Intervista: Dawn Of A Dark Age

Vittorio Sabelli, mente e cuore dei Dawn Of A Dark Age, non smette di stupire, e così dopo l’ottimo La Tavola Osca ha pubblicato un disco forse anche migliore, ovvero l’eccellente Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C., lavoro che ha meritatamene ricevuto gli elogi di pubblico e stampa. Musica e storia vanno a braccetto – così come clarinetto e metal estremo – e Vittorio ci racconta tutto quel che c’è da sapere su un disco che dovreste assolutamente far vostro.

Per prima cosa ti faccio i miei complimenti per quanto realizzato con Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C.. Sei riuscito nell’impresa di realizzare un disco di altissima qualità dopo il già ottimo La Tavola Osca. Vuoi parlarci della sua realizzazione?

Quando inizio un progetto parto sempre da un’idea base e cerco di svilupparla fino a che non ne esaurisco ogni possibilità. Su Le Forche Caudine è molto evidente questo approccio, già sperimentato nel precedente La Tavola Osca e in maniera diversa e meno evidente su Spirit/Mystèrès. Lavorare sulla ‘lunga distanza’ (ossia una vicenda che si snoda per 38 minuti di Forche, dal primo all’ultimo secondo) mi porta a pensare in maniera minimalista il materiale ‘base’. Per materiale base intendo l’uso di alcuni riff (pochi) e/o cellule ritmico/melodiche che diventeranno le fondamenta sulle quali poi mi diverto a costruire il palazzo e a svilupparle a seconda di dove voglio portare la musica e di dove mi conducono gli eventi, passo dopo passo. Per Forche dovevo cambiare prima di tutto strumentazione e metodo rispetto al precedente La Tavola Osca, sia per l’epicità dell’argomento che per l’ambiente che volevo ricreare. Se su La Tavola Osca c’era l’Antico Rituale che voleva ricreare un ambiente austero durante il quale si veneravano gli Dèi, su Forche volevo far emergere l’altro lato del popolo italico: ossia quello guerriero.

Perché nel titolo oltre al 321 a.C. c’è il 2021 d.C.?

Sono sempre stato attratto dai numeri, dalla simbologia, il misticismo e sono fatalista. Non credo che sia casuale la composizione e l’uscita di Forche nell’anno del 2300esimo anniversario da quel grandioso evento che rese i Sanniti alla storia e segnò con disonore il destino dei Romani. In pochi si sono ricordati di questo grandioso avvenimento in un anno senz’altro particolarmente difficile come il 2021, ma era doveroso dedicare una ‘targa’ in memoria dei miei antenati per quella che probabilmente è stata la loro più grande impresa!

Girando per i siti e sui social è facile incontrare pareri entusiastici nei confronti della tua musica: senti a volte la pressione di dover sfornare ogni volta un disco di altissima qualità?

Avere un feedback, una recensione o un parere da parte di chi segue e ascolta Down Of A Dark Age è sempre interessante. Sono consapevole che la proposta e le strade che ho deciso di percorrere con La Tavola Osca e Le Forche Caudine possono minare chi non ha particolarmente voglia di scoprire o ‘impegnarsi’ in nuovi modi di ascoltare, ma sto cercando nuovi approcci compositivi per raccontare storie e memorie dimenticate, e cerco di farlo nel modo più sincero possibile. Personalmente credo sia alla base dello stimolo e della gratificazione personale spendere mesi, anni su un progetto che non uscirà fin quando l’ultima nota non mi soddisfa al 100%. Quello che poi l’ascoltatore percepisce è la parte più intrigante, che fa sì che un disco raggiunga cuori e menti che magari si appassionano, viaggiano in altre epoche e mondi, e questo per me vuol dire aver raggiunto la mia gratificazione personale, che poi si traduce in stimoli per continuare. Quindi più che un discorso di pressione nel dover tirar fuori un disco ‘più bello’ o ‘catchy’ del precedente, penso di portare il nuovo progetto verso nuove direzioni finora inesplorate. Questa è l’unica pressione che mi impongo da sempre.

Ti aspettavi questo tipo di riscontro da parte di webzine e ascoltatori?

Sono rimasto davvero sorpreso dalla reazione delle diverse webzine, sia leggendo le recensioni che vedendo Le Forche Caudine nelle preferenze dei migliori dischi 2021 per moltissime redazioni e siti online. Sinceramente non mi aspettavo un così alto riscontro, e tali riconoscimenti cerco di trasformarli in ulteriori stimoli per continuare a far sempre meglio.

Come ti sei mosso tra le tantissime pubblicazioni che trattano delle Forche Caudine? Ci sono dei testi in particolare che hai preso come fonti primarie? Come per La Tavola Osca hai provato ad essere più vicino alla realtà o visto che si tratta di una battaglia ti sei preso delle piccole libertà artistiche?

Partiamo dalla fine: cerco di essere sempre il più fedele possibile alle vicende storiche. Anche se parliamo di eventi accaduti oltre 2300 anni fa è quasi impossibile avere fonti ‘certe’ su tali avvenimenti. Paradossalmente mentre per la Tavola Osca abbiamo già la Sua parola incisa su bronzo, con le Divinità e i Rituali che dovevano svolgersi ciclicamente nel corso delle stagioni, riguardo la battaglia delle Forche Caudine le uniche informazioni che abbiamo ci provengono per mano dei nemici, oltretutto risalenti a secoli dopo sul libro VII di Ad Urbe Condita di Tito Livio (dal quale ho ripreso la scena di quando Gaio Ponzio manda a chiamare suo padre Herennio perché lo consigliasse nel decidere la sorte dei 16 mila legionari intrappolati tra le gole del Sannio). Oltretutto sappiamo che la storia la scrivono i vincitori, quindi anche le parole e i passi di Livio vanno considerati con molta attenzione. Preferisco risalire alla memoria storica di studiosi, appassionati e scrittori, che puntualmente contatto a seconda dell’argomento trattato. Se sulla Tavola Osca lo scrittore/storico Nicola Mastronardi mi ha dato informazioni utili per decifrare Rituali e Divinità sulla tavola stessa, per Forche devo ringraziare pubblicamente Luciano D’Amico, che mi ha condotto più di una volta sul posto dell’agguato e che mi ha guidato alla scoperta di come devono essere andate le cose in quel giorno di primavera di 2300 anni fa. L’arrivo dei romani diretti in Puglia e la preparazione minuziosa della trappola. Oltre ad altre storie meno conosciute che hanno senz’altro alimentato l’odio dei romani verso i Sanniti, che culmina con lo sterminio di Porta Collina dell’82 a.C. per volere del dictator Cornelio Silla.

Ho trovato Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C. più dinamico e “scorrevole” del precedente La Tavola Osca: è così anche per te?

Ogni disco, ogni storia che decido di affrontare mi porta a esplorare sentieri sempre diversi, sotto tutti i punti di vista. Non so se Forche è più scorrevole, ma senz’altro l’aggiunta della batteria di Emanuele Prandoni ha dato un grandissimo contributo. Gli argomenti tra i due dischi sono completamente diversi e la ritualità statica della Tavola rispetto all’agguato ai romani hanno senz’altro portato a differenziare nettamente i due album, sia sotto il profilo della scrittura che come strumentazione e arrangiamenti. Quindi fuori flauti e voce lirica femminile che erano importanti su Tavola e dentro tromboni, contrabbasso, percussioni etniche e coro di uomini in marcia su Forche. Il prossimo disco avrà ancora moltissime sorprese rispetto ai precedenti…

Giochiamo un po’: potendo tornare indietro nel tempo, parteciperesti come guerriero alla battaglia delle Forche Caudine, rischiando però di morire realmente?

Questa è una gran bella domanda per la quale c’è una sola risposta possibile. Pare che i Sanniti Pentri fossero i ‘peggiori’ nemici dei Romani e i più testardi e pieni di orgoglio e onore. Non si arresero a Roma nemmeno sull’orlo dello sterminio e mai si sottomisero. Quindi l’ultima scena del disco che ripercorre la marcia finale dei vincitori con l’esercito che intona “Onore e gloria” è senza dubbio la migliore risposta.

Anche per questo disco è stata realizzata una special edition a dir poco bella: ce ne vuoi parlare?

A differenza de La Tavola Osca la special edition l’ho voluta curare personalmente per le 99 copie, e ci tenevo che fossero diverse l’una dall’altra, al di fuori dei contenuti musicali. Per la prima volta c’è una tape contenete le fondamenta, le prime prove fatte per Forche, oltre a delle foglie provenienti dal Sannio e altro materiale, compresa un’antica mappa della Valle Caudina. Naturalmente il guerriero Sannita sulla copertina della musicassetta è l’emblema del disco e altri piccoli particolari sono presenti, come il certificato di autenticità firmato… Davvero un gran lavoro per bruciare gli spartiti e plastificarli, ritagliare le mappe, personalizzare il sacchetto esterno con il laccio in cuoio, il tutto in linea con la mia idea di Black Metal, prettamente homemade.

Gli ultimi tuoi lavori hanno tematiche storiche/archeologiche: continuerai su questa strada per il prossimo disco? Hai qualche anticipazione da poter dare?

Mi fa estremamente piacere che ci sia curiosità sulla prossima uscita, ma non posso far trapelare niente a riguardo almeno fino a quando non avrò alcune conferme. L’unica cosa che posso dirti è che avrà (ancora) a che fare con la mia terra e i miei antenati. Sotto che forma e argomento è ancora prematuro per svelarlo…

Dawn Of A Dark Age in concerto, magari per pochi selezionati eventi. Potrà mai accadere?

Difficile ma non improbabile, senz’altro non in questo periodo dove sto portando avanti oltre Dawn Of A Dark Age altri progetti che a breve vedranno la luce, uno dei quali avrà una vera e propria leggenda del black metal come ospite. Vedremo in futuro!

Vittorio, è sempre un piacere parlare con te e soprattutto è un piacere ascoltare la tua musica. Vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori?

Il piacere è reciproco, grazie a te e Mr.Folk per divulgare storie di altri tempi della penisola italica (e non) e l’unica cosa che posso aggiungere è che noi band underground ci teniamo in vita grazie al vostro supporto, e proviamo sempre a tenere alta la qualità della proposta. Se vi piace il nostro modo di fare musica e raccontare le storie dei nostri antenati vi consiglio di fare un giro sulla nostra pagina Bandcamp: https://dawnofadarkage.bandcamp.com/ Alla prossima!

Intervista: Hand Of Kalliach

Abbiamo incontrato gli Hand Of Kalliach lo scorso anno grazie all’EP di debutto Shade Beyond e qualche tempo fuori è venuta fuori un’intervista bella e interessante (la potete leggere QUI). Ora la coppia scozzese torna a raccontarsi e a raccontare della splendida Scozia grazie all’album Samhainn, rilasciando un’intervista dove non solo ci svelano musica e testi del disco, ma anche i piani futuri della band e si lasciano andare a consigli turistici da appuntarsi assolutamente.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara “Piske” Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ci troviamo di nuovo a parlare a un anno di distanza dalla precedente volta. L’EP è passato e ora avete pubblicato il disco di debutto: come siete arrivati a Samhainn?

Sophie: Sì infatti, e grazie mille per averci fatto tornare per un’altra chiacchierata! È giusto dire che è stato un anno abbastanza folle per noi. L’EP Shade Beyond non era qualcosa dal quale ci saremmo mai aspettati di ottenere molto interesse, ma in realtà ha catturato l’attenzione di alcune persone e siamo stati naturalmente soddisfatti da ciò, e ci ha incoraggiato a scrivere il full-length.

