Intervista: Bloodshed Walhalla

Second Chapter, sesto lavoro in studio per i Bloodshed Walhalla di Drakhen, è sul mercato da un paio di mesi e continua – giustamene – a far parlare di sé. Quattro canzoni per ottanta minuti di disco non è roba di tutti i giorni, tanto meno con una qualità a dir poco eccellente. Troppe le domande su Second Chapter e il futuro della band da fare al mastermind Drakhen per non contattarlo: quello che potete leggere qui sotto sono le risposte sincere e pulite di un musicista umile e genuino, lontano da stupidi cliché e dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano. Credo che per i Bloodshed Walhalla sia giunto il momento di avere il riconoscimento che meritano da parte degli addetti ai lavori e critica, perché quello dei fan e appassionati è in continuo aumento.

Mi sembra che Second Chapter stia avendo molti riconoscimenti, sia in Italia che all’estero. Te lo aspettavi?

Innanzi tutto ciao Mister Folk e grazie per avermi dato la possibilità di rispondere alle tue domande. Second Chapter è uscito il 31 marzo di quest’anno, un po’ in ritardo rispetto al tabellino di marcia che ci eravamo prefissati, questa maledetta pandemia che ha colpito tutto il mondo purtroppo ci ha fermati e per forza di cose il tutto è slittato di qualche mese. Però effettivamente l’attesa in qualche modo ha creato un certo interesse e curiosità da parte della gente, molti non vedevano l’ora che uscisse l’album. E così è stato, siamo immediatamente stati sommersi da richieste e messaggi. Le vendite stanno andando a ruba, ci stanno contattando da tutto il mondo per avere il cd. Siamo contenti di come stanno andando le cose, perché il lavoro che c’è sotto questa opera è veramente immenso e ci tenevamo parecchio a far bella figura e gridare al mondo che i Bloodshed Walhalla ci sono e sono più battaglieri che mai. In un certo senso ci credevamo, sapevamo che grazie all’esperienza accumulata in questi anni il successore di Ragnarok sarebbe stato accolto dai fan e dalla critica in maniera decisamente positiva.

Qual è il significato della copertina?

La copertina, come per Legends Of A viking e The Battle Will Never End, è un’opera di André Kosslick, gentilmente concessa ed elaborata dalla Curse Vag Graphic di Roma. Il quadro è stato pubblicato per il dramma musicale di Richard Wagner “Das Rheingold” quarta scena atto finale. La dea Freyr tende l’arcobaleno come un ponte verso il castello divino. Ora gli dei possono entrare nel forte di recente costruzione. Baldr invece guarda nella profondità della valle e ascolta le lamentele delle figlie del Reno, il castello di Wotan sarà distrutto dal fuoco più tardi nel crepuscolo degli Dei. È un’opera spettacolare e non ci sono parole.

Devo dire che iniziare il disco con un brano di quasi mezz’ora è totalmente folle, eppure funziona benissimo e non c’è un solo momento di stanca durante l’ascolto. Ti sei preso questo “rischio” perché consapevole della qualità della canzone?

Allora, Second Chapter non è un album per tutti, ne siamo consapevoli, solo gli amanti di questo genere di soluzione musicale riescono a cogliere la vera essenza che sprigionano le quattro canzoni presenti. Quindi per questo motivo abbiamo deciso questa volta, al contrario di Ragnarok dove la suite era presente come ultimo brano, di far capire una volta per tutte all’ascoltatore chi siamo realmente e cosa vogliamo offrire. Agli esordi ci hanno etichettato troppe volte come i cloni dei Bathory, non che la cosa ci abbia dato fastidio, anzi, abbiamo sempre dichiarato che avremmo tanto voluto prendere l’eredità del maestro al 100%, ma ci rendiamo conto che questo non si può fare e ci siamo dovuti inventare qualcosa per non sembrare cloni ed assumere un’identità specifica e personale. L’evoluzione è iniziata con l’album Thor, ed un po’ tutti se ne sono accorti. Quindi alla fine, rispondendo alla tua domanda penso che non sia stata follia inserire la suite Reaper (Baldr’s Dreams) come opener. Come spesso succede durante la composizione di un nostro brano, cerchiamo di non trascurare i dettagli, innanzi tutto le nostre canzoni devono avere un senso, devono trasmettere un messaggio, quindi se sappiamo l’argomento da trattare sviluppiamo tutta la canzone in base a ciò che racconta la storia. In Reaper (Baldr’s Dreams) raccontiamo dei sogni premonitori del dio Baldr, figlio di Odino, che sogna ripetutamente la sua morte. L’argomento è vasto ed ha bisogno di spazio, secondo noi non può ridursi a strofa ritornello ecc., ma deve essere raccontato per bene. La musica deve andare pari passo al testo, bisogna creare una fusione tra le due componenti. Anche secondo noi la canzone è perfetta così, molti ci hanno suggerito di dividerla in tre o quattro parti dato che nel corso dei minuti ci fermiamo per rifiatare e ripartiamo con un nuova fase, ma poi la magia della musica riporta il tutto alle origini grazie a dettagli studiati. Le quattro canzoni dell’album, come per Ragnarok, seguono tutte questa filosofia compositiva e possa piacere o no anche il terzo e ultimo capitolo della saga sarà impostato così.

The Prey è il pezzo più corto – si fa per dire! – con poco più di quindici minuti. Quando ti metti a comporre la musica pensi in partenza di fare qualcosa di impegnativo e lungo o non ti faresti problemi se la prossima canzone venisse fuori lunga “solo” sei o sette minuti?

Come ti dicevo prima, prima di comporre musica sappiamo già l’argomento da trattare. E data la vastità del racconti da inserire nel brano ci viene spontaneo non trascurare i dettagli del racconto. Questo è il nostro pensiero ma nello stesso tempo cerchiamo di non essere ripetitivi ma progredire e ritornare alle origini allo stesso tempo quando termina il racconto. Se il racconto è breve anche la canzone sarà breve. Di certo non possiamo ripetere argomenti per rendere la canzone per forza lunga. L’ascoltatore, a questo punto sì, si annoierebbe ed il risultato finale sarebbe orribile.

Ci vuoi parlare dei testi delle quattro canzoni?

Second Chapter è composto da quattro opere, ma prima di parlare dei testi faccio una breve introduzione. Il lavoro era stato pensato in principio come un doppio album in cui nel primo disco dovevano essere inserite le quattro canzoni di Ragnarok e nel secondo le canzoni di Second Chapter. Nella prima parte raccontavano della fine del mondo secondo la mitologia norrena con interpretazione personale, mentre nella seconda parte erano incluse storie di contorno alla battaglia tra le forze della luce e quelle del male. Data la durata complessiva di quasi due ore e trenta di musica si decise di allertare i fans con due uscite ravvicinate, più o meno un anno di differenza. La pandemia però ha rovinato decisamente i piani perché noi questi sacrifici avremmo voluto supportarli anche dal vivo. Ci sono stati ritardi significativi per l’uscita di Second Chapter ma il tutto in un certo senso ha portato alcuni benefici dato che l’attesa ha fatto sì che all’uscita ci sia stato un vero e proprio assalto per avere una copia. La prima canzone è Reaper (Baldr’s Dreams), narra come dicevo in precedenza dei sogni premonitori terribili del dio buono Baldr figlio di Odino; lui sognava costantemente la sua morte e gli Asi per proteggerlo fecero sì che ogni forma vivente o non vivente del mondo doveva giurare eterna fedeltà e non procurare alcun danno al dio. E così fu, gli dei si divertivano a scagliare su Baldr qualsiasi oggetto senza portar alcuna sofferenza. Loki indispettito da ciò con uno stratagemma scoprì che solo il vischio non aveva prestato giuramento. Con un inganno fece colpire Baldr con un rametto di vischio dal dio cieco Hǫðr uccidendolo. Hermóðr è il secondo brano, il testo racconta la discesa nel mondo di Hel del dio Hermóðr figlio di Odino, incaricato per riportare tra i vivi il fratello Baldr. Egli raggiunge la regina del male grazie allo stallone con otto zampe Sleipnir. Tutte gli esseri viventi e non dovranno piangere per Baldr, queste sono le condizioni dettate dalla regina, solo una gigantessa ( che in realtà risulta essere Loki) si rifiuta di piangere costringendo così il dio a rimanere per sempre nel regno di Hel. In The Prey parliamo della cattura del dio Loki. Gli Asi riescono a catturarlo mentre si nascondeva con sembianze di un salmone in un torrente. Loki verrà imprigionato e torturato fino a quando verrà liberato prima che si scateni il Ragnarok… del Ragnarok abbiamo parlato nel disco omonimo uscito due anni fa. Si passa all’ultimo brano che è After The End che racconta cosa succede e come risulta essere il mondo dopo la fine di tutto.

Il disco è il secondo di una trilogia iniziata con Ragnarok, quindi il prossimo album sarà anche l’ultimo di questo viaggio che, possiamo dirlo?, ha portato il nome dei Bloodshed Walhalla in giro per il mondo. Stai già lavorando al successore di Second Chapter?

Stiamo lavorando al terzo capitolo della saga ma non posso dirti nulla oltre al fatto che sarà un super album, sicuramente più evoluto e maturo dei precedenti e spero anche più professionale per quanto riguarda registrazione e confezione. Non che i precedenti siano malvagi, anzi, come dici tu i lavori hanno fatto e stanno facendo realmente il giro del mondo. Siamo stati recensiti quasi ovunque, il nome dei Bloodshed Walhalla ormai è una realtà costante nell’underground italiano ed internazionale.

Dopo Ragnarok hai avuto modo di suonare in giro per l’Italia. Era la prima volta live dei Bloodshed Walhalla che, lo ricordo ai lettori, è una one man band in studio. Le reazioni della gente al tuo concerto a Roma sono state sorprendenti, te lo aspettavi? Hai anche suonato con Benediction e Dark Funeral: vuoi raccontarci qualche aneddoto di quelle date e cosa hai imparato da quei concerti?

Sì, i Bloodshed Walhalla sono ancora una one-man-band in studio ed anche il terzo capitolo andrà sulla stessa linea compositiva dei precedenti. La nostra situazione per quanto riguarda i live è molto semplice, i ragazzi che fanno parte del progetto studiano le parti che io scrivo e il tutto viene proposto sul palco. Abbiamo iniziato così, ai ragazzi sta bene. Non so per quanto riusciremo ad andare avanti perché le difficoltà sono parecchie, ma fino a quando non ci siamo fermati tutti ci siamo veramente divertiti ed abbiamo accumulato una certa esperienza. Suonare sullo stesso palco dei Dark Funeral, Benediction, Furor Gallico, Necronomicon, non è semplice. Devi reggere l’urto con il pubblico. Noi siamo abituati nei piccoli locali con max 30 persone. A Roma e a Milano abbiamo trovato il vero pubblico, gente che ti stringe la mano e ti fa sentire importante. Ricordo perfettamente le sensazioni che abbiamo provato salendo su questi palchi, quasi di incredulità, ci chiedevamo cosa ci facessimo noi di fronte a tutta quella gente, poi dopo il primo tremore e le prime urla tutto diventava più chiaro e semplice da gestire. In particolare nel concerto con i Dark Funeral a Milano ci siamo trovati di fronte un pubblico a tre zeri. Sicuramente non erano venuti a vedere noi, ma dal coinvolgimento che siamo riusciti a trasmettere mi sono accorto che la gente si è divertita ed ha apprezzato il nostro show. Poi tutto sul più bello, dato che avevamo appena firmato un contratto con una agenzia di booking che avrebbe curato la nostra parte dal vivo, è crollato come un castello di carta. Ora stiamo capendo insieme come è quando ripartire più determinati di prima.

Ho visto che c’è una sorta di gemellaggio con Apocalypse, one man band di Torino anch’essa debitrice ai Bathory, fresca autrice di Pedemontium. Cosa pensi della sua musica e ci sono altre realtà italiane che segui?

Non c’è da dire molto, appena ho sentito che un’altra band italiana stava incentrando la sua musica sulle tonalità da te citate, mi sono subito incuriosito e senza aspettare molto ho contattato Erymanthon ed è nata subito una bella amicizia, ci scambiamo i lavori e qualche consiglio. L’ultimo album degli Apocalypse è davvero eccezionale, suona maledettamente viking! Un giorno magari potremo anche fare qualche lavoro insieme, ci siamo scritti e l’idea è piaciuta ad entrambi. Chissà!!!

Mi è piaciuto un sacco l’EP Mather, nel quale folklore lucano e viking folk metal andavano a braccetto. Potresti fare qualcosa del genere in un prossimo futuro oppure si è trattato di un esperimento che non avrà un seguito?

Mather è stata una bellissima idea, combinare il viking metal con alcune canzoni popolari della nostra terra ha reso i Bloodshed Walhalla in un certo senso unici. L’esperimento è riuscito alla perfezione, le due culture si sono fuse in maniera efficiente e tanti sono stati gli elogi da parte di chi ha ascoltato questo lavoro. Mather è un progetto che sicuramente non rimarrà fine a se stesso, ma avrà sicuramente un successore, magari anche più completo da non rimanere un semplice EP. L’intenzione è quella di fare un vero e proprio album, bisogna solo trovare il tempo per farlo dato che stiamo concludendo ancora l’ultimo capitolo della trilogia sul Ragnarok. In seguito abbiamo altre sorprese da proporre al nostro pubblico, ma per ora ce le teniamo in segreto e saremo pronti a deliziarvi non appena sarà il momento giusto per farlo. Per ora godetevi Second Chapter che è appena uscito ed ha bisogno di essere supportato dato che ancora non ve lo possiamo proporre dal vivo. Comunque sicuramente un Mather atto secondo ci sarà, potete starne certi.

Ci sarà modo di avere su cd o vinile l’EP The Walls Of Asgard e il tributo ai Bathory, o resteranno solo in digitale?

The Walls Of Asgard a nostro avviso è un capolavoro che non può rimanere solo in digitale ma merita molto di più. Avete ascoltato The Pact? È un’opera stratosferica, forse la migliore tra le tre longtracks proposte finora, vi consiglio di ascoltarla e giudicarla. Stiamo progettando qualcosa a riguardo, ma per ora non vi dico nulla perché dovrebbe coinvolgere tutta la band e non una sola persona. Per quanto riguarda il tributo ai Bathory, penso che per ora rimarrà solo in digitale, anche perché, per chi ci segue e sa la nostra storia, quelle sono canzoni degli esordi di quando i Bloodshed Walhalla volevano essere una cover band dei Bathory, praticamente tutti i file sono stati perduti o chissà dove sono e perciò andrebbero ri-registrate nuovamente e francamente non ha senso. Per chi desidera ascoltarle può visitare le nostre pagine.

