Trollfest – Happy Heroes

Trollfest – Happy Heroes

2021 – EP – Napalm Records

VOTO: S.V. – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Trollmannen: voce – Mr. Seidel: chitarra – Grimdrap Glutenfri Fleskeng: chitarra – Lodd Bolt: basso – TrollBANK: batteria – Kjellkje: batteria – Fjernkontrollet: tastiera, fisarmonica – DrekkaDag: sassofono

Tracklist: 1. Happy Heroes – 2. Cartoon Heroes (Aqua cover) – 3. Don’t Worry Be Happy (Bobby McFerrin cover) – 4. Happy (Pharrell Williams cover)

Dai Trollfest ormai ci aspettiamo di tutto e il loro folle True Norwegian Balkan Metal dissacrante e caotico fa ormai parte dell’elite del folk metal. Dopo l’ottimo Norwegian Faitytales del 2019 e un paio di singoli digitali lo scorso anno, la band guidata dall’urlatore Trollmannen torna a farsi viva con un EP dal titolo Happy Herores: gli eroi dei Trollfest saranno affidabili o meglio non averci a che fare? La bella copertina permette di capire in quale guaio ci stiamo andando a cacciare: i panciuti e sdentati Iron Man e Thor non promettono bene, anche se la parola HAPPY fa parte del titolo.

L’EP, disponibile in formato digitale e vinile, è composto da quattro brani – uno originale e tre cover – per una durata di circa quindici minuti. In apertura troviamo la title-track, la storia di un pazzo, crudele supereroe troll che in realtà è un antieroe, o forse un eroe dei cattivi (?!). Fatto sta che la violenza e la demenza fanno parte di questo disco e tutto si può riassumere nella riuscita cover di Don’t Worry Be Happy, pezzo che tutti, metallari compresi, abbiamo cantato più di una volta. Il disturbante videoclip della canzone è un’esplosione di colori, urla laceranti e atti criminali che si svolgono all’interno di una casa di cura, il posto dove forse i Trollfest si trovano a proprio agio. Le altre cover sono Cartoon Heroes degli Aqua, una band che i quarantenni ricorderanno per il tormentone Barbie Girl e l’hit Happy di Pharrell Williams, entrambe ben riuscite e trollfestizzate al punto giusto.

A livello musicale c’è da notare la grande importanza del sassofono di DrekkaDag, mai così in vista, e l’ingresso del batterista Kjellkje al posto dello storico TrollBANK. Happy Heroes è un EP dal chiaro intento di divertire ed è quello che effettivamente fa. In attesa prossimo album questi quindici minuti sono un buon passatempo che fa sorridere e scapocchiare un po’: d’altra parte i Trollfest sono i signori incontrastati del True Norwegian Balkan Metal…!

Troll Bends Fir – Brothers In Drink

Troll Bends Fir – Brothers In Drink

2011 – compilation – Screaming Banshee/Histomedia

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Troll: voce, chitarra – Skjeldi: basso – Alex: batteria – Jethra: voce, whistle, flauto – Elias: violino

Tracklist: 1. Brothers In Drink – 2. Hoplnir – 3. Beer Mantra – 4. Ass-Shaking Dance – 5. Octoberfest – 6. Ave Celia! – 7. Kamarinskaya – 8. Catch A Salmon! – 9. Little Mug Of Dark Ale – 10. Troll’s Rise – 11. Humppa Is My Neighbour

La scena russa, per quel che concerne il folk-pagan metal, è praticamente infinita, ancora oggi non troppo conosciuta, in grado di evolversi senza distaccarsi dalla tradizione e capace di riservare piacevoli sorprese quando meno lo si aspetta. Oggi si parla dei Troll Bends Fir, band attiva da inizio millennio e autrice del disco in questione, Brothers In Drink, quinto capitolo della loro discografia, pubblicato nel 2011. In realtà l’album non è un vero e proprio full-length, bensì la raccolta dei due antecedenti EP Octoberfest e Hoplnir, rispettivamente del 2010 e dell’anno successivo, all’epoca disponibili solamente in Russia. Grazie al lavoro dell’etichetta tedesca Screaming Banshee/Histomedia, Brothers In Drink è reperibile in tutta Europa. Per rendere l’operazione ancora più appetitosa è stato aggiunto un inedito che vede la partecipazione del cantante dei Korpiklaani Jonne Järvelä.

