Intervista: La Janara

Streghe, racconti tramandati dai nonni e antiche tradizioni… tutto molto “folk”, ma La Janara è una band heavy/doom che ha da poco pubblicato il disco di debutto Tenebra con la storica Black Widow Records, in questo genere una vera e propria garanzia di qualità. Effettivamente il disco è davvero godibile, un bel mix di generi diversi che si sfiorano e intrecciano fino a dare vita a un sound personale, cantato in italiano e che, pur con chiari riferimenti ai grandi del passato, non ha paura di esprimersi con forza e delicatezza a seconda dei brani: riff sabbathiani e arpeggi cristallini si alternano sempre sotto il dominio dell’istrionica voce de La Janara, mattatrice del disco a suon di vocalizzi sempre intensi e carichi di energia. Tenebra inoltre è un cd vario, che non segue musicalmente un’unica via, ma che nel complesso risulta essere compatto e dinamico, un ascolto obbligato per gli amanti della musica oscura o, più in generale, della bella musica. Per saperne di più ho intervistato Il Boia, chitarrista della band, ben disposto a dare risposte interessanti e approfondite. Titoli come Malevento e Violante Aveva Un Osso Di Capra non vi mettono una grande curiosità?

Il più classico degli inizi: presenta La Janara ai lettori di Mister Folk.

Ciao a tutti, grazie per lo spazio su questo sito che seguo già da molto tempo. La Janara è un gruppo rock/heavy metal che parla di streghe, donne tenaci e forti che non si lasciano intimorire da nulla, specialmente dall’ignoranza e dall’invidia che le vorrebbe veder soccombere. Siamo irpini, e nelle nostre canzoni trovano spazio le leggende e i racconti che i nostri nonni ci hanno tramandato, con personaggi fantastici che affondano le proprie radici in tradizioni secolari. Cantiamo testi in italiano e adoriamo i film di Fulci, Bava, Soavi oltre al rock/prog italiano di New Trolls e PFM e il sound occulto tricolore di gruppi come Death SS, Paul Chain, l’Impero delle Ombre e The Black!

Avete da poco pubblicato il primo full-length Tenebra marchiato Black Widow Records. Come ti senti ad avere il supporto di una storica etichetta che ha pubblicato tanti gruppi importanti?

È una bella sensazione. È stata la prima ed unica etichetta che abbia contattato. Mandai loro il demo nel 2015 e già, sotto la nostra scorza acerba, videro qualcosa in noi. L’EP, come sai, è stato distribuito dalla Black Widow Records, a differenza del nuovo Tenebra che uscirà con la dizione ‘prodotto e distribuito’ da loro. Il nostro rapporto, tuttavia, va addirittura oltre: sono un loro cliente e spesso Massimo Gasperini, il boss dell’etichetta, mi suggerisce dischi che potrebbero essere un’ispirazione per le nostre prossime canzoni. Il loro supporto è fondamentale.

Due anni fa avete rilasciato l’EP La Janara: ascoltando il nuovo disco è facile notare il lavoro che avete svolto per migliorare sotto un po’ tutti i punti di vista. In particolare ora il suono (nel senso “risultato finale” e non “registrazione”) è più compatto e la prestazione della cantante La Janara è sì selvaggio, ma meglio indirizzato a favore del risultato finale.

Sì, assolutamente, e grazie mille. Registrare un disco è un’esperienza importante, ma, a differenza di trenta o quarant’anni fa quando registrare era davvero costoso e le band, prima di catturare l’attenzione di un’etichetta che le finanziasse, suonavano dal vivo per anni ed anni, arrivando in sala di registrazione preparati e consapevoli, oggi si comincia dallo studio e poi, se si è fortunati e ci si organizza bene, si va a suonare. Tenebra è stato registrato molto in fretta, abbiamo usato le prime take per lasciare un’impronta selvaggia e le voci le abbiamo fatte alla fine, ma già rispetto all’EP il tutto suona meglio anche grazie al nostro nuovo batterista, che nonostante non ascolti metal, ha subito centrato il bersaglio. Raffaella invece, forte dell’esperienza dell’EP, ha deciso di cantare in maniera più libera e aggressiva, per fortuna!

A mio parere Malevento è la canzone che meglio racchiude l’essenza della band: riff doom oriented, un grande ritornello, la teatralità de La Janara, il testo che richiama a epoche che sembrano essere lontane….

Grazie mille. Sì, in effetti ritengo che Malevento, insieme a Luce, contenuta nell’EP, sia la migliore canzone che abbia mai scritto. È potente, diretta e melodica, come piace a me. Il nome è quello originario della città di Benevento, un po’ italianizzato. Per quanto riguarda le epoche lontane, le canzoni che scrivo non hanno alcun elemento moderno contemporaneo, lo sono solo le emozioni e le sensazioni della protagonista, per il resto sembrano sospese in un perenne ‘700. Il testo parla ovviamente dell’incontro fra le streghe ed il signore delle tenebre. Ad una festa del genere ci sarebbe da divertirsi!

Violante Aveva Un Osso Di Capra mi ha ricordato molto i Lingalad più atmosferici. Conosci la band di Giuseppe Festa? Ci racconti da dove viene fuori il testo e come mai avete deciso di farne un brano acustico?

Non conoscevo i Lingalad prima che tu me li nominassi, tuttavia, nonostante ascolti tantissima musica i miei riferimenti principali sono più o meno sempre gli stessi: il Battisti più prog, De André (anche musicalmente, adoro la musica ‘nuda’ per chitarra acustica e voce), i Black Sabbath, Death SS, Paul Chain, New Trolls e Le Vibrazioni. La canzone è nata di notte, avevo la chitarra acustica vicino al letto, mi sono svegliato intorno alle due, forse le tre, e ho cominciato a canticchiare la melodia di Violante… Il testo è venuto da sé e poi ho ripreso a dormire. Il giorno dopo avevo la canzone bella e pronta e neanche la ricordavo benissimo! L’acustico è più suadente e affascinante, talvolta, e non volevo che la canzone si snaturasse rendendola elettrica e pesante.

Il primo giro di Mater Tenebrarum (ma non solo quello) deve molto a Tony Iommi: quanto è importante secondo te conoscere la storia per poi rivisitarla con personalità?

Io sono un collezionista disperato, conosco tante band e ho tanti dischi, tuttavia mi è capitato di conoscere gruppi fenomenali i cui componenti avevano solo 5/6 album ciascuno nella propria collezione, ma, ovviamente, per un compositore come me è fondamentale conoscere la storia e capire da dove viene il linguaggio che utilizzo nelle mie canzoni. Tony Iommi è un chitarrista che adoro, specialmente perché è un musicista con un approccio molto essenziale, ai Black Sabbath bastava un riff di chitarra, un basso e una batteria per far quadrare un brano. Ovviamente ritengo Iommi una grandissima influenza, ma tutto l’heavy metal deve tanto ai suoi dischi, perfino a quelli come Born Again e Tyr, una volta davvero poco considerati, che si sono rivelati lavori influenti per tantissime band estreme nel primo caso e folk/viking metal, nel secondo (ma a te l’ultima parola, sei l’esperto del settore!).

Ho apprezzato tanto il guitar work su Or Poserai Per Sempre: a chi ti sei ispirato per questo brano? Inoltre nella canzone è presente anche una parte brutalmente urlata che dà una marcia in più alla composizione. Pensate di utilizzare questo stile anche prossimamente?

Grazie! Mi sono ispirato al lavoro del mio tecnico personale delle chitarre, Rocco Minichiello dei Release the Blackness (giovane e talentuosissima band del mio paese che ha all’attivo solo un EP) con cui ho registrato le chitarre dell’album. Lo screaming è di Giulian degli Scuorn, grande band black metal che fonde tale musica con quella folk napoletana (trovate la recensione del disco Parthenope QUI, ndMF). Sicuramente il mio cuore è rivolto al pop/rock/prog/folk degli anni ’60 e ’70, ma mi piace il metal estremo. Abbiamo già registrato un brano black metal, non so se verrà mai pubblicato, ma… chi può dirlo! La cosa mi intriga.

La Janara, Il Boia, Il Mercenario, L’Inquisitore: perché avete scelto di chiamarvi così?

Sono tutte figure che ruotano intorno alla morte della strega. Il mio gruppo, i miei testi sono ispirati certamente alla musica e ai film dell’orrore, ma riflettendoci l’oppressione e l’uccisione delle donne non sono solo finzione cinematografica, ma orrori quotidiani. Quello che suoniamo altro non è che un grido di uguaglianza, l’esaltazione del libero pensiero, e le donne, ancora oggi, sono tra i più grandi martiri della storia, ed è strano, visto che sono praticamente la metà del mondo.

Prima di concludere, visto che sei un giornalista che collabora anche con la rivista Guitar Club, vorrei chiederti quale strumentazione hai utilizzato durante la registrazione del disco.

Bella domanda! Ho usato una Michael Kelly Patriot Custom che ho venduto un paio di mesi fa. I suoi pickup tuttavia, degli splendidi e ruggenti DiMarzio Petrucci, sono stati trapiantati su di una Fender del 1978 con cui ho registrato gli assoli e che mi porto sempre dietro ormai, e lo farò per sempre perché è fantastica! L’acustica è una splendida Yamaha in mogano, come il mio adoratissimo, splendido e irraggiungibile Elliott Smith.

La Janara 2019: dopo il disco con Black Widow Records cosa farete? Avete intenzione di portare in giro per l’Italia il vostro heavy/doom?

