Intervista: Selvans

I Selvans in pochi anni di attività sono riusciti a creare un grande interesse nei propri confronti: ottima musica, attitudine molto forte, intensi live show e una profondità della proposta fuori dal comune hanno fatto sì che la band abruzzese non passasse inosservata. L’occasione per parlare con il leader Haruspex è la recente uscita del live album Hirpi, presentato anche al Mister Folk Fest dello scorso aprile.

Le vostre ultime due uscite discografiche sono di quelle che ultimamente – e sbagliando – vengono definite “minori”, ovvero uno split e un live. Perché avete deciso di lavorare a questi progetti?

É ciò che sentivamo di fare in questo momento di transizione tra il primo e il secondo album.

Lo split con Downfall Of Nur è semplicemente imperdibile. Dalle intro alle canzoni vere e proprie, senza dimenticare l’ottimo artwork, tutto è di grande impatto e assoluta professionalità. Come nasce lo split e cosa avete cercato di trasmettere con questo lavoro?

Ho conosciuto Antonio dopo l’uscita dei nostri due album e abbiamo pensato di scrivere un’opera a quattro mani. Fin dall’inizio, l’intento è stato quello di non uscire con il solito split, lo definirei più un album collaborativo e il risultato finale è il degno continuum di Umbras De Barbagia e Lupercalia.

Di live album nel genere folk/black ce ne sono veramente pochi, soprattutto se la band non è di quelle affermate a livello internazionale. Come vi è venuta l’idea di realizzare il live Hirpi e rappresenta in un certo senso il termine della prima parte di carriera del progetto Selvans?

É una release limitata a 300 copie edita da Avantgarde in occasione dei due show dello scorso Aprile dedicati a nostro fratello Jonny. Alla fine dello scorso anno, un amico ci fece avere le registrazioni di due nostri concerti a Pescara. Ascoltandole, ci siamo resi conto che vi erano 5 pezzi di cui eravamo pienamente soddisfatti e che – guarda caso – costituivano una summa del nostro percorso artistico dallo scioglimento dei Draugr ad oggi, abbiamo quindi deciso di pubblicarli.

Avete recentemente suonato un paio di concerti molto speciali denominati Tribute To The Past con la presenza in scaletta di alcuni brani dei Draugr. Perché la decisione di non ripetere questo tipo di show in futuro?

Il Tribute To The Past è stato un appuntamento annuale in onore di Jonny dove nulla era lasciato al caso: la data, la set-list, gli ospiti… Ciò a cui avete assistito un mese fa è la forma ultima e ideale di questo tributo per cui non ha senso continuare a riproporlo.

Continuando a parlare di concerti, l’impressione che ho avuto partecipando alle vostre performance è di non assistere a un “semplice” concerto metal, ma di far parte di un rito arcaico e sacro. Trovi le mie parole inesatte?

No, molti la vivono in questo modo e lo apprezzo.

L’artwork dei vostri album sono sempre molto curati e belli da vedere. Sono dell’idea che l’aspetto visivo rappresenti una parte importante dei vostri lavori, la chiusura di un cerchio aperto con i testi e la musica. É così?

É così.

Tra le note di Lupercalia leggo che la canzone Scurtchìn è ispirata dal corto Baùll e dal racconto Scurtchìn di Daniele Campea e Antonio Secondo: ci puoi dare qualche informazione in più su Baùll e sul racconto? In quale maniera ti hanno colpito fino a darti l’ispirazione per comporre un brano?

Stavo scrivendo un pezzo incentrato sulla figura dell’orco nel folklore del centro Italia, avevo condotto diverse ricerche per il testo ma sentivo che mancasse qualcosa, al che Antonio mi passò questo suo breve racconto intitolato ‘Scurtchìn’ unito con il corto di Daniele ad esso ispirato (‘Baùll’). Non so dirti cosa sia stato, ma nel giro di pochi giorni ho ultimato il testo.

L’ispirazione per O Clitumne!, invece, deriva da Lord Byron e dal poeta latino Sesto Aurelio Properzio. Anche in questo caso ti chiedo in quale modo le loro poesie ti abbiano dato la spinta per la composizione della canzone.

Quando sono ispirato da qualcosa non rifletto sul come o sul perché. L’idea per O Clitumne! è arrivata mentre ero sulle rive del fiume Clitunno (in Umbria). Mi sono imbattuto in quei versi solo successivamente, quando è stato il momento di scrivere il testo.

Quanto è importante la letteratura e l’arte per i Selvans? Quale pensi che sia il ruolo che la poesia può (o dovrebbe) ricoprire nel mondo della musica?

Sono molto importanti poiché entrambe riescono a suscitare in me sensazioni da cui poi nascono alcuni pezzi di Selvans. Molte poesie ispirano testi e molti testi sono vere e proprie poesie.

Selvans live @ Mister Folk Fest

L’idea che ci si fa ascoltando le vostre canzoni è che dietro alla “semplice” musica ci sia un gran lavoro di ricerca. In che modo ti avvicini a un certo strumento e decidi poi di utilizzarlo in qualche frangente? Ci sono forse delle realtà musicali minori o locali che ti affascinano e danno spunto per la tua band?

In modo del tutto casuale. Sono una persona curiosa e al contempo un ascoltatore di musica a tutto tondo. Succede che mentre lavoro ad un pezzo per Selvans mi venga in mente un determinato suono ascoltato anni fa e faccia di tutto per ricrearlo, oppure che commissioni degli strumenti antichi a degli artigiani per poi fare pratica su di essi da autodidatta, come successo di recente grazie alla mia amica Chiara Tesi (Tursen). Di realtà musicali minori che influenzano Selvans ce ne sono molte, ad esempio: sin da bambino ho sempre subito il fascino delle musiche sacre e profane utilizzate nei riti del folklore della mia e di altre regioni.

Tu e Fulguriator siete i Selvans, con i vari live session che vi aiutano per i concerti. Proseguirete in questa maniera oppure pensi ci sia la possibilità di allargare la line-up con gli ingressi ufficiali degli altri musicisti?

Proseguiremo in questa maniera.

Il nuovo disco dei Nokturnal Mortum è appena stato pubblicato, ti chiedo quindi di raccontare come è venuta fuori la possibilità di partecipare al tributo a loro dedicato poi finito nel box 22 Years Among The Sheep e perché avete scelto di incidere il brano Cornua Caprina (Goat Horns).

É uno dei miei pezzi preferiti e mi piaceva l’idea di dover riscrivere il testo – andato perduto – in italiano. Inviammo la nostra versione dopo aver letto il comunicato con cui aprivano le selezioni per le cover da inserire in 22 Years Amon The Sheep e loro apprezzarono molto.

Cosa dobbiamo aspettarci dal progetto Selvans per il futuro?

Un nuovo album.

Intervista: Atlas Pain

Il disco What The Oak Left dei lombardi Atlas Pain non è certo passato inosservato: buon folk metal e un’attitudine genuina e personale fin dal primo full-length non capita spesso di trovarli. Il vostro buon Mister Folk, comunque, ve li aveva già segnalati all’uscita del demo Atlas Pain (QUI la precedente intervista, anno 2014)… tre anni più tardi Samuele Faulisi e soci sono tornati con un bel disco su Scarlet Records e tante cose da raccontare…

Rinnovo i miei complimenti per il lavoro svolto per What The Oak Left e vi chiedo qual è stato il percorso che vi ha portato a realizzare il disco.

Innanzi tutto un saluto a tutti e ti ringraziamo di cuore, Fabrizio, per lo spazio concessoci. Parlando di What The Oak Left posso senza dubbio dirti che è nato e si è sviluppato lungo un processo ben studiato e pianificato. Nel 2015 avevamo rilasciato il nostro primo EP Behind The Front Page con già l’idea di considerarlo una sorta di apripista per quello che poi sarebbe stato il nostro debut album. Ci serviva solamente tempo non solo per capire quali fossero le scelte giuste riguardo i dettagli pratici, ma anche per capire esattamente come sviluppare al meglio il nostro sound, prendendo ciò che ha funzionato dal passato e farlo evolvere nel migliore dei modi. A conti fatti ci siamo riuniti e siamo entrati in contatto con i Media Factory Studios di Esine e per Marzo 2016 circa abbiamo dato il via alle danze. Fra sudore e fatica ora siamo qui a ricevere i frutti e siamo sinceri se ti diciamo che è tutto andato ben oltre le aspettative!

