Aegonia – The Forgotten Song

Aegonia – The Forgotten Song

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Nikolay Nikolov: voce, chitarra, kaval – Elitsa Stoyanova: voce, violino – Atanas Georgiev: basso – Rosen Paskulov: batteria

Tracklist: 1. In The Lands Of Aegonia – 2. Rain Of Tears – 3. With The Mists She Came – 4. Restless Mind – 5. Dreams Come To Me – 6. Battles Lost And Won – 7. The Offer – 8. The Stolen Song – 9. Gone – 10. The Severe Mountain – 11. A Bitter Fate – 12. The Ruins Of Aegonia

La Bulgaria è una nazione che ha una scena folk metal molto piccola e il gruppo più noto è quello dei Frozen Tears, formazione che ha dato segni di vita in questo 2019 con la pubblicazione di un paio di EP dopo aver dato alle stampe due album nel 2000 e 2002. Una volta menzionati gli Elfheim (due EP negli ultimi dodici mesi), non rimangono che gli Aegonia, formazione nata nel 2011 ma che solamente ora giunge alla realizzazione del full-length di debutto. Il quartetto di Sofia è autore di un delicato folk/gothic metal con rari ma sempre ben congeniati interventi di growl. Il disco The Forgotten Song esce senza il supporto di alcuna etichetta ed è composto da dodici tracce per un totale di sessantacinque minuti. Si tratta di un concept album basato sul libro omonimo scritto da Nea Stand, nome d’arte di Nikolay Nikolov, cantante e chitarrista della band: quando si dice che “se la suona e se la canta”!

Tempi medi, melodie spesso drammatiche e che tendono a ripetersi nelle varie canzoni per dare un senso di continuità musicale sono le caratteristiche principali della musica degli Aegonia. Il violino, la cornamusa e il kaval (flauto tradizionale bulgaro) sono utilizzati con maturità e quando suonato è ben distante dalle classiche melodie spesso allegre del folk metal: si può dire che questi strumenti servono spesso per donare maggiore profondità alle composizioni restando spesso in secondo piano. La lunga Rain Of Tears è un ottimo esempio di quanto detto, con momenti soft e quasi medievali che vengono squarciati dalla doppia cassa e il violino che guida l’ascoltatore in un mondo lontano e magico, forse pericoloso ma che merita di essere conosciuto. Elitsa Stoyanova è la protagonista di With The Mists She Came, una canzone che sconfina spesso e volentieri in territorio gothic: cori e violino sono fondamentali per la riuscita del brano, uno dei più belli di The Forgotten Song. Restless Mind e Battles Lost And Won sono i due lati della medaglia: melodie sinuose trovano riscontro con l’aggressività (per lo più emotiva) della prima e con la decadenza mydyingbridiana della seconda. Gone è drammatica, e viene in mente la frase di Samvise Gamgee ne Il Signore Degli Anelli quando ascolta i canti degli Elfi dei boschi che si dirigono ai Porti Grigi per lasciare la Terra Di Mezzo: “non so perché, ora mi sento triste”. Una sensazione che torna anche nelle successive The Severe Mountain e A Bitter Fate, canzoni ben arrangiate che presentano stacchi musicali notevoli.

Ascoltando The Forgotten Song è facile rimanere affascinati dall’eleganza delle canzoni, una bravura, questa degli Aegonia, che è sempre merce più rara in ambito musicale. Il paragone che può essere azzardato è quello con gli Odroerir, non per la musica, attenzione, ma per la raffinatezza di alcune soluzioni. Se invece si vuol muovere una critica al disco, si può dire che non passa inosservata l’assenza di una canzone trainante, un brano con quel qualcosa in più che gli altri non hanno. Ecco, forse manca quello che può essere identificato come il classico singolo, ma è anche vero che The Forgotten Song è un album costruito in maniera da sopperire a tale mancanza, scorrendo senza momenti di stanca per l’intera durata.

The Forgotten Song, pur essendo un debutto, è un lavoro maturo e profondo, capace di regalare emozioni forti all’ascoltatore. Con qualche aggiustamento (una produzione ancora più efficace in fase “metal”) e un singolo efficace, gli Aegonia possono farsi valere a livello internazionale perché le qualità per affermarsi le hanno tutte. Più che consigliati a chi cerca un ascolto con un approccio serio e autunnale.