Musicalmente i Troll Bends Fir portano avanti fin da inizio carriera un folk metal dalle svariate influenze, che vanno dal medieval rock di stampo teutonico al folk metal scandinavo, senza dimenticare, ovviamente, il sound della loro terra natia, la Russia. Quel che ne viene fuori è un folk interessante, abbastanza personale anche se con chiari riferimenti ad altre scene, ben equilibrato tra i festosi tempi in levare e mid-tempo più riflessivi ed intimistici. L’apertura è affidata alla titletrack, canzone veloce e divertente, con il whistle di Jethra presente in tutti i tre minuti di durata. La composizione è semplice, così come sono elementari i riff di chitarra, ma non per questo non azzeccati. Con la successiva Hoplnir il discorso non cambia: tempi sostenuti e strumenti a fiato a creare melodie gioiose. Fa la prima comparsa anche la voce di Jethra, che ben si alterna con quella di Troll, più ruvida e sporca. Beer Mantra, dopo un inizio tranquillo, parte sparata tra doppia cassa e tin whistle, in quello che è un grande invito a ballare e divertirsi tutti insieme, possibilmente sotto una pioggia di birra. Molto bella la lunga parte centrale, maggiormente soft e ricercata, prima del ritorno delle sonorità festaiole. Titolo esplicativo quello della terza traccia, pur senza essere la più “movimentata” del lotto e nonostante il violino di Elias in grande evidenza: Octoberfest rimarca una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, il legame dei Troll Bends Fir con il mondo alcolico e il far festa ad ogni occasione possibile. Si cambia registro per Ave Celia!, lirica dal sapore gotico medievale, nonostante un gran lavoro di flauto e violino e qualche richiamo al mondo folk. La canzone, scelta come singolo dal gruppo, è piuttosto lunga per gli standard del combo di San Pietroburgo (quattro minuti e mezzo la durata), e presenta un cantato prima, e un coro poi, molto evocativo, facendo di quella che potrebbe essere vista come una mosca bianca un interessante punto d’incontro tra il gothic e il folk. Si torna alla spensieratezza grazie a Kamarinskaya, mezza filastrocca e mezza ballata popolare, divertentissima e ritmata, probabilmente il momento più goliardico dell’intero Brothers In Drink. Grande prova tecnica e di gusto per il whistle della bravissima Jethra in Catch A Salmon!, simpatico breve strumentale. Nuova alternanza vocale in Little Mug Of Ale tra la flautista e il rustico Troll; il brano è molto tranquillo, quasi una ninna nanna musicata, per un risultato particolarmente delicato e piacevole. Si viaggia nella penisola scandinava grazie a Troll’s Rise, tra Otyg e Glittertind d’annata, con un pizzico di germanica attitudine alla Odroerir. Folk metal delicato, ben eseguito e di gran gusto. Chiude Brothers In Drink la veloce Humpa Is My Neughbour, canzone inedita che vede la presenza di Jonne Järvelä: il ritmo è elevato e ben si adatta al particolare stile del cantante finlandese, per un risultato davvero buono.

I quarantacinque minuti del cd scorrono velocissimi, le canzoni sono tutte piacevoli e non ci sono momenti di stanca tra le undici composizioni e, ciliegina sulla torna, il brano nuovo è tra i migliori di Brothers In Drink. I musicisti compiono tutti la loro parte con semplicità ed efficacia, anche se una nota di merito va senza dubbio alla talentuosa Jethra, vero cuore pulsante del sound dei Troll Bends Fir. Come suggerisce il titolo, musica adatta per passare una serata con i propri amici tra risate e birre.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Scimitar – Shadows Of Man

Scimitar – Shadows Of Man

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Angus Lennox: voce, basso – Noel Anstey: chitarra – Jesse Turner: chitarra – Clayton Basi: batteria

Tracklist: 1. State Of Nature – 2. Knights Collapse – 3. Flayed On The Birth – 4. Wandering At The Moon – 5. To Cultivate With Spears – 6. Shadows Of Man I: Imperium – 7. Shadows Of Man II: Cataclysm – 8. Where Ancient Spectres Lie – 9. Mysterium, Tremendum Et Fascinans

