Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder

2019 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Coldest Year – 2. The Moving Empire – 3. Hagakure’s Way – 4. Ódauðlegur – 5. The Great Run – 6. Kia Kaha – 7. Baba Jaga – 8. Shahrazād – 9. Homeland – 10. The First Sight Of A Blind Man

Solitamente i gruppi che arrivano al secondo disco sono ancora alla ricerca del proprio suono. Magari hanno capito come muoversi, ma alcune cose nel modo di comporre musica possono ancora cambiare ed evolversi. Gli Atlas Pain, invece, hanno ben chiaro come suonare e arrivati al secondo full-length suonano esattamente come ci si aspetta dagli Atlas Pain, ovvero potente bombastic metal personale e accattivante. La band milanese, in realtà, ha fatto intendere fin dal demo del 2014 come poteva realizzare buona musica e da allora non si sono spostati poi molto. Attenzione, non si parla d’immobilità artistica, ma della sempre più rara consapevolezza di stare facendo bene qualcosa e, di conseguenza, della non necessità di grandi cambiamenti. Certamente i musicisti in questi anni hanno lavorato non poco su ogni aspetto che riguarda gli Atlas Pain e i risultati – anche grazie a questo disco – sono sotto gli occhi di tutti.

Il nuovo Tales Of A Pathfinder è un concept album composto da dieci brani compresi intro e outro per una durata complessiva di quasi cinquanta minuti. Prima di addentrarci nella musica e nei testi, è bene menzionare l’accattivante copertina realizzata da Jan Yrlund (Manowar, Korpiklaani ecc.) e della potenza dei suoni grazie all’ottimo lavoro di Fabrizio Romani (Ulvedharr, Hell’s Guardian e Skylark, oltre al primo disco degli Atlas Pain What The Oak Left) per quel che riguarda il missaggio e il mastering e di Davide Tavecchia (una vecchia conoscenza della band, avendo lavorato con loro in occasione dell’EP Behind The Front Page del 2015, ma anche con gli Æxylium di Tales From This Land), entrambi bravi a catturare l’essenza e l’attitudine dei quattro musicisti in studio.

Dopo l’intro The Coldest Year apre le danze The Moving Empire, classica canzone per gli Atlas Pain perché incarna perfettamente il sound e lo spirito del gruppo lombardo: epic/folk/bombastic metal frullato in poco più di quattro minuti. Con questo brano inizia anche la storia del viaggio che ha come principio la città di Londra nel 1899 e che porterà ai confini del mondo con la scoperta di nuove terre e culture, fino a concludersi in maniera positiva e inaspettata: fiction e steampunk per un concept originale e fresco, lontanissimo dai soliti temi trattati in questo genere musicale. Hagakure’s Way brilla per il ritornello che vede uniti cori maschili e la voce harsh di Samuele Faulisi, mentre Ódauðlegur, come intuibile dal titolo, è la canzone che per stile ricorda maggiormente il metal scandinavo. A tal proposito c’è da dire che gli Atlas Pain aggiungono piccoli elementi ai vari brani in modo di farli avvicinare in qualche maniera a quando raccontato nei testi: un dettaglio, questo, che denota il lavoro in sala prove dei musicisti e la volontà di creare un qualcosa di realmente unico. A metà disco incontriamo quello che forse è il miglio pezzo di Tales Of A Pathfinder, ovvero The Great Run, dall’irresistibile crescendo che sfocia in un chorus potente e frizzante. Il brano è diretto e senza fronzoli, colpisce duro quando è il momenti di farlo, ma è anche tremendamente accattivante e ruffiano negli stacchi e nel già citato ritornello. Le parti veloci di Kia Kaha sono quelle che maggiormente rimangono impresse nella memoria, con Baba Jaga che invece stupisce piacevolmente anche nei rari momenti soft, tra note di pianoforte e orchestrazioni (intorno al terzo minuto) eleganti che ricordano i Turisas più ispirati: l’ultimo minuto, poi, è tutto da gustare e riascoltare, una sana dose di divertimento e spensieratezza che ogni tanto è assolutamente gradita. Il viaggio prosegue con Shahrazād, nella quale le sei corde si prendono le luci della ribalta prima di lasciare il passo agli undici minuti di Homeland, chiusura perfetta per un disco audace come questo. Il suono del mare è dolce così come la melodia di chitarra nei primi minuti del pezzo che diventa con il passare dei giri sempre più energico e tosto. A sorpresa, però, la maggior parte della composizione è strumentale e non mancano i cambi di umore che vanno a dipingere Homeland come una canzone teatrale che si conclude nell’outro The First Sight Of A Blind Man, elegante e dolce coda di pianoforte.

