Intervista: Atavicus

Anni di attesa e impazienza sono stati ben ripagati: dopo l’EP Ad Maiora gli Atavicus si sono fatti conoscere sui palchi di locali e festival, ma nuova musica arrivava col contagocce: un paio di singoli appena, giusto quel qualcosa per far salire ancora di più la curiosità. E poi eccolo, Di Eroica Stirpe, potente e fiero, il giusto debutto per una band che fa dei muscoli e dell’epicità i propri punti di forza. Il cantante/chitarrista Lupus Nemesis ha risposto alle mie domande, buona lettura!

La prima domanda è anche la più scontata: perché abbiamo dovuto attendere cinque anni per avere il successore di Ad Maiora?

É stato un lavoro molto lungo, intervallato da non pochi imprevisti, impegni e vicende personali di vario tipo.
 Tutte queste cose, sommandosi, hanno portato a tempi tanto lunghi, ma del resto “l’attesa accende gli animi”!

Cinque anni vogliono dire anche maturazione artistica, nuovi input e a volte una visione musicale diversa per una serie di fattori. Come e quanto sono cambiati gli Atavicus in questo lasso di tempo?

In cinque anni si ha la possibilità di maturare molto, si ampia il proprio bagaglio musicale e culturale e si sperimentano nuove sonorità, ma più che di cambiamento parlerei di evoluzione.
 Gli Atavicus non sono una band stagnante in se stessa, ci sarà sempre spazio per evolversi e sperimentare ancora.

La prima che si nota ascoltando il disco è che le parti “estreme” sono ancora più violente e veloci, mentre le aperture melodiche e i cori si son fatti più epici. Avete lavorato molto su questi aspetti?

Il lavoro è stato molto ma è stato fatto in modo del tutto naturale seguendo istinto e ispirazione, non una nota è stata frutto di forzature stilistiche o imposizioni studiate a tavolino.
 Avevamo promesso esattamente questo: più estremi laddove si ha bisogno di violenza e più epici dove invece si ricerca melodia, pathos e apertura.

La produzione è all’altezza della situazione e il suono è pulito ma non snatura l’attitudine degli Atavicus. Dove avete registrato e siete soddisfatti del risultato finale?

Abbiamo registrato il disco nel nostro Genxia Studio, mentre invece mix e master sono stati affidati al nostro estremamente competente amico No1 e al suo H.C.C. Project Studio. 
Il risultato finale è esattamente ciò che volevamo e siamo certi che non avrebbe potuto essere migliore di così, quindi sì, siamo molto soddisfatti.

La copertina è realizzata da un vecchio amico come Svafnir. In quale modo si è giunti alla copertina finale?

Mi sento di dire senza alcun dubbio che sia un capolavoro, Augur Svafnir ha dato il meglio di sé realizzandola seguendo le linee del concept e i testi dei brani che gli abbiamo fornito.
 Ha fatto subito centro e ci ha conquistato con le sue rappresentazioni di ciò che l’album va poi a raccontare in musica.

Quale canzone vi rappresenta meglio e quale, invece vi ha dato “problemi” durante la composizione?

A loro modo tutte le canzoni ci rappresentano essendo state composte in momenti e fasi diverse, ognuna è voce di una parte di noi e nel loro insieme, forniscono un quadro completo di quello che sono gli Atavicus. Non abbiamo avuto grossi problemi nella composizione, ci sono solo stati brani che hanno richiesto maggior tempo e attenzione in quanto dovevano essere gestite e arrangiate oltre alle chitarre, alla batteria e alle voci, anche tutte le sezioni orchestrali.

Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre: devo dire che soprattutto la parte iniziale è un pugno allo stomaco. Cosa volete dire agli ascoltatori con questa canzone e soprattutto con il pianto iniziale?

Potremmo fare un’intera intervista soltanto per questo, ma cercando di essere brevi, si può dire che è un brano tra i più particolari dell’intero disco, tratta di una leggenda antichissima a noi molto cara che narra di come la Dea Maja morì di stenti e dolore in seguito alla perdita del figlio ferito in battaglia. I due saranno sepolti sulle montagne simbolo della nostra terra alle quali daranno così nome di Majella e “Gigante Addormentato”(Gran Sasso)
. Il pianto straziante che apre la traccia, altro non è che il canto disperato di una madre che cadendo nel sonno eterno, si ricongiunge finalmente a suo figlio.

Safinim dura quasi undici minuti e devo confessare che un brano del genere (lunghezza e songwriting) è una bella sorpresa. Sono curioso di sapere come è nata e come siete giunti a realizzare una canzone del genere.

Safinim è la vera sintesi della collaborazione tra me e Triumphator, in questo brano abbiamo voluto fondere le idee di entrambi non optando per una selezione che avrebbe portato a cinque o sei minuti di musica, ma di elaborale, migliorarle e arrangiarle tutte per ottenere una traccia che volevamo fosse il simbolo della nostra collaborazione.

Qualche anno fa avete registrato una bellissima cover de L’Aquila E Il Falco dei Pooh e devo dire che ho sperato di trovare una cosa del genere nel nuovo disco, magari come bonus track o ghost track. C’è la possibilità che facciate qualcosa del genere prossimamente oppure quella cover rimarrà un caso isolato?

Tutto è possibile e nulla è detto, Atavicus vuol dire anche questo e quindi sì, la possibilità è concreta, abbiamo già diverse idee su cosa proporre in un futuro più o meno prossimo!

Sembra che alla gente sia piaciuta la definizione “metal coatto”: vi ci ritrovate in queste due parole? In fondo la vostra musica è cazzuta, ma anche un po’ coatta e ignorante, chiaramente sempre in termini positivi.

Ci fa piacere se chi ci segue e ascolta usi termini “identificativi” per parlare di noi. Che sia coatto, cazzuto, ignorante o altro, ciò che più conta per noi è che la gente ascoltando un nostro pezzo possa essere in grado di dire “questi sono gli Atavicus, li riconosco”!

Il disco esce sotto Earth And Sky Productions, una giovane etichetta italiana che si sta facendo conoscere a suon di buone uscite. Come siete arrivati all’accordo?

Siamo stati contattati dalla Earth And Sky che ci ha subito avanzato una proposta molto interessante che abbiamo voluto cogliere. 
L’etichetta seppur giovane si muove con devozione e determinazione e non possiamo che ringraziarla infinitamente per aver scelto di credere in noi!

Gli Atavicus sono molto legati alla propria terra, ma sarebbero la stessa cosa se fossero provenuti dal Veneto o dalla Calabria, invece dell’Abruzzo?

Gli Atavicus esistono perché esiste l’Abruzzo.
 Fossimo stati generati da un’altra terra, non saremmo stati gli Atavicus, probabilmente sarebbe esistita una band ugualmente devota e innamorata della propria terra e storia, ma non Atavicus.

Con il disco finalmente fuori potete smettere di rispondere alla domanda “quando esce il nuovo cd?” e magari pensare a promuoverlo in giro per i palchi. Cosa faranno gli Atavicus nei prossimi mesi?

Stiamo preparando diverse soluzioni per i tempi a venire, non credo tarderemo molto a presentarvi ulteriori novità, anche per quanto riguarda l’attività live. (l’intervista è stata fatta prima dell’emergenza Covid-19, ndMF)

Grazie per avermi concesso l’intervista… chiusura scontata: dovremo attendere altri cinque anni per il prossimo cd degli Atavicus?


Grazie a te per averci offerto questo spazio!
 Ci auguriamo di potervi dare il successore de Di Eroica Stirpe in tempi molto più brevi, ma l’obiettivo primario resta quello di dare e ottenere il massimo da noi stessi e dalla nostra musica, seguendo l’ispirazione e il suo flusso naturale, senza in realtà badare troppo a restare stretti coi tempi. 
Ci vorrà soltanto il tempo necessario!

Intervista: Kyn

Una band che arriva al debutto con un sound già forte e personale? In aggiunta in un contesto come quello pagan folk, ovvero fortemente legato alla musica tradizionale? Con musicisti esperti e una buona dose di idee si può fare, ed ecco che Earendel è un buon disco, diverso da tutto il resto della scena. Eppure i Kyn possono fare ancora di più e noi di Mister Folk non vediamo l’ora di assistere a un loro concerto. Per saperne di più sulla band, sui testi e su cosa faranno nel 2020, abbiamo intervistato la frontwoman Ida Elena, già passata su queste pagine diverse volte: buona lettura!

Ciao Ida Elena, partiamo dall’inizio con la fondazione del gruppo, la scelta del nome e soprattutto cosa vi ha spinto a suonare la musica che grazie a Earendel ora gira negli impianti audio degli appassionati?

