Svartsot – Mulmets Viser

Svartsot – Mulmets Viser

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Thor Bager: voce – Cristoffer Frederiksen: chitarra solista – Cliff Nemanim: chitarra ritmica – James Atkin:  basso – Danni Jelsgaard: batteria – Stewart Lewis: strumenti folk

Tracklist: 1. Aethelred – 2. Lokkevisen – 3. Havfruens Kvad – 4. Hojen Pa Gloedende Paele – 5. Paa Odden Af Hans Hedenske Svaerd – 6. Laster Og Tarv – 7. Den Svarte Sot – 8. Kromandes – 9. Datter – 10. Grendel – 11. Jagten – 12. Lindisfarne – 13. I Salens Varme Gloed

A tre anni dal bel debutto Ravnenes Saga tornano i danesi Svartsot con questo Mulmets Viser (Napalm Records), lavoro contenente dodici tracce di extreme folk metal. Si era temuto lo scioglimento dopo il brutale split di ben quattro elementi avvenuto nel dicembre 2008, ma Cristoffer Frederiksen (chitarra solista) ha tenuto duro e riformato la line-up quasi da zero: dentro Thor Bager, Cliff Nemanim, James Atkine Danni Jelsgaard,rispettivamente voce, chitarra ritmica, basso e batteria. L’altro superstite è il polistrumentista Stewart Lewis che però al momento della registrazione, per problemi di salute della moglie, si è fatto sostituire da Hans-Jorgen Hansen.

Le composizioni sono piuttosto semplici sia come struttura (melodia-strofa-ritornello-melodia-strofa-ritornello-melodia-ritornello la maggior parte delle volte) che come tecnica, quel che più conta è però la qualità delle stesse e che le canzoni siano orecchiabili e godibili fin dal primo ascolto. Missione compiuta verrebbe da dire, in quanto quasi tutti i brani sono divertenti e coinvolgenti con delle melodie assolutamente azzeccate. Forse dodici canzoni sono troppe, e – parere di chi scrive – sarebbe stato meglio ridurre a dieci le tracce del disco e utilizzare diversamente quelle tagliate (mini cd, bonus track ecc.).

Detto della storia del gruppo, dell’importanza delle melodie e della struttura delle canzoni, la domanda che sorge spontanea è “sì, ma come suonano i brani?” Li possiamo dividere in tre categorie: 1) con le melodie di tin whistle e mandolino che da sole quasi riescono a fare la canzone; 2) mid tempo tendenti alla cupezza sonora, con delicati ricami malinconici di flauto irlandese; 3) canzone “cruda” con strumenti tipici poco in risalto. Della prima categoria fanno parte la carinissima opener folleggiante Aethelred, la massiccia Grendel, con le sue bellissime melodie balcaniche e Laster Og Tarv che è impreziosita dal lavoro di coppia chitarra-flauto che creano e reggono la struttura della canzone. Havfruens Kvad con le sue graziose melodie prodotte dal flauto e doppiate dalla chitarra risulta essere uno dei momenti migliori del cd, mentre la finntrolleggiante Lokkevisen è divertente e ballabile. E poi c’è Hojen Pa Gloedende Paele, con il tin whistle a comandare le danze, essendo presente in ogni secondo della composizione, in particolare con l’allegra (e fischiettabile) melodia che di tanto in tanto fa capolino nel brano. Di mid-tempo ce ne sono due: Den Svarte Sot ha un incedere malinconico e delicato al tempo stesso, mentre Lindisfarne (fatto storico che molti gruppi nordici hanno a cuore) mixa bene la crudezza di quanto accaduto in terra inglese nel 793 d.C. in quattro minuti di cupe sonorità, dove il mandolino risulta fondamentale pur rimanendo sempre in secondo piano. Sempre Lindisfarnepuò rientrare nella terza categoria proprio a causa dell’utilizzo diverso del mandolino, non più strumento fondamentale ma solamente di contorno. In Kromandes Datter si distingue il bel break centrale, dove la massiccia cavalcata strumentale risulta essere perfetta per spezzare e diversificare il brano dal resto della scaletta. Più vicina ad un certo tipo di death metal che al folk è Paa Odden Af Hans Hedenske Svaers, che ricorda vagamente le atmosfere degli Amon Amarth dei primi anni 2000. In verità c’è anche una quarta categoria, quella dei filler, dei riempitivi. Non che Jagten o I Salens Verme Gloed siano canzoni brutte o composte male, ma si sente subito una certa differenza di qualità con gli altri brani di questo Mulmets Viser.

