Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marcello Andreotti: voce, chitarra – Waxwolf: chitarra – Alberto Malferrari: basso – Federico Malacarne: batteria – Gabriele Sarti: tastiera – Mattia Barbieri: banjo

Tracklist: 1. Traveller’s Song – 2. A Dreadful Painting – 3. The Forest – 4. Spirits’ Dance – 5. Azathoth’s Call – 6. Nepenthes Rejah – 7. Heroes Paradox – 8. The River – 9. Water Rings – 10. Fireflies Serenade – 11. Zoè – 12. The Mist – 13. Declivio – 14. Catarsi – 15. Devilish Touch (bonus track)

Il folk metal, come tutti gli altri generi, ha visto la propria nascita, diffusione ed esplosione nel giro di pochi anni. Ora siamo in un momento di stanca dove sembra che tutto sia stato già detto e composto, ma fortunatamente non è così. Certo, la maggior parte delle pubblicazioni rispettano i tipici parametri del settore, ma di tanto in tanto salta allo scoperto un gruppo che non sta alle regole del gioco e un po’ per cuore e un po’ per testardaggine, tira fuori tutto quel che ha da dire, infischiandosene delle strade già note e quindi più sicure. Questo modo di fare può essere interpretato come imprudenza tanto quanto coraggio: l’ultima parola sta alla musica.

Questo degli emiliani Folk Metal Jacket è il primo full-length della carriera, a otto anni dalla fondazione e più di quattro dall’incoraggiante EP Spill This Album. Molte cose sono cambiate in questo lasso di tempo, prima tra tutte parte della line-up: tre musicisti hanno inciso il vecchio materiale e tre sono i nuovi arrivati. Di conseguenza, com’è facile intuire, anche la musica ha preso una piega diversa rispetto al folk metal spensierato e divertente di Spill This Album: Eulogy For The Gentle Fools è più maturo e meno diretto, camaleontico e sorprendente per soluzioni musicali. Va subito riconosciuto alla formazione di Modena di aver lavorato senza paura, osando non poco per realizzare un full-length molto ambizioso e tutt’altro che immediato. È proprio questo il nodo cruciale: per assimilare questo disco ci vuole tempo e attenzione. Siamo dinanzi a un cd molto vario, estremo più nella concezione che nella musica, in grado di far storcere il naso ai puristi del genere e di incuriosire chi ascolta prevalentemente altri stili.

L’intro Traveller’s Song fa capire molte cose: strumenti spagnoli come nacchere e maracas e infiltrazioni country sono un buon biglietto da visita su ciò che si può incontrare più avanti, non a caso la successiva A Dreadful Painting porta la band su binari extreme folk metal, pur giocando con sonorità latine e stop’n’go davvero originali; una parte parlata al megafono e le sonorità simil Trollfest portano a The Forest, nella quale alla parte aggressiva e allo stacco fortemente debitore ai Children Of Bodom dei primi tre lavori (0:35) si contrappone quella più folk e melodica con delle tastiere retrò e il banjo protagonista. Si cambia registro con Spirits’ Dance, leggera e vagamente prog salvo qualche sfuriata di breve durata. Azathoth’s Call è la canzone più lunga del lotto (poco oltre i sei minuti), ma è piena d’idee al punto che viene da pensare che un’altra band ci avrebbe composto tre pezzi. Anche qui il banjo ha spazio per dire la sua, così come non mancano riff tirati e momenti nei quali i musicisti danno libero spago all’immaginazione, ma la cosa più sorprendente è il finale con banjo e voci che si sovrappongono per un risultato che rimanda alle sonorità dei loro amici Kalevala HMS. Nepenthes Rejah è probabilmente la canzone più “classica” di tutte, con la tradizionale struttura strofa-ritornello e l’alternarsi della voce scream e pulita. Si spinge sull’acceleratore con Heroes Paradox, traccia carica d’energia dalla parte centrale soft e, prendetelo con le pinze, opethiana nello spirito. Come ormai ci hanno abituato, i Folk Metal Jacket cambiano tempi e umore più volte nella stessa composizione e in Heroes Paradox si sono superati. Siamo ora a metà Eulogy For The Gentle Fools e di idee buone se ne sono sentite in gran quantità: il rischio arriva adesso, in quanto mancano ben sette canzoni alla fine dell’album ed è facile rendersi conto che un ascolto del genere non è semplice perché per apprezzare ogni singolo cambio di tempo, ogni minima sfumatura, ogni piccola variazione, ci vuole impegno e attenzione. Con un pizzico di buona volontà, però, si viene premiati con altre canzoni valide che ripagano tutto il tempo concesso all’ascolto. La seconda parte di Eulogy For The Gentle Fools parte con l’ordinaria The River, cantata con voce pulita e dal sapore progressivo e diretto al tempo stesso; molto meglio la successiva Water Rings, dal ritmo incalzante e le ottime linee vocali, mentre l’assolo di banjo è la classica ciliegina sulla torta. Il bellissimo intro di Fireflies Serenade vale da solo l’acquisto del disco e il seguito non è da meno: folk metal massiccio con un cantato dannatamente ruffiano, bell’assolo di chitarra e momenti di grande musica sono gli ingredienti che rendono Fireflies Serenade una delle canzoni meglio riuscite del platter. Zoè è l’estremizzazione di quanto ascoltato finora, nel bene e nel male. Le strutture si fanno liquide, non ci sono punti di riferimento e se è vero che i cinque minuti di durata spiazzano l’ascoltatore, è altrettanto vero che è forse la canzone che più rimane impressa quando si giunge al termine del disco. La traccia numero 12 è The Mist, ennesima prova di apertura mentale e coraggio compositivo dei Folk Metal Jacket: certi fraseggi possono riportare alla mente alcuni istanti del primo lavoro dei Liquid Tension Experiment pur in contesti assai differenti e più rock/metal nell’anima. Si giunge alla fine del viaggio e del concept con Declivio e Catarsi: la prima è un intro di trenta secondi a cui fa ruota un mix di heavy metal, rock, pianoforte e atmosfere lugubri ma anche altri stili inusuali nella scena folk. La bonus track, per quanto non indispensabile, porta a sorridere i fan di Star Wars: le note scelte dai musicisti ricordano quelle proposte dalla band alla corte di Jabba The Hut!

