Intervista: Stilema

Dopo un periodo di pausa, i laziali Stilema sono tornati in attività con una nuova voglia di fare e un sound fresco che unisce varie influenze sotto lo stendardo del folk metal. Tra poeti greci, deliziose melodie e interessanti anticipazioni, il cantante Gianni Izzo racconta con passione della sua creatura e del nuovo lavoro Ithaka, buona lettura!

ph. Elena Bugliazzini

Iniziamo presentando gli Stilema ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio, gli Stilema sono nati parecchi anni fa come una folk band acustica, che univa la musica cantautorale italiana alla musica etnica, soprattutto di matrice irlandese, un qualcosa di molto vicino ai primi Modena City Ramblers per intenderci. Negli anni il sound è cambiato, abbiamo introdotto dapprima le chitarre elettriche, ora abbiamo decisamente virato verso un suono più metal. L’EP Ithaka è il nostro terzo lavoro in studio.

La band si è riformata nel 2015 dopo un periodo d’inattività. Cosa ti ha spinto a riformare il gruppo e a “cambiare” genere musicale?

Crediamo di avere qualcosa d’interessante da proporre, e ora abbiamo più possibilità ed esperienza per portare avanti il progetto in modo continuativo, quindi abbiamo deciso di riprovarci. Nonostante sia affascinato da strumenti quali flauto e violino e ami la musica folk, la realtà è che il 95% del tempo che passo ad ascoltare musica, è caratterizzato esclusivamente da heavy metal e rock. Per quanto all’inizio m’intrigasse l’idea di scrivere e interpretare i miei brani con un sound diverso, dopo un po’ ho avuto “nostalgia di casa”. Quindi era ovvio che l’unico modo per poter rimettere in piedi il progetto, era potermi esprimere in un contesto in cui mi sento più a mio agio, da qui il “cambio” di genere, senza ovviamente abbandonare le radici folk della band.

Nella recensione parlo di “folk metal adulto” e di venature progressive. Quali sono i gruppi che senti abbiano influenzato maggiormente gli Stilema?

Per quel che mi riguarda gli Iron Maiden e i Mägo De Oz sono le band per eccellenza che porto nel cuore, e penso che il mio modo di comporre sia stato influenzato dai loro rispettivi sound. Alcuni dei duetti delle chitarre, certe ritmiche e riff degli Irons mi avevano già suggerito quanto il metal potesse essere arricchito anche dalla tradizione folk, pensa al riff di Transylvania o all’andazzo di Quest For Fire, o ancora al sublime finale di The Prophecy. I Mägo De Oz hanno poi confermato questa mia idea, e insieme ai nostrani Rhapsody (e le loro varie incarnazioni) mi hanno insegnato che anche il metal può essere cantato nella propria lingua, e non necessariamente in inglese. Inoltre ti citerei i Jethro Tull e gli Orphaned Land… Probabilmente è grazie a loro, ma fuori dal metal anche grazie alla famosa collaborazione tra la PFM e De Andrè, che hai sentito quelle venature progressive nel nostro sound. Ognuno di noi ha ovviamente le proprie influenze stilistiche, ad esempio il nostro chitarrista Federico Mari è molto più vicino al metal estremo e al doom, credo che questo si sentirà maggiormente nel nostro prossimo lavoro, poiché anche lui ora sta dando il suo contributo come autore di alcuni brani che vi compariranno.

La title track è un omaggio al poeta greco Konstantinos Kavafis. Da dove nasce la passione per la poesia e perché Kavafis?

Le poesie sanno essere musicali anche senza strumenti, e la musica sa essere poetica anche senza parole. Se ci pensi, il loro è un matrimonio perfetto, non hanno necessariamente bisogno l’una dell’altra, perché sanno sorreggersi da sole, ma se si uniscono possono creare un forte legame chimico. Questo è ciò che cerchiamo di fare, la poesia è sempre stata parte integrante della nostra musica. Nel nostro primissimo lavoro, c’era uno strumentale ispirato a “L’addormentato Nella Valle” di Rimbaud. E nel prossimo disco ci sarà “Ninna Nanna Della Guerra” di Trilussa. È stata Alessia, la nostra flautista, a propormi “Ithaka” per scriverne un eventuale brano. Di questa mi ha intrigato il tema della vita come viaggio. Di Kavafis in generale mi piace la denuncia ad una società che non sentiva sua, e la ricerca introspettiva di una felicità che il poeta ritrovava nelle proprie radici pagane e nella cultura ellenica. Ma il nostro omaggio all’uomo o all’artista è solo secondario, se non fosse così, rimarrebbe un esperimento fine a se stesso. Quando prendiamo in prestito una poesia, lo facciamo principalmente per l’interesse verso il tema che questa porta avanti.

La canzone Girone Dei Vinti ha una tonalità quasi cantautorale. Mi domando quindi se apprezzi quel tipo di musica e cosa ne pensi di Branduardi, musicista menestrello per antonomasia.

Come ti dicevo, siamo nati proprio unendo musica cantautorale e folk. La prima è una dimensione che adesso abbiamo un po’ messo da parte, a favore di chitarre elettriche e doppio pedale, ma da ciò che mi dici, mi fa davvero piacere notare che riesce comunque ad emergere. Sebbene mi venga in mente sempre per primo De Andrè tra i cantautori a cui mi ispiro, considero Branduardi un ottimo musicista. Da Confessioni Di Un Malandrino, passando per Ballata In Fa Diesis Minore o Il Sultano Di Babilonia, ho apprezzato molti dei suoi lavori originali, o comunque le melodie che ha sapientemente reinterpretato. La cura e la ricchezza degli arrangiamenti nei brani di Branduardi poi è superlativa, e per questo rara, soprattutto se pensi al minimalismo che caratterizza certa musica italiana.

Ph. Elena Bugliazzini

Il violino e il flauto sono strumenti molto presenti nelle tre canzoni e le loro melodie sono spesso di primaria importanza. Come nascono i brani degli Stilema e cosa pensi che possano dare quei due strumenti alla musica heavy metal?

L’heavy metal è un genere in continua mutazione, sa rinnovarsi e si adatta perfettamente ad ogni tipo di contaminazione senza snaturarsi mai, o quasi… Insomma, ogni tanto escono fuori anche gruppi come le Babymetal, o i Sonic Syndicate, ma a parte questi refusi, si vola alti. Quindi anche strumenti che potrebbero sembrare lontani da questo genere, possono arricchirne invece il sound. Personalmente ho una predilezione per il timbro del violino e del flauto, ma in linea di massima penso che non esista strumento che non possa contribuire ad alimentare positivamente il nostro genere musicale. In linea generale ognuno compone brani o parti di un brano per conto proprio, poi li finiamo di arrangiare insieme in studio. In particolare, i miei pezzi nascono sempre da singole melodie che ho in testa, a cui cerco di dare un ruolo. Alcune di queste poi faranno parte della linea della voce, altre del violino, altre ancora del flauto. Intorno a queste melodie primarie, poi costruisco la base del brano e aggiungo il testo.

La copertina è di forte impatto e inizialmente sembra stonare con la musica proposta dal gruppo. In realtà, a un’analisi più attenta, si capisce che è la giusta immagine per il contenuto del cd. Vuoi spiegare ai lettori il significato dell’intera grafica?

L’artwork è stato disegnato dalla nostra amica Elena Bugliazzini, che ha egregiamente saputo dare forma alle nostre idee. Abbiamo deciso di rappresentare il tema principale di Ithaka, nello specifico, la fine di questo lungo viaggio, alle porte della città. Nella poesia di Kavafis, il viaggio verso Ithaka è la metafora della vita stessa, dove la città verso cui siamo inevitabilmente diretti, può rappresentare la stessa morte, la destinazione finale, che può far paura, e che nell’immaginario può essere letta come un posto buio, malinconico, ma che per nostra natura, ci rende inevitabile cominciare il nostro cammino. È proprio questo viaggio, che ci permetterà di trasformarla da un posto desolato, ad un posto simbolicamente ricco, lì dove la ricchezza è rappresentata da tutto ciò che abbiamo appreso nella vita. La Ithaka dell’artwork vuole essere il riflesso di questo arricchimento interiore del viaggiatore, che ha saputo vivere a pieno le proprie esperienze, accrescendosi attraverso queste. Il mare in tempesta rappresenta gli ostacoli che ognuno di noi incontra durante la propria esistenza, e che deve affrontare per evitare di affondare. Ci siamo divertiti poi a rappresentare la ricchezza interiore, attraverso tanti piccoli dettagli appartenenti all’arte, alla storia e alla mitologia classica. Oltre ai templi, ai due colossi, avrai notato anche gli strumenti musicali tipici, il famoso labirinto che si vede dalla finestra sul retro della copertina, e il piccolo mosaico del minotauro.

L’EP Ithaka è un’anticipazione di qualcosa di più corposo? State lavorando a nuove canzoni?

