Rover: batteria – Luca Zanchettin: cornamusa, kantele – Stefano Da Re: rauschpfeife, flauto

Tracklist: 1. Ah, Canseja! – 2. La Battaglia Del Solstizio – 3. Ander De Le Mate – 4. Pojat – 5. Orcolat – 6. Serravalle – 7. Vallòrch – 8. Il Lungo Viaggio – 9. Densilòc

Quella dei Kanseil è stata, fino a questo momento, una marcia che non ha conosciuto stop o rallentamenti. Anzi, quella dei Kanseil è stata una marcia trionfale perché dal 2010 a oggi non ha conosciuto altro che stima e rispetto, cose che vanno guadagnate sul campo. Proprio quello che ha fatto la band di Fregona (TV) con un demo sorprendente sei anni fa dal titolo Tzimbar Bint e con il debutto Doin Earde del 2015. Buona musica accompagnata da imponenti esibizioni live e una fama che con il tempo si è fatta considerevole se si guarda all’underground tricolore.

Da Fulìsche ci si aspettava molto, e l’attesa è stata ripagata con quarantacinque minuti di folk metal intenso e sincero, suonato con il cuore e in perfetta linea con il progetto Kanseil. Quello di Andrea Facchin e soci non è semplicemente un discorso musicale, in quanto il binomio musica/testi è fondamentale e mai banale: i musicisti veneti amano la propria terra, hanno a cuore il destino e la storia del Cansiglio, l’altopiano prealpino al centro dei loro racconti.

Ah, Canseja! è la poesia d’amore declamata in dialetto dal poeta Pier Franco Ulliana scelta come apertura del disco, un inizio molto intenso quanto inaspettato. I Kanseil mostrano i muscoli con la furiosa La Battaglia Del Solstizio, un trionfo di riff oscuri e melodie che scaldano l’anima; il testo descrive la brutalità della prima guerra mondiale e della Seconda Battaglia del Piave in particolare, combattuta lungo il fiume nel giugno 1918 e che si è rivelata fondamentale per la fine del conflitto. Ander De Le Mate (una grotta dalla grande energia e avvolta da racconti fantastici) ha un ritornello di grande presa, così come colpisce il break centrale che aumenta di giri fino ad arrivare all’assolo di chitarra che porta all’esplosione del ritornello:

Volano i miei pensieri
Nel vento perderò
Ma attenderò e osserverò
Spiriti che mi avvolgono
Intorno a me… Ander De Le Mate

La tradizione alpina prosegue con Pojat, una canzone dal chorus accattivante che racconta il duro lavoro dei carbonai. I ritmi sono blandi e la voce quasi narrata fino al ritornello e al crescendo che segue: growl e strumenti folk danno dinamicità al brano che mostra in maniera chiara tutta la crescita compositiva dei Kanseil. Fulìsche prosegue tra storia e racconti popolari con Orcolat, la causa del tremendo terremoto che colpì il Friuli nel 1976. Leggenda vuole che sia stato provocato dalla creatura mostruosa Orcolat (“orcaccio” in dialetto), rinchiuso dalla Regina Dei Ghiacci nel monte San Simeone e che quando prova a uscire provoca le scosse. La sua è una triste storia: è innamorato dell’umana Amariana che non ricambia il sentimento e, pur di non sposarlo, si fa trasformare nella montagna che porta il suo nome. Come la storia, così la musica di Orcolat è ricca di contrasti: momenti di grande rabbia sonora (“e la sua quiete spezzerò, con i miei passi farò tremare tutta la valle sotto di lei. E io la morte porterò su tutto ciò che le vostre guerre non han distrutto già”) si alternano ad altri più ariosi e melodici, in perfetta sintonia con la leggenda. L’acustica Serravalle colpisce al cuore tutte le persone che sono vissute in un piccolo paese e ci hanno lasciato il cuore. Una manciata di case in pietra in una verde vallata appenninica, il silenzio della natura interrotto dal ritoccare del campanile e dalle urla dei bambini che giocano in strada. Tutto questo è descritto magistralmente nei quattro minuti della composizione. Dalle sonorità “europee”, Vallòrch è una canzone dall’impatto immediato e il guitarwork dinamico, ma soprattutto caratterizzata dal grande lavoro degli strumenti folk. Nel brano è ospite in più parti Sara Tacchetto, voce dei Vallorch, e il suo timbro si sposa meravigliosamente con il sound dei Kanseil e il growl di Andrea Facchin. Il Lungo Viaggio parla delle persone costrette ad emigrare per cercare fortuna, ma con la propria terra sempre nel cuore. Musicalmente è un brano dalle tinte tetre con la cornamusa protagonista; il testo raggiunge il suo apice nella malinconica descrizione degli emigrati che si fanno forza come possono:

