Intervista: Barad Guldur

Il bello di gestire un sito indipendente e libero come Mister Folk sta anche nel decidere di dare spazio con un’intervista a gruppi underground che si autoproducono il disco di debutto invece del gruppo con sette dischi incisi e numerosi tour alle spalle. Si perdono una marea di visualizzazioni, ma essendo Mister Folk un sito indipendente e libero, conta solamente la bontà musicale dei gruppi e il desiderio di dar voce a chi altrove voce non ha. I Barad Guldur, oltretutto, hanno pubblicato un bel disco di debutto e come potrete leggere, di cose da dire ne hanno anche parecchie! Quindi vi lascio a questa bella chiacchierata con il cantante Ivan Nieddu, Cicerone del mondo Barad Guldur.

Una persona legge “Bergamo e baghèt” e pensa ai Folkstone e invece ci sono anche i Barad Guldur! Come nasce il gruppo e perché la scelta di questo nome?

Ciao Mister Folk e grazie, in primis, per questa intervista! I Barad Guldur (le iniziali non sono scelte a caso) nascono da un sogno che coltivavo già dall’adolescenza: poter unire le sonorità che amavo all’epoca (epic/power metal e composizioni di Simonetti) con strumenti folkloristici reali, quindi senza uso di synth. Un altro punto cardine del progetto sarebbero dovuti essere i testi. Di cosa parlare? Di ciò che amavo di più: fantasy e storie di paura. E così è stato fatto: leggende con citazioni e riferimenti tolkieniani e pagani. Il nome stesso della band richiama la torre più alta di Dol Guldur, la fortezza del Negromante (ne Lo Hobbit). E quali racconti possono giungere da lì, se non storie di creature leggendarie e spaventose? Fantasmi, mostri, morti che camminano, magie terribili e draghi. Purtroppo ero solo un ragazzino con tanti sogni e non avevo nessuno con cui condividere questo. Fino a poco tempo fa. Prima ho avuto il sostegno di Eliana (mia moglie) per le composizioni delle cornamuse e la ricerca dei racconti popolari e delle fonti per i testi. E poi, piano piano, tanti musicanti si sono uniti a questo folle viaggio. Ci sono voluti più di vent’anni… Ma eccoci qui!

Dopo qualche anno dalla fondazione arrivate al debutto Frammenti Di Oscurità. Come mai non avete voluto realizzare uno o più demo/EP prima di arrivare al full-length? Ora che il disco è uscito, come vi sentite?

Avevamo dato forma a una prima versione di Canso De Bouye (oltre a varie cover, che ci son servite per la ricerca dei componenti della band), caricata sul nostro canale YouTube, giusto per vederne un riscontro e iniziare a sperimentare la fase di produzione. A quel punto avevamo già le idee abbastanza chiare e sufficiente materiale per un album. Senza presunzione, ci siamo concentrati su esso e non abbiamo pensato a pubblicare singoli o altro. Insomma: “Dritti alla meta e conquista la preda” (cit.). C’è voluto tempo. Tanto. Ma ne è valsa la pena. Ora che Frammenti Di Oscurità ha preso forma e vita è come se avessimo superato un valico montano: fatica, impegno, determinazione, ma la vista che si gode è stupenda e apre su una nuova valle tutta da esplorare. Quante strade, quanto ancora c’è da fare… Quanti angoli da esplorare, quante cadute, quante vette da ammirare… Quanti panorami in cui perdersi e sognare… È proprio quello che vogliamo, perché la musica (come l’arte in generale) è questo: un viaggio. E vale la pena viverlo.

Tra le influenze leggo anche Blind Guardian e Iced Earth. In quale modo questi due gruppi sono stati (e sono) importanti per i Barad Guldur? Descrivete la vostra musica a chi non vi conosce, magari suggerendo una sola canzone motivandone la scelta.

Personalmente importantissimi, soprattutto per la composizione della struttura dei brani e la tecnica vocale di Hansi Kursh e Matt Barlow (parlando degli Iced Earth di Something Wicked This Way Comes e Horror Show). Gli altri musicisti della band godono anche di altre influenze: dagli Amon Amarth, agli Eluveitie, passando per tutto ciò che a ciascuno piace e ama. Comunque l’influenza di quelle band è palese, basta ascoltare Imaginations From The Other Side dei Guardian (per l’impatto epico) o Wolf degli Iced Earth (per la sua aggressività), canzoni che si accomunano rispettivamente con Frammento di Oscurità e Senza Paura.

Chi si occupa della composizione dei brani? Si tratta di un lavoro di squadra?

La composizione avviene in fasi parallele: scrivo la struttura del brano e le cornamuse scrivono almeno un motivo che andrà poi inserito nel brano stesso (nel ritornello, nell’intro o in uno stacco). Finita questa fase, lavorano chitarre, basso e batteria per dar forma all’abbozzo, trasformando la struttura in una vera e propria canzone. Ultimate tutte le parti di cornamusa lavoriamo alle armonie di ghironda e violino, così da creare un’orchestrazione fra gli strumenti folk. Infine chi di dovere lavora sul solo, mentre io scrivo testo, linee melodiche e inserisco le voci. Ogni strumento ha “carta bianca” sulle proprie parti (tranne, ovviamente, alcuni lavori di armonia, che giocano su melodie già scritte in precedenza).

Come nasce una canzone come POININOS?

POININOS è tratta dalle incisioni rupestri dei Massi della Camisana, nel territorio di Carona, in alta Valle Brembana. È un’antica invocazione al Dio Pennino, divinità delle vette e delle montagne. Ne abbiamo tratto il testo dall’incisione e, cercando sonorità ancestrali, abbiamo dato forma a questo brano, che utilizziamo anche come invocazione durante la cerimonia del fuoco votivo durante la manifestazione Orobica Lughnasadh. Non è propriamente una “storia di paura”, ma è comunque un lascito dei nostri avi, un rito antico, un patrimonio storico e culturale che abbiamo desiderato omaggiare e conservare, di cui ne va mantenuta la memoria. L’atmosfera che abbiamo desiderato dare al brano è quella dell’invocazione (considerando che le incisioni in alfabeto lepontico sono a 2000 metri d’altezza circa, impresse su enormi massi, probabilmente un tempio orobico): lo scorrere dell’acqua, il richiamo degli animali (gli stessi che rappresentiamo), sussurri e grida di sacerdoti e il canto dei clan, in marcia sulle vette.

In un brano collaborate con il coro alpino Le Due Valli. Immagino che per voi sia motivo di orgoglio e soddisfazione avere un pezzo così fortemente caratterizzato dal coro alpino. Mi piacerebbe conoscere la genesi di La Gratacornia.

La Gratacornia è stata ricostruita e armonizzata dal maestro Aurelio Monzio Compagnoni. È un brano della tradizione popolare, uno di quei racconti che i nonni narravano la sera davanti al camino, prima che i bambini andassero a letto. È un monito: “fa’ la nanna, perché la Gratacornia uccide i bambini che non vogliono dormire”. Non hanno mezzi termini queste storie: dovevano far paura e la facevano. Citata anche ne L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, questo brano ha l’atmosfera perfetta per il nostro album. Come si evince, il bambino chiama ancora la mamma, ma la creatura è già ai piedi del suo letto. L’epilogo non è a lieto fine. “So chè”: “Sono qui”. Mi sono innamorato del brano dal primo ascolto, avendo esso il ritmo simile a un “esercito di nani in marcia”. Mi ha richiamato fortemente anche l’elemento fantasy. Facendo parte della corale ho avuto il piacere di eseguirla dal vivo ed è lì che ne ho carpito il reale spirito e la potenza. Alla prima esecuzione avevo già capito che questo brano si sarebbe incastonato perfettamente in Frammenti Di Oscurità.

Nel booklet ringraziate Simone Pianetti e c’è una canzone dove, senza menzionarlo, sembra che parliate di lui. Perché siete affascinati dalla sua figura e cosa rappresenta (o può rappresentare) per le persone più giovani?

La canzone in questione è proprio Nella Notte Più Nera. Il brano (che abbiamo voluto sotto forma di ballata, per ricordare un po’ le atmosfere dei fienili, stalle, cantine e vecchie case, dove ci si incontrava a suonare, cantare e ballare) può essere interpretato e visto sotto molti punti di vista. Può essere un animale braccato, che scappa da chi desidera ucciderlo. Qui il suo patto con lo spirito della morte, perdendo se stesso, la sua vita, ma portando a compimento la sua vendetta. In parallelo la storia di Pianetti: portato al folle gesto, esasperato, divenuto figura ormai folkloristica della Val Brembana. A lui siamo legati, anche perché la band vede le sue origini proprio a Camerata Cornello, suo paese natale. Il brano parla implicitamente dell’ultima cena fra Simone e sua figlia, alla vigilia della strage. Cosa hanno provato entrambi quell’ultima sera assieme? Lui determinato, consapevole di perdere per sempre la sua vita. Lei? Ignara o perfettamente cosciente di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo? Ancora oggi c’è chi inneggia “un Pianetti per ogni paese”. E molti dovrebbero ricordarselo: portare all’esasperazione chi non ha più nulla da perdere, vuol dire arrivare a un gesto estremo. Se non è una storia di paura questa… “Fate i bravi, se non volete che Simù venga a prendervi col suo fucile”.

La copertina mi ha colpito: non la “classica” folk metal, anzi, piuttosto particolare per stile e impatto. Cosa rappresenta e come è venuta l’idea di quella figura?

Anche questa è una storia di paura (a modo suo). Eliana, nostra figlia Luna ed io eravamo a cenare da una nostra amica, nel suo agriturismo. E lì, la piccola Luna, a 4 anni, ha iniziato a raccontare di una creatura che si aggira per i boschi: Aionkel (l’ha chiamato così): come testa un teschio di tigre dai denti a sciabola con palchi di cervo, fra le mani i crani di chi lo incontra, al collo una collana di falangi delle sue vittime, armato di una grande spada con la quale fa a pezzi chi si comporta male con la natura. Praticamente una sorta di giustiziere naturalista, nato dalle fantasie (macabre) di una bambina di quattro anni, che voleva raccontarci una storia di terrore. Camino acceso, la notte fuori… C’è riuscita benissimo. Non potevamo non fare omaggio a questa sua fantasia. Abbiamo aggiunto alcune simbologie tipiche delle nostre valli: il serpente (presente anche in Cernunnos), la rosa camuna, la triskele e, dietro lo spirito, l’invocazione a Pennino (scritta con le rune orobiche/lepontiche). La realizzazione della foto (è uno scorcio di Camerata Cornello) e le artline di Aionkel fanno parte anche di un progetto fotografico fra me e Eliana: spiriti delle selve all’interno di semplici foto dei nostri boschi.

