Intervista: Sorcieres

La Francia ha una ricca scena folk/pagan metal, ma per qualche ragione non ha mai prodotto gruppi in grado di imporsi a livello internazionale. I giovani Sorcières hanno qualità e grinta da vendere e potrebbero essere la prossima sorpresa proveniente dall’underground: d’altra parte un lavoro avvincente come il debutto Empoisonné non si realizza tutti i giorni e a sentire le parole del leader Thibaut Marlard c’è da scommettere che ce la metteranno tutta per emergere.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista e per aver aggiunto alcune domande particolarmente interessanti.

Benvenuti su Mister Folk! Presentate il gruppo ai lettori del sito.

Ciao e grazie! Siamo una band black/folk metal dal nord della Francia. Ho iniziato questo progetto musicale da solo nel 2016 e ho conosciuto i miei compagni di band un anno dopo. Conoscevo il cantante Pierre-Alain da molti anni, ma fino ad allora era troppo timido per provare a cantare in una band, anche se era davvero bravo.  Abbiamo registrato un EP nel 2016 con gli ex membri Roman (chitarra) e Alex (batteria), e abbiamo suonato in Francia e Belgio, poi nel 2020 la lineup è cambiata un po’ con Tritt (dai Cave Growl, un’altra band folk metal francese) alla batteria e me alle chitarre; gli altri membri sono Marie (violino) e David (basso). Abbiamo registrato il primo album Empoisonné durante la crisi del Covid-19 e ora siamo pronti a salire di nuovo sul palco!

Il vostro nome significa streghe: da dove nasce questa scelta e c’è un legame tra il nome e i testi delle canzoni?

Questa è una forte figura mitica a cui ci sentiamo legati, perché è senza tempo e la puoi trovare in ogni cultura, ha un profondo legame con la natura, la società, l’oscurità interiore, la psicologia e il folklore. Quindi sì, ci sono molti riferimenti alla stregoneria nei testi. Ma non siamo legati a questo nome, ci sentiamo liberi di fare canzoni e testi su molti altri argomenti.

Dovendo dare delle coordinate musicale ai lettori che non vi conoscono, come descrivereste la vostra musica e con quali gruppi sentite di avere qualcosa in comune?

Suoniamo blackened folk metal con un po’ di heavy metal e a volte parti di death metal, siamo aperti a molte influenze, ma dobbiamo restare folk ed extreme metal. Ci piacciono ovviamente Finntroll, Moonsorrow, Thyrfing, ma anche Otyg, Asmegin, Agalloch, Melechesh, Primordial, Negura Bunget… e molte altre, ma queste sono solo le influenze maggiori.

Avete da poco pubblicato il primo full-length dal titolo Empoisonné (tr.: avvelenato), un lavoro per me ben fatto e piacevole da ascoltare. Potete raccontare qualsiasi cosa sul vostro nuovo disco!

È stato un lavoro enorme, dato che abbiamo fatto tutto da soli (registrazione, missaggio, illustrazioni…) e abbiamo avuto qualche difficoltà con le restrizioni del Covid-19: molte discussioni sull’album erano solo via discord o telefono, le chitarre e la batteria erano registrate separatamente a casa. Ho registrato sia la chitarra ritmica, solista che quella folk, ecco perché ora stiamo cercando un secondo chitarrista per suonare l’album.

Trovo la copertina dell’album molto bella, volete dirci qualcosa a riguardo? Cosa rappresenta la donna all’interno della luna?

Grazie, questo è un villaggio che brucia su una collina, facendolo sembrare come un vulcano, circondato da foreste dove puoi vedere sagome di streghe. Alcuni elementi sono presi dalla cover dell’EP, ma li trovi solo se guardi attentamente. La ragazza nella luna rappresenta il destino di una donna condannata per stregoneria. Questa è la storia principale dell’album.

Su Empoisonné è presente una sola canzone che fa parte del precedente EP Sombres Danses: vuol dire che in due anni avete creato tanta nuova musica e che la ritenete migliore di quanto realizzato in passato? Troveranno spazio le vecchie canzoni in un prossimo lavoro, magari ri-arrangiate o in chiave acustica?

Ci sono canzoni che suoniamo da molto tempo (A Feu Et à Sang, Défloraison), e nuove (Cavalière Des Ronces, Dans Ces Eaux). Non so se sono migliori, ci piacciono la maggior parte e vogliamo ancora suonare i brani più vecchi dell’EP. Ad esempio, suoniamo Ophidia ogni volta in concerto. Ma ora abbiamo troppe canzoni per un normale spettacolo di 45 minuti, dovremo scegliere.

Ho davvero apprezzato la musica e il testo delle canzoni di Empoisonné, soprattutto Les Yeux Verts. Ci volete parlare del suo testo?

Grazie, questa canzone è la descrizione delle streghe che circondano il villaggio, vengono da luoghi diversi e radunano i loro spiriti di notte, questo secondo le leggende dei contadini locali, ma nessuno le ha viste davvero con precisione. Gli occhi verdi (Les Yeux Verts) dovevano essere un segno di magia e quindi del diavolo.

Farete un concept album interamente dedicato alle streghe del medioevo o sull’ultima strega europea Anna Goldi? O qualcosa su Salem…

Penso che non faremo un album su un preciso evento storica, non perché non sia interessante, ma perché tutti possono leggere su esso su Wikipedia, preferiamo inventare una storia da noi.

Ci sono leggende e storie francesi di streghe? Ci potete consigliare libri o canzoni che trattano questi argomenti?

C’è una regione nella Francia centrale chiamata Berry che è piena di superstizioni e storie di stregoneria, anche ancora ai nostri giorni. Nella nostra regione ho solo sentito della leggenda di Marie Grauète. Puoi trovare canzoni su questo in picard antico (lingua regionale), ma è solo una storia usata per tenere i bambini lontani dalle paludi. La cosa interessante è quando non puoi distinguere tra la leggenda e la realtà, c’erano molti fatti di stregoneria in Francia, persino a corte.

Molti gruppi folk metal hanno inciso dischi o EP completamente acustici: vi piace la dimensione più intima e credere che farete qualcosa del genere in futuro?

Sì, ci piacerebbe fare un EP acustico (magari non un album intero) in futuro. Questo si adatterebbe perfettamente alle melodie delle nostre canzoni, facciamo già prove acustiche a volte quando siamo fuori.

Se ci sarà la possibilità di realizzare un album acustico prenderete in considerazione l’idea di aggiungere flauti e voci pulite o proseguirete col contrasto tra strumenti acustici e voce growl?

Sicuramente, ci piacerebbe aggiungere molti strumenti. Amo il suono del clarinetto con la sua vibe balcanica/orientale, e il flauto traverso penso vada bene con le nostre canzoni, ma forse anche una fisarmonica. Mi piacerebbe molto provare il mix di growl del metal con gli strumenti acustici come fecero gli Ensiferum alcuni anni fa. Questo è ciò che ci piace nel sottogenere del folk metal: è difficile farlo suonare giusto, ma puoi provare diverse combinazioni musicali.

Siete di Lille: com’è la scena musicale dalle vostre parti? Vi sentite parte di quella folk/viking francese e in generale di quella europea? Ci sono gruppi con i quali collaborate e vi aiutate a vicenda?

C’è una scena metal veramente attiva nella nostra regione! Non molte band folk metal, ma abbiamo molti amici in band heavy, symphonic, black o death. Johanne dei Dust and Darkness suona il flauto nel nostro album (L’auberge Des Corps Perdus). Volevo invitare altri ospiti sull’album, ma non avevamo abbastanza tempo, sarà per la prossima volta! Speriamo di vedere i concerti locali tornare al più presto possibile a Lille. Conosciamo molte band folk metal francesi perché ci abbiamo già suonato (il batterista ed io eravamo in altre band folk metal prima dei Sorcières). Puoi ascoltare i Toter Fisch, Boisson Divine, Adaryn, Veliocasses, Arseis, Drenai, Mormieben, Piktan Matkan. È una piccola scena se la compari alla scena black metal francesi o di altri generi, ma ogni band ha idee interessanti e un’identità forte.

Come avete vissuto il periodo Covid-19? Ne avete “approfittato” per comporre nuova musica o avete, se così si può dire, “ricaricato le pile”?

Abbiamo avuto molti concerti cancellati nel 2020 il che è stato veramente frustrante, quello è stato un periodo molto triste per noi e per i musicisti in generale, quindi abbiamo usato questo tempo per finire alcune canzoni, aggiornare le altre e finalmente registrare l’album!

Progetti per questa ultima parte dell’anno e per il 2022?

Al momento stiamo cercando un secondo chitarrista, e vogliamo suonare live di nuovo. Molte canzoni dall’album non sono ancora mai state suonate sul palco, quindi non vediamo l’ora! Dovremmo avere uno o due concerti in autunno e ne abbiamo già uno carino per il 2022. Solo in Francia per ora. Forse inizieremo a scrivere musica per un altro album in inverno ma dobbiamo prima provare la scaletta attuale.

Siamo ai saluti finali, volete aggiungere qualcosa?

Grazie per le tue domande e la recensione dell’album, continuate così con la webzine di Mister Folk, ci piacerebbe suonare in Italia!

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! Introduce the group to the readers of the site.

Hello and thank you! We are a Black Folk Metal band from northern France. I started this musical project alone in 2016 and met my bandmates one year later. I knew the singer: Pierre-Alain for many years, but until then he was too shy to try his voice in a band, although he was really good. We recorded an EP in 2019 “Sombres Danses” with former members Roman (guitar) and Alex (drums), and played in France and Belgium, then in 2020 the lineup changed a bit with Tritt (from Cave Growl, an other french folk metal band) playing the drums, and me on guitars, the other members being Marie (violin) and David (bass). We recorded the first full-length album Empoisonné during the Covid-19 crisis and now we are ready to hit the stage again!

Your name means “witches”: where does this choice come from and is there a link between the name and the lyrics of the songs?

This is a strong mythical figure that we feel connected to, because it’s timeless and you can find it in every culture, it has a deep link with nature, society, inner darkness, psychology and folklore. So yes there are many references to witchcraft in the lyrics. But we are not bound by this name, we feel free to make songs and lyrics about a lot of other subjects.

If you have to give musical coordinates to the readers who don’t know you, how would you describe your music and with which bands do you feel you have something in common?

We play blackened folk metal with some heavy metal and sometimes death metal parts, we are open to many influences, but it must stay folk, and extreme metal. We like of course Finntroll, Moonsorrow, Thyrfing, but also Otyg, Asmegin, Agalloch, Melechesh, Primordial, Negura Bunget… and many more, but these are the main influences.

You recently have published the first full-length entitled Empoisonné (tr.: poisoned), a well done work and pleasant to listen to. You can tell anything about your new record!

It was a lot of work since we did everything ourselves,(recording, mixing, illustrations..) and we had some difficulties with the covid restrictions: a lot of discussions about the album were only via Discord or telephone, the guitars and drums were recorded separately at home. I recorded both rythm, lead and folk guitar, that’s why we are now looking for a second guitarist to play the album.

I think that the album’s cover is very beautiful, would you like to tell us something about it? What does the lady in the moon mean?

Thank you, this is a village burning on a hill, making it look like a volcano, surrounded by forests where you can see witches’ shapes. Some elements are taken from the EP cover, but you will find them only if you look closely. The lady in the moon represents the destiny of a woman executed for witchcraft. That is the main story of the album.

On Empoisonné there is only one song that is part of the previous EP Sombres Danses: does it mean that in two years you have created a lot of new music and that you think it is better than what you have done in the past? Will the old songs find their place in a future work, perhaps re-arranged or in an acoustic key?

There are songs we play for a long time (A Feu Et à Sang, Défloraison), and new ones (Cavalière Des Ronces, Dans Ces Eaux) I don’t know if they are better, we like most of them and we still want to play older songs from the EP. For example we play Ophidia every time in concert. But now we have too many songs for a regular 45 min show, we will have to choose.

I really appreciate the music and the lyrics of all the songs in Empoisonné, in particular Les Yeux Verts. Would you tell us what all the lyrics are about?

