Scimitar – Shadows Of Man

Scimitar – Shadows Of Man

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Angus Lennox: voce, basso – Noel Anstey: chitarra – Jesse Turner: chitarra – Clayton Basi: batteria

Tracklist: 1. State Of Nature – 2. Knights Collapse – 3. Flayed On The Birth – 4. Wandering At The Moon – 5. To Cultivate With Spears – 6. Shadows Of Man I: Imperium – 7. Shadows Of Man II: Cataclysm – 8. Where Ancient Spectres Lie – 9. Mysterium, Tremendum Et Fascinans

La scena canadese è da sempre nelle attenzioni di Mister Folk (non a caso nel libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarok c’è un capitolo dedicato a questa scena decisamente poco conosciuta, ma ricca di band interessanti) e oggi si parla degli Scimitar, formazione di Victoria, British Columbia, in attività dal 2008 che con Shadows Of Man arriva al secondo full-length in carriera. Il gruppo guidato da Angus Lennox ha realizzato nel 2010 il primo disco Black Waters, per poi sparire dai radar; a distanza di nove anni diverse cose sono cambiate, prima fra tutte la maturità dei musicisti, ora decisamente a proprio agio nel muoversi in territori che uniscono death melodico, folk metal e altre influenze minori ma che messe tutte insieme fanno comunque volume. Se Black Waters era un’opera acerba che puntava in alto, Shadows Of Man è un bel passo in avanti nella giusta direzione, ora senza tentennamenti o rischiosi scivoloni.

Per prima cosa fa piacere parlare dell’aspetto estetico del cd: il digipak presenta al suo interno una foto degli Scimitar con le info sulle registrazioni, credits e ringraziamenti, mentre il booklet si apre a poster con da un lato tutti i testi delle canzoni e dall’altro una bella immagine di cavalieri medievali in combattimento. La produzione è nella media: suona bene e pulita, senza apparenti forzature, anche in questo caso un miglioramento rispetto a quanto sentito in passato.

L’aspetto musicale, chiaramente, è quello che conta di più: gli Scimitar del 2019 sono un gruppo che ha chiaro in quale direzione muoversi. L’intro State Of Nature, più una strumentale dalla lunga durata in verità, e dal vago sapore prog, porta alla prima vera canzone del disco Knights Collapse: un mid-tempo dal cantato velocissimo che con il passare dei minuti aumenta di giri, una scelta inusuale per un’opener, ma che funziona a dovere. Chitarra e batteria lavorano all’unisono per Flayed On The Birth, anche questo un brano che punta sull’impatto e il riffing a discapito di velocità e violenza. I sei minuti di durata scorrono piacevolmente tra twin guitars e melodie che contrastano col cantato growl del leader Lennox. La linea stilistica è questa, ovvero tempi medi, buon lavoro della sei corde con la sezione ritmica composta da Clayton Basi alla batteria e Lennox al basso che segue con precisione e buon gusto le trame della chitarra: ottimi esempi sono Wandering At The Moon e To Cultivate With Spears, mentre con le successive Shadows Of Man I e II i canadesi confezionano una piccola suite davvero ben riuscita. La seconda parte, inoltre, balza subito all’orecchio per via dell’iniziale violenza, una canzone che suona più aggressiva fin dalle prime note e per questo si distingue da tutte le altre, anche se nella parte conclusiva torna ad affacciarsi la melodia e i ritmi rallentano. L’ottava traccia Where Ancient Spectres Lie inizia con una lunga fuga strumentale, molto bella, per poi proseguire con un tempo medio che alterna fraseggi di sei corde e accelerazioni mai estreme in verità, con il tocco di classe rappresentato dalla chitarra acustica che porta a conclusione la canzone. Il cd si chiude con gli otto minuti di Mysterium, Tremendum Et Fascinans: il primo minuto molto raw (quasi a concordare col titolo in latino, che rimanda al black norvegese di venti anni fa) si evolve in un malato black doom sporco e criptico, in totale contrasto con quanto sentito nelle precedenti canzoni. Dal secondo minuto e mezzo, però, cambiano i suoni e lo stile musicale, tornando alle classiche sonorità degli Scimitar, anche se con un pizzico di cattiveria in più che, lo si può ammettere, sta proprio bene. La domanda che ci si pone è come avrebbe suonato il disco con questa piccola ma ben accetta dose di vitamine extra. Mysterium, Tremendum Et Fascinans è l’unico pezzo a suonare in questo modo, e proprio per questo spicca immediatamente e rende la traccia subito appetibile.

