Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi

Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi

2018 – full-length – SoundAge Productions

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Il percorso effettuato dai Dyrnwyn è quello che ogni gruppo dovrebbe fare: si parte con un demo, si arriva all’EP e poi, solo se ci si sente realmente pronti, si registra il full-length di debutto. Al giorno d’oggi, invece, è sempre più frequente arrivare al primo disco senza aver inciso qualcosa prima, e il risultato è quasi sempre lo stesso: buone idee, sviluppate male. Senza fretta e senza ansia, i romani Dyrnwyn hanno fatto un percorso di crescita a suon di prove, concerti e pubblicazioni minori per arrivare, infine, a Sic Transit Gloria Mundi, cd che mostra tutte le qualità dei capitolini in quarantasette minuti privi di cali qualitativi: ascoltare un disco privo di fastidiosi filler, vale anche per i gruppi già affermati, non è cosa di tutti i giorni.

Sic Transit Gloria Mundi arriva a tre anni dall’EP Ad Memoriam e molte cose sono cambiate, a iniziare dalla line-up: Thierry Vaccher alla voce, Alberto Marinucci alla chitarra e Jenifer Clementi al flauto traverso sono i nuovi guerrieri della macchina da guerra Dyrnwyn e svolgono in maniera pregevole il proprio lavoro. In particolare a sorprendere in positivo è il nuovo frontman, perfetto per le sonorità epic folk/pagan metal del gruppo, incisivo nel cantato, sufficientemente comprensibile anche quando la sua voce si fa rabbiosa ed espressivo quando ce n’è bisogno. Sinceramente, ascoltando Sic Transit Gloria Mundi si ha l’impressione di ascoltare un gruppo diverso da quello che ha inciso Fatherland, il demo del 2013, tante sono le differenze tra i due dischi. Giusto così, i musicisti hanno lavorato sodo, smussato gli angoli che rendevano le canzoni a volte poco scorrevoli, messo da parte le influenze degli altri gruppi e sviluppato una via personale, massiccia e a volte un po’ coatta (i cori di …Para Bellum) che comunque, viste le piccole dosi, non sta male.

Alcuni degli avvenimenti più importanti della storia dell’antica Roma sono raccontati, tra italiano e latino, senza giri di parole, con la musica che segue le vicende narrate con brutalità nei momenti più aspri e con solennità in quelli più eroici. L’iniziale title-track è una dichiarazione di guerra: furia cieca e momenti folkeggianti si alternano saggiamente, lasciando l’ago della bilancia a metà tra irruenza e melodia. Il ritmo cala in Cerus, le chitarre graffiano a ripetizione e le orchestrazioni saturano l’aria mentre il flauto delizia l’ascoltatore con note delicate. L’inizio di Parati Ad Impetvm è cupo e doomish, ma poco dopo il tempo aumenta e prende un buon brio impreziosito dal flauto (mai invadente, ma anzi sempre efficace quando interviene) e la musica si trasforma in quella che ormai è riconoscibile come la “classica” sonorità dei Dyrnwyn. Si Vis Pacem… è un intermezzo strumentale dal sapore epico che porta a …Para Bellum che, come preannuncia il titolo, ha un’attitudine bellicosa. Questo è il brano che più si avvicina ai vecchi lavori del gruppo, ma è comunque lampante la maturazione dei musicisti romani: riff di chitarra, ritmiche e struttura sono nuovi per la band. L’Addio Del Primo Re ha un tono drammatico sorretto dal drumming potente di Ivan Coppola, ma i rallentamenti, le orchestrazioni e gli interventi del flauto danno varietà alla canzone. Su coordinate simili si muove Il Sangue Dei Vinti, brano intenso reso tragico dai rumori della battaglia: prima e dopo bordate pagan/folk che sembrano proseguire con la feroce Feralia, dall’inizio marziale ma che muta inaspettatamente con l’ingresso della fisarmonica; il ritmo cala e si fa cadenzato, in un alternarsi di cambi tempo buoni per rendere dinamico il pezzo. Il finale è affidato a un pezzo di storia: Assedio Di Veio CCCXCVI racconta gli eventi che hanno portato Roma infine a dominare sull’Etruria, con un passaggio dello storico Tito Livio riportato anche all’interno del testo:

Già i Giochi e le Ferie Latine erano stati rinnovati
già l’acqua del lago Albano era stata dispersa per i campi
già il destino incombeva su Veio.

