Intervista: Insubria

Tornano a trovarci i lombardi Insubria, già ospiti di queste pagine nel 2018 in occasione della release dell’EP di debutto Nemeton Dissolve (potete leggere l’intervista QUI). Il nuovo lavoro Harvest Moon è la scusa per scambiare due chiacchiere con i ragazzi bergamaschi: dal bell’approfondimento dei testi per passare alla musica, ai sogni live e a come la musica sia stata utile in questo momento di grande difficoltà. Buona lettura!

Ci ritroviamo qui due anni dopo esserci conosciuti con l’EP Nemeton Dissolve. Inizierei quindi chiedendovi cosa è successo dopo quella pubblicazione e cosa avete fatto come gruppo e come musicisti.

Dopo la pubblicazione di Nemeton Dissolve ci siamo dati da fare con l’attività live, molte persone hanno creduto nella nostra proposta musicale e abbiamo avuto modo di girare per numerosi locali, sia in veste di esecutori che di spettatori. Di ciò dobbiamo ringraziare anche i ragazzi di Bagana e gli Holy Shire: è soprattutto grazie a loro se abbiamo potuto maturare delle bellissime esperienze in questi primi anni di attività. Nel 2019 abbiamo avuto l’onore e il piacere di suonare durante l’ottava edizione del Malpaga Folk & Metal Fest, una grande festa e un momento di gioia incredibile. Purtroppo, dopo le bellissime giornate estive di Malpaga, Michele, il nostro chitarrista solista, ha dovuto lasciare il gruppo per motivi di lavoro ma, nel frattempo, è subentrato Matteo al basso elettrico. Nell’inverno dello stesso anno ci siamo recati presso il Media Factory Studio per registrare Harvest Moon. Il nuovo EP è stato registrato con un solo chitarrista: William, il quale si è dimostrato adatto anche al ruolo di chitarrista solista. Registrare presso il Media Factory è stata un’esperienza molto formativa e ci ha permesso di lavorare a contatto con Fabrizio Romani, un professionista pieno di talento e di esperienza con cui ci siamo trovati bene fin da subito, sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista umano. In ogni caso, nonostante questo ultimo anno ci abbia costretti, così come tutti i musicisti, ad interrompere le attività live, non ci siamo affatto fermati, anzi, a breve ci saranno delle novità riguardanti la formazione.

Come descrivereste gli Insubria a un lettore che non vi conosce?

Parlando dal punto di vista di “genere e sottogenere” ci troviamo spesso in difficoltà a trovare una risposta univoca. Non lo facciamo di certo per darci una parvenza di unicità, ma semplicemente i sottogeneri da elencare sono davvero troppi: siamo melodic death metal con influenze ibride come, in primis, per quanto riguarda l’atmosfera, il folk metal. Per quanto riguarda le strutture ci definiamo symphonic metal e/o power metal e, nella stesura dei brani, aggiungiamo un pizzico di prog. Che ci si voglia catalogare come “folk metal”, “melodic death metal” o “epic metal” non è importante. Siamo di matrice melodica, il resto cambia da brano a brano.

Il nuovo lavoro Harvest Moon si allontana un po’ da quanto sentito nell’altro EP: credo sia normale quando la band è a inizio carriera e i musicisti coinvolti così giovani. È anche vero che ascoltando le nuove canzoni si sente comunque il legame con il vostro passato. Come sono nate le canzoni, volevate in qualche maniera “evolvervi” o è stata una cosa del tutto naturale?

In realtà è stata un’evoluzione del tutto naturale. Il processo compositivo, come lo è da sempre, è opera di Manuel e di Matteo (Valtolina, tastiere), i quali cercano sempre di maturare nella scrittura. I brani sono stati scritti, tra l’altro, in momenti differenti e quindi sono anche nati in maniera diversa.

Ho notato una maggiore ricerca della melodia e un’attenzione molto forte verso i ritornelli. Erano dettagli che volevate curare maggiormente quando vi siete messi al lavoro per i nuovi brani?

L’attenzione verso le melodie e i ritornelli deriva fondamentalmente da ascolti personali. Perciò sì, come ogni altro aspetto presente all’interno dei nostri brani si tratta di una scelta voluta. Per far ciò abbiamo preso come riferimento On Whispering Hills, non nello stile o nella sonorità, ma nell’intenzione di valorizzare l’aspetto melodico. Questo slancio melodico, di conseguenza, ha influito anche sulla voce e sull’andamento delle parti di basso.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi. Avete tutto lo spazio che volete per parlarne!

I testi condividono tra loro un velo di malinconia che li accomuna e che dona loro un filo conduttore. Le liriche, in ogni caso, riflettono il titolo del brano: Heritage rappresenta il lascito culturale; è una canzone che vuole mettere in luce gli aspetti che cambiano con il passare del tempo. In particolare, il pezzo parla di come un luogo a noi caro può cambiare nel corso dei decenni e perdere il significato affettivo intrinseco che custodiva. Heritage, però, non è affatto un brano polemico. Si limita a raccontare delle sensazioni che, chi più chi meno, ha sperimentato almeno una volta recandosi dopo tanto tempo in un luogo del proprio passato. Il cambiamento è inevitabile e sta a noi affrontare quella malinconia in modo positivo o negativo: il passato di per sé è una lente neutrale sulla storia. Soil è il brano, forse, meno esplicito della pubblicazione. Si tratta di un ipotetico scambio di battute tra un uccello e uno spirito delle montagne, una figura indistinta di quelle che abitano i boschi della fantasia. Come i fauni, per esempio. “The city is coming here, I can taste the smell of the concrete from this wood”: Soil parla del consumo del territorio. Affrontare nella sua totalità un argomento così complesso in una canzone di soli quattro minuti è un’impresa impossibile. La letteratura a riguardo è esponenzialmente più corposa e complessa e, di certo, si tratta di un argomento che, ormai, da cinquant’anni a questa parte ha avuto risvolti non indifferenti sulla nostra nazione. Il brano vuole essere un monito a considerare ciò che possiamo fare per stare al passo con il progresso senza perdere di vista la ricchezza più importante del mondo. Stare fermi non è mai la scelta giusta, ma dobbiamo considerare in che modo avanzare verso il futuro. Legacy, dal canto suo, è la canzone più esplicita dell’EP. Scritto ai tempi della pubblicazione di Nemeton Dissolve, il brano parla del lascito intellettuale dei nostri avi, delle generazioni precedenti alla nostra e, quindi, della società precedente alla nostra. Qui la città non è vista solamente come un luogo fisico, ma è soprattutto un agglomerato di virtù e di idee sedimentate nella nostra cultura. Mettere in dubbio il passato è un atto di rispetto nei confronti della storia e dato che il passato è costruito sulle idee degli uomini che ci hanno preceduto, è bene riflettere attentamente sulle nostre idee e sul lascito culturale sul quale oggi basiamo la nostra visione della società. Home, infine, è la canzone dove si cristallizza la nota puramente malinconica che lega tutta la pubblicazione. Home parla della natura. Una natura fumosa e distante, irraggiungibile per quanto vicina, ma per la quale noi esseri umani non potremo mai far nulla di concreto. È come un sogno, è un vento gelido che soffia da delle montagne sfuggenti, è qui, davanti a noi ma non potremo mai farne parte. Quando ascolterete questo brano pensate a cosa vi è di più caro, a cosa vi rende felici e a chi vi rende felici. L’immagine che vi si paleserà agli occhi della memoria è ciò che vuole comunicare il brano e, in quel momento, non avrete bisogno di fare altre congetture per comprendere la natura e il significato di Home.

Per l’artwork vi siete rivolti nuovamente a Elisa Urbinati, la quale aveva realizzato la grafica del precedente EP. Devo dire che il suo lavoro è superbo e vi chiedo in quale maniera avete lavorato: le avete passato la musica e lei ha disegnato seguendo l’istinto, le avete dato delle indicazioni precise o altro?

In realtà, come praticamente tutti i lavori che abbiamo commissionato a Elisa, tutto è nato da un canovaccio pensato da noi e lei. Poi con le sue competenze è riuscita a plasmare l’idea fino a giungere al risultato che possiamo apprezzare oggi. Elisa è veramente un’artista capace e di talento e troviamo che i suoi lavori collimino perfettamente con la proposta che abbiamo voluto comunicare.

Harvest Moon è stato pubblicato solo in formato digitale. Io credo che la musica “liquida” sia troppo astratta e non ha attrattiva, ma è anche vero che sono un vecchio appassionato di musica che ha 40 anni. C’è comunque la possibilità di stampare una piccola quantità di cd o la vostra è una decisione precisa e mirata?

Non lo escludiamo, la richiesta effettivamente c’è. Valuteremo in futuro.

Come state vivendo questo periodo difficile? Avete trovato conforto nella musica?

Sì. Abbiamo passato quest’anno a scrivere nuovi brani e la musica ci ha aiutato a non rimuginare troppo sulla situazione e a non farci prendere dallo sconforto. Ci mancano i live e il suonare insieme, ma abbiamo colto l’occasione per lavorare sul nuovo materiale.

Quando si tornerà a suonare dal vivo, con chi vi piacerebbe farlo?