Eulogy For The Gentle Fools è un concept album: il protagonista è Jeff, il quale si scontra con un misterioso fauno e da questo evento nasce la storia raccontata nelle quattordici tracce dell’album. Chiaramente la grafica riprende il contenuto dei testi e la bellissima copertina di Elisa Urbinati immortala il fauno Begùr giocare a scacchi con Jeff: osservando con attenzione la front cover è possibile notare alcuni dettagli che vanno ricollegati ai testi. A proposito di testi, il booklet è anch’esso realizzato con cura maniacale e l’impaginazione è molto dinamica e divertente da vedere. L’unica cosa che stona con quanto detto, è la produzione. I suoni non sono abbastanza potenti, gli strumenti non danno l’impressione di essere perfettamente amalgamati ed è un peccato perché questo è l’unico difetto di un disco che altrimenti funziona bene.

I Folk Metal Jacket hanno lavorato tantissimo per realizzare Eulogy For The Gentle Fools e il prodotto finale è la testimonianza che si possono allargare i confini del folk metal senza per questo “tradire” il genere o snaturare la proposta musicale. Ora c’è la curiosità di sapere cosa potranno fare con il prossimo disco, sperando non ci vogliano altri quattro anni di attesa. La speranza per la band e per la scena tricolore, è che si riescano a organizzare un buon numero di concerti in giro per lo stivale per promuovere l’album: suonando live e vivendo gomito a gomito i Folk Metal Jacket potrebbero raggiungere quella sintonia in grado di far fare loro il definitivo salto di qualità, il potenziale non manca di certo.

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Turisas – The Varangian Way

Turisas – The Varangian Way

2007 – full-length – Century Media

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mathias Nygård: voce – Jussi Wickström: chitarra – Hannes Horma: basso – Tude Lehtonen: batteria – Lisko: fisarmonica – Olli Vänskä: violino

Tracklist: 1. To Holmgard And Beyond – 2. A Portage To The Unknown – 3. Cursed Be Iron – 4. Fields Of Gold – 5. In The Court Of Jarisleif – 6. Five Hundred And One – 7. The Dnieper Rapids – 8. Miklagard Overture

The Varangian Way è uno dei dischi più importanti del folk metal.

Siamo nel 2007 e il tema vichingo, per quanto utilizzato da numerosi gruppi – spesso in maniera legittima data la provenienza della maggior parte di loro -, non era ancora una moda. Questo dei Turisas è un concept che nonostante i dieci anni sulle spalle brilla per l’originalità, figurarsi all’epoca! Stiamo parlando di uno degli album che ha dato il via, insieme a una manciata di altri dischi, al fenomeno del folk metal a livello mondiale. Che poi sia stato (ed è tuttora) sfruttato a commercialmente fino allo sfinimento è un altro discorso, ma The Varangian Way ha dato una grande spinta all’intera scena, sia per il coraggio di lavorare a un concept molto ambizioso, che per lo stile musicale, nel 2007 inedito e oggi punto di riferimento per molte formazioni.

