Distoriam, Trollwar & Trobar – Distrollbar (split EP)

Distoriam, TrollWar & Trobar – Distrollbar (split)

2017 – split – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: –

Tracklist: 1. Distoriam – Les Héros Du Passé – 2. Trobar – Marée Noire – 3. Trollwar – Soup Of A Thousand Souls – 4. Distoriam – Magnetic North (French Poutine Version) (Alestorm Cover) – 5. Trobar – Légende Indienne (Quebec Folk Song) – 6. Trollwar – Nectars Of Eden (Ebony Tears Cover) – 7. Distrollbar – Chant Sacré (Metal Version) (Laurent Paquin Cover)

La scena canadese, come ormai saprete bene leggendo le recensioni di questo sito, è sempre attiva e dinamica, con tanti nomi che escono fuori ogni anno e, soprattutto, dei validi dischi a confermare la bontà dei musicisti nord americani. La cosa bella è che la scena canadese sembra essere anche unita stando a molte dichiarazioni dei protagonisti, al punto da pubblicare, come in questo caso, uno split EP non a due, bensì a tre gruppi. Quale modo migliore per farsi conoscere e divertirsi (e divertire) al tempo stesso? Succede così che tre band originarie del Quebec, Distoriam, TrollWar e Trobar, uniscano le forze per rilasciare (purtroppo solo in formato digitale) Distrollbar, un lavoro assolutamente piacevole da ascoltare e diverso dai classici split. La formula è in realtà strana e anche un po’ intricata: i tre gruppi propongono prima un pezzo inedito per poi passare a una cover; infine c’è spazio per una canzone che vede coinvolti tutte le band insieme. Se da una parte c’è la volontà di rendere molto vario il disco, dall’altra c’è una certa confusione dovuta proprio alle diverse sonorità della band coinvolte. Il tutto si risolve con un po’ di ascolti, quando diventa possibile riconoscere l’impatto musicale e il cantato di ogni singolo gruppo.

La prima canzone è dei Distoriam: Les Héros Du Passé è potente con delle sonorità death metal in certi riff e nel cantato che ben contrastano con il ritornello maggiormente arioso durante il quale sono utilizzate le voci pulite sia maschile che femminile. C’è spazio anche per un assolo di chitarra, ma è la seconda parte della composizione dove la band si lascia andare senza freni di sorta e il risultato è notevole. Tocca quindi ai Trobar con Marée Noire: sonorità più tipicamente folk metal per il gruppo di Rimouski, autore nel 2014 del full-length Charivari. Flauto e tastiera sono strumenti importanti per l’economia del pezzo, ma sono sicuramente le linee vocali (growl maschile e pulito femminile) ad avere il ruolo protagonista. I TrollWar (incontrati anni fa con il disco Earthdawn Groves) hanno un sound più bellicoso e si nota fin dalle prime note di Soup Of A Thousand Souls. Possono ricordare i Finntroll più ignoranti, ma nel loro suono c’è anche una certa dose di personalità: le note feroci del brano hanno sempre un qualcosa di melodico e in questo il lavoro della tastiera è fondamentale. Dopo i tre brani inediti si passa alle cover: la prima è Magnetic North degli Alestorm, riletta in chiave personale (e in francese) dai Distoriam. Il risultato è molto diverso dall’originale, ma proprio per questo interessante da ascoltare. La seconda cover è Légende Indienne, una folk song del Quebec ben metallizzata dai Trobar, un pezzo veramente coinvolgente e dinamico, con ottimi giri di chitarra e il cantato di Pascale Lévesque sempre all’altezza della situazione. La terza e ultima cover presente nello split è opera dei TrollWar, Nectars Of Eden degli svedesi Ebony Tears. In questo caso la band di Alma è più melodica rispetto al solito (con la bontà della musica inalterata), ma ci si muove sempre in ambiti extreme folk metal. Ultima traccia in scaletta è Chant Sacré dei Distrollbar, nome sotto al quale sono riuniti tutti i musicisti delle tre band. La canzone è una cover di Lauren Paquin, un comico locale apprezzato molto apprezzato. La canzone, dalla durata di appena un minuto e mezzo, è strana, quasi eterea all’inizio e brutale nel finale, sicuramente un esperimento curioso che forse meritava una maggiore durata.

Distrollbar è un’idea buona quanto utile: una pubblicazione del genere attira attenzioni e simpatie, la band raggiungono lo scopo dello split, cioè farsi conoscere divertendosi e facendo divertire: missione compiuta!