Come vi sentite ora che avete da poco pubblicato il disco di debutto e per di più con un’etichetta come la Scarlet Records?

Alla grande, davvero! Ogni singolo sforzo è stato e continua a essere ripagato giorno dopo giorno. E ti parliamo sia delle singole recensioni ricevute praticamente da tutto il mondo, una più bella dell’altra, ma soprattutto dai responsi in prima persona della gente e dei nostri fan, davvero unici. Firmare con Scarlet Records è stato sicuramente la prima delle grandi conquiste di questo periodo e ne è nata una collaborazione genuina e davvero piacevole. Tutti i ragazzi dell’etichetta si sono dimostrati aperti e disponibili e il rapporto creatosi è meraviglioso, siamo incredibilmente orgogliosi!

É stata la Scarlet a interessarsi a voi o siete entrati in contatto con la label facendole recapitare Behind The Front Page?

Già con l’uscita di Behind The Front Page ci siamo mossi fin da subito per cercare un’etichetta discografica. Ne abbiamo contattate davvero tante ma è stata davvero una sorpresa per noi aver ricevuto da loro la mail d’interessamento. Ricevere un messaggio da parte di una delle etichette più importanti non solo d’Italia ma d’Europa ci ha riempito il cuore di gioia! Ovviamente abbiamo subito risposto e organizzato un incontro per discutere del tutto. Passo dopo passo abbiamo proceduto con la firma del contratto per metterci al lavoro fin dall’inizio per promuovere al meglio What The Oak Left.

In quale modo descrivereste la vostra musica a un lettore che non vi conosce?

Prendendo spunto dalla tradizione pagan metal di matrice nord europea, cerchiamo di fondere gli elementi propri di uno stile estremo e unirli con la delicatezza e il calore tratto dalla musica cinematografica. Siamo sicuri che dare quel tocco in più d’espressività a riff veloci e doppia cassa continua possa contribuire ad ampliare i propri confini musicali, permettendoci di sperimentare e raggiungere nuove vette melodiche. Noi almeno ci proviamo, ah ah ah!

Nella recensione di What The Oak Left accenno ad alcune influenze e vi chiedo, quindi, quali sono i vostri ultimi ascolti e quali le band che vi hanno maggiormente impressionato e, in un certo modo, influenzato il vostro modo di suonare.

Le influenze, come tu dici, sono molteplici. Si può partire dalle più basilari e oserei dire scontate, come Ensiferum o Equilibrium, fino ad azzardare qualcosa di più moderno, magari preso da Amaranthe o i recenti Battle Beast. Diciamo che non ci poniamo dei veri e propri limiti: il genere che suoniamo è quello ed è ben definito, è vero, ma dare quel tocco di modernità in più aiuta tantissimo nell’arricchire uno stile che comunque, ai giorni nostri, rischia di risultare piuttosto statico. Se poi invece andiamo oltre al metal e cerchiamo di spaziare a 360 gradi, beh, allora possiamo citarti di tutto e di più, dai grandi compositori quali Hans Zimmer o John Williams fino a pop act degli ultimi decenni. Un po’ di catchy attitude è sempre ben accetta!

Secondo me avete una personalità molto spiccata e nonostante ogni tanto sia udibile qualche riferimento a band di prima fascia, siete riusciti a crearvi un sound d’impatto e personale. Come e quanto avete lavorato a ciò e pensate di poter e voler progredire ulteriormente?

Abbiamo lavorato tanto, proprio in sede di arrangiamento. Trovare le giuste idee per scrivere una canzone da zero, per quanto non facile, non è nient’altro che il primo step. Segue poi una costruzione e un processo di “decorazione”, passami il termine, dell’idea stessa affinché diventi qualcosa di nuovo e fresco, cercando di dare un proprio sound al tutto. Alla fine è stata proprio questa la difficoltà maggiore nel processo di songwriting di What The Oak Left ma siamo davvero felici di ciò che ne è venuto fuori. Per quanto riguarda il futuro non possiamo ancora dire molto, la sfera di cristallo è un qualcosa che ci servirebbe troppo ma ahimè non l’abbiamo, ah ah ah! Siamo però sicuri che la parola “Evoluzione” l’avremo stampata in testa tutti quanti per i giorni a venire!

Nell’album sono presenti un paio di bravi tratti dai precedenti lavori. Vuol dire che ritenete tuttora quelle canzoni valide e rappresentano il passaggio dai vecchi ai nuovi Atlas Pain?

Come detto precedentemente il nostro EP Behind The Front Page è stato un vero e proprio biglietto da visita che non solo ci ha permesso di farci conoscere ma di guadagnare veri e propri fan sia in Italia che all’estero. L’accoglienza dello stesso ci ha permesso di capire esattamente le tracce che il pubblico ha apprezzato di più e l’idea di volerle riproporre nel nostro debut album What The Oak Left è nata in maniera del tutto naturale. Riproporli però voleva dire dar loro una nuova veste, più moderna e più nelle nostre attuali corde. È per questo che, oltre ovviamente al ri-registrarli, ci siamo occupati di un vero e proprio riarrangiamento, soprattutto delle parti orchestrali. I fan di vecchia data hanno avuto modo di apprezzare il richiamo al passato e questo ci ha fatto enormemente piacere!

L’ultimo brano del cd è White Overcast Line, uno strumentale da undici minuti. Come vi è venuta questa idea in testa e qual era l’obiettivo che volevate raggiungere con una canzone del genere?

White Overcast Line è stata una vera e propria sfida sotto ogni punto di vista, proporre uno strumentale non è mai un compito facile, soprattutto della durata di undici minuti. L’idea però che volevamo comunicare può ricondursi al concetto di pittura. Volevamo esprimere pura emozione senza che il testo o la voce veicolasse l’ascoltatore in qualcosa di non spontaneo. Così come un pittore dipinge una tela bianca ispirato solamente dalla propria mente, abbiamo voluto comporre una canzone libera da ogni tipo di legame lirico e testuale. Ascoltando la musica ogni persona può ricreare un proprio mondo, fatto al 100% dalla propria immaginazione. È qua che pone le fondamenta il titolo, dove la sottile linea bianca del cielo apre un mondo senza confini e svincolato da ogni regola.

La copertina è veramente bella: avete dato delle direttive a Jan “Örkki” Yrlund oppure è stato lui a proporvi l’immagine? Ha un legame con i testi?

Ti ringraziamo di cuore Fabrizio! Jan è un gran professionista, oltre ad essere una persona squisita, e già l’idea di aver lavorato con colossi come Manowar o Korpiklaani era per noi una garanzia. Ci è semplicemente bastato comunicargli il significato del titolo, What The Oak Left, che rappresenta il passaggio dal passato al futuro, ciò che la quercia, e quindi la tradizione, passa a noi come testimone per ricreare qualcosa di nuovo. Dopo poco tempo è arrivata la prima bozza e ne siamo rimasti stupefatti, con poche indicazioni aveva fatto perfettamente centro.

Parliamo del vostro look: diverso da tutto il resto della scena e confinante con lo steam punk. Da chi nasce l’idea?

L’idea è nata un po’ da tutti ed è stata elaborata nel tempo. Stilisticamente parlando probabilmente Louie è il componente con l’attitude più vicina allo stile adottato ma è stata comunque una scelta corale. Volevamo donare un tocco di aria fresca alla scena, in parte come sfida ai canoni ed in parte per divertimento. L’idea di vestirci come dei viaggiatori steampunk ci slega da ogni tipo di tradizione e cultura e ci permette di esprimerci al meglio in ogni tematica.

