Intervista: Scuorn

Inutile girarci intorno, Scuorn è un progetto che ha fatto discutere non poco fin dalle prime cose uscite sul web: black metal napoletano in un mondo scandinavocentrico è un azzardo che se ben giocato ti porta al centro dell’attenzione. E così è successo con Parthenope, il debutto del 2017 che continua a girare nei lettori cd degli appassionati del genere. L’occasione di questa piacevole chiacchierata face to face con Giulian (QUI invece la precedente intervista telematica) è il release party al Traffic di Roma di Far degli Stormlord (QUI la loro intervista), dove in apertura suonavano i Dyrnwyn seguiti proprio dagli Scuorn. Sempre col sorriso e disponibile con tutti, Giulian ha risposto a questa intervista improvvisata poco prima di salire sul palco. Buona lettura!

Foto di Modern Tribe Photography.

Parthenope è arrivato all’improvviso e hai fatto un gran casino: la gente è rimasta a bocca aperta per questo black metal napoletano. La domanda è: come si fa a uscire dal nulla con un disco del genere, per di più un debutto, in grado di competere con tutti senza paura.

Prima cosa, dovendo parlare di Napoli e della cultura napoletana, fare un disco basato su Napoli significa avere gli occhi puntati addosso già in partenza, in un’accezione più negativa che positiva. Mettici anche che, essendo al disco di debutto, non avevo nessuna fretta di farlo uscire, ho provato più volte a registrare e ho pensato anche “faccio uscire prima un EP di quattro pezzi, invece di un disco di otto”. Scrivere per me è un momento di dolore, nel senso che è difficile scrivere arrivando a un livello che mi soddisfi. Magari in un giorno scrivo il 90% di una canzone, poi mi metto una settimana e dico “devo scrivere almeno un pezzo” e quella settimana non esce niente. Poi prendo la chitarra d’impulso e scrivo una canzone.

Quindi scrivi con la chitarra?

Di solito sì, Parthenope però è nato in maniera variegata. Alcuni pezzi sono nati da una melodia di una parte di orchestra, altri con la chitarra. Tornando però al discorso di prima, questo fatto di parlare di Napoli e fare black metal napoletano significava comunque fare casino, sempre poi a seconda di quello che sarei riuscito a fare. Nel rispetto della cultura napoletana, una cultura di gran prestigio (arte, musica, poesia, cinema e teatro), dovevo fare una cosa al massimo delle possibilità – non mie! – ma delle possibilità a disposizione al momento. Quanto ci vuole a scrivere un disco bello? Dieci anni? Io c’ho messo sette-otto anni a scrivere questo album.

Nella precedente intervista infatti abbiamo parlato del singolo acustico…

Esatto, registrato con le chitarre acustiche nel 2008, poi molti riff sono rimasti anche nella versione nuova. Ho deciso quindi di “o faccio tutto al massimo, altrimenti lascio perdere”. Mi sono ispirato a quelle che secondo me erano al momento le proposte più valide, quindi Septic Flesh, Fleshgod Apocalypse, Dimmu Borgir, Stormlord e altro, e volevo quello standard, sia a livello compositivo e arrangiamenti che di produzione. Ha comportato degli investimenti di tempo, soldi ed energie importantissimi, ho impiegato due anni a realizzare l’album, e alla fine ero molto soddisfatto. Riascoltato dopo due anni, ovviamente, come tutti gli artisti, trovo tutti i difetti e dico “sul prossimo questo lo devo sistemare, quello non mi piace, questo va fatto meglio”, ma comunque mi ha soddisfatto, forse più per la genuinità e l’essere riuscito a fare un disco di black metal napoletano coerente e inattaccabile, uno non può dire “è una barzelletta”.

Cosa cambieresti oggi di Parthenope?

La voce, perché non sapevo cantare! (ride, ndMF) Racconto questo aneddoto, forse non l’ho mai raccontato: entro il primo giorno in studio con Stefano Morabito, produttore che ha curato Parthenope, mi dice “bello il black metal napoletano, bella idea, dai iniziamo”. Entro in sala, “dai sei pronto?” “sì, iniziamo con la prima”, schiaccia play, parte la musica e io “aaaaahhhh” (tipo alitata! ndMF), proprio come te lo sto facendo adesso: un sospiro! (risate, ndMF) Stefano stoppa e mi fa “questo è il tuo scream?” “beh sì” “allora togliti le cuffie ed esci fuori”. Mi dice che c’è un problema, che non so cantare e non ho la tecnica per il canto estremo. “Per lo scream si usa questa tecnica, tu sai sospirando” e nell’arco di un’ora è riuscito a darmi delle istruzioni base per almeno riuscire a cantare: il primo giorno passa così, facendo esercizi per cercare almeno di registrare il disco. Fortunatamente riesco a fare una registrazione, ma il giorno dopo mi presento quasi senza voce, perché comunque utilizzavo una tecnica sbagliata basata tutta sulla gola. In quattro giorni riesco a registrare l’album, tutto senza tecnica e senza gola, la cosa che mi diceva Stefano era “dobbiamo registrare la voce, la tecnica è quella che è, ma cura molto l’interpretazione, esaspera la teatralità, come se fossi in una sceneggiata di Mario Merola, ma in positivo”. Questo ha compensato un po’ la mancanza di tecnica, soprattutto nelle parti recitate e dove non uso lo scream classico, e devo dire che quella parte mi piace molto, una voce acerba e senza tecnica ma piena di passione. Dopo 34 date in giro per l’Europa, due anni di studio e con una tecnica adeguata penso “cazzo che potevano essere quei pezzi con la voce e la tecnica di adesso” e da un lato dico “sticazzi, il prossimo sarà così”.

Quindi il prossimo disco avrà una cura e un’attenzione particolare sulla voce…

Sicuramente potrò variare sulle tecniche per avere un risultato più in linea con quelli che sono i canoni del genere senza perdere la spontaneità e la teatralità.

Nuovo disco in lavorazione, che cosa mi puoi dire?

Niente! Ahahah!

Top secret, stai componendo le canzoni…

Sì sto scrivendo i brani, spero di finire il processo compositivo entro la fine dell’anno ed entrare in studio nel 2020, si spera che per la fine dell’anno prossimo il disco possa vedere la luce. Poi dipende dalle tempistiche, Scuorn è una one-man band e devo fare tutto io, sono soggetto alla mia ispirazione, al mio tempo e alle mie performance, la parte orchestrale è poi ampliata da Riccardo Studer (tastierista degli Stormlord, ndMF). Si arriva poi alla parte dei testi che è quella che prende più tempo perché si basa sullo studio, sono più di due anni che compro libri sul periodo storico che andrò a trattare. Come sempre Scuorn andrà a trattare un determinato periodo storico che per Parthenope è stato quello greco-romano, nel secondo disco si proseguirà con la storia di Napoli.

Ti manca Napoli?

Sempre, mi manca soprattutto dopo averla lasciata. Ci vivevo e magari avevo voglia di andare via. Ho vissuto dieci anni nel nord Italia e avevo voglia di tornare a Napoli, poi sono stato otto anni e avevo il desiderio di muovermi, andare all’estero, oggi che vivo a Londra da cinque anni sento un legame viscerale con Napoli. Compenso con visite, studiare da lontano, mi incontro con la band…

Quanto è difficile essere una one-man band che ha base a Londra ma con musicisti che sono quasi tutti campani? Come fai a far combaciare gli impegni?

Ci vuole sempre una grossa organizzazione, soprattutto per quel che riguarda i tour. Ne abbiamo fatti diversi e siamo abbastanza consolidati nell’organizzazione, la fortuna di avere musicisti preparati che ormai sono dei membri live e magari registreranno qualcosa su disco come ospiti, mi facilita il tutto perché non c’è bisogno di provare (all’inizio ne abbiamo fatte alcune di prove) perché ognuno sa bene le sue parti e andando con il click non c’è margine di errore.

34 date live, molte delle quali all’estero: la soddisfazione di trovare un locale caldo e un’accoglienza particolare?

In UK è andata veramente molto bene e siamo arrivati fino in Scozia, in generale la risposta è sempre molto positiva. I luoghi comuni di Napoli sono associati all’Italia, quello che è napoletano all’estero viene percepito come italiano, il che ci facilita non poco. Curiamo tutto nei minimi dettagli, con professionalità: questa cosa viene percepita dai presenti e lo show ne guadagna, altrimenti non si riesce a ottenere risultati di un certo tipo. Ovviamente sono i primi tour all’estero ed è difficile andare in tour come band underground headliner con un solo disco alle spalle e ritagliarsi una fetta di pubblico. Sarebbe più facile andare in tour con una band più grande, investendo e suonando tutte le sere davanti a centinaia di persone, ma noi abbiamo scelto la strada più difficile, andare come headliner, a volte suoni davanti a cento persone, la data dopo davanti a dieci, ma dando sempre il massimo e sperando che poi questo ripaghi in futuro. Secondo me è importante perché ne guadagni molto come esperienza: impari a fare un soundcheck professionale, impari a creare uno show e a dare qualcosa in più della classica performance, cercando di intrattenere e di avere un contatto col pubblico. Ci fa piacere pure suonare tra i primi gruppi, al Black Winter Fest abbiamo suonato per secondi con i Marduk a fine serata, oggi suoniamo di supporto dei leggendari Stormlord, un gruppo che seguo fin da quando ero piccolo, mi ricordo la volta che comprai Rock Hard con un cd allegato e c’era il video di I Am Legend degli Stormlord e quel video mi ha avvicinato al black metal. Oggi suonarci insieme, condividere in un certo senso dei membri – David Folchitto ci ha accompagnato per alcune date, Riccardo è il nostro orchestratore – per me è una soddisfazione.

Tra poco si inizia a suonare e ti volevo chiedere una cosa che va fuori dal discorso musicale. La mia compagna è di Salerno, ho amici campani che fanno teatro all’estero e quindi a volte ne parliamo: Gomorra, a te da fastidio essere “ah italiano, Gomorra”, oppure c’è una percezione diversa?

