Intervista: Ash Of Ashes

Gli Ash Of Ashes arrivano al disco di debutto quasi in silenzio, senza particolari pubblicità o proclami. L’album Down The White Waters, uscito senza il supporto di un’etichetta (e dopo vedremo il perché) stupisce per l’alta qualità delle canzoni e per la produzione di grande livello, ma c’è poco da stupirsi se dietro a un nome (ancora) poco conosciuto troviamo un musicista/produttore con una lunga esperienza alle spalle. E proprio dallo split del suo vecchio gruppo, Hel – forse qualcuno di voi li ricorderà -, è iniziata questa piacevole chiacchierata con Skaldir…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Skaldir: vocals, guitars, bass, keyboards (ph. by Sandra Preuß)

Ciao Skaldir, benvenuto su Mister Folk. Credo che sia la prima intervista italiana per gli Ash Of Ashes, ti chiedo quindi di iniziare raccontando la storia della band.

Skaldir: Sono felice di non dover parlare in italiano con te! 🙂 La mia band pagan Hel si è sciolta nel 2012, e ho pensato di aver finito con questo genere. Ma già un anno dopo iniziai a sentire il desiderio di suonare di nuovo questa musica e iniziai a scrivere canzoni. Più tardi Morten si unì alla band come autore di testi e come seconda chitarra. Infine abbiamo alcuni musicisti ospiti (Dennis: batteria, Mathias: nyckelharpa e Runahild: hardanger fiddle) e abbiamo registrato l’album Down The White Waters nel 2017, poi rilasciato qualche settimana fa.

Hai pubblicato quattro full-length con gli Hel tra il 1999 e il 2012. Perché la band si è sciolta? L’EP Pagan Midgard Art è stato rilasciato dopo lo split? Cosa ti hanno insegnato gli anni passati con gli Hel che hai poi portato con te negli Ash Of Ashes?

Skaldir: Il progetto Hel era completo con l’album Das Atmen Der Erde. Sentivamo di aver detto tutto e abbiamo chiuso il capitolo. Non c’era “cattivo sangue” o altro tra noi. Lo chiudemmo e basta. L’EP “Pagan Midgard Art” è stato rilasciato sotto forma di 10” tra gli album Orloeg e Falland Vörandi nel 2004, credo. Spotify mostra la data di pubblicazione digitale, credo, e può essere questa la ragione della mia confusione. Rilasciare gli album con gli Hel mi ha insegnato ad essere molto attento con le label hehe..

Parliamo del disco Down The White Waters: perché un lavoro del genere – come sai ho apprezzato tantissimo il cd – non gode del supporto di un’etichetta?

Skaldir: Beh, sai, a volte voi fare qualcosa da te quando è molto importante per te. Sono ancora sorpreso dal fatto che molte persone pensino sia strano non avere una label, ma nel 2018 non so se ci sono molte ragioni per lavorare con una label. L’industria è cambiata molto negli ultimi anni e tu devi stare al passo con i tempi. Penso sia diverso quando lavori con grandi label come la Century Media o la Nuclear Blast. Ho avuto diverse offerte da alcune label per questo album, ma ho voluto fare da me questa volta.

Avete definito il vostro genere “Skaldic Metal”. Lo spieghi meglio ai lettori?

Skaldir: Sì, chiamiamo la nostra musica “Epic Skaldic Metal”. Fu un’idea di Mark Eck della mia agenzia Metalmessage. Volevamo fare della musica che fosse distinguibile dalle altre band pagan metal, per dimostrare che era speciale. Questa musica è epica e radicata nel metal. E i bardi erano i poeti nella Scandinavia medievale. La nostra musica ha questa vena di “storyteller”, quindi credo che sia l’espressione giusta per la musica che suoniamo.

Le ultime tracce del disco sono un mini concept dal titolo The Lay Of Wayland e parlano di Weland il Fabbro. Come mai avete scelto un personaggio “minore” anche se importante per quel che ha fatto?

Mortem: Mi sono imbattuto nella leggenda di Wayland durante il mio soggiorno in Inghilterra nel 2005 quando vidi la cosiddetta “Franks Casket” esposta al British Museum. La piccola scatola di osso di balena raffigura la leggenda su un lato. Quando lavoravo ai testi di Down The White Waters la storia mi tornò in mente. Decisi di utilizzare la leggenda sia perché è piuttosto corta sia perché offre molti temi (es: amore, avidità, vendetta, perseveranza) e non è stata usata da altre band (almeno, a quanto ne so io). Inoltre, le diverse fasi della leggenda erano perfette per le atmosfere e “l’umore” delle quattro canzoni che ora formano il Wayland-cycle.

In Chambers Of Stone sento delle similitudini con i Windir, mi riferisco in particolare a melodie drammatiche e malinconiche ma non sono prive di speranza. Conosci la musica dei Windir e in caso trovi il mio riferimento pertinente?

Skaldir: Finalmente qualcuno sente l’influenza dei Windir! Sì sono un fan della musica dei Windir, specialmente di Arntor e 1184. era uno stile di musica speciale. Aveva elementi folk ma a volte ricorda anche la musica classica così come le ovvie influenze black.

La batteria è stata registrata da Dennis Strillinger, ma non fa parte della line-up ufficiale. Volete continuare in due tu e Mortem e assoldare di volta in volta un session man alla batteria per realizzare i dischi? Porterete gli Ash Of Ashes sul palco?

Skaldir: Dobbiamo vedere come continuare. Ma molto probabilmente suonerà di nuovo la batteria. Lo spero! Ho già parlato con qualche persona di live. Ho bisogno di mettere insieme una band per i live, ma è un po’ presto per parlarne. Ma potrebbe succedere.

Nel disco fa la sua comparsa Mathias Gyllengahm: come è nata la collaborazione? Credo che quando i suoi strumenti entrano in scena riescono realmente a portare un qualcosa in più alla musica.

Skaldir: Mi piace anche ciò che porta alla musica. Ho fatto il mastering all’ultimo album di Mathias con gli Utmarken e ho sentito la sua nyckelharpa suonare ed era musicalmente stupenda, come l’intero album. Volevo lavorare con lui e avevo una canzone folk nell’album chiamata Springar e ho immaginato che avrebbe suonato bene con la nyckelharpa. La registrò e più tardi ci fu un’altra parte sulla quale volevo suonasse. Entrambe suonavano veramente bene.

Ti sei occupato di tutti gli aspetti della registrazione di Down The White Waters e il risultato è veramente buono. Lavorare sulla propria musica è più difficile rispetto a farlo su canzoni di altri gruppi? Riesci a rimanere “distaccato” quando si tratta del tuo cd?

Skaldir: È molto più difficile lavorare sulla propria musica. Posso finire un mix and master per gli altri gruppi più velocemente della mia roba. A volte il look da fuori è mancante e ti perdi nei dettagli e non puoi più vedere l’insieme. Ho bisogno di break più lunghi affinché io riesca ad avere una visione più “fresca”.

Hai lavorato in studio con molti gruppi, ma tengo molto a farti i complimenti per quello che sei riuscito a fare con numerosi dischi e devo dire che si può sentire il tuo tocco facendo un po’ attenzione e ascoltando la musica in buone cuffie. Come ti sei trovato a lavorare con King Of Asgard, Myrkgrav, SIG:AR:TYR e Ildra? Ci sono cose che vuoi raccontarci relative alle fasi di registrazione / mastering di qualche cd?

Skaldir: I Myrkgrav erano ancora agli esordi. Eravamo nella stessa label nel 2005 circa. Quindi Lars cercava un posto per fare il mastering all’album e il ragazzo della label gli diede il mio contatto. Dopo questo, molte band scandinave chiedevano di me per fare lavori di mix e mastering. Altre band ascoltavano gli album su cui avevo lavorato. Lo avevano letto nel booklet o gli ero stato raccomandato da qualcuno, è sempre diverso.

Come ti sei avvicinato alla musica e qual è stato il primo strumento che hai suonato? Quali sono i tuoi ascolti, anche non metal, di questo periodo?

Skaldir: Ho iniziato con l’organo e dopo sono passato alla tastiera e al piano. Più tardi ho imparato la chitarra e infine ho imparato a cantare. Da bambino mi piacevano alcune delle canzoni anni ‘80, erano abbastanza deprimenti hehe. Più tardi ho scoperto gli Scorpions e le band heavy metal come gli Helloween e i Judas Priest. Poi ho iniziato ad interessarmi al death metal e più tardi al black metal. Oggigiorno mi piace molto ascoltare anche prog rock, così come il metal e anche qualche vecchie robe degli anni ‘70 e ‘80

Ti ringrazio per la disponibilità e per aver realizzato un disco davvero bello come Down The White Waters, a presto!

Skaldir: Grazie per il supportarci con la tua review e per questa intervista! È stato un piacere.

Morten: vocals (ph. by aplysian_art)

ENGLISH VERSION:

Hi Skaldir, welcome on Mister Folk. I think this is the first Italian interview for Ash Of Ashes, I want to ask you to begin to tell us the band’s history.

