Intervista: Shores Of Null

Ci sono poche realtà nell’attuale scena metal in grado di proseguire il percorso musicale iniziato con il primo disco e portarlo avanti con novità e voglia di evolversi senza per questo snaturare il proprio suono. Gli Shores Of Null arrivano con Beyond the Shores (On Death and Dying) al terzo disco, quello che una volta si diceva essere “della maturità”, e lo fanno con la faccia tosta di chi sa di avere tra le mani qualcosa di veramente eccezionale: un full-length composto da una sola canzone dalla durata totale di oltre trentotto minuti. Se musicalmente la formazione romana/abruzzese aveva già fatto gioire gli amanti del gothic/doom metal con i primi due lavori Quiescence e Black Drapes for Tomorrow, con Beyond The Shores (On Death and Dying) la band che vede Davide Straccione alla voce si è superata con un concept profondo, toccante ed emotivamente forte, andando a toccare quello che forse è l’ultimo tabù della società occidentale, ovvero quello della morte. La base è affidata allo studio de “Le cinque fasi dell’elaborazione del lutto” della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross; non solo gli Shores Of Null hanno realizzato una grande, affascinante canzone che non stanca nemmeno dopo ripetuti ascolti, ma sono stati in grado di incastrare parole e musica con maestria evitando i facili cliché nel testo e dando grande enfasi quando le parole lo richiedevano. A completare lo sforzo creativo, e per rendere il discorso artistico ancora più esauriente, gli Shores Of Null hanno realizzato insieme alla crew di Sanda Movies il videoclip/corto per la canzone, con immagini bellissime e struggenti al tempo stesso. Insomma, non si sta parlando della classica metal band che realizza il “classico” album, ma siamo al cospetto di un gruppo musicale in possesso di quel qualcosa in più che lo rende speciale.

Dopo essermi appassionato alla musica, il video mi ha letteralmente emozionato e non potevo non contattare la band per la chiacchierata che potete leggere qui sotto. Buona lettura!

Quando ho saputo che il vostro disco avrebbe contenuto una sola canzone dalla durata di quaranta minuti ho subito pensato a Crimson degli Edge Of Sanity. Riconosco che sia un pensiero che può avere chi si aggira sui quarant’anni, è stato così pure per voi?

Matteo: Io ne ho 30, e ho avuto quasi lo stesso pensiero! Ovviamente parliamo di un disco diversissimo rispetto a Crimson, ma in generale per me è stato bello unirsi a questo gruppo ristretto di dischi mono-traccia, per cui fra l’altro ho un debole. Tra i miei preferiti, oltre a Crimson c’è sicuramente anche Light Of Day, Day Of Darkness dei Green Carnation. Avvicinandoci sia in termini temporali che di sonorità, sicuramente nel gruppo abbiamo tutti apprezzato anche Winter’s Gate degli Insomnium. Comunque sono stati pensieri successivi alla composizione, non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo di voler comporre un disco di questo tipo.

Mi piacerebbe sapere come è nato il disco/canzone. Non credo che vi siate messi a tavolino dicendo “facciamo una canzone lunga quanto un cd”, ma che questa sia “cresciuta” col tempo fino ad arrivare alla durata finale. Come sono andate le cose?

Matteo: Esatto. Come dicevo prima, non eravamo partiti con l’intenzione di comporre un disco di una singola traccia, però c’era la volontà, anche per beghe contrattuali con la nostra vecchia etichetta (Candlelight/Spinefarm) che in quel periodo ci stava tenendo completamente bloccati, di fare qualcosa di molto diverso e sperimentale. Avevamo già un altro disco completamente registrato infatti, a cui però volevamo che fosse riservato un trattamento promozionale diverso rispetto a quello pessimo ricevuto da Black Drapes For Tomorrow. Così l’idea di liberarci di questi vincoli con un disco ‘extra’, l’ultimo che avremmo dovuto pubblicare con la vecchia etichetta, per poi cercare qualcosa di meglio con il quarto disco. Alla fine in realtà  siamo comunque riusciti a divincolarci dalla situazione in cui ci trovavamo, anche perché una volta finito ci siamo resi conto di amare alla follia questo disco che doveva essere solo un esperimento, e abbiamo voluto dedicarci ad esso con tutto l’impegno possibile.

Il testo è ispirato al lavoro della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross e in particolare “le cinque fasi dell’elaborazione del lutto”, ovvero le diverse fasi mentali che vivono le persone alle quali è stata diagnosticata una malattia terminale, ma anche le persone che stanno per perdere un proprio caro. Detto che il tema si presta benissimo alla vostra musica e tornando “seri”, qualcuno di voi ha studiato questo argomenti e il lavoro della Kubler-Ross?

Davide: Nessuno di noi è uno studioso della materia ma è un concetto che ci ha particolarmente affascinato, data la struttura dilatata del brano pensavamo si potesse prestare bene ad un approccio più narrativo. Ho scritto il testo focalizzando l’attenzione sulle sensazioni della persona morente, dalla fase di negazione a quella dell’accettazione finale. È un lungo e doloroso viaggio e ci piaceva rappresentarlo a modo nostro, prendendo la morte e il morire da un’angolazione diversa.

L’elaborazione del lutto è un meccanismo difficile e doloroso, ma anche estremamente affascinante per capire e conoscere meglio noi stessi e le persone che ci stanno attorno. Come e a chi è venuta l’idea di questo concept?

Davide: Ricordo che mentre il brano stava prendendo forma Gabriele mi suggerì di basare il testo sul lavoro della Kübler-Ross, in particolare sul suo libro del 1969 “La morte e il morire” (“On Death And Dying” in inglese, così come il sottotitolo del nostro disco). Così mi sono messo subito alla ricerca e ho letto il libro, uno studio fatto di interviste a malati terminali, estremamente innovativo per l’epoca, grazie alle quali la Kübler-Ross riesce a formulare le cinque fasi del lutto. Se te lo stai chiedendo, non ci sono stati lutti che hanno influenzato la scrittura, ma è innegabile che noi, in quanto esseri umani, non siamo e non saremo mai pronti ad affrontare la morte senza sofferenza, inoltre col passare degli anni ci troviamo a doverci confrontare con questo argomento sempre di più, il che ci ricorda la fragilità dell’esistenza.

Musicalmente la canzone è estremamente varia e ricca di spunti particolari, come l’utilizzo del pianoforte e del violino, ma è sempre ben presente il vostro marchio di fabbrica che fa dire “questi sono gli Shores Of Null”. L’idea di stare attenti per quaranta minuti consecutivi può spaventare, ma ascoltando la vostra musica non è per niente difficile e una volta terminato l’ascolto si riparte con un nuovo play. A tal proposito avevate “paura” di osare troppo e di chiedere uno sforzo insolito agli ascoltatori?

Matteo: Eravamo consapevoli che dal punto di vista commerciale e promozionale, tutto questo non avrebbe sicuramente giocato a nostro favore. La soglia di attenzione delle persone, come dimostra il funzionamento dei più moderni social network (TikTok ad esempio), è estremamente bassa, e pretendere che l’ascoltatore abbia 40 minuti di tempo da dedicarci è un qualcosa di rischioso ed ambizioso. Anche dal punto di vista dei servizi musicali di streaming come Spotify, l’idea non va di certo a nostro vantaggio: è infatti quasi impossibile venire inseriti in una playlist editoriale (quelle con centinaia di migliaia di followers, per intenderci) con una traccia di 40 minuti. Inoltre, anche se una persona dovesse ascoltare per intero il disco, verrebbe conteggiato un ascolto, mentre nel caso di un disco normale con una decina di tracce, ne verrebbero conteggiati dieci. C’è da dire però che per tutti la musica è stata sempre la cosa più importante, quindi non limiteremmo mai uno sviluppo compositivo solo per logiche di mercato. Questo allo stesso tempo non significa che ignoriamo queste logiche, anzi. Questo è il disco in cui lo sforzo promozionale profuso sia da noi come band che da Spikerot come etichetta è stato sicuramente il più alto della nostra vita come Shores Of Null, e i risultati sembrano incoraggianti. Tanto per tornare a Spotify, siamo passati da una media di 300 ascoltatori mensili ad una di 10000.

Quando vi ho visto la prima volta in concerto e non sapendo che tipo di musica aspettarmi, un’amica mi disse “un incrocio tra Enslaved e vecchi Opeth”. Queste band sono state importanti per la vostra formazione musicale? Ascoltando però Beyond The Shores (On Death And Dying) che è il vostro terzo studio album, mi sono venuti in mente i My Dying Bride per l’utilizzo di alcune melodie delle chitarre e i vecchi Katatonia per le atmosfere tetre in alcuni punti. Secondo il mio modesto parere, però, tutto il disco suona col vostro sound e credo che questa sia una cosa importantissima.

Matteo: Ho sempre visto questo gruppo come un mix tra diverse correnti. Quella gothic-doom, (Katatonia, Paradise Lost, My Dying Bride), quella del black metal più melodico (moderni Enslaved, Borknagar) e quella del death melodico (à la Dark Tranquillity per capirci). Non ci paragonerei agli Opeth dell’epoca death metal se non nella cupezza delle atmosfere, vista la differenze sia nelle strutture che nell’aspetto più prog delle loro composizioni, che sono sicuramente più tecniche delle nostre. Con questo album abbiamo virato decisamente più verso la prima di queste correnti, quindi su un doom più lento e dilatato, ma penso sia corretto quello che dici rispetto a una continua presenza di fondo del nostro sound, anche perché un disco di quasi 40 minuti a mio parere deve contenere una certa varietà al suo interno per non annoiare.

Nel disco ci sono molti ospiti e, non per togliere nulla agli altri, i più noti sono sicuramente Mikko Kotamäki (Swallow The Sun), Thomas A.G. Jensen (Saturnus) ed Elisabetta Marchetti (INNO). Come è avvenuta la scelta degli ospiti e avete pensato a loro nel momento della creazione delle parti musicali o una volta fatta la musica avete pensato “chi potrebbe starci bene”?

Matteo: La cosa è andata di pari passo con la composizione. Quando una parte della canzone veniva creata, spesso pensavamo subito a quale artista avrebbe potuto esaltarla. E’ stato così nel caso di tutti e tre i guest da te nominati. Siamo davvero contenti di averli non solo in piccole parti, ma in tutta la durata del componimento (come se fossero dei membri del gruppo a tutti gli effetti), e che abbiano accettato di volare direttamente in Italia per realizzare le composizioni vocali insieme a noi. E’ stato a tutti gli effetti un lavoro a più mani e il risultato ci soddisfa in toto.

I primi due lavori sono usciti per la Candelight Records, etichetta che è ben nota agli appassionati di metal. Il nuovo disco esce per la Spikerot Records, etichetta gestita dal vostro cantante Davide Staccione. Cosa vi ha spinto a pubblicare con un’etichetta “piccola” dopo aver lavorato con una storica? Forse la completa libertà per quel che riguarda tempistiche e promozione?

Matteo: Con Candlelight ci siamo trovati decisamente bene durante gli anni di Quiescence. Quando questa però fallì e fu inglobata da Spinefarm (sotto-etichetta della Universal) le cose cambiarono molto. Non solo la promozione del secondo disco fu completamente assente, ma l’etichetta stessa per gravi incapacità di gestione ci mise moltissimo i bastoni tra le ruote. Tanto per fare un esempio, la nostra musica e i nostri video venivano bloccati per motivi di copyright, comportando ritardi sulla pubblicazione letteralmente letali per la buona diffusione del disco. Non avevamo nessun tipo di controllo sulla nostra musica, e non potevamo farci niente, se non scrivere decine di mail a cui ricevevamo risposta  forse una volta su dieci, dopo settimane. Eravamo letteralmente bloccati. Per questo abbiamo preso la decisione di lasciare Candlelight/Spinefarm e accettare l’offerta di Spikerot, con cui abbiamo una collaborazione totale e contatti direttissimi, visto anche che il nostro Davide è uno dei soci. Abbiamo un controllo totale della nostra musica, ogni aspetto della promozione è coordinato, e come dicevo prima, i risultati si vedono.

Quando credi che il Covid-19 possa influenzare negativamente la buona riuscita di un album, visto che non è possibile promuoverlo dal vivo (e quindi fare girare il nome, ma anche incasso tra cd e magliette)? A tal proposito, farete qualcosa in streaming come fatto in estate dagli INNO?

Matteo: Sicuramente la influenza moltissimo. Oggi la maggior parte dei dischi che un artista al nostro livello riesce a vendere è ai concerti, e ovviamente anche andare in tour è il modo migliore per farsi conoscere. In questo periodo bisogna fare il 1000% per compensare questa situazione. Per quanto riguarda un live streaming, non è in programma, vista anche la situazione logistica della band. Tre componenti sono di Roma, Davide vive in Abruzzo, e io vivo in Olanda, il che crea chiaramente dei disagi vista la difficoltà di spostamento, ma non si sa mai.

Ho visto più volte il video/film (come lo vogliamo chiamare?) che avete realizzato e devo dire che mi sono emozionato ad ogni visione. Ne ho parlato con alcuni amici e tutti hanno avuto la stessa reazione, in particolare il ritornello “sit with me, hear the silence so loud”, con Davide all’interno del feretro che posa la mano all’altezza della mano della vedova… da lacrime. In realtà avrei diverse domande da fare, ma forse è meglio lasciare carta bianca a voi della band, con la libertà di raccontare tutto quello che desiderate sulla realizzazione di questo piccolo capolavoro.

Davide: come per ogni nostro video, dietro c’è Sanda Movies, ed in particolare Martina L. McLean, che su Beyond The Shores fa anche alcuni scream. Martina è abilissima ad assorbire le tematiche e a tradurle in immagini, ed in questo caso credo si sia superata: un video per un intero brano di quasi 40 minuti credo non sia mai stato concepito finora e chiaramente non è stata un’impresa facile. Salvo qualche imput da parte nostra, e da parte mia soprattutto per la scelta di parte delle location, tutto il lavoro è stato svolto da Sanda Movies, che ha ricamato una storia a dir poco da pelle d’oca. Il fatto di voler lasciare il testo in sovraimpressione è stata una scelta fatta all’ultimo, letteralmente pochi giorni prima di andare online, poiché ci siamo resi conto che, così facendo, si riuscisse ad apprezzare al meglio anche il video stesso, creando un tutt’uno tra musica, parole e immagini. Abbiamo inserito anche i sottotitoli in italiano, opzionali, per offrire la stessa esperienza “multisensoriale” anche a chi non padroneggia l’inglese. La scelta dei luoghi, la montagna, gli spazi aperti, il carro funebre, il cimitero, la vedova, tutto concorre a creare una visione della morte e del morire, delle sensazioni che essi portano con se, dell’impatto che questi eventi hanno su se stessi e sui propri cari.