Avremmo un elenco di nomi veramente lungo, ma considerandone solo alcuni diremmo: Moonsorrow, Dark Tranquillity, Emperor, Trivium, Lamb Of God, Gojira e Furor Gallico. Fondamentalmente ci piacerebbe suonare con tutte quelle band che apprezziamo e che ci hanno accompagnato (e che ci accompagnano tutt’oggi!) durante la nostra formazione come musicisti. Davvero, la lista sarebbe veramente lunga.

Dopo due EP ci si aspetta il disco. Avete già in mente qualcosa? Magari troveranno spazio alcune canzoni di questo e del precedente lavoro, magari ri-arrangiate per l’occasione?

È vero, il disco sarebbe il passo che ci si aspetterebbe a questo punto, ma molto probabilmente non registreremo ancora l’album di debutto. Preferiamo, infatti, concentrarci su lavori più contenuti ma ben curati e valorizzati a dovere. Certo, è un percorso che richiede pazienza, ma riteniamo che possa condurci ad una maturazione costante e progressiva. Per quanto concerne il ri-arrangiamento dei brani, per ora non abbiamo in programma nulla di tutto ciò, ma … chissà.

Vi ringrazio per la disponibilità e per l’intervista, a voi le ultime parole!

Ringraziamo Mister Folk per lo spazio dedicatoci e voi lettori per la cortese attenzione, vi invitiamo ad ascoltare il nostro nuovo EP Harvest Moon e a farci sapere cosa ne pensate! A presto!

Intervista: Knight Errant

Si discute spesso sull’utilizzo sbagliato e “ignorante” dei social, ma questi possono e dovrebbero essere un mezzo per facilitare le cose. In ambito musicale, per esempio, potrebbero mettere in contatto utenti a migliaia di chilometri, o far conoscere musica nuova a persone di tutto il mondo. Quello che leggete qui sotto è “frutto” di Linkedin: la violinista Ilgin Ayik mi ha contattato chiedendomi se fossi interessato ad ascoltare la musica del suo gruppo, i Knight Errant. Da lì la recensione che potete leggere QUI, i passaggi su Mister Folk Radio e l’interessante intervista che riporto per intero: oltre a Ilgin sono intervenuti il batterista Murat Arslanoğlu e il chitarrista Ali Ulupinar.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara “Piske” Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ho cercato sul web e penso che questa sia la vostra prima intervista italiana, inizierei quindi presentando la band ai lettori del sito raccontando un po’ la vostra storia.

Murat Arslanoğlu: Sì, esattamente, questa è la prima volta, perciò siamo molto entusiasti e felici. Ciao Italia ☺. Prima di tutto vorremmo ringraziarti per questa opportunità. Comunque, i nostri 27 anni di storia nascono nel giugno del 1993. Fino al 1996 abbiamo fatto dei lavori di composizione per la maggior parte, e ci sono stati dei cambi nello staff. Ilgin e il suo violino si sono uniti alla band nel 1995 e ogni singola cosa è cambiata. Ci siamo concentrati intensamente nei concerti dal 1996 e ci siamo fatti conoscere dal pubblico con degli emozionanti live. Nel 1999 abbiamo rilasciato il nostro album di debutto che ha suscitato un interesse internazionale. Ahahahah ☺. A quel tempo abbiamo addirittura negoziato con una label italiana – si chiama Underground Symphony – per un accordo su un nuovo album (etichetta ancora attiva che ha pubblicato tanti dischi validi, soprattutto in campo power metal. Qui su Mister Folk sono presenti gli Æxylium e i Calico Jack, pubblicati proprio da Underground Symphony, ndMF). Comunque, quando le interviste, le recensioni e alcuni articoli vennero pubblicati su Rock Hard Magazine, che è uno dei più popolari magazine metal nel mondo, la nostra popolarità in Germania è aumentata, e quindi abbiamo orgogliosamente ricevuto quella fottuta proposta dal Wacken Open Air nel 2001. Eravamo la band di apertura sul palco più grande, il Main Stage 1, puoi immaginarlo? Fu certamente un’esperienza magnifica per noi. Dopo il Wacken abbiamo sperimentato dei cambi di line-up ed è stato un po’ doloroso. Di conseguenza ci siamo concentrati solamente sulle nuove composizioni con alcuni nuovi e talentuosi componenti. Dopo quel periodo abbiamo rilasciato il nostro secondo album Divan nel dicembre del 2005. Anche questo album del ritorno ha ricevuto parecchia attenzione in Turchia e in Germania. Abbiamo fatto numerosi concerti in Turchia dopo la nuova release. Nel 2007 siamo stati invitati all’Headbangers Open Air, un festival più piccolo, ma cult, che si tiene ad Amburgo e abbiamo fatto uno show davvero piacevole lì. Grazie a questo abbiamo mantenuto vivo l’interesse per noi in questo paese e in molti altri. Come saprai bene, anche molti altri paesi europei sono influenzati dalla Germania nell’area dell’heavy metal. Nel 2008 abbiamo iniziato a comporre il terzo album e abbiamo cominciato a registrarlo nel 2012 e siamo finalmente riusciti a rilasciarlo nel giugno del 2020, si chiama The Grand Migration Of Souls. Devo dire che abbiamo fatto pochi concerti tra il 2008 e il 2020 ed eravamo interessati solamente a questo nuovo album. Spero di aver raccontato brevemente la nostra storia.

Avete pubblicato tre dischi in oltre venti anni di carriera. Come mai così tanto tempo per così pochi dischi?

Ali: Ci sono molte ragioni per questo: prima di tutto non c’è un mercato dell’heavy metal nel nostro paese. Forse c’è una scena heavy metal, ma non è un mercato. Abbiamo tutti il nostro lavoro per sopravvivere, il che ci porta alla seconda ragione: i membri della nostra band sono frustrati dal compromesso che fanno per essere in grado di continuare a fare musica, ma ad un certo punto molti dei membri hanno lasciato la band a causa della frustrazione; il che significa molti cambi di line-up durante gli anni. La terza ragione è che noi ci produciamo i nostri dischi (tranne il primo) il che significa spendere molto tempo e soldi per arrangiamenti, registrazione, mix e mastering. L’ultimo album è stato registrato, mixato e masterizzato dal nostro chitarrista e cantante Barbaros Bensoy. Durante il processo si è trasferito in un’altra città, poi in un altro paese: questo ha rallentato il nostro programma di lavoro.

The Grand Migration Of Souls: perché questo titolo? Hai tutto lo spazio per approfondire testi e musica per farci avvicinale al vostro disco.

Murat: Ovviamente ci sono molte persone nei nostri 27 anni di storia. È un lunghissimo viaggio. Quindi, la storia di alcune canzoni in questo album è partita dai vecchi tempi veramente. Per esempio Anafor abbiamo iniziato a scriverla nel 2002. Gilgamesh (Authentinc) è origine o radice della canzone chiamata Gilgamesh nell’album di debutto. Per Vital Reality è lo stesso, arriva dal 2000. Se fai attenzione, realizzerai che anche queste canzoni non sono incluse nell’album Divan. Mentre ciò accadeva, i Knight Errant hanno cambiato 14 membri, quindi sarà possibile capire che loro hanno aggiunto molte cose a questo album. Nonostante la trama di questa canzone non sia legata a questa situazione, abbiamo stabilito tra la storia principale e questa canzone quando abbiamo finito completamente il progetto. In realtà la canzone è più su materiale individuale e include i pareri personali… Devo dire che il sound di questa canzone è diverso da ogni altra canzone dei Knight Errant.

Nella recensione faccio un accenno agli HIM per la canzone Ruhlarin Buyuk Gocu: qualcuno di voi li ascolta e credi che in qualche modo ci sia traccia di Ville Valo in quella canzone?

Murat: Hmmmm 😊 non penso abbiamo dei membri che ascoltano attentamente gli HIM. Ma è figo il fatto che ti ricordiamo una band importante. Amo molto alcune delle loro copertine.

Credo che Ruzgar sia la canzone più particolare e interessante del cd, con quelle melodie e atmosfere che rimandano direttamente alla vostra terra. Pensate di muovervi in questa direzione per la prossima pubblicazione, oppure continuerete sulla via di The Grand Migration Of Souls, ovvero non ponendovi limiti?

Murat: Per me tutto dovrebbe continuare a svilupparsi con la forza del cambiamento. Ma non penso che cambieremo nel modo che tu dici.

Ali: Non penso che decideremo di muoverci verso quella direzione. Rüzgar è una canzone speciale, dovrebbe rimanere tale.

Ilgin: Sì, sono d’accordo con Ali e Murat. È davvero eccezionale avere una canzone “diversa” in ogni album, ma dall’inizio non abbiamo puntato ad essere una band “oriental metal”. Siamo per lo più definiti dalle nostre canzoni molto energiche, sì, potremmo rifarlo in futuro, ma penso che il nostro obiettivo principale sia mantenere la nostra energia unica per tutto il tempo.

L’ultima traccia del disco è l’outro strumentale Gilgamesh, stesso titolo di una canzone “vera” che fa parte del primo disco Knight Errant. C’è un legame tra le due composizioni?

Ali: sì, se ascolti quella canzone sul primo disco, capirai quella connessione. La strumentale è stata il punto di partenza della canzone. Abbiamo pensato che chiudere l’album con una versione strumentale sarebbe stato significativo.

Come nascono le canzoni dei Knight Errant?

Murat: Facciamo tutto insieme e lo faremo sempre. Per me è il nostro tratto distintivo. E nemmeno rinunceremo a questo approccio. Qualcuno crea un riff, un testo oppure un’idea e tutti partiamo da questo a creare.