Sicuramente, inizieremo provando a conquistare il Sud Italia! Dopodiché, ci chiuderemo in sala prove per scrivere un disco ancora più bello!

Siamo su un sito che tratta folk metal: cosa può portare i lettori a scoprire il mondo de La Janara?

Abbiamo provato a fare un brano folk metal, l’ultima traccia di Tenebra,Ver Sacrum, che parla dei popoli italici pre-romani. Quello che in Inghilterra viene chiamato folk qui è la musica popolare che Musicanova, D’Angiò, Eugenio Bennato, De André e tantissimi altri, hanno sempre incorporato nelle proprie canzoni. Suoniamo heavy metal, ma il folk ci piace, quindi chissà che in futuro le cose non si sposteranno sul folk rock/metal, chi può dirlo! Considera che ho tutti i dischi di John Renbourn e Bert Jansch, due eroi, per chi scrive, della musica popolare britannica, probabilmente la loro influenza potrebbe farsi sempre più decisa… Staremo a vedere, in quel caso, sarà un piacere ritrovarci ancora qui, sulle pagine di Mr. Folk!!!

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Intervista: Lex Talion

Il folk metal è un linguaggio universale, parlato in ogni continente: oggi gli argentini Lex Talion hanno la possibilità di raccontarsi e incuriosire voi lettori. Freschi autori del secondo full-length dal titolo Sons Of Chaos, ci hanno spiegato cosa hanno fatto nei sei anni successivi al debutto Funeral In The Forest, ma anche della scelta di coverizzare i Manowar e tanto altro. Come sempre, buona lettura! 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Vi ho scoperto anni fa quando uscì il debutto Funeral In The Forest nel 2012. Ci sono voluto ben sei anni per pubblicare il successore Sons Of Chaos: cosa è successo nel mezzo?

Sono accadute molte cose e queste sarebbero molto lunghe da spiegare. Principalmente, c’è stato un lungo processo di riunione di membri della band, prove e presentazione dei nostri lavori live. Sapevamo che era un lavoro necessario per crescere come band. Quindi, il fatto che il metal in Argentina sia estremamente impopolare rende tutto estremamente difficile per gli artisti. Avevamo da svolgere diversi lavori (registrare, mix, master, definire l’artwork e la presentazione, i nostri vestiti e la nostra immagine nel complesso, la produzione fotografica, il video editing ecc.). Facciamo tutto da soli. Non è come scrivere un mucchio di canzoni, andare in studio e registrarle. Abbiamo bisogno di fare il lavoro di molte persone allo stesso tempo.

Nella seconda parte del 2017 avete pubblicato l’EP Nightwing: un modo per dire “siamo vivi e presto torneremo con il nuovo disco?”

Ovviamente, questo è quello s cui servono queste release. Vogliamo mostrare alle persone su cosa abbiamo lavorato. Il resto delle canzoni era già pronto, ma l’album completo ha preso un po’ più di tempo perché volevamo dargli il trattamento che si meritava. Non c’è bisogno di accelerare le cose perché non siamo sotto a nessun “obbligo contrattuale” per rilasciare un album.

Di Nightwing mi ha sorpreso la cover dei Manowar Battle Hymn: come mai la scelta è caduta sulla band di Joey DiMaio?

È una canzone molto forte, sostanzialmente è un riferimento diretto al fatto che il metal classico ha contribuito enormemente (a creare) questo sottogenere. Indipendentemente dalle opinioni che la gente può avere sui Manowar, loro sono un’influenza indiscutibile nel mondo del metal in generale, ma molto di più nel viking metal, che non sarebbe stato concepito senza la loro influenza. In più, l’album che stavamo concependo era molto più “bellico” del precedente, quindi questa canzone era un buon collegamento a quello che stava per uscire, e senza dubbio è un momento molto divertente da suonare ai live, per noi e per il pubblico.

Rispetto a Funeral In The Forest il nuovo Sons Of Chaos è più oscuro e privo di quei richiami scottish che ogni tanto facevano capolino nel debutto. Come mai questi cambiamenti?

La musica che scriviamo è segnata dall’esperienza che abbiamo fatto fino a quel momento, il che da solo spiega perché il secondo album sia più oscuro e aggressivo del primo. In più abbiamo percepito che fosse la progressione naturale nel sound della band, e in qualche modo il risultato dell’aggiunta dei nuovi membri della band. Inoltre, non ci piace ripeterci. Crediamo che la musica sia un viaggio in cui devi esplorare nuove strade e ci sono talmente tante cose che puoi fare che sarebbe inutile continuare a fare le stesse cose.

Musicalmente domina il mid-tempo: è la forma che prediligete per esprimervi?

Come dicevamo prima, stiamo esplorando e forgiando la nostra identità come band. Le canzoni di solito vengono fuori naturalmente, non ci pensiamo molto su quante canzoni lente, con mid-tempo o veloci abbiamo nell’album, altrimenti saremmo costretti a forzare le cose in una forma che appaia in un certo modo per il mercato e non per cosa noi vogliamo fare o sentiamo. D’altra parte, i mid-tempo ci permettono l’aggiungere dei dettagli e degli elementi ambient che altrimenti non verrebbero notati.

Ho letto che i testi trattano di mitologia scandinava, paganesimo e protesta sociale: potete entrare più nello specifico e dire qualcosa della protesta sociale?

All’inizio (prima di Funeral In The Forest) c’erano molti argomenti che non furono inclusi in quel primo album: povertà, carestia, giustizia sociale. L’idea restante era The Kingdom Of The Forgotten, che è una canzone che parla di un sovrano che tiene i suoi sudditi in povertà e invece di dargli da mangiare preferisce continuare ad investire in armi e in forze militari, che è anche un problema molto contemporaneo. Inoltre, la nostra musica è fortemente collegata alla musica folk, che è stata concepita come un metodo per esprimere la realtà delle persone. Un altro esempio è Mirrors, che non parla di schizofrenia o di magia, ma della vita sistematica, di essere super adeguati, di diventare ciechi davanti alla realtà. Il personaggio diventa consapevole che la sua vita è stata una mera proiezione degli altri, che è una malattia sociale seria molto presente oggigiorno, qualcosa che ci aliena completamente dalle nostre capacità, ci rende individualisti, egoisti e che distorce completamente il collettivismo, trasformandolo nella proiezione sociale di come “ci vogliono loro”. Considerando che tutti i membri hanno ideologie e credi diversi, questi elementi sono sempre presenti nella nostra musica, ed è qualcosa su cui siamo tutti d’accordo.

Di cosa tratta In The Haar? In sede di recensione l’ho definita “mistica”, cosa ne pensate? Come è nata la canzone?

“Mistico” potrebbe essere una buona parola per definirlo. Abbiamo una prospettiva particolare sui nostri testi, il nostro obiettivo è che il significato generale della canzone dovrebbe essere completato dall’ascoltatore. Una canzone può avere diversi significati per diverse persone e questo è fantastico, è un modo per mettere il lettore o l’ascoltatore nella condizione di pensare e analizzare e – durante tutto il processo – di fare propria quella canzone. D’altra parte, la canzone fu concepita da un riff di chitarra veramente semplice che evoca l’immagine del navigare (magari alla deriva), ma in una maniera melanconica. “Haar” è un’antica espressione che significa “foschia”. Da una prospettiva letterale, rappresenta un gruppo di guerrieri che navigano attraverso i mari in modo da combattere e conquistare, ma si ritrovano circondati da una fitta nebbia e non possono vedere dove stanno facendo rotta, questa nebbia diventa il vero “nemico” che devono sconfiggere. Da un punto di vista poetico, beh, a volte ci troviamo in certe situazioni nelle quali non possiamo vedere chiaramente una via d’uscita, che cammino scegliere, che decisione prendere in modo tale da raggiungere i nostri obiettivi, ed è qui che appaiono gli elementi “mistici”, il senso dell’errare continuamente, il bisogno di squarciare il velo… o può significare qualunque cosa tu voglia 😉.

La copertina è molto intensa e ben fatta. Ha un legame con i testi e perché ci sono delle rune?

Fortunatamente abbiamo trovato un artista in grado di tradurre l’idea che avevamo originariamente (in copertina, nda). Crediamo che sia un concetto semplice, ma pieno di significato. Il personaggio a quattro teste rappresenta l’unione di noi quattro. Le rune sono l’aspetto più interessante, se le leggi in ordine alfabetico formano la parola “CAOS”, ma ognuna di esse ha un significato unico che crea un circolo da qualcosa di veramente positivo a qualcosa di veramente negativo, che è collegato all’antico concetto nordico della vita che è in un cerchio e che tutte le cose devono morire per dare nuova vita.

La produzione è davvero buona e il fatto che tutte le fasi in studio siano state fatte “in casa” la rende ancora più sorprendente, complimenti!

Il processo di scrittura, registrazione, mixaggio e produzione è estremamente tedioso, prende innumerevoli ore di lavoro, notti insonni, cercando di trovare il suono migliore. Ma avevamo uno scopo in mente e – vista la nostra situazione attuale – pensiamo di averlo raggiunto. Le cose diventano difficili quando non hai un grande budget, ma questa è una delle ragioni per cui c’è un così lungo intervallo tra gli album. Sapevamo di voler mostrare un miglioramento e ci siamo presi il tempo necessario per decidere se eravamo a quel punto.

Il disco è uscito come autoprodotto e unicamente in formato digitale. Non ci sono state etichette interessate o che vi hanno proposto un buon contratto? Non pensate che non pubblicando il disco in formato fisico possiate “tenere lontani” i collezionisti e le persone che continuano ad amare il formato cd?