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Legacy Of Silence – Our Forests Sing

Legacy Of Silence – Our Forests Sing

2019 – full-length – Volcano Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mark Greyowl: voce – Simon Badgerwrath: chitarra – John Eldeer: chitarra – Berthus Winterwolv: basso – Alberth Boargrunt: batteria – Lucas Nighthawk: flauto

Tracklist: 1. Witchwood – 2. Bloodhunt – 3. Misfortune – 4. Torment – 5. Heresy – 6. Inquisition – 7. J.A.W.S. – 8. Nightfall – 9. Rebirth

Attivi dal 2014, i Legacy Of Silence arrivano ora al debutto su lunga distanza dopo aver pubblicato due anni fa un EP contenente quattro brani, tre dei quali trovano spazio anche in questo Our Forests Sing, cd licenziato dall’etichetta italiana Volcano Records. La band piemontese propone un folk metal dalle tinte estreme, caratterizzato dal graffiante growl del cantante Mark Greyowl, dalle chitarre vicine al death metal melodico (e in alcuni frangenti al deathcore) e dalle parti folk vicine per stile agli Eluveitie. Il risultato è un mix ben bilanciato tra stili e influenze che creano un sound abbastanza personale pur rimanendo all’interno dei confini tipici del folk metal attuale. Il disco si presenta bene dal punto di vista estetico: la grafica del digipak è curata nei minimi dettagli, il booklet di sedici pagine è ricco di immagini legate ai testi, le informazioni tecniche e due foto del gruppo. Anche la produzione si fa valere, con suoni puliti e potenti, gli strumenti ben livellati in fase di missaggio e la piacevole sensazione durante l’ascolto che il lavoro di produzione sia stato fatto con attenzione e bravura.

Our Forests Sing è un album composto da nove tracce per un totale di quarantaquattro minuti: niente intro, outro e intermezzi, ma nove canzoni che vanno dritte al punto, tra momenti più aggressivi ed altri maggiormente melodici, comunque sempre equilibrati tra di loro. L’iniziale Witchwood è il classico biglietto da visita: il sound dei Legacy Of Silence è ben rappresentato negli oltre cinque minuti della canzone ed è possibile ascoltare in un unico brano l’intera gamma di possibilità che la band ha a propria disposizione. Le tracce di Our Forests Sing, pur facenti parte di un sound piuttosto ristretto, sono mediamente varie: Inquisition, ad esempio, a dispetto della tematica trattata, è il brano più “allegro” del lotto, che a sua volta differisce da J.A.W.S. che vede il flauto di Lucas Nighthawk protagonista dell’intera composizione. Torment è chitarristicamente parlando la canzone più pesante, mentre Misfortune gode di un’ottima parte di flauto che la rende orecchiabile fin dai primi ascolti. Infine è da citare Rebirth, ultimo brano del disco che vede anche la presenza dell’ospite Vittoria Nagni, violinista ex Blodiga Skald, che con gli inserti del suo strumento riesce a dare quel qualcosa in più a un pezzo che già in partenza suona convincente e di buona fattura. Durante l’ascolto di Our Forests Sing s’incontrano anche delle cose che andrebbero migliorate o rielaborate (i primi istanti di Nightfall e Inquisition sono piuttosto simili, per portare un esempio), ma tolta qualche spigolosità l’ascolto scorre piacevole.

La sensazione che si avverte è che i Legacy Of Silence siano all’inizio del percorso musicale e che con il giusto lavoro il prossimo disco possa riservare delle gustose sorprese. Our Forests Sing è un buon debutto consigliato a tutti gli appassionati di folk metal estremo, un cd che apre le porte della scena italiana a una nuova promettente band: benvenuti nella tribù!