Thank you, this song is the description of the witches surrounding the village, they come from different places and gather their spirits at night… according to the legends of the local peasants, but no one has really seen them precisely. Green eyes (Les Yeux Verts) were supposed to be a sign of magic and therefore the devil.

Will there be a concept album entirely dedicated to medieval witches or to the last European witch, Anna Goldi? And what about Salem’s witches?

I think we won’t make an album about a precise historical event, not because it’s not interesting but because everyone can already read about it on Wikipedia, we prefer to invent a concept or story ourselves.

Are there any French interesting legends or stories about witches? Would you recommend us some books or songs about that?

There is a region in the middle of France called Berry which is full of superstitions and witchcraft stories, even still in our days. In our region I only heard about the legend of the Marie Grauète. You can find songs about it in old picard (regional language) but it’s just a story used to keep the children away from the swamps. The interesting thing is when you can not tell the difference between the legends and reality, there were a lot of witchcraft affairs in France, even at the royal court.

Many folk metal bands have recorded fully acoustic records or EPs: do you like the more intimate dimension and believe that you will do something like this in the future?

Yes, we would love to do an acoustic EP (maybe not a full album) in the future. That would fit the melodies of our songs perfectly, we already make acoustic rehearsals sometimes when we are outside.

If there will be the possibility of an acoustic album, will you consider the idea to add some flutes and the clean voice or you’ll keep the contrast between acoustic music and growl?

Definitely, we would like to add many instruments. I love the sound of the clarinet with its balkanic/oriental vibe, and classical flute and I think it fits well with our songs, but maybe accordion too. I would love to try the mix of metal growls and acoustic instruments like Ensiferum did a few years ago. That’s what we like in the folk metal subgenre: it’s hard to make it sound right but you can try a lot of musical combinations.

You are from Lille: how it’s the music scene in your area? Do you feel part of the French folk / viking scene and in general of the European one? Are there any groups you collaborate with and help each other with?

There is a very active metal scene in our region! Not so much folk metal but we have a lot of friends in heavy, symphonic, black or death metal bands. Johanne from the band Dusk and Darkness is playing the flute on our album (L’auberge Des Corps Perdus). I wanted to invite more guests to the album but we didn’t have enough time, it will be for the next one! We hope to see the local concerts coming back as soon as possible in Lille. We know a lot of French Folk Metal bands since we already played with them (the drummer and I were in folk bands before Sorcières) You can check out Toter Fisch, Boisson Divine, Adaryn, Veliocasses, Arseis, Drenai, Mormieben, Pitkan Matkan… It is a small scene if you compare it to French black metal or other genres, but every band has interesting ideas and a strong identity.

How did you lived the Covid-19 period? Did you “take advantage” of it to compose new music or did you “recharge your batteries”, so to speak?

We had many concerts cancelled in 2020, which was very frustrating, that was a very grim period for us and musicians in general, so we used this time to finish some songs, upgrade the others and  finally record the album!

Do you have any plans for this last part of the year and for 2022?

We are currently looking for a second guitarist, and we want to play live again. Many songs from the album haven’t been played on stage yet so we can’t wait! We should have one or two concerts in autumn and already have a nice one for 2022. Only in France for now. Maybe we’ll start to write music for another album this winter but we must first practice the current set list.

We are at the final greetings; would you like to add something?

Thank you for your questions and the album review, keep up the great work with Mister Folk webzine,  we would love to play in Italy!

Intervista: Dyrnwyn

Uno dei dischi più riusciti di questo 2021 è il nuovo lavoro Il Culto Del Fuoco dei romani Dyrnwyn. Quando lo ascoltai in rough mix un anno fa al Time Collapse Recording Studio capii immediatamente le potenzialità di un lavoro curato nei minimi dettagli e non stupisce la firma per un’etichetta di qualità come la Cult Of Parthenope. Questa chiacchierata che state per leggere è avvenuta nella stessa giornata dello studio report, mi è sembrato quindi opportuno aggiornarla con qualche domanda extra che trovate a fine articolo: sono domande fatte di recente, utili per colmare il lasso di tempo (un anno) trascorso tra la chiacchierata face to face e la pubblicazione del disco e di questo articolo.

Sono intervenuti il chitarrista Alessandro Mancini (A), il bassista Ivan Cenerini (I), il chitarrista Alberto Marinucci (AM) e il produttore Riccardo Studer (R).

Iniziamo dalle domande più classiche, ovvero come siete arrivati a questo album e la scelta del titolo.

A: Il titolo è Il Culto Del Fuoco e lo abbiamo deciso quando stavamo scegliendo gli argomenti da trattare nel disco. Abbiamo scoperto e studiato questo culto che è uno dei più arcaici della storia di Roma, il culto di Vesta nel quale il fuoco era molto importante e veniva chiamato proprio “Il Culto Del Fuoco”. Il disco si concentra sempre sulla Roma delle origini, se così si può dire, quindi stiamo parlando dei suoi quattrocento anni e anche meno, con antiche divinità e alcune battaglie cruciali come Sentinum e i fatti delle Forche Caudine. Ci sono otto pezzi per un totale di una cinquantina di minuti. Tornando indietro, dopo il primo disco Sic Transit Gloria Mundi ci siamo presi una bella pausa dopo aver suonato più che potevamo, compresi alcuni festival europei, e all’improvviso ho composto Vae Victis. Avevamo voglia di creare qualcosa di nuovo, abbiamo lavorato con continuità e man mano che uscivano gli argomenti da libri e documenti nascevano le canzoni. Solitamente partiamo dal testo, dall’argomento trattato e a seconda di quel che si parla facciamo suonare quel determinato intro e in base all’idea che ci si fa dell’atmosfera si lavora sui riff e melodie, ma sempre in funzione di quella che è un’immagine che abbiamo in testa.

Nel folk metal la chitarra non è lo strumento principale come accade negli altri generi, ma insieme agli altri strumenti fa la canzone; ma in questo genere è difficile ricordare un buon riff di chitarra (Roi, Gode, Roi degli Arkona ha un gran riff, ma è un esempio che ha pochi compagni). Su questo disco devo dire che la chitarra sale di livello per quello che fa e per come lo fa, suona con maggiore convinzione…

A: A volte basta aggiungere degli accordi aperti sotto le melodie per far suonare bene una parte, ma un po’ per dare maggiore dignità alla chitarra e anche per enfatizzare una determinata sezione della canzone, ho cercato di lavorare diversamente e di tenere alta la tensione, magari chi ascolta non si aspetta quel pezzo di riff in più o quella battuta con quel 2/4 di stacco che magari non era necessario, però riesce a dare quel qualcosa in più. Magari non la prima, e forse neanche alla seconda, ma alla terza volta che si ascolta dici “adesso arriva quella parte lì” e in questo modo la canzone non si consuma al primo ascolto. Al primo ascolto ci sono delle cose che ti devono catturare, ma poi ci sono dettagli o melodie che al terzo ascolto te ne accorgi e inizi ad apprezzare.

Le canzoni sono nate nel periodo del primo lockdown o già avevate fatto qualcosa prima?

A: le canzoni sono nate da settembre 2019 a febbraio 2020, è stato un lavoro costante e abbiamo trovato un modo che per noi funziona. Io so di essere quello più proficuo e di avere esperienza con i software e quindi riesco a creare la forma canzone; poi c’è una persona che si occupa di cercare il cuore di quello che trattiamo che è Ivan Cenerini, lui legge e studia libri e libri della Roma Repubblicana.

La registrazione è slittata per i noti problemi o era questo il periodo che avevate scelto?

A: avevamo prenotato un po’ prima ed è slittata di poco grazie a Riccardo che ha fatto i salti mortali per aiutarci.

R: ho fatto i salti mortali per rifare il calendario, la situazione dello studio era tragica per gli incastri da fare. Ho preso un nuovo posto e lo sto ristrutturando, è in zona Flaminio. Cinque stanze, potrò registrare anche la batteria. I gruppi ci sono, il lavoro non manca…

E la mano c’è…

R: questo lo dici tu…

Senza mano i gruppi non verrebbero da te…

R: se c’è continuità vuol dire, forse, che c’è la mano, ma preferisco sempre che siano gli altri a dirlo.

Come ti trovi a lavorare con i Dyrnwyn?

R: con loro mi trovo bene, c’è anche un fattore musicale perché come per il disco precedente ho messo mano alle orchestrazioni: su Sic Transit Gloria Mundi avevo fatto tutto io, per Il Culto Del Fuoco Alessandro ha portato invece una buona base sulla quale lavorare. Tendo a mettere tante cose e con loro mi devo limitare perché altrimenti si rischierebbe di perdere la matrice folk; come hai detto tu rispetto al disco precedente ci sono parti di batteria più tirate, riff più potenti, se poi si lavora troppo sulle orchestrazioni spinte si rischia di avere i Septicflesh, una tipologia di metal che a me piace ma non è quello della band. Un punto di forza di un gruppo è la personalità e si deve lavorare su questo. Infine quando si lavora a un disco conta tanto anche il fattore umano e con loro mi trovo davvero molto bene.

Hanno una loro personalità secondo te?

R: sì, non gli voglio fare i complimenti sennò si gasano (risate, nda).

Il grande passo che avete fatto è proprio sulla personalità: sul primo disco c’erano delle parti dove si poteva dire “qui sembrano i Draugr” e così via. Ora il disco suona fresco, avete trovato un’identità che già c’era ma ora è stata sviluppata ulteriormente. Forse perché la line-up è la stessa da un po’?

R: avere gli stessi musicisti per anni porta tanti vantaggi, anche quella confidenza di dire “guarda, qui forse non va bene”, ma anche l’esperienza che ti porta a lavorare su certi dettagli e perdere meno tempo su cose che hanno poca importanza.

A: basta non essere permalosi: se tu mi dici che una parte non va bene io devo essere in grado di pensare che so farne una meglio e no che questa è l’unica che va bene. Se si lavora così poi la band si scioglie, se nessuno cede.

Passiamo ai testi: Ivan hai campo libero.

I: l’idea è sempre stata quella di parlare di argomenti poco trattati di Roma. La Roma senza influenze greche, senza cristianesimo. Cerchiamo storie arcaiche tratte dai libri di archeologi e storici, da lì tiro fuori i testi che magari non sono musicali ma lavorando insieme al cantante riusciamo a farli funzionare.

T: quest’anno abbiamo scritto insieme e a più riprese abbiamo ripreso i testi modificandoli.

Thierry, mi sembra che ti trovi a tuo agio con i Dyrnwyn e in questo disco sei riuscito ad esprimerti al 100%. Hai portato qualcosa di diverso per quel che riguarda la voce, rendendo il tutto meno prevedibile e ascoltandoti ho l’impressione che ti piace molto cantare con loro.

T: effettivamente è così, è cambiato un po’ l’approccio che abbiamo tra di noi e di conseguenza qualcosa di nuovo è venuto fuori. Un po’ perché passando più tempo insieme aumenta la confidenza, un po’ perché abbiamo fatto dei passi in avanti. Abbiamo imparato gli uni dagli altri e io da loro ho preso a piene mani quando c’erano delle cose tecniche che non conoscevo. Ho smesso di fumare e la voce reagiva in maniera diversa e ho cercato di mettere tutte queste cose nel nuovo disco.

Il cantante è spesso l’emblema del gruppo mentre tu sei molto taciturno, un po’ in disparte. Di te non so nulla, quindi ti chiedo come sei entrato in contatto con i Dyrnwyn e qual è il tuo background musicale.

T: non sono una persona molto in vista nell’ambiente. Nasco come chitarrista ma dopo un problema alla mano ho iniziato a cantare con dei generi che loro detestano (risate e commenti vari, ndMF) come postharcore e il metalcore. Quando ci siamo conosciti cantavo in una band industrial/new metal grazie a un amico che ha parlato di me ad Alessandro quando cercavano un nuovo frontman: ci siamo sentiti, abbiamo fatto le prime prove e poi siamo andati avanti insieme.

