Atlas Pain – What The Oak Left

Atlas Pain – What The Oak Left

2017 – full-length – Scarlet Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Samuele Faulisi: voce, chitarra, tastiera – Fabrizio Tartarini: chitarra – Louie Raphael: basso – Riccardo Floridia: batteria

Tracklist: 1. The Time And The Muse – 2. To The Moon – 3. Bloodstained Sun – 4. Till The Dawn Comes – 5. The Storm – 6. Ironforged – 7. The Counter Dance – 8. Annwn’s Gate – 9. From The Lighthouse – 10. White Overcast Line

I lombardi Atlas Pain si sono distinti dal resto della scena fin da quando si presentarono al mondo con il demo del 2014, Atlas Pain. Con il seguente EP Behind The Front Page i nostri smussarono alcuni spigoli della propria proposta, aumentando di non poco la percentuale di certe caratteristiche, tirando fuori un sound potente, personale e intrigante. Il passo successivo non poteva che essere il full-length di debutto, che puntualmente arriva con il marchio Scalet Records nel retro. What The Oak Left è composto da dieci tracce per un totale di oltre cinquanta minuti di “bombastic folk metal”. La definizione, lo so, vuol dire tutto e nulla, ma provate a pensare sonorità alla Equilibrium che incontrano le atmosfere dei primi Wintersun, un po’ di metal da colonna sonora (fortunatamente di ben altra pasta rispetto a Turisas2013…) con un tocco di sana follia e un’innata capacità di scrivere belle canzoni. Le melodie, in particolare, fanno la differenza: mancando strumenti folk tradizionali, le sei corde sono protagoniste di motivi ora epici, ora più pacati, con l’indispensabile lavoro della tastiera del cantante/chitarrista Samuele Faulisi a supportare il tutto.

Le canzoni sono tutte ben fatte e piacevoli da ascoltare, legate tra di loro da un filo comune, comprese le ottime Annwn’s Gate, The Storm e Ironforged, prese rispettivamente da Atlas Pain la prima e da Behind The Front Page le altre due. Ciò vuol dire che la band, pur avendo apportato dei cambiamenti al proprio sound è comunque rimasta fedele all’iniziale idea di musica, migliorando degli elementi lì dove ce ne era bisogno. L’iniziale To The Moon è un buon biglietto da visita, con tutte le sonorità più epiche e cinematografiche, diciamo così, degli Atlas Pain. La seguente Bloodstained Sun mostra invece il lato più aggressivo (ma non confusionario) della formazione milanese, che ben si accoppia a The Counter Dance per velocità e idee, colpendo nel segno. Discorso a parte per la conclusiva e strumentale White Overcast Line, suite da undici minuti suddivisa in sei parti: scelta coraggiosa quanto rischiosa per gli Atlas Pain, bravi comunque a portare a termine senza problemi un brano piuttosto impegnativo.

Le note positive non si limitano alla sola musica: la copertina (che qualcuno ha forzatamente accostato a Silence dei Sonata Arctica) di Jan “Örkki” Yrlund (già incontrato nei lavori di Hell’s Guardian, Equinox, Cruachan e Korpiklaani) è molto evocativa e anche tutto il processo in sala d’incisione che ha portato a un ottimo risultato merita di essere citato, con Fabrizio Romani che si è occupato della registrazione e il guru Mika Jussila (Amorphis, Ensiferum, Draugr, Children Of Bodom, Finntroll e tanti altri), del mastering.

What The Oak Left è il punto di arrivo della prima fase della carriera degli Atlas Pain, ma sono sicuro che rappresenterà al contempo il punto di partenza per una nuova maturazione della band lombarda, capace in poco tempo di passare dal gradevole demo al disco della prima maturità. Avanti così!