Tuatha De Danann – The Tribes Of Witching Souls

Tuatha De Danann – The Tribes Of Witching Souls

2019 – EP – Heavy Metal Rock

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Bruno Maia: voce, chitarra, flauto, mandolino, banjo, bouzouki – Giovani Gomes: basso – Edgard Britto: tastiera

Tracklist: 1. The Tribes Of Witching Souls – 2. Turn – 3. Warrior Queen – 4. Your Wall Shall Fall – 5. Conjura – 6. Outcry (acoustic version) – 7. Tan Ping Ra Ta (orchestral version)

Come abbiamo visto in questi anni di Mister Folk, la musica folk metal non è un affare che riguarda esclusivamente l’Europa: Mongolia, Australia, Canada e Sud Africa hanno – chi più e chi meno – esponenti in questo genere musicale. Il Brasile non è certo da meno ed è rappresentato da più gruppi – tutti rigorosamente underground –, dei quali di sicuro i Tuatha De Danann sono i portabandiera. In attività dal 1995, i musicisti di Varginha hanno pubblicato quattro album e tre EP considerando questo The Tribes Of Witching Souls. Il nome del gruppo, però, è salito alla ribalta negli ultimi anni per la collaborazione su disco – e in concerto quando la band si trova in Europa – con Martin Walkyier, storica voce degli inglesi Skyclad. Ospiti o no, la cosa che conta maggiormente è la musica e negli ultimi tempi, ovvero dopo lo scioglimento del 2012 e successiva reunion, il combo brasiliano ha intrapreso la giusta via, pubblicando Dawn Of The New Sin e Tuatha De Danann rispettivamente nel 2015 e 2016, apportando significative novità nel sound.

The Tribes Of Witching Souls è un ottimo esempio di quello che i Tuatha De Danann sono nel 2019: una band che va avanti nonostante le difficoltà (l’addio dello storico batterista, sostituito per questa release da Fabricio Altino) e ancora capace di centrare il bersaglio con delle canzoni dirette e stilisticamente varie. Tanti gli ospiti, i più noti sono senz’altro il già citato Walkyier, Dave Briggs dei nord irlandesi Waylander, Fernanda Lira della thrash metal band Nervosa e Daisa Munhoz dei power metallers Vandroya; ognuno di questi musicisti ha portato qualcosa di concreto alla musica e la loro partecipazione è più che apprezzabile.

L’opener The Tribes Of Witching Souls ci proietta in un mondo fantasy e celtico per sonorità e stile, una canzone che centra il bersaglio al primo colpo, esempio lampante della bravura dei Tuatha De Danann: folk metal pulito e melodico, con il cantato di Bruno Maia che spicca il volo nel ritornello. Sono però le parti di musica tradizionale a dare la classica spinta in più, nelle quali i musicisti versano fino all’ultima goccia di sangue in corpo. La successiva Turn risalta per il chorus che entra subito in testa, oltre a una buona scrittura che in maniera equilibrata porta una sorta di power ballad ad essere una canzone completa sotto ogni aspetto, dando sempre la giusta importanza agli strumenti folk e in particolare alla cornamusa dell’ospite Alex Navar. Nella terza traccia, Warrior Queen, sono ben tre gli ospiti: la Munhoz ha l’onore di cantare, con il già menzionato Briggs e Rafael Salobreña a divertirsi con il bodhran in un contesto molto irlandese e frizzante. In Your Wall Shall Fall troviamo Walkyier al microfono e forse non è un caso che la canzone suoni come quelle degli Skyclad di metà anni ’90: semplice e immediata, dalle melodie vincenti sulla base delle chitarre più graffianti dell’intero EP. Conjura è un bel pezzo abbastanza tirato, ma comunque in linea con lo stile dei Tuatha De Danann: non manca la melodia, non mancano gli strumenti tradizionali a impreziosire il gustoso lavoro della chitarra e, soprattutto, non mancano le idee buone. Cinque brani nuovi e cinque belle canzoni; The Tribes Of Witching Souls termina con due ri-registrazioni di vecchi pezzi della band, ovvero Outcry in versione acustica e Tan Ping Ra Ta, quest’ultima che vede la partecipazione di Fernanda Lira delle Nervosa, qui a sorpresa alle prese con la voce pulita e melodica, brava ad adeguarsi alla delicatezza della composizione.

I trentuno minuti dell’EP sono assolutamente gradevoli e le canzoni in esso contenuto confermano la bravura del gruppo brasiliano; il gran numero di ospiti è un fatto curioso ma giustificato dai loro interventi. A ciò si deve aggiungere la mano di Brendan Duffey (Angra, Nervosa, Lothloryen) per quel che riguarda il mix e il mastering, di gran qualità. EP consigliato a chi cerca una mezz’ora di buon folk metal di stampo celtico e buon biglietto da visita per invogliare a scoprire i lavori precedenti.

Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Coldest Year – 2. The Moving Empire – 3. Hagakure’s Way – 4. Ódauðlegur – 5. The Great Run – 6. Kia Kaha – 7. Baba Jaga – 8. Shahrazād – 9. Homeland – 10. The First Sight Of A Blind Man

Solitamente i gruppi che arrivano al secondo disco sono ancora alla ricerca del proprio suono. Magari hanno capito come muoversi, ma alcune cose nel modo di comporre musica possono ancora cambiare ed evolversi. Gli Atlas Pain, invece, hanno ben chiaro come suonare e arrivati al secondo full-length suonano esattamente come ci si aspetta dagli Atlas Pain, ovvero potente bombastic metal personale e accattivante. La band milanese, in realtà, ha fatto intendere fin dal demo del 2014 come poteva realizzare buona musica e da allora non si sono spostati poi molto. Attenzione, non si parla d’immobilità artistica, ma della sempre più rara consapevolezza di stare facendo bene qualcosa e, di conseguenza, della non necessità di grandi cambiamenti. Certamente i musicisti in questi anni hanno lavorato non poco su ogni aspetto che riguarda gli Atlas Pain e i risultati – anche grazie a questo disco – sono sotto gli occhi di tutti.

Il nuovo Tales Of A Pathfinder è un concept album composto da dieci brani compresi intro e outro per una durata complessiva di quasi cinquanta minuti. Prima di addentrarci nella musica e nei testi, è bene menzionare l’accattivante copertina realizzata da Jan Yrlund (Manowar, Korpiklaani ecc.) e della potenza dei suoni grazie all’ottimo lavoro di Fabrizio Romani (Ulvedharr, Hell’s Guardian e Skylark, oltre al primo disco degli Atlas Pain What The Oak Left) per quel che riguarda il missaggio e il mastering e di Davide Tavecchia (una vecchia conoscenza della band, avendo lavorato con loro in occasione dell’EP Behind The Front Page del 2015, ma anche con gli Æxylium di Tales From This Land), entrambi bravi a catturare l’essenza e l’attitudine dei quattro musicisti in studio.

Dopo l’intro The Coldest Year apre le danze The Moving Empire, classica canzone per gli Atlas Pain perché incarna perfettamente il sound e lo spirito del gruppo lombardo: epic/folk/bombastic metal frullato in poco più di quattro minuti. Con questo brano inizia anche la storia del viaggio che ha come principio la città di Londra nel 1899 e che porterà ai confini del mondo con la scoperta di nuove terre e culture, fino a concludersi in maniera positiva e inaspettata: fiction e steampunk per un concept originale e fresco, lontanissimo dai soliti temi trattati in questo genere musicale. Hagakure’s Way brilla per il ritornello che vede uniti cori maschili e la voce harsh di Samuele Faulisi, mentre Ódauðlegur, come intuibile dal titolo, è la canzone che per stile ricorda maggiormente il metal scandinavo. A tal proposito c’è da dire che gli Atlas Pain aggiungono piccoli elementi ai vari brani in modo di farli avvicinare in qualche maniera a quando raccontato nei testi: un dettaglio, questo, che denota il lavoro in sala prove dei musicisti e la volontà di creare un qualcosa di realmente unico. A metà disco incontriamo quello che forse è il miglio pezzo di Tales Of A Pathfinder, ovvero The Great Run, dall’irresistibile crescendo che sfocia in un chorus potente e frizzante. Il brano è diretto e senza fronzoli, colpisce duro quando è il momenti di farlo, ma è anche tremendamente accattivante e ruffiano negli stacchi e nel già citato ritornello. Le parti veloci di Kia Kaha sono quelle che maggiormente rimangono impresse nella memoria, con Baba Jaga che invece stupisce piacevolmente anche nei rari momenti soft, tra note di pianoforte e orchestrazioni (intorno al terzo minuto) eleganti che ricordano i Turisas più ispirati: l’ultimo minuto, poi, è tutto da gustare e riascoltare, una sana dose di divertimento e spensieratezza che ogni tanto è assolutamente gradita. Il viaggio prosegue con Shahrazād, nella quale le sei corde si prendono le luci della ribalta prima di lasciare il passo agli undici minuti di Homeland, chiusura perfetta per un disco audace come questo. Il suono del mare è dolce così come la melodia di chitarra nei primi minuti del pezzo che diventa con il passare dei giri sempre più energico e tosto. A sorpresa, però, la maggior parte della composizione è strumentale e non mancano i cambi di umore che vanno a dipingere Homeland come una canzone teatrale che si conclude nell’outro The First Sight Of A Blind Man, elegante e dolce coda di pianoforte.