Ilgin: Sì, stiamo creando le canzoni insieme, è molto divertente aggiungere le melodie e alcuni dettagli armonici su un riff e a volte modifichiamo anche le parti degli altri e le facciamo suonare meglio. Penso che questi dettagli facciano suonare le canzoni come quelle di una “band”.

Era il 2001 e siete saliti sul palco del Wacken Open Air, prima band turca a farlo. Tu che hai vissuto quell’esperienza, cosa puoi raccontarci a riguardo? Come “siete arrivati” a suonare al Wacken e a quali altri grandi eventi avete partecipato?

Murat: Come ho accennato prima, è stata un’esperienza incredibile per me e l’intera band. Abbiamo sentito una grande crescita lì. Ci hanno conosciuto grazie alle recensioni dei magazine e soprattutto dagli articoli influenti di Goetz Kuhnemund. E lui stesso ci ha consigliato direttamente a loro. Quindi loro ci hanno chiamato per aprire il festival. È stato un grande sogno per noi e lo abbiamo realizzato davanti a 33 mila metallari. Nel 2007 abbiamo partecipato all’Headbangers Open Air nella stessa città (Amburgo, Germania). È un festival più piccolo di Wacken. Ci siamo adoperati per partecipare e abbiamo ricevuto subito l’invito a suonare, ma è stata un’organizzazione molto veloce. Ricordo, onestamente, che eravamo veramente sorpresi 😊. Nonostante ciò tremila metallari hanno partecipato, gli europei erano molto interessati di nuovo. Oooh 😊 la prima volta è stata al Wacken. Abbiamo incontrato di nuovo Sandro Buti, che è un importante autore di musica italiano. La prima volta è stata al Wacken. Di conseguenza vorremmo suonare di nuovo ai festival come quelli più di ogni altra cosa. Forse in Italia? Perché no?

Com’è avere una heavy metal band in Turchia? Ci sono locali per suonare in maniera professionale? Vi sentite parte di una scena?

Ali: Come dicevo prima, questo non è un mercato, ma solo una scena, quindi è veramente difficile continuare ad essere una band heavy metal. Ma è divertente, ci sono fan dell’hardcore e condividere con loro la nostra energia ci fa sentire bene. Visto che la scena nel nostro paese è piccola ma eccitante, i sottogeneri non contano molto. Ci sono pochi club per dei concerti professionali, alcuni di questi sono carini, ma di solito noi non suoniamo nei club. Durante la nostra carriera da band, di solito abbiamo suonato su grandi palchi dove hanno luogo i festival, abbiamo suonato a concerti universitari e festival internazionali. Possiamo dire che siamo una band fortunata nella scena, grazie ai nostri fan che ci hanno supportato in tutti questi anni…

Ilgin, come ti sei avvicinata alla musica metal e quando ti sei innamorata del violino? Quali sono i tuoi musicisti preferiti (anche extra metal)?

Ilgin: per prima cosa, io volevo studiare il piano, poi ho studiato violino completamente a caso in conservatorio. Suonandolo di continuo, mi sono appassionata, è uno strumento difficile da suonare, e io lo adoro. Dalla mia infanzia ho ascoltato musica rock, quindi ho iniziato a suonare le intro, melodie di chitarra e assoli con il violino ed è diventata la mia passione. In effetti mi considero ancora un ascoltatrice del rock ma mi piacciono molto le band metal e anche di altri generi. Non posso fare i nomi ora, ma posso dire che sono una fanatica del dinamismo, può essere una melodia, un’armonia o un andamento ritmico, non importa. Amo ogni tipo di variazione.

Sveliamo una retroscena ai lettori: mi hai contattato tramite Linkedin chiedendo se ero interessato ad ascoltare e recensire la tua band. Quanto sono importanti i social al giorno d’oggi per far conoscere la propria musica? E quanto sono dannosi visto il crollo delle vendite e tutte le conseguenze che conosciamo? A tal proposito, il nuovo disco uscirà anche in formato cd?

Ilgin: Sì, l’ho fatto 😊. Finora non lo abbiamo fatto per i primi due album, sono stati rilasciati dalla label locale ed erano in formato cd. Onestamente non ho avuto un grande vantaggio da quelli, se lavori con una major la situazione ovviamente potrebbe cambiare. Ammettiamolo, i nostri ascolti abituali sono cambiati negli anni a causa di internet. Penso che i mezzi di internet siano ormai le arterie principali della musica e ovviamente dei concerti. Se hai un buon manager/promoter potresti non avere affatto bisogno di una label, a meno che non sia una label veramente grande. Quindi, in futuro, penso che il nostro interesse non sarà trovare una label o rilasciare album in formato cd, ma dopo un po’, se penseremo che sarà il caso, lo faremo, vedremo.

Dovremo aspettare altri quindici anni per ascoltare il nuovo disco?

Ali: probabilmente non dovrai aspettare così a lungo per un nuovo disco perché abbiamo già del materiale per un nuovo disco, e abbiamo avuto un grande feedback sul nostro ultimo album e questo è un grande stimolo per farne uno nuovo.

Ilgin: Sì, abbiamo già iniziato a pensare al quarto album. Dopo questo lungo periodo di attesa siamo ancora più eccitati per il prossimo.

Ti ringrazio per il tempo concesso a questa intervista. Hai tutto lo spazio che vuoi per aggiungere quello che ti va.

Murat: Grazie a voi e saluti da Istanbul. Spero di incontrare il pubblico europeo ai concerti 😊

Ali: Grazie! 😊

Ilgin: Grazie e ci vediamo ai concerti! 😊

ENGLISH VERSION:

I searched online and I think this is your first Italian interview, so I would start by introducing the band to the readers of this site by telling your story a little.

Murat Arslanoğlu: Yes exactly, this is the first time, therefore we’re so excited and very glad. Ciao İtalia ☺  First of all we would like to thank you for this opportunity. Anyway, our 27 year story  began in June 1993. Until 1996, we mostly did composition works for the first album and there have been some staff changes. Ilgın and her violin joined the band in 1995 and every single thing has changed. We focused intensively on concerts since 1996 and created awareness in the audience by the exciting live shows. In 1999, we released our debut album as a well known and rising band in Turkish heavy metal market. The momentum has increased more after the release and it caused an international attention. Hahhh ☺  At that time, we even negotiated with an İtalian label- it’s called ‘Underground Symphony’- for a new album deal. Anyway, when the interviews, reviews and some articles published in RockHard Magazine which is one of the most popular metal magazine of the world, our popularity increased in Germany, so we got that fucking proud suggestion from Wacken Open Air in 2001. We were the opening band on the biggest stage, Main Stage-1. Can you imagine that? It was certainly an amazing experience for us.  After Wacken we experienced staff changes again and it was a little bit painful. Therefore, we focused on only the new compositions again with some new talented members. After that period, we released our second album ‘Divan’ in December, 2005. This comeback album also attracted a lot of attention in Turkey and Germany. We did numerous concerts in Turkey after the new release. In 2007, we were invited to Headbangers Open Air, it is a smaller but cult festival which was held in Hamburg and we had a very enjoyable show there. Thanks to this, we kept the interest in us alive in this country and many others. As you know well that, many other European countries are also affected by Germany in Heavy Metal area. In 2008, we started composing the 3rd album and we started recording in 2012. And we finally managed to release it in June of 2020, it’s called The Grand Migration of Souls. I must say that we did very few concerts between 2008 and 2020 and we were only interested in this new album.  I hope I could told our story briefly ☺

You published 3 records in more than 20 years of career. Why so long for so few records?

Ali: There are lots of reasons for that: First of all there’s not a heavy metal market in our country. Maybe there’s a heavy metal scene but it is not a market. We all have to do our daily jobs to survive; which leads us to the second reason: Our band members usually get frustrated by the compromise they make to be able to continue making music but at some point most members quit because of the frustration; which means lots of line up changes during the years. The third reason is us producing our own records (except the first one) which means spending  a lot of time and money for arrangements, recording, mixing and mastering. The last album was recorded, mixed and mastered by our former guitar player and singer Barbaros Bensoy. During the process, he moved to another city, then another country; that slowed down our working schedule.

The Grand Migration Of Souls: why this title? You have all the space to analyze lyrics and music to get us closer to your record.

Murat: Of course there are a lot of people in our 27 year story. It is a very long time journey. So, the creation stories of some songs in this album started from very old times. For example Anafor was started to write in 2002. Gilgamesh (Authentic) is origin or root of the the song called that Gilgamesh in the debut album. Virtual Reality is the same, it was coming from 2000. If you pay attention, you will realize that these songs are not included in the Divan album also. While all this was happening, Knight Errant has changed 14 band members, so it will be possible to understand that they added a lot of thing to this album. Although the plot of this song is very unrelated with this situation, we did make a relationship between the main story and this song when we finished the project completely. Actually the song is more about individual matters and includes personal points of view..  I must say that this song’s sound is very different  than the other Knight Errant songs.

In the review I make an allusion to HIM for the song Ruhlarin Buyuk Gocu. Someone of you listen to them and do you think there is somehow a trace of Ville Valo in that song?

Murat: Hmmm ☺  I don’t think we have any member who listens to HIM in detail. But this is very nice that we remind you an important band. I love some of their covers very much.