Skaldir: And I’m glad I don’t need to talk Italian to you! 🙂 My Pagan Metal band HEL ended in 2012, then I thought I’m done with this style. But about a year later I already started to feel a desire to play this music again and started to write some songs. Later Morten joined as a writer of lyrics and as a second vocalist. Eventually we got some more guest musicians (Dennis – drums, Mathias – nyckelharpa and Runahild – hardanger fiddle) and recorded the album Down The White Waters in 2017, then released it just a few weeks ago.

You published four full-length album with Hel between 1999 and 2012. Why did the band split-up? Did the EP Pagan Midgard Art came out after the split? What did the years with Hel taught you that you brought with you in Ash Of Ashes?

Skaldir: The project Hel was just fulfilled with the last album Das Atmen Der Erde. We felt like we’ve said everything and closed the chapter. There was no bad blood or anything. It just called for it. The Pagan Midgard Art EP was released as 10” between the albums Orloeg and Falland Vörandi in, I think, 2004. I guess Spotify shows the date of the digital release, that might be the reason for confusion. Releasing all the albums with Hel taught me to be very careful with record labels hehe…

Talk about Down The White Waters: why a CD like that – as you know I appreciate so much the album – isn’t good enough for a label?

Skaldir: Well you know, sometimes you just want to do something yourself when it’s very precious to you. I’m still surprised that a lot of people seem to think it’s strange to not have a label, but in 2018 I don’t know if there are many reasons to work with a label. The industry has changed a lot in the last years and you need to keep up with the times. I guess it’s different when you work with big labels like Century Media or Nuclear Blast. I had some label offers for this album, but I wanted to do it myself this time.

You defined your genre “Skaldic Metal”. Can you explain it better for the readers?

Skaldir: Yes we called our music “Epic Skaldic Metal”. It was the idea of Markus Eck from my PR agency Metalmessage. We wanted to make the music distinguishable from other Pagan Metal bands, to show it’s something special. The music is epic and rooted in metal. And skalds were the poets in medieval Scandinavia. Our music has this “storyteller” vibe, so I think it’s a very fitting expression for the music we play.

The last tracks of the album are a little concept called The Lay Of Wayland and talks about Wieland the blacksmith. Why have you choose a “minor” character, even if it’s important for what he did?

Morten: I came across the legend of Wayland during my stay in England in 2005 when I saw the so-called Franks Casket displayed in the British Museum. This little whale’s bone box depicts parts of the legend on one of its sides. When working on the lyrics of Down The White Waters the story came to my mind again. I decided to use the legend because it is rather short but at the same time it has a lot of topics to offer (e.g. love, greed, revenge, persistence) and had not been used by any other band (at least to my knowledge). Also, the different stages of the legend worked well for the atmospheres and moods of the four songs which now form the Wayland-cycle.

In Chambers Of Stone I hear some similarities with Windir, I refer to some dramatic and gloomy melodies, but there aren’t hopeless. Do you know Windir’s music, and do you find my connection applicable to your music?

Skaldir: Finally somebody hears the Windir influence! Yes, I’m a fan of Windir’s music, especially Arntor and 1184. It was a special style of music that attracts me. It has folk elements but also it reminds on classical music sometimes as well as the obvious black metal influences.

The drum has been recorded by Dennis Strilinger, but he is not part of your official line-up. Do you want to continue in two, you and Morten, and hire from time to time a session man on drum for the albums? Will you bring Ash Of Ashes on stage?

Skaldir: We have to see how we continue. But Dennis most likely will play drums again. I hope so! I’ve already talked to some people about live shows. I need to get together a live band, but it’s a bit early to talk about it. But it could happen.

In the album Mathias Gyllengahm appears: how did the collaboration start? I think that when his instrument come out, they can really bring something more to the music.

Skaldir: I also like what it brings to the music. I’ve mastered Mathias’ latest Utmarken album and heard his nyckelharpa playing which was as amazing as the whole album musically. I wanted to work with him and had a folk song called Springar on the album I imagined would sound great with the nyckelharpa. He recorded that and later there was one more part I wanted to have him on. Both worked really well.

You deal with all the aspects of the recording of Down The White Waters and the final result is really good. Is working on your own music more difficult than working on other groups music? Can you remain “detached” when it concerne your album?

Skaldir: It is definitely more difficult to work on your own music. I can finish a mix and master for other groups much faster than my own stuff. Sometimes the look from the outside is missing and you get lost in details and can’t see the big picture anymore. I needed some longer breaks to be able to get on it again with a fresh view.

You worked in studio with many artists, but I would like to make you some compliments for what you did with many albums and I must say that we can “feel your touch” paying attention and listening the music in good earphones. How did you get on working with King Of Asgard, Myrkgrav and SIG:AR:TYR? Do you want to tell us something about the recording/mastering phases of some albums?

Skaldir: Myrkgrav were some of my early customers. We have been on the same label back then in 2005 or so. So Lars was searching for a place to master the album and the label guy gave him my contact. After that a lot more Scandinavian bands were asking me for mastering or mixing work. Other bands have heard other albums I worked on. They have read it in the booklet or get a recommendation from somebody, it’s always different.

How did you get into music and what was the first instrument that you played? What are your listening, non-metal also, in this period?

Skaldir: I started with organ and then moved on to keyboard and piano. Later I learned the guitar and eventually I started to sing. As a kid I liked some of the 80’s songs, they were kinda depressing hehe. Later I discovered the Scorpions and heavy metal bands like Helloween and Judas Priest. Then I was getting into the death metal thing and later in black metal. Nowadays I really like to listen to prog rock aswell as metal and also some older stuff from the 70’s and 80’s.

Thank you for the availability and for the realization of a beautiful album such as Down The White Waters, see you soon!

Skaldir: Thanks for supporting us with your review and this interview! It was a pleasure.

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Intervista: Heroes Of Forgotten Kingdoms

Ho ascoltato per la prima volta una canzone degli Heroes Of Forgotten Kingdoms più di un anno fa, lo ricordo bene: un ragazzo incrociato sotto casa per circa venti secondi nel luglio 2017 mi inviò un brano tramite cellulare per avere un mio parere. La qualità audio era pessima, si trattava di una registrazione grezza e per di più in bassa qualità MP3, ma già si capiva benissimo che i musicisti coinvolti nel progetto sapevano il fatto loro e la canzone, una volta registrata a modo, avrebbe reso alla grande. Qualche tempo più tardi mi arrivò un nuovo file, si trattava di un’altra composizione questa volta registrata meglio. Mancavano alcuni dettagli, era una versione rough mix che comunque si lasciava ascoltare con molto piacere. Un anno più tardi arriva Dragonslayer, un cd professionale sotto tutti i punti di vista e per giunta in uscita (il 31 ottobre, nda) per un’etichetta che i metallari italiani non possono non conoscere, la Underground Symphony. Ho maneggiato spesso i dischi della label piemontese, soprattutto da ragazzo, quando il power metal italiano dettava legge in Europa e non solo: Labyrinth, White Skull, Pandaemonium, Shadows Of Steel, Wonderland e Mesmerize sono solo alcuni dei dischi che all’epoca giravano nel mio impianto stereo. Firmare per la Underground Symphony, quindi, è indicativo della bontà di Dragonslayer, il robusto ed epico debutto della formazione laziale. Le canzoni che rimangono immediatamente impresse sono sicuramente la title-track (della quale è stato realizzato anche il videoclip) per l’immediatezza, Dragons Awakening perché è un brano in grado di far la gioia tanto del vecchio power metaller quanto del giovane fan dei Gloryhammer e The Ancient Will Of The Prophecy perché la voce di Giacomo Voli non può certo passare inosservata. Tra ballad ben fatte (Deadly Crimson Flower) e qualche spunto più “sperimentale” (Lord Of The Seas) è l’intero cd a convincere in pieno, se poi a questo si aggiunge l’ottimo lavoro in studio e l’artwork curatissimo ne esce un disco che difficilmente non finirà nella collezione degli intenditori. Parola quindi agli Heroes Of Forgotten Kingdoms

credit: Valentina Ianni

Iniziamo la chiacchierata nel più classico dei modi: presentate la band ai lettori, per farlo avete tutto lo spazio che volete!

