Wolfmare – Hand Of Glory

Wolfmare – Hand Of Glory

2010 – full-length – CCP Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ruslan Anisimov: voce – Stas Matveev: chitarra – Dmitri Petras: basso – Dmitri Belkin: batteria – Iana Nikulina: tastiera – Lyubov Maslova: violoncello

Tracklist: 1. The Plagued – 2. Angel Lust – 3. Down By The Riverside – 4. Red-Wat Dream – 5. Das Palæstinalied – 6. Bring Out Your Dead – 7. The Keening – 8. Heaven

La scena russa folk metal è come la borsa di Mary Poppins: pensi di conoscere più o meno il suo contenuto, ma in realtà c’è sempre un qualcosa di sorprendente, di inaspettato. E così, come la baby sitter che ogni bambino ha sognato di avere almeno una volta, al momento del bisogno tira fuori l’oggetto della provvidenza, così la Russia tira fuori gruppi su gruppi qualitativamente interessanti, con forte carattere e cosa assolutamente importante, autori di cd piacevoli all’ascolto.

È il caso dei Wolfmare, band nata nel 2002 con tre dischi all’attivo e da diversi anni ormai ferma, purtroppo nota quasi esclusivamente all’interno dei confini nazionali per la scarsa distribuzione ma con la soddisfazione di aver aperto per band famose come Korpiklaani, Moonsorrow ed Ensiferum. Hand Of Glory è il loro secondo disco e a farcelo conoscere è la CCP Records, etichetta che pesca sempre con attenzione dall’underground europeo. I Wolfmare si muovono all’interno della scena extreme folk prendendo spunto dai nomi di spicco del genere riuscendo poi a unire le varie influenze con una personalità già formata, anche se, come vedremo in seguito, non mancano le ingenuità.

Ad aprire Hand Of Glory ci pensa la lunga (oltre otto minuti e mezzo, sette “reali”) The Plague, in quanto è l’opener che non ti aspetti vista la durata, ma la canzone scorre via che è uno spettacolo, senza ripetersi o annoiare per un solo secondo l’ascoltatore. La voce di Iana Nikulina interviene nei chorus e nel finale è affiancata dalla cornamusa che segue la stessa linea melodica creando un buonissimo effetto. A tal proposito va rimarcata la bravura dei Wolfmare nell’utilizzare la voce di Iana (buona ma non eccezionale) come uno strumento aggiunto, presente in tutte le canzoni senza mai risultare pensante o, peggio ancora, scontata. Veramente bella è Das Palæstinalied, ricca di un pathos arcaico al quale si aggiunge un interessante retrogusto medio-orientale costruito su di un supporto tipicamente folk europeo. Del tutto diversa è invece la seguente Bring Out Your Dead che, dopo un inizio debitore ai Korpiklaani, si tramuta in un divertente e caciarone up-tempo nel quale gli interventi di Iana e del violino si intrecciano creando un’atmosfera gioiosa tipicamente british, quindi vicina ai migliori Skyclad. Ai Wolfmare non deve mancare il coraggio (o si tratta di ingenuità?), visto che dopo una canzone così spensierata arriva The Keening, lugubre marcia death-doom che in un contesto come Hand Of Glory ci sta come i carciofi a colazione. La traccia in sé è anche piacevole, ben costruita, con un ottimo alternarsi di voci e il violino di Lyubov Maslova preciso nel creare melodie strazianti, ma questo è un album folk metal e non si riesce a capire il motivo dell’inserimento in scaletta di un brano del genere. I Wolfmare non perdono un secondo ed ecco un nuovo ribaltamento musicale per la conclusiva Haven, con la quale si torna al folk festaiolo: si parte con melodie allegre di flauti e violini (non distanti da alcune cose dei primi Svartsot), si prosegue con “eh! eh! eh!” da osteria per finire con dei cori spensierati che fanno venire il sorriso immaginando questi russi in una locanda puzzolente a ridere e scherzare bevendo vodka fino a non reggersi più dritti.

