Intervista: Stilema

Il debutto Utopia sta riscuotendo pareri positivi un po’ ovunque. Chi conosce gli Stilema non ne sarà rimasto troppo stupito: il precedente EP Ithaka era un ottimo assaggio delle capacità della band laziale. Del nuovo arrivato, della scena folk metal e dei testi che – nel vero senso della parola – arricchiscono le canzoni, ne abbiamo parlato col cantante Gianni Izzo e col chitarrista Federico Mari.

Bentornati sulle pagine di Mister Folk! Iniziamo parlando del nuovo arrivato Utopia: come ci si sente dopo aver pubblicato il primo disco?

Gianni: Ciao Fabrizio, speravamo di riuscire a fare questa chiacchierata almeno un annetto fa. Ma il destino ci è stato avverso, tra cambi di line-up, tempo risicato, pandemie, i mesi son volati. Utòpia ha inoltre richiesto più lavoro di quello che in realtà ottimisticamente pensavamo. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta, il disco sta ricevendo delle ottime recensioni ed un feedback molto positivo da parte del pubblico. Quindi, nonostante le molte problematiche affrontate, siamo molto felici di come stanno andando le cose.  

Federico: Ci si sente come all’uscita di un lungo tunnel! Nel caso specifico di Utòpia, l’inizio delle registrazioni si perdono nella notte dei tempi, poi il lockdown ha ulteriormente allungato le fasi di rifinitura. Una liberazione insomma! Ma siamo molto soddisfatti del nostro primo full-length.

Cosa vi portate dall’esperienza di Ithaka? Avete ritrovato utile l’esperienza fatta in sala prove e in studio per il precedente EP?

Gianni: Ithaka è stata un’autoproduzione, fatta nello studio del nostro Frenk, e abbiamo cercato di cavarcela, nonostante poi proprio Frenk abbia coadiuvato tutti i lavori, in quanto è sicuramente l’unico esperto tra noi, per quel che riguarda la registrazione di un brano, siamo forse stati un po’ disordinati. Con Utòpia l’approccio è stato più sistematico, abbiamo cercato di ovviare agli errori fatti nel precedente EP. Il tutto poi è passato nelle mani e all’esperienza del fonico Gianmarco Bellumori, e da questo punto di vista ci siamo sentiti anche più sicuri sulla strada che stavamo percorrendo.

Il cd suona potente e al passo coi tempi. Come sono andate le cose in studio?

Federico: Per questo dobbiamo ringraziare Gianmarco del Wolf Recording Studio che ha puntato parecchio su tale aspetto. Teneva molto al fatto che il sound fosse il più possibile moderno (nei limiti imposti dall’aspetto folkeggiante, si intende!) e potente. Il lavoro fatto sulle chitarre e sulla batteria lo trovo meraviglioso.

Gianni: Il Wolf Recording Studio è diventato per molto tempo la nostra seconda casa. Abbiamo imparato molto grazie alla professionalità e la grande accuratezza che Gianmarco ci ha messo nel proprio lavoro. Rispetto ad Ithaka abbiamo curato ancora di più gli arrangiamenti e li abbiamo ampliati. Avevamo molte tracce per ogni canzone, quindi è stato un lavoro lungo per tutti. Il fine era trovare proprio un sound che risultasse a passo con i tempi, che non desse una sensazione di esser vecchio ancor prima di compiere qualche mese di vita. Insieme a Gianmarco abbiamo sperimentato molto, finché non siamo rimasti tutti soddisfatti.

La prima cosa che balza all’orecchio è l’indurimento del sound, ora “più metal”. C’è però da dire che questo fatto non ha modificato eccessivamente la vostra anima e il tutto suona sempre molto naturale e spontaneo. Vorrei sapere se mentre stavate scrivendo le canzoni vi siete accorti che stavate andando in questa direzione e se magari in futuro ci sarà spazio anche per altri piccoli cambiamenti.

Federico: Era nostro desiderio da tempo “indurirci” un po’, ma avevamo bisogno della giusta formazione per farlo. O meglio, per far sì che ciò avvenisse nel modo più naturale possibile. Siamo già al lavoro per del nuovo materiale e la direzione è quella di un sound più pesante, coadiuvato anche dall’uso della chitarra accordata in drop c, già presente nel brano Da Qui Non Si Passerà, e ormai irrinunciabile per molte nuove idee. Questa accordatura, oltre che rendere il sound più pesante, tende ad equilibrarne l’economia generale, andando a contrapporsi al violino, aggiungendo frequenze più basse.

Gianni: Dopo aver registrato Ithaka, l’idea era quella di inserire nel nostro sound tutto ciò che ci piaceva del metal. Fondere il nostro folk, con i sottogeneri più classici del metal, fino a quelli più estremi. Adoro la varietà nei dischi e le contaminazioni tra generi, quindi sì, anche in futuro continueremo in questa direzione, cercando sempre di non snaturare le nostre radici. Insomma non credo ci sia pericolo che ascoltiate una cosa tipo Renegades degli Equilibrium da parte nostra, ma cercheremo di sperimentare sempre soluzioni nuove.

Alcuni testi sembrano riflettere la situazione internazionale che stiamo vivendo, quindi si può dire che le parole che canti siano lo specchio di una (triste) realtà. Come sono nati i testi e cosa ti porta a prendere carta e penna e iniziare a buttar giù le idee?

Gianni: Scrivo perché nessun’altro mi riesce a raccontare le cose come vorrei che me le raccontasse eheheh. Basta una lettura interessante, l’ascolto, il cercare di capire ciò che ci sta accadendo attorno. Come ascoltatore adoro i concept fantasy o storici, come musicista mi piace rimanere in mezzo a questi due mondi, creare musica per intrattenere ma anche per riflettere, fare una fotografia del mio punto di vista sulla società. Un pezzo come Mondi Paralleli ad esempio, mette il punto sull’uso delle fake news, la voglia di apparire, la necessità di arrivare a utilizzare la religione per incutere timore e controllare il “gregge”. Da Qui Non Si Passerà è nata dopo la lettura di Kobane Calling di Zerocalcare. All’inizio era proprio la musica di Utòpia ad essere designata per mettere a fuoco la questione dei Curdi, poi ho pensato che invece di un brano lungo e descrittivo, sarebbe stato più appropriato una sorta di combat song. E quindi la lunga title-track, dopo l’inno di ribellione di “Da Qui…”, è stata designata per descrivere una società che dovrebbe essere normalissima, dove non ci sono discriminazioni sessuali, razziali etc., ma che in realtà rimane a tutti gli effetti ancora una chimera. Uno sguardo amaro sulla triste realtà appunto.

Dovendo scegliere una canzone per rappresentare l’album, quale indicheresti e perché?

Federico: Sono tutte così diverse! Meglio ascoltarle tutte e lasciar scegliere agli altri!

Gianni: È vero, Utòpia ha tutta una serie di mood e di approcci musicali diversi. Abbiamo parti più epiche, altre più smaccatamente folk, le atmosfere gotiche di Ophelia, parti black, aperture a momenti più sinfonici e articolati, andando poi a finire ad un brano come Armonie che è retto solo da piano, violino e voce. È difficile scegliere, forse ti direi Il Volo Eterno, ha un ritornello epico, c’è il growling, la parte acustica, un buon riassunto del nostro sound, la giusta via di mezzo tra brani più diretti come Tra Leggende E Realtà, e pezzi più articolati e lunghi come la title-track.

La scelta di cantare in italiano: è il desiderio di far capire i testi al vostro pubblico? Il lato negativo è che al di fuori dei nostri confini i vostri testi saranno incomprensibili.

Gianni: È più la consapevolezza che è più facile esprimersi nella propria lingua, giocare con le proprie espressioni, interpretarle e pronunciare bene le parole. Molte volte sento delle pronunce tremende in inglese e leggo dei testi che si limitano alla banalità di frasi molto elementari. Mi viene in mente anche Frutto Del Buio dei Blind Guardian e la pronuncia di Hansi in italiano (per chi ha meno di quarant’anni e non conosce questa perla: andatevi a sentire il brano, ndMF), e penso che deve essere dura per uno di madre lingua inglese sopportare molte delle metal band non inglesi, se il risultato è simile a quello, o giù di li. Con questo non metto alcun veto, durante il lockdown ho scritto anche io un paio di brani in inglese, che probabilmente faranno parte del prossimo disco, ma l’italiano per quel che mi riguarda, sarà la lingua portante delle nostre produzioni. Siamo comunque in buona compagnia: Arkona, Korpiklaani, Mago De Oz, Rammstein, alla fine cantano tutti nella propria lingua. In ogni caso, siamo interessati a rendere comprensibili i testi anche per chi non conosce la nostra lingua, infatti i nostri video hanno sottotitoli in inglese.

Cosa speri per gli Stilema? C’è un qualcosa che ti farebbe dire “ora sì che sono soddisfatto”?

Gianni: Ovviamente la più grande speranza per ogni musicista non mainstream, è che un giorno riesca ad arrivare a vivere della propria musica per poter dedicare ad essa maggior tempo ed energie e creare cose sempre migliori. Come band underground non possiamo farlo liberamente, dobbiamo relegare gli Stilema ad un tempo risicato, in cui cerchiamo di fare più cose possibili. Ma un passo alla volta, ora come ora, la prima soddisfazione vera è girare, Covid-19 permettendo, più locali possibili per farci conoscere sempre di più, in modo da migliorare sempre più anche le nostre esibizioni e la nostra immagine live.