Ciao a te ed a voi che leggete! La fondazione del gruppo nasce da un’esigenza di ampliare le sonorità della musica che scrivo ed insieme a Gino Hohl (Kel Amrun) abbiamo iniziato io a scrivere e lui ad arrangiare. Non ci bastava però! Le canzoni si orchestravano sempre più e necessitavano di strumenti e vocalità ben precise, che a noi mancavano. Ho pensato allora di chiedere ai già miei compagni di armi nei Fairy Dream Albert Dannenmann (Blackmore’s Night) e Heiko Gläser (Tinnitus Brachialis) ed hanno subito sposato il progetto. Mancava ancora qualcosa però: a quel punto, ho messo un annuncio su “Musicisti medievali in Germania” ed in nemmeno 5 minuti due dei musicisti che avrei sempre voluto avvicinare ma non avevo mai osato, mi hanno scritto perché subito interessati, ovvero Anja Novotny (The Dolmen) e Dirk Kilian (Triskilian). Tutti polistrumentisti pazzeschi e super motivati, abbiamo registrato l’album in un mese e mezzo! Però mancava un mastermind, qualcuno capace di dare un gran suono a tutto questo. Ho girato il nostro progetto al mio compagno di metal Tomas Goldney (Bare Infinity) che si è non solo mostrato super entusiasta, ma ha deciso anche di rappresentarci come label, la Blackdown Music! Inutile dire che il suo lavoro è stato pazzesco! Quando abbiamo sentito il master non potevamo crederci! Venendo al nome, beh, ho chiesto al mio amico Jarl dei Valhalla Viking Victory, come si dicesse “eredità” in Old Norse, e mi ha suggerito Kyn. Non ho avuto bisogno di sentire altro, anche perché ho avuto l’appoggio della mia amica, nonché consigliera già nota ai lettori, Pamela Ceccarelli, in arte Ixia, che è di gusti molto difficili!

Earendel è il disco di debutto, eppure già suona personale e diverso dal resto della scena. Quali sono le realtà che vi hanno influenzato a livello musicale e quali, invece – se ce ne sono – vi hanno spinto verso la sperimentazione?

Ti ringrazio! Beh, suonando musica medievale da tanti anni, sia io che i miei compagni, abbiamo sentito la necessità di osare, di tentare una strada meno battuta o completamente vergine, anche rischiando che questo lavoro potesse non essere ben accolto dai fan del genere. È stato fondamentale collaborare con Tomas che invece non ha un orecchio abituato alla musica medievale e ci ha aiutato ad aggiustare il tiro. In generale però, sia io che Gino siamo fan dei Dead Can Dance e dei Rammstein e abbiamo pensato: che succederebbe se si incontrassero?

Stilisticamente cercate di portare delle nuove sonorità in un genere che in linea di massima cerca di suonare sempre simile a se stesso. Come avete maturato questa decisione? Siete soddisfatti di quanto realizzato fino a questo momento?

Come dicevo prima, la voglia di novità rispetto alla nostra esperienza fino ad oggi, ci ha spinto a tentare questa strada. Siamo contenti del risultato, ma ci piace migliorare e spingerci sempre oltre, perciò mi sento di dire che il nostro lavoro migliore non lo abbiamo ancora composto!

Siete una band formata da musicisti che non vivono nello stesso paese, ti chiedo quindi in quale modo vi organizzate per le prove e per scrivere le canzoni.

Le canzoni le scrivo principalmente io, anche se spero che dal prossimo album in poi la composizione possa essere molto più corale (ovviamente rodando il lavoro di squadra, questo avverrà sempre di più). Per le prove, siamo tutti professionisti e quindi non è facile trovare dei fine settimana liberi per tutti, ma alla fine, quando riusciamo ad organizzarci, proviamo tre giorni filati! Ci fidiamo l’un dell’altro e questo aiuta il lavoro individuale e poi quello di squadra.

Come descriveresti la musica dei Kyna una persona che ancora non ha avuto modo di ascoltarvi?

Kyn è il bimbo mai nato dal matrimonio dei Rammstein con i Dead Can Dance ahahah! Scherzi a parte, Kyn parte dalle fondamenta della cultura pagana, anche grazie alla riscoperta delle nostre leggende (è stato fondamentale per me partire dalle leggende siciliane e unirle al nord Europa, anche perché la Sicilia è stata dominata dai mori, ma anche dai normanni e dagli Staufer, che erano tedeschi) e si evolve nella musica moderna tramite l’elettronica. Questi due generi sono molto diversi tra loro ma hanno in comune il potere dell’estasi, della trance, quando sono al loro apice. Speriamo di esserci riusciti!

Unire il nord Europa con il sud Europa è uno dei vostri obiettivi, e devo dire che ci siete riusciti bene e con personalità. È stato difficile farlo oppure, data la bravura e l’esperienza dei musicisti, è stato un processo naturale?

Per me è stato un piacere cercare di rendere giustizia alla contaminazione tra questi due mondi perché in fin dei conti è ciò che avviene anche in questa band: sono la sola italiana in un gruppo di tedeschi che considero tra i migliori in Germania. Poi abbiamo lo Svizzero che è neutrale ahahah! Ma anche lui in quanto a bravura non scherza!

Parliamo dei testi: quelli in italiano sono chiaramente comprensibili e alcuni funzionano davvero bene come La Leggenda Di Colapesce. Ti chiedo invece di raccontarci di cosa parlano le varie Kyn e Herr Mannelig.

Ti ringrazio, in pratica La Leggenda Di Colapesce si è scritta da sola! Ero come in trance mentre scrivevo. Per la parte in tedesco mi ha aiutata Anja perché avevo il terrore di scrivere corbellerie. Kyn parla delle donne, dell’esigenza di non essere più messe in disparte in un mondo governato dagli uomini e di trovare la forza nelle nostre radici, come le donne vichinghe ad esempio, che nella società vichinga non erano affatto messe in disparte, anzi! Herr Mannelig è una sorta di soap opera medievale! C’è questa strega/troll che vuole conquistare questo bell’uomo grazie al suo denaro e lotta contro di lui, povero malcapitato (come potete sentire nell’intro). Ci riuscirà? Lo scoprirete nel prossimo episodio di Kyn, la serie!

Alcuni brani presentano un cantato in doppia lingua. È una scelta legata alla “musicalità” oppure è per esprimere meglio un concetto?

Diciamo che per alcuni brani era quasi obbligatorio, come quando comincia a cantare il re in Colapesce, Federico II che era tedesco. Oppure Fata Morgana, leggenda Arturiana (che perciò canta in inglese) ambientata in Sicilia. Ho voluto esplorare maggiormente la mia lingua, l’italiano, ma siccome si tratta di un progetto corale, è giusto che l’inglese sia predominante in modo da essere chiaro ciò che cantiamo a tutti noi della band.

Ora che il disco è fuori lo porterete sui palchi europei? Ci sarà un tour o una serie di date selezionate? Anche in questo caso, quanto è difficile organizzare persone distanti tra loro migliaia di chilometri per poter salire sul palco?

Ci stiamo ancora assestando per i live: è un progetto molto ambizioso e vogliamo dare il massimo nei concerti, che saranno dei veri e propri show, ma non voglio dire di più. Diciamo solo che il prossimo anno ne vedrete delle belle!

Sei un’artista molto impegnata e tra progetto solista e band sei sempre al lavoro. Cosa farai nei prossimi mesi musicalmente parlando?

Ci provo! Nei prossimi mesi sarò impegnata con i concerti solisti di Natale e con i miei progetti acustici con Fairy Dream, Gino Hohl e la straordinaria polistrumentista e cantante svizzera Adaya, perlopiù tra Svizzera e Germania. Da gennaio in poi, daremo full gas con le prove dei Kyn! E ci saranno delle sorprese!

Ti ringrazio per la disponibilità, vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori di Mister Folk?

Grazie a voi, intervista molto interessante come sempre. Vorrei solo dire che è importante credere in ciò che si fa, anche quando si ha la sensazione che le altre persone storceranno il naso: è proprio allora che stiamo facendo bene!

Intervista: ShadowThrone

Gli ShadowThrone tornano a farsi sentire con il secondo disco, edito dall’olandese Non Serviam Records, dal titolo Elements’ Blackest Legacy. Rispetto al debutto Demiurge Of Shadow di due anni fa alcune cose sono cambiate, a partire dalla line-up: fuori il cantante Serj Lündgren e il bassista Emanuele Lombardi, dentro Zilath Meklhum (ex Voltumna) alla voce. La copertina, con uno stile più violento, sia per soggetto che per colori, rispetto a quella gotica/romantica del debutto, lascia presagire un sound rinnovato e più diretto, ed è proprio così. Le orchestrazioni classiche ed eleganti hanno lasciato spazio a synth e suoni freddi, con la base musicale che è sempre black metal, ma ora più brutale e cattivo. Ascoltando i due lavori in sequenza si riconosce lo stile della band, e l’evoluzione non poi così eclatante, ma al primo ascolto di Elements’ Blackest Legacy si rimane sorpresi. Le canzoni sono crude e tirate, funzionano bene sia nei momenti più estremi che in quelli più “ragionati” (Black Dove Upon My Shoulder), con la bravura dei musicisti che non fatica a venire a galla. Tra tutte le composizioni (undici per un totale di oltre sessanta minuti) spicca facilmente L’Autunno Di Bacco, oltre per il titolo e il testo in italiano, per una ricerca melodica che porta alla memoria i dischi symphonic black metal della seconda metà degli anni ’90. La voce di Zilath Meklhum è teatrale e profonda, sembra di ascoltare un arcaico canto pagano prima dell’ingresso dei synth e delle chitarre elettriche che portano alla conclusione del disco rappresentato da Faded And Cold Humanity.

