Intervista: Luca Taglianetti

Sono passati più di due anni dalla precedente chiacchierata con lo studioso e amico Luca Taglianetti, autore di diversi libri sul folklore norvegese. La scusa per questa nuova intervista con il filologo e traduttore di letteratura scandinava è il suo ultimo libro Troll, scritto dall’illustratore e pittore Theodor Kittelsen, famoso nel mondo metal per l’utilizzo delle sue opere come copertine dai vari Burzum, Otyg, Taake e Satyricon tra gli altri. Luca Taglianatti ha tradotto (per la prima volta in italiano) e commentato il libro: i troll (ma anche altre creature fantastiche) sono i protagonisti del volume, decisamente meno cupo rispetto a Svartedauden. La Morte Nera, ma che, anzi, in alcuni punti risulta essere perfino divertente. Tra huldrer e nøkker è arrivato il momento di lasciare la parola a Luca:

Ciao Luca, bentornato sulle pagine di Mister Folk. Iniziamo subito parlando del tuo ultimo libro Troll pubblicato da Vocifuoriscena. Hai curato due libri di Theodor Kittelsen, un personaggio che hai studiato in maniera approfondita. Ti chiedo di descrivere ai lettori che tipo di persona era e se ci sono delle particolarità del carattere che ti hanno stupito/incuriosito.

Kittelsen era una persona di una sensibilità artistica unica, nonché un grande scrittore, basti vedere il lavoro di rielaborazione delle leggende sulla Morte Nera, la peste che sconvolse la Norvegia nel XIV sec., per avere un’idea del suo estro poetico. Mi ha sempre affascinato del suo carattere l’idea che egli avesse “realmente” visti i troll che poi avrebbe disegnato nelle sue innumerevoli illustrazioni per le fiabe norvegesi; questo denota, secondo me, una grande immaginazione e una comunione, per così dire, con l’ambiente naturale norvegese dei boschi e dei fiordi.

Come dici nell’introduzione del libro, grazie al lavoro di Kittelsen i troll, per la prima volta, acquistano una fisionomia ben definita e “nazionale”, è forse questa la cosa più “importante” che ha fatto Kittelsen?

Sicuramente la definizione di come doveva essere rappresentato un troll è stata davvero importante, visto i maldestri esiti degli illustratori precedenti, come ho mostrato di recente alla Sapienza. Ma è stato proprio il fatto di legare i troll alla natura norvegese la chiave di volta della sua opera. La Norvegia veniva da un periodo difficile, e riconoscere i propri monti, i propri boschi sullo sfondo delle avventure di Ceneraccio è stato fondamentale per una presa di coscienza nazionale, quei luoghi non erano più la periferia di una provincia del regno Danese, ma di una nazione ricca di tradizioni e cultura.

Nel libro non ci sono solo troll, ma anche huldrer, nøkker, e fossegrimer tra gli altri. Kittelsen, quindi, ha raccontato e disegnato anche le altre creature del folklore norvegese.

Kittelsen ha disegnato quelle che sono le creature principali del folklore norvegese, non troviamo lupi mannari, fantasmi o vampiri semplicemente perché o non fanno parte o sono presenti solo minimante nella tradizione popolare norvegese.

Tra le storie presenti nel libro, quale ti ha colpito di più e perché?

La mia preferita è “Il draug”. Non solo per l’aspetto da racconto gotico della storia, totalmente assente nelle leggende sul draug della tradizione, ma anche perché, come dicevo, qui soprattutto si mostrano le qualità di scrittore e narratore di Kittelsen.

Hai tenuto presso l’università La Sapienza di Roma una lezione sui troll di Kittelsen. Lo so che non è facile, ma ti va di riassumere in poche righe quando hai detto quel giorno per le persone che non erano presenti?

Ho parlato degli esseri soprannaturali norvegesi attraverso i disegni che Kittelsen fece per il suo libro Troldskab, ho cercato di spiegare il significato di alcuni aspetti legati ad essi, inoltre ho sottolineato l’importanza che ha Kittelsen in patria, essendo quasi misconosciuto qui in Italia.

Hai una preferenza tra il Kittelsen illustratore e il Kittelsen scrittore? Possono queste due personalità essere “divise”?

È difficile rispondere a questa domanda, apprezzo entrambi; Kittelsen non ha scritto molto, ma il poco che ci ha lasciato è di altissimo valore letterario. Credo che se avesse avuto la possibilità, avrebbe scritto di più, ma essendo spesso in difficoltà economiche dedicava tutto il suo tempo alle illustrazioni, quindi erano due aspetti della stessa personalità, solo che il secondo, quello di scrittore, per forza di cose non è stato sviluppato ulteriormente.

Oltre in libreria dove si può trovare il libro Troll?

Sui principali canali online, oltre che sul sito della casa editrice Vocifuoriscena.

Ci sono dei gruppi che hanno trattato i troll di Kittelsen nelle loro canzoni? Nella precedente intervista hai fatto i nomi di diverse band poco conosciute ma molto interessanti, hai qualche nuovo nome da consigliare?

Visto che i troll di Kittelsen fanno parte della tradizione comune nordica, direi che quasi tutti i gruppi di folk metal/rock scandinavi trattano in un modo o nell’altro di questi esseri.

Nel 2010 è uscito il film Troll Hunter, io lo trovo molto gradevole fermo restando la sua leggerezza. Lo hai visto e hai un’opinione a riguardo?

Anche io l’ho visto e sono d’accordo con te, un bel film da vedere senza pretese.

Stai lavorando a nuovi libri? Puoi dirci qualcosa a riguardo e dare alcune anticipazioni?

È in uscita questa estate per Vocifuoriscena la “Mitologia finnica” di Ganander, che ho curato in collaborazione con Marcello Ganassini. Si tratta di un dizionarietto sugli dei, sui riti e le credenze dei finni antecedente alla pubblicazione del Kalevala.

Grazie Luca per la tua disponibilità, sei sempre gentile. Puoi aggiungere qualunque cosa.

Grazie a te Fabrizio per l’interesse continuo di Misterfolk per i miei lavori, come al solito rimando alla mia pagina su Academia per tutti gli aggiornamenti sulle mie prossime uscite, conferenze e articoli (scaricabili gratuitamente).

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Intervista: Richard Milella (Malpaga Folk & Metal Fest)

Malpaga Folk & Metal Fest è diventato in pochi anni un appuntamento obbligatorio per tutte quelle persone che quando sentono una cornamusa e una chitarra suonare insieme non riescono a stare fermi e immediatamente iniziano una profana quanto divertente danza scoordinata. Il folk metal può essere un “affare serio” ma anche un momento di grande divertimento e condivisione, e proprio in questa categoria si colloca il Malpaga Folk & Metal Fest: migliaia di persone davanti un palco con i migliori interpreti del genere a intrattenere persone che per qualche giorno mettono i problemi alle spalle e decidono di divertirsi, fare gruppo e godersi dell’ottima musica. Ma chi c’è dietro a tanto ben di Dio e come si organizza un evento del genere? In seguito a queste domande nasce l’intervista con Richard Milella, la mente dietro a Malpaga: senza peli sulla lingua ci racconta il viaggio di questi anni che ha portato sul prato di un piccolo comune che si chiama Cavernago, nomi del calibro di Tyr, Cruachan, Dalriada, Mael Mordha ed Evelking. Buona lettura e… ci si vede al castello di Malpaga!

EVENTO FACEBOOK

Il pubblico del festival visto dal palco dei Tyr

Ciao Richard, benvenuto su Mister Folk. Iniziamo parlando della nascita del festival di Malpaga: come e perché hai deciso di creare questo evento?

Per la verità organizzavo già da anni eventi di vario tipo. Prima in modo autonomo, poi negli ultimi tempi, come scopritore e manager dei Folkstone (ma di questo bisognerebbe aprire un capitolone a parte… mi piacerebbe raccontarti quel capitolo…) mi ero specializzato in situazioni pagan-folk che ancora non erano così diffuse. Creavo eventi per loro come la partenza del tour da Live di Trezzo, Halloween, Festa dei Minatori (per il lancio di Frerì, uno dei loro brani storici) con esposizione di lampade e attrezzi storici da miniera, Casalromano Gods of Folk, il Fosch Fest (ebbene sì, l’ho creato io come festa da regalare ai numerosi fans, una sorta di Folkstone-day gratuito ed è durato molto bene per quattro stagioni, poi qualcuno ha pensato che si potevano farci dei buoni guadagni e… ha mandato tutto a puttane… a ognuno il proprio mestiere) ed altre situazioni musicali, a volte rimettendoci di tasca mia, ma questo è un altro discorso. Interrotta forzatamente la collaborazione con il gruppo, i ragazzi del comune adiacente a Bagnatica, Malpaga appunto, mi chiesero di fare per loro una cosa anche lontanamente simile. Mi diedero carta bianca (nel senso che dovevo fare tutto io… ). Cominciò con una giornata e quattro gruppi; andò benino: poi con due e otto gruppi, molto bene.. Siamo arrivati a tre giornate, 12 gruppi, 300 tende e migliaia di meravigliosi fans scatenati.
Quindi non l’ho deciso io ma me lo sono trovato fra le mani inaspettatamente.

Malpaga è al suo sesto anno e ogni edizione è migliore di quella precedente. Quanto lavoro ed energie porta via un festival come questo? Come stabilite le priorità del festival e i miglioramenti da fare per rendere l’evento sempre più interessante?

