Intervista: Arkona

Arrivo al Traffic Live per la fine del soundcheck degli Arkona, li lascio cenare con calma e alla prima occasione “invado” il backstage per intervistare i due leader del gruppo russo, ovvero la cantante Masha “Scream” e il chitarrista Sergey “Lazar”: la prima ha da subito dimostrato un gran desiderio di parlare e si è lanciata in sorrisi e risate, mentre il marito è stato più riservato e taciturno. L’intervista si è svolta in lingua russa per dare modo ai musicisti di esprimersi al meglio (in passato, in tal senso, ci sono stati dei problemi, mentre ora Masha parla un inglese fluente). Il traduttore istantaneo – e che ha poi trascritto l’intera chiacchierata – è stato Anton dei Blodiga Skald, al quale va un grandissimo ringraziamento.

Potete vedere leggere il report e vedere le foto e i video della serata Arkona + Blodiga Skald QUI.

Avete iniziato da poco questo tour e siete per la prima volta a Roma. L’album Khram però è uscito lo scorso anno…

Masha: beh il tour va bene, come dire, questo è anche abbastanza piccolo, abbiamo circa cinque date sole (nel senso che cinque sono da headliner, le altre in festival, ndMF), ci sentiamo bene, la partenza è buona. Per adesso abbiamo avuto solo un concerto quindi ancora non ne risentiamo la stanchezza. Ma comunque tutto sta andando benissimo, sono molto felice di essere a Roma. Una citta bellissima, siamo stati in diversi luoghi e ho anche postato le foto su Instagram. Per quello che riguarda l’album, la setlist dei concerti include anche canzoni precedenti, facciamo la scaletta anche in base all’esigenze delle persone.

Lazar: l’album ha ormai più di un anno, quindi visto che un album nuovo non ne abbiamo, facciamo date in città che non abbiamo ancora visitato, ma se risuoniamo per la seconda volta in qualche posto, allora proponiamo anche altre canzoni. Per esempio a Roma è la prima volta, quindi il concerto sarà concentrato sull’ultimo album. Suoniamo già da più di un anno a supporto di quest’album con più di 50 date, e per esempio andremo a breve negli Stati Uniti dove presenteremo una setlist diversa.

Oggi sarà la terza volta che vi vedo in concerto, ma la precedente risale al Fosch Fest di Bergamo nel 2012. Cosa si deve aspettare il pubblico romano dal vostro concerto e quanto siete cambiati in questi anni?

Masha: è una domanda difficile, noi non sappiamo cosa vi potete aspettare da noi, aspetteremo e vedremo.

Lazar: beh dicevi che sono sette anni che non ci vedi in concerto? Diciamo che sette anni fa facevamo una musica un po’ diversa, era più folk metal ora è più black. Anche i nostri abiti di scena sono cambiati un po’.

Negli ultimi due dischi, ma in particolare per Khram, le vostre canzoni sono cambiate per approccio e stile. Da Yav suonate più oscuri…

Masha: beh guarda, lo sai che io scrivo le musiche e i testi delle canzoni, no? E quando lo faccio non ci penso cosa ho ora e come devo fare. Le cose mi vengono e basta, come se qualche forza sovrannaturale mi passi le idee. Quindi non saprei cosa mi ha spinto a fare le canzoni in certi modi. Semplicemente succede. Come se le idee venissero dal cosmo. I testi sono molto diversi, per esempio sono stata in Canada e mi è piaciuta un sacco la natura e una delle canzoni – VLadonyah Bogov – è stata probabilmente influenzata da quella vista. Altri esempi forse sono quando stavamo in tour e avevamo un autista di nome Brook e ci ha fatto ascoltare le sue canzoni, siamo rimasti sbalorditi dal mix di melodie, quindi forse sono stata influenzata anche lì. Quindi non c’è stato niente di preciso che mi ha influenzata.

Alcune canzoni hanno un minutaggio molto importante e per Tseluya Zhizn’ avete oltrepassato i diciassette minuti di durata. Come nascono queste canzoni?

Masha: abbiamo per esempio anche la canzone Moei Zemle per esempio, forse anche altre, non ci ricordiamo bene. Non c’è un motivo per la quale la canzone è cosi lunga. Non mi ci sono messa a decidere dobbiamo avere una canzone di diciassette minuti, succedeva piano piano. Quando scrivo mi chiudo e scrivo finché non finisco, e poi la canzone ha cinque o diciassette minuti, non me ne accorgo finché non l’ho finita. Il testo è molto filosofico, ci sono queste due sorelle in bianco e nero come fossero la vita e morte che girano intorno all’esistenza e si bilanciano una con l’altra.

Anche la copertina riprende il mood della musica. Nasce da una vostra idea?

Masha: Si beh, appena avevamo concluso la creazione del nuovo disco, avevo già in mente la copertina, come immagine intendo, anche l’artista sapevo benissimo che volevo lui perché mi piaceva il suo stile. Gli ho detto bene come sarebbe dovuta essere e con lui era come se fossimo collegati, ha realizzato esattamente quello che volevo io. E sì, era tutto collegato: la copertina con l’atmosfera delle canzoni e anche i video.

Si può ritenere Goi, Rode, Goi l’album che vi ha fatto conoscere al grande pubblico? All’epoca la copertina del disco girava molto tra i vari siti internet e avete iniziato a fare tour più grandi e lunghi.

Masha: difficile rispondere.

Lazar: non è stata una cosa col botto, ma penso che si è creata durate i primi quattro album. Poi con la Napalm Records abbiamo fatto uscire l’album Goi, Rode, Goi per il quale è stata fatta tanta pubblicità, e anche il primo grande tour è partito dopo quell’album e per esempio siamo stati a Bologna. Questo album è stato il nostro picco nel folk metal diciamo cosi, con canzoni come Yariloe altre. Diciamo che è stato l’album più “commerciale” che abbiamo fatto. Ma dire che è grazie a questo album che siamo usciti a livello internazionale, non lo penso.

Masha: beh sì. Se posso aggiungere mi ricordo che quando abbiamo suonato per la prima volta in Europa le persone conoscevano le canzoni, soprattutto quando eravamo nei locali e ci trovavamo la sala piena, per noi era incredibile sapere che persone nel mondo ci conoscevano.

Avete ri-registrato il disco di debutto Vozrozhdenie e il risultato, secondo me, è stato veramente buono. Possiamo aspettarci una cosa del genere anche per Lepta, visto che è un grande album penalizzato dai suoni non all’altezza?

Lazari: beh è successo che eravamo fermi per creare nuovo materiale. Decidemmo di fare un concerto su queste canzoni e non ci piacevano come suonavano alcune canzoni e quindi abbiamo deciso di rifare il disco. Ma non pensiamo di fare nuovamente una cosa simile in futuro.

Masha, se ti dico Hyperborea, cosa mi rispondi?

Masha: non saprei dove iniziare perché questa è una di quelle storie dove servirebbe un intervista solo per questo! Se raccontato breve, abbiamo iniziato come semplici musicisti in un seminterrato nella casa cultura Granit che ormai purtroppo non c’è più, è stato distrutto/demolito, ci ho anche portato i miei figli perché si divertono a scavalcare le rovine. Insomma avevo deciso di formare un mio gruppo, ero ancora giovane, avevo intorno ai diciassette anni mi pare. Il mio primo gruppo mio si chiamava Krovavaia Mary (Bloody Mary), e con questa formazione facevamo della musica pesante, anche se non avevamo ancora un genere ben definito. Poi il nostro batterista Warlock, che aveva una visione musicale più sviluppata degli altri, ha formato la band Hyperborea con me alla voce. Gli Hyperborea sono poi diventati gli Arkona. E le prime canzoni erano proprio Rus e Smitsa vorot i koliada.

Come vi siete avvicinati alla musica? Ci sono dei musicisti che vi hanno ispirato particolarmente?

Lazar: per la prima volta ho preso la chitarra in mano nel 1990. Avevo una gran voglia di suonare il metal, lo ascoltavo e volevo suonarlo, ci ho messo tre anni a decidermi, e poi ho fatto come tutti, ho preso una chitarra elettrica e ho iniziato a suonare su canzoni dei Metallica per fare un nome. I miti non saprei perché ce ne sono troppi. Uno potrebbe essere Paul Gilbert anche se non fa proprio metal, ma ha comunque uno stile impeccabile. Paul Gilbert per la tecnica e Chuck Shouldiner per le canzoni.

Masha: sono stata influenzata dalla musica fin dalla tenera età. Per esempio avevo tre anni quando composi la mia prima canzone. Ancora non sapevo parlare ma avevo già scritto una canzone (ride, ndMF)! Poi ci sono state varie scuole musicali e ho provato vari strumenti. Non andavo benissimo con la teoria. Ci sono state varie situazioni personali che mi han influenzata. La prima band in cui sono mai entrata si chiamava Slavery, il genere era tipo di power metal. Li ho mollati perché non mi permettevano di comporre e non volevano utilizzare le mie canzoni. E poi i ragazzi dei Krovavaia Mey (Bloody Mary) mi hanno portata al mio primo concerto metal: avevo tanta paura, pensavo fossero tutti drogati lì!!! Gridavo “MI UCCIDERANNO!!!” (ride di cuore, ndMF). La prima formazione che sentii si chiamava M.O.R., un gruppo molto black. Poi sono stata anche ad altri concerti con i ragazzi dei Krovavaia Mary dove mi hanno fatto il corpse paint. Stavo lì e non capivo nulla! Con i Krovavaia Mary ho iniziato a fare lo scream: una sensazione divertente perché io gridavo e tutti mi fomentavano.