John: Sì, penso che potremmo averlo detto l’ultima volta che abbiamo parlato l’EP era davvero un progetto passionale dal quale sicuramente non ci aspettavamo di ottenere molta attenzione – abbiamo fatto noi stessi molto della produzione, ed eravamo molto sperimentali nel nostro approccio. Mentre siamo ancora soddisfatti di Shade Beyond per quello che è, con Samhainn abbiamo voluto ottenere una produzione di qualità superiore e fare davvero un tentativo ‘serio’ di fare un album completo, e siamo stati molto onorati dalla reazione ad esso.

Per il disco fisico vi siete affidati a Trepanation Recordings: come siete giunti all’accordo e come vi state trovando?

Sophie: Ci siamo originariamente approcciati alla Trepanation Recordings per vedere se fossero interessati nel produrre alcune copie dell’EP Shade Beyond. Dan è stato davvero di supporto al nostro sound e ci ha gentilmente preso per i CD, e abbiamo avuto una così bella esperienza con lui che è stato un gioco da ragazzi quando si è offerto di fare anche i CD per Samhainn.

John: Sì, Dan alla Trepanation è stato assolutamente brillante. Supporta un sacco di progetti strani, oscuri e inusuali come il nostro che altrimenti potrebbero non avere molta esposizione mediatica. Lui è molto ragionevole con i contratti, ed è generalmente una gran brava persona. Attualmente suona il basso nei Mastiff (un’eccellente band sludge/death inglese) che ha suonato ad Edimburgo recentemente, quindi l’ho conosciuto di persona al concerto che è stato fantastico.

Potete dirci qualcosa sulle copertine dell’EP e del disco di debutto e cosa rappresentano? Chi è l’autore?

Sophie: per quei tuoi lettori che potrebbero non conoscerci, il nome “Hand of Kalliach” è un gioco di parole sul nome di un’antica dea-strega dell’inverno della mitologia scozzese “Cailleach”. Lei è spesso rappresentata come una vecchia strega, ma a volte prende la forma di una donna bellissima, e si manifesta dalle profondità per dare inizio all’inverno. Molta della nostra musica è centrata intorno al tema contorto di benevolenza e malevolenza che lei rappresenta nella mitologia, e volevamo che questo venisse fuori nell’artwork. In realtà abbiamo realizzato l’artwork dell’EP da soli con uno degli amici di John, in realtà è una fotografia di inchiostro bianco in un grande serbatoio d’acqua con le luci spente!

John: per entrambi gli EP e per l’album volevamo davvero catturare l’atmosfera pesante, con riferimenti al mare, alle stagioni e al tempo, con il tema centrale di un’interpretazione astratta di una dea dalle sembianze di Cailleach. Con Samhainn abbiamo avuto un artista professionista che sui social si chiama VHummel per fare l’artwork, che amiamo assolutamente. Di nuovo, rappresenta una figura femminile simile a Cailleach, questa volta con molti più riferimenti alla mitologia dietro di lei -in questo caso, è ritratta come giovanile, che abbiamo ritenuto opportuno per l’inizio del suo regno stagionale durante l’inverno che Samhainn celebra. Sta portando le cose che usa per portare il freddo dove cammina, e un martello con il quale da forma all’orizzonte e alle montagne. Di nuovo, crediti a VHummel -gli abbiamo dato un sacco di opzioni da includere ed è riuscito ad includerle tutte!

Il disco suona compatto e credo che abbiate raggiunto uno stile tutto vostro che vi caratterizza e vi rende subito riconoscibili. Siete d’accordo con me?

Sophie: È bello da sentire, grazie! Sì, volevamo davvero che questo fosse focalizzato su uno stile principale, piuttosto che sul nostro EP molto più vario.

John: Sono d’accordo, grazie! Benché ci siano ancora molte influenze nel nostro sound, questo è moto più condensato ed è molto positivo sapere il fatto che hai trovato il sound immediatamente riconoscibile. Lo prendiamo come un complimento quando giornalisti e recensori hanno detto che hanno difficoltà a categorizzarci, che se tutto va bene suggerisce che è qualcosa di diverso.

Quali sono a vostro avviso i brani migliori del disco?

Sophie: Bella domanda, visto che ci dividiamo sulle nostre preferite- la mia è Solach Neònach seguita da vicino da The Lull of Loch Uigedail, ma quelle di Jon sono Roil e Return to Stone. Detto questo, siamo stati piacevolmente sorpresi del fatto che non ci sia reale consenso tra gli ascoltatori su quali siano le migliori –Each Uisge possibilmente è appena avanti nella popolarità nello streaming, ma è una cosa vicina.

John: Quando tentiamo di decidere quale traccia rilasciare per il lancio dell’album continuiamo a discutere le opzioni. Quindi, come in tutti i matrimoni sani, giungiamo ad un “compromesso” e scegliamo le preferite di Sophie…!

Mi è piaciuta molto The Lull Of Loch Uigeadail: di cosa parla e cosa potete raccontarci a proposito della sua creazione?

John: È veramente bello da sentire -mettere una traccia lenta nel mezzo di un disco heavy è un azzardo, ma abbiamo avuto una risposta positiva a essa. Questa è una traccia veramente diversa per noi, e fu inizialmente scritta come prima parte di una traccia più grande che consisteva in questa traccia e nella successiva, Ascendant. Potresti notare che la melodia che la chitarra inizia a suonare circa a metà di Lull… è quasi identica al riff alto di Ascendant, con l’outro di batteria di questo che raddoppia il ritmo nel successivo. Abbiamo però deciso di dividerle, a volte si può desiderare di ascoltare uno e non l’altro a seconda dell’umore, in quanto è un grande cambio da tutto questo.

Sophie: Loch Uigeadail è un lago sull’isola di Islay al largo della costa ovest della Scozia, da dove viene la famiglia di John. Il nome viene tradotto più o meno con “il laghetto misterioso” e questa traccia è come un’interpretazione di come ha guadagnato quel nome. Come per molte delle nostre tracce, i testi sono abbastanza astratti ma sono dalla prospettiva del fondo del lago, in un posto di relativa calma. Volevamo costruire un’impressione di echi vorticosi di rabbia e calore residuo dalla fine improvvisa di “Cinders” e catturare quel fondo emotivo che può seguire un periodo prolungato di angoscia, rabbia o sforzo, e trovare un livello di pace in mezzo al dolore, chiamandoti a riposare nel profondo. Tutto ciò precede il riprendersi di Ascendent, che sale metaforicamente dalle profondità oscure, traboccante di determinazione.

Ho trovato le ultime due tracce del cd un po’ diverse dalle altre e ho pensato che per le prossime release il vostro sound si potrebbe arricchire di qualche nuova sfumatura. Volete parlarci di Trail Of The Beithir-Nomh e Return To Stone?

John: Certo, insieme a Each Uisge, Trial of the Beithir-Nimh è una traccia basata sulla creatura omonima dalla mitologia scozzese. “Beithir-Nimh” (pronunciato “beh-hir niv”) tradotto come “serpente velenoso”, che è un drago con dodici zampe e senz’ali nascosto nelle caverne e nei burroni sotto le montagne delle Highlands. Proprio come il folklore dei draghi più tradizionale, hanno giocato a giochi contorti con viaggiatori disattenti, e le storie dicono che punge le sue vittime prima di farle precipitare verso lo specchio d’acqua più vicino. Se le vittime vincono vivono, se perdono muoiono. Si credeva si formassero durante le tempeste di fulmini dai cadaveri dei serpenti che sono stati tagliati in due dagli umani, e alcune storie raccontano che una volta Cailleach stessa prese la forma di un Beithir-Nimh essendo stata uccisa dai cacciatori mentre era nella sua forma umana. Il riff in 12/8 è stato scritto per emulare le dodici zampe che si muovono velocemente giù per le scogliere, in una sorta di corsa disperata e malferma.

Sophie: Return to Stone è un altro riferimento alla mitologia di Cailleach. Essendo tornata in vita a Samhainn in tempo per regnare sui mesi invernali, alla fine della stagione si trasforma in pietra a Beltltainn, al di sotto delle profondità del vortice di Corrywreckan. Volevamo creare un’atmosfera da atto finale guardando l’abisso, come se il Cailleach e/o il protagonista riflette su tutti gli orrori della loro esistenza invernale e si prepara alla fine. I laboriosi colpi di martello che riecheggiano sullo sfondo all’inizio, insieme al ritmo “doom-esque”, dovevano creare una sorta di aria cupa, fredda e determinata.

Cosa ci dite di Òran na Tein’ éigin?

John: “Òran na Tein’-éigin” (pronunciato “oran na chehneh ey-gyn”) tradotto come “Canzone del bisogno di fuoco”, un vecchio rituale nel quale si spegnevano tutti i fuochi in un villaggio e poi si riaccendevano con le torce di un unico falò. I paesani usavano le corde per girare un enorme tronco eretto per usare l’attrito per accendere il fuoco, ed era un rituale usato per bandire le pestilenze, gli spiriti maligni, o qualsiasi altra forza maligna fosse percepita come in grado di colpire i cittadini.

Sophie: Questa è probabilmente la nostra traccia più “esterna” musicalmente, poiché fonde molti elementi black metal con una forma di musica scozzese chiamata “puirt-a-beul”. È un canto molto rapido, melodico, con molto del ritmo e della ripetizione. Accettiamo pienamente che sia molto particolare, ma sembra che abbia interessato gli ascoltatori. È stato anche un dannato incubo registrare la voce!

Avete mai pensato di utilizzare qualche strumento tradizionale nella vostra musica? Potrebbe essere una buona idea?

John: mentre usiamo un po’ di arpe nell’album, particolarmente dove vogliamo aggiungere un elemento di atmosfera, il punto centrale del nostro processo di scrittura è prendere melodie, scale e ritmi che sono tipicamente usati nel folk scozzese e trasporli per le chitarre distorte.

Sophie: Nonostante non siamo in nessuna maniera contrari all’uso di strumenti tradizionali, o lasciarli fuori da lavori futuri, il modo in cui arriviamo al nostro sound ci guida largamente lontano da loro, dato che le parti che scriveremmo per loro sono perlopiù suonate sulle chitarre invece. Per esempio la melodia all’inizio di Return To Stone si basa molto sulle cornamuse -ma pensiamo che usare veramente le cornamuse si scontrerebbe con l’atmosfera che tentiamo di creare. Ma, mai dire mai, ed è qualcosa che potremmo esplorare di più nelle future release.

Vivete nella bellissima Scozia e mi piace pensare che anche una semplice passeggiata possa ispirarvi qualcosa che poi finisce su disco. Succede anche questo?

Sophie: Grazie, amiamo vivere qui! E sì, c’è sicuramente molto in cui trovare ispirazione una volta che si arriva in campagna, che si tratti di coste, montagne, foreste o valli. Gran parte della nostra ispirazione deriva dal fatto di aver trascorso molto tempo sull’Isola di Islay, grazie alla famiglia di John.

John: Assolutamente, penso che a volte sia fin troppo facile scrivere canzoni sulle stagioni qui perché possono essere così drammatiche! E quando hai un contesto come quello della mitologia, questo aggiunge una grande quantità di varietà.

Sperando che la situazione sanitaria migliori sempre di più, avete mai pensato di aggiungere session man per suonare live e continuare come duo in studio?