I think that Ruzgar is the most particular and interesting song of the cd, with that melodies and atmosphere that refer directly to your land. Do you think of moving in this direction for the next release, or will you continue on the way of The Grand Migration Of Souls, that is not setting limits?

Murat: For me, everything should continue to develop with the power of change. But I don’t think it wouldn’t change as you pointed.

Ali: I don’t think that we will decide to move towards that direction. Rüzgar is a special song, it should stay that way.

Ilgin: Yes I agree with Ali and Murat. It is really nice to have an exceptional song in every album but from the beginning, we didn’t aim to be an ‘oriental metal’ band. We are mostly defined by our high energy songs, yes we might use modes in the future but I think that our main focus is maintaining our unique energy all the way through.

The last track of the records is the instrumental outro Gilgamesh, the same title of a “real” song that is part of the first record Knight Errant. Is there a connection between the two compositions?

Ali: Yes, if you listen to that song on the first record, you will realize that connection. The instrumental one was the starting point of the song. We thought that closing the album with that instrumental version would be meaningful.

How are Knight Errant’s songs born?

Murat: We did everything together and we will. For me, this is our trademark. We will not give up from this approach also. Someone gets a riff, words or ideas, everyone starts to build on them.

Ilgin: Yes, we are building the songs together it’s so much fun to add melodies, contra melodies and some harmonic details on a riff and also we sometimes modify each other’s parts and make them sound together better. I think these details make the songs sound like a ‘band’.

It was 2001 and you were on Wacken Open Air’s stage, the first Turkish band to do it. You who lived that experience, what can you tell us about it? How did you “come” to play at the Wacken and what other great events did you participate in?

Murat: I mentioned before it was amazing experience for me and the whole band. We felt a big development there. They heard us from the magazine reviews and especially Goetz Kuhnemund’s influential articles. And he did directly advice to them also. Then they called us to opening the festival. It was a big dream for us and we did it with 32K metal maniacs. In 2007, we joined Headbangers Open Air festival at the same city (Hamburg, Germany). It was a smaller festival than the Wacken. We applied to participate and received an invitation immediately. But it was a very expressive organization. I remember, honestly, we were very surprised ☺  Although about 3K metal heads participated, European was interested high again. Oooh ☺  We met again Sandro Buti at there who is a very famous İtalian music author. The first one was in WOA. Consequently we would like to play at the festivals like those again more than everything. Maybe Italia? Why not?

What’s it like to have a heavy metal band in Turkey? Are there some clubs for professional gigs? Do you feel as part of a scene?

Ali: As I mentioned above, this is not a market, this is only a scene, so it is very difficult to continue being a heavy metal band. But it is fun, there are hardcore fans for example, sharing our energy with them makes us feel great. Since the scene in our country is small but exciting, the subgenres don’t matter that much. There are few clubs for professional gigs, some of them are nice but we don’t regularly play in clubs. Throughout our career as a band, we usually played on big stages where festivals take part, we played on university concerts and international festivals. We can say we are a lucky band in the scene, thanks to our fans who support us all these years…

Ilgin, how did you get into metal music and when did you fall in love with the violin? What are your favorite musicians (even extra metal)?

Ilgin: At first, I wanted to study the piano, then I studied the violin completely by chance in conservatory. By playing and playing it, I became addicted to it, it is a difficult instrument to play and Iove that. Since my childhood I was listening to rock music, then I started to play intros, guitar melodies and solos with the violin and that became my passion. Actually I consider myself as a rock listener still but I really enjoy the metal bands  and other genres as well. I can not select the names now but I can say that I am a dynamism addict, it can be a melody, harmony or rhythmic pattern, doesn’t matter, I love every kind of variation.

Let’s reveal some background fact to the readers: you’ve got in touch with me on Linkedin asking me if I was interested in listening and reviewing your band. How important are social networks nowadays for sponsoring your music? And how harmful are they given the collapse in sales and all the consequences we know? In this regard, will the new album also be released in cd format?

Ilgin: Yes, I did it.☺ By now, we haven’t done that for the frst and second albums, they were released by the local labels and they were in cd format. Honestly, I didn’t see a big benefit of those, if you are working with a major label, the situation might change of course. Let’s admit it, our listening habits have changed through the years cause of the internet. I think that the internet tools are the main veins of music today and also of course the gigs. If you have a good manager/promoter you might not need a label at all, unless it is a very major one. So, in the future, I think that our main concern will not be on finding a label or releasing the album in the cd format, but after some time, if we think that we need to do that, we can do it of course, we’ll see.

Will we have to wait another fifteen years to hear the new record? 🙂

Ali: Probably you won’t have to wait that long for a new record because we already have material for a new record, and we get great feedback about our latest record which is a huge motivation for making a new one.

Ilgin: Yes we have already started to think about the fourth album. After this long waiting period we are much more excited for the next one.

Thank you for the time you give to this interview. You have all the space you want to add whatever you want.

Murat: Thank you and sending greetings from İstanbul. I wish to meet with European audience at concerts! ☺

Ali:  Thank you! ☺

Ilgin: Thank you and see you at the gigs! ☺

Intervista: Ūkanose

Non è la prima volta che un’intervista la “inseguo” per anni, tra incomprensioni, email mai lette o finite nello spam, e soprattutto per via di musicisti che si scordano di rispondere dopo aver pressato per avere le domande. Al secondo tentativo – e anche questa volta si è rischiato che saltasse il tutto! – gli Ūkanose riescono ad apparire sulle pagine di Mister Folk con una chiacchierata interessante che passa dalla musica alla storia della Lituania al… turismo! Il chitarrista Linas Petrauskas ci apre le porte della sua band che ha da pochi mesi pubblicato l’EP …Kai Griaudėjo Miškai…: buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Se non sbaglio questa è la vostra prima intervista italiana, quindi vorrei iniziare chiedendoti quando e perché avete deciso di fondare la band, il significato legato al vostro nome e quali obiettivi vi eravate preposti nel momento in cui avete iniziato la vostra attività.

Sì, questa è la nostra prima intervista italiana. Gli Ūkanose nascono nel 2012, e il concept legato alla band è nato parlando di storia, mitologia e folklore lituano, il tutto bevendo birra. Sentivamo che ci fosse, in qualche misura, il bisogno di promuovere la nostra cultura, e volevamo inoltre realizzare qualcosa che non fosse mai stato sperimentato prima nella scena metal lituana. Così, poco dopo, abbiamo scelto alcune canzoni popolari lituane che amiamo, e abbiamo iniziato ad arrangiarle in chiave metal.

Se doveste descrivere la vostra musica a qualcuno che non vi ha mai ascoltati, che cosa direste?

Immagina se uno gnomo ubriaco e una bellissima strega si incontrassero e avessero un bambino; questa piccola, bizzarra (ma felice) famiglia rappresenterebbe una sorta di panoramica della nostra musica =D parlando più seriamente, i nostri brani sono fortemente influenzati dalla musica arcaica. Le melodie pagane e le canzoni popolari lituane si uniscono a chitarre elettriche e batteria metal: ecco gli Ūkanose.

L’EP si compone di quattro tracce: da cosa è nata la vostra decisione di realizzare un lavoro così breve, anziché un classico full–length?

Beh, per cominciare, bisogna dire che un paio di anni fa i membri della band sono quasi interamente cambiati. Non è stato un cambiamento improvviso, è avvenuto gradualmente per ciascuno, ma a un certo punto ci siamo resi conto che la maggior parte dei membri attuali non aveva fatto parte della band neanche per metà della sua esistenza totale. I quattro brani dell’EP sono stati concepiti dai membri precedenti: ne abbiamo tenuto conto, e abbiamo deciso di interrompere in questo modo il tema portante. Abbiamo dato gli ultimi ritocchi alle canzoni con i membri attuali, e dato che sono state apprezzate dai fan e da noi stessi, abbiamo avuto la conferma di doverle registrare. All’epoca non avevamo intenzione di andare oltre e realizzare un full-length, dunque la scelta più logica è stata l’EP.

Parlando di questa uscita nella mia recensione, ho utilizzato la parola “celebrazione”. Credo che per voi sia stata una vera festa: l’anniversario dell’indipendenza lituana, e poi la pubblicazione del vostro nuovo materiale…

Sì e no. Anche se il tema dei combattenti per la libertà è molto sentito da noi lituani nella nostra unità nazionale, bisogna ricordare che hanno avuto un enorme impatto nel sottolineare il nostro difficile percorso verso questo obiettivo. I testi di questi brani sono piuttosto intensi, a tratti anche tristi. Le canzoni non sono state scritte espressamente per questa occasione, ma… quale momento migliore per renderle note al pubblico, se non il 30° anniversario della nostra indipendenza? Questo è stato il nostro modo di celebrarlo. Sfortunatamente, non abbiamo avuto occasione di realizzare un vero release party, a causa della pandemia di Coronavirus: abbiamo pubblicato l’EP durante il periodo di quarantena.

Le tracce sono molto variegate a livello musicale, alternando grande delicatezza a momenti gioiosi o aggressivi. La musica e i testi si adattano perfettamente gli uni all’altra?

I testi di questo EP (eccezion fatta per Sena Patranka) sono vere poesie scritte dai partigiani che hanno combattuto per la libertà, e hanno cercato di mettere in forma scritta ciò che hanno visto e vissuto in prima persona. Abbiamo fatto del nostro meglio per realizzare una musica che creasse la giusta atmosfera e si adattasse alle loro parole.