Hand Of Glory è un disco breve, quaranta minuti, il che in questo contesto è quasi sempre un fattore positivo, suona molto bene grazie a una produzione semplice ma curata e, tolto “l’inconveniente” The Keening, convince per tutta la sua durata. Gli strumenti tradizionali sono ben presenti senza però essere mai d’intralcio per la crescita della canzone, e le voci growl/clean si alternano con intelligenza e buon gusto. Un disco interessante, schietto e piacevole fin dal primo ascolto: Hand Of Glory promosso!

Aexylium – The Fifth Season

Aexylium – The Fifth Season

2021 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Andrea Prencisvalle: chitarra- Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Stefano Colombo: tastiera – Federico Bonoldi: violino – Leandro Pessina: flauto, mandolino, bouzouki

Tracklist: 1. The Bridge – 2. Mountains – 3. Immortal Blood – 4. Battle Of Tettenhall – 5. Skål – 6. An Damhsa Mor – 7. Yggdrasil – 8. Vinland – 9. The Fifth Season – 10. Spirit Of The North – 11. On The Cliff’s Edge

Prosegue la marcia dei lombardi Æxylium, freschi autori del secondo album The Fifth Season, il primo con la nuova etichetta Rockshots Records. Il gruppo di Varese continua quanto di buono fatto nel debutto Tales From This Land, con un pizzico di cattiveria musicale in più: i cinquantuno minuti dell’album scorrono molto bene, segno della bontà compositiva delle tracce. Anche l’aspetto grafico e i suoni si confermano all’altezza delle aspettative e di quanto già fatto tre anni or sono: la copertina è stata realizzata dal maestro Jan “Örkki” Yrlund (lo abbiamo incontrato con Atlas Pain, Cruachan, Hell’s Guardian, Korpiklaani e Tyr tra gli altri), mentre della registrazione se n’è occupato Davide Tavecchia, al lavoro con gli Æxylium anche nel debut album.

L’apertura del cd è affidata a The Bridge, canzone che mette in chiaro le caratteristiche della band e in quale direzione andrà The Fifth Season. Riff quadrati smussati da tastiere onnipresenti e gustose incursioni di strumenti folk fanno da tappeto alla voce aggressiva di Steven Merani (ma è presente anche Samuele Faulisi degli Atlas Pain!): dopo i primi istanti si viene travolti da un’ondata di note che lasciano il segno. Segue Mountains, canzone davvero pregevole dal potenziale da singolo che rimanda alle hit degli Eluveitie e che vede la partecipazione della soprano Arianna Bellinaso. Immortal Blood alterna parti veloci ad altre maggiormente cadenzate nelle quali alcuni dettagli impreziosiscono il brano e rendono ancor più piacevole l’ascolto. Battle Of Tettenhall tratta della battaglia di Tettenhall: si torna nel 910 d.C. quando i vichinghi subirono una pesante sconfitta scontrandosi con gli eserciti di Wessex e Mercia. La voce pulita – un’arma a disposizione degli Æxylium non utilizzata nei precedenti brani – è a questo punto gradevole “sorpresa” per un brano 100% folk metal. Vichinghi e mitologia scandinava sono i temi maggiormente trattati nel disco e la quinta canzone Skål conferma ciò: un guerriero morto in battaglia racconta del suo arrivo nella Valhalla in quella che è una composizione gioiosa, spensierata e ballabile in concerto grazie alle ritmiche incalzanti e all’ottima parte strumentale. Continuando l’ispirazione strumentale arriva An Damhsa Mor, tre minuti di grazia folk e ottimo modo per “rallentare” l’ascolto del cd prima della brusca ripartenza rappresentata da Yggdrasil, l’albero cosmico della mitologia norrena. Gli eleganti flauti e violini rendono epica una canzone che non disdegna brevi ma efficaci accelerazioni, stop n’go con tastiere e chitarre “moderne”: forse per completezza la migliore composizione di The Fifth Season! L’up-tempo Vinland porta un po’ di allegria musicale e il ritornello si stampa immediatamente in testa: dal vivo potrebbe fare sfracelli! La title-track vede l’ottima alternanza delle voci maschile/femminile (Arianna Bellinaso fa un ottimo lavoro anche qui) e belle trame folk che portano all’ultima canzone Spirit Of The North, la quale suona pomposa nelle tastiere e accattivante nelle linee vocali, ma a sorprendere è (finalmente!) la presenza di un assolo di chitarra: le sei corde nel folk metal raramente si lanciano in solitaria, ma quando accade è sempre un piacere da ascoltare. La deliziosa strumentale On The Cliff’s Edge conclude l’ascolto di The Fifth Season, un album che conferma quanto buono fatto dalla band lombarda in passato e al tempo stesso in grado di portare gli Æxylium a un livello superiore