Parlando dei Folkstone, sono stati una vostra fonte d’ispirazione e cosa pensate della decisione di lasciare le scene con una serie di date live?

Personalmente i Folkstone hanno significato tanto per me, ma non tutto. Ho amato e amo moltissimo le loro canzoni, le atmosfere e i significati trasmessi. I Folkstone sono e saranno per sempre i Folkstone. Non desideriamo che i Barad Guldur possano divenire una copia (rischieremmo oltretutto di essere solo una brutta copia). Per ciò che concerne la loro scelta di lasciare le scene, possiamo solo dire che avranno avuto le loro motivazioni. Non vogliamo assolutamente fare polemica o scatenare flame, ma in tutta onestà questo è ciò che pensiamo. Una band (mi ripeterò, ma come ogni opera artistica) è un po’ come crescere un “figlio”. Per loro è il momento di farlo correre via. Sono scelte. Nel bene o nel male, non bisogna contestarle, ma comprenderle. Può far rabbia, far male, deludere, ma non è sicuramente una scelta presa alla leggera. Magari è uno stop temporaneo, ma questo è solo una congettura. Hanno lasciato tanto e sicuramente non se ne perderà la memoria. Anzi!

Bergamo, anche grazie al Fosch Fest, è da anni un luogo dove il folk metal trova particolare spazio. Avete partecipato come spettatori alle edizioni prettamente folk/viking metal del festival e com’è oggi la situazione gruppi/locali nella vostra zona?

“Del Fosch nulla resterà, se non risa che risuonerann” (cit. Per Chi Ela La Nocc). Una frase non messa lì a caso. Ho amato il Fosch (per chi non sapesse, in dialetto significa “buio”) e l’ho conosciuto sul nascere e seguito con passione. Le prime edizioni, poi, una vera festa con tanto spirito, allegria, mangiate e bevute in compagnia e ottima musica. Poi, purtroppo, qualcosa è cambiato. E tutto è arrivato inesorabilmente al suo declino. Bisogna accettare anche quello. In zona bergamasca, per fortuna, c’è sempre un buon movimento di band, locali e festival. La speranza è che questo sia una radice forte per far crescere sempre più la cultura della musica dal vivo, anche perché ci sono moltissime band valide e c’è bisogno di spazi, farsi conoscere, opportunità e tutto nasce sì da chi fa musica, ma soprattutto da chi ascolta.

Come siete messi a esibizioni live? Avendo voi una line-up che conta ben nove elementi credo che non sia facile organizzare trasferte e serate.

Di esibizioni live in elettrico, per ora, non ne parliamo. Abbiamo bisogno di più richiesta, un po’ più d’interesse e curiosità, poi se ne parlerà con entusiasmo e ci prepareremo a dovere. Nel frattempo ci esibiamo, quando possibile, in acustico. Non stiamo certo con le mani in mano. La differenza è che negli acustici siamo più “compagnoni e goliardici”, mentre l’atmosfera in elettrico sarà ben differente. E non vediamo l’ora di mettere piede sul palco. Hai evidenziato un altro aspetto importante: il numero di elementi. Da una parte variegato, per un sound più eterogeneo, dall’altra un vero problema logistico. Questo non vuol dire che non ci si possa comunque esibire con una line up più snella (cosa che avviene già in acustico). Vedremo un po’ cosa ci riserba il futuro.

Vi sentite parte di una scena folk metal? Qual è il vostro punto di vista sulla scena italiana e nord italiana in particolare? Ci sono band con le quali avete legato e vi trovate particolarmente bene?

Credo che ci sentiremo davvero parte della scena folk metal quando sentiremo qualcuno cantare una nostra canzone, quando saremo su un palco e quando qualcuno inizierà a saltare a ritmo della nostra musica. Allora sì, saremo parte vera di quella scena. Per ora siamo su un cd. Èun frammento di quella scena, ma non ancora l’insieme. Insomma, un fantasy non si fa con un drago e un elfo, ma con un viaggio. E non abbiamo ancora camminato abbastanza. Per il resto, la scena qui è buona. C’è interesse, ci sono band, qualcosa si muove sempre. La speranza è sempre quella: espandere il fenomeno e non vederlo morire. “Le radici profonde non gelano” (cit. Tolkien). Non avendo mai suonato in elettrico, non abbiamo ancora avuto opportunità di conoscere altre band, se non alcuni musicisti. Il mondo è piccolo. Personalmente mi trovo bene con Becky dei Furor Gallico. Dei ricordi legati a lei (fra cantate, bevute e mangiate), il più divertente è stato quello in cui beveva idromele in casa mia, al matrimonio con Eliana, spaesata, senza neppure rendersi conto di cosa ci facesse lì. Per Eliana e me era una di famiglia, come una cugina vicina/lontana.

Grazie per la disponibilità e complimenti per il vostro disco. Avete tutto lo spazio per aggiungere e dire quello che volete!

Grazie a te per tutto! Ehi, aspetta, abbiamo davvero spazio per aggiungere quel che vogliamo? Non sai che errore che hai fatto… Scherzi a parte, giusto una cosuccia: ascoltate Frammenti Di Oscurità possibilmente di notte, davanti al fuoco e con qualcosa di buono da bere. Buon ascolto.

Intervista: Ereb Altor

Gli Ereb Altor sono da sempre i benvenuti su Mister Folk: musicalmente colpiscono sempre nel segno e senza grandi proclami sono diventati una certezza nella scena del metal estremo. Inoltre nell’archivio del sito trovate ben cinque dischi recensiti e un’intervista risalente al 2013, periodo Fire Meets Ice. Troppo tempo senza scambiare due chiacchiere con il leader Mats, voce e chitarra della formazione svedese che da poco ha dato alle stampe l’ennesimo bel lavoro di viking metal.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Con Järtecken proseguite quanto di buono già fatto in Ulfven e nei dischi precedenti. Il vostro stile è subito riconoscibile e il mix tra black metal e viking epico è sempre all’altezza delle aspettative. Credi di aver trovato la via definitiva degli Ereb Altor o il futuro può riservare delle sorprese?

Sono abbastanza sicuro che avremo delle sorprese in futuro, ma non posso dire per certo quando e come. Scriverò il nuovo album su una lavagna pulita come faccio di solito e vedremo dove mi prenderà l’ispirazione. Mi piace ancora mischiare due stili ma forse ci sono altri ingredienti che possono elevare il nostro sound ad un altro livello.

Per la prima volte un vostro disco gode della confezione wooden box: io l’ho acquistata e devo dire che è molto bella. Siete soddisfatti delle versioni limitate prodotte dalla Hammerheart?

Personalmente volevo aggiungere molti più contenuti speciali nel box ma questo box è bello e sta vendendo abbastanza bene quindi penso che faremo box più lussuosi per il prossimo album.

Parlando dell’Hammerheart mi sembra che l’etichetta creda molto in voi e vi promuova in maniera convinta. Come vi state trovando con loro? Anche il prossimo lavora avrà il marchio Hammerheart Records o è troppo presto per dirlo?

Le cose stanno andando bene con la Hammerheart Records e non ci sono divisioni tra di noi. Tuttavia Järtecken è appena uscito ed è molto presto per dire qualcosa di sicuro a questo punto, il futuro è sempre impossibile da predire.

I vostri bridge/chorus sono sempre accattivanti e maledettamente ben fatti, che si tratti di un brano black metal o di uno epico cambia poco. Quanta attenzione date a questa parte della canzone e, allargando il discorso, quale credi che sia il ritornello più bello che hai mai ascoltato?

Grazie! Metto molta attenzione nel fare questo così come nel resto, cerco davvero di prendermi il mio tempo e non lasciare nulla al caso. Anche Tord ha affrontato tutte le composizioni nella fase di produzione con la sua grande competenza musicale e abbiamo discusso di tutto e provato varie cose durante tutto il processo di costruzione di Järtecken. Il ritornello più bello… dipende dall’umore e cambia sempre, mi piace molto il ritornello di New Born dei Muse oppure di Travel dei The Gathering, per citarne alcuni.

Una delle bonus track è Sacrifice dei Bathory. L’avete inserita perché per motivi di spazio non entrava nel vinile Blot-Ilt-Taut?

No, non ha niente a che vedere con l’album tributo, questa volta abbiamo semplicemente deciso di mettere delle canzoni live come bonus track dal momento che non lo avevamo mai fatto prima. Non abbiamo una larga scelta di registrazioni live perciò dovevamo sceglierne alcune dove la qualità audio fosse accettabile ed è capitato che fosse dal nostro show in Ucraina al festival di Oskorei e le canzoni che avevamo erano queste due.

Alcune parti dei testi sono in svedese e la maggior parte è in inglese. Ho letto diversi pareri di persone che preferirebbero ascoltarvi solo in lingua madre, mentre io devo dire che l’alternare mi affascina e che entrambe le lingue stanno bene con la vostra musica. In che modo decidete quale lingua utilizzare nelle varie canzoni?

Sono andato semplicemente con i miei sentimenti di pancia su quale lingua vada meglio. Sono abituato a scrivere in inglese ma da quando ho iniziato a scrivere in svedese è semplicemente diventato più facile, oggigiorno preferisco scrivere in svedese, cerco anche di scrivere in uno stile di svedese arcaico, con spelling più vecchio e con parole quasi dimenticate, è facile essere poetici anche nella tua lingua madre.

Proprio per via dello svedese non conosco il significato dei testi di Avgudadyrkans Väe della bonus track Av Blod är Jag Kommen: di cosa parlano queste due canzoni?

Le prime cinque canzoni sono collegate insieme e sono il tema principale dell’album. Le altre canzoni sono storie separate. Il tema è ispirato da una storia vera del XVII secolo nella quale un uomo in Svezia fu condannato a morte per aver “interagito sessualmente” e fatto un patto con una “Skogsrå” (una specie di ninfa della foresta), una vecchia creatura del folklore svedese che è un tutt’uno con la natura ed ha poteri magici, ma secondo la chiesa queste creature erano in combutta con il diavolo o a volte erano il diavolo stesso. Ho letto questo testo su diversi libri di corte e su altro materiale su questo processo e ho iniziato a scrivere un testo romanzato sul tema. Avgudadyrkans Väg è ovviamente la prima parte di questa storia ed è quando lui inizia a sognare di evocare e svegliare la “Skogsrå”. Av Blod är Jag Kommen è la versione live di questa canzone precedentemente rilasciata su Ulfven. È la storia del non abbandono dei vecchi Dèi nordici per il cristianesimo.

