Vansind – MXIII

Vansind – MXIII

2021 – EP – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: J. Asgaard: voce – Line Burglin: voce – Thor Hansen: chitarra – Gustav Solberg: chitarra acustica – Morten Lau: basso – Danni Jelsgaard: batteria – Rikke Klint Johansen: tastiera, tin whistle

Tracklist: 1. Fra Fremmed Kyst – 2. Den Farefulde Færd – 3. Gæstebudet

A due anni dalla nascita i danesi Vansind pubblicano l’EP MXIII, lavoro che colloca la band di Slagelse sulla cartina del folk metal europeo. Nella semplicità di questo tre pezzi, c’è un po’ tutto quello che i fan del folk metal si aspettano da un lavoro del genere: chitarre roboanti sorrette da una sezione ritmica potente, melodie a volontà e atmosfere in grado di emozionare l’ascoltatore a seconda dello stile e delle tematiche trattate. Tutto questo lo troviamo in MXIII che, nella sua brevità (sedici minuti totali) mette comunque in mostra il talento dei Vansind. La principale caratteristica del gruppo è nel doppio cantato uomo/growl – donna/clean che viene utilizzato saggiamente e, soprattutto, vede due cantanti dotati di espressività nei loro stili. In alcuni momenti è riconoscibile l’influenza dei compatrioti Svartsot, magari quelli meno aggressivi, ma c’è da dire che i ragazzi ce la mettono tutta per cercare una via personale in un genere nel quale non sempre è facile trovarla.

La prima cosa che balza all’orecchio ascoltando questo MXIII è la buona produzione, equilibrata e potente, opera di Kristian Emil Øgir, ex assistente del guru Tue Madsen. L’opener Fra Fremmed Kyst, nella sua brevità, riassume il discorso musicale dei Vansind 2021, con il gustoso alternarsi delle voci, cambi di tempo e quel senso melodico che anche nei momenti più aggressivi non si allontana più di tanto. Den Farefulde Færd suona tipicamente extreme folk metal con tempi cadenzati, growl profondo e un efficace lavoro delle chitarre, con gli interventi di Line Burglin che portano dolcezza in un mare in tempesta. L’ultima canzone dell’EP, Gæstebudet, inizia nella maniera più classica (e funzionale) possibile, con accordi aperti e il tin whistle a prendersi i riflettori; le due voci sovrapposte funzionano alla grande e i continui interventi del flauto rendono tutto più accessibile e orecchiabile. Con oltre sette minuti di durata Gæstebudet è la canzone più lunga e complessa del lotto, con uno stacco acustico dopo metà composizione che dà la giusta carica alla prevedibile ripartenza, portando a conclusione un lavoro (al momento solo digitale) veramente godibile.

La Danimarca è una terra che ha dato pochi ma talentuosi gruppi alla scena folk metal e i Vansind, ultimi arrivati, sembrano essere in grado di competere con i vari Huldre, Heidra e Svartsot. MXIII è un buon inizio e se il buon giorno si vede dal mattino…

Juha Jyrkäs – Sydämeni Kuusipuulle

Juha Jyrkäs – Sydämeni Kuusipuulle

2021 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Juha Jyrkäs: voce, kantele elettrico, basso kantele

Tracklist: 1. Poimotus – 2. Kymmenen Kyrvän Nimeä – 3. Otson Voima – 4. Hämärästä Aamunkoihin – 5. Manalan Valtikka – 6. Korpien Kutsu – 7. Nuole Mua – 8. Voimaa – 9. Tulisvdän – 10. Honkajuurella Asunto – 11. Juhlapäivä

Quanto è importante la produzione di un disco nel 2021? E quanto influenza l’ascolto o, come in questo caso, la prima impressione? Si parla spesso di quanto i suoni e il lavoro di missaggio siano fondamentali per dare al disco quel qualcosa in più che lo possa rendere appetibile e godibile. Un esempio lampante di quanto detto è Once Sent From The Golden Hall, primo capolavoro degli svedesi Amon Amarth: forse non tutti sanno che l’album fu inizialmente registrato presso i Sunlinght Studio, ovvero dove nacque lo swedish sound famoso grazie a Entombed e compagnia brutale. I brani degli Amon Amarth, con quella produzione (ascoltabili in una versione deluxe di With Oden At Our Side), suonano esattamente swedish death metal, completamente diversi da quanto ascoltabili nel disco Once Sent From The Golden Hall. Gli gli Amon Amarth, in quanto insoddisfatti del suono e del risultato finale, fortunatamente ri-registrarono il tutto negli Abyss Studio di Peter Tägtgren, realizzando così il disco che tutti noi conosciamo.