Una volta entrati in studio avete registrato ben due dischi: il presente Beyond The Shores (On Death And Dying) e il successore. Anche se il nuovo Beyond The Shores è ancora freschissimo, si possono avere delle informazioni sul prossimo album? Non potevate fare come i Guns n’ Roses e pubblicare due dischi separati ma in contemporanea? Si scherza eh, anche gli Arstidir Lifsins hanno inciso due album nella stessa sessione in studio, ma i cd sono usciti a un anno di distanza per ovvi motivi…

Matteo: Non abbiamo mai considerato l’idea di pubblicare due dischi in contemporanea. Pensiamo che entrambi ne perderebbero in termini di attenzione ricevuta, e inoltre le spese per la produzione e la promozione di un disco sono davvero enormi, figuriamoci per due! Davvero non sarebbe stato possibile. Del disco futuro possiamo dire che sarà un disco standard rispetto alla struttura, quindi con più tracce, e che rappresenta una naturale evoluzione del nostro sound, dopo Quiescence e Black Drapes For Tomorrow.

Siamo arrivati alla fine dell’intervista. Intanto vi ringrazio per il vostro tempo e ci tengo a farvi di nuovo i complimenti per un disco davvero bello e profondo come poche volte capita di ascoltare. Volete aggiungere qualcosa?

Davide: Grazie mille per il supporto, spero piaccia anche ai lettori. Vi ricordiamo che potete trovare il nostro disco sia in cd che in vinile ma anche merch su Spikerot.com e su shoresofnull.bandcamp.com

In studio con Mikko Kotamäki degli Swallow The Sun e il produttore Marco “Cinghio” Mastrobuono

Intervista: Sur Austru

Il nuovo disco Obârşie conferma la bravura dei romeni Sur Austru: ma c’era bisogno di questo lavoro per saperlo? Il passato di Tibor Kati e soci parla da solo, così come Meteahna Timpurilor full-length di debutto risalente a due anni fa. L’uscita del nuovo cd è l’occasione per parlare con i musicisti e sapere come vanno le cose nella zona di Timisoara.

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Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Benvenuti su Mister Folk! Per prima cosa complimenti per il nuovo Obârşie, un disco valido dal primo all’ultimo secondo e che in alcuni passaggi mi fa venire la pelle d’oca. In quale maniera avete lavorato al vostro secondo album? Il Covid-19 ha in qualche modo influenzato lo svolgimento delle prove o delle registrazioni?

Ciao! Siamo davvero felici che il nostro nuovo album ti piaccia, e che la nostra musica abbia toccato la tua anima! 🙂 Abbiamo composto questo album lo scorso anno, approfittando in qualche modo di questa pandemia. Tutti i nostri concerti, più le partecipazioni ai festival, erano stati cancellati, quindi abbiamo deciso di concentrarci sulla creazione di nuova musica. Abbiamo lavorato sui brani da casa, per la composizione e tutte le varie prove; quando il lockdown è terminato, siamo entrati in studio e abbiamo registrato il tutto.

La parola Obârşie in romeno ha un significato profondo: mi piacerebbe che ce ne parlaste per permetterci di capire appieno cosa intendete voi per Obârşie.

Obârşie è un concept album (pensato per essere il primo di una trilogia): i brani sono legati insieme da un unico filo conduttore, e il miglior modo per apprezzarlo fino in fondo, a livello sonoro e testuale, è ascoltarlo tutto d’un fiato! La parola Obârşie significa “origine”, che si tratti di una sorgente di montagna o di una cerimonia di iniziazione.

Obârşie è la trasposizione musicale del vostro modo di vedere il mito dei Solomonari: volete parlare di questi personaggi poco conosciuti in Italia, ma che destano curiosità?

Con Obârşie manteniamo la nostra visione e interpretazione del mito dei Solomonari, le entità magiche che controllano la pioggia, il tuono e il vento, che possono scatenare tempeste e guarire le anime perdute. I Solomonari venivano ingaggiati dal popolo: erano esperti di arti magiche, in grado di comprendere il linguaggio degli animali e di cavalcare draghi. La tradizione vuole che siano poi divenuti gli apprendisti del Diavolo, sia nel caso in cui fosse stato egli stesso ad istruirli, sia che fossero semplicemente i suoi servitori.

Musica e folklore: in quale maniera vi siete avvicinati al metal estremo e ai racconti folkloristici? Nel mio immaginario c’è qualcuno della famiglia che quando eravate piccoli vi racconta storie e leggende locali e la cosa vi ha segnato fino al punto da portare in musica queste leggende. Come sono andate le cose?

La nostra musica è fortemente influenzata dal folklore romeno: a livello testuale, contiene la nostra personale interpretazione di miti, leggende e tradizioni locali; a livello musicale, per via dell’utilizzo di strumenti sacri tradizionali. Tutto ciò fa parte della nostra cultura, qui in Transilvania. Dato che amiamo il metal e siamo cresciuti ascoltandolo, ci è venuto naturale unire questi due elementi e aggiungere quanti più “aromi” possibili, per creare l’atmosfera caratteristica dei Sur Austru. Non posso dire che ci siano state raccontate molte storie riguardo il nostro folklore locale, quando eravamo bambini…credo che preferissimo “Tom & Jerry”. Ma più diventavamo grandi, più a sua volta cresceva il nostro interesse nei confronti di antichi miti e leggende. Tutto ciò ci ha aiutati a comprendere meglio le nostre origini, e a maturare a livello individuale.

Ho notato che nel nuovo lavoro è presente in maniera massiccia la voce pulita: una scelta prettamente musicale? Tra l’altro, così facendo, quando i ritmi si fanno serrati e il cantato diventa growl c’è una forte rottura e le parti estreme delle vostre canzoni risaltano maggiormente.

Abbiamo sempre guardato con grande attenzione alle parti cantate, ma in Obârşie abbiamo voluto spingerci oltre i limiti, e credo che il risultato finale sia soddisfacente. Il growl è profondo, mentre il cantato pulito e i cori sono… inquietanti. In questo caso, i suoni provenienti dai vari strumenti e le voci si combinano, idealmente si mescolano insieme, e conducono al risultato finale.

Con i Negură Bunget avete fatto uscire i dischi con il bellissimo formato 28×28 con diversi dischi e una marea di pagine con foto, informazioni e testi. Devo ammettere che per i dischi di Sur Austru mi aspettavo qualcosa di particolare, almeno un box in legno e cose così. Come mai la decisione di pubblicare cd e vinili in maniera canonica? Forse per focalizzare maggiormente l’attenzione degli ascoltatori sulla musica? Oppure è un semplice discorso economico?

Beh, sai bene che i Negură Bunget erano un nome piuttosto famoso nella scena metal, con numerosi album pubblicati in 25 anni di attività. Dopo molti anni, e molti album, hanno avuto la possibilità di pubblicare simili edizioni deluxe delle loro release. Crediamo che per una band agli esordi, come i Sur Austru, le edizioni attuali siano più che sufficienti: abbiamo entrambi i nostri album in formato vinile (sia nero, sia a colori) pressati a 45 RPM, per gli ascoltatori più esigenti, e anche i CD hanno un aspetto molto “affascinante”.

A proposito della grafica dei dischi, volevo dire che il “taglio” centrale delle copertine è davvero bello e a memoria non ricordo di aver visto qualcosa di simile? C’è qualche storia dietro a questa idea, tipo che la parte mancante può essere vista come una porta d’ingresso al mondo Sur Austru?

Abbiamo dato un’attenzione particolare all’artwork dell’album, e alla fine siamo giunti all’idea che ha portato alla creazione di questa edizione deluxe in digipack, con un DIE-CUT nella parte frontale della copertina e un UV spot. In realtà, ci sei andato molto vicino… è una sorta di “portale”, che permette di guardare dall’esterno (cioè il mondo reale) verso l’interno (ovvero, il mondo dei Sur Austru, pieno di magia e mistero).

Ho visto i video del concerto con l’orchestra filarmonica Arad: se non fosse stato per il maltempo sarebbe stata una bellissima serata! Siete soddisfatti dell’esperienza e ci saranno nuove occasioni in futuro? Pensavo che il dvd del concerto potrebbe essere un buon bonus per una prossima uscita.

Il nostro progetto più ambizioso prevedeva di suonare tutto il nostro album di debutto in presenza di un’orchestra e di un coro completi (per un totale di più di 80 musicisti coinvolti). Ci siamo imposti degli standard molto elevati, abbiamo concepito il progetto “Su Austru Simfonic” e lo abbiamo realizzato in una tempestosa notte d’estate. È stata un’esperienza trascendentale, sia per noi, sia per il pubblico! La pioggia era lo scenario perfetto per una performance indimenticabile.

Tempo fa avete scritto su Facebook che ci sarebbe stato il terzo e ultimo disco dei Negură Bunget riguardante la Trilogia Transilvana. Come stanno procedendo i lavori e si ha idea di quando lo potremo ascoltare?

Tutto ciò che rappresenta il nome e l’eredità dei Negură Bunget appartiene alla moglie di Negru, compresa la pagina Facebook e i relativi annunci. Sappiamo che la terza parte della Trilogia è pronta, ed è la label che deciderà la data di uscita.

Nella recensione ho scritto che la vostra musica fa venire voglia di conoscere la Romania e la vostra zona in particolare. Dovete sapere che per i miei 40 anni stavo programmando un viaggio in Romania per visitare Timisoara e i luoghi bellissimi visti in foto su Tau e Zi (ho gli artbook). Il Covid-19 ha purtroppo bloccato tutto, ma mi piacerebbe sapere cosa voi consigliate di visitare assolutamente in caso di viaggio dalle parti di Timisoara.

In realtà noi proveniamo da Arad, una città vicina a Timisoara. Siamo “vicini” del Banat, ma se mai viaggiassi dalle nostre parti, sarebbe bello prenderci una birra insieme, e magari anche della țuică. (chiaramente non vedo l’ora! ndMF)

Com’è la situazione in Romania a proposito del Covid-19? Come state affrontando questo momento di fermo, almeno per quel che riguarda i concerti?

Temo che la situazione stia peggiorando, la terza ondata è in arrivo anche qui, cercheremo di restare in salute, nel corpo e nello spirito. E per i live, nella seconda metà dell’anno forse sarà possibile farli di nuovo, staremo a vedere…

Grazie per questa intervista e complimenti per i dischi pubblicati! Volete aggiungere qualcosa per i lettori del sito?

Grazie a te per il tuo interesse! Abbi cura di te e continua ad ascoltare buona musica, aiuta sempre 🙂 A presto!

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! First of all, congratulations for your new work Obârşie, a really valiant album from the beginning to the end: some passages really gave me goosebumps. How did you work on your second full – length? Has the ongoing pandemic influenced your rehearsals or the recording process?

Hello Mr. Folk ! We’re glad that you like our new album “Obârşie” and that our music is touching your soul 🙂 We must say that we did somehow take advantage from this pandemic and did compose this album last year. All our concerts and festivals were canceled so we decided to focus on making new music. We worked, composed and practiced the songs from home and when the lock down was over, we entered the studio and recorded everything.

The Romanian word Obârşie has a really deep meaning: I would like you to talk about it, in order to allow us to better figure out your idea about this concept.

“Obarsie” is a conceptual work (planned to be the first from a trilogy), songs are bound together and the best way to enjoy it, both sonically and texturally, is listening to it in the same breath! “Obarsie” means origin, whether it is the source of water in the mountain or it can be an initiation ceremony.

Obârşie represents the musical transposition of your own personal view about the myth of Solomonar. Would you like to tell us more about these characters, who arouse a lot of curiosity, despite being almost unknown in Italy?

With Obârşie we continue with our vision and interpretation of the myth of “Solomonari”, the magical entities, who summon rain, thunder and wind, who can raise storms and heal lost souls. “The Solomonari” are recruited from the people, they are taught their magic and the speech of animals and become capable of riding the dragons. Tradition says they became the Devil’s apprentices, either being instructed by him, or becoming a servant to his commands.

Music and folklore: how did you approach to extreme metal music and folk tales? In my personal image, some members of your families told you local stories and legends when you were children, and you were so touched that you decided to put all of this into music. Did things go this way?

Our music is strongly influenced by Romanian folklore, lyrically by our interpretations of old myths, legends and local lore, and musically by using old traditional and sacred instruments. It is part of our culture here in Transylvania. As we also love metal and we grew up with it, it came natural to mix these two elements and to add as much “spices as we could to create Sur Austru’s atmosphere. I can’t say that we were told so much stories about our folklore when we were kids, I guess we always prefered Tom and Jerry … but as we matured, so did the interest in old legends and myths grew. It also helped us to undestand our origins better and to develop as individuals.

I have noticed that clean vocals are a really strong presence in your last work: is it a strictly musical choice? Among other things, in this way an evident breakdown occurs when rhythm becomes faster and vocals turn to growl. As a result, also the extreme sections of your music are enhanced.

We always were taking the vocal parts very seriously, but with “Obarsie” we ‘pushed’ our limits and I think the results are satisfying. The growling is deep and the clean voices and choruses are haunting. In this case, the combination of sounds from many instruments and the voices blends ideally together and it delivers the final result.

With Negură Bunget, you released your full-lengths in an amazing 28×28 size, including albums, photos, info and lyrics. I admit that I expected something unusual about Sur Austru’s releases, for example a packaging in the shape of a wooden box, or sort of thing. Why have you decided to release your CDs and vinyls with a “canonical” appearance? Perhaps you made this choice to lead listeners to focus more on music, or is it just a matter of lower production costs?