La mia idea è che quella è la realtà, ma è una realtà parzializzata. La mafia è in tutte le città del mondo: c’è quella napoletana, la calabrese, la siciliana e quella locale, oltre alla cinese, russa ecc. Che quella napoletana a Napoli abbia una certa fama perché quasi idolatrata non mi piace, ma penso che l’obiettivo di Gomorra non sia questo, ma farla vedere per quella che è e lasciare allo spettatore una conclusione. Sicuramente la camorra non viene descritta nell’accezione positiva, quindi farla vedere anche all’estero, ti dirò, i produttori fanno vedere le parti belle di Napoli con il male che è la camorra, quindi fanno conoscere la città. Nessuno parla del servizio delle Iene sul Duomo di Milano dove tu non puoi camminare per via degli spacciatori che si lanciano le bottiglie o della mafia che c’è a Roma…

Esatto, su Romanzo Criminale fanno vedere un sacco di posti belli di Roma, pensi che la malavita fa schifo, ma intanto vedi anche degli scorci splendidi della città.

Ma nei film i russi sono tutti mafiosi, ma non è così. Il discorso di Napoli però funziona all’estero perché viene automaticamente associata all’Italia: pizza e mandolino! Vivendo all’estero ti dico che le cose famose d’Italia sono le cose famose di Napoli. Per la camorra purtroppo è così, è tutto vero, però basta evitare certe zone e tu stai tranquillo, ma è un discorso che vale per tutte le parti del mondo. L’errore è stigmatizzare Napoli dicendo che è solo quello, così come dire che Milano è solo immigrati che si prendono a bottigliate.

Ti lascio alla preparazione del concerto. Grazie per il tuo tempo e per la bella chiacchierata.

Grazie a te, sei sempre in prima linea per supportare i gruppi underground e grazie ai lettori del sito che hanno premiato Parthenope come miglior disco del 2017!

Annunci

Intervista: Kampfar

Un ottimo disco come Ofidians Manifest, ben venticinque anni di carriera alle spalle e mai un full-length sottotono: i Kampfar sono una grande band e i musicisti sono sempre cordiali e disponibili con pubblico e addetti ai lavori. Nasce così questa chiacchierata telematica con il chitarrista Ole Hartvigsen con al centro dell’interesse alcuni aspetti “minori” del nuovo disco, ma non solo… buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Siete tornati dopo tre anni e mezzo dalla pubblicazione di Profan: oltre a tour e festival, come avete passato questo tempo?

Gli ultimi due anni sono stati un tempo per guarire, veramente. Tutti noi avevamo dei problemi personali da affrontare e ci siamo dovuti prendere un lungo break. Ad un certo punto abbiamo pensato che questo era tutto – siamo finiti. Ma dopo un po’ l’urgenza di creare qualcosa di nuovo è tornata.

Quali sono le “tempistiche” dei Kampfar? Dopo il tour promozionale avete bisogno di un lungo periodo per ricaricare le batterie o siete dei musicisti instancabili sempre alla ricerca del riff perfetto? Cosa fate quando non siete impegnati con la band?

Tutti noi conduciamo vite normali al di fuori della musica. Penso sia una buona cosa, perché a volte ti stanchi di fare musica e vuoi fare qualcos’altro, ma alla fine noi abbiamo la passione – è qualcosa che è in noi. Personalmente, non mi stanco di fare tour e probabilmente starei in tour tutto il tempo, ma sarebbe una vita noiosa, credo. Non puoi crescere ed evolverti come persona se stai su un bus tutta la vita.

In un paio di brani ci sono delle piccole ma importanti parti di pianoforte: credo che gli interventi di questo strumento siano molto interessanti e riescano a dare quel qualcosa in più (e di inaspettato) al brano. Come è venuta l’idea di inserire il pianoforte nei brani dei Kampfar?

È interessante che tu dica questo, perché il piano è un buon strumento per il tipo di musica che vogliamo creare, ma cerchiamo di tenerlo molto discreto. Lo usiamo solo quando ha uno scopo preciso. Amo il piano perché ha un tono veramente contrastante paragonato ad una chitarra e un basso estenuati, e ancora ha un’atmosfera dolce e oscura che si riflette bene nella nostra musica. Il piano è presente nei Kampfar da un lungo periodo e ci sembra naturale utilizzarlo.

I vostri dischi sono sempre composti da un numero limitato di canzoni (solo in Heimgang siete arrivati a dieci brani) e la durata è sempre sotto i cinquanta minuti. Questa cosa l’apprezzo molto perché inserite nel full-length solo le canzoni più belle e l’ascolto non si disperde mai a causa dell’elevato minutaggio o dei fillers. Quando siete in fase compositiva scartate molto materiale perché non all’altezza del vostro elevato standard qualitativo oppure componete un certo numero di canzoni già sapendo che oltre a una certa cifra (o minutaggio) non volete andare?

Penso che la ragione per cui noi di solito finiamo gli album intorno ai 40-45 minuti è ciò che noi amiamo di più, veramente. Gli album che sono più lunghi di così di solito sono noiosi secondo me. Inoltre, penso che un album dovrebbe stare in un LP. Abbiamo dovuto eliminare un sacco di materiale durante il processo di scrittura delle canzoni, ma è normale per noi. Di solito, noi possiamo notare quali lavori nella fase di pre-produzione e poi modellare l’album intorno a ciò che noi vogliamo veramente. In aggiunta a ciò, scartiamo molto materiale che pensiamo sia davvero “molto buono”. Può sembrare strano scartare delle buone canzoni, ma noi vogliamo che quest’album abbia certe atmosfere ed emozioni, quindi qualunque cosa non vada bene deve essere eliminato.

Come è nata la collaborazione con Agnete Kjolsrud? Le avete dato delle indicazioni precise oppure è stata libera nell’esecuzione di Dominans?

Le voci su Dominans sono state una collaborazione creativa tra Dolk e Agnete, davvero. Penso che abbiano trovato molta ispirazione l’uno nell’altra. Non c’erano istruzioni, solo un processo creativo.

Dominansè una traccia atipica per i Kampfar, con parti estremamente “ariose” e una struttura non convenzionale. Qual è la genesi della canzone e chi è che ne ha scritto la musica?

Io scrivo tutta la musica nei Kampfar, ma il processo di evoluzione delle canzoni è uno sforzo collettivo, per così dire. Quando ho scritto Dominans non ero sicuro di dove andare con questo brano, ma Dolk ha subito avuto delle grandi idee con la parte vocale, quindi abbiamo mantenuto la struttura vocale e la strumentale molto semplici in modo da avere tanto spazio per le voci, specialmente da quando abbiamo deciso di avere anche Agnete in quella canzone. Le voci sono al centro dell’attenzione di quella canzone.

Skamlos ha un’inizio old school e sembra dire “ragazzi, così si suona pagan black metal!”. Suonando in tour e festival avete modo di incontrare e conoscere un gran numero di musicisti e gruppi: trovate differenze musicalmente parlando tra le band degli anni ’90 e quelle più giovani pur suonando lo stesso genere?

Penso che i ragazzi più giovani in questo genere siano generalmente grandi lavoratori e musicisti qualificati. Molte delle band che incontriamo durante i tour e i festival sono ragazzi molto bravi, altrimenti sarebbe difficile sopravvivere in questo business. Le band più giovani sono generalmente più desiderose di impressionare, che è comprensibile quando non hai molta storia, mentre noi non potevamo realmente preoccuparci di provare ad impressionare le persone. Sappiamo chi siamo, in cosa siamo bravi e in cosa no, ma più importante noi sappiamo esattamente che tipo di musica e che tipo di musica e di show vogliamo presentare al nostro pubblico.

Siete in attività dal lontano 1994. Cosa porta una band a continuare a lavorare e sfornare ottimi album dopo così tanto tempo?

È la personalità di noi quattro nella band, davvero. Quando rilasciamo un nuovo album o andiamo in tour è perché lo vogliamo fare. Se non vogliamo fare qualcosa, diciamo semplicemente no. Ecco perché diciamo sempre che un album dei Kampfar potrebbe sempre essere l’ultimo, perché se non abbiamo più nulla da dire non vogliamo “forzarci” a fare un nuovo album perché è quello che dovremmo fare. Tutto ciò che facciamo è veramente onesto, e sembra veramente bello da dire che nel 2019, dopo 25 anni, abbiamo rilasciato il migliore album della nostra carriera.

In concerto suonate anche brani dei primissimi lavori, il che vuol dire che ancora oggi riconoscete l’importanza e la bellezza di quelle canzoni. Cosa rappresentano per voi le vecchie canzoni: le origini della band, il percorso fatto, il legame con i vecchi fans o altro?

In realtà, non abbiamo nessuna regola che dice che dobbiamo avere tutte queste “vecchie canzoni” nei nostri live o qualcosa di simile, ma suoniamo quelle canzoni che sappiamo ci faranno fare un buono show. È così semplice. Ci sono alcune delle canzoni più vecchie che vanno bene per il 2019 dei Kampfar ed altre no. Una vecchia canzone che è stata con noi per molto tempo è Troll, Død og Trolldom e penso che sia una grande canzone con un’atmosfera forte che mi ha formato come songwriter, sicuramente.

Sempre parlando delle vecchie canzoni, c’è da dire che suonano come se fossero state composte per l’ultimo album. I Kampfar di venti anni fa suonano come i Kampfar di oggi: stessa attitudine, stesso feeling, stesso grande risultato. Per alcuni sarebbe “immobilità stilistica”, io dico “coerenza” e passione per quel che si fa. Quali sono i vostri pensieri a riguardo?

Non sono sicuro che di essere d’accordo con te sul fatto che le vecchie e le nuove canzoni siano qualcosa del genere, ma abbiamo cercato di mantenere lo stesso spirito e la stessa atmosfera per far che tutto suoni Kampfar, anche se le canzoni sono molto diverse. Su questo nuovo album ci sono molte più variazioni di tempo e ritmo, e le canzoni sono molto più precise, ma c’è un filo rosso che attraversa gli album che è più astratto, credo.

Ho avuto modo di assistere a un vostro show qualche anno fa e devo dire che raramente ho assistito a un concerto tanto “fisico” quanto il vostro. Quanto è importante per i Kampfar l’aspetto concertistico e come vi preparate prima di un concerto o di un tour?

Credo sia molto importante il modo in cui presentiamo i nostri show è solamente il modo in cui dimostriamo che siamo appassionati da ciò che facciamo. Lo trovo veramente strano quando vedo band sul palco che sembrano annoiate o stanche o addirittura spaventate. Non è così che vogliamo fare le cose. Vogliamo dare tutto al pubblico e penso che tutti coloro che ci abbiano visto suonare lo abbia apprezzato.

Quanto è importante Hemsedal per i Kampfar? E i Kampfar sarebbero il gruppo che conosciamo se fossero stati, che so, di Oslo o Bergen?