Questo degli ShadowThrone è un ottimo disco di black metal diretto e potente (anche grazie all’ottima produzione “moderna”. Del mix e del mastering se n’è occupato Riccardo Studer, il quale è apparso su queste pagine con Stormlord, Dyrnwyn e La Janara), con orchestrazioni e synth a rendere vario l’ascolto e, soprattutto, composto da canzoni che non passano di certo inosservate. Troppi spunti e curiosità da togliersi per non intervistare la mente e leader della band, il chitarrista Steph, ecco quello che ci siamo detti:

Partirei domandandoti del cambio di cantante: via Serj Lündgren, sostituito dall’ex Voltumna Simone Scocchera, in arte Zilath Meklhum.

Innanzitutto ringrazio Mister Folk per l’intervista. Zilath Meklhum è entrato negli ShadowThrone poco prima delle sessioni in studio del nuovo album. È stato un momento delicato perché sia Emanuele Lombardi (basso) che Serj Lundgren (voce) avevano deciso di dedicarsi ad altri progetti mentre con gli ShadowThrone avevamo abbastanza materiale per un nuovo disco. Facemmo girare la notizia che eravamo alla ricerca di un nuovo cantante attraverso una serie di post sui social. Ci fu abbastanza attenzione ed ascoltammo alcune demo che avevamo ricevuto, compresa quella di Zilath. Avevamo avuto modo di suonare con i Voltumna in più occasioni ed eravamo al corrente delle esperienze live e in studio che Zilath aveva acquisito con la sua precedente band.

Dopo il cambio di cantante è arrivato il secondo disco, Elements’ Blackest Legacy. Con la nuova line-up è cambiato qualcosa nella fase di creazione?

Quando Zilath è arrivato avevamo tutto il materiale pronto tranne alcuni testi che erano rimasti incompiuti o andavano rivisti. Possiamo dire che Elements’ Blackest Legacy era già stato in gran parte “creato”. Non avevamo molto tempo perché le sessioni di registrazione sarebbero iniziate a breve quindi aveva un bel lavoro da svolgere sulle linee vocali. Siamo rimasti stupiti dal risultato. Inoltre in studio abbiamo notato che aveva uno scream ottimo quanto il growl e ci siamo ritrovati a poter usare entrambi gli stili vocali, cosa che ben si nota ascoltando l’album. Direi che rispetto ai brani di Demiurge Of Shadow siamo migliorati in un tempo abbastanza breve, forse dettato da alcuni errori e lacune che non avevamo notato nella creazione del primo album.

Musicalmente il nuovo Elements’ Blackest Legacy suona più violento e feroce di Demiurge Of Shadow. Era questo l’obiettivo che volevate raggiungere quando avete iniziato a lavorare sui nuovi pezzi?

Demiurge Of Shadow ha un suono più vicino al symphonic black metal degli anni ‘90 che io preferisco, molto probabilmente perché era quella l’intenzione, ma avevamo trascurato alcuni aspetti come ad esempio la durata dei brani. L’album, se da una parte aveva ricevuto critiche abbastanza positive per essere il primo lavoro della band, dall’altra veniva sottolineato come un lavoro un po’ “timido”. Questo ultimo aspetto ci ha portati a scrivere nuovi brani quando ancora Demiurge Of Shadow era in fase di promozione. Volevamo materiale che racchiudesse le influenze principali come il black metal in primis, il death e il trash metal, con il tentativo di creare una dimensione più personale. Non so se sia stata una scelta giusta perché credo che rimanga ai margini del black metal molto probabilmente come fonte di ispirazione. Avevamo l’obiettivo di fare un nuovo album senza aspettative di alcun genere .

Le chitarre sono semplicemente feroci. In cosa è cambiato l’approccio per il nuovo disco?

Non saprei, credo che lo stile non si sia allontanato molto dal precedente album, ma semplicemente abbiamo curato l’esecuzione e abbiamo investito su una produzione che mettesse in risalto il riffing piuttosto che la parte sinfonica. Elements’ Blackest Legacy contiene brani molto più cupi e meno epici rispetto a Demiurge Of Shadow, con passaggi che vanno dal black metal al death. Non ci siamo messi a tavolino a studiare come fare questo o quello per attirare chissà quale attenzione, ma semplicemente è avvenuto in modo naturale.

Le parti orchestrali sono molto importanti e quando fanno il loro ingresso riescono sempre a dare quel qualcosa in più senza però rubare i riflettori agli altri strumenti. Queste parti nascono in un secondo momento, dopo che i riff e la struttura già esistono? In quale maniera lavorate per creare le melodie e i tappeti di tastiera?

Le parti sinfoniche sono state scritte tutte da me per entrambi gli album nonostante la mia ignoranza in tema di orchestrazioni. Nella fase di creazione è l’ultimo tassello che vado a collocare, facendole girare intorno ai riff di chitarra. In Demiurge Of Shadow avevamo usato dei suoni classici del symphonic black metal mentre per il nuovo album c’era qualcosa che non mi convinceva. Non volevo il solito tappeto di violini, viole, ensemble ecc.. Personalmente credo che gli album metal da colonna sonora abbiano conosciuto la loro alba ed il loro tramonto. Sentivo il bisogno di entrare in una dimensione più pura e silenziosamente apocalittica come qualcosa di asettico e siderale e per rendere reale la visione non feci altro che sostituire le classiche orchestrazioni con suoni synth ed elettronici come avevano sperimentato in precedenza Limbonic Art o Samael.

In L’Autunno Di Bacco utilizzate la lingua italiana e il risultato è secondo me favoloso. Il brano si tinge d’epicità e viene voglia di ascoltarla più volte di seguito. Come nasce la canzone e pensate di utilizzare l’italiano anche in futuro?

Adoro L’Autunno Di Bacco perché in quel brano semi strumentale ho voluto imprimere le sensazioni che provo quando, nel tempo libero, dedico intere giornate ad escursioni tra le montagne della mia zona . Nella versione primordiale aveva un finale eseguito da un gruppo folkloristico locale con strumenti etnici ciociari. Questo perché spesso leggevo che gli ShadowThrone provenivano dalla capitale, a causa dei miei precedenti nei Theatres Des Vampires ed allora volevo usare L’Autunno Di Bacco come risposta per identificare la nostra origine ciociara. Ovviamente eliminammo la parte folk del brano aggiungendo alcuni versi de Inno A Bacco da Callimaco, grazie anche all’epica interpretazione di Gianpaolo Caprino degli Stormlord. È una traccia molto personale e quindi ho voluto darle anche un’impronta di italicità con versi recitati in italiano, cosa che non mi dispiacerebbe ripetere in futuro.

Faded And Cold Humanity è un pezzo insolito per voi e chiude in maniera inaspettata Element’s Blackest Legacy: era questo l’effetto che volevate dare?

Faded And Cold Humanity non è altro che la trasposizione sintetica di Faded Humanity contenuta in Demiurge Of Shadow. Volevamo chiudere l’album con una traccia “silenziosa” ed atmosferica che allontanasse l’ascoltatore conducendolo in mondi artici e privi di vita.

Il nuovo disco quasi raddoppia in durata il debutto Demiurge Of Shadow (togliendo intro e outri): non temete che l’ascoltatore possa “perdersi” dopo i primi 7-8 brani?

Non riesco ad esprimermi al riguardo, credo che debba basarmi sulle recensioni. Non penso che un lungo album abbia mai ucciso qualcuno. Personalmente ascolto album molto più lunghi senza mai annoiarmi, anzi, addirittura li riascolto da capo una volta terminati. È tutto individuale, ci sono album che vorresti non finissero mai . Non so se sia questo il caso ahah.

Il cd esce per la Non Serviam Records: in che modo è nata la firma e come vi state trovando?

Alla fine delle registrazioni, come tutte le band avevamo il promo da inviare alle etichette se volevamo dargli un’alba. Abbiamo contattato decine di etichette, alcune oneste ed altre molto meno, alcune interessate ed altre che neanche hanno risposto. L’olandese Non Serviam Records rispose con entusiasmo all’ascolto del promo di Element’s Blackest Legacy. Conoscevo la Non Serviam Records perché aveva prodotto The Canticle Of Shadows dei Darkend e ne avevo sentito parlare molto bene. Ma l’aspetto importante è stato che aveva ascoltato il promo più volte trasmettendoci l’entusiasmo di chi ama fare il suo lavoro. La Non Serviam Records fa parte di quelle etichette oneste che agiscono accrescendo il valore del tuo lavoro. Siamo orgogliosi di aver consegnato Elements’ Blackets Legacy nelle loro mani, visto anche l’aspetto promozionale che stanno portando avanti .

Riccardo Studer è una sicurezza e ogni gruppo che lavora con lui ottiene un gran risultato. Come vi siete trovati a lavorare con un professionista giovane ma già affermato?