Prima di essere una band, siamo innanzitutto una compagnia di eroi volti a riportare l’ordine e la pace nei Forgotten Kingdoms: Grodan, Gildor, Robert Buckland, Darmian e Argo Skia. La nostra formazione prevede (in ordine dei nomi d’arte citati sopra) 2 chitarre (Gennaro Cerra e Alessandro Mammola), batteria (Alessandro Burocchi), voce (Giovanni Cvitate) e violino (Simone Borghetto)… per inciso, cerchiamo un bassista!!! L’idea di formare questo gruppo è nata dai molti interessi che abbiamo in comune (se non l’aveste capito, siamo un po’ nerd), con l’aggiunta della nostra passione verso la musica. Siamo estremamente determinati e consideriamo questo progetto con la massima serietà possibile. Per questo, fin da subito, abbiamo cercato di creare un nostro sound unico e non scontato nonostante questo genere (power metal con tematiche fantasy) sia stato già esplorato in lungo e largo: cerchiamo sempre di trarre il massimo da ognuno dei nostri strumenti per arrivare a qualcosa di originale e diverso. Il nostro obiettivo è quello di renderci sempre più particolari e riconoscibili così da emergere con la nostra musica e non finire per essere dimenticati schiacciati dal peso di grandi nomi che tuttora girano il mondo per suonare. In conclusione, se amate il metal e vi appassiona il mondo fantasy, siamo la band che fa per voi!!!

Il nome non è semplicissimo e per niente immediato. Chiaramente questo già lo sapete perché vi sarà stato detto diverse volte, quindi vi chiedo come siete arrivati alla scelta del nome, cosa significa per voi e se avete mai pensato a un nome più breve e immediato.

Sappiamo che il nome non è immediato (infatti noi stessi lo storpiamo in HoFK), ma era il perfetto modo di collegare i nostri personaggi, l’universo che abbiamo creato e la nostra musica. Probabilmente, avremo qualche problema al termine della nostra prima trilogia di album, ma qualcosa sapremo inventarci di sicuro…

Una band senza demo e con poca storia alle spalle arriva sul mercato con il debutto marchiato Underground Symphony, una front cover/grafica di primo livello e una qualità audio da band internazionale su major. Sono davvero curioso di sapere come nasce l’idea del gruppo e quali sono stati tutti i passi fatti per arrivare alla realizzazione di Dragonslayer.

Come dici te, siamo una band nuova per un mercato musicale già ricco di proposte e non è stato, e non sarà, facile far arrivare la nostra musica senza un duro lavoro e una qualità al massimo. La nostra mentalità è di proporre solo prodotti di altissimo livello, e per questo ci siamo voluti circondare di professionisti del settore, tra cui l’Underground Symphony e Daniel Goldsworthy, che sono solo alcuni dei nomi che hanno preso parte al nostro album. Realizzarlo non è stato affatto facile: dietro a tutto questo c’è stata grande organizzazione, duro lavoro, ma soprattutto grandi sacrifici. Siamo in procinto di pubblicarlo e solo adesso ci rendiamo conto di quanto abbiamo fatto. Non vediamo l’ora di farvelo ascoltare!!! Tutto questo a fare le basi del concept dell’album, il racconto dell’avventura che gli Heroes stanno intraprendendo: speriamo che il mondo di fantasia che siamo riusciti a raccontare vi appassioni come appassiona noi.

Siete stati firmati da un’etichetta storica e che ha lanciato alcune grandi realtà italiane (Labyrinth, Doomsword e White Skull per citarne solo alcune): come siete arrivati alla corte di Maurizio Chiarello e cosa vi ha convinto a firmare con l’Underground Symphony?

Hai assolutamente ragione a parlare così bene di questa etichetta, che ha lanciato anche altri gruppi di cui noi siamo ascoltatori, come Sabaton e Power Quest. All’inizio, abbiamo mandato il nostro primo singolo in versione demo a varie case discografiche, ma quella che fin da subito si è dimostrata più disponibile a sostenerci, sia musicalmente che umanamente, è stata proprio quella di Maurizio Chiarello, un grande professionista del settore e soprattutto un grande uomo. Ci teniamo veramente a dirgli grazie, specialmente per tutte le chiamate che si è dovuto sorbire da parte nostra, anche in momenti difficili e di frenesia, dove comunque ha saputo sempre darci un consiglio.

Dragonslayer si presenta molto bene con la copertina realizzata da Daniel Goldsworthy, artista che ha collaborato anche con Alestorm, Accept e Gloryhammer. Credo che osservando le copertine dei loro cd sia nata l’idea di contattarlo e capire se era possibile una collaborazione. Come sono andate le cose e come avete lavorato? Gli avete mandato testi e musica e lui si è lasciato ispirare, oppure gli avete dato delle indicazioni precise?

Naturalmente siamo sempre stati colpiti e meravigliati dai suoi lavori per le band che hai citato e quindi abbiamo tentato di contattarlo anche se ancora sconosciuti. Nonostante la sua fama, e ai tempi l’imminente nascita del suo primo genito, si è dimostrato molto disponibile. Inizialmente non avevamo molti pezzi da fargli ascoltare, e quindi gli abbiamo raccontato la storyline del nostro cd e dei nostri personaggi, e abbiamo convenuto insieme di far rappresentare sulla cover il drago appena liberatosi dalle catene che lo tenevano prigioniero sotto il malvagio stregone Xatron, il quale castello è visibile sullo sfondo, e di far rappresentare sul back lo stesso Xatron intento a maledire noi giovani eroi che abbiamo osato insorgere contro di lui. Inoltre, siamo stati molto contenti che ci abbia chiesto delle tracce da ascoltare mentre realizzava queste illustrazioni.

Un altro nome importante è quello di Andrea De Paoli, musicista di fama internazionale che si è occupato anche di mix e mastering di Dragonslayer. Perché avete deciso di lavorare con lui? Data la sua grande esperienza, vi ha dato qualche buon consiglio che avete afferrato al volo? Ci sono aneddoti da raccontare?

Come prima cosa, vogliamo sottolineare che Andrea De Paoli ha partecipato alla realizzazione di molte delle tastiere e synths dell’album: in particolare, amiamo il solo di tastiere che ha voluto regalarci in Power Of Magic!!! Andrea è stato una rivelazione incredibile, non tanto per la sua bravura e professionalità, di cui tutti sono a conoscenza, ma per la sua disponibilità a creare per noi gran parte delle orchestrazioni che potrete ascoltare. All’inizio abbiamo proposto questo lavoro a più professionisti del settore, e solo dopo un’attenta riflessione abbiamo optato per Andrea, considerato da noi l’uomo giusto per il lavoro che avevamo in mente. Di aneddoti ne avremo molti da raccontare, ma il più simpatico è stato quando si è dichiarato pronto ad imbracciare una tastiera-ascia per uccidere tutti gli orchi presenti ai nostri concerti (poveri Blodiga Skald…). Non si è risparmiato neanche dal darci consigli e tuttora ci sentiamo frequentemente, scambiandoci spesso anche qualche battuta.

Nel disco sono presenti diversi guest, il più noto è chiaramente Giacomo Voli dei Rhapsody Of Fire. Anche in questo caso ti chiedo come è nata la collaborazione, se vi siete visti di persona o se tutto si è svolto a distanza e che cosa provi ad ascoltare la sua voce su una tua canzone.

È nato tutto come uno scherzo: parlando tra di noi abbiamo pensato di inserire una guest voice di un certo peso nel nostro album e dopo aver ascoltato non le più famose canzoni dei Rhapsody che tutti conosciamo, ma la versione di Giacomo Voli di Jeeg Robot con i Trick Or Treat, ci siamo decisi e lo abbiamo contattato. Il tutto si è svolto a distanza, visto anche gli impegni che lo stesso Giacomo aveva in quel periodo, anche se questo non ha influito sul suo lavoro che è stato veramente fantastico. Naturalmente contiamo di incontrarlo il prima possibile di persona per regalargli una copia del nostro cd ed una t-shirt , ma soprattutto per ringraziarlo per quanto fatto. Che dire, ascoltare la sua voce su un nostro pezzo, cosa all’inizio impensabile, è per noi un sogno che si realizza.

Nella traccia Dragons Awakening sono presenti i Blodiga Skald: è forse un errore? Come fanno gli orchi a collaborare con voi che siete elfi, maghi e altre creature che di certo non amano gli orchi?

Beh, non tutti gli orchi sono malvagi e anzi, i Blodiga Skald sono dei nostri grandi amici (solo Gildor ha avuto un po’ di problemi con loro, ma d’altronde è un elfo). Abbiamo già diviso il palco con loro e non mancherà l’occasione per farlo ancora in futuro.

In Realm Of Holy Leaves canta Ilaria Pisani: quale personaggio interpreta e qual è il suo background?

In Realm Of Holy Leaves Ilaria interpreta la regina degli elfi della foresta presso la quale gli eroi si rifugiano per una notte. Ma, in realtà, in Deadly Crimson Flower interpreta una danzatrice vampira che riesce ad ammaliare il nostro povero Darmian, il quale pur innamoratosi della vampira, la vede morire per mano degli eroi.