Well, you know that Negura Bunget was a quite big name in the metal scene, with many albums in its almost 25 years activity . After many years and albums they did manage to release such deluxe boxes and editions of their releases … We think that for a debutant band as Sur Austru, our edition are more than accomplished , we have both our albums on vinyl (black and coloured) pressed at 45 RPM for best audiophile listening and the CD’s have also a ‘charming’ presentation.

About the albums’ graphics, I would like to tell you that the idea of putting a “cut” image at the center of the cover is really interesting, in my opinion; according to my memory, I haven’t seen something similar before. Is there any particular reason behind this idea? For example, maybe this “missing part” can be considered as a sort of “gate” on Sur Austru’s world?

We gave a special attention to the artwork of the album and we came up with the idea of this deluxe digipack edition with DIE-CUT front and UV spot. Actually you are pretty close … it is a ‘gate’ where you can look from the outside (the real and actual world) into inside (Sur Austru’s own realm of magic and mistery).

I have watched the videos filmed during your concert with Arad Philharmonic Orchestra: it would certainly have been a great evening, if it were not for the bad weather! Are you satisfied with that experience? Will there be any other occasions in the future? Personally, I think that a DVD of that concert might be a good bonus for your next release.

Our most ambitious project was to play the debut album with a full orchestra and full choir (with more than 80 musicians involved). The standards we set for ourselves were very high, so “SUR Austru Simfonic” project was conceived and it did happen on a stormy summer night. It was a transcendental experience for both the public and us ! The rain was just the perfect setup for an unforgettable performance. We might consider to release it as a DVD in the future.

Some time ago you published a post on your Facebook page, saying that the third and last part of Negură Bunget’s Transylvanian Trilogy will be released. How is work progressing? Is there a possible release date already?

Everything that represents the name and the legacy of “Negura Bunget” belongs to Negru’s wife, also the Facebook page and all its announcements. We know that the last part of the Trilogy is done and it’s the label choice if and when it will be released.

In my review I wrote that your music invites listeners to discover more about Romania, especially your region, the Banat. I was planning a trip to Romania to celebrate my 40th birthday: the itinerary would have included Timisoara and all the wonderful places represented in Tau e Zi photos (yes, I have the artbooks!). Unfortunately, Covid-19 ruined all my plans, but I would like to ask you for some recommendations about special places to visit in Timisoara.

Actually we are from Arad, a city near Timisoara. We are neighbours with the region of Banat, but if you manage to travel in this part of the world, we’ll love to have a beer and maybe some ‘tuica’ together.

How is the situation in Romania, speaking of the pandemic? How are you dealing with it, especially regarding the block on live shows?

The situation it’s getting worse I think, the third wave it’s almost here also, we’ll try to stay healthy in body and spirit. As for the live shows, I think maybe in the second half of the year it will be possible, we’ll see…

Thank you very much for this interview, and congratulations for your amazing work! Would you like to add something for our readers?

Thank you for your interest ! Take care and listen to good music, it always helps 🙂 Cheers !

Intervista: Hand Of Kalliach

John e Sophie sono marito e moglie e hanno dato vita al progetto Hand Of Kalliach: la coppia scozzese ha da poco realizzato l’EP Shade Beyond, quale occasione migliore, quindi, per scambiare due chiacchiere con i musicisti di Edimburgo? Al centro dell’intervista, chiaramente, il primo lavoro in studio tra musica, influenze e testi. Buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Benvenuti su Mister Folk! Iniziamo parlando della nascita della band: sappiamo che siete marito e moglie, vorrei quindi chiedervi quando avete deciso di suonare insieme e, tingiamo questa pagina di “rosa”, come vi siete conosciuti e se la musica c’entra qualcosa con il vostro incontro.

John: Grazie a te per averci accolti! Entrambi abbiamo suonato insieme per alcuni anni, semplicemente in casa, ma la scorsa estate, durante il lockdown del Regno Unito causato dalla pandemia di COVID – 19, abbiamo iniziato seriamente a scrivere musica. Abbiamo parlato di questo progetto per diverso tempo, e le restrizioni hanno funto da stimolo per realizzarlo.

Sophie: In realtà ci conosciamo sin dai tempi della scuola, anche se più avanti ci vedevamo meno di frequente. La passione per il metal è qualcosa che abbiamo sempre condiviso, e già a quei tempi ne parlavamo moltissimo!

Avete scelto il nome Hand Of Kalliach: cosa significa e perché questa scelta?

Sophie: “Kalliach” è un gioco di parole su “Cailleach”, che è il nome di un’antica divinità scozzese (una strega divina) legata all’inverno. Nella mitologia scozzese, la leggenda narra che questa strega viva in fondo a un enorme gorgo (chiamato Corryvreckan, il terzo più grande del mondo) al largo della costa dell’Isola di Islay, da cui provengono alcuni membri della famiglia di John.

John: Una leggenda narra che la strega emerga dal vortice per accompagnare l’inverno, e nel folklore assume numerose connotazioni negative; ma a parte questo, è anche una divinità creatrice, e la nostra musica si incentra proprio su questo dualismo tra benevolenza e malevolenza, oltre che sulla storia, sulla mitologia e sui paesaggi delle isole scozzesi. Ma l’idea dell’ “antica divinità dell’inverno che vive sotto il grande vortice”… mi è sempre sembrata piuttosto metal, anche quando ero ormai cresciuto!

La vostra musica è di difficile collocazione: credo che sia una caratteristica che abbiate in un certo senso cercato, ma vorrei chiedervi come descrivereste la vostra proposta a chi non ha mai avuto modo di ascoltarvi.

John: Decisamente era questo il nostro intento, ciò che volevamo fare era mescolare parti del folklore scozzese assieme ad elementi di sottogeneri metal che apprezziamo particolarmente, e che meglio si adattano alle melodie celtiche da cui partiamo. In origine definivamo il nostro genere semplicemente come “Celtic Metal”, ma ci sono giunti vari commenti in cui gli ascoltatori lo hanno definito folk, death, black, prog…e la lista potrebbe allungarsi!

Sophie: Markus di MetalMessage, che ha gentilmente lavorato con noi, era un grande fan del nostro genere, e ci suggerì la definizione “Atmospheric Celtic Metal”, che in realtà ci piace molto: l’atmosfera e le influenze scozzesi sono esattamente ciò che vogliamo catturare assieme al suono, dunque l’utilizzo di elementi melo/death/black aggiunge corposità al tutto.

Nell’EP Shade Beyond ci sono molte chitarre e pochissimo spazio agli strumenti tradizionali. Una scelta chiara a livello stilistico, dettata da quale volontà?

John: Hai assolutamente centrato il punto, abbiamo scelto appositamente di utilizzare al minimo gli strumenti tradizionali. Gli elementi chiave che abbiamo estrapolato dalla musica folk scozzese sono le strutture estremamente melodiche, le chiavi, i ritmi e le indicazioni dei tempi. Sebbene apprezziamo molto l’utilizzo degli strumenti tradizionali in gran parte del folk metal contemporaneo, nella nostra musica adattiamo i ritmi e le melodie del nostro folklore alle chitarre distorte. Per esempio, in Fathoms, la melodia principale è in realtà quella che si può ascoltare dalle cornamuse… ma noi pensiamo che si possa adattare molto bene a una chitarra distorta.

Sophie: Lo stesso avviene per la chitarra principale in Overwhelm: si tratta del tipo di melodia che viene suonata dal fiddle (il violino scozzese), riprodotta utilizzando la stessa chiave e lo stesso ritmo su una chitarra. Questo rende più potente e tagliente un suono che altrimenti risulterebbe quasi fatato, donandogli una nuova dimensione. Facciamo anche uso del gaelico scozzese, che è una lingua meravigliosa per il metal: ci sono moltissimi suoni gutturali che si adattano benissimo al nostro sound, quando John li urla!

Ci sono band che fanno largo uso di strumenti folk e che vi piacciono? Quali sono i gruppi che maggiormente vi hanno influenzato come musicisti e come Hand Of Kalliach?

John: Abbiamo gusti piuttosto ampi, che coprono sia numerosi sottogeneri metal e rock, sia il folk tradizionale. Per quanto riguarda il metal, sono un grande fan del melodic/technical death (in particolare sul tipo di In Flames e Fallujah), e sono molto ispirato da band come i Mastodon, che non rientrano in un unico genere: hanno creato un loro sound peculiare, mescolando tantissimi elementi e influenze diversi tra loro. Al di fuori del metal, ascolto un mix bizzarro di folk scozzese, downtempo, shoegaze… le mie playlist consigliate di Spotify a volte son un po’strambe!

Sophie: Io tendo di più verso un mix di speed e folk metal, come Primordial ed Eluveitie, anche se, all’infuori del metal, alcune delle mie band preferite si collocano maggiormente tra il folk e l’indie. La musica folk tradizionale è molto popolare in Scozia, e non c’è carenza di musica live a riguardo: questo ci ha ispirati nella scelta di utilizzare i suoi elementi nel nostro sound. Credo che la varietà stilistica nella nostra musica rifletta, probabilmente, le nostre diverse influenze.

La quarta canzone, White Horizon, suona inizialmente più leggera, con la voce di Sophie e un’atmosfera gothic che caratterizza questa composizione. Dell’EP è l’unica a suonare in questo modo: un esperimento, un’anticipazione sui prossimi lavori o un brano fine a sé stesso?

Sophie: Questo è un altro esempio in cui siamo partiti da una melodia tratta da un elemento del folk scozzese, in questo caso l’arpa celtica (tipicamente accompagnata da una voce femminile), e abbiamo poi costruito la canzone intorno ad essa. Mentre stavamo scrivendo la canzone, abbiamo pensato di passare la melodia interamente alla chitarra, come avvenuto per le altre tracce dell’EP, ma poi ci siamo resi conto che il suono dell’arpa si sposava benissimo con il vibrato e le chitarre black metal, creando l’atmosfera gotica e dark di cui parli, quindi abbiamo deciso di mantenerlo, per bilanciare il tutto.

John: Parlando della sequenza delle tracce, volevamo offrire un momento di “riflessione” dopo la seconda e la terza (piene di energia): la voce di Sophie, che intona le parti vocali iniziali seguendo un downtempo rallentato, contribuisce a questa atmosfera quasi ampia e rilassante. Ci piace molto il modo in cui cambia la dinamica dell’EP, e tornando all’ispirazione tratta dalla Cailleach, ricorda molto l’arrivo di un inverno oscuro, appena dopo una tempesta. Sebbene non possa risultare gradito a quegli ascoltatori che vorrebbero un suono categorizzato in maniera più rigorosa dai nostri lavori, vogliamo senza dubbio mantenere questo approccio, modificando il suono nel corso della registrazione, pur mantenendo un forte tema conduttore: dà sicuramente più ossigeno all’espressione.

Trovo la traccia conclusiva, In Tempest Wrought, la più interessante dell’EP, forse perché presenta a livello ritmico e musicale delle piccole novità che la rendono dinamica e sotto certi aspetti anche accattivante. Cosa pensate di quello che ho detto?

John: Sono davvero contento che tu la consideri come la più interessante, dato che è la mia preferita dell’EP! È stata l’ultima traccia che abbiamo composto, e ancora una volta siamo partiti da una melodia celtica (in questo caso, maggiormente ispirata alle cornamuse), modificandola per le chitarre, e abbiamo costruito la traccia da questo punto di partenza. Ero un po’titubante nel pubblicarla così com’è, dato che una durata totale di sette minuti potrebbe essere vista come un desiderio di concedersi troppe libertà, ma andando avanti con il lavoro ci siamo accorti che procedere in questo modo era sempre più la soluzione migliore.

Sophie: Credo che l’intro, con i suoi riff di chitarra piuttosto semplici, il cantato death e gli accordi aperti, contribuisca molto a collocare lo scenario del testo e a realizzarne l’atmosfera, specialmente per lo sviluppo successivo, quando si passa a una velocità raddoppiata lungo la traccia. In origine, avrei dovuto cantare alcune parti nella prima metà del brano, ma durante la registrazione ci siamo resi conto che l’atmosfera e il contrasto che si erano creati funzionavano molto meglio così com’erano, anziché introdurli soltanto nel breakdown, dopo l’assolo.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi, di cosa parlano?

Sophie: Scriviamo testi piuttosto astratti, ma legati a un tema portante in tutto l’EP, strettamente correlato al tempo, alla mortalità e alla mitologia. Ciò detto, dal nostro punto di vista personale i brani dovrebbero innanzitutto trasmettere il loro significato all’ascoltatore. Anche se abbiamo ben chiaro in mente quale debba essere, questo non vuol dire che sia ciò che il pubblico potrebbe voler ascoltare (o che abbia addirittura bisogno di ascoltare) quando si avvicina ai brani per la prima volta.

John: Anche paesaggi e i personaggi delle isole che si affacciano sulla costa est scozzese rappresentano una grande fonte di ispirazione. Laggiù si ritrova un punto di incontro tra le culture provenienti dalla Scozia, dall’Irlanda e dai Paesi nordici, e si tratta di luoghi che possono essere sia selvaggi e tempestosi, sia estremamente calmi e sereni. Abbiamo cercato di traslare questa dualità (presente sia nel paesaggio, sia nell’ambiente) non solo nei testi, ma nell’intero EP.

Com’è la scena metal in Scozia? Vi sentite parte di essa?

Sophie: A dire il vero, abbiamo una scena musicale abbastanza notevole in Scozia, ma per la maggior parte riguarda l’ambiente underground. Ad ogni modo, in ogni grande città è possibile trovare locali in cui si esibiscono band metal, e tutte hanno stili molto diversi tra loro.

John: La nostra più grande sfida, probabilmente, è stata quella di iniziare a comporre nel pieno delle restrizioni da COVID-19, quindi non abbiamo avuto la possibilità di radunare volontari disposti a preparare live show insieme a noi. In ogni caso, si tratta di una scena molto accogliente, e non vediamo l’ora di tornare a farne parte quando i locali riapriranno.

State lavorando a della nuova musica?