(originale: “Iam Ludi Latinaeque instaurata erant, iam ex lacu Albano acqua emissa in agros, Veiosque fata adpetebant”)

A completare un disco ineccepibile dal punto di vista musicale, va menzionato l’ottimo lavoro di Alessio Cattaneo e Riccardo Studer (tastierista degli Stormlord con esperienza in studio con Ade ed Evenoire) presso il Time Collapse Recording Studio. Il suono del cd è potente e ben calibrato tra il pulito senza risultare finto o plasticoso e il massiccio per dare maggior impatto agli strumenti. L’artwork a cura di Gianmarco Colalongo (storica voce dei Draugr) riprende il tema dei testi con un inatteso quanto piacevole verde come colore dominante.

I Dyrnwyn sono maturati e hanno trovato una via personale, con l’ombra dei Draugr che rimane più nell’approccio che nella musica. D’altra parte chiunque oggi voglia coniugare metal estremo e storia italica deve ringraziare la band autrice del capolavoro De Ferro Italico, cd che ha cambiato la concezione di folk/pagan metal in Italia. Essere accostati alla band abruzzese è un onore.

Sic Transit Gloria Mundi è un signor disco, che non teme la concorrenza estera (non a caso un’etichetta come la SoundAge Productions li ha messi sotto contratto) e gode finalmente di una line-up coesa che marcia in una sola direzione: la vittoria!

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Heidra – The Blackening Tide

Heidra – The Blackening Tide

2018 – full-length – Time To Kill Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Morten Bryld: voce – Martin W. Jensen: chitarra – Carlos G.R.: chitarra – James Atkin: basso – Dennis Stockmarr: batteria

Tracklist: 1. Dawn – 2. The Price In Blood – 3. Rain Of Embers – 4. Lady Of The Shade – 5. A Crown Of Five Fingers – 6. The Blackening Tide – 7. Corrupted Shores – 8. Hell’s Depths

Quattro anni dopo il debutto Awaiting Dawn i danesi Heidra tornano a farsi sentire con un nuovo disco targato Time To Kill Records e la prima cosa che si nota ascoltando il cd è la “nuova” strada intrapresa dai musicisti di Copenhagen. Non che ci sia da stupirsi: se l’EP Sworn Of Vengeance (2012) risentiva dell’influenza degli Ensiferum, già con il full-length di due anni più tardi Morten Bryld e soci avevano piantato il seme del cambiamento che ha dato i propri frutti con The Blackening Tide. Sia chiaro, non si parla di una vera e propria trasformazione, ma di una sana, gagliarda e pienamente riuscita maturazione artistica che ha portato gli Heidra dall’essere una “classica” (e dotata) formazione folk metal in un gruppo dalla difficile catalogazione: i riferimenti folk non mancano, ma le orchestrazioni si sono fatte più incisive, le chitarre di Carlos G.R. e Martin W. Jensen prendono spesso il centro del palco a suon di veloci note e melodie accattivanti, ma il vero protagonista del cd è senza ombra di dubbio il cantante Morten Bryld. La sua voce potente ed espressiva è in grado di dare una marcia in più ai brani, soprattutto quando passa con estrema naturalezza dal growl al pulito suscitando ogni volta un misto di stupore e ammirazione. Il grande lavoro svolto sulle linee vocali, anche quelle meno memorizzabili che non fanno parte dei ritornelli, sono create per dar risalto alla voce del frontman e tutti questi sforzi si riflettono sul risultato finale.

Un’altra arma a favore di The Blackening Tide è l’ottima produzione opera di Marco Mastrobuono: i danesi hanno registrato il disco a Roma, presso i Kick Recording Studio e il tempo impiegato nella capitale è stato ben speso data l’elevata qualità che si può ascoltare una volta inserito il cd nel lettore. Gli strumenti sono tutti ben bilanciati, i suoni naturali e frizzanti, l’ascolto potente: l’audio non ha nulla da invidiare ai lavori rilasciati dalle potenti major internazionali. La copertina è in linea con la musica, ovvero epica e “raffinata”, che fa sognare chi la osserva e si immedesima nel personaggio che con regalità ammira il mare in tempesta.

