Intervista: Infinitas

Quella degli svizzeri Infinitas è una proposta insolita: heavy thrash ed elementi folk in un unico album sono merce rara anche perché l’accoppiamento è sicuramente rischioso oltre che davvero insolito. Civitas Interitus, il loro ultimo album, è la risposta a ogni dubbio. Curiosi di saperne di più, di come è nato questo connubio e cosa pensa la band? Ha risposto alle domande la cantante Andrea Böll, buona lettura!

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Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione dell’intervista.

Ho da poco recensito il vostro Civitas Interitus, ma prima di passare al disco vorrei che vi presentaste ai lettori di Mister Folk.

Siamo gli Infinitas e veniamo dal bellissimo paese di Muotathal, in Svizzera. La nostra line-up attuale ha Andrea alla voce, Selv alle chitarre e Piri dietro alla batteria. Però al momento siamo in cerca di persone divertenti capaci di suonare bene che il violino e il basso.

Il vostro primo lavoro è l’EP Self-Destruction del 2015. Come e quanto sono cambiati gli Infinitas negli ultimi due anni?

Da un punto di vista musicale non siamo cambiati molto. Le nostre canzoni hanno più struttura, ma in pratica lavoriamo ancora a ognuna individualmente. Ci sono stati dei cambi di strumento in formazione, che sono il motivo per cui stiamo cercando qualcuno per violino e basso. Tempo fa avevamo una ragazza ai flauti, ma ormai siamo passati oltre quel periodo, è l’ora che gli Infinitas trovino una line-up stabile per creare le fondamenta su cui basare un suono creativo e magnifico.

Civitas Interitus è un concept album interessante sia per la musica che per i testi. Vorrei partire da quest’ultimi e ascoltare il racconto della storia narrata nelle canzoni…

C’è effettivamente una storia che attraversa l’intero album, dall’Intro all’Outro. Racconta di diversi demoni e di come distruggono la città di Lunatris. Ogni demone distrugge una parte diversa della città, per assicurarsi che non ci sia via di scampo e che alla fine venga completamente demolita. Il nostro protagonista prova terrore, pericolo e resistenza. Sente che c’è qualcosa di strano e cerca un luogo sicuro, ma non riesce a trovarlo. Alla fine scappa con una barca e attraversa il mare.

Reputo il vostro full-length un disco ben riuscito, ma a colpirmi particolarmente sono stati i ritornelli. Credo che dietro ci sia un gran lavoro e il risultato è sempre di altissima qualità. Era un vostro obiettivo quello di creare dei ritornelli accattivanti e di facile assimilazione?

È una buona domanda. Sappiamo apprezzare un ritornello che attira, ma preferiremmo avere una canzone che sia intrinsecamente consistente. Lavoriamo con molta cura su ogni canzone e lasciamo che i membri del gruppo ci inseriscano le loro idee, anche se ciò significa che ogni tanto bisogna aggiustare il songwriting di Selv. Non ci fermiamo finché ogni membro non è soddisfatto del risultato, e anche finché non gli piace suonarlo. Vogliamo che gli altri sentano la nostra passione.

In Skylla sembra di ascoltare degli echi maideniani: la band di Steve Harris è tra le vostre influenze?

Ci piacciono i Maiden e il nostro precedente bassista, Pauli, è forse il più grande fan degli Iron Maiden sulla faccia del pianeta. Ci sono parecchie band che hanno influenzato le nostre canzoni, come Skylla: Amorphis, Children Of Bodom, Opeth, Wintersun, Ensiferum ecc. Certe influenze sono abbastanza riconoscibili, ogni tanto.

Avete dato molta importanza al booklet, che infatti è bello e davvero curato nei minimi dettagli. In particolare mi ha colpito la mappa, ritengo sia molto importante per comprendere meglio i testi e avere visivamente sotto controllo i luoghi dove avviene la storia.

Esatto, ci abbiamo messo un sacco di passione e lavoro sia nel booklet che nel design. Per noi è importante che l’ascoltatore non senta solo poche canzoni, ma che capisca l’intera storia dietro all’album. Per questo abbiamo pensato che una mappa avrebbe potuto essere d’aiuto per visualizzare il tutto. Il booklet offre parecchio a chi ha un occhio per i dettagli – e anche il lavoro artistico è qualcosa a cui vale la pena dare un’occhiata. Molti danno solo un’occhiata alla mappa e capiscono subito cosa stia succedendo.

La prima volta che vi ho ascoltato il pensiero è stato “wow, thrash e folk insieme, questa è una novità!”. Come vi è venuta l’idea di mischiare due generi molto differenti tra loro e c’erano all’interno della band qualcuno che non era d’accordo? Che voi sappiate, ci sono altre band che uniscono questi due generi?

All’inizio volevamo solo suonare thrash con voce femminile e violini. Per fortuna abbiamo creato qualcosa di ancora più unico. Ci sono ancora elementi thrash, e anche folk, ma abbiamo inserito anche cose melodic e death. Alla fine della fiera, non importa che genere suoniamo. Vogliamo solo divertirci e dare vita alle nostre idee. Selv si occupa di scriverle. È lui la persona dietro alle idee e alla visione del gruppo, e le tira fuori con la chitarra. Di sicuro ci sono band con un suono simile al nostro a cui ci comparano, come gli Skyclad. Non ne avevamo mai nemmeno sentito parlare finché qualcuno non ha detto che suonavamo simili a loro. Hanno un suono unico, che mischia parecchi generi, proprio come noi. Però non ci piacciono i confronti, perché non sono importanti. La cosa più importante è se la musica ti piace o no. Ad esempio se Selv tira fuori una nuova idea e piace a tutti gli altri, la suoniamo senza guardare il genere. Se non ci piace, non la suoniamo – è semplice.

Avete mai temuto di essere poco thrash per i thrashers e poco folk per chi ama il folk?

Ahah, e perché dovremmo? Sul serio, siamo chi siamo e c’è sempre qualcuno a cui non piacerai e lo sappiamo. Non lasciamo che sia una cosa che ci influenza. A volte scriviamo canzoni pesanti, a volte cose più rilassate. Non costringiamo nessuno a ascoltarci. Se non ti piace, va bene così. Ovviamente ci fa piacere se apprezzi la nostra musica. Ci sarà sempre qualcuno che dice che non siamo abbastanza thrash o che chiede più elementi folk a gran voce. Questo tipo di feedback riconosce l’esistenza del nostro lavoro, e noi andiamo avanti come vogliamo visto che ci sono altrettante persone che dicono che siamo il mix perfetto di merda pesante e melodica (heavy and melodic shit).

Il disco è un autoprodotto: una scelta precisa da parte vostra o mancanza di valide alternative?

L’abbiamo scelto noi. Due di noi sono musicisti a tempo pieno, che ci permette di svolgere i nostri compiti durante il giorno. È interessante osservare cosa succede durante la produzione, il rilascio e il marketing di un album. Per noi è importante non solo vedere, ma anche comprendere quel processo. Vogliamo continuare così finché possiamo e accumulare esperienza. Un giorno magari lasceremo qualcosa ad altre persone, ma alla condizione che il risultato finale sia sempre approvato da noi. Per ora facciamo tutto noi.

Dopo la release di Civitas Interitus su cosa state lavorando? Ci sono nuove canzoni in cantiere?

C’è un lyric video, e stiamo filmando un video. Ci sono anche dei progetti segreti, roba top secret di cui non possiamo ancora parlare. Ti dico solo questo: la fabbrica delle idee sta facendo gli straordinari. C’è un sacco di movimento nel nostro studio.

Grazie per la disponibilità, avete tutto lo spazio per aggiungere qualsiasi cosa vi passi per la testa.

Grazie davvero a Mister Folk per questa intervista, e soprattutto grazie a te, caro lettore, per essere arrivato fin qui e leggere della nostra roba. È davvero figo. Se vuoi tenerti aggiornato sugli Infinitas puoi dare un’occhiata a www.infinitasband.ch, su Youtube, Facebook e ovviamente Bandcamp. Siamo sempre alla ricerca di opinioni costruttive. A presto \m/

ENGLISH VERSION:

I’ve just reviewed Civitas Interitus, but before moving on to the album I’d like to ask you to introduce yourselves to Mister Folk’s readers.

We are Infinitas and are from the beautiful town of Muotathal, Switzerland. Our current line up consists of Andrea on vocals, Selv on guitar and Piri on drums. However, we are looking for skilled, fun people to play violin and bass.

Your first work is the Self-Desctruction EP, from 2015. How and how much has Infinitas changed in the past few years?

We haven’t really changed much from a musical point of view. Our songs might be a bit more structured, but basically we treat each song individually. We’ve had a few instrumental changes, hence why we’re undergoing another change and that’s why we are looking for somebody at violin and bass. Some time ago we had a girl playing the flute, although we have moved on and it’s time for Infinitas to find a stable line up to create a foundation and provide creative and awesome sound based upon.

Civitas Interitus is an interesting album to listen to, both regarding music and lyrics. I’d like to start from here, and listen to the story that is being told throughout the tracks…

There is indeed a story leading through the whole album, from Intro to Outro. It’s about several demons and how they destroy the city of Lunatris. Each demon ravages a different part of the city to make sure the whole city stands no chance and eventually will be completely demolished. Our protagonist experiences danger, fear and resistance. He feels something isn’t right and is in search of a safe place, but can’t find one. Eventually he escapes by boat and travels across the sea.

I believe your full-length is a well-realized album, but I was particularly impressed by the choruses. There’s a lot of work behind them, I believe, with very high quality results. Was writing catchy choruses able to easily hook the listener one of your goals?

That’s a good question. We appreciate a catchy chorus, however we’d rather have a song that is inherently consistent. We work meticulously on every song and let band member bring in their thoughts, even though it means that Selv’s song writings need to be changed again at times. That’s the way our songs are being made. We won’t stop until every single member is happy with the result and also loves to play it. We want others to be able to feel our passion.

There’s some Iron Maiden-ish influence in Skylla; is Steve Harris’ band one of your main influences?

We like Iron Maiden and our former bass player, Pauli, is probably the world’s greatest Iron Maiden fan. There’s quite a few bands which have influenced our songs, such as Skylla: Amorphis, Children Of Bodom, Opeth, Wintersun, Ensiferum etc. Every now and then certain influences are recognizable .

You put a lot of care into the booklet, which is very refined even down to the smallest details. I’m particularly impressed by the map, which I felt was very important to understand the lyrics and visualize all the locations where the story is set in.