Si comincia l’edizione seguente quasi nel corso della recente. Vieni avvicinato da ragazzi che ti lasciano il loro promo o il cd o semplicemente ti chiedono come partecipare. Il loro entusiasmo ti spiazza perché vedi che credono veramente in quello che fanno e ci tengono molto al festival. Se non sono scarsissimi ed hanno un “quid” di novità li propongo volentieri ed è così che sono arrivati gli eccezionali M.A.I.M., Haegen, ODR, Holy Shire, Ephyra, Atavicus ecc… Poi cerchiamo di dare un mix anche di band già collaudate che siano garanzia di spettacolo come i divertenti Diabula Rasa, i Vallorch (grazie…!!!) presenti sin dalla prima edizione sul palchetto di legno, i locali e acclamatissimi Ulvedharr e gli Elvenking, ragazzi stupendi. Con qualche rischio abbiamo chiamato anche band dall’estero spiegando la filosofia del festival che è ad ingresso libero e a prezzi popolari. Ai managers frega poco o nulla di questo aspetto ma le band sono più sensibili e parlando direttamente con loro, Cruachan o TYR per esempio, riusciamo ad averli a condizioni particolari, sicuramente meno di molte band italiane e questi ultimi venivano direttamente dalle Isole Fær Øer, non proprio dietro casa!!! Chi c’era lo ricorda come il “concerto della vita”. Siamo molto orgogliosi di quella serata.

Chi c’è dietro Malpaga? Immagino ci sia un team di persone fortemente motivate per far funzionare tutto quello che riguarda il festival.

Dietro al festival c’è la poderosa mano volontaria e appassionata del gruppo Giovani Cavernago-Malpaga & Cacciatori (BG) che, pur non agendo direttamente sulla parte musicale (si fidano ciecamente e visti i risultati…) fanno più di quanto sia possibile per accogliere i metallari che ormai sono un’orda da nutrire, alloggiare, lavare, gestire ecc. È un lavoro eccezionale che impegna 100 persone per quattro giorni 24 ore al giorno perché i metallari… non dormono mai !!! E ricordo che il Gruppo Cacciatori è formato anche da arzilli 70enni!

Come funziona la scelta dei gruppi? Ascoltate anche le richieste del pubblico oppure ci sono altri criteri?

Il criterio del pubblico, nei limiti del possibile, è la prima scelta. Comunque anche io durante l’anno vado a sentire molti concerti al Colony, al The One, all’Arci Tom e altri ma umanamente mi è impossibile sentire qualcosa a Roma, in Toscana o più in la e allora amici di quelle zone ci segnalano i gruppi che poi valutiamo. Quest’anno per esempio da Pisa arrivano gli splendidi Wind Rose, i Balt Huttar da Asiago (VI) e da Roma i Blodiga Skald. Tutti gruppi segnalati da amici che frequentano Malpaga. Adesso che ci penso anche i veterani Diabula Rasa mi furono segnalati anni e anni fa da un ragazzo romagnolo dicendo che erano un branco di pazzi scatenati… infatti!!!

Ogni anno viene data tantissima visibilità alle realtà italiane. Questo è un grande merito di Malpaga e vedendo il responso del pubblico alle loro esibizioni si capisce che state facendo una grande cosa per la musica italiana. Quando è iniziata l’avventura Malpaga il supporto ai gruppi italiani era un punto sul quale puntare particolarmente?

È stata una scelta quasi obbligata perché la prima edizione è nata in 20 giorni. Ho trovato disponibili i Vallorch, i Kalevala, gli Ulvedharr e un altro paio di band che sinceramente non ricordo e mi scuseranno per questo. Il pubblico ha apprezzato la novità e abbiamo deciso di proseguire su questa linea contando anche sul fatto che le band italiane ci chiedono a volte un simbolico rimborso spese. Sono trattati in maniera impeccabile come vitto, palco, strumentazione, pubblico e visibilità e sono contentissimi così. Chi non è d’accordo con questa linea non fa per noi; il nostro festival è gratuito e realizzare un incasso extra vendendo birra non è cosa semplice. Non ci crederai ma anche gli ospiti stranieri ci chiedono il solo rimborso-spese più alloggio e a loro va benissimo. Probabilmente l’eco di Malpaga è arrivato lontano!!!

Avete ricevuto richieste strane/divertenti da parte dei gruppi? Episodi buffi da ricordare ce ne sono?

Richieste particolari di back-line e/o mixer arrivano dalle band straniere e, nei limiti del possibile, cerchiamo di accontentarli perché sappiamo che rendono meglio in condizioni ottimali. Sono i loro manager che ti mandano rider impossibili e che immancabilmente le band, quando li leggono, si fanno una risata e li stracciano. Ricordo quello dei TYR per esempio dove c’era scritto una serie di cibi introvabili; il trio quando è arrivato si è seduto nel prato insieme ai ragazzi dell’organizzazione a mangiare spaghetti e cinghiale, vino italiano e fare pure il bis.

Facce da Malpaga

Malpaga è un festival gratuito. La domanda che si pongono un po’ tutti è: come fate a pagare le band e tutti i costi generati da un evento del genere?

Eh, bella domanda. L’organizzazione dei Giovani, che ricordo, tutti volontari, fa i salti mortali per cercare di fare quadrare i conti. Purtroppo ogni anno le amministrazioni comunali, oltre che a non darti un centesimo (Malpaga è conosciuta in Europa adesso anche per l’eco del festival, dovrebbero saperlo!), emanano nuove e cervellotiche disposizioni che sembrano fatte appositamente per mettere in difficoltà gli organizzatori con ingenti spese per la sicurezza, per i servizi, assicurazioni obbligatorie, limiti di capienza e tutto il resto. Quest’anno tra l’altro c’è una grossa spesa imprevista per la vigilanza obbligatoria 24h su 24.

Alcune feste hanno alzato bandiera bianca, per esempio il grande Music For Emergency di Cenate Sotto (BG) guidata dal mio amico Jack. I troppi paletti lo hanno definitivamente scoraggiato. Anche noi dal prossimo anno faremo un reset e vedremo come proseguire. Del resto vorremmo continuare a dare almeno un rimborso alle band e tenere i prezzi delle consumazioni calmierate, oggi sembra un’utopia, vedremo. Faremo un sondaggio con i nostri fans e valuteremo. Per quanto riguarda le band che chiedessero qualcosa non previsto dal nostro risicato budget, credo che le lasceremmo tranquillamente perdere; le prime-donne non servono a Malpaga (semmai, il contrario…).

Sei nella musica davvero da tanto tempo. Ti chiedo quindi come vedi la scena folk metal italiana e se pensi che sia cresciuta rispetto a qualche anno fa.

Beh, sono nell’organizzazione musicale di tutti i generi da più di 30 anni (trent’anni!!!). La scena folk-metal la seguo da dieci anni e mi sembrava che, prima dell’esplosione dei Folkstone, fosse quasi di nicchia. Avrò contribuito a dargli visibilità? Boh, non saprei, forse sì per via dei numerosi eventi, anche di un certo successo, che mi sono inventato in quegli anni. Ci sono comunque ora molte band valide e con una storia vera. Altre sono solo una rimasticatura di quanto si sente in giro, altre ancora sono inutili. Però effettivamente la scena è cresciuta in modo esponenziale.

Come ti sei avvicinato a questa musica? Organizzare eventi tipo i primi Fosch Fest e il Malpaga in che percentuale sono piacere e lavoro?

Come dicevo prima mi sono inventato diverse situazioni per aiutare i Folkstone ad emergere. Era un gruppo in cui credevo molto e per cui ho anche speso molto (tempo & soldi). Mi divertivo a creare eventi mettendo la mia precedente esperienza in un mondo e in un genere musicale ancora “vergine” per l’Italia, ed ha funzionato. Effettivamente vedere i tuoi festival pieni di ragazzi che si divertono e ti ringraziano è un grandissimo piacere e lo ribadisco ogni volta anche a Malpaga. La maggior parte dei cosiddetti metallari sono ragazzi straordinari, altruisti, educati e di ottima compagnia; ne conosco alcuni che in settimana lavorano come geometra, all’INPS o in banca (uno è anche dirigente di un grosso gruppo finanziario!). Diventa un lavoro, anzi uno stress, quando ti trovi davanti a gruppi e organizzazioni che non capiscono un cazzo e pretendono la luna. Ricordo anni fa un gruppo che pestò i piedi e fece casino perché non avevano potuto suonare a Malpaga anche se convocati. Quel giorno ci fu il diluvio universale, che dovevamo fare? Fargli rischiare la vita? Mai più invitati anche se poi ci hanno chiesto scusa. Non si fa…

A Malpaga si è creata una “famiglia” composta da tanti ragazzi provenienti da tutti Italia ma che si danno appuntamento ogni anno al festival per stare insieme e divertirsi. Pensi che la musica folk metal favorisca questo genere di aggregazione?

Sì sì certo, sottoscrivo in pieno! Durante l’anno si scrivono sul forum e si danno dritte per organizzarsi a venire. C’è gente che prende le ferie proprio in quel periodo. Ho visto nascere solide amicizie ed anche solidi amori sul verde di Malpaga. Alcuni amici si inventano anche momenti di giochi per tutti gli altri, lotte, combattimenti, insegnamenti di costruzione tende ecc. Altri costruiscono balestre, catapulte e gogne e poi le portano al “campeggio” per condividere il divertimento con tutti. Voglio ricordare al proposito Ottonello da Rapallo (sembra un nome medievale inventato ma è tutto vero…), un ragazzo che sarebbe il degno discendente di Leonardo da Vinci con le sue “invenzioni” e la coppia Angius & Riva che sono i beniamini del campus dove aiutano tutti a sistemarsi con le tende e a creare momenti ludici particolarmente divertenti. Cercateli tutti e tre su Facebook e invitateli, scoprirete un mondo nuovo.

Nelle ultime edizioni c’è anche chi fa a gara per arrivar prima di tutti e l’anno scorso fu una ragazza arrivata da sola in autostop! Pazzi…
l’anno scorso abbiamo avuto una compagnia di greci arrivati direttamente a Orio, ungheresi venuti per Dalriada, croati, svizzeri, tedeschi e due graziosissime olandesine…

Vista dall’alto…

C’è un gruppo che vorresti portare a Malpaga ma che ancora non è stato possibile per motivazioni economiche/strutturali?