The Fifth Season è un album di livello internazionale, cosa che non dovrebbe stupire data la buona qualità della scena italiana, ma sembra che all’estero ancora ci sia diffidenza nei nostri confronti. Quel che è certo è che gli Æxylium possono essere orgogliosi di aver realizzato un disco come questo, che non potrà far altro che aumentare di popolarità tra gli amanti del folk metal.

Celtic Hills – Mystai Keltoy

Celtic Hills – Mystai Keltoy

2021 – full-length – Elevate Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jonathan Vanderbilt: voce, chitarra – Jacopo Novello: basso – Simone Cesciutti: batteria

Tracklist: 1. The Light – 2. Blood Is Not Water – 3. The Tomorrow Of Our Sons – 4. The 7 Headed Dragon Of Osoppo – 5. The Landing Of The Gods – 6. Already Lost – 7. Falling Star – 8. Battle Of Frigidium – 9. Eden – 10. Temple Of Love – 11. Allitteratio

Tre pubblicazioni in dodici mesi dopo un lunghissimo silenzio: i friulani Celtic Hills hanno impiegato molti anni prima di trovare la line-up giusta, ma ora hanno ingranato alla grande e, con l’infinita ispirazione che sembrano avere Vanderbilt e soci, stanno recuperando il tempo perduto. Il nuovo lavoro rilasciato dalla Elevate Records si intitola Mystai Keltoy e come le precedenti release tratta nei testi di storie e leggente legate al Friuli-Venezia Giulia, terra di origine del power trio. Musicalmente poco è cambiato dal precedente Blood Over Intents: heavy/power metal con momenti tirati vicini al thrash di buona fattura, una discreta varietà nei brani e qualche chicca niente male.

Il disco inizia con il potente riff di The Light, pezzo powereggiante che mostra subito la velocità della doppia cassa di Cesciutti, ma è con Blood Is Not Water che i Celtic Hills tirano fuori un pezzo che rimane subito in mente: la chitarra thrash della strofa rallenta nel ritornello facilmente memorizzabile e dopo un singolo ascolto già si ha la voglia di ascoltarlo di nuovo. Terza composizione in scaletta è The Tomorrow Of Our Sons, evocativa ed epica nelle linee vocali, con la batteria che non disdegna le accelerazioni e un ritornello dalle tinte oscure che non passa inosservato. Il thrash metal anni ’90 è ben presente anche in The 7 Headed Dragon Of Osoppo, con ritmiche serrate e parti vocali incalzanti; l’inizio del disco è davvero di pregevole fattura e si può dire che le prime quattro canzoni da sole valgono l’acquisto del cd. Tra cavalcate power, fraseggi di sei corde dal gusto heavy e intense sfuriate vicine al thrash si giunge a una sorta di power ballad dal titolo Eden nella quale è presente come ospite la cantante Germana Noage dei capitolini Aetherna, brava a fare sua la canzone con la grinta che la contraddistingue e, di fatto, facendo suonare i Celtic Hills in maniera particolarmente melodica. Segue il mid-tempo di Temple Of Love che porta alla chiusura affidata ad Allitteratio, esperimento completamente in italiano che conclude un lavoro maturo e personale.

La produzione è stata curata da Michele Guaitoli (Hell’s Guardian, Visions Of Atlantis, Temperance): il risultato al passo con i tempi ma dal sapore analogico è soddisfacente anche se migliorabile (i piatti della batteria sono bassi di volume); l’artwork del cd è composto da un booklet semplice ma con l’indispensabile (testi e info), mentre risulta curiosa la copertina che ritrae una nave spaziale galleggiare in un fiordo davanti a un villaggio sorvegliato da un guerriero con un elmo con le corna in una notte di luna piena.