È molto importante, non solo per la storia di come i Kampfar sono iniziati, ma anche oggi guardiamo ad Hemseld come ad un posto in cui rifugiarci quando vogliamo scappare da tutto quanto. Quando abbiamo scritto questo nuovo album potevamo stare lì per settimane e vedere come tutta la natura cambiava la tavolozza dei colori dal verde dell’estate al rosso autunnale e al cupo inverno. Era bellissimo e ci ha aiutato veramente tanto ad ispirare il nostro album.

Grazie per l’intervista e complimenti per Ofidians Manifest, non vedo l’ora di assistere nuovamente a un vostro concerto! Volete salutare i vostri fan italiani che stanno leggendo l’intervista?

Grazie a te, e grazie per le parole gentili! Speriamo di vedervi presto (quando saremo) in tour in Italia, ma fino a quando non avremo un tour pronto potrete vedere i Kampfar live a Parma al Black Winter Fest a Novembre!

ENGLISH VERSION:

You are come back after three and a half years from the publication of Profan: beyond tours and festivals, how did you spend this time?

The last couple of years have been a time to heal, really. All of us have had personal issues to deal with and we had to take a really long break. At some point we thought that this is it – we’re finished. But after a while the urge to create something new came back.

What are Kampfar’s “timing”? After the promotional tour did you need of a long period to recharge your batteries or are you tireless musicians that are continually searching for the perfect riff? What do you do when you aren’t busy with the band?

All of us lead pretty normal lives outside of the music. I think it’s a good thing, because sometimes you get sick of music and want to do something else, but in the end we all have this passion – it’s something inside us. Personally, I don’t get tired from touring and I could probably stay on the road all the time, but it would be a boring life, I think. You cannot grow and evolve as a person if you stay on a tour bus all your life.

In a couple of tracks there are some little but important piano part: I believe that the participations of this instrument are very interesting and they can give you something more (and unexpected) to the song. How did the idea to include the piano section in Kampfar’s songs?

It’s interesting that you say that, because the piano is a very good instrument for the type of music we want to create, but we always try to keep it very subtle. We only use it when it has a specific purpose. I love the piano because it has a very contrasting tone compared to overdriven guitar and bass, and yet it has a kind of mellow and dark ambience that reflects well on our music. The piano has been in Kampfar for a long time and it feels natural to us.

Your album are always made up of a limited number of songs (only in Heimgangyou reached ten songs) and the length is always under fifty minutes. I appreciate this so much because in the full-length only the most beautiful songs are included and the listening didn’t disperse itself because of the high timing or by the fillers. When you are in the composition phase did you reject a lot of material because of your high-quality standard or you compose a certain number of songs already knowing that you won’t go beyond a certain number (or timing)?

I think the reason why we usually end up with albums around 40-45 minutes is that it’s what we like best, really. Albums that are longer than that usually sound boring to me. Also, I think an album should fit within one LP. We did have to throw away a lot of material during the song writing process, but that’s normal for us. Usually, we can see what works in the pre-production phase and then shape the album around what we really want. In addition to that, we threw away a lot of stuff that we thought was actually “too good”. It may sound crazy to throw away good songs, but we wanted this album to have a certain feeling and atmosphere, so anything that didn’t fit into that idea had to go.

How is the collaboration with Agnete Kjolsrud born? Did you give her some clear indications or was she free in the execution of Dominans?

The vocals on Dominanswas a creative collaboration between Dolk and Agnete, really. I think they found a lot of inspiration between eachother. There were no instructions, just a creative process.

Dominansis an atypical track for Kampfar, with some parts that are extremely “airy” and non-conventional structure. What is the origin of the song and who wrote the music?

I write all the music in Kampfar, but the process of evolving the songs is a team effort, so to speak. When I wrote Dominans I wasn’t really sure where to go with it, but Dolk had some great ideas for vocals right away, so we kept the structure and instrumental stuff really simple in order to have a lot of space for the vocals, especially since we decided to have Agnete on that song as well. The vocals are the main focus of that song.

Skamlos has an old-style intro and it seems to say “here is how pagan black metal must be played, guys!”. Playing in tours and festivals you have the opportunity of meeting a lot of musicians and groups: did you find differences, musically speaking, between the nineties groups and the youngest groups even if you play the same genre?

I think the younger guys in this genre are generally very hard working and skilled musicians. Most of the bands we meet on tours and festivals are very good guys, otherwise I think it would be hard to survive in this business. Younger bands are generally eager to impress, which is understandable when you don’t have a lot of history, whereas we couldn’t really be bothered to try to impress people. We know who we are, what we’re good at and what we’re not so good at, but most importantly we know exactly what kind of music and show we want to present to our audience.

You are in activity since 1994. What makes a band keep on working and to produce excellent albums after such a long time?

It’s the personality of all four of us in the band, really. When we release an album or go on tour it’s because we want to do it. If we don’t want to do something, we simply say no. That’s why we’ve always said that a Kampfar album could always be the last one, because if we don’t have anything to say anymore we won’t “force” ourselves to make another album because it’s what we’re supposed to do. Everything we do is very honest, and it feels very good to say that in 2019, after 25 years, we have released the best album in our carreer.

In concert you also play songs from the earliest works, that means you still recognize the importance and the beauty of that songs nowadays. What did the old songs represent for you: the origin of the band, the path that you’ve done, the relationship with the old fans or something else?

Actually, we don’t have any rules saying that we should have this many “old songs” in our live show or anything like that, but we play the songs that we feel will make a good show. It’s as simple as that. There are some of the older songs that fit really well into Kampfar anno 2019 and some that don’t. One old song that has stayed with us for a long time is TrollDød og Trolldom, and I think it’s a great song with strong atmosphere which has inspired me as a song-writer, definitely.

Speaking of the oldest songs, we can say that they sound like they were composed for the last album. Kampfar of 20 years ago sounds like nowadays’ Kampfar: same attitude, same feeling, same great result. For someone that would be “static immobility”, I say “coherence” and passion for what you’re doing. What are your thoughts about that?

I’m not sure I agree with you that the old and new songs are anything like the same, but we have managed to keep the same spirit and atmosphere to make everything sound like Kampfar, even though the songs are very different. On this newest albums there’s a lot more variation in tempo and rhythm, and the songs are more precise, but there is a red line going through the albums which is more abstract, I think.

I had the chance to see one of your concerts some years ago and I must say that rarely I see such a “physical” concert as you was. How much is important for Kampfar the live aspect and how did you prepare yourself before a live or a tour?

I think it’s very important, the way we present our shows, it’s just the way that we show that we are passionate about what we do. I find it very strange when I see bands on stage who look bored or tired or scared, even. That’s not how we want to do things. We want to give the audience everything and I think everyone who has seen us playing live appreciate that.

How much is important Hemsedal for Kampfar? And would Kampfar be the same group we know if they’d been, I don’t know, from Oslo or Bergen?

It’s very important, not just for the history and how Kampfar started, but even today we have Hemsedal as a place we can go to to escape everything else. When we wrote this new album we could stay there for weeks and see how the whole nature turned from green summer to red autumn and into a bleak winter pallette. It was beautiful and really helped inspire our album.

Thanks for the interview and congratulations for Ofidians Manifest, I can’t wait to attend to one of your gigs again! Would you say hallo to your Italian fans that are reading this interview?

Thank you, and thanks for the kind words! We hope to see you soon on tour in Italy, but until we have a tour ready at least there’s a chance to see Kampfar live in Parma at Black Winter Fest in November!

Intervista: Corte Di Lunas

Dopo la recensione del bell’EP The Journey – lavoro che mi ha emozionato non poco –, era d’obbligo intervistare i Corte Di Lunas, band in attività da diversi anni e che, tra cambi di formazione e di stile, hanno molto da narrare. La cantante Giordana ha risposto alle domande con grande disponibiltà, permettendoci così di entrare nel mondo del settebello friulano, tra racconti e curiosità, in attesa del prossimo disco che vedrà la luce nei primi mesi del 2020. Buona lettura!

Essendo questa la prima intervista su Mister Folk, iniziamo parlando della storia dei Corte Di Lunas: le origini del gruppo e del nome, i dischi pubblicati e i palchi calcati.

Il gruppo nasce come formazione medievale di musica “da strada” nel 2009, e solo successivamente decide di portare avanti un progetto parallelo, rivisitando alcuni brani di musica medievale e tradizionale in chiave rock. Questo connubio dà vita al primo disco, interamente strumentale, che esce nel 2010 con il titolo Plaudite ‘Sì Più Forte. Dopo i primi concerti con questa nuova formazione il progetto appassiona a tal punto che si decide di separare la formazione medievale (che prende il nome di Menestrelli Di Lunas) dalla Corte di Lunas. Sempre nello stesso periodo i fondatori decidono di ampliare la line-up inserendo anche parti cantate. Così nel 2012 entro io (Giordana) ed esce il secondo disco Ritual, che dà spazio anche ad alcuni brani originali del gruppo. Da qui, la band comincia a calcare diversi palchi di festival italiani come Montelago, Druidia, Triskell, Mutina Boica, Dumeltica, Yggdrasil e altri. Nel frattempo, la decisione di comporre altra musica propria è arrivata da sé e da qui nasce Lady Of The Lake (2015), album dalle influenze rock/metal. Dopo un ulteriore cambio di line-up, infine, quest’anno è uscito The Journey, EP che lancia un nuovo viaggio della band, alla ricerca di un nuovo sound!

Vi ho visto dal vivo al Montelago Celtic Festival, forse era il 2013. Sono passati diversi anni e alcune cose sono cambiate nei Corte Di Lunas, sia musicalmente che di formazione.

Decisamente sì. Sicuramente l’abbandono di uno dei membri fondatori dopo la stagione del 2016 è stato uno dei cambiamenti più importanti e ciò ha influenzato anche le scelte musicali e compositive. Un’altra svolta considerevole è derivata dall’ingresso di tre nuovi membri: Mary al flauto, David al bouzouki e Martina alla ghironda. Ma in definitiva, il cambiamento più importante è stato quello di mentalità all’interno della band, ed il nostro modo di concepire e scrivere la nostra musica.

Il nuovo EP è una sorta di rinascita per la band? Come vi sentite ora che avete pubblicato questo cd?

Carichi! Abbiamo avuto riscontri positivi non solo in Italia, ma anche in Europa e persino dall’America! Dopo il periodo di stallo dovuto ai cambi di formazione non vedevamo l’ora di comporre e proporre ai fan qualcosa di nuovo. La pubblicazione di The Journey è stato un momento particolarmente “liberatorio”. Dal 2016 ad oggi abbiamo attraversato una fase veramente sofferta del nostro percorso, e ora che finalmente abbiamo visto la fine di questo periodo e abbiamo visto la quantità di prove e difficoltà che siamo riusciti a superare non possiamo che essere un po orgogliosi del nostro lavoro ed entusiasti per il periodo a venire. The Journey è sotto tutti gli aspetti un punto di rinascita per la band.