No, nessuno in particolare perché i mezzi sono quelli che sono e vorremmo mantenere una dimensione “casereccia”. Le condizioni sono quelle note e se non vanno bene ai gruppi, questi non fanno per noi. Avendone le possibilità avrei dei gruppi esteri che mi chiedono insistentemente di partecipare perché hanno “sentito” il nome circolare. Ma onestamente mi rendo conto che avrebbero bisogno di ben altri mezzi che purtroppo ora (e forse mai…) avremo.

Richard, grazie per la tua disponibilità. Chiudiamo con i classici 3 motivi che rendono Malpaga un festival al quale partecipare a tutti i costi.

Uno solo: la presenza di questi meravigliosi ragazzi. Sono loro che fanno il Festival e lo tengono vivo. Io cerco di dare un degno contorno musicale e i grandi Ragazzi dell’Organizzazione fanno il possibile per farli sentire a casa loro. Una cosa vorrei però far presente a questi: il festival si regge esclusivamente sulla vostra “birra”, se la portate da casa o la comprate al discount il prossimo festival lo farete alla LIDL. Malpaga ha bisogno del vostro anche piccolo contributo per essere un festival free anche negli anni a venire. E venite da ospiti non da semplici turisti!

Il pubblico di Malpaga

Intervista: Under Siege

Debuttare con un disco a dir poco gagliardo non è cosa semplice, eppure gli Under Siege ci sono riusciti. Arrivati quasi in silenzio alla pubblicazione, hanno sorpreso per maturità e qualità delle canzoni, un mix esplosivo di death metal epico con elementi folk e influenze viking: una chiacchierata con loro, anche in virtù dell’ottima esibizione al Mister Folk Festival 2018, è più che meritata.

Ciao ragazzi, come e quando sono nati gli Under Siege? Cosa vi ha spinto a unirvi e perché avete scelto questo nome?

Ciao Fabrizio! Under Siege è un progetto nato a durante l’estate del 2015, quando quelli che sarebbero divenuti i primi brani hanno cominciato a prendere forma dalla voce di Paolo Giuliani e la chitarra di Daniele Mosca. Immediatamente abbiamo intuito il potenziale del materiale e quello che era nato come un esperimento in studio si è trasformato in una band a tutti gli effetti. Presto infatti la formazione ha visto l’ingresso di Gianluca Fiorentini (chitarra), Livio Calabresi (basso) e Marzio Monticelli (batteria). Amici di vecchia data e musicisti già attivi nella scena musicale locale. Per quanto riguarda il nome, si tratta ovviamente di un qualcosa che richiama i temi che trattiamo nelle nostre canzoni, e, come i nostri testi, vuole essere un qualcosa di metaforico che congiunga un’epoca lontana alla realtà moderna. Se da una parte siamo tutti sotto l’assedio di una società vuota e artificiale, che punta all’omologazione della persona e allo svilimento dei valori tradizionali, dall’altra parte è un invito a reagire a tutto ciò, a ribaltare la situazione, a trasformarci da assediati in assedianti.

Siete arrivati al debutto senza nemmeno pubblicare in precedenza un demo o un EP. Di solito è una mossa molto rischiosa perché la band non fa esperienza in studio, ma nel vostro caso il risultato è un signor disco. Vi chiedo quindi quanto avete lavorato sulle canzoni e se pensi che incidere un demo prima del full-length vi avrebbe portato a realizzare un cd ancora migliore.

Partiamo dal presupposto che, a nostro avviso, il concetto di demo oramai non ha più molto senso, se non per uso “interno” e in ottica di preproduzione. Abbiamo deciso di puntare subito su un full-length anziché su un EP intanto perché di materiale ne avevamo in abbondanza, inoltre, avendo registrato in home studio tutto tranne la batteria, il tempo e i costi non erano un problema. In uno studio professionale di sicuro la qualità delle registrazioni sarebbe stata superiore, ma abbiamo puntato ad una maggior cura dei dettagli, prendendoci tutto il tempo di cui avevamo bisogno, senza fretta. In effetti tutto il processo produttivo ci ha richiesto più di nove mesi, un parto insomma ahah!

Il disco Under Siege è autoprodotto: una scelta di libertà o mancanza di proposte serie e interessanti?

L’autoproduzione è stata una scelta obbligata, in quanto come band che partiva da zero abbiamo potuto contare solo su noi stessi. Dopo la release del disco ci è arrivata qualche proposta per la distribuzione e per accordi su futuri lavori, ma niente di davvero serio. Se arriverà qualcosa di concreto ne saremo ben felici, in caso contrario ripeteremo senza problemi la scelta dell’autoproduzione nell’ottica di una seconda release.

Nel disco è presente una sola canzone in italiano, Sotto Assedio, ma è anche la canzone più diretta e “orecchiabile” per via del ritornello: il risultato, secondo me, è davvero convincente. Ci saranno altre canzoni in italiano in futuro oppure Sotto Assedio è semplicemente un esperimento che volevate fare?

Il bello di Sotto Assedio è che è uscita così, naturale, quasi come un coro da stadio, il testo si sposava perfettamente alla musica e il cantato in italiano gli conferiva ancora più carattere. Crediamo che le cose migliori sono quelle che vengono fuori spontaneamente, quindi non cercheremo mai di “incastrare” dei testi in italiano sui nostri pezzi, il risultato sarebbe forzato. Inoltre non è per niente facile scrivere un buon testo nella nostra lingua, spesso si cade nella banalità, o peggio si mettono insieme delle frasi senza senso facendo finta di dare ad esse un profondo significato metaforico ahah! Quando e se verrà fuori un altro brano adatto ad essere cantato in italiano saremo felici di proporlo, ma al momento sicuramente non è qualcosa per cui perderemmo il sonno!

Il vostro cantante suona la cornamusa e questo è uno strumento molto poco utilizzato nelle vostre canzoni. Se da una parte si prova un po’ di dispiacere perché è uno strumento che si fa amare facilmente, dall’altra parte si prova un grande effetto quando la cornamusa spunta tra gli altri strumenti e la canzone sembra prendere il “turbo”. La vostra è una scelta dettata dai gusti o dal fatto che se Paolo canta non può suonare al tempo stesso?

Entrambe le cose. Intanto non solo Paolo non può ovviamente cantare e suonare allo stesso tempo, ma prima di poterla suonare deve riempirla d’aria, per cui in sede live sarebbe impossibile far partire un giro di cornamusa immediatamente dopo un pezzo cantato, ci vuole una pausa di almeno 4-5 secondi, per cui abbiamo strutturato le entrate di cornamusa anche in base a questa esigenza. Molti gruppi, per ovviare a questo, dal vivo usano cornamuse elettroniche, ma noi almeno per ora preferiamo rimanere sul tradizionale. Dall’altra parte, come giustamente dici, è uno strumento molto amato e di grande effetto. È bello sentire la gente che ti fa i complimenti per la cornamusa, ma vorremmo che rimanesse un elemento che arricchisce il nostro lavoro senza sovrastarlo. Se la mettessimo ovunque diventeremmo abbastanza monotematici, mentre, come si capisce dal disco, ci piace spaziare parecchio in quanto ad atmosfere e stili dei vari brani. Detto questo nei futuri lavori le daremo sicuramente lo spazio che merita!

Ascoltando il disco è possibile riconoscere alcune delle vostre influenze. Ci sono invece degli “ascolti segreti” che non amate spiattellare in pubblico?

Essendo il tuo blog parecchio frequentato se ci fossero ascolti che non amiamo “spiattellare” in pubblico saresti l’ultima persona a cui li confideremmo ahah! E se ci sono di sicuro non ce li confideremmo nemmeno tra di noi, siamo abbastanza integralisti a livello musicale, il rischio di mazzate in sala prove sarebbe alto ahahah!

Il disco è uscito da qualche mese e il responso di giornali e webzine sembra ottimo. C’è un qualcosa che però avreste voluto fare meglio o cambiare completamente?

Questa domanda si ricollega inevitabilmente al discorso della produzione, in quanto magari con un bel budget a disposizione avremmo lavorato qualitativamente meglio donando un sound più “professionale” al nostro lavoro. Detto questo siamo felici di come siano andate le cose e sinceramente il disco è venuto meglio di come ce lo saremmo aspettato all’inizio visti mezzi a nostra disposizione, quindi va bene così!

Ci sono degli aspetti sui quali state lavorando per migliorare? Quali, invece, i punti di forza sui quali puntare anche in futuro?

Stiamo tentando di migliorarci praticamente su tutto, ma crediamo sia una cosa normale per una band che si è formata da nemmeno tre anni. Il nostro punto di forza forse risiede nell’aspetto compositivo dei brani, e nella loro varietà. Quando si riesce a “guidare” l’ascoltatore attraverso atmosfere anche molto diverse tra loro, riuscendo però a rimanere coerenti con se stessi, è di sicuro una bella soddisfazione! Ma non è sempre facile perché se un disco poco vario e monotematico può annoiare chi lo ascolta, un disco con pezzi troppo diversi tra loro può risultare slegato e poco identitario. Speriamo in futuro di continuare a bilanciare le due cose, dando ai nostri pezzi un sound “Under Siege” senza però divenire schiavi di esso come troppo spesso accade!

State lavorando a del nuovo materiale? Potete dare delle piccole anticipazioni?

Sì, stiamo lavorando a del nuovo materiale, diciamo che al momento abbiamo un buon numero di inediti in via di perfezionamento, ma ora come ora sarebbe prematuro pensare ad una seconda release, quando sarà il momento ci rimboccheremo di nuovo le maniche volentieri!

Recentemente Gianluca ha riformato i suoi Nazgul Rising, vi chiedo quindi se avete altri progetti e di presentarli a chi vi sta leggendo.

Oltre a Gianluca che è impegnato con i Nazgul Rising abbiamo Livio, il bassista, che attualmente fa parte del progetto “Raziel, the Blacksmiler”, un duo darkwave, mentre Marzio come tutti i batteristi si divide fra innumerevoli bands di vario genere, tra le quali gli Hardrunk, progetto hard rock. Paolo e Daniele al momento si dedicano esclusivamente agli Under Siege.