Sì, già mentre registravamo questi brani, eravamo in fase di scrittura del nuovo materiale. Abbiamo voluto rilasciare questo breve EP per vedere come sarebbe stata percepita la nostra proposta, dal momento che abbiamo, non solo cambiato il nostro sound, ma anche introdotto elementi nuovi negli arrangiamenti, come le tastiere, che non avevamo mai usato prima. Ti posso anticipare che il nuovo disco avrà uno spettro musicale più ampio, non solo attingeremo soluzioni da più tradizioni etniche, ma andremo a toccare anche parti del metal più estremo che abbiamo introdotto ultimamente qui e lì nel nostro sound.

Mi fa davvero piacere che nella scena romana-laziale ci sia una “nuova” e valida realtà! A te la parola per chiudere l’intervista.

Fabrizio, grazie mille per lo spazio che ci hai concesso, per le tue parole e la tua disponibilità. Un saluto a tutti i lettori di Mister Folk, che invitiamo, qualora fossero stati stuzzicati dalla nostra proposta, a seguirci sulla nostra pagina Facebook e su Soundcloud, dove potranno ascoltare in streaming il brano “Girone Dei Vinti”. Speriamo di vedervi ai nostri live. Raise Your Horns Metalfolkers \m/

Intervista: Bloodshed Walhalla

A due anni dalla precedente intervista, si torna a parlare con il polistrumentista Drakhen, la persona che è l’anima di uno dei progetti migliori d’Italia, Bloodshed Walhalla. Il motivo è presto detto: Thor, terzo disco di fresca pubblicazione, è un lavoro strabiliante per bellezza e qualità. Mister Folk supporta la buona musica italiana e quella di Drakhen è senz’altro tra le migliori espressioni.

Per il nuovo album ti sei concentrato sulla mitologia norrena: come mai questa scelta? Si tratta di un concept album oppure le canzoni sono slegate tra di loro?

Ciao Fabrizio e grazie per avermi concesso questa intervista sulla pagina di Mister Folk. Prima di tutto vorrei complimentarmi per il tuo gran lavoro e supporto per le band italiane che come la mia hanno bisogno di visibilità nel panorama nostrano e non. Thor non è un concept album, ma una bella testimonianza marcata e incentrata su temi a noi cari. Si parla di mitologia, si parla di leggende, eroi, guerrieri e guerre, miti del mondo norreno. Ogni traccia racconta una storia ben distinta. Parliamo del Dio Thor e del suo mitico martello, parliamo del Dio Tyr alle prese con il lupo gigante Fenrir, narro favole o racconti totalmente inventati basati su sottofondi nordici. Chi ascolta Thor dovrebbe immaginare un ragazzo di mezza età del sud Italia che parla di mitologia dei popoli scandinavi. Per loro tutto è scontato e magari banale, ma per me che scrivo i testi e musica per i Bloodshed Walhalla è un mondo tutto da scoprire. Non provo nessun imbarazzo nel mettermi in gioco anche perché scrivo questo materiale perché sono patito e mi diverte troppo farlo. Il messaggio che vogliamo dare con Thor è molto semplice: dopo tre album volevamo marcare definitivamente il nome dei Bloodshed Walhalla nella scena del viking metal mondiale. Ci siamo riusciti? Non lo so, ma con i pochissimi mezzi a disposizione siamo sicuri di aver regalato al pubblico di parte un lavoro (anche se pur sempre fatto in casa) solido e accettabile, magari non agli stessi livelli di produzione di alte realtà, ma con di idee valide e chiare.

Sono nati prima i testi o la musica? Hai un metodo di composizione che prediligi?

Il modus operandi è sempre lo stesso da quando ho iniziato a comporre musica. Creo prima la struttura del brano con una linea vocale immaginaria, a volte fischiettata, e poi scrivo il testo in base anche alla melodia del brano e alla cattiveria espressa sugli strumenti. Siccome i testi dei Bloodshed Walhalla sono in inglese mi avvalgo del supporto di una traduttrice impeccabile che lo parla come l’italiano: mia moglie. Insieme ci divertiamo a scrivere e adattare il testo alla song.

Perché Thor come titolo? Sei particolarmente legato al dio del tuono, oppure la scelta è ricaduta sulla canzone che senti più rappresentativa?

Queste tracce hanno una storia abbastanza lunga, sono anni che sono state immaginate, create, incise e re-incise. Alcune sono state inserite in principio in alcune demo che forse qualcuno conosce. Thor è presente su un demo del 2014 che si può anche ascoltare liberamente ovunque. Thor è la canzone dell’album più riuscita, per questo abbiamo deciso di intitolare così l’album, ricorda sonorità molto care a voi amanti del viking metal e a mio avviso estinte. In principio era senza tastiera, un po’ più cruda. In questa versione abbiamo aggiunto cori e sintetizzatori che si intrecciano alla perfezione.

Sul booklet e su internet non sono presenti i testi delle canzoni, puoi dirci qualcosa a riguardo?

Purtroppo, in accordo con la Fog Foundation, che ringrazio per la disponibilità e la professionalità, anche per questo terzo lavoro non è stato possibile inserire i testi sul booket. Questo per me è un grave errore anche perché la mia voce molto sofferta e gracchiante non ti permette di capire effettivamente cosa sto cantando, ma purtroppo non posso farci niente. Spero il prima possibile di poter inserire i testi sulla nostra pagina ufficiale. In Thor e in Tyr raccontiamo le gesta e la potenza delle due divinità alle prese dei loro rispettivi acerrimi nemici. Tyr come tutti sanno sacrificò una sua mano offrendola al lupo Fenrir per far si che la bestia venga catturata da Odino e zittita grazie ad un laccio rosso magico. Mentre Thor riesce a scacciare Jotunn il gigante grazie al suo martello Mjolnir ed alla sua mitica forza nel mondo più sperduto del creato. Day By Day è una favola totalmente inventata che narra di un guerriero vichingo che solitario e morente sulla riva di un lago ricorda la battaglia appena terminata e immagina le valchirie che stanno venendo a prendere la sua anima per portarla nella Valhalla dove ogni giorno potrà continuare a combattere e ubriacarsi con i suoi fratelli e divinità. In …And Then The Dark la grande foresta va a fuoco e subito dopo piomba l’oscurità e le bestie invadranno il mondo. Ma è grazie a un uomo con l’armatura d’oro e alla sua forza divina che tornerà tutto com’era prima. L’intro e l’outro sono collegate tra loro grazie alle atmosfere dei brani e al titolo. In pratica sono un addio e un ritorno a casa. L’addio degli uomini che partono alla scoperta di nuove terre da raziare o colonizzare e il ritorno tra le braccia dei loro cari carichi di vittorie e tesori. Wind Of Nord è un incubo dove mi compare un’orribile figura femminile che inzia a mostrare la mia morte. Sono sofferente e spaventato, ma quando il vento inizia a soffiare accarezzandomi dolcemente il viso, tutto lentamente svanisce. In Nine World è tempo di spade e grandi battaglie in tutti i nove mondi.

L’uso della tastiera è in questo album a dir poco fondamentale: tra eleganti tappeti e melodie ipnotiche si rivela essere uno strumento di grande impatto. Nella canzone Thor è un synth quello che si sente?

Da quando ho scoperto questo fantastico strumento musicale (premettendo che principalmente sono chitarrista e cantante), non riesco più a farne a meno, mi diverte tantissimo, si riescono a creare melodie di grande fattura forse più che con la chitarra elettrica. In questo album forse abbiamo un po’ esagerato con i volumi, data l’inesperienza con lo strumento. Come si suol dire, ci siamo fatti prendere un po’ dall’euforia e dalla novità, ma il risultato finale tutto sommato ci ha soddisfatto dato che la tastiera fin ora non era mai stata suonata nei nostri album. In studio mi diverto a creare cose pazzesche che vale la pena incidere e proporre al pubblico. In Thor i Bloodshed Walhalla hanno usato sintetizzatori Yamaha.

In …And Then The Dark la tastiera crea un effetto quasi liturgico. Ci sono dei musicisti o dei gruppi che apprezzi per l’uso delle keys?

Sì, in quel brano predominano gli organi ed effettivamente il suono proposto è proprio quello da liturgia, nel contesto suonano bene. Rispondendo alla domanda, trovo magnifiche le esecuzioni dellla tastiera dei Moonsorrow.

Day By Day dura ben diciassette minuti. Mentre la stavi componendo eri più spaventato dalla lunghezza oppure eri eccitato perché stavi portando all’estremo il fattore durata senza perdere un briciolo di qualità?