Masha, sul web girano delle canzoni acustiche risalenti a tanti anni fa e riportano il tuo nome. Sono vere? Di cosa si tratta esattamente?

Masha: sono le mie canzoni che non sono state suonate dagli Slavery per i quali erano state composte. Canzoni che ho composto dai 13 ai 17 anni. Mi mettevo davanti al registratore e registravo, ci facevo le cassette.

Conoscete qualche gruppo italiano folk metal?

Lazar: di solito incontriamo gruppi di altri generi, per esempio con i Fleshgod Appcalypse ci incontriamo spesso e sono amici nostri, David Folchitto (il batterista della band, ndMF) è un nostro carissimo amico. Anche con i Soundstorm. Per quanto riguarda il folk metal di italiani non ne conosciamo. Per esempio sappiamo che suoneremo con i Wind Rose, ma non li abbiamo ancora ascoltati (ci suoneranno a breve nel tour americano, ndMF). Di italiano classico conosciamo per esempio Sadist e Bulldozer.

Per concludere ti chiedo se stai componendo delle nuove canzoni.

Masha: e sì, per esempio ho già salvato alcune idee sul tablet, sto già a due canzoni e mezzo. Io non sto ferma, lavoro ogni volta che ho idee. Può succedere dappertutto. Per esempio sto in questa cosa tutta distrutta (si riferisce al backstage del Traffic, ndMF) e una volta tornata a casa trascrivo tutte le idee che potrei avere in tour.

 

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Intervista: Stormlord

Sei anni di attesa per poter ascoltare Far, nuovo lavoro dei capitolini Stormlord. Sei lunghi anni di domande e dubbi, sospiri e continui ascolti dei vecchi album. Ci son voluti sei anni, ma ne è valsa la pena! Far è probabilmente il punto più alto della creatura di Cristiano Borchi e soci, un lavoro che alza ulteriormente l’asticella dell’extreme metal, con i musicisti bravi nel riuscire ad amalgamare meravigliosamente epicità e black metal. È proprio questo il succo del disco: Far è un bellissimo e originale lavoro di epic black metal, nel quale gli Stormlord hanno inserito tutte le proprie abilità che, insieme alla lunga esperienza in palco e in studio, ha fatto sì che la band si esprimesse al massimo, capace di realizzare un disco senza un solo calo di tensione o, peggio ancora, un solo riempitivo. Tutte le canzoni di Far hanno ragione di esistere e si diversificano tra di loro per musica e testi: se il Mediterraneo e la sua storia è sempre al centro dell’interesse dei nostri, è la musica che ha fatto l’ennesimo passo in avanti, rendendo ancora più bello e intenso quello che già lo era nel precedente e ottimo Hesperia. Nelle dieci tracce di Far troviamo una band carica e desiderosa di proseguire l’esplorazione degli angoli più nascosti del genere, confezionando in questa maniera un full-length che suona fresco e accattivante anche dopo numerosi ascolti. Tutto in Far è giusto e al suo posto, a partire dai suoni e dalla produzione per arrivare a ogni singola sfumatura percettibile in cuffia, un lavoro che è targato 2019 ma che nel metal d’annata trova ispirazione e la trasforma in forma attuale e “moderna” senza perdere un briciolo di spontaneità.

Passati i quarantanove minuti del disco (vissuti spesso a bocca aperta) c’è voglia di ascoltare nuovamente le dieci canzoni che compongono il cd e quando la reazione al disco è questa vien da dire “chissenefrega se bisogna attendere sei anni per godere di un simile lavoro”. Bentornati Stormlord, il metal ha bisogno di voi!

foto di Erica Fava.

La sera del release party al Traffic Live di Roma ho avuto la possibilità di intervistare la band quasi al completo (il tastierista Riccardo Studer era impegnato con il soundcheck dei Dyrnwyn, band che aprirà il concerto) e approfondire alcuni aspetti di Fare non solo. Hanno risposto alle mie domande Cristiano Borchi (CB), Francesco Bucci (FB), David Folchitto (DF), Gianpaolo Caprino (GC) e Andrea Angelini (AA). Un grande ringraziamento ad Angelo di Scarlet Records e Gabriele e Martina di No Sun Music per aver permesso la realizzazione di questa bella e piacevole chiacchierata.

Sei anni di attesa per il nuovo disco: come mai tutto questo tempo?

FB: Ormai abbiamo abituato chi ci segue a questa dilatazione dei tempi tra un disco e l’altro, però per capire questa cosa bisogna capire che Stormlord è una band che fa musica per passione, nel senso che noi non abbiamo alcun tornaconto economico, noi facciamo uscire un disco quando ci soddisfa al 100%. Non seguiamo le regole del music business, quindi tutti noi dobbiamo fare i conti con il lavoro, abbiamo famiglia e le classiche cose. Soprattutto noi facciamo uscire il disco quando pensiamo di essere in grado di dire qualcosa in più, non siamo mai stati un gruppo che fa uscire il cd ogni due anni per essere sempre in auge, questo chiaramente cozza su come la musica viene trattata. Da quando la musica liquida è diventata così importante bisogna sempre essere sul pezzo, ma noi, con meraviglia, ogni volta che torniamo costatiamo che c’è ancora gente che ci aspetta e colgo l’occasione per ringraziarli perché mi rendo conto che sei anni sono un’eternità.

Con Far siete tornati a Scarlet Records, etichetta con la quale avete già lavorato.

CB: Ai tempi non ci siamo separati da Scarlet perché avevamo un problema con loro, semplicemente abbiamo avuto la possibilità di andare su Locomotive Records che, parliamo prima della crisi del mercato, 2008-2009, all’epoca la Locomotive aveva tre uffici in America, in Germania e in Spagna dove era affiancata da Warner, tra l’altro in Germania la faceva Chris Bolthendal dei Grave Digger. Èchiaro che una situazione del genere ci dava l’opportunità di far raggiungere il disco a più persone e quindi quando ci siamo sentiti con Scarlet gli abbiamo detto che c’era questa occasione e loro stessi hanno detto “bravi, andate! Che magari noi vendiamo più dischi del vostro catalogo” (ridacchia, ndMF). Èstato fatto tutto in modo amichevole e non c’è mai stato un problema. Siamo stati poi con Trollzorn per una scelta di un’etichetta un po’ più settoriale, adesso siamo tornati con Scarlet anche a fronte del loro forte interesse nei nostri confronti e devo dire che le cose stanno andando molto bene, loro sono entusiasti del disco e stanno facendo tutto quello che possono e anche di più. Stiamo lavorando davvero bene e le cose non potrebbero andare meglio.

Iniziamo ora a parlare del nuovo album, Far. Parlatemi dei testi che sembrano essere molto importanti per voi e sicuramente interessanti da conoscere.

FB: Innanzitutto ti ringraziamo per voler parlare dei testi, diamo sempre grande importanza al lato lirico delle canzoni e non sempre ci vengono poste delle domande sui testi, sono commosso (si ride, ndMF)!

Purtroppo i testi quasi non vengono più letti.

FB: Non più. Purtroppo è così e ci dispiace perché ci mettiamo un certo impegno. Per Far non si tratta di un concept perché mi sentivo soddisfatto di quanto fatto con Hesperia che invece lo era. Quindi i testi in questo senso non seguono un filo conduttore preciso ma hanno sempre a che fare con quelli che sono i “nostri” argomenti, e quindi ci sono temi classici che sono la mitologia, la storia di Roma e della Grecia e più in generale del Mare Mediterraneo, perché noi ci sentiamo tutti uniti da questo mare. C’è sempre quel filo conduttore che parte da pezzi di Mare Nostrum come And The Wind Shall Scream My Name e ovverosia una mia riflessione sull’uomo che trova compimento nel suo esplorare, scoprire lo sconosciuto, e questo mi piace ripeterlo sempre, andiamo in contrasto col classico messaggio del gruppo metal perché il nostro è un forte messaggio di tolleranza. Poi mi piace farmi ispirare dalla natura dei pezzi anche se poi non fanno parte di queste tipologie di testi che comunque sono i più importanti e abbiamo ad esempio Cimmeria, che trova ispirazione da un poema di Howard che è il creatore di Conan ed è la prima poesia che lui abbia mai fatto riguardante il mondo di Conan e il testo è integralmente trasposto per questa canzone, oppure Levante che si connette sempre al mondo come esploratore, ma l’ispirazione è una poesia di Walt Whitman che però ne capovolge il significato, ovvero che nella poesia Colombo esplora per la gloria di Dio, qui è l’uomo che esplora per la gloria dell’uomo. Poi c’èLeviathanche è un pezzo che parla dell’Etna, un simbolo del Mar Mediterraneo, con una parte cantata in catanese dal nostro fonico Giuseppe Orlando (nonché batterista dei The Foreshadowing ed ex Novembre): l’Etna come casa di Efesto, prigione dei venti per Eolo. Mediterranea come forse simbolo dei testi di Stormlord in quanto parla del privilegio di vivere in una terra nella quale ti basta chiudere gli occhi e puoi sentire l’eternità, nel senso la storia che vive sotto queste terre.