That’s right, we have put a big effort and lots of passion into the booklet and design. It’s important to us that the listener doesn’t just get to hear a few songs, but rather understand the whole story behind the songs. That’s why we thought a map would help visually through the songs and album. The booklet offers so much to all who have an eye for details – also the artwork is worth checking out J All others just look at the map and instantly know what’s going on.

The first time I listened to your works I thought “wow, thrash and folk? That’s definitely new!” How did you come up with this idea of mixing two very different genres, and was anybody in the band who disagreed? Do you know of any other band playing this peculiar mix?

Initially we wanted to play thrash metal with female vocals and violins. Fortunately we created something even more unique. There’s still some thrash elements around and also folk, but we include even melodic and death metal elements. At the end of the day, it’s not important what kind of music we play. We just want to have fun and fulfil our own ideas. Selv writes our songs. He’s the man with the ideas and visions and rings them out with his guitar. Surely there are bands with similar music to whom we get compared to, like Skyclad. We had never heard of them before till somebody compared us to them. They produce an unique sound with different genres mixed together, a bit just like us. However we don’t really like comparisons, because they are not important. The most important thing is whether you like certain music or not. For example when Selv brings up a new idea of a song and we all dig, we play it no matter what genre. If we don’t like it, we don’t play it – simply put.

Have you ever been afraid of not being thrash enough for thrashers and not folk enough for folk lovers?

Haha why should we? Seriously, we are who we are and there’s always people who don’t like you and we know that. We don’t let that fact influence us. Sometimes we create heavy songs, sometimes we come up with soft stuff. We don’t force anyone to like our music. If you don’t dig it, fair enough. Of course we appreciate if you like our music. Obviously there’s always people who claim we were not thrash enough or who ask for more folk elements. Feedback like these acknowledge our work and we continue our way since there are equally as many people who say we play the perfect mix of heavy and melodic shit.

The album is self-published: was this by choice or by necessity?

It was our choice. Two of us are full-time musicians, which allows us to run our daily errands during the day. It’s a very interesting process to see what it all takes to produce, release and market an album. It’s important to us to not only see but also to understand that very process. We want to keep this up for as long as we can and gain experience. One day we might be willing to outsource certain parts but only as long as we have a say in the final product. As of now we still do all the work.

After having released Civitas Interitus, what are you working on now? Any new tracks?

A lyric video and we are also working on a music clip. On the other side we are working on secret projects, highly classified stuff we can’t tell anything about just yet. Just this: the creativity factory is working overtime. There’s lots of action going on in our studio.

Thank you for your availability, here’s all the space you want to say anything you might want to say.

Thank you very much Mister Folk for this cool interview and many thanks in particular to you, dear reader, for still keeping it up and reading our stuff. Awesome. If you want to be kept updated about Infinitas, don’t forget to check us out at www.infinitasband.ch, Youtube, Facebook and of course Bandcamp. We appreciate any feedback. See you soon \m/

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Intervista: Eluveitie

Negli ultimi tempi degli Eluveitie se n’è parlato non poco: il brusco (e inatteso) split con tre membri della vecchia guardia (2016) ha suscitato tanto timore nei fan sopratutto per la figura di Anna Murphy, vista come rappresentante della band svizzera al pari del leader Chrigel Glanzmann. Gli elvetici, senza tanti giri di parole o polemiche si sono messi al lavoro e hanno pubblicato di recente il bel disco acustico Evocation II – Pantheon, opera prima per i nuovi arrivati, lavoro accolto con curiosità dal pubblico e con un occhio di riguardo per Fabienne Erni, la nuova vocalist. La cantante ha risposto con grande gentilezza e sorrisi alle mie domande, tra curiosità e voglia di far conoscere ai lettori la talentuosa musicista.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION –

Un ringraziamento a Stefano Zocchi per la traduzione dell’intervista.

ph: Pix’Hell & Décibels

Per prima cosa complimenti per l’ottimo lavoro su Evocation II – Pantheon. Quali sono le tue sensazioni ora che il disco è stato pubblicato e ben accolto praticamente ovunque?

Grazie mille per l’interesse. 🙂 È fantastico! Sono felicissima di aver avuto un feedback così positivo e che alla gente piaccia l’album tanto quanto a me. Registrare il disco è stato un viaggio bellissimo, e personalmente un’esperienza indimenticabile.

Sei la nuova cantante degli Eluveitie, ma non si sa molto di te prima di entrare a far parte della band di Granzmann. Vuoi raccontarci i tuoi trascorsi musicali e come ti sei avvicinata alla musica?

Forse suona un po’ sdolcinato, ma ho semplicemente amato cantare sin da quando ero piccola. Quando ho compiuto vent’anni sono andata in Svezia per studiare musica per un anno, e ho avuto l’occasione di conoscere il folk e il metal scandinavo e me ne sono innamorata. Al momento studio musica a Zurigo per diventare un’insegnante di canto. Non ho mai fatto parte di una “mia” band, ho suonato solo in gruppi scolastici. La mia passione è sempre stata il canto accompagnato dal piano, che suono io stessa. Ho fatto molti matrimoni, era un tipico lavoro da studente e mi piaceva parecchio. E adesso mi concentro sugli Eluveitie al 150%. 😉

Come sei entrata in contatto con la band? Penso tu abbia sostenuto un provino: ci puoi svelare come si è svolta la cosa e quali canzoni hai cantato?

Jonas Wolf, il nostro nuovo chitarrista, andava alla stessa scuola in cui andavo io a Zurigo, più o meno ci conoscevamo. Mi ha raccomandato alla band e loro si sono fatti sentire. La cosa mi ha un po’ intimidito, e mi ci è voluto molto coraggio per mandargli una demo di Call Of The Mountains – che ho registrato sul cellulare nella cantina di casa mia! 😉 Poi ho incontrato la band per conoscerli. Io e Chrigel stavamo registrando qualcosa per vedere come funzionava, se c’era intesa nel lavoro e si… alla fine ero la prescelta! 😉

Suoni l’arpa e la mandola: come è nato l’amore per questi strumenti?

Ho imparato l’arpa per gli Eluveitie. È uno strumento che mi ha sempre affascinato, ma fino ad allora avevo suonato solo piano e chitarra. Mi sono innamorata dello strumento ed è sempre affascinante continuare ad approfondirlo. 🙂

Le canzoni di Evocation II – Pantheon erano tutte pronte quando sei entrata in formazione oppure hai contribuito in fase di composizione? Ci sono dei brani che per qualche motivo senti più tuoi?

Era interessante vedere come alcune canzoni e certe idee si sono create e sviluppate durante il lavoro in studio. Era la prima volta che registravo in uno studio professionale, è stato molto figo e molto intenso. Abbiamo passato parecchio tempo a lavorare alle canzoni, ma anche a cucinare e chiacchierare e a divertirci. E se dovessi scegliere una delle canzoni che sento come più “mia”, direi Artio, avevo un sacco di libertà in quel brano e adoro quella melodia, è fantastica. 🙂

Ho apprezzato veramente tanto la tua interpretazione in Artio, trovo che sia un brano molto delicato che colpisce il cuore dell’ascoltatore. A me ha ricordato la bella serie TV Outlander. Ci puoi raccontare qualcosa sul testo e come ti sei preparata per una canzone del genere?

Grazie mille! 🙂 La canzone parla di una donna celtica, che era stata deportata lontano dalla sua casa. Ripensa alla sua famiglia, al suo amore, alla sua casa e si sente sola, persa e disperata. Mi sono immaginata nei suoi panni, seduta in mezzo alla natura e con nostalgia della mia famiglia, dei miei amici e del mio amore. Mi chiedevo come stessero, e che aspetto avesse casa mia dopo tutto quel tempo. L’ho approcciata all’inizio in maniera calma, triste e introversa. Nel finale sono disperata e urlo il mio dolore.

In Evocation II – Pantheon c’è molto irish folk: ti piace come genere e pensi che nei prossimi lavori della band ci potrà essere spazio per questo stile in un contesto metal estremo?

Amo l’irish folk, o il folk in generale – è il motivo per cui gli Eluveitie mi piacciono così tanto. Un sacco di strumenti diversi fusi col metal, che altro potrei desiderare! 😉 Per me, quando ascolto gli Eluveitie, immagino uno scenario fantasy davanti a me. C’è qualcosa di mistico e fantastico, e si – ovviamente ci sarà spazio! 🙂

Quali sono le canzoni degli Eluveitie versione metal che preferisci? C’è una canzone che normalmente è fuori repertorio ma che ti piacerebbe proporre live?

Questa è difficile! 🙂 Hmm… Call Of The Mountains mi piace particolarmente da cantare. Mi identifico molto con il testo, e adoro la melodia e l’energia della canzone. Lvgvs è sempre divertente, e poure Catvrix, perché è parecchio intensa. Mi piace un sacco anche fare Artio live, è sempre una sfida immergersi nella storia e, spero, toccare la gente che ascolta. 😉 Una delle mie canzoni preferite degli Eluveitie è Ne Regv Na, e non l’abbiamo mai suonata live per ora… speriamo in futuro! 🙂

Com’è stato l’impatto con una realtà grande come quella degli Eluveitie? Hai sentito pressione durante i primi show e come hai reagito dinanzi a migliaia di spettatori che cantano le canzoni?

Ho sempre avuto un sacco di rispetto per la band prima di unirmi a loro! Il nostro primo concerto in assoluto è stato a gennaio 2017, alla Eluveitie and Friends, ero nervosissima ma anche parecchio curiosa. Lo show mi è piaciuto tantissimo, era incredibile sentire così tanta energia dal pubblico. 🙂

Come ti trovi con le altre ragazze della band, Michalina Malisz e Nicole Ansperger? Vi conoscevate di persona prima di ritrovarvi nella stessa band?

Le adoro! 🙂 Non le conoscevo, no, ma ora siamo amiche fantastiche e sono felicissima di averle conosciute! Ed è fantastico poter chiacchierare di “cose da ragazze” durante il tour! 😉

Cosa ascolta Fabienne Erni quando è a casa lontana dagli impegni professionali?

Al momento canzoni di Natale, ahah. 😉 Adoro i pezzi natalizi svedesi, ma anche quelli più vecchie degli anni cinquanta. Ma a parte quello, di solito ascolto folk (Sofia Karlsson, Triakel) e cantanti magnifici come Eva Cassidy.