La copertina è molto semplice, è forse un modo per dire “concentratevi sulla musica” in un mondo che guarda sempre più l’estetica invece dell’essenza?

Esattamente, volevamo incuriosire i vecchi fan e quelli nuovi, puntando a qualcosa di minimale che lasciasse spazio alla nostra musica e alle nuove grafiche, dato il restyling di logo e scritta. Il logo, in particolare, rappresenta proprio l’evoluzione del gruppo. Nei precedenti lavori, l’uroboro era più semplice, ma ci siamo accorti che, viste le varie difficoltà affrontate nel corso degli anni, avevamo bisogno di dare un’immagine più significativa e perciò abbiamo scelto di trasformarlo in qualcosa di più forte: un drago. La sua ala avvolge parte del corpo, come a volerne proteggere l’essenza, mentre sulla coda si può notare la cresta composta da sette spine, una per ogni componente della band. Inoltre non poteva mancare il nostro amato ciclo lunare, sviluppato sulla coda del drago.

Musicalmente mi pare che siate tornati a una musica più soft dopo il rock di Lady Of The Lake. Cosa ha portato a questa virata stilistica?

Ci piaceva l’idea di riproporre canzoni nostre in chiave più folk e meno rock/metal, dopo appunto la sperimentazione di Lady Of The Lake. Sicuramente è dovuto ad una crescita personale e alle diverse esperienze singolarmente vissute. Discutendo prima fra di noi e poi con i nuovi membri del gruppo per definire meglio i propositi, ci siamo trovati tutti sulla stessa lunghezza d’onda e l’EP ne è la dimostrazione.

Per il brano The Journey avete girato un bel videoclip: come è nata l’idea del video e ci sono storie e aneddoti da raccontare riguardanti le riprese?

The Journey è in assoluto la canzone che più rappresenta il percorso affrontato dal gruppo e volevamo renderle giustizia, volevamo far sapere ai fan che siamo tornati e che siamo più energici di prima,  proponendo un contenuto che finora non avevamo mai avuto occasione di realizzare, ovvero un videoclip. Ci premeva trasmettere un’idea di unione, infatti si vede la band che intraprende un viaggio, camminando fianco a fianco perché è così che noi attualmente stiamo vivendo questa esperienza. Le riprese si sono svolte in due giornate diverse: la prima è stata dedicata proprio alla parte narrata. Possiamo dire che più di qualcuno è miseramente scivolato sulle foglie secche, mentre qualcun altro tende ad ancheggiare piuttosto vistosamente! Nella seconda giornata si sono svolte le riprese in cui suoniamo e lì ci sono state bacchette volanti, il nostro bassista che ondeggiava di continuo e qualche altra figura pessima fortunatamente non inserita nel lavoro finale! Però abbiamo una raccolta di questi bloopers gelosamente custodita nei nostri cellulari…

Star Of The County Down è un bellissimo brano irish folk. Trovo che le canzoni tradizionali irlandesi riescano a parlare d’amore in una maniera dolce e diversa da tutti gli altri. Come mai avete scelto questa canzone?

Vero? Con una tale semplicità nel testo, questa canzone riesce a trasportarci in un altro mondo e sembra quasi di sentire il profumo della Contea di Down. E, in realtà, è un brano che già da tempo portavamo live e il pensiero di come sarebbe potuto uscire con i nuovi arrangiamenti di flauto, bouzouki e ghironda ci intrigava molto. Il risultato finale ci è piaciuto talmente tanto da volerlo includere nell’EP.

Lady Of The Lake è un brano che avete già inciso, ma ora lo presentate in chiave acustica e il risultato è veramente bello. Ci sono altre canzoni vorreste riarrangiare e presentare in questa maniera? Magari un EP con altre composizioni, sempre acustiche?

Ci stiamo pensando da tempo, perché ci siamo meravigliati del risultato di Lady Of The Lake e ci abbiamo preso gusto. Molto probabilmente una volta terminata la scrittura del disco (e manca poco) ci concentreremo anche su degli arrangiamenti in chiave acustica. A me piacerebbe molto riarrangiare Lost In Fairyland e Stone In The Sand (due brani dai toni molto rock/metal). Vedremo cosa ne salterà fuori!

La vostra musica è molto intensa e tocca l’anima di chi vi ascolta. Cosa rappresenta per voi la musica e cosa vorreste trasmettere con le sette note?

Ti ringrazio per questa frase e anche per la domanda. Vibrazioni, coinvolgimento, immedesimazione.Per noi la musica è una forma di espressione che ci permette di sognare, di creare in un istante eterno e di vagare in spazi sconosciuti. Di metterci in gioco come musicisti, ma soprattutto come persone. Di curare ferite e dare senso al bene e al male. Questo ci lega ad ogni persona che riusciamo a raggiungere e, in un periodo dove non si fa altro che cercare divisioni, ci permette di azzerare pregiudizi, bandiere e contrasti.

Il prossimo passo è un nuovo disco? Anticipazioni?

Certamente, l’EP è stato un breve assaggio che ci è servito per “rinascere” e prendere le misure sia livello di sound che come formazione. Nei nostri progetti abbiamo la pubblicazione di un album di tracce originali, all’inizio del 2020. I brani parleranno di leggende della nostra terra natia, il Friuli Venezia Giulia, e ognuno di essi sarà la storia musicata di una di queste storie. Questo sarà accompagnato anche da altri contenuti, diciamo “multimediali” (per non spoilerare troppo!).

Mister Folk tratta principalmente folk/viking metal, vi chiedo quindi se conoscete alcuni gruppi del genere e se trovate interessanti alcuni elementi di questo stile musicale.

La nostra Marty è una fan sfegatata degli Eluveitie, li segue da oltre dieci anni e si è senz’altro fatta influenzare dal loro stile. Alcune voci non troppo segrete narrano che la sua passione per questo strumento sia nata proprio da lì! Altri gruppi che vanno sicuramente menzionati sono i Korpiklaani e i Finntroll, fra i più famosi, ma vorremmo citare in modo particolare gli Elvenking ed Mago De Oz. Sono stati parte fondamentale degli ascolti di alcuni nostri componenti, sia il nostro batterista Riccardo che il nostro bouzouki-man David hanno militato in gruppi folk metal, e queste band hanno rappresentato una grande fonte di ispirazione per la loro crescita musicale in quel periodo. E anche se per ora abbiamo preso le distanze dalle sonorità metal, come dicevamo prima, dobbiamo comunque ringraziare questi gruppi per averci iniziati a questo genere e percorso.

Vi faccio nuovamente i complimenti per l’EP da poco pubblicato e spero di vedervi presto in concerto. A voi le parole finali!

Scegliamo allora poche parole semplici che parlano di noi, augurandoci che possano ispirare anche voi. Raccontano una storia di quelle scritte a mano, con pazienza. Una storia di paziente rinascita e trasformazione.

“The journey itself keeps you alive
the path, the way allows you to rise.”

Grazie per la bellissima intervista e che i nostri sentieri si incrocino ancora presto!

Intervista: Atlas Pain

Secondo disco e secondo centro per gli italiani Atlas Pain: Tales Of A Pathfinder (Scarlet Records) è la naturale prosecuzione di quanto fatto con il debutto What The Oak Left, spostando l’asticella ancora più in alto, con coraggio e determinazione. Tra giri del mondo, steampunk e verdure da mangiare, la chiacchierata con i ragazzi lombardi è da leggere tutto d’un fiato!

Due anni fa avete esordito con What The Oak Left. Ora tornate sul mercato, sempre con Scarlet Records, con il nuovo Tales Of A Pathfinder: cosa è successo tra i due album? Quali sono i ricordi più belli di quello che avete vissuto dopo la pubblicazione del debutto? E quali sono state le cose che vi hanno fatto crescere come musicisti e come gruppo?

Due anni che sono davvero volati, te lo posso assicurare! What The Oak Left ci ha portato nel tempo una serie innumerevole di sorprese, a partire dalla grande accoglienza del pubblico fino all’opportunità di poter portare la nostra musica fuori dai confini italiani e questa cosa ci ha dato la giusta carica per mettere tutto noi stessi nel lancio del secondo album Tales Of A Pathfinder. La gioia è indubbiamente tanta, sicuramente non potevamo chiedere di più.

Tales Of A Pathfinder è un concept album e la storia mi sembra essere molto originale e diversa da tutto quello che c’è in giro. Non avendo ricevuto i testi, mi parlate nel dettaglio della storia?

I temi trattati da Tales Of A Pathfinder sono frutto di un’evoluzione stilistica che ha fondato le radici a partire dal nostro debut. L’idea infatti di poter sviluppare un concept prendendo spunto direttamente dalla sottocultura steampunk è un qualcosa che abbiamo ponderato ed elaborato nel tempo. Ne è nato così Tales Of A Pathfinder, un racconto a cavallo fra fantasy e veridicità storica. Possiamo identificarlo, diciamo, come una sorta di nostra interpretazione personale de Il Giro Del Mondo in 80 Giorni di Verne, nel quale noi prendiamo le redini del viaggio e accompagniamo l’ascoltatore in diverse tappe geografiche del nostro mondo, ogni volta con l’obiettivo di trarre una morale ed un insegnamento dalla cultura propria del paese interessato. Quest’idea ci ha permesso di poter spaziare a 360 gradi nei confronti delle tematiche affrontate, sempre ovviamente dando modo al classico timbro musicale proprio degli Atlas Pain di poter condurre la storia.

Potrà esserci un “futuro” diverso dalla musica per questo concept, che so, un fumetto o un libro?

Guarda, la vedo davvero difficile. Come detto precedentemente è un concept che trae forte ispirazione da opere letterarie già famose, trasformandole e facendole nostre con leggende e storie tradizionali appartenenti alle culture più disparate, il tutto condito ovviamente dalla nostra musica. Trasporre questa formula in qualcosa al di fuori della musica stessa sarebbe come cercare di replicare l’irreplicabile. Giochiamo nel nostro territorio in completa sicurezza, ah ah ah!

Turisas + Equilibrium + una forte dose di personalità. Rende l’idea di quello che è il suono degli Atlas Pain?