La storia è molto semplice: un manipolo di vichinghi guidato da Hakon the Bastard parte dalla propria terra e di canzone in canzone arriva laddove i loro simili non si erano mai spinti. Il Medio Oriente è il punto d’arrivo di questi intrepidi viaggiatori, coraggiosi e incoscienti, capaci di spingersi tra mille peripezie ai confini del mondo.

Tutto questo, però, sarebbe inutile se a sorreggere l’aspetto narrativo non ci fosse della grande musica. I quarantatré minuti di The Varangian Way scorrono con incredibile semplicità: le canzoni sono tutte differenti tra di loro, c’è spazio per bordate metalliche quanto per situazioni più soft, ci sono orchestrazioni impressionanti e cori epici, così come momenti di puro folk e inaspettati assoli di violino. L’inizio del viaggio è affidato a To Holmgard And Beyond, il singolo perfetto per compattezza e risultato finale, con un ritornello tanto semplice quanto divertente da urlare al cielo. In questo brano viene “presentato” l’inizio dell’avventura, così come sono nominati alcuni personaggi con fare quasi comico, ma che rende bene l’idea dell’atmosfera che si respirava nei primi giorni di navigazione. Musicalmente le cose si fanno più interessanti con A Portage To The Unknown, canzone dall’anima malinconica che racconta le sensazioni dell’equipaggio man mano che ci si allontana da casa, il freddo aumenta e non si può far altro che seguire fiduciosi il vento del nord consapevoli che ovunque si andrà ci saranno gli dei al proprio fianco.

All I have left is a symbol on my chest
My only lead on my desperate quest

Con Cursed Be Iron i Turisas cambiano di nuovo pelle: riff rammsteiniani e growl vocals in abbondanza per quella che è sicuramente la composizione più violenta del disco nonostante siano presenti diverse parti più leggere; il testo è interamente preso dal poema epico finlandese, il Kalevala, e per la precisione dal runo IX, L’origine del Ferro. Il viaggio di Hakon e soci prosegue con Fields Of Gold, tra cori maestosi e bruschi cambi di tempo (e di cantato). In alcuni momenti, chiudendo gli occhi, sembra di assistere a un musical invece di ascoltare un disco in casa. Il puro folk di In The Court Of Jarisleif è una boccata d’aria fresca, nonché l’unica traccia dove compare Lisko tra gli autori. Al banchetto si festeggia con chitarre graffianti e ritmi incalzanti di fisarmonica e violino, un tutt’uno irresistibile per efficacia e divertimento prima del ritorno a sonorità più impegnative con Five Hundred And One, ennesimo brano di grande qualità con diversi spunti interessanti e continui cambi di tempo e umore: si passa dal metal più epico ad accelerazioni di batteria brevi e taglienti, fino a momenti che sfiorano il progressive e parti recitate con grande enfasi. The Dnieper Rapids rappresenta uno spavento e una grande sfida per Hakon e i suoi compagni: la musica incalzante, soprattutto dopo il terzo minuto, ben spiega il senso di paura, il respiro che si ferma e la tranquillità che torna una volta capito che il peggio è alle spalle e si deve guardare solo avanti. Gli otto minuti di Miklagard Overture sono per lo più dedicati allo stupore, alla meraviglia e alla gioia di arrivare a Costantinopoli, qui chiamata anche Tsargrad, città bellissima in grado di incantare anche il viaggiatore più esperto. La cavalcata metallica dei Turisas (che non si tirano indietro quando c’è da portare influenze e stili differenti all’interno della stessa canzone) è deliziosa quanto le linee vocali di Mathias Nygård, le orchestrazioni donano magnificenza alla composizione e si può senza dubbio parlare di uno dei pezzi meglio riusciti dell’intera carriera dei finnici.

Breathing history
Veiled in mystery
The Sublime
The greatest of our time
Tsargrad!

Quarantatré minuti di folk metal, un folk metal diverso da quanto sentito in prima del giugno 2007. Ci sono stati i grandi classici (Otyg, Storm, Skyclad ecc.), nuovi geni come Myrkgrav e le band che hanno apportato delle grandi novità al genere come Turisas ed Eluveitie. Che piaccia o meno The Varangian Way è un nuovo modo di concepire il folk metal, sicuramente meno tradizionale e “folk” allo stato puro. Qui le prove dei singoli musicisti non sarebbero neanche da commentare in quanto il disco va visto come un unico blocco dove ogni strumento è al servizio della musica, ma come si fa a non menzionare la grande teatralità di Nygård e l’estro del funambolico violinista Olli Vänskä, autore di diversi assoli mentre la chitarra svolge sempre il ruolo di accompagnamento?