Myrkgrav – Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen

Myrkgrav – Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen

2016 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lars “Leiðólfr” Jensen: voce, chitarra, basso, batteria, tastiera, flauto

Tracklist: 1. Skjøn Jomfru (Norwegian version) – 2. Vonde Auer – 3. Bakom Gyrihaugen – 4. Soterudsvarten – 5. Om å Danse Bekhette – 6. Spålsnatt – 7. Tørrhard – 8. Finnkjerringa (10th anniversary edition) – 9. Østa Glette – 10. Sjuguttmyra – 11. Uttjent – 12. Tviom – 13. Skjøn Jomfru (English version) – 14. Takk Og Farvel

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Il capitolo Myrkgrav è definitivamente chiuso. A porre la pietra tombale sul progetto norvegese è lo stesso Lars Jensen, polistrumentista creatore della band nel 2003 e che, in seguito al successo del debutto/capolavoro Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning, ha avuto non pochi problemi personali e con la musica. Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen significa, non a caso, “Grazie e addio; i tempi sono cambiati”: più chiaro di così si muore. Dichiara Lars in un’intervista che non compone un brano dal 2010 e che la tracklist del cd è, di conseguenza, un insieme di brani “nuovi” e vecchi, canzoni già pubblicate e per l’occasione ri-registrate e in minima parte “aggiornate”. Sia chiaro, quello dei Myrkgrav è il classico folk metal (con tanto di hardanger fiddle, violino tipico della musica popolare norvegese, in questa sede suonato da Olav Luksengård Mjelva, musicista dei Wardruna) che da un paio di lustri ha reso famoso il musicista norvegese e poco importa se il disco doveva uscire cinque anni fa.

Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen è lungo (sessantaquattro minuti), forse con un paio di tracce di troppo (Skjøn Jomfru in versione norvegese e inglese) che appesantiscono un po’ l’ascolto e che per questo motivo fa scendere il voto a un 8,5. Sia chiaro, il nuovo lavoro marchiato Myrkgrav è semplicemente bello, ammaliante, a tratti struggente. Il folklore norvegese è raccontato e vissuto attraverso le note che Lars suona con maestria, un moderno menestrello che purtroppo ha dato la sua vita alla musica e che ha deciso di allontanarsi da tutto ciò. Ascoltare i violini di Soterudsvarten e la malinconia di Tørrhard fa bene al cuore, e il pensiero vola immediatamente ai mai abbastanza lodati Otyg di quel genio di Vintersorg. Larse Jensen, come Mr. V, riesce a comunicare le proprie sensazioni attraverso la musica, in modo personale e mai prevedibile. Nel disco troviamo anche due brani ri-registrati tratti dal debutto: si tratta di Om å danse bekhette e di Finnkjerringa, entrambi ri-arrangiati e portati a nuova vita. Un paio di canzoni sono state ripescate anche dall’EP del 2013 Sjuguttmyra, in questo caso Uttjent e la title-track. Infine, ben quattro i brani strumentali, tutti molto belli e coinvolgenti. Non si tratta dei soliti intermezzi buoni per dare respiro a metà disco, ma di vere e proprie composizioni che vanno dai quattro ai sei minuti di durata, nelle quali la chitarra prende il posto della voce e con maestria accompagna l’ascoltatore nel mondo di Lars Jensen.

Non si tratta, quindi, di un classico album, ma di un insieme di brani inediti e ri-registrazioni varie: Lars Jensen non è riuscito a fare di più e nonostante questo Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen è un signor disco. Va dato merito al musicista di essere stato chiaro e sincero fin dall’annuncio della pubblicazione del disco, spiegando il perché delle scelte e le motivazioni che portano i Myrkgrav a fine viaggio.

Al momento Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen è disponibile unicamente in formato digitale, mentre la versione fisica del disco dovrebbe arrivare a breve. Il consiglio è quello di fare vostra una copia del cd appena questo sarà sul mercato: qui non si parla solo di un addio pesante, ma anche – e soprattutto – di vero folk metal, come ormai è sempre più difficile ascoltare in giro. Lunga vita ai Myrkgrav!