Grazie per l’intervista! Avete un messaggio per i lettori di Mister Folk?

Grazie mille a te e a tutti coloro che hanno avuto voglia di leggere quest’intervista! Stay metal and keep the siege strong!!! Alla prossima!

Intervista: Insubria

Sono giovani, pieni di talento e con un sound personale. Gli Insubria si sono affacciati da poco sul mercato con l’EP Nemeton Dissolve e Mister Folk non poteva certo perdere l’occasione d’intervistare la band per saperne di più su nome, testi e musica. Per supportare il gruppo lombardo potete acquistare il loro merchandise su BigCartel. Buona lettura!

Partiamo da vostro nome, Insubria. Un modo diretto per mettere subito le cose in chiaro e far capire all’ascoltatore il legame che c’è tra voi e la vostra terra?

È stato difficile scegliere un nome che rappresentasse al meglio lo spirito del progetto. Cercavamo qualcosa che fosse evocativo ed immediato, che sottolineasse una forte connessione con una realtà storica a noi vicina e facesse da cornice alle immagini che vorremmo trasmettere con la nostra musica. L’Insubria nel suo senso più ampio è una regione che ospita una gran quantità di contesti ed ambienti diversi come fiumi, laghi, colline e montagne, portatori di altrettanti significati ed emozioni: tutti elementi che vogliamo celebrare.

Raccontateci come vi siete formati e quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati di raggiungere.

Il progetto nacque dalla mente di Manuel, il quale ebbe l’idea di mettere su carta e su pentagramma i propri pensieri riguardo natura, storia e folclore e, nel giro di qualche mese, riuscì ad assemblare il primo nucleo degli Insubria. Dopo qualche cambio di formazione giungemmo alla formazione attuale, che raggiunse la stabilità nei primi mesi del 2017, data della fondazione ufficiale della band.

Cerchiamo di fare musica nella maniera più ragionata e professionale possibile. Ci interessa relativamente la quantità, al primo posto per noi c’è la qualità. Come tutte le band che vorrebbero fare della propria arte qualcosa di più che un semplice hobby, vorremmo ritagliarci un posto nella scena folk metal italiana e, perché no, estera. Senza rimpianti: vogliamo lavorare con ciò che ci piace per creare ciò che ci piace.

Semplificando molto si potrebbe dire che la vostra musica unisce lo swedish death metal con il folk metal. Siete d’accordo con questa visione della vostra musica?

Ci piacciono molto il metal melodico ed il folk metal, possiamo quindi dire che essi siano la nostra principale fonte di ispirazione, ma non crediamo che solo questo possa definire il nostro sound, il quale è in continua espansione. Ci piace molto sperimentare e cerchiamo di non legarci ad un genere in particolare. Attingiamo da tutto ciò che ci piace: da ciascun genere e sottogenere senza pregiudizi

Avete pubblicato l’EP Nemeton Dissolve. Perché questo titolo? Per voi cosa rappresenta questo lavoro?

Volevamo un titolo concettualmente violento e contemplativo allo stesso tempo. Il Nemeton che si scioglie è la fine di qualcosa, la fine di un rito, di una magia, di un tempo. Oggi viviamo in un mondo dove il Nemeton si è dissolto. Non esiste più quella magia, che era sì ingenua, ma che colorava il mondo e la natura con colori sempre nuovi. Non c’è più meraviglia, le storie e leggende sono trattate come fiabe da raccontare per passare il tempo, quando in realtà c’è di più, molto di più dietro. Il folclore è ricerca, è pensiero. Non dobbiamo scartare a priori un valore solo perché considerato superato dalla modernità. Cerchiamo di trarre il buono e l’equilibrio da tutto, cerchiamo di far tornare un po’ di magia in questo mondo.

Di cosa parlano i testi delle tre canzoni dell’EP? I titoli sono tutt’altro che scontati, quindi sono molto curioso di saperne di più…

I testi delle canzoni sono tutti opera di Manuel. Gli piace parlare per metafore, allegorie… Vogliamo che le parole siano un tutt’uno con le canzoni, e riteniamo che ciò sia fondamentale per noi: diamo molta importanza al testo, al contenuto e alla forma. La musica è arte, e le parole stesse sono musica. Abbiamo molto a cuore la natura e la storia, sia essa passata, presente o futura. Vogliamo raccontare cosa tutto ciò significhi per noi.

Partiamo da Vitruvian, primo singolo dell’EP e opening track del terzetto. L’idea per il testo nacque durante un’escursione sulle Alpi Orobie. La canzone parla dell’effetto dell’inquinamento atmosferico sulle nostre terre. Esso è rappresentato nella canzone da una nube colossale che avanza inesorabilmente erodendo tutto ciò che incontra fino ad abbattere il mondo così come lo conosciamo.

La seconda traccia, Light Striving To Be Born, è una riflessione intimista sul concetto di “decadenza degli ideali”. Il mondo moderno sembra aver dimenticato com’era il valore della natura un tempo, quando l’Italia ed il mondo ospitavano molte popolazioni devote ad essa. La visione del mondo era meno antropocentrica, era più equilibrata e propensa all’armonia, senza tuttavia dimenticare i difetti e le limitazioni del pensiero di allora, ovviamente.

L’idea per la canzone conclusiva, On Whispering Hills, nacque durante una notte trascorsa sulle colline. Osservando dall’alto la Pianura Padana, Manuel si chiese se quel mare di luci che vedeva fosse davvero la terra che i nostri antenati avrebbero voluto lasciarci. Ovviamente la risposta è negativa, e da questo nasce il desiderio di una nuova primavera per quel mondo soffocato dall’asfalto.

La canzone On Whispering Hills mostra tutte le vostre potenzialità. Credo che in quel brano vi siete lasciati trasportare dall’ispirazione e il risultato è davvero notevole.

Grazie molte, abbiamo ricevuto un sacco di complimenti per quella canzone in particolare. Diciamo che con On Whispering Hills abbiamo voluto dare libero sfogo alla nostra creatività. Volevamo che la traccia conclusiva di Nemeton Dissolve fosse un preludio per quello che potrebbe diventare il nostro sound, ovviamente evolvendo continuamente, senza adagiarci su nessuno stilema.

Mi è piaciuto molto l’artwork del disco, elegante e raffinato, realizzato da Elisa Urbinati. C’era un’idea di base che lei ha sviluppato oppure ha avuto libertà artistica?

L’idea per l’artwork è cambiata spesso durante la produzione. Ci piacciono i soggetti eleganti ed incisivi, ed Elisa ha un talento straordinario per questo genere di opere. Volevamo una “i” inscritta in una ghirlanda di betulla e, da questo semplice canovaccio, Elisa ha fatto il resto. Il risultato ci ha convinto subito.

Quale sarà il prossimo passo degli Insubria? Un EP con più canzoni? State lavorando a qualcosa di nuovo?

Ora stiamo lavorando alla promozione dell’EP, a breve inizieremo a cercare un contratto discografico e se la sorte vorrà il prossimo lavoro degli Insubria sarà un album. Chissà. Abbiamo già ricevuto alcune offerte, ma per ora non abbiamo ancora contattato nessuna label che possa fare al caso nostro. Intanto stiamo lavorando alle nuove canzoni, le idee non mancano e la passione è tanta, veramente tanta e se dovessimo pubblicare un nuovo EP esso conterrà sicuramente più canzoni.

Com’è un concerto degli Insubria? Quante canzoni avete in repertorio e vi piace suonare qualche cover?

Durante i nostri live cerchiamo di essere coinvolgenti. Ognuno di noi cerca di attingere il meglio dalle proprie esperienze passate per donare dinamicità alla performance. Cerchiamo di mandare un messaggio al pubblico, obiettivo non sempre di facile riuscita visto che i testi delle nostre canzoni sono piuttosto intimisti e volutamente poco espliciti. La nostra scaletta contiene otto canzoni di cui sei originali: tre provenienti da Nemeton Dissolve ed altre tre inedite. Abbiamo due cover ri-arrangiate secondo il nostro gusto che proponiamo in rotazione nelle nostre scalette: Blinded By Fear degli At the Gates e Bed Of Razors dei Children Of Bodom. Le suoniamo semplicemente perché sono delle canzoni che apprezziamo moltissimo ed il pubblico ne è molto entusiasta.

Come vedete la scena folk metal italiana? Siete in contatto con altre band?

La scena folk metal italiana è viva e brulicante di band davvero meritevoli. Crediamo che essa non abbia nulla da invidiare a nessun’altra scena metal nazionale. Ha regalato perle inestimabili per lo sviluppo del genere, sia oltr’alpe sia, ovviamente, nella nostra penisola. Basti pensare a capolavori come De Ferro Italico degli abruzzesi Draugr o a Furor Gallico dell’omonima band. Anche le band emergenti hanno molto da offrire, e spesso regalano lavori incredibilmente apprezzabili. Ce n’è per tutti i gusti e speriamo di entrarne a far parte anche noi!

Purtroppo, essendoci formati da pochissimo, non abbiamo avuto ancora modo di poter suonare con altre band folk metal. Il nostro frontman, Manuel, ha avuto modo di conoscere Samuele e Fabrizio degli Atlas Pain, ragazzi simpatici e disponibili.

Avete carta bianca per dire qualunque cosa. Grazie per l’intervista!

Vogliamo ringraziare innanzitutto lo staff di Mister Folk per la piacevole intervista, i nostri fan e tutti coloro che ci sono stati vicini durante la scrittura, la produzione e la pubblicazione di Nemeton Dissolve. E ovviamente mandiamo un saluto speciale a tutti i lettori di Mister Folk! Seguiteci sui nostri profili social per tutti gli aggiornamenti e le novità future!