In un disco del genere l’aspetto grafico ha la sua importanza: il booklet di sedici pagine è molto bello (riprende la grafica e lo stile della copertina, opera di John Coulthart, all’opera anche con Cradle Of Filth e Melechesh) e sono presenti tutti i testi e le classiche informazioni su musicisti, studi di registrazione e dati di vario tipo. La versione digipak, ribattezzata per l’occasione Director’s Cut – Extended Version, contiene l’esilerante bonus track Rasputin, cover del gruppo Boney M e To Holmgard And Beyond (single edit) nel cd, ma soprattutto è arricchita con la presenza del bonus dvd con il videoclip di Rasputin e sei pezzi live tratti da vari festival europei.

Dopo un ottimo debutto come Battle Metal del 2004, i Turisas trovano una nuova via per esprimersi e non solo lo fanno con grande autorità, ma diventeranno presto un punto di riferimento per l’allora scena folk in espansione. The Varangian Way è il disco che ha dato il là al “bombastic metal”, ovvero iper produzioni ricche di orchestrazioni e suoni potenti fino al limite dell’esplosione. Ma se lo si spoglia dell’innegabile importanza storica, The Varangian Way rimane un disco perfetto dove grande musica incontra testi e idee sopra la media, per un risultato esplosivo e purtroppo non ripetuto. Insieme a qualche altra manciata di lavori (Victory Songs degli Ensiferum e Slania degli Eluveitie), senza per questo voler dimenticare i grandi classici, The Varangian Way rappresenta la nuova via del folk metal.

Infinitas – Civitas Interitus

Infinitas – Civitas Interitus

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea: voce – Selv: chitarra – Pauli: basso – Piri: batteria – Laura Kalchofner: flauto

Tracklist: 1. The Die Is Cast – 2. Alastor – 3. Samael – 4. Labartu – 5. Aku Aku – 6. Skylla – 7. Rudra – 8. Morrigan – 9. Amon – 10. A New Hope

Nel corso degli anni abbiamo ascoltato molte forme di folk metal diverse tra loro. Le influenze e le novità non sono certo mancate, e a volte è uscito fuori qualche gruppo particolarmente in gamba in grado di combinare due generi apparentemente distanti in maniera efficace. Un nome che si può fare come esempio è quello degli inglesi Northern Oak di Of Roots And Flesh, nel quale folk metal e progressive/dark vanno di pari passo. Oggi abbiamo nell’impianto stereo il lavoro degli svizzeri Infinitas, i quali propongono una strana quanto interessante miscela di folk e thrash metal. La band esordisce nel 2015 con l’EP Self-Destruction ma è con il presente Civitas Interitus che la personalità dei musicisti viene a galla.

Il consueto intro porta alla granitica Alastor, thrash song ’80 dal melodico bridge e l’ottimo ritornello durante il quale il violino si erge protagonista insieme alla versatile voce di Andrea, brava sia nelle parti più tirate che in quelle maggiormente melodiche. Sulle stesse coordinate stilistiche si muove Samael, altro brano che al riffing thrash metal alterna un chorus orecchiabile con gli strumenti tradizionali (il violino è suonato dall’ospite Hanna Landolt) a creare melodie vincenti. Gli oltre otto minuti di Labartu iniziano soft e solamente al minuto tre inizia a prendere la forma canzone; il brano è piuttosto debole e nulla ha che spartire con le chitarre quasi feroci dei brani precedenti. Lo strumentale Aku Aku porta un po’ di calma e dolcezza prima dell’heavy di Skylla: gli intrecci maideniani sono l’apice di una canzone nella media che, grazie al sapiente uso di trucchetti del mestiere, si rende simpatica fin dal primo ascolto. Si torna alla baldoria e all’ispirazione con Rudra, mid-tempo con violini e riff che ridanno al thrash americano d’annata. Morrigan è un altro pezzo ben riuscito, con il formidabile ritornello che si stampa in mente e non ti lascia più nemmeno disco terminato. Gli otto minuti di Amon possono sembrare un po’ ambiziosi, ma gli Infinitas se la cavano piuttosto bene, sempre con la classica miscela di thrash e folk: i cambi scorrono lisci che è una meraviglia, gli stacchi sono tutti indovinati e il ritornello è, come di consueto, veramente ben fatto. L’outro finale A New Hope è un delicato modo di chiudere Civitas Interitus, tra arpeggi di chitarra acustica e il suono dolce delle onde del mare. C’è spazio, comunque, per una ghost track che altri non è che una parte della terza traccia Samael.

