Intervista: Corte Di Lunas

Meno di un anno fa i friulani Corte Di Lunas erano ospiti di queste pagine per raccontare il ritorno sulle scene grazie all’EP The Journey dopo un periodo non semplice che ha portato molti cambiamenti in seno alla band. Il tempo di incidere il nuovo album Tales From The Brave Lands ed ecco nuovamente i talentuosi musicisti a parlare di musica, di leggende locali e di posti da visitare quando si potrà tornare a viaggiare per il piacere di farlo. Un consiglio: leggete con gusto questa intervista, Giordana e soci non si sono certo risparmiati per rispondere alle domande!

Anno nuovo e disco nuovo: com’è tornare a incidere un album dopo diversi anni?

Un lungo, lunghissimo percorso, al quale ancora stentiamo a credere di essere riusciti ad arrivare in fondo! Scherzi a parte, come sai il tempo trascorso fra i due album è stato per noi particolarmente sofferto, la ricerca di una nuova formazione e una nuova stabilità ha richiesto quasi due anni per realizzarsi. Le difficoltà sono state tante, non lo neghiamo, ma essere arrivati fin qui nonostante tutto ed essere riusciti a pubblicare il nostro quinto lavoro in studio è motivo di grande orgoglio per noi. Dopo tutto il trascorso sapevamo che prima di cimentarci nella realizzazione di un nuovo album avremmo dovuto lavorare a tutto tondo con la nuova formazione. Uno dei motivi che ha portato alla realizzazione di The Journey è stata proprio la necessità di ricercare una nuova intesa musicale. Detto fatto, a distanza di meno di un anno dall’uscita dell’EP siamo riusciti a pubblicare il nuovo album, e non potete immaginare la soddisfazione. Quello passato è stato l’anno più impegnativo in assoluto nella storia della band e ad oggi, purtroppo, la strada non sembra in discesa per il periodo avvenire: come per molte altre band, molte delle date già confermate per la promozione dell’album sono state annullate. Ma nonostante tutto non siamo rimasti con le mani in mano, e, mentre prendiamo una breve deviazione dal cammino, la priorità è comunque quella di costruire per il futuro.

L’EP The Journey ha fatto girare nuovamente il vostro nome dopo un po’ di silenzio e soprattutto ha permesso alla nuova formazione di fare squadra. Credo che se avete inciso un disco bello come Tales From The Brave Lands è anche grazie a l’affiatamento che avete raggiunto. È così?

Certamente, l’esperienza compositiva e di registrazione dell’EP ci ha permesso di maturare un nuovo sound. Il 2019 è stato per noi un anno di grande produttività, e The Journey in particolare ha portato la band a lavorare come un team sotto ogni punto di vista. Non saremmo mai riusciti a pubblicare un album in così poco tempo se non ci fosse stata intesa e gran impegno da parte di tutti. La differenza di sound tra The Journey e Tales From The Brave Lands ne è la prova. L’EP è stato il modo migliore di conoscere i punti di forza della nuova formazione e valorizzarli nella realizzazione dell’album.

Come sono nate le canzoni dell’album? C’è un particolare modo di comporre oppure seguite tutti l’istinto?

Come saprai il disco è una raccolta di storie della nostra terra. Il concept lo avevamo ben chiaro da anni, tanto che due dei brani che abbiamo inserito nell’album erano già stati scritti prima del cambio di formazione. Nella ricerca narrativa e nella scrittura dei testi c’è stata molta partecipazione da parte di ognuno di noi: abbiamo approfondito e scelto con cura le leggende che volevamo narrare, mettendoci nei panni dei nostri personaggi. Per la composizione, in generale, non abbiamo un metodo sistematico, dipende molto dal brano e dalle idee che ne scaturiscono: di alcuni brani è stato prima scritto il testo, di altri invece la melodia, nata da ciò che la leggenda ci ispirava. In fase di arrangiamento poi il pezzo viene modellato e limato affinché il sound resti omogeneo. Una cosa di cui andiamo fieri è che, partecipando attivamente tutti e sette al processo creativo, ognuno ha portato un pezzo della propria personalità e delle proprie influenze musicali all’interno del disco: questo ha contribuito a dare freschezza e varietà ai pezzi.

In The Devil’s Bridge è ospite Lorenzo Marchesi, vi chiedo quindi come è nata la collaborazione e se all’interno della band ci sono dei fan dei Folkstone. (lo chiedo perché nella scorsa intervista avete menzionato altri gruppi come Eluveitie, Mago De Oz, Elvenking, Korpiklaani e Finntroll)

Ovviamente lo siamo tutti! Sono una grande fonte di ispirazione e, all’annuncio dello scioglimento, ci si è spezzato il cuore. Non credo smetteremo mai di ringraziarli per il contributo e la spinta che hanno dato alla scena folk italiana. Quando è stato composto il brano, abbiamo da subito voluto inserire una voce maschile che interpretasse il Diavolo, fondamentale ai fini della narrazione. Ci abbiamo riflettuto a lungo, e, dopo diverse settimane, proprio ascoltando Diario Di Un Ultimo, ci siamo detti che la voce di Lore sarebbe stata perfetta! Perciò abbiamo pazientemente aspettato la loro data qui in Friuli e semplicemente glielo abbiamo proposto a fine concerto. Così è nata la nostra fantastica collaborazione, e davvero non potevamo chiedere di meglio!

Orcolatè anche una canzone dei Kanseil e ovviamente parla della stessa storia. Volete raccontare ai lettori come nasce la leggenda? Conoscete la versione della band veneta?

Certo, la conosciamo e i Kanseil sono nostri amici. Apprezziamo molto i loro lavori, e per alcune cose ci siamo ispirati a loro! Orcolat parla del tremendo terremoto del 1976, che uccise un migliaio di persone e distrusse un intero paese: è un tema molto sentito, sia qui che in Veneto. Per noi era molto importante inserirlo nel progetto, e abbiamo cercato di dare una chiave di lettura diversa per poter alleggerire un tema di per sé molto angosciante, in modo da non urtare la sensibilità di nessuno. Questa leggenda è stata inventata dal popolo friulano subito dopo l’accaduto, e da lì tramandata. Racconta dell’Orcolat, l’“Orcaccio”, innamorato follemente della bella Amariana, che tuttavia  non ricambiava il suo amore, ma, anzi, ne era terrorizzata. Per sfuggire all’ossessione dell’Orco chiese aiuto ad una fata, che la trasformò nella montagna oggi conosciuta come Monte Amariana, per l’appunto. Quando lui lo scoprì impazzì dal dolore e giurò che mai più l’avrebbe lasciata riposare: le urla strazianti del mostro riecheggiarono nella valle, fino a causare quello che poi è stato il peggior terremoto di sempre per la gente del posto. Una storia molto triste, che speriamo serva a non dimenticare mai ciò che il Friuli affrontò, sempre a testa alta.

Avete inciso nuovamente Eolo, canzone già presente in The Journey, e non sembrano esserci grandi differenze tre le due versioni. Perché lo avete fatto? Forse perché a livello lirico era un pezzo perfetto per il disco (e musicalmente una bella composizione)?

Eolo è nata proprio per far parte di questo concept, narrando essa la leggenda della nascita di Trieste. Abbiamo deciso di dare un assaggio di ciò che sarebbe stato questo progetto inserendola nell’EP, ma non potevamo assolutamente escluderla dall’album. L’abbiamo interamente ri-registrata, con un nuovo suono di ghironda, nuove scelte a livello di arrangiamento all’inizio, e, a livello generale, un taglio decisamente più rock rispetto alla versione di The Journey.

Scjaraçule Maraçule è un canto del Friuli Venezia Giulia per invocare la pioggia, la musica è un pezzo di storia friulana che risale al tardo medioevo e per il testo vi siete rifatti a quello del poeta del ‘900 Zannier. In poco più di tre minuti avere riunito storia, poesia e tradizioni ri-arrangiando il tutto con gusto e personalità, cosa non facile soprattutto se si ha a che fare con Branduardi e la sua Ballo In Fa Diesis Minore. Eravate in un certo senso “intimoriti” dall’inevitabile confronto?

Il confronto era certamente inevitabile. Questo tuttavia non ci ha inibito, e abbiamo fortemente voluto includere questo pezzo così importante della nostra tradizione. Abbiamo cercato più versioni e di diversi artisti (cogliendo l’occasione per ascoltare lo stesso Branduardi a ripetizione), e poi abbiamo lavorato sodo per renderla unica e “nostra”. Sfruttando quindi cori polifonici e quella vena prog che ogni tanto fa capolino nei nostri pezzi, abbiamo creato la nostra versione di questo brano. Siamo davvero orgogliosi di poterlo portare al di fuori della nostra terra natìa!

La chiusura è affidata a Rosander, composizione da oltre sette minuti e con una parte piuttosto robusta e rock, con cori e un assolo di chitarra, tutto piuttosto diverso dal resto del materiale, anche se tutto suona 100% Corte Di Lunas. Come è nata la canzone e mentre la stavate realizzando vi siete resi conto che era un po’ diversa dalle altre?

Rosander è stata concepita fin da subito come suite di chiusura di questo progetto. È la storia di una principessa ribelle che, dopo anni di fiera solitudine, trovò l’amore. Dopo la promessa di eterno amore, il suo principe fu tuttavia costretto a salpare per mare. Il mare è però una creatura volubile, e sorprese il giovane con una violenta burrasca, che ne affondò la nave. Le lacrime di dolore della principessa divennero un torrente, ed ella divenne roccia, dando così vita alla Val Rosandra. La storia ci ha talmente intrigato che abbiamo deciso di dare al pezzo una dimensione teatrale. Ci siamo immedesimati in questo meraviglioso personaggio e abbiamo cercato di metterne in musica le speranze, l’angoscia, la rabbia ed infine il dolore, in tre atti, quasi come fosse un musical. Amiamo molto giocare con gli stili e questo pezzo ci ha dato una grandissima opportunità in tal senso. Nata inizialmente da un’idea piano e voce della nostra flautista (Mary), abbiamo poi rielaborato questo brano racchiudendo tutti gli elementi presenti nelle dieci tracce precedenti: melodie meste e riff incalzanti, cambi di tempo, suoni ambientali e recitati. Il tutto è impreziosito dall’arpa di Lucia Stone, che ringraziamo ancora una volta per aver preso parte a questo progetto!

La copertina con la mappa del Friuli Venezia Giulia ricorda per colore e stile quella classica de Il Signore Degli Anelli. Una scelta voluta oppure si tratta di un caso?

È stata decisamente una scelta. Amiamo Tolkien e il mondo che è riuscito a creare, per noi è un pilastro! Quelle narrate in Tales From the Brave Lands sono leggende, perciò ci è parso naturale associarci al mondo del fantasy, consapevoli che anche molti dei nostri fan sono amanti del genere. Ogni miniatura presente sulla mappa rappresenta un brano: il folletto è uno Sbilf (che si dice essere presente nelle foreste dell’alto Friuli, e che rimanda appunto a The Last Of Sbilfs), le tre ragazze che danzano sono coloro che invocano la pioggia in Scjaraçule Maraçulee così via. Un grazie immenso va a l’illustratrice Giulia Nasini, che ha fatto un lavoro splendido, combinando le nostre idee alle sue con grande sensibilità! All’interno del booklet troverete anche le magnifiche foto di Ermes Buttolo, dove potrete vederci nei panni dei protagonisti delle nostre storie.