Intervista: Davide Truzzi (IronFolks)

Il 2 giugno è una data da segnare sul calendario. No, non perché è la festa della Repubblica, ma perché al Circolo Colony di Brescia si svolgerà l’atteso IronFest – Shiny and Chrome degli amici di IronFolks. Il classico festival del nord Italia con una manciata di gruppi e qualche banchetto del merchandise? Sbagliato. L’IronFest sarà un evento diverso da tutti gli altri: alla musica squisitamente originale si aggiungono una gran quantità di muscle car americane come non se ne vedono nemmeno nei più coatti film d’oltreoceano. Due ottimi motivi per parlarne con l’organizzatore Davide Truzzi, leader di IronFolks e grande conoscitore di letteratura gotica. 

La prima cosa che ti chiedo è: ma chi te lo ha fatto fare di tirar fuori dal nulla un festival/raduno come quello che hai organizzato?

Ogni tanto me lo chiedo anch’io, specialmente in un periodo come questo in cui i festival hanno una mortalità abbastanza alta. Quando sono diventato un membro degli Sharks, poi, una delle prime cose che ho detto suonava più o meno così: “Va bene, almeno qui voglio essere l’ultima ruota del carro: raduni da partecipante e basta, i problemi li lascio agli altri.”

Mentivo.

La cosa singolare, poi, è che le maggiori resistenze non le ho incontrate all’interno del club, da cui mi sarei aspettato qualche mugugno a sentir parlare di death metal, ma dai locali live: quasi tutti i locali che ho contattato, preoccupati dall’idea di fare qualcosa di diverso dal solito, hanno insistito per organizzare un banale raduno di auto con cover band di sottofondo, quindi un qualcosa di ben lontano dalla filosofia della webzine: siamo IronFolks, e quindi pretendiamo solo musica originale e pestata quanto basta. Solo Roby del Circolo Colony ci ha dato il suo appoggio, per il quale non lo ringrazierò mai abbastanza comunque vada.

Conosco la tua passione per i bolidi a quattro ruote, ma l’idea di unire musica heavy metal e auto coatte è per creare un evento diverso da tutti gli altri “tipici” festival musicali?

Esattamente. Caso ha voluto che fossero ormai anni che accarezzavo l’idea di organizzare un festival targato IronFolks, ma per un motivo o per l’altro mi è sempre mancata l’occasione o l’idea per fare qualcosa di davvero “unico”. Frequentando i raduni di auto americane, però, mi sono accorto che molti dei partecipanti hanno un’anima Rock semi addormentata che deve accontentarsi, quando va bene, di una cover band Motorhead o ZZ Top. C’era del potenziale nascosto su cui scommettere, e quindi mi sono rimboccato le maniche. L’idea dell’IronFest è quella di unire due tipi di appassionati, metalhead e petrolhead, che difficilmente hanno occasione di trovarsi assieme. I primi potranno conoscere il mondo degli appassionati di muscle car e vedere auto per le quali normalmente si deve pagare il biglietto di una fiera, i secondi trovare qualcosa di più energico e divertente del solito raduno statico in cui, dopo qualche ora, si finisce immancabilmente a tagliare salame e giocare a briscola.

Secondo quali criteri hai scelto le band che si esibiranno la sera del 2 giugno? Cosa ti aspetti dal festival? Cosa ti ha fatto dire “sì, voglio loro”?

Volevo dare al festival un’identità ben precisa, qualcosa che non si fosse mai visto o quasi, con un climax che spero sarà apprezzato da tutti i partecipanti. Si partirà con l’hard rock motoristico dei Rain (band bolognese dalla storia pluridecennale) e si finirà col death metal degli Ulvedharr, passando per l’heavy metal degli Atavicus. Sono tre gruppi dalle doti live eccezionali che, sono convinto, faranno molto bene insieme. Inoltre, fino al 15 maggio il pubblico potrà scegliere la band di apertura tra Norsemen, DUIR e SuperNaugthy tramite il sondaggio pubblico sulla pagina ufficiale dell’evento. (i bergamaschi NorsemeN hanno vinto e quindi suoneranno sul palco del Colony, ndMF)

I classici tre buoni motivi per non perdere l’Iron Fest!

Presto detto:

  1. Sul palco avremo tre gruppi ormai storici del panorama nazionale, oltre a un’apertura di tutto rispetto (comunque vada il contest). Gli Atavicus, in particolare, non suonano nel nord italia dai tempi del compianto Fosch Fest e so per certo che mancano a molti, specialmente in coppia con gli Ulvedharr. I Rain, poi, sono quanto di meglio possa dare il nostro panorama hard rock. Inoltre l’ingresso sarà gratuito.
  2. Riempiremo il piazzale del Colony con una sfilata di auto a cui io stesso stento a credere, veri pezzi di storia dell’automobilismo americano. Quanto ai mezzi moderni poi, abbiamo alcuni esemplari unici che meritano di essere visti e sentiti.
  3. Sarà l’ultima data del Circolo Colony, che chiuderà definitivamente almeno nella sede attuale. È l’occasione perfetta per dare un addio degno di questo nome ai divanetti color pisello, al soffitto a scacchi e alla fontanella che non ha mai funzionato, e di farlo come tutto era iniziato: con gli Ulvedharr e la musica underground italiana.

Guardandoti indietro, sei soddisfatto di dove è arrivato Iron Folks ad anni di distanza dalla fondazione?

Sono soddisfatto di quel che abbiamo fatto contando i limiti che ci siamo sempre dati (no al metal-gossip, no al clickbait, mai colpi bassi con nessuno), che di fatto ci tagliano un po’ fuori dai “giri che contano”. Sono anche orgoglioso di aver aiutato diversi redattori-wannabe a diventare un po’ meno “wannabe”, e di avere nella squadra gente davvero preparata. Mi dispiace di non essere riuscito ad ottenere più visibilità per esprimere meglio il potenziale della redazione, questo sì, ed è un mio personale punto debole (sono completamente negato lato promozione) su cui conto di impegnarmi per il futuro… per adesso, però, penso solo a far andare bene il festival!

Oltre che un appassionato di musica e di automobili, sei anche un amante della letteratura e hai pubblicato nel 2012 il libro In Nomine Patris: ci parli di questo libro? Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

In Nomine Patris è il mio primo romanzo fantastico/horror, uscito per Linee Infinite Edizioni qualche secolo fa e ormai disponibile soltanto in ebook e in un paio di copie cartacee su Amazon e Ebay. Purtroppo, nonostante io mi sia ripromesso di finire di anno in anno il suo seguito, per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito nel mio intento… negli ultimi anni gli impegni della vita mi hanno assorbito troppe energie. In compenso il seguito continua ad andare avanti, anche se a ritmo scandalosamente lento, e prima o poi uscirà. Probabilmente in contemporanea col nuovo album dei Tool.

Parlando di horror gotico, la tua grande passione, quali sono a parer tuo i libri e i film che ogni amante o curioso del genere dovrebbe conoscere? Inoltre ti chiedo un libro e un film “poco famosi” che meriterebbero maggiore considerazione.

Sono uno scontato amante di Poe, che per quanto riguarda il Gotico è un’istituzione. Ma consiglierei anche il suo quasi-contemporaneo Ambrose Bierce, (Dovrebbe essere stata ripubblicata di recente una sua raccolta, I Racconti dell’oltretomba), che per qualche motivo sento citare raramente quando si parla di Gotico, forse perché è un autore più famoso per i suoi racconti di guerra. Tra i classici assoluti invece spicca certamente “Il Monaco” di Matthew Gregory Lewis, sia per i temi trattati (ricordando che è un libro scritto prima del 1800) che per la quantità di idee che sarebbero diventate, poi, capisaldi del genere (cripte, sortilegi, fantasmi, follia e corruzione dell’animo).

Quanto ai film, mi sento di consigliare tutto il Gotico Italiano a partire da La maschera del Demonio di Mario Bava, fino ai meno famosi Danza Macabra di Antonio Margheriti (con le superbe Barbara Steele e Margarete Robsahm) e Il castello dei morti vivi di Luciano Ricci e Lorenzo Sabatini. Menzione d’onore per La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, inventore de facto del Gotico Rurale.

Chi avesse voglia di farsi del male, poi, potrebbe tentare La Chute de la Maison Usher, muto del 1928 diretto da Jean Epstein, che considero la miglior trasposizione cinematografica mai fatta delle opere e delle atmosfere di Poe.

Concludiamo parlando dell’Iron Fest. L’idea è quella di far diventare il festival una presenza fissa nell’estate concertistica del nord Italia? Cosa troveranno le persone che verranno al tuo festival?

Se quest’anno tutto andrà come si spera (e in questo la partecipazione del pubblico sarà ovviamente fondamentale) nulla impedirà di organizzare l’IronFest anche il prossimo anno, staremo a vedere ed è presto per fare promesse. Di certo per quest’anno avremo il Circolo Colony, quattro ottime band, auto esotiche e qualche stand con attrazioni assortite, il tutto gratis. Di più non possiamo fare!

Nota a margine: un ringraziamento speciale a Fabrizio per questo spazio e per il continuo supporto. Tornare sulle pagine di Mister Folk è sempre un piacere.

In Nomine Patris, il libro di Davide Truzzi

Intervista: Myrkgrav

Un’intervista a lungo attesa. Ma nulla rispetto all’attesa vissuta per il successore dell’eccellente debutto Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning, arrivato dopo ben dieci anni.  Una chiacchierata sincera e aperta col mastermind Lars Jensen sul nuovo cd Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen, a partire dai testi per arrivare alla ricca grafica, ma anche sul tempo passato tra i due full-length, i suoi problemi di depressione e la (ri)scoperta di una passione: produrre scarpe di qualità. 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

Ti sarai stancato di parlarne, ma te lo chiedo per tutti i lettori che si sono persi le tue dichiarazioni: quali sono i motivi che ti hanno spinto a concludere il progetto Myrkgrav?