Il booklet è veramente ben fatto: c’è la mappa (un po’ Il Signore Degli Anelli e un po’ La Mappa Del Malandrino di Harry Potter) per capire i luoghi raccontati nelle canzoni. Non mancano i testi, fondamentali per comprendere la storia di Infinitas Interitus, fatta di un re e gran parte del suo popolo che facevano sempre festa ubriacandosi fino a mattino, e una piccola parte della popolazione che invece lavorava sodo e faceva sacrifici alla luna. La registrazione è di alta qualità, tutti gli strumenti sono ben bilanciati e i suoni sono reali quanto tosti.

Civitas Interitus è un album interessante, ben realizzato con alcune canzoni veramente belle. Soffre di una lunghezza esagerata che fa calare l’attenzione dell’ascoltatore, attenzione che sarebbe stata maggiormente incentivata con uno o due brani in meno, ma nonostante ciò rimane un disco apprezzabile che dopo l’iniziale stupore si ascolta con grande piacere.

Blodiga Skald – Ruhn

Blodiga Skald – Ruhn

2017 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Axuruk “Jejune”: voce – Ghash “Barbarian Know-All”: chitarra – Rukreb “The Noble One”: basso – Vargan “Shepherd Tamburine”: batteria – Maerkys “Handless”: violino – Tuyla “The Glorious One”: fisarmonica, tastiera

Tracklist: 1. L’epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. No Grunder No Cry – 4. I Don’t Understand – 5. Sadness – 6. Follia – 7. Blood & Feast – 8. Laughing With The Sands – 9. Panapiir – 10. Too Drunk To Sing

Tefaccioseccomerda, EP del 2015, aveva fatto circolare il nome dei Blodiga Skald all’interno della scena, oltre per l’approccio orchesco, per il titolo del disco. Due anni più tardi la band di Roma torna con il full-length di debutto Ruhn, e lo fa dopo la prestigiosa firma con la russa Soundage Productions, label che ha fatto esordire e portato al successo gli Arkona con i primi quattro album e pubblicato, tra gli altri, nomi di culto come Pagan Reign, Alkonost, Arafel, Svartby ed Equinox (Lux Borealis). Ruhn è la naturale evoluzione di Tefaccioseccomerda, migliorando gli aspetti già positivi e curando maggiormente quelli che vedeva i musicisti capitolini in difficoltà. Ascoltando il disco si capisce immediatamente la maturazione e l’evoluzione degli strumentisti, ora affiatati e compatti. Anzi, a tratti sembra quasi un’altra band data l’eleganza di alcune soluzioni e lo sviluppo inaspettato di alcune composizioni. Orchi sì, ma con il cervello.

I quarantatré minuti del disco vedono tutti i musicisti alternarsi per “il momento di gloria”, in particolare è la violinista Maerkys a prendere spesso in mano la situazione, e lo fa con grazia e gusto. Ma stiamo comunque parlando di un disco nel quale gli orchi sono i padroni incontrastati, e i momenti orcheschi non mancano di certo. In questo contesto spicca la voce e la personalità di Axuruk, cantante sui generis e perfetto per il sound dei Blodiga Skald. L’improbabile titolo L’Epica Vendemmia apre Ruhn tra rumori e versi vari prima del più classico folk metal che fa sempre felici tutti gli appassionati di questo genere. Chitarre in levare e melodie accattivanti portano l’ascoltatore alla title-track, una grande composizione ricca di influenze e comunque 100% Blodiga Skald. Le mazzate che si trovano al minuto 3:00 non sono facili da ascoltare in un disco folk metal senza che questo ne esca snaturato, invece gli orchi romani riescono a mescolare vari tipi di riff e tempi tirando fuori una canzone di alta qualità che però non abbandona mai le sfumature più soavi e “romantiche” date in particolare dal violino. La terza traccia No Grunder No Cry è presente anche in Tefaccioseccomerda, qui riproposta cin una nuova versione, sicuramente più potente e coinvolgente anche grazie all’affiatata line-up. I Don’t Understand è un altro pezzo da novanta che sorprende per i numerosi cambi d’umore, ma che conferma la bontà della proposta dei Blodiga Skald, abili nei momenti più caciaroni quanto in quelli più ragionati e melodici. L’iniziale approccio power metal di Sadness è una piacevole novità, canzone che si distingue per gli ottimi riff di chitarra e per i granitici tempi smussati delle note di tastiera e violino. Follia viaggia su un mid-tempo dalle ricche orchestrazioni, dal sapore mediamente malinconico che ben contrasta con l’andazzo generale di Ruhn. Dopo un pezzo nella media come Blood And Feast, l’asticella si alza con Laughing With The Sands: il sound è quello ormai classico dei Blodiga Skald con fraseggi di qualità, ma sono i brevi cori femminili dalle reminiscenze mediorientali a fare la differenza in positivo. L’ottima scrittura dei brani risalta anche in Panapiir, nel quale si alternano momenti ordinari a stacchi catchy e trovate dinamiche (2:35) prima del granitico finale degno degli Hatebreed in versione folk metal. Too Drink To Sing (il titolo è una rivisitazione di Too Drunk To Fuck dei Dead Kennedys) riserva la parte migliore nel finale, tra melodie e suoni da spiaggia caraibica prima del conclusivo “eehh, mammamia!” del batterista Vargan.