L’iniziale Dawn è probabilmente il miglior esempio della natura camaleontica degli Heidra: muri di chitarre e melodie sognanti si sorreggono sul lavoro della possente sezione ritmica, con il cantante che spazia dal growl al melodico più volte. La seguente The Price In Blood ha un iniziale e adrenalinico tocco power che si trasforma presto in un brano dal sapore folk metal senza però ricordare qualche nome importante della scena. Proprio qui sta il cambiamento degli Heidra: qualunque tipo di canzone propongano lo fanno con personalità e una naturalezza che anni fa non gli era propria. L’ascolto prosegue con Rain Of Embers, inizialmente lenta e malinconica, cresce nella sofferenza e nella crudeltà di pari passo con il concept di The Blackening Tide che a sua volta è il seguito di quanto raccontato nel debutto Awaiting Down. Il re deposto vuole tornare sul trono che è suo di diritto e per farlo scende in battaglia contro il nemico: lo scontro è cruento e sembra vederlo vincitore fino a quando, poco prima di poter gridare alla vittoria, succede qualcosa che scaraventa il re e il suo esercito in un reame infernale. Il break centrale di Lady Of The Shade dà il via a un susseguirsi di cambio tempo, riff inusuali, note di pianoforte e altri dettagli che stupiscono per coraggio e che si incastrano alla perfezione con il resto della canzone. La quinta traccia è A Crown Of Five Fingers, in un certo senso semplice e lineare, caratterizzata dal bellissimo cantato pulito del ritornello, mentre la title-track è forse il brano migliore dell’intera discografia degli Heidra, completa sotto ogni aspetto e abbastanza varia da non far pesare i sei minuti e mezzo di durata. Il cantato è intenso, le chitarre libere di creare e la batteria di Dennis Stockmarr macina pattern potenti e dinamici, con la brutale accelerazione finale che pone fine a una signora canzone. L’arpeggio di chitarra apre Corrupted Shores, traccia che si snoda tra ritmiche up-tempo e ritornelli diretti che portano a Hell’s Depths, ultimo pezzo del cd. Le sonorità sono inizialmente struggenti, sanno di un triste addio, e il bridge, tra intrecci di chitarre e il crescendo vocale, è un inno all’epicità scandinava che si poteva ascoltare in dischi di quindici anni fa. La seconda parte della composizione è più robusta e vede aumentare progressivamente la “cattiveria” fino al break che riporta, infine, alle sonorità struggenti dei primi minuti, come una sorta di cerchio che si chiude avendo detto tutto quello che c’era da dire. Hell’s Depths è forse il miglior modo per chiudere un disco come The Blackening Tide, un emozionante viaggio nel concept portato avanti dalla band, ma anche un viaggio musicale iniziato anni fa e ancora non arrivato a destinazione. Di sicuro, quello che aspetta gli Heidra non è possibile immaginarlo, ma siamo tutti eccitati e curiosi di sapere dove porterà i cinque musicisti.

Il secondo disco di Bryld e soci è quello della consacrazione, ora gli Heidra camminano con le proprie gambe senza essere seguiti dall’ombra di altre band ad ogni nota suonata, ma cosa ancora più importante, The Blackening Tide è un lavoro completo e bello, senza cali di qualità e con numerosi spunti vincenti disseminati tra le varie tracce: quasi cinquanta minuti di musica senza una sbavatura, anzi, interessante fino all’ultimo secondo dell’ultima canzone. Gli Heidra hanno fatto un importante passo in avanti e il responso che riceveranno sarà la giusta ricompensa per il duro lavoro fatto per arrivare fino a questo punto.

Storm – Nordavind

Storm – Nordavind

1995– full-length – Moonfog Productions

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Herr Nagell: voce, batteria – S. Wongraven: voce, chitarra, basso, tastiera – Kari Rueslåtten: voce

Tracklist: 1. Innferd – 2. Mellom Bakkar Og Berg – 3. Haavard Hedde – 4. Villemann – 5. Nagellstev – 6. Oppi Fjellet – 7. Langt Borti Lia – 8. Lokk – 9. Noregsgard – 10- Utferd

