Intervista – Balt Hüttar

I Guardiani del Bosco, ovvero i Balt Hüttar, si raccontato ai microfoni di Mister Folk e lo fanno con passione e desiderio di far conoscere la propria musica e la loro amata terra cimbra. Tra folk metal e rune,  Malpaga Folk & Metal Fest e approfondimenti sui testi, ne esce una chiacchierata piacevole quanto interessante, che fa venire una gran voglia di ascoltare nuovamente il debutto Trinkh Met Miar camminando nella natura tanto amata dai Balt Hüttar

Ciao Balt Hüttar, benvenuti su Mister Folk! Raccontate ai lettori la storia della band: come vi siete formati, l’origine del nome e perché avete scelto di suonare folk metal.

Grüus-ach! Ciao a tutti! Tutto è nato nel 2011 da un’idea di Mattia, che voleva cercare di unire la sua passione per la musica popolare di matrice nordeuropea e quella per il metal. Allora in Altopiano non si era ancora sentito nulla del genere e la proposta ha intrigato da subito Federico, poi Jonathan e Tiziano Broccardo (il nostro primo bassista); la formazione mancava però di un elemento fondamentale: uno strumento popolare (Mattia suonava solamente la chitarra). Così, dopo alcune ricerche, i quattro ragazzi hanno conosciuto Ilaria, che allora suonava perlopiù in ambito prettamente ‘folkloristico’, ed è subito scoccata ‘la scintilla’. Dopo circa un anno Nicola ha preso il posto di Tiziano e da allora siamo rimasti stabili. Fin da subito il progetto ha avuto un forte legame con la cultura cimbra, al nostro retaggio (legato appunto alla matrice nordeuropea), ed è questo che ci ha portati a scoprire e identificarci sempre più nella realtà del folk metal. Già dal nome che abbiamo scelto si evince il legame con la cultura cimbra e le tematiche del genere: Balt Hüttar significa, in cimbro, Guardiani del Bosco; una già implicita espressione del legame con la nostra terra, la natura e gli antichi valori.

Nel 2014 avete pubblicato il demo Tzimbar Tantze, come e quanto siete cambiati da allora?

Questi quattro anni sono stati ricchi di fantastiche esperienze che ci hanno fatti crescere molto, ci hanno cambiati e proiettati in un’ottica diversa, un’ottica che ci ha portati alla pubblicazione di Trinkh Met Miar. L’evento più importante per questa svolta è stato sicuramente il Vicenza Rock Contest: tutti i premi (primo posto assoluto, miglior band vicentina, miglior band metal ecc.), gli apprezzamenti e le occasioni che ci ha offerto ci hanno infuso molta fiducia nel progetto e siamo così riusciti ad avere lo ‘slancio’ per proiettarci in una dimensione nuova. Prima eravamo sicuramente molto più ‘grezzi’, mentre ora cerchiamo di curare molto più i dettagli, soprattutto in fase compositiva e di armonizzazione. Anche l’aspetto ‘linguistico’ è cambiato molto: abbiamo implementato molto le lyrics in cimbro, grazie ad un costante studio della lingua e al crescente legame con l’Istituto di Cultura Cimbra di Roana.

Come siete giunti alla Areasonica Records?

Una volta ultimate le registrazioni di Trinkh Met Miar ci siamo subito adoperati per trovare un’etichetta che lo potesse sostenere e, dopo una travagliata ricerca fra le più indicate secondo noi, ci siamo imbattuti nella e-mail di Areasonica. Così ci siamo sentiti via e-mail e via Skype trovando un accordo comune. Da lì è iniziata concretamente la nostra collaborazione.

Siete soddisfatti del risultato finale di Trinkh Met Miar? Ci raccontate qualche storia relativa alla composizione delle canzoni e del periodo passato in studio di registrazione?

Sì, pensiamo che il nostro potenziale sia ben espresso dal disco. Ovviamente abbiamo ancora molta strada da fare, ma per noi Trinkh Met Miar costituisce un obiettivo raggiunto e un solido punto di partenza per i lavori futuri. Andrea dello studio Produzioni Fantasma ha fatto, secondo noi, un ottimo lavoro per le nostre e sue possibilità (al momento della registrazione) ed è stato molto disponibile e simpatico. Sicuramente è stata una bellissima esperienza per tutti, delle giornate per noi molto divertenti e stimolanti. Per quanto riguarda degli aneddoti della composizione, ci viene in mente com’è nata Bar Zeinan Noch Hia (tr.: Noi Siamo Ancora Qua): era una sera (sembrava come tante altre) in cui dovevamo far prove e, al nostro arrivo, ci siamo accorti che le chiavi della saletta erano state portate via da qualcuno. Non ci siamo persi d’animo e ci siamo ‘rifugiati’ in una stanza adiacente (sempre nella stessa struttura) dove si trovava un vecchio pianoforte; così, partendo da uno spunto portato da Jonathan abbiamo iniziato tutti insieme a scriverne il testo e a comporne la melodia con il pianoforte e gli strumenti elettrici senza amplificazione; le prove successive tutto ha preso più corpo, ma la struttura è nata così: senza neanche la sala prove.

Nel disco ci sono canzoni “tipicamente” folk metal fatte bene come Dating A Witch e Trink Bain, Trink, ma credo che voi diate il meglio quando nella composizione andate “oltre” il classico del genere, è il caso di Tzimbar Baip e Tantzasto Met Miar. Cosa pensate di quanto vi ho appena detto? Quali sono le sensazioni che da musicisti provate nel suonare le varie canzoni?

Le tue parole ci fanno molto piacere, noi cerchiamo di inserire sempre qualcosa di diverso in ogni canzone, cerchiamo di attingere a più ispirazioni possibili per ottenere dei risultati spesso anche inaspettati. Il mondo della musica popolare è immenso (anche se ci si sofferma su un’area relativamente ristretta, come quella nordeuropea) e noi vorremmo spaziare il più possibile, unendo sonorità diverse, anche in base alle tematiche trattate. Un esempio di questo può essere proprio Tantzasto Met Miar, che assume sonorità e strutture più ‘popolari’ e ‘folkloristiche’, accordandosi col testo (di rimando, a livello concettuale e strutturale, prettamente popolare. Suonare le proprie canzoni è un’emozione unica, indescrivibile, soprattutto quando alla loro base ci sono concetti, emozioni e legami personali forti. Vedere poi altre persone che ascoltano, apprezzano, e cantano insieme a te queste espressioni di te stesso e del tuo retaggio è una sensazione ancora più speciale, che riempie di gioia.

Il titolo del disco e la copertina hanno un legame tra di loro?

Certamente: il titolo è un invito diretto a festeggiare insieme, a condividere dei momenti speciali, e la copertina raffigura proprio uno di questi momenti di festa. L’illustrazione si rifà all’antichità, quando era in uso festeggiare attorno a dei grandi falò, richiama quindi anche il folclore arcaico dei nostri antenati, anche attraverso l’ambiente in cui si svolge la scena: si tratta infatti di un luogo ben preciso del nostro Altopiano, l’Altar Knotto (“Antico Masso” in cimbro), un’enorme pietra in bilico su uno strapiombo che si dice fosse teatro di celebrazioni rituali e dei sacrifici in epoche remote.

Perché il titolo è scritto anche con le rune? Non credete che sia un po’ una forzatura visto che il disco racconta della vostra terra?

Assolutamente no, il legame dei Cimbri con la cultura germanica è innegabile e ancora visibile in alcune tradizioni e nella lingua, e anche questo è uno dei nostri obiettivi: ricreare un legame fra la cultura cimbra e quella da cui essa discende direttamente. Oltretutto, come riferito anche dallo studioso locale Giancarlo Bortoli nel suo libro “Hanepoz – L’Incudine di Thor”, ci sono delle testimonianze secondo le quali in Altopiano, prima di essere state distrutte durante l’affermazione del Cristianesimo, ci fossero delle pietre con incisioni legate al mondo germanico, fra le quali proprio delle rune del Futhark.

I testi sono in inglese, italiano e cimbro. Perché la scelta di esprimervi in tre lingue? Sarà così anche in futuro?

Questa nostra scelta deriva dalla volontà di far conoscere la cultura della nostra piccola realtà in Italia e nel mondo, in un messaggio di unità che contribuisca a salvaguardare la sopravvivenza della cultura cimbra. Per questo pensiamo di continuare in questa direzione, mescolando sonorità e influssi diversi, magari concedendo sempre più spazio alla nostra antica parlata.

Ci sono dei testi ai quali siete più legati e che tenete a far conoscere ai lettori di Mister Folk?

Ognuna delle nostre canzoni per noi rappresenta qualcosa di unico, perché in ognuna di esse abbiamo riversato passione, sentimenti e messaggi che ci stanno a cuore e in ognuna abbiamo cercato di dare qualche particolarità che la contraddistingua. Per quanto riguarda prettamente i testi, forse i più significativi per noi sono quelli di Maine Liibe Perg (tr.: Mia Cara Montagna) e di Khriighenacht (tr.: Notte di Guerra): il primo è un vero e accorato inno alla nostra Terra, alla sua travagliata storia e al legame con essa (e con la natura stessa), mentre il secondo è il racconto del dramma della guerra (nello specifico, della Prima Guerra Mondiale, che ha pesantemente colpito l’Altopiano e la sua gente) attraverso gli occhi di un soldato in trincea che ne resta sopraffatto in un crescente delirio di sofferenza.

Siete reduci dal Malpaga Folk & Metal Fest, come vi siete trovati? Come è stato il concerto e quali sono stati i feedback a fine serata?