Black Velvet Band – Pożoga

Black Velvet Band – Pożoga

2015 – full-length – Art Of The Night Productions

VOTO: 8recensore: Mr. Folk

Formazione: Jaromir: voce – Peter: chitarra, mandola – Marcin: chitarra – Flavio: basso – Zdzisław: batteria

Tracklist: 1. Ruiny – 2. Nowa Krew – 3. Nie Mamy Skrzydeł – 4. Kołowrót – 5. Zamieć – 6. Z Tej Ziemi Powstałem – 7. Imperium

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La Polonia è una nazione che in questo sito non ha trovato molto spazio: gli unici nomi presenti nell’archivio sono quelli dei seminali Graveland grazie al disco Thunderbolts Of The Gods del 2013 e i giovani Time Of Tales con l’EP Enter The Gates. Eppure da quelle terre per noi molto lontane, esiste una scena folk metal davvero interessante, magari giovane e senza nomi da pelle d’oca, ma i gruppi che ne fanno parte sembrano avere tutti quanti le idee ben chiare e una spiccata personalità fin dal cd di debutto. Alcuni di questi gruppi li incontreremo nelle prossime settimane, ma tutti quanti hanno lo stesso punto di riferimento, ovvero Art Of The Night Productions, etichetta che sta facendo molto per promuovere e far conoscere la scena folk metal della propria nazione.

I Black Velvet Band si formano nel 2008 a Lublino, nella parte orientale della Polonia. Pożoga è il secondo disco dopo il debutto Pieśni Obłąkane del 2013 (più due singoli e un EP) e proprio rispetto al primo lavoro si può notare una certa maturazione: l’extreme folk metal del quintetto è potente e personale, ricco di spunti interessanti e nel complesso realizzato con grande precisione e gusto. L’iniziale Ruiny è un potentissimo brano dalla doppia cassa feroce, che si apre però con dei cori epici e una soffice chitarra acustica. Quando però parte la canzone vera e propria non ce n’è per nessuno tanto è imponente la sezione ritmica e preciso il lavoro delle chitarre. La strofa in particolare non può lasciare indifferente l’ascoltatore, così come le taglienti accelerazioni dal riffing vagamente black metal colpiscono nel segno. In tutto questo però non viene meno l’aspetto melodico ed epico, come si può ben ascoltare verso il finale di canzone. La seconda traccia Nowa Krewz prosegue la verve massiccia dell’opener anche se con minor foga: il ritmo è più lento e le trame di chitarre più elaborate, soprattutto nella parte finale, dove le note di Peter e Marcin risultano di grande importanza. Nie Mamy Skrzydeł ha una forte componente folk e tradizionale; per un paio di minuti è priva di chitarre distorte e quando queste fanno il loro ingresso comunque non modificano di molto la composizione. Arriva quindi il momento di due canzoni dalla durata importante, entrambe dal minutaggio che si aggira sui nove minuti. La prima è Kołowrót: intrecci di sei corde e una certa lentezza rendono il brano molto cupo e intenso, ma è l’interpretazione vocale di Jaromir a fare la differenza; la breve accelerazione in concomitanza dell’assolo non fa altro che marcare maggiormente la pesantezza di questa bella canzone. Segue Zamieć, un lungo viaggio guidato da chitarre acustiche e pregevoli interventi di violoncello; il singer è sempre protagonista di una buona prestazione, ma a stupire è lo stacco tipicamente maideniano a due minuti dal termine, un guitar riffin’ già ascoltato non si sa quante volte, ma che piazzato nel momento giusto, come nel caso dei Black Velvet Band, non fa che bene. Z Tej Ziemi Powstałem è un riuscito riassunto di quanto ascoltato precedentemente: ritmi non elevati, sezione ritmica compatta e le due chitarre a macinare riff efficaci. L’ultimo brano del disco è Imperium e la formula è un po’ quella delle precedenti composizioni: momenti di quiete (chitarre acustiche, arpeggi, atmosfere rilassate) si alternano ad altri più concitati, con il dinamico lavoro del bravo Zdzisław a dettare i ritmi da dietro il drum kit. Il sali-scendi di emozioni e ritmi è una caratteristica della band e in questa composizione il risultato è davvero buono.

Per Pożoga nulla è stato lasciato al caso e il numero di ospiti aiuta a capire quanto i Black Velvet Band abbiano puntato su questo lavoro. Wera Kijewska al violoncello, Michał Waszczyk al pianoforte (nell’ultima traccia), Paweł “Hoodee” Chyła alla chitarra e soprattutto i due cori Sine Nomine e Kairos danno un tocco di classe che non sempre è possibile riscontrare in questo genere. A tutto ciò c’è da aggiungere la buona produzione opera di un solo uomo: Paweł “Hoodee” Chyła ha, infatti, curato tutte le fasi della registrazione, compreso il missaggio finale e il mastering.