Senza giri di parole: Nordavind degli Storm è un capolavoro. Uno dei primi, se non il primo lavoro folk metal che può essere etichettato in questa maniera con tutti i meriti del caso (la questione è interessante quanto “complicata”, si parla di mesi/settimane di distanza tra i dischi pubblicati in quel periodo per stabilirlo): basterebbe dire che l’ondata folk metal di fine anni ‘90/inizio ‘00 sarebbe stata ben diversa da quella che conosciamo. Moonsorrow, Ensiferum ed Eluveitie esisterebbero se non ci fosse stato un Nordavind ad aprire la strada? Non che i gruppi prima citati abbiano mai risentito dell’influenza degli Storm, ma se a Fenriz e Satyr, qui conosciuti rispettivamente come Herr Nagell e S. Wongraven, va riconosciuto qualcosa, beh, questo è proprio quello di aver dato il via a tutto quello che oggi si chiama folk metal. Poco importa se Fenriz abbia iniziato l’intervista poi pubblicata sul mio libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarök con un crudo “mi dispiace, ma odio il folk metal”: sono parole al vento, per quanto sia incredibile che proprio lui se ne esca con una frase del genere. E allora viene da chiedersi cosa realmente sia Nordavind: un urlo d’amore nei confronti della Norvegia? Sì. Una dichiarazione indiretta di bravura e capacità di cambiare pelle dei musicisti? Sicuramente. Un brutto errore del passato del quale si preferisce non parlare? Assolutamente no, eppure è quello che puntualmente viene messo in pratica dai tre musicisti, in particolare la cantante Kari Rueslåtten non ha buoni ricordi di quel periodo e sistematicamente evita domande e curiosità relative a Nordavind.

Cosa rende il primo e unico lavoro degli Storm un capolavoro? Un insieme di fattori, primo tra tutti quello di aver realmente indicato la strada alle future band folk metal sul cosa vuol dire unire musica heavy metal e melodie e testi dall’impronta folkloristica: prima di loro (febbraio 1995) mai nessuno era riuscito a farlo con la continuità di Nordavind. Ci avevano provato gli Skyclad con una manciata di (ottime) canzoni nei primi dischi, senza però prendere in maniera definitiva la via del folk metal prima di Irrational Anthems del 1996. In Irlanda i Cruachan pubblicheranno il grezzo quanto fondamentale debutto Thuata Na Gael circa due mesi più tardi rispetto a Nordavind (“vento del nord”), lasciando a quest’ultimo la palma di primo lavoro folk metal. Ma questo è solo un aspetto statistico, quello che realmente conta è la bontà del prodotto, la qualità delle canzoni destinate a rimanere nella storia del genere, via da seguire da chiunque abbia un minimo di umiltà per ascoltare e capire quanto il cuore sia importante per la riuscita di un disco. Herr Nagell e S. Wongraven il cuore ce lo hanno messo di sicuro, arrivando a un livello di amore verso la Norvegia che sfiora il nazionalismo, un amore romantico quanto viscerale che si può capire anche guardando il booklet del cd, una grafica tanto semplice quanto diretta: le foto dei musicisti avvolti dalla natura sono, quella di S. Wongraven anche sfocata. Poche le scritte, oltre ai soliti crediti, ma una frase spiega alla perfezione la nascita di Nordavind: “Storm was created by S. Wongraven because of his love for Norway and a hunger for playing folksongs from his own shores”… non serve aggiungere altro.

L’intro Innferd ci conduce in un mondo freddo e isolato, il buio prima della luce. La luce è l’anthemica Mellom Bakkar Og Berg, probabilmente la canzone più rappresentativa di Nordavind. In appena due minuti gli Storm confezionano una canzone simbolo non solo del disco, ma dell’intero genere (riproposta in seguito con buoni risultati anche dai Glittertind nell’omonimo demo del 2002): chitarre graffianti quanto lineari fanno da base a un’interpretazione da brividi, arricchita dai soavi vocalizzi della Rueslåtten. Il minimalismo di Haavard Hedde, veramente quattro riff quattro, basta per emozionare l’ascoltatore e a delineare una volta di più le coordinate musicali del progetto Storm, che con Villemann giunge picchi inimmaginabili in appena centocinquanta secondi. Chitarre doom e voce sempre più fiera fanno di questo brano un piccolo capolavoro di semplicità ed epicità. Nagellstev, una delle due canzoni originali e che sfoggia lo stesso testo di Capitel II: Soelen Gaaer Bag Aase Need del meraviglioso Bergtatt dei lupi Ulver, è un intermezzo voce-percussioni dal forte sapore isengardiano (progetto solista black/folk di Fenriz tra il 1989 e il 1995) che porta direttamente a Oppi Fjellet, una composizione più elaborata delle altre che ripete le parole oppi fjellet (“sulla montagna”) talmente tante volte da farle diventare quasi un mantra. Nella seconda parte della canzone, inoltre, è presente una bella accelerazione che porta freschezza e vitalità quando il brano rischiava di diventare fin troppo ripetitivo. L’angelica voce di Kari Rueslåtten è la protagonista dei sette minuti di Langt Borti Lia, canzone che non disdegna lunghe parti strumentali e che vede, chiaramente, come punto forte la presenza dell’ex cantante dei The 3rd And The Mortal, qui libera di esprimersi al proprio meglio. La rossa cantante è presente anche nella breve Lokk, intermezzo vocale che porta a Noregsgard, l’altro pezzo del disco che non è un brano tradizionale ri-arrangiato dagli Storm. Ritmi lenti come il passare delle stagioni, melodie arcaiche e un testo rurale fanno di Noregsgard un meraviglioso modo di concludere un album breve ma incredibilmente intenso.