Sono felice di aver iniziato la chiacchierata su Far parlando con i testi perché sono una parte della musica che viene quasi sempre messa in seconda parte, ma che invece ha molta importanza ed è un peccato che anche le etichette, quando mandano i promo digitali, non inseriscano un file con i testi. Soprattutto con gli mp3 e la musica digitale ho l’impressione che non ci sia tempo e interesse verso i testi.

AA: Mi hanno fatto notare che ora Spotify, su alcune canzoni, compare anche il testo, è un segno positivo.

FB: Non di tutti, non credo di noi, magari degli U2 sì…

CB: È anche vero che molti gruppi, a livello di testi, non hanno molto da dire.

Nel corso degli anni, per esperienza-gusti personali-cambi di musicisti ecc., la musica è cambiata. Mi ricordo che all’epoca del vostro primo EP Under The Sign Of The Sword, non c’era internet, con gli amici dell’Appennino, parlando del disco che era sulle riviste ci dicevamo “ma che fanno questi?” e uno che vi aveva ascoltato disse “sono tipo i Bal-Sagoth”. Allora mi son detto “ah, black metal epico, magari sono fighi!” e mi procurai una cassetta tramite tape trading e così vi ascoltai per la prima volta.

CB: Beh sì dai, più o meno ci siamo. Magari un po’ più semplici.

Quindi ecco, dal primo disco a oggi c’è stata una grande evoluzione, in particolare per questo album ho sentito quasi delle chitarre “moderne”, se posso dire…

FB: Sìsì, puoi dirlo!

Un largo uso del growl e in alcuni frangenti ho avuto la sensazione di ascoltare qualcosa di vicino ai Behemoth per quel che riguarda l’atmosfera. Però metti la canzone e dici “sono gli Stormlord”, diversi da quelli di dieci o cinque anni fa, ma riconoscibili. La domanda è: quanto è difficile, se lo è, essere se stessi senza ripetersi andando avanti come gruppo e come musicisti.

CB: Guarda, io penso di parlare a nome di tutti, questa difficoltà noi non l’abbiamo mai percepita proprio per un discorso come quello che faceva Francesco. Non essendo noi un gruppo che deve tenere conto di un mercato, di dover far tornare i conti, far uscire un disco che deve seguire una strada perché i fan vogliono quello o altro. Noi lavoriamo spontaneamente senza alcun tipo di pregiudizio nei confronti delle nostre idee. In carriera abbiamo fatto pezzi acustici come TheCastway cantato in scream, Hesperia che è un pezzo semi elettronico cantato in italiano in growl…

Non ci sono limiti.

CB: Quello che ci piace, che secondo noi ci è venuto bene, lo portiamo avanti. Questa, secondo noi, è la chiave per rimanere se stessi: non abbiamo pressioni esterne, quindi i nostri gusti sono quelli. Possono essere arricchiti dai nuovi ascolti e dai tempi che vanno avanti, come dicevi te le “chitarre moderne” sono nuove influenze sicuramente anche nel modo di suonare, ma siamo sempre noi perché di base è musica genuina, sincera, che viene da dentro perché non ha bisogno di non essere così perché non abbiamo costrizioni di sorta, né dobbiamo sbrigarci, né dobbiamo seguire schemi collaudati “perché così vendiamo tot”, tutti questi discorsi con noi non ci sono e questo permette di portare avanti la nostra personalità e fare quello che vogliamo. Questo ci porta a un’evoluzione del sound, arricchire e modificare senza snaturare perché siamo sempre noi.

Testi legati al Mediterraneo e un importante messaggio, musica che è epica ma penso di poter dire che è anche il più aggressivo della vostra carriera

CB: Sì.

Ma è di un’epicità in alcuni punti…

FB: È quella l’idea, noi suoniamo extreme epic metal!

In alcuni passaggi, rischio di dire una castroneria, ma l’ho pensato: ci sono dei momenti di epicità pari a quelli di Imaginations From The Other Side dei Blind Guardian con tutt’altra musica. Voglia di uscire di casa e urlare al cielo qualcosa…

FB: Mi è capitato di descriverla come “musica per guardare all’orizzonte”. Quando sei talmente fomentato che vuoi sfidare il sole, ecco quella vorrei che fosse la sensazione che si ha quando si ascolta la nostra musica. Però sì, di base deve essere schifosamente epico un disco degli Stormlord.

La tua è una bellissima descrizione, mi hai fatto pensare a quando sono stato in Irlanda, a Doolin per la precisione. Arrivi lì e a un metro ci sono le scogliere a picco sull’oceano e dopo il nulla, la fine del mondo.

FB: Bravo, mi sei piaciuto, ti farò scrivere un testo per il prossimo disco! (risate, ndMF)

Musica iperepica, testi… iperepici e copertina… iperepica. Lui è un mostro sacro degli artwork…

Band in coro: È iperepico!

Come lavorate con Gyula Havancsák: gli mandate la musica, i testi, gli dite la vostra idea…

AA: La parte dell’artwork l’ho seguita io a nome della band. Abbiamo lasciato parecchia libertà a Gyula.

CB: Andy ha seguito da vicino Gyula.

FB: Posto che con Gyula ci lavoriamo dai tempi di Mare Nostrum, è il terzo disco che ci fa.

AA: Ci conosce, sapeva già più o meno su quali coordinate muoversi, la musica la conosce. Abbiamo fatto tra di noi un brainstorming per buttare giù qualche idea con la musica che avevamo già composto, lo abbiamo contattato e dato degli input, poi lo abbiamo lasciato libero di lavorare. Ci ha mandato delle bozze e noi gli chiedevamo delle correzioni, cambi colore ecc., ci sono comunque due artwork per il cd e il vinile ha un’apertura più ampia ed esalta ancor di più la copertina.

È la prima volta che pubblicate su vinile?

FB: Sì.

Che sensazione è?:

FB: Bellissima! Anche io ascolto musica quasi solo liquida, vuoi l’mp3 o Spotify, abbiamo comunque un grande amore per il vinile perché è il formato che c’era quando eravamo piccoli, ci siamo cresciuti, e per noi che diamo molta importanza all’artwork… ricordiamo tutti cosa vuol dire prendere un disco su vinile no? Iron Maiden, Somewhere In Time, la grafica. Poi il vinile, se ci pensi, è un oggetto che ti obbliga a porre attenzione all’ascolto perché lo devi mettere, mettere la puntina, quattro canzoni e lo devi girare, non lo puoi lasciare come sottofondo, e credo che sia un bel messaggio in un mondo che come ora puoi essere travolto dalla musica per un’intera giornata senza focalizzarla. Soprattutto è un bellissimo oggetto con una bellissima copertina.

Avete parlato di Iron Maiden, li avete coverizzati anni fa. Poi a memoria Slayer e Death SS e Metallica con Creeping Death: sicuramente tra i gruppi che vi hanno dato tanto da ragazzi…

CB: C’era anche una canzone dei Naglfar che facevamo dal vivo al tempo…

FB: Pure Venom! Countess Bathory!

CB: Dei Naglfar facevamo da Through The Midnight Spheres da Vittra, il primo disco.

Dovendo farne una adesso, da inserire in un disco, magari anche per via di un legame con i testi…

CB: Dovremmo fare una riunione e decidere ahah!

Allora ditene una a testa. Per gusto e magari perché ce la vedete bene rifatta nello stile Stormlord.

CB: Io lo sfizio me lo sono tolto facendo Moonchild perché sono cresciuto con gli Iron Maiden, da ragazzino saltavo in camera facendo finta di essere Bruce Dickinson, facevo finta di cantare, mica le cantavo! Facevo così “aua aua aua ah”, facendo un po’ la scimmia della situazione, cantavo e ballavo…

Ma pure vestito come Bruce Dickinson, con i leggins a righe?

CB: Bastava anche il pigiama che andava bene lo stesso. Seventh Son Of The Seventh Son è stato il mio primo disco dei Maiden e ho iniziato proprio con Moonchild e per me ha un super significato. Tra l’altro sono anche riuscito a farla ascoltare a Bruce, quando gli ho fatto un’intervista gli ho lasciato il disco, erano i tempi di Metal Shock e gli lascia The GorgonianCult e so pure che ha gradito molto. A lui, come si può sentire dai suoi dischi solisti, piacciono anche le cose un po’ più spinte, dove c’è la doppia cassa…

Quale ti piace di più di Bruce solista?

CB: Oddio, non te lo so dire

FB: Secondo me ti piace Balls To Picasso, quello con Tears Of The Dragon

CB: Quello era più rock perché c’era un po’ di repulsione per il metal, poi è andato oltre, più duro dei Maiden.

Io vado pazzo per The Chemical Wedding, all’epoca l’ho consumato.

FB: Bellissimo!

CB: Per noi gli Iron Maiden sono un’influenza, tolto il batterista… ahahah!

DF: Diciamo che i dischi principali li conosco e mi piace anche X Factor. Secondo me è un ottimo disco.

CB: Siamo influenzatissimi anche dal loro modo di stare sul palco.

FB: Siamo molto attivi sul palco, vuoi perché abbiamo il cantante senza strumento, vuoi che siamo tanti, però zompiamo come loro!

CB: Nel limite del possibile e degli spazi.

