Lou Quinse – Lo Sabbat

Lou Quinse – Lo Sabbat

2018 – full-length – Sliptrick Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: IX. L’ermite: voce – XIX. Lo Solelh: chitarra – XVIII. La Luna: basso – Lo Mat: batteria – I. Lo Bagat: organetto – VII. Lo Carreton: flauto, cornamusa

Tracklist: 1. Sus La Lana – 2. Chanter Boire Et Rire Rire – 3. Diu Fa’ Ma Maire Plora – 4. La Dancarem Pus – 5. Lo Cuer Dal Diaul – 6. Dessùs La Grava De Bordeu – 7. Giga Vitona – 8. Purvari E Palli – 9. Lo Boier – 10. La Martina – 11. La Marmòta – 12. Sem Montanhòls

Una delle formazioni più snobbate e sottovalutate del panorama italiano del folk metal è quella dei Lou Quinse, band piemontese che dal 2006 sputa folk e diavoli in varie salse. Il gruppo guidato da L’Ermite si autodefinisce “alpine extreme metal folkcore” e arriva al secondo disco dopo il debutto Rondeau De La Forca del 2010: rispetto al primo album Lo Sabbat è decisamente un lavoro più maturo e personale, molto è cambiato (e migliorato) in questi anni, fermo restando l’attitudine caciarona e sfrontata che da sempre li contraddistingue.

Il disco si presenta veramente bene: digipak bello colorato e con una copertina semplicemente spettacolare sono i primi passi per avere il gradimento del pubblico, e Lo Sabbat sotto questo punto di vista non ha veramente nulla da temere. I disegni e lo stile sono volutamente vicini a quelli del pittore ceco Alfons Mucha, i Lou Quinse hanno voluto osare qualcosa di diverso dal solito artwork folk metal e il risultato è davvero eccezionale. Con una grafica del genere è lecito aspettarsi un booklet da far strabuzzare gli occhi, e in parte è così: il libricino è esteticamente perfetto e i testi in lingua occitana, oltre a una breve presentazione, sono tradotti in inglese. Solo che nel cd il booklet non c’è, in quanto il file può essere visto e scaricato dal sito ufficiale dei della band, una scelta che danneggia non poco chi acquista il disco fisico.

Le cornamuse e le chitarre di Sus La Lana accolgono l’ascoltatore in un salotto musicale che con Chanter Boire Et Rire Rire (in un certo senso il singolo del disco) si rivela tutto tranne che accogliente. Il folk metal dei Lou Quinse è veloce e spietato, maledettamente orecchiabile anche quando i tempi si fanno spinti e la musica non da un attimo di tregua. Cori e accelerazioni brutali contrastano con la melodia che dal fondo s’innalza prepotente e in questo brano la vocazione al caos raggiunge picchi epici. Il ritmo è ancora sostenuto in Diu Fa’ Ma Maire (ovvero la descrizione della dura vita del pecoraro) e il tono continua ad essere serio ma beffardo, in linea con il testo. Con La Dancarem Pus le cose si fanno diverse, i Lou Quinse si muovono in un terreno meno pesante nella prima parte e tirano fuori una composizione più articolata del solito che mostra la crescita dei musicisti. Dopo la feroce Dessùs La Grava De Bordeu, Giga Vitona porta una ventata di puro cazzeggio in up-tempo che fa tanta allegria; interessante notare come, a un certo punto, spunti fuori una melodia che il fan del folk metal italiano conosce molto bene, in quanto è quella di La Caccia Morta dei Furor Gallico. In questo caso, come fu per Oakenshield e Storm con Earl Thorfinn e Oppi Fjellet, la melodia utilizzata nelle due canzoni è la stessa in quanto entrambi i brani traggono la propria ispirazione dalla medesima fonte popolare. Domenico Straface, brigante cosentino nel XIX secolo, è il protagonista di Purvari E Palli, pezzo che vede anche una parte cantata in calabrese e che non risparmia nulla in fatto di folk e voglia di ribellione. La seguente Lo Boier è una canzone dai significati simbolici legati all’eresia dei catari (movimento che nel XII e XIII secolo ebbe un discreto seguito in Linguadoca, Occitania, Italia ed est Europa prima della violenta soppressione per mano della Chiesa) utilizzando la storia della sfortunata pastorella Joana. Lo Sabbat arriva al terzo atto, “La Martina”: dopo uno strumentale dai toni malinconici le melodie allegre di La Marmòta (con le parole tratte del poeta/politico anticlericale Angelo Brofferio) suonano spensierate a differenza del testo carico di tensione. Un canto di montagna e liberazione porta a conclusione il disco: Sem Montanhòls è forse la migliore maniera per terminare i quarantasei minuti dell’album. Pezzo acustico e ritmato, sentito dai musicisti quanto dagli ascoltatori perché i Lou Quinse nel coinvolgere il pubblico sono bravissimi.