Tales Of A Pathfinder è la storia di un lungo viaggio alla ricerca di risposte, ma è anche il viaggio che gli Atlas Pain propongono all’ascoltatore: la musica è di qualità, il concept di primo livello e il risultato finale dice che il gruppo italiano conferma le qualità del debutto e apporta qualche piccola novità che rende l’ascolto del cd sempre interessante e divertente. Gli Atlas Pain sono entrati di diritto nell’elite del metal italiano, al di là delle etichette che, come appare chiaro ascoltando questo lavoro, stanno strette al gruppo.

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Avathar – Bûrgulu Kû-Ghâra

Avathar – Bûrgulu Kû-Ghâra

2019 – full-length – Gollum’s Treasures

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Witch King: voce, chitarra, basso, drum programming – Scatha: tastiera, voce

Tracklist: 1. Pimeyden Aika – 2. Autumn Of Lothlorien – 3. Gloomweaver – 4. The Great Battle – 5. Kadotettu – 6. The Wind – 7. Tower Of The Moon – 8. Houses Of Pain – 9. To The Land Veiled In Mist – 10. Lost In The Waves – 11. Come Down With Us – 12. Nan Elmoth – 13. Sharp Glance

Non visto (Melkor, nda) giunse così finalmente nella buia regione di Avathar, angusto paese che si estendeva a sud della Baia di Eldamar alla falde orientali delle Peróri, e le sue lunghe e tristi spiagge si allungavano verso sud, prime di luce e inesplorate. Lì, sotto le nude pareti dei monti, accanto al freddo mare scuro, le ombre erano le più profonde e fitte che vi fossero al mondo; e in Avathar, in segreto e all’insaputa di tutti, Ungoliant aveva posto la propria dimora.

(J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion)

Il Tolkien metal, o Tolkien black metal, è un mondo tanto vasto quanto poco conosciuto. Alcuni gruppi sono riusciti a raggiungere il successo e a firmare con etichette leader del settore, altri sono invece relegati all’underground più oscuro e nascosto, portando avanti la fiamma tolkieniana senza chiedere altro se non la pubblicazione di un nuovo album di tanto in tanto. I finlandesi Avathar fanno parte di questa categoria: non si tratta certo di soldi o di “voler sfondare”, ma di sincera passione per i libri del Professore. Attivi dal 2000, raggiungono con questo Bûrgulu Kû-Ghâra la cifra di tre album pubblicati, a ben tre lustri dalla coppia Shadows e Where Light And Shadow Collide, quindici anni di attesa parzialmente mitigata da una manciata di demo rilasciati in cento copie a volta. Ma anche dall’ultimo demo dal titolo Dark Paths di anni ne sono passato ben nove e il sospetto che il duo di Ojakkala fosse arrivato al capolinea era più che plausibile, mentre a sorpresa – e grazie al supporto della Gollum’s Treasures, etichetta che lavora solo con band a tema tolkieniano e fantasy – vede la luce questo monumentale Bûrgulu Kû-Ghâra, lavoro ambizioso e ricco di canzoni ispirate, a cavallo tra epic metal, black metal e qualche reminiscenza folk.

Bûrgulu Kû-Ghâra è un album composto da tredici canzoni per una durata complessiva che supera i novanta minuti. Proprio la durata è l’unico neo di un disco in grado di emozionare ed eccitare in più punti, capace di far vivere sulla pelle dell’ascoltatore le vicende narrate in Autumn Of Lothlorien o in The Great Battle:

Beneath the blackened sky
Where the shadows lie
Morgoths reign of darkness and pain
Will end in the fire forged by the One