Questo genere lo conoscevi già o è stata una scoperta?

T: è stata una grande scoperta perché conoscevo marginalmente il folk metal e il black metal… poi Grima tutta la vita (gruppo atmospheric black metal dalla Russia, ndMF)! Questa musica per me è completamente nuova a livello di sonorità, di tecnica e anche di concezione, quindi è stata una scoperta che mi ha coinvolto man mano sempre di più.

Nel vostro sound il flauto traverso riveste un ruolo non principale ma comunque importante. Qual è la situazione con Jenifer?

AM: anche lei è mooolto estranea al genere, quindi ha fatto l’esperienza con noi in maniera esplorativa/vacanziera che l’ha divertita e ha fatto anche piacere a noi conoscere una brava strumentista che sa quel che sta facendo, e abbiamo instaurato un’amicizia. Magari non aveva voglia di investire il suo tempo in un progetto che la divertiva ma non la coinvolgeva così tanto emotivamente. Ci diamo una mano, lei con noi si diverte e quindi le abbiamo chiesto se voleva incidere anche questo disco e ci ha detto di sì.

Alberto, visto che parli poco lo chiedo a te: qual è la tua canzone preferita?

AM: la mia preferita è Leucesie. Mi ha sempre coinvolto, la sento più unica, forse perché è diversa dalle altre. Anche per come entrano le orchestrazioni, come si accompagnano alla parte strumentale.

Avete mai pensato di ri-registrare i vecchi pezzi con l’attuale formazione?

I: è molto un fatto di produzione. Si farà, ma non sappiamo quando.

A: è nel garage, sul tavolo degli attrezzi in attesa. Di Ad Memoriam ci sono due pezzi che ancora oggi io ascolto nonostante le ingenuità dell’epoca, e sono Tubilustrium e Teutoburgo. C’è una di queste due che vorremmo rivedere sia a livello orchestrale che musicale, oltre alla nuova voce, che ora con un po’ di esperienza in più ci piacerebbe rendergli giustizia. Purtroppo la situazione mondiale non ci ha permesso di farlo perché l’idea era di mettere uno dei due pezzi che ti ho detto prima come bonus track, solo che quando è scoppiata la pandemia era proprio il momento in cui volevamo lavorare su questa cosa e non c’è invece stato il modo di farlo.

Cambiamo discorso: vi sentite parte di una scena italiana/romana?

I: scena italiana sì!

A: sicuramente esiste una scena italiana che ha anche elementi validi. Il punto è cosa uno pensa che sia il folk metal. Io credo, e parlo anche per loro, che il folk metal nasce per recuperare, riscoprire e parlare a terzi di radici proprie. Basandomi su questa descrizione io poi valuto anche i gruppi che ascolto, oltre che ovviamente la musica. Non è che se un gruppo mi parla di folletti e cavalieri magici allora non lo ascolto: magari la musica mi piace, però non lo considererò quel folk metal che mi piace perché gli manca il contenuto che io credo che debba essere una delle parti principali del folk metal. Detto questo, un gruppo che mi viene in mente sono i Kanseil, loro hanno un rapporto molto stretto con la propria terra, nelle canzoni parlano di cose che i loro compaesani hanno vissuto decenni fa e non nel lontano passato. Pensando a loro dico che sì, effettivamente l’Italia ha una storia molto ricca, non solo cristiana e non solo etrusca, romana ecc, ma anche più recente piemontese, siciliana e così via che merita di essere raccontata e conosciuta, che mi porta a dire che la scena italiana c’è e le cose che dice sono valide come quelle norrene, spagnole, greche e asiatiche. L’appartenenza a una scena italiana e romana sì di nome, meno a livello organizzativo. Penso che con maggiore comunicazione e una voglia di creare qualcosa di vero, si potrebbe creare un circuito per beneficiarne tutti. Fare una cosa del genere su una scala nazionale con band che a volte vogliono avere a che fare con te e a volte non vogliono avere a che fare con te… è difficile… Roma… io non…

Se vi ricordate un anno fa (ovvero nel 2019, ndMF) io avevo proposto una cosa solo romana con i quattro gruppi della zona che siete voi e i Blodiga Skald di Roma, gli Stilema di Ladispoli e gli Under Siege di Palestrina… poi non vedi interesse in una cosa dove solo i gruppi hanno da guadagnarci e lasci perdere.

M: Roma va molto con le mode, non solo i gruppi ma anche il pubblico. Fai il Mister Folk Festival con l’headliner figo la gente ti ci viene, fai un festival con solo i gruppi laziali la risposta del pubblico sarebbe scarsa. Poi le band secondo me non hanno tutta sta voglia di fare…

A: tutta questa fratellanza che si professa in realtà non c’è, non è così e chi ti dice così mente.

I: ci sono gruppi con i quali si collabora e si sta bene, vedi con gli Atavicus.

Volete aggiungere qualcosa alla fine di questa chiacchierata?

I: sarebbe bello che una volta ascoltato il disco la persona andasse a cercare quei riferimenti dei testi, alla scoperta di Roma.

A: oppure contattate direttamente Ivan, il nostro Cicerone!!!

DOMANDE EXTRA FATTE l’1/9/2021:

Riccardo, in questi giorni hai salutato il vecchio studio per trasferirti nel nuovo: ce ne vuoi parlare?

Proprio in questi giorni ho traslocato dal mio vecchio studio (o meglio chiamarlo BOX) dopo undici anni. Sono molto felice di essere finalmente riuscito a completare la costruzione dello studio nuovo e chiudere questo progetto iniziato da più di due anni e mezzo, con la pandemia che ha cambiato le carte in tavola e rallentato il tutto. Sono molto legato a quel box adibito a project Studio e ci ho passato veramente tantissimo tempo, salvo un periodo di due anni in cui ho lavorato all’interno dell’Overload Studio a Garbatella, il quale mi ha permesso di registrare batterie, fare reamping e crescere come produttore. Negli anni successivi, ritornato al box, ho invece stretto collaborazioni con altri colleghi e professionisti per completare gli aspetti che nel project studio non potevano essere realizzati (ad esempio quella con Giuseppe Orlando degli OuterSound per le batterie) avendo una stanza sola e garantendo comunque alle band una produzione completa. Ho molti progetti da realizzare nel nuovo spazio, che si dispone su cinque sale ed un area relax comune, fra cui quello di creare una rosa di musicisti con cui collaborare per la parte autorale e di arrangiamento del Time Collapse, ed anche quello di formare una piccola orchestra di strumentisti fidati e metterla a servizio delle band alle quali faccio da orchestratore, per le produzioni di musica cinematografica e metterla anche a servizio di compositori esterni che hanno bisogno di far suonare reali gli strumenti solisti o intere sezioni d’orchestra. Speriamo di riuscirci 🙂

DYRNWYN:

Dopo l’esperienza con la Soundage Productions siete passati alla Cult Of Parthenope. Come sono andate le cose con l’etichetta russa e come vi state trovando con la label italo-inglese? Come siete giunti all’accordo con loro?

Con la Soundage il rapporto è stato fin da subito molto chiaro e tranquillo , senza fare una grossa spesa non pretendevamo chissà cosa e ci andava bene così essendo anche il primo full-length della band uscire con un’etichetta che ha comunque un suo nome nel genere ci ha fatto piacere. Per il secondo disco però volevamo qualcosa di più per visibilità e pubblicità, un aiuto più concreto che potesse permettere a Il Culto Del Fuoco di girare meglio ed essere ascoltato da più persone rispetto al precedente disco. La Cult Of Parthenope, oltre ad esserci consigliata da te, ci è stata caldamente raccomandata anche da Riccardo Studer, che produce anche il disco di Scuorn appunto, ed è stato facilissimo trovarci in accordo con Giulian fin da subito. Sicuramente c’è un lavoro maggiore e diverso rispetto alla vecchia etichetta e ci siamo trovati benissimo: oltre a darci tutto ciò che era stabilito sul contratto, Giulian è anche stato dispensatore di ottimi consigli per la band.

Il disco è uscito da qualche mese: ascoltandolo oggi come vi sentite?

L’unico rammarico che abbiamo è quello di non averlo potuto suonare fino ad ora, e speriamo di rimediare al più presto. L’effetto che ci fa il disco riascoltandolo è lo stesso da quando è uscito, lo riteniamo un ottimo lavoro, ancora ci crea le stesse emozioni di quando lo abbiamo composto e registrato. La produzione poi è stata anche migliorata rispetto al nostro primo lavoro, quindi siamo tutti molto più che soddisfatti.

Anche se il disco è fuori da poco immagino che stiate lavorando a qualcosa di nuovo…?

Immagini bene, non c’è ancora nulla di concreto ma diciamo che già sono stati fatti passi avanti sulle tematiche e sonorità del prossimo disco, non abbandoneremo il nostro sound e lo studio della Roma antica meno conosciuta. Sicuramente non ci piace oziare troppo, anche se il nuovo disco non abbiamo mai potuto suonarlo dal vivo e forse per alcuni potrà sembrare un azzardo già pensare ad un prossimo lavoro.

Intervista: Stormbreker

Qualche anno fa scoprii casualmente l’esistenza dei :Nodfyr:, concreta pagan metal band priva di fronzoli. Acquistato immediatamente lo sfizioso EP di debutto In Een Andere Tijd, rimasi in attesa di un seguito. Seguito arrivato lo scorso marzo che mi ha portato alla conoscenza degli Stormbreker, duo formato da ex Heidevolk coinvolti tra passato e presente proprio nei :Nodfyr:. Il curriculum dei musicisti parla da solo, ma il primo assaggio degli Stormbreker era talmente gustoso da non poter fare a meno di comprare il piccolo wooden box e scambiare qualche parola con Joris (voce) e Niels (chitarra e basso). Buona lettura!

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Un grande ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione dell’intervista.

Siete in attività dal 2019 e dopo due anni avete pubblicato Overzee. Volete raccontare la vostra storia?

Niels: Sicuro! In effetti lavoriamo sugli Stormbreker dal 2019, ma dal momento che è iniziato più come un progetto che come una band a tempo pieno, potremmo prenderci il nostro tempo per trovare il nostro suono. Creare quelle canzoni e scolpirle deve venire naturalmente. Ho iniziato con un’idea nel 2016: fare musica ispirata dallo spirito dell’esplorazione marittima olandese, scrissi un mucchio di canzoni su questo tema in mente. Ho contattato Joris per vedere se fosse interessato a collaborare di nuovo, visto che abbiamo lavorato molto bene insieme in passato. Joris ha sentito una connessione con due canzoni nelle quali si è immedesimato. Da allora, il suono si è evoluto in quello che senti nelle nostre prime due canzoni adesso.

Heidevolk e Nodfyr sono i punti in comune con voi Stormbreker. La vostra è un’amicizia che va al di là della musica?

Niels: Penso che io e Joris siamo quasi sempre della stessa opinione quando si tratta di musica, il che rende il lavorare insieme facile e divertente. Il fatto che facciamo musica insieme dal 2002 significa che abbiamo un certo livello di fiducia nelle capacità l’uno dell’altro e sappiamo quando darci spazio per lavorare o quando spingerci l’un l’altro in avanti. Ho un grande rispetto per Joris come cantante e, più importante, come essere umano, e so che facciamo del nostro meglio quando lavoriamo insieme, condividendo una visione comune.

Joris: Da quando abbiamo iniziato a fare musica insieme nel 2002, ho notato che Niels e io abbiamo una chimica creativa che ci lega da sempre. Anche se a volte percorriamo percorsi musicali differenti, troviamo sempre il modo di tornare l’uno dall’altro. A parte dall’eroismo di cui scriviamo, possiamo passare molto tempo a parlare di vecchi videogiochi, macchine e gatti quindi è anche un grande piacere uscire quando non stiamo facendo canzoni!

Vi autodefinite “Dutch Nautical Metal”: immagino che il mare sia la vostra passione (ma con Heidevolk e :Nodfyr: non ricordo testi legati a questo tema, ma potrei sbagliare) e vorrei sapere se vi piace andare in barca o se vi limitate a leggere libri e vedere film a tema.