Infine ti vorrei chiedere del paragone con Anna Murphy. Ho letto e ascoltato molti pareri in giro, spesso assai diversi tra loro. Chiaramente è una cosa sulla quale ti sarai preparata, ma voglio comunque dirti che la tua prova su Evocation II – Pantheon è di altissimo livello e la tua voce è perfetta per il sound degli Eluveitie. Come hai vissuto e stai vivendo questo “duello” a distanza?

Grazie, davvero. 🙂 Per me è stato fondamentale fin dall’inizio non “rimpiazzare” Anna. Sono un nuovo membro, non sono Anna, sono Fabienne. Porto il meglio che so fare nella band e ci metto il massimo! 🙂

Grazie mille per la tua disponibilità e gentilezza. Spero di poter vedere nuovamente gli Eluveitie in tour, magari a Roma. Ciao!

Grazie mille per l’intervista! Stammi bene! 🙂

line-up 2017

ENGLISH VERSION:

First of all, congratulations for your great work on Evocation II – Pantheon. How do you feel now that the album has been released and reception has basically been universally positive?

Thank you so much for having me. 🙂 It feels great! I am so happy that we got a lot of positive feedback and that people enjoy the album as much as we do. It was a wonderful journey to record this album and an unforgettable experience for me.

You’re Eluveitie’s new vocalist, but not much is known about your history before joining Granzmann’s band. Could you tell us about your past experiences and how you got into music?

Maybe it sounds a bit cheesy, but I simply loved to sing since I was a child. When I was 20 year old I went to Sweden to study one year music there, where I also got in touch with scandinavian folk and metal and fell in love with both of them. At the moment I study music in Zurich to become a singingteacher. I never was in an „own“ band, I only played in school-bands. My passion was and is to accompany myself on the piano while singing. I often sang on weddings, it was like a student-job, which I really enjoyed. And now I am concentrating on Eluveitie 150% ;-).

How did you get in touch with the band? I suppose you had to go through an audition; can you tell us how that went and which songs you had to sing?

Jonas Wolf, our new guitarist, and me went to the same school in Zurich, so we kind of new each other. He recommended me to the band and they contacted me. I had huge respect of this and it took me lots of courage to send in a demo of Call Of The Mountains which I recorded on the phone in the cellar at my home ;-). Later I met the band so we get to know each other. Chrigel and me were recording something together to see how the chemistry is during working. And yes… in the end I was the chosen one! 😉

You play harp and mandola: when was your love for these instruments first born?

I began to learn harp for Eluveitie. I always was fascinated by this instrument, but only played the piano and the guitar before. I am in love with the instrument and it’s exciting to get into this instrument more and more. 🙂

Were the tracks in Evocation II – Pantheon already finalized when you joined the band or did you have some input in the songwriting? Are there songs you feel are more “yours,” and if yes, why?

It was interesting to see, how some songs and some ideas for songs formed and developed during our studio-time. It was my first time that I could record in a professional studio and the time was very intense and cool. We spent so much time together working on the songs, but also cooking together and talking and having a good time. And if I would have to choose one of the song, that feels most „mine“, it is Artio, there I had so much freedom and I love the wonderful melody. 🙂

I really appreciated your work in Artio, I find it to be a very delicate track hitting the listener right in their heart. It brought to mind the great TV show Outlander to me personally. Can you tell us about the lyrics and how you approached this kind of song?

Thank You so much! 🙂 The song is about a celtic woman, that was deported far away from her home. She thinks back to her family, her love, her home and feels sad, lost and desperate. I imagined, that I am this woman, sitting in the nature and missing my family, friends and my love. I am wondering, how they are doing and how my home looks by now. First I am very calm, sad, and introverted. In the end I am desperate and scream out my pain.

Evocation II – Pantheon contains a lot of Irish folk. Is this a genre you appreciate, and do you think there’s space for it in an extreme metal context for the band’s next works?

I really love irish folk, folk in general. This is why I appreciate Eluveitie so much. The different folk instruments mixed with hard metal, what more can I wish for! 😉 For me, when I listen to Eluveitie, I often see a fantasy-scenery in front of my eyes, it has something mystical and imaginative. And yes, of course!! 🙂

What are the tracks in Eluveitie’s metal repertory that you enjoy the most? Is there any song that’s not being played live that you’d like to bring to the stage?

That’s a hard one! 🙂 Hmm… I really enjoy singing Call Of The Mountains. I can relate to the lyrics very well and I love the melody and the energy of the song. Lvgvs is always fun to do as well, also Catvrix, because it’s so intense. I also enjoy doing Artio live, it’s always a challenge to get into the story of the song and hopefully touching the people. 😉 One of my favourite songs of Elu is Ne Regv Na and we never played this one life with me… let’s see about the future! 🙂

What was your first impact with such a huge band like Eluveitie like? Did you feel the pressure during your first shows, and how did you react in front of thousands of people singing your songs?

I had a huge respect of joining such an amazing band! On our very first concert in january 2017 at Eluveitie and Friends, I was very nervous but also very curious. I enjoyed the show so much, it was amazing to feel so much energy from the audience. 🙂

What’s your relationship with the other girls in the band (Michalina Malisz and Nicole Ansperger) like? Did you already know each other before ending up in the same band?

I love them! 🙂 I didn’t know them before, now we are very good friends and I am so happy to have gotten to know them! And sometimes it’s wonderful to have girls-talk on tour! 😉

What does Fabienne Erni listen to when she’s home, away from professional responsibilities?

Right now, christmas songs haha 😉 I love swedish christmas-songs but also old ones from the 50ies :-). But otherwise I mostly listen to folk (Sofia Karlsson, Triakel) and wonderful singers like Eva Cassidy.

Lastly, I’d like to ask you about the comparison with Anna Murphy. I’ve read and heard a lot of opinions, often very contrasting ones, regarding this topic. It’s clearly something you’ve given thought about, but I’d like to say first that your work on Evocation II – Pantheon is of an exceptionally high level and your voice fits the Eluveitie sound perfectly. How are you living this sort of long distance “duel”?

Thank you so much. 🙂 For me it was always important, that I don’t „replace“ Anna. I am a new member, I am not Anna, but Fabienne. I am bringing my best into the band and give it all I got! 🙂

Thank you so much for your kindness and patience. I hope I’ll be able to see Eluveitie on tour again, maybe in Rome. Ciao!

Thank You so much for the interview! Take care! 🙂

Fabienne Erni, Michalina Malisz e Nicole Ansperger

Intervista: Elvenking

20 anni di attività, ma soprattutto 20 anni di grandi dischi, tour sempre più importanti e l’affetto dei fan che ha dato la spinta anche nei momenti meno facili. La carriera degli Elvenking è di quelle che si sognano a 14 anni quando s’imbraccia per la prima volta la chitarra e ci si immagina su di un palco con migliaia di occhi addosso e le note del tuo strumento sputate dalle casse a volumi inimmaginabili. Damna, frontman della band, ha ripercorso la storia di un gruppo che ha iniziato con un paio di cover di Iron Maiden ed Helloween per poi calcare i palchi di Sud America e Giappone con fan impazziti sotto al palco.

1997-2017: venti anni di attività. Avete in serbo qualche cosa di speciale per festeggiare questo importante anniversario?

Ci siamo concentrati sul nuovo disco e l’anno è scivolato via velocemente! Direi che l’uscita di un nuovo album così importante e tutte le date che abbiamo fatto quest’anno in posti che non avevamo mai visitato prima come Messico, Argentina e Brasile possono comunque essere degli ottimi momenti di “festeggiamento”!

Avete mai pensato di ri-registrare i brani dei primi dischi? Cosa pensi di questo tipo di pubblicazione che ha visto grandi nomi del rock e del metal farne uso?

Ci abbiamo pensato più volte, però alla fine l’unica cosa che avrebbe senso rifare, sarebbe il secondo disco, in un modo o nell’altro. Vuoi per la scelta delle canzoni, vuoi perché è l’unico disco senza me alla voce. Ci stiamo pensando…!

In due decadi hai vissuto sulla pelle i cambiamenti della scena italiana. Da musicista, ma anche da fan, quali sono i cambiamenti maggiori che hai avvertito?

Mah, direi che la scena italiana è sempre stata molto altalenante. Continui alti e bassi. Non abbiamo mai avuto la stabilità di altri paesi in questo ambito. Di sicuro è incredibile constatare di essere ancora qui…! E forse siamo qui soprattutto grazie all’estero, anche se nel nostro paese abbiamo una fanbase affezionata e invidiabile!

Con la band avrai sicuramente vissuto tanti bei momenti e alcuni meno piacevoli. Ti va di condividere alcuni ricordi e di raccontare degli episodi che ti sono rimasti impressi nel cuore?

Beh di momenti emozionanti ce ne sono davvero tantissimi. Il primo disco, il primo tour, le date in paesi lontanissimi. Questa band ci ha portato davvero tantissime soddisfazioni, anche se i momenti bui non sono mancati, ma soprattutto non è mancata mai la fatica e il duro lavoro, senza i quali non saremmo sopravvissuti nemmeno un anno.

Lo scorso dicembre siete stati in Giappone: come vi trovate in quel paese e come reagisce il pubblico alla vostra musica? Ti fa impressione pensare che c’è gente dall’altra parte del mondo che ama la tua musica?

Il Giappone è fantastico. È senza dubbio un altro mondo rispetto al nostro. Fa un po’ impressione sì, tantissimo piacere, ma anche un po’ rabbia…se fosse anche qui così, le cose sarebbero decisamente più semplici.

Gli Elvenking in Argentina

Sono un fortunato possessore del vostro bellissimo demo To Oak Woods Bestowed: ricordo che quando lo ascoltai per la prima volta rimasi sorpreso dalla qualità delle composizioni, non riuscivo a credere che provenisse dall’Italia il demo più bello mai ascoltato. A distanza di diciassette anni, quale emozioni provi ascoltandolo o pensando a quei tempi?

Sorrido! Come quando si vecchia una vecchia foto, sai di quelle dove si ha una pettinatura un po’ imbarazzante… però sono i tuoi anni, è il tuo passato, è la tua vita ed è quello che ti ha fatto diventare quello che sei oggi. Ecco questo è quello che mi scaturisce il nostro primo demo!

Continuiamo a parlare degli esordi della band. Come si è svolta la prima prova che ti ha visto impegnato al microfono?

Me la ricordo come fosse ieri! I chitarristi, uno con la maglia dei Gamma Ray e l’altro dei Manowar. Band che amavo tantissimo ed era così strano vedere nella nostra zona qualcuno appassionato a quel genere. Non mi pareva vero. In ogni caso mi ricordo le cover che abbiamo suonato, The Trooper dei Maiden e I Want Out degli Helloween. E poi i ragazzi mi hanno fatto sentire i loro brani… lì è nato tutto!