Sophie: Certamente! Siamo davvero onorati di tutti i giudizi positivi che abbiamo ricevuto, e a dirla tutta, la cosa ci ha anche colti abbastanza di sorpresa: il nostro è un progetto abbastanza insolito, e non avremmo mai immaginato che avrebbe raggiunto così tante persone. Durante la fase di composizione, lo abbiamo immaginato essenzialmente come un progetto guidato dalla passione. Comunque, abbiamo registrato un grandissimo numero di ascolti da quando abbiamo pubblicato il lavoro, a dicembre 2020, e le recensioni sono state molto lusinghiere: siamo davvero colpiti dal fatto che sia stato apprezzato da un pubblico così vasto, e sicuramente tutto ciò rappresenta un grande stimolo ad andare avanti.

John: Assolutamente, un simile riscontro non ha fatto altro che motivarci ancora di più; al momento abbiamo alcuni brani in produzione, nell’ottica di pubblicare un intero album nel 2021, preceduto da alcuni singoli.

John e Sophie, grazie per aver risposto alle mie domande, volete aggiungere qualcosa e salutare i lettori di Mister Folk?

John: Grazie mille! Vorremmo inoltre ringraziare calorosamente tutti coloro che ci hanno sostenuti, inclusi i giornalisti come te: vi siamo immensamente grati, e apprezziamo davvero chi sostiene il metal underground.

Sophie: Sono d’accordo, la comunità metal internazionale è stata davvero calorosa e incoraggiante nei nostri confronti, grazie di cuore. Se qualcuno tra i tuoi lettori volesse tenersi aggiornato, può seguirci su Spotify, Bandcamp e sulle nostre pagine social: saranno i primi a sapere quando pubblicheremo qualcosa di nuovo!

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! Let’s start our interview talking about the creation of your band: we know that you are a couple, husband and wife, so I would like to ask you when you have decided to start playing together. Just to give a touch of romance to this page: how have you known each other? Did it happen thanks to music?

John: Thanks very much for having us! We have both played casually together for a few years just at home really, but we started seriously writing in summer 2020 during the COVID-19 lockdown in the UK. The project had been something we had talked about doing for some time and the restrictions served as a good prompt to do so.

Sophie: We actually knew each other when we were at school, although didn’t get together much later, and a love of metal was something that we both shared and talked about extensively even back then!

You have chosen the name “Hand Of Kalliach”. What does it mean? What are the reasons behind this choice?

Sophie: “Kalliach” is a play on “Cailleach”, which is the name of an ancient Scottish hag god of winter. In Scottish mythology the legend goes that she lives at the bottom of a huge whirlpool (called Corryvreckan, the 3rd largest in the world) off the coast of the Isle of Islay, where some of John’s family are from.

John: One legend holds that she emerges from the whirlpool to usher in winter, and has a lot of malign connotations in folklore; but that said, she is also a creator deity, so the music we make is centred around these dual concepts of benevolence and malevolence, and the history, mythology and land/seascapes of the Scottish islands. But the “ancient god of winter living underneath the huge whirlpool” always sounded pretty metal to me growing up in any case!

Your creations are quite difficult to be classified in a single genre: I may guess that it’s a result you aimed to, in a certain way, but I would like to ask you to describe your music to someone who has never had the opportunity to try it.

John: Yes, that was definitely the intention – what we wanted to do was blend together parts of Scottish folk with elements of metal subgenres that we really enjoy, and that best fit the base Celtic melodies we start from. We were originally just calling it Celtic metal, but a number of commentators have called it variously folk, death, black, prog… the list goes on…!

Sophie: Markus from MetalMessage who has kindly been working with us was a great supporter of the sound, and recommended ‘Atmospheric Celtic Metal’, which we actually really like – the atmosphere and the Scottish influences are exactly what we want to capture above all else with the sound, and then the use of melo/death/black metal elements just adds to that core.

Your EP, Shade Beyond, is full of guitar sounds and riff, but there is a lack of traditional instruments. It is a clear stylistic choice, but what is the purpose?

John: You’re absolutely right, it was an active choice to minimise the use of traditional folk instruments. The key elements we lift from traditional Scottish folk music are the heavily melody-driven structures, keys, rhythms and time signatures. Whilst we fully appreciate and applaud the use of traditional folk instruments in a lot of contemporary folk metal, in our music we instead adapt the traditional melodies and rhythms for distorted guitars – for example, the high melody in ‘Fathoms’ is actually the sort of melody you might hear on Scottish bagpipes, but we think it works really well adapted for the guitar instead.

Sophie: The same goes with the high guitar in ‘Overwhelm’, which is the type of melody you would normally find being played on the fiddle (Scottish violin) – by taking the same key and the same rhythm, but playing it with the guitar instead, it adds a lot more power and edge and ultimately a whole new dimension to what would otherwise be a fairly soft tune. We also use a bit of Scots Gaelic, which is a wonderful language for metal – there are a great number of guttural pronunciations that really lend themselves to the atmosphere when John is screaming them!

Many bands in the musical scene make use of traditional folk instruments: do you appreciate some of them? Which artists have influenced you the most, as single musicians and as Hand Of Kallach?

John: We have pretty broad tastes, covering a lot of metal and rock subgenres but also traditional folk. On the metal side, I’m a big fan of technical/melodic death metal, particularly the likes of Fallujah and In Flames, and I’m inspired by the more genre-defying bands like Mastodon that just create their own sound from a lot of different elements and influences. Outside of metal, I listen to a really weird range of Scottish folk, downtempo, shoegaze… my Spotify recommended playlists are sometimes a bit bizarre!

Sophie: I lean more towards a mix of speed and folk metal tastes, like Primordial and Eluveitie, though outside of metal some of my favourite bands are more in the folk/indie space. Traditional folk is very popular in Scotland, and there’s no shortage of live music supporting it, which definitely inspired us to pull parts from it into our sound. I think the breadth of styles in our music is probably reflective of these fairly diverse influences.

The fourth track, White Horizon, starts with light tunes: Sophie’s voice and a gothic atmosphere are the main characteristics of this song. This is the only track in the EP that sounds this way: is it an experiment, an anticipation of your next works or just a song for its own sake?

Sophie: This is another example where we’ve started off with a melody driven by Scottish folk, in this case a Celtic harp, which is typically accompanied by female vocals, and built the song around that. When we were writing the melody, we were originally going to move it onto the guitar as per the previous tracks in the EP, however as you say with the dark and gothic atmosphere that was coming through, we felt it countered the the black metal tremolos and guitar parts really well, so much so that we kept the harp in to balance it out.

John: In terms of track sequencing, we wanted to have a moment of reflection after tracks 2 and 3, which are very energetic, and having Sophie sing the opening vocals over a slowed down tempo just gave this almost chilling, expansive atmosphere. We really liked how it changed the dynamic of the EP, and going back to the Cailleach inspiration it was almost like a dark winter arriving after a storm. Whilst it may not sit well with some listeners that want a more rigidly defined sound from their releases, we definitely want to continue this approach of morphing the sound throughout the record whilst keeping a strong theme, as it gives a lot more oxygen for expression.

The last song, Tempest Wrought, is in my opinion the most interesting one in the EP, perhaps because it shows some novelties from the point of view of music and rhythm: they make it really dynamic and catchy. What do you think about this?

John: Well I’m really glad you found that the most interesting, as it’s definitely my favourite on the EP! This was the last track we wrote, and once more we started with a Celtic melody (more bagpipe-inspired again for this one), altered it for the guitars and built the track from there. I was a little hesitant in releasing it as it is, as a 7 minute runtime always seems a little self-indulgent, but the more we were working on it the more it just came together.

Sophie: I think the start with fairly simple guitar riffs, death vocals and open chords for atmosphere works really well in settling the scene and the atmosphere for when it transitions to the speed doubling halfway through. We originally were going to have some of my vocals in the first half of the track as well but as we were recording we realised that the atmosphere and the contrast that they bring worked all the better if they were only introduced at the breakdown following the solo.

I would like to know more about the lyrics. What are the main themes?

Sophie: We do write fairly abstract lyrics, but there is a common theme through them in the EP, closely tied to time, mortality and mythology. That said, our personal view is that songs should first and foremost hold the meaning to the person that listens to them – whilst we do have meanings in mind, that’s not to say that’s what a listener might hear, or want to hear, or even need to hear when they first play the track.

John: The landscapes and character of the islands on the Scottish west coast are also a big inspiration; it is historically a nexus of cultures from Scotland, Ireland, and the Nordic countries, and can be a very wild and stormy place, but at other times extremely serene. The duality of the landscape and environment there is something we have tried to reflect within the lyrics and the broader EP.

How is the Scottish metal scene? Do you feel part of it?

Sophie: There is actually quite a substantial metal scene in Scotland, but I would say it’s underground for the most part. However, you can definitely find a few metal venues in each major city, and bands that play them – and their styles are very diverse.

John: I suppose the challenge is we only really started writing whilst under COVID restrictions, so we have not been able to pull some willing volunteers together to play some live shows yet. But it’s a very welcoming scene, and we’re really looking forward to getting back into it once venues reopen.

Are you working on some new music at the moment?

Sophie: Definitely! We have been really humbled by the positive response so far, which to be honest took us a bit by surprise – this was a bit of an unusual project that we didn’t think would resonate with many people at all, it was essentially a passion project when we were writing it. However we’ve had a huge amount of track plays since launch in December 2020 and had some very positive reviews, and we are blown away that so many have enjoyed it, and that has certainly encouraged us to keep going with it.

John: Absolutely, we’ve been hugely motivated by the response, and have a few tracks in production currently with a view to releasing a full length later in 2021, and may drop a couple of singles before then.

John and Sophie, thank you very much for this interview. Would you like to add something and greet Mister Folk’s readers?

John: Thanks very much! We would like to say a massive thanks to all of those that have supported us so far, including writers like yourself – we are incredibly grateful for it and really appreciate those that champion the metal underground.

Sophie: Agreed, the international metal community has been so welcoming and encouraging, so thank you. If any of your readers want to be kept updated they can follow us on Spotify/Bandcamp and our social media pages and they’ll be the first to know when we’ve got new releases!

Intervista: Scimitar

Intervista fiume questa che vi apprestate a leggere! Trovare un musicista che ha voglia di raccontare la propria musica e quello che accade attorno alla band è sempre cosa bella e purtroppo rara; armatevi quindi di un po’ di tempo per leggere cosa ha da dirci Angus Lennox sui suoi Scimitar, sul nuovo disco Shadows Of Man, sulla situazione in Canada musicale e legata al Covid-19 e tanto altro! 

Potete trovare la loro musica su Bandcamp e su Youtube!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

È la vostra prima intervista italiana? Presenta gli Scimitar ai lettori di Mister Folk!

Decisamente, questa è la nostra prima intervista italiana! Gli Scimitar sono una band melodic death/folk metal proveniente dall’isola di Vancouver, sulla sponda Nord-Est del Pacifico, in Canada. Siamo attivi dal 2008 e negli anni abbiamo avuto la fortuna di condividere il palco con alcuni dei nostri idoli metal, tra cui Arkona, Heidevolk, Septic Flesh, Alestorm ed Ensiferum. Anche se abbiamo suonato live solo in Canada finora, abbiamo sempre desiderato di andare in tour in Europa, e ci sforzeremo di farlo una volta che il mondo supererà questo momento.

Com’è la situazione in questo momento in Canada? Come sai l’Europa è in grande difficoltà sotto molti punti di vista e i concerti sono fermi praticamente da marzo 2020.

Il Canada è in lockdown, ma il numero dei casi non è nemmeno lontanamente paragonabile a quello di altri luoghi, come l’Europa e i nostri vicini a Sud. Inoltre, i membri della nostra band vivono tutti sull’isola di Vancouver, che è piuttosto isolata e non ha subìto un forte impatto del virus (a parte le conseguenze economiche del lockdown). La musica live è in battuta di arresto da marzo e lo è tuttora, il che ha già portato al fallimento di alcuni locali; uno di essi era la venue principale per il pubblico punk/metal/alternative di Victoria, la nostra città natale. Tuttavia, sembra che la maggiore fonte dello stress che avvertiamo in Canada dipenda dalla nostra vicinanza con gli USA, che al momento sono un vero disastro.

Vi ho ascoltato per la prima volta nel 2010 con l’EP Black Waters, ma per avere un seguito – tolti i singoli digitali – ci sono voluti ben nove anni. Come mai tutto questo tempo?

Wow, è un grande onore per noi! Non immaginavamo che Black Waters fosse giunto oltreoceano. Nei nove anni intercorsi tra i nostri due album sono accadute molte cose, sia a livello di band, sia sul piano individuale; per esempio, tra il 2008 e il 2015 tutti i membri hanno completato gli studi, conseguendo la laurea. Forse il motivo principale per la tardiva pubblicazione di Shadows Of Man è stata la nostra decisione di registrarlo interamente per conto nostro, mentre Black Waters è stato registrato in studio. Abbiamo tentato di registrare l’album con una strumentazione differente e utilizzando varie tecniche di registrazione per tre volte: la terza è stata quella decisiva. Anche il processo finale di scrittura/registrazione/produzione/post-produzione ha richiesto due anni interi di lavoro quasi costante, fino alla pubblicazione, nel 2019. In questo periodo c’è stato anche un cambio consistente nella line-up, quando ci siamo separati da George, il nostro chitarrista principale e membro fondatore. Nonostante il grande “vuoto” tra i nostri album, non abbiamo alcun rimpianto; durante questi anni abbiamo fatto grandi progressi, sia come band, sia come individui, abbiamo fatto molti live con i nostri amici e alcuni con i nostri idoli, e abbiamo compreso quanto il metal sia importante per noi.

Come descriveresti la musica contenuta in Shadows Of Man? Quali sono secondo te le canzoni più rappresentative e perché?

Gli altri ragazzi potrebbero avere opinioni differenti, ma personalmente ritengo che le title-track gemelle di Shadows of Man, I: Imperium e II: Cataclysm siano le più rappresentative di tutto l’album. Queste tracce, messe insieme, veicolano tutti gli elementi che definiscono il sound degli Scimitar: melodia roboante, narrazione elevata e ritmo heavy inarrestabile.

Esteticamente il nuovo album si presenta bene e mi è piaciuto molto il poster con i cavalieri. Quanto è importante secondo te, in un mondo musicale sempre più digitale, la cura della grafica e della stampa del cd fisico?