Il disco quindi cresce con gli ascolti e la seconda parte in particolare riesce a donare ogni volta delle piccole novità che rendono Lo Sabbat sempre fresco. Quasi tutte le canzoni del disco sono prese (sia testi che musica) dalla tradizione popolare locale e in seguito elaborate fino a farle suonare Lou Quinse al 100% senza però perdere quell’alone alpino che è fondamentale per il sound del gruppo.

Detta dell’alta qualità della musica, è giusto parlare anche dall’ottima produzione, all’altezza delle canzoni e che fa suonare tutto naturale e potente senza minare minimamente la credibilità del lavoro svolto dai musicisti. Gran parte del merito va riconosciuto a Tino Paratore, nome di culto nel punk/hardcore, che ha registrato e missato Lo Sabbat, con Tom Kvalsvoll (Trollfest, Kampar, Darkthrone, Windir ecc.) che ha curato il mastering al Kvalsonic Lab di Oslo.

Anni di silenzio possono distruggere un gruppo e sgretolare il seguito che negli anni si è meritato, ma nel caso dei Lou Quinse è stato utilissimo per lavorare con impegno a un disco come Lo Sabbat, lavoro che li deve per forza far uscire dall’indifferenza del sonnacchioso pubblico e lanciarli verso palchi ed eventi di caratura internazionale.

Annunci

Kanseil – Fulìsche

Kanseil – Fulìsche

2018 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 9 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce – Federico Grillo: chitarra – Davide Mazzucco: chitarra, bouzouki – Dimitri De Poli: basso – Luca Rover: batteria – Luca Zanchettin: cornamusa, kantele – Stefano Da Re: rauschpfeife, flauto

Tracklist: 1. Ah, Canseja! – 2. La Battaglia Del Solstizio – 3. Ander De Le Mate – 4. Pojat – 5. Orcolat – 6. Serravalle – 7. Vallòrch – 8. Il Lungo Viaggio – 9. Densilòc

Quella dei Kanseil è stata, fino a questo momento, una marcia che non ha conosciuto stop o rallentamenti. Anzi, quella dei Kanseil è stata una marcia trionfale perché dal 2010 a oggi non ha conosciuto altro che stima e rispetto, cose che vanno guadagnate sul campo. Proprio quello che ha fatto la band di Fregona (TV) con un demo sorprendente sei anni fa dal titolo Tzimbar Bint e con il debutto Doin Earde del 2015. Buona musica accompagnata da imponenti esibizioni live e una fama che con il tempo si è fatta considerevole se si guarda all’underground tricolore.

Da Fulìsche ci si aspettava molto, e l’attesa è stata ripagata con quarantacinque minuti di folk metal intenso e sincero, suonato con il cuore e in perfetta linea con il progetto Kanseil. Quello di Andrea Facchin e soci non è semplicemente un discorso musicale, in quanto il binomio musica/testi è fondamentale e mai banale: i musicisti veneti amano la propria terra, hanno a cuore il destino e la storia del Cansiglio, l’altopiano prealpino al centro dei loro racconti.