Nonostante siano solamente sette composizioni per ben cinquantaquattro minuti di durata, Pożoga si lascia ascoltare con grande piacere. I Black Velvet Band hanno lavorato sodo in sala prove e i risultati dei loro sforzi è un full-length che testimonia la crescita non solo della band ma anche dell’intera scena polacca.

Oakenshield – Legacy

Oakenshield – Legacy

2012 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ben Corkhill: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Northreyjar – 2. Earl Thorfinn – 3. Jorvik – 4. Mannin Veen – 5. Wen Heath – 6. Clontarf – 7. Eternal As The Earth – 8. The Raven Banner

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“E adesso un po’ di musica!» disse Thorin. «Tirate fuori gli strumenti! (…) Già che ci siete, portate dentro anche il mio!». Ritornarono (…) con l’arpa di Thorin avvolta in un panno verde. Era una bella arpa d’oro, e quando Thorin la sfiorò, la musica che si sprigionò all’istante fu così improvvisa e dolce che Bilbo dimenticò qualsiasi altra cosa, e fu trascinato via in terre oscure sotto lune sconosciute, al di là dell’Acqua e assai lontano dalla sua casetta sotto la Collina.” (Lo Hobbit – J.R.R. Tolkien)

Oakenshield, ovvero scudo di quercia. Nome preso dal libro Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien, nel quale Thorin Scudodiquercia (oakenshield, appunto) è un importante nano protagonista del romanzo [A tal proposito vi ricordo il mio libro Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo]. Con questa premessa potrei si potrebbe essere tentati di promuovere il disco a priori, ma chiaramente non sarà così, anzi, Legacy verrà sezionato canzone per canzone, cercando nella musica quel qualcosa in più che è lecito aspettarsi da un artista che deve il nome al Professore. Oakenshield nasce in Inghilterra nel 2007 dalle ceneri dei Nifelhel, one man band autrice di due demo fondata da Ben Corkhill nel 2004, e arriva al secondo disco con questo Legacy dopo aver esordito nel 2008 con il promettente Gylfaginning.