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Folkstone – Ossidiana

Folkstone – Ossidiana

2017 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lorenzo Marchesi: voce – Luca Bonometti: chitarra – Federico Maffei: basso – Edoardo Sala: batteria – Roberta Rota: cornamusa, bombarda, voce – Matteo Frigeni: cornamusa, bombarda, ghironda – Maurizio Cardullo: cornamusa, cittern, flauto, bouzouki, bombarda – Andrea Locatelli: cornamusa, bombarda

Tracklist: 1. Pelle Nera E Rum – 2. Scintilla – 3. Anna – 4. Psicopatia – 5. Asia – 6. Scacco Al Re – 7. Mare Dentro – 8. E Vado Via – 9. Instantanea – 10. Supernova – 11. Dritto Al Petto – 12. Sabbia Nera – 13. Ossidiana

Alla fine è successo. I Folkstone si sono definitivamente staccati dal proprio passato realizzando un disco che guarda avanti senza pietà, con un sound (si potrebbe dire) nuovo e lasciando gli ascoltatori a bocca aperta. Quello che è sicuro è che con Ossidiana la band di Bergamo non passa inosservata: prova ne è il gran chiacchiericcio, per quel poco che vale, virtuale e i complimenti ricevuti dai musicisti rock della scena italiana. Detto questo, come suona il nuovo album dei guerrieri orobici? Diverso. Diverso da Oltre…l’Abisso che a sua volta era la prosecuzione artistica di quanto iniziato con Il Confine, per non parlare poi dei primi due cd Folkstone e Damnati Ad Metalla: si tratta proprio di un’altra band. Cosa c’è di diverso, vi chiederete, tra Il Confine e Ossidiana? Sicuramente l’approccio. Laddove i Folkstone cercavano di restare a metà strada tra l’osservazione critica del mondo e la necessità di divertirsi (e far divertire) ora c’è solo la via della maturità, che spesso fa rima con noia e debolezza, ma non è il caso loro, fortunatamente. Quel che manca, e lo dico subito, è un guizzo di vita che tutti ci aspettiamo dai Folkstone, quelle cornamuse a festa che fanno battere forte il cuore, quei cori che non si aspetta altro di andare a un loro concerto per poterlo gridare con tutta la voce che è in corpo. Manca un pizzico di vita. Ossidiana è vita, e in alcuni momenti è anche bella come vita, ma è costantemente ombreggiata dagli anni che passano e che segnano il volto con rughe indelebili. È anche affascinante per questo, Ossidiana, quel fascino da persona adulta che sa ancora giocarsi le proprie carte pur non avendo più il fisico e il sorriso di quando aveva venti anni e ci si poteva permettere di dormire quattro ore a notte e ricominciare il giorno dopo carichi come non mai. Ossidiana ha quel fascino di chi ha vissuto la vita e ne porta le cicatrici, ma lo fa con serenità. Non orgoglio ne vergogna. Ossidiana sta lì a dire: la vita è questa, amico, non possiamo far altro che accettarla e quando possibile combatterla, ma questo è, fine dei sogni e dei giochi.

Il folk metal, nel senso stretto del termine, non è su un disco dei Folkstone dal 2012. In Ossidiana ci sono robuste chitarre rock (a tratti rammsteiniane) e bei strumenti folk che arricchiscono le canzoni. Non c’è l’arpa di Silvia Bonino, fuori dal gruppo perché il suo strumento ritenuto di troppo, ma c’è l’ottimo flauto di Maurizio a rinfrescare con deliziose note le varie composizioni. La canzone simbolo di questo cambiamento è senz’altro Pelle Nera E Rum: un blues caldo e avvolgente, molto sensuale, brano che indica immediatamente la volontà dei Folkstone di lasciarsi andare all’istinto non badando alla forma ma al risultato. Non mancano le cornamuse e il groove che sale di giri quando è il momento giusto di farlo, ma il cambiamento è palese e può facilmente spiazzare i fan, soprattutto quelli maggiormente legati al periodo “gente balla e dorme sui banconi appiccicati”. Un altro brano da menzionare è Dritto Al Petto, interamente cantato da Roberta. C’è da dire che Roby ha fatto passi da gigante al microfono, ora molto precisa e in grado di controllare meglio la voce, ma che non ha perso quel tocco aggressivo e verace che la contraddistingue. Il resto delle composizioni (curiosamente di durata media/corta, da 3.26 a 4.20, con appena tre canzoni sopra i quattro giri di lancette) sono quasi tutte di buona qualità (le prime tre sono davvero ottime, con un songwring deciso e grandemente riuscito) con qualche inevitabile calo di tensione di tanto in tanto quando ce ne sono ben tredici in un cd. La difficoltà dell’ascolto è dovuta alla nuova veste dei Folkstone, diciamolo chiaramente: non tutti sono pronti per questo salto, la band ha veramente osato e rischiato lasciandosi avvolgere dalle influenze e da quel che veramente vogliono fare, vincendo però la scommessa.

La produzione è molto compatta e il suono in cuffia è davvero ottimo: potente e chiaro, perfettamente mixato e curato nei minimi dettagli dal guru Tommy Vetterli (Coroner, Eluveitie, Kreator ecc.) fa da contrappeso all’orrenda copertina (volutamente) scarna ma che è in sintonia con i testi e il mood dell’album. Va bene il senso dell’artwork, ma anche l’occhio vuole la sua parte.