Parliamo della copertina: la trovo fantastica e immerge immediatamente l’ascoltatore nell’atmosfera cupa dell’album. Possiamo considerare la copertina di Järtecken come la porta d’ingresso per la vostra musica?

Sì, puoi, ha una certa “vibrazione nordica” con essa con molto del nostro simbolismo del folklore scandinavo.

Per la copertina vi siete rivolti a un guru come Necrolord. Avevate in mente il suo stile mentre pensavate alla copertina del disco? Cercavate un impatto diverso rispetto allo stile di Mattias Frisk che si è occupato di Nattramn e Ulfven? Mi piacerebbe sapere come si è svolta la collaborazione con Kristian Wåhlin, se gli avete fatto ascoltare delle canzoni o se si è basato sui testi o semplicemente ha seguito alcune vostre indicazioni.

Avere una cover fatta da Kristian Wåhlin è un onore, è come se fosse una cosa da fare prima di morire per me. Sono un fan dei suoi lavori e Kristian riceve molte offerte ma tende a fare solo quelle che vuole fare. Sapevo che avrebbe catturato perfettamente la nostra atmosfera su tela, ma per essere onesti non avrei mai pensato che avrebbe risposto quando gli mandai la mail. Poche ore dopo la mia mail mi ha chiamato ed è venuto fuori che a lui piacciono molto gli Ereb Altor e che ha tutti i nostri album, immagina l’eccitazione e sono veramente contento del risultato. Gli ho spiegato i concept dei testi dell’album e gli ho dato semplicemente carta bianca per fare qualunque cosa gli riesca meglio.

Vi ho visto in concerto quando siete passati a Roma con Borknagar e Mänegarm, fu un grande show! Avete appena concluso un tour che vedeva te e Ragnar doppiamente impegnati con Ereb Altor e Isole: è stata dura suonare due set ogni sera e come giudichi l’esperienza? C’è speranza di vedervi in Italia e magari a Roma nel corso del 2020?

È sempre difficile e stancante fare due concerti tutte le sere. Lo avevamo già fatto prima, quindi sapevamo in cosa ci stavamo cacciando. Sta tutto nel come ti prepari fisicamente e mentalmente per un lavoro come questo. Ci siamo trovati benissimo durante questo tour e tutti, artisti, autisti e tour manager sono andati molto d’accordo. Non si può mai sapere, il tempo ci dirà se visiteremo l’Italia e Roma nel 2020.

Qual è la A Fine Day To Die degli Ereb Altor? E perché?

Per me A Fine Day To Die quasi non è la migliore canzone di Bathory, ma se ti stai riferendo alla mia canzone preferita degli Ereb Altor ti direi che ogni canzone ha un significato diverso e sono state scritte in momenti diversi della mia vita quindi è difficile scegliere. Ti posso citare Myrding dai vecchi tempi, Bloodline, la canzone più epica di Ulfven e ora forse With Fire In My Heart è la mia favorita.

Grazie Mats per la disponibilità e per la grande musica che realizzate ad ogni album: vuoi dire qualcosa ai fan italiani degli Ereb Altor?

Grazie! Se tutto va bene avremo la possibilità di incontrare presto i nostri fan italiani, sarebbe veramente bello suonare a qualsiasi festival italiano! Hail the Hordes!

ENGLISH VERSION:

With Järtecken you carry on with the good things that you’ve done with Ulfven and in your previous CDs. Your style it’s recognizable and the mix between black and epic viking is always up to the expectation. Do you believe that you found the definitive path for Ereb Altor or there’ll be some surprises in the future?

I am pretty sure we will have some surprises in the future but I can’t say for sure how and when. I will write next album from a clean slate as I usually do and we will see where the inspiration will take me. I still do like to mix these two styles but perhaps there are other ingredients that can elevate our sound to another level.

For the first time your CD has the wooden box package: I’ve bought it and I must say that it’s very beautiful. Are you satisfied of the limited edition produced by Hammerheart?

Personally I wanted to add more special items in the box but the box is cool and it has been selling really well so I think we will make a more luxurious box for the next album.

Speaking of Hammerheart, it seems to me that your label believes a lot in you and they promotes you in a very convincing way. How are you getting along with them? Will the next album be under the sign of Hammerheart Records or it’s too soon for that news?

Things have been working fine with Hammerheart Records and there are no fractions thus far. Still Järtecken has just been released and it’s way too early to say anything for sure at this point, the future is always impossible to predict.

Your bridge/chorus are always catchy and well done, whether it’s a black metal song or an epic one, it changes a little. How much attention did you give to this part of the song and, broadening the discussion, what is, in your opinion, the most beautiful refrain you’ve ever heard?

Thanks! I put a lot of attention to this as well as everything else, I really tried to take my time and leave nothing to chance. Tord also went through all compositions in the production phase with his great musical know-how and we discussed everything and tried out stuff during the whole process of building Järtecken. Most beautiful refrain… well, that’s a very hard question… depends on moods and it changes all the time, I really like the refrain of the song New Born by Muse or Travel by The Gathering to mention a few.

One of the bonuses track it’s Sacrifice of Bathory. Did you insert in this album because of the lack of space in the vinyl Blot-Ilt-Taut?

No, it has nothing to do with the tribute album, we simply decided to put some live songs as bonus tracks this time since we never have done that before. We don’t have a vast number of live recordings therefore we had to pick some where the audio quality was acceptable and it happened to be from our show in Ukraine at Oskorei festival and the songs we had from that show was these two.

Some parts of the lyrics are in Swedish and most of them are in English. I’ve rad that some people would like to hear you only in Swedish, whereas I must say that this alternation fascinates me and the lyrics of both languages are perfect with your music. How do you decide which language to use in the various songs?

I just go with my gut feeling which language will fit the best. I am more used to write lyrics in English but since I started to write in Swedish it’s just get easier and easier, nowadays I kind of prefer to write in Swedish, I also try to use an older style of Swedish with older spellings and words almost forgotten, it’s easier to be poetic in your mother tongue as well.

Precisely because of Swedish I don’t understand the meaning of Avgudadyrkans Väg and of the bonus track Av Blod är Jag Kommen: what are the lyrics of these two songs about?

The five first songs are linked together and these songs are the theme of the album. The other songs are separate stories. The theme is inspired by a true story from the 17th century where a man in Sweden got sentenced to death for interacting sexually and making a pact with a “Skogsrå“ (like a forest nymph) an old creature in Swedish folklore which is one with the nature and has magical powers but according to the church these kind of creatures were in league with the devil or sometimes were the devil himself in another shape. I read texts from old court books and other material from this trial and started to form a fictional lyrical theme based on this story. Avgudadyrkans Väg is obviously the first part in this story and it’s when he starts to dream about summoning and wake up the “Skogsrå” Av Blod är Jag Kommen is a live version of this previously released song on Ulfven. It’s a story about not abandoning the old Norse Gods for Christianity.

Speaking of the cover: I find it fantastic and immediately immerses the listener in the dark atmosphere of the album. Can we consider the cover of Järtecken as the front door for your music?

Yes, you can, it has a certain Nordic vibe to it with lots of symbolism from our Scandinavian folklore.

For the cover you turn to a guru as Necrolord. Did you had his style in your mind while you was thinking at the CD cover? Were you looking for a different impact compared to the style of Mattias Frisk who worked on your last two releases? I would like to know how the collaboration with Kristian Wåhlin took place, whether you made him listen to songs or if it was based on the lyrics or simply followed some of your instructions.

Have a cover made by Kristian Wåhlin is an honour, it’s kind of a bucket list thing for me. I’m a fan of his work and Kristian get a lot of offers but he tends to do only the ones he wants to do. I knew he would capture our atmosphere on canvas perfectly but to be honest I never thought he would even response when I mailed him. A few hours after my mail he phoned me and it turns out he really liked Ereb Altor and had all our albums, imagine the excitement and I’m really pleased with the outcome. I explained the lyrical concept of the album and simply gave him free hands to do whatever he does best.

I’ve seen you live in Rome with Borknagar and Mänegarm, that was a great show! You have barely concluded a tour that saw you and Ragnar doubly engaged with Ereb Altor and Isole: was it hard to play two sets every night and how do you rate the experience? Is there any hope of seeing you in Italy and maybe in Rome during 2020?

It’s always difficult and exhausting doing two sets every night. We have done it before so we knew what we were getting into. It’s all about to prepare yourself physically and mentally for tasks like this. We had a really nice time during this tour and everyone, artists, bus-drivers and tour manager got along very well. You never know, time will tell if we will visit Italy/Rome in 2020.

What is the A Fine Day To Die of Ereb Altor? And why?

For me A Fine Day To Die is not nearly the best song of Bathory, but if you are referring to my favorite Ereb Altor song I would say that each song has a different meaning and were written in different times of my life therefore it’s really hard to point out. I can mention a few like Myrding from the old days, the most epic song Bloodline from Ulfven and right now maybe With Fire In My Heart is my fave.

Thank you Mats for your availability and thank you for the great music you made in every album: do you want to say something to Ereb Altor’s Italian fans?

Thanks! Hopefully we will have the chance to meet our Italian fans soon, it would be really nice to play at any Italian Festival! Hail the Hordes!

Left to right: Tord (drums), Mats (lead vocals & guitars), Mikael (bass & vocals), Ragnar (guitars & vocals)

Intervista: Legacy Of Silence

Un disco di debutto fatto bene sotto tutti i punti di vista: Our Forests Sing è un ottimo biglietto da visita per questa giovane realtà piemontese che ha tanta voglia di fare e di portare sui palcoscenici la propria musica. Our Forests Sing è chiaramente al centro della chiacchierata e vengono raccontati retroscena, curiosità, influenze e tutto quello che porta i musicisti a comporre delle canzoni che per scelta sono lontane dalle città per avere la Natura attorno: boschi, rispetto per la natura e storie di mostri e antichi dèi sono solo alcuni dei temi trattati dai Legacy Of Silence. Senza paura, anche se è buio, siamo tutti i benvenuti nel bosco…

Foto di Sophia Giachin

Perché il nome Legacy Of Silence?