Parliamo della storia narrata in Dragonslayer. Sicuramente saprete come e cosa raccontare per incuriosire i lettori… 🙂

Iniziamo col dire che i testi non sono tutti opera di Grodan in quanto Realm Of Holy Leaves e Deadly Crimson Flower sono nati dal genio di Ilaria Pisani. Vi faremo di seguito un breve riassunto, ma per i veri guerrieri c’è la traccia Heroes Of Forgotten Kingdoms ad aspettarvi! In Dragonslayer gli ascoltatori potranno immergersi nel fantastico mondo dei Forgotten Kingdoms, antichi reami baciati dalla magia, che ora vivono tempi nefasti. Il mago Xatron ha sottomesso a sé intere razze ed è riuscito a eliminare ogni forma di magia che non fosse la sua. In questa situazione, una compagnia di eroi decide di riunirsi e combatterlo. Non sarà un’impresa facile in quanto gli eroi dovranno impossessarsi degli antichi artefatti magici, evitando che lo faccia prima Xatron, e liberare i draghi. In questo primo capitolo, Xatron, distruggendo il reame marino dei tritoni, si impossesserà del tridente degli abissi, mentre noi eroi riusciremo nell’impresa di trovare la potente spada Dragonslayer. Tutto questo è solo l’inizio della nostra fantastica avventura!!!

Per la canzone Dragonslayer avete realizzato un videoclip professionale in location molto belle. Mi piacerebbe che mi parlaste dei luoghi dove si sono svolte le riprese e del drago che appare un paio di volte.

Il video, che porta la firma di Livio Melani, è stato girato interamente nella Tuscia, in particolare alcune scene presso il castello Costaguti di Roccalvecce e altre presso le rovine della torre di Pasolini (Bomarzo). Il maestoso drago che compare nel video è una creazione di Aran Graphics, che è riuscito nell’impresa di animare il drago presente sulla nostra copertina.

Una volta pubblicato il disco, cosa farete per promuoverlo? Avete già fissato un tour e una serie di date in Italia?

Attualmente stiamo preparando lo show live. Nel frattempo, stiamo valutando ed organizzando alcune serate in giro per l’Italia, presumibilmente a partire da novembre, ma non possiamo dirlo con certezza, non vogliamo creare false aspettative. Naturalmente, stiamo provando a definire un tour italiano a promozione dell’album, toccando città importanti come Milano, Bologna, Firenze, Roma e tante altre, ma chiaramente siamo aperti ad ogni ingaggio.

Siamo ai saluti finali; vi ringrazio per l’intervista e spero di vedervi presto in concerto.

Grazie mille Mister Folk, ti aspettiamo ad uno dei nostri concerti!!!!

Intervista: Anua

Un Viaggio Senza Terra è un disco che purtroppo è passato inosservato se si considera la bontà della proposta degli Anua, band laziale dedita a un folk/shoegaze dai toni delicati e malinconici. La mente del gruppo, Manuel Rodriguez, apre le porte del mondo di Anua, un ragazzo cacciatore che lotta per sconfiggere il male senza forma. Manuel ci racconta di questa storia (e del libro che ne sta nascendo), della sua ex band Oak Roots e dei prossimi progetti che lo vedono coinvolto, buona lettura.

Ciao Manuel, iniziamo parlando del tuo passato, ovvero gli Oak Roots. Recensii il demo The Branch Of Fate tanti anni fa e sembravate sul punto di realizzare qualcosa di importante e personale in una scena, quella italiana, che ancora stava sbocciando. Poi cosa è successo?

Avevamo tutti dai 16 ai 18 anni, eravamo agli ultimi anni del liceo, e a quell’età si cambia molto e molto in fretta, cominciarono ad emergere interessi diversi in ognuno di noi, e quindi a crearsi complicazioni, quindi il gruppo si sciolse. Era già stato difficile arrivare dove eravamo arrivati, in una Roma quasi ignara del folk metal.

Nel 2013 siete tornati insieme e, oltre ad avere un nuovo logo, avete inciso l’EP Once, We Were… (con tanto di singolo Julian The Great online) che però non è mai stato pubblicato. Anche qui ti chiedo come si sono svolte le cose e perché la band si è sciolta di nuovo.

Qui lascio rispondere Luca Grimaldi: In realtà non siamo proprio tornati insieme nel 2013. Alcuni membri hanno provato a far ripartire il gruppo con nuova line-up, nuovo stile e nuovo materiale e il risultato è stato l’EP Once We Were. Non abbiamo rilasciato alcuna copia fisica per il semplice fatto che il risultato finale non ci ha convinto, soprattutto a causa della totale non professionalità del fonico al quale ci siamo rivolti per le registrazioni. Il processo è stato così logorante che anche i più duri e puri si sono rassegnati e il gruppo è stato definitivamente sciolto, rilasciando progressivamente online le tracce (incomplete e grezze) dell’EP mai pubblicato.”

Passiamo al 2016, anno che ti vede al lavoro sulle canzoni che poi finiranno sul disco Un Viaggio Senza Terra. Come sono nate le melodie e le canzoni?

In origine Un Viaggio Senza Terra era il titolo di un progetto solista che cominciai dopo gli Oak Roots, ma che non terminai mai. Nel 2016 decisi di riprendere quel progetto, ero appena tornato da un viaggio in Argentina e Cile, e cominciarono a uscire fuori nuove canzoni, sentii che ero nel “mood” giusto, e lasciai scorrere, cosi i nuovi pezzi sostituirono piano piano quelli vecchi. Le melodie sono nate principalmente da momenti contemplativi, penso che in generale l’album ha un andamento contemplativo, quasi bambinesco, come ogni musica nasce spesso da ciò che abbiamo dentro, penso che questo album abbia espresso questo aspetto.

Il concept del disco riguarda un ragazzo di nome Anua che deve affrontare il male senza forma per salvare la propria terra. Come è nata la storia? Soprattutto, Anua riesce a sconfiggere il male?

La storia è nata dopo un periodo piuttosto nero, e un susseguirsi di esperienze personali negative. Ma queste esperienze negative mi hanno portato a riflettere molto, soprattutto sulla perdita d’identità, sulla perdita di contatto con se stessi, gli altri, e le cose. Non ho idea se Anua sconfiggerà questo male senza forma che dilaga nel suo mondo, lo sto ancora scrivendo, non so come andrà a finire; ne so quanto Anua insomma.

Da quel che ho capito stai anche scrivendo la storia di Anua sotto forma di libro, è così? Puoi raccontarci qualcosa in più su questo lavoro?

Sì, ci sto provando, molto lentamente, ma con una sorta di costanza, non sono uno scrittore, ma mi premeva molto raccontare questa storia, che attraversa in qualche modo le mie riflessioni, e il mio modo di vedere le cose. Questa storia è ambientata in un mondo fantasy, dove non c’è guerra già da parecchi cicli, ma un male senza forma dilaga in queste terre, facendo perdere la ragione agli uomini, il colore e il suono delle cose “non è ne uno spirito ne un’ombra, ma l’ombra dell’ombra”. Anua, un ragazzo di una tribù di cacciatori, insieme ad Aka-nea, una sorta di Nano ed Eyagiil uno Gnomo, partono per scoprire l’origine di questo male, di cui pochi notano la presenza. Tra quei pochi c’è Maunlaghi un Etari o anche detto uomo-albero, che è tra i primi ad aver notato tale inquietudine dilagare nella sua foresta, e che anch’egli ne cerca l’origine, dato che tale male non si può sconfiggere fisicamente, non essendo qualcosa di fisico ma solo “un’ombra dell’ombra” come egli la chiama.

Per realizzare il disco hai chiamato a suonare con te gli ex membri degli Oak Roots, segno che i rapporti tra di voi sono rimasti buoni e ancora c’è feeling dal punto di vista musicale.

Sì, abbiamo preso quasi tutti strade diverse, ma i rapporti sono rimasti buoni, ci si incontra ogni tanto, anche e soprattutto per caso. Con Luca (chitarra) e Andrea (basso) abbiamo continuato a coltivare più o meno le stesse passioni e gusti, quindi in qualche modo è stato facile coinvolgerli in questo piccolo progetto. Piersante (batteria) invece non lo vedevo più da anni, quando ho finito le demo che ho registrato in un box, l’ho chiamato e gli ho proposto di fare la batteria, ci siamo visti e abbiamo suonato con lo stesso feeling degli Oak Roots, sono molto soddisfatto del suo lavoro.

Perché hai deciso di utilizzare la lingua fonetica? Come si fa a raccontare una storia se le parole non hanno un significato?

É semplice, quando componevo i pezzi ci cantavo sopra spontaneamente, né l’inglese, né l’italiano, né lo spagnolo, (che sarebbero le lingue che potrei utilizzare fluentemente) evocavano l’atmosfera che volevo infondere, la distruggevano, la rendevano banale, così ho deciso di lasciarlo cosi com’era, e in fondo questa cosa fila con tutto l’album, che si basa sull’indefinito, “un viaggio senza terra” senza lingua e testo anche ahah. In ogni modo mi immaginavo che potessero essere le lingue del mondo di Anua, di cui non ho il tempo e la pazienza di Tolkien per scrivere (almeno per ora).

Il disco è stato registrato a Roma presso il 16th Cellar Studio e il risultato è molto buono. Ci sono particolari o aneddoti che vuoi raccontare? Nel disco sono presenti anche diversi ospiti, ti va di presentarli e come hanno contribuito?

