Intervista: Davide Truzzi (IronFolks)

Il 2 giugno è una data da segnare sul calendario. No, non perché è la festa della Repubblica, ma perché al Circolo Colony di Brescia si svolgerà l’atteso IronFest – Shiny and Chrome degli amici di IronFolks. Il classico festival del nord Italia con una manciata di gruppi e qualche banchetto del merchandise? Sbagliato. L’IronFest sarà un evento diverso da tutti gli altri: alla musica squisitamente originale si aggiungono una gran quantità di muscle car americane come non se ne vedono nemmeno nei più coatti film d’oltreoceano. Due ottimi motivi per parlarne con l’organizzatore Davide Truzzi, leader di IronFolks e grande conoscitore di letteratura gotica. 

La prima cosa che ti chiedo è: ma chi te lo ha fatto fare di tirar fuori dal nulla un festival/raduno come quello che hai organizzato?

Ogni tanto me lo chiedo anch’io, specialmente in un periodo come questo in cui i festival hanno una mortalità abbastanza alta. Quando sono diventato un membro degli Sharks, poi, una delle prime cose che ho detto suonava più o meno così: “Va bene, almeno qui voglio essere l’ultima ruota del carro: raduni da partecipante e basta, i problemi li lascio agli altri.”

Mentivo.

La cosa singolare, poi, è che le maggiori resistenze non le ho incontrate all’interno del club, da cui mi sarei aspettato qualche mugugno a sentir parlare di death metal, ma dai locali live: quasi tutti i locali che ho contattato, preoccupati dall’idea di fare qualcosa di diverso dal solito, hanno insistito per organizzare un banale raduno di auto con cover band di sottofondo, quindi un qualcosa di ben lontano dalla filosofia della webzine: siamo IronFolks, e quindi pretendiamo solo musica originale e pestata quanto basta. Solo Roby del Circolo Colony ci ha dato il suo appoggio, per il quale non lo ringrazierò mai abbastanza comunque vada.

Conosco la tua passione per i bolidi a quattro ruote, ma l’idea di unire musica heavy metal e auto coatte è per creare un evento diverso da tutti gli altri “tipici” festival musicali?

Esattamente. Caso ha voluto che fossero ormai anni che accarezzavo l’idea di organizzare un festival targato IronFolks, ma per un motivo o per l’altro mi è sempre mancata l’occasione o l’idea per fare qualcosa di davvero “unico”. Frequentando i raduni di auto americane, però, mi sono accorto che molti dei partecipanti hanno un’anima Rock semi addormentata che deve accontentarsi, quando va bene, di una cover band Motorhead o ZZ Top. C’era del potenziale nascosto su cui scommettere, e quindi mi sono rimboccato le maniche. L’idea dell’IronFest è quella di unire due tipi di appassionati, metalhead e petrolhead, che difficilmente hanno occasione di trovarsi assieme. I primi potranno conoscere il mondo degli appassionati di muscle car e vedere auto per le quali normalmente si deve pagare il biglietto di una fiera, i secondi trovare qualcosa di più energico e divertente del solito raduno statico in cui, dopo qualche ora, si finisce immancabilmente a tagliare salame e giocare a briscola.

Secondo quali criteri hai scelto le band che si esibiranno la sera del 2 giugno? Cosa ti aspetti dal festival? Cosa ti ha fatto dire “sì, voglio loro”?

Volevo dare al festival un’identità ben precisa, qualcosa che non si fosse mai visto o quasi, con un climax che spero sarà apprezzato da tutti i partecipanti. Si partirà con l’hard rock motoristico dei Rain (band bolognese dalla storia pluridecennale) e si finirà col death metal degli Ulvedharr, passando per l’heavy metal degli Atavicus. Sono tre gruppi dalle doti live eccezionali che, sono convinto, faranno molto bene insieme. Inoltre, fino al 15 maggio il pubblico potrà scegliere la band di apertura tra Norsemen, DUIR e SuperNaugthy tramite il sondaggio pubblico sulla pagina ufficiale dell’evento. (i bergamaschi NorsemeN hanno vinto e quindi suoneranno sul palco del Colony, ndMF)

I classici tre buoni motivi per non perdere l’Iron Fest!

Presto detto:

  1. Sul palco avremo tre gruppi ormai storici del panorama nazionale, oltre a un’apertura di tutto rispetto (comunque vada il contest). Gli Atavicus, in particolare, non suonano nel nord italia dai tempi del compianto Fosch Fest e so per certo che mancano a molti, specialmente in coppia con gli Ulvedharr. I Rain, poi, sono quanto di meglio possa dare il nostro panorama hard rock. Inoltre l’ingresso sarà gratuito.
  2. Riempiremo il piazzale del Colony con una sfilata di auto a cui io stesso stento a credere, veri pezzi di storia dell’automobilismo americano. Quanto ai mezzi moderni poi, abbiamo alcuni esemplari unici che meritano di essere visti e sentiti.
  3. Sarà l’ultima data del Circolo Colony, che chiuderà definitivamente almeno nella sede attuale. È l’occasione perfetta per dare un addio degno di questo nome ai divanetti color pisello, al soffitto a scacchi e alla fontanella che non ha mai funzionato, e di farlo come tutto era iniziato: con gli Ulvedharr e la musica underground italiana.

Guardandoti indietro, sei soddisfatto di dove è arrivato Iron Folks ad anni di distanza dalla fondazione?

Sono soddisfatto di quel che abbiamo fatto contando i limiti che ci siamo sempre dati (no al metal-gossip, no al clickbait, mai colpi bassi con nessuno), che di fatto ci tagliano un po’ fuori dai “giri che contano”. Sono anche orgoglioso di aver aiutato diversi redattori-wannabe a diventare un po’ meno “wannabe”, e di avere nella squadra gente davvero preparata. Mi dispiace di non essere riuscito ad ottenere più visibilità per esprimere meglio il potenziale della redazione, questo sì, ed è un mio personale punto debole (sono completamente negato lato promozione) su cui conto di impegnarmi per il futuro… per adesso, però, penso solo a far andare bene il festival!

Oltre che un appassionato di musica e di automobili, sei anche un amante della letteratura e hai pubblicato nel 2012 il libro In Nomine Patris: ci parli di questo libro? Stai scrivendo qualcosa di nuovo?

In Nomine Patris è il mio primo romanzo fantastico/horror, uscito per Linee Infinite Edizioni qualche secolo fa e ormai disponibile soltanto in ebook e in un paio di copie cartacee su Amazon e Ebay. Purtroppo, nonostante io mi sia ripromesso di finire di anno in anno il suo seguito, per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito nel mio intento… negli ultimi anni gli impegni della vita mi hanno assorbito troppe energie. In compenso il seguito continua ad andare avanti, anche se a ritmo scandalosamente lento, e prima o poi uscirà. Probabilmente in contemporanea col nuovo album dei Tool.

Parlando di horror gotico, la tua grande passione, quali sono a parer tuo i libri e i film che ogni amante o curioso del genere dovrebbe conoscere? Inoltre ti chiedo un libro e un film “poco famosi” che meriterebbero maggiore considerazione.

Sono uno scontato amante di Poe, che per quanto riguarda il Gotico è un’istituzione. Ma consiglierei anche il suo quasi-contemporaneo Ambrose Bierce, (Dovrebbe essere stata ripubblicata di recente una sua raccolta, I Racconti dell’oltretomba), che per qualche motivo sento citare raramente quando si parla di Gotico, forse perché è un autore più famoso per i suoi racconti di guerra. Tra i classici assoluti invece spicca certamente “Il Monaco” di Matthew Gregory Lewis, sia per i temi trattati (ricordando che è un libro scritto prima del 1800) che per la quantità di idee che sarebbero diventate, poi, capisaldi del genere (cripte, sortilegi, fantasmi, follia e corruzione dell’animo).

Quanto ai film, mi sento di consigliare tutto il Gotico Italiano a partire da La maschera del Demonio di Mario Bava, fino ai meno famosi Danza Macabra di Antonio Margheriti (con le superbe Barbara Steele e Margarete Robsahm) e Il castello dei morti vivi di Luciano Ricci e Lorenzo Sabatini. Menzione d’onore per La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, inventore de facto del Gotico Rurale.

Chi avesse voglia di farsi del male, poi, potrebbe tentare La Chute de la Maison Usher, muto del 1928 diretto da Jean Epstein, che considero la miglior trasposizione cinematografica mai fatta delle opere e delle atmosfere di Poe.

Concludiamo parlando dell’Iron Fest. L’idea è quella di far diventare il festival una presenza fissa nell’estate concertistica del nord Italia? Cosa troveranno le persone che verranno al tuo festival?

Se quest’anno tutto andrà come si spera (e in questo la partecipazione del pubblico sarà ovviamente fondamentale) nulla impedirà di organizzare l’IronFest anche il prossimo anno, staremo a vedere ed è presto per fare promesse. Di certo per quest’anno avremo il Circolo Colony, quattro ottime band, auto esotiche e qualche stand con attrazioni assortite, il tutto gratis. Di più non possiamo fare!

Nota a margine: un ringraziamento speciale a Fabrizio per questo spazio e per il continuo supporto. Tornare sulle pagine di Mister Folk è sempre un piacere.

In Nomine Patris, il libro di Davide Truzzi

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Intervista: Myrkgrav

Un’intervista a lungo attesa. Ma nulla rispetto all’attesa vissuta per il successore dell’eccellente debutto Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning, arrivato dopo ben dieci anni.  Una chiacchierata sincera e aperta col mastermind Lars Jensen sul nuovo cd Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen, a partire dai testi per arrivare alla ricca grafica, ma anche sul tempo passato tra i due full-length, i suoi problemi di depressione e la (ri)scoperta di una passione: produrre scarpe di qualità. 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

Ti sarai stancato di parlarne, ma te lo chiedo per tutti i lettori che si sono persi le tue dichiarazioni: quali sono i motivi che ti hanno spinto a concludere il progetto Myrkgrav?

È semplice. Sono passato ad altre cose nella vita – ad essere onesto, è successo ormai da parecchi anni. Non me la sentivo più, cercare di comporre musica era ormai solo una frustrazione e un peso invece di essere qualcosa di divertente e che avesse un significato. Sono uno di quelli che passano da un interesse all’altro nello spazio di qualche anno, e sapevo già molto tempo fa che con Myrkgrav era finita, anche molto prima di concludere Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen. Che alla fine è il motivo per cui ci sono voluti nove anni. Per ora con la musica ho chiuso, anche se spero di tornarci in un modo o nell’altro quando sento il bisogno che chiama. Proprio come mio zio, che si è ritirato all’apice della carriera e ha ripreso sui quaranta e cinquant’anni, e ora va più forte che mai.

Il titolo del tuo ultimo disco è esplicito: quali sono le sensazioni che hai provato mentre lo realizzavi e come ti senti ora che è passato più di un anno dalla sua pubblicazione?