Non passa inosservata l’oscura Gloomweaver che contrasta non poco con la successiva The Great Battle, brano che esprime musicalmente tutta l’epicità e la drammaticità di una battaglia nella Terra di Mezzo con un tocco alla Manowar nella melodia della strofa. Di tutte le composizioni, Tower Of The Moon (tratta dal demo del 2008 From The Other Side) è quella che convince in meno, ma gli Avathar si riprendono subito con la doppietta Houses Of Pain / To The Land Veiled In Mist, ma è in realtà tutta la seconda parte di Bûrgulu Kû-Ghâra a funzionare bene e non mostra momenti meno intensi di altri. La produzione aiuta la buona riuscita del full-length: i suoni pastosi e robusti portano la musica a un livello di epicità incredibile e le chitarre in particolare godono della giusta brillantezza pur in un contesto tendente al dark. Gli oltre dieci minuti di Sharp Glance chiudono degnamente il ritorno degli Avathar, un brano che mescola tutti gli ingredienti del duo finlandese ed ennesima dimostrazione di bravura per Witch King e Scatha.

Da una parte è comprensibile il desiderio di inserire più canzoni possibili in un disco che vede la luce dopo che l’ombra sembrava essersi impossessata della carriera degli Avathar, ma ascoltare l’intero disco tutto d’un fiato è cosa tutt’altro che semplice anche se, quando ci si riesce, è una gran soddisfazione. Delle tredici tracce, sette sono inedite, mentre le restanti sono prese (e ri-registrate) dai demo prima menzionati: un lavoro di recupero giusto perché queste canzoni sono tra le più ispirate del cd e sarebbe stato un peccato lasciarle da parte. Da fan della musica e potenzialmente interessato alla proposta degli Avathar, avrei preferito il formato doppio cd con nel primo disco gli inediti e nel secondo le ri-registrazioni dei vecchi brani; tra l’altro i due cd avrebbero avuto entrambi una durata di circa quarantacinque minuti ciascuno. Questo però non cambia di certo il giudizio più che positivo su Bûrgulu Kû-Ghâra, un album che non può mancare nella collezione degli appassionati del Tolkien metal, interessante dal punto di vista lirico e ricco di canzoni in grado di far tremare anche gli Uruk-Hai di Saruman.

Eluveitie – Slania

Eluveitie – Slania

2008 – full-length – Nuclear Blast

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Granzmann: voce, chitarra, mandolino, flauto, uilleann pipe – Sime Koch: chitarra – Ivo Henzi: chitarra – Rafi Kirder: basso – Merlin Sutter: batteria – Anna Murphy: voce, ghironda – Sevan Kirder: flauto irlandese, tin whistle, cornamusa – Meri Tadić: violino, voce

Tracklist: 1. Samon – 2. Primordial Breath – 3. Inis Mona – 4. Gray Sublime Archon – 5. Anagantios – 6. Bloodstained Ground – 7. The Somber Lay – 8. Slania’s Song – 9. Giamonios – 10. Tarvos – 11. Calling The Rain – 12. Elembivos

Ci sono quattro gruppi che, più di altri, hanno contribuito in maniera prepotente alla diffusione del folk metal dopo i primi (fantastici) vagiti degli anni ’90: questi sono Korpiklaani, Finntroll, Ensiferum ed Eluveitie. Loro, nel corso del primo decennio nel nuovo millennio, hanno pubblicato una serie di dischi fondamentali per far conoscere il folk metal al grande pubblico e, involontariamente, farlo diventare una moda negli anni successivi, portando le etichette discografiche a puntare e investire in una grande quantità di formazioni folk oriented, spesso con risultati non particolarmente esaltanti. Gli Eluveitie del secondo full-length Slania sono tra i maggiori responsabili dell’affermazione di questo genere a livello europeo e mondiale: il disco è un perfetto bilanciamento tra metal estremo e sonorità celtiche, ricco di strumenti folk liberi di spaziare in lungo e largo durante le canzoni e con un singolo, Inis Mona, dal fare quasi radiofonico senza per questo risultare troppo melodico o ruffiano.