Ossidiana è la nuova veste dei Folkstone: a prima vista sembra essere un capo economico, trovato in offerta in qualche supermercato, eppure per una serie di motivi riassumibili con la parola bravura, hanno tirato fuori l’ennesimo bel viaggio nei sentimenti, dipingendo piccoli scorci d’umanità della quale tutti abbiamo bisogno. Alla fine il capo economico da supermercato calza a pennello ai nuovi Folkstone e vederlo indossato da loro fa anche un figurone.

Folkstone – Il Confine

Folkstone – Il Confine

2012 – full-length – Folkstone Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lore: voce, cornamusa – Teo: cornamusa, bombarda, ghironda, cori – Roby: cornamusa, bombarda, cori – Andreas: cornamusa, bombarda, percussioni, cori – Maurizio: cornamusa, bombarda, cittern, flauti, cori – Silvia: arpa, percussioni – Federico: basso, cori – Edo: batteria, percussioni

Tracklist: 1. Il Confine – 2. Nebbie – 3. Omnia Fert Aetas – 4. Non Sarò Mai – 5. Luna – 6. Anomalus – 7. Storia Qualunque – 8. Frammenti – 9. Lontano Dal Niente – 10. Ombre Di Silenzio – 11. Simone Pianetti – 12. C’è Un Re (Nomadi cover) – 13. Grige Maree – 14. Vortici Oscuri (versione acustica)

Un fatto che deve far riflettere un po’ tutti, case discografiche in primis, è che negli anni 2010-2012 i migliori gruppi italiani appartenenti, con le dovute differenze stilistiche e artistiche, al panorama folk, si siano autoprodotti i dischi: oltre a Il Confine dei Folkstone è bene ricordare il bellicoso De Ferro Italico dei Draugr e l’omonimo debutto dei Furor Gallico (in seguito distribuito da Massacre Records). I bergamaschi, però, sono andati oltre, facendosi finanziare direttamente dai tantissimi fan. Una scelta sicuramente originale e per nulla rischiosa considerando la larga base di ammiratori sulla quale possono contare. È anche vero che in “cambio” della fiducia i Folkstone hanno dato loro il disco in anteprima rispetto alla data di uscita e una maglietta con i nomi di chi ha finanziato l’album. È questo, a parer mio, il punto focale de Il Confine e della filosofia dei Folkstone in generale: libertà, indipendenza, possibilità di fare quel che si vuole senza doverne discutere con nessun potere (casa discografica in questo caso), evitando spiegazioni e decidendo autonomamente il proprio futuro. Una libertà cara ai musicisti lombardi, da come si può capire dai testi delle canzoni, dai “discorsi” sempre molto diretti di Lore sul palco, e anche dalla decisione di autoprodursi Il Confine.

Di fatto il disco in esame è diverso dai precedenti Folkstone e Damnati Ad Metalla, suonando più oscuro, intimo, ribelle nel voler andare oltre quello che la gente abitualmente si aspetta dai Folkstone. Non uno strappo netto, in quanto sono comunque presenti canzoni divertenti e ballabili, così come alcuni pezzi hanno dimostrato di rendere alla grande in concerto, riuscendo – come al solito – a coinvolgere anche il ragazzo più timido o impacciato: impossibile restare fermi a braccia conserte durante le varie Omnia Fert Aetas e Non Sarò Mai.

Sicuramente, però, alcune cose sono cambiate, inutile negarlo. I testi sono più profondi – fermo restando una certa semplicità nel linguaggio utilizzato –, a volte anche inaspettatamente delicati e dolci, o “romantici” nell’accezione tedesca del termine. In pratica mancano gli inni al bere e al fare confusione, frasi del tipo “è un delirio alcolico, fumose nebbie avanzano, gente balla e dorme sui banconi appiccicati!” non sono presenti, e neanche le atmosfere realmente festose, se è per questo.