FB: Mi è tornata in mente che tempo fa ci abbiamo provato a fare una cosa. Giampaolo è colui che canta quando senti la voce profonda alla Sister Of Mercy e tempo fa avevamo abbozzato un pezzo dei Bathory, quella Song To Hall Up High cantata da lui. Sarebbe figo fatta con delle orchestrazioni perché per me i Bathory sono una grandissima influenza, sia quelli black ma soprattutto quelli epici. Song To Hall Up High fatta dalla voce di Giampaolo potrebbe essere davvero una figata con delle belle orchestrazioni.

GC: Essendo fan dei vecchi Metallica, sono un discepolo di James Hetfield a livello chitarristico, a me piacerebbe fare The Thing That Should Not Be, riarrangiarla. Non è un pezzo veloce, è strana, molto affascinante e particolare. Rivisitarla con lo scream, un pizzico più veloce…

DF: In un certo senso lo sfizio me lo sono tolto anche io con Creeping Death. Questo lo sanno in pochi, ma Creeping Death è stata la prima canzone metal che ho provato a suonare: sai le bacchette sul ventilatore o qualunque cosa che trovavo, ho detto “ok, divento batterista”. Mi ha proprio introdotto alla batteria metal e quando mi hanno detto “facciamo Creeping Death” ho pensato “che figata!”. Quindi sto bene così, ma potendo esprimere un desiderio, da fan del power metal, vorrei fare qualsiasi cosa degli Helloween, dei Running Wild o dei Gamma Ray, sennò un pezzo non metal e rifarlo metal, che a volte è proprio una sfida. Anche se è rock, un pezzo dei Guano Apes, quando hanno fatto la cover di Big In Japane sembrava una canzone loro. I Turisas hanno fatto una cover dei Boney M, Rasputin (la trovate come bonus track di The Varangian Way, ndMF), ed è bella. Una cosa anni ’70, roba stranissima, rifatta metal, è sicuramente stimolante. Io sarei per queste cose dance rifatte in chiave metal.

Mi viene in mente i Trollfest che hanno rifatto Toxic di Bretney Spears

FB: Ci abbiamo suonato con i Trollfest, conosco.

DF: Non è facile, ma rifare un pezzo che ti piace, che ti ha ispirato e rifarlo “tuo” è una sfida. Secondo me è più difficile farlo con roba che non è del tuo genere piuttosto che con roba che conosci e fa parte del tuo background. Coverizzare una Mirror Mirror dei Blind Guardian, faccio un nome a caso, la fai un po’ più ignorante e viene, vai a scomodare una band con i Blind Guardian che non è “semplice”, ma sai già come fare.

AA: Chiudo il giro io e dico Iron Maiden perché ricordo le emozioni che ho provato le prime volte che li ho ascoltati e mi domandavo “ma cos’è quest’atmosfera epica?”, all’epoca non avevo mai sentito una cosa del genere da un altro gruppo. Scegliendo direi magari un pezzo non proprio conosciutissimo come Total Eclipse con la voce di Cristiano altissima, mammamia!

Va bene ragazzi, io innanzitutto vi ringrazio per il tempo che mi avete concesso, è stato un piacere intervistarvi e rinnovo i complimenti per Far, un gran bel disco! A partire da domani, cosa faranno gli Stormlord? Date, festival, video?

FB: Hai detto tutto tu! A breve dobbiamo girare il video, abbiamo il Metalitalia Festival a Milano con Arch Enemy, Flashgod Apocalypse, Darkane ecc. (l’intervista si è svolta il 24 maggio, quindi prima del festival di Metalitalia, ndMF), abbiamo altri festival in via di conferma e c’è la nostra agenzia Bagana che sta lavorando per noi e dopo l’estate immagino che si suonerà. Questo disco è stato un po’ come un parto, ma ora arriva il rock’n’roll: come dico sempre la nostra dimensione ideale è dal vivo, noi in stile Iron Maiden diamo tutto dal vivo e speriamo di avere tante date! Per il futuro remoto chi può dirlo, magari faremo un nuovo disco in due anni oppure in dieci, mi guardano sconvolti (riferiti agli altri del gruppo, ndMF), facciamo dieci va!

Terminata l’intervista si prosegue a parlare in maniera informale, ma le parole di Giampaolo Caprino sono talmente interessanti che gli chiedo se posso registrarle, ecco la coda dell’intervista:

GC: Per noi sono molto importanti i testi, così come le composizioni. Noi le incastriamo queste due cose, quindi facciamo una certa ricerca per i testi, su mitologia, storia e poesia, facciamo anche una certa ricerca nella musica, cercando le scale giuste, i modi e le scale che hanno un sapore antico. Spesso e volentieri abbiamo utilizzato la “scala napoletana” perché ha un sapore mediterraneo, come su Mare Nostrum.

Voi partite sempre dai testi per poi aggiungere la musica giusta?

GC: Noi iniziamo a portare delle idee che abbiamo partorito a casa, nella nostra ricerca, le portiamo e le uniamo, così nasce qualcosa. Avendo già una certa personalità – come ha detto prima Cristiano, non è che ci sforziamo nel riprendere qualcosa del passato e autocelebrarci, siamo noi, siamo semplicemente noi al naturale – ha un certo carattere, il carattere Stormlord, che Francesco percepisce che quella canzone può parlare di quella cosa lì. In quel momento si uniscono le cose e si ritorna sulla musica e si crea l’atmosfera, si cerca lo strumento antico. Per esempio, in Hesperia nel pezzo Onward To Roma, è un pezzo sul viaggio di Enea dalla Sardegna alle coste laziali, lì abbiamo utilizzato degli strumenti sardi.

Non sono solo effetti digitali quindi…

GC: No! Su Mare Nostrum mi ci sono messo io con il marranzano e doin doin doin (imita il suono dello strumento noto anche come “scacciapensieri”, ndMF).

Mi hai parlato di scale antiche e ho pensato che a casa ho due dischi di un gruppo romano che fa “antica musica romana”, si chiamano Synaulia. Li conosci?

GC: Non li conosco, ma posso dirti che ogni volta che nella nostra musica c’è qualcosa di “romano” è perché ci siamo visti Ben-Hur, perché magari abbiamo tratto ispirazione dalla colonna sonora di un vecchio film. “Senti qui, armonizzano tutti per quarta, senti queste trombe”, è un farsi ispirare dalle immagini e dalla musica di quel famoso musicista degli anni ’60 per come l’ha vista lui e farsi ispirare da quelle che lui ha dato alla nostra cultura e immaginario collettivo. Peschiamo dai film spesso e volentieri, come in Hesperia che abbiamo avuto come ispiratore Basil Poledouris, compositore di origine greca che ha composto la colonna sonora di Conan Il Barbaro, che è un capolavoro della storia della musica per quanto mi riguarda. Che poi ce la siamo portata dietro pure su Farquesta presenza, rivisitando in maniera più metal, diretta e moderna.

Si chiude così la lunga chiacchierata con i ragazzi degli Stormlord: seduti sui cuscini del Traffic Live, chiacchierando di buona musica prima dell’inizio del concerto: che belle le intervista face to face!

foto di Erica Fava.

Intervista: Apocalypse

Il giovane Erymanthon sembra avere le idee piuttosto chiare: Bathory, Bathory e ancora Bathory! Dopo aver esordito pochi mesi fa con il disco Si Vis Pacem, Para Bellum, è di freschissima pubblicazione il nuovo To Hall Up High, album tributo a Quorthon contenente sette brani del compianto artista svedese (lo potete ascoltare QUI). Una devozione assoluta quella del musicista piemontese che desta non poca curiosità, ecco quindi riportata la conversazione che abbiamo nelle settimane scorse, buona lettura!

Partiamo dalle origini della band: perché il nome Apocalypse e come è nato il progetto?

Intanto ciao e grazie di avermi concesso questa intervista! Dunque, il progetto nasce come mia idea verso fine ottobre 2015, ma la data in cui ufficialmente ho fondato la band è il 1 novembre 2015, assieme ad un amico. In realtà non abbiamo avuto un nome per molto tempo… a fine febbraio 2016 finalmente ho scelto Apocalypse, che agli altri è piaciuto subito. In realtà non ha un significato particolare… semplicemente stavo leggendo una pagina Wikipedia sull’heavy metal, in cui si diceva che il genere spesso tratta temi apocalittici, e ho pensato “cazzo, Apocalypse suona proprio bene!”. Tutto qui!

Inizialmente gli Apocalypse suonavano un altro genere ed eravate un trio. Poi c’è stato il cambio di genere e il gruppo è diventato una one man band. Cosa è successo?