La band svizzera si era fatta notare con l’ottimo disco di debutto Spirit, lavoro uscito per la piccola Fear Dark Records, talmente buono da far approdare Granzmann e soci alla corte della Nuclear Blast Records. All’epoca della pubblicazione girava tra gli appassionati la frase “con Spirit facevano folk con influenze death metal, con Slania fanno death metal con influenze folk”: quanto c’è di vero? Se si prendono i due lavori e si ascoltano in successione ci si rende conto che effettivamente tra i dischi un po’ di differenza c’è. Ed è vero che Slania è più death oriented (le influenze dei Dark Tranquillity di The Mind’s I a volte sono molto chiare) rispetto a Spirit, che invece aveva un legame molto forte con una sorta di folk ancestrale e che non è stato più riproposto dagli Eluveitie nei cd successivi. Molta differenza la fa la produzione: cristallina e iper potente quella di Slania, che mette in grande risalto il guitar work del duo Henzi/Koch, più rustica e primordiale – ma comunque buona e adatta alla musica – quella di Spirit. Alcune cose tra i due full-length sono cambiate: la line-up passa da nove a otto elementi con l’abbandono di Sarah Kiener e Linda Suter e l’ingresso di Anna Murphy, la quale si rivelerà fondamentale soprattutto per l’approccio vocale, ma a cambiare è anche l’attitudine della band, ora più concentrata sul prodotto “da vendere” senza per questo perdere di vista l’aspetto concettuale e filosofico che fin dai primi passi ha contraddistinto la formazione elvetica.

Nei cinquanta minuti di Slania (nome di una ragazza inciso su una pietra realmente esistente) troviamo canzoni aggressive caratterizzate da un imponente muro creato dalle chitarre e dalla sezione ritmica, così come brani più tipicamente folk metal; la novità è quella di avere in scaletta ben due singoli che hanno portato a termine la missione che gli era stata affidata: far avvicinare/innamorare più gente possibile al sound degli svizzeri, cosa perfettamente riuscita. Il singolo principale dell’album è Inis Mona, canzone ancora oggi amatissima dal pubblico e puntualmente riproposta dagli Eluveitie in sede live. Il testo narra dell’isola dal nome che dà il titolo alla canzone, conosciuto anche come Ynys Môn in gallese o isola d’Anglesey ai giorni nostri, situata nel nord del Galles. Granzmann e Murphy cantano dell’importante scuola druidica che si trovava sull’isola, luogo di formazione che poteva accogliere i druidi anche per venti lunghi anni. L’isola fu attaccata dai Romani nel 61 d.C. per porre fine al potere druidico, una carneficina nota come il “Massacro di Menai”. Musicalmente è un brano mid-tempo nel quale grande importanza rivestono cornamuse, flauti, violino e ghironda, fino all’esplosione del ritornello:

I close my eyes, Inis Mona
And reminisce of those palmy days
As long o’er you, Inis Mona
I’ll call you my home

Le melodie utilizzate in Inis Mona sono di facile presa e per questo funzionali al successo della canzone, ma sono già state utilizzate in passato da altri musicisti: il ritornello lo troviamo nel rap celtico dei parigini Manau (che lustri fa hanno goduto di grande successo) nella canzone La Tribu De Dana, i quali a loro volta si sono ispirati al grande Alan Stivell, arpista francese che ha (ri)portato in auge la musica bretone e che si esibisce dal lontano 1953; il pezzo in questione è Tri Martolod, un classico dei suoi show davanti a migliaia di persone danzanti.