Una parola: Frustrazione con la F maiuscola. La maggior parte della musica era già scritta e registrata nel 2009, ma non riuscivo assolutamente ad arrangiare le parti di voce per la maggior parte delle tracce. Ho ricevuto aiuto da molti amici e colleghi, ma non riuscivo a essere contento di come veniva il cantato. Alla fine mi son detto “chi se ne fotte” e ho rilasciato l’album con un sacco di tracce strumentali che non erano affatto nate con l’intenzione di esserlo. L’album inconcluso era rimasto aggrappato a me come un fantasma del passato per così tanti anni, che è stato un sollievo incredibile rilasciarlo alla fine – anche se non nella forma (e nemmeno col titolo) che avevo in mente all’inizio.

Mi sento ancora abbastanza soddisfatto. Molte canzoni reggono il confronto, che siano le strumentali o le altre. Inoltre amo ancora com’è venuto fuori l’artwork, che anima ogni singolo testo con illustrazioni disegnate a mano. Sì, è un album che non verrà neppure notato da molte persone, ma non mi interessa. Quelli che lo scoprono e a cui piace fan parte di un piccolo club esclusivo, ahah.

Una cosa in particolare mi ha stupito: dalla pubblicazione digitale a quella fisica di Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen è passato un anno: come mai tutto questo tempo se il disco già esisteva?

Ci sono due motivi per questo. Il principale è che nel momento in cui l’album digitale è uscito, avevo pronta solo la copertina di fronte e non avevo ancora nessun piano per una edizione stampata. La versione fisica (e il download digitale di Bandcamp) sono “complete” nel senso che ottieni il pacchetto completo con tutte le illustrazioni e ogni altra cosa. In quel modo si può facilmente ascoltare in streaming per comodità mentre si sfoglia il booklet e le altre cose nel digipak o nella versione di Bandcamp. L’altro motivo è che ci è voluto parecchio tempo prima che le versioni digipak e limited edition fossero stampate. Ci sono stati molti ritardi con la fabbrica, che hanno causato rallentamenti nell’uscita.

Per Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen non credo che siano mancate le proposte discografiche, eppure la versione fisica del disco è uscita per cinese Pest Productions, il che ha sorpreso un po’ tutti. Come mai la scelta è ricaduta su di loro?

Non ho lavorato molto di marketing per l’album e non ho chiesto a nessuna etichetta più grande (tranne una, che però mi richiedeva fin troppo impegno) se volevano rilasciarlo. Quando Pest Productions mi ha contattato era il partner perfetto. Sono completamente no profit, quindi le loro vendite fisiche finanziano nuove stampe e uscite. I Myrkgrav erano relativamente conosciuti nella loro nicchia, quindi è stato un’ottima aggiunta al loro roster e gli ha permesso di continuare a rilasciare magnifici lavori in formati interessanti. Inoltre, l’album è solo “su licenza”, quindi mi spettano le royalty di streaming e download digitale, mentre Pest si prende le entrate che restano dalle vendite fisiche. Ed è tutto esattamente come lo avrei voluto. In un certo senso ci aiutiamo l’un l’altro. In realtà speriamo che il digipak possa aiutare a finanziare una versione in vinile, anche se le vendite non sono state entusiasmanti e non son sicuro che succederà. E se stai leggendo questa intervista e ancora non possiedi il digipak… sai cosa fare. Sospetto anche che parecchia gente pensi che il progetto Myrkgrav sia più conosciuto di quanto in realtà sia. Non ci sono molte etichette che vogliano rischiare rilasciando l’album di un progetto che è rimasto in silenzio radio fin da un debutto che, per quanto successo abbia avuto, è stato più di dieci anni fa. È una mossa molto rischiosa dal punto di vista finanziario.

L’aspetto visivo del disco è molto importante per te, lo si capisce dal corposo booklet: 20 pagine piene di bellissime illustrazioni, i testi tradotti in inglese e tutto quello che c’è da sapere sulle canzoni. Le illustrazioni, in particolare, mi hanno colpito profondamente: alcune sembrano riprendere lo spirito di Kittelsen per poi ri-adattarlo nelle tue storie, sei d’accordo?

Sono felice che apprezzi il sangue, sudore e lacrime che sono stati versati nelle illustrazioni! La persona che ha fatto l’illustrazione di Vonde Auer (singolo digitale pubblicato nel 2014, ndMF) e che mi ha ritratto in realtà avrebbe dovuto illustrare anche il resto dei testi, ma è scomparsa nel nulla e ho dovuto assumere Eremitt per farle. Non ho rimpianti però, ha fatto un lavoro perfetto. È una specie di punto d’incontro tra lo stile di Kittelsen e quello di Kjell Aukrust, era esattamente quello che cercavo. Aukrust ha illustrato uno dei libri di storia locale che ho usato come fonte d’ispirazione per i testi, ed è (era) anche uno dei più amati illustratori norvegesi, quindi ho cercato di fare quello che potevo per onorare la sua memoria e il suo stile. La copertina (e l’immagine dietro al CD) è un po’ diversa, visto che è vagamente basata su scene reali / dipinti, e mostra le abilità del terzo artista che ho diretto per realizzare l’artwork – che sarebbe Fanny, mia moglie.

Puoi raccontarci la nascita e il lavoro che hai svolto sui testi? Ce ne sono alcuni ai quali sei più legato e dei quali sei particolarmente soddisfatto?

A parte Skjøn Jomfru, che è una ballata medievale, tutti i testi sono basati sulla storia locale e sul folklore della regione norvegese da cui provengo. Selezionare una storia che sia perfetta per l’atmosfera di una certa canzone è sempre stato un elemento essenziale. Personalmente ho un debole per Vonde Auer e Soterudsvarten, per quell’elemento di umorismo vagamente macabro che le distingue. La maggior parte dei testi parlano delle difficoltà della vita di ogni giorno mischiate ad alcuni elementi sovrannaturali. Riflette molto bene il periodo in cui sono basate, una cosa che è sempre stata il mio obiettivo principale. Niente battaglie epiche tra guerrieri leggendari, piuttosto risse tra giovani. Nessun mostro della mitologia, piuttosto persone pronte a mettersi nei guai. È una cosa molto più terra-terra e qualcosa con cui ci si può identificare rispetto a quello che trovi di solito nel genere. È il tipo di contributo che voglio dare a qualcosa che di solito è più “epico”. Un senso di realismo (magico e curioso), invece di farsi le seghe sulle fiabe. [NdR: non è una licenza poetica, ho tradotto letteralmente quello che ha detto]

Sono uno dei 50 possessori del box limitato, ti chiedo perché la scatola è stata fatta in cartone (con un adesivo attaccato sopra) invece di una più bella in legno (sicuramente più costosa, ma di ben altro effetto estetico). Ho molto apprezzato, invece, le due foto nella confezione, mi hanno dato una sensazione di serenità e libertà: è così che ti senti?

Come ho detto prima, Pest Productions è un’etichetta no profit, quindi ci sono limiti riguardo a cosa si può produrre. In realtà sono molto orgoglioso di quello che sono riusciti a fare con la limited edition lavorando con un budget così basso. Certo, i colori delle foto potevano essere più accesi, il box avrebbe potuto avere il logo dei Myrkgrav stampato invece che incollato. Ma alla fine, per me sono riusciti a realizzare un piccolo gioiello. Non ero nemmeno sicuro all’inizio se volevo fare un’edizione limitata così, ma sono riusciti loro a convincermi – loro hanno ascoltato le mie idee e io ho ascoltato le loro; e il prodotto finale è sia un lavoro di compromesso che di amore. Proprio come avrebbe dovuto essere.

Ascoltando la tua musica penso sempre una cosa: i Myrkgrav non hanno raccolto quanto seminato. Parliamoci chiaramente, il debutto Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning (2006) è considerato da molti un capolavoro, ma dopo la release per tanti anni non sono usciti dischi o EP e forse questo ha “ucciso” il nome che eri riuscito a costruirti. Hai forse qualche rimpianto di quel che poteva essere e non è stato?

Non è esattamente corretto che non ci sono stati EP, li ho solo rilasciati indipendentemente visto che non mi interessava tirar dentro etichette e contratti dopo l’esperienza non proprio ottima col primo contratto per il disco. L’eccezione è lo split in vinile Sjuguttmyra/Ferden Går Videre da 7 pollici che ho condiviso coi Voluspaa, che ovviamente è sul mercato solamente in formato fisico. Credo che la differenza principale sia che quando stavo facendo Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning ero giovane e con molta ispirazione e avevo tutto il tempo che volevo per concentrarmi sui Myrkgrav. Ho fatto un sacco di promozione prima di rilasciare l’album, ma tutti gli EP, singoli e qualunque altra cosa che ho prodotto dopo di quello sono stati rilasciati “in silenzio” e senza mettersi a promuoverli molto.

In realtà, quello che ha causato il mio crollo come artista è stata la malattia mentale. Ho sempre combattuto e combatto ancora con ansia e depressione, che nel mio caso uccidono l’ispirazione invece di dargli una spinta. La musica per me ha un’origine molto positiva, ma quando non ho avuto più emozioni positive, non sono più nemmeno stato in grado di fare musica. Uno dei periodi più orribili della mia vita ha coinciso con il periodo dopo il rilascio del primo album, e mi ha reso impossibile continuare con lo stesso entusiasmo e la stessa energia di prima – è questo il motivo del lungo silenzio prima di riuscire a piazzare Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen farvel sugli scaffali.

Ho dei rimorsi? Ovviamente. Ma sono felice di dove mi trovo ora con la mia vita, indipendentemente dai Myrkgrav, e non cambierei per niente al mondo. Non mi sono mai considerato un grande artista, solo un tizio qualunque a cui è capitata tra le mani una formula che funzionava bene. Quindi non mi ha mai causato molto dispiacere che non sono rimasto “famoso”, se proprio vogliamo metterla così. Ho sempre scritto musica per il gusto di farlo. Se poi piaceva anche ad altri, è solo una cosa in più. Myrkgrav non è mai stata una band che aveva intenzione di avere successo, o di avere un grande seguito. È solo l’umile creazione di un singolo individuo a cui piaceva giocare coi generi e comporre musica senza nessuna conoscenza di teoria. Solo un sacco di passione.

Pur essendo i Myrkgrav una band underground, non sono mai mancati attestati di stima e complimenti di ogni genere. Però deve essere stata una gran sorpresa scoprire che una persona in Belgio ha chiamato il proprio figlio Lars in onore della tua musica. Cosa provi quando pensi a situazioni come questa?

L’amore e l’apprezzamento che ho ricevuto dal piccolo ma carico gruppo di seguaci che ho avuto è stato incredibile. Anche se ormai molti sono scesi dal treno dei Myrkgrav, un manipolo di gente entusiasta rimane. Sospetto che sarà soprattutto per loro che Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen avrà un certo peso. Non credo che conquisterò nuovi fan con un album rilasciato così tanti anni dopo il primo.