John: Sicuramente – è un obiettivo per il 2022 ottenere almeno uno show in live, e abbiamo avuto alcune prime conversazioni con i musicisti locali che sono interessati a suonare con noi. Non vogliamo fissare aspettative troppo alte, in quanto abbiamo tre bambini piccoli tra cui un bambino che attualmente prende la maggior parte del nostro tempo libero, ma una volta che saranno un po’ più grandi speriamo sicuramente di avere un po’ più di tempo per provare e suonare dal vivo.

Sophie: Non ho mai suonato live in realtà, quindi prenderà senz’altro del tempo per abituarmi! Ma sì, abbiamo avuto un sacco di richieste per spettacoli dal vivo, quindi pensiamo che ci pentiremmo di non aver fatto del nostro meglio per indossarne un po’.

John: Sì, ad essere onesti, ho sempre suonato solo la batteria dal vivo, mai chitarra/voce, quindi ho un po’ di lavoro da fare anche per me per prepararmi al palco! Ma siamo entusiasti e stiamo facendo progressi lenti ma sicuri.

Ci suggerite alcune leggende scozzesi o celtiche poco note?

John: Beh, in realtà ci sono un sacco di bestie oscure e leggende dalle quale scegliere una volta che vai a cercarle! Molte delle quali le abbiamo scoperte per caso mentre scrivevamo i nostri testi. Ne abbiamo alcune che salveremo per le nostre prossime release, ma uno con cui la gente potrebbe non avere familiarità e che ha effettivamente influenzato molti altri scritti sono i “redcaps” o “powries” dei confini scozzesi (il sud della Scozia, al confine con l’Inghilterra). Si tratta di una razza di creature assassine goblin che abitano in castelli abbandonati e siti in cui si sono verificate azioni malvagie (luoghi di esecuzione, ex sedi di tiranni, ecc.). Si nascondono in agguato per i viaggiatori, che tendono agguati con massi e rocce. Dopo un’uccisione riuscita, inzuppano i loro cappelli nel sangue delle loro vittime, dando loro una tonalità cremisi – da qui, ‘redcap’.

Farete mai un EP o un album cantato interamente in gaelico?

Sophie: Ci piacerebbe fare un full-length in gaelico, o almeno un EP come suggerisci -l’unica sfida è che è una lingua abbastanza difficile, e specialmente per un ascoltatore con poca familiarità può essere estremamente difficile capire cosa succede!

John: In realtà abbiamo considerato di farlo per Samhainn, ma dopo una discussione abbiamo deciso che volevamo fare un album più “accessibile”, nonostante abbiamo incluso molti elementi in gaelico, titoli e versi come un’introduzione alla cultura gaelica. Ma una volta che saremo un po’ più avviati sarà qualcosa che ci piacerebbe fare.

Sophie: Il gaelico è in tale declino in Scozia che rischia di non avere madrelingua nel giro di poche generazioni, quindi siamo davvero desiderosi di fare la nostra piccola parte per tenerlo in vita.

Ci consigliate qualche band scozzese underground da ascoltare assolutamente?

Sophie: Abbiamo un numero sorprendentemente alto di compagni di label scozzesi alla Trepanation Recordings e tutti facciamo cose interessanti e inusuali: Tommy Concrete, A Sea of Dead Trees e Order of the Wolf sono tutti meritevoli di ascolti.

John: Nello spazio del folk metal, i Ruadh fanno un bel mix di black/folk, sicuramente anche loro meritano un ascolto.

La prossima estate verrò per la prima volta in Scozia e vi chiedo di suggerirmi un posto fuori dai classici giri turistici che però secondo voi vale assolutamente la pena di visitare.

John: Questo è bello da sentire! Sono pesantemente di parte ovviamente, ma potresti visitare qualche isola della costa ovest e trovare alcune delle più belle ed ancora largamente inesplorate aree inesplorate che ci siano. Ti potrebbe aiutare se ti piace il whisky, ed è essenziale che non ti importi del tempo molto variabile, ma puoi trovare dei paesaggi e delle scogliere davvero surreali lì. Una delle opzioni più fuori dai sentieri battuti è l’isola di Oronsay: puoi raggiungerla solo guidando o camminando su un fondale marino esposto alla bassa marea dalla vicina isola di Colonsay. Se ci invii un messaggio con il tuo itinerario approssimativo sono sicuro che potremmo dare alcuni suggerimenti più personalizzati!

Sophie: In alternativa ci sono le Highlands che hanno una vibe e una bellezza differente, ci sono molti itinerari di trekking e di scalata che puoi prendere che sono abbastanza tranquilli tutto l’anno. Solamente, stai attento al Beithir-nihms…!

Siamo alla fine della chiacchierata, volete aggiungere qualcosa e salutare i lettori italiani?

Sophie: Secondo le nostre statistiche di Spotify e iTunes, l’Italia è costantemente nella top 5 dei paesi degli ascoltatori da quando è uscito Shade Beyond l’anno scorso, quindi un grande grazie ai nostri fan italiani- siamo contentissimi che vi sia piaciuto tanto il nostro sound strano!

John: Mi associo assolutamente a questo, siamo estremamente onorati di vedere che la nostra musica è piaciuta a persone di tutto il mondo, la risposta a Samhainn è stata strabiliante, e avere avuto una tale popolarità in Italia è stato semplicemente fantastico – e siamo sicuri che questo blog è almeno in parte responsabile di questo, quindi grazie Mister Folk per il continuo supporto!

ENGLISH VERSION:

We meet up talking again a year after the previous time. The EP is over and now you have released your debut album: how did you get to Samhainn?

Sophie: Yes indeed, and thanks very much for having us back for another chat! It’s fair to say it’s been a pretty crazy year for us. The Shade Beyond EP wasn’t something we ever expected to get much interest from, but it really caught some people’s attention which we were of course delighted with, and encouraged us to write the full-length.

John: Yes, I think we may have mentioned last time we spoke the EP was really a passion project that we definitely didn’t expect to get much attention – we did a lot of the production ourselves, and were very experimental in our approach. Whilst we’re still happy with Shade Beyond for what it is, with Samhainn we wanted to get some higher quality production and really make a ‘serious’ attempt at making a full album, and we’ve been very humbled by the reaction to it.

For the physical record you relied on Trepanation Recordings: how did you come to an agreement and how are you getting along with them?

Sophie: We approached Trepanation Recordings originally to see if they were interested in producing some copies of the Shade Beyond EP. Dan there was really supportive of our sound and kindly took us on for the CDs, and we had such a good experience with him that it was a no-brainer when he offered to do the CDs for Samhainn as well.

John: Yeah, Dan at Trepanation has been absolutely brilliant. He supports a lot of weird, dark and unusual projects like ours that otherwise might not get as much exposure. He is very reasonable with the contracts, and is just generally a very good guy. He actually plays bass in Mastiff (some excellent sludge/death from England) who played in Edinburgh recently, so I got to meet him in person at the gig which was fantastic.

Can you tell us what the cover art of both your EP and your debut album represent? Who made them?

Sophie: For any of your readers that might not know us, the name ‘Hand of Kalliach’ is a play on the name of an ancient witch-god of winter from Scottish mythology called the ‘Cailleach’. She is most frequently depicted as an old hag, but sometimes she takes the form of a beautiful woman, and arises from the depths to usher in winter. A lot of our music is centred around the twinned themes of benevolence and malevolence she represents in mythology, and we really wanted that to come across in the artwork. We actually made the EP artwork ourselves with one of John’s friends, it’s actually a photograph of white ink in a big tank of water with the lights off!

John: For both the EP and the album we really wanted to capture the heavy atmosphere, with reference to seas, seasons and time, and of course the central focus of an abstract interpretation of a Cailleach-like female deity. With Samhainn, we got a professional artist who goes by VHummel on social media to make the artwork, which we absolutely love. It again depicts a female Cailleach-like figure, this time with more influences from the mythology behind her – in this case, she is portrayed as youthful, which we felt would be appropriate for the beginning of her seasonal reign over winter that Samhainn celebrates. She’s carrying her staff which she uses to bring the frosts where she walks, and a hammer with which she shapes mountains and the skylines. Again, credit to VHummel – we gave him a whole bunch of options to include and he managed to elegantly include them all!

The record sounds compact and I think you’ve reached a style that characterizes you and makes you immediately recognizable. Do you agree with me?

Sophie: That’s great to hear, thank you! Yes, we really wanted this to be focussed down to one core style, rather than our much more varied EP.

John: Agreed, thanks! Whilst there are still a lot of influences in our sound, this is much more condensed and it’s very positive to hear you find the sound immediately recognisable. We’ve taken it as a compliment when writers and reviewers have said they find it difficult to categorise us, which hopefully suggests that it’s something a little different.

What are the best songs on the album in your opinion?

Sophie: Good question, as we’re split on our favourites – mine is Solas Neònach closely followed by The Lull of Loch Uigeadail, but John’s are Roil and Return To Stone. That said, we’ve been pleasantly surprised that there’s no real consensus amongst listeners as to what the best ones are – Each Uisge is possibly just ahead in streaming popularity, but it’s a close thing.

John: When we were trying to decide which track to release as a single for the album launch, we kept debating the options. So, as in all healthy marriages, we ‘compromised’ and went for Sophie’s favourite…!

I liked The Lull of Loch Uigeadail very much: what is this song about and what can you tell us about its creation?

John: Really great to hear – putting a slow, atmospheric track in the middle of a heavy album is always a gamble, but we’ve had a positive response to it. This was a very different track for us, and was originally written as the first half of a bigger track which consisted of this and the following track, Ascendant. You might notice that the melody the guitar starts playing about halfway through Lull… is nearly identical to the high riff in Ascendant, with the drum outro from this one doubling pace into the next. We decided to split them though, as sometimes you may wish to listen to one and not the other depending on mood, as it’s a big swing from this one.

Sophie: Loch Uigeadail is a loch on the Isle of Islay off the west coast of Scotland, where John’s family come from. It’s name roughly translates to ‘the mysterious pool’ and this track is kind of an interpretation of how it gained that name. As with most of our tracks, the lyrics are pretty abstract but are from the perspective of the bottom of the loch, in a place of relative calm. We wanted to build an impression of swirling echoes of rage and residual heat from the abrupt end of “Cinders,” and capture that emotive nadir that can follow a prolonged period of anguish, rage or exertion, and find a level of peace amidst the sorrow, calling you to rest in the deep. All of this precedes the rally of Ascendant, metaphorically rising from the dark depths, brimming with resolve.

I found the last two tracks of the album a bit different from the other ones and I thought that for the next releases your sound might have some new shades. Do you want to tell us about Trial of the Beithir-Nimh and Return to Stone?

John: Of course, so along with Each Uisge, Trial of the Beithir-Nimh is a track based on it’s namesake creature from Scottish mythology. ‘Beithir-Nimh’ (pronounced beh-hir niv) translates to ‘venomous serpent,’ which is a 12-legged wingless dragon lurking in caves and burrows under the mountains in the highlands. Much like more regular dragon folklore, they played twisted games with careless travelers, and the tales go that it stings it’s victims before racing them to the nearest body of water. If the victim wins, they live, and if not they die. They were believed to be formed under lightning storms from the corpses of a snakes that had been severed in two by humans, and some tales held that the Cailleach once took the form of a Beithir-Nimh herself having been killed by hunters whilst in her human form. The riff in 12/8 was written to emulate the 12 legs moving rapidly down the cliffsides, in a sort of desperate, stumbling race.