Northreyar è un pregevole intro di oltre tre minuti, ottimo per permettere all’ascoltatore di addentrarsi nel mondo degli Oakenshield, un ambiente sonoro dove alla base di folk tradizionale si aggiungono robuste chitarre e uno scream secco che si alterna alla fiera voce pulita del mastermind Corkhill. Earl Thorfinn suona familiare sin dalle prime note, una melodia che ogni vero amante del folk/viking deve riconoscere in pochi secondi: si tratta di Oppi Fjellet, tratto dal capolavoro Nordavind dei norvegesi Storm. È giusto chiarire subito che non si tratta di una cover, tanto meno di una scopiazzatura: le due canzoni si assomigliano semplicemente perché alla base della musica c’è la stessa melodia tradizionale norvegese. Earl Throrfinn è un mid tempo nel classico stile Oakenshield, con tastiera, tin whistle e violino a creare atmosfere di pregiata eleganza. Lo scream e il clean di Corkhill funzionano a dovere, ben inserendosi su una base semplice e bellissima al tempo stesso. È un brano che trasmette visioni di paesaggi nordici, di sconfinati prati verdi nel silenzio più assoluto, di lontane casette color rosso che risaltano tra il verde dell’erba e il gelido blu dei fiordi. La melodia norvegese è splendida, ma va riconosciuta la bravura di Corkhill nel riuscire ad arrangiare in maniera egregia un brano non semplice, con la consapevolezza dell’inevitabile paragone con gli Storm. La seguente traccia, Jorvik, è l’unica completamente inedita, in quanto non contiene motivi tradizionali al suo interno. Il violino suonato dal bravissimo session David Denyer (presente in maniera spesso massiccia in tutti i brani) e il tin whistle aiutano a creare un’atmosfera epica, per un risultato delicato e deciso al tempo stesso. Mannin Veen è uno strumentale in grado di riportare alla mente i migliori Týr, quelli di Eric The Red e Land in particolare, per via della chitarra capace di creare una melodia malinconica e fiera come solo a nord della Danimarca è possibile ascoltare; ottimo l’intervento del violino, sostenuto dal crescere della sezione ritmica. Un brano che fa pensare all’infinito mare del nord, crudele e selvaggio, ma anche grande amico se si hanno le capacità di domarlo. La chitarra acustica introduce Wen Heath, lunga composizione – sette minuti – di virile viking metal sulla scia degli immortali Bathory di Quorthon. Le tastiere si ergono protagoniste riempiendo la traccia, il violino interviene inizialmente con brevi ma significative partiture, per rimanere successivamente sempre in prima linea. Wen Heath è la canzone che dimostra la bravura del Ben Corkhill songwriter, capace di rendere piacevole e interessante un pezzo molto semplice e lineare, che non presenta innovazioni o cambi di tempo improvvisi. Clontarf è una canzone dalla doppia anima: quella cupa e soffocante della parte cantata e quella più ariosa dovuta al violino irlandese e al tin whistle. Scorre veloce, in verità senza particolari sussulti e senza lasciare traccia nella memoria. Eternal As The Earth è una gustosa cavalcata guidata dagli accordi pieni della sei corde, un mid-tempo atmosferico dove la voce del singer è molto vicina al timbro di Quorthon (ancora lui!); in particolare le melodie degli strumenti acustici sono azzeccate e inserite nel momento giusto per creare una spaccatura naturale nella composizione. La chiusura di Legacy è affidata a The Raven Banner, lunga cavalcata da oltre nove minuti di durata. All’interno della canzone sono racchiuse le diverse anime degli Oakenshield: la parte tradizionale è ben presente con melodie folk della penisola scandinava, l’amore di Corkhill per il viking si rispecchia nel riffing diretto come i maestri Bathory e Falkenbach insegnano. Lo scream acido s’incastona divinamente all’interno delle note della chitarra, il basso dona rotondità e vigore al brano, il violino regala momenti da brividi a fine canzone.

Terminato l’ascolto delle otto tracce si torna alla realtà, dopo aver girovagato senza meta tra le Highlands scozzesi, i fiordi norvegesi e il minaccioso mare del nord. Dispiace, perché la musica degli Oakenshield permette di viaggiare con entusiasmo, facendo sognare l’ascoltatore durante tutti i quarantacinque minuti di Legacy.

Delle varie fasi in studio (registrazione, mixaggio, produzione) se ne è occupato Ben Corkhill stesso, con il solo aiuto di Greg Davis e Matt Lane: un ottimo lavoro in quanto i suoni sono decisamente buoni, reali, ben amalgamati tra di loro. La drum machine, punto dolente del precedente disco, suona come una batteria vera, contribuendo al successo dell’album. È inoltre scomparso lo “sporco” di sottofondo che penalizzava la produzione di Gylfaginning, facendo suonare Legacy in maniera eccellente.

Interessante il dualismo vocale scream-clean, Corkhill è abile nell’incastonare i pochi inserti “puliti” nei momenti appropriati, arricchendo (raramente, in verità) la proposta con alcuni cori di voci maschili dal timbro energico e saggio. Unica nota stonata di un lavoro davvero ben fatto, la copertina creata da Mike Schindler (a lavoro anche con Wolfchant, Folkearth, Thundra ecc.) di Dragon Design 666: fredda, impersonale, visivamente insulsa, semplicemente brutta.