Lavorare con Riccardo è stata un’esperienza utile e di totale relax che ha inciso non poco nella riuscita dell’album. Studer ha messo a disposizione i suoi consigli e la sua esperienza negli Stormlord e non sono mancati momenti di confronto e di discussione sulla musica in generale. È molto importante entrare in studio e sapere cosa si vuole. Come detto in precedenza mi ero occupato delle parti orchestrali pur non capendo nulla di composizione e Riccardo ha avuto il compito di correggerle, sistemarle e in alcuni casi riscriverle. Gli spiegai cosa avevo in mente per la parte sinfonica, che non erano le colonne sonore di Pirati Dei Caraibi o Il Signore degli Anelli. Fu abbastanza divertito perché era una richiesta strana e che usciva un po’ fuori dai canoni dei suoi studi musicali. Ha fatto un buon lavoro.

Anche la copertina, rispetto al debutto, è più “cattiva”: una scelta che va a braccetto con la musica? Come si è svolta la collaborazione con Néstor Avalos?

Volevamo un artwork che rispecchiasse Elements’ Blackest Legacy ed eravamo alla ricerca di un buon artista. Abbiamo notato i lavori di Nestor Avalos su di un sito web che si occupava dei migliori graphic designer nell’ambito metal e lo abbiamo contattato. Nestor ha lavorato per band come Dark Funeral, Rotting Christ, Valkyria e Moonspell. Piuttosto che dargli delle direttive precise gli abbiamo inviato il promo dell’album lasciandogli carta bianca in modo da creare le sue sensazioni ed ha fatto un ottimo lavoro. I colori alla base dell’artwork hanno una tonalità calda che si raffredda salendo verso il picco della montagna composta da teschi ed elementi morti, fino a sprigionare un flusso dalle tinte gelide.

Parliamo di concerti. Una band del centro Italia ha meno possibilità di esibirsi rispetto ai gruppi del nord? Vi sentite parte di una scena?

Quello del discorso su una presunta scena italiana è un argomento intricato e interessante. Posso esprimere il mio personale parere che magari non rispecchia quello degli altri membri. Personalmente non mi interessa far parte di nessuna scena. Non mi preoccupa neanche il discorso dell’underground perché spesso trovo associati a questa definizione alcuni concetti veramente stupidi ed insensati. Mi interessa soltanto creare senza dover necessariamente collocarlo in un settore specifico. Trovo che in Italia ci siano pochissime band interessanti e le ragioni sono molteplici. Mi piace tenere contatti con queste realtà e spesso abbiamo condiviso lo stage con loro. Diciamo anche un aspetto della verità, cioè che in questo  mondo ognuno pensa alle proprie ambizioni ed esigenze, scena o non scena. Ovviamente la posizione geografica influisce molto soprattutto a livello economico/logistico se pensiamo che spostare una band da nord a sud o viceversa richiede un costo per gli organizzatori o per la band stessa. Non è un aspetto che riguarda essere migliori al nord o peggiori al sud ma indubbiamente se parliamo di termini live allora la geografia ha il suo peso.

Siamo al termine della chiacchierata: c’è qualcosa che volete aggiungere?

Ringraziamo la redazione di Mister Folk per aver dedicato spazio a questa intervista e tutti coloro che ci supportano, invitiamo i lettori a seguire la pagina Facebook degli ShadowThrone.

Intervista: Lindy-Fay Hella

Seafarer è un gran bel disco, diverso da quanto trattato solitamente su queste pagine, ma assolutamente da scoprire e fare proprio. Lindy-Fay Hella ha stupito molte persone con il suo primo disco solista e proprio la release della Vàn Records è al centro della chiacchierata avvenuta con la cantante norvegese tramite una videochiamata WhatsApp. Parlare con lei è stato un grande piacere e alla fine è uscito qualcosa anche sui Wardruna…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento all’amica Sara Sorge per il fondamentale aiuto durante la videochiamata e per la trascrizione dell’intervista.

La tua musica è molto toccante ed è difficile trattenere le lacrime mentre scorrono le note del tuo primo album solista. Come e quando hai iniziato a cantare?

Ero una bambina molto tranquilla e timida e amavo la musica, quindi l’ascoltavo molto. Ho iniziato a cantare presto perché la musica è sempre stata presente nella mia vita famigliare, sia da parte di madre che di padre. Ogni volta che incontravo mio cugino ascoltavamo musica insieme. Mio cugino, che ha dieci anni più di me, amava molto Brenda Lee (una cantante americana che ha inciso ben ventinove album in studio, ndMF), quindi voleva che gli cantassi quel tipo di musica. Ero riluttante, come ti ho detto ero timida, ma lui ha insistito, così alla fine l’ho fatto. Un giorno, avevo otto anni, mio cugino mi ha detto “Lindy, sei davvero brava! Sono abbastanza sicuro che da grande sarai su un palco, sarai una cantante”.

Come sei arrivata al tuo disco solista Seafarer?

In realtà, prima che il lavoro fosse fatto, avevo la sensazione che dovevo farlo. Lavoro con la musica da oltre venti anni e ho sempre composto molte cose che non ho mai pubblicato, sempre per la timidezza che dicevamo prima. Nonostante questo, due anni fa, quando ho sentito la necessità di realizzare qualcosa di mio, ho iniziato da zero componendo questo album e alla fine la sensazione che ho provato è stata di sollievo. Ho sentito che l’intero processo mi ha aiutato nel guadagnare fiducia e le successive esperienze sarebbero state ancora migliori. In più ho lavorato con amici, dal momento che i musicisti coinvolti sono persone a me molto care, così le sensazioni e le vibrazioni sono state molto molto positive.

Nei testi parli spesso dell’Otherworld. Potresti dirci cosa significa per te o se ritieni che ci sia una connessione tra questa vita e quella dopo la morte?

Hai davvero centrato il messaggio del mio album, dal momento che parla esattamente di quello, l’Otherworld, quello dopo la morte o di un’altra dimensione, qualunque cosa sia là fuori. La consapevolezza della sua esistenza è stata in me fin da quando ero bambina e non l’ho mai trovata spaventosa. Sfortunatamente circa due anni fa, mentre stavo iniziando a lavorare su questo album, ho perso uno dei miei migliori amici, quindi quella sensazione di connessione con l’otherworld è diventata più forte. Sebbene abbia lasciato questo pianeta, non ho mai avuto la sensazione che la sua energia sia completamente svanita. Durante la vita ho avuto visioni di cose che non posso spiegare completamente e la mia curiosità per questo Otherworld la si trova sia nella musica che nei testi. Se ascolti attentamente, noterai che i testi di questo album spesso ripetono le stesse cose e questo è intenzionale. Si può costruire una storia enorme con pochissime parole. Dipende dalla tua immaginazione. Anche personalmente, ripetendo mi aiuta a entrare in un certo mood.

La copertina del tuo album ha colori intensi e il suo stile è molto diverso dalle altre cover rock/metal/ambient. Come sei arrivata a questa scelta grafica?

Tanto per cominciare, sono spesso associata con la scena rock e heavy metal perché provengo da Bergen e passo molto tempo con musicisti di quel tipo. Apprezzo il loro grande lavoro, ma non è la mia musica: sono persone molto amichevoli e inclusive, quindi siamo solo amici intimi! L’immagine della copertina del mio album proviene da una foto fatta con un cellulare durante una vacanza con il mio buon amico Kristian (Eivind Espedal, aka Gaahl, ex Wardruna, ex Gorgoroth, ndMF) e un terzo amico comune. È stata scattata in una valle molto speciale, difficile da raggiungere – devi anche prendere una barca per arrivarci – quindi è un posto con un’energia davvero forte e abbiamo scattato una foto come ricordo. Quando l’ho visto a casa, ho deciso che volevo che fosse la copertina dell’album, perché ricordava le belle emozioni di quel giorno, in quel luogo magico. Ho chiesto al terzo amico di modificare i colori nello stile degli anni ’70, pensando che il risultato finale sarebbe stato un mix equilibrato di finzione e realtà.

Mentre ascoltavo Seafarer, ho avuto l’impressione che alcune sonorità avessero le stesse sonorità dei Wardruna, il tuo gruppo principale. Pensi che potrebbe esserci una loro naturale influenza sul tuo lavoro?

Beh, lavoro con la mia voce da più di vent’anni ormai, a volte solo come “uno strumento” per le persone con cui lavoravo, dato che dovevo solo cantare ciò che mi era stato chiesto, nel modo in cui era stato pianificato. Un esempio è With Everburning Sulphur Unconsumed che ho cantato per i Darkend. Ci siamo incontrati grazie ad amici comuni qui a Bergen e mi hanno inviato una canzone chiedendomi se potevo fare alcuni cori e ho detto “sì, certo che posso farlo!”. Nel mio canto ci sono anni di allenamento, quindi se ora, per esempio, voglio cantare con forza, ho sviluppato un modo personale di farlo, che può essere riconoscibile, ma ho iniziato a sviluppare per conto mio questa tecnica venti anni fa, prendendo ispirazione dalla musica tribale. Se aggiungi che canto con i Wardruna da quindici anni, dall’inizio della storia, è facile capire che la mia identità può essere facilmente connessa con la musica che produco con loro come gruppo. Inoltre, tutti i musicisti coinvolti in questo album sono stati liberi di esprimersi come si sentivano, non ho dato alcuna restrizione, quindi l’intero processo è uscito naturalmente, illuminando la natura e il legame di tutti.