Te ne siamo grati, anche se tutti i complimenti per l’artwork dell’album vanno al nostro prolifico artista Hammk (http://www.deviantart.com/hammk). Credo che l’aspetto delle copie fisiche sia MOLTO più importante nell’era digitale, rispetto al passato: le uniche persone che le acquistano ora sono quelle che amano vivere l’esperienza musicale in maniera totale, e che apprezzano davvero e si aspettano un pacchetto ben rifinito.

Shadows Of Man è stato pubblicato nell’agosto 2019, immagino quindi che ci sia della nuova musica in casa Scimitar. Come stanno le cose?

Posso confermare che al momento stiamo registrando demo del nostro nuovo materiale. Un aspetto positivo dello stacco di nove anni tra i due album è che abbiamo davvero poche canzoni che non sono apparse in Shadows of Man; alcune di esse sono anche più datate rispetto alle nuove tracce di Shadows. Abbiamo anche cercato di migliorare i nostri contenuti YouTube, con playthroughs, compilation di filmati e podcast in cui illustriamo le nostre canzoni.

Ok i nove anni di differenza, ma musicalmente diverse cose sono cambiate nella vostra musica: ora avete la capacità di creare passaggi meno spigolosi e più “orecchiabili” rispetto al passato. Credo che abbiate fatto dei passi in avanti, ma vorrei sentire anche la tua opinione.

Negli anni intercorsi tra i due album, il nostro sound è decisamente maturato insieme a noi. I brani di Black Waters sono stati tutti scritti quando eravamo ancora dei teenagers; in quegli anni, quando suonavamo nei locali e nei bar, alcuni di noi erano costretti ad aspettare fuori fino al momento di salire sul palco, perché erano ancora minorenni! Stilisticamente parlando, molte delle canzoni di Black Waters sono più delle compilation di riff incollati ad altri riff, piuttosto che brani coesi, dalla durata di 8 – 11 minuti. Sebbene si possa far notare che questa tendenza sia presente anche in alcune canzoni di Shadows Of Man, nell’album ci sono anche esempi di brani più maturi, dalla narrazione più concisa e coerente; ad esempio, Knights Collapse e Wandering At The Moon. La direzione che il nostro materiale sembra stia prendendo punta a brani più brevi, più orecchiabili e che arrivino dritti al punto, ma non disdegniamo qualche digressione epica, di tanto in tanto.

Le storie di mare del primo EP sono state abbandonate a favore dei temi storici: vuoi raccontarci l’evoluzione dei vostri testi e farci sapere qualcosa in più su quelli di Shadows Of Man?

Come ti ho detto nella precedente risposta, la nostra musica è maturata insieme a noi; l’evoluzione dei testi ne è un primo esempio. I temi legati al mare presenti in Black Waters erano fortemente estrosi e influenzati geograficamente dal luogo in cui viviamo (siamo su un’isola circondata dall’oceano, George e Noel praticavano la vela e mio padre era nella Marina canadese). Anche se siamo tutti grandi fan di band come Running Wild e Alestorm, non consideriamo la nostra musica come “pirate metal” (sebbene le apparenze suggeriscano il contrario), anche perché eravamo ancor più legati a band viking/pagan come Einherjer, Black Messiah o Ensiferum. Infatti, i nostri amici e fan sapevano cosa provavamo ad essere etichettati come band “pirate metal”, e ciò è poi sfociato nell’essere considerati come la prima band pirate metal di Victoria, era un tormento! Inoltre, le uniche due tracce di Black Waters che hanno testi davvero legati al mare sono Buried At Sea e Fireship. Entrambi i brani fanno presagire la direzione storica che hanno preso i nostri testi: Buried At Sea è (liberamente) ispirata alle imprese di corsari del XVI secolo come Sir Francis Drake, mentre Fireship è (ancor più liberamente) ai condottieri che utilizzavano le navi in fiamme nelle varie battaglie contro l’Armada spagnola. Ciò che separa questi brani da quelli di Shadows Of Man, tuttavia, è il fatto che io sia entrato in contatto con le narrazioni storiche per puro interesse personale, in alcun modo legato al mio percorso di studi accademico. Dopo Black Waters, mentre conseguivo la laurea in storia e scienze politiche, ho scritto alcuni testi di Shadows Of Man che erano direttamente influenzati da temi che stavo studiando. Il risultato si ritrova nelle narrazioni storiche di Knights Collapse, To Cultivate With Spears and Flayed On The Birch Rack. Anche il titolo e (in maniera più ampia) il tema di Mysterium, Tremendum Et Fascinans sono influenzati dalla classe politico-filosofica. Questa è senza dubbio la direzione che i nostri testi continueranno a seguire, nei lavori post-Shadows Of Man: nel corso dei miei studi ho compreso che la mia sola immaginazione non basta, tenendo conto di quanto sia metal la storia umana.

La canzone Shadows Of Man è divisa in due parti: la prima è Imperium e la seconda Cataclysm. Come sono nati questi brani che ascoltati di seguito durano in totale oltre undici minuti?

Alcuni riff per Shadows I & II sono ancor più datati dei brani di Black Waters: in realtà, abbiamo suonato una versione rudimentale di Shadows Of Man II proprio durante il release show di Black Waters, nel 2010! Lo sviluppo di questi brani copre tutti e nove gli anni intercorsi tra i due album, e la struttura definitiva che compare in Shadows Of Man è stata decisa e approvata solo nel 2017. Come ho detto in risposta a una domanda precedente, questi brani rappresentano non solo l’album, ma anche l’intero sound della band – e questo è il risultato dei molti anni di lavoro e sviluppo. Parlando del concept dei testi, anch’esso è cambiato nel corso degli anni: in precedenza avevo solo alcune righe di testo per il primo riff di Imperium, che non abbiamo mai suonato dal vivo fin quasi alla pubblicazione di Shadows Of Man, e per quanto riguarda Cataclysm, mi sento abbastanza imbarazzato nel dire che ho scritto i testi praticamente sul momento! Fortunatamente, grazie alla voce death, nessuno probabilmente lo ha notato, specialmente a quei tempi, quando suonavamo principalmente con band dell’era MySpace, e il cantato incomprensibile era la norma. Il primo concept di testo a cui mi sono approcciato è stato una forma molto basilare di anti-Cristianesimo, popolare tra molte band metal, allora come oggi: il mio tocco di originalità stava nel proporlo in versione ballad. Si tratta di un tema che ho rapidamente abbandonato dopo Black Waters; dopo essermi appassionato sempre di più alle narrazioni storiche, ho composto i testi di Shadows I & II incentrandoli sull’ascesa e sulla caduta di un impero insulare di mia invenzione, ispirandomi liberamente al declino concettuale dell’Isola di Pasqua e di altri imperi isolati, come quello Maya.

Nell’arco della vostra carriera ci sono stati pochissimi cambi di line-up: qual è il vostro segreto?

Il segreto non è altro che l’amicizia, siamo tutti in primo luogo amici, e poi compagni di band. George è ancora uno dei miei migliori amici, anche se non suoniamo più nello stesso gruppo dal 2016.

Oltre a cantare suoni il basso, ti chiedo quindi come hai conosciuto la musica heavy metal e quali sono i cantanti e i musicisti che ti hanno fatto avvicinare al microfono e abbracciare il basso.

Devo ammettere che il fattore principale che mi ha fatto entrare in contatto con il metal, è stato il contesto del primo file-sharing, verso la fine degli anni Duemila. Di base, non vi erano altre modalità di esposizione per il nostro genere oltre a internet; la musica che ascoltavo durante i primi anni del liceo era esclusivamente nu-metal, come Disturbed e Limp Bizkit. Appena ho avuto accesso a Morpheus/Kazaa/Limewire e a siti di review come il tuo e Metal Observer, mi sono completamente innamorato e ho scaricato quanto più metal europeo possibile, traccia dopo traccia. Ho poi masterizzato tutto su dei CD e li ho distribuiti tra gli amici, che ne sono diventati subito ossessionati: agli inizi, la scena pagan/viking era molto più convincente di tutto quello che avevamo conosciuto sino ad allora nella nostra area, e soprattutto era qualcosa di diverso. Verso la fine del liceo ascoltavamo Mithotyn, Svartsot e Gorgoroth nei nostri spogliatoi prima delle partite di football, e strepitavamo per avere tatuaggi con le rune. Nel 2008, alcuni di noi sono andati a Seattle per assistere al primo Paganfest Tour, con Ensiferum, Tyr, Eluveitie e Turisas; non era solo la prima volta che vedevamo dal vivo i nostri idoli, ma anche il primo tour americano per alcune band. La principale ispirazione per tutta la band sono stati gli Ensiferum, seguiti da Einherjer, Amon Amarth, Black Messiah e Kromlek. Aprire uno show di Ensiferum e Septic Flesh, in occasione del loro Path Of Glory Tour del 2019, è un ricordo che porteremo dentro fino alla tomba, con un grande sorriso. In quanto bassista, sono stato principalmente ispirato da Steve Harris degli Iron Maiden e da Sami Hinkka degli Ensiferum: Battle Song e Rime Of The Ancient Mariner sono i brani che preferisco per riscaldarmi, prima di esercitarmi. Per quanto riguarda canto e basso, sarò per sempre riconoscente a Geddy Lee dei Rush, che ha saputo combinare entrambi i ruoli con una maestria che non credevo possibile. Per il canto death, le mie principali ispirazioni sono Claus Gnutdzmann degli Svartsot e Alphavarg (ex Kromlek): entrambi mi hanno dimostrato che anche il canto più duro può essere ben scandito, rapido e comprensibile. Ammetto di essere anche un grande fan del rap old-school e dell’alternative hip – hop: artisti come Aesop Rock, Del the Funky Homosapien e Masta Ace hanno una grande influenza nel modo in cui costruisco i ritmi vocali (e questo è particolarmente evidente in Knights Collapse).

La scena folk metal canadese è ricca di gruppi e ne parlo ogni volta che ne ho occasione. Da europeo vedo che vi date molto da fare e sembra che ci sia anche un filo che lega i gruppi. Ti chiedo com’è la scena del tuo paese, se ti senti parte di essa e se ci vuoi fare qualche nome di band interessanti.

Questo è davvero interessante, speriamo di essere all’altezza dello standard di produttività che percepisci! Ogni connessione tra le band folk metal canadesi dipende dall’imponente geografia del nostro paese, seconda solo alla Russia; anche se tentiamo di tenerci in contatto, è difficile organizzare show con altre band della nostra stessa provincia (e ancor più a livello nazionale), quindi alla fine si tratta sempre di eventi con più generi metal. In termini di senso di appartenenza, devo ammettere che le nostre alleanze sono semplicemente geografiche, a un livello imbarazzante (effetto collaterale dell’estensione del nostro paese, e della distanza tra le località); in primis, siamo una band folk metal dell’isola di Vancouver, poi una band della British Columbia, e infine una band canadese. Il popolo canadese ha un’identità culturale e un senso di unità nazionale che si ritrova anche nella nostra scena musicale: ci siamo sentiti a casa indipendentemente dalla città o provincia in cui ci siamo esibiti. Per quanto riguarda le band canadesi, posso consigliarti Unleash The Archers o Archspire; sono un grande fan anche di Nylithia, Torrefy (i nostri amici di Van Isle), Liberatia e Winters Reach. E ancora, i Sanktuary (i thrashers dello Yukon) e i guerrieri black metal dello Tsimshian, i Gylbaaw. Sono sempre felicissimo di esibirmi con loro.

Da canadese, come vedi il folk/viking metal al di fuori dei confini del tuo paese?

Come ho sottolineato nelle risposte precedenti, per noi la scena folk/viking europea è sempre stata qualcosa da venerare, adorare ed emulare. Ultimamente sono particolarmente entusiasta della scena asiatica, in particolare con i grandi Tengger Cavalry (RIP Nature), dalla Mongolia, i Rudra da Singapore e i Ritual Day dalla Cina.

Ti ringrazio per la disponibilità e sono felice di aver ospitato gli Scimitar su queste pagine. A te la libertà di chiudere la chiacchierata come preferisci.

Grazie per averci ospitati, abbiamo davvero apprezzato le tue domande, frutto di una ricerca approfondita e accurata: erano davvero una ventata di novità, e riflettevano gli standard esemplari del tuo sito! Per tutti coloro che hanno letto fin qui: cheers, hails and stay metal, anche nell’apocalisse! \m/

ENGLISH VERSION:

Is this your first Italian interview? Introduce Scimitar to Mister Folk’s readers!

This is definitely our first Italian interview! Scimitar is a Melodic Death/Folk metal band from Vancouver Island, on the Pacific Northwest of Canada. We have been playing since 2008 and over the years have been lucky enough to share the stage with a few of our metal heroes; including Arkona, Heidevolk, Septic Flesh, Alestorm and Ensiferum. Though we have only played live in Canada so far we have always wanted to tour Europe, and will strive to do so once the world stops ending.

How is the current situation in Canada? As you know, Europe is experiencing a moment of huge difficulties, in many ways and from different points of view. Live music and concerts are completely blocked, since the beginning of March 2020.

Canada is locked down but our cases are not nearly as bad as other places, like Europe or especially our southern neighbour. Also our band all lives on Vancouver Island, which is quite isolated and has not been impacted heavily by the virus (other than the economic implications of the lock-down). Live music has been blocked since March here as well, this has already resulted in venues going out of business; one of which was the main metal/punk/alternative hub for our home city of Victoria. Though, it seems that much of the stress we feel in Canada comes from our close proximity to the USA which as you are probably aware is currently a giant trash fire.

I listened to your music for the first time in 2010, thanks to Black Water EP, but the following work took nine years to be completed and released: what is the reason why you needed so much time?

Wow, that’s a great honour for us! We had no idea that Black Waters managed to cross the oceans back then. In the nine years between our two albums a lot happened for our band as a whole and for us as individuals as well; for example between 2008 and 2015 every member of Scimitar began and completed a university degree. Perhaps the main thing that made the Shadows Of Man release so tardy was our decision to entirely self-record it, unlike Black Waters which was recorded in a studio. We ended up attempting to record the album with different equipment and production techniques three total times, the third time being the successful one. Even the final writing/recording/producion/post-production took over two years of near-constant work until the release in 2019. This period also saw a major line-up change, when we parted ways with our lead guitarist and founding member George in 2016. Despite the huge gap between our albums we have no regrets; during those years we progressed massively as a band and as individuals, played many shows with our friends and a few with our heroes, and realized how much making metal music really meant to us.