Federico: Io spero che si riesca presto a tornare a suonare in giro senza limitazioni e spero che gli Stilema possano far conoscere la propria musica a spasso per l’Europa.

Quali sono i vostri ascolti in questo periodo?

Gianni: Tra le ultime uscite, ho apprezzato molto quello che sembra essere l’ultimo disco dei Falconer, una band che ho sempre amato e non ha quasi mai sbagliato niente nella propria discografia. Anche i serbi Alogia hanno fatto un buonissimo album, anche se mi è piaciuto più il precedente Elegia Balcanica. Ho apprezzato molto anche il nuovo dei My Dying Bride. Andando un po’ indietro nel tempo ti citerei l’ultimo ottimo album dei Furor Gallico, ma quelli che sicuramente mi hanno colpito maggiormente sono i Lou Quinse e il loro ultimo lavoro che ormai risale ad un paio di anni fa Lo Sabbat, geniali.

Una domanda che faccio in tutte le interviste: vi sentite parte di una scena (romana, italiana)? Come sono i rapporti tra gruppi, sinceri o “paraculi”?

Federico: Purtroppo di questi tempi non saprei dirti se l’ambito musicale di cui facciamo parte sia catalogabile come scena. Essendo stati adolescenti ormai anni fa, abbiamo la memoria di maggior spirito di collaborazione tra varie band. Ora questa cosa viene un po’ meno. Detto questo, ci siamo sempre trovati bene con tutti i gruppi con cui abbiamo suddiviso il palco ed è sempre una bella esperienza ascoltare gli altri, se lo si fa senza invidie o complessi!

Gianni: In questi anni siamo stati invitati ed abbiamo suonato con band totalmente diverse, non solo quindi in ambito metal, ma anche rock, punk, dark wave, grunge. Insomma serate di ogni tipo, in ogni caso ci troviamo bene anche di fronte a persone lontane dal metal ed ancor di più dal folk metal. Abbiamo stretto amicizie un po’ con tutti, personalmente cerco di essere sincero con gli altri e sono sicuro che le band con cui abbiamo suonato sono state sincere con noi, non è stato tutto un complimento di circostanza, ma sempre un vero e proprio dialogo nel quale ci consigliavamo gli uni con gli altri sul come muoversi. Pensiamo quindi di far parte di una scena più amplia, una scena musicale, sicuramente di un mondo underground, e la cosa migliore in questi casi è appunto un “mutuo soccorso”. La guerra tra poveri è deprecabile, solo tutti insieme potremmo scavalcare quel muro che ci tiene in una sorta di sottoscala quando invece ho sentito gruppi che hanno tutto il necessario per essere considerati molto di più. Sono sicuro che ci sono anche i “paraculi”, ma per fortuna non ne abbiamo incontrati ancora.

A settembre suonerete al Traffic Club di Roma per la presentazione ufficiale di Utopia: cosa si devono aspettare le persone che verranno e ci saranno sorprese? (la serata è stata poi spostata al 6 ottobre, ndMF)

Gianni: L’ultima serata che abbiamo fatto prima del lockdown è stata proprio al Traffic. È un po’ ricominciare da dove abbiamo lasciato e siamo molto felici di questo. Ovviamente proporremo qualche brano dal precedente EP, ma il 90% dell’esibizione sarà concentrata su Utòpia. Ci sono alcuni pezzi che suoneremo in maniera leggermente diversa rispetto al disco, niente di che, ma chi lo ha ascoltato si accorgerà della differenza. Speravamo addirittura di riuscire a portare un brano inedito, ma è ancora presto per questo. Forse per la data di Napoli il 24 ottobre riusciremo a portarlo.

Siamo alla fine, volete aggiungere qualcosa?

Gianni: Un grazie a te Fabrizio per lo spazio che ci concedi, alla Hellbones Records che ci ha adottato, ma soprattutto a tutte le persone che in questi anni ci hanno incitato a continuare. Ragazzi, se non ci conoscete ancora, potete seguirci sia su Instagram che su Facebook, per tutte le notizie: @stilemaofficial. L’appello finale va oltre a noi Stilema. In Italia abbiamo tantissime ottime band, l’unico modo che avete per farle crescere è andare ai loro concerti, trovate quelle che vi piacciono, ascoltatele e supportatele come potete. È ovvio che siamo tutti più interessati ai grandi nomi storici della musica, ma l’unico modo per non far morire sul nascere delle piccole realtà che potrebbero fare molto se fosse loro data una possibilità, è riservare un po’ di quel interesse che avete per i Metallica o gli Iron Maiden, anche per le band “minori”. Horns up! Ci vediamo in giro.

Intervista: INNO

Il videoclip di Pale Dead Sky mi stregò al punto da farmi immediatamente preordinare il disco: sapevo dell’esistenza di questa nuova band chiamata INNO formata da nomi noti della scena romana e sapevo che a breve sarebbe uscito il disco, null’altro. La visione del video mi emozionò tantissimo al punto di farmi acquistare il cd senza il bisogno di informarmi maggiormente. Da quel giorno il cd The Rain Under ha risuonato nella mia casa decine di volte, ogni volta svelando un particolare prima rimasto nell’ombra, un disco capace di coinvolgere l’ascoltatore ad ogni passaggio. Dal piacere dell’ascolto all’idea di intervistare la band il passo è stato breve: la cantante Elisabetta Marchetti e il bassista Marco Mastrobuono si sono mostrati subito interessati, rendendo possibile questa piacevole chiacchierata.

In molti vi hanno definito una “all star band” e anche se la definizione può essere valida a me viene da dire che siete degli amici che hanno deciso di suonare insieme. Come e quando Inno ha preso vita?

Marco: L’idea di mettere su il progetto INNO è esattamente quello che hai detto, amici che si conoscono da tantissimi anni e vogliono suonare insieme, nulla di più o nulla di meno. L’idea mi balenava in testa da parecchio e mentre ero in viaggio con gli Hour Of Penance per un concerto al nord Italia ne parlai con Giuseppe, che è il nostro fonico live. L’idea era appunto di creare qualcosa di diverso dai nostri precedenti progetti musicali con l’unico scopo di divertirsi e scrivere musica che ci piacesse.

Il disco The Rain Under è uscito da qualche mese, si possono tirare le prime somme?

Marco: Non è uscito nel periodo storico più fortunato per la musica, quello è sicuro, ma siamo rimasti estremamente soddisfatti della risposta da parte del pubblico, anche più grande delle aspettative. Avevamo iniziato a programmare concerti per quest’estate ma ovviamente causa pandemie mondiali è tutto saltato a data da destinarsi. Nel mentre non ci siamo persi d’animo e stiamo lavorando comunque a materiale da pubblicare a breve.

Sono una di quelle persone che ha preordinato il disco appena ha visto il bellissimo videoclip di Pale Dead Sky. Volete raccontarci qualcosa sulla canzone e sul videoclip girato da Martina L. McLean di Sanda Movies?

Elisabetta: Martina e tutto il suo staff sono dei grandi professionisti e hanno colto appieno l’atmosfera che volevamo trasmettere con quel video. È stata un’esperienza magnifica, sicuramente estenuante a causa delle bassissime temperature, avendolo girato il 22 dicembre, ma ne è valsa sicuramente la pena. La canzone parla di una delle peggiori malattie che affligge il mondo in questi tempi, la depressione, e ogni scena rappresenta le sue varie sfaccettature. La maggior parte delle riprese si sino svolte presso la caldara di Manziana, un posto veramente magnifico che avevamo scoperto durante le nostre foto promozionali scattate un anno prima.

Insieme al disco è arrivata un’illustrazione della cantante Elisabetta Marchetti. Il disegno è molto crudo e mostruoso, nasce forse da un incubo? Lo stile e la “brutalità” contrastano molto con l’eleganza della sua voce, quindi mi piacerebbe conoscere la storia che c’è dietro.

Elisabetta: Hai centrato in pieno l’obiettivo e le mie scelte stilistiche! Il disegno rappresenta un incubo e, come spesso accade nel mondo dei sogni, le immagini sono piene di contrasti e non esistono “regole” per le quali una persona, un oggetto o una sensazione debbano per forza rispettare il contesto in cui sono inserite. Ispirandomi agli anni ‘70 in cui gruppi rock, pop e proto-metal come Coven, David Bowie e Beatles, erano soliti associare testi con tematiche molto crude e d’impatto a musiche orecchiabili e decisamente sobrie, ho deciso di parlare di incubi mantenendo uno stile vocale prevalentemente non aggressivo, che andasse in contrasto con gli argomenti trattati

Musicalmente si possono riconoscere alcune delle vostre influenze (a me avete ricordato i VuuR in versione mediterranea), ma sono curioso di saperne di più sulle origini dei testi e sui concetti che volete far conoscere ai vostri ascoltatori.