Grazie al demo avete firmato con l’importante AFM Records: immagino lo stupore e la gioia che ciò vi ha portato. Ti va di ricordare come si sono svolte le cose?

Mi ricordo quella telefonata. A casa mia se non ricordo male. Aspettavamo la classica risposta da almeno una delle etichette alle quali avevamo spedito il CD. Quando è arrivata quella telefonata, sì, devo dire che eravamo al settimo cielo. Voglio dire, l’etichetta degli Edguy …che al tempo erano ancora una band piccola ma già se ne parlava moltissimo… puoi immaginare! Ma erano altri tempi…

Hai cantato in tutti i lavori degli Elvenking, tranne in Wyrd del 2004. Ti piace quel disco e a distanza di anni, ti dispiace non averne preso parte?

Beh ovviamente mi dispiace anche perché alla fine il disco finito è molto diverso da come avrebbe dovuto essere. Come dicevo prima, sarebbe bello in qualche modo dargli “giustizia” o quantomeno fare sentire a tutti come sarebbe stato, se io non fossi mai uscito dalla band. Una specie di WHAT IF insomma 🙂

Il 2004 ha visto la pubblicazione del demo The Ultimate Dance della band Leprechaun. Il gruppo ha avuto vita breve ed è finita quando sei rientrato negli Elvenking. Hai mai pensato di riportare in vita la band magari per un lavoro in studio? Quali credi fossero la differenza tra Leprechaun ed Elvenking per musica e testi?

Giustissimo. Beh la maggior parte delle canzoni dei Leprechaun erano le canzoni alle quali stavo lavorando per Wyrd. Quindi non ci sono grandi differenze, se non che erano dei brani dalle forti influenze folk, mentre gli Elvenking ai tempi, soprattutto a causa del songwriting di Jarpen, stavano prendendo un’altra strada, un po’ più power metal, un po’ più “moderna” se vogliamo.

Si dice che i dischi siano come i figli ed è difficile scegliere, però io te lo chiedo lo stesso: qual è il disco che preferisci? Ci sono dei testi ai quali sei particolarmente legato?

Sì, è difficile scegliere. Per me più che figli sono come dicevo prima delle foto. Delle diapositive del passato. Attraverso la nostra musica e i miei testi riesco a ricordare cose e momenti che altrimenti avrei già sepolto. È come rievocare la propria vita, anno per anno. Fa un certo effetto… In ogni caso se dovessi scegliere il nostro miglior disco musicalmente direi The Pagan Manifesto perché con quel disco siamo arrivati definitivamente dove abbiamo sempre voluto arrivare… come songwriting, produzione, playing…tutto! è tutto al posto giusto. Il disco Elvenking definitivo. Il nuovo appena uscito è anche un’altra bella soddisfazione… un’estensione del nostro sound. Invece i testi ai quali sono legato… uhh ce ne sono così tanti. Oggi mi viene in mente This Nightmare Will Never End… un testo nato da uno dei miei momenti più bui… sensazioni che ogni tanto si rifanno vive…

Avete da poco pubblicato il nuovo disco Secrets Of The Magick Grimoire, il nono in carriera: raccontalo ai lettori di Mister Folk.

L’unico punto fisso questa volta è stato mantenere la nostra identità seguendo le coordinate fissate con il disco precedente. Abbiamo sempre evitato di ripeterci e quindi anche nel caso del nuovo album non abbiamo certamente copiato The Pagan Manifesto, abbiamo solamente rispettato la nostra identità, magari con un’atmosfera leggermente diversa, più oscura, più “epica”. Secrets Of The Magick Grimoire è una perfetta continuazione di ciò che abbiamo creato nel 2014 e il punto cardine è sempre stato quello di non snaturare il nostro sound e di continuare sulla stessa strada. Concettualmente ogni canzone è la pagina di un grimorio, uno di quei libri antichi pieni di formule magiche, invocazioni, vecchie leggende, formule alchemiche e quant’altro – ecco anche perché forse tutto il disco ha un sound leggermente più oscuro e misterioso.

Sei anche il frontman dei rockers Hell In The Club. Ricordo alcune stupide polemiche sull’essere true o meno in seguito alla pubblicazione di Let The Games Begin, ma ricordo anche lo stupore di trovarsi di fronte a dell’ottimo rock’n’roll made in Italy. Come riesci a combinare le due anime che ti portano a suonare con due gruppi molto differenti tra di loro?

Sono due parti di me che convivono in me da sempre. Quindi nessun problema, anzi. Riesco così a dare sfogo a entrambe e sono entrambe fondamentali per me.

Rimanendo in tema hard rock, cosa ne pensi della reunion dei Guns’n’Roses? Sei stato a Imola per il loro concerto?

Sì ci sono stato ad Imola e mi sono emozionato moltissimo. I Guns sono una delle mie band preferite da quando ho 7 anni, quindi non ho nulla da dire sulla reunion. Mi sento solamente fortunato di averli potuti vedere di nuovo assieme. Io c’ero anche a Modena nel 1993, ma vederli ora mi dà la stessa emozione…! Unici!

Il nuovo disco degli Hell In The Club è in arrivo: cosa puoi anticipare sul cd?

Il disco è uscito a Settembre, si chiama See You On The Dark Side ed è uscito per Frontiers Music.

Come ti sei avvicinato alla musica e al metal in particolare? Quali sono stati i musicisti che da ragazzo ti hanno maggiormente colpito e chi ti hanno fatto dire “voglio diventare un musicista”?

Mi sono avvicinato a questa musica grazie a mio fratello che comprava dischi di Maiden, Metallica, Guns ecc. quando io avevo 6-7 anni. Devo dire che i primi cantanti che mi hanno davvero mosso la voglia di fare questo “da grande” sono stati Axl Rose, Steven Tyler e Freddie Mercury. Un bel sogno hehe!

Vista la qualità di Elvenking e Hell In The Club, credi che le band avrebbero avuto un successo maggiore provenendo che so, dall’Inghilterra o dalla Scandinavia?

Chi lo sa… ogni tanto ce lo diciamo. Probabilmente avremmo avuto la vita più facile sì… però dai… nonostante tutto siamo qui e ci divertiamo un sacco, quindi direi che va benissimo così!!

Grazie per la disponibilità, vuoi lasciare un messaggio ai lettori di Mister Folk?

Grazie a te! E grazie a tutti! Date un ascolto al nostro nuovo Secrets Of The Magick Grimore!!!

Intervista: ShadowThrone

Grazie all’Yggdrasil Night ho avuto modo di conoscere gli ShadowThrone e soprattutto vederli in azione sul palco del Traffic Club di Roma: un’esibizione concreta e diretta, potente e personale con un tocco scenico semplice quando d’impatto. Il loro è un black metal che prende dal passato (Bathory, Emperor ecc.) e lo rende attuale: non c’è spazio per l’imitazione, qui si lavora di personalità con indubbia bravura e il risultato è Demiurge Of Shadow, debutto in grado di fare la gioia di tutti gli appassionati di questo genere musicale. Con Steph (chitarra) e Serj (voce) ho parlato proprio del disco, ma anche della storia della band e della scena italiana. Una band da supportare e andare a vedere in concerto!

Steph, tutto inizia dopo che hai lasciato i Theatres Des Vampires formando gli ShadowThrone, vuoi ripercorrere quel periodo? Hai avvertito la necessità di suonare una musica più estrema rispetto a quella che stavi suonando all’epoca?

Steph: Salve! Gli ShadowThrone in principio erano soltanto un’idea che avevo in mente. Non era nulla di concreto. Ho iniziato a scrivere materiale come conseguenza ad un periodo di stallo con i Theatres Des Vampires dopo il tour in Sud America. Bisognava iniziare un nuovo capitolo dei TdV e buttare giù materiale per l’album successivo. Durante lo sviluppo di Candyland iniziavo a notare delle divergenze su come avrebbe dovuto suonare il disco. Il materiale da me proposto era un po’ troppo ‘’metal” rispetto alle esigenze del resto della band e usciva fuori dallo schema TdV. Il compromesso sarebbe stato penalizzante per entrambi ed inoltre non ero d’accordo con sull’uso dei synth. Avvertivo la necessità di uscire prima di rimanere ancorato ad un lavoro che andava lontano dalle personali aspettative. Sai, quando scrivi e produci un album, a seguire c’è tutta la fase promozionale live che in questo caso poteva diventare una sorta di prigione a svantaggio mio ma soprattutto per la band. Buttai giù più materiale possibile e alla fine non rimaneva che provare i brani con una vera band. Il risultato mi convinse a lasciare i TdV rimanendo sempre in ottimi rapporti. Bisogna sempre seguire ciò che brucia dentro mettendo in conto anche le rinunce. Parlo dei tour e delle grosse date alle quali ero abituato durante i miei dieci anni nella band. Ma da questa parte ho riscoperto il lato romantico di rimettersi in discussione.

Demiurge Of Shadow è il vostro primo disco, presentatelo ai lettori di Mister Folk.

Serj: Demiurge Of Shadow, il nostro primo full-lenght è un album che rappresenta un equilibrio abbastanza tangibile delle due realtà che rappresentano il sound della band, ovvero la parte atmosferica e di ispirazione film score e la parte più thrash-black tirata che viene direttamente dalle nostre influenze 90s. Un esperimento a mio parere ben riuscito che ci rappresenta molto ed è molto fedele alla nostra proposta live.

Sono molto curioso di conoscere il significato dei testi e in particolare quello di Seal Of Opulence. Tra l’altro dando uno sguardo a titoli e alcune frasi delle canzoni viene spesso a galla il collegamento con il mare e le anime dannate. Non mi sembra un concept album, ma sembrano esserci delle tematiche che tornano più di una volta: è così?

Serj: Demiurge Of Shadow non è un vero e proprio concept album nel senso puro del termine, perché ci sono brani, come appunto Seal Of Opulence, che si slegano dalla maggioranza dei pezzi come tematiche. In ogni caso ho voluto mantenere un motiv comune nella scrittura, ovvero una rappresentazione ascetica del protagonista, inteso come metafora dell’uomo, verso un piano cognitivo superiore. La sopracitata Seal Of Opulence è una traccia che trae ispirazione nelle sonorità e nelle lyrics da un film culto degli anni novanta, La Chiesa di Michele Soavi, che consiglio a tutti gli amanti del genere horror di quell’epoca.