È semplice. Sono passato ad altre cose nella vita – ad essere onesto, è successo ormai da parecchi anni. Non me la sentivo più, cercare di comporre musica era ormai solo una frustrazione e un peso invece di essere qualcosa di divertente e che avesse un significato. Sono uno di quelli che passano da un interesse all’altro nello spazio di qualche anno, e sapevo già molto tempo fa che con Myrkgrav era finita, anche molto prima di concludere Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen. Che alla fine è il motivo per cui ci sono voluti nove anni. Per ora con la musica ho chiuso, anche se spero di tornarci in un modo o nell’altro quando sento il bisogno che chiama. Proprio come mio zio, che si è ritirato all’apice della carriera e ha ripreso sui quaranta e cinquant’anni, e ora va più forte che mai.

Il titolo del tuo ultimo disco è esplicito: quali sono le sensazioni che hai provato mentre lo realizzavi e come ti senti ora che è passato più di un anno dalla sua pubblicazione?

Una parola: Frustrazione con la F maiuscola. La maggior parte della musica era già scritta e registrata nel 2009, ma non riuscivo assolutamente ad arrangiare le parti di voce per la maggior parte delle tracce. Ho ricevuto aiuto da molti amici e colleghi, ma non riuscivo a essere contento di come veniva il cantato. Alla fine mi son detto “chi se ne fotte” e ho rilasciato l’album con un sacco di tracce strumentali che non erano affatto nate con l’intenzione di esserlo. L’album inconcluso era rimasto aggrappato a me come un fantasma del passato per così tanti anni, che è stato un sollievo incredibile rilasciarlo alla fine – anche se non nella forma (e nemmeno col titolo) che avevo in mente all’inizio.

Mi sento ancora abbastanza soddisfatto. Molte canzoni reggono il confronto, che siano le strumentali o le altre. Inoltre amo ancora com’è venuto fuori l’artwork, che anima ogni singolo testo con illustrazioni disegnate a mano. Sì, è un album che non verrà neppure notato da molte persone, ma non mi interessa. Quelli che lo scoprono e a cui piace fan parte di un piccolo club esclusivo, ahah.

Una cosa in particolare mi ha stupito: dalla pubblicazione digitale a quella fisica di Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen è passato un anno: come mai tutto questo tempo se il disco già esisteva?

Ci sono due motivi per questo. Il principale è che nel momento in cui l’album digitale è uscito, avevo pronta solo la copertina di fronte e non avevo ancora nessun piano per una edizione stampata. La versione fisica (e il download digitale di Bandcamp) sono “complete” nel senso che ottieni il pacchetto completo con tutte le illustrazioni e ogni altra cosa. In quel modo si può facilmente ascoltare in streaming per comodità mentre si sfoglia il booklet e le altre cose nel digipak o nella versione di Bandcamp. L’altro motivo è che ci è voluto parecchio tempo prima che le versioni digipak e limited edition fossero stampate. Ci sono stati molti ritardi con la fabbrica, che hanno causato rallentamenti nell’uscita.

Per Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen non credo che siano mancate le proposte discografiche, eppure la versione fisica del disco è uscita per cinese Pest Productions, il che ha sorpreso un po’ tutti. Come mai la scelta è ricaduta su di loro?

Non ho lavorato molto di marketing per l’album e non ho chiesto a nessuna etichetta più grande (tranne una, che però mi richiedeva fin troppo impegno) se volevano rilasciarlo. Quando Pest Productions mi ha contattato era il partner perfetto. Sono completamente no profit, quindi le loro vendite fisiche finanziano nuove stampe e uscite. I Myrkgrav erano relativamente conosciuti nella loro nicchia, quindi è stato un’ottima aggiunta al loro roster e gli ha permesso di continuare a rilasciare magnifici lavori in formati interessanti. Inoltre, l’album è solo “su licenza”, quindi mi spettano le royalty di streaming e download digitale, mentre Pest si prende le entrate che restano dalle vendite fisiche. Ed è tutto esattamente come lo avrei voluto. In un certo senso ci aiutiamo l’un l’altro. In realtà speriamo che il digipak possa aiutare a finanziare una versione in vinile, anche se le vendite non sono state entusiasmanti e non son sicuro che succederà. E se stai leggendo questa intervista e ancora non possiedi il digipak… sai cosa fare. Sospetto anche che parecchia gente pensi che il progetto Myrkgrav sia più conosciuto di quanto in realtà sia. Non ci sono molte etichette che vogliano rischiare rilasciando l’album di un progetto che è rimasto in silenzio radio fin da un debutto che, per quanto successo abbia avuto, è stato più di dieci anni fa. È una mossa molto rischiosa dal punto di vista finanziario.

L’aspetto visivo del disco è molto importante per te, lo si capisce dal corposo booklet: 20 pagine piene di bellissime illustrazioni, i testi tradotti in inglese e tutto quello che c’è da sapere sulle canzoni. Le illustrazioni, in particolare, mi hanno colpito profondamente: alcune sembrano riprendere lo spirito di Kittelsen per poi ri-adattarlo nelle tue storie, sei d’accordo?

Sono felice che apprezzi il sangue, sudore e lacrime che sono stati versati nelle illustrazioni! La persona che ha fatto l’illustrazione di Vonde Auer (singolo digitale pubblicato nel 2014, ndMF) e che mi ha ritratto in realtà avrebbe dovuto illustrare anche il resto dei testi, ma è scomparsa nel nulla e ho dovuto assumere Eremitt per farle. Non ho rimpianti però, ha fatto un lavoro perfetto. È una specie di punto d’incontro tra lo stile di Kittelsen e quello di Kjell Aukrust, era esattamente quello che cercavo. Aukrust ha illustrato uno dei libri di storia locale che ho usato come fonte d’ispirazione per i testi, ed è (era) anche uno dei più amati illustratori norvegesi, quindi ho cercato di fare quello che potevo per onorare la sua memoria e il suo stile. La copertina (e l’immagine dietro al CD) è un po’ diversa, visto che è vagamente basata su scene reali / dipinti, e mostra le abilità del terzo artista che ho diretto per realizzare l’artwork – che sarebbe Fanny, mia moglie.

Puoi raccontarci la nascita e il lavoro che hai svolto sui testi? Ce ne sono alcuni ai quali sei più legato e dei quali sei particolarmente soddisfatto?

A parte Skjøn Jomfru, che è una ballata medievale, tutti i testi sono basati sulla storia locale e sul folklore della regione norvegese da cui provengo. Selezionare una storia che sia perfetta per l’atmosfera di una certa canzone è sempre stato un elemento essenziale. Personalmente ho un debole per Vonde Auer e Soterudsvarten, per quell’elemento di umorismo vagamente macabro che le distingue. La maggior parte dei testi parlano delle difficoltà della vita di ogni giorno mischiate ad alcuni elementi sovrannaturali. Riflette molto bene il periodo in cui sono basate, una cosa che è sempre stata il mio obiettivo principale. Niente battaglie epiche tra guerrieri leggendari, piuttosto risse tra giovani. Nessun mostro della mitologia, piuttosto persone pronte a mettersi nei guai. È una cosa molto più terra-terra e qualcosa con cui ci si può identificare rispetto a quello che trovi di solito nel genere. È il tipo di contributo che voglio dare a qualcosa che di solito è più “epico”. Un senso di realismo (magico e curioso), invece di farsi le seghe sulle fiabe. [NdR: non è una licenza poetica, ho tradotto letteralmente quello che ha detto]

Sono uno dei 50 possessori del box limitato, ti chiedo perché la scatola è stata fatta in cartone (con un adesivo attaccato sopra) invece di una più bella in legno (sicuramente più costosa, ma di ben altro effetto estetico). Ho molto apprezzato, invece, le due foto nella confezione, mi hanno dato una sensazione di serenità e libertà: è così che ti senti?

Come ho detto prima, Pest Productions è un’etichetta no profit, quindi ci sono limiti riguardo a cosa si può produrre. In realtà sono molto orgoglioso di quello che sono riusciti a fare con la limited edition lavorando con un budget così basso. Certo, i colori delle foto potevano essere più accesi, il box avrebbe potuto avere il logo dei Myrkgrav stampato invece che incollato. Ma alla fine, per me sono riusciti a realizzare un piccolo gioiello. Non ero nemmeno sicuro all’inizio se volevo fare un’edizione limitata così, ma sono riusciti loro a convincermi – loro hanno ascoltato le mie idee e io ho ascoltato le loro; e il prodotto finale è sia un lavoro di compromesso che di amore. Proprio come avrebbe dovuto essere.

Ascoltando la tua musica penso sempre una cosa: i Myrkgrav non hanno raccolto quanto seminato. Parliamoci chiaramente, il debutto Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning (2006) è considerato da molti un capolavoro, ma dopo la release per tanti anni non sono usciti dischi o EP e forse questo ha “ucciso” il nome che eri riuscito a costruirti. Hai forse qualche rimpianto di quel che poteva essere e non è stato?

Non è esattamente corretto che non ci sono stati EP, li ho solo rilasciati indipendentemente visto che non mi interessava tirar dentro etichette e contratti dopo l’esperienza non proprio ottima col primo contratto per il disco. L’eccezione è lo split in vinile Sjuguttmyra/Ferden Går Videre da 7 pollici che ho condiviso coi Voluspaa, che ovviamente è sul mercato solamente in formato fisico. Credo che la differenza principale sia che quando stavo facendo Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning ero giovane e con molta ispirazione e avevo tutto il tempo che volevo per concentrarmi sui Myrkgrav. Ho fatto un sacco di promozione prima di rilasciare l’album, ma tutti gli EP, singoli e qualunque altra cosa che ho prodotto dopo di quello sono stati rilasciati “in silenzio” e senza mettersi a promuoverli molto.