Il Confine si apre con due brani lineari e “classici” del repertorio Folkstone: la titletrack e Nebbie. La prima è un mid-tempo piuttosto lunga di durata per gli standard del gruppo, spoglia di ornamenti folk, dove le cornamuse entrano in scena solamente nel ritornello. Un inizio diverso dal solito – sicuramente apprezzabile -, chiaro segnale che qualcosa nella band è cambiato. Nebbie è più “classica”, ritmata e movimentata fin dalle prime note, buona soprattutto per i concerti. Le sorprese continuano con l’ottima Omnia Fert Aetas: musicalmente ci troviamo dinanzi a una composizione particolare, introdotta da percussioni e voci che narrano del passare del tempo, probabilmente autobiografica quando vengono citati raminghi e artisti. Un brano con le chitarre ai minimi storici, elegante e delicato, dannatamente efficace, che può ricordare nelle atmosfere certe cose dei primi In Extremo pur sbandierando il forte marchio Folkstone. Il singolo de Il Confine è sicuramente Non Sarò Mai, la canzone che a breve sentiremo cantare da tutti nei concerti, tanto è immediata e ballabile. Nel testo di Lore viene trattato il tema della libertà, sicuramente con concetti semplici, ma proprio per questo diretti e in grado di cogliere nel segno fin da subito. Non Sarò Mai è il brano che un po’ tutti si aspettano dai Folkstone e durante il quale la band dimostra di centrare il bersaglio ogni volta. L’iniziale arpa introduce un brano di grande effetto: Luna è una semi ballad romantica e delicata, cantata in dialetto bergamasco per un risultato molto bello e musicale. La seconda parte della composizione è più potente pur non perdendo nulla dell’atmosfera soave dei primi minuti, con la chitarra in distorsione, cornamuse e doppia cassa che rendono Luna ancor più intrigante. Con Anomalus si torna alle atmosfere medievali di Sgangogatt: tre minuti di cornamuse, percussioni e ritmi incalzanti, un ottimo modo per ricordare che i Folkstone sono dei burloni chiassosi. La successiva Storia Qualunque presenta un bel testo di Roby (i suoi, a mio parere, sono i più profondi e piacevoli da leggere), mentre nella musica non si va oltre a quattro minuti di buon mestiere. Frammenti risalta per lo stacco di cornamuse a metà brano di ottima fattura (la scuola tedesca del folk rock qui si sente…), così come molto bello è il ritornello, ripetuto molte volte nel finale. Tempi celeri per Lontano Dal Niente, dove nelle strofe è possibile ascoltare un riffing piuttosto inusuale per i Folkstone, in quanto riprende qualcosa dei vecchi Rammstein ma, detto questo, il brano presenta pochi spunti interessanti se non una chitarra più presente del solito, pur rimanendo comodamente al di sopra dell’asticella della sufficienza. Ombre Di Silenzio è introdotta dall’arpa di Silvia in maniera delicata con Lore che, con il suo tipico timbro virile, canta un testo malinconico di nostalgia. Semplicemente stupendo il momento in cui le cornamuse di Andreas, Roby, Teo e Maurizio entrano in scena, dando al brano un tocco di deliziosa tristezza. Anche in questo caso i Folkstone hanno voluto creare qualcosa di diverso, realizzando una canzone struggente, perfettamente riuscita tra l’altro. Simone Pianetti è un pezzo dedicato al famoso brigante bergamasco (veramente affascinante la sua storia!) che, in nome della giustizia, in una sola mattina, uccise sette persone ree di avergli rovinato la vita a suon di malelingue, per poi scomparire misteriosamente sulle alte montagne della zona. La canzone è una delle migliori de Il Confine, dove sono presenti delle melodie piuttosto insolite di cornamusa che ben si amalgamano con il riffing semplice di Mattia Pavanello (chitarrista che ha registrato il disco, ma che non fa parte della formazione dell’epoca) e al drumming del potente Edo, motore instancabile della macchina Folkstone. Nella seconda parte di Simone Pianetti è possibile ascoltare ritmiche inedite, potenti e massicce, dove gli stop’n’go della chitarra e la delicatezza dell’arpa creano un sound riuscitissimo e unico. C’è Un Re è la riuscita cover dei Nomadi: il nuovo arrangiamento, il testo e l’atmosfera della lirica ben si inseriscono nel contesto dell’album. Chiude ufficialmente il cd Grige Maree, interessante nella parte conclusiva quando la canzone si fa più melodica e malinconica. Come traccia nascosta e non indicata nella tracklist c’è Vortici Oscuri in versione acustica.

Le atmosfere e le musiche contenute all’interno de Il Confine sono, come detto più volte, in parte nuove per i vecchi standard del il gruppo, mentre fa un certo effetto constatare che la chitarra (in questo album spesso fondamentale nell’impostare ritmicamente i brani) ha preso il sopravvento sugli strumenti folk, qui meno vistosi che in passato, pur rimanendo di fatto la spina dorsale delle varie composizioni. L’album scorre veramente bene, con l’unico neo di contenere un paio di canzoni non di primo livello ma che comunque non rovinano un lavoro maturo e molto intenso.

Il Confine suona in maniera superlativa: registrato e mixato da Yonatan (anche produttore esecutivo) in Svezia presso il Bohus Sound Studio di Götheborg (ma arpa, ghironda e cittern sono stati registrati al Solid Groove Studio di Bergamo), il disco è il più potente nella storia dei Folkstone. La chitarra è grossa, piena e posta in prima linea dal missaggio finale; la batteria di Edo Sala è probabilmente lo strumento che compie il maggior passo in avanti rispetto al passato grazie a una cura certosina nei suoni. La cassa e il rullante (ma anche i vari tom e piatti) non hanno nulla da invidiare ai maggiori act europei, per un risultato davvero eccellente.

L’artwork del booklet di sedici pagine è opera di Jacopo Berlendis e Sarah Inverno e, come al solito, è un bel libricino da guardare dalle tinte autunnali. Presenti tutte le informazioni del caso e i testi (Luna ha anche la traduzione in italiano); la copertina nasce sempre dalla mano di Berlendis, presenza fissa nei lavori dei Folkstone avendo curato ogni front cover fin dal primo demo della band.