Qui però stiamo parlando di Sydämeni Kuusipuulle, primo disco solista del polistrumentista finlandese Juha Jyrkäs, e il discorso produzione c’entra eccome. L’inizio del cd non è dei più confortanti proprio per via della produzione, sporca e a tratti, soprattutto nella prima canzone Kymmenen Kyrvän Nimeä, caotica. In realtà le altre canzoni suonano meglio, con soluzioni meno invadenti che agevolano non poco l’ascolto. Come detto dal musicista in sede d’intervista (che potrete leggere tra qualche giorno), la sua è stata una scelta precisa, lasciando piccole imperfezioni, volutamente distante da lavori iperprodotti e che suonano un po’ tutti alla stessa maniera. C’è anche da dire che dopo l’iniziale smarrimento l’ascolto prosegue bene ed è possibile entrare nel mood del cd. Juha Jyrkäs è un nome sicuramente sconosciuto ai più, ma che vanta una lunga collaborazione con i Korpiklaani tra il 2006 e il 2012, ed ha partecipato anche nell’incisione dei due dischi dei sottovalutati Auringon Hauta. Un CV che stuzzica e porta all’ascolto di Sydämeni Kuusipuulle con grande curiosità, curiosità che aumenta quando nel booklet si legge “no electric guitars, bass, keyboards or drums used on this album!”. Il pagan heavy metal di Juha Jyrkäs, difatti, è suonato con l’ausilio del kantele elettrico e del basso kantele, oltre alle percussioni e strumenti folk come il violino e la cornamusa estone (suonati da Hittavainen, ex Korpiklaani) e lo jouhikko elettrico.

Uscito nel 2020, ma stampato su cd (con copertina realizzata dall’ex Finntroll Wilska) nei primi mesi del 2021 dalla sempre più intraprendente Earth And Sky Productions, Sydämeni Kuusipuulle è un disco coraggioso, che al suo interno nasconde tanti passaggi davvero coinvolgenti e che suona diverso da tutto ciò che si ascolta quotidianamente in ambito folk metal. Dopo il classico intro da un minuti si parte con Kymmenen Kyrvän Nimeä e il suo ritmo incalzante e sgraziato, croce e delizia dell’intero album, ma che rende bene l’idea della direzione musicale che il musicista finlandese ha intenzione di seguire. La successiva Otson Voima è lenta e ripetitiva, quasi ipnotizzante nel ritmo, così come lo è l’ottima Hämärästä Aamunkoihin, folk ambient particolarmente ispirato. Manalan Valtikka ritrova il ritmo heavy e le sonorità maggiormente folk metal; a tal proposito è interessare ascoltare l’utilizzo delle percussioni in sostituzione della batteria, producendo comunque lo stesso risultato per ritmi ed efficacia. Si torna al fango del sottobosco con la pesante e claustrofobica Korpien Kutsu, cinque minuti di angoscia e respiro affannato. Nuole Mua ha un riffing anni ’80 che sa di Saxon e compagnia borchiata, ma è con Voimaa che Juha Jyrkäs piazza un highlight: il ritmo si fa interessante, scacciapensieri e cornamusa danno il giusto tiro alla canzone e tutto sembra funzionare alla perfezione. Tulisvdän ha un qualcosa che ricorda il folk metal mongolo anche se con il passare dei minuti la canzone prende una forma completamente diversa. Molto bella, poi, Honkajuurella Asunto, composizione atmosferica e delicata ben cantata dall’ospite Mille Asikainen, ma che improvvisamente ha un’accelerazione simil black metal, con il cantato che si fa sguaiato e aggressivo che con il suo finale folle conduce all’ultima traccia del cd, Juhlapäivä: soft e ricercata nel suo ambient, subisce improvvisi interventi urlati molto teatrali. Questa composizione è la giusta conclusione di un album disorientante e caotico, ma che alla fine dei conti funziona.