A livello tecnico c’è poco da dire, nessun virtuosismo ma tanto groove. Buona la prova del batterista Danni Jelsgaard, oneste ma incisive le due chitarre, tondo e presente quanto basta il basso di James Atkin. Davvero buona invece la prova del cantante Thor Bager: il giovane frontman (21 anni all’epoca della pubblicazione) varia tra un growl profondo e incomprensibilee uno scream (a differenza del precedente cantante Claus Gnudtzmann, fermo al solo vocione cavernoso) che rende più dinamiche le sue linee vocali.

Il disco si presenta bene: l’eccellente copertina realizzata da Gyula Havancsák (Ensiferum, Annihilator, Destruction, Stratovarius ecc.) rappresenta appieno lo spirito dell’album, il booklet di ben sedici pagine è pieno di foto professionali, informazioni e testi (tutti rigorosamente in danese e privi di traduzione inglese), mentre l’edizione limitata contenente due bonus track ha una copertina differente raffigurante un intreccio ligneo di arte vichinga, ma con lo stesso booklet della versione di base. A completare il tutto c’è la produzione di Lasse Lammert, già al lavoro con Alestorm, Huldre, Lagerstein e Asmegin in campo folk metal: reale e graffiante, potente e pulita.

In conclusione gli Svartsot, pur essendo solamente al secondo album, hanno già una loro personalità che mettono in mostra in ogni traccia di Mulmets Viser, disco fresco e divertente per un gruppo che ha visto pericolosamente da vicino la scritta fine della propria carriera, e che sono riusciti, pur non inventando nulla di nuovo, a donarci quarantacinque minuti di buon extreme folk metal.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.
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Lex Talion – Sons Of Chaos

Lex Talion – Sons Of Chaos

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ramiro J. Pellizzari: voce, chitarra – Federico Vogliolo: voce, chitarra – Manuel Luna: basso – Lautaro Rueda: batteria

Tracklist: 1. Father – 2. Into The Haar – 3. Chaos Path (Overture) – 4. Sons Of Chaos – 5. Arise – 6. Nightwing – 7. Flesh Of Gods – 8. Thunders Over The Fields – 9. The Circle – 10. King Of Death – 11. The Great Divide

Gli argentini Lex Talion, dopo ben cinque anni di silenzio, sono tornati a farsi sentire nel 2017 con un EP utile soprattutto per affermare la buona salute del gruppo, prima di incidere il secondo full-length in carriera dal titolo Sons Of Chaos. Tempo a disposizione per lavorare alle nuove canzoni ce n’è stato in abbondanza e i progressi fatti dal debutto Funeral In The Forest sono piuttosto evidenti: pur continuando a suonare un folk metal con doppia voce pulito/growl ricco di numerose influenze, il sound della band capitanata da Ramiro J. Pellizzari (il quale ha fondato i Lex Talion nel 2010 come progetto personale) è ora maturo e ben bilanciato, rendendo l’album convincente anche dopo svariati ascolti.

Sons Of Chaos dura trentanove minuti ed è composto da dieci canzoni più un breve intermezzo di pochi secondi. I brani sono tutti di media-breve durata con un solo caso che scavalla i cinque giri di lancette e l’ossatura dei pezzi è lineare e diretta, con l’eccezione della “mistica” Into The Haar. L’intero lavoro di registrazione, mixaggio e mastering è avvenuto in completa autonomia e il risultato è davvero buono in quanto i suoni sono corposi e reali e l’equilibrio tra i vari strumenti è giusto: raramente una completa autoproduzione riesce a suonare in questa maniera professionale.

L’iniziale Father è una delle composizioni migliori del disco. Mid-tempo ricco di cori epici e gustosi riff di chitarra sono i punti di forza dell’intero disco assieme all’intelligente utilizzo dei due stili vocali (clean e virile quello di Federico Vogliolo, growl e feroce quello di Pellizzari). Flesh Of Gods, nella sua forse eccessiva brevità (2:27!) porta una ventata di aggressività e buona velocità in un platter che tende prepotentemente ai tempi medi, mentre con The Circle la band di La Plata confeziona un brano che unisce con gusto epic/power e soluzione più aggressive fermo restando il ruolo della chitarra, sempre in primo piano. Stesso discorso per l’ottima King Of Death, composizione nella quale tastiere e orchestrazioni (realizzate dall’ospite Daniela S. Martinez) riescono a conferire una solennità sconosciuta alle precedenti canzoni.