Innanzitutto ci teniamo a ringraziarti per lo spazio che ci stai dedicando e per la recensione che hai fatto del nostro disco, era un confronto che aspettavamo con trepidazione e una qual certa apprensione ad essere sinceri! Il nome è nato dopo una lunga peregrinazione e infinite riflessioni e tentativi. Il significato che gli abbiamo impresso è lo stesso che cerchiamo di infondere nei nostri pezzi. La nostra musica e i nostri testi danno voce al silenzio, a quel silenzio maestoso, inquietante e immenso che io descrivo sempre con la stessa immagine: provate a pensare di varcare la soglia degli alberi di un grande bosco sul far della sera. Fuori di esso la luce del sole morente inonda l’ambiente, ma dentro la coltre di buio che avanza ottunde i suoni, e tutto appare immobile e morto. Invece nel silenzio del bosco che attende il calar delle tenebre c’è più vita che mai, sospesa tra il sonno e la veglia. Noi ci sentiamo parte di un lascito, un’eredità di antiche storie con cui i nostri nonni sapevano raccontare il silenzio della terra, perché in esso risiede il sublime.

Avete da poco pubblicato il full-length di debutto Our Forests Sing. Mi piacerebbe sapere come vi siete sentiti una volta ricevute le copie del disco, se la fatica e l’impegno sono state ripagate dal risultato finale e cosa pensate ora, a mesi di distanza dall’esordio.

Our Forests Sing è stato un parto per diversi motivi. Innanzitutto il disco è stato interamente autoprodotto, e pur non avendo molti mezzi abbiamo cercato di ottenere la massima qualità di cui potevamo essere capaci, ma quasi per tutti noi è stata la primissima volta alle prese con un full-length, perciò non sono mancati gli intoppi, moltissimi a dirla tutta. Ci siamo presi a cornate a lungo ma siamo anche stati capaci di fare squadra e di lavorare bene, ben consci del fatto che tutto questo altro non è che un inizio. Mark, il nostro cantante, una sera ha descritto l’album con parole che ci sono rimaste impresse, dicendo “Ragazzi, abbiamo messo il primo piede fuori da casa nostra. Abbiamo salutato il tepore del caminetto, e ora stiamo camminando su un sentiero molto lungo. Vedremo dove ci porterà”.  Questo è stato lo spirito con cui abbiamo vissuto il nostro esordio. Avere il nostro disco in mano è stata una soddisfazione pazzesca, vedere le illustrazioni (a opera della meravigliosa Mariabianca Minelli, che salutiamo!) prendere vita accanto ai testi, poter letteralmente tenere in mano un anno di lavoro è stato forte, e questa cosa ci ha uniti come non mai.

Il disco è stato licenziato dalla Volcano Records, etichetta italiana. Come siete giunti alla firma, e come vi state trovando con loro?

Siamo giunti a firmare con la Volcano dopo una serie di eventi che, in pochissimi mesi, hanno dato una spinta pazzesca alla nostra carriera. Eravamo al debutto ufficiale e stavamo cercando date per fare sentire al nostro pubblico torinese i primi pezzi dell’album, quando un nostro caro amico e grande cantante, Mattia Casabona, ci ha suggerito di partecipare all’Entropy Fest, un contest di musica inedita e cover che si tiene ogni anno nel pinerolese, vicino a Torino. Partecipare a questo festival è stato pazzesco: noi, con un progetto che stava prendendo forma, ci siamo trovati a competere con band solidissime di tutto il territorio, giudicati da una giuria di musicisti con carriere pluridecennali, capitanati da una persona più unica che rara, l’organizzatore del festival Douglas Docker. Insomma, alla fine della fiera il nostro folk metal è piaciuto, tanto che abbiamo vinto il primo posto e diversi premi, tra cui un contratto biennale con la Volcano. Da lì le cose hanno preso una piega molto diversa, e abbiamo dato un taglio molto più professionale alla nostra formazione e al nostro modo di fare musica. Dobbiamo moltissimo a Douglas, un vero e proprio guerriero dell’underground ed un musicista straordinario.

Ascoltando la vostra musica ci si rende conto che avete nel serbatoio influenze musicali piuttosto varie, ma riuscite a creare delle canzoni che rientrano nel folk metal. Come si svolge una sessione di composizione in casa Legacy Of Silence? Ci sono brani che vi hanno fatto sudare le famose sette camicie per avere il risultato desiderato?

Oh questa domanda ce l’aspettavamo! Partiamo subito col definire le nostre influenze musicali: batterista e flautista arrivano dal prog metal, i chitarristi dal melodic death, il cantante dal folk. Solitamente il grosso della composizione, a livello di struttura generale del brano e riff principali, viene composto da chitarrista e cantante. Poi tutti insieme ci prendiamo dei weekend di composizione in cui andiamo in montagna, nelle vallate che circondano la nostra città, e delineiamo la struttura in maniera più precisa, ognuno con il suo contributo portando il brano a compimento. Una cosa veramente fantastica è che tutti sono sempre pronti a sacrificare una propria parte per valorizzare gli altri e l’estetica del brano nel complesso, ed è diventato così solo con la formazione attuale. Il brano che ha fatto bestemmiare di più tutti quanti è sicuramente stato J.A.W.S., anche perché è il più sperimentale dell’album. Èstato molto complesso incastrare la composizione vocale e le parti melodiche di flauto e chitarra sulla ritmica irregolare e veloce del pezzo, ma il risultato finale ha superato le nostre aspettative.

Nella recensione parlo di chitarre vicine al death metal melodico e al deathcore. Quali sono i gruppi e i musicisti che hanno influenzato maggiormente i vostri chitarristi?

I nostri chitarristi, soprattutto quello psicopatico del solista, arrivano da un ambiente melodic death. Simon è un grande appassionato dei Children Of Bodom e dei Wintersun, in particolare del frontman, Jari Mäenpää. John invece ha come riferimento nel suonato le tracce ritmiche mordaci e violente degli Eluveitie.

Nella conclusiva Rebirth è presente in qualità di ospite la violinista Vittoria Nagni, ex Blodiga Skald. Come è nata e si è sviluppata la collaborazione? Potendo invece scegliere un big della musica, chi vorreste come ospite nel prossimo cd e perché?

La collaborazione con Vittoria è nata perché sentivamo di volere un guest del panorama folk metal italiano, e lei era semplicemente perfetta: violinista di grande talento, bravissima interprete e capace di far suo il pezzo e capirne il significato. L’abbiamo conosciuta quando faceva parte dei Blodiga Skald, i nostri fratelli maggiori di Roma con cui da subito abbiamo legato tantissimo, e che salutiamo con affetto! Le abbiamo proposto il pezzo e di fare da guest e lei ha accettato subito, il risultato è stato veramente bellissimo. Ne approfittiamo per mandarle un super abbraccio, ciao Vittoria \m/

Dal titolo alla copertina sembra che la natura vi stia a cuore. Qual è il vostro rapporto con il mondo che vi circonda? Siete appassionati di escursionismo o altri sport di montagna?

Siamo tutti grandi appassionati di natura e montagna, ma è Mark la mente che sta dietro al concetto dell’album e ai testi. Ci ha fatto una testa così per anni sul suo rapporto quasi spirituale con il mondo naturale e, alla fine, la sua filosofia è diventata parte fondamentale del progetto e anche di tutti noi. Pensate a che cosa doveva essere solo trecento anni fa una foresta. Senza luci, solo con il fuoco, in un mondo in cui la scienza era un concetto riservato all’élite. Non è difficile pensare che il verso di caccia di una volpe o il bramito di un cervo, nel buio delle notti senza luna, potessero essere scambiati per il verso di un mostro orrendo, alimentando fantasia, fiabe e leggende. Le nostre foreste, gli alberi antichi, si trovano dove sono da centinaia di anni, e sono interconnesse. I boschi sono un luogo di equilibrio, di vita, e se ci si ferma ad ascoltarli li si può sentir cantare. Provateci, sedetevi su di un sasso nel folto di un bosco e state in silenzio per qualche minuto. Le nostre foreste cantano, e hanno molto da dire.

Parliamo dei testi. Vi chiedo di scegliere quelli che maggiormente vi rappresentano e di spiegarne il perché. C’è la possibilità. In futuro, di poter ascoltare una vostra composizione in italiano?

I due testi che maggiormente ci rappresentano sono indubbiamente Witchwood ed Heresy. Entrambi parlano di uomini che entrano nel bosco e ne restano rapiti, anche se con epiloghi differenti. In Witchwood degli uomini violano il sacro confine del bosco della strega. Vi entrano senza rispetto, sporcando e distruggendo. Così tutte le creature e la foresta stessa li respingono con odio. Su queste persone si crea una pressione, e cominciano a vedere mostri tra le ombre e a sentire canti selvaggi durante la notte, finché la strega non viene a prenderli di persona. In Heresy un villaggio di uomini dediti al culto degli antichi dèi viene attaccato da un mostro venuto dalla grande foresta. Gli uomini cominciano a sussurrare di un divoratore dimenticato, sceso dal nord. Così tutti iniziano a raccogliere i propri pochi averi e a fuggire, ma il capo del villaggio non ci sta, prende il suo martello, distrugge gli altari degli dèi ed entra nel bosco con un manipolo di uomini, deciso ad uccidere la belva. Nel cuore della foresta, dove gli alberi sono antichi quanto il tempo, non trovano un mostro bensì un dio che, tornato a casa, reclama il suo dominio uccidendo gli uomini usurpatori. Questi pezzi sono il connubio di fantasy, filosofia, spiritualità e folklore che rappresentano in pieno quello che sta diventando il centro del nostro progetto, su cui stiamo improntando la composizione dei nuovi pezzi. Per quanto riguarda il testo in italiano: è possibile, non lo escludiamo a priori, ma per il momento l’inglese continua ad essere al lingua con cui preferiamo scrivere.

Dalle foto dei concerti ho visto che indossate degli abiti di scena e delle maschere: cosa rappresentano?

I nostri costumi di scena, o meglio, le armature, sono una novità quasi assoluta visto che ci abbiamo fatto solo due live. Abbiamo deciso di impostare la nostra costumistica di scena su un concetto molto semplice: ognuno di noi ha, da sempre, sentito di avere un animale che lo rappresentasse in maniera particolare, una specie di animale-guida. Così le nostre strade hanno incrociato quelle di Lorenzo Bux, un artigiano (più che altro artista) di Torino, al quale abbiamo sottoposto il progetto, e che ci ha messo anima, corpo e, soprattutto, l’inestimabile contributo del suo strepitoso talento. In questo modo sono nate sei armature, ognuna fatta sulle necessità logistiche ed estetiche di ognuno di noi, che hanno in comune lo stile e i materiali, ma differiscono in tutto il resto. Alcuni di noi, i più brutti, hanno deciso poi di farsi fare anche delle maschere, così da migliorare decisamente il livello di figaggine del gruppo. Bisogna puntualizzare che quelle che potete vedere in foto sono solo dei prototipi: le parti definitive sono pochissime, le armature prenderanno forma definitivamente nel corso di tutto il prossimo anno, e saranno pericolosamente belle.