Per quel che riguarda avere un bambino con il mio nome che non è mio, è stata una cosa che mi ha davvero scaldato il cuore. Non intendo avere figli, visto che io e mia moglie ci siamo dedicati a una vita senza figli. Ma un frammento del mio nome e della mia eredità vivrà in qualcun altro. Pensando che un giorno questo Lars il Belga racconterà la – probabilmente un po’ imbarazzante – storia di come il suo nome gli è stato dato in onore di un oscuro musicista folk metal è insieme sia davvero divertente che un grande, grandissimo onore.

Hai recentemente collaborato con la band Norrsintt, come è nata la cosa e cosa puoi dirci riguardo questo lavoro?

Che sarà un inno folk metal assolutamente epico come non ce ne sono quasi stai finora, questa è la prima cosa che ti posso dire. Non grazie al mio contributo, ma perché la musica è semplicemente incredibile in se stessa. Non avrei partecipato se non ci avessi creduto. Per approfondire, io e Mathias degli Utmarken e dei Norrsinnt siamo in contatto da molto tempo, chiacchieriamo un po’ di tutto. È un tipo fantastico, un mio buon amico, e siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ho menzionato tempo fa che se mai avesse voluto un cantante ospite su qualunque suo progetto a me avrebbe fatto piacere partecipare. La prima volta che mi ha contattato per parlare di una canzone aveva in mano solo qualche riff, ma ho capito subito che sarebbe stato qualcosa di incredibile. Normalmente avrei rifiutato, perché ormai oggi non ho più nemmeno uno spazio per registrare. Viviamo in un minuscolo appartamento in un condominio pieno di vicini, e ho deciso allora di andare dai miei suoceri e tirar su uno studio di registrazione improvvisato nel vecchio ufficio del padre di mia moglie, e ho registrato la voce in un fine settimana la scorsa estate. È stato davvero divertente lavorare a un progetto in cui non sono il capo e dovevo solo fare la mia parte. Molto meno stressante di essere il responsabile di tutto quello che succede, che è quello che è sempre stata la situazione con i Myrkgrav.

Segui ancora la scena folk metal e le nuove band oppure hai perso interesse verso queste sonorità? Cosa ascolti ultimamente e ti va di consigliare un disco (di qualunque genere) che ami particolarmente?

No, non seguo più nessun genere ormai. Suppongo che sia un po’ strano che un musicista non ascolti molta musica, ma per me è più piacevole ascoltare il silenzio e mantenere un po’ di quiete attorno a me. Ovviamente ci sono gruppi che ascolto regolarmente, anche se non seguo la loro carriera con attenzione. Gente come Leprous, Dunderbeist, Horisont e The Tallest Man On Earth. Band e artisti molto diversi tra loro. Il comune denominatore è che secondo me la loro musica è molto onesta e viene dritta dal cuore, senza tanti trucchi. Ho un debole per queste cose.

Ho letto con grande curiosità e interesse di come ti sei appassionato alla produzione delle scarpe. Ti va di raccontarlo ai lettori di Mister Folk?

Assolutamente. Per molto tempo mi sono chiesto come sarebbe stato farsi un paio di scarpe da solo. Il mio bis-bisnonno era un ciabattino e calzolaio nel villaggio da cui provengo, il suo nome era Karl Johan Østmo. Qualche estate fa, mentre ero a casa in vacanza, ho trovato un po’ di suoi vecchi attrezzi in quello che era stato il suo laboratorio. È stata la scintilla che ha acceso la fiamma della produzione di scarpe e scarponi tradizionali. Ho imparato da autodidatta, nello stesso modo in cui ho imparato a far musica, ma ora che lo sto facendo da qualche anno sono riuscito a imparare un sacco e ho una certa reputazione nella piccola nicchia delle scarpe di alta qualità. Come con tutto quello che faccio, seguire le tradizioni e i costumi locali è una cosa che mi porta molta soddisfazione. Ovviamente, quindi, ho chiamato la mia compagnia Østmo Bootmaker in onore del mio bis-bisnonno e ho creato scarpe e stivali che si basano su pezzi vintage scandinavi. A differenza della musica, però, fare scarpe mi dà da vivere con un ritmo e un dispendio di energie che non mi stressa troppo. Presto io e mia moglie torneremo in Norvegia, e potrò avere un laboratorio ancora più grande della camera da letto del nostro appartamento, ahah! Il futuro è eccitante! Se qualcuno fosse interessato a seguire il mio viaggio nel mondo del calzolame può seguirmi su Instagram.

Cosa fa Lars Jensen ora che ha messo da parte gli strumenti musicali (oltre a produrre scarpe)? Che tipo di musica ti piace ascoltare?

A essere onesto, quasi nulla. Sono un’amante della calma e del silenzio e prendo le cose col ritmo che preferisco. Ho studiato folklore ed etnologia all’università Åbo Akademi di Turku, in Finlandia, negli scorsi quattro anni. Però il carico di lavoro era davvero troppo e stava iniziando a causarmi problemi di salute, quindi ho deciso di interrompere gli studi finché non mi sentirò meglio. L’unica cosa che mi manca è scrivere la tesi e finire qualche esame, e poi ho concluso. Ma probabilmente ci vorranno altri nove anni – proprio nello stesso modo in cui è finita coi Myrkgrav. 😉

Lars, ti ringrazio per la disponibilità e per la bellissima musica che lasci alla storia. Vuoi salutare i tuoi fan italiani?

Grazie per avermi ospitato, è sempre un piacere partecipare a un’intervista con qualcuno che sa il fatto suo e fa domande rilevanti! Non credo che sia giunto il momento di un addio, però. Solo un… arrivederci! Che sia coi Myrkgrav o con qualcosa di completamente nuovo, il futuro è una porta aperta.

ENGLISH VERSION:

You’re probably tired of talking about it, but this is for all our readers that missed your statements: what are the reasons that pushed you to end Myrkgrav?

It’s pretty simple. I have just moved on in life – in all fairness that happened many years ago already. I’m just not feeling it anymore and trying to compose music just became frustrating and a burden rather than something enjoyable and meaningful. I’m one of those people who tend to jump from interest to interest with a few years in-between, and I actually knew a long time ago that Myrkgrav was done way before the Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen album was ever finished. Which is also why it took nine years to finish it. For now I am done with music, although I hope to return in some form or another when I feel that calling. Just like my uncle, who quit at the height of his career and then took it back up in his late 40s and 50s and is going stronger than ever now.

The title of your latest album is pretty explicit: what were the feelings you had while recording it and how do you feel now, one year after its release?

One word: Frustration with a capital F. Most of the music was already composed and recorded by 2009, but I could not for the life of me get vocals arranged for most of the tracks. I had help from several friends and colleagues, but was still not happy with how the vocal arrangements turned out. So I decided to say “fuck it” and release the album with several instrumentals that were never intended to be instrumentals. The unfinished album hung over me like some ghost of the past for so many years, and it was such a relief to finally release it – even if it wasn’t in the form (or even with the title) I had planned.

I still feel pretty good about it. Many of the songs hold their own, whether it be the instrumentals or the other songs. I also love how the artwork turned out, which each and every lyric illustrated with hand-drawn illustrations. It’s an album that will fly under the radar of a lot of people, but I don’t care. Those who find it and like it are part of a small special club, haha.

I’ve noticed a particular detail: the digital and physical release of Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen are separated by about one year. Why so long, since the album was already there?

There are two reasons for this. The main one being that I only had the front cover artwork ready by the time the album was released digitally and no real plans to have it pressed at that point. The physical (and Bandcamp digital download) versions are “complete” in the sense that you get the full package with all the artwork, bells and whistles. That way people can easily stream the album for pure convenience while they still look through the booklet and such from the digipak or Bandcamp versions while they listen. The second reason is that it took a long time to have the digipak and limited box edition printed. There were several delays from the factory, which lead to it being out later than expected.

I don’t suppose there was a lack of interest by labels for Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen, and yet you decided to publish it with the Chinese Pest Productions, something that came as a surprise to almost everyone. Why did you go with them?

I didn’t market the new album much and didn’t ask any bigger labels (except one that wanted way too much of me) if they wanted to release it. When Pest Productions contacted me it was a perfect match. They operate completely non-profit, so all their physical sales fund new releases and pressings. Myrkgrav being relatively well-known in its small niche was a nice addition to their roster so they could continue to do great releases in interesting formats. The Myrkgrav release is also only “licensed”, so I get the royalties from streaming and digital downloads for myself, while Pest gets the remaining cash from physical sales. I wouldn’t have it any other way. We both help each other in a way. Actually we hope the digipak release will help fund a vinyl version of the album, although sales haven’t been that great and I’m not sure if it’ll happen. If you’re reading this and not yet own the digipak… you know what to do.

I also suspect many people think Myrkgrav is more famous than it actually is. Not a lot of labels want to risk releasing the album of a project that has maintained relative radio silence since a successful debut more than 10 years ago. It’s a risky business move.

It’s evident that the aesthetic side of the album is very relevant to you, as we can tell from the hefty booklet: 20 pages full of wonderful artworks, lyrics translated to English and everything one needs to know about the songs. The artworks in particular are particularly striking: some take Kittelsen’s spirit and re-adapt it to your stories, would you agree?

I am happy you appreciate the blood, sweat and tears put into the artwork! The person who did the Vonde Auer illustration as well as the drawing of me was actually supposed to illustrate the other lyrics as well, but he dropped off the face of the earth and I had to hire Eremitt to do them instead. No regrets though, they nailed it. It’s sort of a fusion between Kittelsen and Kjell Aukrust’s styles, which is exactly what I was going for. Aukrust illustrated one of the local history books I’ve used for inspiration for many lyrics and he is (was) also one of the more loved and cherished Norwegian illustrators, so I wanted to do what I could to honor his memory and style. The front cover (and the panel behind the CD) is a little different as it is loosely based on real scenes/paintings, and features the third artist I used to create the artwork – namely my wife Fanny.

Can you tell us about your work on the lyrics and how they were born? Do you feel a stronger bond with any of them, or is there anything you feel particularly proud of?

The lyrics are all (except Skjøn Jomfru which is a medieval ballad) based on local history and folklore from my home region in Norway. Selecting a story that fits the atmosphere of a particular song has always been a key element. I am partial to Vonde Auer and Soterudsvarten myself, as they have that slightly morbid humor working for them. Most of the lyrics deal with everyday hardship mixed with some supernatural elements. This reflects the time period they stem from pretty well, which has always been my main goal. No epic battles between warriors – rather quarrels between youngsters. No mythical monsters – rather people who are up to no good. It’s more down to earth and relatable than what you typically find in this genre. That is my contribution to a genre that is usually more “epic”. A sense of (curious and mystical) realism rather than pure fairy tale wanking.

I’m one of the 50 owners of the limited edition boxes, so I’m compelled to ask: why is the box made of cardboard rather than wood, which is more expensive but undeniably more aesthetically attractive? I appreciated a lot the two pictures included, they gave a feeling of calmness and freedom; is this how you feel?