Bisogna riconoscere alla Earth And Sky Productions il coraggio di mettersi in gioco scovando realtà underground dal grande potenziale, dando voce a musicisti che altrimenti rischierebbero di rimanere nell’ombra. E bisogna riconoscere a Juha Jyrkäs – musicista DIY vecchio stile – la determinazione nel creare qualcosa di insolito ma comunque valido. Sydämeni Kuusipuulle è il primo positivo passo e con lavoro e pazienza il successore potrebbe regalare grandi soddisfazioni.

Trollfest – Happy Heroes

Trollfest – Happy Heroes

2021 – EP – Napalm Records

VOTO: S.V. – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Trollmannen: voce – Mr. Seidel: chitarra – Grimdrap Glutenfri Fleskeng: chitarra – Lodd Bolt: basso – TrollBANK: batteria – Kjellkje: batteria – Fjernkontrollet: tastiera, fisarmonica – DrekkaDag: sassofono

Tracklist: 1. Happy Heroes – 2. Cartoon Heroes (Aqua cover) – 3. Don’t Worry Be Happy (Bobby McFerrin cover) – 4. Happy (Pharrell Williams cover)

Dai Trollfest ormai ci aspettiamo di tutto e il loro folle True Norwegian Balkan Metal dissacrante e caotico fa ormai parte dell’elite del folk metal. Dopo l’ottimo Norwegian Faitytales del 2019 e un paio di singoli digitali lo scorso anno, la band guidata dall’urlatore Trollmannen torna a farsi viva con un EP dal titolo Happy Herores: gli eroi dei Trollfest saranno affidabili o meglio non averci a che fare? La bella copertina permette di capire in quale guaio ci stiamo andando a cacciare: i panciuti e sdentati Iron Man e Thor non promettono bene, anche se la parola HAPPY fa parte del titolo.

L’EP, disponibile in formato digitale e vinile, è composto da quattro brani – uno originale e tre cover – per una durata di circa quindici minuti. In apertura troviamo la title-track, la storia di un pazzo, crudele supereroe troll che in realtà è un antieroe, o forse un eroe dei cattivi (?!). Fatto sta che la violenza e la demenza fanno parte di questo disco e tutto si può riassumere nella riuscita cover di Don’t Worry Be Happy, pezzo che tutti, metallari compresi, abbiamo cantato più di una volta. Il disturbante videoclip della canzone è un’esplosione di colori, urla laceranti e atti criminali che si svolgono all’interno di una casa di cura, il posto dove forse i Trollfest si trovano a proprio agio. Le altre cover sono Cartoon Heroes degli Aqua, una band che i quarantenni ricorderanno per il tormentone Barbie Girl e l’hit Happy di Pharrell Williams, entrambe ben riuscite e trollfestizzate al punto giusto.

A livello musicale c’è da notare la grande importanza del sassofono di DrekkaDag, mai così in vista, e l’ingresso del batterista Kjellkje al posto dello storico TrollBANK. Happy Heroes è un EP dal chiaro intento di divertire ed è quello che effettivamente fa. In attesa prossimo album questi quindici minuti sono un buon passatempo che fa sorridere e scapocchiare un po’: d’altra parte i Trollfest sono i signori incontrastati del True Norwegian Balkan Metal…!

Troll Bends Fir – Brothers In Drink

Troll Bends Fir – Brothers In Drink

2011 – compilation – Screaming Banshee/Histomedia

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Troll: voce, chitarra – Skjeldi: basso – Alex: batteria – Jethra: voce, whistle, flauto – Elias: violino

Tracklist: 1. Brothers In Drink – 2. Hoplnir – 3. Beer Mantra – 4. Ass-Shaking Dance – 5. Octoberfest – 6. Ave Celia! – 7. Kamarinskaya – 8. Catch A Salmon! – 9. Little Mug Of Dark Ale – 10. Troll’s Rise – 11. Humppa Is My Neighbour

La scena russa, per quel che concerne il folk-pagan metal, è praticamente infinita, ancora oggi non troppo conosciuta, in grado di evolversi senza distaccarsi dalla tradizione e capace di riservare piacevoli sorprese quando meno lo si aspetta. Oggi si parla dei Troll Bends Fir, band attiva da inizio millennio e autrice del disco in questione, Brothers In Drink, quinto capitolo della loro discografia, pubblicato nel 2011. In realtà l’album non è un vero e proprio full-length, bensì la raccolta dei due antecedenti EP Octoberfest e Hoplnir, rispettivamente del 2010 e dell’anno successivo, all’epoca disponibili solamente in Russia. Grazie al lavoro dell’etichetta tedesca Screaming Banshee/Histomedia, Brothers In Drink è reperibile in tutta Europa. Per rendere l’operazione ancora più appetitosa è stato aggiunto un inedito che vede la partecipazione del cantante dei Korpiklaani Jonne Järvelä.