Mystai Keltoy è un disco che mostra una band matura e con un sound personale, abile (e veloce!) a scrivere canzoni e con una grande voglia di fare. I Celtic Hills stanno iniziando a godere dei semi sparsi con il debutto dell’anno scorso e sembra che siano pronti a raccogliere i meritati frutti che passione e sudore stanno dando.

Vansind – MXIII

Vansind – MXIII

2021 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: J. Asgaard: voce – Line Burglin: voce – Thor Hansen: chitarra – Gustav Solberg: chitarra acustica – Morten Lau: basso – Danni Jelsgaard: batteria – Rikke Klint Johansen: tastiera, tin whistle

Tracklist: 1. Fra Fremmed Kyst – 2. Den Farefulde Færd – 3. Gæstebudet

A due anni dalla nascita i danesi Vansind pubblicano l’EP MXIII, lavoro che colloca la band di Slagelse sulla cartina del folk metal europeo. Nella semplicità di questo tre pezzi, c’è un po’ tutto quello che i fan del folk metal si aspettano da un lavoro del genere: chitarre roboanti sorrette da una sezione ritmica potente, melodie a volontà e atmosfere in grado di emozionare l’ascoltatore a seconda dello stile e delle tematiche trattate. Tutto questo lo troviamo in MXIII che, nella sua brevità (sedici minuti totali) mette comunque in mostra il talento dei Vansind. La principale caratteristica del gruppo è nel doppio cantato uomo/growl – donna/clean che viene utilizzato saggiamente e, soprattutto, vede due cantanti dotati di espressività nei loro stili. In alcuni momenti è riconoscibile l’influenza dei compatrioti Svartsot, magari quelli meno aggressivi, ma c’è da dire che i ragazzi ce la mettono tutta per cercare una via personale in un genere nel quale non sempre è facile trovarla.

La prima cosa che balza all’orecchio ascoltando questo MXIII è la buona produzione, equilibrata e potente, opera di Kristian Emil Øgir, ex assistente del guru Tue Madsen. L’opener Fra Fremmed Kyst, nella sua brevità, riassume il discorso musicale dei Vansind 2021, con il gustoso alternarsi delle voci, cambi di tempo e quel senso melodico che anche nei momenti più aggressivi non si allontana più di tanto. Den Farefulde Færd suona tipicamente extreme folk metal con tempi cadenzati, growl profondo e un efficace lavoro delle chitarre, con gli interventi di Line Burglin che portano dolcezza in un mare in tempesta. L’ultima canzone dell’EP, Gæstebudet, inizia nella maniera più classica (e funzionale) possibile, con accordi aperti e il tin whistle a prendersi i riflettori; le due voci sovrapposte funzionano alla grande e i continui interventi del flauto rendono tutto più accessibile e orecchiabile. Con oltre sette minuti di durata Gæstebudet è la canzone più lunga e complessa del lotto, con uno stacco acustico dopo metà composizione che dà la giusta carica alla prevedibile ripartenza, portando a conclusione un lavoro (al momento solo digitale) veramente godibile.

La Danimarca è una terra che ha dato pochi ma talentuosi gruppi alla scena folk metal e i Vansind, ultimi arrivati, sembrano essere in grado di competere con i vari Huldre, Heidra e Svartsot. MXIII è un buon inizio e se il buon giorno si vede dal mattino…

Juha Jyrkäs – Sydämeni Kuusipuulle

Juha Jyrkäs – Sydämeni Kuusipuulle

2021 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Juha Jyrkäs: voce, kantele elettrico, basso kantele

Tracklist: 1. Poimotus – 2. Kymmenen Kyrvän Nimeä – 3. Otson Voima – 4. Hämärästä Aamunkoihin – 5. Manalan Valtikka – 6. Korpien Kutsu – 7. Nuole Mua – 8. Voimaa – 9. Tulisvdän – 10. Honkajuurella Asunto – 11. Juhlapäivä