Tra le particolarità di Ruhn c’è da segnalare l’utilizzo, tra titoli e testi, di ben tre lingue (italiano, inglese e russo), fatto che ha stupito più di un ascoltatore e critico. La copertina è una piccola opera d’arte: gli orchi ritratti con certosina precisione in realtà altri non sono che i musicisti stessi… c’è da dire che alcuni di loro in questa trasformazione ci hanno guadagnato! Il booklet è ricco d’illustrazioni e sono presenti tutti i testi e la storia del gruppo come se fosse un racconto di orchi. La produzione, infine, è perfetta per la proposta della band: potente e ignorante il giusto, porta il lavoro dei Blodiga Skald al livello che merita.

La band romana si è trasformata da piccola entità quasi grottesca a ottima realtà che non ha paura di misurarsi con la scena italiana ed europea. Il “rischio” era di ritrovarsi gli Svartby in versione italiana e invece siamo al cospetto di una band sì orchesca, ma brava come poche se ne trovano nello stivale tricolore. Ruhn è un esordio con i fiocchi che non smette di stupire con il ripetersi degli ascolti. Colonna sonora dell’estate/autunno 2017.

Žrec – Klíč k Pokladům

Žrec – Klíč k Pokladům

2017 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Styrbjorn: voce – Torham: chitarra – Horn: basso – Sarapis: batteria – Isica: tastiera, flauto – Thar: violino

Tracklist: 1. Uvedení – 2. Klíč k Pokladům – 3. Řeka Domova – 4. Vozka

I cechi Žrec sono in attività dal 2004, ma non si può certo dire che siano particolarmente proficui: difatti, fino a questo momento, hanno pubblicato solamente un demo, due full-length e il nuovo EP Klíč k Pokladům. L’ultima uscita della band di Vysočina, il disco Paměti, risale al 2012 e mostra un gruppo assai diverso da quello che è possibile ascoltare in Klíč k Pokladům: partiti oltre un decennio fa come pagan metal band piuttosto cruda e diretta, hanno con gli anni ampliato i propri confini musicali, incorporando in particolare influenze folk. Ma i recenti cambi di formazione hanno mescolato le carte e il sound degli Žrec è nuovamente mutato: le bordate metal sono state ridotte e si è fatta spazio la voce pulita a discapito di quella scream e una certa vena rock ha iniziato a prendere piede all’interno delle composizioni.

Klíč k Pokladům è un quattro pezzi per un totale di ventidue minuti di durata limitato a duecentocinquanta copie. Uvedení è l’intro che porta all’opener Klíč k Pokladům, canzone che mette immediatamente in mostra la nuova direzione musicale della band. Tempi tranquilli e un certo feeling rock sono grandi novità per gli Žrec, eppure dopo l’iniziale disorientamento c’è da dire che la composizione convince nonostante qualche momento meno ispirato. Colpa e merito di ciò sta alla produzione, molto scarna e diretta, come quelle che si potevano ascoltare venti anni fa, assai differente dai suoni iper compressi che infestano gli impianti stereo al giorno d’oggi. Dopo il bel finale di Klíč k Pokladům con tanto di assolo di chitarra e la preziosa presenza dell’hammond, Řeka Domova spiazza l’ascoltatore: in un EP di tre brani, uno è strumentale. La musica è altamente evocativa, in lontananza si odono echi dei Negura Bunget più intimi e toccanti, e i cinque minuti di durata scorrono tra visioni di antichi luoghi pagani e oscure presenze nell’ombra. La lunga Vozka prosegue il mood della precedente canzone, le sonorità sono cupe ma anche soft, il cantato è finalmente perfetto e gli strumenti folk un utile alleato per la riuscita del brano. La bravura non manca ai musicisti, la voglia di esplorare neanche, e quando riescono a esprimere al meglio le proprie potenzialità gli Žrec tirano fuori delle belle canzoni.