Like I mentioned earlier, Pest Productions is a non-profit label, and so there are limits as to what is possible to release. I’m actually very proud of what they managed to make of he limited edition box on a low budget. Sure, the colors on the post cards could have been more vivid, the box could have had the Myrkgrav shield printed on it instead of using a sticker. But all in all, it’s a very cool little package they managed to put together. I wasn’t even sure at first if I wanted to do a limited release like that, but they talked me into it – they listened to my ideas and I listened to theirs: and the end product is a work of both compromise and love. Just the way it’s supposed to be.

The main thing I think about when I listen to your music is that Myrkgrav didn’t reap what they sowed. Let’s be frank: Trollskau, Skrømt Og Kølabrenning, your debut, is considered by many to be a masterpiece, but after that release there weren’t any more albums or EPs, and perhaps that “killed” the fame you managed to attain. Do you have any regret for what it could have all been?

While it isn’t completely true that there were no more EPs, they were released independently since I wasn’t interested in involving labels and contracts anymore after the suboptimal experience with my first record deal. The exception is the Sjuguttmyra/Ferden Går Videre 7” vinyl split with Voluspaa, which obviously made its way to the market in physical format. I think the main difference is that while I was making Trollskau, Skrømt og Kølabrenning, I was young and inspired and had all the time in the world to focus on Myrkgrav. I did a lot of promotion before the album was released, but the following EPs, singles and such have been “silent” releases that haven’t been heavily promoted.

What really triggered my downfall as an artist was mental illness. I have always had and continue to struggle with anxiety and depression, which for me blocks inspiration rather than breeds it. Music comes from a good place for me, but when there’s not a lot of good feelings, I can’t make any music either. One of the worst periods in my life coincided with the period after the debut album was released, and made it impossible to go on with the same enthusiasm and tempo as before – hence the long silence before Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen finally hit the shelves.

Do I have regrets? Sure. But I am happy with where I am in life now, Myrkgrav or no Myrkgrav, and I ultimately wouldn’t have it any other way. I have never considered myself much of an artist. Just a regular bloke who happened to stumble upon a formula that worked. So it hasn’t caused me all that much grief that I didn’t stay “famous”, so to speak. I’ve always written music for my own pleasure. If others happen to like it as well, that’s just a bonus. Myrkgrav was never a band that was meant to have a big following or become successful. It’s just the humble creations of a single individual who liked to fiddle around with genres and compose music without any theoretical knowledge of anything. Just a lot of love.

Even though Myrkgrav are considered to be an underground band, there’s been a lot of love and appreciation – but it surely must have come as a surprise to hear that someone in Belgium named their son Lars, in honor of your music. How do you feel about this kind of situations?

The love and appreciation from the small, dedicated fanbase has been incredible. When many have forgotten and fallen off the Myrkgrav train, a few enthusiasts have remained. It is mainly for them I suspect the Takk Og Farvel; Tida Er Blitt Ei Annen album will carry any weight. I don’t think I will conquer any new ground with the album since it was released so many years after the debut.

In regards to having a child named after me that is not my own, that brought a great deal of warmth to my heart. I will not have children myself, as me and my wife have committed ourselves to a childfree life. Yet a small part of my name and heritage will live on in someone else. Thinking of the fact that this Belgian Lars will someday tell – what is for him the probably slightly embarrassing – story of how he was named after an obscure folk metal musician, is just too funny and at the same time a great honor.

Recently you collaborated with Norrsintt, how did that come to happen and what can you tell us about it?

It is going to be an absolutely epic folk metal anthem the likes of which has rarely been heard before, that is the first thing I can tell you about that. Not because of my contribution, but because the tune is just incredible in itself. I wouldn’t have participated had I not believed in it. To explain further, Mathias of Utmarken and Norrsinnt and I had been talking for a while about everything and anything. He’s just a great dude, a good friend and we are on the same wavelength. I had mentioned a while back that if he ever wanted some guest vocals on any project he might be working on, I’d be happy to take part. When he first approached me about the song it was just a few riffs, but I heard right away that it was going to be amazing. Normally I would decline because I don’t have a recording space these days. We live in a tiny apartment in an apartment complex with neighbors all around, but I travelled up to the inlaws and set up an improvised vocal recording studio in my fiancé’s dad’s old office and got the vocals recorded over a weekend last summer. It was great fun to be working with something where I am not the boss of everything and I could just play my part. Much less stressful than being in charge of absolutely everything, which is what the Myrkgrav situation has always been.

Do you keep up with the folk metal scene and all the new bands, or are you over this kind of sound by now? What do you usually listen to, do you have any recommendation (from any genre)?

No, I don’t really keep up with music in any genre anymore. I suppose it’s a little weird that a musician doesn’t listen to a lot of music at all, but I just find more pleasure in listening to the silence and keeping my surroundings calm. There are of course some bands that I listen to regularly even if I don’t religiously keep track of their new releases. A few examples are Leprous, Dunderbeist, Horisont and The Tallest Man on Earth. All very different types of bands and artists. The common denominator is that I feel like their music is very honest and comes straight from the heart without a lot of gimmicks. I’m a sucker for that type of thing.

I read with great curiosity how you got into shoemaking. Can you tell our readers about that?

Yes indeed. For the longest time I had wondered what it would be like to make a pair of shoes for myself. My great-great-grandfather was a cobbler and shoemaker in my home village, his name was Karl Johan Østmo. A few summers ago when I was home on vacation, I found a bunch of his old tools in what used to be his workshop. That was the spark that lit the flame for me to being getting into traditional, handmade boots and shoes. I am completely self-taught in the same way I am with music, but now that I’ve been doing it for a couple of years I have managed to learn a lot and make a name for myself in the small niche that is high quality footwear. As it is with all things I do, I take great pleasure in following local tradition and heritage. So of course I had to name my company Østmo Bootmaker to honor my great-great-grandfather as well as do shoe and boot patterns that are based on vintage pieces from Scandinavia. Unlike music, I can actually make a living off of shoemaking while keeping it at a tempo and level that doesn’t stress me out too much. Soon my wife and me are moving back to Norway and I will be able to set up a bigger workshop than what there is space for in the bedroom of our apartment, haha. The future holds much excitement! Anyone interested can follow my bootmaking journey on my Instagram account.

What’s Lars Jensen up to now that he’s put music aside – except for shoes? What kind of music does he listen to?

To be honest: not all that much. I am a lover of peace and quiet and take things at my own pace. I studied folklore and ethnology at Åbo Akademi University in Turku, Finland for the past four years. However, the workload was too heavy and it took its toll on my health, so I decided to put the studies on hold indefinitely until I am doing better. All that remains is writing my bachelor’s thesis as well as taking a few missing courses and I’ll be done. But it probably won’t happen in another nine years – exactly the same way Myrkgrav ended 😉

Lars, thank you so much for your availability and for the wonderful music you gave us. Want to say goodbye to your Italian fans?

Thank you for having me, always a pleasure answering an interview from someone who has obviously done their research and asks relevant questions! I don’t think it’s time to say goodbye. Just…see you later! Whether it be with Myrkgrav or something else entirely, the future is always wide open.

Intervista: Huldre

La Danimarca ha una scena folk metal numericamente piccola, ma di buona qualità, con gli Huldre a spiccare per qualità e personalità. La band di Copenhagen ha pubblicato solamente due album in nove anni di attività, ma Intet Menneskebarn (2012) e Tusmørke (2016) sono dischi di grande spessore suonati con una sicurezza che di rado s’incontra anche in act più blasonati. Alle mie domande ha risposto il bassista Bjarne Kristiansen, il quale si è dimostrato cordiale e desideroso di soddisfare le mie curiosità. Buona lettura!

 – SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione delle domande e risposte.

La nostra precedente intervista risale al 2012 in occasione della pubblicazione del mio libro Folk Metal. Dalle Origini Al Ragnarok. Da allora sono passati cinque anni: cosa è accaduto in casa Huldre?

Oh, da dove cominciare. Beh, la cosa più recente che abbiamo rilasciato è stata Tusmørke alla fine del 2016, e ci ha portato delle grandiose recensioni e una serie di “album dell’anno”, e per seguire quel successo abbiamo fatto qualche concerto, il più importante dei quali è stato un grosso lavoro al Copenhell quest’estate passata. Ma andando più indietro, il 2012 è stato anche l’anno in cui abbiamo rilasciato il nostro debutto Intet Menneskebarn e la ricezione è stata molto buona. Abbiamo passato qualche anno suonando in quanti più concerti possibile e ci siamo divertiti. Nel 2014 abbiamo deciso di provare a partecipare alla Wacken Metal Battle per divertimento, e non solo abbiamo finito per vincere la qualificazione in Danimarca, ma siamo arrivati terzi alla finale internazionale al festival di Wacken. Questo ci ha portato a fare molti grandiosi concerti a vari festival e tour nel 2015. È stato molto memorabile il festival fantasy Trolls & Legends per noi, in Belgio, dove abbiamo suonato davanti a 3500 persone che non ci avevano mai sentito prima e abbiamo firmato autografi per un’ora di fila dopo aver concluso e con questo siamo arrivati al 2016 e a Tusmørke.

Il nome Huldre è dovuto forse alla presenza di Laura e Nanna in formazione? Oppure è semplicemente una figura che vi piaceva?

È dovuto alla creatura. Ci sono magnifici racconti di queste creature che attirano esseri umani che non sospettano nulla dentro ai loro cumuli e alla morte, con la promessa di feste e musica, e pensavamo fosse un ottimo nome per una band che fa folk metal parzialmente basato su questi elementi folkloristici. Ovviamente avere due magnifiche ragazze nella band aiuta molto, ahah.

Ho definito il vostro disco del 2012 Intet Menneskebarn come miglior debutto dell’anno. Cosa mi potete raccontare di quel periodo e in particolare della fase di composizione e di registrazione?

Bella domanda. Allora, io penso che il periodo fosse definito da un sacco di sperimentazione da parte nostra. Non solo cercavamo di capire come definire il nostro suono, ma anche i nostri metodi per cooperare e comporre assieme. Un modo per creare qualcosa che ogni membro della band amasse, e che rimanesse nella nostra intenzione di creare un vero mix di folk e black metal. Sapevamo dalla demo del 2010 che probabilmente c’era una piccola folla a cui sarebbe piaciuto quello che facevamo, ma ricordo che rilasciare questo album e scoprire se la gente lo avrebbe apprezzato davvero è stato una cosa davvero stressante e entusiasmante. Allora, abbiamo messo insieme questo release party in un posto chiamato “Huset I Magstræde” a Copenhagen, accesso libero con un piccolo mercatino simil-vichingo all’ingresso e – ovviamente – un concerto all’interno, e abbiamo avuto una serata spettacolare con due o trecento persone. La registrazione è anche quella andata benissimo. Abbiamo discusso molto riguardo al cercare qualcosa di economico e approcciabile per l’album, come fanno molte delle band al nostro livello, finché Nanna (almeno credo fosse Nanna) ha suggerito di buttarci e investire in un album professionale con questo tizio in Germania, che si chiama Lasse Lammert (il quale ha lavorato con Alestorm, Svartstot, Lagerstein, Gloryhammer e Ásmegin tra gli altri, ndMF). Allora, abbiamo trovato e investito i soldi necessari, e non ce ne siamo mai pentiti. Il risultato è valso davvero la pena, e siamo tornati per un’altra sessione con Tusmørke.