Mi sono voluto affidare a Stefano (16th Cellar Studio) perché ci eravamo trovati molto bene l’ultima volta, è una persona seria nel suo lavoro e sa carpire che atmosfera vuoi dare, cercando comunque di mettere una sua impronta. In studio ho portato Andrea Salvi (flauto traverso) ed Ennio Zohar (clarinetto) che hanno curato quelle piccole parti dove sono presenti, migliorando anche gli arrangiamenti che avevo composto io; è stato molto bello avere persone del conservatorio in uno studio di metal estremo, e molto stimolante, e un po’ surreale. Poi è venuta anche mia sorella Sofia Rodriguez per fare la voce femminile, una voce bella, ma non troppo impostata, volevo dare un effetto di naturalezza (lei è il classico esempio di sfruttamento di famigliari “a gratis”)

Hai intenzione di portare gli Anua sul palco o si tratta di uno studio project?

Sì vorremmo andare sul palco, ma ci serve molta organizzazione, e in questo periodo siamo molto occupati con il lavoro, tocca pensare anche a mangiare, detto in parole spicciole. Speriamo a breve di riuscire ad organizzarci, sarebbe bello.

Stai lavorando al secondo lavoro degli Anua? Dove vuoi portare la tua band, qual è l’obiettivo che ti sei prefissato?

Allora, in realtà in questo periodo sto lavorando a una musica totalmente diversa, una sorta di stoner metal, con influenze dei Rage Against The Machine e Kyuss, ho già buona parte dei pezzi e alcuni li abbiamo anche provati, probabilmente sarà un album a tema, forse con un altro nome, vedremo. Con gli Anua non ho obiettivi prefissati, ma forse stiamo pensando ad un video, ma essendo ambientato in un mondo fantasy non sarà facile, né poco costoso.

Siamo al termine dell’intervista, puoi aggiungere tutto quello che vuoi.

Ringrazio tutti quelli che ci supportano, e ci incoraggiano! E grazie a te Fabrizio per la dedizione che metti in questo blog e nel tuo lavoro!

Intervista: Cernunnos’ Folk Band

Le terre marchigiane sono note, tra le altre cose, anche per il vino (e chi ama l’underground non può che pensare ai Kurnalcool, band culto di Falconara, Ancona): proprio al vino i simpatici Cernunnos’ Folk Band danno tanta rilevanza e ci spiegano le motivazioni in questa gustosa intervista. Ma non solo: spazio al loro primo EP Summa Crapula, al sogno di suonare al Montelago Celtic Festival e altro ancora. In alto i calici!

foto di Stefano Santaroni

Iniziamo con la classica presentazione della band: come e quando vi siete formati, quali sono i vostri obiettivi.

Ciao e grazie per questa intervista. I Cernunnos’ folk band nascono da un progetto del cantante Marco Castellani che nell’ottobre 2014 inizia a scrivere testi e arrangiamenti e a reclutare musicisti. A settembre 2016 si forma la band, sette elementi che includono flauto traverso e fisarmonica. Summa Crapula, il nostro primo EP, viene registrato a febbraio 2018. Terminate le registrazioni la band cambia batterista, la fisarmonica viene sostituita dal violino ed entra ufficialmente Andrea Pulita come secondo cantante dopo aver partecipato anche alle incisioni nei cori. Forte di otto elementi la band ha già in serbo materiale per il primo LP, oltre a continuare la scrittura di pezzi e continua ad esibirsi dal vivo. I nostri obiettivi sono quelli di suonare, divertirci e creare insieme nuova musica oltre a, naturalmente, migliorare sempre di più come band e come singoli musicisti.

Siete marchigiani ed avete scelto Cernunnos come nome, perché questa scelta? Conoscete la band argentina con il vostro stesso nome che suona dal 2012 e fa anch’essa folk metal?

Il legame fra la nostra regione, le Marche appunto, e la cultura celtica non è poi così lontano come qualcuno potrebbe pensare. È infatti storicamente appurato che intorno al 390 a.C. una tribù celtica, i Galli Senoni, scesero dai loro territori originari per poi stanziarsi fra Ravenna e il fiume Esino, andando di fatto ad invadere territori fino ad allora occupati dagli Umbri. Proprio nelle attuali Marche, fondarono la loro capitale: Sena Gallica, oggi conosciuta col nome di Senigallia. Inoltre molti resti di antiche necropoli celtiche sono state rinvenuti fra Arcevia e Osimo proprio a testimonianza della lunga permanenza dei Galli nelle nostra terra. Cernunnos è una divinità celtica cornuta, custode dei boschi e degli animali, il dio che fa fluire il corso della vita e della morte. Lo abbiamo scelto per evidenziare il nostro legame a una filosofia di connessione con la natura e con l’adottare uno stile di vita semplice e genuino, ciò che faceva parte della storia dell’uomo e che oggi, purtroppo, sembra si stia andando perdendo sempre di più. Per quanto riguarda l’altra band folk metal dal nome simile al nostro lo abbiamo scoperto solo in un secondo momento. Fortunatamente il nome ufficiale della nostra band è Cernunnos’ Folk Band, proprio per differenziarci da altri gruppi. Segnalo a tal proposito anche l’esistenza di un’altra band chiamata Cernunnos, americana, che suona symphonic black metal.

Passiamo a parlare dell’EP Summa Crapula: avete tutto lo spazio a vostra disposizione per raccontare quello che si cela dietro e dentro le quattro tracce che lo compongono.

Summa Crapula si apre con Vino, inno alla sacra ambrosia degli Dei, compagno di miti, leggende e storielle divertenti. La canzone è un nostro omaggio a tale bevanda e a tutti i bei momenti che ha segnato. Segue poi Nella Taverna, vera e propria party song dell’EP dove narriamo dell’importanza che la taverna (ma anche i piccoli pub o bar di paese) hanno come luogo di socializzazione e svago. Con Valhalla invece ci spostiamo verso toni più epici, andando ad attingere dalla mitologia norrena che da sempre ci affascina e ci incuriosisce. Il finale è riservato a Dall’Alto delle Guglie, una vera e propria dichiarazione di disprezzo verso ciò che l’istituzione Chiesa ha rappresentato nei suoi 2000 e più anni di storia: un covo di nefandezze e menzogne mascherate dietro una facciata di apparente santità che del messaggio originale di Gesù Cristo non ha nemmeno l’ombra.

Come reputate Summa Crapula a qualche mese dalla pubblicazione, ne siete soddisfatti? Può essere considerato un primo punto di arrivo o un nuovo punto di partenza?
Decisamente è un punto di partenza. Come tutte le opere prime, trattandosi di un demo autoprodotto praticamente ha senza dubbio delle ingenuità e sicuramente alcune cose potevano essere fatte diversamente, ma allo stesso tempo rappresenta una pietra miliare nella storia della band, una fotografia del nostro primo periodo, forse grezzo, forse poco raffinato ma genuino, sincero e con quella carica primordiale che solo le prime opere hanno. Da qui possiamo dare vita al progetto vero e proprio, evolvendoci, rinnovandoci ed affinandoci. Da Summa Crapula possiamo avere un riscontro con noi stessi. Possiamo imparare dai nostri errori e produrre materiale migliore.

Ascoltando i testi pare chiara la vostra identità di party band con la predilezione per il vino. Io li ho trovati un po’ ingenui e credo che possiate fare un lavoro migliore sia per quel che riguarda le linee vocali che per quel che viene cantato. Qual è il vostro parere rispetto a queste critiche?

Ogni critica, se ben motivata e posta in modo costruttivo è un importantissimo spunto di crescita personale e professionale. I nostri primi pezzi sono sbarazzini e semplici perché è quello il mood che volevamo dare a quei pezzi: una band composta da ragazzi giovani e vitali, che suonano non tanto per mandare chissà quale messaggio ma per divertirsi e divertire, soprattutto. Già nella canzone Dall’Alto Delle Guglie, però, iniziamo ad affrontare tematiche più impegnate, come anche nei nuovi pezzi su cui stiamo lavorando.

State componendo nuove canzoni e in caso potete dare qualche anticipazione? Le “vecchie” canzoni vanno bene così o state rimettendo mano anche a quelle?

Siamo una band e prima ancora siamo persone, esseri umani. È normale un’evoluzione all’interno della nostra vita e di conseguenza anche all’interno di ciò che proponiamo come gruppo. I nostri brani in lavorazione, come detto prima, andranno a mostrare agli ascoltatori il nostro lato più introspettivo, oltre che portare alla luce tematiche che ci stanno particolarmente a cuore, pur senza dimenticare quell’anima “festaiola” che ci ha caratterizzati finora e dovrà sempre caratterizzarci.

Rispetto al cd la formazione è cambiata: chi sono i nuovi arrivati e cosa stanno portando alla causa Cernunnos’?