Considerando l’ammontare di cose che abbiamo fatto, non siamo ancora in contatto con nessuna label, ma vogliamo definitivamente che ci sia una copia fisica dell’album. Proprio ora stiamo analizzando a quale label consegnare il frutto dei nostri sforzi. E ci aspettiamo che questo progetto prenda vita in un futuro non molto distante.

Com’è la scena folk metal argentina? Siete in contatto e suonate insieme agli altri gruppi?

È una scena che ha degli ottimi esponenti. Non ci sono molte band così in relazione con questo sotto genere, quindi di solito finiamo per condividere il palco e andiamo d’accordo gli uni con gli altri in maniera eccellente, ci sono molte buone vibrazioni e crediamo che sia essenziale affinché questo genere cresca in maniera più solida.

State già lavorando alle nuove canzoni o bisognerà aspettare altri sei anni per il prossimo disco? ( 🙂 )

Stiamo già lavorando su del nuovo materiale e pensiamo che avendo raccolto tanta esperienza abbrevierà il processo di registrazione e mixaggio. Quindi no… Non ci vorranno altri sei anni ahahah.

Vi ringrazio per l’intervista, chiudete come preferite!

Prima di tutto, vogliamo ringraziarti per l’intervista. Siamo molto felici di aver avuto questo spazio. È molto gratificante che ci siano persone lì fuori che valutano e tengono in conto lo sforzo titanico che abbiamo fatto per raggiungere i nostri obiettivi. Siamo tutti musicisti che tentano di esprimere loro stessi e avere l’opportunità di essere ascoltati e letti è assolutamente fantastica. Grazie per il tuo interesse in noi. E speriamo che alle persone piaccia almeno quanto a noi. Salute! 

Lex Talion live 2018

ENGLISH VERSION:

I’ve discovered you when the debut Funeral In The Forest came out in 2012. It took six years to publish the successive Sons Of Chaos: what happened in the middle?

So many things have happened that it would take too long to go through all of them. Mostly, there was a long process of gathering band members, rehearsing and presenting our work live. We knew that it was a necessary step into growing as a band. Then, the fact that Metal music in Argentina is extremely unpopular makes it very difficult for artists. We have to fulfill many tasks (recording, mixing, mastering, producing, defining the artwork and visual presentation, our clothing and overall image, photographic production, video editing, etc). We do everything by ourselves. it’s not just like writing a bunch of songs, going to the studio and recording them. We need to do the work of many different people at the same time.

In the second half of 2017 you’ve published the EP Nightwing: it’s a way to say “we are alive and we’ll back soon with a new album?”

Of course, that’s what these kinds of releases are for. We wanted to show people what we had been working on. The rest of the songs were already pretty much completed but the full album took a while longer because we wanted to give it the treatment it deserved. There is no point in rushing things since we are not under any “contractual obligations” to release an album.

In Nightwing the cover of Manowar’s Battle Hymn surprised me: why you choose Joey Di Maio’s band?

It’s a very strong song, basically it’s a direct reference to the fact that classic Metal has contributed enormously to this subgenre. Beyond any opinions people may have on Manowar, they are an indisputable musical influence within the world of Metal in general, but even more so within Viking Metal, which cannot be conceived without their influence. In addition, the album we were conceiving was way more “warlike” than the previous one, so this song was a good link to what was coming, and without a doubt it was a very enjoyable moment to play it live, for us and the audience.

Compared to Funeral In The Forest the new Sons Of Chaos is more obscure and there is a lacking of scottish reference that sometimes was in the debut album. Why all this changes?

The music we write is marked with the experiences we go through in that given moment, that alone explains why the second album is more aggressive and obscure than the first. Furthermore, We felt it was the natural progression to the band’s sound, and somehow the result of the incorporation of the new band members. Besides, we did not want to repeat ourselves. We believe that music is a journey in which you need to explore new ways and there is so much you can do that it would make no sense to keep doing the same things over and over again.

Musically the mid-tempo prevails: is that the form that you prefer to express yourself?

As we mentioned before, we are exploring and forging our identity as a band. Songs usually come out naturally, we don’t give much thought on how many slow, mid-tempo or fast songs we’ll have in the album, otherwise we would be led to force things into a shape to appeal a certain market and not to what we really want to do or feel as doing. On the other hand, mid-tempo allows the addition of details and ambient elements that otherwise would go unnoticed.

I’ve read that your lyrics talks about scandinavian mythology, paganism and social protest: can you be more specific and say something about the social protest?

At first (before Funeral In The Forest), there were many topics which did not become included on that first album: poverty, famine, social justice. The remaining idea was The Kingdom Of The Forgotten, which is a song that speaks about a sovereign who keeps his people poor and instead of feeding them he prefers to continue investing in weapons and military forces, which is a very contemporary issue beyond the scenario in which it is set out. Besides, our music is strongly related to that of folk music, which was conceived as a way to express the reality of the people. Another example is Mirrors, which does not talk about schizophrenia or magic but about systematic life, following the rules of society, to be over-adapted, to become blind to reality. The character becomes aware that his life has been a mere projection of others, which is a serious social illness very present nowadays, something that alienates us completely from our capabilities, makes us individualistic, selfish and which completely distorts collectivism, transforming it into a social projection of what “they want us to be”. Considering the fact that all the band members have different ideologies or beliefs, these elements are always present in our music, and it’s something we all agree on.

What is Into The Haar about? In the review I’ve defined “mystical”, what do you think about it? How was the song born?

“Mystical” might be a good way to define it. We have a particular perspective about our lyrics, our aim is that the overall meaning of a song should be completed by the perceiver. One song can have different meanings to different people and that is great, it’s a way to put the reader or the listener into thinking and analyzing and -in the process- making that song part of themselves. On the other hand, the song was conceived from a very simple guitar riff that evoked the image of being sailing (perhaps adrift) but in a very melancholic way. “Haar” is a very old expression that means “mist”. From a literal perspective, it depicts a group of warriors sailing towards land in order to fight and conquer but they find themselves surrounded by a thick mist and they cannot see where they are heading, this fog being the main “enemy” they must defeat. From a poetical point of view, well, we sometimes find ourselves in certain situations in which we cannot see clearly a way out, what path to take, what decisions to make in order to accomplish our goals, there’s where the “mystical” element appears, the sense of wander, the need to rip the veil off… or it can mean whatever you want it to mean 😉

The cover art is very interesting and well done. Did it have a connection with the lyrics and why there are some runes?

Thankfully we found an artist who could translate the idea we had originally. We believe it’s a simple but meaningful concept. The four-headed character represents the union of the four of us. The runes are the most interesting aspect, if you read them alphabetically they form the word “CHAOS”, but each of them have a unique meaning that creates a circle from something really positive to something really negative, which is related to the old norse concept of life being a cycle and that all things must die to give way to new life.

The production is very good and the fact that all the studio phase were all homemade made it more surprising, congratulations! Tell us something about how did you work in studio.

The process of writing, recording, mixing and producing is extremely tedious, it took countless hours of work, sleepless nights, trying to find the best sound. But we had a goal in mind and -given our present situation- we think we have accomplished it. Things become very difficult when you don’t have a large budget but that’s one of the reasons why there was such a long gap between both albums. We knew we wanted to show an improvement and we took the necessary time to decide if we were at that point.

The album came out as self-published and only in digital format. Wasn’t there any interested labels or that offered a good contract to you? Don’t you think that not publishing an album in the physical copy can “keep away” the collectors and the people who still loves the physical copy?

Considering the amount of things we have done, we haven’t yet got in touch with any labels, but we definitely want there to be a physical edition of the album. Right now we are analyzing which label we would deposit the fruit of our effort to. And we expect this project comes to life in a not-too-distant future.

How is the folk metal scene in Argentina? Are you in contact and play with the other bands?

It is a scene that has excellent exponents. There aren’t many bands so far related to this subgenre, so we usually end up sharing the stage and we get along excellently with one another, there’s a lot of good vibes and we believe that is essential for this movement to keep growing healthily.

Are you already working on new songs or we have to wait for six years again? (it’s a joke 🙂 )

We are already working on new material and we think that having gathered so much experience will shorten the recording and mixing process So, no… it won’t take six years again hahaha.

I want to thank you for this interview, close it as you want!

First of all, we want to thank you very much for the interview. We are very happy to be given this space. It is very rewarding that there are people out there who value and take into account the titanic effort we have made so far to achieve our goals. We are all music workers who try to express themselves and being given the opportunity to be heard and read is absolutely fantastic. Thank you for your interest in us. And we hope people enjoy this as much as we do. Cheers!

Intervista: Ixia

Dopo un EP interessante come Katherine non potevamo non intervistare Pamela Ceccarelli, mente e voce dietro a Ixia, per saperne di più del progetto e del concept che muove le tracce che compongono il disco. Musica delicata e romantica raccontata con passione da Pamela, cantante piena di energia e voglia di parlare della propria creatura: buona lettura!

ph. Simona Galletti

Ciao Pamela, benvenuta su Mister Folk! Vuoi raccontare ai lettori come ti sei avvicinata alla musica e al canto in particolare?

Ciao a te e grazie per il tempo che mi stai dedicando! Come mi sono avvicinata alla musica… oserei dire che i miei primi ricordi sono di me, in passeggino, in una piazza con un palco enorme con sopra il mio papà con la chitarra e un’espressione felice. Credo di aver sempre desiderato un giorno di poter condividere il palco con lui, cosa che in effetti sono riuscita a realizzare a novembre durante la presentazione dell’album al Black Out.