Il cd è molto bello e mi chiedo se lo considerate come un punto di arrivo oppure come un nuovo punto di partenza.

Ancora una volta grazie! No, What The Oak Left non è assolutamente un punto di arrivo, anzi, è solo l’inizio di un nuovo capitolo. I mesi a venire ci vedranno impegnati nella promozione dell’album in sede live e già per la nuova stagione abbiamo un paio di sorprese che ancora non possiamo rivelare ma che speriamo possano aprirci ancora più porte. Come precedentemente detto l’enorme quantità di recensioni positive e il supporto datoci dalla critica non ha fatto altro che darci la giusta carica per affrontare tutte le future fatiche, che siano performance live oppure futuri lavori. Noi come al solito puntiamo a ponderare ogni singola mossa, senza farci prendere troppo dall’entusiasmo ma sfruttando ogni successo e fallimento per poter crescere di più. E se le cose andranno come sono andate fin ora, allora ci sarà da divertirsi!

A voi lo spazio per dire quello che vi passa per la testa. 🙂

Grazie ancora dello spazio concessoci, è sempre un piacere poter scambiare quattro chiacchiere! Mi raccomando, rimanere connessi, seguiteci su social, sito internet o dove vogliate perché continueranno ad arrivare news su news. Grazie ancora!

Intervista: Ida Elena DeRazza

Abbiamo incontrato Ida Elena grazie all’EP Native Spirit, ora è tempo di conoscerla un po’ meglio. Quella che segue è una lunga chiacchierata nella quale l’artista si è aperta e ha raccontato con sincerità della sua musica e dei molti progetti che la vedono coinvolta. Buona lettura!

foto di Chris Kissadjekian

Native Spirit è il tuo ultimo lavoro: un cd ricco di sfaccettature della musica folk e rock, con un’aurea quasi pop che rende il disco godibile fin dal primo minuto. Questo era il tuo obiettivo quando hai iniziato a lavorarci? Come definisci la tua musica?

Innanzitutto ti ringrazio per definire il disco “godibile”: questo è fondamentale per me perché il mio desiderio è che la mia musica, seppur con il proprio stile e marchio di fabbrica, possa essere fruibile dagli ascoltatori più variegati e che ognuno possa trovare la canzone in cui più si ritrova. Non sono molto brava a definire in generale, soprattutto la mia musica, ma credo che sia “una finestra su un mondo magico in cui tutti possono trovare un angolo di sano distacco dalla realtà di tutti i giorni. Un bosco incantato alle spalle di una metropoli”. Che dici, rende l’idea?

Native Spirit è composto da cinque canzoni che nonostante abbiano un filo conduttore unico sono comunque abbastanza differenti tra di loro per stile e sound. Credi sia il risultato della musica e dell’arte che ti circonda ogni giorno?

Senza dubbio! Da brava nerd quale sono, tendo spesso ad estraniarmi nelle situazioni sociali o formali e immagino tutto ciò che vedo ambientato in una fantomatica Terra di Mezzo! Ad esempio, un “party” post teatro, una situazione sociale insomma, a cui partecipai mi ispirò “Til My Last Breath”: tutti i presenti erano agghindati e squadravano chiunque passasse, come dei vampiri che osservano la preda umana. Poi arrivò il tipo dai “capelli neri e occhi zaffiro” e l’ispirazione fu completa. Mi rendo conto di avere un problema con la realtà hahah.

Il singolo The Butterfly rimane in testa fin dal primo ascolto. Il ritornello, in particolare, è davvero bello. Vuoi raccontare qualche aneddoto legato alla canzone?

Grazie di cuore! Beh, ammetto che la parte di flauto la devo al mio arrangiatore e pianista Luca Bellanova: stavamo registrando di brani per l’EP e vidi questo file nominato “irish song”. Gli chiesi “posso sentire?” ed era la melodia di flauto di The Butterfly. Dissi subito “mi dai questo pezzo che ci scrivo una canzone?”, Luca accettò e l’indomani avevo interamente scritto e composto The Butterfly! Inoltre c’è da dire che sono fissata con le farfalle, le incontro molto spesso e nelle situazioni più impensabili! Quindi, trovando un modo divertente per parlare della metamorfosi di ciascuno di noi e del fare attenzione a ciò che si desidera, venne fuori una favola un po’ dark, man mano che scrivevo la musica, veniva magicamente giù il testo!

Per The Butterfly è stato realizzato il videoclip: dove è stato girato e sei soddisfatta del risultato finale?

Il video è stato girato in un posto molto speciale a nord di Roma, le Cascate di Monte Gelato, un posto dove il tempo sembra essersi fermato e che sembra uscito da un libro di Tolkien! Una natura quasi totalmente incontaminata, tra boschi, sorgenti in cui le farfalle e le libellule vengono ad abbeverarsi e in cui puoi trovare anche volpi e cinghiali! Inoltre, non molto lontano c’è un paese medievale che sovrasta una vallata chiamato Calcata, un paese di quasi soli artisti ed artigiani (ex comunità hippy ma non così tanto ex) dove girai il video per The Ballad Of The Silver Dressed Lady con Albert Dannenmann (regia di Giulia Carla de Carlo). The Butterfly (diretto da Francesco Garritano) è un video estremamente poetico in cui il regista ha colto pienamente la filosofia che volevo rappresentare: un mondo fantasy ma reale e con una sua morale. La scena finale (ispirata a Ophelia, ovviamente) mi è costata tremori e gelo nelle ossa per giorni (trenta minuti nell’acqua ghiacciata… il posto di chiama monte gelato, mica monte calduccio) ma il risultato è stato eccezionale e di grande effetto. Sono pienamente soddisfatta!

Folliapoesia è l’unica canzone dell’EP in italiano. Da dove nasce l’idea e pensi di inserire altri brani nella nostra lingua nel prossimo lavoro?

Scriverei molto più spesso in italiano, se non fosse così dannatamente complicato! Scrivere un bel testo in Italiano è molto ostico per me nonostante sia la mia lingua madre, perché le canzoni che compongo hanno linee melodiche molto distese e “smooth” (di nuovo non mi viene il termine in Italiano) e una lingua come l’italiano, con i suoi termini così lunghi e l’impossibilità stilistica di abbreviare le parole, non vi si presta molto. Quando riesco, però, ne sono felicissima! Anche in The Ballad Of The Silver Dressed Lady c’è un inserto in italiano e in Artemis (brano contenuto nel nuovo album dei Bare Infinity The Butterfly Raiser) c’è una preghiera Wicca in Italiano. Insomma, dove posso lo metto, e agli ascoltatori stranieri piace molto!

Nella tua band suona Albert Dannenmann; sicuramente in molti ricorderanno il suo lavoro con i Blackmore’s Night. Vuoi raccontarci come vi siete conosciuti? Qual è il suo apporto alla tua musica?

Albert è uno degli incontri che hanno cambiato la mia vita musicale e personale (negli anni e diventato uno dei miei migliori amici!). Ci siamo incontrati per la prima volta a Brescia a un concerto dei Blackmore’s Night nel 2009 e ancora una volta nel 2011 in Germania (sempre a dei concerti dei Blackmore’s Night). Questa seconda volta però gli avevo scritto una e-mail dove gli dicevo che avevo scritto un pezzo ispirato da lui (The Ballad Of The Silver Dressed Lady) e gli chiedevo se gli interessasse suonarlo. Dopo il concerto m’invitò a suonare con lui e con gli altri musicisti della band in session a un pub e lui mi disse che era interessatissimo a collaborare. Da lì in poi cominciarono le nostre collaborazioni, prima con i Cantus Lunaris, poi con il nostro duo Fairy Dream fino alla collaborazione con la grande casa di produzione di colone sonore per il cinema e la tv Karmaloft. Ora, con un po’ d’esperienza in più, mi sto buttando anche nella carriera solista e, come sempre, so di poter contare sulla grande amicizia e l’ispirazione datami da Albert!