È stata una bella esperienza, una giornata che ricorderemo (anche per il gran caldo, a cui non siamo abituati! 😀 )! Il concerto è stato molto divertente e, nonostante l’orario della nostra esibizione, c’è stata una bella risposta del pubblico (che ringraziamo); questo, naturalmente ci ha riempiti di gioia e di energia, noi abbiamo dato il massimo e speriamo di aver fatto divertire tutti tanto quanto ci siamo divertiti noi. L’evento è senz’altro uno fra i più significativi a cui abbiamo partecipato, con delle band fantastiche e un pubblico numeroso ed energico… che dire? Speriamo di ripetere presto questa esperienza!

Pensate che un evento come il Malpaga Folk & Metal Fest sia “solo” un festival musicale o c’è qualcosa che va oltre la musica?

Sinceramente pensiamo che dove c’è Musica (quella vera), come al Malpaga, ci siano sempre dei valori e dei messaggi che vanno oltre il mero intrattenimento. In eventi come questi si entra quasi in un altro mondo, dove si possono fare esperienze uniche, fare amicizie singolari e conoscere realtà nuove e affascinanti.

Come pensate di muovervi nei prossimi mesi? Siete in fase di scrittura del nuovo materiale?

Siamo già da qualche mese (nonostante i numerosi impegni live) al lavoro su materiale nuovo, stiamo cercando di sperimentare ancora e ci stiamo dando da fare! Abbiamo ancora delle soprese in serbo riguardo Trinkh Met Miar e comunque siamo già proiettati verso un auspicato secondo album, che speriamo rappresenti un’evoluzione, un passo in avanti nel nostro percorso artistico e una nuova occasione per fare nuove amicizie e vivere altre belle esperienze.

Vi sentite parte della scena folk metal nazionale? Ci sono band con le quali vi trovate bene e/o stimate particolarmente?

Sì, era un nostro grande sogno quello di entrare a far parte di un panorama musicale più ampio e condiviso e speriamo di esserci riusciti con Trinkh Met Miar. Certo, dobbiamo fare ancora molta strada, ma ci sentiamo appena entrati in questo fantastico mondo e ci piacerebbe molto riuscire a ritagliarci il nostro piccolo spazio, così come i Cimbri ritagliarono il proprio sulle nostre montagne più di mille anni fa. In tutti questi anni abbiamo condiviso il palco con moltissime band, fra cui molti bravissimi musicisti e persone in gamba; senza dubbio nutriamo stima per tantissime di queste band del panorama nazionale (e internazionale), ma ci sono rimasti particolarmente impressi soprattutto i momenti condivisi con i Folkstone e i Furor Gallico, oltre alle forti amicizie instauratesi con i 4th Dimension e gli Arcana Opera. Ma ricordiamo sempre con piacere tutti gli artisti che abbiamo avuto modo di conoscere e con cui abbiamo condiviso delle belle esperienze.

Grazie per l’intervista, a voi le parole di chiusura.

Grazie a voi di Mister Folk per lo spazio che ci avete dedicato! Speriamo che il nostro costante impegno e il nostro duro lavoro possano piacere a molti e che così la nostra millenaria cultura non venga dimenticata, trovando nella nostra musica una nuova vita. Invitiamo tutti a seguirci sulla nostra pagina Facebook e sul nostro profilo Instagram, guardare i nostri video su YouTube (tramite il nostro canale e quello di Areasonica), ascoltarci gratuitamente su Spotify, magari acquistare il nostro Trinkh Met Miar (anche su iTunes e Amazon Music) e, naturalmente, venirci a trovare ai nostri concerti! Borbeisgott! Grazie!

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Intervista: Lou Quinse

Che bello quando la band intervistata ha realmente voglia di parlare e farsi conoscere! Invece delle solite e noiose risposte brevi e prive di cuore, è sempre una gran gioia quando s’incontra un gruppo che ha realmente voglia di rispondere alle domande e coglie l’occasione dell’intervista per far entrare il lettore (e ascoltatore) nel proprio mondo. Al bando, quindi, risposte paracule e spazio alla sincerità. Con una bella e apprezzata dose di ironia. Signore e signori, i Lou Quinse!

Lo Sabbat arriva ben sette anni dopo Rondeau De La Forca. Di voi si erano un po’ perse le tracce e qualcuno ha anche sospettato il vostro scioglimento. Come mai c’è voluto tutto questo tempo per pubblicare il nuovo cd?

Abbiamo iniziato a lavorare sulle registrazioni di Lo Sabbat nel dicembre del 2014. Nel 2012 avevamo però curato la ristampa in vinile del demo Lou Quinse, cosa che non era naturalmente stata molto impegnativa in studio, ma ci aveva fatto suonare parecchio in giro. Era stata anche l’occasione per partecipare al quinto Fosch Fest, un concerto bellissimo e che richiedeva tutta una preparazione a sé. Proprio per questo, abbiamo poi deciso di evitare i concerti fino a lavori del disco ultimati, che ci hanno preso alla fine quattro anni, periodo in cui è comprensibile che le voci girino… È stata un’avventura, dalla creazione dei brani alla scelta degli studi, le varie registrazioni… Poi un anno intero di post produzione, senza dimenticare che il mondo fuori dagli studi ci ha molestati tutti a vario titolo, e che comunque beviamo e fumiamo parecchio.

Credo che Lo Sabbat sia un grande passo avanti rispetto al passato sia per quel che riguarda il lato compositivo che per il risultato finale, di altissima qualità. Come nasce una canzone dei Lou Quinse e durante la fase compositiva quali erano le sensazioni in sala prove?

Di solito ognuno di noi propone dei brani dai vari repertori tradizionali, che poi impariamo a suonare e mischiamo con il metal che ci piace di più. Per Lo Sabbat abbiamo fatto un passaggio in più, scrivendo gli arrangiamenti e producendo midi che ci guidassero nella costruzione delle canzoni. Detto così non rende l’idea della tempesta emotiva, dei tentativi abortiti e di quelli azzeccati, a volte col sudore, a volte per magia. In ogni caso durante l’intera fase compositiva beviamo e fumiamo molto.

Il disco suona compatto e il vostro marchio di fabbrica è immediatamente riconoscibile. Credo che non sia stato semplicissimo realizzare un cd così vario in grado comunque suonare omogeneo.

È stato più che altro laborioso, ma estremamente divertente, non sapremmo dire se facile o meno… La varietà la dobbiamo soprattutto alla ricchezza delle tradizioni musicali occitana e dell’arco alpino, tanto quanto alle infinite influenze e possibilità che offrono il vastissimo universo del metal estremo, del punk e dell’hardcore. L’amalgama può saltare fuori nei modi più naturali e imprevedibili: brani folk che rievocano istintivamente passaggi black metal, danze ipnotiche e cadenzate che supportano ritmiche death, un tupa tupa hardcore che “su quella curenta ci starebbe tanto bene” etc. Poi suoniamo insieme da tanti anni, sappiamo cosa vogliamo gli uni dagli altri… beviamo… fumiamo…

Il primo impatto con la vostra musica è spesso “mamma mia che casino che fanno questi!”. Passati i primi istanti, però, si viene avvolti dal vostro sound e trovo tutto ciò molto coinvolgente e questo capita, purtroppo, di rado. Quali sono gli obiettivi che muovono i Lou Quinse e come funziona la “ricerca musicale” nella band?

È bellissimo fare delle canzoni, bellissimo suonare, ci divertiamo moltissimo a suonare fra di noi e ancora di più a suonare quello che suoniamo. Ascoltando e suonando folk, veniamo colpiti da melodie e testi, che magari sono li da duecento anni, che ci portano quasi istintivamente a impararle, rimaneggiarle, decostruirle, riassemblarle. Bevendo e fumando a go go.

Giga Vitona ha la stessa melodia utilizzata dai Furor Gallico in La Caccia Morta. Vi chiedo quindi da dove proviene quella melodia e se eravate a conoscenza che anche la band lombarda utilizza quella stessa melodia.

Non c’è nulla di cui stupirsi, questo è folk! Melodie e ritmiche che si influenzano, mescolano e fondono, arrivando dalle culture più lontane e diverse. Scale ricorrenti e giri che ritornano, sempre diversi a seconda della zona in cui vengono suonati e di chi li suona. Ed è anche metal. Denso com’è di riff codificati e condivisi da tutta la scena, rielaborati e trasformati a seconda dello stile in cui vengono suonati. La Giga in particolare è una danza ballata nelle vallate occitane. È conosciuta e suonata in tutta Europa dalla seconda metà del 1500, e con l’identico nome si riconoscono danze molto diverse tra loro. La Vitona, in particolare, è originaria della Val Varaita, in Piemonte, ed è una delle versioni più longeve e particolari di questo ballo. Non eravamo a conoscenza dell’accenno fatto dai Furor Gallico in ogni caso, ma ci fa piacere. O forse hai bevuto e fumato troppo anche te! 🙂

I vostri testi sono “tipicamente” folk metal, ovvero parlano di storie di paese, racconti popolari e situazioni anche grottesche. Però mi ha colpito molto Purvali E Palli, canzone che parla del brigante Domenico Straface: come avete conosciuto la sua storia e perché avete deciso di raccontarla? Tra l’altro può essere considerata una canzone “parente” di Simone Pianetti dei Folkstone, cosa ne pensate?