Ah, Canseja! è la poesia d’amore declamata in dialetto dal poeta Pier Franco Ulliana scelta come apertura del disco, un inizio molto intenso quanto inaspettato. I Kanseil mostrano i muscoli con la furiosa La Battaglia Del Solstizio, un trionfo di riff oscuri e melodie che scaldano l’anima; il testo descrive la brutalità della prima guerra mondiale e della Seconda Battaglia del Piave in particolare, combattuta lungo il fiume nel giugno 1918 e che si è rivelata fondamentale per la fine del conflitto. Ander De Le Mate (una grotta dalla grande energia e avvolta da racconti fantastici) ha un ritornello di grande presa, così come colpisce il break centrale che aumenta di giri fino ad arrivare all’assolo di chitarra che porta all’esplosione del ritornello:

Volano i miei pensieri
Nel vento perderò
Ma attenderò e osserverò
Spiriti che mi avvolgono
Intorno a me… Ander De Le Mate

La tradizione alpina prosegue con Pojat, una canzone dal chorus accattivante che racconta il duro lavoro dei carbonai. I ritmi sono blandi e la voce quasi narrata fino al ritornello e al crescendo che segue: growl e strumenti folk danno dinamicità al brano che mostra in maniera chiara tutta la crescita compositiva dei Kanseil. Fulìsche prosegue tra storia e racconti popolari con Orcolat, la causa del tremendo terremoto che colpì il Friuli nel 1976. Leggenda vuole che sia stato provocato dalla creatura mostruosa Orcolat (“orcaccio” in dialetto), rinchiuso dalla Regina Dei Ghiacci nel monte San Simeone e che quando prova a uscire provoca le scosse. La sua è una triste storia: è innamorato dell’umana Amariana che non ricambia il sentimento e, pur di non sposarlo, si fa trasformare nella montagna che porta il suo nome. Come la storia, così la musica di Orcolat è ricca di contrasti: momenti di grande rabbia sonora (“e la sua quiete spezzerò, con i miei passi farò tremare tutta la valle sotto di lei. E io la morte porterò su tutto ciò che le vostre guerre non han distrutto già”) si alternano ad altri più ariosi e melodici, in perfetta sintonia con la leggenda. L’acustica Serravalle colpisce al cuore tutte le persone che sono vissute in un piccolo paese e ci hanno lasciato il cuore. Una manciata di case in pietra in una verde vallata appenninica, il silenzio della natura interrotto dal ritoccare del campanile e dalle urla dei bambini che giocano in strada. Tutto questo è descritto magistralmente nei quattro minuti della composizione. Dalle sonorità “europee”, Vallòrch è una canzone dall’impatto immediato e il guitarwork dinamico, ma soprattutto caratterizzata dal grande lavoro degli strumenti folk. Nel brano è ospite in più parti Sara Tacchetto, voce dei Vallorch, e il suo timbro si sposa meravigliosamente con il sound dei Kanseil e il growl di Andrea Facchin. Il Lungo Viaggio parla delle persone costrette ad emigrare per cercare fortuna, ma con la propria terra sempre nel cuore. Musicalmente è un brano dalle tinte tetre con la cornamusa protagonista; il testo raggiunge il suo apice nella malinconica descrizione degli emigrati che si fanno forza come possono:

Ed imbracciano fisarmoniche
e raccontano storie di povertà
Si raccolgono ad un fuoco che
Freddi notti calore darà

Il viaggio nelle storie raccontate dai Kanseil termina con Densilòc, “nessun luogo” nel dialetto dell’Alpago. La canzone è più melodica delle altre, un po’ folkstoniana nella musicalità, con il protagonista a proprio agio con ciò che lo circonda in una camminata solitaria a cavallo tra la notte e il sorgere del sole.

Nove brani tutti diversi tra loro ma accomunati dai testi sempre legati alla terra d’origine della band e dalla grande qualità musicale. Fulìsche è il disco della consacrazione dei ragazzi di Fregona che ora devono iniziare a raccogliere quanto seminato in precedenza.