Con Shadows Of Man gli Scimitar si giocano tutte le carte a propria disposizione e sicuramente hanno vinto la partita. Negli anni hanno lavorato per migliorarsi e i risultati sono evidenti: un buon disco di death/folk metal proveniente dall’altra parte del mondo, interessante per gli appassionati del genere e sfizioso per i curiosi che vogliono ascoltare un po’ di metal canadese e fuori dai radar “che contano”.

Finntroll – Vredesvävd

Finntroll – Vredesvävd

2020 – full-length – Century Media Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Vreth: voce – Skrymer: chitarra – Routa: chitarra – Tundra: basso – MörkÖ: batteria – Virta: tastiera – Trollhorn: tastiera, banjo, voce

Tracklist: 1. Väktaren – 2. Att Döda Med En Sten – 3. Ormfolk – 4. Grenars Väg – 5. Forsen – 6. Vid Häxans Härd – 7. Myren – 8. Stjärnors Mjöd – 9. Mask – 10. Ylaren – 11. Outro

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. 2013, esce Blodsvept, sesto disco dei Finntroll. Buona qualità, belle canzoni, non un capolavoro ma decisamente godibile, così come il precedente Nifelvind. Poi, all’improvviso, la band stacca la spina. Qualche tour, passano gli anni e i concerti diventano sporadici, ma del nuovo disco non si hanno notizie. Trascorrono così sette anni e, finalmente, arriva l’annuncio del tanto atteso nuovo lavoro. Il risultato? Vredesvävd, trentotto minuti per nove canzoni più intro e outro.

Com’è il disco? Anonimo, purtroppo. Brutto? Assolutamente no, ma le canzoni non ripagano i sette anni di attesa e speranze che i fan riponevano nella band. Ascoltando il cd è palese la volontà di Vreth e soci di tornare, in un certo senso, alle origini, realizzando un album crudo e diretto, a tratti feroce ma con quel classico stile che da sempre contraddistingue i musicisti finlandesi. Se la si vuole dire in maniera brutale: sembra di ascoltare una raccolta di outtake dei vecchi dischi, per l’occasione ri-registrate al fine di dare omogeneità e un suono compatto e uguale. L’inizio, in realtà non è male: Att Döda Med En Sten è la classica opener dei Finntroll, buona per i concerti e anche su cd rende bene, con quegli stop and go che si alternano alle accelerazioni feroci e le sempre presenti tastiere che cambiano l’umore al brano a seconda dei tasti pigiati. Ormfolk sembra uscire direttamente da quello spettacolo di Jaktens Tid e se da una parte c’è il fascino del 2001, dall’altra ci si chiede se una cosa del genere sia davvero necessaria. Il bell’inizio acustico di Grenars Väg sembra preannunciare un pezzo alla Visor Om Slutet, ma presto la distorsione si impossessa della canzone e quel che ne viene fuori è il classico mid-tempo dei Finntroll. Il primo pezzo deludente è Forsen, anche se quel break con il violino (di Olli Vänskä dei Turisas e ospite fisso negli ultimi tre lavori dei Finntroll) è davvero delizioso. Vid Häxans Härd picchia dall’inizio alla fine, ma tolti i muscoli rimane davvero poco; le cose vanno meglio con la scheggia impazzita Myren (2:49), la quale ha il pregio di far battere il piede fin dai primi secondi e, senza cercare niente di più, fa egregiamente il suo lavoro. Stjärnors Mjöd è un’altra composizione che sembra più un filler che un brano portante di Vredesvävd, e nella sua “normalità” scorre senza colpo ferire. In conclusione di disco la qualità si rialza un po’ grazie a Mask e Ylaren: anche qui non possiamo certo parlare di canzoni che resteranno per anni nelle scalette dei concerti, ma in questo contesto fanno bene il proprio lavoro, la prima con una bella dose di grinta e la seconda lasciando maggiore spazio alle melodie (sinistre) e a tempi lenti. Ylaren in particolare mostra che quando lo vogliono i Finntroll sanno ancora creare canzoni belle, nel loro classico stile ma con qualcosa di diverso dal solito.

Presentato da una copertina tutto sommato trascurabile e da una manciata di singoli digitali, Vredesvävd è l’album meno interessante della discografia dei troll finlandesi, un passo indietro rispetto alle ultime prove in studio e una delusione per chi ha atteso tutti questi anni per ascoltarlo. Non è un disco brutto e per qualche tempo girerà nei lettori cd, ma poi lascerà spazio alle perle che i Finntroll hanno saputo creare nel corso della loro carriera.