L’artwork è semplice ma adatto a un’uscita del genere. Il booklet a colori di sei pagine è impreziosito da immagini di natura con i testi ben leggibili (ma non tradotti in inglese), più le classiche informazioni su line-up, registrazioni e altri dati.

Nuovo stile per gli Žrec, ma neanche troppo lontano da quanto fatto in passato. Klíč k Pokladům va visto come un nuovo biglietto da visita ma anche come un passaggio necessario per approdare verso qualcosa di più concreto e sicuro nel prossimo lavoro.

Wintersun – The Forest Seasons

Wintersun – The Forest Seasons

2017 – full-length – Nuclear Blast Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jari Mäenpää: voce, chitarra, basso, tastiera – Teemu Mäntysaari: chitarra – Kai Hahto: batteria

Tracklist: 1. Awaken From The Dark Slumber (Spring) – 2. The Forest That Weeps (Summer) – 3. Eternal Darkness (Autumn) – 4. Loneliness (Winter)

C’è un disco che sta facendo discutere addetti e fan e che sicuramente continuerà a farlo nei prossimi mesi. I Wintersun, si sa, non sono una band “semplice”. Niente routine disco-tour, si lavora senza fretta alle nuove canzoni e soprattutto si fa tutto come Jari Mäenpää comanda di fare. L’ex Ensiferum è la mente e il braccio dei Wintersun e se la formazione finlandese è arrivata dove ora è, il merito va attribuito tutto al biondo cantante/chitarrista. Ma The Forest Seasons non è un lavoro come gli altri: è nato tra mille difficoltà (in verità piuttosto ricorrenti quando c’è di mezzo Mäenpää) e il protrarsi delle tempistiche hanno portato ad attese spasmodiche e velenose critiche. A tutto ciò c’è da aggiungere un incredibile crowdfunding per risultato e modalità: sono entrati nelle tasche della band 464300 euro – sì avete letto bene – per permettere a Mäenpää e soci di costruirsi un proprio studio di registrazione al fine di lavorare al meglio sui prossimi full-length. La cosa che più stupisce – in negativo, sia chiaro – era la presenza di un solo pacchetto da selezionare alla non modica cifra di cinquanta euro in cambio di… file digitali! Una gran quantità di .mp3, ma pur sempre di file digitali si tratta. Se è vero che con i propri soldi ognuno è libero di farci quel che vuole, un applauso va sicuramente fatto al gruppo di Helsinki per la bravura di saper confezionare un’offerta non particolarmente generosa e riuscire comunque a raggiungere, anzi a raddoppiare, l’obiettivo iniziale.

Dopo tutto questo parlare di raccolte soldi e tempistiche, come suona The Forest Seasons? La musica, per fortuna, è la cosa più importante, ma la lunga introduzione era necessaria per capire come mai ci si accanisce così tanto con una produzione che dovrebbe “spaccare” e che invece lascia a bocca aperta per i grossolani errori in fase di mixaggio e di suoni. Jari Mäenpää ha dimostrato nel corso della sua carriera di essere un buon musicista e un ottimo compositore, così come di non essere un guru quando si siede alla consolle e inizia a muovere in su e in giù i cursori del mixer. The Forest Seasons soffre due problemi: il primo, come detto, è la produzione, il secondo è rappresentato dall’eccessivo minutaggio delle canzoni. Iniziando dai suoni, risaltano subito le infinite tracce di tastiera (orchestrazioni), spesso udibili solamente con le cuffie, che possono affascinare e arricchire il sound ma al tempo stesso disperdono il concetto alla base della canzone mettendo troppa carne al fuoco. Le chitarre sono perennemente coperte dall’insieme batteria-tastiera-frequenze basse al punto da scomparire in diversi frangenti o risultare comunque di difficile comprensione nel marasma generale. Inoltre i suoni, quando distinguibili e puliti, sanno di plastica e la sensazione che tutto sia dannatamente artefatto e “sistemato” tramite trucchetti digitali rattrista non poco, oltre al semplice senso di sound mal curato. In tutto questo mare di errori si salva giusto la voce, squillante e perfettamente udibile e comprensibile.

Quattro tracce divise secondo le stagioni dell’anno. S’inizia con i quasi quindici minuti della primavera, Awaken From The Dark Slumber (Spring). Melodie tipiche del genere e della band stessa unite a un buon lavoro sulle linee vocali rendono la lunga composizione a tratti accattivante e coinvolgente. Sicuramente è tutto troppo dilatato e ripetuto (la seconda metà della canzone è un continuo ripetersi salvo un accenno di assolo) fino alla nausea: il tentativo di rendere il brano ultra epico e al contempo ipnotico fallisce senza scuse. La seconda traccia è The Forest That Weeps (Summer), introdotta da un arpeggio acustico esplode poi in un muro sonoro che sarebbe dovuto essere minaccioso e invalicabile nelle intenzioni dei musicisti, ma che invece sembra essere di polistirolo.