Nuovo disco e nuovo videoclip, questa volta la scelta è caduta su Vida. Il video è spettacolare e credo che la storia meriti di essere raccontata…

Molto volentieri! La leggenda narra della regina Vida che, fiera e benevola, regnava sulle valli del Natisone. In una giornata come tante, però, il quieto vivere del suo popolo fu incrinato dalla terribile notizia portata da un messaggero: gli Unni stavano arrivando. Fu così che la regina, con il sangue freddo che la distingueva, prese la decisione di abbandonare villaggio e castello e di rifugiarsi assieme al suo popolo nella Grotta di San Giovanni d’Antro (ed è proprio in questa grotta, situata vicino a Cividale del Friuli, che sono state girate le riprese del nostro videoclip). Vi giunsero attraverso un passaggio conosciuto solo da pochi e portandosi appresso viveri e tutto l’occorrente per sopravvivere il più a lungo possibile. Gli Unni non tardarono ad arrivare ma trovarono il villaggio deserto; allora scoprirono la grotta, ma, non potendola raggiungere, decisero di attendere che il popolo morisse di fame. Dopo diverso tempo, quando le provviste stavano per finire, la regina decise di prendere l’ultimo sacco di frumento rimasto e di rovesciarlo, dall’alto della grotta, ai piedi di Attila, affermando di averne tanti altri quanto i chicchi in esso contenuti. Il tiranno, ingannato dall’astuzia di Vida, decise di abbandonare il villaggio e così il popolo fu salvo.

Domanda difficile: dovendo scegliere una sola canzone per far conoscere i Corte Di Lunas e il Friuli Venezia Giulia, quale scegliereste e perché?

Domanda difficile, è vero, ma direi che probabilmente è proprio Vida che ben si presta ad entrambi gli scopi. Certo è riduttivo pensare di far conoscere il Friuli tramite una singola leggenda, ma la regina Vida riveste molto bene lo spirito “brave” che contraddistingue il popolo friulano, gente coraggiosa, onesta e orgogliosa. Musicalmente parlando, poi, sentiamo questo brano molto nostro per la sua vena rock capace di smuovere e dare energia: se dovessimo introdurre qualcuno alla nostra musica questa sarebbe una buona scelta da cui partire (non a caso abbiamo scelto proprio questo pezzo come primo singolo estratto dall’album!).

Alcuni titoli sono in italiano ma poi i testi soprattutto in inglese. Da un disco che parla di leggende di una terra precisa e con una copertina che è una mappa mi aspettavo molto di più nella nostra lingua o in dialetto friulano. Questa scelta è dovuta alla volontà di essere accessibili a più persone possibili e quindi far arrivare le storie del Friuli oltre confine?

Esatto, abbiamo pensato fosse una buona cosa rendere comprensibile ai più le nostre storie. Prendiamo come esempio La Dama Bianca: è una leggenda famosa e presente in molti luoghi d’Europa e prevalentemente conosciuta come The White Lady. Volevamo che la nostra fosse riconoscibile, che rappresentasse la versione italiana della storia, senza però sacrificare l’accessibilità a chi non viene dalla nostra terra. In alcuni brani abbiamo tuttavia scelto di utilizzare il nostro dialetto. Tiare (“Terra”) è un’invocazione agli spiriti dei nostri antenati, affinché scendano sulla nostra terra per raccontarci queste leggende perse nel tempo. E quale mezzo migliore per raggiungere le anime antiche delle nostre terre se non la lingua della nostra tradizione? Unitamente ad un’impronta musicale più pagan, crediamo il friulano si sia ben prestato a ricreare una dimensione rituale e viscerale. L’altro pezzo in friulano è il già citato Scjaraçule Maraçule, pietra miliare della cultura friulana.

Il 2020 è iniziato nei peggiori dei modi e di conseguenza non potete, per ora, supportare la pubblicazione di Tales From The Brave Lands con delle date live. Dato l’obbligo di stare in casa, ne state approfittando per creare nuova musica, oppure non è il momento buono visto quello che accade fuori la porta di casa?

È sempre un buon momento per comporre qualcosa di nuovo! Alcuni di noi hanno già avuto delle idee e stiamo già pensando al futuro, a cosa ci sarà dopo Tales From The Brave Lands. Possiamo assicurarvi che non rimarremo fermi molto a lungo. Dato il momento, però, ci stiamo dedicando prevalentemente alla creazione di contenuti, per promuovere l’album e la band. Ci piacerebbe riuscire a mantenere alto il morale, sia il nostro che quello degli amici che ci seguono, cercando di essere presenti e coinvolgendoli il più possibile!

Siamo nel post pandemia e si può girare liberamente, quali luoghi consigliereste a un turista per conoscere e godere della vostra regione?

In Friuli si può trovare di tutto! La nostra regione offre scenari di ogni tipo: si possono ascoltare le onde del mare infrangersi sulle rocce di Trieste, città storica e meravigliosa, in cui si erge il Castello di Miramare. Salendo un po’ non possiamo tralasciare Redipuglia, dove c’è la possibilità di visitare il conosciuto sacrario dedicato alle vittime della Prima Guerra Mondiale o Aquileia con i suoi numerosi resti romani. Non troppo distante si trova Palmanova, la famosa città stellata patrimonio dell’Unesco! Un altro passaggio obbligatorio sicuramente è quello al Castello di Udine. Non possiamo, inoltre, non citare la bellissima Cividale del Friuli (in cui è ambientata la leggenda del Ponte del Diavolo – la nostra The Devil’s Bridge!), che offre innumerevoli sorprese. E San Daniele? L’importante è che non ve ne andiate senza assaggiare i diversi vini regionali, altrimenti verrebbe presa come un’offesa! Qui abbiamo parlato solo di alcune delle meritevoli mete del Friuli. Insomma, potremmo parlarne per ore. Noi friulani siamo un popolo orgoglioso e fiero di vivere in una regione così ricca di storia e di cultura.

È sempre un piacere ascoltare la vostra musica e avere modo di scambiare due parole: speriamo di riuscire a conoscerci a Montelago! Oltre al classico #stateacasa cosa volete aggiungere per terminare l’intervista?

In effetti, ci sarebbe una cosa che ci terremmo ad aggiungere: #staybrave, folks! A inizio marzo, in un momento in cui i social media erano inondati di tensione, paura e rabbia, abbiamo infatti dato vita allo “#staybrave Project”, che mira a diffondere messaggi di coraggio e speranza. Abbiamo chiesto ai nostri “Brave Folks” di inviarci del materiale musicale, video o anche immagini, disegni, poesie… qualsiasi cosa li facesse sentire impavidi in questo periodo buio. Tutto ciò che ci viene mandato lo condividiamo sulla nostra pagina Facebook e sul nostro profilo Instagram, come fossimo un grande esercito di guerrieri a distanza! Due sere a settimana inoltre teniamo le “Chiacchiere a Corte”, un format in diretta Facebook, in cui chiacchieriamo con ogni volta un ospite diverso dalla scena folk italiana. Oramai siamo arrivati quasi alla ventesima puntata! È un’occasione per stringere amicizie e legami, tenere compagnia alle persone a casa, ma anche diffondere la cultura folk. Presto inoltre annunceremo delle altre importanti novità, relative a come ci terremo attivi nel prossimo futuro, in cui (probabilmente) non si potrà suonare live ancora per un po’. Non ci rimane che ringraziarti per le tue domande e il tuo tempo. Speriamo che questo periodo passi in fretta e che si possa presto incontrare, magari davanti ad una bella pinta di birra!

Corte Di Lunas e Folkstone!

Intervista: Emian

Le interviste sono ghiotte occasioni che i musicisti dovrebbero utilizzare per far conoscere meglio il proprio lavoro, raccontando storie, aneddoti e vicende che possono interessare il fan e il lettore che è un potenziale ascoltatore. Purtroppo spesso l’intervista viene vista come una scocciatura da sbrigare con poche frasi di circostanza, ma fortunatamente ci sono ancora musicisti che hanno voglia di raccontarsi e far conoscere la propria arte anche attraverso le parole. E così, dopo il buon Dan Capp del progetto acustico Wolcensmen, tocca ad Anna degli Emian prendere parola e guidarci “all’ascolto guidato” di Egeria, terzo disco della formazione campana.

Ciao Anna e benvenuta su Mister Folk! Prima di iniziare a parlare del nuovo Egeria ti chiedo di fare un piccolo riassunto della carriera degli Emian in modo da dare ai lettori qualche informazione sulla vostra storia.

Ciao Mister Folk, grazie per averci voluto ospiti nel tuo spazio! La storia degli Emian inizia probabilmente a nostra insaputa quando, in un soleggiato giorno di febbraio (precisamente il 24) il Destino fa incrociare per la prima volta i nostri sguardi a Casa Cuma, una comune di artisti nell’hinterland napoletano dove io all’epoca vivevo. Dopo qualche mese sarebbe iniziata la nostra storia d’amore. Scoprendo di avere in comune l’interesse verso le sonorità del Nord Europa e le antiche culture pagane, avremmo iniziato anche a suonare insieme tant’è che il 21 Dicembre 2011 decidiamo di creare il progetto Emian. Nel 2013 decidiamo di realizzare il nostro primo album indipendente AcquaTerra, dedicato interamente alla musica delle aree celtiche, pubblicando inoltre due video ufficiali: Mother’s Breath e The Last Kings March (presenti sul nostro canale YouTube). A registrazioni quasi ultimate dell’album, entra a far parte del progetto Danilo, conosciuto durante un live al quale era venuto per ascoltarci. Nel 2014 la formazione si amplia ulteriormente con l’ingresso di Martino, amico di vecchia data di Danilo. Con questo nuovo assetto, nel 2016 realizziamo il secondo album Khymeia, coprodotto e registrato dall’etichetta indipendente I Make Records di Francesco Tedesco e distribuito da Family Affair. Nel 2019 pubblichiamo il terzo album Egeria, coprodotto e registrato dall’etichetta indipendente LABEL XXXV presso Studio XXXV di Nicola Pellegrino e Giovanni Paglioli, ed il terzo videoclip ufficiale La Casa Dell’Orco, con regia dei fratelli Pisapia (Roberto e Giulian).In questi lunghi anni di intensa attività musicale su territorio nazionale ed internazionale, abbiamo collezionato una gran mole di concerti ottenendo anche due importanti riconoscimenti: nel 2013 il premio “Miglior Artista Accreditato” della XXVI edizione del Ferrara Buskers Festival, nel 2015 vincendo la prima edizione dell’European Celtic Contest, tenutosi durante il Montelago Celtic Festival. Abbiamo preso parte ad alcuni importanti festival europei: Festival Mediaval (Selb, Germania), Castlefest e Castlefest Winter Edition (Lisse, Olanda), Celtic Night Geluwe (Geluwe, Belgio), Labadoux (Ingelmunster, Belgio), Celt’n’Folk (Almere, Olanda) e Midwinter Fair Yule Fest (Alphen aan den Rijn, Olanda). A Madrid abbiamo condiviso il palco con le band Cuélebre e An Dannza, in Francia con la band Scurra e in Italia abbiamo suonato in apertura dei concerti di Omnia, Irfan e Ataraxia, importanti band del panorama folk/new wave internazionale. Il pubblico italiano ci conosce per aver preso parte ad alcuni dei più importanti festival celtici e fantasy: Montelago Celtic Festival, Festa dell’Unicorno, Triskell, Druidia, Yggdrasil, Strigarium, Mutina Boica, Fjallstein e partecipando a tre edizioni del Ferrara Buskers Festival (due delle quali come “artisti invitati”). Nel 2015, io ed Emilio abbiamo firmano la colonna sonora per il primo episodio della serie web Francesco Esempio Di Vita del regista RAI Giuseppe Falagario. A settembre 2016, con la formazione al completo, abbiamo debuttato in teatro con l’Antigonedi Sofocle, adattamento del regista e attore campano Andrea Adinolfi, come autori ed esecutori della colonna sonora.