Sophie: With Return To Stone, this is another nod to Cailleach mythology. Having come alive on Samhainn in time to rule over the winter months, at the end of the season she turns to stone on Bealltainn, beneath the depths of the Corryvreckan whirlpool. We wanted to create an atmosphere of finality and gazing at the abyss, as the Cailleach and/or protagonist reflects on all the horrors of their wintry existence and prepares for the end. The laborious hammer strikes echoing in the background at the start, along with the doom-esque pacing, were to create a sort of grim, cold and determined air.

What is “Òran na Tein’ éigin” about?

John: Òran na Tein’-éigin (pronounced oran na chehneh ey-gin) translates to ‘song of the need-fire,’ an old ritual where all the fires in a village would be extinguished and then re-lit with torches from a single bonfire. Villagers uses ropes to turn a huge upright log to use the friction to ignite the fire, and it was a ritual used to variously banish plagues, evil spirits, or whatever malign forces were perceived to be affecting the townsfolk.

Sophie: This is probably our most ‘out-there’ track musically, as it melds a lot of black metal elements with a form of Scottish mouth music, called ‘puirt-a-beul.’ It’s a very rapid, melodic singing, with a lot of rhythm and repetition. We fully accept it’s very peculiar, but it seems to have been of interest to listeners. It was also a bloody nightmare to record the vocals for!

Have you ever thought about using some traditional instruments in your music? Could it be a good idea?

John: While we do make some light use of harps in the album, particularly where we want to add an element of atmosphere, the core part of our writing process is taking melodies, scales and rhythms that are typically used in Scottish folk and transpose these for distorted guitars.

Sophie: Whilst we are in no way against using traditional instruments, or ruling them out for future work, the way we get to our sound largely steers us away from them, as the parts we would write for them are mostly played on guitars instead. For example, the melody at the start of Return to Stone is very much based on bagpipes – but we think that actually using bagpipes there would clash with the atmosphere we try to create. But, never say never, and it’s definitely something we could explore more on future releases.

You live in the beautiful Scotland and I like to think that a simple walk can inspire you something that goes in the album. Is this happening?

Sophie: Thank you, we do love it here! And yes, there is certainly a lot to inspire once you get out into the country, whether that be the coasts, mountains, forests or glens. A lot of our inspiration is from spending a lot of time on the Isle of Islay, due to John’s family there.

John: Absolutely, I think sometimes it’s almost too easy writing songs about the seasons here because they can be so dramatic! And when you have the context of the mythology it just adds a huge amount of flavour.

Hoping that the health situation will improve more and more, have you ever thought about adding session men to play live and continue as a duo in the studio?

John: Definitely – it’s a goal for 2022 to get at least one show in, and we’ve been having some early conversations with local musicans who are interested in playing with us. We don’t want to set expectations too high, as we have three young children including a baby which takes the majority of our spare time currently, but once they’re a little older we definitely hope to have some more time to practice and play live.

Sophie: I’ve never actually played live before so it’s definitely going to take some getting used to! But yes, we’ve had a lot of requests for live shows, so we feel we’d regret not giving it our best attempts to put some on.

John: Yeah to be fair I’ve only ever drummed live before, never guitar/vocals, so I’ve got a bit of work cut out for me too to get stage ready! But we are keen, and we are making slow but sure progress there.

Can you suggest us some less popular Scottish or Celtic legends?

John: Well, there’s actually a huge range of obscure beasts and legends to choose from once you go digging for them! Many of which we only stumbled upon when writing our tracks. We’ve got a few we’ll save for a future release, but one that people might not be familiar with that has actually influenced a lot of other writing is the ‘redcaps’ or ‘powries’ of the Scottish borders (the south of Scotland, bordering England). These are a race of murderous goblin-esque creatures that inhabit abandoned castles and sites where evil deeds had taken place (execution grounds, former seats of tyrants, etc). They lurk in wait for travellers, who they ambush with boulders and rocks. Upon a successful kill, they soak their hats in the blood of their victims, giving them a crimson hue – hence, ‘redcap’.

Will there ever be an EP or a full-length entirely in Gaelic or something with a theme?

Sophie: We’d love to do a full-length in Gaelic, or at least an EP as you suggest – the only challenge is that it is quite a difficult language, and particularly for a non-familiar listener it might be extremely hard to fathom what’s going on!

John: We actually considered doing it for all of Samhainn, but after discussion we decided we wanted to make the album more accessible, whilst still including a lot of Gaelic elements, titles and verses as an introduction to Gaelic culture. But once we’re a bit more established it would be something we’d love to look at doing.

Sophie: Gaelic is in such decline in Scotland it’s in danger of having no native speakers within a few generations, so we are really keen to do our small part to keep it alive.

Can you suggest us some underground Scottish band that we must absolutely listen to?

Sophie: We have a surprisingly high number of Scottish label-mates on Trepanation Recordings all doing some really interesting and unusual stuff – Tommy Concrete, A Sea of Dead Trees, and Order of the Wolf are all worth checking out.

John: On the folk metal space, Ruadh do a great mix of black/folk, definitely worth checking them out too.

Next year I’ll come to Scotland for the first time and I ask you to suggest me a place that is off the beaten track but, in your opinion, it is absolutely worth a visit.

John: That is great to hear! I’m heavily biased of course, but you could visit any of the west coast islands and find some of the most beautiful yet largely unspoiled wilderness there is. It helps if you like your whisky, and it’s essential that you don’t mind very variable weather, but you can really get some unreal landscapes and coastlines there. One of the more off the beaten track options is the isle of Oronsay – you can only reach it by driving or walking across a seabed that is exposed at low tide from the neighbouring isle of Colonsay. If you message us with your rough itinerary I’m sure we could make some more tailored suggestions!

Sophie: Alternatively there’s the highlands which have a very different vibe and beauty, there are plenty hiking and mountaineering routes you can take that are really pretty quiet all year round. Just watch out for the Beithir-nimhs…!

We’re at the end of the chat, would you add something more and say hello to the italian readers?

Sophie: According to our Spotify and iTunes stats, Italy has consistently been in the top 5 countries for listeners ever since launching Shade Beyond last year, so a massive thank you to our Italian fans – we are delighted you have enjoyed our weird sound so much!

John: I would absolutely echo that, we are extremely humbled seeing our music enjoyed by people across the world, the response to Samhainn has been mind-blowing, and to have had such popularity in Italy was just fantastic – and we’re sure this blog is at least partly responsible for that, so thank you Mister Folk for the continued support!

Intervista: :NODFYR:

Ho scoperto l’esistenza dei :NODFYR: girando per il sito della Van Records: c’era questa neonata band che stava per pubblicare un EP di due brani in formato cd e vinile 7″. La descrizione diceva “pagan metal” e con musicisti che avevano fatto parte degli Heidevolk. Tanto è bastato per farmi acquistare In Een Andere Tijd nel 2017, un breve lavoro di rara intensità, ma ci sono voluti ben quattro anni per poter avere tra le mani il disco di debutto Eigenheid, una solida conferma di pagan metal quadrato e potente. Intervistare la band olandese era a dir poco obbligatorio e i musicisti non si sono certo tirati indietro con risposte scolastiche. Musica sincera che viene direttamente dal cuore: ascoltatela dopo aver letto questa piacevole chiacchierata.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Chi segue Mister Folk già ha avuto modo di leggere di voi, ma vi chiedo comunque di iniziare l’intervista con la classica introduzione della band.

I :NODFYR: sono nati nel 2011, da un’idea mia e di Niels: volevamo creare musica di sfondo pagano, ma che avesse anche un’aura più solenne. Il nome ‘nodfyr’ si riferisce a un rituale pagano legato al fuoco, ma per noi simboleggia anche l’inizio di qualcosa di nuovo, una nuova avventura creativa che si focalizza in maniera precisa su questioni di natura più spirituale e personale, e che non si limita a cantare di eventi storici. In seguito alla decisione di Niels di perseguire altri obiettivi, mi sono unito a Jasper e Mark degli Alvenrad, e insieme abbiamo portato avanti il progetto.

Ho acquistato il vostro EP In Een Andere Tijd appena uscito e devo confessarvi che non vedevo l’ora di poter ascoltare questo disco. Siete soddisfatti del lavoro fatto?

Sì, direi che sia maturato piuttosto bene. È sempre interessante ascoltare qualcosa del passato e notare quanti progressi abbiamo fatto da allora, ma sento che quel lavoro rappresenti in maniera perfetta quello che era il nostro stato d’animo del momento: per questo, direi che sia qualcosa di cui andiamo ancora molto fieri!

Siete nati nel 2011, ma il primo lavoro è stato pubblicato sei anni più tardi e per il full-length ce ne sono voluti nove. Come mai tutto questo tempo?

È stato tutto dovuto al fatto che eravamo coinvolti in molti progetti diversi: non è stato sempre facile conciliare i nostri diversi impegni e l’energia creativa. È stata la prima volta in cui io, Jasper e Mark abbiamo lavorato insieme: possiamo dire di avere personalità e modalità di comporre musica molto differenti; quindi, ci è voluto un po’per equilibrare il tutto. Alla fine, siamo tutti molto devoti alla causa dei :NODFYR:, e sebbene ognuno di noi abbia le proprie idee su come raggiungere gli obiettivi creativi, riusciamo sempre a venirci incontro. Nutro un profondo rispetto verso Jasper e Mark, come musicisti ma ancor di più come persone: perciò, anche se i processi creativi possono essere davvero estenuanti, ne vale sempre la pena!

Eigenheid è uscito qualche mese fa, come è stato accolto dal pubblico? Potendo tornare indietro cambiereste qualcosa?

Fortunatamente, abbiamo ricevuto molti feedback positivi! Nel momento in cui si scrivono musica e testi, è come se si desse alla luce qualcosa; perciò, amiamo incondizionatamente la nostra “creatura”…ma è stato bello sapere che anche altre persone ne abbiano tratto qualcosa. Non credo che avremmo realizzato questo album in maniera differente anche se ne avessimo avuto la possibilità: abbiamo impiegato molto tempo per comporlo e registrarlo; quindi, tutte le nostre decisioni sono state prese in maniera consapevole.

La prima volta che vi ho ascoltato ho pensato che suonaste come i primissimi Heidevolk, ma più epici e quadrati. Voi cosa ne pensate e come “vedete” la vostra musica?

Sono d’accordo, condividiamo alcuni tratti, e credo che sia perché Niels era molto coinvolto nella stesura dei testi sia del primo album degli Heidevolk, sia della prima canzone dell’EP dei :NODFYR:. Suppongo che anche le mie parti vocali possano giocare il proprio ruolo in questo. Con i :NODFYR: ho l’impressione di avere un po’più di solennità e malinconia, e anche i testi sono di natura molto più personale. Anche se sono felice dei risultati ottenuti con gli Heidevolk a quei tempi, avevo sempre di più in mente il pensiero di dover compromettere le mie preferenze musicali e concettuali: in una band composta da sei persone, ognuna delle quali con opinioni molto forti, può essere inevitabile che qualcosa non corrisponda ai propri gusti. Personalmente, trovo che i :NODFYR: mi portino meno a scendere a compromessi: si accordano con ciò che desidero in una band in termini di musica, testi e artwork. Credo che anche gli altri pensino lo stesso!

La grafica del disco è veramente bella, ma nel libretto avrei gradito la presenza della traduzione dei testi in inglese per poterli comprendere. Volete raccontarci qualcosa sulla scelta della copertina e nel prossimo lavoro ci saranno i testi tradotti?