Ein dugal kar fra garden dro
Han fulgte furuas sus
Opp gjennom åsen gråstein han bar
Staut hans gange var

(tr.: Un ragazzo gagliardo partì dalla sua fattoria – seguì i pini e la brezza – su attraverso le colline, rocce e terre selvagge – fiero era il suo passo)

Su questa canzone c’è da fare chiarezza: chitarre e linee vocali sono le stesse di Quintessence, brano dei Darkthrone che fa parte dell’album Panzerfaust, pubblicato da Moonfog nel giugno 1995. La versione degli Storm, seppure uscita una manciata di mesi prima, è una rilettura in lingua norvegese (e decisamente più aggraziata) di quanto fatto da Fenriz nella sua band madre. L’outro Utferd porta a conclusione un album di altissima qualità, purtroppo breve nella durata ma ricco di emozioni.

In un lavoro come questo conta poco o nulla lo studio di registrazione, chi ha curato il mastering o le altre cose “tecniche”: Nordavind è un disco di cuore, nel quale l’amore per la Norvegia e il suo affascinante e per certi versi oscuro folklore sono portati all’estremo. Basti aggiungere che nel retro cd, il cosiddetto inlay, è riportata ben visibile la scritta NORSK NASJONALROMANTISK MUSIKK (sì, in maiuscolo) che non necessita di traduzione per essere compresa.

Nordavind poteva essere l’inizio di un qualcosa di molto grande e importante nella scena scandinava ed europea, invece fu un fuoco di paglia, in grado di ardere brevemente prima di scomparire per sempre. Gli Storm non furono mai un vero gruppo, Kari Rueslåtten abbandonò la nave prima ancora che il disco fosse sugli scaffali dei negozi a causa di alcuni testi modificati a sua insaputa dalla coppia Herr Nagell/S. Wongraven dopo che la cantante aveva già inciso le sue parti: la Rueslåtten temeva di infangare il proprio nome a causa del nazionalismo ostentato e dai testi crudi e diretti che attaccavano senza mezze misure il cristianesimo. Herr Nagell non definisce quello degli Storm uno split, ma semplicemente un allontanarsi dei musicisti una volta che il progetto è arrivato a conclusione, ma è chiaro che le divergenze tra i musicisti e le feroci critiche ricevute dalla stampa norvegese a causa dell’impronta nazionalistica di Nordavind abbiano messo definitivamente la pietra tombale sugli Storm.

Dell’incredibile trio norvegese ci rimane solo Nordavind e le tre canzoni presenti sulla compilation della Moonfog dal titolo Crusade From The North (1996), ovvero la splendida e inedita Oppunder Skrent Of Villmark, nella quale è ripresa la melodia principale del brano Solveig’s Song dell’importante compositore/pianista norvegese Edvard Grieg, la versione grezza di Mellom Bakkar Og Berg incisa durante la prima prova degli Storm e Oppi Fjellet con dei suoni diversi da quelli definitivi.

La splendida copertina di Nordavind ci accoglie con lo stesso ghigno della foresta che sa bene quale fine far fare all’imprudente solitario che si avventura al suo interno: la luce della luna illumina i picchi delle montagne e il sentiero che conduce all’interno della foresta. Siete pronti a percorrere la strada pur sapendo che non tornerete indietro?

Cernunnos’ Folk Band – Summa Crapula

Cernunnos’ Folk Band – Summa Crapula

2018 – EP – autoprodotto

VOTO: 5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marco Castellani: voce – Claudio Rossi Galosi: chitarra – Mattia Rametta: chitarra – Matteo Martellini: basso – Joele Andreini: batteria – Lucia Del Vicario: flauto – Riccardo Giaccaglia: fisarmonica

Tracklist: 1. Vino – 2. Nella Taverna – 3. Valhalla – 4. Dall’Alto Delle Guglie

Arrivare al primo lavoro dopo mesi e anni di lavoro è, per ogni band del pianeta, fonte di grande gioia e soddisfazione. Le interminabili ore ad arrangiare un brano sono ripagate da quella confezione, quasi sempre semplice ed economica, che contiene il cd con il frutto di tanta passione e rinunce. Quel disco rappresenta il primo passo di un percorso che la band ha intenzione di percorrere fino ad arrivare al proprio obiettivo, che può essere il contratto con una major o, come nel caso dei marchigiani Cernunnos’ Folk Band, suonare sul palco del Montelago Celtic Festival.