Direi che hai fatto centro. Ognuno di noi all’interno del gruppo ha un proprio background musicale, per certi aspetti completamente differente l’uno dall’altro. Ma posso assicurarti che è proprio grazie all’amor comune per il pagan metal che gli Atlas Pain riescono a portare avanti il proprio sound. Le contaminazioni sono molte ma sicuramente hai citato due fra le band più rappresentative del nostro stile. Prima di essere musicisti siamo fan della musica che ascoltiamo, ed è proprio questo il motore che ci spinge a rielaborare le nostre idee e a spronarci nel comporre musica che davvero viene dal cuore, senza compromessi.

La copertina è di grande impatto e ricca di dettagli. Rappresenta forse tutti i veicoli utilizzati nella storia per compiere il giro del mondo? Potendo scegliere, quale mezzo usereste come coreografia dei vostri concerti?

La storia che narriamo all’interno di Tales Of A Pathfinder è molto ariosa e priva di dettagli tecnici, abbiamo preferito dare un’infarinatura che potesse portare la critica e il pubblico ad identificarlo come concept album, ma al di fuori di questa linea comune non vi è una vera e propria descrizione dell’avventura in sé. Sicuro la copertina aiuta l’ascoltatore ad immaginarsi un proprio viaggio e, considerando il setting di tardo Ottocento, è abbastanza obbligato che la scelta ricada poi sui mezzi rappresentati nella copertina, quindi in parte potrei risponderti di sì. Per quanto riguarda la coreografia, cavolo, si viaggia con l’immaginazione! Il giorno in cui potremmo permetterci di salire sul palco anche solo con una bicicletta sarà un gran giorno!

Per la copertina vi siete avvalsi della mano di Jan “Orkki” Yrlund, un nome che non ha bisogno di presentazioni. Come sono stati i contatti con lui (email o telefonici) e come siete arrivati al risultato finale?

È la seconda volta che abbiamo il piacere di lavorare con Jan e anche per questo nostro lavoro non possiamo che esserne felici. Bastano sempre poche parole, una descrizione della nostra musica, dei brevi messaggi sui social e poi lui subito se ne esce con il concept grafico già fatto e finito, centrando sempre l’obiettivo. È un tipo easy, con un calendario serratissimo (considerando anche i colossi del metal con cui si ritrova a lavorare). Basta aver pazienza, perché molte volte con lui è ‘buona la prima’.

L’aspetto estetico è per voi molto importante e il “cambiamento” dai primi Atlas Pain a quelli odierni è cosa da non poco conto. Come siete arrivati a questo punto, perché ci siete arrivati e avete mai avuto “paura” nel farlo?

Esattamente. L’outfit che noi portiamo sul palco fa parte di un incastro di ragionamenti ponderati nel tempo e sempre funzionali alla nostra proposta, partendo dalla musica, fino alla scenografia dei nostri concerti. Indubbiamente, anche a livello visivo, gli Atlas Pain hanno completamente stravolto il proprio aspetto nel tempo, passando da uno stile prettamente canonico e abbracciando anno dopo anno sempre di più l’immaginario steampunk. È una scelta molto più vicina alle nostre corde, considerando anche l’impronta pesantemente ‘bombastic’ (concedimi il termine) della nostra proposta musicale. Paura non ce n’è mai stata, ma curiosità sempre tanta. Noi sai mai come il pubblico possa accogliere determinati cambi di rotta, anche se minimi e molte volte totalmente ininfluenti, musicalmente parlando. Siamo in ogni caso sicuri che, soprattutto in questi ultimi anni, il pubblico sia sempre di più abituato a produzioni d’impatto, dove anche l’occhio vuole la propria parte. Noi cerchiamo sicuramente di fare del nostro in tal senso.

Lo steampunk sembra essere un mondo molto lontano da quello heavy metal, voi invece siete riusciti ad unire questi due aspetti/filosofie in maniera naturale e convincente. Sono curioso di sapere a chi è venuta l’idea e come vi siete approcciati a questo nuovo e fighissimo mix.

Innanzitutto ti ringrazio per i complimenti! L’idea è partita dall’esigenza di staccarci dalla canonica idea di outfit, a volte fin troppo abusata nel genere. Volevamo provare a portare qualcosa di nuovo e sufficientemente fresco, sempre cercando di rimanere fedeli all’impronta cinematografica propria del nostro stile. Sicuramente lo scenario steampunk ci ha aiutato in tal senso, definendo già di per sé uno stile che si presta ad essere molto teatrale e d’impatto, lasciandoci tra l’altro molta libertà nello sviluppo tematico delle canzoni, potendo parlare di tradizione così come di tematiche fantasy.

La letteratura ha in qualche maniera influenzato gli Atlas Pain?

Senza dubbio, in particolare per questo ultimo lavoro, per i motivi sopra citati. La nostra fortuna si basa nel poter spaziare a 360° fra diverse tematiche, dandoci sempre totale libertà artistica, e questo ci permette di attingere da diverse fonti d’ispirazione, partendo dalla letteratura, passando per arte visiva e, perché no, anche per la filosofia. Oltre a tenerci svincolati da qualunque paletto tematico (come molte volte il genere richiede) questo ci da la possibilità di poter sviluppare inoltre storie sempre e solo partendo da ciò che in quel determinato momento ci sentiamo di scrivere.

What The Oak Left si può considerare come un biglietto da visita, Tales Of A Pathfinder è la conferma della vostra bravura, cosa rappresenterà, invece, il prossimo disco?

Chi lo sa? Ogni disco per noi è sempre una scommessa. Quello che posso assicurarti è che Tales Of A Pathfinder ha rafforzato ancora di più il nostro sound e ha tracciato un percorso stilistico che permette anche agli ascoltatori di poter immaginare fin da subito ciò che in futuro possiamo proporre. Per quanto invece riguarda il mood dei prossimi lavori, sicuramente è troppo presto per poterti dare indizi, ma ‘catchy’ sarà in ogni caso la parola chiave.

C’è stato un momento in particolare durante il quale vi siete guardati negli occhi e vi siete detti “sì, stiamo sulla strada giusta”?

Purtroppo questa è una domanda troppo difficile per poterti dare una risposta secca. Sicuramente i risultati che stiamo ottenendo sono il perfetto carburante per poterci spingere ogni volta a dare di più. Questo vale sia per l’accoglienza da parte di pubblico e critica dei nostri lavori in studio, che per la risposta dei fan durante i nostri concerti. La soddisfazione più grande, tra l’altro, è notare come, nonostante le lunghe distanze, la nostra musica venga apprezzata da gente di tutto il mondo: quando scendi dal palco di qualche festival europeo ed arrivano apprezzamenti su musica e performance è sempre una gran gioia. Finché questo accadrà noi saremo sempre in prima linea!

Vi ringrazio per la chiacchierata. Vi seguo fin dal primo demo e sono molto contento per voi perché con un suono personale siete riusciti ad arrivare a un’etichetta importante e soprattutto a pubblicare dischi di qualità. A voi le ultime parole dell’intervista!

Grazie a voi dello spazio e del tempo dedicatoci. Cerchiamo sempre di andare avanti a testa dura, guardando a ciò che abbiamo fatto e, step by step, puntare sempre al gradino successivo. Ascoltate buona musica, mangiate verdure e fate sport. Mi raccomando!

Intervista: Arkona

Arrivo al Traffic Live per la fine del soundcheck degli Arkona, li lascio cenare con calma e alla prima occasione “invado” il backstage per intervistare i due leader del gruppo russo, ovvero la cantante Masha “Scream” e il chitarrista Sergey “Lazar”: la prima ha da subito dimostrato un gran desiderio di parlare e si è lanciata in sorrisi e risate, mentre il marito è stato più riservato e taciturno. L’intervista si è svolta in lingua russa per dare modo ai musicisti di esprimersi al meglio (in passato, in tal senso, ci sono stati dei problemi, mentre ora Masha parla un inglese fluente). Il traduttore istantaneo – e che ha poi trascritto l’intera chiacchierata – è stato Anton dei Blodiga Skald, al quale va un grandissimo ringraziamento.

Potete vedere leggere il report e vedere le foto e i video della serata Arkona + Blodiga Skald QUI.

Avete iniziato da poco questo tour e siete per la prima volta a Roma. L’album Khram però è uscito lo scorso anno…

Masha: beh il tour va bene, come dire, questo è anche abbastanza piccolo, abbiamo circa cinque date sole (nel senso che cinque sono da headliner, le altre in festival, ndMF), ci sentiamo bene, la partenza è buona. Per adesso abbiamo avuto solo un concerto quindi ancora non ne risentiamo la stanchezza. Ma comunque tutto sta andando benissimo, sono molto felice di essere a Roma. Una citta bellissima, siamo stati in diversi luoghi e ho anche postato le foto su Instagram. Per quello che riguarda l’album, la setlist dei concerti include anche canzoni precedenti, facciamo la scaletta anche in base all’esigenze delle persone.

Lazar: l’album ha ormai più di un anno, quindi visto che un album nuovo non ne abbiamo, facciamo date in città che non abbiamo ancora visitato, ma se risuoniamo per la seconda volta in qualche posto, allora proponiamo anche altre canzoni. Per esempio a Roma è la prima volta, quindi il concerto sarà concentrato sull’ultimo album. Suoniamo già da più di un anno a supporto di quest’album con più di 50 date, e per esempio andremo a breve negli Stati Uniti dove presenteremo una setlist diversa.

Oggi sarà la terza volta che vi vedo in concerto, ma la precedente risale al Fosch Fest di Bergamo nel 2012. Cosa si deve aspettare il pubblico romano dal vostro concerto e quanto siete cambiati in questi anni?

Masha: è una domanda difficile, noi non sappiamo cosa vi potete aspettare da noi, aspetteremo e vedremo.

Lazar: beh dicevi che sono sette anni che non ci vedi in concerto? Diciamo che sette anni fa facevamo una musica un po’ diversa, era più folk metal ora è più black. Anche i nostri abiti di scena sono cambiati un po’.

Negli ultimi due dischi, ma in particolare per Khram, le vostre canzoni sono cambiate per approccio e stile. Da Yav suonate più oscuri…

Masha: beh guarda, lo sai che io scrivo le musiche e i testi delle canzoni, no? E quando lo faccio non ci penso cosa ho ora e come devo fare. Le cose mi vengono e basta, come se qualche forza sovrannaturale mi passi le idee. Quindi non saprei cosa mi ha spinto a fare le canzoni in certi modi. Semplicemente succede. Come se le idee venissero dal cosmo. I testi sono molto diversi, per esempio sono stata in Canada e mi è piaciuta un sacco la natura e una delle canzoni – VLadonyah Bogov – è stata probabilmente influenzata da quella vista. Altri esempi forse sono quando stavamo in tour e avevamo un autista di nome Brook e ci ha fatto ascoltare le sue canzoni, siamo rimasti sbalorditi dal mix di melodie, quindi forse sono stata influenzata anche lì. Quindi non c’è stato niente di preciso che mi ha influenzata.