Day By Day è solo l’inizio, nel nostro prossimo lavoro (piccola anticipazione) che è stato quasi terminato e che spero veda la luce il prima possibile, ci sono brani all’incirca della stessa durata ed uno in particolare di trenta minuti. Quando ho composto questo pezzo avevo già le idee chiare, volevo creare un racconto musicale abbastanza vario e intricato, dove la classica epicità che prediligo manifestare doveva essere cadenzata per poi crescere di intensità e velocità. Il fraseggio iniziale di tastiera richiedeva almeno tre-quattro minuti di esecuzione, poi da cosa nasce cosa… ho iniziato a prenderci gusto inserendo varianti e introduzioni alla prima strofa cantata che troviamo solo passati i primi otto minuti. Dopo il racconto si ritorna alle origini del brano e a un successivo fraseggio di basso dove un po’ alla volta tutti gli strumenti entrano in gioco con parti diverse tra loro per poi sfumare lentamente tutti insieme. In questi diciassette minuti di musica non ho mai avuto paura di sbagliare qualcosa, anzi ero sempre più eccitatato ogni qual volta i pezzi del puzzle si incastravano alla perfezione. Vi assicuro che la canzone non deluderà i patiti del genere.

La musica di Bloodshed Walhalla è cambiata molto nel corso degli anni. Si parla sempre di viking metal bathoriano, ma nella tua musica ora sono presenti elementi folk e di metal estremo. Cosa o chi ti ha portato verso questo tipo di musica?

Se ti facessi leggere tutti i messaggi che ogni giorno i fan mi mandano da ogni parte della terra tu non ci crederesti. Fabrizio, in parte il mio sogno si è avverato. Quando nel 2006 ho creato questa one-man-band, il mio folle intento era quello di riprendere quelle sonorità che Quorthon aveva tristemente e tragicamente interrotto. Nordland doveva essere assolutamente completato. Sicuramente non ci sono riuscito, ma ho lasciato il segno. Quando si parla di band post-Bathory, il nome dei Bloodshed Walhalla è lì, insieme ai mostri sacri del settore viking. Quando qualcuno mi dice che ascoltando la nostra musica gli sembra di star ascoltando Quorthon, io mi riempio di orgoglio e ne sono fiero. Molti vorrebbero vedere i Bloodshed Walhalla dal vivo, ma questo tradizionalmente non potrà mai accadere. Ora, con Thor ci siamo misurati per riuscire a vedere se fossimo stati in grado di non sminuire il progetto complicando un po’ le cose a livello compositivo e di sound. Un piccolo cambiamento strutturale per iniziare a dare alla band una vera e propria identità sempre restando fedeli al progetto finale. Un po’ come se Quorthon fosse ancura vivo e rifacesse il look ai Bathory… folle vero? Gia un primo assaggio a un cambiamento lo abbiamo mostrato con l’EP Mather. Qui un misto tra folk metal di fattura scandinava si abbina ai testi della mia terra soleggiata. Data la critica abbastanza positiva abbiamo capito che quella era la strada giusta. Inoltre ho sempre dichiarato in altre interviste di essere uno spirito libero musicalmente parlando e il fattore one-man-band facilita le scelte e la strada giusta da intraprendere.

Ascoltando l’album ho l’impressione che tu abbia irrobustito le parti epiche così come quelle estreme sono ancora più violente rispetto al passato. Sei d’accordo con me?

Esattamente, ma questa è cosa naturale proprio dovuta al cambiamento che la band ha voluto affrontare in questo nuovo album. Diciamo che con i primi due lavori i ritmi seguivano andamenti cadenzati, in molte occasioni vicini al doom, mentre in Thor si può ascoltare una doppia cassa più matura e veloce e a volte “cattiva”. Anche i riff delle chitarre hanno subito questa innovazione diventanto a loro volta pesanti e ben suonati. Inseriti nel contesto epico classico dei Bloodshed Walhalla, il risultato ci ha convinto parecchio e ci ha dato quella maturità che la band forse aveva bisogno. Nell’EP Mather abbiamo cercato chiaramente di far capire agli ascoltatori che i Bloodshed Walhalla possono fare di tutto. Mather è un disco decisamente folk metal, ma chi ascolta capisce chiaramente che a suonarlo sono i Bloodshed Walhalla. In Mather si può ascoltare malinconia, gioia e rabbia, gli elementi della natura sono fondamentali. In Thor abbiamo cercato di replicare in maniera più dettagliata questo percorso intrapreso. Day By Day è la canzone che più rappresenta questo cambiamento. Per ora questo è il nostro marchio di fabbrica. Inoltre devo aggiungere o ricordare al pubblico che Thor, come i precedenti album, è stato ideato, suonato, registrato e mixato da una sola persona. Per me questo è motivo di vanto e come sempre ci tengo a sottoliniarlo in grassetto. Se tu mi dici che trovi le parti epiche più irrobustite, non posso che essere contento, perché il nostro intento era proprio quello. Altrettanto quando mi dici che trovi violente le parti estreme, è proprio quello che volevamo fare. Come dicevo prima un mix di malinconia, gioia e rabbia che pare stia funzionando alla grande. E comunque il tutto è altrettanto irrobustito da una certa dose di esperienza accumulata negli anni e messa in pratica saggiamente con le pochissime risorse a disposizione.

Un’altra cosa che si nota facilmente è la fiducia che riponi nella tua voce, con gli anni sempre più incisiva e sicura. Hai fatto qualcosa di pratico per raggiungere questo obiettivo, oppure è semplicemente frutto di anni di lavoro e confidenza con le tue capacità?

Sono molto soddisfatto dei risultati finali ottenuti con la mia voce stonata, perché non è stato per niente semplice registrare le parti soliste e soprattutto i cori. Facendo tutto da solo le difficoltà sono amplificate. Nessuno mi guida o corregge quelle imprecisioni che al primo ascolto ti sfuggono. Solo dopo parecchi ascolti riesco ad accorgermene e perfezionarle. Assemblare un coro, traccia per traccia, con una sola voce, è una impresa molto complicata e per di più senza armonizzatori. Solamente grazie all’esperienza sono riuscito ad ottenere risultati soddisfacienti. Non sono mai stato un cantante eccezionale, non ho mai studiato una sola nota del pentagramma, quindi tutto quello che ascoltate nelle song dei Bloodshed Walhalla è solo ed esclusivamente frutto di sacrificio autodidatta. Lo faccio perché la musica per me è passione, mi diverto e non voglio nessuno tra i piedi che contraddice i miei metodi e modi di fare.

Ho visto che in questo ultimo periodo ti diverti a suonare i pezzi degli Iron Maiden con una cover band. Mi domando quindi se hai mai pensato di prendere dei musicisti session per Bloodshed Walhalla e fare magari poche ma mirate esibizioni dal vivo.

Sì, faccio parte di una cover band degli iron Maiden della mia città insieme ai miei due fratelli e due amici patiti come noi della band inglese. Gli Iron sono la band che più di tutte mi ha fatto avvicinare negli anni ottanta al mondo dell’heavy metal, e a loro devo tutte le mie conoscenze musicali e strumentali della mia carriera da chitarrista. E comunque nei Sons Of Charlotte non suono la chitarra ma canto. Sono soprattutto specializzato alle timbriche di Paul Di anno, ma mi diletto e trovo divertente interpretare a modo mio le canzoni con Dickinson o Bayley. Bene, questo per far capire che mi piace tantissimo la vita on the road e in sala prove, l’ho sempre fatta amatorialmente e per il solo divertimento nel condividere con amici la vita da band. Ho pensato tante volte di portare i Bloodshed Walhalla sul palco con una vera e propria band, ma in questo caso le cose si complicherebbero parecchio. E prima di fare il passo cruciale ogni volta ho desistito e abbandonato il progetto sul nascere. Prima di fare il passo cruciale, ho desistito immaginando scenari che non avrebbero agevolato di certo la mia vita familiare e che si sarebbero messi in contrasto con il mio lavoro. Purtroppo è troppo tardi per intraprendere un percorso serio e lontano dalla mia routine quotidiana, ho 42 anni e non posso permettermi determinate situazioni. Con la cover band è tutto più semplice e non ti toglie molto tempo, un paio di ore a settimana per le prove ed un concertino ogni tanto. Invece con i Bloodshed Walhalla ho sempre sognato un discorso un po’ più serio ma che per forza di cose rimarrà tale. Anche se nella vita tutto può succedere e bisogna essere sempre pronti nell’affrontare qualsiasi cosa essa ti offre. 

Nei tuoi dischi non sono mai apparsi degli ospiti. Una scelta precisa da parte tua o non escludi la possibilità di averne in futuro?

Sono serissimo, un ospite negli album dei Bloodshed Walhalla c’è sempre stato ed è il mio maestro Quorthon. A lui devo tutto e a lui ho sempre dedicato tutti i nostri lavori in studio. Pensando a come avrebbe potuto interpretare lui una mia canzone sono riuscito a far pubblicare tre album ed un EP con il nome dei Bloodshed Walhalla.

Magari è presto per parlarne, ma so che sei un musicista che non sa stare con le mani in mano, quindi ti chiedo se stai già lavorando al prossimo capitolo di Bloodshed Walhalla, oppure se ci sono altre cose che bollono in pentola.