Nonostante il vasto pubblico che hai in Italia, non ti abbiamo ancora sentito cantare qui. Pensi che in futuro saremo in grado di godere della tua voce incantevole su un palco con luci soffuse e candele a Roma o Milano?

(Sorride) Grazie per i tuoi complimenti! Mi piacerebbe molto venire a cantare in Italia, a dire il vero. Penso che parlerò presto di questa idea con i miei manager, quindi chi lo sa? Forse in un prossimo futuro ci incontreremo in Italia!

C’è un altro album solista nella tua mente o è troppo presto per pensarci ?

In realtà ho lavorato in studio con i Wardruna nell’ultimo mese o giù di lì, quindi ho in programma di realizzare un nuovo album solista nel 2021. Questo è il piano, almeno!

Vorrei sottolineare, con grande piacere, che sei sempre gentile con i tuoi fan. Ho notato che rispondi sempre con cura a ogni commento su Facebook, che al giorno d’oggi non è comune, soprattutto tra i personaggi famosi. Lo apprezzo molto e ancora di più il tempo che hai dedicato a questa intervista, grazie!.

Grazie, ma penso che sia il minimo che dovrei fare. Le idee e i commenti di tutti sono i benvenuti e tendo ad ascoltarli attentamente. Voglio davvero che tutti si sentano liberi di esprimere i propri sentimenti, non voglio essere considerato ostile. È stato bello parlare con te!

 ENGLISH VERSION:

Your music is really touching and the combination of sound, lyrics and voice that you have chosen for your first solo album makes it difficult to hold back the tears while listening. When and how did you start to sing?

I was a very shy, quiet child and I loved music, so I used to listen to it a lot. I started singing early, because music has always been present in my family life, both on my mother’s and father’s side. Every time I met my cousin, we used to listen music together. My cousin, who is about ten years older than me, was very fond of Brenda Lee, so he wanted me to sing that kind of music for him. I was reluctant, as I told you I was shy, but he insisted, so once I finally did it. One day, I was about 8, my cousin told me: “Lindy, you are really good! I am pretty sure that you will be on a stage when you grow older, you will become a vocalist.”

How were you inspired for your solo album, Seafarer?

Actually, before the work was done, I had the feeling that it had to be done. I’ve been working with music for more than 20 years and I’ve composed many things that I have never released, always because of the shyness we were talking about before. Despite this, two years ago, when I felt the urge to produce something mine, I started from scratch in composing this album and in the end the feeling has been of relief. I felt that the whole process had helped me to gain confidence and that the following experiences would have been still better. What’s more, I have worked with friends, since all the musicians involved are people who are very dear to me, so the feeling and the vibes have been very very positive.

In the lyrics you often speak about the Otherworld. Could you tell us what it means for you, or if you feel there is a connection between this life and the one after death?

You really nailed the message of my album, since it speaks exactly about that, the other-world, the one after death or another dimension Whatever it is that is out there. The awareness of its existence has been in me since I was a child and I have never found it spooky. Unfortunately around two years ago, while I was starting to work on this album, I lost one of my best friends, so that feeling of connection with the other-world has become stronger. Though he has left this planet, I have never had the feeling that his energy is completely gone. During life i`ve had visions of things that I can not fully explain and my curiosity for this Otherworld is taken into both music and lyrics. If you listen, you notice that some words and sentences are repeated. This is intentional. It can be build a huge story around just very few words. It depends on your own imagination. Also personally, repeating help me get into a certain mood.

The cover of your album has intense colours and its style is quite different from the other rock or metal covers. How did you get to that graphic choice?

To start with, I am often associated with the heavy metal rock wave because I am from Bergen and I spend a lot of time with musicians of that kind. I do appreciate their great work, but it’s not my music: they are very friendly, inclusive people, so we are just close friends! The image of the cover of my album comes from a picture taken with a mobile phone during a holiday with my good friend Kristian (Eivind Espedal, aka Gaahl, ex Wardruna, ex Gorgoroth, ndMF) and a third common friend. It’s been taken in a very special valley, difficult to reach -you even need to take a boat to get there- so it’s a place with a really strong energy and we took a picture as memory. When I saw it at home, I decided I wanted it to be the cover of the album, because it recalled the beautiful emotions of that day, in that magical place. I asked the third friend to edit the colours in the 70’s style, thinking that the final result would be a balanced mixture of fiction and reality.

While listening to Seafarer I was under the impression that some sonorities had the same taste of the Wardruna’s, your group. Do you think that there might be a natural influence from them on your work?

Well, I’ve been working with my voice for more than twenty years now, sometimes being just “an instrument” for the people I was working with, since I only had to sing what I was asked, in the way that had been planned. An example is With Everburning Sulphur Unconsumed that I’ve sung for Darkend. We met thanks to common friends here in Bergen and they sent me a song asking wether I could do some choirs and I said “yes for sure I can do this!”. In my singing there are years of practice, so if now for example I want to sing strongly, I have developed a personal way of doing it, that can be recognisable, but started to develop this high volume singing over twenty years ago on my own, by taking inspiration from tribal music. If you add that I have been singing with Wardruna for 15 years, It’s easy to understand that my identity can be easily connected with the music I produce with them as a group. Furthermore, all the musicians involved in this album have been free to express themselves as they felt, I didn’t give any restrictions, so the whole process has come out naturally, enlightening everyone’s nature and bond.

Despite the wide audience you have in italy, we haven’t heard you singing here yet. Do you think that the in future we will be able to enjoy your enchanting voice on a stage with dim lights and candles in Rome or Milan?

(Smiles) Thank you for your compliments! I would really love to come and sing in Italy, to be honest. I think I will soon speak about this idea with my managers, so who knows? Maybe in a close future we will meet in Italy!

Is there another solo album in your mind or is it too soon to think about it?

Actually I’ve been working in studio with Wardruna for the last month or so, so I’m planning to come up with a new solo album in 2021. That’s the plan, at least!

I would like to underline, with great pleasure, that you are always kind to your fans. I’ve noticed that you always answer with care to each comment on Facebook, which nowadays is not common, above all among famous people. I really appreciate it and still more the time you have dedicated to this interview.

Thank you, but I think that it’s the least I should do. Everybody’s ideas and comments are welcome and I tend to listen to them carefully. I really want everybody to feel free to express their feelings, I don’t want to be considered hostile. It’s been nice talking with you!

Intervista: Barad Guldur

Il bello di gestire un sito indipendente e libero come Mister Folk sta anche nel decidere di dare spazio con un’intervista a gruppi underground che si autoproducono il disco di debutto invece del gruppo con sette dischi incisi e numerosi tour alle spalle. Si perdono una marea di visualizzazioni, ma essendo Mister Folk un sito indipendente e libero, conta solamente la bontà musicale dei gruppi e il desiderio di dar voce a chi altrove voce non ha. I Barad Guldur, oltretutto, hanno pubblicato un bel disco di debutto e come potrete leggere, di cose da dire ne hanno anche parecchie! Quindi vi lascio a questa bella chiacchierata con il cantante Ivan Nieddu, Cicerone del mondo Barad Guldur.

Una persona legge “Bergamo e baghèt” e pensa ai Folkstone e invece ci sono anche i Barad Guldur! Come nasce il gruppo e perché la scelta di questo nome?

Ciao Mister Folk e grazie, in primis, per questa intervista! I Barad Guldur (le iniziali non sono scelte a caso) nascono da un sogno che coltivavo già dall’adolescenza: poter unire le sonorità che amavo all’epoca (epic/power metal e composizioni di Simonetti) con strumenti folkloristici reali, quindi senza uso di synth. Un altro punto cardine del progetto sarebbero dovuti essere i testi. Di cosa parlare? Di ciò che amavo di più: fantasy e storie di paura. E così è stato fatto: leggende con citazioni e riferimenti tolkieniani e pagani. Il nome stesso della band richiama la torre più alta di Dol Guldur, la fortezza del Negromante (ne Lo Hobbit). E quali racconti possono giungere da lì, se non storie di creature leggendarie e spaventose? Fantasmi, mostri, morti che camminano, magie terribili e draghi. Purtroppo ero solo un ragazzino con tanti sogni e non avevo nessuno con cui condividere questo. Fino a poco tempo fa. Prima ho avuto il sostegno di Eliana (mia moglie) per le composizioni delle cornamuse e la ricerca dei racconti popolari e delle fonti per i testi. E poi, piano piano, tanti musicanti si sono uniti a questo folle viaggio. Ci sono voluti più di vent’anni… Ma eccoci qui!

Dopo qualche anno dalla fondazione arrivate al debutto Frammenti Di Oscurità. Come mai non avete voluto realizzare uno o più demo/EP prima di arrivare al full-length? Ora che il disco è uscito, come vi sentite?

Avevamo dato forma a una prima versione di Canso De Bouye (oltre a varie cover, che ci son servite per la ricerca dei componenti della band), caricata sul nostro canale YouTube, giusto per vederne un riscontro e iniziare a sperimentare la fase di produzione. A quel punto avevamo già le idee abbastanza chiare e sufficiente materiale per un album. Senza presunzione, ci siamo concentrati su esso e non abbiamo pensato a pubblicare singoli o altro. Insomma: “Dritti alla meta e conquista la preda” (cit.). C’è voluto tempo. Tanto. Ma ne è valsa la pena. Ora che Frammenti Di Oscurità ha preso forma e vita è come se avessimo superato un valico montano: fatica, impegno, determinazione, ma la vista che si gode è stupenda e apre su una nuova valle tutta da esplorare. Quante strade, quanto ancora c’è da fare… Quanti angoli da esplorare, quante cadute, quante vette da ammirare… Quanti panorami in cui perdersi e sognare… È proprio quello che vogliamo, perché la musica (come l’arte in generale) è questo: un viaggio. E vale la pena viverlo.