La band è passata da essere un quartetto a un duo con te ed Emilio, riprendendo così l’idea originale del nome, Emilio + Anna, Emian. Vi ho visto diverse volte in concerto come quartetto e sono sempre stati grandi spettacoli, ti chiedo quindi quali sono i motivi che vi hanno spinto in questa direzione e cosa è cambiato nei vostri show ora con la formazione a due.

La decisione di ridurre la band non è dipesa da noi. Semplicemente Danilo e Martino avevano altre esigenze (musicali e professionali) che esulavano dal progetto, dunque ne è conseguita la loro decisione di abbandonarlo. In realtà ci aspettavamo un cambiamento per l’antica legge del 7, secondo la quale ogni 7 anni si chiude un ciclo e se ne apre un altro, ma non sapevamo ancora quale. Per me ed Emilio è stata dura emotivamente, ma professionalmente parlando eravamo già abituati a suonare da soli. Dal 2011 ad oggi non abbiamo mai smesso di far camminare di pari passo la formazione originaria del duo con quella della band al completo. Probabilmente il cambiamento è visto più dall’esterno che dal nostro punto di vista.

La copertina del disco è molto sobria, mentre l’artwork – molto curato – presenta i testi e le illustrazioni di alcune canzoni e non di tutte. Perché questa scelta e in che modo avete deciso quale inserire e quale no?

Grazie. Ovviamente i complimenti vanno a Martino che vanta una lunga esperienza come disegnatore ed illustratore, anche se abbiamo lavorato insieme alla scelta dei soggetti da illustrare e su come farlo. In realtà la decisione è stata molto semplice. Abbiamo illustrato solo i brani che avessero un testo, mentre quelli strumentali li abbiamo lasciati liberi di volare nella mente delle persone, ognuno può immaginare ciò che desidera. Ci piaceva dare l’idea del libro di favole che leggevamo da bambini, dove l’immagine talvolta ti aiutava ad entrare al 100% in quella dimensione e a viverla totalmente. La scelta della copertina sobria in realtà racchiude un significato ben preciso. In quasi tutte le culture, la libellula è spesso correlata alla morte per far sì che qualcosa di nuovo nasca o rinasca. Mentre il titolo ha un doppio significato: Egeria è stata una viaggiatrice del 300 D.C., una delle poche donne viaggiatrici di cui è arrivata testimonianza. Per noi che siamo sempre stati abituati a credere che quella fosse un’epoca in cui le donne fossero relegate in casa senza avere altre possibilità, questa testimonianza è stata illuminante. L’album racchiude storie diverse di donne: la calabrese Rosabella, la protagonista di Fronni d’alia, Matulpa ne La Casa Dell’Orco, la Terra nella canzone Spirit Trail… Ci siamo resi conto che era un album al femminile e che parlava in qualche modo di viaggi, dentro e fuori di sé, per cui scegliere lei come icona principale ci sembrava un bell’omaggio. L’altra Egeria, invece, è una ninfa del pantheon pagano dell’antica Roma, una camena (ninfe che profetizzavano attraverso il canto) alla quale venivano dedicate fonti e sorgenti perché legata alla femminilità, alla fertilità e al parto.

Musicalmente siete interessati alla musica folk/popolare a 360 gradi: influenze nord europee e medio orientali si alternano con grande naturalezza, senza dimenticare, chiaramente, il folklore italiano. Come riuscite a unire questi suoni apparentemente così lontani e farli suonare sempre famigliari e “vicini” a noi?

Perché per noi non sono lontani! Ci piace pensare che, in qualche modo, portiamo dentro di noi una memoria antica, legata ai popoli antenati che hanno abitato l’Italia o il territorio in cui noi siamo cresciuti (io sono Campana ed Emilio è Salentino). Da sempre la musica è considerata un veicolo di comunicazione con altre dimensioni, se così si può dire, per cui non facciamo altro che agire attraverso di lei e con l’aiuto dei nostri strumenti risvegliare in noi questi ricordi e portarli ai giorni nostri. Prendi ad esempio la nyckelharpa: è considerato uno strumento svedese, ma se si va indietro nel tempo si scopre che nel 1300 veniva largamente utilizzato nel centro Europa come in Italia. Inoltre il nostro retaggio culturale (storico, filosofico, musicale…) è il risultato della mescolanza di tutte le popolazioni che da qui sono passate. Ovviamente c’è anche una buona parte di gusto personale che probabilmente va a braccetto con la memoria di cui sopra. Per quanto riguarda la musica folk, invece, ti vogliamo lasciare con una domanda: come agisce secondo te sulle persone e cosa muove al loro interno?

Nel vostro disco troviamo un po’ d’Italia (del sud), ma anche d’Albania, di Medio Oriente e Nord Europa. Mi immagino te ed Emilio a scandagliare cd e playlist alla ricerca di canzoni e melodie da ogni dove. C’è una particolare “ricerca del brano”? Come iniziate a lavorare sulle composizioni? E infine, ci sarà posto in un prossimo disco per una storia/leggenda del centro nord Italia?

Sì, in realtà molto del nostro tempo lo investiamo nella ricerca che spesso (aggiungerei anche purtroppo) dobbiamo fare attraverso il web perché non riusciamo a viaggiare come vorremmo. Si basa principalmente su aspetti storici ed antropologici, dato che entrambi abbiamo alle spalle studi simili anche se non abbiamo conseguito la laurea con queste materie. Talvolta invece la ricerca si basa sulla scoperta di un nuovo strumento ed è lì che inizia una sorta di “caccia al tesoro”: dallo strumento all’etnia, dall’etnia alla tipologia di musica, dalla tipologia di musiva alle canzoni e dunque alla lingua e così via… Elementi importanti della ricerca sono anche gli studi realizzati da personaggi come James Frazer o Alan Lomax, le letture che affrontiamo insieme sulle fiabe e le leggende italiane, i racconti orali di amici che come noi sono appassionati della storia del proprio paese, le storie raccolte durante i nostri viaggi all’estero e attraverso l’Italia. Molte volte ci piace anche riprendere brani ascoltati da artisti che apprezziamo e che vorremmo rielaborare nel nostro modo personale. Ovviamente tutto ciò influisce sul nostro modo di comporre. Alcuni esempi pratici possono essere: Hyria (ispirata all’Irpinia, terra in cui viviamo, e nata dopo aver ascoltato un gruppo mongolo al Ferrara Buskers Festival); Danse Boiteuse (ispirata alle sonorità della Galizia che Emilio ha visitato); Tramontana (ispirato alle sonorità nordiche, ma anche ad un vento che batte le nostre terre, e nato da un’improvvisazione su uno jouhikko costruito da Emilio); La Casa Dell’Orco (leggenda del nostro territorio raccontataci da un nostro caro amico e fotografo – Pellegrino Tarantino – che, come noi, ama le leggende); Le Navi Di Istanbul (retaggio culturale/musicale lasciatoci dai Turchi) ecc. Probabilmente se continuiamo così, quasi sicuramente riusciremo a musicare anche qualche leggenda del Nord Italia, perché no?! Già in passato stavamo provando a farlo, ma abbiamo lasciato perdere perché volevamo dedicarci alle nostre zone.

In Egeria c’è una sola canzone cantata in lingua inglese, Spirit Trail. La prima volta che l’ho ascoltata ammetto di esser rimasto sorpreso e che l’ho trovata forzata, mentre con l’aumentare degli ascolti l’effetto è cambiato e penso che stia bene insieme alle altre canzoni. Sono comunque curioso di saperne di più…

Non sei andato lontano dalla verità. È un brano scritto da Martino, molto bello e vicino agli ideali del PaganFolk, tra l’altro l’unico contenuto nell’album che strizza l’occhio al genere pop per cui apparentemente fuori linea con gli altri brani. Non te lo neghiamo, le perplessità si erano insinuate anche tra di noi. Ciò che ci ha motivati a lasciarlo, è stato il significato che esso racchiude. Essendo Egeria un album al femminile, la canzone parla della Madre Terra e del poco rispetto che il genere umano ha di lei. È stata scritta nel periodo in cui diverse tribù indiane stavano protestando contro il passaggio di un grande oleodotto attraverso i loro territori. Una canzone dedicata alla loro lotta.

Nella recensione descrivo Vesuvius come la risposta italiana e calda al folk sciamanico scandinavo. Quanto c’è di vero?

In questa tua affermazione c’è tanta verità. Accade sempre più spesso che la cultura pagana e sciamanica viene associata soltanto al Nord Europa o all’America. Probabilmente c’è di contro che non abbiamo mai visto il nostro paganesimo abbastanza “cool”, quando poi da molte piccole zone rurali ci arrivano testimonianze archeologiche/storiche di rituali e formule che non hanno nulla da invidiare alla cultura nordica. Potremmo parlare delle vecchiette che ancora sanno come togliere il malocchio, delle fattucchiere, delle beneventane janare (seguaci della dea Diana), del tarantismo, dei sacrifici che avvenivano nei templi dedicati alla Mefite… ci sarebbe tanto di cui parlare. Con Vesuvius, nello specifico, abbiamo voluto omaggiare il paganesimo campano. La versione originale del brano, creata da me ed Emilio qualche anno fa, contiene la lettura di un testo di Marziale “Dinanzi alle rovine di Ercolano”. Èun testo breve, ma struggente, che ben spiega l’importanza della nostra “montagna sacra” in passato. Parla delle vigne che vi crescevano abbondantemente, del fatto che Bacco amasse quei luoghi più dei colli di Nisa, le sue pendici luogo prediletto di ninfe e satiri…

Il video che avete girato per La Casa Dell’Orco è davvero ben fatto e guardandolo facendo attenzione alle parole non ci si può non commuovere. Ti chiedo però se ci sono delle storie da raccontare a proposito delle riprese: cose divertenti, imprevisti…

Grazie! I complimenti ovviamente vanno ai giovani e talentuosi fratelli Pisapia, Roberto e Giulian, rispettivamente regista e fotografo. In generale abbiamo avuto tempi molto stretti per girare, per cui ci si è molto concentrati sull’organizzazione e sul da farsi una volta sul set. È stato importante girare in luoghi a noi molto cari come il Monte Terminio, la località casa dell’orco a San Michele di Pratola, l’Acqua Fidia a Mercogliano, tutti posti che spesso frequento con Emilio. Come si evince dal testo della canzone, il protagonista della storia è il pastore Silpa e si pensava continuamente a come sarebbe stato bello avere la possibilità di girare qualche scena con delle pecore. Fortuna volle che la zona in cui abbiamo girato la prima parte del video fosse frequentata assiduamente da pastori, per cui speravamo di trovarne qualcuno disposto a “prestarci” gli animali. Com’è andata lo si vede dal videoclip! Nella seconda giornata di riprese sul Monte Terminio, invece, ci hanno tenuto compagnia le mucche che non perdevano occasione per andare a curiosare nelle buste del pranzo a sacco lasciate sotto un albero. Abbiamo trovato i cavalli selvatici a pascolare liberamente, qualche comparsa ha rischiato di farsi male durante la scena dell’uccisione dell’orco… Non può non andare un riconoscimento, come star incontrastata del video, al nostro fedele compagno a quattro zampe Sisco. Il miglior attore cane o cane attore di sempre che, per ovvie ragioni, è stato il più felice di tutti dato che poteva scorrazzare liberamente. Sembrava l’attore più partecipe di tutti, recitando alla perfezione in tutte le scene in cui la sua presenza era prevista.