Un sound possente e poetico, a tratti brutale e minaccioso, ma anche delicato, sognante e raffinato: gli Oakenshield sanno creare tante diverse atmosfere a seconda dei temi trattati nei testi con eleganza e saggezza; il suono del gruppo trabocca di passione, di sincero amore per quel che viene fatto, e ogni nota di Legacy lo conferma.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Black Magic Fools – Soul Collector

Black Magic Fools – Soul Collector

2016 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Pontus Nilsson: voce, cornamusa, scacciapensieri – Daniel Henriksson: chitarra – Mats Halldon: basso – Björn Wallin: batteria – Ida Persson: violino – Katya Eilertsen: violino

Tracklist: 1. Fools Parade – 2. Grave Dancer – 3. Lies – 4. Salvation – 5. Black Jig – 6. Last Supper – 7. Soul Collector – 8. A Jester’s Confession – 9. Dansa I Natt – 10- Not My Truth – 11. Vädjan

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Il folk metal, come tutti i sottogeneri dell’heavy metal, è un mondo intasato da un’infinità di release che ogni giorno invadono il mercato. In questa marea di demo, promo, EP, split e full-length è sempre più difficile trovare qualcosa di realmente interessante in grado di uscire dall’anonimato. A volte lo è pure per i gruppi con contratti più o meno validi, figuriamoci per chi intende autoprodursi. Il problema è che spesso certi lavori non riescono proprio a giungere alle orecchie degli ascoltatori, ma esistono sono anche storie a lieto fine: citare i Folkstone è fin troppo facile, ma a livello europeo i debutti di band come Bucovina e i danesi Huldre di Intet Menneskebarn ne sono un ottimo esempio. Direttamente dalla sempre prolifica Svezia arrivano al full-length di debutto dopo due EP (2011 e 2012) i Black Magic Fools con Soul Collector, quarantasei minuti divisi in undici tracce di puro folk metal.

Il disco si presenta molto bene: il bel digipak a sei pannelli rivela subito la grande cura che la band ha riversato su questo prodotto, tutto è curato nel minimo dettaglio e il booklet di dodici pagine pieno di illustrazioni e info ne è la conferma. Tutto questo però sarebbe inutile se non ci fosse la musica di qualità alla base di Soul Collector. Cornamuse, violini e melodie a volontà rendono il disco tanto interessante: gli strumenti folk sono sempre in primo piano tra momenti di grande intensità e altri al servizio della canzone, la voce pulita ma maschia di Nilsson si rivela perfetta per il sound della band e le composizioni sono tutte interessanti. Grave Dancer è un piccolo hit che impressiona fin dal primo ascolto, mentre Lies suona oscura e drammatica, un lato umano/musicale molto spesso accantonato dai gruppi folk metal a favore di atmosfere più fresche e spensierate. La cupezza dei Black Magic Fools prosegue con Salvation (molto evocativo il violino nel suo breve solo) e Black Jig che, come suggerisce il titolo, presenta sprazzi d’Irlanda in una tempesta invernale che non da scampo. La title-track presenta riff e stacchi di metal estremo senza dimenticare il lato folk, con violini teatrali, scacciapensieri e ghironda (suonata dall’ospite Bruno Andersen) a chiudere in maniera quasi schizofrenica la canzone. Le cornamuse folkenstoniane (presenti in verità in diversi punti del disco) sono la gradevole sorpresa di A Jester’s Confession, ma è con Not My Truth che i Black Magic Fools riescono a dare il colpo di grazia all’ascoltatore: le poderose bordate di basso (in questo caso protagonista della canzone e con un volume maggiore rispetto alle altre tracce) unite alle cupe chitarre e alle sempre presenti cornamuse creano un tutt’uno oscuro e attraente, arricchito dalle intrusioni più o meno lunghe di violini, ghironde e chitarre soliste. Se le composizioni non menzionate sono “semplicemente” di buona qualità, Not My Truth e Grave Dancer sono gli assi nella manica della band di Göteborg.

Soul Collector è un concept album e i testi trattano di un musicista che per sopravvivere porta la sua arte villaggi, trovando la notte riparo in fienili e luoghi di fortuna. Una volta, però, viene svegliato da due persone incappucciate che prima gli distruggono lo strumento tanto amato, poi lo cacciano via urlando che “un musicista in meno porterà in giro la musica del diavolo”. Una volta giunto in una foresta cade in un sonno profondo durante il quale sogna più volte quanto accaduto con gli incappucciati fino a quando una creatura gli propone di riavere lo strumento tanto caro in cambio di un piccolo favore… Quanto succede al soul collector è piacevole da leggere e il fatto di aver incluso la storia nel digipak è un punto a favore del gruppo che, come già detto, non si è risparmiato per attenzione ai particolari. In più c’è da considerare il buon sound del cd, registrato e mixato da Pedro Ferreira (The Darkness, Therapy?, Meat Loaf ecc.) presso gli SpinRoad Studios. Molto potente, oscuro anche per via delle tematiche trattate, eppure pulito e nitido, il lavoro svolto per Soul Collector è di prim’ordine anche sotto l’aspetto tecnico.