Abbiamo pensato a tradurre i testi, ma avevamo la forte impressione che tutta la loro essenza poetica sarebbe andata perduta: ci sono alcune espressioni che sono semplicemente troppo difficili da tradurre senza sacrificarne il significato o il sentimento. Invece, abbiamo optato per inserire informazioni dettagliate sui social media, in modo tale da dare un’idea del contenuto dei testi anche a coloro che non parlano la nostra lingua. Il dipinto sulla copertina di Eigenheid si intitola “Heidelandschap bij Oosterbeek” (“Brughiera vicino Oosterbeek”), ed è opera di Cornelis Lieste (1817 – 1861), il “pittore della luce” specializzato in paesaggi romantici e noto per le sue ampie vedute del cielo e per le basse linee dell’orizzonte. Dal 1854 e fino al 1856, Lieste visitò regolarmente la colonia di artisti romantici plein air di Oosterbeek, un villaggio che si trova vicino ad Arnhem, il capoluogo della regione della Gheldria (Gelderland in neerlandese, N.d.T.).

A proposito di testi, vi chiederei quindi di parlarci delle tematiche trattate nelle canzoni, e se c’è un testo in particolare che volete approfondire con noi.

Certamente! La prima canzone di Eigenheid, Mijn oude volk, è un’ode ai nostri antenati lontani, gli antichi popoli germanici da cui discendiamo. In essi vediamo le nostre radici più profonde e crediamo di dovere la nostra esistenza al modo in cui hanno plasmato la nostra storia. Anche se molti secoli ci separano,  sentiamo di avere una forte connessione con loro. Le loro storie, le loro azioni, la loro arte e i miti si trovano alla base della nostra identità e continuano ad ospitarci anche oggi. Gelre, Gelre è dedicata alla nostra terra natia. La Gheldria e le nostre anime sono connesse e la sua natura, storia e il suo folkore sono per noi fonti inesauribili di ispirazione. Secondo la saga di Wichard, il drago che venne ucciso da lui e/o da suo fratello Lupold nell’anno 878, avrebbe gridato incessantemente “Gelre, Gelre”. Questo è poi divenuto il nome dell’omonima città di Geldern, del ducato di Guelders, e dell’odierna regione della Gheldria. I boschi, la brughiera, i prati, la terra argillosa, le grandi dune di sabbia viva, i fiumi, i castelli, le antiche città e i piccoli villaggi della Gheldria racchiudono tutti tantissimi ricordi e memorie, e possiamo ancora udire l’urlo del drago. Le parole del testo riguardano la scoperta del proprio destino e la formazione del proprio futuro e la rivelazione del destino, che portano a diventare ciò che siamo. Crediamo che noi tutti abbiamo una storia da seguire e un ruolo da ricoprire in questa vita. Come musicisti e narratori, abbracciamo il nostro destino e procediamo seguendo il sentiero che le Norne hanno preparato per noi. Driekusman riguarda il nostro folklore. Si tratta di un canto (e di una danza) tradizionale che proviene dall’Olanda orientale, e narra di un amore impossibile. Ammiriamo la capacità che queste antiche canzoni hanno di riunire persone di ogni generazione, e con sentieri di vita differenti. La nostra versione, risultato di una collaborazione con i Folkcorn, esprime il nostro amore sia per il folk tradizionale, sia per il metal contemporaneo. Bloedlijn riguarda le proprie origini, i legami familiari e i tratti che abbiamo ereditato dai nostri antenati diretti. I frutti raccolti dopo aver scosso l’albero genealogico sono molti! Gli anziani tornano in noi e li portiamo nel futuro. Zelf è uno dei primi brani che abbiamo scritto. Riguarda un viaggio personale, il fatto di stabilire il proprio percorso e scrivere la propria saga. È basata sull’idea idea di sacrificarsi, mutare la propria pelle e crescere continuamente, per raggiungere appieno il proprio potenziale. Nagedachtenis è un testamento e un “balsamo” per coloro che sono rimasti indietro, dopo che il viaggio verso il cielo ha avuto inizio.

Due membri su tre fanno parte degli Alvenrad, band che apprezzo e che è presente nell’archivio della webzine. Conoscendo la loro proposta mi sarei aspettato qualche influenza progressive nel sound dei :NODFYR:, invece voi marciate dritti come carri armati!

Ahahah, è vero, tutte le loro brame progressive scorrono libere negli Alvenrad, ma con i :NODFYR: mostrano molto di più del loro lato tradizionale. Hanno in uscita un nuovo album intitolato Veluws IJzer, che riguarda la regione della Veluwe.

Drieuksman è la canzone più folk del disco, una strumentale da tre minuti che ben spezza il ritmo dell’album. È nata con questa intenzione?

Jasper e Mark hanno arrangiato nuovamente una parte di questa canzone tradizionale in un brano più oscuro rispetto all’originale. Direi che ciò simboleggia lo spettro dei nostri interessi musicali, da ciò che è antico e allegro, per arrivare a cose più contemporanee e malinconiche!

Wording invece ha una forte influenza doom e il risultato è davvero ottimo! Seguite la scena doom e quali sono i gruppi che maggiormente vi interessano? La canzone è nata dal riff principale per poi proseguire o ha avuto una genesi differente?

Ti ringrazio! Si, di tanto in tanto apprezziamo tutti una buona dose di doom. La mia band preferita di questo genere sono di gran lunga gli italiani Abysmal Grief! Sono anche un grande fan di Type O Negative, Candlemass e My Dying Bride, anche i Reverend Bizarre vanno giù bene, e Will Of Gods Is A Great Power degli Scald è un capolavoro del pagan doom! Alcuni di noi si sono cimentati nel Supernatural Doom Metal in un progetto chiamato Gaistaz… Sì, con Wording la canzone è evoluta a partire dal riff principale, Mark e Jasper hanno avuto l’idea e il brano si è praticamente composto da solo, a partire da quel punto. Se ben ricordo, è stata l’ultima canzone che abbiamo completato per l’album.

Gelre, Gelre è un vero e proprio inno! Non a caso avete pubblicato la canzone lo scorso agosto come antipasto di questo cd.

Era davvero il brano più adatto, piuttosto semplice da imparare e rappresentativo riguardo il tema dell’album! Il video è stato girato in una location storica che di solito è chiusa al pubblico; quindi, la canzone ci ha anche aperto alcune porte!

In un post pubblicato su Facebook a metà giugno parlate di iniziare un nuovo viaggio dopo aver concluso quello di Eigenheid. Potete dirci qualcosa circa lo stato dei lavori?

Ci stiamo lavorando! L’ obiettivo  finale è quello di pubblicare un nuovo album su un tema che abbiamo già deciso, e prima di questo pubblicheremo un paio di singoli che non ne faranno parte. Di certo, spero che non ci vorranno altri dieci anni per pubblicare un altro full-length…

Grazie per il vostro tempo; potete chiudere la chiacchierata come meglio preferite.

Grazie mille per l’intervista, Fabrizio! Speriamo che il tuo pubblico abbia apprezzato sia la nostra conversazione, sia l’album!

Joris in concerto

ENGLISH VERSION:

Mister Folk followers have already read something about you: anyway, I would like to ask you to start this interview by introducing yourself and the band.

:NODFYR: was started back in 2011 by Niels and me, we wanted to make heathen music with a more solemn vibe. The name ‘nodfyr’ refers to a pagan fire ritual but to us it also symbolized the start of something new, a fresh creative adventure with a clear focus on more spiritual and personal matters rather than just singing about historic events. After Niels decided to pursue other goals I hooked with Jasper and Mark of the band Alvenrad, and together we carried the torch further. 

I purchased your EP, In Een Andere Tijd, right after its release: I must confess that I couldn’t wait to listen to it. Are you satisfied with your job?

Yes, I would say it aged pretty well. It’s always interesting to hear stuff from the past and to notice how we developed since then, but I feel that release perfectly captured the mood we were in at that moment so it’s something we’re still very proud of!

The band was founded in 2011, but your first work has been released six years after, and it took nine years for the full-length. Why have you waited so long?

That has everything to do with the fact that we’re involved in a lot of different projects and that it was not always easy to combine our agendas and creative energies. It was the first time Jasper, Mark and I worked on an album together and it’s safe to say we have very different personalities and ways of writing music, so that took a little adjusting. In the end we’re all very committed to the cause of :NODFYR: and while we each have our ideas how to reach our creative goals we always manage to find each other somehow. I have a huge respect for them as musicians but more importantly as persons, so even though the creative processes can be very exhausting they’re always worth the effort!

Eigenheid was released a few months ago: what about the public reception? If you had the possibility of turning back time, would you change something?

We got a lot of positive feedback thankfully! When writing the music and lyrics it’s basically like giving birth to yourself so we love our baby no matter what, but it was good to hear other people also got something out of it. I don’t think we would have done anything in a different way if we would get the chance, we took a lot of time writing and recording it so all our decisions were very conscious.

During my first listen to your music, I thought that it sounded similar to Heidevolk’s one, remembering their very first works… but your style was more epic and solid. What is your opinion about that? How do you “see” your music style?

I agree it shares some similarities, I think that’s because Niels was very much involved in the songwriting of both the first Heidevolk album and the first song of the :NODFYR: EP. I suppose my vocals may play a role in that too. With :NODFYR: I feel we have a bit more solemness, moodiness and the lyrics are of a far more personal nature. Even though I’m happy with what I achieved with Heidevolk at the time I increasingly had the idea that I had to compromise my musical and conceptual preferences, and in a band with six people with very strong opinions it may be inevitable that not everything is according to your own taste. :NODFYR: is less compromising to me personally, it’s in accordance with what I want the band to be like in terms of music, lyrics and artwork. I suspect the other people involved in it have similar thoughts about that themselves too!

The album shows awesome graphics, but in my opinion, it would have been nice to see the English translation of the lyrics in the booklet, to understand them better. Would you like to tell us something about the choice of the cover image? Are you thinking about including the translated lyrics in your next work?

We thought of translating the lyrics but felt too much of the poetic essence would be lost, certain ways of saying things are just too hard to translate without sacrificing meaning or feeling. Instead we opted for extensive liner notes on our social media to give people that do not speak our language an idea what we sing about. The painting on the cover of Eigenheid is called “Heidelandschap bij Oosterbeek” (“heath landscape near Oosterbeek”), by Cornelis Lieste (1817 – 1861). The “painter of the light” specialized in Romantic landscapes and was known for his wide skies and low horizons. From 1854 until 1856 he regularly visited the artist colony of Romantic plein-air painters in Oosterbeek, a village near the Gueldrian capital Arnhem.

Speaking of the lyrics, I would like to ask you to tell us more about the themes of your songs. Would you like to talk about some lyrics in a more detailed way?