Niels: Per me personalmente il mare è un posto bello e meraviglioso che ha un una connessione profonda con l’eredità culturale olandese e con l’urgenza di esplorare l’ignoto. Amo stare sulla spiaggia, essere umiliato da quanto sono vasti gli oceani e pensare agli esploratori di un tempo, sapendo che era la passione e la convinzione che li ha fatti attraversare i mari nonostante le scoraggianti probabilità. Comunque, personalmente ho facilmente il mal di mare quindi non mi diverte molto stare sulle barche, ahah.

Joris: Se sono in una città portuale, vado sempre al porto per guardare le barche, mi piace pensare a dove siano state e a cosa abbiano visto. Non possiedo una barca, ma cerco di fare giri in barca più che posso! Da bambino andavo in vacanza su una piccola isola chiamata Vlieland, prendere il traghetto era sempre un’esperienza impressionante. Quando avevo 19 anni ho preso il traghetto da Hirsthals in Danimarca a Kristiansand in Norvegia. Ricordo di essere rimasto sbalordito da quanto fosse grande la barca quando sono salito a bordo, e di essere ancora più stupito nello scoprire che il mare può sbatterla in giro come una bambola di pezza durante il brutto tempo sullo Skaggerak. Amo la vista, l’odore e il suono del mare! Non mangio molto pesce però.

La copertina di Overzee è veramente bella. Il quadro Haven Bij Zonsondergang di Jan Claesz Rietschoof lo avete scoperto visitando il museo di Amsterdam dove è conservato? Perché avete scelto proprio questo quadro?

Joris: Credo di averlo trovato in un libro quando stavo cercando per una cover adatta. Come puoi sapere ci sono MOLTI dipinti marini olandesi tra cui scegliere, ma questo si è rivelato eccezionale. Si respira l’atmosfera dell’inizio di un viaggio, con un orizzonte seducente e il sole che tramonta sulla terra che stai per lasciare. Niels ed io abbiamo convenuto che questo fosse il più adatto per la nostra prima uscita.

Il vostro modo di suonare a parlare del mondo marittimo è diverso da tutti gli altri gruppi metal, vi chiedo quindi in quale modo nascono le vostre canzoni. La musica si adatta ai testi o è il contrario?

Niels: per le due canzoni su Overzee, la musica è venuta per prima. Joris ha avuto l’idea del tema dei testi delle due canzoni. Come ho già detto nella risposta alla tua prima domanda, scrissi un certo numero di canzoni, due delle quali sono state scelte come “prova del concetto”, per vedere se ciò che volevamo fare funzionava. Ma per le nostre nuove canzoni, stiamo provando un approccio diverso in cui è impostato un tema centrale e la musica o i testi possono prendere forma in parallelo.

Di cosa parlano la title-track e Richtingloos?

Joris: Overzee parla del desiderio di avventura e di vedere cosa c’è oltre l’orizzonte. La canzone rappresenta l’inizio del nostro nuovo progetto e in un certo senso l’inizio del “viaggio dell’eroe”. Per gli olandesi il mare è sempre stato un mistero e un pericolo, ma anche un portale per nuove esperienze e grandi ricompense. Ascoltiamo la sua chiamata come i nostri connazionali hanno fatto secoli prima di noi. Richtingloos parla di un senso di assenza di direzione che si può sentire sia in mare aperto che nella propria mente.

Avete pubblicato l’EP solo in formato digitale e in un piccolo wooden box con conchiglie e una chiavetta usb con all’interno i file mp3, foto e altro ancora. Come mai questa scelta così particolare per una band all’esordio e che si auto produce tutto?

Niels: Penso che come band esordiente che si affaccia nell’oceano delle band metal che pubblicano demo, sia importante distinguersi. Tutti hanno CD o cassette e i media digitali o in streaming sono il modo migliore per condividere la tua musica al giorno d’oggi. Oltre a questo, la nostra musica è disponibile gratis online, quindi volevamo offrire qualcosa di unico per coloro che avessero voluto la copia fisica! L’intero packaging è anch’esso a tema nautico, un messaggio nella bottiglia 😊. L’aggiunta di conchiglie e denti di squalo completa il packaging e lo rende memorabile.

Ho acquistato il vostro bel wooden box, ma sono un amante del formato cd: pubblicherete Overzee anche in cd in un prossimo futuro?

Niels: Innanzitutto grazie mille per il tuo supporto acquistando la nostra demo! Non abbiamo piani imminenti per il formato CD, ma chissà cosa può accadere! Vedremo dove ci porterà il vento.

Immagino che abbiate pronta della nuova musica, potete dire qualcosa a riguardo?

Niels: Infatti, stiamo lavorando su nuova musica! Non voglio dire molto, ma il nuovo materiale è più ambizioso e più personale, ampliandosi in più direzioni musicali come un fiume scorre verso il mare. Naturalmente conserverà nel cuore e nell’anima il tema centrale della marineria olandese.

Il Covid-19 ha rovinato i vostri piani? Volevate portare sul palco la vostra musica? Avete “speso” questo tempo per creare nuova musica?

Joris: Penso che la pandemia abbia rovinato in piani di tutti in una certa misura, ma personalmente ho lavorato su nuova musica per diverse band/progetti. È la mia terapia per rimanere sani di mente, il mio sfogo di emozioni, sia positive che negative.

A proposito di mare e storie ad esso collegate, volete consigliarci qualche bel libro o film?

Joris: Ci sono un paio di eroi marittimi molto intriganti le cui biografie meritano di essere lette, come Willem Barentsz, Piet Hein e, naturalmente, Michiel de Ruyter. Mi è piaciuto molto il film “Admiral” del 2015! Inoltre, dai a Fungus – “Kaap’ren varen” e Bots – “Zeven dagen lang” un giro per ottenere una buona interpretazione degli anni ’70 di alcune canzoni tradizionali. Per quanto riguarda le leggende, la nave fantasma “l’olandese volante” è la più famosa, ha persino ispirato Richard Wagner.

Vi ringrazio per il tempo concesso, volete aggiungere qualcosa?

Joris: Vorremmo ringraziarti per questa intervista e speriamo che le nostre canzoni portino la vostra mente ben oltre le onde!

ENGLISH VERSION:

You are active since 2019 and after two years you published Overzee. Would you like to tell us your story?

Niels: Sure! We have indeed been working on Stormbreker since 2019, but since it started as more a project than a full-time band, we could take our time to find our sound. Creating these songs and sculpting them just has to flow naturally. I started out with an idea, back in 2016; music inspired by the spirit of Dutch nautical exploration. I wrote a bunch of songs with that theme in mind. I contacted Joris to see if he was interested in collaborating again, since we worked really well together in the past. Joris felt a connection with two songs that spoke to him the most. From that, the sound developed to what you can hear in our first two songs now.

Heidevolk and :Nodfyr: are the points in common with you Stormbreker. Is yours a friendship that goes beyond music?

Niels: I think Joris and myself are almost always on the same page when it comes to music, which makes working together effortless and fun. The fact that we have been creating music together since 2002 means we have a level of trust in each others capabilities and know when to give each other space to work or when to push each other forward. I have great respect for Joris as a vocalist and more importantly, as a human being, and I know we do our best work when we work together, sharing a common vision.

Joris: Since we started making music together back in 2002, I noticed Niels and I have a creative chemistry that will always bind us. Even though we sometimes walk different musical paths we always find our way back to each other. Apart from the heroics we write about, we can spend a lot of time talking about stuff like old video games, cars and cats so it’s also a great pleasure hanging out when we’re not making songs!

You define yourself as “Dutch Nautical Metal”: I imagine that the sea is your passion (but with :Nodfyr: and Heidevolk I don’t remember texts related to this theme, but I could be wrong) and I would like to know if you like boating or if you just read books and see themed movies.

Niels: For me personally, the sea is a beautiful and wonderful place that has a deep connection to Dutch heritage and an urge to explore the unknown. I love being on the beach, being humbled by how vast the oceans are and think about the explorers of old. Knowing that it was passion and conviction that made them cross the seas in spite of the daunting odds. However, I personally get seasick real easy so I don’t enjoy being on boats that much, haha.

Joris: If I’m in a port town I always go to the harbor to check out boats, I love thinking about where they’ve been and what they’ve seen. I don’t own a boat but I try to go on boat rides as much as possible! As a kid we used to go to a small island called Vlieland on holiday, taking the ferry there was always a very impressive experience. When I was 19 I took the ferry from Hirsthals in Danmark to Kristiansand in Norway. I remember being amazed by how huge the boat looked when I boarded, and being even more amazed to find out the sea can toss it around like a ragdoll during bad weather on the Skaggerak. I love the sight, smell and sound of the sea! I don’t eat much fish though.

Overzee’s cover is very beautiful. Did you discover the Haven Bij Zonsondergang painting by Jan Claesz Rietschoof by visiting the museum in Amsterdam where it is kept? Why did you choose this painting?

Joris: I believe I found it in a book when looking for a suitable cover. As you may know we have a LOT of Dutch sea paintings to choose from but this one stuck out. It breathes the atmosphere of the start of a journey, with a luring horizon and the sun setting on the land you’re about to leave behind. Niels and I agreed this was most fitting for our first release.

Your way of playing and your way of speaking of the nautical world is different from all the other metal bands, so I ask you how your songs are born. Does the music fit the lyrics or is it the other way around?

Niels: For the two songs on Overzee, the music came first. Joris came up with the lyrical themes for the two songs. As I said in answer to your first question, I wrote a number of songs of which two were picked as a ‘proof of concept’, to see if what we wanted to do worked. But for our new songs, we are trying a different approach in which a central theme is set, and the music or lyrics can take shape in parallel.

What are the title track and Richtingloos about?

Joris: Overzee is about the yearning for adventure and to see what lies beyond the horizon. The song represents the start of our new project and in a way the beginning of the “hero’s journey”. To the Dutch the sea has always been a mystery and a danger, yet also a gateway to new experiences and great rewards. We heed its call like our countrymen did centuries before us. Richtingloos is about a sense of directionless which one can feel both on the open water as well as in one’s mind. 

You have published the EP only in digital format and in a small wooden box with shells and a USB stick with mp3 files, photos and more inside. Why this particular choice for a band making its debut and which produces everything for itself?

Niels: I think as a beginning band to make a splash in the ocean of metal bands who release demo’s, it is important to stand out. Everyone has CDs or cassettes, and digital or streaming media is the best way to share your music nowadays. Besides that, our music is available for free digitally, so we wanted to offer something unique for those who wanted a physical copy! The whole package is also keeping with the nautical theme; a message in a bottle 😉 Adding the sea shells and sharktooth are all little details that complete the package and make it something memorable.

I bought your beautiful wooden box, but I love the CD format: will you release Overzee in CD in the near future?

Niels: First of all, thank you for your support by buying our demo! We have no current plans for a CD format, but who knows what will happen! We will just have to see where the wind will take us.

I guess you have some new music ready, can you say something about it?

Niels: Indeed, we are working on new music! I don’t want to say too much, but the new material is more ambitious and more personal, branching out in several musical directions like a river flowing towards the sea. It will of course retain the central theme of the Dutch seafaring in its heart and soul.

Did covid-19 ruin your plans? Did you want to bring your music on stage? Have you “spent” this time creating new music?

Niels: I think the pandemic ruined everyone’s plans to a degree, but personally I have just been working on new music for several bands/projects. It’s my therapy to stay sane, my outlet of emotions, both positive and negative.

Speaking of the sea and stories about it, do you want to suggest us some good book, or film or even songs or Dutch marine legends?

Joris: There are a couple of very intriguing maritime heroes whose biographies are worth a read, such as Willem Barentsz, Piet Hein and of course Michiel de Ruyter. I quite liked the 2015 film ‘Admiral’! Also, give Fungus – ‘Kaap’ren varen’ and Bots – ‘Zeven dagen lang’ a spin to get a good 70s interpretation of some traditional songs. Regarding legends the ghost ship the ‘Flying Dutchman’ is the most famous, it has even inspired Richard Wagner.