Inis Mona è la traccia numero tre: in apertura troviamo il bell’intro Samon che porta direttamente all’ottima Primordial Breath, canzone che incorpora alla perfezione quanto detto poc’anzi dei cambiamenti stilistici degli Eluveitie. Gli strumenti folk hanno sempre grande e primario spazio, ma sono le chitarre – ora grasse e roboanti – a fare la differenza, sciorinando riff death metal che però lasciano spesso i riflettori a flauti e violini. Gray Sublime Archon è caratterizzata da un notevole wall of sound vagamente moderno e dal ritornello ruffiano cantato sia in scream che in pulito per un risultato assolutamente degno di nota. Con Anagantios la band elvetica si prende una pausa dal metal e torna in forma strumentale alle origini del folk con un brano di oltre tre minuti di rara delicatezza, con ghironda e violino dolci e struggenti al tempo spesso, bruscamente spazzati via da Bloodstained Ground, un assalto frontale di appena duecento secondi, prettamente melodic death durante le strofe e sublime nell’accelerazione del bridge con il flauto a guidare tutti gli strumenti verso la gloria. Più varia e “melodica”, The Somber Laynon rinuncia agli up-tempo e alla furia di Merlin Sutter alla batteria, ma rallentamenti di ritmo e corpose incursioni del flauto rendono la composizione varia e accattivante al punto giusto. Con Slanias Song gli Eluveitie provano a tirar fuori una Inis Mona parte due: adulatrice e melodica, è caratterizzata dalla bella voce di Anna Murphy e dalle molte parti prive di chitarra, anche se lo scream di Granzmann (rafforzato dagli sporadici riff delle sei corde) prova a dare un contorno ruvido al brano che, di fatto, è un secondo singolo vincente. Interessante sapere che il testo è in lingua gallica (nel booklet è comunque presente la traduzione inglese), risultato del lavoro svolto da David Stifter, grande conoscitore dell’antica lingua, già professore all’università di Vienna al tempo di Slania e oggi dietro la cattedra in Irlanda presso l’università di Maynooth. Il breve intermezzo celtico Giamonios ci prepara per l’ultimo assalto sonoro degli Eluveitie, ovvero Tarvos, brano eccellente ancora oggi nella setlist nei concerti. La ghironda si fa sentire prepotente nel bridge, mentre nel ritornello flauti e violino sono gli strumenti principali di una canzone che ben bilancia l’anima più rude della band con la ricerca musicale legata alla tradizione popolare: quel che ne esce è di elevata qualità e che si trovi praticamente a fine disco qualifica la bontà delle altre composizioni in quanto non si avvertono cali qualitativi all’interno della scaletta. Calling The Rain è un’ode alla natura più incontaminata e potente, musicata in maniera da dare pari risalto alle parti estreme e quelle più melodiche creando anche in questo caso un equilibrio che porta a Elembos, una sorta di canzone/outro piuttosto lunga per i canoni degli Eluveitie (6:31): le sonorità pagane e i cori che si ripetono per l’intera durata della canzone creano un effetto sacro e solenne, con gli assoli di Sime Koch, Meri Tadić e l’ospite (su suggerimento del produttore Jens Bogren) Simon Solomon che si susseguono con grande naturalezza, portando a conclusione un lavoro impeccabile sotto ogni punto di vista.

Decidual the forests proclaim
The glory primal, the rapturous supremacy
Vanquishing the vile
Burgeoning beyond, bearing the essence of life

Crave for the rapture again
Long for the pristine light

Se Slania suona compatto, al passo coi tempi ma anche verace e potente, è merito di Bogren, il quale ha seguito le registrazioni di voce, basso, chitarre e batteria, nonché responsabile del missaggio e del mastering finale. Il lavoro fatto sui suoni è a dir poco imponente, capendo cosa di Spirit andava migliorato e lavorando affinché il risultato audio finale raggiungesse gli standard richiesti a un disco pubblicato per una major. Il libretto di sedici pagine è curatissimo e graficamente ben realizzato: ci sono le foto di tutti i musicisti, i testi e un’estesa spiegazione delle canzoni dal punta di vista lirico. Una cura del genere è veramente difficile da trovare.

Per il decimo anniversario di Slania è stata pubblicata una nuova versione dell’album, in verità assai poco interessante per chi già possiede il disco. A cambiare è solamente la copertina, con la bambina Slania ora diventata donna (per l’occasione è stata chiamata a posare la stessa modella di dieci anni fa, probabilmente questa la “nota” più interessante della ristampa); in aggiunta alla tracklist sono state aggiunte alcune canzoni bonus in versione demo e Samon acustica, quest’ultima già nota in quanto facente parte dell’edizione limitata del 2008 con il bonus dvd – questo sì interessante – con il videoclip di Inis Mona, una serie di fotografie promo e live e soprattutto il video di quattro canzoni suonate dagli Eluveitie in occasione del tedesco Ragnarök Festival 2007.

Anno 2008: gli Eluveitie pubblicano Slania, disco destinato a passare alla storia del folk metal. La domanda finale è una: quanta gente si è avvicinata a questo genere grazie a Inis Mona, alle melodie celtiche su base death metal e alla voce di Anna Murphy? Esatto, tantissima. Anche solo per questo motivo bisognerebbe essere grati a Granzmann e soci, ma più semplicemente Slaniaè un album perfetto e tanto basta per definirlo capolavoro.