Drakhen, ti ringrazio per la tua disponibilità e ti ringrazio per regalarci ogni volta della grande musica. Hai lo spazio per concludere come meglio credi l’intervista.

Ringrazio te Mister Folk per avermi dato l’opportunità di chiacchierare un po’ con te e con chi segue la tua webzine. Ringrazio chi ci segue e mi contatta per aver notizie del nostro futuro, molti ancora non sanno se siamo una band o una one-man-band e ad essere sincero non lo so neanche io, so solamente che c’è una realtà che ormai è radicata e che piaccia o no continuerà per la sua strada. Spero di incontrarvi tutti per stringerci la mano ed abbracciarci bevendo della sana birra. Spero anche che i Bloodshed Walhalla tornino a suonare dal vivo, naturalmente se ci sarà la possibilità di farlo, il prima possibile per così condividere con voi tutti i sacrifici che stiamo facendo per regalarvi musica e le sensazioni più genuine dell’heavy metal. Noi ce la mettiamo tutta, voi sosteneteci, a presto! Drakhen.

Intervista: Juha Jyrkäs

Il kantele al centro di tutto: Juha Jyrkäs lo ha messo al primo posto tra gli strumenti, eliminando chitarra, basso e batteria. Il risultato è Sydämeni Kuusipuulle, disco di debutto pieno di buona volontà e qualche sbavatura. Nella lunga intervista che potete leggere qui sotto avrete tutte le risposte su produzione e testi sconci, ma anche sulla collaborazione con i Korpiklaani e le sue precedenti avventure musicali. Prendetevi qualche minuto e buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista.

Il tuo nome è poco conosciuto in Italia, direi quindi di iniziare con la classica presentazione.

Ciao! Sono Juha Jyrkäs. Sono un autore e musicista finlandese. Suono pagan heavy metal con un kantele elettrico e un basso kantele! Il kantele è un antico strumento a corde finlandese. Ho scritto i testi alla band folk metal Korpiklaani durante gli anni 2006-2012. Ho anche avuto due band in passato, Poropetra e Tevana3. I Poropetra erano più folk rock, mentre i Tevana3 erano experimental extreme metal con il kantele elettrico. Ho suonato concerti da solista per oltre tredici anni. Ora è uscito il mio album solista Sydämeni Kuusipuulle! Ascoltatelo!

Quando e come nasce la tua passione per il kantele?

Fu nella primavera del 2002. Stavo suonando con i miei amici con strumenti folk. Ho preso il kantele a cinque corde. Prima di allora non sapevo come suonarlo, ma ho imparato molto velocemente come creare delle melodie. Ecco come è iniziata. Stavo già programmando di fare musica mia, mescolandola con il folk e il metal finlandese, quindi ho iniziato con il kantele. Quella fu la scintilla che iniziò l’incendio incontrollato che sono ora.

Nel booklet scrivi con orgoglio che nell’album non sono presenti chitarre, tastiere e batterie: da dove nasce il desiderio di “togliere” questi strumenti per sostituirli con le varie versioni del kantele?

È più di una naturale evoluzione, dovendo fare i conti con il fatto che non so suonare altri strumenti oltre al kantele! Da qualche parte intorno al 2007 al 2009 mi annoiavo con la roba collegata al folk, avevo bisogno di prendere una pausa da questo genere. In realtà, se avessi avuto le capacità di suonare la chitarra e il basso il kantele sarebbe stato lasciato da parte. Volevo suonare del buon heavy metal in stile anni ‘80! In realtà ho provato ad imparare a suonare il basso, ma era troppo lento per me. Quindi tornai al kantele. Mi sono detto “Posso elettrificare il kantele e renderlo uno strumento più metal?”. Mi sono comprato il mio primo kantele nel 2010 e anche alcuni amplificatori. Fu il punto di svolta quando sentii il primo kantele distorto. Sapevo che stavo creando qualcosa di nuovo. Ho fondato il mio progetto solista e anche i Tevana3. L’album Mieron Tiellä dei Tevana3 (2011) fu il primo album metal di sempre in cui le chitarre furono completamente rimpiazzate dal kantele elettrico. In effetti, ebbi il mio slancio già nel 2011 con i Tevana3. Il kantele elettrico distorto attirerà l’attenzione, anche nei notiziari finlandesi! Ebbi concerti e molta pubblicità, ebbi addirittura un produttore per il mio album solista, ma le cose si incasinarono e in qualche modo si fermarono. Lo slancio scomparì. Ho fatto un eccellente lavoro pionieristico, ma a nessuno interessava più. Forse è per questo che mi importava di promuovere più di tanto il secondo album dei Tevana3, Peräpohjolan Takana. Andai anche incontro alla depressione in quel periodo, quindi non avevo abbastanza energie per commercializzare o promuovere qualcosa. Quando ebbi di nuovo la possibilità di fare il mio album solista di debutto alle mie condizioni, volevo renderlo ancora più unico, così sarei stato notato di nuovo. Decisi di rimpiazzare persino il basso con il kantele basso, quindi mi sono comprato un kantele basso! E quindi mi sono chiesto: “Dovrei anche rimpiazzare la batteria?”, e la risposta fu – ovviamente – SÌ!! Parlai con Pekka Konkela, il mio vecchio collega di lavoro. Lui è un vecchio hippie che vive nei sobborghi di Helsinki, bevendo moonshine e vodka nella foresta. È anche un eccellente batterista. Ha creato l’intero set di batteria da percussioni etniche e batterie degli sciamani! Adoro il modo con cui suona blast beat con quella! Praticamente voglio mostrare al mondo intero che puoi sempre pensare diversamente. Non devi fissarti sulle vecchie abitudini e fare musica sempre allo stesso modo di prima. Puoi sempre creare qualcosa di nuovo e usare l’immaginazione. Sì, puoi anche fare metal con il kantele! Ovviamente essere un pioniere della musica è un carico molto frustrante e pesante da portare: molte persone non capiscono i nuovi suoni e i diversi approcci. Ho scelto la mia fede, perciò porto avanti la bandiera nera del pioniere del kantele metal fino alla fine dei miei giorni!

Alcune canzoni, penso a Hämärästä Aamunkoihin e Korpien Kutsu, suonano diverse dalle altre, con uno stile quasi ambient folk. Il risultato secondo me è molto bello e, soprattutto per la seconda, mi sono venuti in mente i Wardruna degli esordi. Cosa puoi raccontarci di queste due canzoni? Ti piacciono i Wardruna?

È sempre divertente vedere come le persone ascoltano le mie canzoni, dal momento che è una nuova esperienza. E le persone ascoltano le cose diversamente, visto che ascoltano musica diversa e hanno gusti musicali diversi. Ad esempio Korpien Kutsu è una delle canzoni più pesanti dell’album! Prendo più ispirazione dal black metal norvegese ed estone! Hämärästä Aamunkoihin è tipo una ballata nel mio album. In quella canzone ero ispirato dal blues. C’è persino un lieve blues suonato alla fine della canzone. I Wardruna mi piacciono molto, li ascolto mentre scrivo le mie storie e i miei poemi. Comunque, è molto diversa dalla mia musica: la mia è ancora metal.

Vuoi dirci qualcosa sui testi? Ti confesso che ho trovato strani quelli di Kymmenen Kyrvän Nimeä (tr.: Ten Names Of Cock) e Nuole Mua (tr.: Lick Me): sembrano dei Motley Crue! 🙂

I testi sono una cosa molto importante nella mia musica. Lo è sempre stato, da quando, dopotutto, sono un abile scrittore. In questo particolare album sono molto aperto con i miei testi. Hanno a che fare con molti problemi. Ovviamente sono sulla mitologia (Otson Voima), sciamanesimo Finno-Ugrici (Voima), misticismo della foresta (Korpien Kutsu), occultismo (Manalan Valtikka) ecc., ma anche sui sentimenti umani e su pensieri oscuri. Ci sono canzoni sull’insonnia (Hämärästä Aamunkoihin), sulla depressione e sui pensieri suicidi (Honkajuurella asunto), sulle conseguenze di un’infanzia traumatica. Come disse James Hetfield: “Never opened myself this way” (non mi sono mai aperto in questo modo). I testi portano una sfumatura e un tono molto profondo alle canzoni. Ma poi, di nuovo, dovevo scrivere canzoni gioiose per controbilanciare quelle oscure. Anche in questo, come con il kantele, volevo fare le cose diversamente. Uno dei cliché più irritanti nel folk metal sono le drinking songs. Non mi piacciono. Invece, volevo suonare con i cliché dell’heavy metal d’oro degli anni ‘80! Il che mi ha portato a scrivere canzoni sul sesso. Personalmente preferisco di più fare canzoni sull’amore che essere un coglione ritardato ubriaco. Ovviamente puoi sentire le influenze dei Kiss in questo! E perché no? I Kiss sono una delle mie band preferite, sin dall’infanzia. L’heavy metal anni ‘80 è ovunque in molte canzoni nell’album. Nuole Mua, Kymmenen Kyrvän Nimeä e Manalan Valtikka sono tutte fatte nella vena dei Kiss, Iron Maiden e Judas Priest. Il metal anni ‘80 è uno dei miei generi preferiti e può essere sempre sentito nella mia musica. Amo scrivere canzoni sul sesso! Nella canzone Tulisydän si parla persino di un modo molto diretto di baciare e fare l’amore con la lingua. Nula Mua è un tributo a Lick It Up dei Kiss e Kymmenen Kyrvän Nimeä è in realtà un vecchio poema del folklore finlandese! Sì, i finlandesi erano molto diretti nel passato. Nei poemi folk finlandesi si dicevano le cose come erano nella realtà. È come un incantesimo per risvegliare la mascolinità che è in te. Il coro è l’unico mio testo in Kymmenen Kyrvän Nimeä, altrimenti è preso direttamente dall’ archivio del folklore finlandese.

A mio parere il disco ha un solo difetto, che però rovina parzialmente la bontà della tua proposta: la produzione. Sei d’accordo con me e pensi che una produzione migliore avrebbe giovato alla tua musica?

Le persone me lo hanno già detto questo. Forse molti sono abituati ad ascoltare musica in questa nuova era dell’MP3, nella quale tutto è fatto perfettamente. Il suono è chiaro, tutto è pulito e tutta la musica e i testi sono pieni di stupidi cliché e di cose che non sono interessanti. Ma non è questo il modo nel quale mi piace la mia musica. Mi piace che la mia musica sia cruda, violenta, trasparente e appassionata. Può essere poco prodotta, ma almeno la musica è onesta! È fatta da umani, non da produttori robot che la perfezionano. Ho perfino lasciato alcuni errori nelle canzoni, visto che voglio essere sincero con la mia musica. Ovviamente spaventa alcune persone, ma che cazzo me ne frega! Personalmente preferisco avere mille fan leali che un milione di fan che non apprezzano la musica e l’artista. Ovviamente la mia musica potrebbe seguire un percorso diverso e potrebbe farmi diventare più famoso con la sovraproduzione. Ma di nuovo: non sarebbe più la mia musica. Tradirei me stesso e i miei fan. Preferirei spararmi in testa che deludere i miei fan. E anche se trovassi la via per mixare le qualità uniche della mia musica con la produzione di alta qualità, i produttori esterni sono sempre il problema. In Finlandia quei ragazzi non capirebbero nemmeno l’idea di usare il kentele elettrico e distorto invece della chitarra che è il punto principale della mia musica! Non sanno pensare fuori dall’ordinario. Ho negoziato con alcuni di quei produttori e ingegneri del suono, ma è sempre finita con terribili litigi e forti disaccordi. Non voglio né perdere il mio tempo né la mia energia con quei cazzoni. Preferisco usare le cose che mi si addicono di più. Ovviamente anche nelle produzioni l’obiettivo sarà sempre quello di fare le cose meglio dell’ultimo disco, ma voglio avere tutte le redini nella mia mano. Nell’atteggiamento sono un punk rocker in quel senso.

Quando ho saputo della tua proposta musicale ho subito pensato ai Fejd dei primi lavori, quando nei dischi non c’erano le chitarre. Conosci la band svedese e in caso cosa pensi di loro?

Non li ho ascoltati ma il nome è familiare.

Hai scritto oltre trenta testi per i Korpiklaani, e sempre per loro hai preso parte alle registrazioni per Voice Of Wilderness e Tales Along This Road. Come sei entrato in contatto con la band di Jonne Järvelä e perché la collaborazione è terminata dopo Manala del 2012?

Amavo gli Shaman, la band che Jonne aveva prima dei Korpiklaani. Cantavano in lingua Nord-Sámi, che è la lingua indigena del nord Fennoscandia. Il mio amico Hittavainen fu accettato a suonare il violino negli Shaman ancor prima che cambiassero nome in Korpiklaani. Così ho conosciuto anche Jonne. Personalmente non amo i primi due album dei Korpiklaani. La ragione principale è che i testi erano scritti per lo più in inglese. Se fai qualcosa che di folkloristico, è ovvio che ha a che fare sempre con la tua lingua madre. Secondo me, se le band folk metal finlandesi scrivono i testi in inglese non è folk metal per me perché non è più culturalmente finlandese. È un’aggiunta alla musica inglese ed è culturalmente fuori dalla musica scritta in finlandese. È il tradimento alle nostre stesse radici, l’opposto di tutto ciò che il folk metal rappresenta! È molto anti-folk, in realtà, se usi l’inglese invece della tua lingua madre. Ho parlato con Jonne e gli ho chiesto “perché non scrivi i tuoi testi in finlandese?”. Jonne disse che i testi sono sempre la parte più difficile per lui. Gli ho detto che lo potevo aiutare, e così iniziò la collaborazione. Fu un buon periodo, e significa molto per me. L’ultimo testo che ho scritto per i Korpiklaani fu Ruumiinmultaa del loro album Manala. Dopo di questo ero un po’ senza forze e volevo concentrarmi di più sulla mia musica. Era il tempo nel quale tentavo di sfondare con i Tevana3, senza successo. In quel momento ero talmente frustrato che non offrì ai Korpiklaani molti dei miei testi, da allora l’altro paroliere aveva già preso il mio posto. E ovviamente avevo anche la depressione in quel momento. Ma ora è storia e sono sereno con il modo in cui si sono evolute le cose. Mi sono dato una seconda possibilità. Il mio album solista è fuori ora e i Korpiklaani ora suonano meglio di come suonassero prima! Il loro nuovo album è sensazionale e in molte cose suona come ho sempre voluto che suonassero i Korpiklaani. Mi piace veramente tanto e visto che non sono più il paroliere, posso apprezzare fino in fondo la loro nuova musica come un vecchio fan.