Quanto è importante la produzione di un disco nel 2021? E quanto influenza l’ascolto o, come in questo caso, la prima impressione? Si parla spesso di quanto i suoni e il lavoro di missaggio siano fondamentali per dare al disco quel qualcosa in più che lo possa rendere appetibile e godibile. Un esempio lampante di quanto detto è Once Sent From The Golden Hall, primo capolavoro degli svedesi Amon Amarth: forse non tutti sanno che l’album fu inizialmente registrato presso i Sunlinght Studio, ovvero dove nacque lo swedish sound famoso grazie a Entombed e compagnia brutale. I brani degli Amon Amarth, con quella produzione (ascoltabili in una versione deluxe di With Oden At Our Side), suonano esattamente swedish death metal, completamente diversi da quanto ascoltabili nel disco Once Sent From The Golden Hall. Gli gli Amon Amarth, in quanto insoddisfatti del suono e del risultato finale, fortunatamente ri-registrarono il tutto negli Abyss Studio di Peter Tägtgren, realizzando così il disco che tutti noi conosciamo.

Qui però stiamo parlando di Sydämeni Kuusipuulle, primo disco solista del polistrumentista finlandese Juha Jyrkäs, e il discorso produzione c’entra eccome. L’inizio del cd non è dei più confortanti proprio per via della produzione, sporca e a tratti, soprattutto nella prima canzone Kymmenen Kyrvän Nimeä, caotica. In realtà le altre canzoni suonano meglio, con soluzioni meno invadenti che agevolano non poco l’ascolto. Come detto dal musicista in sede d’intervista (che potrete leggere tra qualche giorno), la sua è stata una scelta precisa, lasciando piccole imperfezioni, volutamente distante da lavori iperprodotti e che suonano un po’ tutti alla stessa maniera. C’è anche da dire che dopo l’iniziale smarrimento l’ascolto prosegue bene ed è possibile entrare nel mood del cd. Juha Jyrkäs è un nome sicuramente sconosciuto ai più, ma che vanta una lunga collaborazione con i Korpiklaani tra il 2006 e il 2012, ed ha partecipato anche nell’incisione dei due dischi dei sottovalutati Auringon Hauta. Un CV che stuzzica e porta all’ascolto di Sydämeni Kuusipuulle con grande curiosità, curiosità che aumenta quando nel booklet si legge “no electric guitars, bass, keyboards or drums used on this album!”. Il pagan heavy metal di Juha Jyrkäs, difatti, è suonato con l’ausilio del kantele elettrico e del basso kantele, oltre alle percussioni e strumenti folk come il violino e la cornamusa estone (suonati da Hittavainen, ex Korpiklaani) e lo jouhikko elettrico.

Uscito nel 2020, ma stampato su cd (con copertina realizzata dall’ex Finntroll Wilska) nei primi mesi del 2021 dalla sempre più intraprendente Earth And Sky Productions, Sydämeni Kuusipuulle è un disco coraggioso, che al suo interno nasconde tanti passaggi davvero coinvolgenti e che suona diverso da tutto ciò che si ascolta quotidianamente in ambito folk metal. Dopo il classico intro da un minuti si parte con Kymmenen Kyrvän Nimeä e il suo ritmo incalzante e sgraziato, croce e delizia dell’intero album, ma che rende bene l’idea della direzione musicale che il musicista finlandese ha intenzione di seguire. La successiva Otson Voima è lenta e ripetitiva, quasi ipnotizzante nel ritmo, così come lo è l’ottima Hämärästä Aamunkoihin, folk ambient particolarmente ispirato. Manalan Valtikka ritrova il ritmo heavy e le sonorità maggiormente folk metal; a tal proposito è interessare ascoltare l’utilizzo delle percussioni in sostituzione della batteria, producendo comunque lo stesso risultato per ritmi ed efficacia. Si torna al fango del sottobosco con la pesante e claustrofobica Korpien Kutsu, cinque minuti di angoscia e respiro affannato. Nuole Mua ha un riffing anni ’80 che sa di Saxon e compagnia borchiata, ma è con Voimaa che Juha Jyrkäs piazza un highlight: il ritmo si fa interessante, scacciapensieri e cornamusa danno il giusto tiro alla canzone e tutto sembra funzionare alla perfezione. Tulisvdän ha un qualcosa che ricorda il folk metal mongolo anche se con il passare dei minuti la canzone prende una forma completamente diversa. Molto bella, poi, Honkajuurella Asunto, composizione atmosferica e delicata ben cantata dall’ospite Mille Asikainen, ma che improvvisamente ha un’accelerazione simil black metal, con il cantato che si fa sguaiato e aggressivo che con il suo finale folle conduce all’ultima traccia del cd, Juhlapäivä: soft e ricercata nel suo ambient, subisce improvvisi interventi urlati molto teatrali. Questa composizione è la giusta conclusione di un album disorientante e caotico, ma che alla fine dei conti funziona.