Nel novembre 2016 avete pubblicato il vostro secondo cd Tusmørke, a mio parere uno dei migliori dell’anno. A distanza di molti mesi, come è stato accolto e cosa pensate del disco?

Grazie! Sì, ormai sono passati molti mesi. La reazione del pubblico è stata ottima. Abbiamo ricevuto molte lodi per l’album, e un sacco di recensori sembrano aver notato le nostre ambizioni, come cercare di maturare nel songwriting (cioè essere meno “tutto gettato insieme” e più “cerchiamo di darci un po’ di struttura”). Abbiamo ricevuto molti premi come album dell’anno e complimenti, credo sia stato ricevuto bene per me.

Trovo tutto Tusmørke davvero bello, ma c’è una canzone in particolare che mi ha compito ed è Hindeham. Me ne parli in maniera approfondita?

Hindeham è nata da un riff di violino tirato fuori a caso da Laura durante un sound check per un concerto. Nanna lo aveva registrato immediatamente sul suo cellulare, e più avanti abbiamo creato la canzone partendo da quello. La canzone è anche una di quelle in cui Nanna ha preso spezzoni di racconti per creare i testi, in questo caso il vecchio racconto danese Jomfru I Hindeham.

Le parti “folk” sono molto importanti nelle vostre canzoni e soprattutto sono molto belle e spesso personali. Come e quanto ci lavorate? Sono curioso di sapere come componete le canzoni, se partite da un giro di violino, se tutto inizia da un riff di chitarra oppure se c’è un altro modo ancora.

Varia parecchio. Scriviamo le nostre canzoni in gruppo quindi ogni pezzo può partire da qualunque cosa. Può essere un riff di chitarra, uno scarabocchio della voce, un giro di violino, riff di basso, un… ehm… reel di ghironda? O forse il nostro batterista che fa casino, ahah. Sul serio, può partire in un sacco di modi diversi. In genere componiamo durante una jam [NdT: una jam session, per chi non lo sapesse (e non ghignate, che non si sa mai) è una sessione in cui i musicisti improvvisano le loro parti seguendo più o meno una certa idea musicale condivisa] prima di cercare di concludere la canzone interamente. Quindi in generale si lavora molto su tutta la musica, e sì, sono d’accordo, le parti folk sono magnifiche. Sono quasi sempre gestite dai nostri “folkettari”, cioè Laura, Troels e Nanna.

Fatto molto raro nel panorama odierno, la formazione è rimasta invariata nel corso degli anni e tutti e due gli album vedono gli stessi protagonisti agli strumenti e alla voce. È forse questo uno dei segreti per sfornare un bel disco come Tusmørke?

Sì, credo di sì. Quando siamo arrivati a fare Tusmørke ci conoscevamo tutti molto bene. Abbiamo fatto un sacco di concerti insieme, passato ore infinite in sala prove, camerini, dietro le quinte, dentro ai bus, trascinando equipaggiamento in giro e sul palco, ed evolvere il suono di Intet Menneskebarn si è rivelato “facile” in un certo senso, visto che avevamo molto tempo per analizzare e capire cosa stavamo facendo con quell’album, e dove volevamo andare a parare.

Lavorare con un professionista come Lasse Lammert è sicuramente di grande aiuto. Vi siete sempre trovati d’accordo su tutto oppure a volte la pensate in maniera differente? Puoi raccontare un aneddoto interessante o divertente legato al lavoro svolto con lui?

Lavorare con lui è stato un piacere, e personalmente direi che è stato molto utile avere un input esterno sul suono e sul processo di registrazione. Ha fatto un lavoro fenomenale su entrambi gli album, e soprattutto su Tusmørke, sono convinto che sia riuscito a bilanciare tutti i suoni in maniera fenomenale. È heavy, è folk allo stesso tempo. Mi fa venire ancora i brividi quando lo ascolto. C’erano opinioni differenti, ovviamente, e persone che spingevano in direzioni diverse, ma credo che abbiamo finito per raggiungere un buon punto d’arrivo, e lui ha combattuto valorosamente, ahah! Uno dei problemi che abbiamo capito di aver avuto con Intet Menneskebarn era che noi (la band) ficcavamo troppo il naso nel suono. Ognuno voleva sentirsi, e creava molti problemi alla produzione, quindi ci siamo concentrati nel non ripetere lo stesso errore. Lasse ha fatto un ottimo lavoro, e non sono sicuro di avere aneddoti curiosi durante quel periodo purtroppo. Era tutto estremamente professionale, ahah… Beh… Ci siamo fatti delle birre, ma chi non lo fa? 🙂

Quanto è importante avere una cantante brava tecnicamente e soprattutto dalla timbrica personale come Nanna Barsley?

Ha un ruolo enorme nel suono della band in generale, e la sua presenza sul palco e il modo in cui presenta la musica sono assolutamente fenomenali. Usa davvero la voce come uno strumento, e come abbiamo raccontato prima, a volte viene fuori con cose che si possono chiamare anche “riff vocali”, ahah. Melodie e tecniche di canto attorno a cui costruire una canzone. Il suo stile e il suo suono sono unici, è perfetta per qualcosa come Huldre.

Come vivete la scena folk metal e vi sentite parte di essa? Com’è la scena danese e ci sono band con le quali vi piace dividere il palco o anche solo ritrovarsi a un pub a bere una birra?

Si e no. Il folk metal non è mai stato una cosa enorme in Danimarca, e non lo è nemmeno oggi, anche se mi piace pensare che grazie a noi le cose sono un po’ cambiate. Storicamente ogni ondata di folk metal che ha colpito i paesi confinanti e ha sconfinato attraverso l’Europa ha completamente evitato la Danimarca, quindi quando abbiamo iniziato il paesaggio era molto desolato. Il folk metal era una roba per cui si veniva presi in giro (e per qualcuno ciò probabilmente non cambierà mai). Sì, abbiamo contatti con alcune delle altre band vicino al genere in Danimarca, ma non sono sicuro che si possano definire esattamente folk metal. Gruppi come Heidra, Sylvatica, Vanir e Svartsot sono quelli con cui ci siamo incontrati spesso e abbiamo suonato molti concerti insieme, sotto all’ombrello di questo genere, per così dire. E certamente ci piace condividere una birra con loro. 🙂

State lavorando al prossimo disco oppure dovremo aspettare altri quattro anni prima di avere tra le mani il nuovo lavoro degli Huldre?

Oh, diamo tempo al tempo. Stiamo sempre lavorando a qualcosa, ma è troppo presto per parlare del prossimo album per ora. Temo che potresti dover aspettare i terribili quattro anni per il prossimo. 🙂

Ci sarà mai la possibilità di vedervi in concerto in Italia?

Lo speriamo. Siamo sempre ansiosi di viaggiare e suonare live. Ti faremo sapere se viene fuori qualcosa. 🙂

Grazie per l’intervista, e complimenti ancora per la vostra bellissima musica. A voi la chiusura!

Grazie per le tue gentili parole, e per averci dedicato del tempo scrivendo questa intervista. Oh, e grazie per averci inserito nel tuo libro tanti anni fa! 🙂 Ti auguro il meglio, e stay folky!

Photo by Lunah Lauridsen

ENGLISH VERSION:

(Misterfolk interview with Huldre. Answered by bass player Bjarne Kristiansen)

Your previous interview dates back to 2012, back to the release of my book Folk Metal. From Origins to Ragnarok. It’s been five years since then: what happened to Huldre during this time?

Oh, where to even start with this. Well, most recently we released Tusmørke in late 2016 to some great reviews and a couple of “album of the year” awards, and we have been playing some gigs following up on that, most notably a large gig at the Copenhell festival this past summer. But going back; 2012 was also the year we released our debut album Intet Menneskebarn and it was very nicely received. So we spend a few years playing as many gigs as we could and having fun with that. In 2014 we decided to try the Wacken Metal Battle for fun, and ended up not only winning the Danish part, but also landing a third place in the international finale at the Wacken festival. This lead to a lot of great gigs at various festivals and tours in 2015. Very memorable for us was the Trolls & Legends fantasy festival in Belgium where we played for 3500 people who had never heard of us before, and ended up writing autographs for an hour straight afterwards J And that brings us to 2016 and the start of Tusmørke.

When you chose to name yourselves Huldre, was that due to having Laura and Nanna in the band? Or is it just a mythological creature you found fascinating?

It was because of the creature. There are these magnificent tales of these creatures luring unsuspecting humans under their mounds and to their deaths with the promise of festivities and music and we thought that was a great name to take for a band that does folk metal partially based on these folkloristic elements. It of course helps to have two such wonderful women in the band as well haha.

Back in 2012 I praised your album Intet Menneskebarn as best debut of the year. What can you tell me about that period, and the songwriting and recording phases in particular?

Good question. Well, I think the period was defined by a lot of experimentation on our part. We were not only figuring out our sound, but also our ways of cooperating and composing techniques. How we could create something that everybody in the band loved and which stayed within our determination to create a true blend of folk music and metal. We knew from the 2010 demo that we probably had a small crowd out there that would like what we did, but I remember it as really nerve-racking and exciting to release this album and to find out if people actually liked it. So we set up this release party in something called “Huset I Magstræde” in Copenhagen, free entry with a small Viking-type market outside and of course a concert inside, and had one hell of a night as it drew some 2-300 people. The recording process itself was great as well. We discussed for a long time if we should go for something cheap and available for the album, as many of our peers do, until Nanna (I think it was) suggested going all in on a professional recording with this guy in Germany called Lasse Lammert. So we found and invested the money needed for that step, and never regretted it. The result was so much better for it, and we went back for more with the Tusmørke album.

In fall 2016 you released your second album, Tusmørke, in my opinion one of the best of that year. Months have passed; what was the public’s reaction like, and what do you think about the album now?

Thank you! Yes, many months have passed by now. The public reaction was very good. We got a lot of praise for the album, and a lot of reviewers seemed to pick up on some of our ambitions on the album such as, maturing the song writing (aka less “everything at once” and more “let’s try and structure it just a bit”). We got several “album of the year” awards and praises that year as well, so all in all it was very well received I think.

I think Tusmørke is great in its entirety, but I’m particularly fond of a specific track: Hindeham. Can you tell me about it in details?

Hindeham started its life as a violin riff/doodle created by Laura during a sound check for a gig. Nanna was fast and recorded it on her phone, and later we made the song from that starting point. The song is also one of those where Nanna has been sampling old folk tales to create the lyrics, specifically the old Danish tale called Jomfru I Hindeham.

The “folk” sections of your songs are significant, really beautiful and often personal. How and how much do you work on them? I’m quite curious about the songwriting process, if you start from a violin reel, from a guitar riff, or with a different method.