Musicalmente i Troll Bends Fir portano avanti fin da inizio carriera un folk metal dalle svariate influenze, che vanno dal medieval rock di stampo teutonico al folk metal scandinavo, senza dimenticare, ovviamente, il sound della loro terra natia, la Russia. Quel che ne viene fuori è un folk interessante, abbastanza personale anche se con chiari riferimenti ad altre scene, ben equilibrato tra i festosi tempi in levare e mid-tempo più riflessivi ed intimistici. L’apertura è affidata alla titletrack, canzone veloce e divertente, con il whistle di Jethra presente in tutti i tre minuti di durata. La composizione è semplice, così come sono elementari i riff di chitarra, ma non per questo non azzeccati. Con la successiva Hoplnir il discorso non cambia: tempi sostenuti e strumenti a fiato a creare melodie gioiose. Fa la prima comparsa anche la voce di Jethra, che ben si alterna con quella di Troll, più ruvida e sporca. Beer Mantra, dopo un inizio tranquillo, parte sparata tra doppia cassa e tin whistle, in quello che è un grande invito a ballare e divertirsi tutti insieme, possibilmente sotto una pioggia di birra. Molto bella la lunga parte centrale, maggiormente soft e ricercata, prima del ritorno delle sonorità festaiole. Titolo esplicativo quello della terza traccia, pur senza essere la più “movimentata” del lotto e nonostante il violino di Elias in grande evidenza: Octoberfest rimarca una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, il legame dei Troll Bends Fir con il mondo alcolico e il far festa ad ogni occasione possibile. Si cambia registro per Ave Celia!, lirica dal sapore gotico medievale, nonostante un gran lavoro di flauto e violino e qualche richiamo al mondo folk. La canzone, scelta come singolo dal gruppo, è piuttosto lunga per gli standard del combo di San Pietroburgo (quattro minuti e mezzo la durata), e presenta un cantato prima, e un coro poi, molto evocativo, facendo di quella che potrebbe essere vista come una mosca bianca un interessante punto d’incontro tra il gothic e il folk. Si torna alla spensieratezza grazie a Kamarinskaya, mezza filastrocca e mezza ballata popolare, divertentissima e ritmata, probabilmente il momento più goliardico dell’intero Brothers In Drink. Grande prova tecnica e di gusto per il whistle della bravissima Jethra in Catch A Salmon!, simpatico breve strumentale. Nuova alternanza vocale in Little Mug Of Ale tra la flautista e il rustico Troll; il brano è molto tranquillo, quasi una ninna nanna musicata, per un risultato particolarmente delicato e piacevole. Si viaggia nella penisola scandinava grazie a Troll’s Rise, tra Otyg e Glittertind d’annata, con un pizzico di germanica attitudine alla Odroerir. Folk metal delicato, ben eseguito e di gran gusto. Chiude Brothers In Drink la veloce Humpa Is My Neughbour, canzone inedita che vede la presenza di Jonne Järvelä: il ritmo è elevato e ben si adatta al particolare stile del cantante finlandese, per un risultato davvero buono.

I quarantacinque minuti del cd scorrono velocissimi, le canzoni sono tutte piacevoli e non ci sono momenti di stanca tra le undici composizioni e, ciliegina sulla torna, il brano nuovo è tra i migliori di Brothers In Drink. I musicisti compiono tutti la loro parte con semplicità ed efficacia, anche se una nota di merito va senza dubbio alla talentuosa Jethra, vero cuore pulsante del sound dei Troll Bends Fir. Come suggerisce il titolo, musica adatta per passare una serata con i propri amici tra risate e birre.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Scimitar – Shadows Of Man

Scimitar – Shadows Of Man

2019 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Angus Lennox: voce, basso – Noel Anstey: chitarra – Jesse Turner: chitarra – Clayton Basi: batteria

Tracklist: 1. State Of Nature – 2. Knights Collapse – 3. Flayed On The Birth – 4. Wandering At The Moon – 5. To Cultivate With Spears – 6. Shadows Of Man I: Imperium – 7. Shadows Of Man II: Cataclysm – 8. Where Ancient Spectres Lie – 9. Mysterium, Tremendum Et Fascinans