Ed imbracciano fisarmoniche
e raccontano storie di povertà
Si raccolgono ad un fuoco che
Freddi notti calore darà

Il viaggio nelle storie raccontate dai Kanseil termina con Densilòc, “nessun luogo” nel dialetto dell’Alpago. La canzone è più melodica delle altre, un po’ folkstoniana nella musicalità, con il protagonista a proprio agio con ciò che lo circonda in una camminata solitaria a cavallo tra la notte e il sorgere del sole.

Nove brani tutti diversi tra loro ma accomunati dai testi sempre legati alla terra d’origine della band e dalla grande qualità musicale. Fulìsche è il disco della consacrazione dei ragazzi di Fregona che ora devono iniziare a raccogliere quanto seminato in precedenza.

Fulìsche è il capolavoro dei Kanseil? Difficile dirlo ora, ma sicuramente ci troviamo dinanzi a un lavoro virtuoso, suonato magistralmente e in grado di trasmettere tutto l’amore e la sofferenza che il Piano del Cansiglio e le zone care alla band hanno visto alternarsi. La crescita del gruppo è stata continua e sorprendente fin dal primo demo Tzimbar Bint e quindi, in un certo senso, un lavoro come questo non dovrebbe sorprendere più di tanto. I Kanseil sono passati nel giro di pochi anni (e appena due dischi) da essere una giovane formazione di belle speranze a una delle poche e robuste realtà del folk metal nazionale. Fulìsche sarà per loro il biglietto d’ingresso per la scena folk metal che conta.

Infinitas – Skylla

Infinitas – Skylla

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Böll: voce, percussioni – Selv Martone: chitarra – Piri Betschart: batteria, clarinetto – Irina Melnikova: violino

Tracklist: 1. Skylla – 2. Conclusio – 3. Samael (acoustic) – 4. Leprechaun

A un anno esatto dalla pubblicazione di Civitas Interitus, gli svizzeri Infinitas tornano sul mercato con un nuovo prodotto: questa volta si tratta di un EP di quattro pezzi per tredici minuti di durata intitolato Skylla e disponibile unicamente in formato digitale. Il disco è un’appendice del precedente cd, ma anche l’occasione per presentare la nuova formazione (fuori il bassista Pauli, non rimpiazzato, e la violinista Laura Kalchofner sostituita da Irina Melnikova) al lavoro. Nonostante non sia prevista la versione fisica, Skylla ha lo stesso il booklet con i testi e le informazioni tecniche su registrazioni e musicisti, nonché una mappa utilissima per orientarsi nel mondo creato dagli Infinitas.

La prima traccia è la title-track, canzone già nota in quanto contenuta in Civitas Interitus: stessa identica versione ma tagliata nella coda, ovvero due minuti acustici tra note e rumori; chitarre maideniane, ritornello orecchiabile e le melodie seducenti di violino sono gli ingredienti di questa canzone. Segue Conclusio: pianoforte/violino riprendono le melodie di Skylla e le impregnano di malinconia, uno strumentale breve quanto intenso. Anche il brano Samael fa parte del full-length del 2017, ma la versione di questo EP è acustica. Alcune parti sono state leggermente ri-arrangiate e il risultato è molto gradevole sia per l’ottimo lavoro di squadra che per l’interpretazione potente della cantante Andrea Böll. L’ultima traccia del dischetto è Lepechaun, un pezzo irish folk strumentale (è presente anche il clarinetto, strumento inusuale nel folk metal) dal ritmo gioviale che invita a ballare e divertirsi. Un bel contrasto (voluto) con il testo di Skylla (nome preso da un mostro della mitologia greca), nel quale si tratta l’argomento dell’elaborazione della morte e della possibile conseguente depressione.

Skylla è un EP digitale che non presenta novità o anticipazioni degli Infinitas che saranno, ma è comunque buono per chi già apprezza la band e per chi, magari sedotto dal ritornello catchy della title-track, si avvicina alle sonorità della band di Muotathal.