Non ho la palla di vetro per sapere se il futuro darà ragione ai Black Magic Fools, ma posso nel mio piccolo raccomandarvi questo cd perché è in grado di soddisfare anche i palati più fini, quelle persone che ne hanno sentite veramente tante e che difficilmente – purtroppo – trovano materiale ancora in grado di emozionarle. I Black Magic Fools riescono in questo con una ricetta in verità vecchia quanto il cucco se mi passate il termine, ma quando la qualità è così elevata c’è poco da fare se non ascoltare il disco e lasciarsi trasportare dalle note.

Huldre – Tusmørke

Huldre – Tusmørke

2016 – full-length – Gateway Music

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Nanna Barsley: voce – Lasse Olufson: chitarra – Bjarne Kristiansen: basso – Jacob Lund: batteria – Laura Emilie Beck: violino – Troels Nørgaard: flauto, ghironda, bombarda

Trackilist: 1. Jagt – 2. Hindeham – 3. Varulv – 4. Underjordisk – 5. Skifting – 6. Fæstemand – 7. Mørke – 8. Tæring – 9. Nattesorg

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Se dovessi scegliere il miglior debutto del 2012 non avrei dubbi, indicando senza pensarci un istante Intet Menneskebarn dei danesi Huldre, autori di un cd fresco pur avendo le radici ben piantate nel più classico (e nordico) folk metal. Il secondo full-length arriva dopo ben quattro anni e la prima domanda che ci si pone è se sarà all’altezza del brillante album d’esordio. La formazione in questo lasso di tempo è rimasta la stessa, e questo è sicuramente uno dei motivi per cui Tusmørke continua laddove Intet Menneskebarn terminava. Anche lo studio di registrazione (LSD Studio) e la mente/mano della consolle (Lasse Lammert, già con Alestorm, Svartsot, Gloryhammer ecc.) è la stessa di quattro anni fa, con il medesimo risultato: sound potente, strumenti equilibrati e un suono pulito e reale.

Jagt è un’ottima opener dai toni malinconici e i numerosi strumenti folk a dare il loro fondamentale contributo, ma è con le successive composizioni che gli Huldre portano qualcosa di nuovo al proprio sound. La prima di queste è tra Underjordisk, una piccola perla musicale dal cantato vagamente symphonic (che mostra una volta di più le grandi capacità tecniche ed espressive della frontwoman Nenna Barsley, una voce diversa da quelle “tipiche” della scena) e improvvisi riff violenti. Skifting invece è tipicamente folk metal, con giri di chitarra accattivanti e belle melodie nordiche, nonché brevi istanti ballabili come le migliori feste celtiche insegnano. La brava singer introduce gli otto minuti di Fæstemand, canzone elegante dalle ricche trame di violino, ghironda e bombarda, un mid-tempo quadrato dai numerosi spunti interessanti. L’ultima traccia di Tusmørke è Nattesorg, una sorta di lungo outro semi acustico (l’elettrica c’è, eccome, dopo metà brano) da sette minuti dalle tinte oscure. C’è una canzone, però, che spicca sulle altre: Hindeham è una vera chicca di puro folk metal dove tutto funziona alla perfezione con strumenti popolari e chitarre heavy che si intrecciano con gusto e la grande prestazione vocale (con tanto di sporadici scream in momenti topici) della Barsley a impreziosire il lavoro della band.

In questo disco di quarantasei minuti tutto è come dovrebbe essere: musica, voce e produzione funzionano alla grande, ma è chiaramente il formato canzone a interessare di più e questo proprio non riesce a non fomentare l’ascoltatore; tanti stili e cambi non sono cosa per tutti, soprattutto se fatti con la maestria degli Huldre. Fatevi un favore e comprate Tusmørke.