NB: il voto è frutto della delusione, ma cercando di essere oggettivi si può tranquillamente aggiungere un mezzo voto. Non di più.

Stilema – Utopia

Stilema – Utopia

2020 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Gianni Izzo: voce, chitarra acustica Federico Mari: chitarra, voce harsh Francesco “Frenk” Pastore: basso, tastiera Domenico Pastore: batteria Wiktoria Denkiewicz: violino, voce

Tracklist: 1. Il Volo Eterno 2. Tra Leggende E Realtà 3. Ophelia 4. Mondi Paralleli 5. Da Qui Non Si Passerà 6. Anacrusis 7. Utòpia – 8. Armonie

Avevamo lasciato gli Stilema un paio di anni fa con la pubblicazione dell’EP Ithaka e li ritroviamo ora con un cd, Utopia, che mostra la maturazione artistica del gruppo di Ladispoli (Roma). Con il nuovo album Gianni Izzo e soci virano decisamente sulla strada dell’heavy metal, senza però rinnegare o abbandonare quell’alone di poesia che li ha sempre contraddistinti, rendendoli fin da subito personali e diversi dal resto della scena: se è vero che la chitarra ricopre ora un ruolo più importante rispetto al passato, non da meno sono le linee vocali di Izzo, cantastorie d’altri tempi al servizio del folk metal.

Utopia è un album prodotto dalla Hellbones Records in formato digipak, composto da otto canzoni per un totale di quarantadue minuti di durata. L’opener Il Volo Eterno è il classico brano di apertura nel quale la band riversa tutte le capacità al fine di realizzare una “canzone riassunto” che può essere considerata il manifesto musicale degli Stilema 2020. Tra Leggende E Realtà ha un sound tipicamente folk metal: andatura allegra e ottime linee vocali, senza dimenticare il violino sempre al servizio della composizione. L’intro di Ophelia, delicato e dolce, porta in un mondo nel quale i musicisti mostrano tutta la propria classe costruendo una canzone che, nonostante qualche urlo, non abbandona mai una sorta di romanticismo che la fa risaltare immediatamente fin dal primo ascolto. Di Mondi Paralleli rimane impresso il break a metà canzone, dove tutto cala e quasi dal silenzio riparte il violino per poi esplodere nel bel ritornello. Le sirene dei bombardamenti introducono Da Qui Non Si Passerà, probabilmente il brano più diretto ed efficace di Utopia. Si tratta di ottimo folk metal ricco di grandi riff di chitarra, stacchi potenti e ottime linee vocali: davvero ben fatto! Dopo il breve intermezzo Anacrusis si giunge alla title-track: gli Stilema non rifiutano la sfida di allargare il raggio sonoro e negli oltre otto minuti della canzone troviamo veramente un po’ di tutto, comprese alcune accelerazioni estreme che mai prima avevamo sentito in un loro pezzo. Stupisce in positivo il blocco centrale progressive (che prosegue più tardi con un guitar solo) presto ammorbidito dalla chitarra acustica e una sonorità che riporta al cantautorato. Se c’è un brano in grado di rappresentare le vaste possibilità del gruppo, beh quello è proprio Utopia. In chiusura del disco troviamo Armonie, con il pianoforte nella parte del leone per un dolce componimento che equilibra il cd e porta a conclusione con grazia un lavoro maturo e a tratti sorprendente.

Utopia fotografa gli Stilema anno 2020: una formazione che ha trovato la propria via e la percorre con sicurezza, conscia delle proprie capacità e libera da ogni tipo di limite. Complimenti Stilema!

Finntroll – Nifelvind

Finntroll – Nifelvind

2010 – full-length – Century Media Records

VOTO: 8 – recensore: Mr.Folk

Formazione: Vreth: voce – Routa: chitarra – Skrymer: chitarra – Tundra: basso – Beast Dominator: batteria – Trollhorn: tastiera, voce – Virta: tastiera

Tracklist: 1. Blodmarsch (intro) – 2. Solsagan – 3. Den Frusna Munnen – 4. Ett Norrskensdåd – 5. I Trädens Sång – 6. Tiden Utan Tid – 7. Galgasång – 8. Mot Skuggornas Värld – 9. Under Bergets Rot – 10. Fornfamnad – 11. Dråp