Prima di iniziare a parlare del tuo disco, vorrei chiederti quali sono le band e le voci che più ammiri e perché.

Sono cresciuta ascoltando alcuni brani di Bennato e De André. Mi ricordo la sensazione di magia nel sentir narrare di alcuni mondi lontani e perduti. In qualche modo le storie che loro raccontavano, mi sembrava come risvegliassero sogni molto vividi nella mia mente, tanto che, al liceo abbozzai un libro che li riunisse tutti sotto forma di romanzo. Anche se poi, in effetti, non ho mai rimesso mano alla bozza per dargli una forma più… degna? Crescendo, mi sono trovata catapultata nel mondo del gioco di ruolo dal vivo, ed è stato, musicalmente parlando, come scoprire che il bacino d’acqua immenso davanti ai miei occhi altro non fosse che solo un laghetto. Purtroppo qui in Italia, almeno fino a qualche anno fa, la cultura del folk non è così sviluppata, la musica diffusa era quella che ci indicavano la televisione e la radio, evitando di entrare nel dettaglio. In quest’altro ambiente, invece, grazie alla ricerca delle giuste “colonne sonore” da taverna, ho scoperto gruppi come i Blackmore’s Night e le Medieval Baebes, mi sono avvicinata ai Within Temptation ed ai Nighwish. La mia prima esperienza da professionista è stata proprio nella tribute dei Blackmore’s Night, e probabilmente, se non fosse stato per Ida Elena, che quel giorno mi scelse per affiancarla come seconda voce, mi sarei lasciata scoraggiare dalla scuola di musica che non riteneva il mio timbro adeguato. Non so in effetti se la risposta risulta chiara, spero di non essermi dilungata eccessivamente.

Hai da poco pubblicato l’EP Katherine: hai tutto lo spazio per parlare del processo creativo che ti ha portato a realizzare le sei canzoni del disco.

Potrei in qualche modo dire che tutto è nato tornando a casa dalla scuola di musica, dopo un’ora di dettato musicale sulla scala minore armonica. Rientrando mi sono trovata a canticchiare nella testa una melodia. Ho passato due giorni cercando di capire quale brano fosse, per scoprire alla fine che, in effetti, era del tutto originale. In merito alla storia, di quella che poi sarebbe diventata Katherine, ha origine anch’essa da un sogno. Mi piace pensare, in qualche modo, di aver fatto da tramite nel narrare questa storia.

Musicalmente Katherine è un caleidoscopio musicale nel quale troviamo stili e richiami musicali molto vari. È frutto dei tuoi ascolti quotidiani? Hai marcato la mano in questo senso o è stato un processo completamente naturale?

Essendo i brani nati in maniera istintiva, immagino siano in qualche modo frutto di una rielaborazione inconscia dei miei ascolti musicali. Sicuramente i Blackmore’s Night hanno, in tal senso, lasciato una loro impronta.

Nelle canzoni si racconta una storia d’amore che finisce in tragedia: ce la vuoi raccontare?

La storia inizia come ci si potrebbe aspettare da un qualunque romanzo rosa: ragazza nobile, invaghita da sempre dal ragazzo della porta accanto, viene salvata da un prode nobil giovane di bell’aspetto. Il colpo di fulmine tra i due viene, tuttavia, seguito da un bacio appassionato da parte del vicino, mandando in confusione sul da farsi la fanciulla. Katherine non è lo stereotipo dell’eroina, non è arguta, non è bellissima, né pia, è una ragazza normale, forse solo molto… direi sfortunata, ma il termine sfigata rende meglio, in effetti! Così lei parte per schiarirsi le idee e, proprio quando finalmente è pronta a decidere, il padre viene ingannato e lei viene promessa in sposa, con un contratto, ad un ricco mercante. Lei torna a casa e prega la Luna di affondare la nave di quell’uomo o di portarla via in cielo con lei. La nave, ovviamente, fa ritorno e lei non fa in tempo ad avvisare i due contendenti, che riceve una lettera che l’avvisa di un duello all’ultimo sangue, per decidere chi l’avrebbe sposata. Sapendo del contratto, la poveretta corre sul posto in un contesto irreale: un duello di notte con la nebbia (il potere della ritmica oserei dire…) e, ovviamente, per quella che sembra essere una degna conclusione, finisce nel fuoco incrociato e muore. Verrebbe da dire: è finita, invece no. L’anima irrequieta di Katherine resta in quei campi a piangere ed urlare e si diffonde una leggenda: quando i campi dove lei morì saranno distrutti, lei tornerà e si riunirà con i due giovani, che la stanno aspettando attraverso i secoli, e il sangue di Goldscam verrà versato. C’è sempre, nelle storie, un personaggio chiave, che ne sa una più di tutti e permette al Fato di svolgersi. Anche qui abbiamo questa signora in dolce attesa che parla ad un gruppo di persone in occasione dell’apertura dei lavori per una nuova scuola. Non solo la donna si appresta ad aprire il vaso di Pandora, ma ne deride persino il contenuto, così, in quello stesso giorno (e questo in effetti viene lasciato sottinteso) l’anima di Katherine si prepara a rinascere, attraverso la futura nascitura dell’empia signora. Con l’ultimo brano, Shadows, abbiamo un forte cambio stilistico. Sono trascorsi secoli ormai dalle vicende di Katherine e, con una citazione alla Divina Commedia, la nuova lei incontra in effetti gli altri due ed i ricordi affiorano, mentre la ragazza si rende conto di non potersi opporre a ciò che accadrà.

Il nome Ixia viene da un personaggio di un gioco di ruolo: di quale gioco si tratta? Perché hai deciso di utilizzare questo nome per il tuo progetto musicale?

Il gioco si chiamava Element0 ed era un gioco di ruolo dal vivo fantasy. Il personaggio nacque in un periodo particolare della mia vita, in cui un forte stress spesso mi portava a balbettare all’improvviso e quindi, onde evitare di trovarmi placcata con ruoli da mago o comunque costretti a dover parlare in maniera forbita, decisi di fare un personaggio muto. La particolarità è che, per volontà delle divinità lei era in effetti in grado di usare la voce solamente cantando durante “rituali” a loro dedicati. Non era il primo personaggio canterino avuto, ma da lì a qualche anno fui contattata dagli amici conosciuti in quell’occasione e accettai di portare il personaggio all’interno di una webserie e fu in quell’occasione nacque la pagina di Ixia. Nello stesso periodo iniziai a lavorare come cantante professionista e, invece di crearne una ex novo, mi son detta: perché no?

La title-track è stata scelta per la realizzazione del videoclip: come ti sei trovata nei panni dell’attrice? Hai scelto questa canzone perché è il manifesto musicale del disco?

Katherine è stata la prima canzone scritta ed al suo interno si trova più o meno narrata buona parte della storia, quindi è venuto abbastanza spontaneo partire da quella. Nel girare il video mi sono divertita tantissimo, questo immagino grazie alla Baburka Production che in effetti mi ha coccolata dall’inizio alla fine delle riprese, non oso immaginare quanto abbiano dovuto lavorare per l’effetto sulle foglie. Alcuni mi hanno chiesto dove avessi trovato un posto simile!

Nella recensione descrivo Katherine come un qualcosa di vicino a una colonna sonora. Qual è la tua percezione del disco, ora a mesi di distanza dalla pubblicazione?

Faccio ancora fatica a rendermi conto che sia mio quel cd quando lo guardo, con la pellicola, il bollino Siae, il nome della Maqueta Records… e poi i disegni! Empler ha fatto veramente un capolavoro. In merito al genere non saprei ancora dirti, White Lady probabilmente è quella che vedrei più vicino ad una colonna sonora, detto questo… ma magari!

Katherine contiene sei canzoni, immagino quindi che starai già lavorando a nuovi brani. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

In effetti avevo iniziato a lavorare ai nuovi brani già quest’estate, ma è ancora tutto in lavorazione, quindi non so quanto, informazioni dette ora, possano risultare attendibile rispetto a quello che sarà il lavoro finito. L’unica cosa sicura è che proseguirò sulla strada del concept album, seguendo le vicende di qualcun altro.

Quali sono i prossimi passi di Ixia? Ci saranno date/tour per promuovere il disco?

Vorrei tanto saper rispondere a questa domanda, sicuramente è mia intenzione riuscire a fare un tour per promuovere il disco, ma dovrò comunque trovare il modo per farlo compatibilmente con i miei problemi di salute.

Cosa cerchi nella musica che ascolti e cosa vorresti trasmettere nelle tue canzoni?

La musica che cerco deve avere qualcosa di catartico, non necessariamente è legata ad un genere, ma deve essere adeguata alla situazione. A volte serve musica che faccia ridere e che trasmetta gioia, altre volte occorre qualcosa che rispetti e avvolga la tristezza di un momento aiutandoti a sfogare, altre volte ci si vuole rilassare e un racconto ascoltato ad occhi chiusi può scatenare viaggi spettacolari in terre lontane. È a quest’ultimo tipo di musica che spero di essermi riuscita ad avvicinare, un misto tra un “mangiafiabe” e vecchie ballads della tradizione.

Grazie per la disponibilità, a te lo spazio per dire quello che vuoi!