Quando ero giovane e acquistavo le riviste musicali, leggevo spesso che il terzo disco di una band è quello della maturità. Per te cos’è Egeria?

È il disco della maturità, dei cambiamenti e del rinnovamento. Da qui si mette un punto e si va avanti.

Siete irpini e grazie alla vostra musica la gente ha modo di avvicinarsi alla vostra terra. Facciamo un po’ da tour operator: un turista che vuole visitare la vostra zona, cosa dovrebbe vedere/fare assolutamente?

Innanzitutto specifichiamo che nessuno di noi due è Irpino. Io sono nata a Napoli, ma adottata irpina da moltissimi anni; Emilio è salentino e viviamo insieme in provincia di Avellino da nove anni. Èun territorio che amiamo molto, sia per il paesaggio che per le tradizioni culturali, storiche e culinarie. Ma c’è da dire che io amo molto anche il Salento e appena ce n’è occasione scappiamo lì, anche perché c’è tutta la famiglia di Emilio che ancora vi risiede, quindi non ci andiamo come turisti. Abbiamo scoperto con gli anni che entrambi non amiamo il caos, ma i posti rurali, dove ancora c’è da imparare qualcosa che potrebbe andare perso. Se fossi un tour operator, senz’altro inizierei dai percorsi naturalistici: le cascate di Montella; la grotta del caprone detta anche del brigante; l’oasi di Senerchia; i posti menzionati per le riprese del video de La casa dell’Orco; la Mefite; il fiume Calore; il lago di Conza; le bocche del Dragone e tanti altri posti, difficile menzionarli tutti. Per quanto riguarda il luoghi storici o di interesse archeologico: l’abbazia del Goleto; i borghi di Castelvetere, Rocca San Felice, Cassano Irpino, Monteforte Irpino (dove viviamo noi) e quasi tutti i piccoli comuni dell’alta Irpinia; i castelli sparsi su tutto il territorio; gli scavi archeologici della vecchia Aeclanum (Mirabella Eclano), Abellinum (Atripalda), l’anfiteatro romano di Avella; Compsa della Campania… È un territorio davvero ricco, non si riesce a menzionare tutto. Poi ci sono i percorsi che interessano alla maggior parte delle persone e sono quelli enogastronomici e lì ci sbizzarriamo tra formaggio Carmasciano, caciocavallo podolico, funghi, tartufi, insaccati di maiale, cinghiale e qualsiasi altra povera bestia (io sono vegetariana), vini (Aglianico, Taurasi, Greco di Tufo, Coda di volpe…), erbe spontanee…. Mi è venuta fame!

Gli Emian del futuro: cosa farete nel corso dell’anno, virus permettendo?

Saremo sinceri, in questo periodo la nostra vita non è cambiata rispetto a come si svolge solitamente, eccetto per l’assenza di live e delle passeggiate in natura. Anzi, stiamo approfittando di questo momento per lavorare su nuovi suoni e nuove idee musicali. Non sappiamo se entro quest’anno riusciremo a realizzare tutto quello che desideriamo, ma non abbiamo fretta. Abbiamo delle date all’estero ed anche qui in Italia, ma i piani cambiano da un giorno all’altro, noi semplicemente ci adattiamo e non possiamo programmare molto. Vedremo cosa accadrà…

Grazie per la disponibilità e ancora complimenti per il disco, davvero emozionante. Puoi aggiungere tutto quello che vuoi, a presto!

Grazie ancora a te, Mister Folk! Un saluto ai tuoi lettori, ricordando che se vorranno seguirci basterà mettere un Like alla nostra pagina Facebook Emian PaganFolk Music, seguirci su Instagram ed iscriversi al nostro canale YouTube non dimenticando di attivare la campanella se si vuole rimanere aggiornati sui prossimi video in uscita. Stay Folk, Stay Pagan… Stay at home. A presto!

Intervista: Wolcensmen

In punta di piedi, con eleganza e determinazione, Dan Capp porta il suo progetto Wolcensmen a un nuovo livello, ancora più alto del già ottimo debutto Songs From The Fyrgen: scrivere un libro, disegnare la mappa (è bene ricordare che Dan ha lavorato alle grafiche, tra gli altri, di Burzum, Venom e Limbonic Art) e portare in musica la storia non è cosa da tutti i giorni, soprattutto quando la qualità è quella del recente Fire In The White Stone. Ho raggiunto il musicista inglese per saperne di più sulla sua musica e sulla sua visione dell’arte. 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista.

Ciao Dan, è un piacere averti su queste pagine! Come ti senti ora che Fire In The White Stone è uscito e sono arrivati tanti apprezzamenti?

Saluti e grazie. Non potrei essere più felice sia di come suona e appare l’album sia di tutti gli sforzi che sono stati fatti con esso a partire dai miei, di John River (il produttore) e di tutti gli altri artisti che hanno collaborato. Le recensioni sono state in maggioranza positive ma sento ancora come se ci fossero molte persone devono ancora ascoltare dell’album.

Stai dedicando molto tempo ed energie a Wolcensmen, immagino quindi che sia per te un progetto molto importante. Vorrei però tornare indietro di qualche anno e mi piacerebbe sapere come hai mosso i primi passi di Wolcensmen, quali erano le tue aspettative e se immaginavi, un giorno, di pubblicare un album con un’etichetta importante come la Indie Recordings.

Wolcensmen nasce nel 2013 ma avevo già avuto un’idea in mente prima di allora. Avevo solo pianificato di fare, per soddisfare le mie urgenze creative, ma poi è diventato un piccolo successo underground e, con l’incoraggiamento di alcune persone, ho deciso di scrivere e registrare un album. No, non avrei mai pensato di firmare con una label come la Indie Recordings. Il successo di Wolcensmen è stato una sorpresa per me, ma ho affrontato tutte le sfide sulla mia strada e questa sorta di attitudine può portare un uomo in posti inaspettati. Registrare l’ultimo album, Fire In The White Stone, con l’uomo che è stato il responsabile per le produzioni sul mio album preferito dei Dead Can Dance è stato un onore particolare.

La versione limited con il libro è andata a ruba e ne hai fatta anche una seconda stampa: te lo aspettavi per un prodotto così particolare e un progetto così di nicchia? Sei a tua volta un collezionista/appassionato di formati particolari come wooden box ecc?

Il libro di racconti è stato piuttosto un esperimento. Originariamente la label decise di crearlo ma stabilirono che era un rischio troppo grande, così presi io il rischio e ho pagato io per il libro. Ne sono rimaste ancora un piccolo numero e queste saranno probabilmente le ultime che saranno fatte. Credo che le persone apprezzino le cose che sono uniche ed esclusive, e per le quali è stata prestata molta attenzione. Io ho scritto il libro, disegnato una mappa per la storia, disegnato la cover e il layout ed ho organizzato la stampa. Io personalmente valuto molto le cose che sono di qualità più che di quantità e uniche. Sono grato di avere fan che la vedono alla stessa maniera.

Trovo la copertina del disco molto particolare, forse per via dei colori. Come ti sei trovato con David Thiérrée e gli hai dato delle indicazioni per il lavoro, tipo di inserire i personaggi della storia nella copertina?

Conosco David da un paio di anni, e sono un grande fan del suo stile. Nel 2017 l’ho conosciuto e ho comprato un libro da lui dei suoi artwork. Quando mi venne in mente il tema per Fire In The White Stone ho pensato immediatamente a David. Gli ho dato un riassunto della storia e una lista dei simboli chiave e delle caratteristiche da includere nella cover art e lui ha creato qualcosa di perfetto – un qualcosa di “senza tempo” e tolkieniano. È stata un’idea di David quella di dare un tono seppia alla copertina e di fare la “pietra” bianco puro.

Un ragazzo si allontana dalle comodità per andare nella natura più selvaggia, dove incontrerà personaggi bizzarri e gli accadranno cose che lo cambieranno. Con gli occhi odierni il concept del disco può essere visto come una storia che sprona ad abbandonare la vita delle città e la società del consumismo per un ritorno alla semplicità e alla bellezza della natura, pur con le sue rinunce e i suoi rischi?

Sì. I grattacieli saranno sempre importanti per gli uomini? Fortunatamente no, per loro sono lì solo per agevolare una mentalità ossessionata dal capitale e il consumo. Non abbiamo bisogno di queste cose tanto quanto abbiamo bisogno della flora e della fauna – entrambe per ragioni pratiche e spirituali. Le persone oggi sono spaventate dall’ignoto, dal rischio e dalla responsabilità. L’ambiente urbano e digitale procura sicurezza e comfort, o pericoli “accettabili”. I posti non creati dall’uomo lavorano entro le leggi naturali eterne nelle quali la salvezza non è garantita e dove il coraggio umano e la determinazione potrebbero essere testate veramente. In breve, non penso che potremmo conoscere veramente noi stessi senza avventurarsi in reami veramente sconosciuti.

Le canzoni del disco sono tutte di grande bellezza e non ce n’è una che spicca sulle altre. Era forse una tua intenzione per rendere l’ascolto un lungo viaggio senza pause, esattamente come la storia che racconti nei testi?

Sì, assolutamente, e grazie a te per dire ciò. Io personalmente ascolto solo gli album nella loro interezza, perché amo il “viaggio” che ti fa fare un album completo, con tutti i cambiamenti di chiavi, dinamiche ed emozioni. Un grande album ti può trasportare in un modo che raramente può fare una canzone individuale. Quindi dall’inizio del processo di scrittura stavo pensando attentamente su come le canzoni scorrerebbero da una all’altra e che ci sarebbe stato un equilibrio tra canzoni “più piene” e strumentali all’interno della durata dell’album. La chiave musicale delle prime tre canzoni discende da REm a LAm a MIm (accordi in tonalità minore, ndChiara), che era il mio modo di aiutare l’ascoltatore a “cadere” nell’album. Questa progressione rappresenta anche la formula runica ALU, dove ci sono dei punti di energia discendenti (come i chakra) nel corpo umano, che corrisponde anche al “viaggio dell’eroe”.

Il brano Of Thralls And Throes è diverso da tutti gli altri fin qui realizzati. Come nasce una canzone del genere, sentivi la necessità di sperimentare e portare qualcosa di nuovo nella tua musica?

Cerco sempre di creare composizioni uniche, purché funzionino bene con ciò che è la mia visione d’insieme dei Wolcensmen. Il carisma è il marchio della grande musica secondo me. Of Thralls And Throes inizia con le parti di chitarra, che sono pesantemente influenzate dal black metal norvegese e dalle scale e dalle atmosfere neoclassiche. La chitarra solista potrebbe essere presa dai primi album dei Satyricon o degli Isengard, credo. Molto oscura e nefasta, ma “giocosa”. Inizialmente credevo che sarebbero state delle semplici tracce di chitarra acustica ma, come sempre, si sono evolute in qualcosa con più carattere e più profonde, principalmente grazie l’aiuto di Grimrik, che ha aggiunto i sintetizzatori.

Nella biografia inviata dalla Indie Recordings si legge anche il nome di Tolkien tra le tue ispirazioni. Cosa ti piace dello scrivere di Tolkien? Quali sono gli scrittori che maggiormente ti piacciono e cosa cerchi di “rubare” da ognuno di essi?