A marzo uscirà il nuovo disco dei greci Bare Infinity, The Butterfly Raiser. Della band tu sei la cantante, mi chiedo quindi come sei finita a cantare in una metal band greca

Per le millemiglia della Vueling? Hahah! Ho sempre voluto cimentarmi con il metal, da quando cominciai ad ascoltare Nightwish e Within Temptation (caso strano, musica medievale e folk e metal sembrano andare sempre più d’accordo) e tre anni fa vidi sponsorizzata sulla home page di Facebook la notizia che i Bare Infinity cercavano una nuova cantante e soprattutto cantautrice. Io risposti quasi per gioco dicendo “si vabbè, stanno in Grecia, figurati se mi rispondono”. Non solo Tomas, fondatore e chitarrista della band, mi rispose, ma si disse molto entusiasta del mio modo di cantare e di scrivere. Cosi, andai ad Atene a incontrarlo e in due ore avevamo già deciso che ci eravamo scelti! A proposito di The Butterfly Raiser, è il perfetto risultato tra la collaborazione tra me e Tomas: scrivere questo disco è stato facilissimo perché noi due siamo molto diversi ma complementari, quindi qualsiasi idea sia nata da me, veniva valorizzata da lui e viceversa. Anche qui c’è una collaborazione di Albert al flauto sul brano più celtico di tutti, Artemis! Questo è un album che consiglio a tutti coloro che amano la fusione tra il folk, il sinfonico e il melodic metal!

Citi più volte il folk metal e il celtic per descrivere le sonorità dei Bare Infinity. Ti chiedo quindi cosa è per te il folk metal e in quale maniera la band è cambiata con il tuo approdo.

Per me il folk metal è il sottogenere del metal che preferisco e non ne ho mai fatto un mistero! Amo le sonorità che vengono dal passato perché continuano a far parte della nostra eredità culturale. Amo molto il risultato che si ottiene mettendo insieme una gaita galiziana o una cornamusa tedesca, ma persino la nostra zampogna (stare a contatto con Albert Dannenmann e suonare in tutti questi festival medievali mi hanno fatto fare una cultura ahah) e dei power chord in distorsione mentre basso e batteria (rigorosamente doppia cassa) prepotentemente preparano una sezione ritmica stile “cavalcata” (non la chiamo io così eh!). È come essere chiamati alle armi da Odino stesso ahah! Seriamente, il mio provenire dalla scena celtic e folk (ma anche dal musical, dove sono diventata drogata di spettacolarità e sonorità avvolgenti, da surrounding appunto) credo che abbia portato la band in una direzione più fantasy, più sognante e meno “romance” (direzione dove molte delle gothic band si spingono… io non so scrivere canzoni d’amore, sigh). Se ne volete un assaggio: Artemis, The Butterfly Raiser e The Sword, The Stone And The Wolf dal nostro nuovo album The Butterfly Raiser vi daranno la prova di ciò che dico, ma anche Sands Of Time, l’assolo lo fa il bouzouki! Direi che anche la musica greca è folk, o no?

Cosa ti piace dell’heavy metal? Sei soddisfatta della tua carriera in questo mondo?

Tendo a preferire sicuramente l’ambiente melodico, etereo e cinematico del mondo metal, ovviamente perché non lascio mai il mio bosco degli elfi J Spero di avere una mia identità in questo ambiente e che questo possa portare un tratto distintivo in più anche alla mia band.

Quali sono i/le cantanti che in ambito metal più apprezzi? Sono anche curioso di sapere i nomi dei cantanti che apprezzi al di fuori del rock…

Senza dubbio Amy Lee: cantante dalla grande personalità e compositrice dallo stile inconfondibile. Credo abbia ispirato molte della mia generazione e quelle dopo. Al di fuori del rock e del metal, Loreena McKennitt è il mio grande punto di riferimento, così come Enya. Inoltre, pur non avendo niente in comune con lei, apprezzo moltissimo Lady Gaga: quando si spoglia dei vestiti eccessivi e degli arrangiamenti appiattenti pop, troviamo un’artista di grande spessore e una pianista eccellente!

Native Spirit è uscito da pochi mesi ma credo che starai già pensando al prossimo passo: puoi anticipare qualcosa?

Ehehe, ovviamente. Sto già componendo i brani che verranno dopo e diciamo solo che vado a passeggiare nel bosco che ho di fronte casa tutti i giorni per trovare l’ispirazione. La mia casa discografica Maqueta Records avrà ancora più cose su cui lavorare prossimamente! A proposito, Native Spirit è adesso disponibile su Amazon di tutta Europa, e abbiamo stampato le t-shirt con la farfallina (non quella di Belen) del mio logo con scritto “come run with me”: la Native Spirit t-shirt.

Grazie per l’intervista, concludi tu come preferisci 🙂

Prossimamente sarò in Cornovaglia al “3 Wishes Fairy Festival” con Albert (formazione Fairy Dream) il 17 e 18 Giugno, con il mio progetto solista (ma Albert ci sarà comunque) al festival vichingo Fjallsteinn Vikingr Fes di Montelanico (RM) il 1 luglio prossimo e al favoloso Festival Fantasia si cui sono anche testimonial (non me la tiro giuro, useranno la mia foto come poster) di Schierke, Germania, il 29 e 30 luglio. Altri eventi saranno, spero, annunciati a breve su Facebook e su tutti i social. Grazie a voi!!! E spero di vedervi presto. Un abbraccio dalla vostra heavy metal creature of the forest 😉

Intervista: Flavia Di Luzio

I più attenti di voi avranno notato il prezioso lavoro di Flavia Di Luzio sia su queste pagine (sue la maggior parte delle traduzioni delle interviste con musicisti stranieri) che nei miei libri Folk Metal Dalle origini al Ragnarök e Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo. Ma Flavia non è soltanto una traduttrice professionista, ma anche l’autrice di alcuni interessanti volumi che gli amanti del folklore, delle saghe e del Grande Nord non potranno che apprezzare. Vi lascio alle sue parole, buona lettura!

I lettori sicuramente conoscono il tuo nome per la collaborazione che abbiamo su queste pagine e per i libri che ho pubblicato nei quali tu compari come traduttrice ufficiale, ma ti chiedo di presentarti per le persone che non ti conoscono.

Ciao a tutti! Mi chiamo Flavia e lavoro da alcuni anni come traduttrice, proofreader e docente di lingue nordiche, inglese e italiano per stranieri. Nutro da sempre un forte interesse per le altre culture e sono una grandissima appassionata di musica, viaggi, arte e fotografia.

Come ti sei avvicinata all’heavy metal? Quali sono i tuoi gusti musicali e quali i gruppi che ascolti maggiormente? Ti piace il folk metal?

Mi sono avvicinata all’heavy metal all’età di 14 anni e il merito è stato tutto di un negozio (il mitico Music Box di Pescara!) che da allora e per molto tempo a seguire è stato un luogo di ritrovo di qualità per appassionati del genere e non. Lì ho incontrato molte persone con cui condividere questa passione e soprattutto con cui scambiarci dritte musicali. Da allora la fiamma non si è più spenta, anzi sono riuscita a “contagiare” altri amici e persino i miei genitori 🙂 Tra le band che apprezzo ci sono indubbiamente i Finntroll, gli Arkona, i Falkenbach, i Månegarm, i Moonsorrow, i Moonspell, i Turisas, i Týr e i Vintersorg, anche se la lista potrebbe continuare all’infinito! Oltre al folk metal, che come si può intuire mi piace eccome, ascolto anche molto black e death metal (incluse rispettivamente le varianti symphonic e melodic) con particolare interesse per la scena nordeuropea. Devo dire che per carattere mi piace molto spaziare sia tra diversi sottogeneri del metal che tra generi musicali anche molto distanti gli uni dagli altri.

Quanta importanza dai ai testi della musica che ascolti, e sono questi in grado di farti apprezzare o meno una band?