Sì, abbiamo iniziato volendo fare power metal in stile primi Nightwish… io suonavo la chitarra da poco più un mese, e volevo seguire le orme dei miei allora idoli Nightwish (gruppo che tuttora apprezzo e che ho visto a Milano dal vivo lo scorso 5 novembre). In realtà non eravamo un trio… io speravo di raggiungere una line-up di cinque o sei persone, ma a dire il vero, non abbiamo mai avuto una formazione completa e decente. La storia è parecchio lunga e intricata (volendo la trovate tutta sul sito), ma in breve non ho mai trovato persone dedicate come lo ero io, che avessero davvero voglia di metterci l’impegno giusto, anzi, la maggior parte delle volte mi sono trovato circondato da un branco di idioti, almeno dal punto di vista musicale. Ho assunto e cacciato nuovi membri diverse volte, alcuni sono rimasti e hanno cambiato strumento, ma comunque non siamo riusciti a far funzionare un bel niente, io mi sono molto arrabbiato, perchè tenevo molto al progetto, ma a nessuno è mai sembrato importare nulla, gli altri vedevano la band come un’occasione per cazzeggiare e perdere tempo (c’era chi lanciava bacchette in sala prove, chi si fermava a metà canzone perché non aveva voglia di continuare, chi non ha mai imparato un singolo riff…), quindi verso fine estate 2017 ho alla fine cacciato tutti quanti e ho sciolto la band, perché era una perdita di soldi, perdita di tempo e di energie. Io ho scritto un sacco di musica e non siamo mai riusciti a completare nemmeno una singola canzone. Era una frustrazione indicibile. Alla fine, ispirato dai Bathory, ho deciso di riprendere Apocalypse come progetto solista attorno a febbraio 2018. Éproprio in quel mese che ho iniziato le registrazioni per Si Vis Pacem, Para Bellum.

Il tuo è un tributo ai Bathory: cosa pensi e vorresti portare al mondo musicale con la tua musica?

Beh, direi che non ci sono dubbi! Nel mio modo di cantare, negli arrangiamenti, nel modo di suonare, nell’atmosfera e anche nel mio look l’influenza di Quorthon si fa sentire decisamente. Se vuoi vederla così, il progetto è un tributo nel senso che tento di portare avanti nel mio piccolo quello che lui, mio “padre” artistico, ha cominciato e, ahimè, è stato costretto a interrompere dalla sua prematura scomparsa. Mi ferisce molto il fatto che non potrò mai incontrarlo di persona, ma al contempo credo che lui sia vivo nei magnifici dischi che ci ha lasciato e nei progetti che ha influenzato. Io non credo affatto nell’aldilà o nella vita dopo la morte, quel che intendo è che, in un certo senso, lui è vivo dentro di me, dentro a tutti gli artisti che a lui si ispirano e dentro a tutte le Bathory Hordes, nella forma di memoria, stima ed influenza indelebili. Finchè lo ricorderemo come merita, lui sarà vivo dentro e tra di noi. Quello che voglio fare nel mondo della musica? Assolutamente omaggiare Quorthon, pur cercando di evolvere il mio stile pian piano, perchè non voglio sembrare solo una copia, voglio cercare di arrivare a fare qualcosa di mio in cui la sua influenza sia presente (un padre vorrebbe vedere il figlio seguire i suoi consigli per poi andare per la sua strada, no?). Un’altra mia speranza è che i fan dei Bathory apprezzino ciò che faccio, perchè il mio progetto è dedicato anche a loro. Alcuni già mi hanno scritto dicendomi “Quorthon rivive a Torino!” o “Quorthon starà brindando con gli Dèi ascoltando la tua musica!”, e sono frasi che mi riempiono di orgoglio e che mi fanno pensare che forse qualcosa di giusto lo sto facendo. Ma il mio sogno più grande è che, prima o poi, ci sia anche solo una, una singola persona per la quale io possa essere quello che Quorthon è stato per me: se riuscirò a ispirare così profondamente anche solo una persona, per me sarà una vittoria grandissima.

Il disco Si Vis Pacem, Para Bellum è un autoprodotto e le copie fisiche sono pochissime. La decisione di fare tutto da solo è nata da te o avresti gradito il supporto di un’etichetta?

Sì, è un disco autoprodotto e l’ho registrato e mixato per conto mio nel mio studio casalingo, i “Darkwoods Studios”, e anche i CD sono stati stampati e masterizzati da me in persona, è un processo lungo e questo spiega il perchè ce ne siano così pochi (credo una trentina). Addirittura, ormai quasi stampo su ordinazione: se qualcuno mi scrive che vuole il mio CD, lo stampo apposta e lo spedisco. Come vedi è tutto molto underground, anche perchè non ho di certo una fanbase così numerosa. Questo approccio, soprattutto per quanto riguarda la registrazione, è per me essenziale: non potrei mai lavorare in modo “tradizionale”, scrivendo un album e registrandolo tutto in una volta. Secondo il mio workflow, le canzoni e gli album prendono vita durante la registrazione: Si Vis Pacem Para Bellum è stato scritto e registrato tra febbraio e ottobre 2018, ad esempio. A volte lascio a metà album o canzoni per mesi e mi dedico ad altro prima di riprendere, al momento sono al lavoro su tre dischi diversi! Probabilmente, lavorando in casa, è diventato un processo naturale per me, e conta che comunque sono partito a lavorare sul disco da zero, quasi come side-project, puramente per mia soddisfazione e basta, mentre oggi per me il progetto ha tutta un’altra importanza. D’altro canto, il vantaggio di avere il supporto di un’etichetta è ovviamente che la questione di stampa, distribuzione e promozione è in gran parte a carico dell’etichetta stessa, ma nel contempo bisogna rispettare certe tempistiche, talvolta attenersi a certe “linee guida” sulla musica, e a me piace avere carta bianca. Ovviamente dipende dalle etichette, però c’è molto marketing nel mondo della musica. Di certo comunque mi farebbe molto piacere se un’etichetta davvero interessata alla mia musica decidesse di supportarmi su stampe, distribuzione eccetera. Si vedrà cosa ci riserva il futuro!

Parlaci delle canzoni che fanno parte del disco, dando il giusto risalto ai brani e alle tematiche che pensi siano maggiormente interessanti.

Per quanto riguarda le tematiche, ho deciso abbastanza presto che il disco avrebbe dovuto parlare di guerra, che è un tema che reputo molto epico e mi ispira molto per le canzoni. Ho deciso di inserire il tutto nel periodo dell’antica Roma, perché non mi andava di copiare il tema vichingo, volevo dare al disco un’identità un po’ più unica da questo punto di vista, con una cultura che appartiene alla nostra terra, e che non ha nulla da invidiare a nessuno in quanto a gloria ed epicità! Il disco sviluppa dunque il tema bellicoso e i diversi momenti della battaglia, andiamo con ordine: Tomorrow parla dei soldati nell’accampamento la notte prima della battaglia; The Day Of Sorrow è il giorno della battaglia: il sole sorge, la brezza fredda sussurra nell’accampamento, gli eserciti si schierano e caricano al suono dei corni da guerra, gridando di trionfare nella gloria o morire nell’onore; il brano si chiude sull’immagine dei due eserciti che cozzano. Thunder, Blood And Fire descrive brutalmente la battaglia: il tuono sferragliante delle armi e armature, il sangue delle vittime e il fuoco che avvolge i nemici (curiosità: la prima strofa termina con “Thunder”, la seconda con “Blood” e la terza ed ultima con “Fire”); per Chant Of Glory Eternal ho immaginato un canto di marcia o da accampamento dei soldati in guerra: contiene la declamazione dei valori di gloria nella vittoria e onore nella morte, delle invocazioni agli Dèi e al Destino e un’invocazione ai compagni affinché seppelliscano i caduti con la loro spada in modo che il loro ricordo resti vivo dopo la morte; in Soldiers Of Rome c’è un po’ un mix dei temi trattati finora, ma è tutta cantata in prima persona da un soldato; Gloria Et Mortem è di nuovo la descrizione di una battaglia, cantata in prima persona da un soldato ed ispirata dall’episodio della sconfitta di Canne; la title-track Si Vis Pacem, Para Bellum è sempre in prima persona, la voce descrive alcune fasi della battaglia, poi esclama “Si Vis Pacem, Para Bellum!” (se vuoi la pace prepara la guerra), e infine i cori invocano gli Dèi, mentre la voce solista urla “Questo è il mio giorno per morire” (traducendo, perché il disco è tutto in inglese eccezion fatta per l’esclamazione in latino); infine, His Last Sunset parla in terza persona di un soldato rimasto mortalmente ferito in battaglia, unico sopravvissuto sul campo, che ha perso tutte le speranze ed è afflitto dai rimpianti, piange di dolore, guarda il suo ultimo tramonto e, quando il sole sparisce, muore. Quest’ultima traccia è l’unica sul disco che avevo scritto (testo a parte) prima di scoprire i Bathory, quando gli Apocalypse erano ancora un gruppo. Personalmente, non ho una canzone preferita. Sono nel complesso molto soddisfatto del mio lavoro e ogni traccia ha il suo fascino particolare, secondo me.

Ci sono altre band che portano avanti il viking metal di Quorthon, possiamo dire Ereb Altor e Bloodshed Walhalla giusto per fare un paio di nome tra i più importanti e talentuosi. Cosa pensi di questi gruppi e in cosa differenziano gli Apocalypse da tutti gli altri?

Degli Ereb Altor non ho ascoltato quasi nulla se non una cover di Twilight Of The Gods, che peraltro mi è piaciuta, però non ho mai approfondito. Del connazionale Drakhen dei Bloodshed Walhalla ho ascoltato qualcosa in più e letto qualche intervista. Quello che ho ascoltato mi è piaciuto, ho apprezzato in particolare il suo stile di canto pulito semi-sporco. Le sue tonalità sono sempre molto epiche, ma in una chiave e con un’atmosfera un po’ diversa dalla mia secondo me, e ovviamente i temi che trattiamo nei brani sono diversi, lui è più sulla tematica vichinga, mentre io cerco di fare qualcosa di diverso e più originale rispetto al viking tradizionale. Di fatto, non cantando di vichinghi, non mi posso nemmeno definire viking metal, semmai epic/black metal o simili, anche se francamente non mi interessa più di tanto tutta questa giostra di categorie ed etichette. Però che dire, fa sicuramente piacere sapere che ci sono altri gruppi che, come me, portano alta e con orgoglio la memoria di Quorthon e Bathory!