In questo momento, in questi giorni sto terminando le registrazioni di un concept sul Ragnarök. Nel giro di alcune settimane, salvo complicazioni, riuscirò a completare l’opera e proporla, per capire se un giorno potrà essere ascoltata. Vi anticipo anche che si tratta di oltre un’ora di musica concentrata in quattro tracce. Fatevi più o meno un’idea. Le cose da raccontare erano davvero tante. Questa è un’altra bella scommessa che voglio portare a termine e vincere.

Grazie Drakhen, è sempre un piacere parlare con te!

Grazie a te Fabrizio. A te devo molto e spero un giorno di poterti conoscere di persona. A presto.

Intervista: Vinterblot

Ritrovarsi con i Vinterblot è sempre un piacere e in ogni occasione il tempo passato insieme ai ragazzi della band è speciale. Quando si dice “le persone prima dei musicisti”. Ma quando le persone sono anche ottimi musicisti che sul palco spaccano il culo, allora è tutto perfetto! Quella che segue è una piacevole quanto interessante chiacchierata telematica con il cantante Phanaeus e il chitarrista Vandrer: promoter italiani e stranieri, rispetto per i gruppi che suonano ed evoluzione musicale sono alcuni dei punti toccati nell’intervista che segue. Buona lettura!

La band all’Helvete di Oslo.

Avete suonato da poco al prestigioso Inferno Festival di Oslo. Vuoi raccontarci come sono andate le cose e le vostre impressioni da musicisti e da spettatori?

Vandrer: Ciao Fabrizio! Partecipare all’Inferno Metal Festival è stato per noi la coronazione di un sogno, possibile grazie al supporto di chi ha votato la nostra band nel contest internazionale indetto dal Festival stesso. Abbiamo raggiunto Oslo con qualche giorno di anticipo, per poter visitare i punti più interessanti della città: dall’“Urlo”, all’Helvete shop alle navi vichinghe. Inutile dire che abbiamo vissuto un viaggio nel tempo, tornando tutti un po’ teenagers (infreddoliti), ahah! Siamo stati di giorno turisti e di notte.. ascoltatori incantati dalle decine di Band internazionali offerte dal Rockefeller, concert hall storica della città dove si è tenuto il festival, assistendo a tre giorni di concerti! Siamo molto soddisfatti della nostra stessa performance, dovuta alla combinazione di molteplici fattori tra cui grande divertimento, profonda emozione ma anche sano relax! Non possiamo che conservare un ricordo eccellente di questa esperienza, dapprima come ascoltatori e poi come musicisti.

Dopo un’esperienza del genere mi viene da chiedervi in cosa i promoter italiani sbagliano e come è possibile colmare il gap esistente tra Italia ed estero.

Vandrer: I promoter italiani (volenterosi) fanno spesso il proprio meglio ma purtroppo devono scontrarsi con l’assenza di locali adatti o ben disposti a ospitare concerti metal, oppure con delle ‘scene’ musicali assenti. Nel corso della nostra breve esperienza dal vivo in questi anni, abbiamo assistito a una tendenziale crescita qualitativa degli aspetti organizzativi, grazie alla diffusione di protocolli professionali ‘standard’ finalmente più consoni! A tutti coloro i quali s’interrogano su come poter colmare il gap non posso che consigliare di prendere a modello le realtà virtuose (siano esse italiane o nord-europee) e frequentare, per quanto possibile, concerti di rodata esperienza! Posso riassumere ciò che più comunemente ‘manca’ nell’underground italiano in una parola: il rispetto per il musicista. Ciò si avverte nei piccoli dettagli. É indispensabile venire incontro alle esigenze umane primarie: dall’offrire cibo-liquidi sino al dedicare 10 metri quadri di spazio alla band per potersi riscaldare pre-show. Non vi è un business, dunque non si può immaginare di camparne, ma trovo ridicolo invitare una band per poi proporre a questa di viaggiare per migliaia di chilometri senza poter offrire un rimborso per il viaggio in sé. Non si parla di cachet, ma di non indebitarsi per suonare dal vivo! Oggi c’è grande smania di suonare dal vivo ma è necessario quanto mai del buon senso da parte di band, promoter e pubblico. Migliori sono le condizioni (e il comfort…!) garantite ad una band, migliore sarà la riuscita generale dell’evento. Spesso da noi funziona al contrario, grandi aspettative e una non-proporzionata attenzione a ciò che conta davvero.

Vi considero gli italiani meno italiani sul palco, mi spiego: vedendovi e ascoltandovi ho sempre la sensazione di aver davanti una band straniera per personalità, precisione e presenza scenica.

Vandrer: Da ‘esterofilo’, ahah, lo prendo come un complimento! Scherzi a parte, se comprendo quanto hai espresso, sono molto felice che i Vinterblot possano dare tale impressione. Siamo sempre più orgogliosi di essere Italiani con il passare degli anni! Purtroppo però, come in altri settori, anche nella musica si avverte la sensazione che non vi siano le condizioni adeguate per coltivare i propri progetti. La conseguenza diretta è che, in gran parte dei casi, il dilettantismo non riesce a elevarsi a uno step successivo, complici le limitate risorse economiche e la mancanza di un terreno fertile dove metter radici. Un post Facebook di Michael Berberian della Season Of Mist fa avviò, tempo fa, una provocazione molto sottile sullo stato di salute della scena Metal italiana, riferendosi all’Italia come Paese ‘senza speranze’ (e chi se la scorda quell’uscita! ndMF). Sono sincero, la critica è importante ma l’autocritica è indispensabile! L’Italia non è un paese di cultura ‘rock’. Negli ultimi decenni la dolce vita e il “belcanto” hanno proiettato lunghe ombre di dispotismo culturale: non vi è alcuna apertura (ma soprattutto interesse) verso le minoranze. Da un lato, sono contrario all’importazione ossessiva di qualsiasi trend anglosassone, all’esterofilia cieca, al rinnegare le proprie radici. Ma allo stesso tempo, percepisco un goffo tentativo di occultamento di qualsiasi forma di musica non conforme agli standard socialmente ‘accettabili’. Detto questo, per noi è fondamentale prendere a modello band straniere, non solo per la loro professionalità, ma soprattutto perché la loro musica è la fonte stessa della nostra ispirazione.

C’è un posto che vi manderebbe fuori di testa poterci suonare? E potendo, con quale gruppo vi piacerebbe dividere il palco?

Phanaeus: Ce ne sono di eventi mozzafiato ai quali parteciperemmo volentieri, ritenendoli dei contesti entusiasmanti, adatti al nostro progetto. I primi nomi che mi balenano in mente sono il “Midgardsblot Metalfestival” (un open air nello splendido parco nazionale di Borre, ad Horten, in Norvegia), il “Ragnard Rock Festival” (un enorme evento “pagan” francese, molto trasversale), etc. Per quanto riguarda le band con le quali saremmo onorati di poter condividere il palco, te ne cito solo un paio: Enslaved e Bolt Thrower, ovvero due tra le nostre maggiori influenze musicali.

Dal vivo siete una forza della natura, dal grande impatto scenico e dalla precisione strumentale invidiabile. C’è stato, però, un qualche momento diciamo imbarazzante, curioso o divertente che vi va di ricordare?

Phanaeus: Ti ringrazio per il tuo prezioso feedback, Fabrizio! Certo, di episodi divertenti ce ne sono a bizzeffe ma, considerando solo quelli raccontabili, se ne riduce drasticamente il numero, ahahah! Personalmente, potrei rivelarti un simpatico aneddoto legato all’esperienza che permise di conoscerci: il Fosch Fest nel luglio 2012. In quell’umida estate bergamasca, il mio colorito lunare-diafano fu messo a dura prova dall’esposizione solare, finendo vittima incauta di un’insolazione. Al termine della nostra esibizione, nel corso della restante manifestazione, supporter e conoscenti (ignari di ciò) venivano a congratularsi attraverso energiche e calorose – nel senso letterale del termine – pacche sulle spalle; inutile riportarti il mio pensiero/stato d’animo in quei momenti perché sarebbe censurabile, riduciamolo ad un eufemistico “odi et amo”!

Vinterblot live @ Mister Folk Fest

Pensi che la vostra zona di provenienza possa avervi penalizzato, oppure credi che la Puglia sia stata in qualche maniera fonte d’ispirazione per la band?

Phanaeus: Entrambi. Se ti dovessi parlare da un punto di vista maggiormente pragmatico, non ti nascondo che l’essere così “a Sud” è, a tratti, penalizzante. Un esempio? Spostarsi (anche solo al centro Italia, senza parlare di contesti internazionali) comporta costi notevoli, sia in termini economici che, soprattutto, di tempo; in alcuni frangenti siamo stati costretti a declinare alcune proposte. É tuttora impensabile l’idea di accettare offerte se non previo scrupoloso vaglio di tutte le possibilità. La nostra dimensione – di band underground – a volte non ci permette di poter conciliare in maniera semplice ed immediata le nostre vite private/professionali con questa grande e “romantica” passione! Da questo ne consegue, però, un aspetto estremamente positivo, il nerbo senza il quale probabilmente non saremmo qui a disquisire: la Tempra. Essa è forgiata sì dalle difficoltà, ma anche dal mordente stimolato dalla propria terra d’origine.