In realtà, quello che ha causato il mio crollo come artista è stata la malattia mentale. Ho sempre combattuto e combatto ancora con ansia e depressione, che nel mio caso uccidono l’ispirazione invece di dargli una spinta. La musica per me ha un’origine molto positiva, ma quando non ho avuto più emozioni positive, non sono più nemmeno stato in grado di fare musica. Uno dei periodi più orribili della mia vita ha coinciso con il periodo dopo il rilascio del primo album, e mi ha reso impossibile continuare con lo stesso entusiasmo e la stessa energia di prima – è questo il motivo del lungo silenzio prima di riuscire a piazzare Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen farvel sugli scaffali.

Ho dei rimorsi? Ovviamente. Ma sono felice di dove mi trovo ora con la mia vita, indipendentemente dai Myrkgrav, e non cambierei per niente al mondo. Non mi sono mai considerato un grande artista, solo un tizio qualunque a cui è capitata tra le mani una formula che funzionava bene. Quindi non mi ha mai causato molto dispiacere che non sono rimasto “famoso”, se proprio vogliamo metterla così. Ho sempre scritto musica per il gusto di farlo. Se poi piaceva anche ad altri, è solo una cosa in più. Myrkgrav non è mai stata una band che aveva intenzione di avere successo, o di avere un grande seguito. È solo l’umile creazione di un singolo individuo a cui piaceva giocare coi generi e comporre musica senza nessuna conoscenza di teoria. Solo un sacco di passione.

Pur essendo i Myrkgrav una band underground, non sono mai mancati attestati di stima e complimenti di ogni genere. Però deve essere stata una gran sorpresa scoprire che una persona in Belgio ha chiamato il proprio figlio Lars in onore della tua musica. Cosa provi quando pensi a situazioni come questa?

L’amore e l’apprezzamento che ho ricevuto dal piccolo ma carico gruppo di seguaci che ho avuto è stato incredibile. Anche se ormai molti sono scesi dal treno dei Myrkgrav, un manipolo di gente entusiasta rimane. Sospetto che sarà soprattutto per loro che Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen avrà un certo peso. Non credo che conquisterò nuovi fan con un album rilasciato così tanti anni dopo il primo.

Per quel che riguarda avere un bambino con il mio nome che non è mio, è stata una cosa che mi ha davvero scaldato il cuore. Non intendo avere figli, visto che io e mia moglie ci siamo dedicati a una vita senza figli. Ma un frammento del mio nome e della mia eredità vivrà in qualcun altro. Pensando che un giorno questo Lars il Belga racconterà la – probabilmente un po’ imbarazzante – storia di come il suo nome gli è stato dato in onore di un oscuro musicista folk metal è insieme sia davvero divertente che un grande, grandissimo onore.

Hai recentemente collaborato con la band Norrsintt, come è nata la cosa e cosa puoi dirci riguardo questo lavoro?

Che sarà un inno folk metal assolutamente epico come non ce ne sono quasi stai finora, questa è la prima cosa che ti posso dire. Non grazie al mio contributo, ma perché la musica è semplicemente incredibile in se stessa. Non avrei partecipato se non ci avessi creduto. Per approfondire, io e Mathias degli Utmarken e dei Norrsinnt siamo in contatto da molto tempo, chiacchieriamo un po’ di tutto. È un tipo fantastico, un mio buon amico, e siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ho menzionato tempo fa che se mai avesse voluto un cantante ospite su qualunque suo progetto a me avrebbe fatto piacere partecipare. La prima volta che mi ha contattato per parlare di una canzone aveva in mano solo qualche riff, ma ho capito subito che sarebbe stato qualcosa di incredibile. Normalmente avrei rifiutato, perché ormai oggi non ho più nemmeno uno spazio per registrare. Viviamo in un minuscolo appartamento in un condominio pieno di vicini, e ho deciso allora di andare dai miei suoceri e tirar su uno studio di registrazione improvvisato nel vecchio ufficio del padre di mia moglie, e ho registrato la voce in un fine settimana la scorsa estate. È stato davvero divertente lavorare a un progetto in cui non sono il capo e dovevo solo fare la mia parte. Molto meno stressante di essere il responsabile di tutto quello che succede, che è quello che è sempre stata la situazione con i Myrkgrav.

Segui ancora la scena folk metal e le nuove band oppure hai perso interesse verso queste sonorità? Cosa ascolti ultimamente e ti va di consigliare un disco (di qualunque genere) che ami particolarmente?

No, non seguo più nessun genere ormai. Suppongo che sia un po’ strano che un musicista non ascolti molta musica, ma per me è più piacevole ascoltare il silenzio e mantenere un po’ di quiete attorno a me. Ovviamente ci sono gruppi che ascolto regolarmente, anche se non seguo la loro carriera con attenzione. Gente come Leprous, Dunderbeist, Horisont e The Tallest Man On Earth. Band e artisti molto diversi tra loro. Il comune denominatore è che secondo me la loro musica è molto onesta e viene dritta dal cuore, senza tanti trucchi. Ho un debole per queste cose.

Ho letto con grande curiosità e interesse di come ti sei appassionato alla produzione delle scarpe. Ti va di raccontarlo ai lettori di Mister Folk?

Assolutamente. Per molto tempo mi sono chiesto come sarebbe stato farsi un paio di scarpe da solo. Il mio bis-bisnonno era un ciabattino e calzolaio nel villaggio da cui provengo, il suo nome era Karl Johan Østmo. Qualche estate fa, mentre ero a casa in vacanza, ho trovato un po’ di suoi vecchi attrezzi in quello che era stato il suo laboratorio. È stata la scintilla che ha acceso la fiamma della produzione di scarpe e scarponi tradizionali. Ho imparato da autodidatta, nello stesso modo in cui ho imparato a far musica, ma ora che lo sto facendo da qualche anno sono riuscito a imparare un sacco e ho una certa reputazione nella piccola nicchia delle scarpe di alta qualità. Come con tutto quello che faccio, seguire le tradizioni e i costumi locali è una cosa che mi porta molta soddisfazione. Ovviamente, quindi, ho chiamato la mia compagnia Østmo Bootmaker in onore del mio bis-bisnonno e ho creato scarpe e stivali che si basano su pezzi vintage scandinavi. A differenza della musica, però, fare scarpe mi dà da vivere con un ritmo e un dispendio di energie che non mi stressa troppo. Presto io e mia moglie torneremo in Norvegia, e potrò avere un laboratorio ancora più grande della camera da letto del nostro appartamento, ahah! Il futuro è eccitante! Se qualcuno fosse interessato a seguire il mio viaggio nel mondo del calzolame può seguirmi su Instagram.

Cosa fa Lars Jensen ora che ha messo da parte gli strumenti musicali (oltre a produrre scarpe)? Che tipo di musica ti piace ascoltare?

A essere onesto, quasi nulla. Sono un’amante della calma e del silenzio e prendo le cose col ritmo che preferisco. Ho studiato folklore ed etnologia all’università Åbo Akademi di Turku, in Finlandia, negli scorsi quattro anni. Però il carico di lavoro era davvero troppo e stava iniziando a causarmi problemi di salute, quindi ho deciso di interrompere gli studi finché non mi sentirò meglio. L’unica cosa che mi manca è scrivere la tesi e finire qualche esame, e poi ho concluso. Ma probabilmente ci vorranno altri nove anni – proprio nello stesso modo in cui è finita coi Myrkgrav. 😉

Lars, ti ringrazio per la disponibilità e per la bellissima musica che lasci alla storia. Vuoi salutare i tuoi fan italiani?

Grazie per avermi ospitato, è sempre un piacere partecipare a un’intervista con qualcuno che sa il fatto suo e fa domande rilevanti! Non credo che sia giunto il momento di un addio, però. Solo un… arrivederci! Che sia coi Myrkgrav o con qualcosa di completamente nuovo, il futuro è una porta aperta.

ENGLISH VERSION:

You’re probably tired of talking about it, but this is for all our readers that missed your statements: what are the reasons that pushed you to end Myrkgrav?

It’s pretty simple. I have just moved on in life – in all fairness that happened many years ago already. I’m just not feeling it anymore and trying to compose music just became frustrating and a burden rather than something enjoyable and meaningful. I’m one of those people who tend to jump from interest to interest with a few years in-between, and I actually knew a long time ago that Myrkgrav was done way before the Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen album was ever finished. Which is also why it took nine years to finish it. For now I am done with music, although I hope to return in some form or another when I feel that calling. Just like my uncle, who quit at the height of his career and then took it back up in his late 40s and 50s and is going stronger than ever now.

The title of your latest album is pretty explicit: what were the feelings you had while recording it and how do you feel now, one year after its release?

One word: Frustration with a capital F. Most of the music was already composed and recorded by 2009, but I could not for the life of me get vocals arranged for most of the tracks. I had help from several friends and colleagues, but was still not happy with how the vocal arrangements turned out. So I decided to say “fuck it” and release the album with several instrumentals that were never intended to be instrumentals. The unfinished album hung over me like some ghost of the past for so many years, and it was such a relief to finally release it – even if it wasn’t in the form (or even with the title) I had planned.

I still feel pretty good about it. Many of the songs hold their own, whether it be the instrumentals or the other songs. I also love how the artwork turned out, which each and every lyric illustrated with hand-drawn illustrations. It’s an album that will fly under the radar of a lot of people, but I don’t care. Those who find it and like it are part of a small special club, haha.

I’ve noticed a particular detail: the digital and physical release of Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen are separated by about one year. Why so long, since the album was already there?

There are two reasons for this. The main one being that I only had the front cover artwork ready by the time the album was released digitally and no real plans to have it pressed at that point. The physical (and Bandcamp digital download) versions are “complete” in the sense that you get the full package with all the artwork, bells and whistles. That way people can easily stream the album for pure convenience while they still look through the booklet and such from the digipak or Bandcamp versions while they listen. The second reason is that it took a long time to have the digipak and limited box edition printed. There were several delays from the factory, which lead to it being out later than expected.

I don’t suppose there was a lack of interest by labels for Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen, and yet you decided to publish it with the Chinese Pest Productions, something that came as a surprise to almost everyone. Why did you go with them?