Trollfest – Uraltes Elemente

Trollfest – Uraltes Elemente

2009 – EP – Twilight Vertrieb

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Trollmannen: voce – Mr. Seidel: chitarra – Psychotroll: basso – Trollbank: batteria – Manskow: fisarmonica, banjo

Tracklist: 1. Uraltes Elemente – 2. Byttedyr – 3. Grublegjøken – 4. Prost Der Welt – 5. Ich Liebe Zug – 6. Bassen Til Tor

Pubblicato nell’estate 2009, l’EP Uraltes Elemente può essere considerato come un’appendice di Villanden, il terzo disco rilasciato dai Trollfest a inizio 2009 e primo piccolo “successo”, lavoro che ha consolidato la fama della band norvegese nell’underground ed ha al contempo permesso loro di uscire allo scoperto anche grazie all’aiuto della Twilight Vertrieb, etichetta che ha lavorato, tra gli altri, con Belphegor, Enstille e gli Eluveitie degli esordi. Dalle registrazioni di Villanden (dicembre 2007 / giugno 2008) sono “avanzate” alcune tracce di buona qualità e allora perché non realizzare un EP che riprende, anche graficamente, il fratello maggiore?

Il dischetto dura solamente diciassette minuti, ripartiti in sei tracce nel classico stile Trollfest, ovvero folk metal caciarone, apparentemente disordinato, urlato e puzzolente di sudore. La vicinanza stilistica con Villanden è palese e a tal riguardo basta ascoltare l’ottima opener per ritrovarsi nel più divertente caos di Trollmannen e soci. Byttedyr è un up-tempo ricco di banjo e melodie balcaniche, mentre Grublegjøken mostra il lato più pesante e groove dei folli musicisti norvegesi. I settantasette secondi (sì, 77) di Prost Der Welt sono quanto di più spensierato e grottesco ci possa essere e le cose “peggiorano” con le conclusive Ich Liebe Zug e Bassen Til Tor: la prima è una canzone da sagra di paese bavarese dal ritmo ballabile, la seconda una canzone da festa dell’area balcanica con un crescendo finale davvero niente male. Da notare che quando si parla di “canzone da festa di paese” è per indicare esattamente quel tipo di musica che è possibile ascoltare in quelle manifestazioni, e non per indicare – come purtroppo è d’uso specialmente in Italia – in maniera dispregiativa la musica popolare e chi suona folk metal in generale. Queste due canzoni, ovviamente, sono riviste secondo lo stile Trollfest. A rendere più interessante Uraltes Elemente c’è la sezione “media”, una cosa ormai passata di moda ma piuttosto utilizzata nel decennio 2000-2010: una manciata di fotografie con filtri vintage fanno compagnia a tre video (due live di bassa qualità e il making of di Villanden, questo più interessante, alcolico e divertente da vedere).

Forse il salto di notorietà ha fatto sì che Uraltes Elemente vedesse la luce, o forse erano semplicemente avanzate un po’ di canzoni buone e sarebbe stato un peccato metterle in un cassetto, fatto sta che questo EP è chiaramente pensato e realizzato per i fan più attaccati ai Trollfest, un’uscita non indispensabile ma che può comunque regalare buone sensazioni a chi cerca caos e folk.

Svartsot – Mulmets Viser

Svartsot – Mulmets Viser

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Thor Bager: voce – Cristoffer Frederiksen: chitarra solista – Cliff Nemanim: chitarra ritmica – James Atkin:  basso – Danni Jelsgaard: batteria – Stewart Lewis: strumenti folk

Tracklist: 1. Aethelred – 2. Lokkevisen – 3. Havfruens Kvad – 4. Hojen Pa Gloedende Paele – 5. Paa Odden Af Hans Hedenske Svaerd – 6. Laster Og Tarv – 7. Den Svarte Sot – 8. Kromandes – 9. Datter – 10. Grendel – 11. Jagten – 12. Lindisfarne – 13. I Salens Varme Gloed

A tre anni dal bel debutto Ravnenes Saga tornano i danesi Svartsot con questo Mulmets Viser (Napalm Records), lavoro contenente dodici tracce di extreme folk metal. Si era temuto lo scioglimento dopo il brutale split di ben quattro elementi avvenuto nel dicembre 2008, ma Cristoffer Frederiksen (chitarra solista) ha tenuto duro e riformato la line-up quasi da zero: dentro Thor Bager, Cliff Nemanim, James Atkine Danni Jelsgaard,rispettivamente voce, chitarra ritmica, basso e batteria. L’altro superstite è il polistrumentista Stewart Lewis che però al momento della registrazione, per problemi di salute della moglie, si è fatto sostituire da Hans-Jorgen Hansen.