Alcune canzoni hanno un minutaggio molto importante e per Tseluya Zhizn’ avete oltrepassato i diciassette minuti di durata. Come nascono queste canzoni?

Masha: abbiamo per esempio anche la canzone Moei Zemle per esempio, forse anche altre, non ci ricordiamo bene. Non c’è un motivo per la quale la canzone è cosi lunga. Non mi ci sono messa a decidere dobbiamo avere una canzone di diciassette minuti, succedeva piano piano. Quando scrivo mi chiudo e scrivo finché non finisco, e poi la canzone ha cinque o diciassette minuti, non me ne accorgo finché non l’ho finita. Il testo è molto filosofico, ci sono queste due sorelle in bianco e nero come fossero la vita e morte che girano intorno all’esistenza e si bilanciano una con l’altra.

Anche la copertina riprende il mood della musica. Nasce da una vostra idea?

Masha: Si beh, appena avevamo concluso la creazione del nuovo disco, avevo già in mente la copertina, come immagine intendo, anche l’artista sapevo benissimo che volevo lui perché mi piaceva il suo stile. Gli ho detto bene come sarebbe dovuta essere e con lui era come se fossimo collegati, ha realizzato esattamente quello che volevo io. E sì, era tutto collegato: la copertina con l’atmosfera delle canzoni e anche i video.

Si può ritenere Goi, Rode, Goi l’album che vi ha fatto conoscere al grande pubblico? All’epoca la copertina del disco girava molto tra i vari siti internet e avete iniziato a fare tour più grandi e lunghi.

Masha: difficile rispondere.

Lazar: non è stata una cosa col botto, ma penso che si è creata durate i primi quattro album. Poi con la Napalm Records abbiamo fatto uscire l’album Goi, Rode, Goi per il quale è stata fatta tanta pubblicità, e anche il primo grande tour è partito dopo quell’album e per esempio siamo stati a Bologna. Questo album è stato il nostro picco nel folk metal diciamo cosi, con canzoni come Yariloe altre. Diciamo che è stato l’album più “commerciale” che abbiamo fatto. Ma dire che è grazie a questo album che siamo usciti a livello internazionale, non lo penso.

Masha: beh sì. Se posso aggiungere mi ricordo che quando abbiamo suonato per la prima volta in Europa le persone conoscevano le canzoni, soprattutto quando eravamo nei locali e ci trovavamo la sala piena, per noi era incredibile sapere che persone nel mondo ci conoscevano.

Avete ri-registrato il disco di debutto Vozrozhdenie e il risultato, secondo me, è stato veramente buono. Possiamo aspettarci una cosa del genere anche per Lepta, visto che è un grande album penalizzato dai suoni non all’altezza?

Lazari: beh è successo che eravamo fermi per creare nuovo materiale. Decidemmo di fare un concerto su queste canzoni e non ci piacevano come suonavano alcune canzoni e quindi abbiamo deciso di rifare il disco. Ma non pensiamo di fare nuovamente una cosa simile in futuro.

Masha, se ti dico Hyperborea, cosa mi rispondi?

Masha: non saprei dove iniziare perché questa è una di quelle storie dove servirebbe un intervista solo per questo! Se raccontato breve, abbiamo iniziato come semplici musicisti in un seminterrato nella casa cultura Granit che ormai purtroppo non c’è più, è stato distrutto/demolito, ci ho anche portato i miei figli perché si divertono a scavalcare le rovine. Insomma avevo deciso di formare un mio gruppo, ero ancora giovane, avevo intorno ai diciassette anni mi pare. Il mio primo gruppo mio si chiamava Krovavaia Mary (Bloody Mary), e con questa formazione facevamo della musica pesante, anche se non avevamo ancora un genere ben definito. Poi il nostro batterista Warlock, che aveva una visione musicale più sviluppata degli altri, ha formato la band Hyperborea con me alla voce. Gli Hyperborea sono poi diventati gli Arkona. E le prime canzoni erano proprio Rus e Smitsa vorot i koliada.

Come vi siete avvicinati alla musica? Ci sono dei musicisti che vi hanno ispirato particolarmente?

Lazar: per la prima volta ho preso la chitarra in mano nel 1990. Avevo una gran voglia di suonare il metal, lo ascoltavo e volevo suonarlo, ci ho messo tre anni a decidermi, e poi ho fatto come tutti, ho preso una chitarra elettrica e ho iniziato a suonare su canzoni dei Metallica per fare un nome. I miti non saprei perché ce ne sono troppi. Uno potrebbe essere Paul Gilbert anche se non fa proprio metal, ma ha comunque uno stile impeccabile. Paul Gilbert per la tecnica e Chuck Shouldiner per le canzoni.

Masha: sono stata influenzata dalla musica fin dalla tenera età. Per esempio avevo tre anni quando composi la mia prima canzone. Ancora non sapevo parlare ma avevo già scritto una canzone (ride, ndMF)! Poi ci sono state varie scuole musicali e ho provato vari strumenti. Non andavo benissimo con la teoria. Ci sono state varie situazioni personali che mi han influenzata. La prima band in cui sono mai entrata si chiamava Slavery, il genere era tipo di power metal. Li ho mollati perché non mi permettevano di comporre e non volevano utilizzare le mie canzoni. E poi i ragazzi dei Krovavaia Mey (Bloody Mary) mi hanno portata al mio primo concerto metal: avevo tanta paura, pensavo fossero tutti drogati lì!!! Gridavo “MI UCCIDERANNO!!!” (ride di cuore, ndMF). La prima formazione che sentii si chiamava M.O.R., un gruppo molto black. Poi sono stata anche ad altri concerti con i ragazzi dei Krovavaia Mary dove mi hanno fatto il corpse paint. Stavo lì e non capivo nulla! Con i Krovavaia Mary ho iniziato a fare lo scream: una sensazione divertente perché io gridavo e tutti mi fomentavano.

Masha, sul web girano delle canzoni acustiche risalenti a tanti anni fa e riportano il tuo nome. Sono vere? Di cosa si tratta esattamente?

Masha: sono le mie canzoni che non sono state suonate dagli Slavery per i quali erano state composte. Canzoni che ho composto dai 13 ai 17 anni. Mi mettevo davanti al registratore e registravo, ci facevo le cassette.

Conoscete qualche gruppo italiano folk metal?

Lazar: di solito incontriamo gruppi di altri generi, per esempio con i Fleshgod Appcalypse ci incontriamo spesso e sono amici nostri, David Folchitto (il batterista della band, ndMF) è un nostro carissimo amico. Anche con i Soundstorm. Per quanto riguarda il folk metal di italiani non ne conosciamo. Per esempio sappiamo che suoneremo con i Wind Rose, ma non li abbiamo ancora ascoltati (ci suoneranno a breve nel tour americano, ndMF). Di italiano classico conosciamo per esempio Sadist e Bulldozer.

Per concludere ti chiedo se stai componendo delle nuove canzoni.

Masha: e sì, per esempio ho già salvato alcune idee sul tablet, sto già a due canzoni e mezzo. Io non sto ferma, lavoro ogni volta che ho idee. Può succedere dappertutto. Per esempio sto in questa cosa tutta distrutta (si riferisce al backstage del Traffic, ndMF) e una volta tornata a casa trascrivo tutte le idee che potrei avere in tour.

 

Intervista: Stormlord

Sei anni di attesa per poter ascoltare Far, nuovo lavoro dei capitolini Stormlord. Sei lunghi anni di domande e dubbi, sospiri e continui ascolti dei vecchi album. Ci son voluti sei anni, ma ne è valsa la pena! Far è probabilmente il punto più alto della creatura di Cristiano Borchi e soci, un lavoro che alza ulteriormente l’asticella dell’extreme metal, con i musicisti bravi nel riuscire ad amalgamare meravigliosamente epicità e black metal. È proprio questo il succo del disco: Far è un bellissimo e originale lavoro di epic black metal, nel quale gli Stormlord hanno inserito tutte le proprie abilità che, insieme alla lunga esperienza in palco e in studio, ha fatto sì che la band si esprimesse al massimo, capace di realizzare un disco senza un solo calo di tensione o, peggio ancora, un solo riempitivo. Tutte le canzoni di Far hanno ragione di esistere e si diversificano tra di loro per musica e testi: se il Mediterraneo e la sua storia è sempre al centro dell’interesse dei nostri, è la musica che ha fatto l’ennesimo passo in avanti, rendendo ancora più bello e intenso quello che già lo era nel precedente e ottimo Hesperia. Nelle dieci tracce di Far troviamo una band carica e desiderosa di proseguire l’esplorazione degli angoli più nascosti del genere, confezionando in questa maniera un full-length che suona fresco e accattivante anche dopo numerosi ascolti. Tutto in Far è giusto e al suo posto, a partire dai suoni e dalla produzione per arrivare a ogni singola sfumatura percettibile in cuffia, un lavoro che è targato 2019 ma che nel metal d’annata trova ispirazione e la trasforma in forma attuale e “moderna” senza perdere un briciolo di spontaneità.

Passati i quarantanove minuti del disco (vissuti spesso a bocca aperta) c’è voglia di ascoltare nuovamente le dieci canzoni che compongono il cd e quando la reazione al disco è questa vien da dire “chissenefrega se bisogna attendere sei anni per godere di un simile lavoro”. Bentornati Stormlord, il metal ha bisogno di voi!

foto di Erica Fava.

La sera del release party al Traffic Live di Roma ho avuto la possibilità di intervistare la band quasi al completo (il tastierista Riccardo Studer era impegnato con il soundcheck dei Dyrnwyn, band che aprirà il concerto) e approfondire alcuni aspetti di Fare non solo. Hanno risposto alle mie domande Cristiano Borchi (CB), Francesco Bucci (FB), David Folchitto (DF), Gianpaolo Caprino (GC) e Andrea Angelini (AA). Un grande ringraziamento ad Angelo di Scarlet Records e Gabriele e Martina di No Sun Music per aver permesso la realizzazione di questa bella e piacevole chiacchierata.

Sei anni di attesa per il nuovo disco: come mai tutto questo tempo?