Come ti sei avvicinato alla musica e al metal in particolare? Quando e in quale circostanza hai scoperto i dischi dei Bathory?

Vengo da una famiglia abbastanza musicale: diversi parenti suonano o suonavano strumenti musicali o cantavano. Ho provato a suonare il pianoforte quando ero piccolo ma ho mollato subito… non faceva per me. Nel 2015 ho ascoltato Wishmaster dei Nightwish, disco che mi ha ispirato a diventare un chitarrista e che influenzava fortemente i primi Apocalypse (considera che uso tuttora i modelli di chitarra e amplificatore che sono stati usati su quel disco, talmente mi piaceva quel suono), e così è nato il mio amore per il metal. Ho scoperto i Bathory a fine 2017: in primavera ho iniziato ad ascoltare black metal (soprattutto il De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem), poi mio padre mi ha consigliato i Bathory, che io ho inizialmente snobbato (che idiota son stato!), ma poi me ne sono innamorato, e se oggi sono qui a parlarti è proprio grazie a loro!

Cosa pensi dei lavori solisti di Quorthon?

Mi piacciono, per quello che ho sentito. Pur non avendoli ascoltati per intero, ho apprezzato la qualità dei brani che, pur diversi da quelli dei Bathory, sono di ottima qualità e di grande impatto emotivo. Per me è giusto che un artista abbia la possibilità di esprimersi in forme diverse e di fare qualcosa di differente. E Quorthon ha dimostrato di saperlo fare e di saperlo fare bene. Prima o poi mi comprerò sicuramente i CD e li aggiungerò alla mia collezione!

Hai già annunciato la pubblicazione di un tributo ai Bathory (l’intervista è precedente la pubblicazione del disco, ndMF) contenente sette delle canzoni. Sarà anche in formato fisico o solamente digitale? Ci sono delle cover realizzate da altri gruppi che hai gradito particolarmente?

Sì, il disco si chiamerà To Hall Up High – In Memory Of Quorthon e conterrà le cover di A Fine Day To Die (Blood Fire Death), War Machine (Requiem), Necromansy (Bathory), Song To Hall Up High (Hammerheart), One Rode To Asa Bay (Hammerheart), Twilight Of The Gods (Twilight Of The Gods) The Wheel Of Sun (Nordland II), quindi non soltanto brani viking, ma brani in generale che per me hanno significato molto. Scelta molto difficile, ma sono andato con quelli che hanno proprio segnato il mio attaccamento alla musica dei Bathory. La tripletta iniziale è formata da quei pezzi che mi hanno attirato per primi ai Bathory. Il disco sarà rilasciato solo sul canale YouTube ufficiale (dove c’è già il teaser), non è inteso come prodotto vero e proprio ma come mia soddisfazione personale e mio omaggio a Quorthon. Farò un CD da tenermi per ricordo… e magari un paio di copie per qualche amico se proprio lo vuole. Oh, e una copia da portare sulla tomba di Quorthon assieme a quella di Si Vis Pacem Para Bellum appena potrò fare un salto in Svezia. Ma non temete, sono già al lavoro su nuovo materiale originale che verrà rilasciato normalmente verso fine anno o inizio 2020! Riguardo alle cover, ho ascoltato qualcosa di Ereb Altor e Bloodshed Walhalla. Non erano male, anche se dovrei ascoltarle meglio per decidere. La famosa versione degli Emperor di A Fine Day To Die non mi fa impazzire… la intro è molto bella però.

Ti piace il periodo black metal dei Bathory?

Mi piace tutto dei Bathory. Non sono riuscito a trovare un singolo disco che mi abbia fatto dire “che schifo!”. Alcune canzoni su certi dischi non mi esaltano, e alcuni dischi mi piacciono più di altri. Però ogni disco ha il suo fascino particolare, e qui a casa ho tutta la discografia in CD. Mi piace tantissimo anche Requiem, disco odiato da tutti secondo me molto ingiustamente: per quanto mi riguarda, è un capolavoro del death/thrash!

Torino, città magica. La cosa ha influito in qualche modo sulla tua musica?

Sei appassionato di magia? Ebbene sì, Torino è parte sia del triangolo della magia nera sia di quello della magia bianca: Piazza Statuto è il centro della magia nera, Piazza Castello della magia bianca, e si trovano agli estremi opposti di Via Garibaldi, la via più importante della città. Comunque no, questo non ha avuto influenze di alcun tipo sulla mia musica… non sono particolarmente interessato a magia, esoterismo e simili. Ma se ti piace il metal estremo e soprattutto il black metal, un luogo veramente “magico” è Pagan Moon! Un negozio di dischi davvero figo, dove peraltro avevo portato anche i miei CD quando sono usciti. Fate un salto se vi capita! (e godetevi le chiacchierate col Pagano – il proprietario del negozio –, ndMF)

Grazie per la disponibilità, siamo al termine dell’intervista. Vuoi aggiungere qualcosa?

Grazie a te! Ci tengo come sempre a ringraziare davvero tutti i miei fan e coloro che mi supportano, un grande saluto a tutti voi, e a tutti i miei compagni nelle Bathory Hordes!

Intervista: Dyrnwyn

Gli ultimi mesi del 2018 hanno visto la pubblicazione di un disco particolarmente interessante sotto il doppio aspetto musicale e lirico: Sic Transit Gloria Mundi non è soltanto un bell’album di pagan folk metal, ma è anche un lavoro diverso da tutti gli altri della scena per via dei testi riguardanti la storia dell’antica Roma. I capitolini Dyrnwyn tornano quindi a raccontarsi sulle pagine di Mister Folk (qui trovate le precedenti chiacchierate: 2015 e 2017) e presto saranno di nuovo sui palcoscenici d’Italia – e non solo – per conquistare nuovi fan. Buona lettura!  

Foto di Giulia McCartney

Vi ho lasciati che avevate pubblicato l’EP Ad Memoriam e vi ritrovo ora con un bel full-length di debutto: cosa è successo nel mezzo e cosa avete fatto per arrivare alla pubblicazione di Sic Transit Gloria Mundi?

Uno dei nostri obbiettivi, come penso di tutti i musicisti, è sempre stato quello di produrre qualcosa che seppur diverso comunque fosse migliore del lavoro precedente. Questo nel nostro caso ha voluto dire riflettere sugli aspetti negativi e positivi dei cd passati, così come sulle nostre dinamiche interne, in modo da poter trovare una nostra voce personale. Abbiamo affinato il nostro metodo di composizione e abbiamo lavorato a lungo su ogni pezzo senza mai accontentarci fino al completamento di Sic Transit Gloria Mundi.

Il disco è stato pubblicato con Soundage Productions: come siete giunti alla label russa? Che tipo di contratto avete e come vi state trovando?

Abbiamo selezionato le label in tema con il nostro genere che ci interessavano e le abbiamo contattate, una volte viste le varie offerte e proposte abbiamo optato per la Soundage. Il nostro contratto, se così si può chiamare, riguarda soltanto la stampa dei cd, per vendite fisiche quello che vendiamo noi rimane a noi e quello che vende la Soundage rimane a lei e per le digitali abbiamo fatto autonomamente. Non è il miglior contratto del mondo in quanto a servizi, questo è vero, ma avere qualcuno là fuori che non ti chiede un occhio della testa per stamparti due cd e farti un minimo di pubblicità è molto raro oggi giorno.

Musicalmente c’è stata una certa evoluzione e ora le canzoni sono più scorrevoli e “orecchiabili” pur non rinunciando alla virilità che vi contraddistingue fin dagli esordi. Avete lavorato molto in questo senso e su cosa vi siete concentrati per realizzare un prodotto così buono?

Come accennavo sopra nella risposta alla prima domanda, tanto lavoro è stato fatto in questo senso e siamo molto contenti che si noti. A differenza dei lavori precedenti abbiamo pensato prima a ciò che le canzoni dovevano dire e poi al modo in cui dirlo meglio. Lavorando a volte per immagini a volte per concetti abbiamo tirato fuori la musica dall’idea e non il contrario, senza accontentarsi mai al punto che alcune cose sono state cambiate anche poco prima di andare a registrare. Inoltre alcune dinamiche interne sulla direzione musicale del gruppo sono state risolte e avere due pari forze che spingono nella stessa direzione invece che in direzioni opposte ha portato non solo un sound più solido ma anche una maggiore solidità di tutta la band.

Dovendo presentare tre canzoni di Sic Transit Gloria Mundi, quale scegliereste e perché?

Sicuramente la title-track Sic Transit Gloria Mundi è la nostra preferita perché rappresenta appieno il sound che vogliamo, le atmosfere, quel sentimento di malinconica nostalgia mischiata a rabbia e epicità. Per le altre davvero una vale l’altra tra le rimanenti non ce n’è nessuna che amiamo di meno in cui abbiamo messo meno di noi. Tutte hanno le loro particolarità, la loro storia: quelle più battagliere, quelle ispirate da una particolare divinità o festività etc. Onestamente noi le amiamo tutte allo stesso modo.