Il Confine, terzo disco dei guerrieri orobici se si esclude il particolare Sgangogatt, mantiene diversi punti di contatto con i precedenti lavori, pur mostrando una crescita artistica e una certa voglia di evolversi e maturare sotto molteplici punti di vista. Se inizialmente la cupezza dei brani spiazza l’ascoltatore abituato alle varie In Taberna, Un’Altra Volta Ancora, Alza Il Corno e Briganti Di Montagna, con il susseguirsi degli ascolti si riesce ad entrare nella “nuova” visione del gruppo, rimanendo affascinati dalle sfumature dei singoli brani, ora più ricercati e delicati che mai.

Nel nuovo lavoro i musicisti bergamaschi invertono il trend, suonando più “stone” che “folk”: una scelta forse coraggiosa, ma che ha reso Il Confine un disco imperdibile e dato i suoi frutti a lungo termine negli anni successivi.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Haegen – Immortal Lands

Haegen – Immortal Lands

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Leonardo Lasca: voce – Samuele Secchiaroli: chitarra – Nicholas Gubinelli: basso – Tommaso Sacco: batteria – Eugenio Cammoranesi: tastiera – Federico Padovano: flauto

Tracklist: 1. Stray Dog – 2. Legends – 3. Gioie Portuali – 4. Fighting In The River – 5. Incubo – 6. Gran Galà – 7. The Princess And The Barbarians – 8. Bazar – 9. The Tale – 10. Terre Immortali – 11. My Favourite Tobacco

A due anni dall’EP di debutto Tales From Nowhere, tornano con un nuovo lavoro i marchigiani Haegen. Il nuovo disco è un full-length autoprodotto di undici tracce per un totale di cinquantadue minuti. La musica dei ragazzi tirrenici è un folk metal abbastanza personale, dinamico e ben suonato. Rispetto al precedente EP non si notano particolari evoluzioni musicali, ma è la produzione a fare la differenza: il lavoro in studio svolto da Manuele Pesaresi di D. Engine Studio è buono, i suoni potenti e il missaggio abbastanza equilibrato anche se a volte si ha l’impressione che la voce di Leonardo Lasca potesse essere messa in maggiore risalto.

A Stray Dog spetta l’onere di aprire il disco: chitarre rocciose, la voce graffiante di Lasca e le melodie di flauto di Federico Padovano sono gli elementi principali non solo della canzone, ma dell’intero disco. La band si trova a proprio agio con i tempi medi, dimostrazione ne sono le varie Legends e Fighting In The River, quest’ultima caratterizzata da un mood vagamente oscuro che non stona affatto con il resto dell’album. Incubo, come suggerisce il titolo, è molto cupa e pesante, ma non per questo non godibile, con forse l’unico difetto che risiede nelle rime utilizzate, un po’ troppo scolastiche. Uno dei pezzi meglio riusciti è Gioie Portuali, dal testo spassoso e dal tiro vincente, una canzone in grado di fare la differenza anche dal vivo. Grande Galà è un’altra composizione ben riuscita, ritmata e coinvolgente fin dalle prime note. In Bazar troviamo degli interessanti spunti mediterranei: gli Haegen si sono sforzati di tirar fuori dagli strumenti delle melodie e situazioni diverse dal solito e il buon risultato è la migliore ricompensa possibile. Per The Tale vale lo stesso discorso: spesso il voler uscire dalla confort zone fa bene e anche in questo caso la band anconetana sforna una canzone assolutamente piacevole, delicata, una power ballad come non se ne sentono quasi mai nel folk metal; piccolo appunto personale, avrei visto bene The Tale a metà scaletta, in modo da “spezzare” in due il disco. Immortal Lands volge al termine con gli otto minuti di… Terre Immortali! Anche qui gli Haegen sorprendono e si ripete quanto detto qualche riga prima, ovvero che quando Lasca e soci decidono di osare qualcosa il buon risultato è garantito. La spassosa My Favourite Tobaccco è il miglior modo per concludere un disco riuscito e divertente con qualche inevitabile calo di tensione.

La produzione è molto potente e piena, i suoni grossi e abbastanza definiti; il missaggio poteva essere più curato a favore della voce e dei fiati (a volte un po’ affogati nel marasma sonoro), con un livello in meno per la tastiera/fisarmonica. I passi in avanti rispetto Tales From Nowhere sono evidenti e questa è la strada giusta per godere a pieno della musica degli Haegen.

Immortal Lands è un bel debutto autoprodotto ma, per quanto ben fatto, mostra dei punti migliorabili e non rappresenta il disco definitivo degli Haegen. Normale che sia così, in fondo questo è il primo full-length e lungo i cinquantadue minuti (soprattutto nell’ultima parte) si percepiscono tutte le potenzialità dei giovani musicisti. In attesa del passo successivo, che sicuramente sarà ancora migliore, godiamoci questo Immortal Lands: band da seguire con attenzione e assolutamente da non perdere live.

Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

Folk Metal Jacket – Eulogy For The Gentle Fools

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marcello Andreotti: voce, chitarra – Waxwolf: chitarra – Alberto Malferrari: basso – Federico Malacarne: batteria – Gabriele Sarti: tastiera – Mattia Barbieri: banjo

Tracklist: 1. Traveller’s Song – 2. A Dreadful Painting – 3. The Forest – 4. Spirits’ Dance – 5. Azathoth’s Call – 6. Nepenthes Rejah – 7. Heroes Paradox – 8. The River – 9. Water Rings – 10. Fireflies Serenade – 11. Zoè – 12. The Mist – 13. Declivio – 14. Catarsi – 15. Devilish Touch (bonus track)

Il folk metal, come tutti gli altri generi, ha visto la propria nascita, diffusione ed esplosione nel giro di pochi anni. Ora siamo in un momento di stanca dove sembra che tutto sia stato già detto e composto, ma fortunatamente non è così. Certo, la maggior parte delle pubblicazioni rispettano i tipici parametri del settore, ma di tanto in tanto salta allo scoperto un gruppo che non sta alle regole del gioco e un po’ per cuore e un po’ per testardaggine, tira fuori tutto quel che ha da dire, infischiandosene delle strade già note e quindi più sicure. Questo modo di fare può essere interpretato come imprudenza tanto quanto coraggio: l’ultima parola sta alla musica.

Questo degli emiliani Folk Metal Jacket è il primo full-length della carriera, a otto anni dalla fondazione e più di quattro dall’incoraggiante EP Spill This Album. Molte cose sono cambiate in questo lasso di tempo, prima tra tutte parte della line-up: tre musicisti hanno inciso il vecchio materiale e tre sono i nuovi arrivati. Di conseguenza, com’è facile intuire, anche la musica ha preso una piega diversa rispetto al folk metal spensierato e divertente di Spill This Album: Eulogy For The Gentle Fools è più maturo e meno diretto, camaleontico e sorprendente per soluzioni musicali. Va subito riconosciuto alla formazione di Modena di aver lavorato senza paura, osando non poco per realizzare un full-length molto ambizioso e tutt’altro che immediato. È proprio questo il nodo cruciale: per assimilare questo disco ci vuole tempo e attenzione. Siamo dinanzi a un cd molto vario, estremo più nella concezione che nella musica, in grado di far storcere il naso ai puristi del genere e di incuriosire chi ascolta prevalentemente altri stili.

L’intro Traveller’s Song fa capire molte cose: strumenti spagnoli come nacchere e maracas e infiltrazioni country sono un buon biglietto da visita su ciò che si può incontrare più avanti, non a caso la successiva A Dreadful Painting porta la band su binari extreme folk metal, pur giocando con sonorità latine e stop’n’go davvero originali; una parte parlata al megafono e le sonorità simil Trollfest portano a The Forest, nella quale alla parte aggressiva e allo stacco fortemente debitore ai Children Of Bodom dei primi tre lavori (0:35) si contrappone quella più folk e melodica con delle tastiere retrò e il banjo protagonista. Si cambia registro con Spirits’ Dance, leggera e vagamente prog salvo qualche sfuriata di breve durata. Azathoth’s Call è la canzone più lunga del lotto (poco oltre i sei minuti), ma è piena d’idee al punto che viene da pensare che un’altra band ci avrebbe composto tre pezzi. Anche qui il banjo ha spazio per dire la sua, così come non mancano riff tirati e momenti nei quali i musicisti danno libero spago all’immaginazione, ma la cosa più sorprendente è il finale con banjo e voci che si sovrappongono per un risultato che rimanda alle sonorità dei loro amici Kalevala HMS. Nepenthes Rejah è probabilmente la canzone più “classica” di tutte, con la tradizionale struttura strofa-ritornello e l’alternarsi della voce scream e pulita. Si spinge sull’acceleratore con Heroes Paradox, traccia carica d’energia dalla parte centrale soft e, prendetelo con le pinze, opethiana nello spirito. Come ormai ci hanno abituato, i Folk Metal Jacket cambiano tempi e umore più volte nella stessa composizione e in Heroes Paradox si sono superati. Siamo ora a metà Eulogy For The Gentle Fools e di idee buone se ne sono sentite in gran quantità: il rischio arriva adesso, in quanto mancano ben sette canzoni alla fine dell’album ed è facile rendersi conto che un ascolto del genere non è semplice perché per apprezzare ogni singolo cambio di tempo, ogni minima sfumatura, ogni piccola variazione, ci vuole impegno e attenzione. Con un pizzico di buona volontà, però, si viene premiati con altre canzoni valide che ripagano tutto il tempo concesso all’ascolto. La seconda parte di Eulogy For The Gentle Fools parte con l’ordinaria The River, cantata con voce pulita e dal sapore progressivo e diretto al tempo stesso; molto meglio la successiva Water Rings, dal ritmo incalzante e le ottime linee vocali, mentre l’assolo di banjo è la classica ciliegina sulla torta. Il bellissimo intro di Fireflies Serenade vale da solo l’acquisto del disco e il seguito non è da meno: folk metal massiccio con un cantato dannatamente ruffiano, bell’assolo di chitarra e momenti di grande musica sono gli ingredienti che rendono Fireflies Serenade una delle canzoni meglio riuscite del platter. Zoè è l’estremizzazione di quanto ascoltato finora, nel bene e nel male. Le strutture si fanno liquide, non ci sono punti di riferimento e se è vero che i cinque minuti di durata spiazzano l’ascoltatore, è altrettanto vero che è forse la canzone che più rimane impressa quando si giunge al termine del disco. La traccia numero 12 è The Mist, ennesima prova di apertura mentale e coraggio compositivo dei Folk Metal Jacket: certi fraseggi possono riportare alla mente alcuni istanti del primo lavoro dei Liquid Tension Experiment pur in contesti assai differenti e più rock/metal nell’anima. Si giunge alla fine del viaggio e del concept con Declivio e Catarsi: la prima è un intro di trenta secondi a cui fa ruota un mix di heavy metal, rock, pianoforte e atmosfere lugubri ma anche altri stili inusuali nella scena folk. La bonus track, per quanto non indispensabile, porta a sorridere i fan di Star Wars: le note scelte dai musicisti ricordano quelle proposte dalla band alla corte di Jabba The Hut!