Fulìsche è il capolavoro dei Kanseil? Difficile dirlo ora, ma sicuramente ci troviamo dinanzi a un lavoro virtuoso, suonato magistralmente e in grado di trasmettere tutto l’amore e la sofferenza che il Piano del Cansiglio e le zone care alla band hanno visto alternarsi. La crescita del gruppo è stata continua e sorprendente fin dal primo demo Tzimbar Bint e quindi, in un certo senso, un lavoro come questo non dovrebbe sorprendere più di tanto. I Kanseil sono passati nel giro di pochi anni (e appena due dischi) da essere una giovane formazione di belle speranze a una delle poche e robuste realtà del folk metal nazionale. Fulìsche sarà per loro il biglietto d’ingresso per la scena folk metal che conta.

Infinitas – Skylla

Infinitas – Skylla

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Böll: voce, percussioni – Selv Martone: chitarra – Piri Betschart: batteria, clarinetto – Irina Melnikova: violino

Tracklist: 1. Skylla – 2. Conclusio – 3. Samael (acoustic) – 4. Leprechaun

A un anno esatto dalla pubblicazione di Civitas Interitus, gli svizzeri Infinitas tornano sul mercato con un nuovo prodotto: questa volta si tratta di un EP di quattro pezzi per tredici minuti di durata intitolato Skylla e disponibile unicamente in formato digitale. Il disco è un’appendice del precedente cd, ma anche l’occasione per presentare la nuova formazione (fuori il bassista Pauli, non rimpiazzato, e la violinista Laura Kalchofner sostituita da Irina Melnikova) al lavoro. Nonostante non sia prevista la versione fisica, Skylla ha lo stesso il booklet con i testi e le informazioni tecniche su registrazioni e musicisti, nonché una mappa utilissima per orientarsi nel mondo creato dagli Infinitas.

La prima traccia è la title-track, canzone già nota in quanto contenuta in Civitas Interitus: stessa identica versione ma tagliata nella coda, ovvero due minuti acustici tra note e rumori; chitarre maideniane, ritornello orecchiabile e le melodie seducenti di violino sono gli ingredienti di questa canzone. Segue Conclusio: pianoforte/violino riprendono le melodie di Skylla e le impregnano di malinconia, uno strumentale breve quanto intenso. Anche il brano Samael fa parte del full-length del 2017, ma la versione di questo EP è acustica. Alcune parti sono state leggermente ri-arrangiate e il risultato è molto gradevole sia per l’ottimo lavoro di squadra che per l’interpretazione potente della cantante Andrea Böll. L’ultima traccia del dischetto è Lepechaun, un pezzo irish folk strumentale (è presente anche il clarinetto, strumento inusuale nel folk metal) dal ritmo gioviale che invita a ballare e divertirsi. Un bel contrasto (voluto) con il testo di Skylla (nome preso da un mostro della mitologia greca), nel quale si tratta l’argomento dell’elaborazione della morte e della possibile conseguente depressione.

Skylla è un EP digitale che non presenta novità o anticipazioni degli Infinitas che saranno, ma è comunque buono per chi già apprezza la band e per chi, magari sedotto dal ritornello catchy della title-track, si avvicina alle sonorità della band di Muotathal.

Nine Treasures – Nine Treasures

Nine Treasures – Nine Treasures

2013 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Askhan: voce, chitarra – Orgil: basso – DingKai: batteria – Wiils: balalaika – Tsog: morin khuur

Tracklist: 1. Intro – 2. 黑心 / Black Heart – 3. 特斯河之赞 / Tes River’s Hymn – 4. Sonsii – 5. 满古斯寓言 / Fable Of Mangas – 6. 骏马赞 / Praise For Fine Horse – 7. 映山红满山坡 / Azalea – 8. 城南游幻 / The Dream About Ancient City – 9. 三岁神童 / Three Years Old Warrior

Dopo un esordio con i botti come Arvan Ald Guulin Hunshoor era difficile ripetersi per i Nine Treasures. La storia musicale è piena di grandi dischi di debutto che non hanno avuto dei successori di pari livello. E invece la band di Pechino non solo tira fuori un gran bel cd, ma lo fa continuando il discorso musicale intrapreso un anno prima con il debutto incorporando, però, delle piccole ma significate novità per il sound finale.