Approfitterei per ringraziare con tutto il cuore i ragazzi dell’altro progetto in cui collaboro come corista, la MPB (fantasy rock). In questi ultimi mesi non sono potuta essere molto d’aiuto, nè ho potuto prendere parte alle prove causa salute. Nonostante questo, qualche settimana fa, sebbene avessi le forze solo per un brano, mi hanno accolta con un tale affetto sul palco con loro che, nonostante la paura di salire con la sedia a rotelle, non mi sono mai sentita tanto spalleggiata e forte. Non è una cosa da tutti i giorni trovare persone così e sono onorata di condividere il palco con loro (e se tutto va bene il 23 febbraio ho buone probabilità di farcela per il concerto al Traffic… quindi dita incrociate).

ph. Simona Galletti

Intervista: The Dublin Legends

Con grande gioia posso finalmente pubblicare questa intervista: dopo mesi di rassegnazione ho di recente ritrovato i file contenenti la piacevole chiacchierata con i fantastici The Dublin Legends, intervista fatta la scorsa estate in occasione del City Of Rome Celtic Festival organizzato da Musica Celtica Italiana. Per chi non lo sapesse i The Dublin Legends sono la “nuova” incarnazione dei The Dubliners, storico e fondamentale gruppo che ha esportato l’irish folk in tutto il mondo per più di 50 anni. A parlare con noi c’è la formazione al completo, ma sono Paul Watchorn (banjo/voce) e soprattutto Seán Cannon (cantante/chitarrista 78enne) a parlare, con il buon Seán ad aprirsi inaspettatamente regalandoci ricordi di gioventù e di un’Irlanda in bianco e nero.

Mister Folk: L’ultima vostra volta in Italia risale a più di trenta anni fa…

Seán: Era un festival, un festival nel nord Italia, non ricordo il nome…

Persephone: non ricordate la città o il nome?

Paul: qualcosa tipo BustoFolk

Seán: sì, vicino Milano

Mister Folk: Busto Arstizio, vicino Milano. Quindi questa è la prima volta a Roma e vi chiedo cosa vi aspettate da questo concerto che segna anche il vostro ritorno in Italia

Seán: siamo contenti di essere tornati, siamo in una bellissima città e cercheremo di fare il miglior concerto possibile e speriamo di poter tornare anche l’anno prossimo!

Shay: Paolino è una brava persona (si riferisce a Paolo Alessandrini, organizzatore del festival), è stato organizzato tutto al meglio e ci aspettiamo una bella serata. C’è una bella atmosfera…

Persephone: ho notato che avete un bel feeling con le persone italiane

Shay: le amiamo! Amiamo le persone, ci piace la lingua anche se non la capiamo (ride, nda)…

Persephone: è lo stesso per noi, abbiamo avuto lo stesso feeling con le persone irlandesi, siamo andati subito d’accordo

Shay: siete i benvenuti, abbiamo molte cose in comune. Amiamo il cibo, siamo stati in un ristorante qui a Roma e ci è piaciuto tutto

Persephone: è lo stesso per noi con il vostro cibo, e poi ci piace un sacco il vostro soda bread, lo abbiamo fatto a casa!

Mister Folk: questa primavera l’ho fatto diverse volte, era buono ma non come quello mangiato in Irlanda

Paul: immagino che qui non si trovi… un po’ come del latte da mettere nel mio tè! (risate generali, nda)

Seán: però la Guinness si trova! (altre risate, nda)

Mister Folk: è una cosa stupida, ma quando ho saputo che suonavate qui a Roma ho pensato “wow, ma chissà quanta birra avranno bevuto in tutta la loro vita!”

Seán: abbiamo bevuto navi di birra ahahah!

Paul: ormai non più così tanta, ma anni fa sì.

Seán: quando ero bambino e stavo male mi davano la Guinness con mezzo bicchiere di latte, metà birra e metà latte, un’ottima bevanda!

Paul: si chiama Black And Tan

Mister Folk: quali sono i vostri paesaggi irlandesi preferiti? Sono per voi fonte d’ispirazione?

Seán: Kellarney, ma anche Galway, sicuramente

Paul: la costa ovest per me

Persephone: quando siamo stati in Irlanda siamo stati sempre nella musica e abbiamo capito che la musica fa parte dell’Irlanda

Shay: la natura irlandese ti dà ispirazione, il verde d’Irlanda… ma anche il Connemara…

Persephone: e l’oceano, incredibile per me che non lo avevo mai visto prima

Seán: le Cliffs Of Moher e il Burren, posti belli

Mister Folk: a me è rimasta nel cuore Doolin, è il posto dove vorrei morire (ridono tutti, ma io ero serio!)

Paul: ti capisco, l’oceano e il sole che tramonta…

Seán: ma voi di dove siete?

Persephone: Napoli, la conosci?

Seán: mi piacerebbe andarci, amo Napoli perché amo i tenori italiani, Caruso, Beniamino Gigli, Giuseppe Di Stefano, grandi cantanti! Amo i cantanti italiani e amo l’Opera!

Mister Folk: conosci altri cantanti o canzoni italiane?

Seán:O Sole Mio, chi non conosce questa canzone?

Cantiamo tutti O Sole Mio, italiani e irlandesi uniti dalla musica. Nel frattempo inizia un concerto ed è impossibile andare avanti, quindi ci salutiamo comunque soddisfatti di aver avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con dei musicisti così importanti e soprattutto persone cordiali e sorridenti.

A fine serata torniamo nel backstage per salutare i gruppi e le persone dell’organizzazione, ma i The Dublin Legends ci fanno cenno di unirsi a loro che hanno appena terminato di suonare, chiedendo se vogliamo continuare la chiacchierata…

Mister Folk: quali sono le sensazioni dopo il concerto di stasera?

Paul: oh fantastica (in italiano, nda), veramente bello, molto felici. Era la prima volta a Roma, è stato fantastico.

Persephone: siete riusciti a visitare qualcosa?

Paul: qualcosa… Piazza di Spagna e la mia camera d’albergo ahahah!

Seán: Piazza di Spagna piena di giapponesi!

Paul: Caravaggio a Piazza del Popolo, ma lui si è un po’ arrabbiato perché per accendere la luce ci vogliono i soldi (si riferisce al faretto che illumina i quadri di Caravaggio che funziona per pochi secondi una volta inserita la moneta, nda). Dovevate vederlo, davvero! (inizia a imitare Seán con la sua parlata un po’ sbiascicata per le risate di tutti, nda)

Persephone: pensando ai vostri inizi carriera, vi manca qualcosa di allora, quando non eravate famosi? Magari suonare al pub davanti a poche persone e non per platee di migliaia di spettatori.

Paul: ora è tutto più professionale, tutto organizzato e non è male, ma ci piace il contatto con le persone, suonare anche in posti piccoli

Persephone: magari suonare nei pub

Paul: lo facciamo ancora, io suono spesso nei pub!

Persephone: preferisci le situazioni come stasera o nei pub?

Paul: da solo nel pub, ahah!

Nel frattempo Seán inizia a dire che il suo accento irlandese è molto forte e Persephone replica dicendo che invece è ben comprensibile, a differenza degli amici scozzesi che hanno quelle vocali incomprensibili: tutti sono d’accordo e si ride insieme.

Mister Folk: siete stanchi di suonare tutte le sere, a ogni concerto, sempre le stesse canzoni?

Seán: (non finisco la domanda che inizia a rispondere “sì, sì, sì”) sì che lo sono. Ma questo è il nostro lavoro, siamo professionisti e quindi lo facciamo al meglio possibile.

Persephone: cosa ci dite del futuro dei The Dublin Legends?

Seán: il futuro è domani!

Paul: nessuno lo può sapere

Persephone: conoscete alcune band che propongono musica tradizionale irlandese in un contesto magari più moderno?

Gerry: tipo i Metallica quando hanno fatto Whiskey In The Jar, o i Thin Lizzy. Molte band hanno fatto cover dei Dubliners, sono stati una fonte d’ispirazione per molti gruppi e musicisti

Persephone: ma a casa cosa vi piace ascoltare?

Paul: ascolto le ballads un po’ di musica tradizionale

Seán: Caruso e Gigli, mia madre aveva i dischi. Mio padre suonava il violino, era un postino, consegnava le lettere, conosceva tutti a Galway e suonava il violino.

Mister Folk: quando hai iniziato a suonare uno strumento?

Seán: a scuola, anche se non suonavo uno strumento, ci facevano fare i canti gregoriani e poi la musica tradizionale, le canzoni gaeliche. Ma poi negli anni ’50, quando ero teenager, ho scoperto il rock’n’roll. Dopo ho scoperto il folk e il canto, così ho imparato le canzoni e cantavo nei club. Negli anni ’60 c’era Bob Dylan…

Persephone: ed Elvis Presley?

Seán: Elvis… avevo i dischi a casa, il blues, la country music, la black music, erano mercati differenti, a me piaceva Fats Dominodi Blueberry Hill (inizia a cantare la canzone, nda). Jerry Lee Lewis l’ho incontrato venti anni fa e mi piaceva tanto, in Olanda avevamo un promoter che si occupava anche di rock’n’roll e questo mi ha chiesto “ti piace Jerry Lee Lewis?” e gli ho risposto “sì!”. Ho visto un concerto un suo concerto e c’era anche la sorella Linda Gail (pianista che ha collaborato con il nordirlandese Van Morrison, nda) quella sera, era un posto senza ascensore e con le scale, mi sono accomodato nella stanza del fonico, una bella poltrona comoda e quando è arrivato mi sono presentato come il cantante dei Dubliners. Si diceva che non fosse molto amichevole, ma con me è stato simpatico. Quando ero giovane ho visto Bill Haley & The Comets (primo interprete del brano icona Rock Around The Clock, nda), è anche nella colonna sonora del film Il Seme Della Violenza (il titolo originale è Blackboard Jungle, nda), hai presente? One, two, three o’clock, four o’clock, rock (e canta tutta la prima strofa, nda).