Tra le influenze leggo anche Blind Guardian e Iced Earth. In quale modo questi due gruppi sono stati (e sono) importanti per i Barad Guldur? Descrivete la vostra musica a chi non vi conosce, magari suggerendo una sola canzone motivandone la scelta.

Personalmente importantissimi, soprattutto per la composizione della struttura dei brani e la tecnica vocale di Hansi Kursh e Matt Barlow (parlando degli Iced Earth di Something Wicked This Way Comes e Horror Show). Gli altri musicisti della band godono anche di altre influenze: dagli Amon Amarth, agli Eluveitie, passando per tutto ciò che a ciascuno piace e ama. Comunque l’influenza di quelle band è palese, basta ascoltare Imaginations From The Other Side dei Guardian (per l’impatto epico) o Wolf degli Iced Earth (per la sua aggressività), canzoni che si accomunano rispettivamente con Frammento di Oscurità e Senza Paura.

Chi si occupa della composizione dei brani? Si tratta di un lavoro di squadra?

La composizione avviene in fasi parallele: scrivo la struttura del brano e le cornamuse scrivono almeno un motivo che andrà poi inserito nel brano stesso (nel ritornello, nell’intro o in uno stacco). Finita questa fase, lavorano chitarre, basso e batteria per dar forma all’abbozzo, trasformando la struttura in una vera e propria canzone. Ultimate tutte le parti di cornamusa lavoriamo alle armonie di ghironda e violino, così da creare un’orchestrazione fra gli strumenti folk. Infine chi di dovere lavora sul solo, mentre io scrivo testo, linee melodiche e inserisco le voci. Ogni strumento ha “carta bianca” sulle proprie parti (tranne, ovviamente, alcuni lavori di armonia, che giocano su melodie già scritte in precedenza).

Come nasce una canzone come POININOS?

POININOS è tratta dalle incisioni rupestri dei Massi della Camisana, nel territorio di Carona, in alta Valle Brembana. È un’antica invocazione al Dio Pennino, divinità delle vette e delle montagne. Ne abbiamo tratto il testo dall’incisione e, cercando sonorità ancestrali, abbiamo dato forma a questo brano, che utilizziamo anche come invocazione durante la cerimonia del fuoco votivo durante la manifestazione Orobica Lughnasadh. Non è propriamente una “storia di paura”, ma è comunque un lascito dei nostri avi, un rito antico, un patrimonio storico e culturale che abbiamo desiderato omaggiare e conservare, di cui ne va mantenuta la memoria. L’atmosfera che abbiamo desiderato dare al brano è quella dell’invocazione (considerando che le incisioni in alfabeto lepontico sono a 2000 metri d’altezza circa, impresse su enormi massi, probabilmente un tempio orobico): lo scorrere dell’acqua, il richiamo degli animali (gli stessi che rappresentiamo), sussurri e grida di sacerdoti e il canto dei clan, in marcia sulle vette.

In un brano collaborate con il coro alpino Le Due Valli. Immagino che per voi sia motivo di orgoglio e soddisfazione avere un pezzo così fortemente caratterizzato dal coro alpino. Mi piacerebbe conoscere la genesi di La Gratacornia.

La Gratacornia è stata ricostruita e armonizzata dal maestro Aurelio Monzio Compagnoni. È un brano della tradizione popolare, uno di quei racconti che i nonni narravano la sera davanti al camino, prima che i bambini andassero a letto. È un monito: “fa’ la nanna, perché la Gratacornia uccide i bambini che non vogliono dormire”. Non hanno mezzi termini queste storie: dovevano far paura e la facevano. Citata anche ne L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, questo brano ha l’atmosfera perfetta per il nostro album. Come si evince, il bambino chiama ancora la mamma, ma la creatura è già ai piedi del suo letto. L’epilogo non è a lieto fine. “So chè”: “Sono qui”. Mi sono innamorato del brano dal primo ascolto, avendo esso il ritmo simile a un “esercito di nani in marcia”. Mi ha richiamato fortemente anche l’elemento fantasy. Facendo parte della corale ho avuto il piacere di eseguirla dal vivo ed è lì che ne ho carpito il reale spirito e la potenza. Alla prima esecuzione avevo già capito che questo brano si sarebbe incastonato perfettamente in Frammenti Di Oscurità.

Nel booklet ringraziate Simone Pianetti e c’è una canzone dove, senza menzionarlo, sembra che parliate di lui. Perché siete affascinati dalla sua figura e cosa rappresenta (o può rappresentare) per le persone più giovani?

La canzone in questione è proprio Nella Notte Più Nera. Il brano (che abbiamo voluto sotto forma di ballata, per ricordare un po’ le atmosfere dei fienili, stalle, cantine e vecchie case, dove ci si incontrava a suonare, cantare e ballare) può essere interpretato e visto sotto molti punti di vista. Può essere un animale braccato, che scappa da chi desidera ucciderlo. Qui il suo patto con lo spirito della morte, perdendo se stesso, la sua vita, ma portando a compimento la sua vendetta. In parallelo la storia di Pianetti: portato al folle gesto, esasperato, divenuto figura ormai folkloristica della Val Brembana. A lui siamo legati, anche perché la band vede le sue origini proprio a Camerata Cornello, suo paese natale. Il brano parla implicitamente dell’ultima cena fra Simone e sua figlia, alla vigilia della strage. Cosa hanno provato entrambi quell’ultima sera assieme? Lui determinato, consapevole di perdere per sempre la sua vita. Lei? Ignara o perfettamente cosciente di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo? Ancora oggi c’è chi inneggia “un Pianetti per ogni paese”. E molti dovrebbero ricordarselo: portare all’esasperazione chi non ha più nulla da perdere, vuol dire arrivare a un gesto estremo. Se non è una storia di paura questa… “Fate i bravi, se non volete che Simù venga a prendervi col suo fucile”.

La copertina mi ha colpito: non la “classica” folk metal, anzi, piuttosto particolare per stile e impatto. Cosa rappresenta e come è venuta l’idea di quella figura?

Anche questa è una storia di paura (a modo suo). Eliana, nostra figlia Luna ed io eravamo a cenare da una nostra amica, nel suo agriturismo. E lì, la piccola Luna, a 4 anni, ha iniziato a raccontare di una creatura che si aggira per i boschi: Aionkel (l’ha chiamato così): come testa un teschio di tigre dai denti a sciabola con palchi di cervo, fra le mani i crani di chi lo incontra, al collo una collana di falangi delle sue vittime, armato di una grande spada con la quale fa a pezzi chi si comporta male con la natura. Praticamente una sorta di giustiziere naturalista, nato dalle fantasie (macabre) di una bambina di quattro anni, che voleva raccontarci una storia di terrore. Camino acceso, la notte fuori… C’è riuscita benissimo. Non potevamo non fare omaggio a questa sua fantasia. Abbiamo aggiunto alcune simbologie tipiche delle nostre valli: il serpente (presente anche in Cernunnos), la rosa camuna, la triskele e, dietro lo spirito, l’invocazione a Pennino (scritta con le rune orobiche/lepontiche). La realizzazione della foto (è uno scorcio di Camerata Cornello) e le artline di Aionkel fanno parte anche di un progetto fotografico fra me e Eliana: spiriti delle selve all’interno di semplici foto dei nostri boschi.

Parlando dei Folkstone, sono stati una vostra fonte d’ispirazione e cosa pensate della decisione di lasciare le scene con una serie di date live?

Personalmente i Folkstone hanno significato tanto per me, ma non tutto. Ho amato e amo moltissimo le loro canzoni, le atmosfere e i significati trasmessi. I Folkstone sono e saranno per sempre i Folkstone. Non desideriamo che i Barad Guldur possano divenire una copia (rischieremmo oltretutto di essere solo una brutta copia). Per ciò che concerne la loro scelta di lasciare le scene, possiamo solo dire che avranno avuto le loro motivazioni. Non vogliamo assolutamente fare polemica o scatenare flame, ma in tutta onestà questo è ciò che pensiamo. Una band (mi ripeterò, ma come ogni opera artistica) è un po’ come crescere un “figlio”. Per loro è il momento di farlo correre via. Sono scelte. Nel bene o nel male, non bisogna contestarle, ma comprenderle. Può far rabbia, far male, deludere, ma non è sicuramente una scelta presa alla leggera. Magari è uno stop temporaneo, ma questo è solo una congettura. Hanno lasciato tanto e sicuramente non se ne perderà la memoria. Anzi!

Bergamo, anche grazie al Fosch Fest, è da anni un luogo dove il folk metal trova particolare spazio. Avete partecipato come spettatori alle edizioni prettamente folk/viking metal del festival e com’è oggi la situazione gruppi/locali nella vostra zona?