Hai inciso anche per gli Auringon Hauta, band che a me piace molto. Puoi raccontarci qualcosa a proposito di questa collaborazione?

Janne Väätäinen degli Auringon Hauta è un mio vecchio amico e, visto che abbiamo interessi in comune, fui invitato a registrare con loro. Ho fatto le voci in entrambi i loro album e ho anche scritto delle canzoni del primo album insieme a loro. Janne in realtà suonava la batteria nei Tevana3 ed è stato anche l’ingegnere del suono mentre io registravo le mie parti con il kantele basso. Sono stati registrati ad Imantra, nell’est della Finlandia, nell’home studio di Janne.

Il disco è stato pubblicato dall’italiana Earth And Sky Productions: chi ha contattato chi? Perché hai scelto la EAS e come ti stai trovando?

Marian Robert Peron della Earth And Sky Productions mi ha contattato lui per primo. Voleva ripubblicare il vecchio materiale della mia vecchia band folk rock, i Poropetra. Quindi io ho proposto che il mio album solista fosse fatto per primo e abbiamo trovato un accordo. Anche la compilation dei Poropetra uscirà quest’anno, forse già in estate. Sono veramente contento di lavorare con la Earth And Sky Productions e tutto è finito bene. Il mio album ha avuto ottime recensioni, decine di migliaia di ascolti su Spotify, i miei video musicali sono stati guardati largamente e al momento sono molto impegnato a fare interviste in tutto il mondo. Sono molto soddisfatto di lavorare con la Earth And Sky Productions. Parliamo spesso con Marian Robert Peron e tutte le volte facciamo dei nuovi piani per il futuro. Questo è eccezionale!

La grafica del cd è stata affidata a Tapio Wilska, che i lettori ricorderanno per aver cantato nell’eccellente Nattfödd dei Finntroll. Avete lavorato insieme per realizzarla o è tutto lavoro di Wilska? Ci vuoi dire qualcosa in più su copertina e grafica?

Come stavamo programmando con la Earth And Sky Productions di rilasciare il mio album, avevo bisogno di un bravo graphic designer. Ho chiesto su Facebook “c’è qualcuno tra i miei amici interessato a fare le grafiche per l’album?”. Wilska ha risposto alla mia richiesta e ci siamo accordati. Conosco Wilska dal 2010, la scena metal finlandese è davvero piccola. La cover, le fotografie sono fatte prevalentemente da me e tutto il resto esisteva già. Wilska doveva solo metterle insieme. La cover è un artwork fatto dal talentuoso artista Jenni Nisula. Ha il cosmo, l’albero del mondo preso da molti miti della creazione dei popoli Finno-Ugrici e il simbolo della ruota dentata. In finlandese la ruota dentata è chiamata “Kannuksenpyörä” e simboleggia il sole e la vita nei molti popoli Finno-Ugrici, come i Finnici, gli Estoni, i Võru, i Mari, i Mordvin, gli Udmurt ecc. È anche un portale per la terra dei morti. Volevo che questi elementi fossero inclusi nella cover.

Il disco è uscito come autoprodotto due anni fa, ma è da poco disponibile con il marchio Earth And Sky Productions: stai lavorando al successore di Sydämeni Kuusipuulle? In caso, puoi anticipare qualcosa?

Sydämeni Kuusipuulle è stato pubblicato prima come un MC dalla label finlandese Kuoriaiskirjat. Abbiamo fatto un’edizione veramente limitata di quel cd, e sì, questo è già il terzo anno dell’album e lo sto ancora promuovendo, heh! Al momento sto scrivendo del materiale per il secondo album da solista e altra roba sempre da solista. Tutto quello che posso dire è che dovete solo aspettare e vedrete come vi sorprenderò!

Cosa ti piace ascoltare quando sei a casa? Ci sono dischi/gruppi della tua zona che ci vuoi segnalare?

Dato che scrivo le mie storie mi piace ascoltare molta musica dungeon synth. C’è un’ottima playlist su Spotify di questo tipo di musica. Posso raccomandare una band svedese, gli Örnatorpet. Ascoltateli! Creano dei paesaggi sonori favolosi con la loro musica.

Ti ringrazio per la disponibilità: puoi aggiungere tutto quello che vuoi!

Grazie a te per l’intervista. Per tutti i fan e i lettori: state al sicuro prendetevi cura gli uni con gli altri! Supportate la mia musica e comprate il mio album Sydämeni Kuusipuulle! E dopo che questo covid-merda sarà finito verrò a suonare a voi tutti!

ENGLISH VERSION:

Your name is not very famous in Italy, so I would start with the classic presentation.

Ciao! I’m Juha Jyrkäs. I’m a Finnish author and musician. I play pagan heavy metal with electric and bass kantele! Kantele is the ancient Finnish string-instrument. I wrote lyrics to folk metal band Korpiklaani during the years 2006-2012. I’ve also had two bands in the past. Poropetra and Tevana3. Poropetra was more of folk rock and Tevana3 experimental extreme metal with electric kantele. I’ve played solo gigs for over thirteen years now. And now my debut solo album, Sydämeni Kuusipuulle is out! Listen it!

When and how did your passion for kantele was born?

It was in the spring 2002. I was jamming with my friends with folk instruments. I picked up five-stringed kantele. Before that, I didn’t know how to play it, but I learned very quickly how to create some tunes. That’s how it started. I was already planning to make music of my own, mixing with Finnish folk and metal, so I started with kantele. That was the spark that lead to the wildfire I am now.

In the booklet you write with pride that in the album there aren’t guitars, keyboards and drums: where does the desire to “remove” these instruments and to replace them with the various versions of the kantele come from?

It’s more of an natural evolution, dealing also with the fact that I can’t play any other instrument than kantele! Somewhere around 2007 and 2009 I was very bored with all folk-related stuff. I needed to take a break from it. Actually, if I had had skills to play guitar or bass, kantele would have been left out. I wanted to play some good old 80’s style heavy metal! I actually tried to learn to play bass, but it was too slow for me. Thus I got back to kantele. I said to myself: “Can I electrify kantele and make it more metal instrument?” I bought myself my first electric kantele in 2010 and some amplifiers too. It was the turning point when I heard the first kantele distortion. I knew I was creating something totally new. I founded my solo project and also Tevana3. Tevana3’s Mieron Tiellä album (2011) was the first metal album ever in which guitars were totally replaced with electric kantele. In fact, I had my momentum already back then in 2011 with Tevana3. The electric kantele distortion got attention, even in Finnish news broadcast! I got gigs and much publicity. I even had a producer for my solo album! But things got messed up and somehow it just stopped. The momentum faded away. I did an excellent pioneer job, but nobody didn’t care anymore. Perhaps that’s why I didn’t care to promote Tevana3’s second album, Peräpohjolan Takana, so much. I went through depression that time also, so I didn’t have even strength enough to market or promote anything. When I had the chance finally to make my debute solo album with my own terms, I wanted to make it yet more unique, so that I would be noticed again. I decided to replace even bass with bass kantele, so I bought myself a bass kantele! And then I wondered: should I also replace drums? And the answer was – of course – YES!! I talked to Pekka Konkela, the old work buddy of mine. He is the old hippie living in the outskirts of Helsinki, drinking moonshine vodka in the forest. He is also an excellent drummer. He created the whole drum set from ethnic percussions and shaman drums! I love the way he plays blast beats with it! Basically I want to show the whole world that you can always do things differently. You don’t have to stuck with old habits and do music always the same way it has done before. You can always create something new and use your imagination. Yes, you can make metal music with kantele too! Of course being a musical pioneer is also very hard and very frustrating burden to carry: many people just don’t get the new sound and the different approach. But there has to be somebody to show the way that you can be more and you can do things your own way. I’ve chosen my faith, thus I carry the black pioneer flag of kantele metal proudly to the end of my days! 

Some songs, I think Hämärästä Aamunkoihin and Korpien Kutsu, sound different from others, with a sound that is almost ambient folk. The result in my opinion is stunning and, particularly for the second one, early Wardruna came to my mind. What you can tell us about these two songs? Do you like Wardruna?

It’s always funny to listen how people hear my songs, since it’s always a new experience. And people do hear things differently, since they listen different music and they have different music taste. In example Korpien Kutsu is namely one of the most heaviest songs on the album! I drew more inspiration from Norwegian and Estonian black metal! Hämärästä Aamunkoihin is kinda “ballad” on my album. In that song I was inspired with blues music. There’s even some slight bluesy jamming in the end of the song. I like Wardruna a lot. I listen it as I write my stories and poems. However, it’s very different from my music. My music is still metal.

Would you like to tell us something about the lyrics? I must confess you that I find strange the lyric of Kymmenen Kyrvän Nimeä and Nuole Mua: they seems Mötley Crüe’s lyrics! 🙂

The lyrics are very important thing in my music. It has always been, since, afterall, I’m a skilled writer. In this particular album I’m very opened with my lyrics. They deal with many issues. Of course they are about Finnish mythology (Otson Voima), Finno-Ugric shamanism (Voimaa), forest mysticism (Korpien Kutsu), occultism (Manalan Valtikka) etc., but also with human feelings and dark mindsets. There are songs about insomnia (Hämärästä Aamunkoihin), depression and about suicidal thoughts (Honkajuurella Asunto), the aftermaths of an broken childhood. Like James Hetfield said: “Never opened myself this way.” The lyrics bring very deep, profound and dark undertone to the songs. But then again, I had to write the joyful lyrics also to counterbalance the dark ones. In this, like with kantele, I wanted to do things differently too. One of the most irritating clichés in folk metal are the drinking songs. I dislike them. Instead, I wanted to play with the clichés of the golden 80’s heavy metal! Which brings me to write songs about sex. Personally I like more of making love than being a drunken retard and wasted asshole. Of course you can sense the influence of Kiss in this! And why not? Kiss is one of my all time favourite bands, ever since from my childhood. The 80’s heavy metal is all over in many songs in the album. Nuole Mua, Kymmenen Kyrvän Nimeä and Manalan Valtikka are all made in the vein of Kiss, Iron Maiden and Judas Priest. 80’s metal is one of my favourite genres and it can always be heard in my music. I love writing songs about sex! In the song Tulisydän there’s even mentioned very straightforward way tongue kissing and making love. Nuole mua pays tribute to Kiss’ Lick It Up and Kymmenen Kyrvän Nimeä is actually an old Finnish folk poem! Yes, Finnish people used to speak very straight in the past. In Finnish folk poetry they say the things as they are. It’s a kinda spell to awake the manhood inside you. The chorus is the only text of my own in Kymmenen Kyrvän Nimeä. Otherwise it’s straight from the Finnish folk archives.

In my opinion the album has only one lack, which, however, partially ruins the goodness of your proposal: the production. Do you agree with me and do you think that a better production would have benefit your music?

People has said that to me before too. Perhaps so many are used to listen this new MP3-era music, in which everything has done perfectly. The sounds are polished, everything is clean, there are no errors, and all the music and lyrics are filled with stupid clichés and things that aren’t interesting. But that’s not the way I like my music. I like my music to be raw, violent, straightforward and passionate. It may be low produced, but at least the music is honest! It’s made by humans, not by polishing producer robot. I even left some errors in the songs, since I want to be sincere with my music. Of course it scares away some people, but so fucking what, then it does so! Personally I’d rather take 1000 loyal fans than million fans that don’t actually like the music and the artist. Of course my music would turn a different path and it could get me more famous with overproducing. But then again: it wouldn’t be my music anymore. I would betray myself and my fans. I’d rather shoot myself to the head than let my fans down. And even if I’d found the way to mix my music’s unique qualities with high production values, the outside producers are always the problem. In Finland those guys won’t ever get the idea of using distorted electric kantele instead of guitar – which is namely the main point in my music! They can’t think outside the box. I’ve negotiated with some of those producers and sound engineers, but it has always ended up with terrible argue and strong disagree. I don’t want to waste my time nor my energy with those dicks. I rather use the things that suite better for me. Of course in the production too, the goal is always to do things better than in previous records in the future, but I want to keep all the strings in my own hands. In attitude, I’m a punk rocker in that sense.

When I heard about your musical proposal, I immediately thought of Fejd in the early works, when there weren’t guitars on the records. Do you know the Swedish band and in case what do you think of them?

I haven’t heard them but the name is familiar.

You wrote over thirty lyrics for Korpiklaani, and you also took part in the recordings for Voice Of Wilderness and Tales Along This Road for them. How did you get in touch with Jonne Järvelä’s band and why did the collaboration end after 2012’s Manala?

I loved the band Shaman that Jonne had before Korpiklaani. They sang in North-Sámi language, which is the indigenous language of the northern Fennoscandia. My friend Hittavainen was accepted to play violin in Shaman even before the band changed to Korpiklaani. Thus I get to know with Jonne too. Personally I didn’t like the two first Korpiklaani albums. The main reason for this was the fact that the lyrics were written mostly in English. If you do anything folk-related, it should go without saying that it has to do always with your native tongue. In my opinion, if Finnish folk metal band writes the lyrics in English, it’s not folk metal to me, because it’s not culturally Finnish anymore. It’s an add to music written in English language and it’s off from the music written in Finnish. It’s the betrayal of your own roots – the opposite for everything that the traditional folk music stands for! It’s more of anti-folk metal, actually, if you use English instead of your native language. I talked to Jonne and asked why don’t you do your lyrics in Finnish. Jonne said that the lyrics were always the hard part for him. I said I can help with it. And so the collaboration started. It was a good era and it means very much for me. The last lyrics I wrote to Korpiklaani were lyrics in the song Ruumiinmultaa at their Manala album. After that I kinda was out of juice and I wanted to focus more with my own music. It was the time I tried to break through with Tevana3, without success. At that point I was frustrated that I didn’t offer Korpiklaani more of my lyrics, since the other lyricist had already taken my place. And of course, I had the depression back then too. But now it’s history and I’m ok the way things have turned out. I got myself another chance now. My solo album is out now and Korpiklaani sounds nowadays better than it has sounded ever before! Their newest album is a killer and in many ways done in the way that I always wanted to Korpiklaani to sound like. I like it very much and since I’m not the lyricist anymore, I can fully enjoy their new music as an old fan.

You also recorded something for Auringon Hauta, a band I like a lot. Can you tell us something about this collaboration?

Janne Väätäinen from Auringon Hauta is my old friend and since we had mutual interests, I was invited to record with them. I did some vocals in both of their albums and also co-wrote some lyrics in their first album too. Janne actually played drums in Tevana3 and he also was the sound engineer as I was recording my bass kantele parts. They were recorded in Imatra, in East Finland, in Janne’s home studio.

Your album was released by the Italian Earth and Sky Productions: who contacted whom? Why did you choose Earth and Sky Productions and how are you finding yourself with them?