Il disco è marchiato Einheit Produktionen, etichetta tedesca che ha ristampato nel 2017 Nine Treasures rendendolo facilmente reperibile in Europa; il formato è un semplice ma elegante digipak con il libretto di otto pagine con i testi in mongolo (non tradotti in inglese) e tutte le info tecniche su formazione, crediti e contatti.

Dopo i due minuti di Intro, le note di 黑心Black Heart ci sommergono subito con il folk metal tipico dei Nine Treasures fatto di up-tempo, melodie travolgenti e un’orecchiabilità fuori dal comune nonostante una lingua che nel mondo del metal è praticamente sconosciuta. La sei corde di Ashkan è più presente rispetto al passato, ci sono spazi dedicati ai riff di chitarra che quindi non si limita più a creare un tappeto per strumenti folk e melodie, tornando in alcuni frangenti a essere lo strumento principale. Questa novità la troviamo anche nelle successive tracce e dona un po’ di freschezza al sound del gruppo e un’arma in più da potersi giocare quando se ne presenta il bisogno. L’accoppiata che segue è senza dubbio la più famosa della discografia di Ashkan e soci: 特斯河之赞 / Tes River’s Hymn e Sonsii sono i due pezzi più famosi dei Nine Treasures, immancabili in ogni loro live. Si tratta semplicemente di due canzoni a dir poco accattivanti, facilmente memorizzabili e dal grande impatto live anche grazie ai ritornelli e cori, in poche parole i singoli perfetti. 满古斯寓言 / Fable Of Mangas si distingue principalmente per il break strumentale a metà canzone dove è presente un assolo di chitarra piuttosto lungo, cosa molto rara nel mondo del folk metal. I musicisti in questo album provano anche a fare qualcosa di diverso a livello di struttura e 骏马赞 / Praise For Fine Horse è un buon esempio in tal senso. Piccoli stop’n’go e il crescendo che si registra verso la fine della composizione denotano la volontà di non ripetere all’infinito sempre la stessa canzone. Ritmo rock’n’roll e riff diretti sono alla base di Azalea, pezzo che non disdegna rallentamenti e melodie oscure, sicuramente un brano singolare nella discografia dei Nine Treasures. 映山红满山坡 / The Dream About Ancient City è una traccia strumentale, ma pur suonando bene sembra che ci si sia stato un errore nel missaggio finale con l’esclusione delle parti vocali. I brani strumentali sono quasi sempre particolari e diversi da tutti gli altri, con una struttura originale. I musicisti sono maggiormente liberi di creare e osare e infatti la costruzione del ritornello solitamente non è contemplata. The Dream About Ancient City, invece, è costruita con la classica sequenza strofa-bridge-ritornello che si ripete più volte e proprio per questo l’effetto finale non è dei migliori. Il disco è concluso alla grande con 三岁神童 / Three Years Old Warrior, un bel riassunto delle qualità dei Nine Treasures: riff ispirati, goduriose melodie mongole suonate dalla balalaika e dal morin khuur (strumento a corde tipico cinese suonato con l’archetto) e quell’imprevedibilità che rende Nine Treasures un lavoro fresco.

Invece di ripetersi o snaturare il proprio sound i Nine Treasures decidono saggiamente di andare avanti sul sentiero segnato da Arvan Ald Guulin Hunshoor con delle piccole ma gustose novità che permettono loro di realizzare un cd davvero bello e originale pur avendo ben impresso il marchio tipico della band. Sinceramente da un secondo disco non si può chiedere di meglio e per questo motivo Nine Treasures dovrebbe essere nella collezione di dischi di ogni appassionato di folk metal.