Tales Of A Pathfinder è la storia di un lungo viaggio alla ricerca di risposte, ma è anche il viaggio che gli Atlas Pain propongono all’ascoltatore: la musica è di qualità, il concept di primo livello e il risultato finale dice che il gruppo italiano conferma le qualità del debutto e apporta qualche piccola novità che rende l’ascolto del cd sempre interessante e divertente. Gli Atlas Pain sono entrati di diritto nell’elite del metal italiano, al di là delle etichette che, come appare chiaro ascoltando questo lavoro, stanno strette al gruppo.

Avathar – Bûrgulu Kû-Ghâra

Avathar – Bûrgulu Kû-Ghâra

2019 – full-length – Gollum’s Treasures

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Witch King: voce, chitarra, basso, drum programming – Scatha: tastiera, voce

Tracklist: 1. Pimeyden Aika – 2. Autumn Of Lothlorien – 3. Gloomweaver – 4. The Great Battle – 5. Kadotettu – 6. The Wind – 7. Tower Of The Moon – 8. Houses Of Pain – 9. To The Land Veiled In Mist – 10. Lost In The Waves – 11. Come Down With Us – 12. Nan Elmoth – 13. Sharp Glance

Non visto (Melkor, nda) giunse così finalmente nella buia regione di Avathar, angusto paese che si estendeva a sud della Baia di Eldamar alla falde orientali delle Peróri, e le sue lunghe e tristi spiagge si allungavano verso sud, prime di luce e inesplorate. Lì, sotto le nude pareti dei monti, accanto al freddo mare scuro, le ombre erano le più profonde e fitte che vi fossero al mondo; e in Avathar, in segreto e all’insaputa di tutti, Ungoliant aveva posto la propria dimora.

(J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion)

Il Tolkien metal, o Tolkien black metal, è un mondo tanto vasto quanto poco conosciuto. Alcuni gruppi sono riusciti a raggiungere il successo e a firmare con etichette leader del settore, altri sono invece relegati all’underground più oscuro e nascosto, portando avanti la fiamma tolkieniana senza chiedere altro se non la pubblicazione di un nuovo album di tanto in tanto. I finlandesi Avathar fanno parte di questa categoria: non si tratta certo di soldi o di “voler sfondare”, ma di sincera passione per i libri del Professore. Attivi dal 2000, raggiungono con questo Bûrgulu Kû-Ghâra la cifra di tre album pubblicati, a ben tre lustri dalla coppia Shadows e Where Light And Shadow Collide, quindici anni di attesa parzialmente mitigata da una manciata di demo rilasciati in cento copie a volta. Ma anche dall’ultimo demo dal titolo Dark Paths di anni ne sono passato ben nove e il sospetto che il duo di Ojakkala fosse arrivato al capolinea era più che plausibile, mentre a sorpresa – e grazie al supporto della Gollum’s Treasures, etichetta che lavora solo con band a tema tolkieniano e fantasy – vede la luce questo monumentale Bûrgulu Kû-Ghâra, lavoro ambizioso e ricco di canzoni ispirate, a cavallo tra epic metal, black metal e qualche reminiscenza folk.

Bûrgulu Kû-Ghâra è un album composto da tredici canzoni per una durata complessiva che supera i novanta minuti. Proprio la durata è l’unico neo di un disco in grado di emozionare ed eccitare in più punti, capace di far vivere sulla pelle dell’ascoltatore le vicende narrate in Autumn Of Lothlorien o in The Great Battle:

Beneath the blackened sky
Where the shadows lie
Morgoths reign of darkness and pain
Will end in the fire forged by the One