Marian Robert Peron from Earth And Sky Productions contacted me first. He wanted to re-publish the old material from my old folk rock band, Poropetra. Then I offered my solo album to be done first. And then we made the deal. The Poropetra compilation is also coming out during this year, perhaps already in the summer. I’ve been very pleased to work with Earth And Sky Productions and everything has turned out well. My album has got good reviews, tens of thousands streams in Spotify, my music videos have been watched widely and currently I’m very busy with giving interviews to all over the globe. I’m very satisfied to work with Earth And Sky Productions. We talk often with Marian Robert Peron and all the time we make some new plans for the future. This is great!

The cd’s graphics were entrusted to Tapio Wilska, who our readers will remember for singing in Finntroll’s excellent Nattfödd. Did you work together to make it happen or it’s all Wilska’s work? Would you like to tell us a little more about the cover and graphics?

As we were planning with Earth And Sky Productions to release my album as a CD, I was in a need of a good graphic designer. I asked in Facebook, is any of my friends interested in about doing the graphics to the album. Wilska answered to my call and we made the deal. I’ve known Wilska already from the year 2010; the Finnish metal scene is very small. The cover, photographs taken mostly by me, and everything else already existed. Wilska only had to wrap them up together. The cover is the artwork made by young talented artist called Jenni Nisula. It has the cosmos, the world tree from many creation myths of Finno-Ugric peoples and the octagram symbol. In Finnish the octagram is called “kannuksenpyörä”. It symbolizes the sun and life in many Finno-Ugric peoples, like Finns, Estonians, Võru people, Mari, Mordvin, Udmurt etc. It’s also a gateway to the land of the dead. I wanted those elements to be included into the cover. 

The album came out as an MC two years ago, but has recently been available under the Earth and Sky Productions brand: are you working on Sydämeni Kuusipuulle‘s successor? If so, can you anticipate something?

Sydämeni Kuusipuulle was published first as an MC by Finnish label Kuoriaiskirjat. We made very limited edition with it. And yes, this is already a third year with the album and I’m still promoting it, heh! Currently I’m writing material for the second solo album and some other solo stuff as well. All I can say is that you just have to wait and see how I’m going to surprise you!

What do you like to listen to when you are at home? Are there any records/groups in your area that you want to report to us?

As I write my stories I like to listen very much dungeon synth music. There’s a good playlist in Spotify for it. I can recommend a Swedish band Örnatorpet. Just listen it! They create a fabulous soundscapes with their music.

Thank you for the availability: you can add whatever you want!

Thank you for the interview. For all the fans and readers: stay safe and look after each other! Support my music and buy Sydämeni Kuusipuulle album! And after this corona-shit is over, I’ll come play to you all!

Intervista: Apocalypse

Quarto disco in quattro anni per la one man band Apocalypse: il nuovo Pedemontium è un grande album e l’occasione era troppo ghiotta per non parlarne con il mastermind Erymanthon Seth. Tanti gli argomenti trattati, e piacevole chiacchierata anche grazie alla voglia di raccontarsi del cantante/musicista piemontese, estremamente felice per avere tra le mani per la prima volta un proprio lavoro in forma fisica. Buona lettura!

Questa è la nostra terza chiacchierata: cosa è successo in casa Apocalypse dallo scorso anno, quando ci sentimmo dopo la pubblicazione di Odes?

Eh già, il tempo vola! Haha. Dopo la pubblicazione di Odes abbiamo ultimato il quarto album Collapse, che è uscito a maggio dell’anno scorso, e che nonostante lo stile marcatamente differente rispetto a tutto il resto della discografia (parliamo di un disco totalmente death metal) è stato ben recepito dal pubblico. Nel frattempo anche il nuovo Pedemontium, che ho iniziato a comporre già nell’estate 2019, continuava a prendere forma. L’ultimo album è nuovamente vicino allo stile epico che caratterizzava i primi due lavori, pur con qualche evoluzione e novità, e questa volta abbiamo anche accompagnato l’uscita del disco con un videoclip. Adesso abbiamo qualcosa che bolle in pentola per il futuro, posso dire che ci saranno imminenti novità sotto diversi aspetti ma è tutto ancora un po’ nebuloso, per cui preferisco non anticipare nulla…

Per la prima volta un tuo lavoro esce in formato fisico con il supporto di un’etichetta. Com’è nata la collaborazione con la Earth And Sky Productions?

Marian della Earth And Sky mi aveva contattato già ai tempi del primo album Si Vis Pacem, Para Bellum, fu lui a offrirsi di creare le pagine dedicate ad Apocalypse su Metal Archives e Discogs. Quello è stato il nostro primo contatto. Poi mi ha nuovamente aiutato a inizio 2020 a istituire la pagina Bandcamp del progetto, e infine parlando durante l’anno, mi ha fatto la proposta di pubblicare il nuovo album con la loro etichetta, offerta che io ho accettato. Devo dire che avere finalmente tra le mani una copia fisica del tuo lavoro è una sensazione bellissima. Curare la grafica e il design del libretto e della confezione in generale è anche un lavoro appagante, una bella presentazione estetica ad accompagnare la musica non può che arricchire il prodotto intero.

Il tuo nuovo disco è una dichiarazione d’amore per il Piemonte…

Sarà che sono nato e cresciuto qui, che fin da piccolo cammino su per le alte montagne che abbracciano la regione intera, io ho un profondissimo legame con il Piemonte e con le sue meraviglie naturali. Il Piemonte è la mia Terra, ed è una delle più belle del mondo. Non esiste una sensazione tanto intensa quanto quella che si prova quando ti trovi in cima alle montagne, osservando dall’alto questi maestosi paesaggi immensi, o quando ti trovi al cospetto di esse che sembrano quasi osservarti austere, come giganti silenziosi. La bellezza delle vette e delle valli d’inverno, quando tutto è ricoperto di gelida e purissima neve, dei cristallini laghi montani, delle praterie rigogliose d’estate, delle pianure nebbiose e dei boschi variopinti d’autunno, è qualcosa di davvero inimitabile. Sono sensazioni pressoché impossibili da descrivere a parole, e allora io ho provato a metterle in musica, a descrivere le meraviglie naturali del luogo e a narrarne le leggende. I suoni e le note del disco parlano molto più dei testi. Aggiungo anche che è strapieno di gruppi che imitano i nostri colleghi scandinavi, che cantano di vichinghi e dei fiordi, dimenticando le proprie radici e la propria identità. La Scandinavia è una terra bellissima con una mitologia davvero affascinante, sono il primo ad affermarlo. Ma dovrebbero essere i gruppi di quelle terre a cantarne nei loro dischi, gruppi come Bathory e Windir. Spesso dimentichiamo che in quanto a paesaggi spettacolari, non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, e nemmeno in quanto a mitologia, dai Celti che popolavano le valli del Piemonte (le Alpi Cozie, ad esempio, si chiamano così proprio perché furono abitate dalla popolazione celtica dei Cozii, fin dal 1800 a.C.), agli Etruschi, ai Romani… E chi dice che l’Italia non è una terra “cold”, “dark”, “da Black Metal”, lo inviterei a fare due passi con me a oltre 2000 metri sulle montagne in pieno inverno, a visitare i bunker abbandonati in alta quota sul fronte di guerra, dove durante secolo scorso si combatteva d’estate e d’inverno con la neve alta più di tre metri e gli arti congelati, a leggere qualche componimento Leopardiano, a studiare la storia delle guerre dall’antica Roma alla Seconda Guerra Mondiale, o a visitare qualche catacomba e ossario… Qualcosa mi dice che cambierebbe idea!

Il disco suona compatto e omogeneo. C’è però una canzone che preferisci alle altre? Se sì, quale e perché?

Bella domanda, hahaha! É difficile, per un artista, rispondervi… Probabilmente la contesa è tra Dark Mountain, traccia 3, e I Died By The Mountainside, traccia 4. Della prima mi piacciono la varietà di suoni e strumenti adoperati, gli arrangiamenti elaborati con melodie polifoniche intrecciate, le linee vocali dei cori e la sonorità epica e solenne. Della seconda mi piacciono la potenza e l’energia, il ritmo martellante, i riff di chitarra un po’ più elaborati e soprattutto le sezioni di intro, ritornello e assolo, che credo mi siano veramente riuscite. Menziono anche The King Of Stone, traccia 9, mi piace il sound imponente che sono riuscito a conferire in particolare con la intro di organo bachiano e con i maestosi cori del ritornello.

Vuoi raccontarci come nascono i testi di questo album? Hai lavorato prima sulla musica sapendo di cosa avresti parlato, o il contrario?

Generalmente, quando inizio a comporre un disco ho in mente un’idea del sound e del tema centrale che voglio trattare nel disco, questo fa da modello per il resto della costruzione musicale. Però su ogni canzone la musica nasce quasi sempre prima delle parole che andrò a cantare, anche se il tema del disco è definito in partenza. Vedi, quando scrivo la mia musica, è un po’ come se chiudessi gli occhi e tentassi di dipingere un paesaggio, uno scenario, è come se avessi nella mia mente un’immagine che io cerco di descrivere, ma invece di pennelli e colori utilizzo accordi, timbri e melodie. Altre volte tento di usare la musica per esprimere delle emozioni che le parole da sole non possono descrivere a fondo. Facendo una breve carrellata dei temi trattati nei testi del disco, escludendo ovviamente le orchestrali Prologue ed Epilogue, abbiamo Pedemontium che è una breve descrizione e celebrazione del Piemonte; Dark Mountain racconta le oscure leggende di spiriti e demoni che circondano il Monte Musinè; I Died By The Mountainside (titolo di una mai pubblicata canzone dei Bathory, che inizialmente avrebbe dovuto essere inclusa in Hammerheart) racconta la morte di un guerriero in una non meglio specificata battaglia nei pressi delle oscure e fredde montagne, durante una notte d’inverno; Crystal Eyes è la storia di un uomo in viaggio, forse un guerriero o un avventuriero, che si ferma a riposare in una radura al tramonto, e scorge tra i raggi di luna una figura femminile, magari una ninfa o una fata dei boschi, e se ne innamora; The Trail Of Ice è stata ispirata da un romanzo che lessi qualche anno fa sull’antica Roma, in cui ad un certo punto un messaggero deve partire per recapitare un messaggio importante, e attraversa a cavallo, durante la notte, i sentieri innevati delle montagne nel Nord Italia; Mountain Soul è la storia di qualcuno che scala una montagna per ritrovare sé stesso, e giunto in cima, dinanzi ai paesaggi spettacolari, si sente finalmente libero; The Lake Of Witches è una leggenda di queste terre, precisamente legata al cosiddetto Lago delle Streghe presso l’Alpe Devero, secondo la quale una giovane tradita dal suo amato chiede a una strega di riaverlo indietro per sé, e allora le due si incamminano in una grotta, dove la strega chiede alla giovane di osservare in una piccola pozza di acqua cristallina e di scegliere tra l’amore mortale del suo amato o l’eterna bellezza degli Dei. La ragazza sceglie gli Dei e danza con le streghe della caverna attorno al fuoco, la grotta svanisce e al suo posto rimane un lago di acqua purissima. Infine, The King Of Stone è a proposito del Monviso, la Montagna per eccellenza del Piemonte, il Re di Pietra, appunto, ne descrive l’imponenza e ne racconta alcune leggende, tra cui quella della sua antica maledizione: chi avesse osato scalarne la cima, non avrebbe mai più fatto ritorno.

Crystal Eyes è diversa da tutte le altre canzoni di Pedemontium, una sorta di power ballad piazzata sapientemente a metà scaletta. Ti è piaciuto comporla e pensi che ci saranno canzoni nello stesso stile in futuro?

Ti ricordi Ring Of Gold dei Bathory? É una traccia di Nordland I, una folk ballad, come Crystal Eyes. La canzone parlava di un guerriero vichingo che, prima di partire per i suoi lunghi viaggi, dona un anello alla sua amata perché essi siano sempre uniti. Era una bella storia e così ne ho scritta una simile, riadattata al contesto di queste terre, e come ho scritto nel libretto del CD, è dedicata un po’ a tutti coloro che vi si rispecchino, che questa storia la sentano vicina a loro stessi. Ma per raccontare una storia del genere non puoi usare grida sguaiate e chitarre distorte, hai bisogno di una voce chiara e melodica, di una chitarra acustica e di una sonorità e atmosfera più sognanti. Ci sono fino a cinque o sei tracce di chitarra che suonano in contemporanea su questa canzone, e poi effetti sonori, tastiere, cori e strumenti folk, e anche un assolo di elettrica alla fine. La musica folk è molto bella e la sua sonorità sognante e malinconica mi piace molto, mi piace sia ascoltarla che comporla, ci sono quasi sempre brani o intermezzi acustici sui miei dischi e credo che sarà una strada che continuerò a percorrere.

Metal bathoriano e Bach: sembra ormai che tu ci abbia preso gusto. E devo dire che il connubio funziona molto bene!

Bach è stato il primo metallaro della storia! E a dirla tutta, tantissima musica classica va davvero a braccetto con la musica metal. Non so se hai mai assistito ad un concerto d’organo a canne, ha un timbro e un suono potentissimi, da far vibrare la sedia su cui sei seduto. É uno dei miei strumenti in assoluto preferiti e mi piace incorporarlo nella mia musica, credo infatti che continuerò ad adoperarlo nei lavori successivi. Lo dico senza vergogna, credo che ci siano più energia e maestosità in un concerto d’organo classico che in quasi tutti i concerti Metal nel pub sotto casa. Ascolta il Preludio e Fuga in La Minore, BWV 543, per capire cosa intendo. Il finale mi fa venire i brividi ogni volta per la sua imponente intensità. Mi esalta molto di più ascoltare un’esecuzione organistica di un pezzo di Bach da parte di un bravo organista e in una sala da concerto con un’ottima acustica, piuttosto che tornare a casa alle tre di notte dopo aver passato la serata in un localino rock/metal con le orecchie che fischiano e la testa che fa male, magari dopo aver beccato la serata sfortunata in cui i gruppi che suonano sono sbronzi marci e sia l’esecuzione che il sound fanno schifo. É divertente una volta ogni tanto, ti fai una birra con gli amici e ti diverti. Ma in generale, la musica preferisco ascoltarla su un CD, dove la produzione e l’esecuzione sono migliori, questo mi permette di viaggiare con la mente e con l’immaginazione. E se devo assistere ad un concerto, preferisco che sia un concerto di musica classica. Aggiungo un’eccezione, qualche anno fa ho visto i Nightwish, e sono fenomenali dal vivo. Ma d’altronde, oltre ad essere musicisti stagionati ed eccellenti, suonano in grandi arene e hanno una equipe di tecnici del suono smisurata, che gli permette una resa magnifica, come del resto tutti i gruppi di un certo calibro.