It varies a lot. We write our songs as a consensus so any song can start in any way. It may be a guitar riff, or a vocal doodle, a violin reel, bass riff, hurdy gurdy.. ehm.. reel? … or it may be our drummer making some noise haha. It can really start in many ways. We generally compose via jams, and usually it starts with 2-3 of us jamming something based on one of the above, then building and extending on that in subsequent jamming sessions before we try to finish up the song all together. So generally speaking, everything is worked on extensively, and yes I agree the folk are very beautiful. They are generally handled by our “folk people” i.e. Laura, Troels and Nanna

It’s quite the rare thing in today’s scene: your lineup hasn’t changed throughout the years – both your albums have the same people taking care of vocals and instruments. Is this one of the secrets behind a great work like Tusmørke?

I think so yeah. By the time of Tusmørke we knew each other very well. We have played many gigs together, spent countless hours in rehearsal rooms, backstage rooms, in busses, dragging gear and on stage so evolving on the sound of Intet Menneskebarn was to some extent “easy” as we had had plenty of time to analyze and figure out what we were actually doing on that album, and where we wanted to go from there.

Working with a professional like Lasse Lammert definitely helps. Have you always agreed on everything or did you ever happen to have different opinions? Is there any interesting or funny anecdote you can share regarding working with him?

It was great working with him, and I would argue it was also healthy to get some outside input on the sound and process of recording. He did a great job on both albums, and especially on Tusmørke I think he managed to balance all the sounds brilliantly. So it’s heavy, and folky at the same time. I can still get goose bumps listening to that albums production. There were of course different opinions along the way and people pulling in different directions, but I think we landed in a good spot and he fought valiantly haha. One of the problems we realized we had with Intet Menneskebarn was that we (the band) meddled too much in the sound. Everybody wanted to hear themselves, and that hurt the overall production, so we were very focused on not repeating that mistake again. Lasse did a great job, and I’m not sure I have any funny anecdotes this time around unfortunately. It was all very professional haha… well.. we had beers but who doesn’t 🙂

How important is it to be working with a singer so technically skilled and with such a strongly personal timbre like Nanna Barslev?

It plays a huge role in how the band sounds over all, and her stage presence and way of presenting the music is absolutely phenomenal. She really utilizes her vocals as an instrument and, as mentioned before, she also shows up sometimes with what you might call “vocal riffs” haha. Melodies and ways of singing that we then start building a song around. Her style and sound is quite unique and she is perfect for something like Huldre.

What’s your relationship to the folk metal scene, do you feel part of it? What’s the Danish scene like, are there bands you enjoy sharing the stage with or just to meet for a beer at the pub?

Yes and no. Folk metal has never been a big thing in Denmark, and it still really isn’t, although I like to think we have helped a little bit in changing that. Historically, every single wave of folk metal that has hit our neighboring countries and swept through Europe has completely bypassed Denmark so it was a bit of a barren landscape when we started out. Folk metal was mostly a laughing stock (and for some that will probably never change). We do have great connections with some of the other bands that are close to this genre in Denmark, but personally I’m not sure if I would lob them in the folk metal genre. Bands like Heidra, Sylvatica, Vanir and Svartsot are the ones we have hung out with and played many gigs with within this sort of umbrella of a genre. And we do most certainly enjoy drinking beers with them 🙂

Are you working on a new album or are we going to have to wait four more years before we can get our hands on Huldre’s next release?

Oh time will tell. We are always working on something, but it’s still too early to talk about the next album just yet. You may have to wait the infamous 4 years for the next one 😉

Will there ever be a chance to see you live in Italy?

We hope so. We are always eager to travel and play live. We will keep you posted if something comes up 🙂

Thanks for your time, and congratulations once again for your beautiful music. This space is yours to say goodbye!

Thank you for your kind words, and for your time in writing this. Oh, and thank you for including us in your book all those years ago J All the best and stay folky!

Intervista: Scuorn

Il 2017 del metal estremo è stato sicuramente scosso dall’arrivo di un disco che ha fatto sgranare gli occhi e sorpreso in positivo una gran quantità di appassionati. Parthenope, disco di debutto del progetto Scuorn, difatti, ha avuto un impatto sorprendente e non è un caso che sia stato scelto come “miglior disco” in numerose webzine e riviste. Dopo un disco del genere e numerose date in giro per l’Europa, era doveroso intervistare Giulian – mente geniale che ha dato vita a Scuorn  per saperne di più e scoprire alcune interessanti curiosità riguardanti il disco.

È passato un anno dalla pubblicazione di Parthenope: ti aspettavi tutti questi feedback positivi ed entusiastici?

Le sensazioni erano molto positive sin dalle prime fasi di scrittura e composizione. Ho cercato sempre di curare ogni minimo dettaglio del disco a fondo, troppo tempo ed energie avevo investito negli anni per portarlo a termine e volevo fosse un lavoro di estrema qualità. Che poi potesse piacere o meno poco importava, il mio obiettivo è sempre stato quello di riuscire a raccontare le leggende della mia terra tramite un progetto che fosse all’altezza della grandezza della cultura che va a raccontare, dandogli la giusta veste, della quale potermi sentire sempre orgoglioso e fiero, spingendomi sempre al limite delle mie massime possibilità e capacità. Personalmente mi sento molto soddisfatto e pur avendo ben chiaro cosa andrà migliorato in futuro, per essere il primo album penso di essermi spinto ben oltre i miei limiti. Il riscontro della critica è stato estremamente positivo ed entusiasta, con 5 riconoscimenti come “Album Of The Year 2017” tra cui proprio quello su Mister Folk (grazie a tutti i lettori che hanno votato Scuorn) e su magazine prestigiosi come ad esempio Metal Hammer Italia, e decine di posizionamento nelle “Top 10” dei migliori album del 2017 per media sia in Italia che in Europa. Questo mi riempie sicuramente di gioia e sarà la giusta motivazione a voler fare ancora meglio in futuro.

Come e quando hai deciso di fondare il progetto Scuorn, e quali erano allora e sono ora i tuoi obiettivi?

Il progetto è nato nel 2008 da un’idea mia e del mio miglior amico fraterno Nicola, allora membro co-fondatore di Scuorn. L’idea venne un giorno quasi per caso, ascoltavamo Inchiuvatu (band black/folk di Agrigento con testi in siciliano e musica fortemente influenzata dal folklore locale; sul finire degli anni ’90 fece parlare molto di sé grazie al debut album Addisiu, presto seguito da altri ottimi dischi e la nascita  della “Mediterranean Scene”, ndMF) e ci chiedevamo come mai non ci fosse un progetto simile a Napoli che unisse le sonorità degli strumenti folk partenopei, la nostra lingua e il black metal, in modo completo ed esauriente. Iniziai così la stesura delle primissime demo, poi diventate la base di alcuni dei pezzi per come li si conosce oggi (ad esempio Fra Ciel’ e Terr’ e Tarantella Nera). In seguito, senza un reale motivo ma semplicemente per esigenze diverse in quel periodo, il progetto venne riposto nel cassetto per diversi anni. Fu poi nel 2014 che la fiamma nera ritornò a bruciare dentro di me, sentivo l’esigenza di ricominciare a scrivere musica estrema e di ricollegarmi in un certo senso alla mia terra dopo essermi trasferito all’estero. Decisi pertanto di riprendere in pieno il progetto sotto una veste più professionale, stavolta come one-man-band, e di iniziare la stesura di quello che oggi è Parthenope. L’obiettivo odierno resta quello per me di ricollegarmi alla mia madre terra e di poter studiare, approfondire e conoscere a fondo la storia di Napoli, per poi successivamente rappresentarla in chiave metal estremo in maniera degna e secondo le mie personali esigenze stilistiche ed espressive, diffondendola e condividendola con il resto del mondo.

Parliamo di Parthenope, il disco rivelazione dell’anno. Come sono nate le canzoni e adatti i testi alla musica o viceversa?

Per Parthenope sono partito dalla stesura dei riff, scrivendo per alcuni brani prima le chitarre mentre per altri prima i temi orchestrali di base. successivamente il lavoro orchestrale è passato nelle mani del maestro Riccardo Studer (Stormlord), e a seguire, una volta che avevo la struttura completa dei brani e arrangiato tutti gli strumenti, ho iniziato il lavoro sui testi.

Con quali criteri scegli il tema di un testo e come si sviluppa il lavoro di stesura?

I brani sono frutto di approfondite ricerche sul periodo storico che avevo intenzione di trattare in Parthenope, ovvero quello relativo alle origini di Napoli in epoca greco-romana. Questo periodo è caratterizzato da moltissimi avvenimenti e da tante leggende tramandate sino ai giorni d’oggi nei secoli e divenute parte integrante della cultura partenopea. L’acquisto e la lettura di libri specifici sulla storia di Napoli, spesso introvabili o difficili da reperire, unito alla ricerca di testi e documenti online sono sicuramente le fasi più importanti. Da qui traggo spunti ed idee sulla base di nozioni “ufficiali”, che poi sono di grandissima ispirazione per la stesura del concept e dei testi. Una volta create le linee vocali e le lyrics, prima dell’invio del disco all’etichetta per la pubblicazione, traduco tutti i testi in forma scritta usando dizionari e libri di grammatica in lingua napoletana. La quantità di accenti e apostrofi tipica del nostro idioma rende questo passaggio necessario al fine di poter inserire nel booklet del disco i testi scritti in maniera corretta.

La canzone Parthenope è, secondo me, la più rappresentativa del disco. In nove minuti c’è tutto il sound Scuorn e l’anima della tua bella città Napoli. Vuoi approfondire il tema trattato nel testo e condividere qualche aneddoto legato alla canzone?

La title-track Parthenope racconta il viaggio di ritorno da Troia di Ulisse ed il suo equipaggio, i quali durante la navigazione si trovano a passare nei pressi delle temibili rocce delle sirene, punto di naufragio per tutti i naviganti che avessero ascoltato il loro canto ammaliante. Ulisse decide di sfidare tale sorte avversa e di ascoltare il canto di Parthenope facendosi però legare all’albero maestro della nave dal suo equipaggio, e ordinando loro di tappare le orecchie con la cera. La sirena, resasi conto che con il suo canto non era riuscita ad attirare la nave di Ulisse verso gli scogli, decide di togliersi la vita sprofondando nel mare: il suo corpo privo di vita giunge poi a riva nei pressi dell’Isolotto di Megaride, e dal suo corpo prende vita la città di Neapolis.