Non passa inosservata l’oscura Gloomweaver che contrasta non poco con la successiva The Great Battle, brano che esprime musicalmente tutta l’epicità e la drammaticità di una battaglia nella Terra di Mezzo con un tocco alla Manowar nella melodia della strofa. Di tutte le composizioni, Tower Of The Moon (tratta dal demo del 2008 From The Other Side) è quella che convince in meno, ma gli Avathar si riprendono subito con la doppietta Houses Of Pain / To The Land Veiled In Mist, ma è in realtà tutta la seconda parte di Bûrgulu Kû-Ghâra a funzionare bene e non mostra momenti meno intensi di altri. La produzione aiuta la buona riuscita del full-length: i suoni pastosi e robusti portano la musica a un livello di epicità incredibile e le chitarre in particolare godono della giusta brillantezza pur in un contesto tendente al dark. Gli oltre dieci minuti di Sharp Glance chiudono degnamente il ritorno degli Avathar, un brano che mescola tutti gli ingredienti del duo finlandese ed ennesima dimostrazione di bravura per Witch King e Scatha.

Da una parte è comprensibile il desiderio di inserire più canzoni possibili in un disco che vede la luce dopo che l’ombra sembrava essersi impossessata della carriera degli Avathar, ma ascoltare l’intero disco tutto d’un fiato è cosa tutt’altro che semplice anche se, quando ci si riesce, è una gran soddisfazione. Delle tredici tracce, sette sono inedite, mentre le restanti sono prese (e ri-registrate) dai demo prima menzionati: un lavoro di recupero giusto perché queste canzoni sono tra le più ispirate del cd e sarebbe stato un peccato lasciarle da parte. Da fan della musica e potenzialmente interessato alla proposta degli Avathar, avrei preferito il formato doppio cd con nel primo disco gli inediti e nel secondo le ri-registrazioni dei vecchi brani; tra l’altro i due cd avrebbero avuto entrambi una durata di circa quarantacinque minuti ciascuno. Questo però non cambia di certo il giudizio più che positivo su Bûrgulu Kû-Ghâra, un album che non può mancare nella collezione degli appassionati del Tolkien metal, interessante dal punto di vista lirico e ricco di canzoni in grado di far tremare anche gli Uruk-Hai di Saruman.

Eluveitie – Slania

Eluveitie – Slania

2008 – full-length – Nuclear Blast

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Granzmann: voce, chitarra, mandolino, flauto, uilleann pipe – Sime Koch: chitarra – Ivo Henzi: chitarra – Rafi Kirder: basso – Merlin Sutter: batteria – Anna Murphy: voce, ghironda – Sevan Kirder: flauto irlandese, tin whistle, cornamusa – Meri Tadić: violino, voce

Tracklist: 1. Samon – 2. Primordial Breath – 3. Inis Mona – 4. Gray Sublime Archon – 5. Anagantios – 6. Bloodstained Ground – 7. The Somber Lay – 8. Slania’s Song – 9. Giamonios – 10. Tarvos – 11. Calling The Rain – 12. Elembivos

Ci sono quattro gruppi che, più di altri, hanno contribuito in maniera prepotente alla diffusione del folk metal dopo i primi (fantastici) vagiti degli anni ’90: questi sono Korpiklaani, Finntroll, Ensiferum ed Eluveitie. Loro, nel corso del primo decennio nel nuovo millennio, hanno pubblicato una serie di dischi fondamentali per far conoscere il folk metal al grande pubblico e, involontariamente, farlo diventare una moda negli anni successivi, portando le etichette discografiche a puntare e investire in una grande quantità di formazioni folk oriented, spesso con risultati non particolarmente esaltanti. Gli Eluveitie del secondo full-length Slania sono tra i maggiori responsabili dell’affermazione di questo genere a livello europeo e mondiale: il disco è un perfetto bilanciamento tra metal estremo e sonorità celtiche, ricco di strumenti folk liberi di spaziare in lungo e largo durante le canzoni e con un singolo, Inis Mona, dal fare quasi radiofonico senza per questo risultare troppo melodico o ruffiano.