La copertina è veramente molto bella e diversa dalla tipica cover black metal: com’è nata l’idea e chi l’ha realizzata? Ha un significato specifico, magari un legame con una canzone?

Serj: la copertina di Demiurge Of Shadow è stata realizzata dal digital artist ciociaro Graziano Roccatani, formidabile illustratore e pittore nostro conterraneo. La scelta del soggetto è stata ardua in quanto il disco, specialmente a livello di lyrics ha molte sfaccettature, abbiamo optato per il veliero nei ghiacci che rappresenta un viaggio verso il nord e quelle atmosfere scure e fredde che il sound vuole evocare.

Il cd è stato pubblicato dall’etichetta giapponese Zero Dimensional Records, come siete giunti in contatto con loro? Come vi state trovando? Avete avuto proposte da etichette italiane ed europee?

Serj: al momento della produzione del disco siamo entrati in contatto con diverse etichette sia italiane che estere, la Zero Dimensional Record si è mostrata molto interessata alla produzione del nostro album così abbiamo accettato la sua proposta contrattuale, un’etichetta che nel campo del black ha prodotto anche nomi come Satanic Warmaster e Taake e che distribuisce a livello mondiale attraverso la Plastic Head.

A fine 2015 avete pubblicato l’EP Through The Gates Of Dead Sun e circa un anno più tardi il full-length di debutto: cosa è cambiato in un anno e che differenze ci sono tra l’EP e il disco?

Serj: il primo EP è sicuramente una piccola prova per tastare il terreno per ogni band, anche nel nostro caso è stato così, un anno dopo il primo full-lenght infatti contiene alcuni dei brani dell’EP, ai quali abbiamo dato un sound più curato e una produzione più ricca e fedele alla nostra performance live.

Black metal in Italia: cosa va e cosa non va?

Serj: in tutta onestà non mi sento di fare critiche verso il black metal italiano, ci sono molti gruppi validissimi, che hanno una proposta accattivante e originale; chi ha merito, come in ogni cosa, farà sicuramente la sua strada.

Ci sono dei gruppi che ritenete validi e con i quali siete in buoni rapporti?

I gruppi validi italiani sono moltissimi e purtroppo con alcuni di essi non abbiamo ancora avuto il piacere di dividere il palco. Tra i gruppi con cui abbiamo avuto il piacere di suonare cito i Darkend, Scuorn, Voltumna, Gotland ma anche altri non tipicamente black come gli UnderSiege e Dyrnwyn. I nostri conterranei Burian inoltre, che so che produrranno un disco nei prossimi tempi.

Ascoltando il disco Demiurge Of Shadow si capisce facilmente il legame con il black metal ’90 mentre in concerto si avverte una piacevole attitudine vicina al black metal della prima ondata, quella di Bathory e compagnia marcia. Vi chiedo quindi quali sono i vostri punti di riferimento e cosa volete esprimere attraverso la vostra musica.

Serj: il legame con i Bathory è sicuramente indissolubile, così come lo è anche con gli Emperor, gruppo che ognuno dei nostri componenti ama molto. Le nostre influenze variano anche tra band come Dimmu Borgir e i miei amati Covenant (del primo album In Times Before The Light, prima che cambiassero il nome in Kovenant), inoltre ognuno di noi mette, specialmente nell’arrangiamento, le sue influenze che non necessariamente derivano dal black metal.

Avete supportato diverse band di valore come Rotting Christ, Absu, Necrodeath e Opera IX: che tipo di esperienze sono state e pur suonando in apertura, che tipo di responso avete avuto?

Serj: suonare con dei giganti è sempre un grande onore e un esperienza di grande formazione professionale e artistica, ognuno dei gruppi con cui abbiamo diviso lo stage ci ha insegnato qualcosa e di questo siamo grati. Ovviamente quando si suona in apertura ad un big la maggior parte del pubblico è presente per loro, ma devo dire che sono rimasto piacevolmente soddisfatto nel vedere il pubblico apprezzare il nostro show e farci molti complimenti appena scesi dal palco.

Nelle prossime settimane avrete diversi concerti interessanti: volete ricordarli ai lettori di Mister Folk e cosa vi aspettate da questi show?

Serj: parteciperemo con il Cult Of Parthenope festival a Napoli dove suoneremo con moltissime band di grande valore e parteciperemo al release party dei Voltumna a Roma come special guest (l’intervista è stata fatta a fine ottobre, ndMF), a dicembre saremo al Black Winter Fest al Colony di Brescia dove avremo l’onore di suonare con Carpathian Forest, Batushka e Satanic Warmaster tra gli altri: invito tutti i lettori a seguire la nostra pagina Facebook per essere aggiornati sugli eventi live prossimi.

Siamo giunti al termine, grazie per la disponibilità e spero di rivedervi presto sul palco.

ShadowThrone in concerto all’Yggdrasil Night

Intervista: Blodiga Skald

I Blodiga Skald hanno pubblicato il full-length di debutto Ruhn qualche mese fa e hanno presentato il disco in un infuocato release party al Traffic Club di Roma: quale migliore occasione per scambiare due parole (ok, quattro) con la violinista Maerkys e conoscere meglio una delle più interessanti realtà italiane che sta facendo parlare di se soprattutto nell’est Europa? Tanti gli argomenti toccati, compreso il pregiato vino ricavato dagli occhi di elfo. Buona lettura!

foto di Arianna Ceccarelli

La prima cosa che ti voglio chiedere è come ci si sente a debuttare su un’etichetta come la SoundAge Productions.

È sicuramente qualcosa d’inaspettato ed emozionante! Allo stesso tempo credo che questo salto ci responsabilizzi: far uscire il primo disco con una delle label degli Arkona ci porta a mantenere alto il nostro livello. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, no?!

Come siete entrati in contatto con la label russa? L’impegno con loro è solo per questo disco o anche per altri?

Cercavamo un’etichetta per il nostro primo disco Ruhn e ovviamente abbiamo puntato a quelle che si occupano più che altro di folk metal. Abbiamo avuto una buona risposta dall’ambiente di produzione del folk metal russo e la SoundAge è stata la label che ci ha offerto gli accordi migliori. Per ora abbiamo firmato solo per questo disco, poi si vedrà!

I responsi dell’EP Tefaccioseccomerda sono stati veramente buoni, ma c’è da dire che con Ruhn avete fatto un grosso passo in avanti e un po’ tutti se ne stanno accorgendo. Come e quanto avete lavorato per realizzare un disco di questa qualità?


C’è molto lavoro dietro a Ruhn e sebbene alcune tracce siano state riprese dall’EP, le abbiamo completamente rilavorate e riadattate al sound che avevamo ben chiaro per questo primo lavoro ufficiale. Ruhn doveva essere il biglietto da visita dei Blodiga Skald, con un’impronta musicale ben precisa, che permettesse al pubblico di riconoscerci al primo accordo. C’è uniformità tra le dieci tracce, che pur essendo molto diverse tra loro hanno sempre quel “qualcosa” di caratteristico.
Va anche detto che l’intera composizione del repertorio Blodiga è stato rimodellato per poter includere le linee di violino.

In Ruhn troviamo l’utilizzo di tre lingue, ma l’italiano è solo per alcuni titoli. C’è possibilità di vedere utilizzata la nostra lingua in una futura canzone?

Questa è una domanda che ci viene fatta molto spesso e personalmente la prendo un po’ come una coccola da parte del pubblico: credo che quando le persone ti chiedono di cantare in una lingua a loro comprensibile sia una voglia di comunicazione diretta ed è una cosa buona; è come se dicessero: “ci piacete talmente tanto che vorremmo poter cantare i vostri testi!” (poi, magari, è tutto un film che mi faccio io, eh! Ahahahah)!
Per ora non abbiamo intenzione di cantare in italiano, sia perché c’è uno schema ben preciso dietro l’alternanza tra russo (usato per i dialoghi degli orchi) e inglese (usato per la narrazione), sia perché stiamo creando un nostro particolare stile e non vorremmo già mischiare le carte in tavola. Non è detto che non troveremo il modo di far parlare qualche personaggio nella nostra lingua. Magari un elfo fighetto…

Ora ti tocca spiegare la storia raccontata in Ruhn con dovizia di particolari…


Ecco! Sappi che se non supero questa prova, Axuruk (il cantante) mi bacchetta severamente, quindi cominciamo! Epica Vendemmia parla di quanto agli orchi piaccia bere e far baldoria! In particolare la nostra verde razza è particolarmente ghiotta di un vino fatto con gli occhi di elfo… una prelibatezza! Un eroe elfico di nome Ballas scende in battaglia per fronteggiare l’orda, ma viene sconfitto ed il vino ricavato dai suoi occhi è il migliore che sia mai stato bevuto!

Ruhn è l’inizio di tutto. Qui comincia la storia degli orchi e la nostra, che abbracciamo il ruolo di menestrelli della nostra razza. È la prima ed unica canzone in cui noi Blodiga Skald ci rivolgiamo direttamente al nostro popolo e lo facciamo nella nostra lingua, perché questa non è una storia per il pubblico, ma un canto di rivalsa per la nostra gente. Il testo parla di antichi canti e racconta di come le nostre radici affondino nel sangue di battaglie, di villaggi distrutti, di terre da cui siamo lontani; ma canta anche di un giuramento da parte dei nuovi giovani che restano fedeli ai loro antenati, alle loro gesta e alla loro natura di guerrieri, pur guardando al futuro con un nuovo coraggio nel cuore. Dalle ceneri della loro antica razza, disseppelliranno l’onore e la forza di tornare a combattere, rivendicando il proprio mondo.

No Grunder No Cry richiama nel titolo una famosa canzone reggae e narra le vicende di Grunder, un orco poco sveglio a cui viene una gran voglia di zuppa di dita umane (altra squisitezza orchesca). Va quindi alla ricerca di qualche umano da cucinare, ma al momento dello scontro si accorge di aver lasciato le armi a casa e viene quindi ucciso senza gloria.

I Don’t Understand vede noi bardi orcheschi girovagare in cerca di storie, finché ci imbattiamo in un accampamento di nomadi, che per ringraziarci dei nostri racconti ci offrono di fumare un’antica spezia che ci confonde le idee e ci fa credere di amare elfi e gnomi!!!

Sadness è la cupa vicenda narrata dall’eroe degli orchi Razdul, che racconta di come fu tradito dalla sua stessa gente, dalla sua stessa razza, manipolata dalle parole di un malvagio orco stregone di nome Keregan.