Thank you for the time, would you like to add something?

Joris: We would like to thank you for this interview and we hope our songs will take your mind far beyond the waves!

Intervista: Arstidir lifsins

Il nome Árstíðir lífsins per me significa qualità musicale assoluta. La formazione europea, nella sua carriera iniziata nel 2008, ha pubblicato cinque full-length, due EP e due split di eccellente pagan black metal, sicuramente tra gli esponenti più bravi, interessanti e personali dell’interno mondo che ruota intorno al folk/viking metal. Ma, nonostante la musica e l’aspetto grafico dei loro lavori, quello degli Árstíðir lífsins non è mai stato un nome chiacchierato e discusso dal giornalismo italiano, sia cartaceo che digitale. Forse perché la loro proposta non è delle più dirette e semplici, un po’ perché anche nelle nascenti riviste, per questo tipo di musica non c’è mai spazio, e sicuramente perché ai diretti interessati più di tanto non interessa (basta leggere la prima risposta), fatto sta che non conoscere (e non far conoscere) la musica degli Árstíðir lífsins è una vera cattiveria: con la scusa dell’ultimo Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir ho contattato la band per parlare dei vari aspetti della loro musica e anche per saperne di più su musicisti che non godono della luce dei riflettori. Il mio consiglio è di leggere questa chiacchierata e poi correre ad acquistare i loro dischi.

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Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Benvenuti su Mister Folk! Per cominciare, vorrei dirvi che vi ritengo uno dei migliori gruppi in assoluto, eppure qui in Italia non siete molto conosciuti, basta cercare (e leggere) le poche recensioni presenti sul web, figurarsi sulle riviste. Dopo anni di carriera e cinque dischi pubblicati, come vi spiegate questo?

Stefán: Ciao Fabrizio, ti ringrazio per le tue belle parole e per questa intervista. Devo ammettere che il nostro interesse riguardo la promozione e la reazione globale alla nostra musica è piuttosto limitato. Certo, siamo felici di vedere una costante crescita nell’interesse e una risposta positiva ad ogni uscita, ma ciò non ha mai influito sul nostro modo di fare musica.

Come state vivendo questo difficile periodo legato al Covid-19?

Stefán: Fortunatamente stiamo tutti e tre bene, nonostante la situazione. Ci troviamo in tre paesi diversi (Norvegia, Svezia e Germania), e ovviamente viviamo la pandemia di Covid-19 in maniera differente. Nel complesso, stiamo bene e andiamo avanti con la band, non siamo stati fortemente colpiti da ciò che è accaduto nell’ultimo anno e mezzo.

Parliamo dei due Saga á tveim tungum: due dischi da pubblicare insieme (o un vero e proprio doppio album) era un rischio troppo grosso per l’etichetta? Da qui nasce la pubblicazione dei due lavori a un anno di distanza? A me è piaciuto il fatto di avere un anno per assimilare Saga I, in modo che quando Saga II è arrivato, ero pronto per ascoltarlo e farlo mio.

Stefán: Inizialmente eravamo d’accordo con l’etichetta nel pubblicare le due parti come singoli album. Anche se la musica e i testi sono connessi tra loro in maniera intricata, entrambe le sezioni di Saga á tveim tungum vengono intese come singole entità, dunque è stato logico scegliere due date di uscita: da quel che ho potuto dedurre, anche i fan e i media hanno apprezzato questa scelta. In più, il nostro split con la band black metal islandese Carpe Noctem, intitolato Aldrnari, è uscito nel periodo intercorso tra i due album, e anch’esso necessitava di attenzione.

L’estetica dei vostri album è sempre splendida: quanto lavoro di ricerca c’è dietro ogni pubblicazione e vi piacerebbe fare qualcosa di ancora più ricco, tipo wooden box e cose del genere? Siete appassionati di cd metal “belli” esteticamente o vi siete sempre concentrati sulla musica?

Stefán: Sin dagli inizi, alla fine del 2008, c’è sempre stata l’intenzione di rispettare quelli che forse sono i tre principi fondamentali per le pubblicazioni di una band: musica, testi e layout. Oggi, questi aspetti mantengono un’importanza fondamentale per noi, e vengono affrontati con la massima cura. A differenza di molte band, investiamo molto tempo ed energia nei testi e nel layout, forse nella stessa misura di quel che facciamo per la musica stessa.

I vostri dischi non solo semplicemente dei cd di metal estremo, ma sono dei veri e propri “documentari” che spaziano dalla musica ai testi e alle note, per finire con una grafica sempre curatissima e utile per coloro che vogliono saperne di più su quello che dite in musica. È vostra intenzione quella di far avvicinare più possibile gli ascoltatori ai temi che trattate nei testi?

Stefán: Sì, è certamente così. Come ho già detto nella risposta precedente, puntiamo sempre a presentare un mix di musica, testi e layout, di cui si dovrebbe godere il più possibile nell’insieme, ad esempio con un formato fisico. Ogni uscita ha un tema specifico, che solitamente viene affrontato in modalità differenti. Nondimeno, il nostro layout consiste generalmente in due sezioni principali: la prima mostra i testi dell’album in lingua norrena, presentati con il layout di un autentico manoscritto islandese medievale. La seconda parte presenta i testi in norreno con un layout e uno script moderni, e lo stesso vale anche per le traduzioni in inglese e per i credits. In più, aggiungiamo sempre al layout immagini di oggetti tipici della nostra cultura e di xilografie che rappresentano sezioni dei testi. Per via del nostro background culturale – due di noi hanno compiuto studi di filologia norrena, e uno di noi ha studiato composizione -, prendiamo molto sul serio i nostri testi, i nostri artwork e la nostra musica, e basiamo tutto sui risultati di ricerche meticolose e standard accademici moderni.

Avete sempre realizzato delle canzoni molto lunghe, ma nella conclusiva Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar vi siete superati, arrivando quasi a diciotto minuti di durata. In che modo i vostri pezzi crescono e aumentano di durata e quando capite che è il momento di fermarsi? Avete mai temuto che canzoni da 13-15 minuti risultino ostiche per l’ascoltatore?

Stefán: Grazie per il complimento. La canzone a cui ti riferisci è il brano conclusivo del nostro nuovo album. Generalmente tendiamo a inserire brani lunghi al termine dei nostri lavori, i quali sono prima di tutto basati sulle storie narrate negli album, e in particolare proprio su queste tracce. Ciò nonostante, non puntiamo a scrivere brani lunghi di proposito: solitamente tendiamo a lasciare la scrittura della musica aperta al suo naturale corso e sviluppo. L’unico limite che impostiamo è quello di rispettare la durata dei lati del vinile, e la corrispondente suddivisione dei singoli brani per la loro lunghezza.

In Saga II ho notato che le parti atmosferiche/ambient sono più presenti del solito e spesso sono ipnotiche accompagnatrici verso un mondo che si distacca dalla parte fisica della vita. Non nego di aver avuto modo di utilizzare alcune cose vostre per meditare con risultati sorprendenti. Come nascono questi brani/parti di canzoni e come vi regolate per utilizzarle, nel senso: hanno uno scopo di apertura/chiusura del brano o c’è di più?

Stefán: Sì, Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir contiene più tracce con influenze ambient di qualunque nostro precedente lavoro. Questo dipende innanzitutto dai testi e dalla storyline complessiva dell‘album, e dal suo predecessore diretto, Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr. Tutti i nostri lavori si basano su storie autoconclusive, che meglio si interpretano come singole entità. Di conseguenza, anche le tracce ambient che fanno parte del nostro ultimo album ricoprono la stessa importanza delle altre, in termini sia musicali, sia testuali.

Parliamo dei vostri “gemelli” Helrunar. Marsél, mi chiedo come sia possibile avere due band differenti ma entrambe autrici di dischi splendidi e mai sottotono. Inoltre, ti chiedo se quando lavori a nuova musica “decidi prima” per chi creare qualcosa di nuovo, oppure se lo capisci dopo averci lavorato.

Marsél: Beh… il segreto potrebbe essere nel fatto che mi concedo del tempo per me stesso, in ogni processo creativo. Ci sono persone che sembrano avere stimoli creativi in ogni momento e in maniera costante, ma io non sono così. Ho bisogno di tempo tra una creazione e l’altra, per riprendermi, per studiare, per vivere, per sviluppare nuove idee – e anche Sebastian (l’altro songwriter negli Helrunar) è molto simile a me da questo punto di vista. Per questo motivo trascorre sempre un certo periodo prima che un nuovo lavoro degli Helrunar venga prodotto e pubblicato. Tuttavia, quando si tratta degli Árstiðir lífsins, le cose vanno in maniera un po’ differente. Stefán e Árni sono i principali compositori e arrangiatori, e il mio ruolo nel processo creativo non è così grande. Sicuramente aggiungo delle idee, quando si tratta di linee vocali, concept ecc., e recentemente ho anche scritto per la prima volta dei testi per gli Árstiðir lífsins (e ciò mi rende piuttosto felice!), ma nel complesso la mia parte è molto più rilassata. Apprezzo molto che Stefán e Árni siano sempre così attivi e creativi, e che io possa far parte di questo grandioso progetto dedicato al norreno, epico e così autentico! Il loro spirito mi ispira spesso, quindi di certo avviene qualche scambio artistico più o meno nascosto tra Helrunar e Árstiðir lífsins.

Conoscete qualche gruppo italiano? Anche al di fuori dell’ambito folk/viking metal.

Stefán: No, non che io ne sia a conoscenza. Ma il nostro interesse personale verso band di quel sottogenere è abbastanza limitato. In generale, la maggior parte delle nostre influenze musicali si ritrovano al di fuori del metal, o al massimo in alcune delle più note band black, doom e death metal degli anni ’80, ’90 e dei primi anni 2000.

Il vostro nome è da sempre legato alla Ván Records, etichetta che vi pubblica fin dal debutto del 2010, con Jotunheima Dolgferð. Oltre all’amicizia con Sven credo che si sia totale fiducia nei confronti della Ván Records e del loro operato. È così?

Stefán: Sì, siamo davvero buoni amici con Sven e alcuni degli altri impiegati della Ván Records, ormai da più di dieci anni. Ci sentiamo davvero a casa alla Ván Records, e apprezziamo la maggior parte delle band pubblicate da loro (ad esempio, i lavori di Svartidauði, The Ruins of Beverast, The Devil’s Blood, Antlers, Atlantean Kodex, Our Surival Depends On Us, Sulphur Aeon, Urfaust, Caronte, Sweven, Sinmara e Almyrkvi) (aggiungo i nomi Lindy-Fay Hella, Nodfyr e Knoest, che trovate o troverete su queste pagine, ndMF). Ma al di là del fattore professionale, ci sentiamo a casa anche a livello personale alla Ván Records, e siamo in contatto anche in amicizia con alcuni membri delle altre band, ad esempio degli Svartidauði e dei The Ruins of Beverast. Quindi, sia dal punto di vista artistico, sia dal punto di vista personale, la Ván Records è ed è sempre stata la dimora perfetta per gli Árstíðir lífsins.

Cosa c’è oltre la musica ? Quali sono le vostre passioni e hobby?

Stefán: Abbiamo un range di interessi molto ampio al di fuori della musica metal. Al di là dell’ovvio interesse per l’arte medievale e premoderna, per la letteratura e le attività culturali inerenti, ad alcuni di noi piace ascoltare una vasta gamma di musica, giocare a videogame classici e più moderni, fare escursioni all’aria aperta, e anche dipingere e giocare a Warhammer 40000, nelle versioni da tavolo.

Classica domanda prima di terminare l’intervista: state lavorando a nuova musica?

Stefán: Sì, lo stiamo facendo. Abbiamo già composto un EP, che speriamo di registrare completamente entro l’inizio del 2022. L’EP consta di due lunghi brani, per una durata totale di 45 minuti, e ai cui testi ha contribuito anche Marcel, come già detto. In più, anche il concept per il nostro prossimo album è pronto, e presto inizieremo a lavorarci in maniera più specifica. Ad ogni modo, non credo che registreremo il nostro prossimo album prima della fine del 2022.