Sono rimasto molto sorpreso dall’ultimo brano, Sena Patranka, con il riff black metal che sembra voler spazzare via ogni cosa… e invece, d’un tratto, arrivano al suo posto melodie e canti gioiosi.

Suppongo che potresti considerare questa canzone come un brano folk, di questi tempi. Parla di uccidere l’ultimo traditore, o “istreibel” (“истребитель”, “combattente” in russo), e guardare avanti, verso tempi migliori. D’altra parte, il testo è satirico, per questo abbiamo scelto di inserire un riff black e subito dopo delle melodie piene di gioia. La canzone recita pressappoco così:

un cannone arrugginito non è una buona arma,
Una vecchia donna rugosa non è un miracolo
Perciò, andiamo a bere qualcosa e festeggiamo un po’
E poi uccidiamo l’ultimo “istreibel”

Ti chiedo scusa per non aver seguito le rime e tutto il resto, ma spero che tu possa cogliere le allusioni e il tono ironico della canzone da questo piccolo assaggio.

I titoli e i testi sono in lituano, perciò vi chiederei di parlarci delle motivazioni dietro a questa scelta, e del significato dei testi delle quattro canzoni.

Il titolo dell’EP significa “Quando le foreste tuonarono”; come ho già accennato, parla dei partigiani lituani e delle loro lotte per la libertà e l’indipendenza dall’occupazione sovietica. Questa guerra ebbe luogo tra il 1944 e il 1953 ed è stata caratterizzata da un vero e proprio assetto da guerriglia, dato che la maggior parte degli scontri avvenne nelle foreste, dove i partigiani si nascondevano, vivevano e combattevano. Da qui, il titolo dell’EP. Il primo brano, intitolato Kas Mes? (“Chi siamo noi?”) è un poema sulla nostra patria, che fu bagnata dal nostro stesso sangue. È dedicata alla terra da cui proveniamo, colei che ci ha cresciuti e resi forti… una canzone sulla forza che viene dal dolore. Il secondo brano si intitola Vadui (“Per il comandante”). Questa poesia/canzone parla di un valoroso condottiero che guidò il suo esercito e, contro ogni previsione, visse la propria vita attraverso le sue battaglie. E anche nei momenti in cui giaceva nel proprio sangue, e stava per togliere il proprio anello affinché non arrivasse nelle mani del nemico… continuava a vivere, e ci portava verso un’altra battaglia. La canzone celebra i condottieri mossi dall’altruismo e determinati a raggiungere i propri obiettivi, e tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per la libertà. Il terzo brano, Mūsų Kova (“La nostra battaglia”) deve il suo titolo a un poema, il cui titolo originale è “Šernui ir Jurginui” (“Per il cinghiale e la dalia”). Il brano è un’espressione di gratitudine verso le foreste, che durante la guerra sono state sia casa, sia luogo di morte per i partigiani. È anche un omaggio verso due partigiani in particolare, soprannominati Šernui (cinghiale) e Jurginas (dalia), e verso il loro modo di vivere e combattere.  Il loro spirito patriottico è stato, e continua a essere, un esempio per molti di noi. L’ultimo pezzo, Sena Patranka (“Vecchio cannone”) differisce molto dai brani precedenti, per la sua natura gioiosa e celebrativa. Abbiamo menzionato precedentemente il tema, ma vale la pena aggiungere che anche se le celebrazioni erano molto rare tra le comunità partigiane, abbiamo comunque alcune canzoni popolari “allegre” di quel periodo.

Che cosa rappresenta la copertina?

Rappresenta l’albero della vita. Il cuore e il sangue nel terreno simboleggiano tutti coloro che hanno donato la propria vita, l’albero è la nostra patria che cresce forte, grazie al loro sacrificio; gli uccelli che volano via dall’albero rappresentano i cittadini ora indipendenti, i cosiddetti “figli della Lituania”.

Com’è la scena metal in Lituania? Esiste una connessione tra le band folk/pagan metal? Vorreste suggerirci qualche buona band?

La nostra scena metal è piccola. Quasi tutti i musicisti al suo interno si conoscono a vicenda, e molti sono coinvolti in più progetti. Ciò non ci impedisce di avere band davvero fantastiche. In passato c’è stato un forte movimento pagan metal, strettamente connesso al black metal. Oggi ci sono solo poche band che suonano questo genere di musica. Il pagan e il folk metal sono diversi tra loro, in un certo senso. I gruppi che suonano pagan metal qui, tendono a sfruttare temi mitologici nei loro testi, e molti simboli nei loro artwork, ma ciò non si ritrova nell’arrangiamento musicale in sé. In quanto band folk metal, utilizziamo la musica popolare come colonna portante delle nostre canzoni, e creiamo il sound e l’artwork attorno ad essa. Tra le band lituane che apprezziamo e vorrei suggerirvi (anche non esclusivamente pagan/folk) includerei Juodvarnis, Obtest, Kielwater, Improbity, Sullen Guest, Phrenetix, Ossastorium, Nahash, Orb, Amžius, Andaja, Erdve… e così via 🙂 decisamente puoi farti un’idea della nostra scena ascoltandole.

Per gli italiani, la Lituania è una piccola terra lontana. Vorreste farci da tour operator, e indicarci città e monumenti da visitare e conoscere?

Non sarebbe la prima volta che vestiamo i panni di guide turistiche. Alcuni anni fa due di noi hanno avuto ospiti dall’Olanda che stavano realizzando un film sulla scena metal in diversi paesi europei, e li abbiamo aiutati per la sezione lituana. Dai un’occhiata, si intitola “Same Music, Different People”. Ad ogni modo, se verrai in Lituania, visita la nostra capitale Vilnius, e luoghi storici come Trakai e Kernavė. In questo modo, potrai dare uno sguardo su ciò che riguarda la nostra storia. Oh, e la Collina delle Croci a Šiauliai è una grande attrazione per chi ascolta metal.

Conoscete e ascoltate band italiane, folk metal e non?

Oh sì, conosciamo e ascoltiamo alcune band italiane, avete una scena fantastica! Per dire, abbiamo suonato con i Folkstone nel 2013 e tra i nostri preferiti abbiamo Fleshgod Apocalypse, Rhapsody of Fire, Lacuna Coil, Atlas Pain, Windrose, Elvenking, Folk Metal Jacket…

Sono davvero felice di essere di avervi avuti come ospiti, e spero che questa intervista vi possa essere d’aiuto per aumentare la vostra notorietà in Italia. Vi lascio spazio per concludere con qualsiasi cosa vogliate dirci.

Se promoter, organizzatori o band stanno leggendo, e sono interessati a farci suonare in Italia, contattateci! Ci farebbe molto piacere… anche perché la vostra pizza è di alta qualità, e sapete, qui sulla pizza mettono tonnellate di ketchup 🙂

ENGLISH VERSION:

If I’m not mistaken this is your first Italian interview, so I’d like to start off by asking when and why you created the band, the reason behind your name and what objectives you set when you started out.

Yes, this is our first Italian interview. Ūkanose was created in 2012 and the concept of the band was born while drinking beer and discussing Lithuanian history, mythology and folklore. We felt that there was some sort of a need for nurturing of our culture, and also we wanted to do something that was not done before in Lithuanian metal scene. So shortly after, we took some of Lithuanian folk songs that we like and started to arrange them in metal genre.

If you had to describe your band’s music to someone who never listened to it, what would you say?

Imagine if a drunk gnome and a beautiful witch came together and had a baby, then take this weird little happy family and you would have a sort of a visual of our music =D More seriously though our songs are very much affected by old archaic music. Pagan melodies, Lithuanian folk songs come together with electric guitars and metal drums and you get Ūkanose.

The EP is made up of four tracks: how were the decision of a short work born instead of a full-length classic?

Well we probably have to begin by saying that a couple of years ago the band’s members changed almost completely. It was not an instant changeup it happened gradually one by one but we realized at one point that most of current members have not been there for even half of the band’s existence.  So keeping that in mind – the four songs about partisans were created by the older members and that theme stopped there. We put the finishing touches on these songs with the current members and since both we and our fans liked them, we knew that they must be recorded. At the time we did not want to go further and make it into full length. So logically we chose the EP format.

In the review I use the word “celebrate” speaking of this release. I believe that for you this was a real party the anniversary of the independence and the publication of the new material.

Well yes and no. Even though the theme of freedom fighters (partisans) is pretty sensitive to us Lithuanians as a nation, they had a huge impact on our difficult way to freedom. And the lyrics in these tracks are quite heavy and even sad too. The songs were not written especially for this occasion but is there a better time to release them than the 30th anniversary of our independence? So that was our way of celebration. Although we did not have a chance to have a real party because corona happened and we released the E.P. during the quarantine.

The tracks are musically varied, with delicate moments that alternate with other moments that are aggressive or festive. Did the music fits with the lyrics you sing?

Lyrics in this EP (except from Sena Patranka) are actual poems written by the partisans who experienced the fights for freedom and did their best to write down what they saw and what they lived through. And we did our best to make the music that would create the atmosphere suited to these words.

I was surprised a lot by the last track Sena Patranka, with that black riff that seems to want to sweep everything away and instead melodies and festive songs arrive.