Quale strumentazione hai utilizzato per registrare e produrre Pedemontium?

Dunque, partiamo dalle chitarre… Ho adoperato la mia Ibanez JS-140 in colore bianco per le parti elettriche (a differenza degli altri dischi su cui ho suonato la mia Washburn CS-780 in finitura nera), l’acustica invece è una Stagg A-2006 CS. Il basso che ho usato è un Ibanez Soundgear SR500. Le parti di tastiera sono state fatte con strumenti virtuali MIDI o con una tastiera sintetizzatore Roland D-10. Inoltre, le parti di mandolino le ho registrate con un mandolino Harley Benton. I miei amplificatori sono Rocktron e Marshall, su Pedemontium in particolare ho usato un Rocktron Piranha. Mi piace il sound vecchia scuola, non il sound “standard” di molte chitarre metal moderne che sembra uscire da un reparto di chirurgia plastica piuttosto che da uno studio di registrazione, dato che utilizzano tutti gli stessi vst (virtual studio technology, ndMF) e gli stessi preset! La batteria su questo lavoro è ancora una drum machine, spero di riuscire a cambiare questo aspetto presto. Le voci e gli strumenti microfonati sono stati registrati usando un unico microfono, un tradizionalissimo Shure SM58. La registrazione è stata fatta in digitale e quindi anche il missaggio e mastering sono stati fatti tramite una DAW. Al di là della strumentazione, una parte molto importante del sound pieno e avvolgente è la sovrapposizione “a strati” di tanti strumenti e tracce diverse. Nei cori ci sono fino a 10 tracce vocali che eseguono linee melodiche diverse, spesso le tastiere accompagnano le chitarre, la mia chitarra è accordata in modo da poter suonare power chord pieni in distorsione su due ottave invece che una sola, l’elettrica ritmica è spesso coadiuvata da una o più linee melodiche o da mandolino e chitarre acustiche, e così via. Tutto questo è un aspetto fondamentale del sound che esce alla fine dalle casse.

Dovendo consigliare qualche luogo imperdibile della tua regione, quali segnaleresti?

Primo su tutti quello che ho scelto come protagonista della copertina del CD, il Monviso. La leggenda vuole che sia un antico e potente Re, tramutato in pietra dall’ira degli Dei. Le popolazioni antiche lo temevano e ne avevano molto rispetto, e ti assicuro che osservarlo da vicino, e trovarsi al suo cospetto per così dire, è un’esperienza indescrivibile, ti sembra davvero di trovarti al cospetto di un Dio, austero ed imponente. Sempre a riguardo di montagne, segnalo la Valle di Susa, che è ricchissima di paesaggi spettacolari e sentieri e percorsi anche in alta quota ma alla portata di chiunque sia abituato anche solo a passeggiare, e i rifugi sono davvero accoglienti e cucinano dell’ottimo cibo! Consiglio caldamente il rifugio Levi Molinari di cui ormai sono cliente abituale da anni, e anche i rifugi Amprimo e Toesca. Vale la pena visitare anche le langhe e i paesaggi collinari e pianeggianti, splendidi in particolare d’autunno, alcuni paesi che consiglio sono Santo Stefano Belbo e Moncucco, trovate trattorie tradizionali nei paraggi in cui si mangia benissimo e si beve ottimo vino. Alba è una cittadina che vale la pena visitare, inoltre se ci andate in Ottobre c’è la Sagra del Tartufo, una tappa lì non può mancare. Ovviamente, non può mancare nemmeno la visita a Torino, che è una città bellissima con moltissimi di luoghi interessanti, tra cui cito il Palazzo Reale, il Parco del Valentino, le piazze del Centro, la targa nei pressi dell’abitazione in cui visse Friedrich Nietzsche, e il meraviglioso colle di Superga. E se ascoltate black metal, come mi è già capitato di consigliare, fate assolutamente un salto da Pagan Moon! (storico negozio di dischi, ndMF)

Pensi che in futuro i tuoi precedenti lavori verranno stampati su cd, magari anche in piccole quantità?

Certamente, sarebbe un’ottima cosa e spero che si riesca a portare a termine. Odes in particolare merita una stampa. Molti nel mio pubblico lo considerano il mio disco più riuscito finora, e credo che avrebbero piacere di possederne una copia fisica.

Ho visto che c’è una sorta di “gemellaggio” con Drakhen dei Bloodshed Walhalla: è un’intesa particolare tra one man band che adorano i Bathory? 🙂

Hahaha! Drakhen l’ho conosciuto un annetto fa dopo la mia prima apparizione su Mister Folk Compilation, è una persona magnifica, spesso ci sentiamo e ci scambiamo pareri, consigli, eccetera… Diciamo di sì, potrebbe essere una sorta di fratellanza sotto il segno di Quorthon e dei Bathory!

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo?

Oh… Ultimamente, ascolto moltissimo i Windir, Arntor è un capolavoro. Sempre nell’area metal, sto ascoltando più che altro black metal dalla seconda ondata in avanti, da gruppi storici come Mayhem e Burzum a gruppi giovani e meno conosciuti come Durbatuluk. Un CD che ho preso recentemente, che mi è piaciuto tantissimo e che consiglio a tutti è Antzaat – For You Men Who Gaze Into The Sun. Ogni tanto, ovviamente, qualcosa di Quorthon o dei Bathory finisce sempre nei miei ascolti! Ma non mi fermo qui, sto ascoltando ovviamente molto Bach e altra classica, poi Branduardi, musica ambient, musica sperimentale, chitarra spagnola… è necessario per rinfrescare un po’ la mente e “staccare” dalle solite soluzioni musicali e sonorità a cui sei abituato. Anche musica folk tradizionale, una delle mie canzoni preferite ultimamente è la svedese Hårgalåten. Sono anche iscritto al canale Black Metal Promotion e faccio parte del suo server su Discord, quando capita ascolto una live-stream dei dischi nuovi che pubblica.

Siamo giunti al termine della chiacchierata: vuoi aggiungere qualcosa?

Un saluto a te Mister, e ringrazio tutti coloro che hanno letto questa intervista, che hanno ascoltato o comprato il nuovo album, tutti coloro che mi scrivono e che supportano in qualche modo il progetto. Siete i migliori, ragazzi! Tenete a cuore il metal, e rimanete in linea per le novità con Apocalypse. Hail the Hordes!

Intervista: Shores Of Null

Ci sono poche realtà nell’attuale scena metal in grado di proseguire il percorso musicale iniziato con il primo disco e portarlo avanti con novità e voglia di evolversi senza per questo snaturare il proprio suono. Gli Shores Of Null arrivano con Beyond the Shores (On Death and Dying) al terzo disco, quello che una volta si diceva essere “della maturità”, e lo fanno con la faccia tosta di chi sa di avere tra le mani qualcosa di veramente eccezionale: un full-length composto da una sola canzone dalla durata totale di oltre trentotto minuti. Se musicalmente la formazione romana/abruzzese aveva già fatto gioire gli amanti del gothic/doom metal con i primi due lavori Quiescence e Black Drapes for Tomorrow, con Beyond The Shores (On Death and Dying) la band che vede Davide Straccione alla voce si è superata con un concept profondo, toccante ed emotivamente forte, andando a toccare quello che forse è l’ultimo tabù della società occidentale, ovvero quello della morte. La base è affidata allo studio de “Le cinque fasi dell’elaborazione del lutto” della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross; non solo gli Shores Of Null hanno realizzato una grande, affascinante canzone che non stanca nemmeno dopo ripetuti ascolti, ma sono stati in grado di incastrare parole e musica con maestria evitando i facili cliché nel testo e dando grande enfasi quando le parole lo richiedevano. A completare lo sforzo creativo, e per rendere il discorso artistico ancora più esauriente, gli Shores Of Null hanno realizzato insieme alla crew di Sanda Movies il videoclip/corto per la canzone, con immagini bellissime e struggenti al tempo stesso. Insomma, non si sta parlando della classica metal band che realizza il “classico” album, ma siamo al cospetto di un gruppo musicale in possesso di quel qualcosa in più che lo rende speciale.

Dopo essermi appassionato alla musica, il video mi ha letteralmente emozionato e non potevo non contattare la band per la chiacchierata che potete leggere qui sotto. Buona lettura!

Quando ho saputo che il vostro disco avrebbe contenuto una sola canzone dalla durata di quaranta minuti ho subito pensato a Crimson degli Edge Of Sanity. Riconosco che sia un pensiero che può avere chi si aggira sui quarant’anni, è stato così pure per voi?

Matteo: Io ne ho 30, e ho avuto quasi lo stesso pensiero! Ovviamente parliamo di un disco diversissimo rispetto a Crimson, ma in generale per me è stato bello unirsi a questo gruppo ristretto di dischi mono-traccia, per cui fra l’altro ho un debole. Tra i miei preferiti, oltre a Crimson c’è sicuramente anche Light Of Day, Day Of Darkness dei Green Carnation. Avvicinandoci sia in termini temporali che di sonorità, sicuramente nel gruppo abbiamo tutti apprezzato anche Winter’s Gate degli Insomnium. Comunque sono stati pensieri successivi alla composizione, non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo di voler comporre un disco di questo tipo.

Mi piacerebbe sapere come è nato il disco/canzone. Non credo che vi siate messi a tavolino dicendo “facciamo una canzone lunga quanto un cd”, ma che questa sia “cresciuta” col tempo fino ad arrivare alla durata finale. Come sono andate le cose?

Matteo: Esatto. Come dicevo prima, non eravamo partiti con l’intenzione di comporre un disco di una singola traccia, però c’era la volontà, anche per beghe contrattuali con la nostra vecchia etichetta (Candlelight/Spinefarm) che in quel periodo ci stava tenendo completamente bloccati, di fare qualcosa di molto diverso e sperimentale. Avevamo già un altro disco completamente registrato infatti, a cui però volevamo che fosse riservato un trattamento promozionale diverso rispetto a quello pessimo ricevuto da Black Drapes For Tomorrow. Così l’idea di liberarci di questi vincoli con un disco ‘extra’, l’ultimo che avremmo dovuto pubblicare con la vecchia etichetta, per poi cercare qualcosa di meglio con il quarto disco. Alla fine in realtà  siamo comunque riusciti a divincolarci dalla situazione in cui ci trovavamo, anche perché una volta finito ci siamo resi conto di amare alla follia questo disco che doveva essere solo un esperimento, e abbiamo voluto dedicarci ad esso con tutto l’impegno possibile.

Il testo è ispirato al lavoro della psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross e in particolare “le cinque fasi dell’elaborazione del lutto”, ovvero le diverse fasi mentali che vivono le persone alle quali è stata diagnosticata una malattia terminale, ma anche le persone che stanno per perdere un proprio caro. Detto che il tema si presta benissimo alla vostra musica e tornando “seri”, qualcuno di voi ha studiato questo argomenti e il lavoro della Kubler-Ross?

Davide: Nessuno di noi è uno studioso della materia ma è un concetto che ci ha particolarmente affascinato, data la struttura dilatata del brano pensavamo si potesse prestare bene ad un approccio più narrativo. Ho scritto il testo focalizzando l’attenzione sulle sensazioni della persona morente, dalla fase di negazione a quella dell’accettazione finale. È un lungo e doloroso viaggio e ci piaceva rappresentarlo a modo nostro, prendendo la morte e il morire da un’angolazione diversa.

L’elaborazione del lutto è un meccanismo difficile e doloroso, ma anche estremamente affascinante per capire e conoscere meglio noi stessi e le persone che ci stanno attorno. Come e a chi è venuta l’idea di questo concept?

Davide: Ricordo che mentre il brano stava prendendo forma Gabriele mi suggerì di basare il testo sul lavoro della Kübler-Ross, in particolare sul suo libro del 1969 “La morte e il morire” (“On Death And Dying” in inglese, così come il sottotitolo del nostro disco). Così mi sono messo subito alla ricerca e ho letto il libro, uno studio fatto di interviste a malati terminali, estremamente innovativo per l’epoca, grazie alle quali la Kübler-Ross riesce a formulare le cinque fasi del lutto. Se te lo stai chiedendo, non ci sono stati lutti che hanno influenzato la scrittura, ma è innegabile che noi, in quanto esseri umani, non siamo e non saremo mai pronti ad affrontare la morte senza sofferenza, inoltre col passare degli anni ci troviamo a doverci confrontare con questo argomento sempre di più, il che ci ricorda la fragilità dell’esistenza.

Musicalmente la canzone è estremamente varia e ricca di spunti particolari, come l’utilizzo del pianoforte e del violino, ma è sempre ben presente il vostro marchio di fabbrica che fa dire “questi sono gli Shores Of Null”. L’idea di stare attenti per quaranta minuti consecutivi può spaventare, ma ascoltando la vostra musica non è per niente difficile e una volta terminato l’ascolto si riparte con un nuovo play. A tal proposito avevate “paura” di osare troppo e di chiedere uno sforzo insolito agli ascoltatori?

Matteo: Eravamo consapevoli che dal punto di vista commerciale e promozionale, tutto questo non avrebbe sicuramente giocato a nostro favore. La soglia di attenzione delle persone, come dimostra il funzionamento dei più moderni social network (TikTok ad esempio), è estremamente bassa, e pretendere che l’ascoltatore abbia 40 minuti di tempo da dedicarci è un qualcosa di rischioso ed ambizioso. Anche dal punto di vista dei servizi musicali di streaming come Spotify, l’idea non va di certo a nostro vantaggio: è infatti quasi impossibile venire inseriti in una playlist editoriale (quelle con centinaia di migliaia di followers, per intenderci) con una traccia di 40 minuti. Inoltre, anche se una persona dovesse ascoltare per intero il disco, verrebbe conteggiato un ascolto, mentre nel caso di un disco normale con una decina di tracce, ne verrebbero conteggiati dieci. C’è da dire però che per tutti la musica è stata sempre la cosa più importante, quindi non limiteremmo mai uno sviluppo compositivo solo per logiche di mercato. Questo allo stesso tempo non significa che ignoriamo queste logiche, anzi. Questo è il disco in cui lo sforzo promozionale profuso sia da noi come band che da Spikerot come etichetta è stato sicuramente il più alto della nostra vita come Shores Of Null, e i risultati sembrano incoraggianti. Tanto per tornare a Spotify, siamo passati da una media di 300 ascoltatori mensili ad una di 10000.