Domenico Straface e Simone Pianetti sono figure da ricordare, a cui vale la pena dedicare una canzone. Qualche anno fa siamo venuti a conoscenza dei Nagrù, un trio di ragazzi calabresi di tutto rispetto e tra i pezzi tradizionali riproposti da loro, e che ascoltavamo, ci ha colpiti particolarmente questo brano. È inevitabile che riprendere in mano la tradizione metta le persone faccia a faccia coi modi di pensare e con le vicende storiche che facevano da contesto all’epoca in cui la singola opera è stata composta, e noi siamo sempre stati affascinati dalla costante lotta – vera e propria “invariante” della Storia umana – contro l’autorità costituita. Affrontare certi argomenti, però, espone al rischio di muoversi in maniera strumentale o poco congrua. Un esempio lampante è proprio la storia del Risorgimento che, se da una parte va rivista liberandoci dalla retorica unitarista, dall’altra rischia, durante il dibattito, di generare mostri di segno opposto, come la glorificazione dei Borbone, cugini dei Savoia, che non ci sentiremmo mai di considerare “vittime” perché i monarchi sono tutti della stessa pasta. In questo senso ci siamo subito ritrovati nella vicenda di Domenico, un vero combattente, non disposto a servire questo o quel padrone, ma a lottare per la sua gente e per la sua terra contro il colonialismo sabaudo. È amaro dover tornare così indietro nel tempo per trovare persone che cercano di difendersi dallo straniero armato, colonizzatore, in soverchiante vantaggio strategico e militare. Al giorno d’oggi, i nostri coevi, ci sembrano fare molta confusione su chi sia “straniero”, intenti come sono a levare la voce solo quando è chiaramente più debole, emarginato, reietto, una condizione ereditata dagli stessi processi coloniali e di sfruttamento di cui gran parte del mondo è stato, ed è tutt’ora, vittima. Noi tifiamo per tutte e tutti i Domenico Straface, ovunque nel mondo e nella storia, di sicuro non per questi autoproclamatisi “difensori” di nulla. E Simone, anarchico, montanaro e migrante, è un’altra figura di questo tipo, con una storia diversa, una vita diversa, ma unita dal filo rosso della ribellione. Nella musica popolare, sia essa originale o rivisitata, centinaia sono gli omaggi a figure di questo tipo, a vite tempestose scagliatesi contro l’autorità, che hanno pagato in prima persona il prezzo altissimo della loro rivolta. In questo la tradizione smentisce categoricamente chi ci vuole vedere in qualche modo una difesa di valori conservativi, magari guerreschi o peggio di conquista. La guerra è sempre raccontata per quello che è, la peggior sofferenza dei popoli, cantata con dolore, anche se spesso in modo ironico, e in questi anni di studio ci è parso più che altro che il valore principale dei popoli sia sempre stato la ribellione. Sappiamo per certo che comunque anche i Folkstone bevono molto e probabilmente fumano, e questo avrà sicuramente inciso su scelte stilistiche comuni.

I testi sono una parte molto importante nella vostra musica. Quali sono quelli ai quali siete più legati? C’è una ricerca alla base di ogni testo/argomento?

Tutti i testi che usiamo sono trad, anche se ad alcuni abbiamo fatto delle modifiche, aggiunto passaggi, per attualizzarli, giocando con le parole, come è del resto uso nella musica popolare. Quando scegliamo un brano su cui vogliamo lavorare, ci confrontiamo con le varie “versioni” in circolazione, che spesso differiscono anche parecchio, soprattutto a livello di liriche. Alcuni di questi testi sono parole di puro accompagnamento alla musica, senza velleità descrittive o narrative, utili a far partecipare anche la lingua alla danza. Altri sono al contrario densi di significati, anche su livelli differenti e non sempre immediatamente recepibili, di una bellezza e profondità inarrivabili, e fra questi probabilmente Lo Boier è quello che amiamo di più. È un antico canto popolare dell’Occitania francese, intessuto di significati simbolici relativi all’eresia catara (o albigese), che narra la tragica sorte della pastora Joana, dei momenti che ne precedono la morte e dell’incontro con suo marito pastore appena tornato dai pascoli. Allo stesso tempo è anche una sottile metafora del tragico eccidio di Montsegur, ultima roccaforte in cui gli albigesi, bollati di eresia da Papa Innocenzo III, trovarono rifugio. Cadde dopo 11 mesi, nel marzo del 1244, sotto i colpi dell’esercito papale e dell’alleato Re di Francia, sancendo così la fine dei catari e l’inizio della dominazione temporale, ideologica, culturale e spirituale francese moderna. Per Lo Sabbat abbiamo anche scritto per la prima volta un testo in patois, quello della Giga Vitona, un inno al Sabba, alla musica e alla festa, e per questo rimane un brano a cui siamo necessariamente legati, che tutti abbiamo contribuito a comporre, bevendo e fumando parecchio.

Stessa cosa per la musica: siete appassionati di musica popolare e ne siete ascoltatori? Girate per eventi e feste locali per ascoltare canzoni e melodie? Oppure ci sono dischi contenenti le canzoni del folklore che amate?

Certamente ne siamo appassionati, sia nelle sue espressioni più radicali, sia temperata da influenze rock e naturalmente metal. Giriamo per concerti, festival, balere, balliamo, ascoltiamo dischi e scarichiamo musica, quasi sempre illegalmente. Alcuni di noi fanno o hanno fatto parte di gruppi e progetti folk trad, fa parte della nostra cultura individuale e di gruppo. Detto questo i gruppi che seguiamo da più tempo e a cui ci siamo più volte ispirati, sono ovviamente Lou Dalfin e tutta la scena folk contaminato e non delle valli piemontesi, come Lou Seriol e i franco provenzali Li Barmenk, così come quella dell’occitania francese, il duo Brotto-Lopez, i marsigliesi Massillia Sound System e i loro side project, fino al gruppo che per primo ci ha dato l’ispirazione, i pirenaici Hantaoma. È indispensabile in ogni caso ascoltarli bevendoci e fumandoci anche qualcosa sopra.

La copertina e l’intero artwork ricorda molto lo stile del grande Alfons Mucha. Credo che la scelta sia tutto tranne che casuale, per questo sono curioso di scoprire chi è l’appassionato del pittore ceco e come vi è venuto in mente un’idea del genere.

Ne siamo tutti appassionati. Alfons Mucha è stato un grande artista, pittore e scultore, ma a lui si associa subito il concetto di poster, simbolo in qualche modo di una presenza dell’arte nelle strade. I suoi manifesti di opere teatrali sono sicuramente dei grandi capolavori. Il concetto grafico alla base di Lo Sabbat è quello di un’opera teatrale, divisa in atti e il cui libretto potesse ricordare quello di una Madama Butterfly o di una Boheme, e di conseguenza la scelta del Liberty, o Art Nouveau, è risultata spontanea. Noi però abbiamo scelto di riprodurre una parodia del movimento artistico, proprio per raccontare il decadimento dell’epoca che stiamo vivendo, ed ecco che qui appaiono le differenze: lo “stile Mucha” si basa infatti principalmente sull’esaltazione della bellezza e della giovinezza attraverso l’uso di accattivanti figure femminili, che guardano verso il pubblico. Ginetta, la nostra protagonista, ispirata a Gina dìi Toùni, unica contrabbandiera donna che si ricordi nella storia di Balme e accanita fumatrice di pipa, è invece un’anziana che distoglie lo sguardo da chi osserva, e i suoi gioielli sono corone e diademi di ossa. Anche l’elemento floreale viene distorto e al posto di eleganti e raffinati fiori, abbiamo preferito l’oppiacea decadenza dei bulbi di papavero. Lo stesso vale per il bestiario che affianca Ginetta, che differenzia non poco da quello classico della belle époque: via sinuosi pavoni e pesci fluttuanti, vivi e pieni di energia, e al loro posto caproni e demoniache marmotte che vengono fuori da nubi e fiamme. Ricordiamoci poi che Alfons rimane anche un esempio per tutti nel bere e nel fumare.

Sempre parlando della copertina, oltre allo stile colpisce il colore principale, ovvero il rosa. L’intenzione è quella di spiazzare l’appassionato di (folk) metal con una grafica tanto curata quanto inusuale?

Sinceramente non ci abbiamo assolutamente pensato, è venuto così, da solo, dopo qualche prova leggermente più virata sul rosso. Del resto nessuno può garantire che l’inferno non sia anche tendente al rosa, no? La colorazione è stata una parte particolarmente complessa, sempre appunto in quest’ottica di tributo ma anche rovesciamento dell’opera di Mucha. Così i colori e le tonalità sono venuti fuori difficilmente ma spontaneamente, in pieno stile Art Nouveau. Chissà se qualcuno rimarrà spiazzato, in ogni caso è un effetto sempre desiderabile. Del resto certe imposizioni canoniche, basilarmente fastidiose e secondo noi un po’ ridicole quando si parla di generi e stili ibridi e miscelati, ci sono sempre state strette. La musica che suoniamo non indossa kilt o armature, appartiene più alla quotidianità popolare che alla rievocazione storica, parla più di sfruttamento e ingiustizie sociali che di leggende e di fiabe e, in questo caso, ci pareva meglio rappresentata da un rosa demoniaco che non dal nero, che comunque sommamente veneriamo. Nuvolette di fumo nero, bicchieri di alcool rosa.

Come sapete ho apprezzato tantissimo il vostro disco, così come sapete che l’unica scelta che non condivido è quella di non inserire nemmeno un booklet di quattro pagine all’interno del digipak. Trovo ottima l’idea del file digitale con il booklet completo di traduzioni ecc., ma chi compra il disco fisico credo che preferisca pagare uno o due euro in più per poi avere un prodotto “completo”.

L’idea iniziale era produrre un vinile, e in quel caso un booklet stampato di una certa consistenza sarebbe stato perfetto. Poi però le cose sono andate diversamente, abbiamo superato quello che è il minutaggio possibile per un vinile e senza osare tagliare alcuna canzone avremmo dovuto stamparne uno doppio, cosa che era però decisamente al di sopra delle nostre possibilità. A quel punto avevamo già iniziato un lavoro filologico musicale e testuale decisamente più dettagliato rispetto ai lavori precedenti, ritrovandoci con una trentina di pagine, fra testi, traduzioni e concept, troppo costoso e fisicamente scomodo. Per evitare di tagliare il booklet riducendolo a poche pagine e rendendolo incompleto, abbiamo optato per il formato esclusivamente digitale, sicuramente meno bello, ma per lo meno esaustivo e accessibile a tutti. E poi così con i soldi risparmiati si può sempre bere e fumare.