Certainly! The first song on Eigenheid, Mijn oude volk is an ode to our distant ancestors, the ancient Germanic peoples that we descended from. In them we see our deepest roots and we believe we owe our existence to the way they shaped our history. Even though we are divided by many centuries we feel strongly connected to them. Their stories, deeds, art and myths stand at the very basis of our identity and they continue to inspire us to this day. Gelre, Gelre is dedicated to our home soil. Gelderland and our souls are interwoven, and its nature, history and folkore are unending sources of inspiration to us. According to the saga of Wichard, the dragon that was slain by him and/or his brother Lupold in the year 878 would incessantly cry “Gelre, Gelre”. This became the namesake of the town of Geldern, the duchy of Guelders, and present-day Gelderland. The woods, heath, meadows, clay, sand drifts, rivers, castles, ancient cities and tiny villages of Gelderland all carry so many memories, and we can still hear the dragon’s cry. Wording is about discovering one’s own destiny, shaping one’s own future, the unraveling of fate and becoming who we really are. We believe we all have a narrative and a part to play in this life. As musicians and storytellers we embrace our fate and act accordingly by treading the path set before us by the Norns. Driekusman deals with our folklore. It’s a traditional song and dance from the east of the Netherlands and it’s about an impossible love. We admire the ability of these old songs to bring people from all generations and walks of life together. Our version, a collaboration with Folkcorn, expresses our love for both traditional folk and contemporary metal. Bloedlijn is about ancestry, family ties and the traits we inherited from our direct forebears. The fruits yielded from shaking the family tree are many! The elders return in us and we carry them into the future. Zelf is one of the first we wrote. It is about a personal journey, setting your own course and writing your own saga. It is based on the idea of sacrificing, shedding skin and continuously growing in order to reach your full potential. Nagedachtenis is a testament and a healing for those left behind after the journey to the hall up high commences.

Two members of your band also play in Alvenrad: I truly appreciate them, and they are in our webzine’s archive as well. Being aware of their style, I expected some progressive influence also in :Nodfyr:’s sound… but apparently, you march straight, like tanks!

Hahaha, yes all their progressive urges flow freely in Alvenrad but with :NODFYR: they show more of their traditional sides. They have a new album called Veluws IJzer coming up, dealing with the Veluwe region.

Driekusman sounds like the most folk-influenced song: being an instrumental track, it gives a break to the general rhythm of the whole album. Have you composed it with this purpose in mind?

Jasper and Mark rearranged some of this traditional song into a darker piece then the original. I guess this symbolizes the spectrum of our musical interests, from old and happy to contemporary and moody!

On the other hand, Wording shows a strong doom influence, with a great final result! Are you followers of the doom scene, and are you particularly interested in some bands? It looks like the song developed around the main riff: did you conceived it this way, or you had something different in your mind?

Thank you! Yes we all appreciate a good dose of doom from time to time. By far my favorite band in this genre is Italy’s Abysmal Grief! I’m also a big fan of Type O Negative, Candlemass and My Dying Bride, stuff like Reverend Bizarre also goes down well and Will Of Gods Is A Great Power by Scald is a pagan doom masterpiece! Some of us have tried their hand at Supernatural Doom Metal in a project called Gaistaz… Yes, with Wording the song evolved from the main riff, Mark and Jasper came up with the idea and the song practically wrote itself from that point on. If I recall correctly it was the last song we finished for the album.

Gelre, Gelre is a real hymn! No wonder that you released it last August as an “appetizer” of the whole album.

It was the most fitting song indeed, pretty easy to get into and also representative of the topic of the album! The video was shot at a historic location normally closed to the public so the song even opened some doors for us!

In mid-June, you shared a statement on your Facebook page, saying that “the time has come to start a new journey”, after the final release of Eigenheid. Could you tell us something about the “progress of work”?

We’re underway! The goal is eventually to release a new album around a theme that we have already decided, and before that we will release a couple of non-album singles. I sure I hope it won’t take another decade before we release a full-length…

Thank you for your time. You can end our chat as you wish!

Grazie mille for the interview Fabrizio! We hope your audience has enjoyed the interview and the album!

Mark in concerto

Intervista: Helheim

Quanti gruppo possono vantare la pubblicazione di un disco stupendo come WoduridaR a quasi trenta anni dalla propria formazione? E quanti, nell’ultima parte di carriera, hanno azzeccato uno dietro l’altro la realizzazione in serie di album che hanno permesso al sound classico del gruppo di progredire rendendolo fresco e sempre nuovo senza tuttavia snaturarlo, lasciando le vecchie radici ancora ben salde? In pochi possono competere con gli Helheim del 2021, e fa sempre piacere avere a che fare con un artista come Vgandr, sincero nelle risposte e con il desiderio di far conoscere meglio l’ultimo nato in casa Helheim.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Ascoltando WoduridaR ho avuto la sensazione di essere circondato dalla nebbia, di avere freddo e di stare incredibilmente bene. Vi piace l’effetto che mi fa e cosa provate voi ad ascoltarlo?

Ti sono grato per il tuo pensiero, ma sottolineo sempre che formulare una propria opinione riguardo l’interpretazione di un album è importante per tutti. Devo dire che comprendo perfettamente la tua descrizione, e in effetti tendo a provare le stesse sensazioni. Tuttavia, quando si lavora così meticolosamente ad un album, come abbiamo fatto noi, è facile esacerbare l’intera sessione. Nel tempo, questo potrebbe riportare all’idea originale, come è stato per i vecchi album.

Ho avuto l’impressione che con WoduridaR abbiate proseguito quanto fatto negli ultimi lavori, ma ripescando una parte di quella vecchia cattiveria musicale che ultimamente era stata messa un po’ in disparte.

Sono totalmente d’accordo, in particolare riguardo Rignir. Dare a quest’album una natura più estrema è stata una decisione consapevole. Allo stesso tempo, devo dire che è stato importante per noi proseguire mantenendo il cantato pulito. Ormai è parte integrante degli Helheim, e rende la musica più atmosferica e variegata.

La mia idea è che questo disco sia il più completo e bello della vostra discografia. Voi cosa pensate di questo disco? So che è difficile da dire, ma quali sono i dischi che ritenete più riusciti e importanti della vostra discografia?

Beh, grazie mille. Non accade molto spesso che una band pubblichi il suo miglior album dopo quasi 30 anni di attività; perciò, questo è sicuramente gratificante da sentirsi dire. E anche io concordo con te. Credo che per ogni band sia importante lavorare all’album successivo pensando che possa essere il migliore. È qualcosa che abbiamo fatto anche noi, e continuiamo a fare, ma col senno di poi non sempre ci siamo riusciti (vedi Blod & Ild, Yersinia pestis ecc.); in ogni caso, direi che i nostri ultimi tre album siano di una qualità davvero soddisfacente.

I testi sono slegati tra di loro e nell’info sheet fate menzione di Tankesmed e Litil Vis Madr come i più oscuri dell’album. Vi chiedo quindi di approfondire i testi del disco e di queste due canzoni nello specifico.

Eheh, servirebbe troppo spazio per darti una spiegazione dettagliata, traccia per traccia. Di solito tendo a farlo per telefono, o comunque a voce. Però, posso farti un tutorial.

Vilje av stål – Questo brano riguarda la perdita di un passato glorioso. Inoltre: dovremmo accettare questa perdita, oppure dovremmo accettare di non accettare ciò che oggi viene accettato? Mi segui?

Forrang for fiende- Anche se tutto sembra ormai perduto nel passato, c’è ancora una luce. Una luce che resta dentro di noi. Questa luce è di natura più umile rispetto a quella moralista tipica di ciò che viene considerato sacro per i monoteisti. Così come loro venerano (il che è davvero una follia in sé), noi impariamo dal nostro passato, e restiamo legati a radici morali che non distruggono (e non si distruggono). Per questo motivo diamo la precedenza ai nemici: sappiamo già che si sentono superiori.

WoduridaR – Riguarda i diversi appellativi di Odino, e i loro legami con le sue diverse aree di azione.

Åndsfilosofen – Un testo completamente bizzarro, al quale ognuno può attribuire la propria idea di significato. Non sono certo nemmeno io di cosa mi passasse per la testa, quando l’ho scritto.

Tankesmed – Rabbia allo stato puro. Lascia che il martello della volontà vibri i suoi colpi sulla testa di coloro che hanno tentato di accecarci nelle ultime migliaia di anni.

Ni s solu sot – Il titolo è in proto-norreno, e può essere tradotto come Senza la luce del sole. Si basa su un libro riguardante il proto-norreno, in cui vengono interpretate e discusse diverse iscrizioni runiche. È decisamente di un testo dal sapore mistico.

Litil vis madr – Un uomo conosce poco. Anche questo testo è basato su un’iscrizione runica. Cosa sappiamo davvero? Quali segreti devono ancora essere svelati? Noi sappiamo poco, ma la terra conosce tutto. Al suo interno albergano molti segreti che devono ancora essere scoperti dagli uomini, e che non sono mai stati portati alla luce.

Det kommer I bølger – Scritta in un momento di disperazione, in cui l’amore infuriava selvaggio nel mio cuore. Si tratta di una storia vera, che per mia fortuna ha avuto un lieto fine.

Ni S Soli Sot è forse la canzone più particolare dell’album, avendo una fisionomia tutta sua e presentando al suo interno diversi elementi che la caratterizzano. Volete raccontarci qualcosa sulla sua composizione e dirci come voi musicisti vedete la canzone in questione?

Questo brano è stato composto da H’grimnir, quindi non posso davvero dire quale sia stato il processo creativo. In ogni caso, è certamente uno dei miei preferiti dell’album.

Torniamo al disco landawarijaR, con la title-track che omaggia Impressioni Di Settembre della P.F.M. La prima volta che ho ascoltato la canzone sono rimasto a bocca aperta perché siete riusciti a far vostro un pezzo della storia del prog amalgamandolo alla perfezione col vostro sound. In quale modo è venuta fuori questa cosa? Prima di iniziare la scrittura avevate già in mente di fare un omaggio del genere o semplicemente è stata fatta in sala prove per “giocare” e poi il risultato vi ha entusiasmato?

Il ricordo è abbastanza vivido. A quei tempi ascoltavo molto prog italiano, e la canzone menzionata fu tra quelle che catturarono maggiormente la mia attenzione. Si avvicinava davvero alla mia definizione di “maestoso”. Avevo già iniziato a comporre la title track, ma poi ho avuto l’idea di includere la P.F.M., creando quello che è l’attuale vero brano. Mentre andavamo in montagna per un meeting, ho presentato la mia idea al resto della band, e tutti l’hanno immediatamente apprezzata. Quindi, la canzone è divenuta realtà.

Il progressive italiano in Norvegia sembra avere diversi fan nella scena viking black: voi, Enslaved e Borknagar non ne fate mistero. La cosa interessante è che tutti voi avete avuto un’evoluzione dal suono crudo degli inizi verso un qualcosa di più strutturato che mette insieme extreme metal e influenze prog, di fatto rendendo i vostri sound unici e immediatamente riconoscibili.

Non sapevo che anche gli Enslaved e i Borknagar ascoltassero prog italiano, ma direi che la cosa abbia senso. Devo sottolineare che landawarijaR è l’unico brano che trae i suoi frutti da un’influenza prog diretta. Le altre sono semplicemente idee sparse che avevamo in testa.

Al di là del nome, qual è la vostra connessione con la mitologia norrena?

I nostri testi riguardano i misteri delle rune, e anche la condotta e l’etica degli antichi. Ritengo che ci sia molto da imparare dal passato. In più, utilizzo la concezione pagana come avversario dei dogmi religiosi che si sono impossessati delle nostre vite.

Ci sarà qualche tour per promuovere il disco, magari in primavera? State organizzando le date sperando di poter girare l’Europa senza problemi?

No, abbiamo solo festival in programma.

Pubblicherete mai un live album o cd/dvd live, magari in occasione di un anniversario?

No, decisamente no. Non abbiamo interesse in questo genere di cose.

Vi ringrazio per l’intervista e spero di potervi vedere presto in concerto in Italia; volete aggiungere qualcosa?

Grazie a te. Spero che il popolo metal italiano apprezzi il nostro nuovo album, visto che noi stessi ne andiamo fieri. E come sempre: il paganesimo è resistenza.