Al tempo dell’annuncio della pubblicazione di Nifelvind i fan dei Finntroll si divisero in due: da una parte chi sperava in un proseguimento sonoro di quanto fatto con il precedente Ur Jordens Djup, ovvero un sound oscuro e vicino a un certo tipo di black metal, e chi invece sognava un ritorno a sonorità danzerecce e ironiche di Nattfodd. La copertina, con quella cornice che ricorda il disco del 2004, e il disegno centrale, più un mostro che un troll, non faceva altro che mettere punti interrogativi sulle sonorità di Nifelvind. L’ascolto delle dodici tracce rivela il semplice arcano: il disco è esattamente a metà tra la ferocia tetra di quanto pubblicato tre anni prima e il cazzeggio trollesco che li ha resi immortali con il singolo Trollhammaren.

Dopo il classico intro a base di rumori oscuri della natura parte la bellissima Solsagan, perfetta nel mettere subito le cose in chiaro e dare un’indicazione stilistica per il proseguo dell’album, ricca di influenze black metal e con il vigoroso drumming ad opera di Beast Dominator, parti furioseche si alternano a cori e ritmi decisamente divertenti in grado di far saltare saltare anche i metallari più seriosi in sede live. La seguente Den Frusna Munnen è meno aggressiva e forse meno ispirata dell’opener, pur avendo una strofa che rimane impressa fin dal primo ascolto. Molto meglio la terza canzone in scaletta Ett Norrskensdåd con i suoi simpatici strumenti a fiato che donano al brano un non so che di gitano, ricordando la spensieratezza tipica dei Trollfest. I Trdens Sång ci riporta al sound quasi primitivo del debutto Midnattens Widunder: veloce, cupa e dannatamente efficace, dove l’aspetto trollesco della loro musica viene meglio a galla. Tiden Utan Tid alterna ritmi tribali a sfuriate di doppia cassa e urla furiose del bravo Vreth, in quello che forse è il brano più completo a livello compositivo, nel quale i Finntroll mostrano – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che come loro sanno unire folk metal, orchestrazioni e influenze di musica estrema non è capace nessun altro. Quella che segue è una bellissima ballata folk dal titolo Galgasång: l’immagine che viene spontanea è quella dei sei musicisti intorno ad un falò nel bel mezzo di una foresta tra fiumi di alcool e chitarre strimpellanti. Si torna a spingere sul pedale dell’acceleratore con Mot Skuggornas Värld e i suoi ritmi humppa dopo un inizio orchestrale. Ma il meglio deve ancora arrivare e ha come nome titolo Under Bergets Rot: brano perfetto per ballare di notte ululando alla luna tra ritmi animaleschi travolgenti e sonorità gitane, una canzone perfetta per i concerti e che su disco rende bene l’idea della potenza dei Finntroll. Peccato che dopo un brano così ispirato ci sia subito dopo quello più debole del lotto, in quanto Fonfamnad è una composizione priva di mordente. Chiude l’album Dråp, che con i suoi sette minuti risulta essere la canzone più lunga dell’album, canzone che alterna umori differenti portando a conclusione un disco vario e intrigante. C’è spazio anche per una bonus track, la già citata Under Bergets Rot per l’occasione rinominata Under Dvrgens Fot e arrangiata in maniera diversa, perdendo però parte della sua forza, ovvero il ritmo incalzante.

Quello che rimane alla fine dell’ascolto è la sensazione che i finnici abbiamo tirato fuori un album sicuramente valido e ben fatto, forse un pelino troppo lungo e con un paio di canzoni non esaltanti, ma in grado di soddisfare sia chi intende il folk metal come occasione di festa sia chi vive la musica come una cosa più “seria” e vicino ad uno stile di vita. Nifelvind si trova a metà strada tra ritorno all’humppa e le recenti bordate feroci, rendendo alla fine soddisfatti tutti quanti: in fondo basta avere questo cd nel lettore stereo per vivere l’emozione di essere avvolti dalle fredde foreste nordiche abitate da creature oscure ma in fondo buffe come i troll.