Quando vi ho visto la prima volta in concerto e non sapendo che tipo di musica aspettarmi, un’amica mi disse “un incrocio tra Enslaved e vecchi Opeth”. Queste band sono state importanti per la vostra formazione musicale? Ascoltando però Beyond The Shores (On Death And Dying) che è il vostro terzo studio album, mi sono venuti in mente i My Dying Bride per l’utilizzo di alcune melodie delle chitarre e i vecchi Katatonia per le atmosfere tetre in alcuni punti. Secondo il mio modesto parere, però, tutto il disco suona col vostro sound e credo che questa sia una cosa importantissima.

Matteo: Ho sempre visto questo gruppo come un mix tra diverse correnti. Quella gothic-doom, (Katatonia, Paradise Lost, My Dying Bride), quella del black metal più melodico (moderni Enslaved, Borknagar) e quella del death melodico (à la Dark Tranquillity per capirci). Non ci paragonerei agli Opeth dell’epoca death metal se non nella cupezza delle atmosfere, vista la differenze sia nelle strutture che nell’aspetto più prog delle loro composizioni, che sono sicuramente più tecniche delle nostre. Con questo album abbiamo virato decisamente più verso la prima di queste correnti, quindi su un doom più lento e dilatato, ma penso sia corretto quello che dici rispetto a una continua presenza di fondo del nostro sound, anche perché un disco di quasi 40 minuti a mio parere deve contenere una certa varietà al suo interno per non annoiare.

Nel disco ci sono molti ospiti e, non per togliere nulla agli altri, i più noti sono sicuramente Mikko Kotamäki (Swallow The Sun), Thomas A.G. Jensen (Saturnus) ed Elisabetta Marchetti (INNO). Come è avvenuta la scelta degli ospiti e avete pensato a loro nel momento della creazione delle parti musicali o una volta fatta la musica avete pensato “chi potrebbe starci bene”?

Matteo: La cosa è andata di pari passo con la composizione. Quando una parte della canzone veniva creata, spesso pensavamo subito a quale artista avrebbe potuto esaltarla. E’ stato così nel caso di tutti e tre i guest da te nominati. Siamo davvero contenti di averli non solo in piccole parti, ma in tutta la durata del componimento (come se fossero dei membri del gruppo a tutti gli effetti), e che abbiano accettato di volare direttamente in Italia per realizzare le composizioni vocali insieme a noi. E’ stato a tutti gli effetti un lavoro a più mani e il risultato ci soddisfa in toto.

I primi due lavori sono usciti per la Candelight Records, etichetta che è ben nota agli appassionati di metal. Il nuovo disco esce per la Spikerot Records, etichetta gestita dal vostro cantante Davide Staccione. Cosa vi ha spinto a pubblicare con un’etichetta “piccola” dopo aver lavorato con una storica? Forse la completa libertà per quel che riguarda tempistiche e promozione?

Matteo: Con Candlelight ci siamo trovati decisamente bene durante gli anni di Quiescence. Quando questa però fallì e fu inglobata da Spinefarm (sotto-etichetta della Universal) le cose cambiarono molto. Non solo la promozione del secondo disco fu completamente assente, ma l’etichetta stessa per gravi incapacità di gestione ci mise moltissimo i bastoni tra le ruote. Tanto per fare un esempio, la nostra musica e i nostri video venivano bloccati per motivi di copyright, comportando ritardi sulla pubblicazione letteralmente letali per la buona diffusione del disco. Non avevamo nessun tipo di controllo sulla nostra musica, e non potevamo farci niente, se non scrivere decine di mail a cui ricevevamo risposta  forse una volta su dieci, dopo settimane. Eravamo letteralmente bloccati. Per questo abbiamo preso la decisione di lasciare Candlelight/Spinefarm e accettare l’offerta di Spikerot, con cui abbiamo una collaborazione totale e contatti direttissimi, visto anche che il nostro Davide è uno dei soci. Abbiamo un controllo totale della nostra musica, ogni aspetto della promozione è coordinato, e come dicevo prima, i risultati si vedono.

Quando credi che il Covid-19 possa influenzare negativamente la buona riuscita di un album, visto che non è possibile promuoverlo dal vivo (e quindi fare girare il nome, ma anche incasso tra cd e magliette)? A tal proposito, farete qualcosa in streaming come fatto in estate dagli INNO?

Matteo: Sicuramente la influenza moltissimo. Oggi la maggior parte dei dischi che un artista al nostro livello riesce a vendere è ai concerti, e ovviamente anche andare in tour è il modo migliore per farsi conoscere. In questo periodo bisogna fare il 1000% per compensare questa situazione. Per quanto riguarda un live streaming, non è in programma, vista anche la situazione logistica della band. Tre componenti sono di Roma, Davide vive in Abruzzo, e io vivo in Olanda, il che crea chiaramente dei disagi vista la difficoltà di spostamento, ma non si sa mai.

Ho visto più volte il video/film (come lo vogliamo chiamare?) che avete realizzato e devo dire che mi sono emozionato ad ogni visione. Ne ho parlato con alcuni amici e tutti hanno avuto la stessa reazione, in particolare il ritornello “sit with me, hear the silence so loud”, con Davide all’interno del feretro che posa la mano all’altezza della mano della vedova… da lacrime. In realtà avrei diverse domande da fare, ma forse è meglio lasciare carta bianca a voi della band, con la libertà di raccontare tutto quello che desiderate sulla realizzazione di questo piccolo capolavoro.

Davide: come per ogni nostro video, dietro c’è Sanda Movies, ed in particolare Martina L. McLean, che su Beyond The Shores fa anche alcuni scream. Martina è abilissima ad assorbire le tematiche e a tradurle in immagini, ed in questo caso credo si sia superata: un video per un intero brano di quasi 40 minuti credo non sia mai stato concepito finora e chiaramente non è stata un’impresa facile. Salvo qualche imput da parte nostra, e da parte mia soprattutto per la scelta di parte delle location, tutto il lavoro è stato svolto da Sanda Movies, che ha ricamato una storia a dir poco da pelle d’oca. Il fatto di voler lasciare il testo in sovraimpressione è stata una scelta fatta all’ultimo, letteralmente pochi giorni prima di andare online, poiché ci siamo resi conto che, così facendo, si riuscisse ad apprezzare al meglio anche il video stesso, creando un tutt’uno tra musica, parole e immagini. Abbiamo inserito anche i sottotitoli in italiano, opzionali, per offrire la stessa esperienza “multisensoriale” anche a chi non padroneggia l’inglese. La scelta dei luoghi, la montagna, gli spazi aperti, il carro funebre, il cimitero, la vedova, tutto concorre a creare una visione della morte e del morire, delle sensazioni che essi portano con se, dell’impatto che questi eventi hanno su se stessi e sui propri cari.

Una volta entrati in studio avete registrato ben due dischi: il presente Beyond The Shores (On Death And Dying) e il successore. Anche se il nuovo Beyond The Shores è ancora freschissimo, si possono avere delle informazioni sul prossimo album? Non potevate fare come i Guns n’ Roses e pubblicare due dischi separati ma in contemporanea? Si scherza eh, anche gli Arstidir Lifsins hanno inciso due album nella stessa sessione in studio, ma i cd sono usciti a un anno di distanza per ovvi motivi…

Matteo: Non abbiamo mai considerato l’idea di pubblicare due dischi in contemporanea. Pensiamo che entrambi ne perderebbero in termini di attenzione ricevuta, e inoltre le spese per la produzione e la promozione di un disco sono davvero enormi, figuriamoci per due! Davvero non sarebbe stato possibile. Del disco futuro possiamo dire che sarà un disco standard rispetto alla struttura, quindi con più tracce, e che rappresenta una naturale evoluzione del nostro sound, dopo Quiescence e Black Drapes For Tomorrow.

Siamo arrivati alla fine dell’intervista. Intanto vi ringrazio per il vostro tempo e ci tengo a farvi di nuovo i complimenti per un disco davvero bello e profondo come poche volte capita di ascoltare. Volete aggiungere qualcosa?

Davide: Grazie mille per il supporto, spero piaccia anche ai lettori. Vi ricordiamo che potete trovare il nostro disco sia in cd che in vinile ma anche merch su Spikerot.com e su shoresofnull.bandcamp.com

In studio con Mikko Kotamäki degli Swallow The Sun e il produttore Marco “Cinghio” Mastrobuono

Intervista: Sur Austru

Il nuovo disco Obârşie conferma la bravura dei romeni Sur Austru: ma c’era bisogno di questo lavoro per saperlo? Il passato di Tibor Kati e soci parla da solo, così come Meteahna Timpurilor full-length di debutto risalente a due anni fa. L’uscita del nuovo cd è l’occasione per parlare con i musicisti e sapere come vanno le cose nella zona di Timisoara.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Benvenuti su Mister Folk! Per prima cosa complimenti per il nuovo Obârşie, un disco valido dal primo all’ultimo secondo e che in alcuni passaggi mi fa venire la pelle d’oca. In quale maniera avete lavorato al vostro secondo album? Il Covid-19 ha in qualche modo influenzato lo svolgimento delle prove o delle registrazioni?

Ciao! Siamo davvero felici che il nostro nuovo album ti piaccia, e che la nostra musica abbia toccato la tua anima! 🙂 Abbiamo composto questo album lo scorso anno, approfittando in qualche modo di questa pandemia. Tutti i nostri concerti, più le partecipazioni ai festival, erano stati cancellati, quindi abbiamo deciso di concentrarci sulla creazione di nuova musica. Abbiamo lavorato sui brani da casa, per la composizione e tutte le varie prove; quando il lockdown è terminato, siamo entrati in studio e abbiamo registrato il tutto.

La parola Obârşie in romeno ha un significato profondo: mi piacerebbe che ce ne parlaste per permetterci di capire appieno cosa intendete voi per Obârşie.

Obârşie è un concept album (pensato per essere il primo di una trilogia): i brani sono legati insieme da un unico filo conduttore, e il miglior modo per apprezzarlo fino in fondo, a livello sonoro e testuale, è ascoltarlo tutto d’un fiato! La parola Obârşie significa “origine”, che si tratti di una sorgente di montagna o di una cerimonia di iniziazione.

Obârşie è la trasposizione musicale del vostro modo di vedere il mito dei Solomonari: volete parlare di questi personaggi poco conosciuti in Italia, ma che destano curiosità?

Con Obârşie manteniamo la nostra visione e interpretazione del mito dei Solomonari, le entità magiche che controllano la pioggia, il tuono e il vento, che possono scatenare tempeste e guarire le anime perdute. I Solomonari venivano ingaggiati dal popolo: erano esperti di arti magiche, in grado di comprendere il linguaggio degli animali e di cavalcare draghi. La tradizione vuole che siano poi divenuti gli apprendisti del Diavolo, sia nel caso in cui fosse stato egli stesso ad istruirli, sia che fossero semplicemente i suoi servitori.

Musica e folklore: in quale maniera vi siete avvicinati al metal estremo e ai racconti folkloristici? Nel mio immaginario c’è qualcuno della famiglia che quando eravate piccoli vi racconta storie e leggende locali e la cosa vi ha segnato fino al punto da portare in musica queste leggende. Come sono andate le cose?

La nostra musica è fortemente influenzata dal folklore romeno: a livello testuale, contiene la nostra personale interpretazione di miti, leggende e tradizioni locali; a livello musicale, per via dell’utilizzo di strumenti sacri tradizionali. Tutto ciò fa parte della nostra cultura, qui in Transilvania. Dato che amiamo il metal e siamo cresciuti ascoltandolo, ci è venuto naturale unire questi due elementi e aggiungere quanti più “aromi” possibili, per creare l’atmosfera caratteristica dei Sur Austru. Non posso dire che ci siano state raccontate molte storie riguardo il nostro folklore locale, quando eravamo bambini…credo che preferissimo “Tom & Jerry”. Ma più diventavamo grandi, più a sua volta cresceva il nostro interesse nei confronti di antichi miti e leggende. Tutto ciò ci ha aiutati a comprendere meglio le nostre origini, e a maturare a livello individuale.

Ho notato che nel nuovo lavoro è presente in maniera massiccia la voce pulita: una scelta prettamente musicale? Tra l’altro, così facendo, quando i ritmi si fanno serrati e il cantato diventa growl c’è una forte rottura e le parti estreme delle vostre canzoni risaltano maggiormente.

Abbiamo sempre guardato con grande attenzione alle parti cantate, ma in Obârşie abbiamo voluto spingerci oltre i limiti, e credo che il risultato finale sia soddisfacente. Il growl è profondo, mentre il cantato pulito e i cori sono… inquietanti. In questo caso, i suoni provenienti dai vari strumenti e le voci si combinano, idealmente si mescolano insieme, e conducono al risultato finale.

Con i Negură Bunget avete fatto uscire i dischi con il bellissimo formato 28×28 con diversi dischi e una marea di pagine con foto, informazioni e testi. Devo ammettere che per i dischi di Sur Austru mi aspettavo qualcosa di particolare, almeno un box in legno e cose così. Come mai la decisione di pubblicare cd e vinili in maniera canonica? Forse per focalizzare maggiormente l’attenzione degli ascoltatori sulla musica? Oppure è un semplice discorso economico?

Beh, sai bene che i Negură Bunget erano un nome piuttosto famoso nella scena metal, con numerosi album pubblicati in 25 anni di attività. Dopo molti anni, e molti album, hanno avuto la possibilità di pubblicare simili edizioni deluxe delle loro release. Crediamo che per una band agli esordi, come i Sur Austru, le edizioni attuali siano più che sufficienti: abbiamo entrambi i nostri album in formato vinile (sia nero, sia a colori) pressati a 45 RPM, per gli ascoltatori più esigenti, e anche i CD hanno un aspetto molto “affascinante”.

A proposito della grafica dei dischi, volevo dire che il “taglio” centrale delle copertine è davvero bello e a memoria non ricordo di aver visto qualcosa di simile? C’è qualche storia dietro a questa idea, tipo che la parte mancante può essere vista come una porta d’ingresso al mondo Sur Austru?

Abbiamo dato un’attenzione particolare all’artwork dell’album, e alla fine siamo giunti all’idea che ha portato alla creazione di questa edizione deluxe in digipack, con un DIE-CUT nella parte frontale della copertina e un UV spot. In realtà, ci sei andato molto vicino… è una sorta di “portale”, che permette di guardare dall’esterno (cioè il mondo reale) verso l’interno (ovvero, il mondo dei Sur Austru, pieno di magia e mistero).

Ho visto i video del concerto con l’orchestra filarmonica Arad: se non fosse stato per il maltempo sarebbe stata una bellissima serata! Siete soddisfatti dell’esperienza e ci saranno nuove occasioni in futuro? Pensavo che il dvd del concerto potrebbe essere un buon bonus per una prossima uscita.