In Laughing With The Sands ci ritroviamo catapultati in terre più calde e sabbiose, dove un gruppo di orchi tenta di attraversare il deserto per raggiungere la città di alcuni amici umani. Purtroppo quelle sabbie sono maledette e provocano delle risate talmente potenti che si finisce col piangere di fatica, rischiando di morire. Per fortuna i nostri sopravvivono a questa tortura e riescono a raggiungere la città!

La golosità che gli orchi hanno per gli gnomi li porta a fare “spesa” nella città di Panapiir, per cercare qualche gnomo succulento da divorare. Purtroppo, però, gli orchi sono anche inarrestabili bevitori e così in poco tempo si ritrovano tutti ubriachi e vulnerabili e finiscono con l’essere uccisi a loro volta dagli stessi gnomi. Per fortuna il capoclan Razdul è rimasto sobrio e in breve riesce a sconfiggere gli gnomi.

Too Drunk To Sing è la divertente storia del nostro Grunder, che davvero troppo ubriaco, tenta di cantare a squarciagola. Axuruk gli fa notare che è troppo ubriaco per cantare, quindi lo invita a ballare con lui e a continuare a divertirsi! Come sono andata? Ahahahahah!

Blidiga Skald in concerto

Le canzoni che troviamo in Ruhn sono tutte molto buone e diverse tra di loro. Come ho detto nella recensione la differenza la fa il tuo strumento, sempre fondamentale per le melodie e i grandi stacchi che crea con il resto del brano. Quanto hai/avete lavorato su questo aspetto e ti ritieni pienamente soddisfatta di quanto fatto?

Il lavoro compositivo viene sempre svolto insieme: principalmente è Ghash (il chitarrista) che inizialmente compone i brani, ma successivamente scatta la fase di confronto con ciascuno strumentista, per adattare l’idea di base alle caratteristiche proprie dello strumento. Nel mio caso, le linee di violino erano già abbastanza delineate prima del mio intervento, ma ho comunque aggiustato e inserito alcune parti per far sì che le mie lead apportassero qualcosa di importante e migliorassero le melodie. Gli assoli di violino li ho composti da zero e sono brevi e semplici, ma nell’insieme funzionano e danno risalto ai brani, senza snaturarli e senza “invadere” lo spazio melodico degli altri. Sono molto contenta del lavoro fatto, ma sicuramente devo ancora dare il meglio di me!

Il titolo dell’ultima canzone del disco (Too Drunk To Sing) è una rivisitazione del titolo Too Drunk To Fuck dei Dead Kennedys?

Emh… OVVIAMENTE! Ahahahah…

L’artwork del disco è molto curato, così come lo è il vostro look mentre suonate. Quanto è importante l’aspetto estetico/visivo in un mondo che corre tra social e follower? C’è il rischio in alcuni casi, secondo te, di dare più attenzione a quello che l’occhio vede invece che alla musica?

La presentazione visiva e l’aspetto scenico è molto importante per noi, ma credo lo sia in generale per qualunque progetto, non solo musicale. Ci muoviamo in un contesto quotidiano in cui l’attenzione che l’osservatore concede ad un determinato stimolo è solo di pochi secondi ed essendo continuamente bombardato da miliardi di questi stimoli, c’è bisogno di qualcosa che prima ancora di spiegare un concetto, catturi immediatamente l’interesse. Della serie: “ora che ho la tua attenzione…”. Questa può essere una carta vincente, ma anche un’arma a doppio taglio, perché se ad originalità estetica non segue una concettualità sostanziosa, si rischia di essere il proverbiale “tutto fumo”… e il pubblico ha un ottimo naso! Noi siamo quanto di più “cretino” ci si possa aspettare da una band metal e sul palco siamo un branco di cinghiali scatenati, ma quando poi ci ritroviamo in sala prove, o in fase di composizione, studio o registrazione, siamo seri e ben concentrati sul lavoro che stiamo facendo. Come diceva qualcuno: “ridere è una cosa seria”, far ridere lo è ancora di più!

Il release party di Ruhn è stato grandioso, una festa rumorosa e divertente. Quanto conta per voi il “cazzeggio” in musica?

Sono molto contenta che ti sia divertito! Il cazzeggio è la nostra carta vincente ed è il modo migliore di comunicare con il pubblico! Quando la gente vede che tu che suoni ti stai divertendo da matti, è sicuramente più invogliata a partecipare e a divertirsi a sua volta. Questo costante prenderci in giro, “recitare una scena” e interagire continuamente con le persone, annulla quel dislivello tra il parterre e il palco e ci pone tutti allo stesso livello di idiozia!

In questo ultimo periodo avete suonato diverse volte all’estero, ti chiedo quindi se hai riscontrato differenze con la realtà italiana per quel che riguarda organizzazione, trattamento dei gruppi e pubblico.

Ahimé, nota dolente! Purtroppo devo dire che la differenza c’è e si sente molto. Ovviamente il mio è un giudizio limitato, non avendo girato tutto il mondo, ma per quel poco che ho visto, devo dire che l’Italia ha moltissimo da recuperare in campo di considerazione dell’arte e del ruolo dell’artista. Fuori dal nostro Paese, chi fa musica è valorizzato per ciò che fa e per tutto il lavoro di cui si carica per poterlo fare, dallo studio all’investimento economico, viene pagato e trattato da artista che dedica la propria vita a questo tipo di lavoro, che non è assolutamente inferiore a qualunque altra occupazione. In più il pubblico è appassionato e ha fame di novità e di qualità, perché abituato a ricevere sempre nuove proposte ed è quindi curioso ed esigente! In Italia, secondo il pensare generale, se fai musica stai togliendo tempo a qualcosa di più serio, ma questo credo sia un discorso fastidioso e trito&ritrito allo stremo, che tutti ben conosciamo. Diciamo che, paradossalmente, è più facile suonare (e suonare con piacere!) all’estero che in patria e questa è una cosa che lascia davvero l’amaro in bocca.

C’è un momento/situazione che vuoi raccontare ai lettori di Mister Folk, magari facendo arrabbiare gli altri membri del gruppo?

Ahahahah! Perché no?! Ti ho mai raccontato di quella volta che, in Romania, Axuruk perse la voce poco prima del live al 31 Motor’s Club di Suceava? Per tentare di sfiammare la gola e poter cantare in growl, quella sera adottò il caro vecchio metodo moldavo e cominciò a bere shot su shot di un famoso alcolico dall’etichetta con su disegnata una testa di cervo (ma se po’ dì Jägermeister, o è pubblicità occulta?). Inutile dirti che poco prima di salire sul palco era “bello andante”, come si dice in gergo e abbastanza ubriaco, quindi noialtri eravamo abbastanza preoccupati (in caso di emergenza eravamo pronti ad abbatterlo con le cerbottane)! Alla fine fu uno dei suoi e nostri migliori live in Romania e il pubblico fu totalmente travolto dalla sua… emh… spontaneità!

Quando hai iniziato a suonare il violino e perché?

Come la maggior parte dei violinisti (chissà poi perché!) cominciai a suonare molto piccola. Iniziai le mie lezioni a cinque anni e ad oggi suono da diciannove. In realtà, all’epoca chiesi ai miei genitori di portarmi in una scuola di musica perché volevo cantare, ma (grazie alla rinomata competenza italiana), il direttore della scuola, invece di inserirmi in un coro di voci bianche, mi disse che ero troppo piccola per seguire un corso di canto. Lì per lì non la presi molto bene, ma poi quando mi fu proposto di scegliere uno strumento, scelsi il violino. Ancora oggi non so e non ricordo perché presi quella decisione. All’epoca non lo sapevo, ma, guarda caso, è uno degli strumenti più simili alla voce umana.

Se penso al violino nel metal il primo nome che mi viene in mente è quello dei My Dying Bride. Quali sono i tuoi musicisti/gruppi di riferimento e cosa spinge un violinista a suonare heavy metal?

Ho sempre ascoltato rock, metal e sottogeneri, parallelamente allo studio della musica classica, quindi ho sempre cercato un modo di sposare la musica che più mi piaceva allo strumento che suonavo, ma non è stato facile in realtà. Nell’immaginario collettivo, il violino viene associato al country, alla musica irlandese e alle serenate, (che tra l’altro sono tutti tipi di folk) ma, pur essendo cresciuta, tra le altre cose, con le ballate celtiche e i capolavori di Branduardi, io, soprattutto in adolescenza, volevo qualcosa di diverso e cercavo il gruppo brutal, death, doom, eccetera, eccetera-metal che avesse il violino, quindi capirai che le pretese erano un po’ eccessive! C’è anche da dire che, almeno nel mio ambiente, il violino era visto come uno strumento noioso. Con il tempo ho scoperto il folk metal e ho cominciato a imparare i riff delle canzoni più famose, mi sono appassionata alla musica irlandese e ho scoperto che il violino era molto di più che uno strumento da “musica colta”! A sorpresa ti dico che anche il jazz aiuta molto, perché lo studio dell’improvvisazione rende il musicista cangiante e camaleontico! Secondo me c’è ancora molto da sperimentare per un violinista che voglia scardinarsi dal leggìo su cui è stato culturalmente ancorato ed io non vedo l’ora di andare in esplorazione e magari, chissà, diventare come Ara Malikian, che è un mostro di tecnicismo classico, ma il più delle volte suona musica della tradizione mediorientale o dell’est ed è un personaggio totalmente distante dall’immagine del violinista a cui siamo abituati!

Maerkys, siamo al termine dell’intervista. Ti ringrazio per la disponibilità, hai lo spazio per lasciare alle future generazioni una grande frase che nessuno dimenticherà mai!

Oh, no, ho già finito di parlare? Ahahahahah! Grazie a te per aver sopportato questa lunghissima chiacchierata! Ti lascio con una frase presa in prestito dal romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde: “È lo spettatore, non la vita, che l’arte, in realtà, rispecchia”.

foto di Arianna Ceccarelli

Intervista: Sergio Ponti

Quella di oggi è un’intervista diversa del solito e, lasciatemelo dire, molto interessante. Mister Folk ha scambiato due parole con Sergio Ponti, apprezzato batterista italiano che ha diviso il palco con mostri sacri dell’hard rock e del progressive, ma che riguarda da vicino il nostro mondo poiché ha inciso e suonato in tour con i fantastici romeni Dordeduh. Si è parlato quindi delle sue esperienze e dei gusti musicali, dei Metallica di …And Justice For All e di come avvicinarsi allo studio della batteria con alcuni utilissimi consigli (è insegnante!). Il tutto impreziosito da gustosi aneddoti. Beh, non resta che leggere!