È difficile descrivere la magia di Tolkien. È la profondità della sua immaginazione e conoscenza, ma anche la sua intenzione di creare dei personaggi pittoreschi e innocenti al fianco di quelli più oscuri e seri. Lo Hobbit è stato il primo grande libro fantasy che ho letto da bambino e ha cambiato qualcosa in me. Questo può sembrare presuntuoso ma i suoi libri mi hanno fatto vedere il mondo in un modo nuovo – il cercare per il magico, il mistero e l’eroismo in un mondo moderno che ignora cose del genere. Non sarei l’uomo che sono diventato se non fosse stato per i lavori di Tolkien. Non avrei il mio istinto di protezione verso la natura e le tradizioni, per esempio. Il Signore Degli Anelli è probabilmente il mio libro preferito, anche se amo I Figli Di Hurin, per il suo fondere l’agitazione tipica deIl Signore Degli Anelli con la profondità ed i dettagli de Il Silmarillion. Un’altra fonte d’ispirazione per me è La Via Del Wyrd di Brian Bates, alcune delle saghe islandesi e le interpretazioni delle Leggende Arturiane che ho letto. Quello che cerco di ricevere è la legittimità del simbolismo, le descrizioni evocative e la caduta mistica di ognuna di esse. Voglio aiutare a ispirare gli altri a innamorarsi dei misteri dell’esistenza e della storia.

Si parla anche di concerti per Wolcensmen: cosa puoi dirci a riguardo?

Sto lavorando con delle persone per farlo accadere. Potrebbero essere un tipo diverso di live show nel 2020, ma non conosco ancora molti dettagli. Se questo dovesse accadere, chiedo a tutti i lettori di venire a supportare i concerti, altrimenti certi eventi non possono accadere.

Nonostante i tuoi impegni con Wolcensmen i Winterfylleth non stanno certo con le mani in mano: un disco acustico e un live cd/dvd tra il 2018 e il 2019. Quali sono i progetti futuri della band?

In realtà sono in studio proprio adesso mentre scrivo, registrando il prossimo album dei Winterfylleth. Sarà rilasciato nella primavera del 2020. (The Reckoning Dawn sarà pubblicato l’8 maggio per Candleligth Records, ndMF)

Parlando dei Winterfylleth ti volevo chiedere se l’album acustico The Hallowing Of Heirdom era già in cantiere da tempo o se le tue recenti pubblicazioni con Wolcensmen hanno in qualche modo influenzato la tua band madre.

Onestamente è stata una totale coincidenza. Mi sono unito ai Winterfylleth nel 2015 e i ragazzi della band avevano già l’idea di fare un album acustico. Non so se il demo dei Wolcensmen ha influenzato la decisione o meno. Molto più probabilmente è stato il fatto che abbiano le mie stesse influenze, come Kveldssanger degli Ulver. Ovviamente il mio interessamento e la mia abilità nel comporre musica é stato un grande beneficio per la realizzazione di The Hallowing Of Heirdom.

Ti ringrazio per la disponibilità e ti faccio di nuovo i complimenti per i tuoi dischi, davvero belli ed emozionanti. Puoi salutare i tuoi fan italiani e aggiungere ciò che vuoi.

L’Italia è sempre stata molto di supporto per Wolcensmen e grazie per tutto ciò. Ciò che faccio non è di tendenza ma è sincero, e sono grato a tutti quello che vedono tutto ciò.

ENGLISH VERSION:

Hi Dan, it’s a pleasure to have you on these pages! How do you feel now that Fire In The White Stone is out and how many appreciations have arrived?

Greetings and thank you. I couldn’t be happier with how the album sounds and looks, and with the effort that went into it from myself, John Rivers (the producer) and all of the other creative people that assisted. The reviews have been overwhelmingly positive but it still feels like there are a lot of people who have yet to hear about the album.

You have dedicated so much time and energy to Wolcensmen, so I imagine that for you is a very important project. But I would like to go back to a few years ago and I’d like to know how you took Wolcensmen’s first steps, what your expectations were and if you imagined, one day, to release an album with an important label like Indie Recordings.

Wolcensmen began properly in 2013 but had already been an idea in my mind before that. I only intended to make a demo, to satisfy my own creative urges, but it became a small underground success and with the encouragement of a few people, I decided to write and record an album. No, I never expected to sign with a label like Indie Recordings. The success of Wolcensmen has been a surprise to me, but I’ve risen to every challenge along the way and that sort of attitude can take a man to unexpected places. Recording the latest album, Fire In The White Stone, with the man largely responsible for the production on my favourite Dead Can Dance albums has been a particular honour.

The limited version with the book fly of the shelves and you made a second one: did you expected that success for a niche particular product like that? Are you a collector/particular format enthusiast like wooden box etc.?

The storybook was quite an experiment. Originally the label were going to create this but decided it was too much of a risk, so I took that risk on myself and it paid off. There are just a small number left now and these will probably be the last ever made. I guess people appreciate things which are unique and exclusive, and for which great care has been taken. I wrote the book, drew a map for the story, designed the cover and layout, and arranged the printing. I personally value things which are quality over quantity and unique. I’m grateful to have fans who see things the same way.

I find really particular the cover of the CD, maybe because of the colors. How did you find yourself with David Thiérrée and did you give him some hints for the work, like inserting the characters of the story in the cover?

I’ve known David for a couple of years, and have been a big fan of his style. In 2017 I met him and bought a book from him of his artwork, When I came up with the theme for Fire In The White Stone I instantly thought of David. I gave him a summary of the story and a list of key symbols and features to include in the cover art and he created something perfect – very timeless and Tolkien-esque. It was David’s idea to give the cover a sepia tone yet to make the “stone” pure white.

A guy walk away from the comforts to go into the wildest nature, where he’ll meet strange characters and something will happen to him and that will change him. With today’s eyes the CD concept can be seen as a story that spurs us to get away from the city life and the consumerism society for a return to simplicity and to the beauty of nature, even with its sacrifices and its risks?

Yes. Will skyscapers and subways always be important to mankind? Hopefully not, for they are only there to facilitate a mindset obsessed with capital and consumption. We don’t need these things as much as we need flora and fauna – both for practical and spiritual reasons. People today have become afraid of the unknown; of risk and responsibility. The urban, digital environment provides safety and comfort, or “acceptable” dangers. Places not created by man work within eternal natural laws where safety is not guaranteed and a human’s courage and resolve might be truly tested. In short, I don’t think we can truly know ourselves without occasionally venturing into truly unknown realms.

The songs of this CD are all of great beauty and there is not one that stands out from the others. Was that in your intentions to make that the listening of a long journey without pauses just like the story you describe in the lyrics?

Yes, absolutely, and thank you for saying so. I personally only listen to albums in their entirety, because I love the “journey” that a complete album can take you on, with all of the key changes, dynamics and emotions. A great album can transport you in a way that an individual song rarely can. So from the beginning of the writing process I was thinking very carefully about how the songs would flow from one to another and that there would be a balance of “fuller” songs and instrumentals across the span of the album. The musical key of the first three songs descends from Dm to Am to Em, which was my way of helping the listener “fall” into the album. This progression also represents the runic ALU formula, where are descending energy points (like chackras) in the human body, also corresponding to “the hero’s journey”.

The song Of Thralls and Throes is different from all the others made so far. How is born a song like that, did you feel the necessity to experiment and to give something new to your music?

I am always trying to create unique compositions, so long as they work well within my larger vision of Wolcensmen. Charisma is the mark of great music for me. Of Thralls And Throes began with the guitar parts, which are heavily inspired by Norwegian black metal and neoclassical scales and atmosphere. The lead guitar could be from an early Satyricon or Isengard album, I think. Very dark and ominous yet playful. I initially thought it would be a simple acoustic guitar track but, as always, it expanded into something with more depth and character, largely with the help of Grimrik, who added the synths.

In the bio that Indie Records sent me there is also Tolkien’s name in your personal inspirations. What do you like in Tolkien’s writing? What are your favorite book of the Professor? What are the writers that you like the most and what are you trying to “steal” from each of them?

It’s difficult to describe the magic of Tolkien. It’s the depth of his imagination and knowledge, but also his willingness to create very quaint, childlike characters alongside the more dark, serious ones. The Hobbit was the first big fantasy book I read as a child and it changed something within me. This may sound pompous but his books made me see the world in a new way – to look for the magic, mystery and heroism in a modern world which ignores such things. I wouldn’t be the man I am today were it not for Tolkien’s work. I would not have my protectiveness over nature and tradition, for example. The Lord Of The Rings is probably my favourite book, though I do love The Children Of Hurin, for it works like a nice blend of the excitement of The Lord Of The Rings with the depth and detail of The Silmarillion. Another inspiration for my story is The Way Of Wyrd by Brian Bates, some of the Icelandic Sagas and the portrayals of Arthurian Legend I’ve read. What I try to take is the legitimacy of the symbolism, the evocative descriptions, and mystical fell of each. I want to help inspire others to fall in love with the mysteries of existence and history.

It talks about gigs for Wolcensmen: what can you say us about that?

I am working with people to make that happen. There may be different types of live show in 2020 but I don’t know many details yet. If it does happen, I ask all readers to come along and support the shows, otherwise such events cannot happen.

In spite of your tasks with Wolcensmen, Winterfylleth are certainly not idle: an acoustic CD and a live CD/DVD between 2018 and 2019. What are the future project of the band?

I am actually in the sudio right now as I type, recording the next Winterfylleth album. Il will be released in Spring 2020.

Speaking of Winterfylleth, I want to ask you if the acoustic album The Hallowing Of Heirdom was already in your mind or if your recent publications with Wolcensmen influenced somehow your mother band.

Honestly it was a total coincidence. I joined Winterfylleth at the beginning of 2015 and the guys in the band already han the idea of making an acoustic album. I don’t know if the Wolcensmen demo influenced that decision or not. More likely is that they had the same influences as me, such as Ulver’s Kveldssanger. Obviously my interest and ability in composing music was of great benefit to the making of The Hallowing Of Heirdom.

Thank you for the availability and I make you my compliments again for your CDs, that are really beautiful and thrilling. You can say hello to your Italian fans and add whatever you want.

Italy has always been very supportive of Wolcensmen and I thank you all for that. What I do isn’t fashionable but it’s sincere, and I’m grateful to everyone who sees that.

Intervista: Apocalypse

La marcia degli Apocalypse, creatura musicale di Erymanthon, continua senza sosta. Non c’è stato tempo di pubblicare l’intervista che vi apprestate a leggere che il musicista torinese ha già annunciato la pubblicazione per maggio del terzo disco. E come avrete modo di leggere nelle righe qui sotto, non tarderà ad arrivare anche il quarto full-length. Ma è su Odes che oggi ci concentriamo, secondo lavoro che prosegue la via bathoriana apportando, però, interessanti novità alla scrittura degli Apocalypse. Erymanthon si lascia andare a ricordi e curiosità, rendendo in questa maniera la chiacchierata particolarmente interessante. Buona lettura!

Dal debutto a Odes è passato meno di un anno, di sicuro non stai con le mani in mano! Nel mezzo hai anche pubblicato il tuo tributo di sette canzoni To Hall Up High – In Memory Of Quorthon. Hai mai avuto la sensazione di “correre troppo”?