FB: Ormai abbiamo abituato chi ci segue a questa dilatazione dei tempi tra un disco e l’altro, però per capire questa cosa bisogna capire che Stormlord è una band che fa musica per passione, nel senso che noi non abbiamo alcun tornaconto economico, noi facciamo uscire un disco quando ci soddisfa al 100%. Non seguiamo le regole del music business, quindi tutti noi dobbiamo fare i conti con il lavoro, abbiamo famiglia e le classiche cose. Soprattutto noi facciamo uscire il disco quando pensiamo di essere in grado di dire qualcosa in più, non siamo mai stati un gruppo che fa uscire il cd ogni due anni per essere sempre in auge, questo chiaramente cozza su come la musica viene trattata. Da quando la musica liquida è diventata così importante bisogna sempre essere sul pezzo, ma noi, con meraviglia, ogni volta che torniamo costatiamo che c’è ancora gente che ci aspetta e colgo l’occasione per ringraziarli perché mi rendo conto che sei anni sono un’eternità.

Con Far siete tornati a Scarlet Records, etichetta con la quale avete già lavorato.

CB: Ai tempi non ci siamo separati da Scarlet perché avevamo un problema con loro, semplicemente abbiamo avuto la possibilità di andare su Locomotive Records che, parliamo prima della crisi del mercato, 2008-2009, all’epoca la Locomotive aveva tre uffici in America, in Germania e in Spagna dove era affiancata da Warner, tra l’altro in Germania la faceva Chris Bolthendal dei Grave Digger. Èchiaro che una situazione del genere ci dava l’opportunità di far raggiungere il disco a più persone e quindi quando ci siamo sentiti con Scarlet gli abbiamo detto che c’era questa occasione e loro stessi hanno detto “bravi, andate! Che magari noi vendiamo più dischi del vostro catalogo” (ridacchia, ndMF). Èstato fatto tutto in modo amichevole e non c’è mai stato un problema. Siamo stati poi con Trollzorn per una scelta di un’etichetta un po’ più settoriale, adesso siamo tornati con Scarlet anche a fronte del loro forte interesse nei nostri confronti e devo dire che le cose stanno andando molto bene, loro sono entusiasti del disco e stanno facendo tutto quello che possono e anche di più. Stiamo lavorando davvero bene e le cose non potrebbero andare meglio.

Iniziamo ora a parlare del nuovo album, Far. Parlatemi dei testi che sembrano essere molto importanti per voi e sicuramente interessanti da conoscere.

FB: Innanzitutto ti ringraziamo per voler parlare dei testi, diamo sempre grande importanza al lato lirico delle canzoni e non sempre ci vengono poste delle domande sui testi, sono commosso (si ride, ndMF)!

Purtroppo i testi quasi non vengono più letti.

FB: Non più. Purtroppo è così e ci dispiace perché ci mettiamo un certo impegno. Per Far non si tratta di un concept perché mi sentivo soddisfatto di quanto fatto con Hesperia che invece lo era. Quindi i testi in questo senso non seguono un filo conduttore preciso ma hanno sempre a che fare con quelli che sono i “nostri” argomenti, e quindi ci sono temi classici che sono la mitologia, la storia di Roma e della Grecia e più in generale del Mare Mediterraneo, perché noi ci sentiamo tutti uniti da questo mare. C’è sempre quel filo conduttore che parte da pezzi di Mare Nostrum come And The Wind Shall Scream My Name e ovverosia una mia riflessione sull’uomo che trova compimento nel suo esplorare, scoprire lo sconosciuto, e questo mi piace ripeterlo sempre, andiamo in contrasto col classico messaggio del gruppo metal perché il nostro è un forte messaggio di tolleranza. Poi mi piace farmi ispirare dalla natura dei pezzi anche se poi non fanno parte di queste tipologie di testi che comunque sono i più importanti e abbiamo ad esempio Cimmeria, che trova ispirazione da un poema di Howard che è il creatore di Conan ed è la prima poesia che lui abbia mai fatto riguardante il mondo di Conan e il testo è integralmente trasposto per questa canzone, oppure Levante che si connette sempre al mondo come esploratore, ma l’ispirazione è una poesia di Walt Whitman che però ne capovolge il significato, ovvero che nella poesia Colombo esplora per la gloria di Dio, qui è l’uomo che esplora per la gloria dell’uomo. Poi c’èLeviathanche è un pezzo che parla dell’Etna, un simbolo del Mar Mediterraneo, con una parte cantata in catanese dal nostro fonico Giuseppe Orlando (nonché batterista dei The Foreshadowing ed ex Novembre): l’Etna come casa di Efesto, prigione dei venti per Eolo. Mediterranea come forse simbolo dei testi di Stormlord in quanto parla del privilegio di vivere in una terra nella quale ti basta chiudere gli occhi e puoi sentire l’eternità, nel senso la storia che vive sotto queste terre.

Sono felice di aver iniziato la chiacchierata su Far parlando con i testi perché sono una parte della musica che viene quasi sempre messa in seconda parte, ma che invece ha molta importanza ed è un peccato che anche le etichette, quando mandano i promo digitali, non inseriscano un file con i testi. Soprattutto con gli mp3 e la musica digitale ho l’impressione che non ci sia tempo e interesse verso i testi.

AA: Mi hanno fatto notare che ora Spotify, su alcune canzoni, compare anche il testo, è un segno positivo.

FB: Non di tutti, non credo di noi, magari degli U2 sì…

CB: È anche vero che molti gruppi, a livello di testi, non hanno molto da dire.

Nel corso degli anni, per esperienza-gusti personali-cambi di musicisti ecc., la musica è cambiata. Mi ricordo che all’epoca del vostro primo EP Under The Sign Of The Sword, non c’era internet, con gli amici dell’Appennino, parlando del disco che era sulle riviste ci dicevamo “ma che fanno questi?” e uno che vi aveva ascoltato disse “sono tipo i Bal-Sagoth”. Allora mi son detto “ah, black metal epico, magari sono fighi!” e mi procurai una cassetta tramite tape trading e così vi ascoltai per la prima volta.

CB: Beh sì dai, più o meno ci siamo. Magari un po’ più semplici.

Quindi ecco, dal primo disco a oggi c’è stata una grande evoluzione, in particolare per questo album ho sentito quasi delle chitarre “moderne”, se posso dire…

FB: Sìsì, puoi dirlo!

Un largo uso del growl e in alcuni frangenti ho avuto la sensazione di ascoltare qualcosa di vicino ai Behemoth per quel che riguarda l’atmosfera. Però metti la canzone e dici “sono gli Stormlord”, diversi da quelli di dieci o cinque anni fa, ma riconoscibili. La domanda è: quanto è difficile, se lo è, essere se stessi senza ripetersi andando avanti come gruppo e come musicisti.

CB: Guarda, io penso di parlare a nome di tutti, questa difficoltà noi non l’abbiamo mai percepita proprio per un discorso come quello che faceva Francesco. Non essendo noi un gruppo che deve tenere conto di un mercato, di dover far tornare i conti, far uscire un disco che deve seguire una strada perché i fan vogliono quello o altro. Noi lavoriamo spontaneamente senza alcun tipo di pregiudizio nei confronti delle nostre idee. In carriera abbiamo fatto pezzi acustici come TheCastway cantato in scream, Hesperia che è un pezzo semi elettronico cantato in italiano in growl…

Non ci sono limiti.

CB: Quello che ci piace, che secondo noi ci è venuto bene, lo portiamo avanti. Questa, secondo noi, è la chiave per rimanere se stessi: non abbiamo pressioni esterne, quindi i nostri gusti sono quelli. Possono essere arricchiti dai nuovi ascolti e dai tempi che vanno avanti, come dicevi te le “chitarre moderne” sono nuove influenze sicuramente anche nel modo di suonare, ma siamo sempre noi perché di base è musica genuina, sincera, che viene da dentro perché non ha bisogno di non essere così perché non abbiamo costrizioni di sorta, né dobbiamo sbrigarci, né dobbiamo seguire schemi collaudati “perché così vendiamo tot”, tutti questi discorsi con noi non ci sono e questo permette di portare avanti la nostra personalità e fare quello che vogliamo. Questo ci porta a un’evoluzione del sound, arricchire e modificare senza snaturare perché siamo sempre noi.

Testi legati al Mediterraneo e un importante messaggio, musica che è epica ma penso di poter dire che è anche il più aggressivo della vostra carriera

CB: Sì.

Ma è di un’epicità in alcuni punti…

FB: È quella l’idea, noi suoniamo extreme epic metal!

In alcuni passaggi, rischio di dire una castroneria, ma l’ho pensato: ci sono dei momenti di epicità pari a quelli di Imaginations From The Other Side dei Blind Guardian con tutt’altra musica. Voglia di uscire di casa e urlare al cielo qualcosa…

FB: Mi è capitato di descriverla come “musica per guardare all’orizzonte”. Quando sei talmente fomentato che vuoi sfidare il sole, ecco quella vorrei che fosse la sensazione che si ha quando si ascolta la nostra musica. Però sì, di base deve essere schifosamente epico un disco degli Stormlord.

La tua è una bellissima descrizione, mi hai fatto pensare a quando sono stato in Irlanda, a Doolin per la precisione. Arrivi lì e a un metro ci sono le scogliere a picco sull’oceano e dopo il nulla, la fine del mondo.

FB: Bravo, mi sei piaciuto, ti farò scrivere un testo per il prossimo disco! (risate, ndMF)

Musica iperepica, testi… iperepici e copertina… iperepica. Lui è un mostro sacro degli artwork…

Band in coro: È iperepico!

Come lavorate con Gyula Havancsák: gli mandate la musica, i testi, gli dite la vostra idea…

AA: La parte dell’artwork l’ho seguita io a nome della band. Abbiamo lasciato parecchia libertà a Gyula.

CB: Andy ha seguito da vicino Gyula.

FB: Posto che con Gyula ci lavoriamo dai tempi di Mare Nostrum, è il terzo disco che ci fa.

AA: Ci conosce, sapeva già più o meno su quali coordinate muoversi, la musica la conosce. Abbiamo fatto tra di noi un brainstorming per buttare giù qualche idea con la musica che avevamo già composto, lo abbiamo contattato e dato degli input, poi lo abbiamo lasciato libero di lavorare. Ci ha mandato delle bozze e noi gli chiedevamo delle correzioni, cambi colore ecc., ci sono comunque due artwork per il cd e il vinile ha un’apertura più ampia ed esalta ancor di più la copertina.

È la prima volta che pubblicate su vinile?

FB: Sì.