La band guidata dal cantante Marco Castellani rende chiaro il proprio concetto di folk metal fin dai titoli delle canzoni: Vino e Nella Taverna lasciano poco spazio all’immaginazione e difatti ci troviamo dinanzi a un EP dalle tinte goliardiche e spensierate, dove l’alcool è considerato un bene di primaria necessità. Purtroppo non basta la buona volontà per realizzare un cd valido e Summa Crapula pecca sotto vari aspetti. La prima cosa che balza all’orecchio è una produzione confusionaria e non in linea con quanto si ascolta nell’underground odierno, ma quel che azzoppa l’ascolto del disco sono le canzoni. Dal songwriting risicato e – soprattutto – da alcune imprecisioni tecniche, si capisce che i musicisti hanno poca esperienza sulle spalle e così Vino e In Taverna sono “solamente” delle buone canzoni da eseguire live perché non mancano di cori e coinvolgimento. I testi sono molto semplici, spesso le troppe rime sono un po’ scontate e a livello di linee vocali si può fare di più. Valhalla racchiude tutti i luoghi comuni dei miti nordici e l’intento epico/battagliero viene smussato da alcune frasi che un po’ forzate (“se muoio in battaglia non avrò vergogna purché con ardore io leda il nemico”), mentre continuano a muoversi bene gli strumenti folk. Chiude Summa Crapula l’attacco alla chiesa Dall’Alto Delle Guglie, canzone più dinamica rispetto alle precedenti nella quale appare forte l’influenza dei Folkstone: a tal proposito c’è da dire che la voce di Marco Castellani (ora affiancato da Andrea Pulita, nel cd presente solamente nei cori) ricorda molto quella di Lore e non a caso i Cernunnos’ Folk Band hanno pubblicato sulla propria pagina Facebook la cover di Prua Contro Il Nulla dall’album Oltre… l’Abisso.

Quel che esce fuori dai quasi venti minuti dell’EP è una band con tanta voglia di fare ma ancora non perfettamente coordinata. La sezione folk funziona bene e ci sono spunti interessanti di chitarra e sezione ritmica sparsi tra le canzoni che si alternano con momenti ingenui dettati dall’inesperienza: la base, però, sembra solida e può essere un buon punto di partenza per il prossimo lavoro in studio.

Summa Crapula è il primo passo per i Cernunnos’ Folk Band, una band con ancora molto da lavorare ma che dal vivo rende al meglio. L’augurio è quello che i musicisti prendano le critiche come una spinta a impegnarsi ancora di più per tirare fuori il proprio meglio e realizzare un lavoro che permetta loro di fare il salto di qualità.

Æxylium – Tales From This Land

Æxylium – Tales From This Land

2018 – full-length – Underground Symphony

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Steven Merani: voce – Fabio Buzzago: chitarra – Roberto Cuoghi: chitarra, banjo, cornamusa – Gabriele Cacocciola: basso – Matteo Morisi: batteria – Gabriele Guarino: flauto – Federico Bonoldi: violino – Stefano Colombo: tastiera

Tracklist: 1. Prelude To A Journey – 2. Black Flag – 3. Into The Jaws Of Fenrir – 4. Aexylium – 5. My Favourite Nightmare – 6. Banshee – 7. Tales From Nowhere – 8. Revive The Village – 9. The Blind Crow – 10. Judas’ Revenge – 11. Radagast

Nel 2016 esordirono con l’EP The Blind Crow e a due anni di distanza gli Æxylium tornano sul mercato con il full-length Tales From This Land marcato dalla storica etichetta italiana Underground Symphony. Tra i due lavori sono passati solo ventitré mesi, ma sembrano molti di più considerando i progressi compiuti dalla band di Varese. Non che le premesse mancassero: The Blind Crow è un dischetto composto da tre buonissime canzoni che non a caso sono state ri-registrate e inserite in Tales From This Land, ma non era per niente scontato riuscire in poco tempo a realizzare un disco in grado di ben figurare vicino a cd di formazioni dal blasone internazionale.