Nel disco fa il suo esordio il cantante Thierry: credo che abbia fatto un ottimo lavoro e con il suo timbro vocale abbia reso la musica dei Dyrnwyn ancora più personale e accattivante. Cosa mi potete dire su di lui?

Sempre nello spirito del non accontentarsi dopo che Daniele Biagiotti è uscito dalla band, abbiamo deciso che il prossimo cantante doveva essere adatto al nostro sound a costo di rimanere fermi per molto tempo. Fortunatamente, però, dopo non molto abbiamo trovato Thierry che, nonostante avessimo in mente e fossimo abituati ad una voce un po’ diversa, ci ha convinto. La sua capacità di interpretazione del testo e di recitazione, il fatto di essersi subito amalgamato bene con tutti noi e la buona dizione nel cantato growl e scream lo rendono particolarmente adatto al nostro genere.

Avete lavorato in studio con Alessio Cattaneo e Riccardo Studer. Come vi siete trovati con loro e vi va di condividere qualche storia avvenuta in studio di registrazione?

Ci siamo trovati benissimo e non esagero. Sono due persone sicuramente particolari ed eclettiche e proprio in virtù di questo hanno una visione non comune della musica e delle possibili soluzioni da adottare quando si presenta una scelta o un problema: più volte ci hanno dato degli ottimi consigli per rendere il nostro lavoro al meglio. Il tutto unito al fatto che sanno quello che stanno facendo li rendono dei produttori, fonici e arrangiatori di cui ci si può fidare e a cui ci si può affidare. Bisogna tenerli d’occhio però perché potrebbero contagiarti con le loro idee “eclettiche”, ad un certo punto eravamo più vicini a Hans Zimmer che al pagan folk ahahah!

Dopo tre lavori si può dire che l’ombra dei Draugr sia rimasta più nella filosofia alla base della band che non nella musica, avendo voi preso una strada personale. Cosa rimane, nel 2019, della band di De Ferro Italico?

I Draugr rimangono e rimarranno sempre per noi uno degli esempi di come deve essere fatto questo genere e come in passato così in futuro nel momento in cui dovremo cercare ispirazione o avremo un dubbio su un pezzo puoi stare certo che andremo a cercare lì la soluzione. Anche se abbiamo sviluppato un nostro sound, sicuramente uno degli ingredienti principali della ricetta è una dose molto cospicua di De Ferro Italico.

Come mai la storia dell’antica Roma è tanto poco “utilizzata” nel mondo heavy metal? Ci sono culture, mitologie e avvenimenti storici a dir poco inflazionati, eppure vanno per la maggiore. La storia di Roma è affascinante e ricca di eventi che meritano di essere narrati, ma sembra quasi che i gruppi abbiano paura di farlo. Qual è il vostro punto di vista su questa vicenda?

La storia di Roma è stata macchiata da avvenimenti storici che l’hanno rivendicata senza diritto e di conseguenza viene vista sotto una luce particolare, sicuramente diversa da tante altre. Noi non abbiamo paura a parlarne, anzi sarebbe sciocco da parte nostra fare FOLK metal e non parlare delle proprie radici, specialmente quando sono così gloriose e abbondanti. Noi amiamo la nostra storia, è una grande storia ed è giusto che se ne parli. Non ci vediamo altri significati e anzi invitiamo tutti a trattarla per quello che è. Inoltre c’è anche da dire che forse la maggior parte delle persone, proprio perché la storia di Roma è così universale, pensano di conoscerla quando in realtà hanno solo una conoscenza superficiale data dai media di una Roma cristiana o tardo imperiale in cui ci vedono poco di folk e pagano, ma quella è solo una parte della storia di Roma, la stessa che anche noi non preferiamo.

Parlando ancora di tematiche, di cosa parlerete nel prossimo lavoro? State lavorando a un nuovo disco?

Ancora non siamo in fase compositiva, ma già stiamo raccogliendo il materiale storico necessario, per così dire. Non ci discosteremo troppo, cronologicamente parlando, dalle storie raccontante in Sic Transit Gloria Mundi, questo è sicuro, quindi aspettatevi altre battaglie e avventure dell’antica Roma.

Dopo la pubblicazione del disco in pratica non avete mai suonato dal vivo: qual è stato il problema e tornerete presto sul palco?

Il piano originale era quello di organizzare un concerto al mese in giro per l’Italia, con l’aiuto della Nova Era Booking e aggiungere a quelle alcune serate auto organizzate, ma purtroppo il fato ci è stato avverso. Il cantate sopracitato, Thierry, ha avuto un grave infortunio che l’ha tenuto in ospedale per alcune settimane e in forzato riposo a casa fino al lascia passare dei medici. Quindi fino a guarigione avvenuta siamo in stallo forzato. Posso dire però che fortunatamente per noi e per lui si cominci a vedere la luce alla fine del tunnel e torneremo presto sul palco. (I Dyrnwyn saranno sul palco romano del Traffic Club il 24 maggio di spalla a Stormlord e Scuorn, ndMF)

Siete in giro da qualche anno, vi chiedo quindi come vedete la scena folk pagan italiana e se riscontrate in essa delle criticità. Di cosa ci sarebbe bisogno per un vero salto di qualità e notorietà?

Questa domanda richiederebbe più di una bevuta faccia a faccia per poter rispondere adeguatamente ma proviamo a fare un riassunto. 1) Non c’è una vera e propria community amante del genere e senza pubblico è difficile poter creare delle fondamenta solide per un scena folk pagan italiana. 2) Non c’è uno scambio e un dialogo organizzativo tra le band che suonano questo genere benché siano poche. 3) Questo porta a non avere tante serate a tema ben organizzate verso cui concentrare gli sforzi per poter far scoprire questo genere ai più. 4) E insieme al non avere tante serate non ci sono neanche tanti locali dove potersi esibire specialmente dalle nostre parti e i pochi festival che sembravano prendere piede sono stati cancellati. 5) Molti musicisti che conosco compresi alcuni che fanno parte di questa “scena” non vogliono più avere niente a che fare con l’Italia e preferiscono puntare tutto sull’organizzare serate all’estero in due tranche di tour, per esempio. Il che alimenta tutto il discorso fatto sopra. Come fare per cambiare la situazione? Questa è una domanda ancora più difficile. Magari con una rete di contatti tra le band, piccole e grandi, un calendario ben organizzato per concentrare gli sforzi e dei festival auto organizzati a tema, oltre all’uso del vile denaro per pubblicizzare e mettere in primo piano il genere, qualcosa si potrebbe muovere. Ma il grado di impegno che richiede è tutto tranne che indifferente. Bisognerebbe dedicarci molto tempo e riuscire a trovare degli alleati attivi e favorevoli nelle altre band che dovrebbero contribuire in egual modo. Diventerebbe quasi un secondo lavoro pro bono.

Per chiudere, perché i lettori dovrebbero acquistare il vostro disco?

Non importa che lo comprino, o lo ascoltino su Youtube, o lo scarichino illegalmente dal sito x o y, quello che ci importa è che lo sentano, che ci dicano la loro, sperando che gli piaccia quanto piace a noi e che vengano sotto al palco a scapocciare con noi per poi bere tutti insieme e festeggiare. Quindi riformuliamo la domanda. Perché dovrebbero ascoltarlo? Perché è un cd fatto da persone che credono in quello in cui cantano, che hanno messo tutti loro stessi in musica e il risultato è un cd folk pagan metal con due c*****i così. Lasciatevi trasportare nel passato glorioso della Roma repubblicana e riscoprite alcune delle gesta più epiche che la storia ha mai visto attraverso la nostra musica, faremo questo meraviglioso viaggio insieme.

Foto di Giulia McCartney

Intervista: Selvans

Selvans, ovvero uno dei progetti più interessanti dell’odierno panorama del metal estremo. Autori di lavori sempre assolutamente ispirati, gli artisti abruzzesi sono tornati sul mercato sul finire del 2018 con un disco, Faunalia, di ammaliante bellezza e intensa passione. Il mai scontato Haruspex ha risposto alle mie domande e a quelle dell’amico Marco Migliorelli, penna sopraffina del mondo heavy metal, con sincera trasparenza. Buona lettura! 

Faunalia mira a cambiare il sound dei Selvans dall’interno. Quando e come hai maturato il bisogno di allargare gli orizzonti espressivi rispetto a Lupercalia?

Subito dopo l’uscita di Lupercalia, ma potrei dire anche prima… Vedi, Selvans è una creatura in continua evoluzione ma è tutto ‘già scritto’, non cambia a seconda di mode o fattori esterni. Con Faunalia abbiamo compiuto un passo avanti in una direzione ben precisa ma non ci fermeremo di certo qui, sin dall’inizio ho deciso nomi e dettagli dei primi tre album e il prossimo album sarà l’ultimo tassello dell’evoluzione di cui sopra, poi si vedrà.

In questo cambiamento senti che in futuro sarà la musica a guidarti o anche i testi, le tematiche, le letture guideranno con profitto d’arte il vostro sound?

Sarò sicuramente influenzato da tutti gli aspetti da te citati, come del resto è successo fino ad ora.

“A dark italian opus”. Non è un mistero la grande cura che dedichi ad ogni aspetto dell’artwork, interpretazione visiva non solo dei testi ma anche possibile chiave di lettura scenica in sede live, è giusto parlare di una “nuova incarnazione” e in che direzione senti di evolvere con questo secondo studio album?