Avete mai pensato che vivendo in un’altra regione italiana, o in un altro paese europeo, la vostra musica avrebbe potuto avere una diffusione differente?

Vandrer: Costantemente! É innegabile il vantaggio geografico di una band che può costruire tour europeo… partendo dal centro dell’Europa stessa! Per non parlare della difficoltà nel cercare di evocare ‘sound gelidi’ nella bollente stagione estiva pugliese, ahah! Ma a tutto vi è un altro lato della medaglia: troviamo che l’Italia ed in particolare la nostra provincia di Bari ci abbia donato dei valori eccezionali. Anneghiamo eventuali malumori in focaccia e panzerotti! Aggiungo che siamo fieri di vivere in una delle migliori scene metal italiane in termini di frequentazione ed organizzazioni eventi. Una band esordiente ha necessità di frequentare dei concerti e confrontarsi con altri musicisti (e con il pubblico stesso!). Più folta e ricercata è la scena, maggiori sono le probabilità che un gruppo musicale possa evolversi. La provincia di Bari non ha poi molto da invidiare ad altre realtà europee, nel nostro piccolo, speriamo che la Puglia diventi in futuro un vero punto di riferimento nell’Europa meridionale.

Vi seguo fin dal primo passo ufficiale, ovvero l’EP For Asgard. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, e molte cose sono cambiate. Una sola, forse, è rimasta sempre la stessa, ovvero la qualità della musica, migliorata con il tempo e l’esperienza.

Vandrer: Fabrizio, ci fai arrossire, la tua non è nemmeno una domanda… non so come e cosa rispondere, ahah! Mettiamola così… abbiamo sempre vissuto le interviste con te con un sorriso sulla bocca, “ne è passata di acqua sotto i ponti” dalla nostra prima intervista assieme, anni fa, ma certe cose non cambiano: conversare con te è come parlare con un buon amico al pub!

Qualcosa è cambiato tra Nether Collapse e Reams Of The Untold. Si può semplificare con la parola “esperienza”, oppure credi che ci siano altri fatto importanti che hanno portato alla crescita della band?

Vandrer: La parola “inesperienza” è a mio avviso ancora più pertinente. Ogni passo in avanti compiuto è dovuto ad un’attenta analisi e studio degli errori precedenti! Realms Of The Untold ha avuto una turbolenta vita ‘segreta’, in ogni fase della sua creazione, dalla sua ideazione al suo rilascio. Ma è un piccolo traguardo al quale siamo affezionati, perché abbiamo osato spiegare le nostre ali. A quindici anni non è facile scegliere come impostare un progetto musicale, specie quando i propri gusti si evolvono di mese in mese. Ma via via che si acquisiscono gli strumenti per esprimersi musicalmente si evolvono le motivazioni stesse alla base del fare musica! Adesso, quasi dieci anni dopo la creazione dei Vinterblot, abbiamo le idee più chiare e non vediamo l’ora di condividere un nuovo atto del nostro percorso. Il prossimo Album è in cantiere e non siamo mai stati così orgogliosi della nostra musica.

L’evoluzione non è stata solo musicale: i testi con gli anni sono diventati introspettivi e talvolta li ho trovati criptici, pur partendo da un immaginario nordico e ben noto. Quanto lavorate su questo aspetto e quali sono le fonti d’ispirazione che vi portano a scrivere i testi?

Phanaeus: L’aspetto lirico e concettuale si intreccia indissolubilmente con quello musicale e compositivo, pari impegno, cura e dedizione! Testi, artwork e musica devono fondersi in un unico continuum. In verità, l’unico capitolo programmaticamente “nordico” risale al nostro primo ep./demo For Asgard, che reputo una sorta di tributo a quella terra e cultura così influente in termini di sound e genere di appartenenza, per i nostri esordi. In seguito, in modo del tutto inconscio e naturale, ho preferito indirizzare la mia scrittura su tematiche che potessero descrivere e concretizzare un universo più personale, esprimere la nostra identità senza possibilità di fraintendimenti. Concordo sulla tua scelta del termine “criptico”; probabilmente è la forma di scrittura a me più congeniale! Ritengo molto più stimolante disseminare nei testi indizi, tracce, segni e simboli, lasciando la possibilità all’ascoltatore -qualora lo voglia – di seguire un proprio percorso interpretativo e conoscitivo. Accattivare, cioè, la curiosità e coinvolgere la sensibilità esclusiva di coloro i quali dedicano ancora parte del proprio tempo alla lettura delle lyrics, alla dimensione immaginifica, allo scorgere i più svariati dettagli di una copertina, in un’epoca così caoticamente frenetica.

L’album Realms Of The Untold ha riscosso notevoli consensi da parte di critica e fan e il nome Vinterblot si è sicuramente rinforzato all’interno della scena metal. Come avete vissuto il post disco e come avete reagito alle tante recensioni positive?

Vandrer: Siamo lusingati dai feedback positivi e siamo grati per l’interesse via via crescente nei nostri confronti! Ammetto che è sempre un piacere ricevere una buona recensione, specie se (e solo se) questa è motivata da uno spirito autentico e da un ascolto approfondito. Ad ogni modo, viviamo positivamente qualsiasi critica, positiva o negativa; anzi, c’è sempre molto da imparare, dunque viviamo con serena curiosità la ricezione di ogni disco.

Realms Of The Untold è ormai “vecchio” di un anno e mezzo, mi domando quindi a cosa state lavorando e se potete dare qualche piccola anticipazione sui prossimi passi dei Vinterblot.

Phanaeus: Come potrai intuire, siamo alacremente al lavoro sulle nuove composizioni. Abbiamo una manciata di pezzi in fase di definizione ed una pletora di idee da far germogliare. D’accordo, cercherò di non eludere la domanda, ahahah! Rispetto al passato, i tre/quattro pezzi sino ad ora completati lasciano ben presagire degli scenari ancora più intensi e consapevoli. Sarà un lavoro che approfondirà maggiormente la dicotomia tra Luce ed “Ombre”…

Ragazzi, è sempre un piacere incontrarvi e scambiare due chiacchiere, grazie per la disponibilità e a presto!

Phanaeus: Piacere assolutamente reciproco. Ti ringraziamo per la chiacchierata, ai prossimi ettolitri d’idromele!

Vandrer: Alla prossima, un saluto ai lettori di Mister Folk!

La band al Viking Ship Museum di Oslo.

Intervista: Selvans

I Selvans in pochi anni di attività sono riusciti a creare un grande interesse nei propri confronti: ottima musica, attitudine molto forte, intensi live show e una profondità della proposta fuori dal comune hanno fatto sì che la band abruzzese non passasse inosservata. L’occasione per parlare con il leader Haruspex è la recente uscita del live album Hirpi, presentato anche al Mister Folk Fest dello scorso aprile.

Le vostre ultime due uscite discografiche sono di quelle che ultimamente – e sbagliando – vengono definite “minori”, ovvero uno split e un live. Perché avete deciso di lavorare a questi progetti?

É ciò che sentivamo di fare in questo momento di transizione tra il primo e il secondo album.

Lo split con Downfall Of Nur è semplicemente imperdibile. Dalle intro alle canzoni vere e proprie, senza dimenticare l’ottimo artwork, tutto è di grande impatto e assoluta professionalità. Come nasce lo split e cosa avete cercato di trasmettere con questo lavoro?

Ho conosciuto Antonio dopo l’uscita dei nostri due album e abbiamo pensato di scrivere un’opera a quattro mani. Fin dall’inizio, l’intento è stato quello di non uscire con il solito split, lo definirei più un album collaborativo e il risultato finale è il degno continuum di Umbras De Barbagia e Lupercalia.

Di live album nel genere folk/black ce ne sono veramente pochi, soprattutto se la band non è di quelle affermate a livello internazionale. Come vi è venuta l’idea di realizzare il live Hirpi e rappresenta in un certo senso il termine della prima parte di carriera del progetto Selvans?

É una release limitata a 300 copie edita da Avantgarde in occasione dei due show dello scorso Aprile dedicati a nostro fratello Jonny. Alla fine dello scorso anno, un amico ci fece avere le registrazioni di due nostri concerti a Pescara. Ascoltandole, ci siamo resi conto che vi erano 5 pezzi di cui eravamo pienamente soddisfatti e che – guarda caso – costituivano una summa del nostro percorso artistico dallo scioglimento dei Draugr ad oggi, abbiamo quindi deciso di pubblicarli.

Avete recentemente suonato un paio di concerti molto speciali denominati Tribute To The Past con la presenza in scaletta di alcuni brani dei Draugr. Perché la decisione di non ripetere questo tipo di show in futuro?