I guess you could call this song a folk song of these recent times. It speaks about killing the last traitor, or “istrebitel” (“истребитель” rus. – “fighter”) and moving on to better times. And yet the lyrics are satirical, making fun of them. Hence the black riff and happy melodies afterwards. The song goes something like this:

An old rusty cannon is not a good gun,
An old wrinkly woman is not a miracle,
Therefore let’s go have a drink and party a little
And then kill the last “istrebitel”

Pardon for not making it rhyme and stuff, but I hope you can see the allusions and the satirical nature of the song from this excerpt.

The titles and the lyrics are in Lithuanian, I therefore ask you to tell us the choice of the title and to explain the meaning of the lyrics of the four songs.

The name of the EP means “When The Forests Thundered” and as mentioned before it talks about the Lithuanian partisans and their fights for freedom and independence from Soviet occupation. This war took place in 1944 – 1953. It was by definition a guerilla warfare meaning that most fights took place in the forests where they hid and lived and fought. Hence the EP name. First song Kas Mes? – “Who Are We?” a poem / a song about our lands and soils that were showered in our own blood. The lands where we came from, that hardened us and raised us into strong people. It is a song about strength that derives from anguish. Second song is called Vadui or “For The Commander”. This poem / song speaks about a brave commander who led his troops into battles and against all odds, has lived through those battles. And even when there were moments where he laid in a pool of his own blood and was already taking the ring of his finger so it would not go to the enemy, he lives and he leads us yet into another battle. This song praises those commanders that were so selfless and determined to reach their goals and so many of whom gave their lives for freedom. Third song Mūsų Kova – “Our Fight” (original poem was named “Šernui ir Jurginui” or “For Bore and Dahlia), this one is about thanking the forests that were both home and death for many partisans during the war. It is also about two particular partisans who died in battle. They were nicknamed Šernas (lith – bore) and Jurginas (lith. – dahlia) and the way they lived and fought, their patriotism was and still is an example for many people.The last song Sena Patranka or “Old Cannon” is different in its nature from the ones before, as it is fun and happy and celebrative. We’ve mentioned what it is about before in the interview, but what is worth adding is that even though celebrations were very rear within the partisan communities yet we still have some happy “folk” songs from that time period.

What did the cover represent?

It depicts the tree of life. The heart and blood in the ground stands for the people that gave their lives, the tree is our country that grows strong because of those sacrifices and the birds coming out of that tree is the current independent citizens, the Lithuanian children so to say.

How is the metal scene in Lithuania? Is there a connection between pagan/folk metal bands? Would you like to recommend us some good bands? (also, not folk metal)

Our metal scene is small. Almost all of the musicians within the scene know each other and many play in more than one project. And yet that does not prevent us from having really great bands. In the past there was a strong movement of pagan metal which was very intertwined with black metal. Nowadays there are only a few that play this kind of music. Pagan and Folk metal are different too in a sense. The bands that play Pagan metal here, tend to use the mythological themes in their lyrics and symbols in their artworks, but not so much in music. We as a Folk metal band use Folklore music as the backbone in our songs and create both the sound and the artworks around it. Some of Lithuanian bands that we enjoy ourselves would be (and not just Pagan/Folk) Juodvarnis, Obtest, Kielwater, Improbity, Sullen Guest, Phrenetix, Ossastorium, Nahash, Orb, Amžius, Andaja, Erdve… and so on 😀 Yeah you can definitely form an opinion about our scene if you listen to these ones.

Lithuania for Italians is a far, little land. Do you want to be a tour operator and recommend cities and monuments to visit and get to know?

You know it would not be the first time as guides for us, a few years ago a couple of us had guests from Netherlands who were filming a movie about different European metal scenes, and we helped them with the Lithuanian segment. Check it out is called “Same Music Different People”. If you ever come to Lithuania though make sure to visit our capital Vilnius, as well as historical sites of Trakai and Kernavė. That should give you a glimpse to what our history is about. Oh and the Hill Of Crosses in Šiauliai is a big object of attraction among metalheads.

Do you know and listen to any Italian bands, folk metal or not?

Oh yes we know and listen to quite a few Italian bands, we must say that you have a great scene there! Just from the tops of our heads we played with Folkstone in 2013, and amongst of our favorites are Fleshgod Apocalypse, Rhapsody of Fire, Lacuna Coil, Atlas Pain, Windrose Elvenking, Folk Metal Jacket…

I’m very happy for having you as guests and I hope this interview helps making you more known in Italy. I’m leaving you some space to end the interview with anything you’d like.

If any promoters, organizers or bands that would be interested to have us play in Italy are reading this – well hit us up! We would very much like to come to play as well as have some quality pizzas, because you know, all the pizzas here are with tons of ketchup 🙂

Intervista: Dawn Of A Dark Age

Un progetto ambizioso e interessante, che arriva con il nuovo disco all’affascinante concept sulla Tavola Osca, un prezioso ritrovamento archeologico che impreziosisce le sale del British Museum. Dietro a Dawn Of A Dark Age c’è un musicista colto e preparato quanto desideroso di sperimentare e creare qualcosa di davvero personale, riuscendoci. La parola passa quindi a Vittorio Sabelli: dalle sue risposte traspare tutto l’amore per la propria terra e la sua storia.

Iniziamo presentando il progetto Dawn Of A Dark Age ai lettori di Mister Folk.

Dawn of a Dark Age nasce principalmente per unire i miei due grandi amori musicali: il clarinetto che è il mio lavoro e il metal che è la mia passione. Negli anni ho provato a inserire il clarinetto su alcuni progetti ma sinceramente non mi convincevano e sono finiti in pratica sul nascere. Invece dopo un viaggio in Norvegia nel 2013 ho avuto il ‘sentore’ che i tempi erano giunti per creare qualcosa che suonasse nuovo e che finalmente, dopo tanti anni, metteva a contatto clarinetto e black metal.

La Tavola Osca è il sesto album, ti chiederei quindi di raccontarci qualcosa dei lavori pubblicati negli anni passati.

I lavori antecedenti La Tavola Osca fanno tutti parte della saga The Six Elements, dove tutto era incentrato sul numero 6, dal numero di brani alla cadenza semestrale delle uscite, fino ai 36 minuti di durata. I quattro elementi naturali più ulteriori due che compongono l’ultimo Spirit/Mystères. Ogni album ha un suo colore e spirito, sia come strumentazione che come arrangiamento, con l’utilizzo utilizzo di diversi cantanti (di Athanor, Selvans, Enisum e i finlandesi Graveborne) a seconda dell’elemento descritto su ciascun disco.

Come è nata l’idea di raccontare attraverso la musica la storia di questo importante reperto archeologico?

È importante la premessa: sono nato ad Agnone, nel cuore del Sannio (quello dei Pentri, il popolo italico più ostico, battagliero e temuto dai romani), a pochi chilometri da dove la Tavola venne rinvenuta (nei pressi di Fonte del Romito, vicino Capracotta) nel 1848. Il riportare in vita anche musicalmente le gesta dei miei antenati è stato dettato dal voler ridare al popolo dei Sanniti il posto che merita nella storia, dopo che nell’82 a.C., con la damnatio memoriae, il dictator romano Cornelio Silla fece sterminare tutti coloro che avessero sangue sannita, e per quasi 2000 anni non si sono avute notizie in merito su questo popolo straordinario. I reperti archeologici, i romanzi dello scrittore Mastronardi, e la passione e il lavoro di molte altre persone stanno facendo si che la storia d’Italia venga finalmente riletta includendo anche i Sanniti, perché senza di essi non sarebbe esistito il grande Impero Romano, così come erroneamente ci viene descritto sui libri di scuola. Personalmente volevo che il disco avesse una storia, la vera storia, quella che dal suo rinvenimento nel 1848 troviamo in un articolo dell’allora sindaco di Agnone Saverio Cremonese sul Bollettino Archeologico di Roma, e allo stesso tempo provasse a far chiarezza sulle incisioni: dalle divinità ai rituali da compiersi, che sono sulle due facciate della Tavola Osca.

Due lunghe canzoni con un minutaggio elevato: perché questa decisione?

In verità doveva essere un brano unico come l’avevo concepito, e solo per motivi ‘pratici’ insieme alla label abbiamo optato per la divisione, come è scritto nel booklet, in due atti. L’idea di creare un lungo brano di quaranta minuti (diviso solo per esigenze tecniche) è stata dettata dal voler raccontare una storia, questa storia, e l’approccio non poteva essere diverso, sia da parte mia che di chi ascolta il disco.

Da ascoltatore avrei preferito che la parte narrata della prima canzone fosse divisa dal resto “musicale”, in modo da poter saltare ogni volta direttamente alla musica dopo aver ascoltato una volta la storia che tu racconti in quei cinque minuti. Capisco pure la tua visione artistica della cosa e del voler mettere insieme tutti gli elementi storia/musica. Chi tipo di feedback hai avuto a tal proposito?

So che oggi è difficile ‘studiare’ un disco e ancor più restare concentrati per un ascolto prolungato, ma dietro La Tavola Osca si cela l’idea di un poema sinfonico, di una sorta di opera ‘in genere’, con recitativi, arie e tutto il resto. Quindi il raccontare la storia, intersecata con le divinità, e poi la Marcia Funebre e il Rituale Finale, sono tutti collegati da un filo conduttore e come un film o una mostra non è possibile passare a una scena successiva senza aver visto o ascoltato ciò che la precede. Pensando a lavori come Thick As A Brick, A Winter Gate o Crimson degli Edge of Sanity, per non andare a scomodare Wagner e Mahler, ci rendiamo conto di quanto si sia abbassato il ‘minutaggio’ di attenzione per gli ascolti musicali. La Tavola Osca è una sorta di ritorno al ‘passato’, e sinceramente già averlo diviso in due è una piccola forzatura, quindi era importante non far tralasciare alcun momento. L’ascolto va visto come un’audioguida che parla durante una mostra o una guida turistica che ti parla di ritrovamenti storici durante un’escursione.