La scena canadese è da sempre nelle attenzioni di Mister Folk (non a caso nel libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarok c’è un capitolo dedicato a questa scena decisamente poco conosciuta, ma ricca di band interessanti) e oggi si parla degli Scimitar, formazione di Victoria, British Columbia, in attività dal 2008 che con Shadows Of Man arriva al secondo full-length in carriera. Il gruppo guidato da Angus Lennox ha realizzato nel 2010 il primo disco Black Waters, per poi sparire dai radar; a distanza di nove anni diverse cose sono cambiate, prima fra tutte la maturità dei musicisti, ora decisamente a proprio agio nel muoversi in territori che uniscono death melodico, folk metal e altre influenze minori ma che messe tutte insieme fanno comunque volume. Se Black Waters era un’opera acerba che puntava in alto, Shadows Of Man è un bel passo in avanti nella giusta direzione, ora senza tentennamenti o rischiosi scivoloni.

Per prima cosa fa piacere parlare dell’aspetto estetico del cd: il digipak presenta al suo interno una foto degli Scimitar con le info sulle registrazioni, credits e ringraziamenti, mentre il booklet si apre a poster con da un lato tutti i testi delle canzoni e dall’altro una bella immagine di cavalieri medievali in combattimento. La produzione è nella media: suona bene e pulita, senza apparenti forzature, anche in questo caso un miglioramento rispetto a quanto sentito in passato.

L’aspetto musicale, chiaramente, è quello che conta di più: gli Scimitar del 2019 sono un gruppo che ha chiaro in quale direzione muoversi. L’intro State Of Nature, più una strumentale dalla lunga durata in verità, e dal vago sapore prog, porta alla prima vera canzone del disco Knights Collapse: un mid-tempo dal cantato velocissimo che con il passare dei minuti aumenta di giri, una scelta inusuale per un’opener, ma che funziona a dovere. Chitarra e batteria lavorano all’unisono per Flayed On The Birth, anche questo un brano che punta sull’impatto e il riffing a discapito di velocità e violenza. I sei minuti di durata scorrono piacevolmente tra twin guitars e melodie che contrastano col cantato growl del leader Lennox. La linea stilistica è questa, ovvero tempi medi, buon lavoro della sei corde con la sezione ritmica composta da Clayton Basi alla batteria e Lennox al basso che segue con precisione e buon gusto le trame della chitarra: ottimi esempi sono Wandering At The Moon e To Cultivate With Spears, mentre con le successive Shadows Of Man I e II i canadesi confezionano una piccola suite davvero ben riuscita. La seconda parte, inoltre, balza subito all’orecchio per via dell’iniziale violenza, una canzone che suona più aggressiva fin dalle prime note e per questo si distingue da tutte le altre, anche se nella parte conclusiva torna ad affacciarsi la melodia e i ritmi rallentano. L’ottava traccia Where Ancient Spectres Lie inizia con una lunga fuga strumentale, molto bella, per poi proseguire con un tempo medio che alterna fraseggi di sei corde e accelerazioni mai estreme in verità, con il tocco di classe rappresentato dalla chitarra acustica che porta a conclusione la canzone. Il cd si chiude con gli otto minuti di Mysterium, Tremendum Et Fascinans: il primo minuto molto raw (quasi a concordare col titolo in latino, che rimanda al black norvegese di venti anni fa) si evolve in un malato black doom sporco e criptico, in totale contrasto con quanto sentito nelle precedenti canzoni. Dal secondo minuto e mezzo, però, cambiano i suoni e lo stile musicale, tornando alle classiche sonorità degli Scimitar, anche se con un pizzico di cattiveria in più che, lo si può ammettere, sta proprio bene. La domanda che ci si pone è come avrebbe suonato il disco con questa piccola ma ben accetta dose di vitamine extra. Mysterium, Tremendum Et Fascinans è l’unico pezzo a suonare in questo modo, e proprio per questo spicca immediatamente e rende la traccia subito appetibile.