Le composizioni sono piuttosto semplici sia come struttura (melodia-strofa-ritornello-melodia-strofa-ritornello-melodia-ritornello la maggior parte delle volte) che come tecnica, quel che più conta è però la qualità delle stesse e che le canzoni siano orecchiabili e godibili fin dal primo ascolto. Missione compiuta verrebbe da dire, in quanto quasi tutti i brani sono divertenti e coinvolgenti con delle melodie assolutamente azzeccate. Forse dodici canzoni sono troppe, e – parere di chi scrive – sarebbe stato meglio ridurre a dieci le tracce del disco e utilizzare diversamente quelle tagliate (mini cd, bonus track ecc.).

Detto della storia del gruppo, dell’importanza delle melodie e della struttura delle canzoni, la domanda che sorge spontanea è “sì, ma come suonano i brani?” Li possiamo dividere in tre categorie: 1) con le melodie di tin whistle e mandolino che da sole quasi riescono a fare la canzone; 2) mid tempo tendenti alla cupezza sonora, con delicati ricami malinconici di flauto irlandese; 3) canzone “cruda” con strumenti tipici poco in risalto. Della prima categoria fanno parte la carinissima opener folleggiante Aethelred, la massiccia Grendel, con le sue bellissime melodie balcaniche e Laster Og Tarv che è impreziosita dal lavoro di coppia chitarra-flauto che creano e reggono la struttura della canzone. Havfruens Kvad con le sue graziose melodie prodotte dal flauto e doppiate dalla chitarra risulta essere uno dei momenti migliori del cd, mentre la finntrolleggiante Lokkevisen è divertente e ballabile. E poi c’è Hojen Pa Gloedende Paele, con il tin whistle a comandare le danze, essendo presente in ogni secondo della composizione, in particolare con l’allegra (e fischiettabile) melodia che di tanto in tanto fa capolino nel brano. Di mid-tempo ce ne sono due: Den Svarte Sot ha un incedere malinconico e delicato al tempo stesso, mentre Lindisfarne (fatto storico che molti gruppi nordici hanno a cuore) mixa bene la crudezza di quanto accaduto in terra inglese nel 793 d.C. in quattro minuti di cupe sonorità, dove il mandolino risulta fondamentale pur rimanendo sempre in secondo piano. Sempre Lindisfarnepuò rientrare nella terza categoria proprio a causa dell’utilizzo diverso del mandolino, non più strumento fondamentale ma solamente di contorno. In Kromandes Datter si distingue il bel break centrale, dove la massiccia cavalcata strumentale risulta essere perfetta per spezzare e diversificare il brano dal resto della scaletta. Più vicina ad un certo tipo di death metal che al folk è Paa Odden Af Hans Hedenske Svaers, che ricorda vagamente le atmosfere degli Amon Amarth dei primi anni 2000. In verità c’è anche una quarta categoria, quella dei filler, dei riempitivi. Non che Jagten o I Salens Verme Gloed siano canzoni brutte o composte male, ma si sente subito una certa differenza di qualità con gli altri brani di questo Mulmets Viser.

A livello tecnico c’è poco da dire, nessun virtuosismo ma tanto groove. Buona la prova del batterista Danni Jelsgaard, oneste ma incisive le due chitarre, tondo e presente quanto basta il basso di James Atkin. Davvero buona invece la prova del cantante Thor Bager: il giovane frontman (21 anni all’epoca della pubblicazione) varia tra un growl profondo e incomprensibilee uno scream (a differenza del precedente cantante Claus Gnudtzmann, fermo al solo vocione cavernoso) che rende più dinamiche le sue linee vocali.

Il disco si presenta bene: l’eccellente copertina realizzata da Gyula Havancsák (Ensiferum, Annihilator, Destruction, Stratovarius ecc.) rappresenta appieno lo spirito dell’album, il booklet di ben sedici pagine è pieno di foto professionali, informazioni e testi (tutti rigorosamente in danese e privi di traduzione inglese), mentre l’edizione limitata contenente due bonus track ha una copertina differente raffigurante un intreccio ligneo di arte vichinga, ma con lo stesso booklet della versione di base. A completare il tutto c’è la produzione di Lasse Lammert, già al lavoro con Alestorm, Huldre, Lagerstein e Asmegin in campo folk metal: reale e graffiante, potente e pulita.