Bisogna riconoscere alla Earth And Sky Productions il coraggio di mettersi in gioco scovando realtà underground dal grande potenziale, dando voce a musicisti che altrimenti rischierebbero di rimanere nell’ombra. E bisogna riconoscere a Juha Jyrkäs – musicista DIY vecchio stile – la determinazione nel creare qualcosa di insolito ma comunque valido. Sydämeni Kuusipuulle è il primo positivo passo e con lavoro e pazienza il successore potrebbe regalare grandi soddisfazioni.

Trollfest – Happy Heroes

Trollfest – Happy Heroes

2021 – EP – Napalm Records

VOTO: S.V. – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Trollmannen: voce – Mr. Seidel: chitarra – Grimdrap Glutenfri Fleskeng: chitarra – Lodd Bolt: basso – TrollBANK: batteria – Kjellkje: batteria – Fjernkontrollet: tastiera, fisarmonica – DrekkaDag: sassofono

Tracklist: 1. Happy Heroes – 2. Cartoon Heroes (Aqua cover) – 3. Don’t Worry Be Happy (Bobby McFerrin cover) – 4. Happy (Pharrell Williams cover)

Dai Trollfest ormai ci aspettiamo di tutto e il loro folle True Norwegian Balkan Metal dissacrante e caotico fa ormai parte dell’elite del folk metal. Dopo l’ottimo Norwegian Faitytales del 2019 e un paio di singoli digitali lo scorso anno, la band guidata dall’urlatore Trollmannen torna a farsi viva con un EP dal titolo Happy Herores: gli eroi dei Trollfest saranno affidabili o meglio non averci a che fare? La bella copertina permette di capire in quale guaio ci stiamo andando a cacciare: i panciuti e sdentati Iron Man e Thor non promettono bene, anche se la parola HAPPY fa parte del titolo.

L’EP, disponibile in formato digitale e vinile, è composto da quattro brani – uno originale e tre cover – per una durata di circa quindici minuti. In apertura troviamo la title-track, la storia di un pazzo, crudele supereroe troll che in realtà è un antieroe, o forse un eroe dei cattivi (?!). Fatto sta che la violenza e la demenza fanno parte di questo disco e tutto si può riassumere nella riuscita cover di Don’t Worry Be Happy, pezzo che tutti, metallari compresi, abbiamo cantato più di una volta. Il disturbante videoclip della canzone è un’esplosione di colori, urla laceranti e atti criminali che si svolgono all’interno di una casa di cura, il posto dove forse i Trollfest si trovano a proprio agio. Le altre cover sono Cartoon Heroes degli Aqua, una band che i quarantenni ricorderanno per il tormentone Barbie Girl e l’hit Happy di Pharrell Williams, entrambe ben riuscite e trollfestizzate al punto giusto.

A livello musicale c’è da notare la grande importanza del sassofono di DrekkaDag, mai così in vista, e l’ingresso del batterista Kjellkje al posto dello storico TrollBANK. Happy Heroes è un EP dal chiaro intento di divertire ed è quello che effettivamente fa. In attesa prossimo album questi quindici minuti sono un buon passatempo che fa sorridere e scapocchiare un po’: d’altra parte i Trollfest sono i signori incontrastati del True Norwegian Balkan Metal…!