Con Shadows Of Man gli Scimitar si giocano tutte le carte a propria disposizione e sicuramente hanno vinto la partita. Negli anni hanno lavorato per migliorarsi e i risultati sono evidenti: un buon disco di death/folk metal proveniente dall’altra parte del mondo, interessante per gli appassionati del genere e sfizioso per i curiosi che vogliono ascoltare un po’ di metal canadese e fuori dai radar “che contano”.

Finntroll – Vredesvävd

Finntroll – Vredesvävd

2020 – full-length – Century Media Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Vreth: voce – Skrymer: chitarra – Routa: chitarra – Tundra: basso – MörkÖ: batteria – Virta: tastiera – Trollhorn: tastiera, banjo, voce

Tracklist: 1. Väktaren – 2. Att Döda Med En Sten – 3. Ormfolk – 4. Grenars Väg – 5. Forsen – 6. Vid Häxans Härd – 7. Myren – 8. Stjärnors Mjöd – 9. Mask – 10. Ylaren – 11. Outro

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. 2013, esce Blodsvept, sesto disco dei Finntroll. Buona qualità, belle canzoni, non un capolavoro ma decisamente godibile, così come il precedente Nifelvind. Poi, all’improvviso, la band stacca la spina. Qualche tour, passano gli anni e i concerti diventano sporadici, ma del nuovo disco non si hanno notizie. Trascorrono così sette anni e, finalmente, arriva l’annuncio del tanto atteso nuovo lavoro. Il risultato? Vredesvävd, trentotto minuti per nove canzoni più intro e outro.

Com’è il disco? Anonimo, purtroppo. Brutto? Assolutamente no, ma le canzoni non ripagano i sette anni di attesa e speranze che i fan riponevano nella band. Ascoltando il cd è palese la volontà di Vreth e soci di tornare, in un certo senso, alle origini, realizzando un album crudo e diretto, a tratti feroce ma con quel classico stile che da sempre contraddistingue i musicisti finlandesi. Se la si vuole dire in maniera brutale: sembra di ascoltare una raccolta di outtake dei vecchi dischi, per l’occasione ri-registrate al fine di dare omogeneità e un suono compatto e uguale. L’inizio, in realtà non è male: Att Döda Med En Sten è la classica opener dei Finntroll, buona per i concerti e anche su cd rende bene, con quegli stop and go che si alternano alle accelerazioni feroci e le sempre presenti tastiere che cambiano l’umore al brano a seconda dei tasti pigiati. Ormfolk sembra uscire direttamente da quello spettacolo di Jaktens Tid e se da una parte c’è il fascino del 2001, dall’altra ci si chiede se una cosa del genere sia davvero necessaria. Il bell’inizio acustico di Grenars Väg sembra preannunciare un pezzo alla Visor Om Slutet, ma presto la distorsione si impossessa della canzone e quel che ne viene fuori è il classico mid-tempo dei Finntroll. Il primo pezzo deludente è Forsen, anche se quel break con il violino (di Olli Vänskä dei Turisas e ospite fisso negli ultimi tre lavori dei Finntroll) è davvero delizioso. Vid Häxans Härd picchia dall’inizio alla fine, ma tolti i muscoli rimane davvero poco; le cose vanno meglio con la scheggia impazzita Myren (2:49), la quale ha il pregio di far battere il piede fin dai primi secondi e, senza cercare niente di più, fa egregiamente il suo lavoro. Stjärnors Mjöd è un’altra composizione che sembra più un filler che un brano portante di Vredesvävd, e nella sua “normalità” scorre senza colpo ferire. In conclusione di disco la qualità si rialza un po’ grazie a Mask e Ylaren: anche qui non possiamo certo parlare di canzoni che resteranno per anni nelle scalette dei concerti, ma in questo contesto fanno bene il proprio lavoro, la prima con una bella dose di grinta e la seconda lasciando maggiore spazio alle melodie (sinistre) e a tempi lenti. Ylaren in particolare mostra che quando lo vogliono i Finntroll sanno ancora creare canzoni belle, nel loro classico stile ma con qualcosa di diverso dal solito.

Presentato da una copertina tutto sommato trascurabile e da una manciata di singoli digitali, Vredesvävd è l’album meno interessante della discografia dei troll finlandesi, un passo indietro rispetto alle ultime prove in studio e una delusione per chi ha atteso tutti questi anni per ascoltarlo. Non è un disco brutto e per qualche tempo girerà nei lettori cd, ma poi lascerà spazio alle perle che i Finntroll hanno saputo creare nel corso della loro carriera.