Sicuramente i testi influenzano la mia percezione della band, visto che amo ascoltare musica in cui mi posso riconoscere. In ogni caso cerco di non farmi condizionare troppo e di guardare anche all’aspetto melodico, a mio avviso altrettanto importante. Penso di avere un approccio piuttosto equilibrato.

Sei una traduttrice di professione: com’è il tuo mondo lavorativo e ti senti danneggiata da chi si improvvisa in un mestiere per il quale non ha studi/certificati/esperienza adeguati?

Detto con la massima onestà non è un settore facile, anzi si avvertono tuttora diversi problemi legati sia alla percezione (spesso distorta, se non direttamente assente) che si ha di questa professione, che all’aspetto retributivo. La concorrenza non qualificata è solo una parte del problema, visto che certe pratiche malsane vengono portate avanti, il più delle volte in buona fede e senza che se ne rendano conto, persino da colleghi qualificati. Il nostro mondo lavorativo è, tra l’altro, molto variegato e attraversa numerosi campi, dall’editoria ai settori più tecnici, quindi è davvero importante imparare a orientarsi in quello che è di fatto un oceano di possibilità, ma anche di insidie. Un tasto dolente per esempio è il cosiddetto dumping visto che, soprattutto su determinati siti e database di categoria, si assiste di frequente a delle vere e proprie aste al ribasso in cui, pur di ottenere un lavoro, si arriva ad accettare di tradurre quasi gratis influenzando purtroppo negativamente tutto il mercato. Non di rado dietro tariffe così basse si celano anche lavori scadenti (spesso effettuati con Google Translate che – sfatiamo questo mito duro a morire – NON è assolutamente paragonabile a un traduttore in carne e ossa professionale e referenziato), quindi occorrerebbe davvero un’opera di sensibilizzazione a tutto tondo che coinvolga professionisti della traduzione e clienti. In realtà, dal punto di vista della sensibilizzazione e della formazione, abbiamo conseguito risultati positivi nel campo della traduzione editoriale grazie a STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali, di cui sono tuttora socio ordinario. Spero vivamente che le cose continuino a migliorare, considerando che il mestiere di traduttore è per me uno dei più belli al mondo e meriterebbe davvero il giusto riconoscimento sociale ed economico.

Quale è stato il tuo percorso di studi per diventare una traduttrice di professione? Quali sono stati i lavori che ti hanno dato maggiore soddisfazione?

Il mio percorso di studi ha avuto inizio nel 2004 presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, dove ho conseguito la laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere (curriculum Scienze del Linguaggio) e la magistrale in Lingua e Cultura Italiane per Stranieri. Entrambi i corsi di laurea mi hanno permesso non solo di portare avanti per tutti gli anni lo studio dell’inglese, del finlandese e del norvegese, ma di conoscere in maniera approfondita anche le relative letterature e filologie. In particolare mi sono concentrata molto sulla lingua finlandese e sulla filologia ugrofinnica (per un anno, proprio per ampliare le mie conoscenze in quest’area, ho deciso di studiare anche l’ungherese e di avvicinarmi da autodidatta all’estone), scegliendole come materie di laurea. A tal proposito, qualora tra i lettori vi sia qualcuno interessato agli argomenti che ho trattato, segnalo volentieri le pagine web della casa editrice spezzina Liber Iter, dove le mie tesi di laurea sono disponibili in formato eBook:

Lo studio del norvegese si è rivelato a sua volta cruciale perché mi ha permesso di conoscere da vicino un altro versante del mondo nordico e di affrontare con minor difficoltà lo studio dello svedese, che ora ho il piacere di insegnare ad altre persone.

Questa versatilità di interessi e di conoscenze a cavallo tra mondo ugrofinnico e scandinavo ha trovato poi il suo sfogo naturale nell’approdo alla redazione del Progetto Bifröst, portale di ricerca e divulgazione del patrimonio mitologico di ogni tempo e Paese, per cui curo tuttora la sezione ugrofinnica e i rapporti con la community di Facebook. È qui che ho potuto intensificare la mia attività di traduzione e di consulenza linguistica, motivo per cui reputo questa collaborazione una delle più soddisfacenti e stimolanti intraprese.

Per essere un buon traduttore è importante non solo il percorso universitario (che può essere vario e che fortunatamente nel mio caso già includeva una buona dose di pratica della traduzione) ma anche l’aggiornamento professionale e il contatto diretto con le lingue, motivo per cui ho cercato e cerco tuttora di fare il possibile per portare avanti parallelamente soggiorni all’estero (come accaduto per esempio nell’estate del 2012 quando ho vinto una borsa di studio per la scuola estiva di lingua e cultura finlandese organizzata dal CIMO in collaborazione con l’Università di Jyväskylä) e frequenza di corsi specialistici inerenti al mondo della traduzione e delle lingue in tutte le loro sfaccettature. Ovviamente il percorso descritto è stato fondamentale anche per formarmi come docente di lingue, tenendo presente che anche per l’insegnamento ho frequentato corsi e seminari specifici. Una cosa che comunque voglio sottolineare è che non si deve mai fare l’errore di ritenersi “arrivati”. Questi settori, così come la vita in generale del resto, richiedono un apprendimento continuo e soprattutto l’umiltà di sapersi mettere in discussione. Trovo che il confronto con i formatori e gli altri colleghi possa riservare belle sorprese e per esperienza personale posso dire che fare rete, oltre a essere piacevole dal punto di vista sociale e ricreativo, è un’ottima occasione di crescita professionale e personale.

Hai pubblicato per Vocifuoriscena il libro Gli Dèi Di Finlandia E Di Carelia: di cosa tratta il volume e a chi senti di consigliarne la lettura?

Prima di tutto tengo a far presente che la pubblicazione del volume Gli dèi di Finlandia e di Carelia è frutto di un lavoro a quattro mani portato avanti insieme al dott. Dario Giansanti, amico nonché direttore del Progetto Bifröst. Il suo contributo è stato preziosissimo. Entrambi abbiamo sentito l’esigenza di approfondire gli studi in area ugrofinnica, concentrandoci però soprattutto sulle fonti letterarie pre-kalevaliane per riscoprire parte degli aspetti originali degli dèi e degli eroi della tradizione finlandese e careliana. Il più antico documento sulla religione finnica è un peritesto poetico scritto da Mikael Agricola (1510-1557), primo vescovo finlandese della Riforma, come prefazione a una sua traduzione di alcuni salmi dell’Antico Testamento. Esso non solo delinea un quadro vivido delle divinità adorate in Häme e in Carelia, ma fornisce anche un ritratto inedito di alcuni dei futuri eroi del Kalevala, avvincente epopea nazionale finlandese di cui sicuramente avrete già sentito parlare. Nel nostro libro la traduzione del «canone» di Agricola – per la prima volta in lingua italiana –, diviene occasione per analizzare la mitologia finnica e i suoi personaggi sia nelle varie fasi del loro sviluppo storico, che nel quadro più ampio delle mitologie uraloaltaiche e dello sciamanesimo nord-euroasiatico. Mi sento di consigliare la lettura del volume non solo agli addetti ai lavori ma a chiunque sia in generale appassionato di letteratura e mitologia e nello specifico di cultura finlandese, anche considerando che i temi trattati sono riproposti molto spesso nei brani di numerosi gruppi musicali (metal e non) provenienti dalla Finlandia. Il libro è inoltre scritto in una lingua scorrevole che non si perde in troppi tecnicismi, quindi a mio avviso è molto adatto anche a chi si è avvicinato solo di recente a questi argomenti 🙂 Per ulteriori informazioni vi rimando volentieri al sito della casa editrice Vocifuoriscena.

L’epica finlandese ha influenzato molti gruppi musicali e tra questi, probabilmente, i più famosi sono gli Amorphis. Ti chiedo quindi cosa ne pensi del lavoro della band di Esa Holopainen e soci, e se ci sono altri gruppi che conosci e vuoi “raccomandare” ai lettori di Mister Folk.