La prima cosa che ti chiedo è come ti sei avvicinato alla musica e alla batteria in particolare.

Ciao Fabrizio, è un piacere essere qui a chiacchierare con te. Ho due sorelle molto più grandi di me che hanno sempre ascoltato musica. Si sono sposate quando ero molto piccolo e hanno lasciato alcuni dischi a casa dei miei. Più per capire come funzionasse il piatto, ho iniziato a mattere su dei vinili a caso, da Jesus Christ Superstar agli Eagles, passando per il grandissimo Cosmo’s Factory dei Creedence Clearwater Revival e mi sono ritrovato a comprarmi un paio di bacchette durante gli anni delle scuole medie e a distruggere la sedia di camera mia suonando dietro a quegli LP e alla cassetta di Greatest Hits dei Queen e a Made in Japan dei Deep Purple. Non che fossi capace di star dietro a quest’ultimo, ma ci provavo! Non osavo chiedere ai miei di prendermi una batteria e ricordo che chiesi a mia sorella Laura di domandare loro da parte mia… inspiegabilmente, mio padre mi prese una Century. Un set entry level su cui finii per suonare tutto il giorno, tutti i giorni.

Qual è stato il momento in cui hai detto “da grande voglio fare il batterista?”. E quando hai capito realmente che eri sulla strada giusta?

Un giorno su Videomusic passarono il video di One dei Metallica. Non avevo mai sentito parlare di batterie a doppia cassa (non c’era certamente Youtube e neanche Internet se è per questo!), e vedere Lars suonare la parte centrale all’unisono con le chitarre, con quella grinta e quella potenza, fece scattare qualcosa. Provavo e riprovavo a suonarci dietro, ma non ero in grado di farlo. Allora decisi che era il caso di studiare davvero. Leggevo Percussioni e sulla quarta di copertina trovai la pubblicità della scuola di batteria di Furio Chirico (batterista importantissimo per la scena italiana, ndMF). Telefonai e mi rispose lui in persona, gentilissimo. Fu proprio lui, dopo circa un anno di corso, a spronarmi a continuare, dicendomi: “guarda che se studi e continui ad impegnarti, potresti fare questo come lavoro”! Furio è stato una guida importante, musicalmente e umanamente.

Questo è un sito che tratta folk/pagan/viking metal, quindi ci saranno un po’ di domande sul tuo lavoro con i Dordeduh. Per farla breve, nel 2009 Negru si è tenuto il nome Negură Bunget mentre Sol Faur e Hupogrammus (quest’ultimo nella band fin dal principio, 1995) hanno fondato i Dordeduh. Da quell’anno hai iniziato ad aiutarli con i live: come e perché sei stato contattato?

Tra il 2006 e il 2008 sono stato il batterista degli Ephel Duath. Nella primavera del 2007 facemmo tre settimane di tour nel Regno Unito, con i Negură che suonavano prima di noi. A dire il vero non legammo tanto in quel periodo. Ogni band viaggiava separatamente con il proprio mezzo e ci vedevamo solo ai concerti. Nell’autunno del 2009 mi arrivò una mail da Edmond (Hupogrammus) che mi chiedeva se ero intenzionato a registrare del materiale con loro e accettai, curioso di lanciarmi in una nuova avventura.

Con i Dordeduh hai registrato l’EP Valea Omolui: ci racconti come si sono svolti i lavori e se hai preso parte dalla fase di composizione, oppure era già stato scritto tutto quanto e tu hai “semplicemente” suonato?

Fu una settimana interessante, mi pare nell’ottobre del 2009. Loro avevano pronti i riff e la maggior parte delle strutture. Credo per entrambe le parti si trattò di un’esperienza molto interessante: io mi trovavo sicuramente fuori dalla mia comfort-zone di batterista rock, e ricordo che per loro fu una ventata d’aria fresca sentire delle idee ritmiche che non rientravano nei canoni tradizionali del metal. Il groove di Zuh ad esempio, è basato su un rudimento, il triple paradiddle, che ti aspetteresti più di sentire da Steve Gadd (batterosta di James Brown, Eric Clapton, Peter Gabriel, Pino Daniele e Chick Corea tra gli altri, ndMF) che da un metal drummer. Ognuno mise del suo e sicuramente venne fuori un EP interessante.

live con i Dordeduh all’Hellfest 2014

Dopo l’EP è stato realizzato il full-length Dar De Duh, ma tu hai soltanto registrato alcune percussioni mentre la batteria è stata affidata a Ovidiu Mihăiță anche se hai continuato a suonare live con loro. Mi pare una situazione sicuramente strana e quasi complicata! Difficoltà di distanze e impegni personali?

Abitando io in Italia ed essendo loro in Romania non è mai stato facilissimo, ma credo comunque di aver fatto avanti indietro, negli anni, almeno cento volte. All’inizio sembrava che dovesse esserci Ovi (che in Romania è un attore di fama nazionale!) alla batteria, insieme a me e ad un batterista tedesco, Jorg. Non ho mai capito bene se la cosa avrebbe potuto funzionare o meno, anche perché da li a poco le condizioni di salute della mia anziana mamma si aggravarono parecchio, e dovetti rinunciare a quello che fu il concerto di debutto a Bucharest. Per un po’ suonai solo con l’altro progetto comune, Sunset In The 12th House e mi limitai, come hai scritto, a registrare le percussioni di Dar De Duh in una giornata di studio. Fu molto bello suonare le loro percussioni tradizionali e ricordo che mi diedero carta bianca, guidandomi solo in alcuni punti. Poi dal 2013 al 2015 suonai la batteria dal vivo con i Dordeduh, in tre tourneè europee e molti concerti singoli e festival in giro per l’Europa, tra cui anche Hellfest, Wacken e Rockstadt Extreme.

Come e perché è finita la collaborazione con i Dordeduh?

Nell’estate del 2015 Edmond annunciò pubblicamente il suo ritiro unilaterale e a tempo indeterminato dal mondo della musica e per me non ebbe più senso stare seduto ad aspettare che succedesse qualcosa. A questo devi aggiungere che negli ultimi periodi c’erano problemi tempistico/organizzativi generali ed io mi sono ritrovato più volte ad andare in Romania, rinunciando a concerti molto ben pagati qui in Italia (faccio il batterista di professione) per non concludere nulla là. Unisci questo al fatto che io ho una pazienza pressoché infinita per tutto, tranne che per il perdere tempo. Quello è un punto dolente, mi arrabbio subito e in maniera invereconda, quindi è stato meglio per tutti chiudere lì la collaborazione. Non rimpiango nulla di tutta l’esperienza comunque. Ho imparato un sacco di cose, suonato tanto e visto un sacco di bei posti. Ho tantissimi bei ricordi e considero la scena musicale Romena la più bella in cui abbia mai suonato… e poi li ho anche conosciuto mia moglie!

Finora abbiamo parlato di pagan black metal, ma tu sei un grande appassionato di prog rock. Ti sei mai sentito “fuori posto” mentre eri in tour con i Dordeduh? Cosa ti piaceva della loro musica e visto che ci siamo ti chiedo anche quali sono i gruppi della scena che più ti piacciono o incuriosiscono.

No, sono sempre stato accolto bene da tutti e ben voluto… almeno credo! Io ero quello con i capelli corti, gli occhiali e la maglietta bianca dei Gentle Giant nel backstage in mezzo ad una folla vestita di nero. Almeno mi trovavano subito quando c’era bisogno! Sicuramente non mi è mai piaciuto suonare il blast beat, ma è una questione di ascolti, a casa ho oltre 6000 dischi e credo ci sia il blast su tre di questi. Ho visto dei batteristi pazzeschi suonarlo e stavo lì a guardarli tutto il concerto. In Romania c’è colui che credo essere il miglior batterista estremo al mondo: si chiama Septimiu Harsan e attualmente, tra i tanti progetti, è il batterista di Disavowed e soprattutto dei Pestilence. È un musicista eccezionale che suona come Derek Roddy (Hate Eternal, Nile, Malevolent Creation ecc., ndMF) e Gavin Harrison (Porcupine Tree, Steven Wilson, Claudio Baglioni, Franco Battiato, Iggy Pop ecc., ndMF) messi insieme. Siamo amici e ci sentiamo spesso. Sono contento che stia ricevendo l’attenzione che merita. È una persona molto interessante con un sacco di cose da dire. Dovreste intervistarlo! Raphael Saini (Iced Earth, Cripple Bastards, Master, Corpsefucking Art ecc., ndMF)in Italia è un batterista estremo che seguo e apprezzo molto. Davide Piovesan, il batterista originale degli Ephel Duath è bravissimo anch’egli: originalissimo. Per quanto riguarda la musica dei Dordeduh, mi piaceva l’uso di accordi, ritmiche e armonie non propriamente tipiche del metal, l’uso delle dinamiche e anche di momenti totalmente silenziosi all’interno del set. Una bella varietà! In realtà non conosco quasi nessun altro gruppo della scena alla quale eravamo accumunati… anzi chiedo a te di segnalarmene qualcuno, te ne sarei grato!

Hai altre esperienze nel mondo dell’heavy metal?

Oltre agli Ephel Duath, tra il 2004 ed il 2006 sono stato il batterista degli Illogicist.

In tuo post su Facebook definisci …And Justice For All dei Metallica come un capolavoro del progressive metal. Una frase del genere potrebbe far storcere il naso a molte persone, ci puoi spiegare perché per te il quarto lavoro dei Metallica è progressive metal?