“Del Fosch nulla resterà, se non risa che risuonerann” (cit. Per Chi Ela La Nocc). Una frase non messa lì a caso. Ho amato il Fosch (per chi non sapesse, in dialetto significa “buio”) e l’ho conosciuto sul nascere e seguito con passione. Le prime edizioni, poi, una vera festa con tanto spirito, allegria, mangiate e bevute in compagnia e ottima musica. Poi, purtroppo, qualcosa è cambiato. E tutto è arrivato inesorabilmente al suo declino. Bisogna accettare anche quello. In zona bergamasca, per fortuna, c’è sempre un buon movimento di band, locali e festival. La speranza è che questo sia una radice forte per far crescere sempre più la cultura della musica dal vivo, anche perché ci sono moltissime band valide e c’è bisogno di spazi, farsi conoscere, opportunità e tutto nasce sì da chi fa musica, ma soprattutto da chi ascolta.

Come siete messi a esibizioni live? Avendo voi una line-up che conta ben nove elementi credo che non sia facile organizzare trasferte e serate.

Di esibizioni live in elettrico, per ora, non ne parliamo. Abbiamo bisogno di più richiesta, un po’ più d’interesse e curiosità, poi se ne parlerà con entusiasmo e ci prepareremo a dovere. Nel frattempo ci esibiamo, quando possibile, in acustico. Non stiamo certo con le mani in mano. La differenza è che negli acustici siamo più “compagnoni e goliardici”, mentre l’atmosfera in elettrico sarà ben differente. E non vediamo l’ora di mettere piede sul palco. Hai evidenziato un altro aspetto importante: il numero di elementi. Da una parte variegato, per un sound più eterogeneo, dall’altra un vero problema logistico. Questo non vuol dire che non ci si possa comunque esibire con una line up più snella (cosa che avviene già in acustico). Vedremo un po’ cosa ci riserba il futuro.

Vi sentite parte di una scena folk metal? Qual è il vostro punto di vista sulla scena italiana e nord italiana in particolare? Ci sono band con le quali avete legato e vi trovate particolarmente bene?

Credo che ci sentiremo davvero parte della scena folk metal quando sentiremo qualcuno cantare una nostra canzone, quando saremo su un palco e quando qualcuno inizierà a saltare a ritmo della nostra musica. Allora sì, saremo parte vera di quella scena. Per ora siamo su un cd. Èun frammento di quella scena, ma non ancora l’insieme. Insomma, un fantasy non si fa con un drago e un elfo, ma con un viaggio. E non abbiamo ancora camminato abbastanza. Per il resto, la scena qui è buona. C’è interesse, ci sono band, qualcosa si muove sempre. La speranza è sempre quella: espandere il fenomeno e non vederlo morire. “Le radici profonde non gelano” (cit. Tolkien). Non avendo mai suonato in elettrico, non abbiamo ancora avuto opportunità di conoscere altre band, se non alcuni musicisti. Il mondo è piccolo. Personalmente mi trovo bene con Becky dei Furor Gallico. Dei ricordi legati a lei (fra cantate, bevute e mangiate), il più divertente è stato quello in cui beveva idromele in casa mia, al matrimonio con Eliana, spaesata, senza neppure rendersi conto di cosa ci facesse lì. Per Eliana e me era una di famiglia, come una cugina vicina/lontana.

Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro disco. Avete tutto lo spazio per aggiungere e dire quello che volete!

Grazie a te per tutto! Ehi, aspetta, abbiamo davvero spazio per aggiungere quel che vogliamo? Non sai che errore che hai fatto… Scherzi a parte, giusto una cosuccia: ascoltate Frammenti Di Oscurità possibilmente di notte, davanti al fuoco e con qualcosa di buono da bere. Buon ascolto.

Intervista: Ereb Altor

Gli Ereb Altor sono da sempre i benvenuti su Mister Folk: musicalmente colpiscono sempre nel segno e senza grandi proclami sono diventati una certezza nella scena del metal estremo. Inoltre nell’archivio del sito trovate ben cinque dischi recensiti e un’intervista risalente al 2013, periodo Fire Meets Ice. Troppo tempo senza scambiare due chiacchiere con il leader Mats, voce e chitarra della formazione svedese che da poco ha dato alle stampe l’ennesimo bel lavoro di viking metal.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Con Järtecken proseguite quanto di buono già fatto in Ulfven e nei dischi precedenti. Il vostro stile è subito riconoscibile e il mix tra black metal e viking epico è sempre all’altezza delle aspettative. Credi di aver trovato la via definitiva degli Ereb Altor o il futuro può riservare delle sorprese?

Sono abbastanza sicuro che avremo delle sorprese in futuro, ma non posso dire per certo quando e come. Scriverò il nuovo album su una lavagna pulita come faccio di solito e vedremo dove mi prenderà l’ispirazione. Mi piace ancora mischiare due stili ma forse ci sono altri ingredienti che possono elevare il nostro sound ad un altro livello.

Per la prima volte un vostro disco gode della confezione wooden box: io l’ho acquistata e devo dire che è molto bella. Siete soddisfatti delle versioni limitate prodotte dalla Hammerheart?

Personalmente volevo aggiungere molti più contenuti speciali nel box ma questo box è bello e sta vendendo abbastanza bene quindi penso che faremo box più lussuosi per il prossimo album.

Parlando dell’Hammerheart mi sembra che l’etichetta creda molto in voi e vi promuova in maniera convinta. Come vi state trovando con loro? Anche il prossimo lavora avrà il marchio Hammerheart Records o è troppo presto per dirlo?

Le cose stanno andando bene con la Hammerheart Records e non ci sono divisioni tra di noi. Tuttavia Järtecken è appena uscito ed è molto presto per dire qualcosa di sicuro a questo punto, il futuro è sempre impossibile da predire.

I vostri bridge/chorus sono sempre accattivanti e maledettamente ben fatti, che si tratti di un brano black metal o di uno epico cambia poco. Quanta attenzione date a questa parte della canzone e, allargando il discorso, quale credi che sia il ritornello più bello che hai mai ascoltato?

Grazie! Metto molta attenzione nel fare questo così come nel resto, cerco davvero di prendermi il mio tempo e non lasciare nulla al caso. Anche Tord ha affrontato tutte le composizioni nella fase di produzione con la sua grande competenza musicale e abbiamo discusso di tutto e provato varie cose durante tutto il processo di costruzione di Järtecken. Il ritornello più bello… dipende dall’umore e cambia sempre, mi piace molto il ritornello di New Born dei Muse oppure di Travel dei The Gathering, per citarne alcuni.

Una delle bonus track è Sacrifice dei Bathory. L’avete inserita perché per motivi di spazio non entrava nel vinile Blot-Ilt-Taut?

No, non ha niente a che vedere con l’album tributo, questa volta abbiamo semplicemente deciso di mettere delle canzoni live come bonus track dal momento che non lo avevamo mai fatto prima. Non abbiamo una larga scelta di registrazioni live perciò dovevamo sceglierne alcune dove la qualità audio fosse accettabile ed è capitato che fosse dal nostro show in Ucraina al festival di Oskorei e le canzoni che avevamo erano queste due.

Alcune parti dei testi sono in svedese e la maggior parte è in inglese. Ho letto diversi pareri di persone che preferirebbero ascoltarvi solo in lingua madre, mentre io devo dire che l’alternare mi affascina e che entrambe le lingue stanno bene con la vostra musica. In che modo decidete quale lingua utilizzare nelle varie canzoni?

Sono andato semplicemente con i miei sentimenti di pancia su quale lingua vada meglio. Sono abituato a scrivere in inglese ma da quando ho iniziato a scrivere in svedese è semplicemente diventato più facile, oggigiorno preferisco scrivere in svedese, cerco anche di scrivere in uno stile di svedese arcaico, con spelling più vecchio e con parole quasi dimenticate, è facile essere poetici anche nella tua lingua madre.

Proprio per via dello svedese non conosco il significato dei testi di Avgudadyrkans Väe della bonus track Av Blod är Jag Kommen: di cosa parlano queste due canzoni?

Le prime cinque canzoni sono collegate insieme e sono il tema principale dell’album. Le altre canzoni sono storie separate. Il tema è ispirato da una storia vera del XVII secolo nella quale un uomo in Svezia fu condannato a morte per aver “interagito sessualmente” e fatto un patto con una “Skogsrå” (una specie di ninfa della foresta), una vecchia creatura del folklore svedese che è un tutt’uno con la natura ed ha poteri magici, ma secondo la chiesa queste creature erano in combutta con il diavolo o a volte erano il diavolo stesso. Ho letto questo testo su diversi libri di corte e su altro materiale su questo processo e ho iniziato a scrivere un testo romanzato sul tema. Avgudadyrkans Väg è ovviamente la prima parte di questa storia ed è quando lui inizia a sognare di evocare e svegliare la “Skogsrå”. Av Blod är Jag Kommen è la versione live di questa canzone precedentemente rilasciata su Ulfven. È la storia del non abbandono dei vecchi Dèi nordici per il cristianesimo.

Parliamo della copertina: la trovo fantastica e immerge immediatamente l’ascoltatore nell’atmosfera cupa dell’album. Possiamo considerare la copertina di Järtecken come la porta d’ingresso per la vostra musica?