Oh no, no. Il fatto è semplicemente questo: quando ho un’idea in testa prendo la chitarra e mi metto a suonare, se viene fuori qualcosa di accettabile e mi sento ispirato, accendo la strumentazione ai Darkwoods Studios e registro. Non aspetto di completare un disco intero prima di entrare in studio. Anzi, gran parte della composizione è fatta proprio in studio. L’ultimo anno è stato parecchio produttivo, ho completato i due dischi rilasciati e ne ho imbastiti di nuovi, ho anche scritto o abbozzato del materiale che poi ho scartato, lavoro sempre su più progetti nello stesso periodo… Sai, quando sei ispirato non ti poni il problema, ti metti giù e scrivi registri, arrangi… Ogni tanto mi è capitato di pensare “Hey, non dovrei forse tenermi qualche disco di riserva per più avanti?”, però il materiale non faceva che accumularsi, e allora rilascio tutto pur cercando di dare un minimo di distanza temporale ai dischi. Il vantaggio è che mantieni viva l’attenzione, lo svantaggio è che il tempo che il pubblico ha per metabolizzare ogni album è più ristretto. Tenterò di mantenere una media di uno o due dischi all’anno, sperando di non beccarmi il blocco dell’artista, ah ah!

Tutte le tue release – escludo volontariamente le copie caserecce del debutto – sono unicamente in digitale. Credi forse che il cd fisico sia più un impiccio in caso piuttosto che un oggetto bello da avere e qualitativamente superiore per quanto riguarda la resa audio?

No, no, tutt’altro! Il problema è che stampare CD di alta qualità e adatti alla vendita, diversi dai CD-R che puoi farti in casa, è costoso, bisogna fare un glass master e nessuno te ne stamperà mai meno di 300… Per un progetto come Apocalypse è un investimento, prima di stampare 300 cd devo essere sicuro che il mio pubblico sia intenzionato a comprarli soprattutto oggi nell’era del digitale. Preferirei di gran lunga distribuire la mia musica in formato fisico, anche perché alcuni fan mi hanno contattato richiedendomi se fosse possibile acquistare delle copie, ma non posso prenderli in giro, voglio che se acquistano qualcosa e ci spendono i loro soldi si ritrovino tra le mani un prodotto di qualità, tant’è che le copie di Si Vis Pacem, Para Bellum erano in regalo. Stesso discorso vale per il merchandise. Non posso permettermi questo lusso se non sono sicuro di rientrare con le spese.

A tal proposito, vista anche la tua proposta musicale che si rivolge per lo più a un pubblico “maturo” e quindi legato alla musica su formato fisico, pensi di realizzare, magari col supporto di un’etichetta, delle stampe su cd dei tuoi lavori?

Certamente. Ero in contatto con un’etichetta per stampare Odes, ma ci eravamo prefissati un minimo di 1000 visualizzazioni su YouTube per stampare 300 copie in cd e forse 100 in vinile. Il disco ancora non le ha raggiunte, quindi non se ne è fatto niente, almeno finora. È triste che l’arte venga commercializzata così, ma purtroppo è come funzionano le cose, anche la musica è un business. Non che mi interessi il guadagno, io faccio la mia musica per passione e non per i numeri, sono più felice quando ricevo un messaggio da un ragazzo in Sudamerica o in Nord Europa o da qualunque altra parte che mi dice “tu sei il figlio di Quorthon” o “il Quorthon di Torino” o “le tue composizioni sono fenomenali”, infatti io rispondo sempre a tutti coloro che mi scrivono e supportano il progetto, o anche solo quando scrivo, registro e riascolto la mia musica piuttosto che quando leggo le ultime statistiche delle vendite su Bandcamp o degli stream su Spotify. Però non posso nemmeno buttare soldi al vento, né possono farlo le etichette, anche se mi piacerebbe molto avere delle copie fisiche dei miei lavori tra le mani, del resto prima che musicista sono anche io un fan dei gruppi che mi piacciono e preferisco le copie fisiche!

Passiamo a Odes: lo stile e l’intenzione sono chiare, ma in un paio di brani ho sentito anche qualcosa di personale e, almeno per come intendo io la musica, più interessante. Stai cercando di “maturare” sotto questo punto di vista?

Ho scritto la musica per Odes con l’intenzione di esprimere dolore, disperazione e rassegnazione dinanzi a un comune e inevitabile destino: la morte. Il disco tratta tutto questo tema ed è stato ispirato dalla scomparsa di Giulio Cesare Casella, mio nonno, al quale sono sempre stato molto legato, il 3 marzo 2019, del resto è stato a lui dedicato. Per esprimere tutto questo senso di lutto, ho deciso di incorporare influenze da tutta la musica che ritenevo più malinconica e dolorosa, l’atmosfera è cupa e “decadente” e non ho voluto fermarmi all’epicità tragica dei Bathory su dischi come Twilight Of The Gods. L’intro strumentale è un brano atmosferico e pseudo-ambient che scrissi nel gennaio 2017 per gli Apocalypse, prima di entrare a contatto con i Bathory, ma che alla fine non usai anche per via del disfacimento del gruppo. L’intro pseudo-Bachiana di The Ephemereal Life la improvvisai con una tastiera sul preset “Organo” la vigilia di Natale del 2018, mentrela melodia e il riff portante sono ripresi da un brano depressive blackmetal che registrai nel settembre 2017, senza intenzione di rilascio, ma per motivi e piacere personale, anche se lì era tutto in tremolo picking… versai nel calderone anche i Bathory di Twilight Of The Gods, Destroyer Of Worlds e in minima parte Blood On Ice e Under The Sign Of The Black Mark, i Draconian di Arcane Rain Fell, Bach, Chopin, un depressive black metal pseudo Burzum o Silencer, su Exegi Monumentumla musica è quasi rinascimentale alla Branduardi… È un disco cupo, tragico, maestoso, solenne e malinconico, sicuramente il migliore ad oggi pubblicato dagli Apocalypse. Ovviamente un musicista matura e si evolve naturalmente, ma quel che è certo è che la mia musica pur evolvendosi non sarà mai priva della vena Bathory, che ne sarà sempre un pilastro fondante. Del resto, io sto cercando di riportare Quorthon in vita, di continuare quello che ha iniziato, è quello che ho messo in chiaro fin dal mio debutto e il mio pubblico lo sa bene.

By The River è una delle canzoni che più mi ha sorpreso e devo dire che l’ho trovata molto toccante. Come nasce un brano come questo?

Ti ringrazio per queste parole, sono contento che il brano ti abbia fatto questo effetto e non sei il primo a dirmelo. Quando ero un bambino, ero solito andare con mio nonno presso un torrente a Rubiana, dove abbiamo una casa, e lì ci divertivamo gettando i sassi nel fiume. Questo brano ricorda con nostalgia il mio passato con lui, giunge fino al momento della sua morte e infine canto che quando sarà la mia ora, ci incontreremo di nuovo al torrente: “…And when my time has come / we will meet again By The River” sono i versi che chiudono la canzone. Anche se è simbolico, perché io non credo nell’aldilà… credo, un po’ come Epicuro, che quando sei morto, sei morto. Punto. Questo è un brano che avevo in mente di scrivere da tempo, perché mio nonno era malato, non riconosceva più le persone da due anni, non era autosufficiente, non era più lui. Questo brano è una commossa e sentita dedica a lui. Ho scritto il testo in meno di un’ora e la musica in mezz’ora. È una canzone che viene dal cuore. Curiosità: Woods Of Wistfulness, il brano che la precede, è ambientato nello stesso luogo, ovvero il bosco e il torrente che lo attraversa. L’atmosfera è completamente diversa: mentre in By The River siamo in una rigogliosa primavera, qui il sole è basso e lontano, i fiocchi di neve che cadono lenti sono le lacrime ghiacciate di un cielo scuro, la nebbia, in cui fluttuano e vagano ombre tristi e piangenti e un funereo silenzio avvolgono tutto, la brezza fredda sussurra attraverso gli alberi spogli e nell’acqua cristallina del torrente risplendono come fantasmi evanescenti ammantati di dolore e miseria le memorie un tempo gioiose del tempo passato. Vi è malinconia, smarrimento e nessuna speranza, nessun dio, niente.

Nella recensione del disco definisco The Ephemereal Life come una “bella prova di avvenuta maturità compositiva”. Penso che confezionare sedici minuti di canzone senza momenti deboli non sia facile e tu sei riuscito a mantenere l’attenzione alta per l’intera durata della canzone. Quanto hai lavorato sul pezzo per renderlo così buono?

Ti ringrazio molto per il tuo giudizio! È un brano su cui ho lavorato parecchi giorni e che, come ho scritto, incorpora influenze diverse sia dal mio passato che da altre band. C’è Bach, ci sono i Draconian, c’è il mio vecchio black metal, ci sono i Bathory, i Silencer, un’ode di Orazio recitata e beh, gli Apocalypse! Sicuramente è il brano più variegato sul disco, il più elaborato… Volevo fare anche io quello che Quorthon ha fatto su Twilight Of The Gods, mettermi alla prova con qualcosa di più lungo ed elaborato, e sono molto soddisfatto del risultato! Mentre scrivevo, non pensavo in particolare alla durata, quanto al cercare di creare qualcosa di diverso, più arrangiato e interessante, lasciavo che la musica si prendesse lo spazio e il tempo necessari per il suo pieno sviluppo e alla fine mi sono ritrovato con un brano di sedici minuti e mezzo! In realtà è un brano che amo e odio allo stesso momento. La musica mi piace tantissimo, soprattutto l’intro e l’intermezzo doom con l’assolo di chitarra, che esprime esattamente le emozioni che volevo, e richiama Pestilence dei Bathory. La voce è uno scream esasperato, volevo che sembrasse un misto tra un pianto e un grido disperato. Il testo è straziante, pessimista, nichilista, decadente e spazza via ogni speranza. Sai, quando vedi un tuo caro a cui sei affezionato che giace freddo, bianco, smagrito, con la bocca spalancata e il volto contratto in una smorfia di agonia, nella sua bara, disposta in un salotto dove con lui tanti anni fa mangiavi e scartavi i regali a Natale o guardavi la tv, è un’esperienza che ti segna. Nell’intermezzo sopra citato canto “White and cold as ice in your casket you laid / The pure essence of pain distorted your face / Your mouth open wide since you exhaled your last breath / Drowning in mourn, I could just say farewell“. Il dolore e la disperazione, e la solennità tragica di questo destino comune fluiscono da ogni nota e ogni parola. Éun brano così doloroso, sono riuscito nel mio intento a tal punto che spesso fa star male pure me a riascoltarlo, così come tutto il disco. Ma resta un lavoro di cui sono fierissimo e che mi soddisfa molto.

In due composizioni c’è spazio per il poeta Orazio. Da dove nasce questa tua idea e interesse per la poesia latina? Come ti sei trovato a cantare in latino?

Beh, sono sempre stato affascinato dai Romani. Sono probabilmente quanto di più glorioso la storia dell’Italia abbia mai passato, sono parte del nostro orgoglio, della nostra storia, delle nostre radici e della nostra identità. Del resto, già il primo album presentava forti richiami al periodo romano fin dal titolo. Ho pensato che avesse senso riprendere qualcosa dalla mia storia, la storia della mia terra, come Quorthon aveva fatto con i vichinghi: bisogna essere orgogliosi della propria identità, soprattutto chi ostenta un passato glorioso come il nostro. E questa è una ragione. Studiando il poeta Orazio a scuola mi ero imbattuto in queste due odi, che secondo me erano adatte all’atmosfera del disco, e ho deciso di impiegarle nella mia musica. Quella recitata in The Ephemereal Life parla appunto della fuga del tempo e della fragilità della nostra vita, del fatto che tutti, re o schiavi, sono destinati alla morte. Exegi Monumentum invece è un’autocelebrazione, il poeta ci dice che con la sua opera ha eretto un monumento più durevole del bronzo, più imponente della mole delle piramidi, e che non tutto di lui morirà, ma che la sua gloria si manterrà in chi rimarrà in vita. Oltre ad “alzare il livello culturale” del disco, facendolo almeno in minima parte un mezzo di diffusione anche dell’arte antica, cosa che non fa male, è un po’ quello che succede a chiunque con i propri cari, ho pensato. E sempre per snocciolare nomi “colti”, è un po’ quello che Foscolo scrive in Dei Sepolcri. Le tombe, così come qualunque forma d’arte, hanno una sorta di funzione eternatrice. Non a caso ho deciso di scattare le foto per l’album al Cimitero Monumentale di Torino, molte sul mausoleo del grande tenore torinese Francesco Tamagno: una tomba è innanzitutto un monumento e un’opera d’arte. E poi, era in tema con il disco. Chissà, magari quando non ci sarò più qualcuno si ascolterà i miei dischi e si ricorderà di questo rocker torinese, ah ah!