Devi sapere che io ho una sorta d’idolatria per questo disco, sentirlo mi ha fatto venire davvero voglia di studiare la batteria. Mi ricordo tutto le parti di Lars e i testi a memoria. Testi che non parlano di mostri sotto il letto e cose simili, ma di giustizia, libertà di parola e dura condanna della guerra. Sicuramente leggerli da adolescente ha lasciato un segno. Progressive perché nel 1987/88, quando il disco è stato concepito e registrato non c’erano in giro delle band heavy (a parte i Watchtower, forse) che ardivano a fare dischi con un suono così chirurgico e preciso e allo stesso tempo potente. Le strutture non sono mai scontate, c’è sempre un giro con qualche battuta in più o in meno rispetto a quello precedente, oppure cambia il tempo. O la velocità. È vero che ci sono un sacco di takes combinate fra loro, però il disco suona omogeneo, con il sound di una band che è (era?) veramente in grado di suonare INSIEME. Te lo dimostro dicendo che in One ogni ritornello è un pelo più veloce della strofa che lo precede e poi il tempo torna a sedersi per la strofa successiva. Però subito non te ne accorgi, senti solo che il tiro del pezzo sale e cresce d’intensità. Non senti quella sensazione fastidiosa di qualcosa che accelera e rallenta e perde di groove. Questo perché la band si ascolta, si segue e i musicisti suonano tutti con la stessa intenzione. So di certo, perché ho i miei informatori e faccio le mie ricerche, che tutto il disco è registrato a click, programmando tutti i cambi di tempo e velocità passo a passo con una drum machine. Credo che Lars abbia fatto impazzire tutti durante la registrazione tra questo e il volere quel sound di batteria, però ha avuto ragione lui 🙂

Ho visto una foto con la tua batteria a pochi centimetri da quella di Ian Paice dei Deep Purple: ci racconti qualcosa di quell’incontro e ti senti fortunato a poter dividere il palco con personaggi del genere? O ti ci stai abituando?

No, non ti abitui mai e sì, sono molto fortunato. Dal 2004 suono nei Beggar’s Farm, band fondata dal polistrumentista Franco Taulino. Negli anni grazie a Franco siamo diventati una band di riferimento per alcune leggende del progressive rock, che si fidano di noi e ci assumono come band per concerti da solisti in Italia, oppure si affiancano a noi come special guest. Ho realizzato il sogno di suonare con tantissimi componenti dei Jehtro Tull, Banco Del Mutuo Soccorso, PFM e tantissimi altri grazie a questa formazione. L’esperienza con Paice è una di queste. Il batterista lo conosciamo. Parlano per lui 50 anni di carriera, milioni di dischi venduti e la stima di tutti i batteristi del mondo. Però Ian è una persona rilassata, quasi timida per quel che ho potuto vedere. Abbiamo suonato alcuni brani a due batterie e non abbiamo avuto modo di parlarci nel pomeriggio. Prima della nostra performance insieme, mentre ci presentavano, sono corso dietro la sua batteria e li è venuto fuori il mio lato da insegnante. Letteralmente: “mi hanno detto che tra gli altri pezzi dobbiamo suonare anche Smoke On The Water insieme, ma secondo me la gente la vuol sentire fatta solo da te”. Lui: “nah, come on, let’s have fun!”. Al che gli ho risposto: “allora, facciamo così, altrimenti ci pestiamo i piedi e viene fuori una schifezza. In Smoke suoni tu il groove e io solo le mani e non la cassa. Gli altri pezzi dei Jethro Tull li conosci bene?”. Vedendolo titubante e avendo trenta secondi per organizzarci gli ho detto: “allora guarda me, ti do tutti i segnali io. E non suonare la cassa in Locomotive Breath!”. Lui ha risposto: “wonderful, we’re all set!”. E ce la siamo cavata alla grande. Poi ci siamo seduti a cena assieme, ci siamo complimentati a vicenda e con lui e mia moglie abbiamo parlato della sua famiglia, della Scozia e di birre.

Clive Bunker, Ian Paice e Sergio Ponti

Quali sono i gruppi e i batteristi più influenti per il tuo stile?

Troppi e me ne dimenticherò qualcuno. Ho grandissima ammirazione per i batteristi virtuosi che sono in grado di suonare con chiunque e qualsiasi stile. Io non ne sono capace! Mi piaccioni tutti i batteristi dei miei gruppi preferiti, proprio perchè sono insostituibili nel suond della band e hanno fatto la storia del periodo in cui vi hanno militato. Il mio batterista preferito è Barriemore Barlow, che ha suonato nei Jethro Tull tra il 1971 e il 1980. Le sue idee e il suo stile sono inimitabili e non ho mai sentito nessuno suonare così, prima e dopo di lui. Ho passato centinaia di ore a cercare di imparare le sue parti e a meravigliarmi di come avesse fatto a pensarle. Lo conosco personalmente e sono stato ospite a casa sua. Lui non vuole sentir parlare di batteria, quindi abbiamo fatto lunghe chiacchierate sulla vita in generale e per me va bene così. Mi basta sapere che mi stima e che mi considera un collega e un amico. Di tutte le cose che ho fatto in musica, condividere batteria e palco con lui è stata la cosa più bella. Tutti gli altri batteristi dei Tull sono formidabili. Clive Bunker e Doane Perry sono sempre stati gentili con me ogni volta che abbiamo suonato insieme. Il compianto Mark Craney è stato un gigante del mio strumento, mai abbastanza considerato. Una forza della natura! Tutti i batteristi di Zappa, in particolar modo Terry Bozzio e Chad Wackerman per la follia organizzata del loro playing. Roger Taylor dei Queen: timing impeccabile, voce con estensione infinita, autore di brani senza tempo. Diciamo che anche suonare con una band composta da altre tre individualità così uniche è una cosa che un po’ gli invidio. John Bonham dei Led Zeppelin: non serve aggiungere altro. Ian Paice, ovviamente. Lars Ulrich, senz’altro. Mike Portnoy, come tutta la mia generazione. Nick Menza, un batterista metal con un grande groove, si sente che veniva dal rock e dal blues. Pat Torpey dei Mr.Big. Sempre in grado di infilare una chicca batteristica di grande rilievo in brani di pop/hard rock. Pierluigi Calderoni del Banco del Mutuo Soccorso, per il suo stile preciso e le ritmiche serrate e incalzanti ma allo stesso tempo leggere. È anche una brava persona, lo conosco. Edoardo Bellotti, un batterista con una grande cultura che potrebbe suonare bene tutto e suona jazz in maniera consapevole ed elegante, con poche note al posto giusto. Oggi mi piacciono tantissimo Keli, il batterista degli Agent Fresco. Bravissimo, originale e imprevedibile, e Blake Richardson dei Between The Buried And Me.

Mi sembra di capire che i Jethro Tull siano il tuo gruppo del cuore, ma ti sei sposato indossando una maglia dei Queen mentre tua moglie ne aveva una degli Yes. Si tratta di tradimento? J

Ma sai proprio tutto! Grande! Quando ho saputo che Martin Barre e Clive Bunker dei Jethro sarebbero stati al nostro matrimonio, conoscendoli ho pensato che mi avrebbero preso in giro tutto il giorno perché indossavo una loro t-shirt il giorno del mio matrimonio, allora ho optato per i Queen, che adoro al pari dei Tull. Mia moglie è una grande fan degli Yes. Ho capito solo il giorno dopo che non era solo per la band, ma anche per il “sì”. Sono solo il batterista alla fine, un po’ lento di comprendonio 🙂

Da batterista di alto livello ti chiedo se puoi dare qualche semplice consiglio a chi si vuole avvicinare al tuo strumento.

Premetto che non mi considero un batterista di alto livello, ma ti ringrazio davvero per la tua stima. Studio tutte le mattine per migliorarmi e non fare brutte figure quando suono! La mia idea è di prendere lezioni e cercare di imparare quanto più possibile e ascoltare molta musica diversa, ma poi specializzarci in ciò che ci piace davvero. Se abbiamo provato per due anni ad ascoltare ogni forma di jazz ma quando ci sediamo alla batteria suoniamo dietro a Reign In Blood, direi che la nostra direzione musicale è piuttosto chiara, ma il fatto di aver studiato altri generi ci aiuterà a suonare meglio in generale e con maggiore consapevolezza. Direi che individuare una scuola con un insegnante che ci piace, o studiare privatamente con un bravo maestro è molto molto utile. Io vorrei averlo fatto prima nella mia evoluzione. Non serve avere una batteria costosa, bisogna studiare. Allora poi una batteria da 500/700 euro con delle buone pelli accordate e dei piatti decenti suonerà come una che costa dieci volte tanto. Quando presto la mia vecchia Tamburo da 460 euro a Clive Bunker lui la suona ed esce il suono che aveva nel 1970 all’Isola di Wight davanti a 650.000 persone (si riferisce al grandioso concerto con The Doors, The Who, Jimi Hendrix, Jethro Tull, Free, Emerson, Lake & Palmer e altri nomi fondamentali per il rock, potete recuperare il video “Message To Love: The Isle Of Wight festival”, ndMF). Io mi siedo dietro e tento di rubare il mestiere. Quello del suono è un aspetto affascinante e spesso trascurato dal batterista inesperto.

Quanto è importante (e difficile) trovare il drum kit ideale? Qual è oggi il tuo drum kit standard?

È importante, ed è difficile. Costa un sacco di soldi buttati per colpa dell’inesperienza e dell’insicurezza. Uso una batteria Vibe in alluminio, costruita da Paolo Zuffi a Imola. È uno strumento eccezionale. Ian Paice, Mark Richardson degli Skunk Anansie, i miei compagni di band e altri sono tutti rimasti sbalorditi dal suo suono. Ha molto volume e proiezione e magari se devo suonare in un teatro o in un club, uso una batteria in legno con diametri più contenuti, ma il mio set ideale ha una cassa da 24”, tom da 13” (a volte aggiungo un 10” sulla destra) e timpani da 16” e 18”. Le classiche misure da rock. Piatti Paiste 2002. Ho questo sound nelle orecchie perché tutti i miei batteristi preferiti li usano, quindi mi è sembrata una scelta ovvia. Bacchette Promark 5B e pelli Evans. Il mio set ideale è portare in giro o in studio meno roba possibile per poter affrontare in modo giusto la musica che devo suonare, così da non avere tentazioni di suonare più del necessario… e smontare velocemente dopo il concerto! E non dimenticare il tappeto, altrimenti si muove tutto!

Cosa stai facendo in questo periodo?

Insegno presso tre ottime strutture. Fondazione Fossano Musica di Fossano, una scuola che ha ottimi programmi di musica d’insieme; Musicanto a Piossasco (Torino) e la Pepper Music a Moncalieri. Ho un sacco di bravi allievi e cerco di fargli ascoltare i dischi al pari di studiare i rudimenti. Tra le molte band, segnalo The Critical Failure, una nuova formazione con disco in uscita. Immagina un sound vicino a certe cose di Devin Townsend e un concept che vede con occhio sinistro e quasi ironico la vita di alcuni famosi serial killers. Presto news in merito!

Sergio, grazie di cuore per la tua disponibilità e gentilezza. E’ sempre un grande piacere poter parlare con un musicista di spessore come lo sei tu.

Grazie a te per il tempo dedicatomi e ai lettori che avranno la pazienza di leggere quest’intervista fino a qui.