La produzione de Lo Sabbat è davvero ottima: perché avete scelto Tino Paratore e Tom Kvalsvoll per realizzare il cd? Per quel che riguarda i giorni in studio di registrazione, ci sono storie che meritano di essere raccontate? Con Kvalsvoll avete lavorato di persona oppure gli avete mandato le tracce e lui ci ha lavorato seguendo le vostre indicazioni?

Con Tino lavoriamo da parecchi anni, e non solo con Lou Quinse. Per Rondeau De La Forca e per la ristampa di Lou Quinse si era occupato essenzialmente del mastering, e registrare e mixare con lui è stato impegnativo quanto piacevole, come sentirsi a casa, ma con la mamma che ti cazzia di continuo! L’atmosfera è sempre elettrizzante, di scene divertenti ce ne sono state una marea, la prima che ci viene in mente è quando lui, in modo estremamente posato e professionale, ha inserito un hard disk dove poco prima ci aveva raccomandato di mai e poi mai inserire un hard disk, col risultato di flambare il computer su cui c’erano mesi di lavoro Lou Quinse e non solo: tutto poi recuperato, ma che facce! Tino è un fonico di lunga esperienza, esperto in tricks di ogni tipo, sempre disponibile e molto preso bene dalla musica che gli piace, raccomandatissimo! Il nostro impegno e il talento di Tino ci hanno reso possibile tentare di metterci in contatto con professionisti internazionali che si occupano di mastering, del tocco finale sul suono del disco. Ne abbiamo sentiti svariati, da ovunque, tutti molto disponibili e impressionantemente capaci. Abbiamo ascoltato molte prove di master, estremamente differenti tra loro, chi esaltava di più il lato rumoroso del nostro suono, chi portava in maggior evidenza l’aspetto folk, chi insisteva sui bassi, e ci è sembrato di ascoltare molti Lou Quinse provenienti da tutto il mondo, americani, danesi, svizzeri, svedesi, norvegesi, più death metal, più crust punk, più black, un’esperienza sorprendente e divertente come poche. Il sound di Tom ci ha da subito colpiti per la spietata freddezza e minimalità, perché faceva risaltare la parte folk senza perdere nulla del metal, perché risultava dinamico e al tempo stesso gelido. Dalla prova al master definitivo molto è cambiato, lui stesso ad un certo punto del lavoro l’ha rifatto completamente perché a forza di immergersi nell’ascolto lo aveva interiorizzato e sviluppato, aveva finito insomma per sentirlo suo. Questo e altro ci hanno dato la cifra di una collaborazione fruttuosa che, se per questa volta non si è potuta concretizzare in un viaggio in terra nordica, chissà che non sia il preambolo ad un nostro sbarco ad Oslo con battello. Probabilmente in questa eventualità ci porteremmo da fumare, il bere lo troveremmo sicuramente là!

Siete molto legati ai tarocchi e per questo album avete sostituito i vostri nomi con i numeri degli arcani maggiori. Come mai questa scelta e cosa rappresentano per voi le carte che avete scelto e i tarocchi?

Lou Quinse (Il Quindici, in italiano) deve il suo nome proprio ai tarocchi e, in specifico al quindicesimo Arcano. Quindici è il numero del Diavolo che, proprio con quest’appellativo, è conosciuto nelle infinite partite a Diau e a Tarocchi, giochi cartaioli molto popolari e diffusi nei peggiori bar delle valli, oltre che nell’immaginario montanaro e nel suo vocabolario. Fin da subito ci è piaciuto associare il nostro nome ad una carta dei tarocchi. Sono carte che parlano di ciascuno di noi, delle nostre inclinazioni e maledizioni, che calzano con la nostra psicologia individuale e viceversa. Alla fine di questo lavoro ci è parso fosse l’ora di accantonare la denominazione nome-cognome, di dimenticare il nostro io anagrafico, e di celebrare quello archetipo arcano. Del resto, dal mazzo dei Lou Quinse sono stati giocati, scartati, ripresi molti arcani nel corso degli anni, che con la loro creatività e passione diabolica hanno contribuito a forgiare la nostra identità attuale, anche se personalmente non suonano (per ora) più con noi. Un brindisi e una fumata a loro e ai tarocchi, come costume delle peggiori piole delle valli.

A questo proposito vi chiedo se la scelta dei tarocchi, in un mondo vichingocentrico, è più per distinguersi dalla massa o per un reale interesse.

Quasi dodici anni fa (ridendo e scherzando) abbiamo fatto una particolare scelta stilistica e filologica, quella cioè di miscelare il metal più estremo con la musica proveniente da un repertorio trad che parte dall’area Franco-Provenzale nelle Alpi Occidentali, transita in Piemonte, e svalica per arrivare fino all’Occitania Grande e ai Pirenei. Nessuna volontà di distinguersi dalla massa, dunque, che oltretutto allora non era così folta, ma una scelta precisa dettata dai casi della vita, e sicuramente da passione e interesse. Le canzoni che rielaboriamo vengono suonate, cantate e ballate da secoli, le radici delle culture popolari che prendiamo a riferimento risalgono all’epoca in cui si comincia ad abbandonare il latino a favore del volgare nelle produzioni artistiche. Basti pensare ai trovatori, la massima espressione culturale occitana e provenzale, di epoca alto medievale. I primi trattati che ci parlano di danze e modi di esecuzione, invece, sono grosso modo rinascimentali mentre le culture popolari così come le conosciamo ed intendiamo oggi, come la musica e i testi che utilizziamo, vengono raccolti, scritti e trasmessi dal periodo romantico in poi (fine XVIII ed inizio XIX secolo). In forza di questa scelta ci è, ahinoi, preclusa ogni possibilità vichinga o celtica, se non per qualche breve escursione, così come abbiamo già fatto per la Calabria e l’appennino tosco-emiliano. Sembra assurdo, ma è in realtà proprio nelle parti più metal che piuttosto si consuma la nostra unione con le culture nord europee: il canone folk rock, fissato negli anni ’70 e proseguito ed ampliato nel folk metal, nel viking, nel pagan etc, è la base comune, a prescindere dalla tradizione di riferimento o dall’opera di rielaborazione individuale o di gruppo, a tutte le formazioni che si cimentano con l’uso di strumenti analogici, più o meno antichi e testi popolari in lingue originali, all’interno di una cornice prettamente rock-metal. Ed è chiaro che per fare un lavoro del genere non deve mai mancare né da bere né tanto meno da fumare.

Come vivete la scena metal e folk italiana? Vi sentite parte di essa?

Quando abbiamo iniziato a suonare la nostra scena di riferimento era quella esplosiva di Torino all’inizio degli anni 2000. C’era un numero così ampio di gruppi, così diversi e divertenti, di posti e di occasioni in cui suonare, che non c’era quasi il tempo di frequentare altre scene! Era una scena molto dinamica, tutti suonavamo in molti gruppi e organizzavamo da noi i concerti. Proprio cercando nuovi stimoli da portare in città, ci capitò di fare la conoscenza con Furor Gallico e Folkstone, mentre Gotland e dopo Odr cominciavano a muovere i primi passi in regione. Ci siamo ritrovati quindi ad avere a che fare con gruppi che facevano qualcosa di simile a quello che proponevamo noi, e che per di più facevano parte di una altra scena consolidata, quella lombarda. Da li scambi date, partecipazione a festival, conoscenze con altri gruppi, più lontani, come i Kalevala in Emilia, e oltralpe, in Occitania, con Arslan e Les Diables de la Garrigue e nel Bearn con Gojats of Hedas, ci hanno fatto sentire parte di una grande scena, non circoscrivibile a confini nazionali, e a cui sentiamo tutt’ora assolutamente di appartenere. Ad oggi, dopo quattro anni lontani dai palchi, l’impressione che abbiamo è purtroppo che non goda di buona salute. La golden age del metal torinese è un ricordo, i punti di riferimento a livello di festival e locali ci appaiono smarriti, e per il resto sembra si faccia un po’ fatica a trovare nuovi spazi e nuove idee. Speriamo tuttavia che queste difficoltà possano essere un interessante stimolo per il prossimo futuro, per ritrovarci, organizzarci insieme e divertirci, scambiandoci idee, dischi, suoni, da bere e da fumare.

Ragazzi, rinnovo i complimenti per il disco e spero di vedervi presto in concerto. Grazie per l’intervista, aggiungete tutto quello che volete!

Complimenti a te per la sbatta e la passione, speriamo di vederci prestissimo, con un bicchiere in mano, immersi in una nuvola di fumo!

Intervista: Kanseil

Sicuramente uno dei migliori gruppi italiani e in grado di rivaleggiare con le band d’oltralpe, i Kanseil hanno da poco pubblicato il secondo disco Fulìsche, un affascinante viaggio tra la storia e la natura che li circonda. I loro racconti in chiave folk metal sono affascinanti quanto sinceri, un’occasione per (ri)scoprire le nostre origini e recuperare i ricordi degli anziani che tanto hanno ancora da raccontarci. Tra mestieri umili ma indispensabili e piccole realtà di montagna che non vogliono piegarsi al cemento del progresso, i Kanseil hanno trovato, ancora una volta, il modo per avvolgere l’ascoltatore con il binomio musica-parole.

Fulìsche è il vostro secondo full-length, a tre anni dal bel debutto Doin Earde. Quali sono le differenze tra i due lavori (se ce ne sono) e in cosa voi come persone e come musicisti siete cambiati?