Vi ringrazio per avermi concesso questa intervista e sono davvero orgoglioso di ospitarvi su Mister Folk. Potete terminare la chiacchierata come preferite e salutare i vostri fan italiani.

Stefán: Grazie per l’intervista.

ENGLISH VERSION:

Welcome to Mister Folk! First, I would like to tell you that, in my opinion, you are by far one of the best bands, even though you are not so famous in Italy. There are very few reviews of your works online, let alone on physical magazines. How would you explain this situation, after many years of career and five releases?

Stefán: Hello Fabrizio, and thank you for your kind words, as well as for this interview. I must admit our interest in the promotion and overall response to our music is rather limited. We sure enjoy seeing a constant rise of interest and positive response in our music with every release, but that never had any consequences on how we make our music.

How are you dealing with the difficult scenario of the Covid-19 pandemic?

Stefán: Fortunately, all three of us are doing fine despite the circumstances. We live in three different countries (Norway, Sweden, and Germany), and experience the Covid-19 pandemic differently, of course. But overall, we are good and proceeded with the band largely unaffected by the happenings of the previous 1 ½ years.

Let us talk about Saga á tveim tungum: was it too risky for your label to release them together, maybe in the shape of a double album? Is this the idea behind your choice of releasing them one by one? I have had 1 whole year to fully enjoy Saga I: in this way, I had been ready to completely appreciate the following Saga II.

Stefán: Both band and label agreed on releasing the two parts as individual albums at an early stage, long before they were recorded. Although the music and texts are intricately connected, both parts of Saga á tveim tungum are understood as individual entities. Hence, two release dates were a logical choice, and from what I gather, both media and fans enjoyed this, too. Furthermore, our split release with the Icelandic black metal band Carpe Noctem entitled Aldrnari was released in between the two albums and needed to receive its individual attention, too.

Your albums always have an amazing appearance: what is the process that leads you to create such a refined design? Would you like to make something even richer in refinement (for example, packing the albums in wooden boxes, etc.)? Do you have a preference for “aesthetically pleasant” CDs, or you have always focused more on music?

Stefán: Since the start of the band in late 2008, there always was the intention to respect the perhaps three most important aspects a band should embrace with each release: music, lyrics, and layout. To this day, all three aspects remain equally important to us and are dealt with great care. Different to many other bands nowadays, we invest much time and energy into lyrics and layout, perhaps about just as much as we invest for the music itself.

Your releases are not just some extreme metal albums, but real “documentaries” that range from music to lyrics and notes, ending with well-finished graphics (which are useful to know more about the concepts underlying your music). Is it a choice made to help listeners to come close to your world?

Stefán: Yes, it certainly is. As mentioned in my previous reply, we always aim to present a mixture of music, lyrics and layout, which at best should be consumed together, i.e. in a physical format. Each release has a specific topic, which usually is expressed in different ways. Nevertheless, our layout generally consists of two main parts: The first features the Old Norse texts of the respective release, presented in an authentic medieval Icelandic manuscript layout. The second features the Old Norse texts in a modern layout and script type, as well as the English translations and credits. In addition, we always add images of cultural objects and woodcuts to the layout that represent sections of the texts. Due to our educational background – two of us are educated in Old Norse philology and one in composition –, we take our lyrics, artwork and music very serious and base it on metriculous research and modern academic standards.

Your tracks have always been quite long, but the final one, Ek sá halr at Hóars veðri hǫsvan serk Hrísgrísnis bar, is even longer: almost 18 minutes. You have outdone yourselves! How do your songs grow up in length, and how do you understand when it’s time to stop? Have you ever dreaded the idea that 13 – 15 minutes long songs might have been too irksome for the audience?

Stefán: Thank you for the compliment. The song you refer to is the final track on our newest album. Generally, we tend to have long tracks to close our albums, which is first and foremost based on the stories told on our albums, and on these tracks in particular. Nevertheless, we do not aim to compose long songs on purpose and usually leave the writing of the music open for its natural course to develop. The only limitation we set is to respect the length of vinyl sides, and to the corresponding separation and individual lengths of the tracks.

I have noticed that in Saga II there is a massive presence of ambient/atmospheric parts, more than usual: my impression is that they can lead you to another world, which is far from the physical one. Sometimes I have also listened to some of your works as a soundtrack for meditation sessions, with surprising results. What is the idea behind the creation of these sections, and in which way you decide how to use them? Have they only a “closing/opening” function, or is there something more?

Stefán: Yes, Saga á tveim tungum II: Eigi fjǫll né firðir features more ambient-influenced tracks than any of our previous records. This is first and foremost caused by the lyrics and overall storyline on that album, and its corresponding predecessor, Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr. All our albums are based on closed stories, which at best are understood as entities. Accordingly, also the ambient tracks on our newest album are equally important for the album as other tracks, both on musical and lyrical terms.

Let us talk a bit about Helrunar, who can be considered as your “twins”. Marsél, I ask myself how it is possible to manage two bands of this calibre, who produced awesome and never undertone albums. I would also like to know how you make your decisions when you create new music for your bands: do you previously choose the “recipient” of new tracks, or you decide while the work is in progress?

Marsél: Well… the key might be that I take some time for myself, in any creative process. There are people who seem to have a constant creative output all the time, but I am not like that. I need time in between to recover, to study, to live, to evolve new ideas – and Sebastian (the other Helrunar-Songwriter) is pretty much like me that way. That is why it always takes some time before a new Helrunar-album is produced and released. When it comes to Árstiðir lífsins, things are, however, a little different. Stefán and Árni are the main-composers and -arrangers here, and my part in the creative process is not that big. I do add some ideas, especially when it comes to vocal lines or concepts or whatever, and recently I wrote Árstiðir lífsins-lyrics for the first time (which makes me quite happy!), but all in all my part of the work is far more relaxed. I appreciate it a lot that Stefán and Árni are so creative and active all the time, that I can be a part of this great, epic, and so authentic-Old-Norse-project! Their spirit often inspires me, too, so there certainly is some kind of more or less hidden artistic exchange between Helrunar and Árstiðir lífsins.

Do you know any Italian bands, even outside the folk/viking metal scene?

Stefán: No, not that I am aware of any. But our own interest in bands from that subgenre of heavy metal is rather limited. Generally, most of our musical influences are either found outside of heavy metal, or in some of the more known black, doom and death metal classics from the 1980s, 1990s and early 2000s.

Your name has always been related to Ván Records, the label that publishes your albums since your debut in 2010 with Jotunheima Dolgferð. You are friends with Sven, the, and I suppose that there is now a relationship based on trust in Ván Records work. Is it like that?

Stefán: Yes, we indeed are good friends with Sven and some of the other employees of Ván Records since more than a decade now. We feel very home at Ván Records and enjoy most of the bands released by that label (such as releases by Svartidauði, The Ruins of Beverast, The Devil’s Blood, Antlers, Atlantean Kodex, Our Surival Depends On Us, Sulphur Aeon, Urfaust, Caronte, Sweven, Sinmara and Almyrkvi). But apart from their work, also on a personal level we feel home at Ván Records and have a friendly contact with some of the other bands such as Svartidauði and The Ruins of Beverast. So from both personal and artistic points of view, Ván Records is and has always been a perfect home for Árstíðir lífsins.

What do you like to do besides the music? What are your interests and hobbies?

Stefán: We have a quite wide range of interests outside of metal music. Apart from obvious interests in medieval and Early Modern art, literature, and related cultural activities, some of us enjoy listening to a wide range of music, playing classic and modern computer games, go hiking, as well as painting and playing Warhammer 40.000 table games.

Now, the usual question before ending the interview: are you working on new music?

Stefán: Yes, we do. We have already composed an EP, which hopefully will be fully recorded by the beginning of 2022. The EP consist of two long songs with a total playing time of 45 minutes, and to which Marcel contributed the lyrics, as mentioned above. In addition, the concept for our next album is done, too, and we will soon start to work more specifically on that release. Nevertheless, it is unlikely that we will record our next album before late 2022.

Thank you very much for this interview, I am proud and honoured to host you on Mister Folk. You can close our chat as you wish and leave a message to your Italian fans.

Stefán: Thank you for the interview.

Intervista: Ereb Altor

Se seguite il sito sapete benissimo della mia simpatia per la musica degli Ereb Altor, non a caso nell’archivio della ‘zine trovate diverse recensioni dei loro dischi e altre due interviste. La scusa per contattare la band svedese è la pubblicazione dell’EP Eldens Boning, gustoso antipasto del full-length in uscita a fine anno. Viking metal, mitologia nordica, antipazioni del prossimo lavoro e un ricordo non proprio epico del concerto romano tenuto un po’ di anni fa…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un grande ringraziamento a Marzia Vettorato per la traduzione dell’intervista.

Bentornati su Mister Folk! Questa è la nostra terza chiacchierata e ti chiedo come sono andate le cose con Järtecken e date live successive.

Ciao, davvero è la terza volta? Beh, sicuramente porterà fortuna! Tutto è andato nel migliore dei modi con Järtecken, e così anche il tour seguente; le date live sono andate bene, ovviamente finché la pandemia non ha rovinato i nostri piani per la promozione futura dell’album.

Come avete vissuto quest’ultimo anno di pandemia? Avete sfruttato questo tempo per concentrarvi sulla musica?

Poiché non è stato più possibile fare concerti, mi sono auto-isolato nella “cripta” che chiamiamo Studio Apocalypse. In realtà, posso dire di aver iniziato a scrivere brani per un nuovo album già alcuni mesi prima dell’uscita di Järtecken, durante l’attesa per gli ultimi preparativi (layout, mastering ecc.). Ho trascorso innumerevoli ore al lavoro, prima di presentare la preproduzione del mio lavoro agli altri membri degli Ereb Altor. Poiché la pandemia ci ha sopraffatti, non abbiamo avuto molto altro da fare all’infuori di registrare e produrre: tutto ciò si è tradotto in dodici canzoni.

Quando avete deciso di realizzare un EP prima del prossimo full-length? Questi brani troveranno spazio in una prossima pubblicazione o rimarranno solo su Eldens Boning?

Poiché non sono un grande fan degli album troppo “lunghi” (e dodici canzoni degli Ereb Altor lo avrebbero reso tale), abbiamo avuto l’idea di pubblicare alcuni brani su un EP. In altre parole, il prossimo album degli Ereb Altor è stato registrato in contemporanea all’EP, e contiamo di pubblicarlo più avanti, verso la fine del 2021.

Sacrifice 2.0 è “il seguito” di Sacrifice presente su Fire Meets Ice. Vuoi raccontarci come nasce l’idea di questa seconda parte e se c’è una connessione anche a livello di testi?

La versione originale di Sacrifice mi ha tormentato per anni. Quando ho scritto la canzone, avevo una visione ben precisa in mente, ma il risultato finale non ha rispecchiato affatto le mie aspettative. In primis, il tempo era troppo lento e alcune parti del brano erano troppo estese. Ho voluto correggere gli errori commessi in quell’occasione. So che il passato è passato e che forse andrebbe lasciato così com’è, ma per una volta ho fatto un’eccezione. Avevamo anche bisogno di un brano in più per l’EP, e il ritornello di Sacrifice, a mio avviso, è uno dei migliori momenti del nostro repertorio.

La copertina è molto suggestiva e minacciosa, davvero bella! Ha un qualche legame con le tematiche trattate nelle canzoni?

Sì, è l’interpretazione che Christine Linde ha voluto dare alla storia che si cela dietro la title track. Si ispira alla storia di un vecchio re svedese vissuto nel VII secolo. Era un uomo spietato, e si diceva che da ragazzo avesse mangiato il cuore di un lupo. Quando suo padre morì, invitò i sovrani dei sei regni limitrofi a un banchetto in sua memoria. Attese che gli altri re si ubriacassero, li imprigionò e incendiò l’intera dimora; poi, si impossessò delle loro terre. Sull’immagine di copertina si possono vedere i fantasmi dei sei re e il fuoco che li ha uccisi.