Elisabetta: Innanzitutto ti ringrazio per il paragone: Anneke è una delle mie muse ispiratrici ed è grazie a lei e ai The Gathering che iniziai a cantare da ragazzina! Come anticipato nella precedente domanda, il disco rappresenta una sorta di diario personale in cui parlo principalmente dei miei incubi e di periodi molto bui della mia vita. Fin da giovanissima soffro di disturbi del sonno ed in particolar modo di paralisi notturne delle quali ho imparato a prendere nota su un taccuino sotto forma di frasi, racconti o disegni, decidendo poi con questa band, di trasformarle in un vero e proprio concept per il nostro primo album il cui titolo “The Rain Under” descrive con un gioco di parole (Rain-Reign) il mondo dei sogni. Un mondo nascosto e misterioso dove ricordi, fantasia e paure si mescolano in un’unica realtà.

Nella traccia Night Falls compare l’ospite Vittoria Nagni con il suo violino. Come siete entrati in contatto con la musicista e come mai avete poi stravolto il suono dello strumento fino a renderlo quasi irriconoscibile?

Marco: Ho conosciuto Vittoria quando è venuta nel mio studio a registrare alcune parti di un disco che stavo producendo alcuni anni fa, e mi ha colpito molto il suo sapersi adattare in maniera estremamente veloce ad arrangiamenti che sono lontani da strumenti classici. Avere un’apertura di mente così pronta in studio di registrazione, soprattutto se associata a strumenti classici è veramente un grande punto di forza, e avere questo talento nel disco è una cosa che ho immediatamente voluto quando l’ho sentita suonare. Non importa che il risultato finale sia qualcosa forse di non riconoscibile come un violino, l’unica cosa che conta è la canzone finita.

Parliamo della cover High Hopes dei Pink Floyd: mi è piaciuta moltissimo la vostra rivisitazione, senza la necessità di stravolgerla ma facendola comunque vostra. A chi è venuta l’idea di questa cover? I Pink Floyd andrebbero fatti studiare alla scuola dell’obbligo, ma è stata una sorpresa apprendere la presenza di un loro pezzo nel vostro cd invece che so, di un più prevedibile Anathema o The Gathering.

Elisabetta: Anche qui abbiamo deciso di trovare il modo di uscire un po’ fuori dalle righe. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che ha sempre amato la buona musica e credo di aver ascoltato i Pink Floyd da prima ancora che venissi al mondo! La fortuna è continuata: essendo anche gli altri ragazzi della band dei grandi estimatori del genere, non avevo dubbi che nel proporre questa canzone come cover avrei avuto risposte positive. Il pezzo si inserisce perfettamente (sia come musica che come stile) nel nostro disco ed è stata un’importante occasione per rendere omaggio ad una delle nostre band preferite, anche se fuori da un contesto metal

Come band in quale maniera avete vissuto il lockdown? Avete continuato a comporre “in solitaria” per poi sentirvi online oppure vi siete presi un periodo di riposo dopo la pubblicazione?

Marco: L’atmosfera depressiva del lockdown è stata sicuramente una grande ispirazione per alcuni prossimi riff. Scherzi a parte, abbiamo lavorato molto per prepararci al nostro primo e unico live streaming, che fortunatamente è stato un grande successo, quindi abbiamo provato moltissimo per preparare uno spettacolo che lasciasse un bel ricordo per tutti. Attualmente stiamo scrivendo più materiale possibile, ognuno un po’ per conto suo e a breve ci vedremo per selezionare qualcosa su cui poggiare le fondamenta di un prossimo disco.

Siete stati proprio sfortunati: il disco arriva nelle case e non potete portare in giro sui palchi la vostra musica. Credo che il danno sia non di poco, anche a livello personale il live dopo tanto tempo speso in sala prove e studio di registrazione è quasi “necessario”. Come vi state organizzando per il 2021? Farete qualcosa nei prossimi mesi, magari di intimo e acustico?

Marco: Per ora il primo esperimento del live streaming che abbiamo fatto a luglio e che potete ancora vedere su Youtube (lo trovate QUI, ndMF) è stato sicuramente un primo ottimo risultato. Purtroppo mettere su uno spettacolo di questo tipo ha dei costi molto elevati e ovviamente questo ci impedisce di poterne fare quanti vorremmo, ma almeno siamo riusciti a mettere questa prima pietra per far vedere al mondo che esistiamo.

Per il 2021 ci saranno concerti o state pensando a un nuovo disco/EP?

Marco: Entrambi. Abbiamo ricevuto alcune proposte molto interessanti per un paio di tour nel 2021 ma purtroppo ancora non abbiamo idea di come si evolverà la situazione mondiale. Purtroppo ci sono delle domande a cui ancora non possiamo darci delle risposte e come riprenderà la vita dei concerti nel mondo. Nel mentre l’unica cosa che possiamo fare è scrivere, registrare e far uscire materiale audio e video, e voglio preannunciarvi che a breve vedrete un altro nostro video online, molto, molto particolare.

Come sapete il mio è un sito dedicato al folk/viking metal. Qualcuno vede questa musica come metal con le zampogne, ma c’è qualche artista, magari tra quelli più “ricercati” tipo Enslaved ed Helheim che vi piacciono?

Marco: Beh partiamo con il presupposto che non ci sta nulla di male a fare metal con le zampogne, hanno fatto uscire cose assolutamente peggiori di questo nel panorama musicale mondiale, quindi ben vengano le zampogne. Per quanto riguarda il genere in particolare siamo persone che apprezzano moltissimo le sonorità folk “nordiche” e stiamo cercando di inserire influenze che virino anche in quella direzione, anche meno metal del previsto. Uno dei gruppi che stiamo ascoltando maggiormente di questo periodo sono i Wardruna…

Vi ringrazio per la disponibilità e rinnovo i complimenti per The Rain Under, mi è piaciuto un sacco e continuo ad ascoltarlo ancora oggi a distanza di mesi; potete aggiungere qualunque cosa, a presto!

Grazie mille per la disponibilità e per lo spazio, speriamo di vederci a breve appena si potrà tornare a suonare dal vivo!

Intervista: Tersivel

Una band con un sound che negli anni è mutato, partendo dal più classico folk metal per arrivare – per ora – a sonorità più oscure e pesanti, ma non per questo meno interessanti. Parlare con il leader Lian Gerbino, poi, è sempre interessante e la sua passione per la musica (e l’Italia) è contagiosa ed è un piacere parlare con un musicista e una persona così disponibile in gamba. Al centro della conversazione c’è il nuovo singolo Embers Beneath The Spirit, ma non mancano domande sul precedente disco Worship Of The Gods e del suo recente trasferimento in Svezia.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ciao Lian, ci ritroviamo a fare un’intervista tre anni dopo l’uscita di Worship Of The Gods, il vostro secondo disco. Cosa è successo in tutto questo tempo e perché l’attesa è stata così lunga?

Ciao Fabrizio, è sempre un piacere parlare con te. Sì, è passato molto da quando è Worship Of The Gods uscito. Abbiamo rilasciato un singolo nel 2018, Satyrs Wine Part II, che forse può essere interpretata come ponte tra quel disco epic del 2017 e quest’arte dark/introspettiva che stiamo esplorando nel 2020; per quanto riguarda l’attesa, non lo so, non è così lunga negli standard dei Tersivel credo. L’ultimo intervallo, tra l’album di debutto e il nostro secondo album, era di sei anni. La vita si trova sempre nel mezzo, i mesi si trasformano in anni, gli imperi sorgono e cadono, le pandemie fottono il mondo, di tutto e di più. Comunque, capisco dove tu voglia arrivare con questa domanda, è come il tempo che stiamo vivendo, si chiede all’artista di essere super produttivo, l’attenzione delle persone è bombardata costantemente, quindi abbiamo bisogno di tenervi aggiornati altrimenti le persone si dimenticheranno di noi. E la dimenticanza è la faccia peggiore della morte. Bene, penso che tutto ciò sia molto negativo per le arti e, di conseguenza, per le persone che consumano arte. Le arti stanno diventando superficiali, meno impegnative, meno colte. Certo, i bastioni sono ancora in piedi, ma chi osa citare Virgilio o Dante non avrà alcuna possibilità contro quelli che parlano di tette e culi. È quello che è, sì, lo so, ma non significa che lo si debba accettare ciecamente.

Parlando di Worship Of The Gods, cosa puoi dirmi dell’accoglienza ricevuta da pubblico e stampa?

In generale, il disco ha ricevuto una buona accoglienza. Ovviamente, ad alcune persone piace ad altre no. È un disco complicato, con un tema complesso. Le persone alla quale è piaciuto sono quelle che si sono prese il tempo per capirlo, che sono andati giù con Julian (Flavio Claudio Giuliano, imperatore romano e personaggio intorno al quale ruota il concept lirico del disco, ndMF) per così dire. La solitudine religiosa di Julian, sotto il primo regime cristiano, era un carico pesante. E dimmi, la solitudine non riguarda anche la contemporaneità, anche quasi 1700 anni dopo l’epoca di Julian? Che dire dell’onestà? Della manipolazione politica? E dell’amore e della mancanza di amore, non solo verso gli altri, ma anche verso sé stessi? Certamente, ci sono delle differenze, il nostro è un mondo di tecnologia e globalizzazione, comunque, i conflitti e i conflitti interni dell’uomo rimangono uguali.