Knight Errant – The Grand Migration Of Souls

Knight Errant – The Grand Migration Of Souls

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Uluer Emre Özdil: voce – Ali Ulupinar: chitarra – Barbaros Bensoy: chitarra – Deniz Turan: basso – Murat Arslanoğlu: batteria – Ilgin Ayik: violino

Tracklist: 1. Dark Tides – 2. Confusing – 3. Troprak – 4. Ruhlarin Buyuk Gocu – 5. Virtual Reality – 6. Anafor – 7. Ruzgar – 8. Ready To Believe – 9. Gilgamesh

La Turchia nel resto del mondo non è certo nota per la fiorente scena heavy metal, eppure tanti ragazzi, nonostante le difficoltà facilmente immaginabili, tengono duro e sudano sangue suonando la musica che più amano. I Knight Errant sono attivi dal lontano 1993 e hanno come base la metropoli Istanbul: nella loro lunga carriera hanno realizzato solamente tre dischi (Knight Errant nel 1999, Divan nel 2005 e il presente Ruhlarin Buyuk Gocu/The Grand Migration Of Souls, al momento disponibile solo in digitale), ma possono vantare la presenza – prima band turca in assoluto – al Wacken 2001, suonando un set di cinquantacinque minuti davanti a trentamila persone.

La musica dei Knight Errant è un heavy metal fortemente melodico grazie soprattutto alla violinista Ilgin Ayik, mai veramente protagonista ma fondamentale per il sound del gruppo. The Grand Migration Of Souls è composto da nove brani per un totale di trentasei minuti che diventano ancora meno se si escludono la prima e l’ultima traccia del cd, ovvero intro e outro strumentali. Le composizioni sono per lo più mid-tempo e scorrono lineari e dirette, creando un effetto quasi rilassante nonostante le chitarre elettriche e le (poche) accelerazioni di batteria. Fin dalla quasi opener Dark Tides è facile capire le coordinate stilistiche del combo turco, impegnato nella ricerca della melodia vincente e del ritornello memorizzabile. Il brano che spicca maggiormente è Virtual Reality, nella quale il cantante Uluer Emre Özdil dà il meglio di sé – acuti compresi – e tutto gira alla perfezione tra assoli di chitarra, linee vocali soavi e la capacità di scrivere un pezzo vincente. Anafor ha un’andatura malinconica: il violino accompagna in maniera adeguata la voce in questa occasione soffice, una canzone acustica davvero ben realizzata che centra il bersaglio. Da menzionare anche la delicata Ruhlarin Buyuk Gocu, con la Ayik che supporta le note finlandesi (…HIM?) che escono dalle casse, creando un’atmosfera da candele accese e incenso mentre si sorseggia una tisana. La composizione che però si distingue maggiormente dal resto è Ruzgar, fraseggi di chitarra e violino caratterizzano fin dai primi secondi questo pezzo, che conquista l’ascoltatore grazie a melodie e canti medio orientali; se al folk metal si chiede (o chiedeva, soprattutto in passato) un legame con la terra della band, Ruzgar è un ottimo esempio nel quale la band rimane se stessa pur suonando più ricercata e originale. Chiude il cd la strumentale Gilgamesh che segna il legame con il debutto del 1999, nel quale però era presente una canzone “vera” dallo stesso titolo.

L’evoluzione dei Knight Errant li ha portati ad abbassare i ritmi e suonare meno energici, ma alla fine, nonostante gli anni e i cambi di formazione, lo stile è sempre riconoscibile e si può dire che i muscoli hanno lasciato spazio a una maggiore ricerca e delicatezza. The Grand Migration Of Souls è un buon esempio di come si possa suonare heavy/folk metal anche al di fuori delle solite e spesso sature zone che ben conosciamo: diamo a queste scene la possibilità di essere ascoltate e di crescere.

Tersivel – For One Pagan Brotherhood

Tersivel – For One Pagan Brotherhood

2011 – full-length – Trinacria Media

VOTO: 6,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Lian Gerbino: voce, chitarra, basso Nicolás Närgrath: voce growl, chitarra – Herman Martiarena: batteria – Franco Robert: tastiera

Tracklist: 1. Cruzat Beer House Song – 2. As Brothers We Shall Fight – 3. The Heathen Sun Of Revenge – 4. Far Away In The Distant Skies – 5. High Germany – The Erin’s Jig – 6. And Fires Also Die Away – 7. Those Days Are Gone – 8. Aeolian Islands – 9. We Are The Fading Sun – 10. Tarantella Siciliana – 11. Cosa Nostra – 12. Pagan Nation

Attivi dal 2004, i Térsivel, band originaria di Buenos Aires, arrivano al debutto discografico dopo due mini cd grazie alla Trinacria Media, etichetta personale di Lian Gerbino, vocalist del gruppo. Provenire da un paese, l’Argentina, non di prima fascia per quel che concerne il folk metal è sì uno svantaggio perché si è fuori dalla scena “che conta”, ma anche un potenziale vantaggio se si cerca una propria via, non avendo praticamente concorrenza. Invece i Térsivel non portano nulla della loro nazione, proponendo un extreme folk metal di matrice nord europea, influenzato – e molto – da gruppi come Ensiferum, Turisas e Alestorm, oltre che – parole loro – dalla musica folk siciliana.