Sì, puoi, ha una certa “vibrazione nordica” con essa con molto del nostro simbolismo del folklore scandinavo.

Per la copertina vi siete rivolti a un guru come Necrolord. Avevate in mente il suo stile mentre pensavate alla copertina del disco? Cercavate un impatto diverso rispetto allo stile di Mattias Frisk che si è occupato di Nattramn e Ulfven? Mi piacerebbe sapere come si è svolta la collaborazione con Kristian Wåhlin, se gli avete fatto ascoltare delle canzoni o se si è basato sui testi o semplicemente ha seguito alcune vostre indicazioni.

Avere una cover fatta da Kristian Wåhlin è un onore, è come se fosse una cosa da fare prima di morire per me. Sono un fan dei suoi lavori e Kristian riceve molte offerte ma tende a fare solo quelle che vuole fare. Sapevo che avrebbe catturato perfettamente la nostra atmosfera su tela, ma per essere onesti non avrei mai pensato che avrebbe risposto quando gli mandai la mail. Poche ore dopo la mia mail mi ha chiamato ed è venuto fuori che a lui piacciono molto gli Ereb Altor e che ha tutti i nostri album, immagina l’eccitazione e sono veramente contento del risultato. Gli ho spiegato i concept dei testi dell’album e gli ho dato semplicemente carta bianca per fare qualunque cosa gli riesca meglio.

Vi ho visto in concerto quando siete passati a Roma con Borknagar e Mänegarm, fu un grande show! Avete appena concluso un tour che vedeva te e Ragnar doppiamente impegnati con Ereb Altor e Isole: è stata dura suonare due set ogni sera e come giudichi l’esperienza? C’è speranza di vedervi in Italia e magari a Roma nel corso del 2020?

È sempre difficile e stancante fare due concerti tutte le sere. Lo avevamo già fatto prima, quindi sapevamo in cosa ci stavamo cacciando. Sta tutto nel come ti prepari fisicamente e mentalmente per un lavoro come questo. Ci siamo trovati benissimo durante questo tour e tutti, artisti, autisti e tour manager sono andati molto d’accordo. Non si può mai sapere, il tempo ci dirà se visiteremo l’Italia e Roma nel 2020.

Qual è la A Fine Day To Die degli Ereb Altor? E perché?

Per me A Fine Day To Die quasi non è la migliore canzone di Bathory, ma se ti stai riferendo alla mia canzone preferita degli Ereb Altor ti direi che ogni canzone ha un significato diverso e sono state scritte in momenti diversi della mia vita quindi è difficile scegliere. Ti posso citare Myrding dai vecchi tempi, Bloodline, la canzone più epica di Ulfven e ora forse With Fire In My Heart è la mia favorita.

Grazie Mats per la disponibilità e per la grande musica che realizzate ad ogni album: vuoi dire qualcosa ai fan italiani degli Ereb Altor?

Grazie! Se tutto va bene avremo la possibilità di incontrare presto i nostri fan italiani, sarebbe veramente bello suonare a qualsiasi festival italiano! Hail the Hordes!

ENGLISH VERSION:

With Järtecken you carry on with the good things that you’ve done with Ulfven and in your previous CDs. Your style it’s recognizable and the mix between black and epic viking is always up to the expectation. Do you believe that you found the definitive path for Ereb Altor or there’ll be some surprises in the future?

I am pretty sure we will have some surprises in the future but I can’t say for sure how and when. I will write next album from a clean slate as I usually do and we will see where the inspiration will take me. I still do like to mix these two styles but perhaps there are other ingredients that can elevate our sound to another level.

For the first time your CD has the wooden box package: I’ve bought it and I must say that it’s very beautiful. Are you satisfied of the limited edition produced by Hammerheart?

Personally I wanted to add more special items in the box but the box is cool and it has been selling really well so I think we will make a more luxurious box for the next album.

Speaking of Hammerheart, it seems to me that your label believes a lot in you and they promotes you in a very convincing way. How are you getting along with them? Will the next album be under the sign of Hammerheart Records or it’s too soon for that news?

Things have been working fine with Hammerheart Records and there are no fractions thus far. Still Järtecken has just been released and it’s way too early to say anything for sure at this point, the future is always impossible to predict.

Your bridge/chorus are always catchy and well done, whether it’s a black metal song or an epic one, it changes a little. How much attention did you give to this part of the song and, broadening the discussion, what is, in your opinion, the most beautiful refrain you’ve ever heard?

Thanks! I put a lot of attention to this as well as everything else, I really tried to take my time and leave nothing to chance. Tord also went through all compositions in the production phase with his great musical know-how and we discussed everything and tried out stuff during the whole process of building Järtecken. Most beautiful refrain… well, that’s a very hard question… depends on moods and it changes all the time, I really like the refrain of the song New Born by Muse or Travel by The Gathering to mention a few.

One of the bonuses track it’s Sacrifice of Bathory. Did you insert in this album because of the lack of space in the vinyl Blot-Ilt-Taut?

No, it has nothing to do with the tribute album, we simply decided to put some live songs as bonus tracks this time since we never have done that before. We don’t have a vast number of live recordings therefore we had to pick some where the audio quality was acceptable and it happened to be from our show in Ukraine at Oskorei festival and the songs we had from that show was these two.

Some parts of the lyrics are in Swedish and most of them are in English. I’ve rad that some people would like to hear you only in Swedish, whereas I must say that this alternation fascinates me and the lyrics of both languages are perfect with your music. How do you decide which language to use in the various songs?

I just go with my gut feeling which language will fit the best. I am more used to write lyrics in English but since I started to write in Swedish it’s just get easier and easier, nowadays I kind of prefer to write in Swedish, I also try to use an older style of Swedish with older spellings and words almost forgotten, it’s easier to be poetic in your mother tongue as well.

Precisely because of Swedish I don’t understand the meaning of Avgudadyrkans Väg and of the bonus track Av Blod är Jag Kommen: what are the lyrics of these two songs about?

The five first songs are linked together and these songs are the theme of the album. The other songs are separate stories. The theme is inspired by a true story from the 17th century where a man in Sweden got sentenced to death for interacting sexually and making a pact with a “Skogsrå“ (like a forest nymph) an old creature in Swedish folklore which is one with the nature and has magical powers but according to the church these kind of creatures were in league with the devil or sometimes were the devil himself in another shape. I read texts from old court books and other material from this trial and started to form a fictional lyrical theme based on this story. Avgudadyrkans Väg is obviously the first part in this story and it’s when he starts to dream about summoning and wake up the “Skogsrå” Av Blod är Jag Kommen is a live version of this previously released song on Ulfven. It’s a story about not abandoning the old Norse Gods for Christianity.

Speaking of the cover: I find it fantastic and immediately immerses the listener in the dark atmosphere of the album. Can we consider the cover of Järtecken as the front door for your music?

Yes, you can, it has a certain Nordic vibe to it with lots of symbolism from our Scandinavian folklore.

For the cover you turn to a guru as Necrolord. Did you had his style in your mind while you was thinking at the CD cover? Were you looking for a different impact compared to the style of Mattias Frisk who worked on your last two releases? I would like to know how the collaboration with Kristian Wåhlin took place, whether you made him listen to songs or if it was based on the lyrics or simply followed some of your instructions.

Have a cover made by Kristian Wåhlin is an honour, it’s kind of a bucket list thing for me. I’m a fan of his work and Kristian get a lot of offers but he tends to do only the ones he wants to do. I knew he would capture our atmosphere on canvas perfectly but to be honest I never thought he would even response when I mailed him. A few hours after my mail he phoned me and it turns out he really liked Ereb Altor and had all our albums, imagine the excitement and I’m really pleased with the outcome. I explained the lyrical concept of the album and simply gave him free hands to do whatever he does best.

I’ve seen you live in Rome with Borknagar and Mänegarm, that was a great show! You have barely concluded a tour that saw you and Ragnar doubly engaged with Ereb Altor and Isole: was it hard to play two sets every night and how do you rate the experience? Is there any hope of seeing you in Italy and maybe in Rome during 2020?

It’s always difficult and exhausting doing two sets every night. We have done it before so we knew what we were getting into. It’s all about to prepare yourself physically and mentally for tasks like this. We had a really nice time during this tour and everyone, artists, bus-drivers and tour manager got along very well. You never know, time will tell if we will visit Italy/Rome in 2020.

What is the A Fine Day To Die of Ereb Altor? And why?

For me A Fine Day To Die is not nearly the best song of Bathory, but if you are referring to my favorite Ereb Altor song I would say that each song has a different meaning and were written in different times of my life therefore it’s really hard to point out. I can mention a few like Myrding from the old days, the most epic song Bloodline from Ulfven and right now maybe With Fire In My Heart is my fave.

Thank you Mats for your availability and thank you for the great music you made in every album: do you want to say something to Ereb Altor’s Italian fans?

Thanks! Hopefully we will have the chance to meet our Italian fans soon, it would be really nice to play at any Italian Festival! Hail the Hordes!

Left to right: Tord (drums), Mats (lead vocals & guitars), Mikael (bass & vocals), Ragnar (guitars & vocals)