Parthenope è nata col preciso scopo di voler raccontare questa leggenda in modo molto cinematografico, riassumendo un po’ l’intero disco in un unico brano epico. È stato il brano che ha richiesto il maggior impegno in studio, con la presenza di ampie parti narrate, interpretate e recitate dai bravissimi Diego Laino (Ulisse), Libero Verardi (Polite) e Tina Gagliotta (Parthenope). L’aneddoto più curioso riguarda proprio le tecniche di doppiaggio utilizzate in studio. Il produttore Stefano Morabito dei 16th Cellar Studio (Fleshgod Apocalypse, Hour Of Penance), per riprodurre l’effetto di una nave in movimento durante i dialoghi, mi ha consigliato di scuotere e strattonare vigorosamente i poveri Diego e Libero mentre registravano le loro parti. Quando Ulisse è in preda alle visioni dovute al canto di Parthenope, ordina al suo equipaggio di farlo scendere dalla nave gridando a squarciagola. Anche in questa occasione, abbiamo applicato una tecnica di doppiaggio cinematografico, ed avevo il compito di stringere il bravissimo Diego Laino, e lui di tentare di liberarsi con tutte le sue forze mentre recitava la sua parte gridando, proprio per ricreare l’effetto dell’essere legato all’albero della nave senza potersi liberare. È stata davvero una giornata epica.

Nel 2008 hai pubblicato il cd Fra Ciel’ E Terr’, lavoro privo di chitarre elettriche. Perché hai registrato la chitarra classica e poi hai aggiunto il distorsore invece di usarne direttamente una elettrica?

All’epoca non possedevo una chitarra elettrica, e non disponevo nemmeno di attrezzature adeguate per poterla registrare. Pertanto, per non perdere traccia dei riff che di volta in volta mi venivano in mente, li suonavo con la mia chitarra classica registrandoli con il cellulare. Quando finalmente riuscii a reperire il mio primo software musicale, importai i file aggiungendo la distorsione nel mix per farla sembrare una chitarra elettrica, solo per avere una linea guida e poter lavorare così agli arrangiamenti degli altri strumenti, come batteria e tastiere. Completati i pezzi però eravamo impazienti di rilasciare qualcosa e decidemmo di diffondere comunque quelle tracce demo seppur grezzissime, in attesa di metterci al lavoro sulle registrazioni “serie”… che poi non avvennero. Solo otto anni dopo, riavviato il progetto, ho avuto finalmente la possibilità di poter completare quel lavoro con mezzi adeguati, un produttore di livello e uno studio di registrazione vero e proprio… ah, ed una chitarra elettrica vera ovviamente haha!

La nuova versione del 2016 della canzone Fra Ciel’ E Terr’ dura otto minuti, mentre la prima risalente al 2008 non arriva ai quattro e mezzo. Cosa è cambiato da allora e si può dire che sia sempre la stessa canzone oppure è stata completamente stravolta?

Per Scuorn dal 2008 ad oggi è cambiato praticamente tutto, ma nello specifico la nuova versione di Fra Ciel’ e Terr’ poggia ancora su alcuni riff e melodie della vecchia demo. I riff che ho deciso di mantenere mi piacevano particolarmente, e li ho sempre visti come un collegamento naturale tra la nuova era di Scuorn ed i primissimi tempi, e la soddisfazione di averli finalmente potuti ascoltare con una produzione adeguata mi ha reso particolarmente felice.

Nella recensione di Pathenope accosto Scuorn ai Draugr di De Ferro Italico non tanto per la musica ma per l’importanza che potrebbe avere. Stai sdoganando il sud Italia e le tematiche ad esso legato nel metal estremo. Sei d’accordo con me?

I Draugr sono un gruppo che ha scritto pagine importantissime per il metal estremo italico, e questo accostamento non può che rendermi orgoglioso. Avere la possibilità di condividere la propria cultura con il resto del mondo, come dicevo prima, è uno dei motivi per il quale esiste questo progetto.

Quali sono le tue esperienze musicali prima di Scuorn? Come ti sei avvicinato alla musica e al metal estremo in particolare?

Ho iniziato a suonare da autodidatta la chitarra ed il basso dai 13 anni, iniziando la classica trafila in band dal rock al grunge fino al metal, per poi affacciarmi anche come ascoltatore al mondo del metal estremo. Nel 2006 entrai come bassista nei Forbidden Grace, band black metal di Napoli con la quale lo stesso anno ho inciso la mia prima release, la demo Ethereal Winter, e a seguito dell’uscita dai Forbidden Grace creai poi Scuorn

Per i concerti hai messo su una formazione di tutto rispetto, mi domando quindi se continuerai in questa maniera anche in studio o se Scuorn resterà il tuo progetto personale.

Scuorn è una one-man-band e resterà tale anche in futuro, almeno per quanto riguarda il lavoro in studio. Per il discorso live, ho la fortuna di poter avere con me persone eccezionali, amici, nonché musicisti di assoluto livello come Libero Verardi, Francesco Del Vecchio e Marco Gaito, che considero parte integrante del progetto Scuorn. La dimensione live di una band è importante almeno quanto quella in studio, e poter condividere esperienze stupende come tour o festival in giro per l’Italia e l’Europa con persone come loro, è per me motivo di vanto.

Stai lavorando ai nuovi pezzi? Proseguirai quanto fatto in Parthenope o ci saranno dei cambiamenti?

Lavorare su un disco Scuorn è alquanto drenante, credo sia importante darsi le giuste pause tra un disco e l’altro per poter esprimersi al meglio. Al momento sto studiando e approfondendo materiale storico relativo al concept sul quale verterà il prossimo album, e appena sarò pronto inizierò anche la scrittura dei primi riff. Proprio perché ogni brano di Scuorn ha qualcosa da comunicare e tanto lavoro dietro, in questo momento sono concentrato sul promuovere e far scoprire a pieno Parthenope. È stato rilasciato pochi giorni fa il lyric video del quarto singolo dell’album, Tarantella Nera, e a Maggio torneremo live per il “Parthenope UK Tour 2018” con quattro date da headliners e un festival nel Regno Unito.

Grazie per l’intervista, spero di vederti presto in concerto! Hai tutto lo spazio per aggiungere quello che vuoi.

Grazie a te Fabrizio e a tutti i lettori di Mister Folk. Continuate a seguire Scuorn tramite la pagina Facebook e grazie per l’attenzione.

Foto di Daniele Cristiano

Intervista: Ida Elena DeRazza

Torna sulle pagine di Mister Folk la talentuosa cantante Ida Elena e ci parla di tutto quello che è successo nell’anno che è passato dalla precedente intervista. Cinema e teatro, ma anche festival musicali e numerosi riconoscimenti internazionali per il lavoro svolto con i Bare Infinity e per il suo disco Native Spirit. Buona lettura!

Ciao Ida Elena, è passato un po’ di tempo da Native Spirit, cosa hai fatto in questo periodo e quali sono i tuoi progetti a breve termine?

Ciao! È un piacere essere di nuovo “tra le vostre pagine”. Dall’ultima volta sono successe un po’ di cose in effetti! Ad esempio, il video di Native Spirit, diretto da Livia Alcalde e prodotto da Maqueta Records, è stato accolto molto bene dai festival, tant’è che finora ha raccolto 20 nomination (12 festival), 5 premi (tra cui miglior canzone e miglior video) e sta tutt’ora concorrendo al Los Angeles Music video Award con 4 nomination (incrociamo le dita, quindi!) [aggiornamento: il videoclip ha vinto tutte e quattro le nomination! nbMF]. Una vera e propria “invasione vichinga” dei festival di cinema (chi ha visto il video sa di che parlo hahaha!). Il 30 e 31 Marzo sarò con il chitarrista dei Bare Infinity Tomas Goldney a rappresentare la nostra band a New York all’Independent Music Awards perché il nostro album The Butterfly Raiser è stato nominato “miglior album metal 2017”. Siamo gli unici Europei e l’unica, se così si può dire, Female Fronted Band. In giuria ci saranno Amy Lee, i Sepultura, gli Slayer… non so se vinceremo, so solo che essere nominati e in generale non svenire quella sera sarà già una vittoria!

Un anno fa parlavi del successore di Native Spirit e che stavi lavorando alle nuove canzoni: a che punto sei? Puoi darci qualche anticipazione?

Ci ho lavorato eccome, tutt’ora sono in fase compositiva. Ci sono delle novità, tra cui più di un brano in Italiano. Finalmente credo di essere pronta a esprimermi anche nella mia lingua natìa in maniera più adulta e consapevole, ma starà a voi che lo ascolterete giudicare! Inoltre, sto lavorando a una bonus track con una guest mastodontica, ma ancora niente di sicuro quindi non mi sbilancio troppo. Tifate per me!

Ho visto che recentemente hai spaziato dalla musica al cinema al teatro. Ti va di raccontarci qualcosa delle tue attività?

Certo che sì! Tra l’anno scorso e quest’anno ho lavorato a due film, uno in cui ho una piccola ma significativa (almeno per me) parte in un film che abbiamo girato interamente tra Verona e la Russia e che è un’ode alla musica classica e alla lirica, “Un amore così grande” (con Fioretta Mari, Giuseppe Maggio, Francesca Loy, Riccardo Polizzy ecc..) con la regia di Cristian De Mattheis e una in cui ho dovuto molto lavorare soprattutto dal punto di vista psicologico, visto che parla di una tematica molto delicata, quale il trapianto d’organi, “Fiore di Agave” di Salvatore Arimatea. Il mio ruolo, coprotagonista con Clara Cirignotta, vivrà in prima persona quest’esperienza e ci saranno molti momenti emozionanti: stiamo ancora girando in Sicilia e ogni giorno dopo le riprese avverto il carico emotivo del mio ruolo. Tanti riescono a spogliarsi del proprio personaggio a fine riprese ma per me, soprattutto per la somiglianza con questo in particolare, è difficile uscirne e credo che rimarrà sempre da qualche parte dentro di me! Il teatro: l’anno scorso ho avuto delle belle soddisfazioni al Festival Di Mezza Estate di Tagliacozzo, dove ho recitato in uno spettacolo dedicato a Dante Alighieri e a un concerto/musical Disney dedicato a Silvia Capasso, e soprattutto ho interpretato Maria nella versione integrale di West Side Story di Bernstein al teatro Romano di Benevento: 2000 persone, ognuna con una fiaccola in mano, quando sono entrata nell’anfiteatro… ancora ho la scena davanti. Che grande emozione!!!

Il 14 aprile parteciperai con i Bare Infinity al Belenus Festival in Svizzera. Come ti senti e come band state preparando qualcosa di speciale per l’occasione?

Si vede che tremo? Ahahah! Questa sarà l’esperienza più importante finora vissuta con i Bare Infinity e ci stiamo preparando al dettaglio! Ci saranno molte sorprese, sicuramente gli highlights del nostro show saranno i brani più folk, cosa che non mi dispiace affatto! Spero che riusciremo a trasmettere la nostra emozione anche al pubblico Svizzero e a tutti coloro che giungeranno da tutta Europa. L’occasione è pazzesca!

Conosci le altre band presenti nel bill? Cosa pensi dei vari Eluveitie, Faun ed Excelsis?