Ogni cambiamento porta sempre qualcosa con sé e fortunatamente possiamo affermare con orgoglio che i cambiamenti che ha affrontato la band hanno portato finora solo lati positivi: Benedikt è un batterista estremamente preparato e capace nonostante la giovane età e questo non può che essere un bene. Con l’aggiunta di Andrea alla voce possiamo anche iniziare a esplorare tutto un nuovo mondo di intendere canzoni e melodie vocali, potendo ora giocare maggiormente su cori e armonie. Infine, Federico col suo violino e le sue idee, ha portato tutta una nuova ventata di freschezza all’interno del sound della band. Ognuno dei membri della band, vecchi e nuovi, sta contribuendo al massimo e questo non può che renderci felici e fieri di quanto stiamo ottenendo.

Siete in contatto con altre realtà locali? Vi sentite parte di una scena?

Siamo in contatto con altre band, come è normale che sia, per scambiarci consigli, palchi e date. Però non possiamo di certo ancora considerarci parte integrante della scena folk metal italiana, al massimo ci stiamo appena affacciando ad essa, ma siamo fermamente intenzionati a ritagliarci il nostro spazio in essa.

Nella biografia raccontate di sognare il palco del festival di Montelago. È strano che una metal band sogni Montelago invece dei “classici” Wacken o Hellfest. Immagino quindi che abbiate un forte legame con il Montelago Celtic Festival, è così?

Il Festival Celtico di Montelago è un po’ una seconda casa per molti di noi, è ciò che ci ha uniti, fin dall’inizio, in alcuni casi prima ancora che la band esistesse: è parte di noi. Vogliamo inoltre essere realisti, i palchi più grandi saranno per il futuro. L’importante è procedere per passi e tappe, senza voler correre troppo. Per ora vogliamo Montelago, poi, ottenuto quello, magari punteremo anche il Wacken o l’Hellfest.

A proposito di concerti, com’è un live dei Cernunnos’ Folk Band? Suonate altre canzoni oltre a quelle dell’EP? Fate delle cover?

Se dovessi descrivere in una parola i nostri live, userei il termine ENERGICI. Durante gli show suoniamo i quattro pezzi dell’EP, altri pezzi ancora non pubblicati e due cover dei Folkstone: Prua Contro Il Nulla e Lo Stendardo. In futuro contiamo di aggiungere sempre nuove canzoni nostre e magari variare anche le cover andando a pescare da brani popolari e tipici del genere.

Per concludere: quali sono, secondo voi, i punti di forza dei Cernunnos’ Folk Band e in cosa invece credete di dover migliorare?

I nostri punti di forza sono senza dubbio presenza scenica e coinvolgimento del pubblico. Ovunque abbiamo suonato abbiamo ricevuto grande riscontro dal pubblico che si è sempre divertito e ha apprezzato la performance. Crediamo comunque di dover migliorare tutto, perché siamo giovani e possiamo e soprattutto DOBBIAMO migliorare. Non bisogna mai fermarsi nella propria isoletta felice ma puntare sempre oltre l’orizzonte.

Grazie per la disponibilità, a voi i saluti.

Grazie a te per l’intervista, vi aspettiamo in giro per fare casino con noi sopra e sotto il palco, IN ALTO I CALICI!

la nuova formazione in concerto

Intervista: Æxylium

Gli Æxylium pubblicavano due anni fa l’EP The Blind Crow e in sede di recensione conclusi dicendo che “con la prossima uscita, ci si augura un EP con un paio di brani in più, gli Æxylium potrebbero stupire in positivo.” Il gruppo lombardo, invece, ha inciso direttamente il full-length di debutto e con Tales From This Land ha effettivamente stupito per il salto di qualità effettuato, realizzando un disco talmente valido che non a caso ha trovato l’interesse di un’etichetta valida come la Underground Symphony. Sono quindi molto felice di ospitare nuovamente sulle pagine di Mister Folk, a due anni di distanza dalla precedente intervista,  il gruppo di Varese e dar loro l’occasione di raccontare cosa è successo dopo la pubblicazione dell’EP e di approfondire il discorso musicale-lirico del nuovo cd.

Iniziamo parlando del dopo The Blind Crow. Cosa è successo in casa Æxylium e dopo le reazione di critica e pubblico avete “cambiato” qualcosa nel vostro modo di lavorare?

Sicuramente quando una band lancia un primo EP si tratta anche una sorta di sondaggio per vedere quanto e se le proprie creazioni vengano apprezzate; con The Blind Crow abbiamo voluto lasciare un “biglietto da visita” con le risorse che avevamo in quel momento, visto che una band appena nata è logico che sia poco conosciuta. In quel frangente le critiche sono importantissime perché ti fanno capire quale sia bene o male la linea da seguire, ed infatti noi abbiamo lavorato molto sulla qualità in generale, da quella della registrazione, a quella della nostra immagine e delle prestazioni live: l’obiettivo è sempre quello di risultare professionali agli occhi della gente.

Le tre canzoni che facevano parte di The Blind Crow le troviamo ri-registrate in Tales From This Land. Immagino quindi che avete voluto fortemente inserire quelle tracce con un suono all’altezza della situazione nel nuovo disco. Siete soddisfatti di come suonano ora?

È proprio così, sono tre canzoni che ci rappresentano fortemente e sentivamo la necessità di riproporle in una veste sicuramente più curata. Siamo molto contenti della qualità del prodotto e il feedback che ne abbiamo ricevuto a riguardo è stato sempre molto positivo.

State promovendo il vostro primo full-length Tales From This Land, vi chiedo quindi di parlare del cd come se i lettori non avessero ascoltato una sola nota dell’album.

Tales From This Land è una raccolta di storie con le quali vogliamo intrattenere l’ascoltatore affidandoci alla nostra musica; si tratta di undici tracce anche ben diverse tra loro: una delle caratteristiche che crediamo ci possa contraddistinguere è proprio il fatto di non porci limiti in fase di composizione, spaziando da un folk metal con ritmiche thrash e serrate, alla classica canzone spensierata da ballare live, fino a tracce in cui le varianti sinfoniche e melodiche sono decisamente in prima fila. Anche la voce di Steven è soggetta a variazioni all’interno del disco, passando dalle numerosi parti cantate in pulito, ad altre in growl utilizzate sia nei cori che nella linea vocale principale.

Quali sono le canzoni più rappresentative del disco, e perché?

Oltre alle tre tracce già citate presenti nel primo EP, direi che Into The Jaws Of Fenrir e Tales From Nowhere nella loro diversità possano rappresentarci bene. La prima perché esalta il nostro lato più “heavy” e deciso, la seconda perché ha ispirato la scelta dell’artwork ed è ricca di parti melodiche, soprattutto per quanto riguarda tastiera, violino e flauto.

In alcuni frangenti si sentono chiari i riferimenti agli Elvenking, cosa che non accadeva con il precedente EP. Qualcuno di voi ha ascoltato la band friulana negli ultimi tempi? Quali sono i gruppi italiani, anche al di fuori del folk metal, che ascoltate con piacere?

Gli Elvenking, nonostante riteniamo essere una delle più grandi band italiane folk metal, dobbiamo ammettere che non sono parte della musica che prevalentemente ascoltiamo o dalle quali traiamo ispirazione. In molti comunque ci hanno fatto notare questa “somiglianza”, ma probabilmente è qualcosa che è nato più come spontaneità, invece che trattarsi di un’influenza vera e propria in fase compositiva. Riguardo le band italiane che ci piacciono, oltre a quelle del nostro stesso genere musicale come Folkstone, Wind Rose e Atlas Pain, ascoltiamo principalmente DGM, Vision Divine, Secret Sphere, Destrage e Frozen Crown.

Parliamo dei testi: si spazia dai miti nordici a Tolkien e a storie più “personali” nel giro di poche canzoni. Ci sono libri, film, videogiochi o altro che hanno ispirato i testi? Qual è quello che ritenete migliore o più rappresentativo rispetto agli altri?

Siamo sicuramente affascinati dalla mitologia Norrena, ed è chiaro leggendo i nostri testi che abbia una grande importanza nella scelta dei temi da trattare; siamo anche quasi tutti amanti dei videogiochi, soprattutto se trattano tematiche fantasy o legate a miti e leggende, direi che un po’ tutto questo ha influito sulla scelta del testo da sviluppare canzone per canzone.

Con la canzone Radagast trattate Tolkien, autore amato dai musicisti rock/metal e non solo. Come mai la decisione di scrivere di un personaggio poco noto come Radagast?

Esatto, i racconti di Tolkien sono spesso fonte di idee anche per le band musicali, e in particolare un genere come il folk metal trova facile ispirazione. Abbiamo deciso di scrivere una canzone su Radagast proprio perché si tratta di un personaggio secondario sì, ma estremamente buffo e ambiguo, e crediamo si sposi perfettamente con le sonorità della canzone che abbiamo scritto, in particolare con le linee di fisarmonica che vogliono quasi rappresentarne la personalità.