Fulìsche può essere visto come una naturale evoluzione di Doin Earde anche se sicuramente si tratta di un lavoro più maturo sotto diversi punti di vista, sia per quanto riguarda l’aspetto compositivo sia per gli arrangiamenti. Possiamo dire che chi ha apprezzato Doin Earde difficilmente resterà deluso dal nuovo album. Per quanto ci riguarda personalmente sentiamo di aver maturato una consapevolezza ed un’esperienza maggiore dal 2015 ad oggi, sia sul palco che in sala prove. Ovviamente c’è sempre tanto da imparare e sempre nuovi spunti per crescere e migliorare.

Come siete arrivati alla firma per Rockshots Records? Il contratto prevede anche altri lavori?

Rockshots Records si è fin da subito dimostrata interessata al progetto, ancora prima che entrassimo in studio di registrazione per la produzione di Fulìsche. La collaborazione finora è stata professionale ed efficace per cui non possiamo che essere soddisfatti del lavoro svolto. Il contratto in ogni caso non prevede altre uscite ma ovviamente è ancora presto per parlare.

Cosa rappresenta la copertina del disco?

La copertina di Fulìsche ha un forte significato simbolico. Abbiamo voluto rappresentare le Fulìsche, “Faville” nel nostro dialetto, che avvolgono volti e simboli del nostro passato. Storie che pian piano si stanno perdendo e, come faville, abbiamo pochissimo tempo per osservarle ed ammirarle, prima che spariscano per sempre nel buio della notte. Un lavoro abilmente creato da Manuel Scapinello e impaginato da Ettore Garbellotto.

I testi, come sempre, sono fortemente legati al territorio. Vi chiedo quindi di fare una panoramica sui vostri scritti e di approfondire uno o due testi a voi particolarmente cari.

I nostri brani sono legati indissolubilmente al nostro territorio, alla storia e alla cultura locale, oltre che a leggende o miti di cui le nostre montagne e le nostre valli sono ricchissime. In Fulìsche raccontiamo di vecchi mestieri, come quello del carbonaio, della guerra e delle tragedie che hanno ferito la nostra regione e i nostri avi, ma anche di leggende e storie delle nostre montagne e in particolare dell’Altopiano del Cansiglio. Personalmente alcuni dei testi che sento più vicini sono Orcolat, pezzo che in forma di leggenda racconta il terremoto del Friuli del 1976, ricordo ancora vivo in tutto il Nord-Est, oppure Il Lungo Viaggio che parla dei tantissimi Veneti emigrati in tutto il mondo nel dopo-guerra, in cerca di lavoro per mantenere le proprie famiglie, un tema direi più che attuale…

Sono rimasto molto colpito da La Battaglia Del Solstizio: il mio bisnonno era proprio lì e sono cresciuto con i racconti di nonna sulle peripezie (e le tragedie) che il padre si portava dentro dopo quella terribile battaglia. Gli argomenti che trattate sono sempre interessanti e spingono le persone a informarsi su internet e, meglio ancora, ad acquistare libri scritti da studiosi. Siete orgogliosi di ciò? Era forse un vostro obiettivo quello di invogliare la gente a saperne di più sulla propria storia e la propria terra?

Assolutamente. Il nostro primo obiettivo è, nel nostro piccolo, far conoscere o riscoprire qualche storia della nostra terra che molto spesso neanche i nostri coetanei conoscono. Se in quello che facciamo riusciamo a dare uno spunto di riflessione o ad incentivare la ricerca non possiamo che esserne soddisfatti.

C’è una canzone che mi emoziona particolarmente ed è Serravalle. Volete parlarne un po’ ai lettori del sito e raccontare come è nata la musica e la parte cantata?

Serravalle è il centro storico più a nord di Vittorio Veneto, uno dei luoghi più suggestivi dell’intera città. Nelle domeniche d’inverno è bello vedere i bambini giocare per le strade e la gente scendere in piazza per stare insieme e salutare il nuovo giorno che sta nascendo. Il brano è un omaggio a tutti i piccoli borghi italiani che hanno una storia da raccontare. Molto spesso ci dimentichiamo delle ricchezze che abbiamo vicinissimo a noi, abituati ad alzare lo sguardo verso mete lontane. Musica e testo sono stati scritti dal nostro batterista Luca Rover.

Avete scelto il brano Pojat per realizzare il videoclip. Il risultato è veramente bello e vale la pena guardarlo più volte. Vi siete trovati bene a suonare nel bosco? Ci sono storie e aneddoti che vale la pena raccontare?

La produzione del videoclip di Pojat ci ha impegnato per diverse settimane e il risultato finale è merito di tutte le tantissime persone che ci hanno aiutato e che hanno collaborato alla sua realizzazione, dagli attori, al regista a tutte le persone che, chi più e chi meno, ci hanno affiancato in una delle esperienze più belle della nostra carriera musicale. Suonare nel bosco è stato molto suggestivo ma anche divertente e abbiamo dato sicuramente spettacolo ai tanti passanti che si fermavano a guardare cosa stava accadendo. Storie ed aneddoti ce ne sono a centinaia, non saprei veramente da quale iniziare!

Per il release party di Fulìsche avete avuto come ospite sul palco il coro Code Di Bosco: come è nata la collaborazione e come è stato averli lì con voi durante il live?

La collaborazione con le Code di Bosco è nata quasi casualmente durante le riprese del video di Pojat grazie ad un caro amico che canta all’interno del coro e che ci ha aiutato durante la preparazione del set. Per descrivere cosa accomuna un coro maschile di 40 persone con una band folk metal userò una metafora molto bella che esprime meglio di 100 parole questa collaborazione: i Kanseil e le Code di Bosco sono lo stesso seme, piantato in terreni diversi, il risultato è differente ma l’origine e l’obiettivo sono i medesimi. Anche le Code come noi recuperano vecchie storie del territorio e le portano alla gente attraverso la Musica. Una collaborazione in tal senso è sorta in maniera quasi naturale ed averli con noi sul palco è stato molto emozionante ed evocativo. Chi era presente potrà sicuramente confermarlo.

In Vallòrch è presente Sara Tacchetto, voce dei Vallorch. Trovo sia molto bello quando due band collaborano tra di loro, è lo spirito giusto per fare un passo in avanti tutti insieme. Come vedete la scena italiana e pensate che magari si possa fare qualcosa in più, tutti insieme?

Credo che nell’Underground la collaborazione tra band sia fondamentale per far crescere tutta la scena e noi con Vallòrch abbiamo voluto dare un piccolo esempio, collaborando con Sara Tacchetto e Paolo Pesce, grandi musicisti, amici e colleghi. Spero che sempre di più in futuro si riesca ad abbandonare gli sterili odi reciproci e invece si riesca ad aumentare la qualità e la varietà della proposta musicale, dandosi una mano a vicenda per crescere tutti insieme. Utopia? Forse. Ma noi ci crediamo e cerchiamo di dimostrarlo.

Non avete mai suonato al centro o al sud Italia. Come ve lo spiegate? Forse perché il folk metal fa numeri decenti solo al nord?

Abbiamo già avuto in passato richieste per suonare in sud Italia ed è uno degli obiettivi che ci siamo fissati per la prossima stagione di live. Il nord Italia e in particolare la Lombardia restano in ogni caso il bacino con il maggior numero di fans del nostro genere ma siamo sempre pronti a nuove esperienze e a portare la nostra musica e le nostre storie anche a chi ancora non ha avuto occasione di ascoltarci.

Da poche settimane avete anche una birra tutta vostra che vendete ai concerti e tramite il sito Bandcamp. Come la descrivereste a chi non l’ha ancora assaporata? E inoltre, tantissimi gruppi hanno più bottiglie d’alcol che dischi ai propri banchetti, è perché i dischi – purtroppo – si vendono sempre meno e una band deve comunque rientrare delle spese?

La birra Kanseil è nata dalla collaborazione con il Birrificio Bradipongo, è un Imperial Stout forte e corposa, con note di caffè e liquirizia. È stato uno sfizio che ci siamo voluti togliere da amatori del luppolo e che siamo felici di condividere con i fans nei nostri live più per creare un momento conviviale che per ritorno economico.

Cosa farete nei prossimi mesi? Solo promozione dell’album o state anche lavorando a delle nuove canzoni?

I prossimi mesi saranno ancora dedicati alla promozione del nuovo album cercando di portarlo il più possibile in Italia e all’estero. Poi riprenderemo con la composizione, abbiamo ancora tante storie da raccontare e tante idee da portare avanti!

Un saluto ai lettori di Mister Folk?!

Grazie per la piacevole intervista, un caloroso saluto a tutti, ci si vede presto sotto al prossimo palco! 😉

Intervista: Kormak

I giovani Kormak arrivano al debutto su full-length con la Rockshots Records e il loro Faerenus è un mix esplosivo di folk, death e gothic metal dal concept personale e oscuro. La band ha risposto alle mie domande e in attesa delle date italiane – che annunceranno presto questo – è un buon modo per conoscere meglio una nuova realtà dell’underground italiano.

Ciao ragazzi, benvenuti su Mister Folk. Presentate il gruppo ai lettori del sito.

Ciao! Innanzi tutto grazie per lo spazio che ci dedicate. Noi siamo i KormaK, death/folk metal band da Bari, in attività dal 2015 e con la formazione attuale dal 2017; a Giugno abbiamo rilasciato il nostro primo lavoro intitolato Faerenus, sotto etichetta Rockshots Records.

Faerenus è il vostro disco di debutto: come ci siete arrivati e quanto tempo vi ha impegnato la fase di composizione?

È stato un processo graduale che ha visto impegnata principalmente Zaira, reale fautrice del lavoro, ma che ovviamente ha coinvolto tutto il gruppo. La fase di scrittura delle musiche, come dei testi, è durata circa un anno mentre la registrazione (presso Divergent Studios di Simone Pietroforte) quasi sei mesi. Ogni brano dell’album, essendo un lavoro fortemente autobiografico, racconta un evento (reale o meno) e per tanto ci è voluto un bel po’ di tempo affinché ogni tassello di Faerenus combaciasse alla perfezione.