Nine Treasures – Arvan Ald Guulin Hunshoor

Nine Treasures – Arvan Ald Guulin Hunshoor

2012 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: 阿斯汗 (Ashan Avagchuud): voce, chitarra – 敖瑞峰: basso – 丁凯 (Ding Kai): batteria – 伟力斯: balalaika – 艾伦: strumenti folk – 萨其尔: sample

Tracklist: 1. 圣赞 / Tenggerling Tool – 2. 神秘之力 / Nuutshai Chadal – 3. 十丈铜嘴 / Arvan Ald Guulin Honshoor – 4. 骑兵 / Morit Tsereg – 5. 娜明达赖 / Nomin Dalai – 6. 吆呼尔 / Yoohor – 7. 英雄 / Baater – 8. Galloping White Horse (bonus track) – 9. Through Pain (bonus track)

Se a una base di musica heavy metal si aggiunge un’abbondate dose di folklore cinese il risultato sarà Arvan Ald Guulin Hunshoor, disco di debutto dei Nine Treasures. L’altro nome da fare in questo caso è quello dei Tengger Cavalry dell’ormai lontano debut album Blood Sacrifice Shaman (2010), che pari ai Nine Treasures hanno contribuito alla diffusione del folk metal cinese nel mondo.

Il lavoro dei Nine Treasures è stato pubblicato originariamente nel 2012 come autoprodotto, ma negli anni ci sono state diverse ristampe: quella presa in considerazione per la recensione è del 2017 ad opera dell’etichetta tedesca Einheit Produktionen. Il cd si presenta in un’elegante veste digipak con una nuova copertina realizzata da Zakk Wu (Dying Fetus, Ritual Day) e la tracklist differente per quel che riguarda le bonus track. Nel disco del 2012 sono presenti la cover dei Metallica For Whom The Bell Tolls e Nuutshai Chadal in versione acustica, mentre in questa ristampa compaiono Galloping White Horse e Through Pain, brani tratti da l’EP digitale Galloping White Horse del 2015. Tutte le tracce sono state re-editate, ma sia la chitarra che il basso sono incisioni nuove di zecca, ora potenti e nitide rispetto alla precedente versione. Il booklet, purtroppo, vede solo la presenza dei testi non tradotti in inglese e nessuna foto, info su line-up, registrazioni e altre informazioni utili.

Il folk metal della band di Pechino è tendenzialmente allegro e ritmato, vicino per stile a quello dei Korpiklaani. Tutti i musicisti sono originari della Mongolia e difatti le canzoni sono cantate in lingua mongola e anche il logo del gruppo è caratterizzato dall’alfabeto mongolo. L’apertura del disco è affidata all’intro 圣赞 / Tenggerling Tool che presto lascia spazio alla robusta 神秘之力 / Nuutshai Chadal, canzone che può essere intesa come manifesto musicale dei Nine Treasures. La balalaika è sempre presente e la chitarra suona robusta con la voce di Ashan Avagchuud a metà strada tra il pulito e il tipico cantato mongolo throat singing. 十丈铜嘴 / Arvan Ald Guulin Honshoor è un altro pezzo ispirato, fortemente ritmato e sempre ricco di melodie folk che rendono la composizione deliziosa. Il ritmo cala in 骑兵 / Morit Tsereg, ma non la qualità della canzone: il mid-tempo concede respiro all’ascoltatore e mostra uno stile (purtroppo) poco utilizzato dai Nine Treasures. Nei tre minuti di 娜明达赖 / Nomin Dalai tornano a farsi sentire i riff in levare e le melodie gioiose tipiche della band, con il cantato sempre accattivante con delle linee vocali azzeccate. 吆呼尔 / Yoohor è la più korpiklaaniana di tutte le canzoni: con Jonne Järvelä alla voce e il violino al posto della balalaika non si noterebbe la differenza tra i due gruppi! L’ultima traccia del cd è 英雄 / Baater, mid-tempo roccioso e incisivo, equilibrato tra le parti heavy e quelle (squisite) folk, una canzone varia per stile durante la quale i musicisti si lasciano andare (un po’ come accaduto con la parte strumentale di Nomin Dalai) realizzando una canzone 100% Nine Treasures. Le due bonus track aiutano a dare un minutaggio almeno dignitoso ad Arvan Ald Guulin Honshoor che altrimenti non arriverebbe a 23 minuti. Galloping White Horse ha delle belle chitarre grintose e una parte centrale folk particolarmente ispirata che da sola vale l’acquisto del disco, mentre Through Pain, nonostante il titolo, ha sonorità spensierate e primaverili.