La band svizzera si era fatta notare con l’ottimo disco di debutto Spirit, lavoro uscito per la piccola Fear Dark Records, talmente buono da far approdare Granzmann e soci alla corte della Nuclear Blast Records. All’epoca della pubblicazione girava tra gli appassionati la frase “con Spirit facevano folk con influenze death metal, con Slania fanno death metal con influenze folk”: quanto c’è di vero? Se si prendono i due lavori e si ascoltano in successione ci si rende conto che effettivamente tra i dischi un po’ di differenza c’è. Ed è vero che Slania è più death oriented (le influenze dei Dark Tranquillity di The Mind’s I a volte sono molto chiare) rispetto a Spirit, che invece aveva un legame molto forte con una sorta di folk ancestrale e che non è stato più riproposto dagli Eluveitie nei cd successivi. Molta differenza la fa la produzione: cristallina e iper potente quella di Slania, che mette in grande risalto il guitar work del duo Henzi/Koch, più rustica e primordiale – ma comunque buona e adatta alla musica – quella di Spirit. Alcune cose tra i due full-length sono cambiate: la line-up passa da nove a otto elementi con l’abbandono di Sarah Kiener e Linda Suter e l’ingresso di Anna Murphy, la quale si rivelerà fondamentale soprattutto per l’approccio vocale, ma a cambiare è anche l’attitudine della band, ora più concentrata sul prodotto “da vendere” senza per questo perdere di vista l’aspetto concettuale e filosofico che fin dai primi passi ha contraddistinto la formazione elvetica.

Nei cinquanta minuti di Slania (nome di una ragazza inciso su una pietra realmente esistente) troviamo canzoni aggressive caratterizzate da un imponente muro creato dalle chitarre e dalla sezione ritmica, così come brani più tipicamente folk metal; la novità è quella di avere in scaletta ben due singoli che hanno portato a termine la missione che gli era stata affidata: far avvicinare/innamorare più gente possibile al sound degli svizzeri, cosa perfettamente riuscita. Il singolo principale dell’album è Inis Mona, canzone ancora oggi amatissima dal pubblico e puntualmente riproposta dagli Eluveitie in sede live. Il testo narra dell’isola dal nome che dà il titolo alla canzone, conosciuto anche come Ynys Môn in gallese o isola d’Anglesey ai giorni nostri, situata nel nord del Galles. Granzmann e Murphy cantano dell’importante scuola druidica che si trovava sull’isola, luogo di formazione che poteva accogliere i druidi anche per venti lunghi anni. L’isola fu attaccata dai Romani nel 61 d.C. per porre fine al potere druidico, una carneficina nota come il “Massacro di Menai”. Musicalmente è un brano mid-tempo nel quale grande importanza rivestono cornamuse, flauti, violino e ghironda, fino all’esplosione del ritornello:

I close my eyes, Inis Mona
And reminisce of those palmy days
As long o’er you, Inis Mona
I’ll call you my home

Le melodie utilizzate in Inis Mona sono di facile presa e per questo funzionali al successo della canzone, ma sono già state utilizzate in passato da altri musicisti: il ritornello lo troviamo nel rap celtico dei parigini Manau (che lustri fa hanno goduto di grande successo) nella canzone La Tribu De Dana, i quali a loro volta si sono ispirati al grande Alan Stivell, arpista francese che ha (ri)portato in auge la musica bretone e che si esibisce dal lontano 1953; il pezzo in questione è Tri Martolod, un classico dei suoi show davanti a migliaia di persone danzanti.