In conclusione gli Svartsot, pur essendo solamente al secondo album, hanno già una loro personalità che mettono in mostra in ogni traccia di Mulmets Viser, disco fresco e divertente per un gruppo che ha visto pericolosamente da vicino la scritta fine della propria carriera, e che sono riusciti, pur non inventando nulla di nuovo, a donarci quarantacinque minuti di buon extreme folk metal.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Lex Talion – Sons Of Chaos

Lex Talion – Sons Of Chaos

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ramiro J. Pellizzari: voce, chitarra – Federico Vogliolo: voce, chitarra – Manuel Luna: basso – Lautaro Rueda: batteria

Tracklist: 1. Father – 2. Into The Haar – 3. Chaos Path (Overture) – 4. Sons Of Chaos – 5. Arise – 6. Nightwing – 7. Flesh Of Gods – 8. Thunders Over The Fields – 9. The Circle – 10. King Of Death – 11. The Great Divide

Gli argentini Lex Talion, dopo ben cinque anni di silenzio, sono tornati a farsi sentire nel 2017 con un EP utile soprattutto per affermare la buona salute del gruppo, prima di incidere il secondo full-length in carriera dal titolo Sons Of Chaos. Tempo a disposizione per lavorare alle nuove canzoni ce n’è stato in abbondanza e i progressi fatti dal debutto Funeral In The Forest sono piuttosto evidenti: pur continuando a suonare un folk metal con doppia voce pulito/growl ricco di numerose influenze, il sound della band capitanata da Ramiro J. Pellizzari (il quale ha fondato i Lex Talion nel 2010 come progetto personale) è ora maturo e ben bilanciato, rendendo l’album convincente anche dopo svariati ascolti.

Sons Of Chaos dura trentanove minuti ed è composto da dieci canzoni più un breve intermezzo di pochi secondi. I brani sono tutti di media-breve durata con un solo caso che scavalla i cinque giri di lancette e l’ossatura dei pezzi è lineare e diretta, con l’eccezione della “mistica” Into The Haar. L’intero lavoro di registrazione, mixaggio e mastering è avvenuto in completa autonomia e il risultato è davvero buono in quanto i suoni sono corposi e reali e l’equilibrio tra i vari strumenti è giusto: raramente una completa autoproduzione riesce a suonare in questa maniera professionale.

L’iniziale Father è una delle composizioni migliori del disco. Mid-tempo ricco di cori epici e gustosi riff di chitarra sono i punti di forza dell’intero disco assieme all’intelligente utilizzo dei due stili vocali (clean e virile quello di Federico Vogliolo, growl e feroce quello di Pellizzari). Flesh Of Gods, nella sua forse eccessiva brevità (2:27!) porta una ventata di aggressività e buona velocità in un platter che tende prepotentemente ai tempi medi, mentre con The Circle la band di La Plata confeziona un brano che unisce con gusto epic/power e soluzione più aggressive fermo restando il ruolo della chitarra, sempre in primo piano. Stesso discorso per l’ottima King Of Death, composizione nella quale tastiere e orchestrazioni (realizzate dall’ospite Daniela S. Martinez) riescono a conferire una solennità sconosciuta alle precedenti canzoni.

Con Sons Of Chaos i Lex Talion sono riusciti a dare un’impronta personale alla musica proseguendo quanto iniziato con Funeral In The Forest, puntando molto sull’impatto a scapito – purtroppo? – di quell’alone scottish che rendeva una canzone come Mirrors(ma non solo lei sola) particolarmente intrigante. Sons Of Chaos è un lavoro dalle tinte oscure che si concede poche parentesi luminose, ma quando ciò accade la musica ne beneficia non poco. I Lex Talion hanno trovato una propria strada e continuando a lavorare potranno portare la propria proposta a un livello superiore in quanto le potenzialità ci sono tutte. Nel frattempo chi ha desiderio di muscoloso extreme folk metal con richiami epic/power ha di che gioire.