Questa è la vostra terza release disponibile unicamente su vinile dopo The Lake Of Blood e Blot-Ilt-Taut. Volete creare qualcosa di “unico” rivolto solamente ai fan più fedeli?

Questi tre lavori sono un po’speciali. Non considero Blot-Ilt-Taut come un vero album degli Ereb Altor, visto che si tratta di una raccolta di cover dei Bathory. L’idea di una release in vinile ci venne dalla nostra vecchia etichetta, la Cyclone Empire, e ci trovammo d’accordo, dato che non si tratta di un nostro “vero” lavoro. L’EP Eldens Boning è una sorta di anteprima del nostro prossimo full-length. Dato che si compone di soli quattro brani, abbiamo pensato che sarebbe stato bello pubblicarlo solo in vinile: una versione rara, una chicca per i collezionisti. In ogni caso, le nostre canzoni sono sempre disponibili sulle piattaforme di streaming, e naturalmente possono essere scaricate in alta qualità sulla nostra pagina Bandcamp.

A quando il successore di Järtecken? Nella precedente intervista hai detto che in futuro ci sarebbero stati box “lussuosi”, mi puoi anticipare qualcosa?

Poco fa ti ho accennato a una pubblicazione verso la fine del 2021. Potrebbero esserci molte altre cose interessanti, ma per il momento non posso dirti nulla a riguardo.

Quanto è importante a livello personale la mitologia norrena? La reputate un ottimo argomento per le canzoni o c’è qualcosa di più profondo e spirituale?

Sono davvero interessato alla nostra storia e, ovviamente, al nostro patrimonio culturale. La mitologia norrena è parte di tutto ciò e la trovo molto affascinante, ma non direi di avere un legame spirituale con essa. Gli Ereb Altor si confrontano anche con altri miti, leggende ed eventi storici propri della Scandinavia, al di là della mitologia norrena.

Ricordo con piacere il vostro show a Roma in compagnia di Borknagar e Mänegarm. Ricordi qualcosa di quella serata (QUI il live report) e hai aneddoti legati ai concerti in terra italiana?

Ricordo carcasse di automobili fuori dal locale, haha. Beh, è difficile ricordare nello specifico i singoli live nei club, li mescolo sempre l’uno con l’altro. Credo che la Rock’n’Roll Arena, da qualche parte vicino Milano, sia stato uno dei migliori locali in cui abbiamo suonato durante quel tour, anche se perdemmo una ruota del rimorchio posteriore del tourbus, e dopo il concerto Jens dei Borknagar impiegò un’ora a ripararlo.

In Italia ci sono due one-man band che partono dal viking dei Bathory per metterci del proprio, mi riferisco a Bloodshed Walhalla e Apocalypse. Hai ascoltato qualcosa di loro? I tuoi ascolti di questo periodo?

No, mi spiace, non li conosco, ma li ascolterò un giorno. Al momento sto ascoltando la preproduzione del nuovo album degli Isole, hahaha… a parte questo, sto ascoltando i miei tre album preferiti del 2020, Garmarna, Sorcerer e Katatonia.

Grazie per queste risposte e spero di potervi vedere nuovamente in concerto, magari proprio a Roma!

Lo spero anch’io, questa dannata pandemia finirà presto. Abbiamo in programma di partecipare a due festival in Italia, più in là durante l’anno (il 23 luglio al Camunia Sonora e il 19 agosto in Abruzzo al Frantic Fest, il primo ha visto la cancellazione dei gruppi inglesi e scandinavi, il secondo è stato direttamente rimandato al 2022, ndMF). Ovviamente, se la pandemia ce lo consentirà.

ENGLISH VERSION:

Welcome back to Mister Folk! This is our third chat! First of all, I would like to ask you how things played out with your eighth album, Järtecken, and the following live shows.

Hi, really? Well third time is a charm. Everything turned out nicely with Järtecken and the following tour and live shows were good then the pandemic obviously ruined our plans to support the album further.

How did you deal with the pandemic situation, during the last year? Did you take advantage of this time to focus and work on some new music?

Yes, since live shows no longer was possible I isolated myself in the crypt we call Studio Apocalypse. Actually I think I started writing songs for a new album a few months before Järtecken was released while waiting for the final preparations (layout, mastering and such). I spent countless hours of work before I even presented my work with a pre-productional recording to the others in Ereb Altor. And since the pandemic came over us we didn’t have much else to do but to record/produce everything and it resulted in twelve songs.

When did you choose to release an EP, before starting to work on a new full-length album? Are you going to include those tracks also in it, or are you thinking about keeping them exclusively for Elders Boning?

Since I’m not a super fan of really long albums (twelve Ereb Altor songs would be a quite long album) the idea of releasing some songs on an EP came to us. In other words, the next Ereb Altor is already recorded at the same point as the EP and we are aiming at a late release in 2021.

Sacrifice 2.0 is the “sequel” of Sacrifice which is included in Fire Meets Ice. Would you like to tell us the idea behind this choice? Is there a connection between the lyrics of both tracks?

The original version of Sacrifice has been disturbing me for years. When I wrote the song I had a vision and the result didn’t really add up with the expectaions I had. First of all the tempo was too slow and there were parts of the song that were too extensive. I wanted to correct the mistakes I did back then. I know the past is the past and maybe it should stay that way but for once I made an exception. We also needed one more song for the EP and the chorus in Sacrifice is to me one of the finest moments in our catalogue.

The cover looks evocative and “threatening”, it is amazing! Is there a relationship with the themes of your songs?

Yes, its Christine Linde’s interpretation of the story behind the title track. Its inspired by an old King in Sweden during the 7th century. He was a ruthless man and there was a rumour he ate the heart of a wolf when he was a kid. When his father died he invited the surrounding six kings to a feast in his father’s memory. When the kings got drunk he locked them inside and burned the house down to the ground with the kings inside. Then he seized their lands. On the front cover you can see the ghosts of the six kings and the fire.

This is your third release available only as a vinyl version, after The Lake Of Blood and Blot-Ilt-Taut. Did you want to create something unique and exclusive, for your biggest fans?

These three releases are a bit special. I still dont consider Blot-Ilt-Taut being a real Ereb Altor record since all of the songs are Bathory covers. The idea of a vinyl release only back then came from our old label Cyclone Empire and we were fine with the idea since it’s not a real EA album. The EP Eldens Boning is kind of a preview of the next full lenght album. Since it’s only four songs we thought it was kind of cool making at a rare release on vinyl only. A collector’s gem. Still the songs will be available on streaming platforms and of course it will also be available on our bandcamp as high quality downloads.

When will you release Järtecken’s successor? In our previous interview, you revealed that some luxury box sets would have been planned for the future: would you like to tell me something more about that?

We are like I mentioned earlier aiming for a release in late 2021. There might be more interesting things happening this year but I cant tell you anything at the moment.

How much is Norse mythology important, on a personal level? Do you consider it as the main theme of your songs? Do you have a spiritual bond with it?

I am very interested in our history and then of course our inheritance. Norse mythology is a part of that and I find it intriguing but I wouldnt say I have a spiritual bond with it. Ereb Altor also deals with other myths, legends and historic events from Scandinavia besides Norse mythology.

I remember with pleasure your show in Rome, with Borknagar and Mänegarm. Do you remember something of that night? Do you have some stories related to your gigs in Italy?

I remember car wrecks on the field outside the venue, hahaha… Well, its hard to remember any specifics about club shows, I always mix them up with each other. Rock’n’Roll arena in some city near Milano I think was one of the best club shows we have played it was on that same tour, although we lost a wheel on the trailer behind the nightliner and Jens from Borknagar spent an hour beneath the trailer repairing something after the show.

Two Italian one-man bands draw inspiration from Bathory’s Viking style, adding a personal touch: I refer to Bloodshed Valhalla and Apocalypse. Have you heard about them, or listened to some of their works? What are you listening to at this moment?

No, sorry I havent heard them. I will have to check them out some day. Right now I am listening to the pre-production of the next Isole album, hahaha…. Other than that I listen a lot to my three favourite albums of 2020, Garmarna, Sorcerer and Katatonia.

Thank you very much for your answers, I hope to see you again live as soon as possible… maybe in Rome!

I hope so too, hopefully this damned pandemic will end soon. We are scheduled to do two festivals in Italy later these year. If the pandemic will let us of course.

Intervista: Bloodshed Walhalla

Second Chapter, sesto lavoro in studio per i Bloodshed Walhalla di Drakhen, è sul mercato da un paio di mesi e continua – giustamene – a far parlare di sé. Quattro canzoni per ottanta minuti di disco non è roba di tutti i giorni, tanto meno con una qualità a dir poco eccellente. Troppe le domande su Second Chapter e il futuro della band da fare al mastermind Drakhen per non contattarlo: quello che potete leggere qui sotto sono le risposte sincere e pulite di un musicista umile e genuino, lontano da stupidi cliché e dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano. Credo che per i Bloodshed Walhalla sia giunto il momento di avere il riconoscimento che meritano da parte degli addetti ai lavori e critica, perché quello dei fan e appassionati è in continuo aumento.

Mi sembra che Second Chapter stia avendo molti riconoscimenti, sia in Italia che all’estero. Te lo aspettavi?

Innanzi tutto ciao Mister Folk e grazie per avermi dato la possibilità di rispondere alle tue domande. Second Chapter è uscito il 31 marzo di quest’anno, un po’ in ritardo rispetto al tabellino di marcia che ci eravamo prefissati, questa maledetta pandemia che ha colpito tutto il mondo purtroppo ci ha fermati e per forza di cose il tutto è slittato di qualche mese. Però effettivamente l’attesa in qualche modo ha creato un certo interesse e curiosità da parte della gente, molti non vedevano l’ora che uscisse l’album. E così è stato, siamo immediatamente stati sommersi da richieste e messaggi. Le vendite stanno andando a ruba, ci stanno contattando da tutto il mondo per avere il cd. Siamo contenti di come stanno andando le cose, perché il lavoro che c’è sotto questa opera è veramente immenso e ci tenevamo parecchio a far bella figura e gridare al mondo che i Bloodshed Walhalla ci sono e sono più battaglieri che mai. In un certo senso ci credevamo, sapevamo che grazie all’esperienza accumulata in questi anni il successore di Ragnarok sarebbe stato accolto dai fan e dalla critica in maniera decisamente positiva.

Qual è il significato della copertina?

La copertina, come per Legends Of A viking e The Battle Will Never End, è un’opera di André Kosslick, gentilmente concessa ed elaborata dalla Curse Vag Graphic di Roma. Il quadro è stato pubblicato per il dramma musicale di Richard Wagner “Das Rheingold” quarta scena atto finale. La dea Freyr tende l’arcobaleno come un ponte verso il castello divino. Ora gli dei possono entrare nel forte di recente costruzione. Baldr invece guarda nella profondità della valle e ascolta le lamentele delle figlie del Reno, il castello di Wotan sarà distrutto dal fuoco più tardi nel crepuscolo degli Dei. È un’opera spettacolare e non ci sono parole.

Devo dire che iniziare il disco con un brano di quasi mezz’ora è totalmente folle, eppure funziona benissimo e non c’è un solo momento di stanca durante l’ascolto. Ti sei preso questo “rischio” perché consapevole della qualità della canzone?