Sparsi nell’album ci momenti che ricordano da vicino la musica popolare, mi viene in mente, come esempio, la prima parte della seconda canzone, dopo il parlato. Credo che sia stata una precisa volontà quello di portare su disco quella che sembra essere una marcia suonata dalla banda della città. Volevi forse portarci indietro nel tempo e farci vivere in questo modo quel periodo così lontano?

La mia prima esperienza musicale è stata proprio nella banda del mio paese (Agnone), dove ho suonato dai 10 ai 16 anni. Tutto quello che c’è nel disco sono le mie esperienze musicali vissute negli anni, dalla banda appunto fino all’orchestra e al jazz. Il disco è venuto fuori in maniera naturale e probabilmente la parte più difficile da comporre è stato il Rituale finale, il Saathum Tèfurum. Il vivere a pochi chilometri dal posto dove la Tavola è stata rinvenuta nel 1848 mi ha permesso di passare diverse giornate sul Monte San Nicola, dove è sepolto l’Hùrz, il Giardino Sacro, e da lì la vista sul Sannio è unica. Nei giorni limpidi si vede il mar Adriatico e i suoni che ritornano indietro dalla vallata sono stati fondamentali per cercare di capire cosa vedessero e percepissero i miei antenati da quel posto. Parliamo di rituali praticati 2300 anni fa…

Il disco è stato pubblicato in tre versioni diverse, tutte davvero affascinanti. In particolare ho visto l’edizione box che è veramente bella e chiaramente le copie sono terminate in poco tempo. Quanto è importante per te l’aspetto estetico dei dischi (sia da ascoltatore che da artista) e quanto lo è per un progetto unico come Dawn Of A Dark Age?

Non è fondamentale l’aspetto ma non può essere trascurato per le produzioni di oggi. Su La Tavola Osca abbiamo oltre 140 libri scritti e diverso materiale riemerso dalla sua (ri)scoperta, nonostante parliamo di un reperto del II/III Secolo a.C., ed era un peccato non metterlo a disposizione di chi supporta il progetto dagli inizi o anche chi lo ha scoperto da poco. Quindi nell’edizione in boxset c’è un ricco booklet extra dove ci sono mappe dell’antico Sannio, l’alfabeto Osco e altre informazioni per cercare di far entrare l’ascoltatore il più possibile a contatto con la storia raccontata nel disco.

Immagino tu sia stato al British Museum a vedere con i tuoi occhi la Tavola Osca. Che sensazioni hai provato quando te la sei trovata di fronte?

Non potevo non visionare la Tavola che si trova al British Museum a Londra dal 1873, e la sensazione di averla di fronte nella teca non è stata molto diversa da quella provata durante la mostra “La Tavola degli Dei” di Nicola Mastronardi ad Agnone, al cui interno era esposta la ‘copia’ (qui dovremo aprire un capitolo extra) che venne fatta nel 1848 dall’allora sindaco di Agnone, appassionato di archeologia, insieme al suo compare orafo Francesco Paolo d’Onofrio a casa di Giangregorio Falconi a Capracotta (la Tavola venne ritrovata dal suo fattore Pietro Tisone durante lo scavo di una ‘stipa’, una buca di circa due metri di profondità, dove venivano messe le pietre più grandi per sgomberare il terreno per la semina primaverile). Da qualche anno si è presentato il grande dilemma: quale delle due Tavole è quella autentica? Considerando che la ‘copia’ si trova a Genova per eredità, e il British non ha mai voluto far uscire la sua copia per un confronto tra le due, la storia si complica ulteriormente e il mistero delle due Tavole si protrarrà avanti ancora per molti anni.

Qualcosa di personale: come ti sei avvicinato alla musica, quali sono stati i tuoi primi ascolti e qual è stata l’evoluzione che ti ha portato ad essere il musicista che sei oggi?

Nella banda del mio paese. Ricordo solo che ero l’ultimo a iscrivermi al corso di banda e gli unici posti rimasti erano per tromba o clarinetto… Credo mia madre abbia fatto testa o croce ed ecco che il clarinetto è diventato il mio compagno di vita… Poi ho iniziato gli studi classici in conservatorio e allo stesso tempo coltivavo la passione per il metal, una sorta di unione tra sacro e blasfemo che si compensava. Dopo un decennio in Orchestra Sinfonica con diversi concerti in giro per l’Europa ho deciso di iniziare a studiare ‘seriamente’ il jazz e dopo tre dischi e diverse soddisfazioni ho finalmente trovato quello che cercavo da tempo: l’unione del mio clarinetto col metal. Un percorso tormentato e lungo ma che si è sviluppato in maniera naturale. Naturalmente alla base di questo curioso, criticato, ma affascinante incontro c’è la mia curiosità di voler sdoganare uno strumento ‘tradizionale’ e classico come il clarinetto dentro generi apparentemente tanto distanti. Tutto questo è sfociato in Dawn Of A Dark Age e in altri progetti di cui parlerò a seguire.

Come ti relazioni alla scena underground italiana? Quali sono le realtà che rispetti maggiormente?

Ci sono molte ottime band ma da molti anni non c’è una vera e propria scena, e soprattutto non c’è alcuna coesione né di intenti né tantomeno di supporto tra band, se non in rare eccezioni. Le band che ascolto e supporto volentieri sono quelle che osano e provano a dire qualcosa di personale, che attingono dalla propria terra e dalle proprie tradizioni e radici piuttosto che le band cloni delle ‘solite’ band blasonate, ma peccando in personalità e soprattutto originalità. Siamo una nazione ricca di storia, di arte, di folklore da nord a sud, e se solo ognuno mettesse in musica elementi e ‘sapori’ del posto dove vive, si potrebbe creare una sorta di stile ‘made in Italy’ che c’è stato in passato, ma che oggi è purtroppo assente.

Come sai Mister Folk è un sito dedicato al folk/pagan/viking metal. Ci sono gruppi di questi generi che apprezzi e segui?

I Moonsorrow sono una band che torna frequentemente nelle mie cuffie, così come i Bathory, ma sono personalmente più legato al folk ‘nazionalista’ blackeggiante di band come Peste Noire e in suolo ukraino Ygg, Kroda, Drudkh e Nokturnal Mortum. Può essere il proseguo della domanda precedente: queste band hanno il mio totale supporto perché riescono a esprimere in musica le loro origini, riescono a descrivere il proprio paese nota dopo nota, e si sente che non mentono, che sono sinceri, e riescono a penetrarti dritti nelle vene.

Stai già lavorando a della nuova musica? In caso puoi anticipare qualcosa?

Sto finalmente lavorando a tempo pieno a un progetto che avevo in mente da anni, e sarà la cosa più estrema mai registrata per clarinetto (e clarinetto basso). A marzo uscirà il secondo disco del progetto dark folk del chitarrista francese Wynter Arvn, sul quale ho partecipato integralmente, in compagnia di ospiti eccellenti. Oltre naturalmente a Dawn Of A Dark Age, dove sono a buon punto con il sequel de La Tavola Osca.

Grazie per la tua disponibilità, sei libero di aggiungere qualsiasi cosa.

Solitamente chiudo ringraziando chi spende del tempo e del denaro per comprare la mia musica, ma considerando i tempi attuali, oltre a richiedere un extra partecipazione per tenere vivo l’underground, vorrei allo stesso tempo esortare le band a non svendere mai né la propria musica né tantomeno loro stesse con video gratuiti, live gratuiti, musica gratuita, spesso in cambio di qualche triste like. Questo fa male alla musica e a chi ha deciso di farne un lavoro.

Grazie a Mister Folk per il grande supporto e lo spazio. A presto.

Per quanto riguarda la musica di Dawn Of A Dark Age è possibile ascoltarla e comprarla ai seguenti link:

https://dawnofadarkage.bandcamp.com/album/la-tavola-osca

https://antiqofficial.bandcamp.com/album/dawn-of-a-dark-age-la-tavola-osca

Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Intervista: INNO

Il videoclip di Pale Dead Sky mi stregò al punto da farmi immediatamente preordinare il disco: sapevo dell’esistenza di questa nuova band chiamata INNO formata da nomi noti della scena romana e sapevo che a breve sarebbe uscito il disco, null’altro. La visione del video mi emozionò tantissimo al punto di farmi acquistare il cd senza il bisogno di informarmi maggiormente. Da quel giorno il cd The Rain Under ha risuonato nella mia casa decine di volte, ogni volta svelando un particolare prima rimasto nell’ombra, un disco capace di coinvolgere l’ascoltatore ad ogni passaggio. Dal piacere dell’ascolto all’idea di intervistare la band il passo è stato breve: la cantante Elisabetta Marchetti e il bassista Marco Mastrobuono si sono mostrati subito interessati, rendendo possibile questa piacevole chiacchierata.