Continuiamo a parlare di concerti: fino a questo momento non sono stati molti e mi chiedo se in autunno terrete delle date per promuovere il disco o se ci sono problemi in tal senso.

Tasto terribilmente dolente. Sì, purtroppo i concerti che possiamo vantare nel nostro curriculum sono pochi, e le ragioni sono molte. In primis è da poco più di un anno che abbiamo trovato stabilità nella formazione. Prima abbiamo cambiato una sfilza di batteristi e bassisti e questo purtroppo ci ha sempre fermati, perché puntualmente non avevamo scalette da live. Inoltre c’è il problema che a Torino siamo rimasti soltanto noi a fare folk, e diventa sempre più difficile organizzare delle date. A ciò si aggiunge che i locali che fanno suonare metal underground a Torino sono pochissimi e molto gettonati, perciò nel tempo è stato difficile organizzare delle buone date. Detto questo però, ci teniamo a precisare che stiamo organizzando diverse date su Torino per il tardo autunno, e speriamo di poter partecipare a numerosi festival nella prossima estate. Stiamo anche cercando di suonare fuori da Torino, e per questo è nostro dovere ringraziare le band che finora ci hanno ospitati fuori dal Piemonte, in particolare i Calico Jack di Milano e i già citati Blodiga Skald. Siamo sempre a caccia di live, quindi se ne avete da proporci scriveteci!

Prima di giungere alla fine vi devo chiedere il perché dei nickname: qual è il loro significato?

I nostri nomi d’arte sono legati a doppio filo con le armature. Come dicevo, ognuno di noi ha scelto un animale con cui sentisse di condividere l’essenza. E così abbiamo scelto Gufo, Cervo, Tasso, Ghiottone, Cinghiale e Falco, e da lì sono nati i nomi e  l’impostazione decorativa delle armature.

Siamo giunti alla fine, c’è qualcosa che volete aggiungere?

Dato che ci concedi questo spazio, lo utilizzeremo per ringraziare un po’ di persone e per dare un paio di notizie bomba. Innanzitutto ringraziamo te Fabrizio, per il lavoro che fai e per lo spazio che ci hai dedicato. Ringraziamo le persone con cui stiamo collaborando, in particolare quello che consideriamo il nostro “padre” artistico, Lorenzo Bux, con cui stiamo lavorando ad un progetto pazzesco i cui primi frutti arriveranno in autunno. Ringraziamo il nostro videomaker Andrea Talò della Gemini Crew, altro artista straordinario, che sballottiamo da un bosco all’altro per le riprese dei nostri pezzi. Ringraziamo Douglas R. Docker, una persona straordinaria e unica, e non serve davvero aggiungere altro. Se siamo arrivati fin qui lo dobbiamo soprattutto a lui. Vi annunciamo che presto uscirà un nuovo video veramente strepitoso, in cui abbiamo potuto sfoderare una collaborazione con un team di persone pazzesco, ma per il momento non posiamo aggiungere altro. Salutiamo con grande affetto tutti i nostri fan, vecchi e nuovi. Ci vedrete presto sul palco. Stay Folk, Stay Silent \m/

Foto di Rock My Life / Graziella Ventrone

Intervista: Calico Jack

L’attività del sito misterfolk.com inizia nella primavera del 2013 e i Calico Jack furono tra i primi gruppi a essere ospitati su queste pagine. La pirate metal band con sangue e sudore (e rum!) ha pubblicato il debutto omonimo su Underground Symphony a ben sei anni di distanza dall’EP Panic In The Harbour (e per l’occasione furono anche intervistati: potete leggere le loro risposte QUI). Dopo tanto lavorare e vista la bontà del risultato finale direi che i pirati lombardi si sono più che meritati l’intervista che state per leggere. Ragazzi, ora però ridatemi il gatto!

Sono passati ben sei anni tra Panic In Harbour a Calico Jack: cosa è successo in questo lasso di tempo?

Partiamo col botto! In questi sei anni da Panic In The Harbour è successo l’universo! Il nostro vecchio bassisti Ricky Riva ci ha lasciati per raggiungere un nuovo lavoro e trasferirsi in Svezia con la sua donna, abbiamo cercato un rimpiazzo passando tra vari cialtroni e troll che pur di avere un momento di gloria si spacciavano per musicisti, abbiamo suonato molto con Andrea Bluesman che ha preso il posto del basso per diverso tempo, abbiamo visto tante band suonare con noi, abbiamo fondato il Mediolanum Folk Fest assieme agli Athesis, che già alla sua prima edizione aveva riscosso molto successo, sempre promuovendo le band che hanno suonato con noi e che ai tempi nessuno conosceva, abbiamo stretto amicizia con band internazionali come Lothlorien o Vorgrum, abbiamo diviso il palco con band dello stampo di Negură Bunget e Týr. Insomma sono stati anni intensi e i lavori per l’uscita di questo nuovo album hanno dato filo da torcere tra fonici incompetenti oppure troppo pieno di loro per dare importanza a un’opera prima come la nostra.

Avete pubblicato il vostro debutto su Underground Symphony: come siete riusciti a strappare il contratto alla storica label tricolore?

Non è stato difficile, nel campo della musica estrema le persone sono molto più disponibili di quello che si vuole far credere, e poi raggiunte le mille copie vendute dell’album abbiamo promesso che restituiremo loro le rispettive famiglie.

Ora che il disco è stato pubblicato, vi sentite più leggeri? Immagino che avere tra le mani il frutto di anni di passione e sacrificio sia una grande soddisfazione!

È una soddisfazione immensa, vedere arrivare la scatola con tutti i digipak è stato come vedere arrivare dalla nursery un’infermiera sexy col tuo pargolo in braccio, non sai per cosa commuoverti. Ci sentiamo più leggeri ma anche più gasati e non vediamo già l’ora d far uscire il secondo album!

Quali sono a vostro parere i punti di forza del disco? C’è un brano che secondo voi racchiude l’animo dei Calico Jack? Infine, dovendo puntare su una sola canzone per conquistare il pubblico, quale scegliereste e perché?

Sicuramente i punti di forza sono le ritmiche sempre diverse, ci conosci e sai che i nostri pezzi sono sempre frizzanti e movimentati, l’abilità di Caps alla batteria riesce a dare spazio a nuove ambientazioni e ritmi a tratti più tribali come in Caraibica per non parlare delle magistrali improvvisazioni di violino di Laura Brancorsini. Puntare a una sola canzone per conquistare il pubblico? Bella domanda! Tutti i pezzi dell’album devono essere unici, tutti raccontano una storia e tutti raccontano la nostra storia. Ognuno di noi ha dato una parte di se in ogni pezzo, abbiamo anche una traccia di diciotto minuti, la nostra più grande sfida nel riuscire a renderla briosa, interessante e mai monotona, potrete trovare lì una marea di influenze musicali tutte coerenti tra loro seppur diverse, non è facile, ci abbiamo lavorato per anni e poi mesi e mesi di prove per riuscire a registrare, è stata un’impresa… c’è chi non riesce a mantenere l’attenzione del pubblico nemmeno con una da undici minuti!

Under The Flag Of Calico Jack dura ben diciotto minuti: come è nata una canzone del genere e come vi siete trovati a gestire un minutaggio così elevato? Avete mai avuto la paura di “strafare”?

Strafare non è una paura ma un obiettivo! Under The Flag Of Calico Jack è stata, come dicevamo prima, la nostra più grande sfida! È nata dal sogno di un folle poi trascritto dalle mani di un pazzo! La ciurma è molto più grande di quello che sembra e mantiene viva la nostra ispirazione ed è la nostra molla creativa, questo pezzo è per loro, per ogni singolo membro. Non ci siamo lanciati in questo pezzo per fare la solita gara a chi lo ha più lungo, è il caso di dirlo, ma è per tutti coloro che credono in noi, che ci supportano e sostengono, per dire a loro “ecco cosa avete fatto per noi”.

Songs From The Sea è una canzone strumentale inusuale, con tracce di folk irlandese a farla da padrone. Non accade spesso di avere a che fare con un brano del genere, soprattutto in un genere come il vostro. Direi quindi che per la realizzazione di questo disco non vi siete posti dei limiti e il risultato in tal senso è ottimo perché Calico Jack è un cd fresco e vario. Siete d’accordo con me? Come è venuta fuori una strumentale come Songs From The Sea?

Si siamo d’accordo, Songs From The Sea è un pezzo strumentale più particolare di altri, non è una ballad, si può ballare o ci si può scapocciare e tiene bene alto il livello sia dal tuo avvocato che ad una gara di rutti, ne siamo fieri. L’ispirazione è stata semplice in realtà, il mare è pieno di canzoni e tradizioni quanto la terra ferma, ma pochi si soffermano ad ascoltare, a ricordare; quindi ci piazziamo noi in questo buco e godendoci anche molto.

Ho trovato gli interventi di violino sempre molto utili a dare un qualcosa in più alla canzone, uno strumento mai invadente e al servizio del risultato finale. Come lavorate in sala prove, c’è una persona in particolare che porta i pezzi pronti o lavorate insieme nel creare le nuove canzoni?

Il nostro processo creativo è molto divertente per noi. Come già detto ognuno mette qualcosa di sui nei pezzi che scriviamo. Toto compone e scrive e tutti noi mettiamo il nostro per renderlo ancora più unico è perfetto. Ci sono casi in cui il processo è stato inverso, ad esempio Jolie Rouge, scritta da Melo, oppure Where Hath th’Rum Gone in cui è nata prima tutta la parte di violino da Dave.

L’unico difetto che ho riscontrato del vostro disco è l’eccessiva lunghezza. Ho pensato “forse hanno messo tutte queste canzoni perché ne hanno scritte tante senza pubblicarle e questa è la loro occasione”. Nel senso che se ci fosse stato un EP due/tre anni fa forse qualcuna sarebbe finita lì e non sul full-length. Quanto mi sbaglio?

Parecchio! In realtà abbiamo anche rifatto e inserito pezzi già noti ed altre canzoni le abbiamo tenute per il secondo album, lo abbiamo fatto per dare coerenza al nostro lavoro e dare a chi ci ha supportati sin dalla prima demo la possibilità di sentire alcuni pezzi più amati in una qualità migliore. Questo è il primo album, nasce dalle ceneri di ciò che è stato prima e si evolve. La lunghezza è un fattore relativo, siamo solo più abituati ad album più brevi fatto da canzoni più brevi, noi non potremmo condensare l’emozione che vogliamo trasmetterti in tre minuti di brano.