Come mai avete deciso di saltare il passaggio demo/EP e di realizzare direttamente il full-length?

Perché Faerenus è un concept e per tanto non aveva senso pubblicare un EP con due o tre brani sconnessi tra loro. Faerenus doveva nascere come un prodotto unico e così abbiamo voluto fin dall’inizio, impegnandoci affinché vedesse la luce direttamente come full-length.

Il disco è stato pubblicato dalla Rockshots Records: che tipo di contratto avete e come siete arrivati all’etichetta? Come sta procedendo la promozione?

La Rockshots Records ci distribuisce, fisicamente e digitalmente, in tutto il mondo. Attualmente Faerenus è in vendita nei negozi d’Europa, UK, USA, Canada e Giappone ma digitalmente è accessibile ovunque. Dopo la stampa di Faerenus abbiamo inviato il prodotto a diverse etichette italiane e dopo realmente pochi giorni e diversi contatti utili abbiamo scelto la Rockshots Records e tuttora ne siamo entusiasti. Oltre ad essere professionisti ed aver collaborato con grandi nomi della scena italiana ed europea sono estremamente disponibili a soddisfare le nostre esigenze e forse, proprio per questo motivo, la promozione di Faerenus, come anche del nostro primo video, sta andando alla grande.

Come descivereste Faerenus a chi non ha ancora ascoltato la vostra musica?

Con Faerenus abbiamo cercato di creare un luogo etereo dove gli incubi e le paure umane prendono vita. Ascoltare Faerenus vuol dire immergersi in uno stato di follia, ogni brano ha diversi significati nascosti e servono diverse chiavi di lettura (dei testi come della musica) per poterlo capire a pieno. Musicalmente parlando l’influenza scandinava si sente parecchio, accorpata a melodie in chiave celtica e folk.

I testi ricoprono una parte molto importante nel vostro lavoro. Da quel che ho letto è una sorta di concept che può essere definito autobiografico da parte della cantante Zaira De Candia. Mi piacerebbe quindi saperne di più perché i testi sembrano essere davvero interessanti.

Faerenus è figlio di Zaira. Come già detto è un album fortemente biografico e racconta eventi che l’ascoltatore può intendere essere accaduti esattamente come descritti o semplicemente “romanzati”; su questo non abbiamo mai voluto sbilanciarci nel confermare o smentire tesi. I testi, volutamente enigmatici e mai diretti, sono stati creati in momenti diversi e quindi spesso risultano stilisticamente diversi tra loro ma celano significati nascosti ben precisi.

La mia impressione è che la prima parte del disco sia più varia e ricercata, mentre la seconda è più diretta e brutale. Questa è una scelta fatta per motivi legati ai testi o è semplicemente un caso?

La tua impressione è corretta ed anche questa non è stata una scelta dettata dal caso. Lo scopo di Faerenus è far cadere inesorabilmente l’ascoltatore in un mondo di paura e follia; l’inizio è più tranquillo, sotto certi versi misterioso, ma con l’avanzare dei brani incalza esattamente come la follia aumenta col tempo nella mente di chi ne è affetto (o baciato).

Parliamo di The Hermit: la motivazione che vi ha portato a creare una canzone del genere è molto toccante, ma credo che quasi 20 minuti di silenzio sia un azzardo troppo grosso. Chiedo in particolare a Zaira di raccontare del testo e di cosa l’ha spinta a comporre una canzone del genere.

[Risposta di Zaira] Questo brano è stato composto dopo la morte di mia nonna materna. Ci tengo a precisare che il reale titolo della ghost-track è 1943. Nasce come un omaggio a lei e a quello che ha dovuto affrontare durante il periodo della guerra che arrivò anche a Molfetta, mio paese natale. Come avrete potuto notare dall’intero album non sono una persona che segue dei determinati canoni stilistici o delle regole musicali non scritte e, nonostante io sia assolutamente convinta che possa essere “inusuale” far iniziare una ghost-track nel bel mezzo dell’album al minuto 19.43, ottenendo un brano la cui durata supera i 20 minuti, sono anche conscia del fatto che, per quanto, a detta di alcuni, possa essere sbagliato, azzardato, inutile, o addirittura “troppo comodo per aumentare la durata complessiva dell’album”, la corretta posizione di quel brano è esattamente dove è stato collocato: dopo interminabili minuti di silenzio, alternati da rumori che riconducono a quel periodo, e che portano l’ascoltatore a provare la sensazione di attesa. La stessa estenuante attesa che si provava giorno dopo giorno, ora dopo ora.

La vostra musica presenta tante diverse sfumature e influenze musicali. Per alcuni la cosa potrebbe essere interessante mentre per altri potrebbe essere un problema (troppo poco folk, troppo poco death ecc.). Come vi ponete rispetto a questo ragionamento?

Imporsi paletti stilistici è troppo limitativo, soprattutto per chi come noi desidera raccontare eventi diversi accaduti vivendo stati d’animo anche molto differenti tra loro. A suo tempo decidemmo di mantenere una matrice death e folk metal ma senza mai fossilizzarci su un genere o l’altro, difatti nell’album è possibile notare sfumature gothic o addirittura cantautorali. Definire la nostra musica è complesso ma l’ascoltatore attento riesce facilmente a capire il perché.

Quali sono i gruppi e i musicisti che più vi hanno influenzato?

Ogni componente esce da realtà musicali molto differenti, dal black al symphonic sino al thrash ed al gothic metal. Non ci siamo lasciati influenzare da nessun artista anche se, come già detto, è palese una chiave scandinava nelle nostre musiche. Se proprio bisogna fare qualche nome i primi che vengono in mente sono ad esempio Amon Amarth, Ensiferum e Folkearth.

Quali sono i prossimi concerti dei Kormak? Suonerete anche all’estero?

Abbiamo alle porte un tour che si snoderà in tutt’Italia da settembre e fine ottobre e che presto rilasceremo come comunicato ufficiale sui nostri social come anche sui canali Rockshots Records. Alla stessa maniera un secondo tour verrà fatto in primavera, probabilmente assieme ad un altro gruppo, che a sua volta si snoderà sia in Italia che in Europa. A novembre e Gennaio abbiamo le nostre prime date estere, sia in Europa che altrove, ma ancora preferiamo non rilasciare comunicati.

Grazie per la disponibilità, a voi i saluti.

Ringraziamo Mister Folk per lo spazio dedicatoci e per lo splendido lavoro che fate! Un saluto a tutti coloro che ci seguono e che ci supportano ed anche a chi magari ancora non ci conosce, augurandoci di poter entrare presto nelle loro playlist e magari di vederli sotto uno dei nostri palchi in giro per l’Italia. Ciao!

Intervista: Nebelhorn

Nebelhorn è una one man band in attività dal 2004 con tre full-length e un EP di puro viking metal all’attivo. L’ottimo Urgewalt, pubblicato pochi mesi fa, è la conferma delle qualità artistiche del mastermind Wieland, un disco viking metal old style come ormai se ne sentono sempre di meno. Il musicista tedesco non si è risparmiato nelle risposte, permettendoci di entrare nel mondo non solo musicale dei Nebelhorn.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

[Nota del traduttore: Wieland parla con un flusso di coscienza che più che un flusso sembra un fiume in piena, con un filo logico tutto suo e spesso attaccando insieme parole come in tedesco. Ambasciator non porta pena: io ho fatto del mio meglio per tradurre sia il significato di ciò che dice che il suo particolare stile di lingua sciolta, in modo che i nostri lettori riescano a rendersi conto di che tipo di personaggio è.]

Il nome Nebelhorn in Italia non è molto conosciuto, ti chiedo quindi di presentare il tuo progetto ai lettori di Mister Folk.

Grazie mille per la possibilità! Sono onorato! 🙂

Urgewalt è uscito a ben undici anni di distanza da Fjordland Saga: come mai c’è voluto tutto questo tempo?

Okay, vuoi dieci anni in breve? Divorzio, trasloco, nuova relazione, altro trasloco, trasloco aereo per studiare game design a Francoforte che si è concluso con molto stress, ancora trasloco, organizzazione della campagna crowdfunding. Campagna fallita, ho cercato lavoro nel mondo dei videogiochi. Ricerca fallita, ho fatto diversi lavori manuali per tirar su (pochi) soldi, ho lottato per le condizioni dei lavoratori… e mi hanno licenziato, o me ne sono andato io. Altra campagna di crowdfunding. Stavolta ha avuto successo; poi mini-lavoro divertente, licenziato dal mini-lavoro per “misure di ottimizzazione finanziaria”, iniziato a registrare Urgewalt, durante la registrazione mi sono separato dalla mia amata ragazza… L’enorme supporto dei miei buoni amici e della mia famiglia (grazie!) mi ha aiutato a superare questo casino… Sì, in molti sensi questo è stato un album “duro”.

Ora che sei rientrato nel giro, come trovi la scena folk/viking rispetto a undici anni fa?

A me sembra che i tempi migliori erano all’inizio, quando gli ascoltatori erano più appassionati e si interessavano personalmente, c’era più condivisione, più cura, più divertimento in generale e più focus, tutto basato sulla musica… Secondo me, la sensazione adesso è di bere e ritrovarsi ubriachi insieme con la musica in sottofondo alle conversazioni, musica live ma anche non, è questo lo “stato dell’arte” per molti ascoltatori oggi. Ragazzi e ragazze con martelli di Thor e corni da birra che lasciano un sacco di rifiuti sui campi dopo aver lasciato un festival in cui gli artisti cantano di natura, di ambiente e dei “buoni spiriti”… Per me è molto triste vedere che il messaggio essenziale di questa musica ha perso la presa, il pagan e il viking metal vogliono/volevano smuovere le persone. Ma è solo la mia opinione personale.