Con Sons Of Chaos i Lex Talion sono riusciti a dare un’impronta personale alla musica proseguendo quanto iniziato con Funeral In The Forest, puntando molto sull’impatto a scapito – purtroppo? – di quell’alone scottish che rendeva una canzone come Mirrors(ma non solo lei sola) particolarmente intrigante. Sons Of Chaos è un lavoro dalle tinte oscure che si concede poche parentesi luminose, ma quando ciò accade la musica ne beneficia non poco. I Lex Talion hanno trovato una propria strada e continuando a lavorare potranno portare la propria proposta a un livello superiore in quanto le potenzialità ci sono tutte. Nel frattempo chi ha desiderio di muscoloso extreme folk metal con richiami epic/power ha di che gioire.

Furor Gallico – Dusk Of The Ages

Furor Gallico – Dusk Of The Ages

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Davide: voce – Gabriel: chitarra – Marco: basso – Mirko: batteria – Becky: arpa

Tracklist: 1. Passage To A New Life – 2. The Phoenix – 3. Waterstrings – 4. Nebbia Della Mia Terra – 5. Canto d’Inverno – 6. Starpath – 7. Aquane – 8. The Sound Of Infinity – 9. Dusk Of The Ages – 10. The Gates Of Annwn

A inizio carriera i Furor Gallico erano visti come i “fratelli piccoli” dei Folkstone: tante date insieme e qualche musicista che da una band passava all’altra hanno dato a molti questa impressione. Da allora sono trascorsi diversi anni, sono stati pubblicati dei dischi e la line-up è cambiata più volte, ma una cosa è rimasta immutata da quel 390 B.C.: The Glorious Dawn, demo gioiellino del 2009: la musica dei Furor Gallico è sempre di alta, altissima qualità. Guidati dal duo Davide Cicalese e Becky, i folk metallers brianzoli tornano sul mercato a quattro anni dal precedente Songs From The Earth, e lo fanno con un disco classico ma fresco al tempo stesso: il sound e le caratteristiche che hanno creato la personalità della band sono sempre lì in prima linea, ma le canzoni si sono arricchite di nuove sfumature, di nuovi colori che prima non erano presenti nella tavolozza dei Furor Gallico. In particolare stupisce la maturità di alcune composizioni e la compattezza del disco nel suo insieme, al punto che si può considerare Dusk Of The Ages come un disco dalla maturità “internazionale”: un bel traguardo per i “fratellini” dei Folkstone che ora possono ambire al trono del folk metal in Italia.

Ascoltando le dieci tracce che compongono l’opera si notano immediatamente tre elementi sugli altri: il frequente uso della voce femminile, la forte presenza della chitarra (assoli compresi) e una maggiore profondità del songwriting rispetto al passato. Attenzione: Songs From The Earth e Furor Gallico, ovvero i primi due full-length, sono dei buonissimi dischi anche ascoltati oggi, ma la band ha saputo evolversi e crescere nel tempo senza abbandonare le peculiarità che hanno portato tante persone ad amare la loro musica. Sound (parzialmente) nuovo e look nuovo: a kilt e vestiari celtici ora sono preferiti jeans e giacche di pelle, probabilmente a rimarcare, anche visivamente, la volontà di andare oltre i cliché del genere.