I didn’t market the new album much and didn’t ask any bigger labels (except one that wanted way too much of me) if they wanted to release it. When Pest Productions contacted me it was a perfect match. They operate completely non-profit, so all their physical sales fund new releases and pressings. Myrkgrav being relatively well-known in its small niche was a nice addition to their roster so they could continue to do great releases in interesting formats. The Myrkgrav release is also only “licensed”, so I get the royalties from streaming and digital downloads for myself, while Pest gets the remaining cash from physical sales. I wouldn’t have it any other way. We both help each other in a way. Actually we hope the digipak release will help fund a vinyl version of the album, although sales haven’t been that great and I’m not sure if it’ll happen. If you’re reading this and not yet own the digipak… you know what to do.

I also suspect many people think Myrkgrav is more famous than it actually is. Not a lot of labels want to risk releasing the album of a project that has maintained relative radio silence since a successful debut more than 10 years ago. It’s a risky business move.

It’s evident that the aesthetic side of the album is very relevant to you, as we can tell from the hefty booklet: 20 pages full of wonderful artworks, lyrics translated to English and everything one needs to know about the songs. The artworks in particular are particularly striking: some take Kittelsen’s spirit and re-adapt it to your stories, would you agree?

I am happy you appreciate the blood, sweat and tears put into the artwork! The person who did the Vonde Auer illustration as well as the drawing of me was actually supposed to illustrate the other lyrics as well, but he dropped off the face of the earth and I had to hire Eremitt to do them instead. No regrets though, they nailed it. It’s sort of a fusion between Kittelsen and Kjell Aukrust’s styles, which is exactly what I was going for. Aukrust illustrated one of the local history books I’ve used for inspiration for many lyrics and he is (was) also one of the more loved and cherished Norwegian illustrators, so I wanted to do what I could to honor his memory and style. The front cover (and the panel behind the CD) is a little different as it is loosely based on real scenes/paintings, and features the third artist I used to create the artwork – namely my wife Fanny.

Can you tell us about your work on the lyrics and how they were born? Do you feel a stronger bond with any of them, or is there anything you feel particularly proud of?

The lyrics are all (except Skjøn Jomfru which is a medieval ballad) based on local history and folklore from my home region in Norway. Selecting a story that fits the atmosphere of a particular song has always been a key element. I am partial to Vonde Auer and Soterudsvarten myself, as they have that slightly morbid humor working for them. Most of the lyrics deal with everyday hardship mixed with some supernatural elements. This reflects the time period they stem from pretty well, which has always been my main goal. No epic battles between warriors – rather quarrels between youngsters. No mythical monsters – rather people who are up to no good. It’s more down to earth and relatable than what you typically find in this genre. That is my contribution to a genre that is usually more “epic”. A sense of (curious and mystical) realism rather than pure fairy tale wanking.

I’m one of the 50 owners of the limited edition boxes, so I’m compelled to ask: why is the box made of cardboard rather than wood, which is more expensive but undeniably more aesthetically attractive? I appreciated a lot the two pictures included, they gave a feeling of calmness and freedom; is this how you feel?

Like I mentioned earlier, Pest Productions is a non-profit label, and so there are limits as to what is possible to release. I’m actually very proud of what they managed to make of he limited edition box on a low budget. Sure, the colors on the post cards could have been more vivid, the box could have had the Myrkgrav shield printed on it instead of using a sticker. But all in all, it’s a very cool little package they managed to put together. I wasn’t even sure at first if I wanted to do a limited release like that, but they talked me into it – they listened to my ideas and I listened to theirs: and the end product is a work of both compromise and love. Just the way it’s supposed to be.

The main thing I think about when I listen to your music is that Myrkgrav didn’t reap what they sowed. Let’s be frank: Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning, your debut, is considered by many to be a masterpiece, but after that release there weren’t any more albums or EPs, and perhaps that “killed” the fame you managed to attain. Do you have any regret for what it could have all been?

While it isn’t completely true that there were no more EPs, they were released independently since I wasn’t interested in involving labels and contracts anymore after the suboptimal experience with my first record deal. The exception is the Sjuguttmyra/Ferden Går Videre 7” vinyl split with Voluspaa, which obviously made its way to the market in physical format. I think the main difference is that while I was making Trollskau, Skrømt og Kølabrenning, I was young and inspired and had all the time in the world to focus on Myrkgrav. I did a lot of promotion before the album was released, but the following EPs, singles and such have been “silent” releases that haven’t been heavily promoted.

What really triggered my downfall as an artist was mental illness. I have always had and continue to struggle with anxiety and depression, which for me blocks inspiration rather than breeds it. Music comes from a good place for me, but when there’s not a lot of good feelings, I can’t make any music either. One of the worst periods in my life coincided with the period after the debut album was released, and made it impossible to go on with the same enthusiasm and tempo as before – hence the long silence before Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen finally hit the shelves.

Do I have regrets? Sure. But I am happy with where I am in life now, Myrkgrav or no Myrkgrav, and I ultimately wouldn’t have it any other way. I have never considered myself much of an artist. Just a regular bloke who happened to stumble upon a formula that worked. So it hasn’t caused me all that much grief that I didn’t stay “famous”, so to speak. I’ve always written music for my own pleasure. If others happen to like it as well, that’s just a bonus. Myrkgrav was never a band that was meant to have a big following or become successful. It’s just the humble creations of a single individual who liked to fiddle around with genres and compose music without any theoretical knowledge of anything. Just a lot of love.

Even though Myrkgrav are considered to be an underground band, there’s been a lot of love and appreciation – but it surely must have come as a surprise to hear that someone in Belgium named their son Lars, in honor of your music. How do you feel about this kind of situations?

The love and appreciation from the small, dedicated fanbase has been incredible. When many have forgotten and fallen off the Myrkgrav train, a few enthusiasts have remained. It is mainly for them I suspect the Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen album will carry any weight. I don’t think I will conquer any new ground with the album since it was released so many years after the debut.

In regards to having a child named after me that is not my own, that brought a great deal of warmth to my heart. I will not have children myself, as me and my wife have committed ourselves to a childfree life. Yet a small part of my name and heritage will live on in someone else. Thinking of the fact that this Belgian Lars will someday tell – what is for him the probably slightly embarrassing – story of how he was named after an obscure folk metal musician, is just too funny and at the same time a great honor.

Recently you collaborated with Norrsintt, how did that come to happen and what can you tell us about it?

It is going to be an absolutely epic folk metal anthem the likes of which has rarely been heard before, that is the first thing I can tell you about that. Not because of my contribution, but because the tune is just incredible in itself. I wouldn’t have participated had I not believed in it. To explain further, Mathias of Utmarken and Norrsinnt and I had been talking for a while about everything and anything. He’s just a great dude, a good friend and we are on the same wavelength. I had mentioned a while back that if he ever wanted some guest vocals on any project he might be working on, I’d be happy to take part. When he first approached me about the song it was just a few riffs, but I heard right away that it was going to be amazing. Normally I would decline because I don’t have a recording space these days. We live in a tiny apartment in an apartment complex with neighbors all around, but I travelled up to the inlaws and set up an improvised vocal recording studio in my fiancé’s dad’s old office and got the vocals recorded over a weekend last summer. It was great fun to be working with something where I am not the boss of everything and I could just play my part. Much less stressful than being in charge of absolutely everything, which is what the Myrkgrav situation has always been.

Do you keep up with the folk metal scene and all the new bands, or are you over this kind of sound by now? What do you usually listen to, do you have any recommendation (from any genre)?

No, I don’t really keep up with music in any genre anymore. I suppose it’s a little weird that a musician doesn’t listen to a lot of music at all, but I just find more pleasure in listening to the silence and keeping my surroundings calm. There are of course some bands that I listen to regularly even if I don’t religiously keep track of their new releases. A few examples are Leprous, Dunderbeist, Horisont and The Tallest Man on Earth. All very different types of bands and artists. The common denominator is that I feel like their music is very honest and comes straight from the heart without a lot of gimmicks. I’m a sucker for that type of thing.

I read with great curiosity how you got into shoemaking. Can you tell our readers about that?

Yes indeed. For the longest time I had wondered what it would be like to make a pair of shoes for myself. My great-great-grandfather was a cobbler and shoemaker in my home village, his name was Karl Johan Østmo. A few summers ago when I was home on vacation, I found a bunch of his old tools in what used to be his workshop. That was the spark that lit the flame for me to being getting into traditional, handmade boots and shoes. I am completely self-taught in the same way I am with music, but now that I’ve been doing it for a couple of years I have managed to learn a lot and make a name for myself in the small niche that is high quality footwear. As it is with all things I do, I take great pleasure in following local tradition and heritage. So of course I had to name my company Østmo Bootmaker to honor my great-great-grandfather as well as do shoe and boot patterns that are based on vintage pieces from Scandinavia. Unlike music, I can actually make a living off of shoemaking while keeping it at a tempo and level that doesn’t stress me out too much. Soon my wife and me are moving back to Norway and I will be able to set up a bigger workshop than what there is space for in the bedroom of our apartment, haha. The future holds much excitement! Anyone interested can follow my bootmaking journey on my Instagram account.

What’s Lars Jensen up to now that he’s put music aside – except for shoes? What kind of music does he listen to?

To be honest: not all that much. I am a lover of peace and quiet and take things at my own pace. I studied folklore and ethnology at Åbo Akademi University in Turku, Finland for the past four years. However, the workload was too heavy and it took its toll on my health, so I decided to put the studies on hold indefinitely until I am doing better. All that remains is writing my bachelor’s thesis as well as taking a few missing courses and I’ll be done. But it probably won’t happen in another nine years – exactly the same way Myrkgrav ended 😉

Lars, thank you so much for your availability and for the wonderful music you gave us. Want to say goodbye to your Italian fans?

Thank you for having me, always a pleasure answering an interview from someone who has obviously done their research and asks relevant questions! I don’t think it’s time to say goodbye. Just…see you later! Whether it be with Myrkgrav or something else entirely, the future is always wide open.