Tre anni dopo la sua pubblicazione, c’è qualcosa che cambieresti o faresti in maniera diversa?

Non proprio. Amo quel disco dall’inizio alla fine. Quel disco è la versione più evoluta di noi stessi che potevamo essere in quel momento. Ovviamente, c’era molta oscurità nelle nostre vite a quel tempo, a volte era difficile connettersi tra di noi, a volte era facile, dome se gli Dei stessi ci guidassero attraverso quei momenti bui. Oggigiorno, guardo a quel disco non solo come ad uno step importante nella nostra evoluzione artistica, ma anche come ad un indicatore temporale delle nostre vite. Non oserei cambiare una nota.

Siete da poco tornati a farvi sentire con la pubblicazione di un singolo/videoclip, Embers Beneath The Spirit. Perché la scelta di un singolo e la decisione di realizzare il video promozionale?

Abbiamo combattuto con l’idea di rilasciare nuova musica prima che il nuovo disco fosse finito. Alla fine, abbiamo deciso di aprirci con i nostri fan e di mostrare loro cosa stesse succedendo nell’HQ dei Tersivel. Per quanto riguarda il perché di un singolo, bene, noi lo vediamo come un altro ponte tra ciò che era e ciò che sarà. Forse come una stazione su una ferrovia invisibile dove l’ascoltatore può salire a bordo e unirsi a noi per una corsa.

Nel nuovo brano si sente che qualcosa nel sound dei Tersivel è cambiato. Sarà così anche per il prossimo lavoro o semplicemente avete cercato una musica che rispecchiasse bene il testo?

Sì, questo è il caso. Il nuovo album sarà nell’atmosfera di Embers Beneath The Spirit, musicalmente e dal punto di vista dei testi. Il sound dei Tersivel può essere cambiato, ma penso sia la cosa più ragionevole da fare. Il cambiamento è parte della vita. Astenersi dal cambiamento è come mettere degli uccelli in gabbia. C’è una canzone del folklore cileno resa immortale dalla cantante argentina Mercedes Sosa che fa: “Cambia lo superficial, / Cambia también lo profundo, / Cambia el modo de pensar, / Cambia todo en este mundo, / Cambia el clima con los años, / Cambia el pastor su rebaño, / Y así como todo cambia, / Que yo cambie no es extraño“, che in italiano fa: “Quello che è poco profondo, cambia / Quello che è profondo cambia lo stesso / Il modo di pensare cambia / Tutto cambia in questo mondo / Il tempo cambia con gli anni / Non è strano che io cambi con esso”.

In Embers Beneath The Spirit posso sentire alcuni elementi che mi ricordano i Gojira, ma anche Katatonia e Opeth nella parte centrale, quando le tastiere portano una “bellezza melodica” alla canzone. Voglio farti sapere che ho veramente apprezzato queste cose come musicista. Oltre alla bellezza strumentale, questa canzone ha un testo veramente potente che calza perfettamente con la musica, nella quale credo che le parti vocali pulite e growl siano perfettamente bilanciate. Secondo me con questa canzone avete centrato il punto. Cosa ne pensi? (domanda di Chiara)

Sono contento che ti piaccia e grazie per aver condiviso il tuo pensiero. Gojira, Katatonia e gli Opeth sono band che, su livelli diversi, piacciono a noi Tersivel. Pochi anni fa ero ossessionato dai Katatonia. Amo la poetica di Jonas Renkse, specialmente il periodo tra il 2000 e il 2010.  Ha una tonalità con le parole che mi raggiunge così facilmente, come quei versi in Follower (2006, The Great Cold Distance): “My mouth is shut, stupidity has shut my mouth, / So when you come, I’m too unprepared to come along“.  Musicalmente questa nuova produzione dei Tersivel ha un nuovo unico elemento che non era presente prima, il nostro nuovo batterista Danny Ebenholtz. Si è unito alla band nel 2019 non solo come batterista, ma portando anche le sue idee nella tavolozza della composizione. Franco Robert e io abbiamo scritto musica insieme per almeno quindici anni, ci campiamo tra di noi molto bene e inoltre abbiamo questa specie di brutale onestà che riguarda le idee artistiche che abbiamo sviluppato attraverso questi anni che, per alcune persone, è una pillola dura da mandar giù. Danny si è connesso subito con il nostro modo di fare e ha trovato il suo posto subito.

La copertina del singolo è molto evocativa. Cosa volete trasmettere attraverso quell’immagine?

L’artwork è stato fatto dall’artista Vito Rodriguez Christensen. Gli abbiamo commisionato due lavori, quello che vedi in Embers Beneath The Spirit, e un altro per il nostro nuovo disco. In Embers Beneath The Spirit il riferimento è ad Orfeo mentre lascia l’oltretomba, proprio nel momento dopo aver perso Euridice. È sulla solitudine e sulla perdita, su come fosse dolce il passato, com’è grigio il presente, e com’è orribile e cupo il futuro, dove l’unica certezza è la morte.

Quali saranno i prossimi passi della band?

Siamo ora nella fase finale della produzione del nostro nuovo album. Il terzo full-length nel catalogo dei Tersivel. È un disco forte, riempito di oscurità, tragicità, aggressività e dolore. È anche serio e riflessivo anche dal punto di vista dei testi. Ci stiamo evolvendo dalla band di nicchia che potresti etichettare come “folkish metal”, specialmente l’era di For One Pagan Brotherhood (2011) a un tipo di progetto sperimentale dove noi non rispettiamo nessuna regola. Non stiamo considerando nessuno, in particolare coloro ai quali piace mettere le cose in piccole scatole. La nostra arte deve essere onesta, autentica, ed emotivamente profonda in primo luogo per noi, non per qualcun altro. Di nuovo, sarà un album complesso, non di facile ascolto per un ascoltatore casuale, questo è sicuro.

Ti sei trasferito dall’Argentina alla Svezia. Ti posso chiedere quale ragione ti ha spinto a questo cambio drastico e se pensi che la tua band possa giovarne?

Solo le cose della vita. Per quanto riguarda la band avvantaggiata dall’essere qui, ti direi di sì. L’Europa è più aperta mentalmente del sud del mondo alle band che cantano in inglese. Il metal è di gran lunga più popolare in Europa che in America Latina e le grandi città sono più vicine l’une alle altre qui, che da più benefici ai tour. Comunque il 2020 è un po’ un anno maligno, specialmente per le band e per la scena underground, quindi, non lo so, è difficile fare predizioni.

In Argentina ti sentivi parte della scena? Come ti sembrano le cose in Svezia?

Assolutamente! Siamo parte della scena argentina. L’Argentina sarà sempre casa per me e Franco, sai. Anche Danny, il nostro membro svedese, vorrebbe suonare a Buenos Aires al più presto. Se tutto va bene, questa pandemia finirà presto e le cose torneranno alla “normalità”, permettendoci di viaggiare e di suonare live. La Svezia ha una sana scena underground di media grandezza. Ci sono molti luoghi d’incontro nel paese, e i metallari sono veramente d’aiuto alle band che amano. Ovviamente, sto parlando del pre-Covid qui, chissà come saranno le cose nel futuro, ma non sembra così cupo.

Tanti anni fa, ai tempi della nostra prima intervista, mi raccontasti delle tue origini siciliane. Sei mai stato in Italia?

Sì, l’ho fatto. Amo l’Italia. Non solo la sua storia e i paesaggi bellissimi, ma anche le persone. Italiani e argentini sono molto simili. Ovviamente, ci sono ragioni storiche per questo, più della metà della popolazione argentina ha origini italiane. C’è un detto comune: “Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo”. La scorsa estate, ho trascorso del tempo a Salerno. Ho visitato quasi ogni città nella costa Amalfitana. Ho passato del tempo stupendo a Pompei e scalato il Vesuvio. Visitato Paestum e molti altri posti. Ma ancora ci sono molti posti in Italia che vorrei visitare e conoscere, ma, di nuovo, quello che mi piace di più è la connessione tra la cultura e le persone.

Grazie Liam per l’intervista, sono molto felice che i Tersivel abbiamo pubblicato un bel disco come Worship Of The Gods e siano tornati di recente col nuovo singolo, a te i saluti ai lettori!

Grazie Fabrizio, mi sono divertito a parlare con te. Ai lettori: spero che voi apprezziate questa conversazione. Se volete chiedermi qualcosa in particolare, sentitevi liberi di unirvi a noi nel nostro gruppo privato “The Way It – Tersivel” e chiedere. https://www.facebook.com/groups/tersivelhttps://www.tersivel-music.com/

ENGLISH VERSION:

Hi Lian, we find ourselves for an interview three years after the release of Worship Of The Gods, your second album. What happened in all this time and why has the wait been so long?