Il nostro progetto più ambizioso prevedeva di suonare tutto il nostro album di debutto in presenza di un’orchestra e di un coro completi (per un totale di più di 80 musicisti coinvolti). Ci siamo imposti degli standard molto elevati, abbiamo concepito il progetto “Su Austru Simfonic” e lo abbiamo realizzato in una tempestosa notte d’estate. È stata un’esperienza trascendentale, sia per noi, sia per il pubblico! La pioggia era lo scenario perfetto per una performance indimenticabile.

Tempo fa avete scritto su Facebook che ci sarebbe stato il terzo e ultimo disco dei Negură Bunget riguardante la Trilogia Transilvana. Come stanno procedendo i lavori e si ha idea di quando lo potremo ascoltare?

Tutto ciò che rappresenta il nome e l’eredità dei Negură Bunget appartiene alla moglie di Negru, compresa la pagina Facebook e i relativi annunci. Sappiamo che la terza parte della Trilogia è pronta, ed è la label che deciderà la data di uscita.

Nella recensione ho scritto che la vostra musica fa venire voglia di conoscere la Romania e la vostra zona in particolare. Dovete sapere che per i miei 40 anni stavo programmando un viaggio in Romania per visitare Timisoara e i luoghi bellissimi visti in foto su Tau e Zi (ho gli artbook). Il Covid-19 ha purtroppo bloccato tutto, ma mi piacerebbe sapere cosa voi consigliate di visitare assolutamente in caso di viaggio dalle parti di Timisoara.

In realtà noi proveniamo da Arad, una città vicina a Timisoara. Siamo “vicini” del Banat, ma se mai viaggiassi dalle nostre parti, sarebbe bello prenderci una birra insieme, e magari anche della țuică. (chiaramente non vedo l’ora! ndMF)

Com’è la situazione in Romania a proposito del Covid-19? Come state affrontando questo momento di fermo, almeno per quel che riguarda i concerti?

Temo che la situazione stia peggiorando, la terza ondata è in arrivo anche qui, cercheremo di restare in salute, nel corpo e nello spirito. E per i live, nella seconda metà dell’anno forse sarà possibile farli di nuovo, staremo a vedere…

Grazie per questa intervista e complimenti per i dischi pubblicati! Volete aggiungere qualcosa per i lettori del sito?

Grazie a te per il tuo interesse! Abbi cura di te e continua ad ascoltare buona musica, aiuta sempre 🙂 A presto!

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! First of all, congratulations for your new work Obârşie, a really valiant album from the beginning to the end: some passages really gave me goosebumps. How did you work on your second full – length? Has the ongoing pandemic influenced your rehearsals or the recording process?

Hello Mr. Folk ! We’re glad that you like our new album “Obârşie” and that our music is touching your soul 🙂 We must say that we did somehow take advantage from this pandemic and did compose this album last year. All our concerts and festivals were canceled so we decided to focus on making new music. We worked, composed and practiced the songs from home and when the lock down was over, we entered the studio and recorded everything.

The Romanian word Obârşie has a really deep meaning: I would like you to talk about it, in order to allow us to better figure out your idea about this concept.

“Obarsie” is a conceptual work (planned to be the first from a trilogy), songs are bound together and the best way to enjoy it, both sonically and texturally, is listening to it in the same breath! “Obarsie” means origin, whether it is the source of water in the mountain or it can be an initiation ceremony.

Obârşie represents the musical transposition of your own personal view about the myth of Solomonar. Would you like to tell us more about these characters, who arouse a lot of curiosity, despite being almost unknown in Italy?

With Obârşie we continue with our vision and interpretation of the myth of “Solomonari”, the magical entities, who summon rain, thunder and wind, who can raise storms and heal lost souls. “The Solomonari” are recruited from the people, they are taught their magic and the speech of animals and become capable of riding the dragons. Tradition says they became the Devil’s apprentices, either being instructed by him, or becoming a servant to his commands.

Music and folklore: how did you approach to extreme metal music and folk tales? In my personal image, some members of your families told you local stories and legends when you were children, and you were so touched that you decided to put all of this into music. Did things go this way?

Our music is strongly influenced by Romanian folklore, lyrically by our interpretations of old myths, legends and local lore, and musically by using old traditional and sacred instruments. It is part of our culture here in Transylvania. As we also love metal and we grew up with it, it came natural to mix these two elements and to add as much “spices as we could to create Sur Austru’s atmosphere. I can’t say that we were told so much stories about our folklore when we were kids, I guess we always prefered Tom and Jerry … but as we matured, so did the interest in old legends and myths grew. It also helped us to undestand our origins better and to develop as individuals.

I have noticed that clean vocals are a really strong presence in your last work: is it a strictly musical choice? Among other things, in this way an evident breakdown occurs when rhythm becomes faster and vocals turn to growl. As a result, also the extreme sections of your music are enhanced.

We always were taking the vocal parts very seriously, but with “Obarsie” we ‘pushed’ our limits and I think the results are satisfying. The growling is deep and the clean voices and choruses are haunting. In this case, the combination of sounds from many instruments and the voices blends ideally together and it delivers the final result.

With Negură Bunget, you released your full-lengths in an amazing 28×28 size, including albums, photos, info and lyrics. I admit that I expected something unusual about Sur Austru’s releases, for example a packaging in the shape of a wooden box, or sort of thing. Why have you decided to release your CDs and vinyls with a “canonical” appearance? Perhaps you made this choice to lead listeners to focus more on music, or is it just a matter of lower production costs?

Well, you know that Negura Bunget was a quite big name in the metal scene, with many albums in its almost 25 years activity . After many years and albums they did manage to release such deluxe boxes and editions of their releases … We think that for a debutant band as Sur Austru, our edition are more than accomplished , we have both our albums on vinyl (black and coloured) pressed at 45 RPM for best audiophile listening and the CD’s have also a ‘charming’ presentation.

About the albums’ graphics, I would like to tell you that the idea of putting a “cut” image at the center of the cover is really interesting, in my opinion; according to my memory, I haven’t seen something similar before. Is there any particular reason behind this idea? For example, maybe this “missing part” can be considered as a sort of “gate” on Sur Austru’s world?

We gave a special attention to the artwork of the album and we came up with the idea of this deluxe digipack edition with DIE-CUT front and UV spot. Actually you are pretty close … it is a ‘gate’ where you can look from the outside (the real and actual world) into inside (Sur Austru’s own realm of magic and mistery).

I have watched the videos filmed during your concert with Arad Philharmonic Orchestra: it would certainly have been a great evening, if it were not for the bad weather! Are you satisfied with that experience? Will there be any other occasions in the future? Personally, I think that a DVD of that concert might be a good bonus for your next release.

Our most ambitious project was to play the debut album with a full orchestra and full choir (with more than 80 musicians involved). The standards we set for ourselves were very high, so “SUR Austru Simfonic” project was conceived and it did happen on a stormy summer night. It was a transcendental experience for both the public and us ! The rain was just the perfect setup for an unforgettable performance. We might consider to release it as a DVD in the future.

Some time ago you published a post on your Facebook page, saying that the third and last part of Negură Bunget’s Transylvanian Trilogy will be released. How is work progressing? Is there a possible release date already?

Everything that represents the name and the legacy of “Negura Bunget” belongs to Negru’s wife, also the Facebook page and all its announcements. We know that the last part of the Trilogy is done and it’s the label choice if and when it will be released.

In my review I wrote that your music invites listeners to discover more about Romania, especially your region, the Banat. I was planning a trip to Romania to celebrate my 40th birthday: the itinerary would have included Timisoara and all the wonderful places represented in Tau e Zi photos (yes, I have the artbooks!). Unfortunately, Covid-19 ruined all my plans, but I would like to ask you for some recommendations about special places to visit in Timisoara.

Actually we are from Arad, a city near Timisoara. We are neighbours with the region of Banat, but if you manage to travel in this part of the world, we’ll love to have a beer and maybe some ‘tuica’ together.

How is the situation in Romania, speaking of the pandemic? How are you dealing with it, especially regarding the block on live shows?

The situation it’s getting worse I think, the third wave it’s almost here also, we’ll try to stay healthy in body and spirit. As for the live shows, I think maybe in the second half of the year it will be possible, we’ll see…

Thank you very much for this interview, and congratulations for your amazing work! Would you like to add something for our readers?

Thank you for your interest ! Take care and listen to good music, it always helps 🙂 Cheers !

Intervista: Hand Of Kalliach

John e Sophie sono marito e moglie e hanno dato vita al progetto Hand Of Kalliach: la coppia scozzese ha da poco realizzato l’EP Shade Beyond, quale occasione migliore, quindi, per scambiare due chiacchiere con i musicisti di Edimburgo? Al centro dell’intervista, chiaramente, il primo lavoro in studio tra musica, influenze e testi. Buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Benvenuti su Mister Folk! Iniziamo parlando della nascita della band: sappiamo che siete marito e moglie, vorrei quindi chiedervi quando avete deciso di suonare insieme e, tingiamo questa pagina di “rosa”, come vi siete conosciuti e se la musica c’entra qualcosa con il vostro incontro.

John: Grazie a te per averci accolti! Entrambi abbiamo suonato insieme per alcuni anni, semplicemente in casa, ma la scorsa estate, durante il lockdown del Regno Unito causato dalla pandemia di COVID – 19, abbiamo iniziato seriamente a scrivere musica. Abbiamo parlato di questo progetto per diverso tempo, e le restrizioni hanno funto da stimolo per realizzarlo.

Sophie: In realtà ci conosciamo sin dai tempi della scuola, anche se più avanti ci vedevamo meno di frequente. La passione per il metal è qualcosa che abbiamo sempre condiviso, e già a quei tempi ne parlavamo moltissimo!

Avete scelto il nome Hand Of Kalliach: cosa significa e perché questa scelta?

Sophie: “Kalliach” è un gioco di parole su “Cailleach”, che è il nome di un’antica divinità scozzese (una strega divina) legata all’inverno. Nella mitologia scozzese, la leggenda narra che questa strega viva in fondo a un enorme gorgo (chiamato Corryvreckan, il terzo più grande del mondo) al largo della costa dell’Isola di Islay, da cui provengono alcuni membri della famiglia di John.

John: Una leggenda narra che la strega emerga dal vortice per accompagnare l’inverno, e nel folklore assume numerose connotazioni negative; ma a parte questo, è anche una divinità creatrice, e la nostra musica si incentra proprio su questo dualismo tra benevolenza e malevolenza, oltre che sulla storia, sulla mitologia e sui paesaggi delle isole scozzesi. Ma l’idea dell’ “antica divinità dell’inverno che vive sotto il grande vortice”… mi è sempre sembrata piuttosto metal, anche quando ero ormai cresciuto!

La vostra musica è di difficile collocazione: credo che sia una caratteristica che abbiate in un certo senso cercato, ma vorrei chiedervi come descrivereste la vostra proposta a chi non ha mai avuto modo di ascoltarvi.

John: Decisamente era questo il nostro intento, ciò che volevamo fare era mescolare parti del folklore scozzese assieme ad elementi di sottogeneri metal che apprezziamo particolarmente, e che meglio si adattano alle melodie celtiche da cui partiamo. In origine definivamo il nostro genere semplicemente come “Celtic Metal”, ma ci sono giunti vari commenti in cui gli ascoltatori lo hanno definito folk, death, black, prog…e la lista potrebbe allungarsi!

Sophie: Markus di MetalMessage, che ha gentilmente lavorato con noi, era un grande fan del nostro genere, e ci suggerì la definizione “Atmospheric Celtic Metal”, che in realtà ci piace molto: l’atmosfera e le influenze scozzesi sono esattamente ciò che vogliamo catturare assieme al suono, dunque l’utilizzo di elementi melo/death/black aggiunge corposità al tutto.

Nell’EP Shade Beyond ci sono molte chitarre e pochissimo spazio agli strumenti tradizionali. Una scelta chiara a livello stilistico, dettata da quale volontà?

John: Hai assolutamente centrato il punto, abbiamo scelto appositamente di utilizzare al minimo gli strumenti tradizionali. Gli elementi chiave che abbiamo estrapolato dalla musica folk scozzese sono le strutture estremamente melodiche, le chiavi, i ritmi e le indicazioni dei tempi. Sebbene apprezziamo molto l’utilizzo degli strumenti tradizionali in gran parte del folk metal contemporaneo, nella nostra musica adattiamo i ritmi e le melodie del nostro folklore alle chitarre distorte. Per esempio, in Fathoms, la melodia principale è in realtà quella che si può ascoltare dalle cornamuse… ma noi pensiamo che si possa adattare molto bene a una chitarra distorta.

Sophie: Lo stesso avviene per la chitarra principale in Overwhelm: si tratta del tipo di melodia che viene suonata dal fiddle (il violino scozzese), riprodotta utilizzando la stessa chiave e lo stesso ritmo su una chitarra. Questo rende più potente e tagliente un suono che altrimenti risulterebbe quasi fatato, donandogli una nuova dimensione. Facciamo anche uso del gaelico scozzese, che è una lingua meravigliosa per il metal: ci sono moltissimi suoni gutturali che si adattano benissimo al nostro sound, quando John li urla!

Ci sono band che fanno largo uso di strumenti folk e che vi piacciono? Quali sono i gruppi che maggiormente vi hanno influenzato come musicisti e come Hand Of Kalliach?

John: Abbiamo gusti piuttosto ampi, che coprono sia numerosi sottogeneri metal e rock, sia il folk tradizionale. Per quanto riguarda il metal, sono un grande fan del melodic/technical death (in particolare sul tipo di In Flames e Fallujah), e sono molto ispirato da band come i Mastodon, che non rientrano in un unico genere: hanno creato un loro sound peculiare, mescolando tantissimi elementi e influenze diversi tra loro. Al di fuori del metal, ascolto un mix bizzarro di folk scozzese, downtempo, shoegaze… le mie playlist consigliate di Spotify a volte son un po’strambe!

Sophie: Io tendo di più verso un mix di speed e folk metal, come Primordial ed Eluveitie, anche se, all’infuori del metal, alcune delle mie band preferite si collocano maggiormente tra il folk e l’indie. La musica folk tradizionale è molto popolare in Scozia, e non c’è carenza di musica live a riguardo: questo ci ha ispirati nella scelta di utilizzare i suoi elementi nel nostro sound. Credo che la varietà stilistica nella nostra musica rifletta, probabilmente, le nostre diverse influenze.

La quarta canzone, White Horizon, suona inizialmente più leggera, con la voce di Sophie e un’atmosfera gothic che caratterizza questa composizione. Dell’EP è l’unica a suonare in questo modo: un esperimento, un’anticipazione sui prossimi lavori o un brano fine a sé stesso?