Il Tribute To The Past è stato un appuntamento annuale in onore di Jonny dove nulla era lasciato al caso: la data, la set-list, gli ospiti… Ciò a cui avete assistito un mese fa è la forma ultima e ideale di questo tributo per cui non ha senso continuare a riproporlo.

Continuando a parlare di concerti, l’impressione che ho avuto partecipando alle vostre performance è di non assistere a un “semplice” concerto metal, ma di far parte di un rito arcaico e sacro. Trovi le mie parole inesatte?

No, molti la vivono in questo modo e lo apprezzo.

L’artwork dei vostri album sono sempre molto curati e belli da vedere. Sono dell’idea che l’aspetto visivo rappresenti una parte importante dei vostri lavori, la chiusura di un cerchio aperto con i testi e la musica. É così?

É così.

Tra le note di Lupercalia leggo che la canzone Scurtchìn è ispirata dal corto Baùll e dal racconto Scurtchìn di Daniele Campea e Antonio Secondo: ci puoi dare qualche informazione in più su Baùll e sul racconto? In quale maniera ti hanno colpito fino a darti l’ispirazione per comporre un brano?

Stavo scrivendo un pezzo incentrato sulla figura dell’orco nel folklore del centro Italia, avevo condotto diverse ricerche per il testo ma sentivo che mancasse qualcosa, al che Antonio mi passò questo suo breve racconto intitolato ‘Scurtchìn’ unito con il corto di Daniele ad esso ispirato (‘Baùll’). Non so dirti cosa sia stato, ma nel giro di pochi giorni ho ultimato il testo.

L’ispirazione per O Clitumne!, invece, deriva da Lord Byron e dal poeta latino Sesto Aurelio Properzio. Anche in questo caso ti chiedo in quale modo le loro poesie ti abbiano dato la spinta per la composizione della canzone.

Quando sono ispirato da qualcosa non rifletto sul come o sul perché. L’idea per O Clitumne! è arrivata mentre ero sulle rive del fiume Clitunno (in Umbria). Mi sono imbattuto in quei versi solo successivamente, quando è stato il momento di scrivere il testo.

Quanto è importante la letteratura e l’arte per i Selvans? Quale pensi che sia il ruolo che la poesia può (o dovrebbe) ricoprire nel mondo della musica?

Sono molto importanti poiché entrambe riescono a suscitare in me sensazioni da cui poi nascono alcuni pezzi di Selvans. Molte poesie ispirano testi e molti testi sono vere e proprie poesie.

Selvans live @ Mister Folk Fest

L’idea che ci si fa ascoltando le vostre canzoni è che dietro alla “semplice” musica ci sia un gran lavoro di ricerca. In che modo ti avvicini a un certo strumento e decidi poi di utilizzarlo in qualche frangente? Ci sono forse delle realtà musicali minori o locali che ti affascinano e danno spunto per la tua band?

In modo del tutto casuale. Sono una persona curiosa e al contempo un ascoltatore di musica a tutto tondo. Succede che mentre lavoro ad un pezzo per Selvans mi venga in mente un determinato suono ascoltato anni fa e faccia di tutto per ricrearlo, oppure che commissioni degli strumenti antichi a degli artigiani per poi fare pratica su di essi da autodidatta, come successo di recente grazie alla mia amica Chiara Tesi (Tursen). Di realtà musicali minori che influenzano Selvans ce ne sono molte, ad esempio: sin da bambino ho sempre subito il fascino delle musiche sacre e profane utilizzate nei riti del folklore della mia e di altre regioni.

Tu e Fulguriator siete i Selvans, con i vari live session che vi aiutano per i concerti. Proseguirete in questa maniera oppure pensi ci sia la possibilità di allargare la line-up con gli ingressi ufficiali degli altri musicisti?

Proseguiremo in questa maniera.

Il nuovo disco dei Nokturnal Mortum è appena stato pubblicato, ti chiedo quindi di raccontare come è venuta fuori la possibilità di partecipare al tributo a loro dedicato poi finito nel box 22 Years Among The Sheep e perché avete scelto di incidere il brano Cornua Caprina (Goat Horns).

É uno dei miei pezzi preferiti e mi piaceva l’idea di dover riscrivere il testo – andato perduto – in italiano. Inviammo la nostra versione dopo aver letto il comunicato con cui aprivano le selezioni per le cover da inserire in 22 Years Amon The Sheep e loro apprezzarono molto.

Cosa dobbiamo aspettarci dal progetto Selvans per il futuro?

Un nuovo album.

Intervista: Atlas Pain

Il disco What The Oak Left dei lombardi Atlas Pain non è certo passato inosservato: buon folk metal e un’attitudine genuina e personale fin dal primo full-length non capita spesso di trovarli. Il vostro buon Mister Folk, comunque, ve li aveva già segnalati all’uscita del demo Atlas Pain (QUI la precedente intervista, anno 2014)… tre anni più tardi Samuele Faulisi e soci sono tornati con un bel disco su Scarlet Records e tante cose da raccontare…

Rinnovo i miei complimenti per il lavoro svolto per What The Oak Left e vi chiedo qual è stato il percorso che vi ha portato a realizzare il disco.

Innanzi tutto un saluto a tutti e ti ringraziamo di cuore, Fabrizio, per lo spazio concessoci. Parlando di What The Oak Left posso senza dubbio dirti che è nato e si è sviluppato lungo un processo ben studiato e pianificato. Nel 2015 avevamo rilasciato il nostro primo EP Behind The Front Page con già l’idea di considerarlo una sorta di apripista per quello che poi sarebbe stato il nostro debut album. Ci serviva solamente tempo non solo per capire quali fossero le scelte giuste riguardo i dettagli pratici, ma anche per capire esattamente come sviluppare al meglio il nostro sound, prendendo ciò che ha funzionato dal passato e farlo evolvere nel migliore dei modi. A conti fatti ci siamo riuniti e siamo entrati in contatto con i Media Factory Studios di Esine e per Marzo 2016 circa abbiamo dato il via alle danze. Fra sudore e fatica ora siamo qui a ricevere i frutti e siamo sinceri se ti diciamo che è tutto andato ben oltre le aspettative!

Come vi sentite ora che avete da poco pubblicato il disco di debutto e per di più con un’etichetta come la Scarlet Records?

Alla grande, davvero! Ogni singolo sforzo è stato e continua a essere ripagato giorno dopo giorno. E ti parliamo sia delle singole recensioni ricevute praticamente da tutto il mondo, una più bella dell’altra, ma soprattutto dai responsi in prima persona della gente e dei nostri fan, davvero unici. Firmare con Scarlet Records è stato sicuramente la prima delle grandi conquiste di questo periodo e ne è nata una collaborazione genuina e davvero piacevole. Tutti i ragazzi dell’etichetta si sono dimostrati aperti e disponibili e il rapporto creatosi è meraviglioso, siamo incredibilmente orgogliosi!

É stata la Scarlet a interessarsi a voi o siete entrati in contatto con la label facendole recapitare Behind The Front Page?

Già con l’uscita di Behind The Front Page ci siamo mossi fin da subito per cercare un’etichetta discografica. Ne abbiamo contattate davvero tante ma è stata davvero una sorpresa per noi aver ricevuto da loro la mail d’interessamento. Ricevere un messaggio da parte di una delle etichette più importanti non solo d’Italia ma d’Europa ci ha riempito il cuore di gioia! Ovviamente abbiamo subito risposto e organizzato un incontro per discutere del tutto. Passo dopo passo abbiamo proceduto con la firma del contratto per metterci al lavoro fin dall’inizio per promuovere al meglio What The Oak Left.

In quale modo descrivereste la vostra musica a un lettore che non vi conosce?

Prendendo spunto dalla tradizione pagan metal di matrice nord europea, cerchiamo di fondere gli elementi propri di uno stile estremo e unirli con la delicatezza e il calore tratto dalla musica cinematografica. Siamo sicuri che dare quel tocco in più d’espressività a riff veloci e doppia cassa continua possa contribuire ad ampliare i propri confini musicali, permettendoci di sperimentare e raggiungere nuove vette melodiche. Noi almeno ci proviamo, ah ah ah!

Nella recensione di What The Oak Left accenno ad alcune influenze e vi chiedo, quindi, quali sono i vostri ultimi ascolti e quali le band che vi hanno maggiormente impressionato e, in un certo modo, influenzato il vostro modo di suonare.

Le influenze, come tu dici, sono molteplici. Si può partire dalle più basilari e oserei dire scontate, come Ensiferum o Equilibrium, fino ad azzardare qualcosa di più moderno, magari preso da Amaranthe o i recenti Battle Beast. Diciamo che non ci poniamo dei veri e propri limiti: il genere che suoniamo è quello ed è ben definito, è vero, ma dare quel tocco di modernità in più aiuta tantissimo nell’arricchire uno stile che comunque, ai giorni nostri, rischia di risultare piuttosto statico. Se poi invece andiamo oltre al metal e cerchiamo di spaziare a 360 gradi, beh, allora possiamo citarti di tutto e di più, dai grandi compositori quali Hans Zimmer o John Williams fino a pop act degli ultimi decenni. Un po’ di catchy attitude è sempre ben accetta!