Hi Fabrizio, it’s always a pleasure to chat with you. Yeah, it’s been a while since Worship Of The Gods came out. We released a single in late 2018, Satyrs Wine Part II, which was intended as a bridge perhaps, between that epic 2017 record and this dark/self-reflective art we are exploring in 2020. As for the wait being long, I don’t know, it’s not that long in Tersivel‘s standards I guess. The last gap, between our debut record and the second one, was 6 years. Life gets always in the middle, months turn into years, empires rise and fall, pandemics fuck the world, you name it. However, I understand where you are going with the question, it’s like that the times we are living in, demand artists to be super productive, people’s attention is being bombarded constantly, so you need to keep up otherwise people will forget about you. And forgetness is the worst face of Death. Well, I think all of that is very bad for the arts and consequently, to the people consuming arts. The arts are getting shallow, less challenging, less cultured. Of course, bastions are standing yet, but those who dare to quote Virgil or Dante won’t get a chance against the ones talking about tits and asses. It’s what it is, yes I know, but it doesn’t mean that one should accept it blindly.

Speaking of Worship Of The Gods, what can you say to me about the reception of the album from the public and from the press?

In general, the record received a good reception. Of course, some people like it while others not so much. It’s a complex record, with a complex theme. The people who enjoyed it the most are the people who took the time to understand it, who went down with Julian, so to speak. Julian’s religious loneliness, under the early Christian regime, was a heavy burden. And tell me, isn’t loneliness a contemporary concern as well, even almost 1700 years later than Julian’s time? What about Fairness? Political manipulation? Love and lovelessness, not only to others but to oneself? Of course, there are differences, our world is a world of technology and globalization, however, human inner conflicts and struggles remain the same.

Three years later its publication, is there something that you would change or do differently?

Not really. I love that record front to back. That record is the most evolved version of ourselves that we can be at that time. Of course, there was a lot of darkness around that time in our lives, sometimes it was hard to connect among ourselves, sometimes easy, as if the gods themselves were guiding us through those dark moments. Nowadays, I see that record not only an important step in our artistic endeavors but also as a timestamp of our life. I wouldn’t dare to change a note.

You recently returned to make yourself heard with the publication of a single/videoclip, Embers Beneath The Spirit. Why did you choose a single and to make a promotional video?

We struggled with the idea of releasing new music before the new record was done. In the end, we decided to open up with our fans and show what’s going on in Tersivel‘s HQ. As for why a single, well, we see it as another bridge between what it was and what will be. Perhaps like a station on an invisible railway where the listener can board and join us for a ride.

In the new song, we hear that something in Tersivel’s sound has changed. Will this also be the case for your next work or have you simply looked for the music that reflects the text well?

Yes, this is the case. The new record will be in the vibe of Embers Beneath The Spirit. Both, sonically and lyrically. Tersivel‘s sound may have changed, but I think that’s the reasonable thing to do. Change is part of life. To refrain from changing is like putting birds in a cage. There’s a Chilean folk song, immortalized by Argentine singer Mercedes Sosa that goes: “Cambia lo superficial / Cambia también lo profundo / Cambia el modo de pensar / Cambia todo en este mundo / Cambia el clima con los años / Cambia el pastor su rebaño / Y así como todo cambia / Que yo cambie no es extraño“, english: (my translation) “What is shallow, changes / What is deep, changes as well / The way of thinking changes / Everything changes in this world / The weather changes with the years / The shepherd changes his sheep / And so, as everything changes / It’s not strange that I change along

In Embers Beneath The Spirit I can hear some elements that remind me of Gojira, a little of Katatonia and Opeth especially in the middle section, where the keyboard adds a “melodic beauty” to the song. I want you to know that I really enjoy these elements as a musician. In addition to all that instrumental beauty, this song has a really powerful lyric that perfectly fits with the music, in which I personally believe that the clean and the growl parts are really balanced. In my opinion, you really made the point with this new song. What do you think about that? (answer by Chiara Coppola)

I’m glad you like it and thanks for sharing your thoughts. Gojira, Katatonia and Opeth are bands which, to different levels, we all in Tersivel like. A few years back I was obsessed with Katatonia. I love Jonas Renkse’s poetry, especially the 2000-2010 era. He has a tone with words that reaches me so easily, like these lines in Follower (2006, The Great Cold Distance): “My mouth is shut, stupidity has shut my mouth/ So when you come, I’m too unprepared to come along“. Musically, this new Tersivel‘s output has a unique element that wasn’t present before, our drummer Danny Ebenholtz. He joined the band in late 2019 not only as a drummer but bringing his ideas to the composition palette as well. Franco Robert and I have been writing music together for almost 15 years, we understand each other well and also, we have this kind of brutal honesty regarding artistic ideas that we developed through the years which, for some people, it can be a pill hard to swallow. Danny connected with our way of doing things right away and found his spot quickly.

The single’s cover is very evoking. What do you want to instill with that image?

The artwork was made by the artist Vito Rodriguez Christensen. We commissioned two pieces, the one you see in Embers Beneath The Spirit, and another one which will be the artwork cover for our upcoming record. In Embers Beneath The Spirit, the composition is a reference to Orpheus leaving the Underworld, right after the moment he loses Eurydice. It’s about loneliness and loss, how sweet the past was, how grey the present is, and how horrible and grim the future is, where the only certainty is death.

What will the band’s next steps be?

We are now in the production’s final stage of our new record. The third full-length in Tersivel‘s catalog. It’s a strong record, filled with darkness, tragicness, aggressiveness and pain. It’s serious and reflective lyrically as well. We are transitioning from being a niched band that you could label as folk-ish metal, especially For One Pagan Brotherhood era (2011) to a kind of experimental project where we abide by no rules. We are not considering anybody, especially not those who like to put things in little boxes. Our art has to be honest, authentic, and emotionally profound for us first, not somebody else. Again, it will be a complex record, not an easy tune for the casual listener, that’s for sure.

You moved from Argentina to Sweden. Can I ask you what reason led you to do this drastic change and if you think that the band will benefit from it?

Just life stuff. As for the band benefiting for being here, in theory, I’d say yes. Europe is more open-minded to bands singing in English than in the south of the world. Metal is way more popular in Europe than in Latin America and big cities are close to each other here, which benefits touring, however, 2020 is a bitch of a year, especially for bands and underground acts, so, I don’t know, it’s hard to make predictions.

Did you feel part of the scene in Argentina? How things seem to you in Sweden?

Absolutely! We are part of the Argentine scene. Argentina will always be home for Franco and me, you know. Even Danny, our Swedish member, wants to play in Buenos Aires ASAP. Hopefully, this pandemic will be over soon and things will come back to “normal”, allowing us to travel and play live. Sweden has a mid-size underground scene but a healthy one. There are many venues across the country, and metalheads are very supportive of the bands they like. Of course, I’m talking pre-Covid here, who knows how things will be in the future, but it doesn’t seem so grim.

Many years ago, when we had our first interview, you told me about your Sicilian origins. Have you ever been to Italy?

Yes, I have. I love Italia. Not only her history and wonderful landscapes but the people. Italians and Argentines are very much alike. Of course, there are historic reasons for that, more than half the population in Argentina has Italian origins. There’s a common saying, “Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo”. Last summer, I’ve spent some time in Salerno. I visited almost every town in La Costa Amalfitana. Had a wonderful time in Pompeii. Climbed the Vesuvio. Visited Paestum, and many other places. Still, there are many places in Italia that I want to visit and got to know, but again, what I enjoy the most is the connection with the culture and the people.

Thank you, Lian, for this interview, I’m very happy that Tersivel has published such a beautiful album as Worship Of The Gods and that you come back recently with the new single, the greetings with the readers are up to you!

Thank you Fabrizio, I had a great time chatting with you. To the readers: I hope you guys enjoyed this conversation. If you wanna ask me something in particular, feel free to join us in our private group “The Way It Feeds – Tersivel” and ask it so. https://www.facebook.com/groups/tersivelhttps://www.tersivel-music.com/

Intervista: Kalevala hms

Con un disco schizofrenico (in senso buono!) come If We Only Had A Brain, l’intervista non poteva che essere fuori ogni logica e senza regole. Anzi, una regola c’è, ovvero dire quello che si vuole nel modo che si preferisce. E i Kalevala hms lo hanno fatto. Loro parlano di Premio Pulitzer per queste risposte: li vedremo nella primavera 2021 a New York a ricevere in prestigioso riconoscimento???

La prima domanda è piuttosto scontata: come mai tanti anni per avere il nuovo album?

  1. a) Siamo lenti.
  2. b) Abbiamo avuto tanti problemi di cambi di formazione, nessuno vuole suonare senza guadagnare soldi, il gatto ci ha mangiato i compiti.
  3. c) Le cose per noi sono andate sempre peggio, volevamo sciogliere la band ma ci dispiaceva andarcene in sordina, per cui abbiamo speso 5000 euro per fare un album spaccaculo.

La copertina è piuttosto inusuale per il genere, a partire dal colore predominante. In particolare mi chiedo il significato del mattoncino Lego che si trova in alto a sinistra.

  1. a) Abbiamo sempre fatto copertine molto colorate, il mattoncino richiama il precedente album in studio There And Back Again, che era dedicato ai nerd e all’immaginazione e presentava in copertina la foto di un triskell costruito coi Lego.
  2. b) Abbiamo sempre fatto copertine molto colorate. Quel particolare mattoncino ci ha sempre portato fortuna, lo conserviamo gelosamente e lo portiamo sempre con noi in tour all’interno della cassa della batteria.
  3. c) Abbiamo sempre fatto copertine molto colorate. La Lego e la Disney ci mantengono, il fatto di non lavorare ci dà la possibilità di avere molto tempo per rendere assurdamente complicata la nostra musica.