La prima cosa che si nota è la qualità audio, molto buona. Tales From This Land è stato registrato vicino Milano al Twilight Studio da Davide Tavecchia (che nel campo del folk metal ha già lavorato a Behind The Front Page degli Atlas Pain), con il mastering affidato a un vero guru del settore, ovvero Simone Mularoni (Elvenking, Necrodeath, Labÿrinth, Wind Rose di Stonehymn ecc.). Altro punto a favore immediatamente riconoscibile del cd è l’impatto della grafica: Pierre-Alain Durand di 3mmi Design ha realizzato copertina e booklet con grande cura, in particolare il libretto di dodici pagine presenta diverse illustrazioni che variano a seconda degli argomenti dei testi fedelmente riportati. La confezione, infine, è un digipak dai colori molto accesi, in contrasto con quelli più soft del booklet.

Tanta attenzione e cura, però, sarebbero inutili se la musica contenuta nel disco non fosse all’altezza della situazione. I quarantadue minuti di Tales From This Land sono invece di notevole qualità, le dieci canzoni (più intro) si lasciano ascoltare con grande piacere e non sono presenti riempitivi al fine di allungare il minutaggio. Quello degli Æxylium è un folk metal roccioso ma che non sconfina nell’estremo, ricco di melodie di flauto, violino e banjo con un tocco di cornamusa, ma che vede la chitarra sempre al centro dell’azione. La tastiera di Stefano Colombo è preziosa nei suoi interventi senza mai essere invadente e in generale regna un grande equilibrio tra gli strumenti, così come tra le parti più irruenti e quelle più melodiche e soft. L’unico aspetto che non convince appieno è il cantato growl che ogni tanto fa capolino tra le tracce di Tales From This Land e che è protagonista nella tirata Banshee.

Dopo l’intro Prelude To A Journey tocca alla movimentata Black Flag aprire le danze nel migliore dei modi: riff gagliardi e melodie immediate sono aspetti fondamentali del brano che è impreziosito da un assolo di chitarra, fatto piuttosto raro in questo genere. Il ritornello di Into The Jaws Of Fenrir è una forza della natura, senza nulla togliere agli strumenti folk e alle buone accelerazioni di batteria, mentre con la seguente Æxylium viene raccontata la storia del nome:

Some ancient manuscript found a long time ago
Tells of an old place, named “Aexylium”
Prisoners and murderers accused of fearful crimes
Were judged and locked up, their life was no more as before
They were rotten to the core
Blinded and torured by guards, forsaken by hope

La canzone è molto piacevole all’ascolto, vicina agli Elvenking più ispirati, vuoi per le linee vocali, vuoi per la struttura musicale. Sia chiaro che non si sta parlando di una band clone, tutt’altro: gli Æxylium suonano già personali nonostante i pochi anni di attività, per di più fanno largo uso di strumenti popolari e le composizioni non risentono di altre influenze. L’ascolto prosegue con My Favourite Nightmare, pezzo caratterizzato dalla presenza in prima linea del flauto di Gabriele Guarino e di un guitar work tendente “al moderno” durante le strofe. I ritmi si fanno serrati in Banshee, il brano più aggressivo del cd ma introdotto da belle melodie durante il primo minuto della canzone:

Messanger of death
Omen of an end that soon will come
You can hear her wail
Suffocating auspice of your demise

La titletrack, con 4:46 di durata, è la composizione più lunga del platter insieme a Judas Revenge e contiene tutti gli ingredienti che rendono Tales From This Land un piatto riuscito: melodie piacevoli e ritornelli azzeccati ben “studiati” nella fase di composizione che ha chiaramente dato i frutti sperati. La cornamusa introduce l’allegra Revive The Village, ovvero il racconto del fine settimana a suon di birra, donne e combattimenti, come la migliore tradizione folk metal richiede. L’ottima The Blind Crow (presente nel demo di debutto) suona nella nuova veste ancora più convincente ed è sicuramente uno dei pezzi meglio riusciti degli Æxylium. Judas Revenge e Radagast chiudono in maniera brillante Tales From This Land: il primo è il classico brano folk metal dal piglio allegro e frizzante, ricco di melodie, mentre il secondo vede protagonista l’istari di tolkieniana memoria, una tematica che in questo genere sta sempre bene. Il testo traccia il personaggio, tra amore per la natura e l’erba pipa, in un contesto folk metal tradizionale.