NB: il voto è frutto della delusione, ma cercando di essere oggettivi si può tranquillamente aggiungere un mezzo voto. Non di più.

Stilema – Utopia

Stilema – Utopia

2020 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Gianni Izzo: voce, chitarra acustica Federico Mari: chitarra, voce harsh Francesco “Frenk” Pastore: basso, tastiera Domenico Pastore: batteria Wiktoria Denkiewicz: violino, voce

Tracklist: 1. Il Volo Eterno 2. Tra Leggende E Realtà 3. Ophelia 4. Mondi Paralleli 5. Da Qui Non Si Passerà 6. Anacrusis 7. Utòpia – 8. Armonie

Avevamo lasciato gli Stilema un paio di anni fa con la pubblicazione dell’EP Ithaka e li ritroviamo ora con un cd, Utopia, che mostra la maturazione artistica del gruppo di Ladispoli (Roma). Con il nuovo album Gianni Izzo e soci virano decisamente sulla strada dell’heavy metal, senza però rinnegare o abbandonare quell’alone di poesia che li ha sempre contraddistinti, rendendoli fin da subito personali e diversi dal resto della scena: se è vero che la chitarra ricopre ora un ruolo più importante rispetto al passato, non da meno sono le linee vocali di Izzo, cantastorie d’altri tempi al servizio del folk metal.

Utopia è un album prodotto dalla Hellbones Records in formato digipak, composto da otto canzoni per un totale di quarantadue minuti di durata. L’opener Il Volo Eterno è il classico brano di apertura nel quale la band riversa tutte le capacità al fine di realizzare una “canzone riassunto” che può essere considerata il manifesto musicale degli Stilema 2020. Tra Leggende E Realtà ha un sound tipicamente folk metal: andatura allegra e ottime linee vocali, senza dimenticare il violino sempre al servizio della composizione. L’intro di Ophelia, delicato e dolce, porta in un mondo nel quale i musicisti mostrano tutta la propria classe costruendo una canzone che, nonostante qualche urlo, non abbandona mai una sorta di romanticismo che la fa risaltare immediatamente fin dal primo ascolto. Di Mondi Paralleli rimane impresso il break a metà canzone, dove tutto cala e quasi dal silenzio riparte il violino per poi esplodere nel bel ritornello. Le sirene dei bombardamenti introducono Da Qui Non Si Passerà, probabilmente il brano più diretto ed efficace di Utopia. Si tratta di ottimo folk metal ricco di grandi riff di chitarra, stacchi potenti e ottime linee vocali: davvero ben fatto! Dopo il breve intermezzo Anacrusis si giunge alla title-track: gli Stilema non rifiutano la sfida di allargare il raggio sonoro e negli oltre otto minuti della canzone troviamo veramente un po’ di tutto, comprese alcune accelerazioni estreme che mai prima avevamo sentito in un loro pezzo. Stupisce in positivo il blocco centrale progressive (che prosegue più tardi con un guitar solo) presto ammorbidito dalla chitarra acustica e una sonorità che riporta al cantautorato. Se c’è un brano in grado di rappresentare le vaste possibilità del gruppo, beh quello è proprio Utopia. In chiusura del disco troviamo Armonie, con il pianoforte nella parte del leone per un dolce componimento che equilibra il cd e porta a conclusione con grazia un lavoro maturo e a tratti sorprendente.

Utopia fotografa gli Stilema anno 2020: una formazione che ha trovato la propria via e la percorre con sicurezza, conscia delle proprie capacità e libera da ogni tipo di limite. Complimenti Stilema!