Dopo quindici anni la fisarmonica non fa più parte del sound dei Kalevala hms e al suo posto ora troviamo il violino. Avevate voglia di cambiare oppure non avete trovato un sostituto valido alla fisarmonica?

  1. a) Eravamo molto affezionati alla fisarmonica perché era molto comoda, poteva fare agevolmente sia tappeti accordali che melodie e rendeva caratteristico il nostro suono, abbiamo deciso di cambiare perché ci piace la vita difficile, amiamo gli sforzi non remunerativi e adoriamo le cause perse.
  2. b) È proprio così, non abbiamo trovato nessun fisarmonicista che si imparasse pezzi complicati, avesse voglia di snaturare il suono del suo strumento e apprezzasse lunghe e sfiancanti prove e dormire per terra dentro gli scantinati senza portare a casa un soldo. Ancora non ne capiamo il motivo.
  3. c) Viola e violino sono fichissimi ed Enrico Cossu è una persona molto piacevole. Inoltre è sardo, questo aumenta la percentuale di sardi nel gruppo e viene utile per il golpe che stiamo preparando.

Ascoltando le parole delle canzoni direi che viviamo in un mondo di merda. Siamo davvero spacciati?

  1. a) Sì.
  2. b) È sempre stato un mondo di merda, un posto pieno di idioti, disposti a credere le cose più stupide, gente che ha paura e per questo si comporta in modo riprovevole, brutte persone che fanno male agli altri. La novità è solo il fatto che ci stiamo rapidamente autodistruggendo e che quando ci sveglieremo sarà troppo tardi.
  3. c) No, viviamo in un mondo incredibile. Basta un filo di vento e possiamo sentire in mezzo alla merda e al veleno l’odore della primavera. Non sappiamo affatto cosa succederà domani, nessuno può prevederlo. Èun mondo inspiegabile, pieno di mistero, non abbiamo idea di cosa morirà e di cosa nascerà. Noi per sicurezza abbiamo scritto Song To Sing In Case Of Armageddon, un brano che contiene una sequenza di parole che abbiamo accuratamente studiato e che serve a far ricominciare il mondo in caso di distruzione totale. Va imparata a memoria e non usata a sproposito.

Rispetto ai precedenti lavori i testi sono davvero oscuri e trattano alcune delle più grandi brutture della storia. È lo specchio del tempo che viviamo? In fondo sento che c’è anche un barlume di speranza: è quello che volete trasmettere con le vostre canzoni?

  1. a) Èl o specchio del sentimento che vive una generazione. La sensazione che tutto quello che per 30/40 anni avevamo dato per scontato sia destinato a crollare: l’Europa, la democrazia, l’ambiente, la possibilità per l’uomo di vivere pacificamente. La speranza che si sente nell’album è quell’energia immotivata che si prova col corpo più che con la mente, è la scossa bio-elettrica del presente.
  2. b) È lo specchio del sentimento che vivono i Kalevala hms. La sensazione (quasi la certezza) che la band stia per crollare sotto il peso delle difficoltà e con essa il sogno che fare una musica anarchica, immaginativa, potente possa superare le barriere di genere, le difficoltà di ascolto, che possa insomma interessare a qualcuno. La speranza che si sente nell’album è quell’energia immotivata che si prova col corpo più che con la mente, è la scossa bio-elettrica del sentire che quello che fai è rock’n’roll, nonostante tutto.
  3. c) Trattare le brutture della storia forse può fare in modo che qualche ente benefico ci dia dei soldi, la speranza che senti è quella di campare alle spalle di brave persone, sfruttando insomma la beneficenza per il nostro tornaconto personale

Avete reinterpretato alcuni brani famosi per i film Disney. Il significato di ciò è che siamo cresciuti e il mondo lo vediamo diverso (e sicuramente meno accattivante) di quando eravamo bambini e innocenti?

  1. a) Il fatto che ci siano due brani Disney è un caso, sono solo due brani che ci piacevano molto.
  2. b) Sono solo due brani che ci piacevano molto, sarà un caso che siano proprio due brani Disney?
  3. c) Si è proprio come hai detto tu, la perdita dell’innocenza e tutte quelle cose lì. Non bisogna mai fare incazzare l’intervistatore.

La storia dietro Die Moorsoldaten è incredibile: il vostro è un omaggio al coraggio di quelle persone apparentemente senza speranza che invece hanno trovato il modo di prendere in giro e fregare i propri aguzzini?

  1. a) È un omaggio a chi non si annulla di fronte a una realtà distruttiva ma al contrario ne fa arte, spirito e canto di battaglia.
  2. b) È un promemoria per tutti: la bellezza di quell’inno è sopravvissuta ma non ha cambiato una virgola dell’orribile contesto storico in cui è nata.
  3. c) È l’affermazione potente e decisa che il nazifascismo è solo sterco.

Trovo il disco molto vario e pieno di spunti interessanti. Dovendo scegliere una canzone come rappresentante dell’intero album, quale scegliereste, e perché?

  1. a) Song To Sing In Case Of Armageddon, perché riassume un po’ tutti i colori e gli approcci dell’album.
  2. b) Victory Is For Suckers, perché descrive un po’ la nostra condizione personale attuale e il fatto che ce ne sbattiamo di come andrà tutto a finire.
  3. c) Dumbo Alla Parata Nera, perché ci piacciono molto gli elefanti e molto poco i fascisti.
  4. d) Mickey Finn, perché quando la suoniamo ci dà parecchia soddisfazione e perchè è il nostro cocktail immaginario preferito.
  5. e) Cyberkampf, perché è un pezzo da paura.
  6. f) If We Only Had A Brain, perché ci paga la Disney e perché recita “we could have a millione liking us pretending to be vikings”, che è un po’ la storia della nostra vita.
  7. g) Die Moorsoldaten, perché c’è il Coro dei Malfattori.
  8. h) Root Radioed, perché sarà il pezzo sottovalutato dell’album e a noi piacciono i pezzi sottovalutati.
  9. i) Medusa, perché nella parte sussurrata che c’è verso la fine abbiamo infilato tutti ma proprio tutti quelli che conosciamo, quelli che ci hanno aiutato e quelli che ci hanno fatto delle cattiverie, quelli che ci hanno fatto ridere e quelli che ci hanno fatto piangere, così quando la suoniamo live possiamo sentirci addosso vent’anni di deliri e naufragi senza che nessuno capisca niente.
  10. l) No Cheese = Blue Cheese, perché siamo l’unica band rock metal al mondo che fa un pezzo wave ispirato a Verne mettendo nel titolo il Gorgonzola.
  11. m) For The Old World, perché  la nostalgia è una roba da mammolette.
  12. n) Elettrochoc, perché ce lo meritiamo.
  13. o) Les Peintres, perché pensiamo che tutti gli artisti debbano andare a morire in guerra.
  14. p) Principessa, perché è il nostro travestimento quando siamo soli.
  15. q) Tribù, perché altrimenti si offende.

Avete stupito un po’ tutti reinterpretando un gran bel pezzo dei Matia Bazar, una canzone che se si ascolta attentamente il testo fa quasi paura. Come siete giunti a questa scelta e forse il testo “duro” ha contribuito alla scelta essendo vicino ai temi da voi trattati nel disco?

  1. a) Ce l’ha suggerita Rossella Volta e ci è piaciuta moltissimo.
  2. b) Ci piaceva moltissimo e abbiamo chiesto a Rossella Volta se ce la poteva suggerire.
  3. c) È un testo apparantemente bizzarro, ma come dici tu molto duro, una denuncia della violenza che c’è nell’omologazione. Quando il pezzo si sedimenta nell’ascoltatore si sente proprio un dolore, per questo secondo noi risulta così tagliente. Siamo stati un po’ intimiditi dall’originale, che ha suoni e arrangiamento bellissimi, ma ci piaceva talmente che abbiamo deciso di affrontarla (poi Rossella Volta insisteva di brutto).

Vi sentite parte di una scena musicale? Quanto sono cambiate le cose negli ultimi otto-dieci anni?

  1. a) Certo, siamo tutti amici delle band che hanno suonato con noi, parte di un grande fermento, l’eccitazione ci travolge. Le cose vanno sempre meglio e stavamo pensando di colonizzare la luna.
  2. b) No, lo siamo stati prima, un po’, è stato bello avere compagnia. Adesso non ci caga più nessuno. Le cose sono molto peggiorate per noi. Attorno alla band c’è un pubblico ridotto di aficionados, anche se forse questo disco non piacerà nemmeno a loro. Questa frase è l’ultima cosa che scriveremo. Addio.
  3. c) Vorremmo le stesse visualizzazioni che hanno i video dei Furor Gallico. Sarebbe possibile?

Vi ringrazio per il tempo che avete dedicato a questa intervista e spero di poter ascoltare tanta buona musica dei Kalevala hms nei prossimi anni. Chiudete la chiacchierata aggiungendo tutto quello che volete!

Perdonateci.

Intervista: Svartálfar

Alcune interviste nascono bene e proseguono meglio. Con Björn Fornaldarson, mente e cuore del progetto Svartálfar, abbiamo parlato non solo della sua interessante creatura, ma anche di altri aspetti che hanno reso questa intervista più interessante e profonda del solito. Basta chiacchiere, vi lascio alla lettura!