La produzione potente aiuta senz’altro la buona riuscita di For One Pagan Brotherhood, full-length che consta di dodici tracce per quasi un’ora di durata. I Térsivel dimostrano fin dalle prime note di avere una buona tecnica personale, oltre che un songwriting a tratti ispirato, anche se purtroppo ancora troppo derivativo e poco personale. La prima traccia del disco, Cruzat Beer House Song, è particolarmente festosa, dalle forti tinte folk in grado di trasmette gioia e voglia di ballare. La seguente As Brothers We Shall Fight suona minacciosa, soprattutto durante le strofe, grazie al sapiente lavoro del tastierista Franco Robert, capace di creare una melodia sinistra ed epica al tempo stesso, a metà strada tra i Turisas di The Varangian Way e i Dimmu Borgir di In Sorte Diaboli. The Heathen Sun Of Revenge si distingue, oltre per le prime note particolarmente pacifiche, per il ritornello semplice e immediato, con la melodia principale che torna presente in diversi punti del brano. La lunga Far Away In The Distant Skies inizia come i Turisas dei bei tempi: i primi quaranta secondi sembrano difatti uscire da un disco di Mathias Nygård e soci. La canzone prosegue tra ritmi incalzanti, break di pianoforte e stacchi che ricordano gli Alestorm più aggressivi. Completamente folk metal è High Germany – The Erin’s Jig: il flauto suona dolce e rotondo su di una base piuttosto ritmata, mentre la voce da raccontastorie di Gerbinoporta l’ascoltatore su sentieri polverosi circondati da boschi di alberi sempreverdi, in un cammino che conduce dritto al centro della festa, dove il violino è la prima donna e tutti i presenti hanno diritto di divertirsi. Dopo l’inutile insieme di rumori And Fires Also Died Away, la delicata Those Days Are Gone mostra il lato più intimo dei Térsivel: la voce rassicurante e le chitarre acustiche costituiscono un duo convincente, per quello che risulta essere un lento perfettamente riuscito. Aeolian Islands è un brano strumentale di chiara origine folk, piuttosto scontato nel suo lento scorrere che risente anche del cattivo posizionamento in scaletta. Nei sei minuti di We Are The Fading Sun si ascolta di tutto, dal riff in palm muting al pianoforte, dai cori epici allo scream, passando attraverso tempi di batteria serrati e trombe altisonanti, in un potpourri spiazzante. Arriva il turno di Tarantella Siciliana, strumentale di tre minuti dal forte retrogusto popolare, per quella che è veramente una tarantella metallizzata: idea simpatica ed esperimento riuscito. Lo è molto di meno, invece, Cosa Nostra. La canzone in questione, già di suo scialba musicalmente, presenta nel testo, a volte veramente evitabili, per poi concludere con il ritornello

Cosa Nostra, La Muzzarella, El Pepperoni y Tersivel

Bisogna chiarirlo: non è un’offesa o una presa in giro al sud Italia, ma un tentativo maldestro di Gerbino di omaggiare la terra dei suoi nonni, la Sicilia. Superati questi terribili minuti, si arriva alla conclusiva Pagan Nation: nei quasi otto minuti di durata, ancora una volta Turisas oriented, ritroviamo tutti gli elementi che contraddistinguono i Térsivel, ovvero l’alternanza tra voce clean e scream, ottime orchestrazioni e una solida base ritmica.

La band mette in mostra diverse qualità come la preparazione tecnica, il buon gusto per gli arrangiamenti e un amore viscerale per il folk metal nord europeo, peccando però di presunzione in qualche capitolo forse un po’ troppo intricato, volendo mischiare molti ingredienti senza avere lo strumento necessario per mescolare con efficacia il tutto. Ne risente la seconda parte di For One Pagan Brotherhood, dove sono presenti alcune composizioni non troppo ispirate che fanno scemare l’interesse nei confronti del cd.

Térsivel hanno ascoltato con attenzione gli insegnanti della vecchia Europa e hanno ripetuto a memoria la lezione; ma nelle note delle canzoni traspare una certa volontà di andare avanti e osare di più, cosa che effettivamente avverrà con il buonissimo Worship Of The Gods del 2017, lavoro nel quale Gerbino e soci mostreranno tutte le loro capacità.