Allora, Second Chapter non è un album per tutti, ne siamo consapevoli, solo gli amanti di questo genere di soluzione musicale riescono a cogliere la vera essenza che sprigionano le quattro canzoni presenti. Quindi per questo motivo abbiamo deciso questa volta, al contrario di Ragnarok dove la suite era presente come ultimo brano, di far capire una volta per tutte all’ascoltatore chi siamo realmente e cosa vogliamo offrire. Agli esordi ci hanno etichettato troppe volte come i cloni dei Bathory, non che la cosa ci abbia dato fastidio, anzi, abbiamo sempre dichiarato che avremmo tanto voluto prendere l’eredità del maestro al 100%, ma ci rendiamo conto che questo non si può fare e ci siamo dovuti inventare qualcosa per non sembrare cloni ed assumere un’identità specifica e personale. L’evoluzione è iniziata con l’album Thor, ed un po’ tutti se ne sono accorti. Quindi alla fine, rispondendo alla tua domanda penso che non sia stata follia inserire la suite Reaper (Baldr’s Dreams) come opener. Come spesso succede durante la composizione di un nostro brano, cerchiamo di non trascurare i dettagli, innanzi tutto le nostre canzoni devono avere un senso, devono trasmettere un messaggio, quindi se sappiamo l’argomento da trattare sviluppiamo tutta la canzone in base a ciò che racconta la storia. In Reaper (Baldr’s Dreams) raccontiamo dei sogni premonitori del dio Baldr, figlio di Odino, che sogna ripetutamente la sua morte. L’argomento è vasto ed ha bisogno di spazio, secondo noi non può ridursi a strofa ritornello ecc., ma deve essere raccontato per bene. La musica deve andare pari passo al testo, bisogna creare una fusione tra le due componenti. Anche secondo noi la canzone è perfetta così, molti ci hanno suggerito di dividerla in tre o quattro parti dato che nel corso dei minuti ci fermiamo per rifiatare e ripartiamo con un nuova fase, ma poi la magia della musica riporta il tutto alle origini grazie a dettagli studiati. Le quattro canzoni dell’album, come per Ragnarok, seguono tutte questa filosofia compositiva e possa piacere o no anche il terzo e ultimo capitolo della saga sarà impostato così.

The Prey è il pezzo più corto – si fa per dire! – con poco più di quindici minuti. Quando ti metti a comporre la musica pensi in partenza di fare qualcosa di impegnativo e lungo o non ti faresti problemi se la prossima canzone venisse fuori lunga “solo” sei o sette minuti?

Come ti dicevo prima, prima di comporre musica sappiamo già l’argomento da trattare. E data la vastità del racconti da inserire nel brano ci viene spontaneo non trascurare i dettagli del racconto. Questo è il nostro pensiero ma nello stesso tempo cerchiamo di non essere ripetitivi ma progredire e ritornare alle origini allo stesso tempo quando termina il racconto. Se il racconto è breve anche la canzone sarà breve. Di certo non possiamo ripetere argomenti per rendere la canzone per forza lunga. L’ascoltatore, a questo punto sì, si annoierebbe ed il risultato finale sarebbe orribile.

Ci vuoi parlare dei testi delle quattro canzoni?

Second Chapter è composto da quattro opere, ma prima di parlare dei testi faccio una breve introduzione. Il lavoro era stato pensato in principio come un doppio album in cui nel primo disco dovevano essere inserite le quattro canzoni di Ragnarok e nel secondo le canzoni di Second Chapter. Nella prima parte raccontavano della fine del mondo secondo la mitologia norrena con interpretazione personale, mentre nella seconda parte erano incluse storie di contorno alla battaglia tra le forze della luce e quelle del male. Data la durata complessiva di quasi due ore e trenta di musica si decise di allertare i fans con due uscite ravvicinate, più o meno un anno di differenza. La pandemia però ha rovinato decisamente i piani perché noi questi sacrifici avremmo voluto supportarli anche dal vivo. Ci sono stati ritardi significativi per l’uscita di Second Chapter ma il tutto in un certo senso ha portato alcuni benefici dato che l’attesa ha fatto sì che all’uscita ci sia stato un vero e proprio assalto per avere una copia. La prima canzone è Reaper (Baldr’s Dreams), narra come dicevo in precedenza dei sogni premonitori terribili del dio buono Baldr figlio di Odino; lui sognava costantemente la sua morte e gli Asi per proteggerlo fecero sì che ogni forma vivente o non vivente del mondo doveva giurare eterna fedeltà e non procurare alcun danno al dio. E così fu, gli dei si divertivano a scagliare su Baldr qualsiasi oggetto senza portar alcuna sofferenza. Loki indispettito da ciò con uno stratagemma scoprì che solo il vischio non aveva prestato giuramento. Con un inganno fece colpire Baldr con un rametto di vischio dal dio cieco Hǫðr uccidendolo. Hermóðr è il secondo brano, il testo racconta la discesa nel mondo di Hel del dio Hermóðr figlio di Odino, incaricato per riportare tra i vivi il fratello Baldr. Egli raggiunge la regina del male grazie allo stallone con otto zampe Sleipnir. Tutte gli esseri viventi e non dovranno piangere per Baldr, queste sono le condizioni dettate dalla regina, solo una gigantessa ( che in realtà risulta essere Loki) si rifiuta di piangere costringendo così il dio a rimanere per sempre nel regno di Hel. In The Prey parliamo della cattura del dio Loki. Gli Asi riescono a catturarlo mentre si nascondeva con sembianze di un salmone in un torrente. Loki verrà imprigionato e torturato fino a quando verrà liberato prima che si scateni il Ragnarok… del Ragnarok abbiamo parlato nel disco omonimo uscito due anni fa. Si passa all’ultimo brano che è After The End che racconta cosa succede e come risulta essere il mondo dopo la fine di tutto.

Il disco è il secondo di una trilogia iniziata con Ragnarok, quindi il prossimo album sarà anche l’ultimo di questo viaggio che, possiamo dirlo?, ha portato il nome dei Bloodshed Walhalla in giro per il mondo. Stai già lavorando al successore di Second Chapter?

Stiamo lavorando al terzo capitolo della saga ma non posso dirti nulla oltre al fatto che sarà un super album, sicuramente più evoluto e maturo dei precedenti e spero anche più professionale per quanto riguarda registrazione e confezione. Non che i precedenti siano malvagi, anzi, come dici tu i lavori hanno fatto e stanno facendo realmente il giro del mondo. Siamo stati recensiti quasi ovunque, il nome dei Bloodshed Walhalla ormai è una realtà costante nell’underground italiano ed internazionale.

Dopo Ragnarok hai avuto modo di suonare in giro per l’Italia. Era la prima volta live dei Bloodshed Walhalla che, lo ricordo ai lettori, è una one man band in studio. Le reazioni della gente al tuo concerto a Roma sono state sorprendenti, te lo aspettavi? Hai anche suonato con Benediction e Dark Funeral: vuoi raccontarci qualche aneddoto di quelle date e cosa hai imparato da quei concerti?

Sì, i Bloodshed Walhalla sono ancora una one-man-band in studio ed anche il terzo capitolo andrà sulla stessa linea compositiva dei precedenti. La nostra situazione per quanto riguarda i live è molto semplice, i ragazzi che fanno parte del progetto studiano le parti che io scrivo e il tutto viene proposto sul palco. Abbiamo iniziato così, ai ragazzi sta bene. Non so per quanto riusciremo ad andare avanti perché le difficoltà sono parecchie, ma fino a quando non ci siamo fermati tutti ci siamo veramente divertiti ed abbiamo accumulato una certa esperienza. Suonare sullo stesso palco dei Dark Funeral, Benediction, Furor Gallico, Necronomicon, non è semplice. Devi reggere l’urto con il pubblico. Noi siamo abituati nei piccoli locali con max 30 persone. A Roma e a Milano abbiamo trovato il vero pubblico, gente che ti stringe la mano e ti fa sentire importante. Ricordo perfettamente le sensazioni che abbiamo provato salendo su questi palchi, quasi di incredulità, ci chiedevamo cosa ci facessimo noi di fronte a tutta quella gente, poi dopo il primo tremore e le prime urla tutto diventava più chiaro e semplice da gestire. In particolare nel concerto con i Dark Funeral a Milano ci siamo trovati di fronte un pubblico a tre zeri. Sicuramente non erano venuti a vedere noi, ma dal coinvolgimento che siamo riusciti a trasmettere mi sono accorto che la gente si è divertita ed ha apprezzato il nostro show. Poi tutto sul più bello, dato che avevamo appena firmato un contratto con una agenzia di booking che avrebbe curato la nostra parte dal vivo, è crollato come un castello di carta. Ora stiamo capendo insieme come è quando ripartire più determinati di prima.

Ho visto che c’è una sorta di gemellaggio con Apocalypse, one man band di Torino anch’essa debitrice ai Bathory, fresca autrice di Pedemontium. Cosa pensi della sua musica e ci sono altre realtà italiane che segui?

Non c’è da dire molto, appena ho sentito che un’altra band italiana stava incentrando la sua musica sulle tonalità da te citate, mi sono subito incuriosito e senza aspettare molto ho contattato Erymanthon ed è nata subito una bella amicizia, ci scambiamo i lavori e qualche consiglio. L’ultimo album degli Apocalypse è davvero eccezionale, suona maledettamente viking! Un giorno magari potremo anche fare qualche lavoro insieme, ci siamo scritti e l’idea è piaciuta ad entrambi. Chissà!!!

Mi è piaciuto un sacco l’EP Mather, nel quale folklore lucano e viking folk metal andavano a braccetto. Potresti fare qualcosa del genere in un prossimo futuro oppure si è trattato di un esperimento che non avrà un seguito?

Mather è stata una bellissima idea, combinare il viking metal con alcune canzoni popolari della nostra terra ha reso i Bloodshed Walhalla in un certo senso unici. L’esperimento è riuscito alla perfezione, le due culture si sono fuse in maniera efficiente e tanti sono stati gli elogi da parte di chi ha ascoltato questo lavoro. Mather è un progetto che sicuramente non rimarrà fine a se stesso, ma avrà sicuramente un successore, magari anche più completo da non rimanere un semplice EP. L’intenzione è quella di fare un vero e proprio album, bisogna solo trovare il tempo per farlo dato che stiamo concludendo ancora l’ultimo capitolo della trilogia sul Ragnarok. In seguito abbiamo altre sorprese da proporre al nostro pubblico, ma per ora ce le teniamo in segreto e saremo pronti a deliziarvi non appena sarà il momento giusto per farlo. Per ora godetevi Second Chapter che è appena uscito ed ha bisogno di essere supportato dato che ancora non ve lo possiamo proporre dal vivo. Comunque sicuramente un Mather atto secondo ci sarà, potete starne certi.

Ci sarà modo di avere su cd o vinile l’EP The Walls Of Asgard e il tributo ai Bathory, o resteranno solo in digitale?

The Walls Of Asgard a nostro avviso è un capolavoro che non può rimanere solo in digitale ma merita molto di più. Avete ascoltato The Pact? È un’opera stratosferica, forse la migliore tra le tre longtracks proposte finora, vi consiglio di ascoltarla e giudicarla. Stiamo progettando qualcosa a riguardo, ma per ora non vi dico nulla perché dovrebbe coinvolgere tutta la band e non una sola persona. Per quanto riguarda il tributo ai Bathory, penso che per ora rimarrà solo in digitale, anche perché, per chi ci segue e sa la nostra storia, quelle sono canzoni degli esordi di quando i Bloodshed Walhalla volevano essere una cover band dei Bathory, praticamente tutti i file sono stati perduti o chissà dove sono e perciò andrebbero ri-registrate nuovamente e francamente non ha senso. Per chi desidera ascoltarle può visitare le nostre pagine.

Drakhen, ti ringrazio per la tua disponibilità e ti ringrazio per regalarci ogni volta della grande musica. Hai lo spazio per concludere come meglio credi l’intervista.

Ringrazio te Mister Folk per avermi dato l’opportunità di chiacchierare un po’ con te e con chi segue la tua webzine. Ringrazio chi ci segue e mi contatta per aver notizie del nostro futuro, molti ancora non sanno se siamo una band o una one-man-band e ad essere sincero non lo so neanche io, so solamente che c’è una realtà che ormai è radicata e che piaccia o no continuerà per la sua strada. Spero di incontrarvi tutti per stringerci la mano ed abbracciarci bevendo della sana birra. Spero anche che i Bloodshed Walhalla tornino a suonare dal vivo, naturalmente se ci sarà la possibilità di farlo, il prima possibile per così condividere con voi tutti i sacrifici che stiamo facendo per regalarvi musica e le sensazioni più genuine dell’heavy metal. Noi ce la mettiamo tutta, voi sosteneteci, a presto! Drakhen.