Secondo me avete una personalità molto spiccata e nonostante ogni tanto sia udibile qualche riferimento a band di prima fascia, siete riusciti a crearvi un sound d’impatto e personale. Come e quanto avete lavorato a ciò e pensate di poter e voler progredire ulteriormente?

Abbiamo lavorato tanto, proprio in sede di arrangiamento. Trovare le giuste idee per scrivere una canzone da zero, per quanto non facile, non è nient’altro che il primo step. Segue poi una costruzione e un processo di “decorazione”, passami il termine, dell’idea stessa affinché diventi qualcosa di nuovo e fresco, cercando di dare un proprio sound al tutto. Alla fine è stata proprio questa la difficoltà maggiore nel processo di songwriting di What The Oak Left ma siamo davvero felici di ciò che ne è venuto fuori. Per quanto riguarda il futuro non possiamo ancora dire molto, la sfera di cristallo è un qualcosa che ci servirebbe troppo ma ahimè non l’abbiamo, ah ah ah! Siamo però sicuri che la parola “Evoluzione” l’avremo stampata in testa tutti quanti per i giorni a venire!

Nell’album sono presenti un paio di bravi tratti dai precedenti lavori. Vuol dire che ritenete tuttora quelle canzoni valide e rappresentano il passaggio dai vecchi ai nuovi Atlas Pain?

Come detto precedentemente il nostro EP Behind The Front Page è stato un vero e proprio biglietto da visita che non solo ci ha permesso di farci conoscere ma di guadagnare veri e propri fan sia in Italia che all’estero. L’accoglienza dello stesso ci ha permesso di capire esattamente le tracce che il pubblico ha apprezzato di più e l’idea di volerle riproporre nel nostro debut album What The Oak Left è nata in maniera del tutto naturale. Riproporli però voleva dire dar loro una nuova veste, più moderna e più nelle nostre attuali corde. È per questo che, oltre ovviamente al ri-registrarli, ci siamo occupati di un vero e proprio riarrangiamento, soprattutto delle parti orchestrali. I fan di vecchia data hanno avuto modo di apprezzare il richiamo al passato e questo ci ha fatto enormemente piacere!

L’ultimo brano del cd è White Overcast Line, uno strumentale da undici minuti. Come vi è venuta questa idea in testa e qual era l’obiettivo che volevate raggiungere con una canzone del genere?

White Overcast Line è stata una vera e propria sfida sotto ogni punto di vista, proporre uno strumentale non è mai un compito facile, soprattutto della durata di undici minuti. L’idea però che volevamo comunicare può ricondursi al concetto di pittura. Volevamo esprimere pura emozione senza che il testo o la voce veicolasse l’ascoltatore in qualcosa di non spontaneo. Così come un pittore dipinge una tela bianca ispirato solamente dalla propria mente, abbiamo voluto comporre una canzone libera da ogni tipo di legame lirico e testuale. Ascoltando la musica ogni persona può ricreare un proprio mondo, fatto al 100% dalla propria immaginazione. È qua che pone le fondamenta il titolo, dove la sottile linea bianca del cielo apre un mondo senza confini e svincolato da ogni regola.

La copertina è veramente bella: avete dato delle direttive a Jan “Örkki” Yrlund oppure è stato lui a proporvi l’immagine? Ha un legame con i testi?

Ti ringraziamo di cuore Fabrizio! Jan è un gran professionista, oltre ad essere una persona squisita, e già l’idea di aver lavorato con colossi come Manowar o Korpiklaani era per noi una garanzia. Ci è semplicemente bastato comunicargli il significato del titolo, What The Oak Left, che rappresenta il passaggio dal passato al futuro, ciò che la quercia, e quindi la tradizione, passa a noi come testimone per ricreare qualcosa di nuovo. Dopo poco tempo è arrivata la prima bozza e ne siamo rimasti stupefatti, con poche indicazioni aveva fatto perfettamente centro.

Parliamo del vostro look: diverso da tutto il resto della scena e confinante con lo steam punk. Da chi nasce l’idea?

L’idea è nata un po’ da tutti ed è stata elaborata nel tempo. Stilisticamente parlando probabilmente Louie è il componente con l’attitude più vicina allo stile adottato ma è stata comunque una scelta corale. Volevamo donare un tocco di aria fresca alla scena, in parte come sfida ai canoni ed in parte per divertimento. L’idea di vestirci come dei viaggiatori steampunk ci slega da ogni tipo di tradizione e cultura e ci permette di esprimerci al meglio in ogni tematica.

Il cd è molto bello e mi chiedo se lo considerate come un punto di arrivo oppure come un nuovo punto di partenza.

Ancora una volta grazie! No, What The Oak Left non è assolutamente un punto di arrivo, anzi, è solo l’inizio di un nuovo capitolo. I mesi a venire ci vedranno impegnati nella promozione dell’album in sede live e già per la nuova stagione abbiamo un paio di sorprese che ancora non possiamo rivelare ma che speriamo possano aprirci ancora più porte. Come precedentemente detto l’enorme quantità di recensioni positive e il supporto datoci dalla critica non ha fatto altro che darci la giusta carica per affrontare tutte le future fatiche, che siano performance live oppure futuri lavori. Noi come al solito puntiamo a ponderare ogni singola mossa, senza farci prendere troppo dall’entusiasmo ma sfruttando ogni successo e fallimento per poter crescere di più. E se le cose andranno come sono andate fin ora, allora ci sarà da divertirsi!

A voi lo spazio per dire quello che vi passa per la testa. 🙂

Grazie ancora dello spazio concessoci, è sempre un piacere poter scambiare quattro chiacchiere! Mi raccomando, rimanere connessi, seguiteci su social, sito internet o dove vogliate perché continueranno ad arrivare news su news. Grazie ancora!

Intervista: Ida Elena DeRazza

Abbiamo incontrato Ida Elena grazie all’EP Native Spirit, ora è tempo di conoscerla un po’ meglio. Quella che segue è una lunga chiacchierata nella quale l’artista si è aperta e ha raccontato con sincerità della sua musica e dei molti progetti che la vedono coinvolta. Buona lettura!

foto di Chris Kissadjekian

Native Spirit è il tuo ultimo lavoro: un cd ricco di sfaccettature della musica folk e rock, con un’aurea quasi pop che rende il disco godibile fin dal primo minuto. Questo era il tuo obiettivo quando hai iniziato a lavorarci? Come definisci la tua musica?

Innanzitutto ti ringrazio per definire il disco “godibile”: questo è fondamentale per me perché il mio desiderio è che la mia musica, seppur con il proprio stile e marchio di fabbrica, possa essere fruibile dagli ascoltatori più variegati e che ognuno possa trovare la canzone in cui più si ritrova. Non sono molto brava a definire in generale, soprattutto la mia musica, ma credo che sia “una finestra su un mondo magico in cui tutti possono trovare un angolo di sano distacco dalla realtà di tutti i giorni. Un bosco incantato alle spalle di una metropoli”. Che dici, rende l’idea?

Native Spirit è composto da cinque canzoni che nonostante abbiano un filo conduttore unico sono comunque abbastanza differenti tra di loro per stile e sound. Credi sia il risultato della musica e dell’arte che ti circonda ogni giorno?

Senza dubbio! Da brava nerd quale sono, tendo spesso ad estraniarmi nelle situazioni sociali o formali e immagino tutto ciò che vedo ambientato in una fantomatica Terra di Mezzo! Ad esempio, un “party” post teatro, una situazione sociale insomma, a cui partecipai mi ispirò “Til My Last Breath”: tutti i presenti erano agghindati e squadravano chiunque passasse, come dei vampiri che osservano la preda umana. Poi arrivò il tipo dai “capelli neri e occhi zaffiro” e l’ispirazione fu completa. Mi rendo conto di avere un problema con la realtà hahah.

Il singolo The Butterfly rimane in testa fin dal primo ascolto. Il ritornello, in particolare, è davvero bello. Vuoi raccontare qualche aneddoto legato alla canzone?

Grazie di cuore! Beh, ammetto che la parte di flauto la devo al mio arrangiatore e pianista Luca Bellanova: stavamo registrando di brani per l’EP e vidi questo file nominato “irish song”. Gli chiesi “posso sentire?” ed era la melodia di flauto di The Butterfly. Dissi subito “mi dai questo pezzo che ci scrivo una canzone?”, Luca accettò e l’indomani avevo interamente scritto e composto The Butterfly! Inoltre c’è da dire che sono fissata con le farfalle, le incontro molto spesso e nelle situazioni più impensabili! Quindi, trovando un modo divertente per parlare della metamorfosi di ciascuno di noi e del fare attenzione a ciò che si desidera, venne fuori una favola un po’ dark, man mano che scrivevo la musica, veniva magicamente giù il testo!

Per The Butterfly è stato realizzato il videoclip: dove è stato girato e sei soddisfatta del risultato finale?