Le registrazioni delle parti di violino sono state affidate a Laura Brancorsini perché Dave era indisponibile. Dopo tanti anni di attesa e duro lavoro non si poteva aspettare che Dave fosse arruolabile per lo studio?

La vicenda con Dave è più profonda di così, la creazione di un album è un processo lungo e stressante, spesso una band non ne esce per nulla o non ne esce integra, vi assicuriamo che non sono interviste per fare i fighi quelle che sentite in giro. Ad ogni modo ora siamo ancora noi e vogliamo restarlo… almeno fino al prossimo album! XD

Ho visto l’intera serie Black Sails e mi è piaciuta molto. Qualcuno di voi l’ha seguita? Opinioni a riguardo?

No spoiler please! Giò è ancora alla seconda stagione! L’opinione su Black Sails è positiva, pur avendo un concetto della moda e dei dialoghi avulso da qualunque accuratezza storica… è divertente ed avvincente, il fatto che sia un prequel all’ isola del tesoro la rende ancora più epica, per non parlare dei personaggi storici all’ interno della narrazione.

Sempre a tema pirati, ho letto i due libri di Björn Larsson dedicati a John Long Silver e li ho trovati deliziosi e in grado di raccontare la vita con l’occhio del pirata, nel bene e nel male. Anche qui vi chiedo se conoscete i libri e se avete un parere su questi volumi.

Siamo abbastanza appassionati di letteratura sui pirati, il nostro Giggi ha tutta la collana di Masters And Commanders, Giò ha tutta la trilogia dei pirati di Evangelisti e sì, abbiamo letto anche La Vera Storia Del Pirata Long John Silver. Particolare, avvincente, un buon spaccato sociale tra aristocrazia e comunità, tra legalità ed illegalità, personalmente riesce a dare anche ottimi consigli di vita.

Se si parla di pirate metal si fa sempre e solo il nome degli Alestorm: volete suggerire ai lettori qualche altro nome interessante da seguire?

Eh Cazzo sì! Ragazzi non dovete scordare le radici, la band pirate metal per eccellenza! I Running Wild!!! Senza loro gli Alestorm non sarebbero mai esistiti anche se in alcune interviste dicono il contrario. La musica piratesca è molta come ad esempio i Toterfish, i The Privateers, anche fuori dal metal esistono gruppi davvero insuperabili come i Ye Banished Privateers!!! Ragazzi esplorate i generi e troverete vecchie band pazzesche e nuove band ancora sconosciute ma geniali!!!

Come vi state organizzando per promuovere il disco? Avete già delle date fissate in Italia e suonerete anche all’estero?

La promozione dell’album è in sinergia con la nostra label che sia sta occupando di recensioni e distribuzione dell’album. Noi privatamente stiamo attuando le nostre piccole strategie. La distribuzione è ottima da store online come iTunes a quelli fisici, lo potete trovare ovunque, anche ai nostri concerti

Quali sono le tre cose che un pirata deve necessariamente fare per poter essere definito tale?

Per prima cosa sappi che se sei della polizia devi dircelo! Ragazzi volete vivere pirata? Bevete, scopate e fate il cazzo che vi pare! Essere pirati vuol dire essere liberi! Accumulate il vostro denaro e poi godetevelo come più vi fa stare meglio e venite ai concerti dei Calico Jack!!!!

Intervista: Scuorn

Inutile girarci intorno, Scuorn è un progetto che ha fatto discutere non poco fin dalle prime cose uscite sul web: black metal napoletano in un mondo scandinavocentrico è un azzardo che se ben giocato ti porta al centro dell’attenzione. E così è successo con Parthenope, il debutto del 2017 che continua a girare nei lettori cd degli appassionati del genere. L’occasione di questa piacevole chiacchierata face to face con Giulian (QUI invece la precedente intervista telematica) è il release party al Traffic di Roma di Far degli Stormlord (QUI la loro intervista), dove in apertura suonavano i Dyrnwyn seguiti proprio dagli Scuorn. Sempre col sorriso e disponibile con tutti, Giulian ha risposto a questa intervista improvvisata poco prima di salire sul palco. Buona lettura!

Foto di Modern Tribe Photography.

Parthenope è arrivato all’improvviso e hai fatto un gran casino: la gente è rimasta a bocca aperta per questo black metal napoletano. La domanda è: come si fa a uscire dal nulla con un disco del genere, per di più un debutto, in grado di competere con tutti senza paura.

Prima cosa, dovendo parlare di Napoli e della cultura napoletana, fare un disco basato su Napoli significa avere gli occhi puntati addosso già in partenza, in un’accezione più negativa che positiva. Mettici anche che, essendo al disco di debutto, non avevo nessuna fretta di farlo uscire, ho provato più volte a registrare e ho pensato anche “faccio uscire prima un EP di quattro pezzi, invece di un disco di otto”. Scrivere per me è un momento di dolore, nel senso che è difficile scrivere arrivando a un livello che mi soddisfi. Magari in un giorno scrivo il 90% di una canzone, poi mi metto una settimana e dico “devo scrivere almeno un pezzo” e quella settimana non esce niente. Poi prendo la chitarra d’impulso e scrivo una canzone.

Quindi scrivi con la chitarra?

Di solito sì, Parthenope però è nato in maniera variegata. Alcuni pezzi sono nati da una melodia di una parte di orchestra, altri con la chitarra. Tornando però al discorso di prima, questo fatto di parlare di Napoli e fare black metal napoletano significava comunque fare casino, sempre poi a seconda di quello che sarei riuscito a fare. Nel rispetto della cultura napoletana, una cultura di gran prestigio (arte, musica, poesia, cinema e teatro), dovevo fare una cosa al massimo delle possibilità – non mie! – ma delle possibilità a disposizione al momento. Quanto ci vuole a scrivere un disco bello? Dieci anni? Io c’ho messo sette-otto anni a scrivere questo album.

Nella precedente intervista infatti abbiamo parlato del singolo acustico…

Esatto, registrato con le chitarre acustiche nel 2008, poi molti riff sono rimasti anche nella versione nuova. Ho deciso quindi di “o faccio tutto al massimo, altrimenti lascio perdere”. Mi sono ispirato a quelle che secondo me erano al momento le proposte più valide, quindi Septic Flesh, Fleshgod Apocalypse, Dimmu Borgir, Stormlord e altro, e volevo quello standard, sia a livello compositivo e arrangiamenti che di produzione. Ha comportato degli investimenti di tempo, soldi ed energie importantissimi, ho impiegato due anni a realizzare l’album, e alla fine ero molto soddisfatto. Riascoltato dopo due anni, ovviamente, come tutti gli artisti, trovo tutti i difetti e dico “sul prossimo questo lo devo sistemare, quello non mi piace, questo va fatto meglio”, ma comunque mi ha soddisfatto, forse più per la genuinità e l’essere riuscito a fare un disco di black metal napoletano coerente e inattaccabile, uno non può dire “è una barzelletta”.

Cosa cambieresti oggi di Parthenope?

La voce, perché non sapevo cantare! (ride, ndMF) Racconto questo aneddoto, forse non l’ho mai raccontato: entro il primo giorno in studio con Stefano Morabito, produttore che ha curato Parthenope, mi dice “bello il black metal napoletano, bella idea, dai iniziamo”. Entro in sala, “dai sei pronto?” “sì, iniziamo con la prima”, schiaccia play, parte la musica e io “aaaaahhhh” (tipo alitata! ndMF), proprio come te lo sto facendo adesso: un sospiro! (risate, ndMF) Stefano stoppa e mi fa “questo è il tuo scream?” “beh sì” “allora togliti le cuffie ed esci fuori”. Mi dice che c’è un problema, che non so cantare e non ho la tecnica per il canto estremo. “Per lo scream si usa questa tecnica, tu sai sospirando” e nell’arco di un’ora è riuscito a darmi delle istruzioni base per almeno riuscire a cantare: il primo giorno passa così, facendo esercizi per cercare almeno di registrare il disco. Fortunatamente riesco a fare una registrazione, ma il giorno dopo mi presento quasi senza voce, perché comunque utilizzavo una tecnica sbagliata basata tutta sulla gola. In quattro giorni riesco a registrare l’album, tutto senza tecnica e senza gola, la cosa che mi diceva Stefano era “dobbiamo registrare la voce, la tecnica è quella che è, ma cura molto l’interpretazione, esaspera la teatralità, come se fossi in una sceneggiata di Mario Merola, ma in positivo”. Questo ha compensato un po’ la mancanza di tecnica, soprattutto nelle parti recitate e dove non uso lo scream classico, e devo dire che quella parte mi piace molto, una voce acerba e senza tecnica ma piena di passione. Dopo 34 date in giro per l’Europa, due anni di studio e con una tecnica adeguata penso “cazzo che potevano essere quei pezzi con la voce e la tecnica di adesso” e da un lato dico “sticazzi, il prossimo sarà così”.

Quindi il prossimo disco avrà una cura e un’attenzione particolare sulla voce…

Sicuramente potrò variare sulle tecniche per avere un risultato più in linea con quelli che sono i canoni del genere senza perdere la spontaneità e la teatralità.

Nuovo disco in lavorazione, che cosa mi puoi dire?

Niente! Ahahah!

Top secret, stai componendo le canzoni…

Sì sto scrivendo i brani, spero di finire il processo compositivo entro la fine dell’anno ed entrare in studio nel 2020, si spera che per la fine dell’anno prossimo il disco possa vedere la luce. Poi dipende dalle tempistiche, Scuorn è una one-man band e devo fare tutto io, sono soggetto alla mia ispirazione, al mio tempo e alle mie performance, la parte orchestrale è poi ampliata da Riccardo Studer (tastierista degli Stormlord, ndMF). Si arriva poi alla parte dei testi che è quella che prende più tempo perché si basa sullo studio, sono più di due anni che compro libri sul periodo storico che andrò a trattare. Come sempre Scuorn andrà a trattare un determinato periodo storico che per Parthenope è stato quello greco-romano, nel secondo disco si proseguirà con la storia di Napoli.

Ti manca Napoli?

Sempre, mi manca soprattutto dopo averla lasciata. Ci vivevo e magari avevo voglia di andare via. Ho vissuto dieci anni nel nord Italia e avevo voglia di tornare a Napoli, poi sono stato otto anni e avevo il desiderio di muovermi, andare all’estero, oggi che vivo a Londra da cinque anni sento un legame viscerale con Napoli. Compenso con visite, studiare da lontano, mi incontro con la band…

Quanto è difficile essere una one-man band che ha base a Londra ma con musicisti che sono quasi tutti campani? Come fai a far combaciare gli impegni?