Benvenuto su Mister Folk! Iniziamo parlando delle origini del progetto e del nome che hai scelto.

Il progetto Svartálfar nasce nel 2015. Dopo alcune esperienze in gruppi della scena ligure finite abbastanza male ho deciso infatti di dedicare me stesso a un progetto in cui avrei potuto comunicare me stesso senza alcun tipo di mediazione e di compromesso e così è stato. Il nome indica i misteriosi “elfi scuri” della mitologia norrena, che molti associano ai “dvergar” (i “nani”). Ciò che mi ha attirato di queste creature è il fatto che sono davvero “oscuri”: di loro non è rimasta quasi alcuna traccia nelle fonti e la loro guardinga presenza ha risvolti inquietanti quanto sacri.

Sei arrivato al debutto: come è nato il disco e cosa hai voluto esprimere con la musica?

Il mio primo album, per breve che sia, lo ricorderò per tutta la vita. Sono partito da un contesto certamente difficile, ho poca strumentazione e registro tutto in una stanza non insonorizzata. Si potrebbe dire, ironicamente, che Svartálfar è una one-man band “vecchio stile”, che cura i dettagli musicali, ma poco la qualità del suono. L’aiuto, in sede di mix e mastering, del producer Dan Morris (che si occupa generalmente di musica techno) è stato determinante nella qualità finale del lavoro, che ha richiesto comunque diversi anni di sperimentazione, composizione e registrazione (diverse volte ho distrutto tutto in un impeto di rabbia e ho ricominciato da capo) e spero di poter collaborare ancora a lungo con lui. Con la mia musica ho tentato di esprimere ciò che il nome dell’opera rappresenta: Niflheljar Til significa, in senso lato, “fino agli inferi” e rappresenta il duro sacrificio che ogni uomo deve compiere a sé stesso per ottenere la Conoscenza, e con essa recuperare una vita sacra, in armonia con gli dei e con la natura. La mia musica è dunque caratterizzata, io direi, da una forte carica religiosa pagana.

I testi sono in diverse lingue: come mai la decisione di utilizzarne più di una e non temi di “spiazzare” l’ascoltatore?

Usare diverse lingue significa adottare diverse modalità di espressione e diversi modi di pensare: come “esperimento”, ho utilizzato la lingua che più mi sembrava adatta ad esprimere l’emozione o il concetto in quel momento. Concetti più sacri sono espressi cripticamente nell’antica lingua norrena (ciò si ricollega al concetto dei “Rúnar” letteralmente “segreti” sacri e misterici racchiusi nelle rune), emozioni più poetiche in lingua italiana, la mia lingua madre, e infine concetti più semplici e diretti in lingua inglese, ma ho anche scelto a seconda del suono. Spero che l’esperimento abbia sortito gli effetti sperati, ma non escludo in futuro di soffermarmi sull’uso della sola lingua italiana con inserti in lingue antiche.

Il tuo nome artistico e i testi si rifanno in gran parte alla mitologia e alla cultura scandinava, però qualcosa nel disco è in italiano: stai forse cercando una tua via più precisa e al momento Niflheljar Til rappresenta la tua visione artistica nonché punto di partenza?

Svartálfar è partito come un veicolo di espressione di una spiritualità pagana di stampo germanico-norreno, ma ho capito in seguito come ciò che io voglio esprimere non può essere limitato alla spiritualità di un solo popolo: voglio in futuro rappresentare il legame indissolubile che lega tutti i popoli indoeuropei, al fine di comunicare la necessità di un nuovo stile di vita in armonia con i cicli della natura che la civiltà moderna in ogni ambito cerca di dominare, dimenticando che gli dei non sono schiavi. Se per esprimermi avrò bisogno della mia sola lingua madre, lo stabilirò al momento opportuno: il progetto si sta ancora sviluppando e si è evoluto molto in questi cinque anni, di pari passo con la mia evoluzione personale. Per quanto riguarda il mio nome d’arte, ho scelto Björn Fornaldarson soprattutto per un personale legame con l’orso come animale (Björn in norreno, seppure possa sembrare banale), ma soprattutto per esprimere il mio intento di seguire le orme degli antenati: il peculiare patronimico “Fornaldarson” ha infatti il significato letterale di “figlio dei tempi antichi”.

La tua musica spazia dal metal estremo al folk ambient, ti chiedo quindi in quale maniera nasce una tua canzone e come lavori sui testi e sull’incastrare (bene) il tutto.

Il mio progetto ha due anime: una affonda le unghie nelle sonorità del black metal e del folk metal ed esprime il furore pagano per la distruzione della cultura dei nostri antenati, a qualunque popolo appartenessero, ad opera della modernità e delle religioni abramitiche (cui non ho potuto fare a meno di muovere una forte critica nel mio lavoro). La seconda si ispira all’arte scaldica del passato e intende esprimere la gioia dell’uomo che vive in pace con la natura e con gli dei, narrando le gesta del passato anche in chiave allegorica (il protagonista de Il Sonno di Silibrand è inteso come una personificazione del Paganesimo che tramonta e risorge come un Sol Invictus). Essendo questo progetto una one-man band, la composizione dei brani è strettamente legata all’attività di registrazione, poiché quando scrivo un riff o una linea vocale tendo a registrarla immediatamente: così nasce un mio brano. Alcuni brani restano fermi per mesi o addirittura per anni, ma alla fine troveranno tutti un loro posto nei miei lavori, al momento opportuno. Se dovessi trovare una definizione unitaria al genere che suono, nella mia mente l’ho sempre inteso come un folk metal “magico” e “pagano”.

Svartálfar è una one man band, ma hai mai pensato, trovando le persone adatte, a trasformare il tuo progetto in una vera band almeno per quel che riguarda i concerti, come fatto ad esempio da Bloodshed Walhalla?

Ho pensato a lungo di portare i miei brani su un palco, dal vivo, raccogliendo qualche musicista disposto a darmi una mano. Non escludo di realizzarlo in futuro, ma solo dal vivo: dubito di trasformare Svartálfar in una band che lavora in studio e compone in gruppo, perché credo che questo progetto abbia un legame indissolubile con la mia persona. Inoltre, le esperienze passate con band in senso stretto non sono state felici ed è questo l’esatto motivo per cui ho fondato questo progetto. In ogni caso, sto già realizzando in parte questi piani, organizzando alcune collaborazioni con il musicista romano Sjøhof, con il quale ho già qualche evento in programma nel prossimo futuro. Questi concerti consisteranno comunque in esibizioni dal vivo esclusivamente acustiche, quindi coinvolgenti la sola parte “scaldica” e strettamente folk della nostra rispettiva produzione musicale.

Ti esibisci come un bardo con voce e strumenti quali la lira di Trossingen e la taglharpa. Questa è una musica che “arriva” a chi ti ascolta? Come sono le reazioni del pubblico?

Quell’anima della mia musica è senza dubbio quella più apprezzata dal pubblico, ad oggi. Il motivo ritengo sia la sua natura acustica, meno estrema, più poetica (e tendenzialmente cantata in lingua italiana): chiaramente il metal estremo è un genere underground, non può piacere a tutti ed è bene che rimanga così, ma ritengo che l’arte scaldica, la musica tradizionale e il metal estremo possano essere mantenuti nell’orbita di un medesimo progetto senza “cozzare” l’una con l’altra. Spero di dimostrarlo col mio futuro operato. In ogni caso, questo tipo di musica è anche un modo per seguire le orme dei nostri antenati. Tutti questi strumenti sono molto semplici, persino limitati (per citare Einar Selvik dei Wardruna), ma è forse proprio questo loro aspetto il loro punto di forza, donando a chi suona o compone, ma anche a chi ascolta, la possibilità di ottenere qualcosa di grande con poco. Io cerco di produrre un alto canto che, nella sua semplicità, raggiunga persino le orecchie degli dei stessi, non per la sua umile natura, ma per la sua spiritualità.

Sei al lavoro su nuova musica? Puoi darci qualche informazione a riguardo?

Attualmente come molti altri artisti ho avuto un periodo di “blocco” della mia produzione artistica dovuto alla recente situazione di emergenza che ci ha costretti a rimanere chiusi in casa a lungo. Questo, per un musicista che trae la sua ispirazione dal legame spirituale con la natura, è al limite del tragico, ma in ogni caso sto già lavorando alla registrazione di un EP acustico contenente solo musica folk/scaldica, dal quale ho già estratto e pubblicato il singolo Il Pozzo Di Mímir, che per giunta ha registrato un numero inaspettato di ascolti e una larga approvazione nel mio pubblico. Contemporaneamente, sto iniziando a progettare il mio secondo album, ma prima spero di riuscire a distribuire qualche copia fisica di Niflheljar Til, magari con l’aiuto di un’etichetta discografica. Fare tutto da solo, persino in comodi tempi moderni, è un lavoro duro e faticoso.

Come ti sei avvicinato alla musica e in particolare al mondo del metal? Quali sono i tuoi punti di riferimento artistici? Cosa influenza la tua musica?