ENGLISH VERSION:

While listening to WoduridaR I have felt like being surrounded by the fog. I could feel the cold air, it was a pleasant and incredible sensation. Do you agree with my personal feeling? How do you feel while listening to this album?

I’m grateful for your thoughts and sensations, but I always stress that it’s important for everyone to make up their own opinion about how an album is interpreted. I must say that I fully understand your description, and I tend to feel the same. Though, when working on an album so thoroughly as we have, it’s easy to overkill the whole session. In time it might bring back the original idea, as it is with older albums.

I had the impression that WoduridaR is the natural prosecution of your last works, with a bit more of your old “musical violence”, which was a bit left out in them.

I do agree, and especially concerning Rignir. It was a conscious decision to let this album be of a more extreme nature. At the same time, I must say that it was important for us to maintain and progress with the clean vocals. It’s now an integral part of Helheim, and it makes the music more varied and atmospheric. 

My general opinion is that WoduridaR is the best one in your discography; moreover, it can be considered also as the most complete one. What do you think about this album? I am aware that it might be a bit difficult for you to select, but I would like to ask you which are the records that you think are the most important and successful in your discography.

Well, thank you for that. It’s not very often a band releases their best album after almost 30 years, so this is of course extremely rewarding to hear. And I do agree with you as well. I think it’s important for any band to always chase the next album as being their best. This is something we also do and have done, but in hindsight we haven’t always succeeded in that (e.g. Blod & Ild, Yersinia pestis etc.), but again I think that our last 3 records are of a very satisfying quality.

The lyrics are not related to each other, and in the info sheet, you mention Tankesmed and Litil Vis Madr as the most obscure tracks of this album. I would like to ask you to tell us more about these two songs, and to give us a further explanation of all the lyrics in general.

Haha, to give you a thorough walk-through through every track would take up too much space. I rather tend to do that via telephone or other oral medias. But I will give you a tutorial.

Vilje av stål- Is about the loss of a grandeur past. Moreover, should we accept this loss, or should we accept to not accept what is now the accepted. Get it?

Forrang for fiende- Though all seems lost in the past there is still a glow. The glow that lingers within us. This glow is of a humbler state than the self-righteous light of the holy/monotheistic. As they worship (indeed a folly in itself), we learn from our/the past and stick to the moral roots that doesn’t destroy. So, for that matter we give precedence to enemy as they already feel that they’re superior.

WoduridaR- Concerning Odin’s different names and how they’re linked to his different areas of activity.

Åndsfilosofen- Completely and utterly a weird lyric where each can find their own meaning. I’m not even sure myself what I had in mind when I wrote it.

Tankesmed- This is pure anger. Let the hammer of the will fall hard upon the ones who have tried to blind us the last thousands of years.

Ni s solu sot- The title is pre-nordic and can be translated into No sunlight. Based on a book about the pre-nordic language where different runic inscriptions are debated and interpreted. A mystic lyric, indeed.

Litil vis madr– And man knows little. This is also based on a runic inscription. What do we actually know? What secrets are still to be revealed? We know little, but the earth knows it all. Therein lies so many secrets that are still to be found by man, and some never to be excavated.

Det kommer I bølger- Written in dire times when love raged wild in my heart. It’s a true story, and luckily for me it ended well.

Ni S Soli Sot probably is the most peculiar track of the whole album: it has its very own structure and several elements that characterize it uniquely. Would you like to tell us something about the process of writing, and your thoughts on this song?

This song was created by H’grimnir, so I can’t really say how the process was. It sure is one of my favourites on the album.

Let’s take a step back to your album LandawarijaR: the title track is a tribute to P.F.M.’s song Impressioni Di Settembre. The first time that I listened to it I was truly amazed: you have been able to re-interpret a milestone in the history of prog, mixing it with your sound with a perfect result. What was the process that led you to this? Did you have in mind to make this tribute before starting writing? Or was it a kind of experiment made during the rehearsals, with a result that left you excited?

I remember it quite vividly. At the time I was listening to a lot of Italian prog., and one of the songs that really caught my attention was the mentioned song. It really resonated to what I consider majestic. At the time I’d already started writing the title track, but I could hear the idea of using P.F.M. on this actual track. On our way to the mountains to have a band meeting I presented the rest of the band with the song, and they immediately liked the idea. And so, the song was a reality.

Italian progressive music seems to be popular in the Norwegian viking black scene: you don’t make a mystery of it, along with Enslaved and Borknagar. The most interesting aspect is that all of you have experienced an evolution: from the rough sound of beginnings to something more complex that blends extreme metal and prog influences. This leads to unique styles and sounds, easily and immediately recognizable.

I didn’t know that Enslaved and Borknagar listened to Italian prog., but I guess it makes sense. I must stress that the song LandawarijaR is the only song that bears fruit from a direct influence from prog. The other influences are just loose ideas coming from the brain.

Besides the name of your band, what would you say about your connection with Norse mythology?

Our lyrics deals with the mysteries of the runes, but also the conduct and ethics of old. I think we have a lot to learn from our past. Furthermore, I use the pagan notion as an adversary to the religious dogmas that possesses our lives.

Are you planning a tour to promote your album, maybe in Spring? Are you scheduling the dates, hoping that it will be possible to travel around Europe without any issues?

No, we’re not. Only doing festivals.

Are you thinking about releasing a live album or a live CD/DVD, maybe to celebrate an anniversary?

No, certainly not. Not interested in doing such.

Thank you so much for this interview, I hope to see you live in Italy soon. Would you like to add something for our readers?

Thanks a lot for the interview. I hope that the Italian metal heads will enjoy our new album, as we’re proud of it ourselves. And as always; Heathendom is resistance.

Intervista: Aexylium

Conoscere una giovane band ai primi passi, seguirla negli anni e assistere alla maturazione artistica per poi parlare dei dischi che pubblica: così è successo anche con i lombardi Æxylium, avendoli incontrati per la prima volta nel 2016 grazie all’EP The Blind Crow e dando loro spazio per raccontarsi ai lettori del sito. La band del frontman Steven Merani ha da poco pubblicato il secondo disco The Fifth Season ed è questa l’occasione buona per tastare il polso a una delle più promettenti realtà folk metal. Hanno risposto alle domande Federico Buzzago (F) e Leandro Pessina (L).

RECENSIONI:
2021, The Fifth Season
2018, Tales From This Land

2016, The Blind Crow (EP)
INTERVISTE:

2018
2016

Sono passati tre anni dalla pubblicazione del debutto Tales From This Land e di strada ne avete fatta tanta. Cosa vi fa piacere ricordare degli scorsi anni, tra concerti ed esperienze nuove?

F: Ricordiamo con piacere le band con cui abbiamo condiviso il palco (ad esempio Elvenking, Wind Rose ecc.) e le persone conosciute durante i concerti, in particolar modo quando a fine esibizione vengono a complimentarsi, quello fa sempre un certo effetto. Una delle esperienze più belle e calorose l’abbiam vissuta quando ci siamo esibiti al festival di Montelago, nel 2018 se non erro: la partecipazione del pubblico in quell’occasione fu davvero incredibile.

Nuovo album e nuova etichetta: come siete arrivati alla Rockshots Records?

F: In realtà con Rockshots avevamo già avuto modo di conoscerci diversi anni fa, prima ancora della pubblicazione di Tales From This Land, poi decidemmo in quel caso di percorrere un’altra strada. Questa volta invece ho contattato Roberto Giordano per inviargli l’album ormai terminato, lui si è mostrato interessato fin da subito e quindi abbiamo deciso di proseguire assieme quest’avventura.

La quinta stagione, ovvero?

F: La quinta stagione è un ipotetico ed immaginario futuro in cui l’uomo esaurisce le risorse del pianeta, fino ad arrivare ad un’epoca di carestia e una quasi totale estinzione delle specie viventi. Il clima, la natura e di conseguenza le stagioni così come le conosciamo vengono stravolte e a questo periodo viene dato il nome di “Quinta Stagione”, appunto. Nella title-track si parla proprio di questo, ma non è tutto così catastrofico come potrebbe sembrare: infatti il testo racconta anche di speranza e di una futura possibile rinascita dell’uomo e della Terra.

I testi ruotano intorno al mondo vichingo con divinità, storie e battaglie realmente avvenuto. Da dove nasce la passione per questo popolo e continuerete a parlare di loro nei testi o siete aperti a nuovi “mondi”?

F: La mitologia norrena è un tema che ci appassiona molto, e in quest’album ci eravamo promessi di ritagliarci diverso spazio per trarne ispirazione per i testi. In particolare Steven, il nostro cantante, legge diversi libri su queste tematiche, ma anche io spesso mi lascio incuriosire ed ispirare. Per il futuro non è detto che il tema “vichinghi” possa rimanere così centrale come in quest’album, magari scriveremo qualcosa di più personale, vedremo!

Ascoltando il disco ho avuto l’impressione che il vostro sound si sia indurito, con parti molto pesanti per il genere, ma che gli strumenti folk rendono comunque orecchiabili. Cosa ne pensi?

F: Era esattamente ciò che volevamo per quest’album. Abbiamo lavorato su riff di chitarra più serrati ed heavy, cercando di ottenere un sound più incisivo anche grazie all’utilizzo del growl di Steven in più brani. Abbiamo anche introdotto diverse tracce di coro registrate dai ragazzi di Facoltà di Musicologia di Cremona, per dare un tono più sinfonico a certe parti. Poi attraverso gli strumenti tradizionali comunque ricerchiamo sempre una melodia, un qualcosa che possa rimanere facilmente in testa.

In un paio di brani è presente Arianna Bellinaso alla voce: ci vuoi raccontare qualcosa in più di questa riuscita collaborazione?

L: Ho conosciuto Arianna nell’autunno del 2018, quando ho cominciato il Triennio Accademico di Flauto alla Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, a Milano. In particolare, abbiamo legato nelle pause caffè tra un corso e l’altro. Con lei c’è stata subito un’intesa personale, oltre che musicale, e quando Fabio mi ha detto che stava valutando l’idea di inserire una voce femminile su alcuni brani del nuovo album (all’epoca ancora un embrione) Arianna fu la mia prima scelta; mi sembrava, per timbro, tecnica e per “presenza”, la nostra candidata migliore. Lei, tra l’altro, era entusiasta della possibile collaborazione. Ascoltandone le registrazioni, anche gli altri si sono poi convinti che averla con noi in studio avrebbe notevolmente inciso sul risultato finale. La cosa migliore è stata vedere quanto la sua voce si legasse bene con il growl del nostro Steven. Non è la prima volta che collaboriamo con special guest femminili – basti pensare alla nostra versione del tema di Vikings, realizzata con il grande contributo Alessia Altea – ma con Arianna si è sviluppata un’intesa musicale unica, che speriamo di poter portare avanti.

Nell’opener The Bridge c’è anche Samuele Faulisi degli Atlas Pain. Immagino che tra di voi ci sia amicizia e stima che vi hanno portato anche a condividere il palco più volte.

F: Esatto, con Samuele e gli altri membri degli Atlas Pain c’è un bel rapporto di amicizia da diversi anni, credo che legare con nuove persone e instaurare nuove amicizie sia una delle cose più belle della musica. Da tempo avevo in mente di proporgli una parte come guest in qualche nostro lavoro per la stima che ho nei suoi confronti e lui ha accettato subito senza pensarci su, siamo rimasti molto soddisfatti del risultato.

Per la copertina vi siete rivolti a Jan Yrlund ed è davvero bella. In particolare mi piace il fatto che ci sia un colore predominante, così come il blu lo era per l’artwork di Tales From This Land. Questa dei colori è un’idea che date voi a Yrlund? Qual è il significato della copertina?