Sophie: Questo è un altro esempio in cui siamo partiti da una melodia tratta da un elemento del folk scozzese, in questo caso l’arpa celtica (tipicamente accompagnata da una voce femminile), e abbiamo poi costruito la canzone intorno ad essa. Mentre stavamo scrivendo la canzone, abbiamo pensato di passare la melodia interamente alla chitarra, come avvenuto per le altre tracce dell’EP, ma poi ci siamo resi conto che il suono dell’arpa si sposava benissimo con il vibrato e le chitarre black metal, creando l’atmosfera gotica e dark di cui parli, quindi abbiamo deciso di mantenerlo, per bilanciare il tutto.

John: Parlando della sequenza delle tracce, volevamo offrire un momento di “riflessione” dopo la seconda e la terza (piene di energia): la voce di Sophie, che intona le parti vocali iniziali seguendo un downtempo rallentato, contribuisce a questa atmosfera quasi ampia e rilassante. Ci piace molto il modo in cui cambia la dinamica dell’EP, e tornando all’ispirazione tratta dalla Cailleach, ricorda molto l’arrivo di un inverno oscuro, appena dopo una tempesta. Sebbene non possa risultare gradito a quegli ascoltatori che vorrebbero un suono categorizzato in maniera più rigorosa dai nostri lavori, vogliamo senza dubbio mantenere questo approccio, modificando il suono nel corso della registrazione, pur mantenendo un forte tema conduttore: dà sicuramente più ossigeno all’espressione.

Trovo la traccia conclusiva, In Tempest Wrought, la più interessante dell’EP, forse perché presenta a livello ritmico e musicale delle piccole novità che la rendono dinamica e sotto certi aspetti anche accattivante. Cosa pensate di quello che ho detto?

John: Sono davvero contento che tu la consideri come la più interessante, dato che è la mia preferita dell’EP! È stata l’ultima traccia che abbiamo composto, e ancora una volta siamo partiti da una melodia celtica (in questo caso, maggiormente ispirata alle cornamuse), modificandola per le chitarre, e abbiamo costruito la traccia da questo punto di partenza. Ero un po’titubante nel pubblicarla così com’è, dato che una durata totale di sette minuti potrebbe essere vista come un desiderio di concedersi troppe libertà, ma andando avanti con il lavoro ci siamo accorti che procedere in questo modo era sempre più la soluzione migliore.

Sophie: Credo che l’intro, con i suoi riff di chitarra piuttosto semplici, il cantato death e gli accordi aperti, contribuisca molto a collocare lo scenario del testo e a realizzarne l’atmosfera, specialmente per lo sviluppo successivo, quando si passa a una velocità raddoppiata lungo la traccia. In origine, avrei dovuto cantare alcune parti nella prima metà del brano, ma durante la registrazione ci siamo resi conto che l’atmosfera e il contrasto che si erano creati funzionavano molto meglio così com’erano, anziché introdurli soltanto nel breakdown, dopo l’assolo.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi, di cosa parlano?

Sophie: Scriviamo testi piuttosto astratti, ma legati a un tema portante in tutto l’EP, strettamente correlato al tempo, alla mortalità e alla mitologia. Ciò detto, dal nostro punto di vista personale i brani dovrebbero innanzitutto trasmettere il loro significato all’ascoltatore. Anche se abbiamo ben chiaro in mente quale debba essere, questo non vuol dire che sia ciò che il pubblico potrebbe voler ascoltare (o che abbia addirittura bisogno di ascoltare) quando si avvicina ai brani per la prima volta.

John: Anche paesaggi e i personaggi delle isole che si affacciano sulla costa est scozzese rappresentano una grande fonte di ispirazione. Laggiù si ritrova un punto di incontro tra le culture provenienti dalla Scozia, dall’Irlanda e dai Paesi nordici, e si tratta di luoghi che possono essere sia selvaggi e tempestosi, sia estremamente calmi e sereni. Abbiamo cercato di traslare questa dualità (presente sia nel paesaggio, sia nell’ambiente) non solo nei testi, ma nell’intero EP.

Com’è la scena metal in Scozia? Vi sentite parte di essa?

Sophie: A dire il vero, abbiamo una scena musicale abbastanza notevole in Scozia, ma per la maggior parte riguarda l’ambiente underground. Ad ogni modo, in ogni grande città è possibile trovare locali in cui si esibiscono band metal, e tutte hanno stili molto diversi tra loro.

John: La nostra più grande sfida, probabilmente, è stata quella di iniziare a comporre nel pieno delle restrizioni da COVID-19, quindi non abbiamo avuto la possibilità di radunare volontari disposti a preparare live show insieme a noi. In ogni caso, si tratta di una scena molto accogliente, e non vediamo l’ora di tornare a farne parte quando i locali riapriranno.

State lavorando a della nuova musica?

Sophie: Certamente! Siamo davvero onorati di tutti i giudizi positivi che abbiamo ricevuto, e a dirla tutta, la cosa ci ha anche colti abbastanza di sorpresa: il nostro è un progetto abbastanza insolito, e non avremmo mai immaginato che avrebbe raggiunto così tante persone. Durante la fase di composizione, lo abbiamo immaginato essenzialmente come un progetto guidato dalla passione. Comunque, abbiamo registrato un grandissimo numero di ascolti da quando abbiamo pubblicato il lavoro, a dicembre 2020, e le recensioni sono state molto lusinghiere: siamo davvero colpiti dal fatto che sia stato apprezzato da un pubblico così vasto, e sicuramente tutto ciò rappresenta un grande stimolo ad andare avanti.

John: Assolutamente, un simile riscontro non ha fatto altro che motivarci ancora di più; al momento abbiamo alcuni brani in produzione, nell’ottica di pubblicare un intero album nel 2021, preceduto da alcuni singoli.

John e Sophie, grazie per aver risposto alle mie domande, volete aggiungere qualcosa e salutare i lettori di Mister Folk?

John: Grazie mille! Vorremmo inoltre ringraziare calorosamente tutti coloro che ci hanno sostenuti, inclusi i giornalisti come te: vi siamo immensamente grati, e apprezziamo davvero chi sostiene il metal underground.

Sophie: Sono d’accordo, la comunità metal internazionale è stata davvero calorosa e incoraggiante nei nostri confronti, grazie di cuore. Se qualcuno tra i tuoi lettori volesse tenersi aggiornato, può seguirci su Spotify, Bandcamp e sulle nostre pagine social: saranno i primi a sapere quando pubblicheremo qualcosa di nuovo!

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! Let’s start our interview talking about the creation of your band: we know that you are a couple, husband and wife, so I would like to ask you when you have decided to start playing together. Just to give a touch of romance to this page: how have you known each other? Did it happen thanks to music?

John: Thanks very much for having us! We have both played casually together for a few years just at home really, but we started seriously writing in summer 2020 during the COVID-19 lockdown in the UK. The project had been something we had talked about doing for some time and the restrictions served as a good prompt to do so.

Sophie: We actually knew each other when we were at school, although didn’t get together much later, and a love of metal was something that we both shared and talked about extensively even back then!

You have chosen the name “Hand Of Kalliach”. What does it mean? What are the reasons behind this choice?

Sophie: “Kalliach” is a play on “Cailleach”, which is the name of an ancient Scottish hag god of winter. In Scottish mythology the legend goes that she lives at the bottom of a huge whirlpool (called Corryvreckan, the 3rd largest in the world) off the coast of the Isle of Islay, where some of John’s family are from.

John: One legend holds that she emerges from the whirlpool to usher in winter, and has a lot of malign connotations in folklore; but that said, she is also a creator deity, so the music we make is centred around these dual concepts of benevolence and malevolence, and the history, mythology and land/seascapes of the Scottish islands. But the “ancient god of winter living underneath the huge whirlpool” always sounded pretty metal to me growing up in any case!

Your creations are quite difficult to be classified in a single genre: I may guess that it’s a result you aimed to, in a certain way, but I would like to ask you to describe your music to someone who has never had the opportunity to try it.

John: Yes, that was definitely the intention – what we wanted to do was blend together parts of Scottish folk with elements of metal subgenres that we really enjoy, and that best fit the base Celtic melodies we start from. We were originally just calling it Celtic metal, but a number of commentators have called it variously folk, death, black, prog… the list goes on…!

Sophie: Markus from MetalMessage who has kindly been working with us was a great supporter of the sound, and recommended ‘Atmospheric Celtic Metal’, which we actually really like – the atmosphere and the Scottish influences are exactly what we want to capture above all else with the sound, and then the use of melo/death/black metal elements just adds to that core.

Your EP, Shade Beyond, is full of guitar sounds and riff, but there is a lack of traditional instruments. It is a clear stylistic choice, but what is the purpose?

John: You’re absolutely right, it was an active choice to minimise the use of traditional folk instruments. The key elements we lift from traditional Scottish folk music are the heavily melody-driven structures, keys, rhythms and time signatures. Whilst we fully appreciate and applaud the use of traditional folk instruments in a lot of contemporary folk metal, in our music we instead adapt the traditional melodies and rhythms for distorted guitars – for example, the high melody in ‘Fathoms’ is actually the sort of melody you might hear on Scottish bagpipes, but we think it works really well adapted for the guitar instead.

Sophie: The same goes with the high guitar in ‘Overwhelm’, which is the type of melody you would normally find being played on the fiddle (Scottish violin) – by taking the same key and the same rhythm, but playing it with the guitar instead, it adds a lot more power and edge and ultimately a whole new dimension to what would otherwise be a fairly soft tune. We also use a bit of Scots Gaelic, which is a wonderful language for metal – there are a great number of guttural pronunciations that really lend themselves to the atmosphere when John is screaming them!

Many bands in the musical scene make use of traditional folk instruments: do you appreciate some of them? Which artists have influenced you the most, as single musicians and as Hand Of Kallach?

John: We have pretty broad tastes, covering a lot of metal and rock subgenres but also traditional folk. On the metal side, I’m a big fan of technical/melodic death metal, particularly the likes of Fallujah and In Flames, and I’m inspired by the more genre-defying bands like Mastodon that just create their own sound from a lot of different elements and influences. Outside of metal, I listen to a really weird range of Scottish folk, downtempo, shoegaze… my Spotify recommended playlists are sometimes a bit bizarre!

Sophie: I lean more towards a mix of speed and folk metal tastes, like Primordial and Eluveitie, though outside of metal some of my favourite bands are more in the folk/indie space. Traditional folk is very popular in Scotland, and there’s no shortage of live music supporting it, which definitely inspired us to pull parts from it into our sound. I think the breadth of styles in our music is probably reflective of these fairly diverse influences.

The fourth track, White Horizon, starts with light tunes: Sophie’s voice and a gothic atmosphere are the main characteristics of this song. This is the only track in the EP that sounds this way: is it an experiment, an anticipation of your next works or just a song for its own sake?

Sophie: This is another example where we’ve started off with a melody driven by Scottish folk, in this case a Celtic harp, which is typically accompanied by female vocals, and built the song around that. When we were writing the melody, we were originally going to move it onto the guitar as per the previous tracks in the EP, however as you say with the dark and gothic atmosphere that was coming through, we felt it countered the the black metal tremolos and guitar parts really well, so much so that we kept the harp in to balance it out.

John: In terms of track sequencing, we wanted to have a moment of reflection after tracks 2 and 3, which are very energetic, and having Sophie sing the opening vocals over a slowed down tempo just gave this almost chilling, expansive atmosphere. We really liked how it changed the dynamic of the EP, and going back to the Cailleach inspiration it was almost like a dark winter arriving after a storm. Whilst it may not sit well with some listeners that want a more rigidly defined sound from their releases, we definitely want to continue this approach of morphing the sound throughout the record whilst keeping a strong theme, as it gives a lot more oxygen for expression.

The last song, Tempest Wrought, is in my opinion the most interesting one in the EP, perhaps because it shows some novelties from the point of view of music and rhythm: they make it really dynamic and catchy. What do you think about this?

John: Well I’m really glad you found that the most interesting, as it’s definitely my favourite on the EP! This was the last track we wrote, and once more we started with a Celtic melody (more bagpipe-inspired again for this one), altered it for the guitars and built the track from there. I was a little hesitant in releasing it as it is, as a 7 minute runtime always seems a little self-indulgent, but the more we were working on it the more it just came together.

Sophie: I think the start with fairly simple guitar riffs, death vocals and open chords for atmosphere works really well in settling the scene and the atmosphere for when it transitions to the speed doubling halfway through. We originally were going to have some of my vocals in the first half of the track as well but as we were recording we realised that the atmosphere and the contrast that they bring worked all the better if they were only introduced at the breakdown following the solo.

I would like to know more about the lyrics. What are the main themes?

Sophie: We do write fairly abstract lyrics, but there is a common theme through them in the EP, closely tied to time, mortality and mythology. That said, our personal view is that songs should first and foremost hold the meaning to the person that listens to them – whilst we do have meanings in mind, that’s not to say that’s what a listener might hear, or want to hear, or even need to hear when they first play the track.

John: The landscapes and character of the islands on the Scottish west coast are also a big inspiration; it is historically a nexus of cultures from Scotland, Ireland, and the Nordic countries, and can be a very wild and stormy place, but at other times extremely serene. The duality of the landscape and environment there is something we have tried to reflect within the lyrics and the broader EP.

How is the Scottish metal scene? Do you feel part of it?

Sophie: There is actually quite a substantial metal scene in Scotland, but I would say it’s underground for the most part. However, you can definitely find a few metal venues in each major city, and bands that play them – and their styles are very diverse.

John: I suppose the challenge is we only really started writing whilst under COVID restrictions, so we have not been able to pull some willing volunteers together to play some live shows yet. But it’s a very welcoming scene, and we’re really looking forward to getting back into it once venues reopen.

Are you working on some new music at the moment?

Sophie: Definitely! We have been really humbled by the positive response so far, which to be honest took us a bit by surprise – this was a bit of an unusual project that we didn’t think would resonate with many people at all, it was essentially a passion project when we were writing it. However we’ve had a huge amount of track plays since launch in December 2020 and had some very positive reviews, and we are blown away that so many have enjoyed it, and that has certainly encouraged us to keep going with it.

John: Absolutely, we’ve been hugely motivated by the response, and have a few tracks in production currently with a view to releasing a full length later in 2021, and may drop a couple of singles before then.

John and Sophie, thank you very much for this interview. Would you like to add something and greet Mister Folk’s readers?

John: Thanks very much! We would like to say a massive thanks to all of those that have supported us so far, including writers like yourself – we are incredibly grateful for it and really appreciate those that champion the metal underground.

Sophie: Agreed, the international metal community has been so welcoming and encouraging, so thank you. If any of your readers want to be kept updated they can follow us on Spotify/Bandcamp and our social media pages and they’ll be the first to know when we’ve got new releases!