十丈铜嘴 / Arvan Ald Guulin Honshoor è un signor disco di debutto, una spanna sopra la media per qualità e freschezza. Ai Nine Treasures non va riconosciuto “soltanto” il merito di aver realizzato un cd semplicemente bello, ma anche di aver portato avanti con coerenza un sound e una visione della musica tutt’altro che scontata. Grazie alla ristampa della Einheit Produktionen questo album è facilmente reperibile, il consiglio, quindi, è quello di non farselo scappare.

Insubria – Nemeton Dissolve

Insubria – Nemeton Dissolve

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Tracklist: 1. Vitruvian – 2. Light Striving To Be Born – 3. On Whispering Hills

Formazione: Manuel Ambrosoni: voce, basso – Michele Rinaldi: chitarra – William Esposti: chitarra – Mattia Cittadini: batteria – Matteo Valtolina: fisarmonica, tastiera

Insubria è il nome di una nuova realtà che si affaccia sulla scena tricolore. La band lombarda, nel giro di poco tempo, è riuscita a confezionare un EP di tre brani (undici i minuti di durata) che non è il tipico primo prodotto della formazione che muove i primi passi. In Nemeton Dissolve non sono presenti i difetti tipici degli esordienti (songwriting acerbo, influenze palesi ecc.), ma anzi presenta al meglio la formazione italiana a suon di idee vincenti e buon gusto nel creare le canzoni. Nemeton Dissolve è un lavoro realizzato con passione e professionalità. Tutto il lavoro in studio è stato svolto nel RecLab Studios di Milano con Larsen Premoli ed Emanuele Nanti, la scelta si è rivelata vincente per sound e potenza del cd: sono pochi i demo/EP che possono vantare un suono così gagliardo e “giusto” per la musica proposta. Molto bello, infine, il logo realizzato da Elisa Urbinati, elegante e diverso dai tipici loghi folk/extreme metal.

Vitruvian è un’ottima apertura di danze: dopo i primi secondi acustici e primaverili, diventa grintosa e swedish nelle chitarre, con il growl di Manuel Ambrosini che riporta alla mente la fantastica scena di Göteborg di anni or sono. Gli strumenti folk si posano delicatamente sulle trame delle sei chitarre con fare quasi timido ma efficace. Le iniziali note barocche di Light Striving To Be Born rimandano agli Einherjer del classico Dragons Of The North, ma gli Insubria mostrano subito i muscoli con un brano possente che non disdegna aperture melodiche e rallentamenti ricchi di groove. Terza e ultima canzone di Nemeton Dissolve è On Whispering Hills, sorprendente nella parte centrale dove i musicisti riescono a creare una parte affascinante con belle melodie, voce parlata e un’orecchiabilità fino a questo momento inedita che esplode in un ritornello bomba e successivo duello chitarra/tastiera da manuale. La sensazione è che gli Insubria in questa canzone abbiano voluto sperimentare molto: se questa era l’intenzione, il risultato è più che positivo!

Tre brani e appena undici minuti sono solitamente pochi per farsi un’idea precisa su un gruppo, ma nel caso degli Insubria sono abbastanza per capire che non si ha a che fare con una band qualsiasi: i ragazzi hanno davvero un grande potenziale e il mix swedish death e folk metal suona fresco e dinamico. Nemeton Dissolve è un ottimo modo per presentarsi al popolo del folk metal, gli Insubria hanno le carte in regola per fare grandi cose.