Continuando a parlare di influenze esterne, in Funeral March ti rifai a Chopin. Vuoi raccontarci qualcosa su questa idea?

Con piacere! Partiamo dal fatto che apprezzo molto la musica classica, soprattutto quella più solenne, tragica o malinconica, in particolare Bach, Vivaldi, Beethoven, Chopin, anche se non posso dirmi un esperto: conosco qualche titolo dei miei brani preferiti come la Toccata e Fuga, il terzo movimento dell’Estate, la Sonata al Chiaro di Luna o appunto la Marcia Funebre, di qualcuno ricordo solo la melodia… Ogni tanto vado ai concerti o all’opera, ma appunto, non sono un esperto, anche se per un periodo mi era balenata l’idea di studiare in conservatorio. Però sono troppo indisciplinato per questo, ah ah! Tornando alla domanda, su Call From The Grave Quorthon richiamava la Marcia Funebre nell’assolo di chitarra, che io in effetti riprendo alla fine del brano. Ho pensato di fare un tributo a Bathory, ispirandomi a Day Of Wrath e Call From The Grave, e anche a Chopin, basando la struttura di tutto il brano sugli accordi del primo e terzo movimento della Marcia Funebre, ma c’è anche un richiamo all’organo Bachiano, ripreso con la chitarra, nell’intermezzo cantato prima del solo finale, dove tra l’altro sperimento con una nuova vocalità più raschiata. Era un bel modo per chiudere il disco, pensavo, l’atmosfera era giusta, il tema anche. L’idea si è inizialmente affiancata a quella di musicare Ode To The West Wind di P.B. Shelley, che già prevedevo come brano di chiusura e in questo caso sarebbe stato parte della doppietta finale, ma poi è finita per sostituirla. Ero più ispirato, mentre per Ode To The West Wind avevo iniziato a scrivere e registrare ma non ero altrettanto “preso”, e il disco era già lungo a sufficienza, così ho registrato soltanto Funeral March.

Pensi che un giorno gli Apocalypse possano avere una line-up anche solo per i concerti, fermo restando che in studio si tratta di una one man band?

No, non credo, anche se qualcuno sarebbe contento di vederci dal vivo. Ma una musica come questa è complicata da riproporre in concerto, non è adatta ai piccoli locali underground dove la gente vuole sbronzarsi e pogare. Suono dal vivo con un altro gruppo, ma facciamo roba totalmente diversa! La mia musica è una riflessione, un messaggio, una comunicazione tra Apocalypse e il pubblico. Voglio che il mio pubblico si sieda, si rilassi e si concentri sulle sensazioni e sulle immagini che il disco evoca. E poi con Apocalypse io voglio che sia tutto fatto a modo mio, ciò non è possibile con un gruppo di persone. Credo che resteremo una one-man band.

Il 2020 degli Apocalypse? Stai lavorando a un nuovo disco o ti stai dedicando ad altro?

Sì, il nuovo album è pronto e credo uscirà per aprile o maggio. È un po’ uno strappo alla regola, nel senso che sarà qualcosa di davvero veloce e brutale, lontanissimo dal suono di tutto quello che ho fatto finora. Velocità e brutalità senza compromessi, un disco death metal, diciamo. Spero che il mio pubblico non decida di linciarmi per questo ah ah! È un progetto che avevo in mente da tempo, che ho fatto per divertirmi, che di fatto ho iniziato a registrare a gennaio scorso, prima di Odes, che ho portato avanti in parallelo (lavoravo a fasi alterne, in base a cosa mi sentivo di fare in quel momento o giorno), che fino a marzo scorso intendevo pubblicare a fine 2019 e che pensavo di aver concluso a luglio, assieme a Odes. In realtà mentre il tempo passava mi sono sentito nuovamente ispirato e ho voluto aggiungere due brani, che ho registrato tra gennaio e febbraio. Sto anche lavorando al disco successivo, che invece sarà di nuovo sul filone epico, ma è ancora tutto in alto mare, non ho le idee molto chiare ad essere sincero. Ho anche registrato qualche altra cover dei Bathory (oltre a Vinterblot che è uscita a dicembre, per ricordare le tradizioni pagane antiche europee precedenti al Natale cristiano), in particolare Call From The Grave, Bleeding e Death From Above. Non sono sicuro se rilasciarle o meno, le ho incise per divertirmi, ma sul mio tributo alcuni hanno sentito la mancanza di brani del periodo black e death. Potrei registrare qualcos’altro di quell’epoca e fare una sorta di “capitolo 2”, ma fosse per me potrei anche registrare tutta la loro discografia, quindi non so se sia sensato ah ah! Vedremo. Mi sto dedicando molto anche alla mia vita privata, inoltre sto studiando e a livello personale sto affrontando letture filosofiche, Nietzsche in particolare, e mi piace appuntarmi pensieri o riflessioni personali ogni tanto. Recentemente ho ripreso anche a disegnare, cosa che ho fatto per tantissimi anni ma che avevo lasciato da parte per molto tempo.

Domanda secca: cosa stai ascoltando in questi giorni?

Bathory, prevalentemente. Ma anche Kormak, (((AF))) o ogni tanto qualche ascolto di brani vari da diversi gruppi, inclusa The Unquiet Grave dei Claymore. Mentre rispondevo alle tue domande però, mi sono ascoltato le opere organistiche di Bach, il terzo movimento dell’Estate di Vivaldi, qualcosa da Odes e qualche premix dal nuovo album.

Siamo al termine della chiacchierata. Vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori?

Intanto grazie per questa intervista e per la recensione! Sono felice di essere di nuovo sulle pagine di Mister Folk! Ragazzi, grazie per il vostro supporto e per aver letto questa intervista! Tenete a cuore il Metal e la musica che vi piace, e supportatela! E, per chiudere “alla Quorthon”, Hail the Hordes!

Intervista: Atavicus

Anni di attesa e impazienza sono stati ben ripagati: dopo l’EP Ad Maiora gli Atavicus si sono fatti conoscere sui palchi di locali e festival, ma nuova musica arrivava col contagocce: un paio di singoli appena, giusto quel qualcosa per far salire ancora di più la curiosità. E poi eccolo, Di Eroica Stirpe, potente e fiero, il giusto debutto per una band che fa dei muscoli e dell’epicità i propri punti di forza. Il cantante/chitarrista Lupus Nemesis ha risposto alle mie domande, buona lettura!

La prima domanda è anche la più scontata: perché abbiamo dovuto attendere cinque anni per avere il successore di Ad Maiora?

É stato un lavoro molto lungo, intervallato da non pochi imprevisti, impegni e vicende personali di vario tipo.
 Tutte queste cose, sommandosi, hanno portato a tempi tanto lunghi, ma del resto “l’attesa accende gli animi”!

Cinque anni vogliono dire anche maturazione artistica, nuovi input e a volte una visione musicale diversa per una serie di fattori. Come e quanto sono cambiati gli Atavicus in questo lasso di tempo?

In cinque anni si ha la possibilità di maturare molto, si ampia il proprio bagaglio musicale e culturale e si sperimentano nuove sonorità, ma più che di cambiamento parlerei di evoluzione.
 Gli Atavicus non sono una band stagnante in se stessa, ci sarà sempre spazio per evolversi e sperimentare ancora.

La prima che si nota ascoltando il disco è che le parti “estreme” sono ancora più violente e veloci, mentre le aperture melodiche e i cori si son fatti più epici. Avete lavorato molto su questi aspetti?

Il lavoro è stato molto ma è stato fatto in modo del tutto naturale seguendo istinto e ispirazione, non una nota è stata frutto di forzature stilistiche o imposizioni studiate a tavolino.
 Avevamo promesso esattamente questo: più estremi laddove si ha bisogno di violenza e più epici dove invece si ricerca melodia, pathos e apertura.

La produzione è all’altezza della situazione e il suono è pulito ma non snatura l’attitudine degli Atavicus. Dove avete registrato e siete soddisfatti del risultato finale?

Abbiamo registrato il disco nel nostro Genxia Studio, mentre invece mix e master sono stati affidati al nostro estremamente competente amico No1 e al suo H.C.C. Project Studio. 
Il risultato finale è esattamente ciò che volevamo e siamo certi che non avrebbe potuto essere migliore di così, quindi sì, siamo molto soddisfatti.

La copertina è realizzata da un vecchio amico come Svafnir. In quale modo si è giunti alla copertina finale?

Mi sento di dire senza alcun dubbio che sia un capolavoro, Augur Svafnir ha dato il meglio di sé realizzandola seguendo le linee del concept e i testi dei brani che gli abbiamo fornito.
 Ha fatto subito centro e ci ha conquistato con le sue rappresentazioni di ciò che l’album va poi a raccontare in musica.

Quale canzone vi rappresenta meglio e quale, invece vi ha dato “problemi” durante la composizione?

A loro modo tutte le canzoni ci rappresentano essendo state composte in momenti e fasi diverse, ognuna è voce di una parte di noi e nel loro insieme, forniscono un quadro completo di quello che sono gli Atavicus. Non abbiamo avuto grossi problemi nella composizione, ci sono solo stati brani che hanno richiesto maggior tempo e attenzione in quanto dovevano essere gestite e arrangiate oltre alle chitarre, alla batteria e alle voci, anche tutte le sezioni orchestrali.

Canto Di Dolore Dell’Antica Dea Madre: devo dire che soprattutto la parte iniziale è un pugno allo stomaco. Cosa volete dire agli ascoltatori con questa canzone e soprattutto con il pianto iniziale?

Potremmo fare un’intera intervista soltanto per questo, ma cercando di essere brevi, si può dire che è un brano tra i più particolari dell’intero disco, tratta di una leggenda antichissima a noi molto cara che narra di come la Dea Maja morì di stenti e dolore in seguito alla perdita del figlio ferito in battaglia. I due saranno sepolti sulle montagne simbolo della nostra terra alle quali daranno così nome di Majella e “Gigante Addormentato”(Gran Sasso)
. Il pianto straziante che apre la traccia, altro non è che il canto disperato di una madre che cadendo nel sonno eterno, si ricongiunge finalmente a suo figlio.

Safinim dura quasi undici minuti e devo confessare che un brano del genere (lunghezza e songwriting) è una bella sorpresa. Sono curioso di sapere come è nata e come siete giunti a realizzare una canzone del genere.

Safinim è la vera sintesi della collaborazione tra me e Triumphator, in questo brano abbiamo voluto fondere le idee di entrambi non optando per una selezione che avrebbe portato a cinque o sei minuti di musica, ma di elaborale, migliorarle e arrangiarle tutte per ottenere una traccia che volevamo fosse il simbolo della nostra collaborazione.

Qualche anno fa avete registrato una bellissima cover de L’Aquila E Il Falco dei Pooh e devo dire che ho sperato di trovare una cosa del genere nel nuovo disco, magari come bonus track o ghost track. C’è la possibilità che facciate qualcosa del genere prossimamente oppure quella cover rimarrà un caso isolato?