Gli Amorphis mi piacciono moltissimo e qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di vederli live proprio in Finlandia. Si tratta senza dubbio di uno dei gruppi più legati al folklore, motivo per cui i loro testi sono spesso trattati anche in ambiente universitario come esempio vivo di rapporto tra cultura delle origini e modernità. Si pensi solo a titoli come My kantele, Tuonela, Shaman e Sampo, anzi da questo punto di vista voglio citare anche i Korpiklaani con Shaman e Karhunkaatolaulu (“canto della caccia all’orso”). Partendo da queste canzoni potremmo parlare per ore di Kalevala, sciamanesimo e cultura finlandese! 🙂 A proposito di dritte musicali, consiglio assolutamente di ascoltare i Värttinä, rinomato gruppo folk finlandese che riprende molti temi e strumenti musicali della tradizione.

Negli scorsi anni hai pubblicato diversi articoli e un libro insieme a Dario Giansanti dal titolo Kreutzwald e il Kalevipoeg: di cosa parla quest’ultimo?

Con Kreutzwald e il Kalevipoeg, pubblicato come eBook dalla già citata casa editrice Liber Iter, voliamo in Estonia alla scoperta del Kalevipoeg, epopea estone sorella del Kalevala sospesa tra il tempo assoluto del mito e quello ben determinato della storia. È qui che esseri soprannaturali, spade maledette e animali parlanti fanno da sfondo alla tragica crociata dei Cavalieri Teutonici i quali, nel XIII secolo, invasero le terre del Baltico, stabilendo le basi di una serie di dominazioni e tirannie destinate a durare fin quasi ai nostri giorni. Popolare nei temi, ma fortemente voluto e praticamente ricostruito a tavolino da due uomini, Friedrich Robert Fahlmann e soprattutto Friedrich Reinhold Kreutzwald, il Kalevipoeg rispecchia al meglio l’identità storica dell’Estonia ed è, inoltre, una limpida espressione delle ingiustizie che i popoli “minori” hanno dovuto subire fin dal loro affacciarsi nella storia, e della volontà di riscatto e di libertà che, da sempre, li ha animati. Per saperne di più consultate pure questo LINK.

Stai lavorando ad altre pubblicazioni, e in caso puoi rivelarci qualcosa?

Al momento non sto lavorando ad altre pubblicazioni ma è mia intenzione farlo quanto prima, anzi ho già qualche idea da sviluppare 🙂

C’è un progetto che sogni di poter realizzare?

Insieme ad alcune amiche e colleghe con cui ho già collaborato in passato, abbiamo iniziato a lavorare alla creazione di una rivista online a tema nordico che abbraccerà diversi argomenti. Siamo ancora in piena fase ideativa quindi non posso svelare altri particolari, però il nome sarà sicuramente Nordlys, che in norvegese significa “aurora boreale” (lett. “luce del nord”).

Un altro mio obiettivo, che in parte si è già concretizzato, è quello di imparare una lingua orientale. Ho iniziato da un mese a studiare coreano ed è una scelta che rifarei mille volte perché mi sta stimolando tantissimo.

Come possono contattarti i lettori di Mister Folk?

Sono a completa disposizione per qualunque cosa al seguente indirizzo email: flavia.diluzio@studio.unibo.it

Per chi fosse interessato a seguire la mia attività o a conoscere meglio ciò di cui mio occupo, segnalo volentieri questi link:

http://independent.academia.edu/FlaviaDiLuzio

http://culturedelmondo.blogspot.it/

http://www.linkedin.com/in/flaviadiluzio

http://www.traduttoristrade.it/2015/curriculum-di-luzio-flavia

È stato un piacere essere ospitata sulle pagine di Mister Folk! Ringrazio moltissimo Fabrizio per avermi proposto quest’intervista e i lettori per l’attenzione, anzi spero di avervi fornito qualche spunto interessante. Alla prossima! 🙂

Intervista: Finsterforst

Abbiamo imparato ad amare i tedeschi Finsterforst a suon di “forest black metal”: quattro album di intenso metal oscuro che col tempo si è tolto di dosso l’alone dei Moonsorrow per trovare una via personale quanto efficace. Ed ecco che il combo germanico decide di spiazzare tutti quanti con un EP dall’alto tasso alcolico, distante per musica e feeling dai vari Rastlos o Mach Dich Frei#YØLØ è una pubblicazione irriverente, che ha permesso ai musicisti di divertirsi (e far divertire) a suon di cover e inediti semplici e diretti. Era quindi “obbligatorio” intervistare la band per saperne di più…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Flavia Di Luzio per la traduzione dell’intervista e ad Alissa Prodi per la domanda sul Fosch Fest.

finsterforst

Come e quando è maturata l’idea di pubblicare un EP come #YØLØ?

Poiché siamo un gruppo di idioti cui piace solo divertirsi, abbiamo voluto far conoscere questo nostro lato folle che è un mix di amore per lo svago ed elementi seri, cool e spassosi. Tuttavia, non saprei dire con esattezza quando ci è venuta quest’idea.

Mi pare chiara la vostra intenzione di divertirvi e spiazzare i fan, é così?

É proprio ciò che volevamo fare: divertirci! Comunque, tralasciando gli aspetti folli ed “esilaranti”, penso che con quel disco abbiamo trasmesso anche messaggi più seri.

La copertina è molto carina e di facile comprensione, cosa vuol dire, invece, il titolo #YØLØ?

You only live once! (trad. “Si vive una volta sola”)

Le canzoni inedite sono molto distanti da quanto solitamente proponete, sia per composizione che per sonorità. Inoltre sono piuttosto brevi per i vostri standard. Le avete concepite in questa maniera di proposito oppure sono canzoni/idee che avete messo da parte nel corso degli anni in attesa di una pubblicazione come #YØLØ?

Visto che con questo EP volevamo proporre qualcosa di diverso, era piuttosto prevedibile che anche i pezzi sarebbero stati più brevi. Dopo tutto, in quale altro modo si può entrare nelle classifiche mondiali dei grandi album? Dico bene? Per il disco non è stato usato materiale raccolto negli ultimi anni. Non ci sono “scarti” avanzati dagli album full-length. Tutto è stato ideato appositamente per questa pubblicazione eccezionale che è #YØLØ.

In un paio di tracce mi pare di riconoscere l’influenza degli Alestorm, soprattutto per le melodie della tastiera, confermate? Vi piace la band scozzese del pazzo Bowes?

Non so dire per certo se qualcuno di noi li stia ascoltando più di tanto. Penso comunque che stiano facendo un ottimo lavoro. Grande metal con un certo tasso alcolico!

Capitolo cover: più strambe non potevate trovarne? Perché la scelta è ricaduta su brani tanto distanti dal vostro genere musicale?

Per noi è stato molto difficile decidere le cover da inserire nell’album. Avevamo in mente circa 30 pezzi su cui lavorare. Il motivo di una scelta così esotica e varia dal punto di vista musicale? Beh, semplicemente è molto più interessante includere anche qualcosa di diverso dalla solita roba. Non è forse così? E, poiché non ascoltiamo tutti solo un genere musicale, volevamo proporre qualcosa di nuovo e presentarlo al pubblico. Penso che resteresti piuttosto sorpreso se sapessi che musica ascoltiamo nelle nostre vite private, ahah!

L’idea di coverizzare Michael Jackson e Miley Cyrus mi sembra tanto provocatoria quanto intelligente: su internet si è discusso non poco di queste canzoni e il nome del gruppo è circolato veramente molto. C’è di fondo una precisa idea nella selezione delle cover, oppure sono brani che veramente vi hanno colpito?

Una cosa è certa: volevamo fare una cover di Michael Jackson perché si tratta di una delle figure più grandi e importanti nella storia della musica. Inoltre sono un suo grande fan. La scelta di Beat It è stata pressoché immediata visto che il pezzo è già di suo un mostro del rock! Su Miley Cyrus invece non ho molto da dire. Volevamo registrare una canzone pop moderna e abbiamo pensato che Wrecking Ball si prestasse bene per un’interpretazione interessante.