La scena canadese è da sempre nelle attenzioni di Mister Folk (non a caso nel libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarok c’è un capitolo dedicato a questa scena decisamente poco conosciuta, ma ricca di band interessanti) e oggi si parla degli Scimitar, formazione di Victoria, British Columbia, in attività dal 2008 che con Shadows Of Man arriva al secondo full-length in carriera. Il gruppo guidato da Angus Lennox ha realizzato nel 2010 il primo disco Black Waters, per poi sparire dai radar; a distanza di nove anni diverse cose sono cambiate, prima fra tutte la maturità dei musicisti, ora decisamente a proprio agio nel muoversi in territori che uniscono death melodico, folk metal e altre influenze minori ma che messe tutte insieme fanno comunque volume. Se Black Waters era un’opera acerba che puntava in alto, Shadows Of Man è un bel passo in avanti nella giusta direzione, ora senza tentennamenti o rischiosi scivoloni.

Per prima cosa fa piacere parlare dell’aspetto estetico del cd: il digipak presenta al suo interno una foto degli Scimitar con le info sulle registrazioni, credits e ringraziamenti, mentre il booklet si apre a poster con da un lato tutti i testi delle canzoni e dall’altro una bella immagine di cavalieri medievali in combattimento. La produzione è nella media: suona bene e pulita, senza apparenti forzature, anche in questo caso un miglioramento rispetto a quanto sentito in passato.

L’aspetto musicale, chiaramente, è quello che conta di più: gli Scimitar del 2019 sono un gruppo che ha chiaro in quale direzione muoversi. L’intro State Of Nature, più una strumentale dalla lunga durata in verità, e dal vago sapore prog, porta alla prima vera canzone del disco Knights Collapse: un mid-tempo dal cantato velocissimo che con il passare dei minuti aumenta di giri, una scelta inusuale per un’opener, ma che funziona a dovere. Chitarra e batteria lavorano all’unisono per Flayed On The Birth, anche questo un brano che punta sull’impatto e il riffing a discapito di velocità e violenza. I sei minuti di durata scorrono piacevolmente tra twin guitars e melodie che contrastano col cantato growl del leader Lennox. La linea stilistica è questa, ovvero tempi medi, buon lavoro della sei corde con la sezione ritmica composta da Clayton Basi alla batteria e Lennox al basso che segue con precisione e buon gusto le trame della chitarra: ottimi esempi sono Wandering At The Moon e To Cultivate With Spears, mentre con le successive Shadows Of Man I e II i canadesi confezionano una piccola suite davvero ben riuscita. La seconda parte, inoltre, balza subito all’orecchio per via dell’iniziale violenza, una canzone che suona più aggressiva fin dalle prime note e per questo si distingue da tutte le altre, anche se nella parte conclusiva torna ad affacciarsi la melodia e i ritmi rallentano. L’ottava traccia Where Ancient Spectres Lie inizia con una lunga fuga strumentale, molto bella, per poi proseguire con un tempo medio che alterna fraseggi di sei corde e accelerazioni mai estreme in verità, con il tocco di classe rappresentato dalla chitarra acustica che porta a conclusione la canzone. Il cd si chiude con gli otto minuti di Mysterium, Tremendum Et Fascinans: il primo minuto molto raw (quasi a concordare col titolo in latino, che rimanda al black norvegese di venti anni fa) si evolve in un malato black doom sporco e criptico, in totale contrasto con quanto sentito nelle precedenti canzoni. Dal secondo minuto e mezzo, però, cambiano i suoni e lo stile musicale, tornando alle classiche sonorità degli Scimitar, anche se con un pizzico di cattiveria in più che, lo si può ammettere, sta proprio bene. La domanda che ci si pone è come avrebbe suonato il disco con questa piccola ma ben accetta dose di vitamine extra. Mysterium, Tremendum Et Fascinans è l’unico pezzo a suonare in questo modo, e proprio per questo spicca immediatamente e rende la traccia subito appetibile.

Con Shadows Of Man gli Scimitar si giocano tutte le carte a propria disposizione e sicuramente hanno vinto la partita. Negli anni hanno lavorato per migliorarsi e i risultati sono evidenti: un buon disco di death/folk metal proveniente dall’altra parte del mondo, interessante per gli appassionati del genere e sfizioso per i curiosi che vogliono ascoltare un po’ di metal canadese e fuori dai radar “che contano”.