How would you describe Shadows Of Man? In your opinion, which songs are more representative, and why?

The other guys may have a difference of opinion, but I personally feel the twin title-tracks of Shadows of Man I: Imperium and II: Cataclysm are the most representative of the album as whole. Those tracks together carry all the elements of bombastic melody, soaring narrative and unrelenting heaviness which define Scimitar’s sound.

Your new release shows a very nice graphic looking (I particularly appreciated the attached poster, representing knights). In your opinion, how important is it to take care of the graphics and the appearance of a physical CD, in a digital world of music that is gaining more and more ground?

We appreciate it, though all the compliments for the album art should be directed to our prolific artist Hammk (https://www.deviantart.com/hammk). I believe that the appearance of the physical copies are even MORE important in the digital age than before; as the only people buying physicals now are those who love the total experience of them, and who truly appreciate and expect a well-put together package.

Shadows Of Man was released in August 2019. I can guess that something new is coming from Scimitar. What’s going on?

I can confirm that we are currently recording demos of new material. One positive of the nine-year gap between albums is that we actually have quite a few songs in the bag that didn’t make it to Shadows of Man; some of them even years older than the newer tracks on Shadows. We have also been attempting to level up our YouTube content with playthroughs, footage compilations and song explanation podcasts.

There is a 9 years gap between your two works, and from the musical point of view several things have changed in your style: if compared to the past, now you can create less edgy passages, and “easy – listening” ones. I believe that you made progress in this regard, but I would like to know your thought about that.

Our sound, as we may have individually, definitely matured in the years between albums. The songs on Black Waters were all written while we were all teenagers; in those early years when we played bar shows a few of our members who were underage would have to wait outside until right when we got on stage! Stylistically many of the tracks from Black Waters are more compilations of riffs glued together with other riffs than cohesive songs, resulting in 8-11 minute run-times. Though it could also be argued we had this tendency with a few of songs from Shadows, there are also examples of more mature, concise and coherent writing; namely Knights Collapse and Wandering At The Moon. Shorter, catchier and to-the-point is the direction which our new material seems to be heading in, but we are definitely still not above a meandering epic from time to time.

Maritime tales were the main theme of your first EP: now you have turned to historical vicissitudes. Would you like to tell us about the evolution of your lyrics, and give more info about those of Shadows Of Man album?

As I replied to the previous question while we matured personally so did our music; the lyrical evolution is a prime example of this. The maritime themes for Black Waters were largely whimsical and geographically influenced by our home (we live on an ocean-locked island, George and Noel both sailed as youths and my father was in the Canadian Navy). Though we were all big fans of bands like Running Wild and Alestorm we definitely did not see ourselves as pirate metal (despite all appearances to the contrary), as we were much bigger fans of the early viking/pagan metal acts like Einherjer, Black Messiah or Ensiferum. In fact, our friends and fans knew how we felt about the pirate-label and thus would delight in tormenting us by referring to Scimitar as Victoria’s Premiere Pirate Metal Band! Also, the only two tracks on Black Waters that really have maritime lyrics are Buried At Sea and Fireship. Both of these tracks actually foreshadow the historical direction that I took our lyrics, as Buried At Sea is (loosely) based on the exploits of English 16th century privateers like Sir Francis Drake and Fireship is (very loosely) based on those same privateers utilizing burning ships in various battles with the Spanish Armada. What separates these tracks from those on Shadows Of Man however, is that I learned those historical narratives just from personal interest – not from my academic studies. After Black Waters, while I pursued my majors in history and political science I wrote lyrics for Shadows Of Man that were directly influenced by topics I was studying; this resulted in the historical narratives of Knights Collapse, To Cultivate With Spears and Flayed On The Birch Rack. Even the title and (loosely) the subject matter for Mysterium, Tremendum et Fascinans was influenced by a political philosophy class. This is definitely the direction our lyrics will continue to take in our material post-Shadows; I realized early in my studies that my own imagination is no match for just how metal real human history is.

Shadows Of Man song is made of two parts, Imperium and Cataclysm: the total length is about 11 minutes. How did you create the concept of this track and its sections?

Some of the riffs for Shadows I & II are even older than songs on Black Waters, we actually played a rudimentary version of Shadows II at the Black Waters release show in 2010! The development of these tracks spanned the entire nine years between the albums, the final song structure that appears on Shadows Of Man wasn’t really decided upon until 2017. As I said for question 4, these tracks really do represent not just the album but our band’s sound as a whole – this is probably the result of the many years of development. In terms of lyrical concept, that also changed throughout the years – early on I only had a few lyrics for the first riff of Imperium, which we never performed live until near the Shadows Of Man release, and for Cataclysm I was (embarrassingly enough) making them up on the spot! Luckily with death metal vocals no-one probably noticed, as especially in those days we were mostly playing shows with Myspace-era scene bands and unintelligible vocals were the norm. The first lyrical concept I came up with was a basic form of anti-Christianity popular with many metal bands back then and still many today, the only originality to my version being a ballad format. This is a theme that I quickly tired of after Black Waters; as I became more enamoured with historical narratives I wrote the lyrics of Shadows I & II about the rise and fall of a fictional island empire of my own creation, loosely based on the conceptual fall of Easter Island and other isolated empires such as the Mayans.

You have experienced very few line–up changes during your activity. Tell us about your secret!

The secret is really just friendship, we are all friends first and bandmates second – George is still one of my best friends even though we stopped being bandmates in 2016.

You are the singer and bassist of the band. How did you get in touch with heavy metal music, and who are your main inspirations among musicians and vocalists?

I have to admit that the single biggest factor that got me in touch with metal was the early file sharing scene of the late 2000’s. We basically had no exposure to our style of metal other than the internet, the music I was listening to in early highschool on CD’s was all nu-metal like Disturbed or Limp Bizkit. But as soon as I had access to Morpheus/Kazaa/Limewire and review sites such as yours and The Metal Observer I became completely enamoured and was downloading as much European metal as I could get my hands on track by track. I would then burn my own CDs and hand them out to my friends who were immediately obsessed, the early pagan/viking metal scene was just so different and so much more compelling than anything we had been exposed to in our area. By the end of high school we were blasting Mithotyn, Svartsot and Gorgoroth in our football change-room before games and clamouring to get rune tattoos. A group of us even travelled to Seattle in 2008 see the very first Paganfest tour featuring Ensiferum, Tyr, Eluveitie, and Turisas; it was not only our first time finally seeing our heroes live but for many of those bands it was their first time playing in North America. The single biggest influence for Scimitar as a whole has to be Ensiferum, with Einherjer, Amon Amarth, Black Messiah and Kromlek coming in as close seconds. Opening for Ensiferum and Septic Flesh in 2019 on their Path To Glory tour is a moment that we will all take to our graves with a smile on our faces. Personally as a bass player I am primarily influenced by Steve Harris of Iron Maiden and Sami Hinkka of Ensiferum; Battle Song and Rime Of The Ancient Mariner are my favourite warm-up tracks for practice. For vocals and bass I am forever indebted to Geddy Lee of Rush, who combined the roles with a graceful majesty I never thought possible. For death-metal vocals my main influences are Claus Gnutdzmann from Svartsot and Alphavarg formerly of Kromlek, both of whom showed me that harsh vocals can be sharply enunciated, rapid-fire and intelligible. Admittedly I am also a huge fan of old-school rap and alternative hip hop; artists like Aesop Rock, Del the Funky Homosapien and Masta Ace have a major influence on how I construct vocal rhythms (this is most evident on Knights Collapse).

Canadian folk metal scene is full of bands, and I like to talk about this topic whenever I have the occasion. From the external point of view of a European listener, I noticed that all bands are very active and productive, and it seems like there is a connection between them. I would like to ask you about the musical scene in your country and if you feel a sense of belonging to it. Also, I would like to ask you to suggest to our readers some interesting Canadian bands.

That is interesting to hear, we hope that we can live up to the standard of productivity that you perceive! Any connection that Canadian folk metal bands may have is definitely hindered by the massive geography of our country (2nd only to Russia); though we try to keep in touch it is difficult to plan shows with other folk metal acts within our own province let alone the country, resulting in mostly cross-genre metal shows. In terms of a sense of belonging I have to admit that our loyalties are embarrassingly geographic (another side effect of just how big and spread out the country is); we are a Vancouver Island metal band first, then BC metal band, then a Canadian one. That being said, Canadians do have a cultural identity and sense of national family that’s apparent in our music scene also, we have felt right at home regardless of which province we’ve played in. For Canadian bands I hardly have to introduce you to Unleash the Archers or Archspire, I am also a huge fan of and always glad to play with Nylithia, our Van Isle friends Torrefy, Liberatia and Winters Reach, the Yukon thrashers Sanktuary and the Tsimshian black-metal warriors Gyibaaw.

As a Canadian, how do you see the Folk/Viking metal scene outside of your country?

As I remarked upon in previous questions the early European Folk/Viking metal scene has always been something for us to worship, adore and emulate. Lately I have been quite excited by the Asian metal scene; namely with the Mongolian greats Tengger Calvary (RIP Nature), Rudra from Singapore and Ritual Day from China.

Thank you so much for your time, I am pleased to have hosted Scimitar on these pages. Please, feel free to conclude this nice conversation however you like!

Thank you for having us, we really appreciate how in-depth and well-researched your questions were – they were quite refreshing and they reflect the exemplary writing standards of your site! For any of you reading who made it this far; cheers, hails and stay Metal out there in the apocalypse \m/

Intervista: Insubria

Tornano a trovarci i lombardi Insubria, già ospiti di queste pagine nel 2018 in occasione della release dell’EP di debutto Nemeton Dissolve (potete leggere l’intervista QUI). Il nuovo lavoro Harvest Moon è la scusa per scambiare due chiacchiere con i ragazzi bergamaschi: dal bell’approfondimento dei testi per passare alla musica, ai sogni live e a come la musica sia stata utile in questo momento di grande difficoltà. Buona lettura!

Ci ritroviamo qui due anni dopo esserci conosciuti con l’EP Nemeton Dissolve. Inizierei quindi chiedendovi cosa è successo dopo quella pubblicazione e cosa avete fatto come gruppo e come musicisti.

Dopo la pubblicazione di Nemeton Dissolve ci siamo dati da fare con l’attività live, molte persone hanno creduto nella nostra proposta musicale e abbiamo avuto modo di girare per numerosi locali, sia in veste di esecutori che di spettatori. Di ciò dobbiamo ringraziare anche i ragazzi di Bagana e gli Holy Shire: è soprattutto grazie a loro se abbiamo potuto maturare delle bellissime esperienze in questi primi anni di attività. Nel 2019 abbiamo avuto l’onore e il piacere di suonare durante l’ottava edizione del Malpaga Folk & Metal Fest, una grande festa e un momento di gioia incredibile. Purtroppo, dopo le bellissime giornate estive di Malpaga, Michele, il nostro chitarrista solista, ha dovuto lasciare il gruppo per motivi di lavoro ma, nel frattempo, è subentrato Matteo al basso elettrico. Nell’inverno dello stesso anno ci siamo recati presso il Media Factory Studio per registrare Harvest Moon. Il nuovo EP è stato registrato con un solo chitarrista: William, il quale si è dimostrato adatto anche al ruolo di chitarrista solista. Registrare presso il Media Factory è stata un’esperienza molto formativa e ci ha permesso di lavorare a contatto con Fabrizio Romani, un professionista pieno di talento e di esperienza con cui ci siamo trovati bene fin da subito, sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista umano. In ogni caso, nonostante questo ultimo anno ci abbia costretti, così come tutti i musicisti, ad interrompere le attività live, non ci siamo affatto fermati, anzi, a breve ci saranno delle novità riguardanti la formazione.

Come descrivereste gli Insubria a un lettore che non vi conosce?

Parlando dal punto di vista di “genere e sottogenere” ci troviamo spesso in difficoltà a trovare una risposta univoca. Non lo facciamo di certo per darci una parvenza di unicità, ma semplicemente i sottogeneri da elencare sono davvero troppi: siamo melodic death metal con influenze ibride come, in primis, per quanto riguarda l’atmosfera, il folk metal. Per quanto riguarda le strutture ci definiamo symphonic metal e/o power metal e, nella stesura dei brani, aggiungiamo un pizzico di prog. Che ci si voglia catalogare come “folk metal”, “melodic death metal” o “epic metal” non è importante. Siamo di matrice melodica, il resto cambia da brano a brano.

Il nuovo lavoro Harvest Moon si allontana un po’ da quanto sentito nell’altro EP: credo sia normale quando la band è a inizio carriera e i musicisti coinvolti così giovani. È anche vero che ascoltando le nuove canzoni si sente comunque il legame con il vostro passato. Come sono nate le canzoni, volevate in qualche maniera “evolvervi” o è stata una cosa del tutto naturale?

In realtà è stata un’evoluzione del tutto naturale. Il processo compositivo, come lo è da sempre, è opera di Manuel e di Matteo (Valtolina, tastiere), i quali cercano sempre di maturare nella scrittura. I brani sono stati scritti, tra l’altro, in momenti differenti e quindi sono anche nati in maniera diversa.

Ho notato una maggiore ricerca della melodia e un’attenzione molto forte verso i ritornelli. Erano dettagli che volevate curare maggiormente quando vi siete messi al lavoro per i nuovi brani?

L’attenzione verso le melodie e i ritornelli deriva fondamentalmente da ascolti personali. Perciò sì, come ogni altro aspetto presente all’interno dei nostri brani si tratta di una scelta voluta. Per far ciò abbiamo preso come riferimento On Whispering Hills, non nello stile o nella sonorità, ma nell’intenzione di valorizzare l’aspetto melodico. Questo slancio melodico, di conseguenza, ha influito anche sulla voce e sull’andamento delle parti di basso.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi. Avete tutto lo spazio che volete per parlarne!