Finntroll – Nifelvind

Finntroll – Nifelvind

2010 – full-length – Century Media Records

VOTO: 8 – recensore: Mr.Folk

Formazione: Vreth: voce – Routa: chitarra – Skrymer: chitarra – Tundra: basso – Beast Dominator: batteria – Trollhorn: tastiera, voce – Virta: tastiera

Tracklist: 1. Blodmarsch (intro) – 2. Solsagan – 3. Den Frusna Munnen – 4. Ett Norrskensdåd – 5. I Trädens Sång – 6. Tiden Utan Tid – 7. Galgasång – 8. Mot Skuggornas Värld – 9. Under Bergets Rot – 10. Fornfamnad – 11. Dråp

Al tempo dell’annuncio della pubblicazione di Nifelvind i fan dei Finntroll si divisero in due: da una parte chi sperava in un proseguimento sonoro di quanto fatto con il precedente Ur Jordens Djup, ovvero un sound oscuro e vicino a un certo tipo di black metal, e chi invece sognava un ritorno a sonorità danzerecce e ironiche di Nattfodd. La copertina, con quella cornice che ricorda il disco del 2004, e il disegno centrale, più un mostro che un troll, non faceva altro che mettere punti interrogativi sulle sonorità di Nifelvind. L’ascolto delle dodici tracce rivela il semplice arcano: il disco è esattamente a metà tra la ferocia tetra di quanto pubblicato tre anni prima e il cazzeggio trollesco che li ha resi immortali con il singolo Trollhammaren.

Dopo il classico intro a base di rumori oscuri della natura parte la bellissima Solsagan, perfetta nel mettere subito le cose in chiaro e dare un’indicazione stilistica per il proseguo dell’album, ricca di influenze black metal e con il vigoroso drumming ad opera di Beast Dominator, parti furioseche si alternano a cori e ritmi decisamente divertenti in grado di far saltare saltare anche i metallari più seriosi in sede live. La seguente Den Frusna Munnen è meno aggressiva e forse meno ispirata dell’opener, pur avendo una strofa che rimane impressa fin dal primo ascolto. Molto meglio la terza canzone in scaletta Ett Norrskensdåd con i suoi simpatici strumenti a fiato che donano al brano un non so che di gitano, ricordando la spensieratezza tipica dei Trollfest. I Trdens Sång ci riporta al sound quasi primitivo del debutto Midnattens Widunder: veloce, cupa e dannatamente efficace, dove l’aspetto trollesco della loro musica viene meglio a galla. Tiden Utan Tid alterna ritmi tribali a sfuriate di doppia cassa e urla furiose del bravo Vreth, in quello che forse è il brano più completo a livello compositivo, nel quale i Finntroll mostrano – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che come loro sanno unire folk metal, orchestrazioni e influenze di musica estrema non è capace nessun altro. Quella che segue è una bellissima ballata folk dal titolo Galgasång: l’immagine che viene spontanea è quella dei sei musicisti intorno ad un falò nel bel mezzo di una foresta tra fiumi di alcool e chitarre strimpellanti. Si torna a spingere sul pedale dell’acceleratore con Mot Skuggornas Värld e i suoi ritmi humppa dopo un inizio orchestrale. Ma il meglio deve ancora arrivare e ha come nome titolo Under Bergets Rot: brano perfetto per ballare di notte ululando alla luna tra ritmi animaleschi travolgenti e sonorità gitane, una canzone perfetta per i concerti e che su disco rende bene l’idea della potenza dei Finntroll. Peccato che dopo un brano così ispirato ci sia subito dopo quello più debole del lotto, in quanto Fonfamnad è una composizione priva di mordente. Chiude l’album Dråp, che con i suoi sette minuti risulta essere la canzone più lunga dell’album, canzone che alterna umori differenti portando a conclusione un disco vario e intrigante. C’è spazio anche per una bonus track, la già citata Under Bergets Rot per l’occasione rinominata Under Dvrgens Fot e arrangiata in maniera diversa, perdendo però parte della sua forza, ovvero il ritmo incalzante.

Quello che rimane alla fine dell’ascolto è la sensazione che i finnici abbiamo tirato fuori un album sicuramente valido e ben fatto, forse un pelino troppo lungo e con un paio di canzoni non esaltanti, ma in grado di soddisfare sia chi intende il folk metal come occasione di festa sia chi vive la musica come una cosa più “seria” e vicino ad uno stile di vita. Nifelvind si trova a metà strada tra ritorno all’humppa e le recenti bordate feroci, rendendo alla fine soddisfatti tutti quanti: in fondo basta avere questo cd nel lettore stereo per vivere l’emozione di essere avvolti dalle fredde foreste nordiche abitate da creature oscure ma in fondo buffe come i troll.