Tutto è possibile e nulla è detto, Atavicus vuol dire anche questo e quindi sì, la possibilità è concreta, abbiamo già diverse idee su cosa proporre in un futuro più o meno prossimo!

Sembra che alla gente sia piaciuta la definizione “metal coatto”: vi ci ritrovate in queste due parole? In fondo la vostra musica è cazzuta, ma anche un po’ coatta e ignorante, chiaramente sempre in termini positivi.

Ci fa piacere se chi ci segue e ascolta usi termini “identificativi” per parlare di noi. Che sia coatto, cazzuto, ignorante o altro, ciò che più conta per noi è che la gente ascoltando un nostro pezzo possa essere in grado di dire “questi sono gli Atavicus, li riconosco”!

Il disco esce sotto Earth And Sky Productions, una giovane etichetta italiana che si sta facendo conoscere a suon di buone uscite. Come siete arrivati all’accordo?

Siamo stati contattati dalla Earth And Sky che ci ha subito avanzato una proposta molto interessante che abbiamo voluto cogliere. 
L’etichetta seppur giovane si muove con devozione e determinazione e non possiamo che ringraziarla infinitamente per aver scelto di credere in noi!

Gli Atavicus sono molto legati alla propria terra, ma sarebbero la stessa cosa se fossero provenuti dal Veneto o dalla Calabria, invece dell’Abruzzo?

Gli Atavicus esistono perché esiste l’Abruzzo.
 Fossimo stati generati da un’altra terra, non saremmo stati gli Atavicus, probabilmente sarebbe esistita una band ugualmente devota e innamorata della propria terra e storia, ma non Atavicus.

Con il disco finalmente fuori potete smettere di rispondere alla domanda “quando esce il nuovo cd?” e magari pensare a promuoverlo in giro per i palchi. Cosa faranno gli Atavicus nei prossimi mesi?

Stiamo preparando diverse soluzioni per i tempi a venire, non credo tarderemo molto a presentarvi ulteriori novità, anche per quanto riguarda l’attività live. (l’intervista è stata fatta prima dell’emergenza Covid-19, ndMF)

Grazie per avermi concesso l’intervista… chiusura scontata: dovremo attendere altri cinque anni per il prossimo cd degli Atavicus?


Grazie a te per averci offerto questo spazio!
 Ci auguriamo di potervi dare il successore de Di Eroica Stirpe in tempi molto più brevi, ma l’obiettivo primario resta quello di dare e ottenere il massimo da noi stessi e dalla nostra musica, seguendo l’ispirazione e il suo flusso naturale, senza in realtà badare troppo a restare stretti coi tempi. 
Ci vorrà soltanto il tempo necessario!

Intervista: Kyn

Una band che arriva al debutto con un sound già forte e personale? In aggiunta in un contesto come quello pagan folk, ovvero fortemente legato alla musica tradizionale? Con musicisti esperti e una buona dose di idee si può fare, ed ecco che Earendel è un buon disco, diverso da tutto il resto della scena. Eppure i Kyn possono fare ancora di più e noi di Mister Folk non vediamo l’ora di assistere a un loro concerto. Per saperne di più sulla band, sui testi e su cosa faranno nel 2020, abbiamo intervistato la frontwoman Ida Elena, già passata su queste pagine diverse volte: buona lettura!

Ciao Ida Elena, partiamo dall’inizio con la fondazione del gruppo, la scelta del nome e soprattutto cosa vi ha spinto a suonare la musica che grazie a Earendel ora gira negli impianti audio degli appassionati?

Ciao a te ed a voi che leggete! La fondazione del gruppo nasce da un’esigenza di ampliare le sonorità della musica che scrivo ed insieme a Gino Hohl (Kel Amrun) abbiamo iniziato io a scrivere e lui ad arrangiare. Non ci bastava però! Le canzoni si orchestravano sempre più e necessitavano di strumenti e vocalità ben precise, che a noi mancavano. Ho pensato allora di chiedere ai già miei compagni di armi nei Fairy Dream Albert Dannenmann (Blackmore’s Night) e Heiko Gläser (Tinnitus Brachialis) ed hanno subito sposato il progetto. Mancava ancora qualcosa però: a quel punto, ho messo un annuncio su “Musicisti medievali in Germania” ed in nemmeno 5 minuti due dei musicisti che avrei sempre voluto avvicinare ma non avevo mai osato, mi hanno scritto perché subito interessati, ovvero Anja Novotny (The Dolmen) e Dirk Kilian (Triskilian). Tutti polistrumentisti pazzeschi e super motivati, abbiamo registrato l’album in un mese e mezzo! Però mancava un mastermind, qualcuno capace di dare un gran suono a tutto questo. Ho girato il nostro progetto al mio compagno di metal Tomas Goldney (Bare Infinity) che si è non solo mostrato super entusiasta, ma ha deciso anche di rappresentarci come label, la Blackdown Music! Inutile dire che il suo lavoro è stato pazzesco! Quando abbiamo sentito il master non potevamo crederci! Venendo al nome, beh, ho chiesto al mio amico Jarl dei Valhalla Viking Victory, come si dicesse “eredità” in Old Norse, e mi ha suggerito Kyn. Non ho avuto bisogno di sentire altro, anche perché ho avuto l’appoggio della mia amica, nonché consigliera già nota ai lettori, Pamela Ceccarelli, in arte Ixia, che è di gusti molto difficili!

Earendel è il disco di debutto, eppure già suona personale e diverso dal resto della scena. Quali sono le realtà che vi hanno influenzato a livello musicale e quali, invece – se ce ne sono – vi hanno spinto verso la sperimentazione?

Ti ringrazio! Beh, suonando musica medievale da tanti anni, sia io che i miei compagni, abbiamo sentito la necessità di osare, di tentare una strada meno battuta o completamente vergine, anche rischiando che questo lavoro potesse non essere ben accolto dai fan del genere. È stato fondamentale collaborare con Tomas che invece non ha un orecchio abituato alla musica medievale e ci ha aiutato ad aggiustare il tiro. In generale però, sia io che Gino siamo fan dei Dead Can Dance e dei Rammstein e abbiamo pensato: che succederebbe se si incontrassero?

Stilisticamente cercate di portare delle nuove sonorità in un genere che in linea di massima cerca di suonare sempre simile a se stesso. Come avete maturato questa decisione? Siete soddisfatti di quanto realizzato fino a questo momento?

Come dicevo prima, la voglia di novità rispetto alla nostra esperienza fino ad oggi, ci ha spinto a tentare questa strada. Siamo contenti del risultato, ma ci piace migliorare e spingerci sempre oltre, perciò mi sento di dire che il nostro lavoro migliore non lo abbiamo ancora composto!

Siete una band formata da musicisti che non vivono nello stesso paese, ti chiedo quindi in quale modo vi organizzate per le prove e per scrivere le canzoni.

Le canzoni le scrivo principalmente io, anche se spero che dal prossimo album in poi la composizione possa essere molto più corale (ovviamente rodando il lavoro di squadra, questo avverrà sempre di più). Per le prove, siamo tutti professionisti e quindi non è facile trovare dei fine settimana liberi per tutti, ma alla fine, quando riusciamo ad organizzarci, proviamo tre giorni filati! Ci fidiamo l’un dell’altro e questo aiuta il lavoro individuale e poi quello di squadra.

Come descriveresti la musica dei Kyna una persona che ancora non ha avuto modo di ascoltarvi?

Kyn è il bimbo mai nato dal matrimonio dei Rammstein con i Dead Can Dance ahahah! Scherzi a parte, Kyn parte dalle fondamenta della cultura pagana, anche grazie alla riscoperta delle nostre leggende (è stato fondamentale per me partire dalle leggende siciliane e unirle al nord Europa, anche perché la Sicilia è stata dominata dai mori, ma anche dai normanni e dagli Staufer, che erano tedeschi) e si evolve nella musica moderna tramite l’elettronica. Questi due generi sono molto diversi tra loro ma hanno in comune il potere dell’estasi, della trance, quando sono al loro apice. Speriamo di esserci riusciti!

Unire il nord Europa con il sud Europa è uno dei vostri obiettivi, e devo dire che ci siete riusciti bene e con personalità. È stato difficile farlo oppure, data la bravura e l’esperienza dei musicisti, è stato un processo naturale?

Per me è stato un piacere cercare di rendere giustizia alla contaminazione tra questi due mondi perché in fin dei conti è ciò che avviene anche in questa band: sono la sola italiana in un gruppo di tedeschi che considero tra i migliori in Germania. Poi abbiamo lo Svizzero che è neutrale ahahah! Ma anche lui in quanto a bravura non scherza!

Parliamo dei testi: quelli in italiano sono chiaramente comprensibili e alcuni funzionano davvero bene come La Leggenda Di Colapesce. Ti chiedo invece di raccontarci di cosa parlano le varie Kyn e Herr Mannelig.

Ti ringrazio, in pratica La Leggenda Di Colapesce si è scritta da sola! Ero come in trance mentre scrivevo. Per la parte in tedesco mi ha aiutata Anja perché avevo il terrore di scrivere corbellerie. Kyn parla delle donne, dell’esigenza di non essere più messe in disparte in un mondo governato dagli uomini e di trovare la forza nelle nostre radici, come le donne vichinghe ad esempio, che nella società vichinga non erano affatto messe in disparte, anzi! Herr Mannelig è una sorta di soap opera medievale! C’è questa strega/troll che vuole conquistare questo bell’uomo grazie al suo denaro e lotta contro di lui, povero malcapitato (come potete sentire nell’intro). Ci riuscirà? Lo scoprirete nel prossimo episodio di Kyn, la serie!

Alcuni brani presentano un cantato in doppia lingua. È una scelta legata alla “musicalità” oppure è per esprimere meglio un concetto?

Diciamo che per alcuni brani era quasi obbligatorio, come quando comincia a cantare il re in Colapesce, Federico II che era tedesco. Oppure Fata Morgana, leggenda Arturiana (che perciò canta in inglese) ambientata in Sicilia. Ho voluto esplorare maggiormente la mia lingua, l’italiano, ma siccome si tratta di un progetto corale, è giusto che l’inglese sia predominante in modo da essere chiaro ciò che cantiamo a tutti noi della band.

Ora che il disco è fuori lo porterete sui palchi europei? Ci sarà un tour o una serie di date selezionate? Anche in questo caso, quanto è difficile organizzare persone distanti tra loro migliaia di chilometri per poter salire sul palco?

Ci stiamo ancora assestando per i live: è un progetto molto ambizioso e vogliamo dare il massimo nei concerti, che saranno dei veri e propri show, ma non voglio dire di più. Diciamo solo che il prossimo anno ne vedrete delle belle!

Sei un’artista molto impegnata e tra progetto solista e band sei sempre al lavoro. Cosa farai nei prossimi mesi musicalmente parlando?

Ci provo! Nei prossimi mesi sarò impegnata con i concerti solisti di Natale e con i miei progetti acustici con Fairy Dream, Gino Hohl e la straordinaria polistrumentista e cantante svizzera Adaya, perlopiù tra Svizzera e Germania. Da gennaio in poi, daremo full gas con le prove dei Kyn! E ci saranno delle sorprese!

Ti ringrazio per la disponibilità, vuoi aggiungere qualcosa e salutare i lettori di Mister Folk?

Grazie a voi, intervista molto interessante come sempre. Vorrei solo dire che è importante credere in ciò che si fa, anche quando si ha la sensazione che le altre persone storceranno il naso: è proprio allora che stiamo facendo bene!