I testi condividono tra loro un velo di malinconia che li accomuna e che dona loro un filo conduttore. Le liriche, in ogni caso, riflettono il titolo del brano: Heritage rappresenta il lascito culturale; è una canzone che vuole mettere in luce gli aspetti che cambiano con il passare del tempo. In particolare, il pezzo parla di come un luogo a noi caro può cambiare nel corso dei decenni e perdere il significato affettivo intrinseco che custodiva. Heritage, però, non è affatto un brano polemico. Si limita a raccontare delle sensazioni che, chi più chi meno, ha sperimentato almeno una volta recandosi dopo tanto tempo in un luogo del proprio passato. Il cambiamento è inevitabile e sta a noi affrontare quella malinconia in modo positivo o negativo: il passato di per sé è una lente neutrale sulla storia. Soil è il brano, forse, meno esplicito della pubblicazione. Si tratta di un ipotetico scambio di battute tra un uccello e uno spirito delle montagne, una figura indistinta di quelle che abitano i boschi della fantasia. Come i fauni, per esempio. “The city is coming here, I can taste the smell of the concrete from this wood”: Soil parla del consumo del territorio. Affrontare nella sua totalità un argomento così complesso in una canzone di soli quattro minuti è un’impresa impossibile. La letteratura a riguardo è esponenzialmente più corposa e complessa e, di certo, si tratta di un argomento che, ormai, da cinquant’anni a questa parte ha avuto risvolti non indifferenti sulla nostra nazione. Il brano vuole essere un monito a considerare ciò che possiamo fare per stare al passo con il progresso senza perdere di vista la ricchezza più importante del mondo. Stare fermi non è mai la scelta giusta, ma dobbiamo considerare in che modo avanzare verso il futuro. Legacy, dal canto suo, è la canzone più esplicita dell’EP. Scritto ai tempi della pubblicazione di Nemeton Dissolve, il brano parla del lascito intellettuale dei nostri avi, delle generazioni precedenti alla nostra e, quindi, della società precedente alla nostra. Qui la città non è vista solamente come un luogo fisico, ma è soprattutto un agglomerato di virtù e di idee sedimentate nella nostra cultura. Mettere in dubbio il passato è un atto di rispetto nei confronti della storia e dato che il passato è costruito sulle idee degli uomini che ci hanno preceduto, è bene riflettere attentamente sulle nostre idee e sul lascito culturale sul quale oggi basiamo la nostra visione della società. Home, infine, è la canzone dove si cristallizza la nota puramente malinconica che lega tutta la pubblicazione. Home parla della natura. Una natura fumosa e distante, irraggiungibile per quanto vicina, ma per la quale noi esseri umani non potremo mai far nulla di concreto. È come un sogno, è un vento gelido che soffia da delle montagne sfuggenti, è qui, davanti a noi ma non potremo mai farne parte. Quando ascolterete questo brano pensate a cosa vi è di più caro, a cosa vi rende felici e a chi vi rende felici. L’immagine che vi si paleserà agli occhi della memoria è ciò che vuole comunicare il brano e, in quel momento, non avrete bisogno di fare altre congetture per comprendere la natura e il significato di Home.

Per l’artwork vi siete rivolti nuovamente a Elisa Urbinati, la quale aveva realizzato la grafica del precedente EP. Devo dire che il suo lavoro è superbo e vi chiedo in quale maniera avete lavorato: le avete passato la musica e lei ha disegnato seguendo l’istinto, le avete dato delle indicazioni precise o altro?

In realtà, come praticamente tutti i lavori che abbiamo commissionato a Elisa, tutto è nato da un canovaccio pensato da noi e lei. Poi con le sue competenze è riuscita a plasmare l’idea fino a giungere al risultato che possiamo apprezzare oggi. Elisa è veramente un’artista capace e di talento e troviamo che i suoi lavori collimino perfettamente con la proposta che abbiamo voluto comunicare.

Harvest Moon è stato pubblicato solo in formato digitale. Io credo che la musica “liquida” sia troppo astratta e non ha attrattiva, ma è anche vero che sono un vecchio appassionato di musica che ha 40 anni. C’è comunque la possibilità di stampare una piccola quantità di cd o la vostra è una decisione precisa e mirata?

Non lo escludiamo, la richiesta effettivamente c’è. Valuteremo in futuro.

Come state vivendo questo periodo difficile? Avete trovato conforto nella musica?

Sì. Abbiamo passato quest’anno a scrivere nuovi brani e la musica ci ha aiutato a non rimuginare troppo sulla situazione e a non farci prendere dallo sconforto. Ci mancano i live e il suonare insieme, ma abbiamo colto l’occasione per lavorare sul nuovo materiale.

Quando si tornerà a suonare dal vivo, con chi vi piacerebbe farlo?

Avremmo un elenco di nomi veramente lungo, ma considerandone solo alcuni diremmo: Moonsorrow, Dark Tranquillity, Emperor, Trivium, Lamb Of God, Gojira e Furor Gallico. Fondamentalmente ci piacerebbe suonare con tutte quelle band che apprezziamo e che ci hanno accompagnato (e che ci accompagnano tutt’oggi!) durante la nostra formazione come musicisti. Davvero, la lista sarebbe veramente lunga.

Dopo due EP ci si aspetta il disco. Avete già in mente qualcosa? Magari troveranno spazio alcune canzoni di questo e del precedente lavoro, magari ri-arrangiate per l’occasione?

È vero, il disco sarebbe il passo che ci si aspetterebbe a questo punto, ma molto probabilmente non registreremo ancora l’album di debutto. Preferiamo, infatti, concentrarci su lavori più contenuti ma ben curati e valorizzati a dovere. Certo, è un percorso che richiede pazienza, ma riteniamo che possa condurci ad una maturazione costante e progressiva. Per quanto concerne il ri-arrangiamento dei brani, per ora non abbiamo in programma nulla di tutto ciò, ma … chissà.

Vi ringrazio per la disponibilità e per l’intervista, a voi le ultime parole!

Ringraziamo Mister Folk per lo spazio dedicatoci e voi lettori per la cortese attenzione, vi invitiamo ad ascoltare il nostro nuovo EP Harvest Moon e a farci sapere cosa ne pensate! A presto!

Intervista: Knight Errant

Si discute spesso sull’utilizzo sbagliato e “ignorante” dei social, ma questi possono e dovrebbero essere un mezzo per facilitare le cose. In ambito musicale, per esempio, potrebbero mettere in contatto utenti a migliaia di chilometri, o far conoscere musica nuova a persone di tutto il mondo. Quello che leggete qui sotto è “frutto” di Linkedin: la violinista Ilgin Ayik mi ha contattato chiedendomi se fossi interessato ad ascoltare la musica del suo gruppo, i Knight Errant. Da lì la recensione che potete leggere QUI, i passaggi su Mister Folk Radio e l’interessante intervista che riporto per intero: oltre a Ilgin sono intervenuti il batterista Murat Arslanoğlu e il chitarrista Ali Ulupinar.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara “Piske” Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ho cercato sul web e penso che questa sia la vostra prima intervista italiana, inizierei quindi presentando la band ai lettori del sito raccontando un po’ la vostra storia.

Murat Arslanoğlu: Sì, esattamente, questa è la prima volta, perciò siamo molto entusiasti e felici. Ciao Italia ☺. Prima di tutto vorremmo ringraziarti per questa opportunità. Comunque, i nostri 27 anni di storia nascono nel giugno del 1993. Fino al 1996 abbiamo fatto dei lavori di composizione per la maggior parte, e ci sono stati dei cambi nello staff. Ilgin e il suo violino si sono uniti alla band nel 1995 e ogni singola cosa è cambiata. Ci siamo concentrati intensamente nei concerti dal 1996 e ci siamo fatti conoscere dal pubblico con degli emozionanti live. Nel 1999 abbiamo rilasciato il nostro album di debutto che ha suscitato un interesse internazionale. Ahahahah ☺. A quel tempo abbiamo addirittura negoziato con una label italiana – si chiama Underground Symphony – per un accordo su un nuovo album (etichetta ancora attiva che ha pubblicato tanti dischi validi, soprattutto in campo power metal. Qui su Mister Folk sono presenti gli Æxylium e i Calico Jack, pubblicati proprio da Underground Symphony, ndMF). Comunque, quando le interviste, le recensioni e alcuni articoli vennero pubblicati su Rock Hard Magazine, che è uno dei più popolari magazine metal nel mondo, la nostra popolarità in Germania è aumentata, e quindi abbiamo orgogliosamente ricevuto quella fottuta proposta dal Wacken Open Air nel 2001. Eravamo la band di apertura sul palco più grande, il Main Stage 1, puoi immaginarlo? Fu certamente un’esperienza magnifica per noi. Dopo il Wacken abbiamo sperimentato dei cambi di line-up ed è stato un po’ doloroso. Di conseguenza ci siamo concentrati solamente sulle nuove composizioni con alcuni nuovi e talentuosi componenti. Dopo quel periodo abbiamo rilasciato il nostro secondo album Divan nel dicembre del 2005. Anche questo album del ritorno ha ricevuto parecchia attenzione in Turchia e in Germania. Abbiamo fatto numerosi concerti in Turchia dopo la nuova release. Nel 2007 siamo stati invitati all’Headbangers Open Air, un festival più piccolo, ma cult, che si tiene ad Amburgo e abbiamo fatto uno show davvero piacevole lì. Grazie a questo abbiamo mantenuto vivo l’interesse per noi in questo paese e in molti altri. Come saprai bene, anche molti altri paesi europei sono influenzati dalla Germania nell’area dell’heavy metal. Nel 2008 abbiamo iniziato a comporre il terzo album e abbiamo cominciato a registrarlo nel 2012 e siamo finalmente riusciti a rilasciarlo nel giugno del 2020, si chiama The Grand Migration Of Souls. Devo dire che abbiamo fatto pochi concerti tra il 2008 e il 2020 ed eravamo interessati solamente a questo nuovo album. Spero di aver raccontato brevemente la nostra storia.

Avete pubblicato tre dischi in oltre venti anni di carriera. Come mai così tanto tempo per così pochi dischi?

Ali: Ci sono molte ragioni per questo: prima di tutto non c’è un mercato dell’heavy metal nel nostro paese. Forse c’è una scena heavy metal, ma non è un mercato. Abbiamo tutti il nostro lavoro per sopravvivere, il che ci porta alla seconda ragione: i membri della nostra band sono frustrati dal compromesso che fanno per essere in grado di continuare a fare musica, ma ad un certo punto molti dei membri hanno lasciato la band a causa della frustrazione; il che significa molti cambi di line-up durante gli anni. La terza ragione è che noi ci produciamo i nostri dischi (tranne il primo) il che significa spendere molto tempo e soldi per arrangiamenti, registrazione, mix e mastering. L’ultimo album è stato registrato, mixato e masterizzato dal nostro chitarrista e cantante Barbaros Bensoy. Durante il processo si è trasferito in un’altra città, poi in un altro paese: questo ha rallentato il nostro programma di lavoro.

The Grand Migration Of Souls: perché questo titolo? Hai tutto lo spazio per approfondire testi e musica per farci avvicinale al vostro disco.

Murat: Ovviamente ci sono molte persone nei nostri 27 anni di storia. È un lunghissimo viaggio. Quindi, la storia di alcune canzoni in questo album è partita dai vecchi tempi veramente. Per esempio Anafor abbiamo iniziato a scriverla nel 2002. Gilgamesh (Authentinc) è origine o radice della canzone chiamata Gilgamesh nell’album di debutto. Per Vital Reality è lo stesso, arriva dal 2000. Se fai attenzione, realizzerai che anche queste canzoni non sono incluse nell’album Divan. Mentre ciò accadeva, i Knight Errant hanno cambiato 14 membri, quindi sarà possibile capire che loro hanno aggiunto molte cose a questo album. Nonostante la trama di questa canzone non sia legata a questa situazione, abbiamo stabilito tra la storia principale e questa canzone quando abbiamo finito completamente il progetto. In realtà la canzone è più su materiale individuale e include i pareri personali… Devo dire che il sound di questa canzone è diverso da ogni altra canzone dei Knight Errant.

Nella recensione faccio un accenno agli HIM per la canzone Ruhlarin Buyuk Gocu: qualcuno di voi li ascolta e credi che in qualche modo ci sia traccia di Ville Valo in quella canzone?

Murat: Hmmmm 😊 non penso abbiamo dei membri che ascoltano attentamente gli HIM. Ma è figo il fatto che ti ricordiamo una band importante. Amo molto alcune delle loro copertine.

Credo che Ruzgar sia la canzone più particolare e interessante del cd, con quelle melodie e atmosfere che rimandano direttamente alla vostra terra. Pensate di muovervi in questa direzione per la prossima pubblicazione, oppure continuerete sulla via di The Grand Migration Of Souls, ovvero non ponendovi limiti?

Murat: Per me tutto dovrebbe continuare a svilupparsi con la forza del cambiamento. Ma non penso che cambieremo nel modo che tu dici.

Ali: Non penso che decideremo di muoverci verso quella direzione. Rüzgar è una canzone speciale, dovrebbe rimanere tale.

Ilgin: Sì, sono d’accordo con Ali e Murat. È davvero eccezionale avere una canzone “diversa” in ogni album, ma dall’inizio non abbiamo puntato ad essere una band “oriental metal”. Siamo per lo più definiti dalle nostre canzoni molto energiche, sì, potremmo rifarlo in futuro, ma penso che il nostro obiettivo principale sia mantenere la nostra energia unica per tutto il tempo.

L’ultima traccia del disco è l’outro strumentale Gilgamesh, stesso titolo di una canzone “vera” che fa parte del primo disco Knight Errant. C’è un legame tra le due composizioni?

Ali: sì, se ascolti quella canzone sul primo disco, capirai quella connessione. La strumentale è stata il punto di partenza della canzone. Abbiamo pensato che chiudere l’album con una versione strumentale sarebbe stato significativo.

Come nascono le canzoni dei Knight Errant?

Murat: Facciamo tutto insieme e lo faremo sempre. Per me è il nostro tratto distintivo. E nemmeno rinunceremo a questo approccio. Qualcuno crea un riff, un testo oppure un’idea e tutti partiamo da questo a creare.