Eulogy For The Gentle Fools è un concept album: il protagonista è Jeff, il quale si scontra con un misterioso fauno e da questo evento nasce la storia raccontata nelle quattordici tracce dell’album. Chiaramente la grafica riprende il contenuto dei testi e la bellissima copertina di Elisa Urbinati immortala il fauno Begùr giocare a scacchi con Jeff: osservando con attenzione la front cover è possibile notare alcuni dettagli che vanno ricollegati ai testi. A proposito di testi, il booklet è anch’esso realizzato con cura maniacale e l’impaginazione è molto dinamica e divertente da vedere. L’unica cosa che stona con quanto detto, è la produzione. I suoni non sono abbastanza potenti, gli strumenti non danno l’impressione di essere perfettamente amalgamati ed è un peccato perché questo è l’unico difetto di un disco che altrimenti funziona bene.

I Folk Metal Jacket hanno lavorato tantissimo per realizzare Eulogy For The Gentle Fools e il prodotto finale è la testimonianza che si possono allargare i confini del folk metal senza per questo “tradire” il genere o snaturare la proposta musicale. Ora c’è la curiosità di sapere cosa potranno fare con il prossimo disco, sperando non ci vogliano altri quattro anni di attesa. La speranza per la band e per la scena tricolore, è che si riescano a organizzare un buon numero di concerti in giro per lo stivale per promuovere l’album: suonando live e vivendo gomito a gomito i Folk Metal Jacket potrebbero raggiungere quella sintonia in grado di far fare loro il definitivo salto di qualità, il potenziale non manca di certo.

Turisas – The Varangian Way

Turisas – The Varangian Way

2007 – full-length – Century Media

VOTO: CAPOLAVORO – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mathias Nygård: voce – Jussi Wickström: chitarra – Hannes Horma: basso – Tude Lehtonen: batteria – Lisko: fisarmonica – Olli Vänskä: violino

Tracklist: 1. To Holmgard And Beyond – 2. A Portage To The Unknown – 3. Cursed Be Iron – 4. Fields Of Gold – 5. In The Court Of Jarisleif – 6. Five Hundred And One – 7. The Dnieper Rapids – 8. Miklagard Overture

The Varangian Way è uno dei dischi più importanti del folk metal.

Siamo nel 2007 e il tema vichingo, per quanto utilizzato da numerosi gruppi – spesso in maniera legittima data la provenienza della maggior parte di loro -, non era ancora una moda. Questo dei Turisas è un concept che nonostante i dieci anni sulle spalle brilla per l’originalità, figurarsi all’epoca! Stiamo parlando di uno degli album che ha dato il via, insieme a una manciata di altri dischi, al fenomeno del folk metal a livello mondiale. Che poi sia stato (ed è tuttora) sfruttato a commercialmente fino allo sfinimento è un altro discorso, ma The Varangian Way ha dato una grande spinta all’intera scena, sia per il coraggio di lavorare a un concept molto ambizioso, che per lo stile musicale, nel 2007 inedito e oggi punto di riferimento per molte formazioni.

La storia è molto semplice: un manipolo di vichinghi guidato da Hakon the Bastard parte dalla propria terra e di canzone in canzone arriva laddove i loro simili non si erano mai spinti. Il Medio Oriente è il punto d’arrivo di questi intrepidi viaggiatori, coraggiosi e incoscienti, capaci di spingersi tra mille peripezie ai confini del mondo.

Tutto questo, però, sarebbe inutile se a sorreggere l’aspetto narrativo non ci fosse della grande musica. I quarantatré minuti di The Varangian Way scorrono con incredibile semplicità: le canzoni sono tutte differenti tra di loro, c’è spazio per bordate metalliche quanto per situazioni più soft, ci sono orchestrazioni impressionanti e cori epici, così come momenti di puro folk e inaspettati assoli di violino. L’inizio del viaggio è affidato a To Holmgard And Beyond, il singolo perfetto per compattezza e risultato finale, con un ritornello tanto semplice quanto divertente da urlare al cielo. In questo brano viene “presentato” l’inizio dell’avventura, così come sono nominati alcuni personaggi con fare quasi comico, ma che rende bene l’idea dell’atmosfera che si respirava nei primi giorni di navigazione. Musicalmente le cose si fanno più interessanti con A Portage To The Unknown, canzone dall’anima malinconica che racconta le sensazioni dell’equipaggio man mano che ci si allontana da casa, il freddo aumenta e non si può far altro che seguire fiduciosi il vento del nord consapevoli che ovunque si andrà ci saranno gli dei al proprio fianco.