Persephone: Ascolti anche “musica moderna”? O altri generi musicali?

Seán: Da giovane ho scoperto il rock’n’roll, all’epoca era moderno e a casa non era troppo apprezzato! (ride, nda)

Persephone: Mia madre ascolta i Led Zeppelin, ma quando sente la mia “musica moderna” la trova brutta perché lei si è fermata agli anni ’70. Posso capirla perché quelli sono stati anni fantastici.

Seán: lo spirito dell’epoca…

Mister Folk: hai mai ascoltato qualcosa di folk metal?

Seán: cosa?

Mister Folk: è un genere che unisce il metal con gli strumenti tradizionali come violino, cornamusa, tin whistle, arpa ecc.

Seán: No, mai ascoltato. Quali strumenti ci sono?

Mister Folk: Più o meno ogni nazione ha i suoi tradizionali. Qui in Italia c’è la fisarmonica, il mandolino, la baghét…

Seán: Baghèt? Lo stesso nome del pane francese? (ride, nda)

Persephone: Molto simile alla cornamusa, si suona nel nord Italia

Seán: Mi piace la bombarda però

Mister Folk: Ultima domanda della serata, la più importante: preferisci il rugby o l’hurling?

Seán: Il calcio! (risate generali, nda). Ho giocato qualche volta a hurling ma dopo un paio di bastonate sulle gambe (si riferisce alla mazza in legno utilizzata per giocare) ho capito che era meglio smettere. Per il rugby invece ero troppo leggero di peso. Mi piace però il calcio, le regole sono facili.

Mister Folk: Io sono un appassionato di rugby e quando siamo stati in Irlanda ho visto ragazzini ovunque che giocavano a rugby, tanti negozi specializzati, campi bellissimi anche in periferia di Dublino e ho pensato: wow, è incredibile!

La serata finisce parlando della Francia e del Portogallo che si sarebbero sfidate in finale dell’Europeo e con Paulche cerca di spiegare la regola del fuorigioco a Persephone. Tra una birra e una risata, l’intervista ai The Dublin Legends – che poi è stata più una chiacchierata che una vera e propria intervista – è volata via, anche se abbiamo passato insieme quasi quaranta minuti. Ci salutiamo con affetto, ma prima di andar via Paul ricorda a Persephone “hai capito il fuorigioco? È quando una donna torna a casa e trova suo marito con un’altra!”.

Intervista: Evendim

Dopo anni di prove e concerti, demo ed EP, gli Evendim arrivano al debutto con From Dusk Till Dawn, lavoro autoprodotto che mostra tutte le capacità della formazione toscana. Intanto, tra l’intervista che state per leggere e la pubblicazione dell’articolo, un doppio abbandono ha mosso le acque in casa Evendim: il cantante e il tastierista hanno lasciato la band per motivi personali. Questo però non fermerà il gruppo, intenzionato ad andare avanti per la propria strada.

Il vostro From Dusk Till Dawn è arrivato senza proclami o pubblicità varie, come mai questa decisione di lavorare nell’ombra?

Non è stata una decisione voluta ma è successo a causa di vari ritardi e problematiche che abbiamo dovuto affrontare, l’album è stato registrato tra il maggio e luglio 2017 e purtroppo ultimato (copertine, stampe ecc…) solo nel luglio 2018, nel frattempo avevamo inviato alcune mail con la demo a etichette e agenzie, però le risposte tardavano ad arrivare, una volta giunti vicino al nostro release party ci siamo resi conto che dovevamo fare da soli e di conseguenza la pubblicità è stata poca, mettiamoci anche un po’ di inesperienza e scelte sbagliate e tutto ciò a portato a stare nell’ombra.

Le canzoni che compongono l’album suonano più massicce e pesanti rispetto a quelle dei vecchi lavori. Senza cambiare molto siete riusciti comunque a rendere più pesanti i brani rispettando completamente la vostra anima musicale. Siete d’accordo con me e come avete lavorato in questo senso?

Ci trovi d’accordo con te! Le canzoni che compongono l’album sono alcune tra le tante che abbiamo scritto in dieci anni di attività Evendim, una volta scelte ci siamo concentrati su di esse cercando di rimuovere le parti che funzionavano meno e modificare al meglio le parti buone. Abbiamo rafforzato le melodie e i cori aggiungendo anche la voce femminile (quella di Fabiana) dando un risalto migliore ad alcune parti che si fondono con la voce principale, inoltre volevamo un sound più univoco e aggressivo, quindi abbiamo raddoppiato le due chitarre per dargli più enfasi. Comunque alla fine tutto il lavoro è venuto fuori molto spontaneamente senza dover stare a cambiare tante parti.

Trovo il disco piuttosto vario: ci sono brani allegri e altri più pesanti, alcuni hanno una struttura particolare mentre altri filano diretti e semplici. Era vostra intenzione realizzare un disco fresco e così particolare?

La particolarità che abbiamo come gruppo è che ognuno di noi ascolta musica differente, questo ci permette di poter realizzare canzoni con influenze diverse, passando da ballad “malinconiche” a pezzi “da osteria” più allegri, fino ad riversarsi anche nel power, è un nostro punto di forza. Alcune canzoni sono state volute per renderle più dirette e semplici, altre invece sono nate senza doversi soffermare sulle strutture. In questo disco abbiamo messo la nostra prima esperienza maturata in questi anni e se questo lo ha reso fresco e particolare ci fa molto felici.

Mi vorrei soffermare su Twilight Of The Bard, una canzone diversa da tutte le altre e che nelle recensione ho definito come “costruita come una colonna sonora”. Di cosa parla il testo e come è nata la canzone?

La canzone è stata scritta da Petr tra il 2006 e 2007 (poi modificata nel tempo più volte), cercava di inglobare in essa un misto di sound tra Iron Maiden, Blind Guardian e Manowar, più che colonna sonora era stata pensata come una canzone divisa in due parti, una parte ballad e l’altra più folk. Il testo è stato applicato successivamente (anche questo modificato negl’anni dai vari cantanti avuti), esso parla di questo vecchio e stanco bardo che decide di andare a morire nella foresta, mentre pensa alla sua vita passata, per poi risorgere all’indomani in una nuova vita.

Il disco è un autoprodotto. Vi chiedo se la scelta è stata fatta per un motivo prettamente tecnico/filosofico (libertà, tempistiche ecc.) o perché non soddisfatti delle proposte ricevute.

Entrambi i casi; prima di entrare in studio abbiamo provveduto ad inviare delle demo, ma le risposte non arrivavano e l’unica avuta non era soddisfacente, oltre a questo alcuni di noi avevano  problemi lavorativi, quindi la decisione è caduta sul fare da soli, con i nostri tempi senza pressioni, così almeno potevamo concentraci al meglio sul lavoro che volevamo ottenere. Speriamo però di riuscire a trovare un’etichetta che ci aiuti nella distribuzione e promozione dell’album che è un po’ anche la direzione che volevamo prendere in partenza.

Ha senso, secondo voi, affidarsi a un’etichetta quando con il duro lavoro si può fare tutto da soli?

Dipende dalla direzione e dagli obbiettivi che la band vuole raggiungere, purtroppo bisogna confrontarsi con la realtà, noi tutti lavoriamo e alcuni di noi hanno già una famiglia quindi il tempo a disposizione è poco, cerchiamo di fare il massimo da soli ma non è semplice farsi notare fuori dall’Underground, se invece hai un’etichetta, probabilmente lavorando bene con l’aiuto in più, potresti riuscire ad ottenere risultati migliori che ti permettono di lanciarti in un mercato più ampio.

Cosa è cambiato nel mondo degli Evendim da Old Boozer’s Tales, il vostro precedente cd?

Siamo maturati sia come persone sia come musicisti, padroneggiamo meglio le scelte e le direzioni da prendere, siamo più collaborativi sulle composizioni di ognuno e abbiamo migliorato il nostro sound. Old Boozer’s Tales è stata ufficialmente la prima prova “seria” in uno studio, siamo entrati senza preoccuparci di come sarebbe venuto fuori il lavoro, invece con From Dusk Till Dawn sapevamo in quale direzione andare, rappresenta una nuova evoluzione della band, avevamo una visione più chiara, otre a ciò c’è anche una diversa formazione.

A luglio avete suonato sul palco del prestigioso Metaldays. Sono molto curioso di sapere come vi siete trovati, qual è stata la reazione del pubblico e cosa vi ha insegnato un’esperienza del genere.

Il Metaldays è stato un piccolo sogno divenuto realtà, un‘esperienza fantastica, ci siamo veramente divertiti, siamo entrati in contatto con alcune band emergenti che suonavano li come noi, con alcuni di loro ci trovavamo a sbronzarci durante le serate. È stato bello vedere quasi tutte le band (sia underground che non), suonare al festival, conoscere gente, interagire di vari argomenti, comprare un sacco di CD introvabili. La reazione del pubblico è stata fantastica, vedevamo le persone divertirsi a pogare e cantare su alcune nostre canzoni, a fine concerto venivano li da noi per conoscerci di persona, a chiedere autografi e il cd fisico. L’esperienza ci ha insegnato una cosa fondamentale, che abbiamo ancora tanto da imparare, fuori, specialmente nell’underground, esistono gruppi pazzeschi i quali possono tranquillamente competere con i grandi.

A livello organizzativo, come vi siete trovati al Metaldays? Avendo suonato anche in festival italiani, avete trovato delle grosse differenze?