Considerando quanto detto, è naturale che la prima traccia del disco del disco – tre minuti e mezzo acustici e delicati – abbia come titolo Passage To A New Life, ottimo componimento che porta a The Phoenix, pezzo scelto come singolo: immediato e crudo e brutale all’inizio, ma anche melodico e “ruffiano” nel ritornello, nonché ricco di momenti di gloria per la sei corde di Gabriel e nel quale gli strumenti folk, pur sotto traccia, riescono a dare alla composizione quel tocco particolare e vincente. Waterstrings, canzone introdotta dalla voce dell’ospite Valentina Pucci – cantante presente in molti brani –, suona più classica e vicina al precedente cd, ma non per questo risulta essere scontata o “già sentita”. Ancora meglio va con Nebbia Della Mia Terra, con il ritornello in clean di Davide che si stampa immediatamente in testa così come le melodie del violino di Laura Brancorsini (autrice di tutte le parti di violino, oggi in veste di ospite ma dal 2007 al 2014 membro dei Furor Gallico). Per Canto d’Inverno le sonorità si fanno più dolci nella prima parte, al punto che Davide sembra un vecchio bardo carico di magia, e l’ingresso degli strumenti elettrici non porta stravolgimenti: l’affascinante viaggio continua senza particolari scossoni fino al termine del brano. Si torna al folk metal più ruvido con Starpath, con tanto di growl e un drumming più potente; anche qui, quasi a sorpresa, c’è spazio per uno stacco d’arpa e violino, con le corde della chitarra acustica pizzicate con delicatezza prima del ritorno della doppia cassa e dei riff più selvaggi, mentre in Aquane, dopo un inizio soft con gli strumenti folk, si fa spazio il potente up-tempo che spazza via (temporaneamente) melodie e ricami celtici. In questo brano il flauto è in agguato e si prende tutto lo spazio possibile riuscendo, nei pochi secondi di luce, a trasformare la canzone in un’intricata alternanza giorno/notte: potrebbe sembrare la classica canzone che mischia un po’ tutto, in realtà mostra quanto i Furor Gallico siano degli ottimi compositori e si trovino a proprio agio con questo stile di canzone, tra l’altro la più lunga dell’intero disco con quasi otto minuti di durata. Con The Sound Of Infinity si crea un bel break acustico dal sapore irlandese, soprattutto quando interviene il violino, ma forse avrebbe avuto maggiore fortuna posizionato in scaletta uno o due slot prima. La title-track racchiude tutti gli elementi del sound della band brianzola senza però esplorare il lato più oscuro e feroce che viene lasciato libero nella conclusiva The Gates Of Annwn, ottima chiusura di un lavoro completo e in un certo senso complesso, sicuramente ricco di spunti positivi e gustose sorprese.

La copertina del maestro belga Kris Verwimp è la giusta chicca per un album delizioso, ma bisogna approfondire il discorso produzione, perché questa volta Cicalese e compagnia si sono rivolti ad alcune delle figure più referenziate del settore: Tommy Vetterli, produttore degli Eluveitie e chitarrista dei Coroner ed ex Kreator, ha mixato il disco presso i New Sound Studio in Svizzera, mentre il mastering è avvenuto negli svedesi Fashination Streer Studios da Jens Bogren (Amon Amarth, Enslaved, Amorphis e Dark Tranquillity tra gli altri). I suoni hanno una potenza incredibile, gli strumenti, anche quelli in secondo piano, hanno il giusto spazio nel missaggio finale e non ci sono dettagli che nell’insieme si perdono. Per la prima volta i Furor Gallico godono di una produzione stellare e a guadagnarne sono i brani del disco e, di conseguenza, l’ascoltatore finale.

Dusk Of The Ages ha un taglio internazionale, suona potente come non mai e contiene alcune delle canzoni più belle scritte dai Furor Gallico. Siamo a gennaio, ma già abbiamo tra le mani uno dei migliori dischi del 2019.

Evendim – From Dusk Till Dawn

Evendim – From Dusk Till Dawn

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Del Conte: voce – Petr Lukac: chitarra – Simone Lo Biundo: chitarra – Danilo Firenzani: basso – Alessio Turini: batteria – Matteo Adesso: tastiera – Nicola Corsinovi: fisarmonica

Tracklist: 1. From Dusk Till Dawn – 2. Evendim – 3. Seven Hearts – 4. Stand Up And Drink – 5. Ode To The Setting Sun – 6. Hard To Remember – 7. Masquerade – 8. Whiskey On Fire – 9. Long Time Ago – 10. Twilight Of The Bard

Una delle cose che danno più gioia in questo hobby è il seguire la carriera di un gruppo fin dai primi passi e constatare lavoro dopo lavoro i miglioramenti dei musicisti e, di conseguenza, della musica. Gli Evendim sono uno di quei gruppi che di cd in cd ha migliorato la propria proposta ed ha maturato una consapevolezza nei propri mezzi che solo il duro lavoro può dare. Se la prima pubblicazione dei toscani era un po’ zoppicante, già con il seguente EP Old Boozer’s Tales Lorenzo Del Conte e soci hanno iniziato a mettere le cose a posto ed è con questo full-length di debutto gli Evendim tirano fuori, per la prima volta e in maniera prepotente, la propria voce. In realtà non ci sono stravolgimenti di sound tra i vari dischi, ma sono state limate quelle cose che a volte rendevano l’ascolto poco fluido e sicuramente l’esperienza live li ha compattati. Il risultato è un disco folk metal nel senso più classico del genere, i richiami ai maestri Skyclad non mancano, ma l’anima della band è finalmente chiara e netta.