All I have left is a symbol on my chest
My only lead on my desperate quest

Con Cursed Be Iron i Turisas cambiano di nuovo pelle: riff rammsteiniani e growl vocals in abbondanza per quella che è sicuramente la composizione più violenta del disco nonostante siano presenti diverse parti più leggere; il testo è interamente preso dal poema epico finlandese, il Kalevala, e per la precisione dal runo IX, L’origine del Ferro. Il viaggio di Hakon e soci prosegue con Fields Of Gold, tra cori maestosi e bruschi cambi di tempo (e di cantato). In alcuni momenti, chiudendo gli occhi, sembra di assistere a un musical invece di ascoltare un disco in casa. Il puro folk di In The Court Of Jarisleif è una boccata d’aria fresca, nonché l’unica traccia dove compare Lisko tra gli autori. Al banchetto si festeggia con chitarre graffianti e ritmi incalzanti di fisarmonica e violino, un tutt’uno irresistibile per efficacia e divertimento prima del ritorno a sonorità più impegnative con Five Hundred And One, ennesimo brano di grande qualità con diversi spunti interessanti e continui cambi di tempo e umore: si passa dal metal più epico ad accelerazioni di batteria brevi e taglienti, fino a momenti che sfiorano il progressive e parti recitate con grande enfasi. The Dnieper Rapids rappresenta uno spavento e una grande sfida per Hakon e i suoi compagni: la musica incalzante, soprattutto dopo il terzo minuto, ben spiega il senso di paura, il respiro che si ferma e la tranquillità che torna una volta capito che il peggio è alle spalle e si deve guardare solo avanti. Gli otto minuti di Miklagard Overture sono per lo più dedicati allo stupore, alla meraviglia e alla gioia di arrivare a Costantinopoli, qui chiamata anche Tsargrad, città bellissima in grado di incantare anche il viaggiatore più esperto. La cavalcata metallica dei Turisas (che non si tirano indietro quando c’è da portare influenze e stili differenti all’interno della stessa canzone) è deliziosa quanto le linee vocali di Mathias Nygård, le orchestrazioni donano magnificenza alla composizione e si può senza dubbio parlare di uno dei pezzi meglio riusciti dell’intera carriera dei finnici.

Breathing history
Veiled in mystery
The Sublime
The greatest of our time
Tsargrad!

Quarantatré minuti di folk metal, un folk metal diverso da quanto sentito in prima del giugno 2007. Ci sono stati i grandi classici (Otyg, Storm, Skyclad ecc.), nuovi geni come Myrkgrav e le band che hanno apportato delle grandi novità al genere come Turisas ed Eluveitie. Che piaccia o meno The Varangian Way è un nuovo modo di concepire il folk metal, sicuramente meno tradizionale e “folk” allo stato puro. Qui le prove dei singoli musicisti non sarebbero neanche da commentare in quanto il disco va visto come un unico blocco dove ogni strumento è al servizio della musica, ma come si fa a non menzionare la grande teatralità di Nygård e l’estro del funambolico violinista Olli Vänskä, autore di diversi assoli mentre la chitarra svolge sempre il ruolo di accompagnamento?

In un disco del genere l’aspetto grafico ha la sua importanza: il booklet di sedici pagine è molto bello (riprende la grafica e lo stile della copertina, opera di John Coulthart, all’opera anche con Cradle Of Filth e Melechesh) e sono presenti tutti i testi e le classiche informazioni su musicisti, studi di registrazione e dati di vario tipo. La versione digipak, ribattezzata per l’occasione Director’s Cut – Extended Version, contiene l’esilerante bonus track Rasputin, cover del gruppo Boney M e To Holmgard And Beyond (single edit) nel cd, ma soprattutto è arricchita con la presenza del bonus dvd con il videoclip di Rasputin e sei pezzi live tratti da vari festival europei.

Dopo un ottimo debutto come Battle Metal del 2004, i Turisas trovano una nuova via per esprimersi e non solo lo fanno con grande autorità, ma diventeranno presto un punto di riferimento per l’allora scena folk in espansione. The Varangian Way è il disco che ha dato il là al “bombastic metal”, ovvero iper produzioni ricche di orchestrazioni e suoni potenti fino al limite dell’esplosione. Ma se lo si spoglia dell’innegabile importanza storica, The Varangian Way rimane un disco perfetto dove grande musica incontra testi e idee sopra la media, per un risultato esplosivo e purtroppo non ripetuto. Insieme a qualche altra manciata di lavori (Victory Songs degli Ensiferum e Slania degli Eluveitie), senza per questo voler dimenticare i grandi classici, The Varangian Way rappresenta la nuova via del folk metal.