Beh, gli Excelsis li ho conosciuti da quando ho cominciato a fare avanti e indietro dalla Svizzera, dove mi sto trasferendo: sono una band blasonata e con una grande storia all’interno del Metal Elvetico. Non vedo l’ora di vedere il loro show. I Faun li conosco e li stimo già da tempo, abbiamo condiviso già dei Festival (tra cui ricordo Rothenburg in Germania, dove suonavano anche i Blackmore’s Night ed io ero lì con i Cantus Lunaris), in particolare ho un bellissimo rapporto con Fiona, una grande musicista e una bellissima persona: in comune abbiamo anche l’amicizia con Albert Dannenmann, diciamo sempre che lui rappresenta l’eccellenza in questo genere e tutti coloro che hanno iniziato dai MittelalterMarkt lo conoscono e lo stimano. Gli Eluveitie, come non conoscerli? Ad ogni modo, un paio d’anni fa conobbi Chrigel a Wintertur e lo scorso Dicembre sono andata ad ascoltarli a Zurigo per “Eluveitie And Friends”: grande show e grandi performer, un plauso soprattutto alla nuova cantante Fabienne, grande personalità! [qui potete leggere l’intervista a Fabienne, ndMF]

Cosa ti aspetti da un festival del genere dove gli headliner sono gli Eluvieite?

Mi aspetto innanzitutto di divertirmi e di vedere dei grandi professionisti del settore all’opera! Inoltre spero che questi nomi così blasonati richiamino tanti fan, in modo da far conoscere la nostra musica a sempre più persone!

Con i Bare Infinity ti stai togliendo diverse soddisfazioni e la band è in lizza per vincere l’Independent Music Awards di Los Angeles per il settore best metal album. Ti immaginavi un responso del genere prima di realizzare The Butterfly Raiser?

No! Non me lo aspettavo assolutamente! O meglio, io e Tomas ci abbiamo messo davvero l’anima in quest’album, abbiamo fatto in modo che il risultato fosse il più possibile vicino alle nostre aspettative (complice anche l’eccellente lavoro al mastering di Jacob Hansen e Max Morton), anche se non si è mai pienamente soddisfatti del proprio lavoro, ma non mi aspettavo una nomination del genere, in America poi! Non ci crederò finché non sarò lì, e anche lì dovrò pizzicarmi spesso ahahah!

Il videoclip di Native Spirit è stato molto apprezzato, tanto da essere candidato ai Los Angeles Video Music Awards. Cosa ci puoi raccontare d’interessante riguardo la realizzazione di questo video?

Ah!!! Ci sono molti fatti interessanti riguardo il film. Ad esempio, quando ho visto arrivare il mio amico Massimo di Lupimax con un branco di sei meravigliosi lupi cecoslovacchi! Ovviamente mi aspettavo i lupi, ma eravamo rimasti d’accordo per due, solo che lui ha voluto portarli quasi tutti! Ti fai scappare un’occasione del genere? Ovviamente no! Per farmi seguire durante le riprese, mi hanno dato dei wurstel da tenere in mano ed io sono vegetariana! Immagina gli effluvi a luglio. Oppure la preparazione del sangue finto con farina e sciroppo, con un caldo mostruoso, e i miei amici “vichingoni” di Valhalla Viking Victory tutti ricoperti e appiccicosi. È stata una delle giornate più calde di luglio, ma loro stoici hanno realizzato una battaglia assolutamente epica! Potrei dirne centinaia di questi episodi, li porto tutti nel cuore insieme a tutte le persone, agli amici che mi hanno aiutato a realizzare questo piccolo gioiello! Ricordi davvero indelebili.

Cosa stai ascoltando in questi giorni? Ci sono degli artisti che segui con grande interesse nel panorama nazionale e internazionale?

In questo periodo sto ascoltando con grande interesse i Wardruna [qui la recensione di Runaljod – Ragnarok, ndMF]: mi hanno molto colpito le loro sonorità, sono ipnotici! Inoltre sto ascoltando voracemente Nico, Soap & Skin, Trees of Eternity e Andreas Vollenweider. Sono alla ricerca di suoni eterei, impalpabili ma anche dark. Mi aiutano nell’ispirazione e mi tengono molta compagnia alla guida.

Chiudiamo parlando di serie tv, visto che le hai citate in alcuni post di Facebook. Quale preferisci tra Outlander, Vikings e Game Of Thrones? Ci sono altre serie tv che segui?

Outlander è la mia serie preferita credo di sempre!!! Sono una fan sfegatata di Jamie, la nuova frontiera dell’eroe celtico (Sam Heughan), adoro la narrativa della serie, a tratti poetica a tratti cruda e piena di risvolti choc (non spoilero, promesso) e la colonna sonora, a partire da Skye Boat Song, mio nuovo traditional preferito. Fortunatamente Netflix in Svizzera ha ancora le serie disponibili, in Italia non le ho potute seguire. Ho iniziato anche Narcos, ancora non mi ha presa completamente però.

È sempre un piacere averti come ospite sulle pagine di Mister Folk, a presto!

È un piacere per me! Grazie di cuore!

 

Intervista: Duir

Ci sono voluti ben quattro anni per poter ascoltare il successore del demo Tribe, ma il nuovo EP Obsidio è un lavoro molto diverso dal predecessore, sicuramente più maturo e personale, frutto di tanto lavoro e vari cambi di formazione. I Duir ci racconta come sono passati questi quattro anni, del nuovo Obsidio (musica e testi) e del concerto dei sogni.

Sono passati ben quattro anni tra il vostro primo EP Tribe e il nuovo Obsidio. Cosa è successo in tutto questo tempo?

Nulla di interessante, solamente quattro bellissimi cambi di line-up: tra chitarristi “tira e molla” che Bonolis levati proprio, batteristi troppo impegnati, tastieristi che hanno viso la luce e infine cantanti deportati, ma tornati, da Auschwitz. Ci siamo dovuti rinnovare. Diciamo che abbiamo anche rischiato lo scioglimento, ma fortunatamente chi l’ha DUIR la vince. Ora siamo pronti a spaccare.

Come presenteresti Obsidio a una persona che non conosce i Duir?

È un disco con sonorità prevalentemente folk e black metal. Prodotto da una band underground, che sta cercando di affermarsi staccandosi dai canoni classici del genere. È un EP che vuole dimostrare le capacità della band e la tematica principale ruota intorno alla contrapposizione tra quello che si fa e fare e quello che sentiamo. Inoltre, aggiungeremo: “Se tè vol, te teo ‘scolti, dc.” (cit).

Quali sono i punti di forza del nuovo lavoro?

Sicuramente una produzione migliorata rispetto a Tribe, che più si avvicina agli standard odierni degli EP autoprodotti. Un tema più ragionato che cerca di ispirare le persone tramite anche il racconto, piuttosto che la ormai consueta mitologia celtica e pagana presa e abusata.

Come nascono le vostre canzoni? Lavorate di gruppo oppure c’è una persona che si occupa del songwriting?

Le canzoni nascono principalmente dalla mente di Mirko, il chitarrista, che dopo una prima stesura vengono portate in sala prove dove ognuno adatta ogni parte in base alle proprie emozioni. Cerchiamo di non attenerci al genere ma di lasciare che i nostri gusti influiscano naturalmente sul risultato finale, per noi questo è molto importante, perché siamo stufi di sentire le solite cose. Come potrai aver notato, le canzoni come Destarsi, Insomnia Seed e Obsidio tracciano una linea profondamente diversa da quella evidenziata nel nostro primo demo Tribe, questo perché cerchiamo tutti anche di sperimentare.

Alcuni brani sono in lingua italiana, altri in inglese. Come mai utilizzate due lingue? Continuerete così anche con il prossimo lavoro?

Siamo veramente attaccati alla lingua italiana e stiamo assolutamente spingendo per utilizzarla di più nelle prossime canzoni. Le canzoni in inglese sono un retaggio dei primi DUIR, dove si puntava più all’orecchiabilità che non ad evidenziare la nostra identità. Insomnia Seed rappresenta la nostra chicca perché Giovanni, il cantante, essendo stato all’estero usava giornalmente inglese e/o tedesco, infatti specialmente quest’ultima lingua (sì, c’è anche il tedesco), dona alla canzone una nota di aggressività e ansietà, che non pensavamo potesse essere resa così bene in altra maniera. Per questo non vogliamo precluderci la possibilità di utilizzare altre lingue oltre all’italiano.

Mi piacerebbe saperne di più sui testi delle canzoni. Da quel che ho capito sono una parte molto importante per voi e vi chiedo quindi di fare un track by track e raccontare come sono nati i testi.

Immagina ogni canzone come un determinato momento della giornata: all’inizio si è incoscienti (Inconcio), durante la fase del sonno, dove i sogni fanno da padrone e ti portano a sentire emozioni sempre più forti alternate ad emozioni più flebili. Dopodiché c’è la sveglia (Rise Your Fears), quando la mente viene assalita dalle paure del passato, ma deve essere concentrata sul presente, perché altrimenti non si può reagire a quello che succede. Con Dies Alliensis arriva la battaglia vera e propria, dove la persona deve guadagnarsi il suo posto nel mondo. Quando infine ci si ritrova a letto, è impossibile non pensare a quello che si sarebbe potuto fare, a tutte quelle cose che avremmo voluto fare meglio, allontanandoci dal sonno (Insomnia Seed). Obsidio rappresenta, invece, la realizzazione che la routine è una prigione, costringendoci a trovare la forza di combattere per la nostra libertà o rassegnarsi. Speriamo che adesso tu possa vedere le canzoni sotto una luce diversa.

All’inizio sono rimasto sorpreso dall’artwork di Obsidio: scarno e crudo, in realtà molto forte proprio per questo. Di chi è stata l’idea e come siete giunti alla sua realizzazione?

L’idea è stata di Giovanni, ma la realizzazione è stata di Chiara Bruscaggin, che non smettiamo di ringraziare. Cogliamo l’occasione per dire che gli uomini rappresentati, sono modelli che si sono prestati per posare nudi. L’artwork è scarno proprio per rappresentare lo stato in cui l’anima si riduce quando si è costretti a vivere la vita che non ci appartiene.

State lavorando a del nuovo materiale? Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo cd?

Sì, stiamo lavorando a dell’altro materiale un po’ più introspettivo e cupo. Ma non vogliamo anticipare nulla per ora. Noi sentiamo di essere ancora in crescita e molti gusti personali si evolveranno col tempo, probabilmente trasformando i prossimi lavori.

Vi sentite parte della scena folk metal italiana? Avete contatti/amicizie con altri gruppi del genere?

Noi ci sentiamo parte della scena metal in generale, è inutile stare lì a scomporla troppo, siamo tutti sulla stessa barca. Durante il nostro percorso finora siamo diventati molto amici di Atlas Pain, Vallorch e Kanseil, che conosciamo e stimiamo. Se proprio volessimo etichettarci, non siamo nemmeno sicuri di rientrare nel genere folk che tutti intendo e siamo contenti così.

Potendo scegliere di suonare un concerto con altre tre band, quali scegliereste?

Guarda, la lista sarebbe troppo lunga, ma sicuramente un nostro sogno nel cassetto è poter aprire ai Selvans, Vinterblot e, perché no, Arkona.

Siamo al termine dell’intervista, a voi lo spazio conclusivo!

Ti ringraziamo tantissimo per l’intervista e ringraziamo tutti quelli che ci stanno supportando.