In molti vi hanno definito una “all star band” e anche se la definizione può essere valida a me viene da dire che siete degli amici che hanno deciso di suonare insieme. Come e quando Inno ha preso vita?

Marco: L’idea di mettere su il progetto INNO è esattamente quello che hai detto, amici che si conoscono da tantissimi anni e vogliono suonare insieme, nulla di più o nulla di meno. L’idea mi balenava in testa da parecchio e mentre ero in viaggio con gli Hour Of Penance per un concerto al nord Italia ne parlai con Giuseppe, che è il nostro fonico live. L’idea era appunto di creare qualcosa di diverso dai nostri precedenti progetti musicali con l’unico scopo di divertirsi e scrivere musica che ci piacesse.

Il disco The Rain Under è uscito da qualche mese, si possono tirare le prime somme?

Marco: Non è uscito nel periodo storico più fortunato per la musica, quello è sicuro, ma siamo rimasti estremamente soddisfatti della risposta da parte del pubblico, anche più grande delle aspettative. Avevamo iniziato a programmare concerti per quest’estate ma ovviamente causa pandemie mondiali è tutto saltato a data da destinarsi. Nel mentre non ci siamo persi d’animo e stiamo lavorando comunque a materiale da pubblicare a breve.

Sono una di quelle persone che ha preordinato il disco appena ha visto il bellissimo videoclip di Pale Dead Sky. Volete raccontarci qualcosa sulla canzone e sul videoclip girato da Martina L. McLean di Sanda Movies?

Elisabetta: Martina e tutto il suo staff sono dei grandi professionisti e hanno colto appieno l’atmosfera che volevamo trasmettere con quel video. È stata un’esperienza magnifica, sicuramente estenuante a causa delle bassissime temperature, avendolo girato il 22 dicembre, ma ne è valsa sicuramente la pena. La canzone parla di una delle peggiori malattie che affligge il mondo in questi tempi, la depressione, e ogni scena rappresenta le sue varie sfaccettature. La maggior parte delle riprese si sino svolte presso la caldara di Manziana, un posto veramente magnifico che avevamo scoperto durante le nostre foto promozionali scattate un anno prima.

Insieme al disco è arrivata un’illustrazione della cantante Elisabetta Marchetti. Il disegno è molto crudo e mostruoso, nasce forse da un incubo? Lo stile e la “brutalità” contrastano molto con l’eleganza della sua voce, quindi mi piacerebbe conoscere la storia che c’è dietro.

Elisabetta: Hai centrato in pieno l’obiettivo e le mie scelte stilistiche! Il disegno rappresenta un incubo e, come spesso accade nel mondo dei sogni, le immagini sono piene di contrasti e non esistono “regole” per le quali una persona, un oggetto o una sensazione debbano per forza rispettare il contesto in cui sono inserite. Ispirandomi agli anni ‘70 in cui gruppi rock, pop e proto-metal come Coven, David Bowie e Beatles, erano soliti associare testi con tematiche molto crude e d’impatto a musiche orecchiabili e decisamente sobrie, ho deciso di parlare di incubi mantenendo uno stile vocale prevalentemente non aggressivo, che andasse in contrasto con gli argomenti trattati

Musicalmente si possono riconoscere alcune delle vostre influenze (a me avete ricordato i VuuR in versione mediterranea), ma sono curioso di saperne di più sulle origini dei testi e sui concetti che volete far conoscere ai vostri ascoltatori.

Elisabetta: Innanzitutto ti ringrazio per il paragone: Anneke è una delle mie muse ispiratrici ed è grazie a lei e ai The Gathering che iniziai a cantare da ragazzina! Come anticipato nella precedente domanda, il disco rappresenta una sorta di diario personale in cui parlo principalmente dei miei incubi e di periodi molto bui della mia vita. Fin da giovanissima soffro di disturbi del sonno ed in particolar modo di paralisi notturne delle quali ho imparato a prendere nota su un taccuino sotto forma di frasi, racconti o disegni, decidendo poi con questa band, di trasformarle in un vero e proprio concept per il nostro primo album il cui titolo “The Rain Under” descrive con un gioco di parole (Rain-Reign) il mondo dei sogni. Un mondo nascosto e misterioso dove ricordi, fantasia e paure si mescolano in un’unica realtà.

Nella traccia Night Falls compare l’ospite Vittoria Nagni con il suo violino. Come siete entrati in contatto con la musicista e come mai avete poi stravolto il suono dello strumento fino a renderlo quasi irriconoscibile?

Marco: Ho conosciuto Vittoria quando è venuta nel mio studio a registrare alcune parti di un disco che stavo producendo alcuni anni fa, e mi ha colpito molto il suo sapersi adattare in maniera estremamente veloce ad arrangiamenti che sono lontani da strumenti classici. Avere un’apertura di mente così pronta in studio di registrazione, soprattutto se associata a strumenti classici è veramente un grande punto di forza, e avere questo talento nel disco è una cosa che ho immediatamente voluto quando l’ho sentita suonare. Non importa che il risultato finale sia qualcosa forse di non riconoscibile come un violino, l’unica cosa che conta è la canzone finita.

Parliamo della cover High Hopes dei Pink Floyd: mi è piaciuta moltissimo la vostra rivisitazione, senza la necessità di stravolgerla ma facendola comunque vostra. A chi è venuta l’idea di questa cover? I Pink Floyd andrebbero fatti studiare alla scuola dell’obbligo, ma è stata una sorpresa apprendere la presenza di un loro pezzo nel vostro cd invece che so, di un più prevedibile Anathema o The Gathering.

Elisabetta: Anche qui abbiamo deciso di trovare il modo di uscire un po’ fuori dalle righe. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che ha sempre amato la buona musica e credo di aver ascoltato i Pink Floyd da prima ancora che venissi al mondo! La fortuna è continuata: essendo anche gli altri ragazzi della band dei grandi estimatori del genere, non avevo dubbi che nel proporre questa canzone come cover avrei avuto risposte positive. Il pezzo si inserisce perfettamente (sia come musica che come stile) nel nostro disco ed è stata un’importante occasione per rendere omaggio ad una delle nostre band preferite, anche se fuori da un contesto metal

Come band in quale maniera avete vissuto il lockdown? Avete continuato a comporre “in solitaria” per poi sentirvi online oppure vi siete presi un periodo di riposo dopo la pubblicazione?

Marco: L’atmosfera depressiva del lockdown è stata sicuramente una grande ispirazione per alcuni prossimi riff. Scherzi a parte, abbiamo lavorato molto per prepararci al nostro primo e unico live streaming, che fortunatamente è stato un grande successo, quindi abbiamo provato moltissimo per preparare uno spettacolo che lasciasse un bel ricordo per tutti. Attualmente stiamo scrivendo più materiale possibile, ognuno un po’ per conto suo e a breve ci vedremo per selezionare qualcosa su cui poggiare le fondamenta di un prossimo disco.

Siete stati proprio sfortunati: il disco arriva nelle case e non potete portare in giro sui palchi la vostra musica. Credo che il danno sia non di poco, anche a livello personale il live dopo tanto tempo speso in sala prove e studio di registrazione è quasi “necessario”. Come vi state organizzando per il 2021? Farete qualcosa nei prossimi mesi, magari di intimo e acustico?

Marco: Per ora il primo esperimento del live streaming che abbiamo fatto a luglio e che potete ancora vedere su Youtube (lo trovate QUI, ndMF) è stato sicuramente un primo ottimo risultato. Purtroppo mettere su uno spettacolo di questo tipo ha dei costi molto elevati e ovviamente questo ci impedisce di poterne fare quanti vorremmo, ma almeno siamo riusciti a mettere questa prima pietra per far vedere al mondo che esistiamo.

Per il 2021 ci saranno concerti o state pensando a un nuovo disco/EP?

Marco: Entrambi. Abbiamo ricevuto alcune proposte molto interessanti per un paio di tour nel 2021 ma purtroppo ancora non abbiamo idea di come si evolverà la situazione mondiale. Purtroppo ci sono delle domande a cui ancora non possiamo darci delle risposte e come riprenderà la vita dei concerti nel mondo. Nel mentre l’unica cosa che possiamo fare è scrivere, registrare e far uscire materiale audio e video, e voglio preannunciarvi che a breve vedrete un altro nostro video online, molto, molto particolare.

Come sapete il mio è un sito dedicato al folk/viking metal. Qualcuno vede questa musica come metal con le zampogne, ma c’è qualche artista, magari tra quelli più “ricercati” tipo Enslaved ed Helheim che vi piacciono?

Marco: Beh partiamo con il presupposto che non ci sta nulla di male a fare metal con le zampogne, hanno fatto uscire cose assolutamente peggiori di questo nel panorama musicale mondiale, quindi ben vengano le zampogne. Per quanto riguarda il genere in particolare siamo persone che apprezzano moltissimo le sonorità folk “nordiche” e stiamo cercando di inserire influenze che virino anche in quella direzione, anche meno metal del previsto. Uno dei gruppi che stiamo ascoltando maggiormente di questo periodo sono i Wardruna…

Vi ringrazio per la disponibilità e rinnovo i complimenti per The Rain Under, mi è piaciuto un sacco e continuo ad ascoltarlo ancora oggi a distanza di mesi; potete aggiungere qualunque cosa, a presto!

Grazie mille per la disponibilità e per lo spazio, speriamo di vederci a breve appena si potrà tornare a suonare dal vivo!