Trovo Urgewalt un bel disco di viking metal vecchio stampo, senza trovate ruffiane ma che va avanti a suon di riff davvero ben fatti. In particolare mi è piaciuto l’utilizzo delle melodie, mai invadenti e utilissime quando chiamate in causa. In che modo lavori per arrivare al risultato finale?

Grazie mille e sono molto felice che ti piaccia! È sempre una sfida con me stesso cercare di migliorare ogni cosa nella vita, ed è anche una parte essenziale per me quando creo musica. Ma soprattutto per quanto riguarda creare musica, è una cosa che “semplicemente succede”. 1Voglio dire, io faccio quello che mi sembra buono e giusto e sono felice se il risultato è ancora più intenso, più concreto e più bilanciato dal punto di vista della relazione emozione/testi/musica… Quando mi rendo conto che tutto si incastra, è quello il momento in cui un nuovo album vede la luce, mai prima…

Urgewalt è autoprodotto: perché questa scelta? Per aver libertà totale o perché le offerte arrivate non erano di tuo gradimento?

La libertà! La libertà più grande, di poter fare musica senza nessun limite… Niente “deve suonare così”, “lo devi finire entro questa data”, “devi rispettare il budget”, “devi usare il nostro studio”, o “possediamo noi i diritti quindi non puoi più fare CD, anche se i fan li chiedono, perché ci costa!”. In breve: libero dalla tattica “tutte le tue basi ci appartengono” [NdT: la frase che usa è “all your base are belong to us”, una citazione dal mondo dei videogiochi] che si vede nei contratti delle case discografiche. Quindi ora dipendo completamente dai miei ascoltatori e dal loro sincero supporto. È stato così sin dall’inizio.

Il titolo del disco e la copertina sono collegati tra loro. È la stessa cosa per i testi?

Auf Bifrösts Rücken significa “Sulle Spalle del Bifröst”, volevo catturare con la musica la sensazione di mettere i piedi sul Ponte dell’Arcobaleno, di camminare al di sopra delle nuvole… vento e magia. Urgewalt è la title track, è quella la canzone illustrata dall’artwork e riflette l’esperienza di un incontro con le forze della natura e descrive che solo il coraggioso in grado di non fuggire e cercare riparo potrà vedere Thor di persona per poco tempo, aver prova della sua esistenza… O magari era solo una nuvola? 😉 è così che nasce la mitologia.

Nel disco ci sono canzoni di puro viking old school ed altre più melodiche e orecchiabili. Quali sono, secondo te, i punti di forza di Urgewalt?

Ho creato queste canzoni perché le amo e credo di aver sentito che era la cosa giusta da fare. Non vedo “punti di forza” o roba del genere in realtà, nemmeno se li paragono a lavori precedenti o a roba di altre band. Per me è un giudizio che devono dare gli ascoltatori.

In Funkenflug è presente anche il flauto e il risultato, secondo me, è davvero buono. Il flauto, però, non trova spazio nelle altre canzoni: in questo modo si ha l’effetto sorpresa e rende la canzone diversa da tutte le altre. C’è un motivo in particolare che ti ha spinto verso questa scelta?

Innanzitutto, Funkenflug è una canzone d’amore, un’ode all’ispirazione positiva che cresce dove c’è amore per quello che stai facendo e anche per l’amore di un’altra persona. Il flauto rappresenta il momento di perfezione calmo e rilassato in cui il “lavoro” è concluso e lo si può godere… In breve: “Possiamo vivere ogni giorno i nostri sogni e goderci la vita con le nostre abilità e possibilità. E allora facciamolo in maniera onesta e con empatia!” 🙂 Volevo che gli ascoltatori arrivassero a queste domande: “Perché stiamo costruendo questa realtà così crudele per noi e per l’ambiente, adesso? Qual è lo scopo di tutta la negatività, di tutto lo stress di questo mondo che stiamo costruendo attorno a noi?”

La chiusura è affidata a Freyhall, uno strumentale dai toni malinconici, una sorta di outro più strutturato. Perché hai scelto questo tipo di traccia per concludere il disco?

È un brano nostalgico, con una piega affilata piena di tristezza e speranza, descrive la bellezza della natura in tutta la sua diversità, è anche dedicato a una mia buona amica e la sua storia, le cose che le sono successe nella vita… la sua forza e la sua volontà di vivere mi hanno ispirato a comporlo.

Cosa provi quando ti guardi indietro, quando ad esempio hai pubblicato il primo EP Utgard nel 2004?

Sono felice di quello che ho fatto, mi sono preso il mio tempo, l’ho fatto a modo mio contro ogni previsione e ho incontrato un sacco di persone grandiose lungo la strada. Certo, ci sono parti che non sono molto buone, ma l’arte in generale e la sensazione che crea e il dedicarvisi completamente sono la mia vita.

Nel corso degli anni e dei dischi la musica che hai composto è maturata e diventata più personale ed efficace. Hai sempre avuto lo stesso approccio o qualcosa è cambiato nel tempo? Oppure pensi che sia un fatto di esperienza e consapevolezza dei propri mezzi?

Potrebbe sorprenderti, ma… non lo so spiegare. Succede e basta… sensazioni, punti di vista quando compongo e scrivo… influenze che mi circondano, chiacchierate con i fan e altre persone… è un’evoluzione naturale, non una cosa spinta a forza o calcolata…

Come ti sei avvicinato alla musica? Quale è stato il tuo primo idolo musicale e quali sono, invece, i tuoi punti di riferimento oggi?

Sono stato suonizzato [NdT: non so neppure io cosa intendesse dire] con Deep Purple, Black Sabbath, Uriah Heep ed altri dai miei genitori fin da quando ero bambino! 😀 Anche colonne sonore dei film. Certamente influenze dal mondo medievale hanno avuto il loro effetto. Oggi c’è un vasto insieme di generi che ascolto spesso. Ognuno ha il suo fascino per me.

Da cosa trai ispirazione per creare le canzoni? Musica, film, libri o altro?

L’Edda e vari libri di storia o non narrativi ma che parlano di archeologia mi hanno sempre affascinato. [NdT: l’Edda Poetica e l’Edda in Prosa sono due testi fondamentali della mitologia norrena, il primo che raccoglie poemi e leggende nordiche pagane e il secondo scritto nel 1220 da Snorri Sturluson, studioso medievale. Si suppone sia esistita anche un’Edda Antica, da cui Snorri ha preso le citazioni inserite nel suo lavoro, oggi perduta.] A mio parere, è questa la “parte fattuale” dei testi di Nebelhorn. La “parte emotiva” viene dalle mie esperienze emotive, e anche dal conoscere le circostanze e i processi dell’ambiente. Il risultato è che le storie nei testi vanno oltre l’Edda e la mitologia.

Ti ringrazio per la disponibilità, vuoi salutare i tuoi fan italiani?

Sono onorato dalle tue domande e dal tempo che mi hai concesso! Tutto quello che possiamo fare è nelle nostre Mani, possiamo aiutarci molto l’un l’altro e fare grandi cose… è tutto un grande circolo virtuoso, dove si riceve quello che si da! Grazie di tutto e godetevi la musica! 🙂 [NdT: il maiuscolo è nell’originale]

ENGLISH VERSION:

I admit the name Nebelhorn isn’t all that well known in Italy, and so I’d like to start out by asking you to introduce your project to our readers.

Thank you very much! I feel hornored! 🙂

Urgewalt has come out eleven years after Fjordland Saga, a significant gap: why did it take so long?

Hardcore short version of the 10 years? Divorce, moved, found new love, moved, flight forward to study in Frankfurt for game design, which also completed under great strain, moved, organize crowdfunding → failed, sought job in the games industry → failed, various hardworking jobs made for little money, fighting for improvement of the working conditions for all workers… → fired, or got out again… 2. Crowdfundig → success, mini-job was fun → success, got fired from mini-job through “financial optimization measures”, recording start of Urgewalt, during the recording, separation from my deeply loved girlfriend… Enormous support by good friends and family (thank you!) helped me to get over all this mess… So, in many ways this has become a “hard” album …

Now that you’re back in the game, how do you feel has the folk/viking scene changed from eleven years ago?

To me it feels like times were better at the very start of it, more passionate and selfinterested listeners, more sharing, more caring, more fun at all and more focused, based on the music… In my opinion, it feels like drinking and being drunk together while the music plays during conversations, live or not, is the mayor “state of the art” for most of the listeners today. Guys and girls with thorshammers and drinkinghorns leaving tons of waste on the open plain after leaving the Festivalsite where the artists sung about nature, environment and the “good spirit”… For me its sad to see that the essential message seems to loose grip, pagan and Viking metal wants/wanted to transport. But thats just my personal point of view.

I find Urgewalt to be a great old school viking metal album, without any gimmick but steadily moving forward thanks to very well realized riffs. I particularly appreciate your use of melodies, as they’re never overwhelming but extremely practical when called on. What’s your process like, how do you work to reach the end result?

Thank you very much and I am very happy you like it! It´s always a personal challenge for me to make things better in every part of live, and this is also an essential part for me while creating music. But especially at the creation of music, it´s a process that “just happens”. This means I am doing what I think feels good and right and I am happy if it feels even more intense, more finished and balanced on the grade of relation: emotion to lyrics to music… I fall that fits, this is the time when a new album sees the light, not earlier…

Urgewalt is self-published: how come you went with this option? Was it a matter of artistic freedom or a lack of offers that fit what you planned to do?

Freedom! Ultimate freedom of doing music without any restrictions… no “it has to sound like that”, “it has to be finished on this date”, “you can only work with this amount of money to realize it”, “you´ve got to take our recording studio” or “we own the rights, so you cant make new cds, even the listener demands it, it costs money!” shorty: free from the “all your base belongs to us” tactics due to contracts from the record labels. Therefore I have to depend on the listeners and their honest support. It was like that since the beginning.