F: In realtà a Jan Yrlund abbiamo inviato solamente il testo della title-track The Fifth Season per poterne trarre ispirazione e gli abbiamo lasciato carta bianca su tutto. Lui ha centrato perfettamente il punto con la copertina, raffigurando sia la decadenza da una parte, che la rinascita dall’altra. Anche a noi la scelta dei colori è piaciuta sin da subito perché “colpiscono” e attirano già al primo colpo d’occhio.

Viviamo in tempi incerti, ma vi state comunque organizzando per suonare live e presentare le nuove canzoni di The Fifth Season?

L: Il periodo non è certamente dei migliori. Già sappiamo quanto poco – nonostante il grande potenziale di molti musicisti e di tante band – il metal e il folk contino nel panorama nazionale italiano, tra pregiudizi e stereotipi ormai ridondanti e nell’indifferenza dei più; inoltre, c’è sempre il rischio di qualche colpo di coda della pandemia. Nei limiti del possibile, posso comunque rispondere di sì. Lo scorso settembre abbiamo avuto il grande piacere di suonare, per la prima volta, al Feffarkhorn, festival che ci ha sorpresi per l’organizzazione e l’accoglienza, e per la caparbietà nel volere a tutti i costi realizzare un qualcosa che, da due anni a questa parte, è molto raro. Qui abbiamo presentato una piccola anteprima del nuovo album. Inoltre, il prossimo 7 di Novembre saremo all’Arlecchino di Vedano Olona (VA), dove vi aspettiamo per il nostro release party ufficiale. Posso poi anticipare (ma lasciando anche un po’ di suspense) che, se tutto andrà bene, il 2022 si prospetta come un anno di svolta: ci aspettano alcuni palchi europei di tutto rispetto. Se tutto rimane stabile e confermato, questi saranno i nostri primi live fuori dai confini italiani. Non vediamo l’ora.

Dovendo scegliere tre canzoni del vostro repertorio per farvi conoscere, quali scegliereste?

L: Considerando il nostro repertorio completo, includendo quindi anche i brani provenienti da Tales From This Land, credo di poter dire Into The Jaws Of Fenrir, la stessa Tales From Nowhere e, dal nuovo album, un brano tra Mountains e The Bridge.

Il sogno degli Æxylium per il 2022?

L: Ripercorrere il solco lasciato dalla Nazionale quest’anno, e “conquistare l’Europa”;)

Come sempre vi ringrazio per questa intervista, volete aggiungere qualcosa?

Grazie a te! Un saluto agli affezionati di Mister Folk e ci auguriamo che l’album sia di vostro gradimento!

Intervista: Celtic Hills

Arrivati al secondo disco in due anni con il nuovo Mystai Keltoy, gli italiani Celtic Hills hanno confermato le buone impressioni suscitate col debutto e aggiunto qualche piccola novità in grado di portare freschezza a un album in grado di fare la gioia degli appassionati dell’heavy power che non disdegnano le ritmiche vicine al thrash metal. Con testi che trattano di storie e leggende legate al Friuli Venezia Giulia, non potevamo non intervistare il cantante e chitarrista Jonathan Vanderbilt: buona lettura!

Rompiamo il ghiaccio parlando della vostra storia: ho visto che vi siete formati nel 2008 ma dopo un primo demo di due anni più tardi avete pubblicato il disco di debutto nel 2020: cosa è successo nel frattempo?

Sarebbe stato meglio omettere l’uscita del 2010 e dire che siamo nati dopo, ma per tenere  viva la fiamma della passione ho fatto uscire dei brani per delle compilation, mentre cercavo musicisti per creare una line-up stabile.

La copertina del disco è molto particolare, con quella navicella spaziale davanti a un antico villaggio. Ce ne vuoi parlare?

Ho studiato archeologia all’università e leggendo studi non accademici ho maturato la possibilità che la storia dell’uomo non si è svolta come ci hanno sempre raccontato. La copertina si rifà un po’ al film Outlander del 2009, ma negli argomenti che trattiamo nei testi vogliamo porre l’attenzione sul fatto che le astronavi esistevano già in tempi antichi, come scritto anche da Plinio il Vecchio o nella Bibbia masoretica, così come nei Veda indiani.

Nei testi di si parla di colonizzazione del Friuli Venezia Giulia da parte di antiche popolazioni aliene. Da dove nascono queste storie e come ne siete venuti a conoscenza? Anche se vi muovete in un genere nel quale non mancano draghi, eroi immortali e mondi fantastici, non temete di poter apparire “ridicoli” con questo tipo di storie?

Ci sono band che suonano perché devono vendere, noi suoniamo per esprimerci e poco importa se possiamo apparire ridicoli o demodé: in letteratura ci sono molti autori che sostengono la presenza aliena e cito i più noti: Zecharia Sitchin, Mauro Biglino, Corrado Malanga anche se per me il primo fu Peter Colosimo che vinse il premio Bancarella nel 1976 con il libro “Non è terrestre”. D’altra parte è meglio avere dubbi e far ricerche piuttosto che esser bigotti e credere senza far domande.

Con Allitteratio avete giocato la carta del testo in italiano: pienamente soddisfatti del risultato finale? Pensate di riproporre altri brani in lingua madre in futuro? Partendo da Allitteratio volete addentrarvi nei testi delle vostre canzoni, raccontando di cosa parlano?

Alliteratio è stata scritta per provare a partecipare  a Sanremo! Una sfida provare a scrivere in italiano un brano metal (anche se lo reputo più rock). Il testo usa l’allitterazione, una forma grammaticale un po’ desueta. In generale i testi seguono dei filoni che vanno da fatti storici realmente accaduti in Friuli (non si dimentichi che è stata una zona con molti avvenimenti storici rilevanti) a questioni più spirituali e filosofiche, ma dove l’essere umano è sempre al centro. Qualche testo è più idiota e parla di birra e vino: il Friuli è famoso anche per l’alcool!

Musicalmente il disco è vario e le canzoni hanno una personalità propria. Seguite un qualche schema per comporre o andate a ruota libera? Quali sono (e perché) i pezzi forti di Mystai Keltoy?

Secondo me è il modo di suonare che distingue una band, dipende dal carattere, dall’anima se vuoi, dalle cose che vuoi dire e come scegli di esprimerti. Quindi direi che andiamo a ruota libera senza voler dimostrare a tutti i costi il livello tecnico (ci sono tecnicismi, ma non finalizzati all’esibizionismo). Su Mystai Keltoy i pezzi che pensavo fossero i più forti non si sono dimostrati così piacevoli (Already Lost) mentre The Tomorrow Of Our Sons è andato oltre ogni aspettativa, come anche Eden, la canzone cantata da Germana Noage in qualità di ospite.

Nella canzone Eden il microfono è affidato alla brava Germana Noage: come nasce questa collaborazione?

Germana era la cantante degli Aetherna, band che come noi è con la Elevate Records, da qui la proposta di invitarla a cantare su una canzone che in fase di preproduzione a lei era piaciuta molto.

In dodici mesi avete pubblicato due album e un EP: dove trovate tutta questa ispirazione per comporre tanta musica in così poco tempo?

Mentre rispondo a queste domande stiamo già registrando il disco nuovo! L’ispirazione nasce leggendo le recensioni! Quando leggo le opinioni di chi ha avuto la pazienza di ascoltare un nostro disco capisco che ci sono sempre delle perplessità e mi vengono idee per scrivere nuovi pezzi! Non amo molto le etichette sul genere che ci viene affibbiato, così in questo nuovo lavoro ci sono esperienze nuove!

Nelle vostre canzoni si trovano tanti generi diversi, dall’heavy al thrash con una buona dose di power metal. Quali sono i gruppi che vi ispirano e come vi piace autodefinirvi?

L’approccio non è per genere, ma per emozioni! Per me è uno stile di vita, con dei valori dove amicizia, rispetto del pianeta e amore verso la propria terra e le tradizioni vanno rispettati. Queste cose hanno una colonna sonora che io sento nel Metal. Sottogeneri o definizioni sono cose da giornalista. Mi piacciono le band quando sono agli esordi: i miei amori da adolescente furono Helloween, Rage e Anthrax, ma parliamo degli anni 80!

Jonathan, come e quando hai iniziato a cantare e a suonare la chitarra? Quali sono i musicisti che maggiormente ti hanno influenzato?

Ho iniziato a suonare come bassista in un gruppo punk, ma avevo solo tredici anni. Poi ho studiato lirica e chitarra classica… per citarti i miei chitarristi preferiti inizio con Manni Schmidt (ex Rage, ex Grave Digger, ndMF) quando ero giovanissimo per poi come molti amare Malmsteen e in tempi recenti Victor Smolski (ex Rage, ndMF), Joe Satriani e Alexi Laiho.

Avete pubblicato quattro videoclip per promuovere Mystai Keltoy: Blood Is Not Water che è il classico video nel quale la band suona su di un palco, The 7 Headed Dragon Of Osoppo che è una sorta di “dietro le quinte”, Eden con l’ospite Germana Noage e The Tomorrow Of Our Sons, che è il videoclip che mi ha più colpito: in pratica siete voi tre che camminate in un prato. Come vi è venuta questa idea e che tipo di reazione sta avendo questo video?

Il video di Tomorrow Of Our Sons lo volevamo semplice per dare l’idea di una desolazione. Abbiamo aspettato una giornata plumbea e un prato con erba secca, ma anche con qualche primo germoglio, una sorta di desolazione con della nuova vita che inizia a crescere. Tra tutti i nostri video su Youtube è quello che ha raggiunto il più grande numero di visualizzazioni e commenti positivi. Per l’occasione ho indossato il mio primo chiodo degli anni 80!

Come Celtic Hills vi sentite parte della scena italiana? Ha senso parlare di fratellanza e condivisione nel 2021, o sono solo parole prive di significato?

Chi mi conosce sa bene di come cerchi sempre di collaborare con le altre band e con tante band italiane siamo molto amici! Siamo italiani e quindi apparteniamo alla scena italiana. Per onestà intellettuale devo dire che come per altre band italiane, siamo apprezzati di più all’estero, specialmente al nord Europa.

Tre pubblicazioni in dodici mesi, immagino quindi che starete già lavorando a qualcosa di nuovo. Confermi?

Il nuovo disco, di cui sono già stati registrati otto brani, ma stiamo registrando ancora, segue Mystai Keltoy con alcune cose che ricorderanno anche Blood Over Intents. Ti anticipo che ci sarà un brano molto da sagra ah ah ah, non lo voglio definire folk, forse più Volk! Ti voglio anticipare il titolo: Villacher Kirktag!

Come sai questo è un sito che tratta folk/viking metal. Ti chiedo quindi se conosci alcuni gruppi della scena e se ti piace qualcosa di questo genere.

Ti dico le band di cui ho gli album e quindi: Svartsot, Vicious Crusade, Lyriel e poi ovviamente band più note come Amon Amarth e King of Asgard.

Ti ringrazio per la disponibilità e la chiacchierata. Puoi aggiungere quello che vuoi!

Proprio perché è un sito dedicato al folk e al viking suggerisco alcune canzoni dei Celtic Hills su questo versante che sono The Slamming of 1000 Shields, Forum Julii, Avari Horn e Guardian Of 7 Stars che trovate su Youtube oppure su https://www.n1m.com/celtichills dove si possono anche scaricare gratuitamente se non sono con Elevate Records.