Il video è stato girato in un posto molto speciale a nord di Roma, le Cascate di Monte Gelato, un posto dove il tempo sembra essersi fermato e che sembra uscito da un libro di Tolkien! Una natura quasi totalmente incontaminata, tra boschi, sorgenti in cui le farfalle e le libellule vengono ad abbeverarsi e in cui puoi trovare anche volpi e cinghiali! Inoltre, non molto lontano c’è un paese medievale che sovrasta una vallata chiamato Calcata, un paese di quasi soli artisti ed artigiani (ex comunità hippy ma non così tanto ex) dove girai il video per The Ballad Of The Silver Dressed Lady con Albert Dannenmann (regia di Giulia Carla de Carlo). The Butterfly (diretto da Francesco Garritano) è un video estremamente poetico in cui il regista ha colto pienamente la filosofia che volevo rappresentare: un mondo fantasy ma reale e con una sua morale. La scena finale (ispirata a Ophelia, ovviamente) mi è costata tremori e gelo nelle ossa per giorni (trenta minuti nell’acqua ghiacciata… il posto di chiama monte gelato, mica monte calduccio) ma il risultato è stato eccezionale e di grande effetto. Sono pienamente soddisfatta!

Folliapoesia è l’unica canzone dell’EP in italiano. Da dove nasce l’idea e pensi di inserire altri brani nella nostra lingua nel prossimo lavoro?

Scriverei molto più spesso in italiano, se non fosse così dannatamente complicato! Scrivere un bel testo in Italiano è molto ostico per me nonostante sia la mia lingua madre, perché le canzoni che compongo hanno linee melodiche molto distese e “smooth” (di nuovo non mi viene il termine in Italiano) e una lingua come l’italiano, con i suoi termini così lunghi e l’impossibilità stilistica di abbreviare le parole, non vi si presta molto. Quando riesco, però, ne sono felicissima! Anche in The Ballad Of The Silver Dressed Lady c’è un inserto in italiano e in Artemis (brano contenuto nel nuovo album dei Bare Infinity The Butterfly Raiser) c’è una preghiera Wicca in Italiano. Insomma, dove posso lo metto, e agli ascoltatori stranieri piace molto!

Nella tua band suona Albert Dannenmann; sicuramente in molti ricorderanno il suo lavoro con i Blackmore’s Night. Vuoi raccontarci come vi siete conosciuti? Qual è il suo apporto alla tua musica?

Albert è uno degli incontri che hanno cambiato la mia vita musicale e personale (negli anni e diventato uno dei miei migliori amici!). Ci siamo incontrati per la prima volta a Brescia a un concerto dei Blackmore’s Night nel 2009 e ancora una volta nel 2011 in Germania (sempre a dei concerti dei Blackmore’s Night). Questa seconda volta però gli avevo scritto una e-mail dove gli dicevo che avevo scritto un pezzo ispirato da lui (The Ballad Of The Silver Dressed Lady) e gli chiedevo se gli interessasse suonarlo. Dopo il concerto m’invitò a suonare con lui e con gli altri musicisti della band in session a un pub e lui mi disse che era interessatissimo a collaborare. Da lì in poi cominciarono le nostre collaborazioni, prima con i Cantus Lunaris, poi con il nostro duo Fairy Dream fino alla collaborazione con la grande casa di produzione di colone sonore per il cinema e la tv Karmaloft. Ora, con un po’ d’esperienza in più, mi sto buttando anche nella carriera solista e, come sempre, so di poter contare sulla grande amicizia e l’ispirazione datami da Albert!

A marzo uscirà il nuovo disco dei greci Bare Infinity, The Butterfly Raiser. Della band tu sei la cantante, mi chiedo quindi come sei finita a cantare in una metal band greca

Per le millemiglia della Vueling? Hahah! Ho sempre voluto cimentarmi con il metal, da quando cominciai ad ascoltare Nightwish e Within Temptation (caso strano, musica medievale e folk e metal sembrano andare sempre più d’accordo) e tre anni fa vidi sponsorizzata sulla home page di Facebook la notizia che i Bare Infinity cercavano una nuova cantante e soprattutto cantautrice. Io risposti quasi per gioco dicendo “si vabbè, stanno in Grecia, figurati se mi rispondono”. Non solo Tomas, fondatore e chitarrista della band, mi rispose, ma si disse molto entusiasta del mio modo di cantare e di scrivere. Cosi, andai ad Atene a incontrarlo e in due ore avevamo già deciso che ci eravamo scelti! A proposito di The Butterfly Raiser, è il perfetto risultato tra la collaborazione tra me e Tomas: scrivere questo disco è stato facilissimo perché noi due siamo molto diversi ma complementari, quindi qualsiasi idea sia nata da me, veniva valorizzata da lui e viceversa. Anche qui c’è una collaborazione di Albert al flauto sul brano più celtico di tutti, Artemis! Questo è un album che consiglio a tutti coloro che amano la fusione tra il folk, il sinfonico e il melodic metal!

Citi più volte il folk metal e il celtic per descrivere le sonorità dei Bare Infinity. Ti chiedo quindi cosa è per te il folk metal e in quale maniera la band è cambiata con il tuo approdo.

Per me il folk metal è il sottogenere del metal che preferisco e non ne ho mai fatto un mistero! Amo le sonorità che vengono dal passato perché continuano a far parte della nostra eredità culturale. Amo molto il risultato che si ottiene mettendo insieme una gaita galiziana o una cornamusa tedesca, ma persino la nostra zampogna (stare a contatto con Albert Dannenmann e suonare in tutti questi festival medievali mi hanno fatto fare una cultura ahah) e dei power chord in distorsione mentre basso e batteria (rigorosamente doppia cassa) prepotentemente preparano una sezione ritmica stile “cavalcata” (non la chiamo io così eh!). È come essere chiamati alle armi da Odino stesso ahah! Seriamente, il mio provenire dalla scena celtic e folk (ma anche dal musical, dove sono diventata drogata di spettacolarità e sonorità avvolgenti, da surrounding appunto) credo che abbia portato la band in una direzione più fantasy, più sognante e meno “romance” (direzione dove molte delle gothic band si spingono… io non so scrivere canzoni d’amore, sigh). Se ne volete un assaggio: Artemis, The Butterfly Raiser e The Sword, The Stone And The Wolf dal nostro nuovo album The Butterfly Raiser vi daranno la prova di ciò che dico, ma anche Sands Of Time, l’assolo lo fa il bouzouki! Direi che anche la musica greca è folk, o no?

Cosa ti piace dell’heavy metal? Sei soddisfatta della tua carriera in questo mondo?

Tendo a preferire sicuramente l’ambiente melodico, etereo e cinematico del mondo metal, ovviamente perché non lascio mai il mio bosco degli elfi J Spero di avere una mia identità in questo ambiente e che questo possa portare un tratto distintivo in più anche alla mia band.

Quali sono i/le cantanti che in ambito metal più apprezzi? Sono anche curioso di sapere i nomi dei cantanti che apprezzi al di fuori del rock…

Senza dubbio Amy Lee: cantante dalla grande personalità e compositrice dallo stile inconfondibile. Credo abbia ispirato molte della mia generazione e quelle dopo. Al di fuori del rock e del metal, Loreena McKennitt è il mio grande punto di riferimento, così come Enya. Inoltre, pur non avendo niente in comune con lei, apprezzo moltissimo Lady Gaga: quando si spoglia dei vestiti eccessivi e degli arrangiamenti appiattenti pop, troviamo un’artista di grande spessore e una pianista eccellente!

Native Spirit è uscito da pochi mesi ma credo che starai già pensando al prossimo passo: puoi anticipare qualcosa?

Ehehe, ovviamente. Sto già componendo i brani che verranno dopo e diciamo solo che vado a passeggiare nel bosco che ho di fronte casa tutti i giorni per trovare l’ispirazione. La mia casa discografica Maqueta Records avrà ancora più cose su cui lavorare prossimamente! A proposito, Native Spirit è adesso disponibile su Amazon di tutta Europa, e abbiamo stampato le t-shirt con la farfallina (non quella di Belen) del mio logo con scritto “come run with me”: la Native Spirit t-shirt.

Grazie per l’intervista, concludi tu come preferisci 🙂

Prossimamente sarò in Cornovaglia al “3 Wishes Fairy Festival” con Albert (formazione Fairy Dream) il 17 e 18 Giugno, con il mio progetto solista (ma Albert ci sarà comunque) al festival vichingo Fjallsteinn Vikingr Fes di Montelanico (RM) il 1 luglio prossimo e al favoloso Festival Fantasia si cui sono anche testimonial (non me la tiro giuro, useranno la mia foto come poster) di Schierke, Germania, il 29 e 30 luglio. Altri eventi saranno, spero, annunciati a breve su Facebook e su tutti i social. Grazie a voi!!! E spero di vedervi presto. Un abbraccio dalla vostra heavy metal creature of the forest 😉