Finntroll – Vredesvävd

Finntroll – Vredesvävd

2020 – full-length – Century Media Records

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Vreth: voce – Skrymer: chitarra – Routa: chitarra – Tundra: basso – MörkÖ: batteria – Virta: tastiera – Trollhorn: tastiera, banjo, voce

Tracklist: 1. Väktaren – 2. Att Döda Med En Sten – 3. Ormfolk – 4. Grenars Väg – 5. Forsen – 6. Vid Häxans Härd – 7. Myren – 8. Stjärnors Mjöd – 9. Mask – 10. Ylaren – 11. Outro

Dove eravamo rimasti? Ah, sì. 2013, esce Blodsvept, sesto disco dei Finntroll. Buona qualità, belle canzoni, non un capolavoro ma decisamente godibile, così come il precedente Nifelvind. Poi, all’improvviso, la band stacca la spina. Qualche tour, passano gli anni e i concerti diventano sporadici, ma del nuovo disco non si hanno notizie. Trascorrono così sette anni e, finalmente, arriva l’annuncio del tanto atteso nuovo lavoro. Il risultato? Vredesvävd, trentotto minuti per nove canzoni più intro e outro.

Com’è il disco? Anonimo, purtroppo. Brutto? Assolutamente no, ma le canzoni non ripagano i sette anni di attesa e speranze che i fan riponevano nella band. Ascoltando il cd è palese la volontà di Vreth e soci di tornare, in un certo senso, alle origini, realizzando un album crudo e diretto, a tratti feroce ma con quel classico stile che da sempre contraddistingue i musicisti finlandesi. Se la si vuole dire in maniera brutale: sembra di ascoltare una raccolta di outtake dei vecchi dischi, per l’occasione ri-registrate al fine di dare omogeneità e un suono compatto e uguale. L’inizio, in realtà non è male: Att Döda Med En Sten è la classica opener dei Finntroll, buona per i concerti e anche su cd rende bene, con quegli stop and go che si alternano alle accelerazioni feroci e le sempre presenti tastiere che cambiano l’umore al brano a seconda dei tasti pigiati. Ormfolk sembra uscire direttamente da quello spettacolo di Jaktens Tid e se da una parte c’è il fascino del 2001, dall’altra ci si chiede se una cosa del genere sia davvero necessaria. Il bell’inizio acustico di Grenars Väg sembra preannunciare un pezzo alla Visor Om Slutet, ma presto la distorsione si impossessa della canzone e quel che ne viene fuori è il classico mid-tempo dei Finntroll. Il primo pezzo deludente è Forsen, anche se quel break con il violino (di Olli Vänskä dei Turisas e ospite fisso negli ultimi tre lavori dei Finntroll) è davvero delizioso. Vid Häxans Härd picchia dall’inizio alla fine, ma tolti i muscoli rimane davvero poco; le cose vanno meglio con la scheggia impazzita Myren (2:49), la quale ha il pregio di far battere il piede fin dai primi secondi e, senza cercare niente di più, fa egregiamente il suo lavoro. Stjärnors Mjöd è un’altra composizione che sembra più un filler che un brano portante di Vredesvävd, e nella sua “normalità” scorre senza colpo ferire. In conclusione di disco la qualità si rialza un po’ grazie a Mask e Ylaren: anche qui non possiamo certo parlare di canzoni che resteranno per anni nelle scalette dei concerti, ma in questo contesto fanno bene il proprio lavoro, la prima con una bella dose di grinta e la seconda lasciando maggiore spazio alle melodie (sinistre) e a tempi lenti. Ylaren in particolare mostra che quando lo vogliono i Finntroll sanno ancora creare canzoni belle, nel loro classico stile ma con qualcosa di diverso dal solito.

Presentato da una copertina tutto sommato trascurabile e da una manciata di singoli digitali, Vredesvävd è l’album meno interessante della discografia dei troll finlandesi, un passo indietro rispetto alle ultime prove in studio e una delusione per chi ha atteso tutti questi anni per ascoltarlo. Non è un disco brutto e per qualche tempo girerà nei lettori cd, ma poi lascerà spazio alle perle che i Finntroll hanno saputo creare nel corso della loro carriera.

NB: il voto è frutto della delusione, ma cercando di essere oggettivi si può tranquillamente aggiungere un mezzo voto. Non di più.