L’artwork è davvero molto curato e avere in mano dischi “completi” come il vostro è sempre un piacere. Siete dei “tifosi” del formato fisico? Come sono nate le illustrazioni del booklet e più in generale, come vi siete mossi per l’aspetto grafico?

Era qualche mese che cercavamo un artista che potesse rappresentare alla perfezione i nostri gusti riguardo l’artwork per l’album e, a dirla tutta, anche noi stessi facevamo fatica a trovare un’idea comune. Poi, quasi per caso, siamo venuti a conoscenza dei lavori di 3MMI Design e ci sono piaciuti sin dal primo momento. La copertina pensiamo sia perfetta per rappresentare i racconti dell’album, e Pierre-Alain Durand ha scelto di realizzare anche illustrazioni dedicate alle diverse canzoni dell’album come si può notare dal booklet. Nell’era in cui il digitale ormai risulta sempre più dominante, è comunque impagabile e affascinante aprire la confezione e trovare un artwork e un booklet fatti bene.

Anche l’audio del disco è davvero gagliardo. Come vi siete trovati a lavorare con Davide Tavecchia e Simone Mularoni? Vi hanno “insegnato” qualcosa?

Siamo venuti a conoscenza del Twilight Studio di Davide Tavecchia dopo aver ascoltato l’EP degli Atlas Pain e la qualità dei suoni ci sembrava adatta a ciò che volevamo realizzare. Lui è davvero una persona paziente e disponibile, e anche in fase di produzione ci ha dato una grandissima mano, in particolare sulle parti sinfoniche e su tutti i doppiaggi di voce in growl. Per quanto riguarda Simone Mularoni ovviamente c’è poco da dire, vista la quantità di band che si rivolgono a lui per la qualità dei suoi lavori, è uno che non ha bisogno nemmeno di presentazioni; dobbiamo inoltre dire che è anche lui molto disponibile e viene incontro alle esigenze della band senza problemi.

Avete firmato per Underground Symphony, un’etichetta storica italiana che in passato ha lavorato soprattutto con realtà power metal. Come siete entrati in contatto con la label e come vi state trovando?

Abbiamo contattato Maurizio Chiarello per proporgli il nostro lavoro e a lui è piaciuto fin da subito nonostante, come hai sottolineato giustamente, lui lavori perlopiù con band power metal e anzi, se non erro, siamo l’unica band folk metal nel roster dell’etichetta. Lui è uno che lavora nel settore da tantissimi anni, ha visto la scena metal evolversi in Italia ed è ancora molto legato al fascino delle copie fisiche degli album. Ci ha messo a conoscenza della situazione musicale del nostro paese senza troppi giri di parole, e abbiamo concordato che la sua proposta era quella più adatta alle nostre esigenze.

Vi sentite parte della scena folk metal italiana? Pensate che la scena tricolore possa “rivaleggiare” con quelle straniere?

Diciamo che di sicuro con l’uscita del nuovo album ora molta più gente sa chi sono gli Æxylium e che tipo di musica propongono. Abbiamo ricevuto inoltre parecchi feedback positivi, non solo dalle recensioni, ma anche dalla gente che è venuta ai nostri concerti e ha voluto comprare una copia di Tales From This Land o una maglietta e questo fa sempre piacere; nella nostra testa comunque è sempre presente l’obiettivo di crescere musicalmente e migliorarci. Ci sono sicuramente band italiane in grado di competere con quelle straniere, almeno in parte; ad esempio, oltre ai già affermati Folkstone, Elvenking e Furor Gallico, fa piacere vedere una band italiana come i Wind Rose, (con i quali abbiamo avuto il piacere di suonare lo scorso anno) che con l’ultimo album ha cambiato completamente strada, girare i palchi più importanti d’Europa.

Cosa farete nei prossimi mesi? Avete programmato eventi o lavori particolari? State lavorando a nuove canzoni?

Quest’estate abbiamo avuto il piacere di partecipare ad alcuni importanti festival come Rock Inn Somma, Druidia e Montelago Celtic Festival, quest’ultimo conta più di 20.000 partecipanti nei quattro giorni di svolgimento. Ci siamo da poco già messi al lavoro su materiale nuovo, in quanto sappiamo che essendo in otto la fase di songwriting richiede molto tempo. Inoltre stiamo pianificando proprio in questo momento la realizzazione di un videoclip ufficiale che verrà registrato tra non molto, terremo sicuramente aggiornati i nostri fan sui canali social.

Vi ringrazio per la disponibilità, volete lasciare un messaggio ai lettori del sito?

Ringraziamo come sempre Fabrizio per lo spazio concesso e per la passione che mette a disposizione delle band, e speriamo di incontrare qualche lettore di Mister Folk ad un nostro concerto o anche semplicemente per una birra in compagnia!

Foto di Annalisa Piasente

Intervista – Balt Hüttar

I Guardiani del Bosco, ovvero i Balt Hüttar, si raccontato ai microfoni di Mister Folk e lo fanno con passione e desiderio di far conoscere la propria musica e la loro amata terra cimbra. Tra folk metal e rune,  Malpaga Folk & Metal Fest e approfondimenti sui testi, ne esce una chiacchierata piacevole quanto interessante, che fa venire una gran voglia di ascoltare nuovamente il debutto Trinkh Met Miar camminando nella natura tanto amata dai Balt Hüttar

Ciao Balt Hüttar, benvenuti su Mister Folk! Raccontate ai lettori la storia della band: come vi siete formati, l’origine del nome e perché avete scelto di suonare folk metal.

Grüus-ach! Ciao a tutti! Tutto è nato nel 2011 da un’idea di Mattia, che voleva cercare di unire la sua passione per la musica popolare di matrice nordeuropea e quella per il metal. Allora in Altopiano non si era ancora sentito nulla del genere e la proposta ha intrigato da subito Federico, poi Jonathan e Tiziano Broccardo (il nostro primo bassista); la formazione mancava però di un elemento fondamentale: uno strumento popolare (Mattia suonava solamente la chitarra). Così, dopo alcune ricerche, i quattro ragazzi hanno conosciuto Ilaria, che allora suonava perlopiù in ambito prettamente ‘folkloristico’, ed è subito scoccata ‘la scintilla’. Dopo circa un anno Nicola ha preso il posto di Tiziano e da allora siamo rimasti stabili. Fin da subito il progetto ha avuto un forte legame con la cultura cimbra, al nostro retaggio (legato appunto alla matrice nordeuropea), ed è questo che ci ha portati a scoprire e identificarci sempre più nella realtà del folk metal. Già dal nome che abbiamo scelto si evince il legame con la cultura cimbra e le tematiche del genere: Balt Hüttar significa, in cimbro, Guardiani del Bosco; una già implicita espressione del legame con la nostra terra, la natura e gli antichi valori.

Nel 2014 avete pubblicato il demo Tzimbar Tantze, come e quanto siete cambiati da allora?

Questi quattro anni sono stati ricchi di fantastiche esperienze che ci hanno fatti crescere molto, ci hanno cambiati e proiettati in un’ottica diversa, un’ottica che ci ha portati alla pubblicazione di Trinkh Met Miar. L’evento più importante per questa svolta è stato sicuramente il Vicenza Rock Contest: tutti i premi (primo posto assoluto, miglior band vicentina, miglior band metal ecc.), gli apprezzamenti e le occasioni che ci ha offerto ci hanno infuso molta fiducia nel progetto e siamo così riusciti ad avere lo ‘slancio’ per proiettarci in una dimensione nuova. Prima eravamo sicuramente molto più ‘grezzi’, mentre ora cerchiamo di curare molto più i dettagli, soprattutto in fase compositiva e di armonizzazione. Anche l’aspetto ‘linguistico’ è cambiato molto: abbiamo implementato molto le lyrics in cimbro, grazie ad un costante studio della lingua e al crescente legame con l’Istituto di Cultura Cimbra di Roana.

Come siete giunti alla Areasonica Records?

Una volta ultimate le registrazioni di Trinkh Met Miar ci siamo subito adoperati per trovare un’etichetta che lo potesse sostenere e, dopo una travagliata ricerca fra le più indicate secondo noi, ci siamo imbattuti nella e-mail di Areasonica. Così ci siamo sentiti via e-mail e via Skype trovando un accordo comune. Da lì è iniziata concretamente la nostra collaborazione.

Siete soddisfatti del risultato finale di Trinkh Met Miar? Ci raccontate qualche storia relativa alla composizione delle canzoni e del periodo passato in studio di registrazione?