Ilgin: Sì, stiamo creando le canzoni insieme, è molto divertente aggiungere le melodie e alcuni dettagli armonici su un riff e a volte modifichiamo anche le parti degli altri e le facciamo suonare meglio. Penso che questi dettagli facciano suonare le canzoni come quelle di una “band”.

Era il 2001 e siete saliti sul palco del Wacken Open Air, prima band turca a farlo. Tu che hai vissuto quell’esperienza, cosa puoi raccontarci a riguardo? Come “siete arrivati” a suonare al Wacken e a quali altri grandi eventi avete partecipato?

Murat: Come ho accennato prima, è stata un’esperienza incredibile per me e l’intera band. Abbiamo sentito una grande crescita lì. Ci hanno conosciuto grazie alle recensioni dei magazine e soprattutto dagli articoli influenti di Goetz Kuhnemund. E lui stesso ci ha consigliato direttamente a loro. Quindi loro ci hanno chiamato per aprire il festival. È stato un grande sogno per noi e lo abbiamo realizzato davanti a 33 mila metallari. Nel 2007 abbiamo partecipato all’Headbangers Open Air nella stessa città (Amburgo, Germania). È un festival più piccolo di Wacken. Ci siamo adoperati per partecipare e abbiamo ricevuto subito l’invito a suonare, ma è stata un’organizzazione molto veloce. Ricordo, onestamente, che eravamo veramente sorpresi 😊. Nonostante ciò tremila metallari hanno partecipato, gli europei erano molto interessati di nuovo. Oooh 😊 la prima volta è stata al Wacken. Abbiamo incontrato di nuovo Sandro Buti, che è un importante autore di musica italiano. La prima volta è stata al Wacken. Di conseguenza vorremmo suonare di nuovo ai festival come quelli più di ogni altra cosa. Forse in Italia? Perché no?

Com’è avere una heavy metal band in Turchia? Ci sono locali per suonare in maniera professionale? Vi sentite parte di una scena?

Ali: Come dicevo prima, questo non è un mercato, ma solo una scena, quindi è veramente difficile continuare ad essere una band heavy metal. Ma è divertente, ci sono fan dell’hardcore e condividere con loro la nostra energia ci fa sentire bene. Visto che la scena nel nostro paese è piccola ma eccitante, i sottogeneri non contano molto. Ci sono pochi club per dei concerti professionali, alcuni di questi sono carini, ma di solito noi non suoniamo nei club. Durante la nostra carriera da band, di solito abbiamo suonato su grandi palchi dove hanno luogo i festival, abbiamo suonato a concerti universitari e festival internazionali. Possiamo dire che siamo una band fortunata nella scena, grazie ai nostri fan che ci hanno supportato in tutti questi anni…

Ilgin, come ti sei avvicinata alla musica metal e quando ti sei innamorata del violino? Quali sono i tuoi musicisti preferiti (anche extra metal)?

Ilgin: per prima cosa, io volevo studiare il piano, poi ho studiato violino completamente a caso in conservatorio. Suonandolo di continuo, mi sono appassionata, è uno strumento difficile da suonare, e io lo adoro. Dalla mia infanzia ho ascoltato musica rock, quindi ho iniziato a suonare le intro, melodie di chitarra e assoli con il violino ed è diventata la mia passione. In effetti mi considero ancora un ascoltatrice del rock ma mi piacciono molto le band metal e anche di altri generi. Non posso fare i nomi ora, ma posso dire che sono una fanatica del dinamismo, può essere una melodia, un’armonia o un andamento ritmico, non importa. Amo ogni tipo di variazione.

Sveliamo una retroscena ai lettori: mi hai contattato tramite Linkedin chiedendo se ero interessato ad ascoltare e recensire la tua band. Quanto sono importanti i social al giorno d’oggi per far conoscere la propria musica? E quanto sono dannosi visto il crollo delle vendite e tutte le conseguenze che conosciamo? A tal proposito, il nuovo disco uscirà anche in formato cd?

Ilgin: Sì, l’ho fatto 😊. Finora non lo abbiamo fatto per i primi due album, sono stati rilasciati dalla label locale ed erano in formato cd. Onestamente non ho avuto un grande vantaggio da quelli, se lavori con una major la situazione ovviamente potrebbe cambiare. Ammettiamolo, i nostri ascolti abituali sono cambiati negli anni a causa di internet. Penso che i mezzi di internet siano ormai le arterie principali della musica e ovviamente dei concerti. Se hai un buon manager/promoter potresti non avere affatto bisogno di una label, a meno che non sia una label veramente grande. Quindi, in futuro, penso che il nostro interesse non sarà trovare una label o rilasciare album in formato cd, ma dopo un po’, se penseremo che sarà il caso, lo faremo, vedremo.

Dovremo aspettare altri quindici anni per ascoltare il nuovo disco?

Ali: probabilmente non dovrai aspettare così a lungo per un nuovo disco perché abbiamo già del materiale per un nuovo disco, e abbiamo avuto un grande feedback sul nostro ultimo album e questo è un grande stimolo per farne uno nuovo.

Ilgin: Sì, abbiamo già iniziato a pensare al quarto album. Dopo questo lungo periodo di attesa siamo ancora più eccitati per il prossimo.

Ti ringrazio per il tempo concesso a questa intervista. Hai tutto lo spazio che vuoi per aggiungere quello che ti va.

Murat: Grazie a voi e saluti da Istanbul. Spero di incontrare il pubblico europeo ai concerti 😊

Ali: Grazie! 😊

Ilgin: Grazie e ci vediamo ai concerti! 😊

ENGLISH VERSION:

I searched online and I think this is your first Italian interview, so I would start by introducing the band to the readers of this site by telling your story a little.

Murat Arslanoğlu: Yes exactly, this is the first time, therefore we’re so excited and very glad. Ciao İtalia ☺  First of all we would like to thank you for this opportunity. Anyway, our 27 year story  began in June 1993. Until 1996, we mostly did composition works for the first album and there have been some staff changes. Ilgın and her violin joined the band in 1995 and every single thing has changed. We focused intensively on concerts since 1996 and created awareness in the audience by the exciting live shows. In 1999, we released our debut album as a well known and rising band in Turkish heavy metal market. The momentum has increased more after the release and it caused an international attention. Hahhh ☺  At that time, we even negotiated with an İtalian label- it’s called ‘Underground Symphony’- for a new album deal. Anyway, when the interviews, reviews and some articles published in RockHard Magazine which is one of the most popular metal magazine of the world, our popularity increased in Germany, so we got that fucking proud suggestion from Wacken Open Air in 2001. We were the opening band on the biggest stage, Main Stage-1. Can you imagine that? It was certainly an amazing experience for us.  After Wacken we experienced staff changes again and it was a little bit painful. Therefore, we focused on only the new compositions again with some new talented members. After that period, we released our second album ‘Divan’ in December, 2005. This comeback album also attracted a lot of attention in Turkey and Germany. We did numerous concerts in Turkey after the new release. In 2007, we were invited to Headbangers Open Air, it is a smaller but cult festival which was held in Hamburg and we had a very enjoyable show there. Thanks to this, we kept the interest in us alive in this country and many others. As you know well that, many other European countries are also affected by Germany in Heavy Metal area. In 2008, we started composing the 3rd album and we started recording in 2012. And we finally managed to release it in June of 2020, it’s called The Grand Migration of Souls. I must say that we did very few concerts between 2008 and 2020 and we were only interested in this new album.  I hope I could told our story briefly ☺

You published 3 records in more than 20 years of career. Why so long for so few records?

Ali: There are lots of reasons for that: First of all there’s not a heavy metal market in our country. Maybe there’s a heavy metal scene but it is not a market. We all have to do our daily jobs to survive; which leads us to the second reason: Our band members usually get frustrated by the compromise they make to be able to continue making music but at some point most members quit because of the frustration; which means lots of line up changes during the years. The third reason is us producing our own records (except the first one) which means spending  a lot of time and money for arrangements, recording, mixing and mastering. The last album was recorded, mixed and mastered by our former guitar player and singer Barbaros Bensoy. During the process, he moved to another city, then another country; that slowed down our working schedule.

The Grand Migration Of Souls: why this title? You have all the space to analyze lyrics and music to get us closer to your record.

Murat: Of course there are a lot of people in our 27 year story. It is a very long time journey. So, the creation stories of some songs in this album started from very old times. For example Anafor was started to write in 2002. Gilgamesh (Authentic) is origin or root of the the song called that Gilgamesh in the debut album. Virtual Reality is the same, it was coming from 2000. If you pay attention, you will realize that these songs are not included in the Divan album also. While all this was happening, Knight Errant has changed 14 band members, so it will be possible to understand that they added a lot of thing to this album. Although the plot of this song is very unrelated with this situation, we did make a relationship between the main story and this song when we finished the project completely. Actually the song is more about individual matters and includes personal points of view..  I must say that this song’s sound is very different  than the other Knight Errant songs.

In the review I make an allusion to HIM for the song Ruhlarin Buyuk Gocu. Someone of you listen to them and do you think there is somehow a trace of Ville Valo in that song?

Murat: Hmmm ☺  I don’t think we have any member who listens to HIM in detail. But this is very nice that we remind you an important band. I love some of their covers very much.

I think that Ruzgar is the most particular and interesting song of the cd, with that melodies and atmosphere that refer directly to your land. Do you think of moving in this direction for the next release, or will you continue on the way of The Grand Migration Of Souls, that is not setting limits?

Murat: For me, everything should continue to develop with the power of change. But I don’t think it wouldn’t change as you pointed.

Ali: I don’t think that we will decide to move towards that direction. Rüzgar is a special song, it should stay that way.

Ilgin: Yes I agree with Ali and Murat. It is really nice to have an exceptional song in every album but from the beginning, we didn’t aim to be an ‘oriental metal’ band. We are mostly defined by our high energy songs, yes we might use modes in the future but I think that our main focus is maintaining our unique energy all the way through.

The last track of the records is the instrumental outro Gilgamesh, the same title of a “real” song that is part of the first record Knight Errant. Is there a connection between the two compositions?

Ali: Yes, if you listen to that song on the first record, you will realize that connection. The instrumental one was the starting point of the song. We thought that closing the album with that instrumental version would be meaningful.

How are Knight Errant’s songs born?

Murat: We did everything together and we will. For me, this is our trademark. We will not give up from this approach also. Someone gets a riff, words or ideas, everyone starts to build on them.

Ilgin: Yes, we are building the songs together it’s so much fun to add melodies, contra melodies and some harmonic details on a riff and also we sometimes modify each other’s parts and make them sound together better. I think these details make the songs sound like a ‘band’.

It was 2001 and you were on Wacken Open Air’s stage, the first Turkish band to do it. You who lived that experience, what can you tell us about it? How did you “come” to play at the Wacken and what other great events did you participate in?

Murat: I mentioned before it was amazing experience for me and the whole band. We felt a big development there. They heard us from the magazine reviews and especially Goetz Kuhnemund’s influential articles. And he did directly advice to them also. Then they called us to opening the festival. It was a big dream for us and we did it with 32K metal maniacs. In 2007, we joined Headbangers Open Air festival at the same city (Hamburg, Germany). It was a smaller festival than the Wacken. We applied to participate and received an invitation immediately. But it was a very expressive organization. I remember, honestly, we were very surprised ☺  Although about 3K metal heads participated, European was interested high again. Oooh ☺  We met again Sandro Buti at there who is a very famous İtalian music author. The first one was in WOA. Consequently we would like to play at the festivals like those again more than everything. Maybe Italia? Why not?

What’s it like to have a heavy metal band in Turkey? Are there some clubs for professional gigs? Do you feel as part of a scene?

Ali: As I mentioned above, this is not a market, this is only a scene, so it is very difficult to continue being a heavy metal band. But it is fun, there are hardcore fans for example, sharing our energy with them makes us feel great. Since the scene in our country is small but exciting, the subgenres don’t matter that much. There are few clubs for professional gigs, some of them are nice but we don’t regularly play in clubs. Throughout our career as a band, we usually played on big stages where festivals take part, we played on university concerts and international festivals. We can say we are a lucky band in the scene, thanks to our fans who support us all these years…

Ilgin, how did you get into metal music and when did you fall in love with the violin? What are your favorite musicians (even extra metal)?

Ilgin: At first, I wanted to study the piano, then I studied the violin completely by chance in conservatory. By playing and playing it, I became addicted to it, it is a difficult instrument to play and Iove that. Since my childhood I was listening to rock music, then I started to play intros, guitar melodies and solos with the violin and that became my passion. Actually I consider myself as a rock listener still but I really enjoy the metal bands  and other genres as well. I can not select the names now but I can say that I am a dynamism addict, it can be a melody, harmony or rhythmic pattern, doesn’t matter, I love every kind of variation.

Let’s reveal some background fact to the readers: you’ve got in touch with me on Linkedin asking me if I was interested in listening and reviewing your band. How important are social networks nowadays for sponsoring your music? And how harmful are they given the collapse in sales and all the consequences we know? In this regard, will the new album also be released in cd format?

Ilgin: Yes, I did it.☺ By now, we haven’t done that for the frst and second albums, they were released by the local labels and they were in cd format. Honestly, I didn’t see a big benefit of those, if you are working with a major label, the situation might change of course. Let’s admit it, our listening habits have changed through the years cause of the internet. I think that the internet tools are the main veins of music today and also of course the gigs. If you have a good manager/promoter you might not need a label at all, unless it is a very major one. So, in the future, I think that our main concern will not be on finding a label or releasing the album in the cd format, but after some time, if we think that we need to do that, we can do it of course, we’ll see.

Will we have to wait another fifteen years to hear the new record? 🙂

Ali: Probably you won’t have to wait that long for a new record because we already have material for a new record, and we get great feedback about our latest record which is a huge motivation for making a new one.

Ilgin: Yes we have already started to think about the fourth album. After this long waiting period we are much more excited for the next one.

Thank you for the time you give to this interview. You have all the space you want to add whatever you want.

Murat: Thank you and sending greetings from İstanbul. I wish to meet with European audience at concerts! ☺

Ali:  Thank you! ☺

Ilgin: Thank you and see you at the gigs! ☺