I am the mist in the morning
I am the moss in the ground
You are the light that cuts through the stone

Dopo due strofe arriva l’ottimo bridge e il ritornello in clean che mette tutti d’accordo: Jari Mäenpää è un grande musicista in grado di fare cose incredibili. Questi dodici minuti scorrono meglio rispetto alla prima traccia e l’imponente coro che ripete il ritornello in più occasioni fa una gran figura. Diversi i musicisti che hanno preso parte a questo coro, ne elenco giusto alcuni: Heri Joensen dei Týr, Markus Toivonen e Jukka-Pekka Miettinen degli Ensiferum, Mathias Nygård, Jussi Wickström e Olli Vänskä dei Turisas, Mitja Harvilahti dei Moonsorrow e Daniel Freyberg dei Children Of Bodom. Minacciosi grugniti portano ai brutali tempi di Eternal Darkness (Autumn), senza ombra di dubbio la canzone più estrema e violenta del lotto. Sonorità accostabili al black melodico con tanto di tastiere che fanno pensare in alcuni istanti ai norvegesi Dimmu Borgir spazzano via tutti i dubbi sin ora accumulati: può una canzone salvare un intero album? Certo che no, ma questa improvvisa dose di muscoli e sangue sputato porta a rivalutare in parte anche quanto prima ascoltato. Le orchestrazioni e i molteplici intrecci di tastiera sono più che interessanti e quando finalmente il batterista Kai Hahto decide di variare il proprio drumming ne guadagnano tutti: la canzone, la band e noi ascoltatori. Infine, va citato il soave passaggio vocale a 12:20 circa, sognante e in forte contrasto con i blast beat infernali di Hahto. L’inverno di Loneliness (Winter) porta a conclusione l’anno dei Wintersun: mid-tempo elegante quando cantato pulito, emozionante e sofferente quando si fa spazio lo scream. Di sicuro rimangono impresse le linee vocali clean del ritornello:

Washed away the morning sun
Hear the howling call from the other side
And so much was left undone
The weight of the world quietly crushed the dying light
Washed away by the frozen stars
Feel the burning coldness of the falling snow
And one day when everything is gone
The trail in the snow disappears, am I finally home

Questa parte è talmente intensa e catchy che una delle versioni limitate di The Forest Seasons contiene come bonus track proprio Loliness (Winter) in versione acustica, nella quale è ancor più valorizzato il cantato pulito ed epico di questo ritornello.

Dopo tanti e ripetuti ascolti si ripensa a The Forest Seasons a mente lucida. Ci sono le certezze (songwriting, linee vocali e melodiche, capacità di confezionare un prodotto a 360°) e i rimpianti. Alcune domande rimangono e probabilmente non avranno mai risposta. Si poteva dire la stessa cosa in otto minuti invece di quattordici, in maniera di evitare qualche sbadiglio? Sì, certo che si poteva. Anche perché sono proprio quei sei minuti extra che appesantiscono l’ascolto. Come sarebbe ascoltare il cd con dei suoni reali e una produzione degna di una grande band e di una grande etichetta? Difficilmente avremo una mai una risposta, salvo un lavoro non ufficiale in stile …And Justice For Jason, una versione di …And Justice For All dei Metallica (1988) mixata in maniera da rendere udibili le linee di basso di Jason Newsted.

The Forest Seasons è un album più che gradevole (la seconda parte è per inciso molto bella) con grandi picchi d’epicità e imprevedibili cali di tensione, rovinato da una produzione non all’altezza e che soffre la meravigliosa perfezione di un debutto, quell’incredibile Wintersun del 2004, che ha fatto innamorare maree di metallari dell’allora nuova creatura di Mäenpää. The Forest Seasons delude perché ha veramente tanto potenziale che per i motivi abbondantemente descritti non riesce a colpire al centro il bersaglio. Poteva essere un grande disco e invece è “solo” un album piacevole da ascoltare e che stupisce in certi passaggi, ma dai Wintersun è lecito aspettarsi molto di più ed è per questo che un “semplice” 7 suona quasi come una bocciatura. A questo punto c’è solo da sperare che i soldi raccolti grazie al crowdfundig riescano a dare alla band uno studio degno dello sforzo fatto dai fan e a Mäenpää quella pace che da anni sembra aver smarrito. Con l’augurio che il biondo musicista riesca a ripagare i suoi supporter con un album epocale.