Inis Mona è la traccia numero tre: in apertura troviamo il bell’intro Samon che porta direttamente all’ottima Primordial Breath, canzone che incorpora alla perfezione quanto detto poc’anzi dei cambiamenti stilistici degli Eluveitie. Gli strumenti folk hanno sempre grande e primario spazio, ma sono le chitarre – ora grasse e roboanti – a fare la differenza, sciorinando riff death metal che però lasciano spesso i riflettori a flauti e violini. Gray Sublime Archon è caratterizzata da un notevole wall of sound vagamente moderno e dal ritornello ruffiano cantato sia in scream che in pulito per un risultato assolutamente degno di nota. Con Anagantios la band elvetica si prende una pausa dal metal e torna in forma strumentale alle origini del folk con un brano di oltre tre minuti di rara delicatezza, con ghironda e violino dolci e struggenti al tempo spesso, bruscamente spazzati via da Bloodstained Ground, un assalto frontale di appena duecento secondi, prettamente melodic death durante le strofe e sublime nell’accelerazione del bridge con il flauto a guidare tutti gli strumenti verso la gloria. Più varia e “melodica”, The Somber Laynon rinuncia agli up-tempo e alla furia di Merlin Sutter alla batteria, ma rallentamenti di ritmo e corpose incursioni del flauto rendono la composizione varia e accattivante al punto giusto. Con Slanias Song gli Eluveitie provano a tirar fuori una Inis Mona parte due: adulatrice e melodica, è caratterizzata dalla bella voce di Anna Murphy e dalle molte parti prive di chitarra, anche se lo scream di Granzmann (rafforzato dagli sporadici riff delle sei corde) prova a dare un contorno ruvido al brano che, di fatto, è un secondo singolo vincente. Interessante sapere che il testo è in lingua gallica (nel booklet è comunque presente la traduzione inglese), risultato del lavoro svolto da David Stifter, grande conoscitore dell’antica lingua, già professore all’università di Vienna al tempo di Slania e oggi dietro la cattedra in Irlanda presso l’università di Maynooth. Il breve intermezzo celtico Giamonios ci prepara per l’ultimo assalto sonoro degli Eluveitie, ovvero Tarvos, brano eccellente ancora oggi nella setlist nei concerti. La ghironda si fa sentire prepotente nel bridge, mentre nel ritornello flauti e violino sono gli strumenti principali di una canzone che ben bilancia l’anima più rude della band con la ricerca musicale legata alla tradizione popolare: quel che ne esce è di elevata qualità e che si trovi praticamente a fine disco qualifica la bontà delle altre composizioni in quanto non si avvertono cali qualitativi all’interno della scaletta. Calling The Rain è un’ode alla natura più incontaminata e potente, musicata in maniera da dare pari risalto alle parti estreme e quelle più melodiche creando anche in questo caso un equilibrio che porta a Elembos, una sorta di canzone/outro piuttosto lunga per i canoni degli Eluveitie (6:31): le sonorità pagane e i cori che si ripetono per l’intera durata della canzone creano un effetto sacro e solenne, con gli assoli di Sime Koch, Meri Tadić e l’ospite (su suggerimento del produttore Jens Bogren) Simon Solomon che si susseguono con grande naturalezza, portando a conclusione un lavoro impeccabile sotto ogni punto di vista.

Decidual the forests proclaim
The glory primal, the rapturous supremacy
Vanquishing the vile
Burgeoning beyond, bearing the essence of life

Crave for the rapture again
Long for the pristine light

Se Slania suona compatto, al passo coi tempi ma anche verace e potente, è merito di Bogren, il quale ha seguito le registrazioni di voce, basso, chitarre e batteria, nonché responsabile del missaggio e del mastering finale. Il lavoro fatto sui suoni è a dir poco imponente, capendo cosa di Spirit andava migliorato e lavorando affinché il risultato audio finale raggiungesse gli standard richiesti a un disco pubblicato per una major. Il libretto di sedici pagine è curatissimo e graficamente ben realizzato: ci sono le foto di tutti i musicisti, i testi e un’estesa spiegazione delle canzoni dal punta di vista lirico. Una cura del genere è veramente difficile da trovare.

Per il decimo anniversario di Slania è stata pubblicata una nuova versione dell’album, in verità assai poco interessante per chi già possiede il disco. A cambiare è solamente la copertina, con la bambina Slania ora diventata donna (per l’occasione è stata chiamata a posare la stessa modella di dieci anni fa, probabilmente questa la “nota” più interessante della ristampa); in aggiunta alla tracklist sono state aggiunte alcune canzoni bonus in versione demo e Samon acustica, quest’ultima già nota in quanto facente parte dell’edizione limitata del 2008 con il bonus dvd – questo sì interessante – con il videoclip di Inis Mona, una serie di fotografie promo e live e soprattutto il video di quattro canzoni suonate dagli Eluveitie in occasione del tedesco Ragnarök Festival 2007.

Anno 2008: gli Eluveitie pubblicano Slania, disco destinato a passare alla storia del folk metal. La domanda finale è una: quanta gente si è avvicinata a questo genere grazie a Inis Mona, alle melodie celtiche su base death metal e alla voce di Anna Murphy? Esatto, tantissima. Anche solo per questo motivo bisognerebbe essere grati a Granzmann e soci, ma più semplicemente Slaniaè un album perfetto e tanto basta per definirlo capolavoro.