Al Metaldays l’organizzazione è sorprendente, è stato tutto abbastanza semplice, quando eravamo sul nostro palco siamo stati seguiti come si deve dai fonici, ci hanno dato anche la possibilità di fare un soundcheck (cosa che spesso non succede e se si è fortunati si fa un line-check), inoltre avevamo un bus che trasportava la nostra strumentazione. Le differenze che abbiamo notato ci sono state come ad esempio, invece dei soliti token l’idea della tessera che puoi ricaricare nei vari stand è migliore (questo metodo lo abbiamo trovato solo al Fosch Fest), la grandezza del festival nonché la bellissima location, un altro aspetto è la pulizia dello sporco, raramente trovavi oggetti (bicchieri, sigarette ecc.) buttati per terra, era sempre tutto ben pulito, inoltre c’era una grande quantità di stand per comprare musica per tutti tipi di rock e metal, maglie e tantissimi oggetti vari, anche prodotti da sexy shop!!! Quello che ci ha colpito di più è la partecipazione e l’accoglienza delle persone alle esibizioni dei vari gruppi underground e i poghi che ne derivavano.

Da esterno ho notato che per qualche motivo siete un po’ fuori dal giro “underground noto”, la cosa mi dispiace perché siete in gamba e meritate di suonare più spesso. Credete che questo magari dipenda dalla vostra provenienza o che ci sia qualche altro fattore? Oppure è solo una mia sensazione e voi non la vedete così?

Sicuramente la provenienza gioca un po’ a sfavore, purtroppo il folk metal da noi non è ancora ben percepito rispetto ad altri generi, rimane sempre un po’ nell’ombra, oltre al fatto che ci sono pochissimi locali che danno la possibilità a gruppi underground di esibirsi. Negli anni abbiamo avuto diverse soddisfazioni come ad esempio suonare due volte al Sinistro Fest, all’Hard Rock Cafè di Firenze per la presentazione del tuo libro Tolkien Rocks. Viaggio nella Terra di Mezzo insieme a Luca Garrò, al Fosch Fest, al Fuck You We Rock, al Metaldays, siamo riusciti ad accostare gruppi del calibro come gli Elvenking, Furor Gallico e tanti altri ma è anche vero che il nostro impegno non è al massimo, purtroppo la realtà non ci permette di poter seguire solamente la band a tempo pieno.

Qual è il sogno nel cassetto degli Evendim?

Diventare famosi e vivere lavorando di sola musica ahahah!!! Scherziamo, siamo realisti: ci piacerebbe riuscire a fare dei piccoli tour suonando anche in bei festival sia in Italia che all’estero, riuscire a trovare un’etichetta con un buon contratto, ma il sogno sarebbe quello di riuscire ad entrare al meglio nei cuori dei fans con la nostra musica e lasciare  loro qualcosa di positivo.

Ragazzi, vi ringrazio per l’amicizia che da sempre mi mostrate e vi auguro che il nuovo lavoro vi possa portare a un livello di notorietà superiore. Siamo ai saluti!

Grazie a te per il sostegno, grazie ai lettori di Mister Folk e un grandissimo grazie alle persone che ci supportano in questo viaggio.

Intervista: Einherjer

Ospitare sulle pagine di Mister Folk una band storica, seminale e dannatamente sincera come quella degli Einherjer è un immenso piacere. Tra i gruppi che hanno dato lustro al genere del viking metal, Frode Glesnes e soci hanno pubblicato nel giro di pochi anni (1996-2003) una manciata di lavori destinati a rimanere nella storia. Dopo la reunion del 2008 gli Einherjer hanno pubblicato due dischi discreti e la nuova versione di Dragons Of The North, ma è con il recente Norrøne Spor che tornano al posto che gli spetta, ovvero il trono del viking metal. Questa bella e interessante chiacchierata è per tutti voi che amate il viking metal old school, buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Benvenuti su Mister Folk! Per prima cosa vi chiedo dove trovate l’ispirazione per continuare a suonare dopo tanti anni di attività e dopo aver pubblicato dei dischi passati alla storia del genere.

Semplice! Amiamo ciò che facciamo. Abbiamo ancora passione per quello che facciamo. È uno stile di vita. Non è qualcosa che puoi smettere di fare. Fin quando possiamo rilasciare album di alta qualità, noi continueremo. E giudicando dai nostri album precedenti, questo accadrà ancora per molto. Penso che Norrøne Spor è tra i migliori che abbiamo fatto.

Norrøne Spor è molto intenso e vario. Ci sono canzoni nel vostro classico stile e leggermente diverse ma che mantengono il vostro trademark, penso ad esempio a Tapt Uskyld.

Sì, e la ragione principale è che il materiale per le canzoni è piuttosto vecchio. Immagino intorno all’era di Blot. Abbiamo abbastanza materiale a disposizione in giro dall’inizio, che è non finito o che oppure non si adattava al tempo. Ma a volte senti che è il momento giusto. Inizi a “macinarlo” in testa, e forse trovi modi alternativi per arrangiare il materiale. Ad essere onesti, eravamo insicuri su questa canzone, ma dopo il mixaggio completato si è rivelata perfetta.

Un’altra canzone un po’ diversa dal solito è Døden Tar Ingen Fangar, con quel ritornello quasi melodico che sorprende non poco. La trovo una grande canzone, vi chiedo quindi di spiegare il testo e come è nata la canzone.

Sì, è una canzone orecchiabile. È una delle primissime per quest’album. Probabilmente scritta subito dopo che Av Oss For Oss fu registrato. È anche una delle canzoni che è cambiata un po’ dalla pre-produzione alla produzione finale. Il testo è veramente personale, basato sulla perdita e sul dolore. E su cosa provoca intorno a te. Sono d’accordo sul fatto che devia un po’ da come suoniamo normalmente, ma è una buona canzone. Mi piace!

Il disco è vario nelle sonorità ma sempre di buona qualità, il segreto sta nell’aver composto i brani tutti insieme invece che separatamente?

Nessun segreto, veramente. La registrazione è stata fatta per la maggior parte allo stesso modo di sempre, nel mio Studio Borealis. L’unico cambiamento questa volta è che io ho anche mixato l’album da solo. Non ho mai mixato un album degli Einherjer prima. Gli ultimi album sono stati registrati da me e mixati da Matt Hyde a Los Angeles. Questa volta mi sentivo sicuro del fatto che avrei dovuto fare tutto il mixaggio da solo. Sono felice del modo in cui è andata a finire. Suona fresco e nuovo, ma ancora chiaramente Einherjer.

Cosa rappresenta la copertina? Chi è l’autore?

La cover art è il frutto dell’ingegno del nostro caro amico Costin Chioreanu. Abbiamo lavorato insieme per cinque anni ora e abbiamo avuto delle buone conversazioni sull’album, sul titolo e sulla cover quando ha visitato Haugesund per registrare dei video per noi quest’estate. Lui sapeva che siamo cresciuti tra i patrioti locali e quanto quest’area è importante per noi, e quindi voleva includere questo nella cover art. La sua rappresentazione meravigliosa della nostra parte della west coast mi fa venire i brividi dietro la schiena.

Parliamo della cover dei Motörhead Deaf Forever: perché avete scelto la band di Lemmy e quella canzone in particolare? Mi piace molto il risultato finale: si sente subito che suona 100% Einherjer pur essendo una cover.

I Motörhead sono una delle mie band preferite di tutti i tempi e ho sempre amato l’era veramente sottovalutata di metà anni ‘80. Il mio primo album dei Motörhead fu No Remorse del 1984. Quindi quando discutevamo sulle possibili cover per il b-side di Mine Våpen Mine Ord (un vinile 7″, ndMF) siamo finiti presto a discutere sulle canzoni dei Motörhead. L’album Orgasmatron è bellissimo, ma patisce di una produzione terribile. Deaf Forever sembrava la scelta perfetta per noi. Sia per i testi che musicalmente. E penso sia venuto benissimo. Suona bene nella versione sonora degli Einherjer. La canzone era una sorta di nostro tributo a Lemmy e all’impatto che ha avuto su noi negli anni.

Torniamo indietro di qualche anno… precisamente alle prime prove della band. Cosa ricordate di quel periodo? Perché vi siete messi a suonare e dove speravate di arrivare?

Quando abbiamo iniziato, era tutto basato sulla sensazione. Doveva essere giusto. Doveva essere Nordico. Ho sempre pensato che la sensazione e le vibrazioni nei miti nordici sarebbero state perfette da catturare in musica. Secondo me solo poche band hanno davvero toccato le emozioni e le sensazioni che io provo attraverso i temi nordici, ed è sempre come se mancasse qualcosa. Qualcosa non andava bene. Qualcosa non andava bene finché non ascoltai i Bathory e capii veramente come potesse essere potente quando era fatto bene. Ci sono altre band come i Wardruna, che stanno facendo in questo modo, più autentico. Ma noi suoniamo heavy metal! Non è esattamente “musica vichinga”, ma è quella sensazione che stiamo cercando. I riff dovrebbero risuonare di tempi antichi. Come diceva il primo volantino di Aurora Borealis (il demo del 1994, ndMF): “Fuori dalle distese dell’emisfero nord, viene il più epico ed atmosferico Viking Metal. Caricato con il potere del Mjølner. Stregato dal misticismo della terra di Thule”. Una dichiarazione veramente audace, ma penso che riassuma il modo in cui scriviamo musica, allora come adesso. Ora 25 anni dopo, i miti nordici sono ancora lì, ma non sono così prominenti. Il modo di pensare nordico è tutto lì. La mentalità e gli elementi filosofici sono molto presenti. Più profondi. Più intelligenti. Più o meno come la nostra musica…

Dragons Of The North è uno dei capisaldi del viking metal. Più passa il tempo e più quell’album sembra assumere importanza e rispetto. Mi piacerebbe sapere qualcosa riguardo il periodo di composizione e registrazione, che aria si respirava in studio, se eravate consapevoli di quello che stavate facendo o se era “semplicemente” il primo disco di una giovane band.