Cosa rispondete a chi afferma che i Finsterforst dovrebbero coverizzare Falkenbach e Bathory invece di un gruppo hip-hop tedesco (è il caso dei K.I.Z.)?

Mi ripeterei gentilmente per l’ennesima volta spiegando che con questo mini album ci stiamo divertendo da matti. Volevamo qualcosa di esotico, di diverso e di inusuale, non il solito album dei Finsterforst dal materiale complesso.

Dopo la parentesi #YØLØ, tornerete al black forest metal? Se sì, state lavorando al nuovo full-length? Si può avere qualche anticipazione a riguardo?

Vedremo cosa accadrà con il nostro quinto album full-length. Non vorrei mai seguire schemi troppo rigidi, ma l’idea è quella di tornare sulla strada principale, sì. Ci sono già alcune idee in ballo e presto inizierò a lavorare sul prossimo album. Purtroppo non posso dire nulla riguardo ai dettagli e quant’altro. Dovrete essere pazienti e nel frattempo procurarvi un paio di birre.

Dopo aver visto un videoclip come Auf Die Zwölf mi risulta difficile immaginarvi alle prese con il forest black metal. Come fate a tornare “seri” dopo una sbornia di chaos e divertimento come #YØLØ?

Sul palco abbiamo sempre dimostrato di essere, di fatto, ragazzi un po’ strani che di certo non vanno molto a fondo nelle cose, né le prendono troppo sul serio. Non siamo parte del cosiddetto credo “pagano”. Mi dispiace se con le mie parole turbo qualcuno, ma ormai si tratta di una moda, almeno per la maggior parte delle persone. E va benissimo, ovviamente! Voglio semplicemente dirvi che non siamo tipi troppo seriosi, prendiamo tutto così come viene. Dal punto di vista musicale sarà per noi facile tornare a qualcosa di più “serio”, non preoccupatevi!

Potete parlarci della vostra esperienza italiana al Fosch Fest 2015? Cosa ne pensate del pubblico italiano e dell’organizzazione? Ricordate qualche momento particolare o divertente?

É stato un posto magnifico per intrattenersi ed esibirsi! Tutti erano più che entusiasti e motivati ad andare fuori di testa, hanno anche fatto una grande festa subito dopo il concerto. Non chiedeteci di ricordi particolari. Spesso non è facile ricordare le cose… ma penso che alcuni di noi si siano semplicemente addormentati seduti o in piedi…? Non ne ho idea, ahah!

Vi ringrazio per le risposte e per avermi fatto divertire con #YØLØ, avete tutto lo spazio che volete per concludere l’intervista!

Grazie mille per il supporto e la fiducia nei Finsterforst! Divertitevi con noi quanto volete! Siamo lieti di condividere i viaggi folli, e anche profondi, che ci vedono protagonisti sia sui palchi che nei dischi!

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ENGLISH VERSION: 

How and when did you decide to release an EP like #YØLØ?

Since we are a bunch of morons which simply enjoy great fun times, we wanted to present this particular crazy side of ourselves – having fun with a mixture of serious, cool and funny elements. I don’t know when exactly the idea came up, though.

I guess you want to have fun and to astound your fans, don’t you?

That is indeed what we wanted to have: fun! But beside all the crazy and “hilarious” factors, I think we delivered also quite some serious parts with that record.

The cover is very nice and easy to understand. By the way, what does the title #YØLØ mean?

“You only live once”!

The unreleased songs are very different from the music you usually make, with regard to both composition and sound. Furthermore, they are quite short for your standards. Have you conceived them this way on purpose or are these songs/ideas the result of a previous work waiting for a release like #YØLØ?

Since we wanted to do something different with this EP, it was quite certain that also the length of the tracks will be quite something shorter. After all, how else to enter the global big album charts, right??? The material wasn’t anything gathered throughout the last years. None of it is any “left garbage” that didn’t make it on a full-length album. It was freshly written for this exceptional release of #YØLØ.

In a couple of tracks, I can recognize Alestorm’s influences, especially with regard to keyboard melodies. Do you agree? Do you like the Scottish band and its crazy leader Bowes?

I’m not sure if any of us is really listening to them much. I think they’re doing a brilliant job with their stuff. Great metal combined with a certain touch of boozyness!

Let’s talk about covers: you could not make a weirder choice! Why did you decide to cover songs that are so distant from your music genre?

It was very difficult for us to decide which songs it actually will be then. I guess we had like thirty wishes to cover this and that and whatnot. The reason for the exotic and flexible range of music genres?… Well, it is simply much more interesting to also include something else besides always the same stuff, isn’t it? And since we all are not only into one particular music, we wanted to add something additional and present it to the people. I think you’d be pretty surprised, if you’d know what kind of musics we all are listening to in our private lives, haha!

In my opinion, covering Michael Jackson and Miley Cyrus is challenging and smart at the same time: people wrote a lot online about these songs and the band’s name spread quickly. How did you select the songs to cover? Were there any specific criteria or did you choose only those songs that really hit you right away?

One thing was for sure: we wanted to do a Michael Jackson song, because he was one of the biggest and most important figures in music history. Further on, I am a huge fan of him. Chosing Beat It was done pretty quick since that song already is quite a rock monster! I can’t tell you much about Miley Cyrus, though. We wanted to record one modern pop song and simply thought we’d be able to create with Wrecking Ball an interesting interpretation.

What would you answer to those who say that Finsterforst should cover Falkenbach and Bathory instead of a German hip-hop group?

I would kindly repeat myself for the hundredth time and explain that we are having a fun blast with this mini album. We wanted to do something exotic, something different, something unusual – not a typical Finsterforst album with complex material.

Will you return to black forest metal after the #YØLØ experience? If so, are you working on the new full-length? Could you give us a preview of your work?

We will see what will follow with our fifth full length album. I wouldn’t ever wanna follow totally strict lines, but the idea is to get back on a very huge path, yes. Some ideas already are present and I will soon start working on the next album. Unfortunately, I can’t tell you anything about details and whatnot. You must be patient and meanwhile grab a few beers.

After a videoclip like Auf Die Zwölf it is quite difficult to imagine you struggling with forest black metal. How can you get back “serious” after an overdose of chaos and fun like #YØLØ?

We always showed on stage that we actually ARE some weird fun guys who certainly don’t take stuff too deep or serious. We are not part of this so called “pagan” believe. Sorry if I upset anyone with this now, but this whole thing is a trend – at least for most of the people. And that is totally fine, of course! Simply wanna tell you that we anyway are not serious blokes, but we enjoy our times as it comes. Music-wise, it will be easy to get back on something more “serious”, don’t you worry!

Can you talk about your Fosch Fest 2015 experience in Italy? What about the Italian audience and the organization? Do you remember any special or funny moments from that time?

It was an amazing place to be and to perform! All the people were more than enthusiastic and motivated to go crazy and also had a great party afterwards. Don’t ask us about particular memories. It often isn’t easy to remember anything…. but I think some of us simply fell asleep sitting or standing….? Have no idea, haha!

Thank you for your answers and for having amused me with #YØLØ. Please, feel free to add any comments!

Thank you very much for all the support and believe in Finsterforst! Enjoy us as much as you want to! We’re glad to share our crazy and yet deep journeys we often have – both on stages and on the records!

Intervista: Párodos

Il mondo musicale dei Párodos è tanto vasto quanto interessante: nel loro background troviamo quel metal estremo ma speciale di Agalloch e Negură Bunget, l’avanguardia degli Arcturus così come il sound più “raffinato” di Alcest e Katatonia, il tutto miscelato con personalità e buon gusto. Ho intervistato la band campana perché non capita tutti i giorni di ascoltare del buon metal suonato con abilità, tatto e soprattutto fuori dai “soliti schemi” fin dalla prima release, un tre pezzi registrato in presa diretta ascoltabile sulla loro pagina Soundcloud. La musica, l’origine del nome e le motivazioni che hanno spinto questi ragazzi a lavorare su un progetto tanto personale sono alcuni degli argomenti di questa intervista. Buona lettura e buon ascolto! 