Your album’s title and its cover are linked. Is it the same for your lyrics? Can you tell us about them?

Auf Bifrösts Rücken means: On the Back of Bifröst, I wanted to catch in Music, how it must feel when you step on the rainbowbridge, walking up above the clouds… the wind and the magic. Urgewalt is the name giving track, thats the song the Artwork is related to and reflects the experience of an encounter with the force of nature and describes that only the bold who won´t run away to shelter may see Thor for a short period of time, the proof of his existence… but maybe its just a wispy cloud? 😉 thats the way mythology is born.

The album is part old school viking metal and part more melodic material. What do you think are Urgewalts real strengths?

I did the songs because I love them and I kind of felt it was right to do it that way. I am not really aware of “stengths” or anything, comparing it to earlier works or other bands. To me, this judgement belongs to the listeners.

Funkenflug introduces a flute as well, achieving what I think is a great result. This instrument, though, isn’t used in the rest of the tracks, making this one a bit of a curve ball that surprises the listener. Is there a specific reason behind this choice?

First of all Funkenflug is a lovesong, an ode to positive inspiration that grows out of love from what you are doing and also because of the love to another person… The flute represents the chilling and calm moment of perfection when the “work” is done and gets enjoyed… In short: “We can live our dreams every day and enjoy live with all our skills and possibilitys. It is simply beautiful what we are able do for us and our surrounding. Let´s simply do it in an honest and empathic way!” 🙂 With this I want to lead the listeners to the questions: “Why are we are building such a cruel reality for us and the environment right now? What is the purpose of all the negative and harsh, stressfilled world we are building around us?”

The album then closes with Freyhall, which is an instrumental with a melancholic atmosphere, and a more structured outro of sort. Why did you choose to end the album with this kind of track?

It is a track of nostalgia, a sharp edge of sadness and hope, describing the beauty of nature in all its diversity, also it is dedicated to a good friend and her story she had experienced in live… her strength and the will to live inspired me to compose this song

What do you feel when you’re looking back, to, for example, when you published your first EP, Utgard, in 2004?

I am happy with all I have done, I took the time for it, did it my way against all odds and met many great people along the way. Shure it has some points that are not that good also, but art in general and the feeling and dedication to it is my live.

Throughout the years and across the albums, the music you composed has matured and became more personal and efficient. Do you still approach writing the same way or did something change? Do you think it’s a matter of experience and knowing what you’re working with?

It may surprise you, but… I can´t quite explain it. It just happens… feelings, the point of view during the time of composing and texting…influences that are surrounding me, the chat with the listeners and other people… its a natural evolution, not a pushed or calculated one…

How did you become a musician? Who was your first great idol and what are your inspirations today?

I was sonicated with Deep Purple, Black Sabbath, Uriah Heep, and more by my parents since I was a child! 😀 Moviescores as well. Certainly influences from the medieval world had also an effect on me. Today I have a very wide range of genres that I enjoy listening to often. Everyone has their own charms for me.

Where do you find inspiration for your songwriting? Music, movies, books or anything else?

The Edda and various history and nonfiction books with archaeological background have always fascinated me. In my opinion, this is the “factual part” of Nebelhorn’s lyrics. The “emotional part” comes from my experiences of feeling, as well as from the recognition of circumstances and processes in the environment. The result is the stories that are found in the texts beyond the Edda and mythology.

Thank you for your time, do you want to say goodbye to your Italian fans?

I feel hornored by your questions and given time! We all got it in our Hands, are able to do so much good and great for us and each other…all is a big cycle and you´ll get what you support! 😉 Thanks for all and enjoy the music! 🙂

Intervista: Luca Taglianetti

Sono passati più di due anni dalla precedente chiacchierata con lo studioso e amico Luca Taglianetti, autore di diversi libri sul folklore norvegese. La scusa per questa nuova intervista con il filologo e traduttore di letteratura scandinava è il suo ultimo libro Troll, scritto dall’illustratore e pittore Theodor Kittelsen, famoso nel mondo metal per l’utilizzo delle sue opere come copertine dai vari Burzum, Otyg, Taake e Satyricon tra gli altri. Luca Taglianatti ha tradotto (per la prima volta in italiano) e commentato il libro: i troll (ma anche altre creature fantastiche) sono i protagonisti del volume, decisamente meno cupo rispetto a Svartedauden. La Morte Nera, ma che, anzi, in alcuni punti risulta essere perfino divertente. Tra huldrer e nøkker è arrivato il momento di lasciare la parola a Luca:

Ciao Luca, bentornato sulle pagine di Mister Folk. Iniziamo subito parlando del tuo ultimo libro Troll pubblicato da Vocifuoriscena. Hai curato due libri di Theodor Kittelsen, un personaggio che hai studiato in maniera approfondita. Ti chiedo di descrivere ai lettori che tipo di persona era e se ci sono delle particolarità del carattere che ti hanno stupito/incuriosito.

Kittelsen era una persona di una sensibilità artistica unica, nonché un grande scrittore, basti vedere il lavoro di rielaborazione delle leggende sulla Morte Nera, la peste che sconvolse la Norvegia nel XIV sec., per avere un’idea del suo estro poetico. Mi ha sempre affascinato del suo carattere l’idea che egli avesse “realmente” visti i troll che poi avrebbe disegnato nelle sue innumerevoli illustrazioni per le fiabe norvegesi; questo denota, secondo me, una grande immaginazione e una comunione, per così dire, con l’ambiente naturale norvegese dei boschi e dei fiordi.

Come dici nell’introduzione del libro, grazie al lavoro di Kittelsen i troll, per la prima volta, acquistano una fisionomia ben definita e “nazionale”, è forse questa la cosa più “importante” che ha fatto Kittelsen?

Sicuramente la definizione di come doveva essere rappresentato un troll è stata davvero importante, visto i maldestri esiti degli illustratori precedenti, come ho mostrato di recente alla Sapienza. Ma è stato proprio il fatto di legare i troll alla natura norvegese la chiave di volta della sua opera. La Norvegia veniva da un periodo difficile, e riconoscere i propri monti, i propri boschi sullo sfondo delle avventure di Ceneraccio è stato fondamentale per una presa di coscienza nazionale, quei luoghi non erano più la periferia di una provincia del regno Danese, ma di una nazione ricca di tradizioni e cultura.

Nel libro non ci sono solo troll, ma anche huldrer, nøkker, e fossegrimer tra gli altri. Kittelsen, quindi, ha raccontato e disegnato anche le altre creature del folklore norvegese.

Kittelsen ha disegnato quelle che sono le creature principali del folklore norvegese, non troviamo lupi mannari, fantasmi o vampiri semplicemente perché o non fanno parte o sono presenti solo minimante nella tradizione popolare norvegese.

Tra le storie presenti nel libro, quale ti ha colpito di più e perché?

La mia preferita è “Il draug”. Non solo per l’aspetto da racconto gotico della storia, totalmente assente nelle leggende sul draug della tradizione, ma anche perché, come dicevo, qui soprattutto si mostrano le qualità di scrittore e narratore di Kittelsen.

Hai tenuto presso l’università La Sapienza di Roma una lezione sui troll di Kittelsen. Lo so che non è facile, ma ti va di riassumere in poche righe quando hai detto quel giorno per le persone che non erano presenti?

Ho parlato degli esseri soprannaturali norvegesi attraverso i disegni che Kittelsen fece per il suo libro Troldskab, ho cercato di spiegare il significato di alcuni aspetti legati ad essi, inoltre ho sottolineato l’importanza che ha Kittelsen in patria, essendo quasi misconosciuto qui in Italia.

Hai una preferenza tra il Kittelsen illustratore e il Kittelsen scrittore? Possono queste due personalità essere “divise”?

È difficile rispondere a questa domanda, apprezzo entrambi; Kittelsen non ha scritto molto, ma il poco che ci ha lasciato è di altissimo valore letterario. Credo che se avesse avuto la possibilità, avrebbe scritto di più, ma essendo spesso in difficoltà economiche dedicava tutto il suo tempo alle illustrazioni, quindi erano due aspetti della stessa personalità, solo che il secondo, quello di scrittore, per forza di cose non è stato sviluppato ulteriormente.

Oltre in libreria dove si può trovare il libro Troll?

Sui principali canali online, oltre che sul sito della casa editrice Vocifuoriscena.

Ci sono dei gruppi che hanno trattato i troll di Kittelsen nelle loro canzoni? Nella precedente intervista hai fatto i nomi di diverse band poco conosciute ma molto interessanti, hai qualche nuovo nome da consigliare?

Visto che i troll di Kittelsen fanno parte della tradizione comune nordica, direi che quasi tutti i gruppi di folk metal/rock scandinavi trattano in un modo o nell’altro di questi esseri.

Nel 2010 è uscito il film Troll Hunter, io lo trovo molto gradevole fermo restando la sua leggerezza. Lo hai visto e hai un’opinione a riguardo?

Anche io l’ho visto e sono d’accordo con te, un bel film da vedere senza pretese.

Stai lavorando a nuovi libri? Puoi dirci qualcosa a riguardo e dare alcune anticipazioni?

È in uscita questa estate per Vocifuoriscena la “Mitologia finnica” di Ganander, che ho curato in collaborazione con Marcello Ganassini. Si tratta di un dizionarietto sugli dei, sui riti e le credenze dei finni antecedente alla pubblicazione del Kalevala.

Grazie Luca per la tua disponibilità, sei sempre gentile. Puoi aggiungere qualunque cosa.

Grazie a te Fabrizio per l’interesse continuo di Misterfolk per i miei lavori, come al solito rimando alla mia pagina su Academia per tutti gli aggiornamenti sulle mie prossime uscite, conferenze e articoli (scaricabili gratuitamente).