From Dusk Till Dawn è stato registrato presso i Wanna Rock Studio di Livorno da Federico Corazzi e Michele Gasparri, i quali si sono occupati anche del mix e del mastering: il risultato è buono, i suoni sono puliti e graffianti il giusto, lontani dalle iper produzioni innaturali che tanto vanno di moda in questi anni, il che è un bene per il risultato finale dell’album. Il cd si presenta con un booklet di otto pagine a colori con una grafica non particolarmente accattivante, ma non mancano testi e informazioni essenziali.

Dopo l’intro parte Evendim, un pezzo muscoloso che mostra come i musicisti si siano appropriati di alcune parti ritmiche classiche del genere al fine di rendere la canzone più massiccia: risultato riuscito e composizione brillante. La seguente Seven Hearts prosegue a macinare riff convincenti e ritmiche robuste ma mai estreme, con il cantato pulito di Del Conte particolarmente ispirato. Le schitarrate in levare e i chorus gagliardi di Stand Up And Drink fanno venire voglia di ballare, mentre Ode To The Setting Sun (già presente in Old Boozer’s Tales) ricorda gli Elvenking più melodici vuoi per i cori che per le atmosfere create, e con Hard To Remember gli Evendim propongono un brano particolarmente “happy metal” (termine che ricorderanno gli over 30) nella prima parte, ma che poi prosegue in maniera meno lineare e più coraggiosa: nel finale i ritornelli – particolarmente efficaci – tornano per stamparsi nella mente dell’ascoltatore. Masquerade è la classica composizione degli Evendim tra melodie sempre piacevoli e cori immediati; c’è spazio anche per il bel guitar work della coppia Lutak / Lo Biundo, musicisti bravi a non invadere lo spazio ma capaci di salire alla ribalta quanto ce n’è la possibilità. Si ritorna alle origini della band con Whiskey On Fire, title-track dell’EP di debutto risalente al 2011: sono passati sette anni da quella pubblicazione e di strada gli Evendim ne hanno fatta, il risultato finale è fresco e decisamente più accattivante dell’originale. Con Long Time Ago ci si avvia alla fine di questo disco: sei minuti di canzone durante i quali ci si trova un po’ di tutto tra assoli di chitarra, i sempre efficaci cori e giri di fisarmonica. La chiusura è affidata a Twilight Of The Bard, traccia più lunga del lotto e costruita quasi come una breve colonna sonora. Un brano che ci mette un po’ a carburare, ma estremamente bello e raffinato, impreziosito dalla voce dell’ospite Fabiana Lo Savio. In questo coraggioso pezzo gli Evendim mettono tutte le proprie abilità e il risultato è di qualità.

From Dusk Till Dawn è la conferma dei progressi degli Evendim, una band troppo spesso lasciata fuori “dall’underground noto” del folk metal italiano, ma che hanno tutte le carte in regola per farne parte e dire la loro con personalità e gusto.

Bak De Syv Fjell – From Haavardstun

Bak De Syv Fjell – From Haavardstun

1997 – EP – Edged Circle Productions

VOTO: S.V. – recensore: Mr. Folk

Formazione: Haavard: voce, chitarra – Kvitrafn: batteria

Tracklist: 1. From Haavardstun – 2. De Siste Tanker

La storia ufficiale dei Bak De Syv Fjell inizia e finisce con il breve EP From Haavardstun, pubblicato in appena mille copie nel 1997 dalla Edged Circle Productions in formato vinile “7 e ristampato dalla russa Frostscald Records in versione cd nel 2009. Il duo arriva a questo lavoro dopo la cassetta Rehearsal e nei pochi mesi che distanziano i due lavori non c’è modo e tempo per evolvere o apportare particolari modifiche al sound, tant’è che si parla sempre di folk/black vecchio stampo, debitore a nomi del calibro di Storm, Ulver, Isengard e primi Vintersorg.