Ci vuole sempre una grossa organizzazione, soprattutto per quel che riguarda i tour. Ne abbiamo fatti diversi e siamo abbastanza consolidati nell’organizzazione, la fortuna di avere musicisti preparati che ormai sono dei membri live e magari registreranno qualcosa su disco come ospiti, mi facilita il tutto perché non c’è bisogno di provare (all’inizio ne abbiamo fatte alcune di prove) perché ognuno sa bene le sue parti e andando con il click non c’è margine di errore.

34 date live, molte delle quali all’estero: la soddisfazione di trovare un locale caldo e un’accoglienza particolare?

In UK è andata veramente molto bene e siamo arrivati fino in Scozia, in generale la risposta è sempre molto positiva. I luoghi comuni di Napoli sono associati all’Italia, quello che è napoletano all’estero viene percepito come italiano, il che ci facilita non poco. Curiamo tutto nei minimi dettagli, con professionalità: questa cosa viene percepita dai presenti e lo show ne guadagna, altrimenti non si riesce a ottenere risultati di un certo tipo. Ovviamente sono i primi tour all’estero ed è difficile andare in tour come band underground headliner con un solo disco alle spalle e ritagliarsi una fetta di pubblico. Sarebbe più facile andare in tour con una band più grande, investendo e suonando tutte le sere davanti a centinaia di persone, ma noi abbiamo scelto la strada più difficile, andare come headliner, a volte suoni davanti a cento persone, la data dopo davanti a dieci, ma dando sempre il massimo e sperando che poi questo ripaghi in futuro. Secondo me è importante perché ne guadagni molto come esperienza: impari a fare un soundcheck professionale, impari a creare uno show e a dare qualcosa in più della classica performance, cercando di intrattenere e di avere un contatto col pubblico. Ci fa piacere pure suonare tra i primi gruppi, al Black Winter Fest abbiamo suonato per secondi con i Marduk a fine serata, oggi suoniamo di supporto dei leggendari Stormlord, un gruppo che seguo fin da quando ero piccolo, mi ricordo la volta che comprai Rock Hard con un cd allegato e c’era il video di I Am Legend degli Stormlord e quel video mi ha avvicinato al black metal. Oggi suonarci insieme, condividere in un certo senso dei membri – David Folchitto ci ha accompagnato per alcune date, Riccardo è il nostro orchestratore – per me è una soddisfazione.

Tra poco si inizia a suonare e ti volevo chiedere una cosa che va fuori dal discorso musicale. La mia compagna è di Salerno, ho amici campani che fanno teatro all’estero e quindi a volte ne parliamo: Gomorra, a te da fastidio essere “ah italiano, Gomorra”, oppure c’è una percezione diversa?

La mia idea è che quella è la realtà, ma è una realtà parzializzata. La mafia è in tutte le città del mondo: c’è quella napoletana, la calabrese, la siciliana e quella locale, oltre alla cinese, russa ecc. Che quella napoletana a Napoli abbia una certa fama perché quasi idolatrata non mi piace, ma penso che l’obiettivo di Gomorra non sia questo, ma farla vedere per quella che è e lasciare allo spettatore una conclusione. Sicuramente la camorra non viene descritta nell’accezione positiva, quindi farla vedere anche all’estero, ti dirò, i produttori fanno vedere le parti belle di Napoli con il male che è la camorra, quindi fanno conoscere la città. Nessuno parla del servizio delle Iene sul Duomo di Milano dove tu non puoi camminare per via degli spacciatori che si lanciano le bottiglie o della mafia che c’è a Roma…

Esatto, su Romanzo Criminale fanno vedere un sacco di posti belli di Roma, pensi che la malavita fa schifo, ma intanto vedi anche degli scorci splendidi della città.

Ma nei film i russi sono tutti mafiosi, ma non è così. Il discorso di Napoli però funziona all’estero perché viene automaticamente associata all’Italia: pizza e mandolino! Vivendo all’estero ti dico che le cose famose d’Italia sono le cose famose di Napoli. Per la camorra purtroppo è così, è tutto vero, però basta evitare certe zone e tu stai tranquillo, ma è un discorso che vale per tutte le parti del mondo. L’errore è stigmatizzare Napoli dicendo che è solo quello, così come dire che Milano è solo immigrati che si prendono a bottigliate.

Ti lascio alla preparazione del concerto. Grazie per il tuo tempo e per la bella chiacchierata.

Grazie a te, sei sempre in prima linea per supportare i gruppi underground e grazie ai lettori del sito che hanno premiato Parthenope come miglior disco del 2017!

Intervista: Kampfar

Un ottimo disco come Ofidians Manifest, ben venticinque anni di carriera alle spalle e mai un full-length sottotono: i Kampfar sono una grande band e i musicisti sono sempre cordiali e disponibili con pubblico e addetti ai lavori. Nasce così questa chiacchierata telematica con il chitarrista Ole Hartvigsen con al centro dell’interesse alcuni aspetti “minori” del nuovo disco, ma non solo… buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Siete tornati dopo tre anni e mezzo dalla pubblicazione di Profan: oltre a tour e festival, come avete passato questo tempo?

Gli ultimi due anni sono stati un tempo per guarire, veramente. Tutti noi avevamo dei problemi personali da affrontare e ci siamo dovuti prendere un lungo break. Ad un certo punto abbiamo pensato che questo era tutto – siamo finiti. Ma dopo un po’ l’urgenza di creare qualcosa di nuovo è tornata.

Quali sono le “tempistiche” dei Kampfar? Dopo il tour promozionale avete bisogno di un lungo periodo per ricaricare le batterie o siete dei musicisti instancabili sempre alla ricerca del riff perfetto? Cosa fate quando non siete impegnati con la band?

Tutti noi conduciamo vite normali al di fuori della musica. Penso sia una buona cosa, perché a volte ti stanchi di fare musica e vuoi fare qualcos’altro, ma alla fine noi abbiamo la passione – è qualcosa che è in noi. Personalmente, non mi stanco di fare tour e probabilmente starei in tour tutto il tempo, ma sarebbe una vita noiosa, credo. Non puoi crescere ed evolverti come persona se stai su un bus tutta la vita.

In un paio di brani ci sono delle piccole ma importanti parti di pianoforte: credo che gli interventi di questo strumento siano molto interessanti e riescano a dare quel qualcosa in più (e di inaspettato) al brano. Come è venuta l’idea di inserire il pianoforte nei brani dei Kampfar?

È interessante che tu dica questo, perché il piano è un buon strumento per il tipo di musica che vogliamo creare, ma cerchiamo di tenerlo molto discreto. Lo usiamo solo quando ha uno scopo preciso. Amo il piano perché ha un tono veramente contrastante paragonato ad una chitarra e un basso estenuati, e ancora ha un’atmosfera dolce e oscura che si riflette bene nella nostra musica. Il piano è presente nei Kampfar da un lungo periodo e ci sembra naturale utilizzarlo.

I vostri dischi sono sempre composti da un numero limitato di canzoni (solo in Heimgang siete arrivati a dieci brani) e la durata è sempre sotto i cinquanta minuti. Questa cosa l’apprezzo molto perché inserite nel full-length solo le canzoni più belle e l’ascolto non si disperde mai a causa dell’elevato minutaggio o dei fillers. Quando siete in fase compositiva scartate molto materiale perché non all’altezza del vostro elevato standard qualitativo oppure componete un certo numero di canzoni già sapendo che oltre a una certa cifra (o minutaggio) non volete andare?

Penso che la ragione per cui noi di solito finiamo gli album intorno ai 40-45 minuti è ciò che noi amiamo di più, veramente. Gli album che sono più lunghi di così di solito sono noiosi secondo me. Inoltre, penso che un album dovrebbe stare in un LP. Abbiamo dovuto eliminare un sacco di materiale durante il processo di scrittura delle canzoni, ma è normale per noi. Di solito, noi possiamo notare quali lavori nella fase di pre-produzione e poi modellare l’album intorno a ciò che noi vogliamo veramente. In aggiunta a ciò, scartiamo molto materiale che pensiamo sia davvero “molto buono”. Può sembrare strano scartare delle buone canzoni, ma noi vogliamo che quest’album abbia certe atmosfere ed emozioni, quindi qualunque cosa non vada bene deve essere eliminato.

Come è nata la collaborazione con Agnete Kjolsrud? Le avete dato delle indicazioni precise oppure è stata libera nell’esecuzione di Dominans?

Le voci su Dominans sono state una collaborazione creativa tra Dolk e Agnete, davvero. Penso che abbiano trovato molta ispirazione l’uno nell’altra. Non c’erano istruzioni, solo un processo creativo.

Dominansè una traccia atipica per i Kampfar, con parti estremamente “ariose” e una struttura non convenzionale. Qual è la genesi della canzone e chi è che ne ha scritto la musica?

Io scrivo tutta la musica nei Kampfar, ma il processo di evoluzione delle canzoni è uno sforzo collettivo, per così dire. Quando ho scritto Dominans non ero sicuro di dove andare con questo brano, ma Dolk ha subito avuto delle grandi idee con la parte vocale, quindi abbiamo mantenuto la struttura vocale e la strumentale molto semplici in modo da avere tanto spazio per le voci, specialmente da quando abbiamo deciso di avere anche Agnete in quella canzone. Le voci sono al centro dell’attenzione di quella canzone.

Skamlos ha un’inizio old school e sembra dire “ragazzi, così si suona pagan black metal!”. Suonando in tour e festival avete modo di incontrare e conoscere un gran numero di musicisti e gruppi: trovate differenze musicalmente parlando tra le band degli anni ’90 e quelle più giovani pur suonando lo stesso genere?

Penso che i ragazzi più giovani in questo genere siano generalmente grandi lavoratori e musicisti qualificati. Molte delle band che incontriamo durante i tour e i festival sono ragazzi molto bravi, altrimenti sarebbe difficile sopravvivere in questo business. Le band più giovani sono generalmente più desiderose di impressionare, che è comprensibile quando non hai molta storia, mentre noi non potevamo realmente preoccuparci di provare ad impressionare le persone. Sappiamo chi siamo, in cosa siamo bravi e in cosa no, ma più importante noi sappiamo esattamente che tipo di musica e che tipo di musica e di show vogliamo presentare al nostro pubblico.

Siete in attività dal lontano 1994. Cosa porta una band a continuare a lavorare e sfornare ottimi album dopo così tanto tempo?