Grieghallen! Il primo album! Eravamo stati in studio prima, ma solo per registrare demo ed EP. Questo era il primo contratto. Dovevamo incidere un album avendo a che fare con la Napalm Records e l’avventura stava per iniziare. Avevamo otto canzoni pronte ed entrammo nei leggendari studi con largo anticipo. Pytten lo portò a termine! Bei tempi, davvero!

Due anni fa avete ri-registrato Dragons Of The North, cosa vi ha spinto a farlo? Siete soddisfatti del risultato finale, ovvero Dragons Of The North XX?

Il 2016 ha segnato il 20º anniversario dell’album, quindi abbiamo deciso di celebrare l’evento ri-registrando l’intero album. Normalmente le band fanno questo quando non sono soddisfatte dell’originale, ma questa decisione fu presa a per via dell’amore per la registrazione originale, non a causa di essa. Molte persone odia le ri-registrazioni, e onestamente io sono uno tra quelli, ma penso che questa è venuta bene. E non è che l’originale sia scomparso perché abbiamo fatto una XX edition. Sono entrambe lì fuori, affinché tutti possano ascoltare la versione che gli piace di più.

Parlando ancora di viking metal, quali sono le differenze che notate tra la scena di fine anni ’90 e quella odierna?

Il termine “viking metal” aveva un significato a metà anni ‘90. Almeno per noi… o almeno per me. Sono cambiate molte cose da allora… e onestamente il viking metal più moderno è “un grande piatto di formaggio”! Se ascolti Hammerheart oppure Twilight Of The God non è proprio questo il caso. Questi sono gli esempi di come dovrebbe essere fatto! Ma in qualche modo, da qualche parte lungo la strada qualcosa andò terribilmente male. Noi terremo la bandiera del viking metal in alto più a lungo possibile. Ora abbiamo un mucchio di clown con gli elmetti con le corna e vestiti con le pellicce che corrono in giro cantando canzoni sul bere come se questo fosse una sorta di scherzo.

Si parla sempre di più di vichinghi anche grazie alla serie tv Vikings. Qualcuno di voi la segue e cosa ne pensa? Visto il collegamento, vi piace il lavoro svolto dai Wardruna nei loro dischi?

Ho visto un paio di stagioni. Penso sia iniziata bene, ma ho perso interesse dopo un po’. Bello vedere che Einar e i Wardruna stiano avendo una meritata spinta dalla serie. Amo i Wardruna. Suonano così “giusti”.

Vi vedremo presto in tour? Toccherete anche l’Italia?

Certo, abbiamo qualche festival organizzato per il 2019, e molte cose sono in cantiere. Spero che riusciremo a visitare l’Italia nel 2019. È passato molto tempo.

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! First, I’d like to ask you where you find the inspiration to keep playing after so many years of activity and after publishing albums that became part of this genre’s history.

Simple! We love what we do. We still have passion for what we do. It’s a lifestyle. It isn’t something you can just quit. As long as we can release high quality albums, we will continue. And judging by our latest album, that will be for quite some time. I think Norrøne Sporis among the best work we’ve done.

Norrøne Spor is a very intense and varied work. It contains songs in your classic musical style, but also slightly different while still keeping your trademark sound intact – I’m thinking about Tapt Uskyld.

Yes, and the main reason for that is because the material for the song is quite old. I would guess around Blot era. We have quite a lot of stuff laying around from back in the day, that’s either unfinished or it didn’t fit in at the time. But sometimes you just feel that now is the time. You start grinding it down in your head, and maybe find alternative ways to do and arrange stuff. To be honest, we were unsure about this song until the bitter end, but then the mix was set, and it turned out perfect.

Another slightly different track is Døden Tar Ingen Fangar, with a very melodic chorus that does take by surprise. I find it a great song, I’d like to know more about the lyrics and how the track was born.

Yes, it is a catchy song. It’s one of the early ones for this album. Probably written right after Av Oss For Oss was recorded. It was also one of the songs that changed quite a bit from pre-production to the finish product. Very personal lyrics based on the topics of loss and grief. And what it does to you. I agree that it deviates a bit from what we normally sound like, but it is a good song. I like it!

Regarding sound, it’s both varied and always top quality. What’s the secret?

No secret, really. The recording was mostly done the same way as we always do, recorded in my studio, Studio Borealis. Only change this time is that I also mixed the album myself. I’ve never mixed an Einherjer album before. The last albums have been recorded by me and mixed by Matt Hyde in Los Angeles. This time I felt confident it was a better idea to do the whole mix myself. I am very happy with the way it turned out. It sounds new and fresh, but still very unmistakably Einherjer.

What’s the meaning behind the artwork? Who’s the author?

The cover art is the brainchild of our dear friend Costin Chioreanu. We’ve been working together for about 5 years now and we had some really good discussions about the album, title and cover art when he visited Haugesund to shoot some videos for us this summer. He knows we’ve grown into local patriots and how much this area means to us, so he wanted to include that in the cover art. His amazing representation of our part of the west coast makes shivers down my spine.

Let’s talk about Deaf Forever, the Motörhead song you covered: why did you choose Lemmy’s band, and why that song specifically? I really enjoy what you did with it, you can feel it’s 100% Einherier sound even though it’s a cover.

Motörhead is one of my all-time favorite bands and I’ve always loved the very underrated mid 80s era. My first Motörhead album was No Remorsefrom 84. So when discussing possible covers for the b-side of Mine Våpen Mine Ord we soon ended up discussing Motörhead songs. The Orgasmatron album is great, but suffers from terrible production. Deaf Forever just seemed like the perfect choice for us. Both lyrically and musically. And I think it turned out great. It sounds good in an Einherjer sound scape. The song was just sort of our tribute to Lemmy and the impact he did on us over the years.

Let’s go back a couple years… specifically to that first period after the band was founded. What do you remember of those days? Why did you start playing, and what were you hoping to achieve?

When we started out, it was all about the feel. It had to be right. It had to be Norse. I had always thought that the feeling and vibe in the Norse myths would be perfect to capture in music. In my opinion only a few bands had really touched the emotions and the feel I felt towards the Norse themes, and it always felt that something was missing. Something wasn’t right. It wasn’t until I heard Bathory I really understood how powerful it could be when done right. There are other bands like Wardruna, who are doing this way more authentic. But we play heavy metal! It’s not exactly Viking music, but it’s the feeling we are after. The riffs should resound of ancient times. As the first flyers for Aurora Borealisstated: “Out of the wastes of the Northern hemisphere, comes the most epic & atmospheric Viking Metal. Charged with the power of Mjølner. Enchanted by the mysticism of the land of Thule.” A very bold statement indeed, but I think it sums up the way we wrote music back then and still do to this day. Now 25 years later, the Norse myths are still there, but not that prominent. The Norse way of thinking is very much there. The mind-set and the philosophical elements are very present. Deeper. Smarter. Much like our music…

Dragons Of The North is a cornerstone of viking metal. The more time goes by, the more that album becomes respected and revered. I’d like to know more about the songwriting and recording phase, what the atmosphere in the studio was like, if you were aware of what you were doing or if it “just” felt like the first album of a young band.

Grieghallen! First album! We had been in the studio before, but only to record demos and an EP. This was the real deal. We had scored a record deal with Napalm Records and the adventure was about to start. We had 8 songs ready and we entered the legendary studio with great anticipation. Pytten delivered! Both as a person and producer. Good times indeed!

You re-recorded Dragons Of The North, what pushed you to do that? Are you satisfied with the end result?

2016 marked the 20th anniversary for the album, so we decided to celebrate the event by re-recording the whole thing. Normally bands do this because they are not happy with the original, but this decision was made because of our love for the original recording, not is spite of… Many people hate re-recordings, and to be honest I am one of them, but I think this one turned out great. And it’s not like the original album disappears because we did a XX version. They are both out there, so everyone can listen to the one they like best.

Let’s talk about viking metal some more. What do you think are the differences, if there are any, between the late 90’s scene and today?

Viking metal as a term had a meaning in the early 90s. At least for us… or at least for me. A lot of things have changed since then…and to be honest most modern day viking metal is a large plate of cheese! If you listen to Hammerheart or Twilight Of The Gods, that’s not the case at all. That is the blue print how it should be done! But somehow, somewhere down the road something went horribly wrong. We held the Viking metal banner high as long as we could. Now we have a bunch of clowns with horned helmets and furry cloths running around singing drinking songs like this is some sort of joke.

Vikings are more talked about, nowadays, also thanks to the TV show Vikings. Does anybody in the band watch it? And since we’re on the topic, what do you think of Wardruna’s work in their albums?

I’ve seen a couple seasons. I think it started good, but I lost interest after a bit. Great to see that Einar and Wardruna is getting a well deserved push by the series. I love Wardruna. It sounds very “right”.

Will you be on tour any time soon? Will you come to Italy?

Sure, we have some festivals lined up for 2019, and a lot of stuff is in the works. I really hope we get to see Italy in 2019. It’s been too long.