Curiosamente, il mio percorso musicale inizia con i generi più disparati: il rock, il blues, ho persino suonato in un gruppo metalcore genovese per un certo periodo. Negli anni ho compreso, complice uno stato d’animo negativo e apparentemente immotivato che mi pervadeva, nonché una lunga e travagliata crisi spirituale-religiosa, che le emozioni che intendevo esprimere non erano per nulla semplici: per questo necessitavano di qualcosa di diverso, di estremo se vogliamo, ma comunque dotato di una forte carica spirituale. Questa è la storia della nascita di Svartálfar e del peculiare stile che caratterizza questo progetto.

Chiudiamo la chiacchierata parlando del famoso sito/archivio Metal Archives: ti pesa il fatto che non ti abbiano “accettato” e che quindi il tuo nome non faccia parta di un sito tanto importante per appassionati e addetti ai lavori?

Grazie per la domanda, ho molto a cuore questo tema. Sono fortemente amareggiato dalla mentalità che sottende la volontà, da parte di quel sito, di includere nel proprio archivio soltanto progetti nei quali vi sia “predominanza della componente metal”. Mi chiedo, cosa significa “predominanza” della componente metal? Davvero è così difficile da comprendere il forte legame che esiste, ormai da decenni, tra il metal estremo e il folk/ambient? Per giunta, rilevo nell’atteggiamento di quel sito una certa ipocrisia: non sono esclusi progetti squisitamente folk o ambient del calibro di Wardruna e Mortiis, progetti che io personalmente stimo molto ma che di “metal” (nei termini di Metal Archives, stricto sensu), non hanno assolutamente nulla. In definitiva, ritengo che non vi sia davvero una distinzione tra progetti “metal” e progetti “non metal” nei criteri del sito, ma bensì una malcelata distinzione tra progetti “famosi” e progetti “non famosi”, discriminazione che in un genere estremamente ricco di validissimi progetti underground emergenti credo sia paragonabile a un vero e proprio crimine. Per fortuna non tutti coloro che operano nel campo hanno questa mentalità così ristretta, che si spera svanirà del tutto nel prossimo futuro. Di certo io non mi farò ostacolare da una “enciclopedia del metallo” (sic.) che rifiuta i miei lavori.

Grazie per la tua disponibilità, hai lo spazio per aggiungere quello che vuoi, a presto!

A presto e grazie per questa opportunità, arriveranno presto ulteriori notizie!

Intervista: Kanseil

I Kanseil sono una delle band più presenti su Mister Folk: tutti i loro dischi sono stati recensiti e questa è la terza intervista. Il merito è chiaramente dei ragazzi, abili musicisti e persone deliziose che suonano del’ottimo folk metal. Dopo l’esplosiva esibizione al Mister Folk Festival 2019 la formazione veneta ha rilasciato l’atteso EP acustico Cant Del Corlo, oggi al centro della chiacchierata: buona lettura e buon ascolto!

Dopo due dischi “elettrici” siete arrivati a pubblicare un lavoro acustico. La sensazione che ho sempre avuto è che prima o poi saresti arrivati a questa soluzione: da quanto tempo era nei vostri pensieri? E perché avete deciso di pubblicare ora questo tipo di lavoro?

La dimensione acustica è sempre stata presente anche nei nostri album elettrici. Già dal demo Tzimbar Bint c’era una traccia completamente acustica e strumentale, così come in Doin Earde e in Fulìsche abbiamo voluto ritagliare degli spazi a questa parte di noi che c’è sempre stata. Con Cant Del Corlo abbiamo deciso di darle una vera e propria identità. Era il momento giusto per farlo all’interno nel nostro percorso artistico e siamo molto soddisfatti del prodotto finale.

Quanto ha influito la bella riuscita (e i consensi) di Serravalle sull’idea di fare un disco acustico?

Serravalle è stata solo una delle parentesi acustiche presenti nei nostri album, però di certo è a livello compositivo più matura rispetto alle precedenti. Sicuramente la buona riuscita e consenso che ha avuto questo brano ci ha spinti ad approfondire questo lato della nostra musica.

Leggendo i testi ho l’impressione che la malinconia sia parte importante della vostra musica, anche se le potenti sferzate metalliche possano spostare l’attenzione verso altre sfaccettature del vostro sound. Continuiamo a parlare dei testi: volete raccontare ai lettori di cosa parlate in Cant Del Corlo?

Cant Del Corlo significa “Il Canto dell’arcolaio” ed è un concept album sul ciclo delle stagioni, rapportate alle varie fasi della vita umana. Una tematica già trattata sia in musica che in letteratura, ma noi l’abbiamo voluta rivisitare in chiave Kanseil. Tutto l’EP è un racconto di una persona che cresce e invecchia insieme all’ascoltatore per poi rinascere in un ciclo che è quello della Natura, dove la morte si tramuta sempre in nuova vita e dopo ogni inverno c’è sempre la primavera.

Per la composizione delle canzoni avete cambiato qualcosa rispetto ai brani “elettrici”? In cosa differenziano i Kanseil acustici da quelli metal?

Comporre un brano in acustico è molto complesso, tanto quanto comporre in elettrico, se non di più. Nei brani acustici la ricerca dell’equalizzazione e del giusto suono, tanto quanto l’arrangiamento e il mix dei vari strumenti risultano fondamentali. È un equilibrio difficile da ottenere e su cui abbiamo lavorato molto sia in sala prove sia in studio di registrazione. Sicuramente è stata un’esperienza di crescita che ci servirà anche nella dimensione metal, dove a volte capita di soffermarsi più sulla pesantezza dei riff piuttosto che sulla dinamica o sull’arrangiamento.

Cosa avete fatto nel periodo lockdown? Avete “staccato” per un po’ dalla musica oppure avete lavorato sodo cercando di sfruttare il tempo a disposizione? Ho visto il simpatico video della cover dei becchini… spero non vi siate limitati solo a questa canzone! Ahahah!

Ahahah, il video dei becchini è stato sicuramente molto divertente da fare e voleva dare un po’ di spensieratezza in un momento molto difficile per molti. Noi abbiamo sempre continuato a suonare e a comporre, approfittando della forzata lontananza dal palco per dedicarci alla scrittura del nuovo album elettrico. Da un certo punto di vista questa pausa live ci ha dato più tempo per la parte compositiva, che altrimenti sarebbe stata spezzata dalla freneticità dei live/festival estivi.  Ad ogni modo ci manca tanto il palco e lo stare a contatto con il pubblico, speriamo che presto si possa nuovamente pogare e scatenarci come una volta senza paure e preoccupazioni.

Immagino che siate già al lavoro per il terzo disco. A che punto siete e cosa potete dirmi a riguardo?

Sì, come abbiamo già anticipato stiamo approfittando del tempo a disposizione per concentrarci sulla composizione del terzo full-length elettrico. Stiamo lavorando bene e abbiamo già diversi pezzi praticamente finiti. Sarà sicuramente un album molto più violento dei precedenti, con parti veloci e riff incalzanti, si volta completamente pagina rispetto a Cant Del Corlo ma senza mai dimenticare la nostra dimensione più intima e melodica.

Avete sempre utilizzato l’italiano e il dialetto, tranne nel demo Tzimbar Bint dove c’è l’inglese, poi abbandonato. Volevate farvi capire dai vostri fan e creare un legame maggiore con la vostra terra?

Noi abbiamo sempre trattato tematiche e raccontato storie legate al nostro territorio, e non potremmo farlo se non nella nostra lingua. I dialetti, come le tradizioni e le leggende delle nostre montagne si stanno perdendo e nel nostro piccolo vogliamo cercare di farle riscoprire, affinché non vengano dimenticate.

Dove volete arrivare come band? Quali sono gli obiettivi di oggi, dopo aver pubblicato demo, EP e dischi?

Di certo l’obiettivo primario è riuscire a portare i nostri racconti a sempre più persone, vicine e lontane. Per questo stiamo lavorando molto per raggiungere paesi dove ancora non abbiamo suonato, sia in Italia che all’estero.

Una domanda che mi piace fare per cercare di capire meglio certe dinamiche: esiste una scena folk metal in Italia? Sia sì che no, da cosa lo deducete?

Forse fino al 2012/2013, gli anni in cui il folk metal ha avuto un boom di consensi enorme in tutto il mondo, si poteva parlare di “scena”. Oggi purtroppo siamo restati in pochi in Italia a fare questo genere e più che una scena c’è un sincero legame di amicizia e di supporto reciproco. Il nostro paese è ricchissimo di cultura folcloristica e speriamo che in futuro sempre più band si dedichino a trasmetterla in musica. Solo così ci potrà essere una vera e propria scena italiana.

Vi ringrazio per la chiacchierata e spero di potervi vedere nuovamente in concerto al più presto. Vi lascio lo spazio per poter aggiungere tutto quello che volete:

Grazie a te per le interessanti domande e un saluto ai lettori. Vorremmo concludere con un augurio a tutto il settore artistico italiano, ai tantissimi locali e band che sono ancora fermi e che avranno moltissime difficoltà nel ripartire. Per questo motivo il nostro vuole essere un monito a tutti gli appassionati alla musica live: partecipate agli eventi e supportate la vostra scena locale, mai come ora abbiamo bisogno di voi!

Un abbraccio.

Kanseil