Il matrimonio tra Æxylium e Underground Symphony è partito con il piede giusto, il disco è bello da ascoltare e la veste grafica di prim’ordine. Tales From This Land non teme la concorrenza estera e mostra, insieme a una manciata di cd usciti negli ultimi mesi, quanto la scena folk metal italiana stia facendo bene e possa ancora crescere in numero e in qualità.

Kormak – Faerenus

Kormak – Faerenus

2018 – full-length – Rockshots Records

VOTO: 6,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zaira De Candia: voce, flauto – Alessandro Dionisio: chitarra – Alessio Intini: chitarra – Francesco Loconte: basso – Dario Stella: batteria

Tracklist: 1. Amon – 2. March Of Demise – 3. Sacra Nox – 4. The Goddess’ Song – 5. The Hermit – 6. Faerenus – 7. Patient N° X – 8. July 5th – 9. Eterea El

I Kormak sono un giovane gruppo pugliese che sia affaccia per la prima volta nel mercato folk metal pubblicando per la Rockshots Records il disco Faerenus. La band viene fondata nel 2015 dalla cantante Zaira De Candia, ma solo due anni più tardi si arriva ad avere una formazione stabile, cosa che permette di lavorare con maggiore profitto alle canzoni e di trovare affiatamento tra i membri della line-up.

Faerenus (parola presa da un gioco di ruolo per indicare il luogo degli incubi) è il classico album di debutto di una band che non ha pubblicato demo ed EP in precedenza: tanta genuina passione e una sincerità che traspare dal primo all’ultimo secondo del cd, ma anche una certa tendenza a strafare e qualche scelta non proprio a favore dell’ascoltatore. I cinquantasei minuti del disco presentano un gruppo con molte frecce nella propria faretra e una buona preparazione tecnica. Protagonista di Faerenus, però, è la voce della cantante, molto brava nell’interpretazione e in grado di passare dal pulito al growl con estrema disinvoltura. Il disco suona veramente bene ed è molto raro in un primo disco ascoltare una pulizia e potenza degli strumenti come in Faerenus, merito quindi ai Divergent Studios per l’ottimo lavoro svolto in fase di registrazione, mix e mastering

Il disco, dopo l’intro Amon, inizia bene con March Of Demise, una canzone che include passaggi acustici e massicci riff di chitarra, così come il violento cantato di De Candia in growl che si alterna con quello pulito e soave. Sacra Nox suona potente e il cantato è tutto in clean (con tanto di ritornello in latino), con la sei corde che nei pochi momenti di “libertà” svolge un ottimo lavoro. Segue quello che probabilmente è il miglior brano del disco, The Goddess’ Song. In questa composizione folkegiante la cantante si supera con un’interpretazione di alto livello ed è un piacere ascoltarla nel suo pulito dai mille colori quando non sconfina nelle tonalità alte. Passata The Hermit, della quale si parlerà più avanti, la title-track e Patient N° X risultano essere le più estreme del lotto: se la prima non convince completamente, la seconda stupisce per la cattiveria e la non linearità della costruzione. July 5th mostra i muscoli della sezione ritmica, ma la seconda parte rimane ostica per l’interpretazione della singer, la quale tocca note veramente molto alte, forse non necessarie. La chiusura è affidata a Eterea El: pianoforte e carillon creano un’atmosfera cupa nella quale Zaira De Candia si trova a proprio agio.

Infine bisogna parlare di The Hermit, canzone dalla lunghissima durata (22:44) ma che in realtà presenta quasi venti minuti di silenzio interrotto da battiti di cuore e suoni di guerra. Anzi, il tempo esatto è 19 minuti e 43 secondi, ad evocare il 1943, anno in cui Molfetta fu bombardata. Questo riferimento è estremamente importante per la cantante per via dei racconti di sua nonna su quel terribile periodo, ma è un suicidio artistico piazzare venti minuti di quasi totale silenzio a metà disco. Prima e dopo il break c’è la stessa canzone acustica cantata in lingua inglese all’inizio e poi nel dialetto di Molfetta alla fine, quest’ultima versione molto intensa.

Cosa rimane alla fine dell’ascolto di Faerenus? Sicuramente la sensazione di aver a che fare con una band che non si limita a svolgere il compito e basta, auto limitandosi in un determinato genere. Questo può essere una lama a doppio taglio: troppo poco folk-gothic-death metal o troppo folk-gothic-death metal a seconda dei gusti? L’ascolto è quindi consigliabile a chi non si ferma a una semplice definizione e intende andare oltre le parole e vuole ancora trovare dei sentimenti nella musica.