Che sensazione è?:

FB: Bellissima! Anche io ascolto musica quasi solo liquida, vuoi l’mp3 o Spotify, abbiamo comunque un grande amore per il vinile perché è il formato che c’era quando eravamo piccoli, ci siamo cresciuti, e per noi che diamo molta importanza all’artwork… ricordiamo tutti cosa vuol dire prendere un disco su vinile no? Iron Maiden, Somewhere In Time, la grafica. Poi il vinile, se ci pensi, è un oggetto che ti obbliga a porre attenzione all’ascolto perché lo devi mettere, mettere la puntina, quattro canzoni e lo devi girare, non lo puoi lasciare come sottofondo, e credo che sia un bel messaggio in un mondo che come ora puoi essere travolto dalla musica per un’intera giornata senza focalizzarla. Soprattutto è un bellissimo oggetto con una bellissima copertina.

Avete parlato di Iron Maiden, li avete coverizzati anni fa. Poi a memoria Slayer e Death SS e Metallica con Creeping Death: sicuramente tra i gruppi che vi hanno dato tanto da ragazzi…

CB: C’era anche una canzone dei Naglfar che facevamo dal vivo al tempo…

FB: Pure Venom! Countess Bathory!

CB: Dei Naglfar facevamo da Through The Midnight Spheres da Vittra, il primo disco.

Dovendo farne una adesso, da inserire in un disco, magari anche per via di un legame con i testi…

CB: Dovremmo fare una riunione e decidere ahah!

Allora ditene una a testa. Per gusto e magari perché ce la vedete bene rifatta nello stile Stormlord.

CB: Io lo sfizio me lo sono tolto facendo Moonchild perché sono cresciuto con gli Iron Maiden, da ragazzino saltavo in camera facendo finta di essere Bruce Dickinson, facevo finta di cantare, mica le cantavo! Facevo così “aua aua aua ah”, facendo un po’ la scimmia della situazione, cantavo e ballavo…

Ma pure vestito come Bruce Dickinson, con i leggins a righe?

CB: Bastava anche il pigiama che andava bene lo stesso. Seventh Son Of The Seventh Son è stato il mio primo disco dei Maiden e ho iniziato proprio con Moonchild e per me ha un super significato. Tra l’altro sono anche riuscito a farla ascoltare a Bruce, quando gli ho fatto un’intervista gli ho lasciato il disco, erano i tempi di Metal Shock e gli lascia The GorgonianCult e so pure che ha gradito molto. A lui, come si può sentire dai suoi dischi solisti, piacciono anche le cose un po’ più spinte, dove c’è la doppia cassa…

Quale ti piace di più di Bruce solista?

CB: Oddio, non te lo so dire

FB: Secondo me ti piace Balls To Picasso, quello con Tears Of The Dragon

CB: Quello era più rock perché c’era un po’ di repulsione per il metal, poi è andato oltre, più duro dei Maiden.

Io vado pazzo per The Chemical Wedding, all’epoca l’ho consumato.

FB: Bellissimo!

CB: Per noi gli Iron Maiden sono un’influenza, tolto il batterista… ahahah!

DF: Diciamo che i dischi principali li conosco e mi piace anche X Factor. Secondo me è un ottimo disco.

CB: Siamo influenzatissimi anche dal loro modo di stare sul palco.

FB: Siamo molto attivi sul palco, vuoi perché abbiamo il cantante senza strumento, vuoi che siamo tanti, però zompiamo come loro!

CB: Nel limite del possibile e degli spazi.

FB: Mi è tornata in mente che tempo fa ci abbiamo provato a fare una cosa. Giampaolo è colui che canta quando senti la voce profonda alla Sister Of Mercy e tempo fa avevamo abbozzato un pezzo dei Bathory, quella Song To Hall Up High cantata da lui. Sarebbe figo fatta con delle orchestrazioni perché per me i Bathory sono una grandissima influenza, sia quelli black ma soprattutto quelli epici. Song To Hall Up High fatta dalla voce di Giampaolo potrebbe essere davvero una figata con delle belle orchestrazioni.

GC: Essendo fan dei vecchi Metallica, sono un discepolo di James Hetfield a livello chitarristico, a me piacerebbe fare The Thing That Should Not Be, riarrangiarla. Non è un pezzo veloce, è strana, molto affascinante e particolare. Rivisitarla con lo scream, un pizzico più veloce…

DF: In un certo senso lo sfizio me lo sono tolto anche io con Creeping Death. Questo lo sanno in pochi, ma Creeping Death è stata la prima canzone metal che ho provato a suonare: sai le bacchette sul ventilatore o qualunque cosa che trovavo, ho detto “ok, divento batterista”. Mi ha proprio introdotto alla batteria metal e quando mi hanno detto “facciamo Creeping Death” ho pensato “che figata!”. Quindi sto bene così, ma potendo esprimere un desiderio, da fan del power metal, vorrei fare qualsiasi cosa degli Helloween, dei Running Wild o dei Gamma Ray, sennò un pezzo non metal e rifarlo metal, che a volte è proprio una sfida. Anche se è rock, un pezzo dei Guano Apes, quando hanno fatto la cover di Big In Japane sembrava una canzone loro. I Turisas hanno fatto una cover dei Boney M, Rasputin (la trovate come bonus track di The Varangian Way, ndMF), ed è bella. Una cosa anni ’70, roba stranissima, rifatta metal, è sicuramente stimolante. Io sarei per queste cose dance rifatte in chiave metal.

Mi viene in mente i Trollfest che hanno rifatto Toxic di Bretney Spears

FB: Ci abbiamo suonato con i Trollfest, conosco.

DF: Non è facile, ma rifare un pezzo che ti piace, che ti ha ispirato e rifarlo “tuo” è una sfida. Secondo me è più difficile farlo con roba che non è del tuo genere piuttosto che con roba che conosci e fa parte del tuo background. Coverizzare una Mirror Mirror dei Blind Guardian, faccio un nome a caso, la fai un po’ più ignorante e viene, vai a scomodare una band con i Blind Guardian che non è “semplice”, ma sai già come fare.

AA: Chiudo il giro io e dico Iron Maiden perché ricordo le emozioni che ho provato le prime volte che li ho ascoltati e mi domandavo “ma cos’è quest’atmosfera epica?”, all’epoca non avevo mai sentito una cosa del genere da un altro gruppo. Scegliendo direi magari un pezzo non proprio conosciutissimo come Total Eclipse con la voce di Cristiano altissima, mammamia!

Va bene ragazzi, io innanzitutto vi ringrazio per il tempo che mi avete concesso, è stato un piacere intervistarvi e rinnovo i complimenti per Far, un gran bel disco! A partire da domani, cosa faranno gli Stormlord? Date, festival, video?

FB: Hai detto tutto tu! A breve dobbiamo girare il video, abbiamo il Metalitalia Festival a Milano con Arch Enemy, Flashgod Apocalypse, Darkane ecc. (l’intervista si è svolta il 24 maggio, quindi prima del festival di Metalitalia, ndMF), abbiamo altri festival in via di conferma e c’è la nostra agenzia Bagana che sta lavorando per noi e dopo l’estate immagino che si suonerà. Questo disco è stato un po’ come un parto, ma ora arriva il rock’n’roll: come dico sempre la nostra dimensione ideale è dal vivo, noi in stile Iron Maiden diamo tutto dal vivo e speriamo di avere tante date! Per il futuro remoto chi può dirlo, magari faremo un nuovo disco in due anni oppure in dieci, mi guardano sconvolti (riferiti agli altri del gruppo, ndMF), facciamo dieci va!

Terminata l’intervista si prosegue a parlare in maniera informale, ma le parole di Giampaolo Caprino sono talmente interessanti che gli chiedo se posso registrarle, ecco la coda dell’intervista:

GC: Per noi sono molto importanti i testi, così come le composizioni. Noi le incastriamo queste due cose, quindi facciamo una certa ricerca per i testi, su mitologia, storia e poesia, facciamo anche una certa ricerca nella musica, cercando le scale giuste, i modi e le scale che hanno un sapore antico. Spesso e volentieri abbiamo utilizzato la “scala napoletana” perché ha un sapore mediterraneo, come su Mare Nostrum.

Voi partite sempre dai testi per poi aggiungere la musica giusta?

GC: Noi iniziamo a portare delle idee che abbiamo partorito a casa, nella nostra ricerca, le portiamo e le uniamo, così nasce qualcosa. Avendo già una certa personalità – come ha detto prima Cristiano, non è che ci sforziamo nel riprendere qualcosa del passato e autocelebrarci, siamo noi, siamo semplicemente noi al naturale – ha un certo carattere, il carattere Stormlord, che Francesco percepisce che quella canzone può parlare di quella cosa lì. In quel momento si uniscono le cose e si ritorna sulla musica e si crea l’atmosfera, si cerca lo strumento antico. Per esempio, in Hesperia nel pezzo Onward To Roma, è un pezzo sul viaggio di Enea dalla Sardegna alle coste laziali, lì abbiamo utilizzato degli strumenti sardi.

Non sono solo effetti digitali quindi…

GC: No! Su Mare Nostrum mi ci sono messo io con il marranzano e doin doin doin (imita il suono dello strumento noto anche come “scacciapensieri”, ndMF).

Mi hai parlato di scale antiche e ho pensato che a casa ho due dischi di un gruppo romano che fa “antica musica romana”, si chiamano Synaulia. Li conosci?

GC: Non li conosco, ma posso dirti che ogni volta che nella nostra musica c’è qualcosa di “romano” è perché ci siamo visti Ben-Hur, perché magari abbiamo tratto ispirazione dalla colonna sonora di un vecchio film. “Senti qui, armonizzano tutti per quarta, senti queste trombe”, è un farsi ispirare dalle immagini e dalla musica di quel famoso musicista degli anni ’60 per come l’ha vista lui e farsi ispirare da quelle che lui ha dato alla nostra cultura e immaginario collettivo. Peschiamo dai film spesso e volentieri, come in Hesperia che abbiamo avuto come ispiratore Basil Poledouris, compositore di origine greca che ha composto la colonna sonora di Conan Il Barbaro, che è un capolavoro della storia della musica per quanto mi riguarda. Che poi ce la siamo portata dietro pure su Farquesta presenza, rivisitando in maniera più metal, diretta e moderna.

Si chiude così la lunga chiacchierata con i ragazzi degli Stormlord: seduti sui cuscini del Traffic Live, chiacchierando di buona musica prima dell’inizio del concerto: che belle le intervista face to face!

foto di Erica Fava.