Sì, pensiamo che il nostro potenziale sia ben espresso dal disco. Ovviamente abbiamo ancora molta strada da fare, ma per noi Trinkh Met Miar costituisce un obiettivo raggiunto e un solido punto di partenza per i lavori futuri. Andrea dello studio Produzioni Fantasma ha fatto, secondo noi, un ottimo lavoro per le nostre e sue possibilità (al momento della registrazione) ed è stato molto disponibile e simpatico. Sicuramente è stata una bellissima esperienza per tutti, delle giornate per noi molto divertenti e stimolanti. Per quanto riguarda degli aneddoti della composizione, ci viene in mente com’è nata Bar Zeinan Noch Hia (tr.: Noi Siamo Ancora Qua): era una sera (sembrava come tante altre) in cui dovevamo far prove e, al nostro arrivo, ci siamo accorti che le chiavi della saletta erano state portate via da qualcuno. Non ci siamo persi d’animo e ci siamo ‘rifugiati’ in una stanza adiacente (sempre nella stessa struttura) dove si trovava un vecchio pianoforte; così, partendo da uno spunto portato da Jonathan abbiamo iniziato tutti insieme a scriverne il testo e a comporne la melodia con il pianoforte e gli strumenti elettrici senza amplificazione; le prove successive tutto ha preso più corpo, ma la struttura è nata così: senza neanche la sala prove.

Nel disco ci sono canzoni “tipicamente” folk metal fatte bene come Dating A Witch e Trink Bain, Trink, ma credo che voi diate il meglio quando nella composizione andate “oltre” il classico del genere, è il caso di Tzimbar Baip e Tantzasto Met Miar. Cosa pensate di quanto vi ho appena detto? Quali sono le sensazioni che da musicisti provate nel suonare le varie canzoni?

Le tue parole ci fanno molto piacere, noi cerchiamo di inserire sempre qualcosa di diverso in ogni canzone, cerchiamo di attingere a più ispirazioni possibili per ottenere dei risultati spesso anche inaspettati. Il mondo della musica popolare è immenso (anche se ci si sofferma su un’area relativamente ristretta, come quella nordeuropea) e noi vorremmo spaziare il più possibile, unendo sonorità diverse, anche in base alle tematiche trattate. Un esempio di questo può essere proprio Tantzasto Met Miar, che assume sonorità e strutture più ‘popolari’ e ‘folkloristiche’, accordandosi col testo (di rimando, a livello concettuale e strutturale, prettamente popolare. Suonare le proprie canzoni è un’emozione unica, indescrivibile, soprattutto quando alla loro base ci sono concetti, emozioni e legami personali forti. Vedere poi altre persone che ascoltano, apprezzano, e cantano insieme a te queste espressioni di te stesso e del tuo retaggio è una sensazione ancora più speciale, che riempie di gioia.

Il titolo del disco e la copertina hanno un legame tra di loro?

Certamente: il titolo è un invito diretto a festeggiare insieme, a condividere dei momenti speciali, e la copertina raffigura proprio uno di questi momenti di festa. L’illustrazione si rifà all’antichità, quando era in uso festeggiare attorno a dei grandi falò, richiama quindi anche il folclore arcaico dei nostri antenati, anche attraverso l’ambiente in cui si svolge la scena: si tratta infatti di un luogo ben preciso del nostro Altopiano, l’Altar Knotto (“Antico Masso” in cimbro), un’enorme pietra in bilico su uno strapiombo che si dice fosse teatro di celebrazioni rituali e dei sacrifici in epoche remote.

Perché il titolo è scritto anche con le rune? Non credete che sia un po’ una forzatura visto che il disco racconta della vostra terra?

Assolutamente no, il legame dei Cimbri con la cultura germanica è innegabile e ancora visibile in alcune tradizioni e nella lingua, e anche questo è uno dei nostri obiettivi: ricreare un legame fra la cultura cimbra e quella da cui essa discende direttamente. Oltretutto, come riferito anche dallo studioso locale Giancarlo Bortoli nel suo libro “Hanepoz – L’Incudine di Thor”, ci sono delle testimonianze secondo le quali in Altopiano, prima di essere state distrutte durante l’affermazione del Cristianesimo, ci fossero delle pietre con incisioni legate al mondo germanico, fra le quali proprio delle rune del Futhark.

I testi sono in inglese, italiano e cimbro. Perché la scelta di esprimervi in tre lingue? Sarà così anche in futuro?

Questa nostra scelta deriva dalla volontà di far conoscere la cultura della nostra piccola realtà in Italia e nel mondo, in un messaggio di unità che contribuisca a salvaguardare la sopravvivenza della cultura cimbra. Per questo pensiamo di continuare in questa direzione, mescolando sonorità e influssi diversi, magari concedendo sempre più spazio alla nostra antica parlata.

Ci sono dei testi ai quali siete più legati e che tenete a far conoscere ai lettori di Mister Folk?

Ognuna delle nostre canzoni per noi rappresenta qualcosa di unico, perché in ognuna di esse abbiamo riversato passione, sentimenti e messaggi che ci stanno a cuore e in ognuna abbiamo cercato di dare qualche particolarità che la contraddistingua. Per quanto riguarda prettamente i testi, forse i più significativi per noi sono quelli di Maine Liibe Perg (tr.: Mia Cara Montagna) e di Khriighenacht (tr.: Notte di Guerra): il primo è un vero e accorato inno alla nostra Terra, alla sua travagliata storia e al legame con essa (e con la natura stessa), mentre il secondo è il racconto del dramma della guerra (nello specifico, della Prima Guerra Mondiale, che ha pesantemente colpito l’Altopiano e la sua gente) attraverso gli occhi di un soldato in trincea che ne resta sopraffatto in un crescente delirio di sofferenza.

Siete reduci dal Malpaga Folk & Metal Fest, come vi siete trovati? Come è stato il concerto e quali sono stati i feedback a fine serata?

È stata una bella esperienza, una giornata che ricorderemo (anche per il gran caldo, a cui non siamo abituati! 😀 )! Il concerto è stato molto divertente e, nonostante l’orario della nostra esibizione, c’è stata una bella risposta del pubblico (che ringraziamo); questo, naturalmente ci ha riempiti di gioia e di energia, noi abbiamo dato il massimo e speriamo di aver fatto divertire tutti tanto quanto ci siamo divertiti noi. L’evento è senz’altro uno fra i più significativi a cui abbiamo partecipato, con delle band fantastiche e un pubblico numeroso ed energico… che dire? Speriamo di ripetere presto questa esperienza!

Pensate che un evento come il Malpaga Folk & Metal Fest sia “solo” un festival musicale o c’è qualcosa che va oltre la musica?

Sinceramente pensiamo che dove c’è Musica (quella vera), come al Malpaga, ci siano sempre dei valori e dei messaggi che vanno oltre il mero intrattenimento. In eventi come questi si entra quasi in un altro mondo, dove si possono fare esperienze uniche, fare amicizie singolari e conoscere realtà nuove e affascinanti.

Come pensate di muovervi nei prossimi mesi? Siete in fase di scrittura del nuovo materiale?

Siamo già da qualche mese (nonostante i numerosi impegni live) al lavoro su materiale nuovo, stiamo cercando di sperimentare ancora e ci stiamo dando da fare! Abbiamo ancora delle soprese in serbo riguardo Trinkh Met Miar e comunque siamo già proiettati verso un auspicato secondo album, che speriamo rappresenti un’evoluzione, un passo in avanti nel nostro percorso artistico e una nuova occasione per fare nuove amicizie e vivere altre belle esperienze.

Vi sentite parte della scena folk metal nazionale? Ci sono band con le quali vi trovate bene e/o stimate particolarmente?

Sì, era un nostro grande sogno quello di entrare a far parte di un panorama musicale più ampio e condiviso e speriamo di esserci riusciti con Trinkh Met Miar. Certo, dobbiamo fare ancora molta strada, ma ci sentiamo appena entrati in questo fantastico mondo e ci piacerebbe molto riuscire a ritagliarci il nostro piccolo spazio, così come i Cimbri ritagliarono il proprio sulle nostre montagne più di mille anni fa. In tutti questi anni abbiamo condiviso il palco con moltissime band, fra cui molti bravissimi musicisti e persone in gamba; senza dubbio nutriamo stima per tantissime di queste band del panorama nazionale (e internazionale), ma ci sono rimasti particolarmente impressi soprattutto i momenti condivisi con i Folkstone e i Furor Gallico, oltre alle forti amicizie instauratesi con i 4th Dimension e gli Arcana Opera. Ma ricordiamo sempre con piacere tutti gli artisti che abbiamo avuto modo di conoscere e con cui abbiamo condiviso delle belle esperienze.

Grazie per l’intervista, a voi le parole di chiusura.

Grazie a voi di Mister Folk per lo spazio che ci avete dedicato! Speriamo che il nostro costante impegno e il nostro duro lavoro possano piacere a molti e che così la nostra millenaria cultura non venga dimenticata, trovando nella nostra musica una nuova vita. Invitiamo tutti a seguirci sulla nostra pagina Facebook e sul nostro profilo Instagram, guardare i nostri video su YouTube (tramite il nostro canale e quello di Areasonica), ascoltarci gratuitamente su Spotify, magari acquistare il nostro Trinkh Met Miar (anche su iTunes e Amazon Music) e, naturalmente, venirci a trovare ai nostri concerti! Borbeisgott! Grazie!