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Siete una band di recente formazione e molte persone, soprattutto in un sito dedicato al folk/viking metal, non vi conoscono. Direi quindi d’iniziare con la più classica presentazione della band.

La band nasce nel 2015 da un’idea condivisa tra G. Hybris (tastiere), G. Orion (basso), M. (voce), F. Oudeis (chitarre) e D. Ephaistos (batteria).

I brani che mi avete fatto ascoltare sono un bel mix di diverse influenze rielaborate con gusto personale. Quali sono gli artisti che in vario modo hanno portato alla formazione dei Párodos e qual è il vostro obiettivo come gruppo?

Fin dalla nascita del progetto, l’intento è sempre stato quello di miscelare e dosare le diverse influenze di ciascuno di noi per incanalarle in un risultato quanto più possibile genuino e originale. Gli artisti che ci ispirano sono tanti, ma potremmo tracciare un cerchio che abbraccia Fen, Les Discrets, Alcest, Katatonia, Lantlos, Arcturus ed Enslaved, su tutti. L’obiettivo è di crescere continuamente, traendo insegnamenti da ogni esperienza, dalla sala prove, ai live, alle sessioni di registrazione. È più corretto dire che non ci poniamo limiti precisi, al momento, avendo l’intenzione di portare la nostra musica più lontano possibile.

C’è un concept alla base della band? Perché la decisione di chiamarvi Párodos?

Il nome è frutto degli studi classici e della passione smisurata per la tragedia greca, laddove il termine “parodo” indica il primo canto del coro immediatamente dopo l’ingresso dai corridoi laterali dell’anfiteatro (parodoi). A questo si unisce un lutto molto grave, al termine di una lunga sofferenza, che ha sconvolto e cambiato le nostre vite in maniera irreversibile. Da qui è nata la concezione della nostra musica come veicolo per introdurre l’ascoltatore in un viaggio attraverso la tragedia umana, quella di cui ciascuno è attore e, al tempo stesso, spettatore, in un percorso di purificazione, di catarsi, da cui il titolo del nostro album d’esordio.

L’impressione che ho avuto è che non ci sia solo la musica nel vostro background artistico: libri, quadri e arte in genere influenzano il vostro operato?

Decisamente. Le nostre influenze e ispirazioni sono tante, e disparate. Al di là delle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, pregne di contenuti fondamentali per il nostro progetto, la filosofia (Nietzsche, Schopenhauer), la mitologia (greca, nordica, orientale), la poesia (Baudelaire, Verlaine, Poe) e la letteratura, in generale, rappresentano imprescindibile fonte di ispirazione.

La parte strumentale compie un bel lavoro preciso e ricco di intuizioni valide, si capisce subito che non siete musicisti alle prime armi. Qual è il vostro passato musicale?

Chi scrive (G.Hybris, tastiere) ha studiato pianoforte classico per 4 anni e mezzo, per poi riprendere dopo alcuni anni da autodidatta. Con G. Orion (basso) e D. Ephaistos (batteria), abbiamo condiviso il progetto Your Tomorrow Alone, dal 2009 al 2013, con un album pubblicato da My Kingdom Music e diversi live all’attivo. F. Oudeis invece è stato membro fondatore dei Throes Of Perdition dal 2008 al 2015, mentre M. ha fatto parte degli Exxon Valdez dal 2001 al 2011.

La voce pulita, invece, è una vera sorpresa: potente e sicura, a me ha ricordato Ray Alder dei Fates Warning. Quali sono i nomi che hanno ispirato M.?

Il riferimento principale è sempre stato Bruce Dickinson, nell’ambito dei mostri sacri. Daniel Gildenlöw dei Pain Of Salvation e Grutle Kjellson degli Enslaved rappresentano le influenze più vicine alla nostra proposta.

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Perché avete optato per l’utilizzo di nomi d’arte al posto di quelli reali? Hanno una qualche connessione con il nome del gruppo o con i testi?

La scelta ha l’intento di spersonalizzare la band, nell’ottica del parallelismo con la tragedia greca (e, quindi, col nome della band). I nostri show dal vivo prevedono l’utilizzo di maschere teatrali (anche se soltanto al momento dell’entrata in scena): l’attore principale è la musica, il nostro ruolo è, quindi, quello di coreuti, la cui identità non è importante ai fini dello spettacolo.

Di cosa trattano i testi delle tre canzoni, e sono collegati tra loro?

I testi sono opera di M., e rappresentano la sua personale interpretazione del viaggio attraverso la tragedia umana. Più che collegati tra loro, esprimono i diversi stati d’animo che contraddistinguono un simile percorso. In Space Omega, il cammino è quello attraverso la consapevolezza della morte e della fine della materia. Heart Of Darnkess ha un taglio più intimo, che si riferisce alla ricerca dell’io più profondo e della consapevolezza di sé stessi. Evocazione è invece un vero e proprio rito di consacrazione pagano, un viaggio di ritorno alle origini e alla natura.

Le tre canzoni registrate sono tutte sopra gli otto minuti di durata. Le nuove composizioni continueranno questo trend? Da dove nasce il bisogno di comporre canzoni così lunghe? Vi siete divertiti a registrare tutti gli strumenti live in studio, come “ai vecchi tempi”?

La durata non è stata mai prestabilita in verità, né per i brani del demo, né per gli altri che insieme a questi andranno a comporre l’album. Tutta la composizione si basa su alcuni canovacci, riff di tastiera e chitarra su cui poi lavoriamo tutti insieme, in sinergia. Pertanto, più che di una necessità si tratta di un naturale risultato, che si concretizza nel momento in cui siamo tutti soddisfatti del singolo brano. Per quanto riguarda la registrazione simultanea degli strumenti in studio è stata un’esperienza molto interessante, impegnativa ma senza dubbio divertente, che ha contributo a donare un feeling molto più marcato al suono complessivo del demo, soprattutto dal punto di vista della sessione ritmica.

In questo periodo state registrando il vostro album di debutto Catharsis: i tre pezzi pubblicati sono da intendersi come una prova (o come si diceva anni fa, come un demo)? Cosa troveremo nel nuovo lavoro?

Più che un demo potremmo definirlo un biglietto da visita, un modo per far conoscere la nostra proposta musicale e per non restare in totale silenzio fino al primo album, nel quale ci saranno anche questi tre brani, con arrangiamenti leggermente diversi. Il nuovo lavoro sarà composto da nove tracce, di cui tre strumentali (intro, intermezzo e outro). Le registrazioni sono iniziate nei primi giorni di Dicembre, al Kick Recording Studio di Marco Mastrobuono (Buffalo Grillz, Hour Of Penance) che si occuperà anche di mix e mastering, e termineranno verso la fine di gennaio. Ci saranno diverse sorprese, con alcune guest che annunceremo di volta in volta tramite i nostri canali su internet. La parte grafica invece sarà totalmente affidata a Francesco Gemelli.

Siamo in un sito dedicato alla musica folk/viking metal, vi chiedo quindi se conoscete questo genere musicale e se ci sono artisti (italiani e non) che apprezzate e trovate meritevoli d’attenzione.

Come in ogni sottogenere del metal, anche nel folk/viking ci sono band ed elementi degni d’attenzione. In particolare il progetto Myrkgrav, che abbiamo apprezzato molto fin da subito, gli storici Falkenbach e, nel panorama nostrano, i Folkstone, che abbiamo avuto modo di ascoltare dal vivo, a Napoli, di recente.

Sono sempre felice di dare spazio a gruppi interessanti e spero che questa intervista vi possa aiutare per il proseguo della carriera. Buona fortuna ragazzi!

Grazie a te per lo spazio concesso e per le domande, realmente stimolanti. Un saluto a tutti i lettori di Mister Folk, vi invitiamo a seguirci sulla nostra pagina Facebook per tutti gli sviluppi riguardanti il nostro album d’esordio.