Registrato e mixato il 27 e il 28 novembre 1996 presso lo studio REC90 da Bjørn Ivar Tysse, From Haavardstun è l’atto di nascita e il testamento di una band che avrebbe potuto dire la sua in una scena ancora agli albori. La title-track è un mid-tempo sognante che non disdegna (rare) accelerazioni di doppia cassa, completamente cantato in voce pulita che ha nell’iperattività di Kvitrafn un punto a proprio favore. La seconda traccia, De Siste Tanker, è più dinamica e veloce ed è una versione migliorata (non solo nella registrazione) della canzone che apre la cassetta Rehearsal. Nel complesso l’EP conta solo otto minuti ed è un peccato che la release abbia avuto spazio solo per due brani e non di più.

Dopo un EP come questo, breve ma intenso, era lecito aspettarsi l’album di debutto che invece non arrivò mai. Anni dopo girarono voci riguardanti una reunion dei Bak De Syv Fjell con il disco tra le mani, ma il successo dei Warduna di Einar Selvik (e non più Kvitrafn) ha probabilmente messo la parola fine su questo progetto che era nato per l’amore nei confronti del folklore: un peccato perché il duo era (è) in grado di realizzare grande musica e chissà se in futuro, magari in un momento di pausa dei Wardruna, sarà possibile ascoltare qualche nuova canzone di questo intrigante progetto.

Bak De Syv Fjell – Rehearsal

Bak De Syv Fjell – Rehearsal

1996 – demo – autoprodotto

VOTO: S.V. – recensore: Mr. Folk

Formazione: Haavard: voce, chitarra – Kvitrafn: batteria

Tracklist: 1. De Siste Tanker – 2. Unknown I – 3. Unknown II – 3. Unknown III – 4. Unknown IV

Bergen, Norvegia. Siamo a metà anni ’90, il furore black metal detta legge da qualche anno e il fenomeno coinvolge sempre più ragazzi. Tantissimi gruppi si formano: la maggior parte di essi non esce dalla sala prove, qualcuno pubblica una demo cassetta, in pochi vanno oltre. Tra i vari gruppetti dediti alla nera fiamma spicca un giovane batterista adolescente che ama picchiare il drum kit ed ha tanta voglia di suonare: il suo nome è Einar Selvik e presta servizio negli Ildkrieg e nei Mortify, con i quali pubblica nel 1995 la cassetta Skuggeriket. Ma Kvitrafn, war name adottato da Selvik, vuole suonare anche qualcosa di più epico e legato al folklore della propria terra. Nascono così i Bak De Syv Fjell, il cui nome è un riferimento alle montagne che circondano la città di Bergen: il nome tradotto significa, difatti, “dietro le sette montagne”. Il duo (alla voce e chitarra c’è Haavard, in seguito bassista dei Taake, da non confondere con l’Haavard che ha suonato con Satyricon, Ulver e Myrkur) nasce nel ’95 e nell’estate dell’anno successivo (luglio ’96) inizia a girare nell’ambiente underground una cassetta con una manciata di canzoni senza titolo se non l’opener: si tratta, probabilmente, di quelle cassette registrate in presa diretta “per sentire come suona” il gruppo e studiare cosa migliorare dei brani.

Parlare di musica è difficile data la scarsissima qualità audio. Suoni ovattati e lontani, ma comunque comprensibili per capire che il duo si rifà a nomi come Ulver, Isengard (più “melodici”) e Storm, ovvero quella che oggi consideriamo come la vecchia guardia del folk/black metal. La maggior parte delle canzoni non ha il titolo e solo l’opener ha questa “fortuna”, De Siste Tanker: voci pulite e chitarre di sottofondo permettono di intuire l’indirizzo musicale della registrazione e poco altro.

Venti minuti di musica sono chiaramente insufficienti per giudicare, ma abbastanza per farsi un’idea. I due ragazzi hanno tanta voglia di suonare e produrre qualcosa di importante, la strada, però, non è delle più semplici e difatti la vita dei Bak De Syv Fjell sarà purtroppo breve. Rehearsal è più un sincero documento dell’epoca che un prodotto musicale da gustare, e come tale deve essere preso.