È la personalità di noi quattro nella band, davvero. Quando rilasciamo un nuovo album o andiamo in tour è perché lo vogliamo fare. Se non vogliamo fare qualcosa, diciamo semplicemente no. Ecco perché diciamo sempre che un album dei Kampfar potrebbe sempre essere l’ultimo, perché se non abbiamo più nulla da dire non vogliamo “forzarci” a fare un nuovo album perché è quello che dovremmo fare. Tutto ciò che facciamo è veramente onesto, e sembra veramente bello da dire che nel 2019, dopo 25 anni, abbiamo rilasciato il migliore album della nostra carriera.

In concerto suonate anche brani dei primissimi lavori, il che vuol dire che ancora oggi riconoscete l’importanza e la bellezza di quelle canzoni. Cosa rappresentano per voi le vecchie canzoni: le origini della band, il percorso fatto, il legame con i vecchi fans o altro?

In realtà, non abbiamo nessuna regola che dice che dobbiamo avere tutte queste “vecchie canzoni” nei nostri live o qualcosa di simile, ma suoniamo quelle canzoni che sappiamo ci faranno fare un buono show. È così semplice. Ci sono alcune delle canzoni più vecchie che vanno bene per il 2019 dei Kampfar ed altre no. Una vecchia canzone che è stata con noi per molto tempo è Troll, Død og Trolldom e penso che sia una grande canzone con un’atmosfera forte che mi ha formato come songwriter, sicuramente.

Sempre parlando delle vecchie canzoni, c’è da dire che suonano come se fossero state composte per l’ultimo album. I Kampfar di venti anni fa suonano come i Kampfar di oggi: stessa attitudine, stesso feeling, stesso grande risultato. Per alcuni sarebbe “immobilità stilistica”, io dico “coerenza” e passione per quel che si fa. Quali sono i vostri pensieri a riguardo?

Non sono sicuro che di essere d’accordo con te sul fatto che le vecchie e le nuove canzoni siano qualcosa del genere, ma abbiamo cercato di mantenere lo stesso spirito e la stessa atmosfera per far che tutto suoni Kampfar, anche se le canzoni sono molto diverse. Su questo nuovo album ci sono molte più variazioni di tempo e ritmo, e le canzoni sono molto più precise, ma c’è un filo rosso che attraversa gli album che è più astratto, credo.

Ho avuto modo di assistere a un vostro show qualche anno fa e devo dire che raramente ho assistito a un concerto tanto “fisico” quanto il vostro. Quanto è importante per i Kampfar l’aspetto concertistico e come vi preparate prima di un concerto o di un tour?

Credo sia molto importante il modo in cui presentiamo i nostri show è solamente il modo in cui dimostriamo che siamo appassionati da ciò che facciamo. Lo trovo veramente strano quando vedo band sul palco che sembrano annoiate o stanche o addirittura spaventate. Non è così che vogliamo fare le cose. Vogliamo dare tutto al pubblico e penso che tutti coloro che ci abbiano visto suonare lo abbia apprezzato.

Quanto è importante Hemsedal per i Kampfar? E i Kampfar sarebbero il gruppo che conosciamo se fossero stati, che so, di Oslo o Bergen?

È molto importante, non solo per la storia di come i Kampfar sono iniziati, ma anche oggi guardiamo ad Hemseld come ad un posto in cui rifugiarci quando vogliamo scappare da tutto quanto. Quando abbiamo scritto questo nuovo album potevamo stare lì per settimane e vedere come tutta la natura cambiava la tavolozza dei colori dal verde dell’estate al rosso autunnale e al cupo inverno. Era bellissimo e ci ha aiutato veramente tanto ad ispirare il nostro album.

Grazie per l’intervista e complimenti per Ofidians Manifest, non vedo l’ora di assistere nuovamente a un vostro concerto! Volete salutare i vostri fan italiani che stanno leggendo l’intervista?

Grazie a te, e grazie per le parole gentili! Speriamo di vedervi presto (quando saremo) in tour in Italia, ma fino a quando non avremo un tour pronto potrete vedere i Kampfar live a Parma al Black Winter Fest a Novembre!

ENGLISH VERSION:

You are come back after three and a half years from the publication of Profan: beyond tours and festivals, how did you spend this time?

The last couple of years have been a time to heal, really. All of us have had personal issues to deal with and we had to take a really long break. At some point we thought that this is it – we’re finished. But after a while the urge to create something new came back.

What are Kampfar’s “timing”? After the promotional tour did you need of a long period to recharge your batteries or are you tireless musicians that are continually searching for the perfect riff? What do you do when you aren’t busy with the band?

All of us lead pretty normal lives outside of the music. I think it’s a good thing, because sometimes you get sick of music and want to do something else, but in the end we all have this passion – it’s something inside us. Personally, I don’t get tired from touring and I could probably stay on the road all the time, but it would be a boring life, I think. You cannot grow and evolve as a person if you stay on a tour bus all your life.

In a couple of tracks there are some little but important piano part: I believe that the participations of this instrument are very interesting and they can give you something more (and unexpected) to the song. How did the idea to include the piano section in Kampfar’s songs?

It’s interesting that you say that, because the piano is a very good instrument for the type of music we want to create, but we always try to keep it very subtle. We only use it when it has a specific purpose. I love the piano because it has a very contrasting tone compared to overdriven guitar and bass, and yet it has a kind of mellow and dark ambience that reflects well on our music. The piano has been in Kampfar for a long time and it feels natural to us.

Your album are always made up of a limited number of songs (only in Heimgangyou reached ten songs) and the length is always under fifty minutes. I appreciate this so much because in the full-length only the most beautiful songs are included and the listening didn’t disperse itself because of the high timing or by the fillers. When you are in the composition phase did you reject a lot of material because of your high-quality standard or you compose a certain number of songs already knowing that you won’t go beyond a certain number (or timing)?

I think the reason why we usually end up with albums around 40-45 minutes is that it’s what we like best, really. Albums that are longer than that usually sound boring to me. Also, I think an album should fit within one LP. We did have to throw away a lot of material during the song writing process, but that’s normal for us. Usually, we can see what works in the pre-production phase and then shape the album around what we really want. In addition to that, we threw away a lot of stuff that we thought was actually “too good”. It may sound crazy to throw away good songs, but we wanted this album to have a certain feeling and atmosphere, so anything that didn’t fit into that idea had to go.

How is the collaboration with Agnete Kjolsrud born? Did you give her some clear indications or was she free in the execution of Dominans?

The vocals on Dominanswas a creative collaboration between Dolk and Agnete, really. I think they found a lot of inspiration between eachother. There were no instructions, just a creative process.

Dominansis an atypical track for Kampfar, with some parts that are extremely “airy” and non-conventional structure. What is the origin of the song and who wrote the music?

I write all the music in Kampfar, but the process of evolving the songs is a team effort, so to speak. When I wrote Dominans I wasn’t really sure where to go with it, but Dolk had some great ideas for vocals right away, so we kept the structure and instrumental stuff really simple in order to have a lot of space for the vocals, especially since we decided to have Agnete on that song as well. The vocals are the main focus of that song.

Skamlos has an old-style intro and it seems to say “here is how pagan black metal must be played, guys!”. Playing in tours and festivals you have the opportunity of meeting a lot of musicians and groups: did you find differences, musically speaking, between the nineties groups and the youngest groups even if you play the same genre?

I think the younger guys in this genre are generally very hard working and skilled musicians. Most of the bands we meet on tours and festivals are very good guys, otherwise I think it would be hard to survive in this business. Younger bands are generally eager to impress, which is understandable when you don’t have a lot of history, whereas we couldn’t really be bothered to try to impress people. We know who we are, what we’re good at and what we’re not so good at, but most importantly we know exactly what kind of music and show we want to present to our audience.

You are in activity since 1994. What makes a band keep on working and to produce excellent albums after such a long time?

It’s the personality of all four of us in the band, really. When we release an album or go on tour it’s because we want to do it. If we don’t want to do something, we simply say no. That’s why we’ve always said that a Kampfar album could always be the last one, because if we don’t have anything to say anymore we won’t “force” ourselves to make another album because it’s what we’re supposed to do. Everything we do is very honest, and it feels very good to say that in 2019, after 25 years, we have released the best album in our carreer.

In concert you also play songs from the earliest works, that means you still recognize the importance and the beauty of that songs nowadays. What did the old songs represent for you: the origin of the band, the path that you’ve done, the relationship with the old fans or something else?

Actually, we don’t have any rules saying that we should have this many “old songs” in our live show or anything like that, but we play the songs that we feel will make a good show. It’s as simple as that. There are some of the older songs that fit really well into Kampfar anno 2019 and some that don’t. One old song that has stayed with us for a long time is TrollDød og Trolldom, and I think it’s a great song with strong atmosphere which has inspired me as a song-writer, definitely.

Speaking of the oldest songs, we can say that they sound like they were composed for the last album. Kampfar of 20 years ago sounds like nowadays’ Kampfar: same attitude, same feeling, same great result. For someone that would be “static immobility”, I say “coherence” and passion for what you’re doing. What are your thoughts about that?

I’m not sure I agree with you that the old and new songs are anything like the same, but we have managed to keep the same spirit and atmosphere to make everything sound like Kampfar, even though the songs are very different. On this newest albums there’s a lot more variation in tempo and rhythm, and the songs are more precise, but there is a red line going through the albums which is more abstract, I think.

I had the chance to see one of your concerts some years ago and I must say that rarely I see such a “physical” concert as you was. How much is important for Kampfar the live aspect and how did you prepare yourself before a live or a tour?

I think it’s very important, the way we present our shows, it’s just the way that we show that we are passionate about what we do. I find it very strange when I see bands on stage who look bored or tired or scared, even. That’s not how we want to do things. We want to give the audience everything and I think everyone who has seen us playing live appreciate that.

How much is important Hemsedal for Kampfar? And would Kampfar be the same group we know if they’d been, I don’t know, from Oslo or Bergen?

It’s very important, not just for the history and how Kampfar started, but even today we have Hemsedal as a place we can go to to escape everything else. When we wrote this new album we could stay there for weeks and see how the whole nature turned from green summer to red autumn and into a bleak winter pallette. It was beautiful and really helped inspire our album.

Thanks for the interview and congratulations for Ofidians Manifest, I can’t wait to attend to one of your gigs again! Would you say hallo to your Italian fans that are reading this interview?

Thank you, and thanks for the kind words! We hope to see you soon on tour in Italy, but until we have a tour ready at least there’s a chance to see Kampfar live in Parma at Black Winter Fest in November!