Con Faunalia il nostro percorso si connota maggiormente di sonorità e argomenti prettamente italiani. Concordo sul concetto di ‘nuova incarnazione’: è un album – giustamente – diverso dal primo, ma la proposta è stata ‘rinnovata’ e non ‘cambiata’; ogni brano di questo nuovo lavoro conserva un legame con il precedente e ne avrà uno con il terzo album. Il passaggio da Lupercaliaa Faunaliaè un lento viaggio attraverso le epoche, tra suoni e folklore del nostro Paese.

Un vecchio pianoforte, le candele che illuminano la stanza, la legna che arde nel camino. Quanto c’è di tutto ciò nelle canzoni dei Selvans e quanta importanza riveste il luogo dove componi sulle tue idee che successivamente diventano canzoni?

È molto importante e credo si possa percepire ascoltando. Hai dipinto uno scenario non troppo dissimile da quello in cui ho composto la maggior parte dei brani di Selvans in questi anni. In particolar modo, penso che l’oscurità aiuti a creare un legame con la propria arte e spesso anche durante le prove che precedono dei concerti ricerco un’atmosfera del genere con i ragazzi della band.

Il latino non è una novità per i Selvans, eppure rispetto al passato, mai è stato così protagonista come in Anna Perenna. Che puoi dirci in merito all’adattamento del testo alla voce? Per te si è trattato di passare dallo screaming tradizionale a un cantato-recitato teatrale: raccontaci questa esperienza.

Quel tipo di cantato non resterà un esperimento isolato in Selvans. I diversi stili di cantato che puoi ascoltare su quest’album hanno un significato preciso: quando urlo – ad esempio – non lo faccio ‘tanto per’, c’è un motivo dietro e sinceramente uno screaming dall’inizio alla fine avrebbe ucciso un brano del genere ‘svuotando’ il testo del suo significato e facendolo scadere in qualcosa di scontato. La priorità per un brano così profondo era invece di raggiungere emotivamente l’ascoltatore e – perché no? – spingerlo a tradurne il testo dal latino.

Attraverso un comun denominatore, la montagna, Magna Mater Major Mons e Requiem Aprutii intrecciano la leggenda alla drammatica realtà del terremoto. Due le novità che vorremmo approfondire con te: sul piano musicale, il richiamo alla musica del maestro Ennio Morricone. Sul piano tematico, Requiem Aprutii, brano che per la prima volta avvicina i Selvansalla realtà “dei nostri tempi”.

Sono cresciuto con le musiche di Morricone e da anni mi chiedevo come mai nessun mio connazionale, che avesse usato temi sinfonici in un contesto metal, si fosse mai ispirato allo stile del Maestro o comunque a qualcosa di ‘nostrano’ nel farlo. 
Sinceramente annoiato dalla diffusa pomposità pseudo-hollywoodiana in quel che mi capita di ascoltare in giro, ho pensato di fare qualcosa di diverso e che sentissi più vicino alla mia cultura.
 Riguardo a Requiem Aprutii penso che al giorno d’oggi si tenda a dare per scontato tutto ciò che riguarda l’identità di una band, del tipo: ‘appaiono in un certo modo quindi suoneranno sicuramente un dato genere e parleranno di determinate tematiche’. E chi lo dice? Probabilmente la pigrizia e l’ignoranza di chi ascolta o peggio di chi suona… Penso che – purché mantenga un marchio riconoscibile come Selvans – un nostro brano possa trattare potenzialmente di ogni cosa.

In Faunalia, Selvans ha per la prima volta dei veri e propri ospiti, da Agghiastru a Mercy degli Ianva, ad arricchire un già fitto sottobosco di parti liriche e strumentali legate al folclore: raccontaci queste collaborazioni.

Non è la prima volta! Anche sul primo album abbiamo avuto degli ospiti per alcune parti e non furono presentati in modo diverso da quelli di Faunalia. 
Certo, ammetto che il peso storico di Agghiastru e Mercy venga percepito diversamente da chi legge i loro nomi tra gli ospiti di quest’album, ma una cosa che ho tenuto a precisare sin dall’inizio ad ognuno è che la loro partecipazione non sarebbe stata preceduta da alcun comunicato altisonante, come pare essere usanza oggigiorno. 
Non sono d’accordo con questo modo di fare, mi sembra un’implicita ammissione di mediocrità, sembra dia il messaggio che l’unico motivo di interesse per l’album sia la presenza di quattro frasi cantate da un ospite… Èuna questione di rispetto per gli artisti coinvolti, ma soprattutto per ciò che stai creando. Conosco e stimo gli artisti che ho voluto su Faunalia: li ho contattati, hanno apprezzato quel che avevo scritto per loro e hanno accettato.
In generale, ho le idee molto chiare su chi debba collaborare con Selvans e so che se scorgessi anche il minimo ‘secondo fine’ perderei immediatamente interesse.

Sulla produzione di Faunalia ci sono stati pareri contrastanti: chi la ritiene troppo grezza e sporca, che addirittura “rovina” le canzoni, e chi la reputa perfetta perché quel suono è il ponte tra il black metal e l’espressione artistica che da sempre caratterizza Selvans. Dalla registrazione e dalla pubblicazione del disco è ormai passato diverso tempo, come “senti” ora Faunalia?

Sento che abbia il suono che deve avere.

Per la prima volta in un disco di Selvans la batteria è reale: quali sono le motivazioni che hanno spinto in questo senso? Il discorso produzione, ricollegandosi anche alla domanda precedente, ha subìto delle variazioni rispetto al modo di lavorare solito?

Prima di Faunalia abbiamo sempre utilizzato una batteria elettronica, sia per una questione di budget, sia – ahimé – di logistica; inoltre, per ricoprire in pianta stabile il ruolo che fu di Jonny su Clangores Plenilunio, avevo bisogno di qualcuno che fosse addentro al progetto e conoscesse bene le mie intenzioni rispetto alle parti di batteria. Dopo anni di concerti, alcol e chilometri condivisi con Hyakrisht, penso che attualmente sia l’unico in grado di ricoprire questo compito, per questo suonerà sicuramente anche sul prossimo album.

La decisione di utilizzare la batteria ha influenzato il songwriting oppure le canzoni sono nate in maniera spontanea e successivamente sono state ideate e realizzate le tracce di batteria?

No, in fase di songwriting non è cambiato nulla.

Clangores Plenilunio preparò il terreno a Lupercalia, istituendo un forte legame di continuità fra le due uscite. Lo split con Downfall Of Nur dal canto suo non rivelò nulla di quello che sarebbe stato Faunalia. Split, EP, quanto possono contribuire al processo creativo di una band nell’interregno fra un album e l’altro? Li consideri le “prove generali” prima del grande passo del full-length?

È molto semplice! Basta fare riferimento a quanto vicine tra loro sono le release di cui si parla: Clangores Plenilunio uscì un anno prima di Lupercalia,  lo split con Downfall Of Nur un anno dopo quindi siamo all’interno di quello che chiamerei il ‘primo capitolo’ della storia di Selvans, conclusosi con il live album Hirpi. Il ‘secondo capitolo’ è iniziato con Faunalia e scoprirete dove porterà.

Due album ed un EP in pochi anni sono un gran risultato per Selvans, soprattutto considerando la qualità dei vostri lavori. Il cammino intrapreso è ancor più personale dopo Faunalia. Cosa resta, sul piano artistico, della tua esperienza con i Draugr? Quanto ancora può, in generale, darti la scena black metal?

Quando esordimmo con Selvans qualcuno scrisse che era il passo successivo a quanto fatto con i Draugr; mi fa piacere che sia stato visto così perché so quanto affetto c’era per quella band, ma non credo sia del tutto corretto. Vedi, sul piano artistico non penso che Selvans sia stato influenzato dai Draugr ma che, al contrario, la mia presenza nella band abbia influenzato aspetti del sound e della struttura di alcuni brani dei Draugr e ad oggi, è questo aspetto ciò che il pubblico può ritrovare dei Draugr in Selvans. 
Del resto, i primi brani di Selvans sono materiale scritto mentre ero nei Draugr, proprio perché sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso e totalmente mio. 
Sulla scena non so risponderti perché di solito nel far parte di quella o quell’altra scena metal dovresti seguire un codice comportamentale, di immagine, gusti, sound ed altre cazzate da gregge che non fanno per me.

Giriamo la domanda: cosa può dare Selvans alla scena black metal, alla scena italiana e alla scena metal internazionale?


Non mi piacciono gli ‘spot’ ma so bene cosa Selvans dà al sottoscritto: la possibilità di esprimersi in totale libertà. C’è qualcosa di più importante?

Intervista: Bloodshed Walhalla

La pubblicazione di un nuovo sontuoso album, la decisione di suonare dal vivo e le riflessioni di un musicista che proprio non riesce a stare fermo: Drakhen è come al solito un fiume in piena e nelle sue risposte troviamo diversi spunti interessanti.

I Bloodshed Walhalla saranno tra i protagonisti della terza edizione del Mister Folk Festival, questo l’evento Facebook per saperne di più: https://www.facebook.com/events/283629015643670/

Il nuovo disco Ragnarok è uscito un anno e mezzo dopo Thor e sei mesi dopo l’EP The Walls Of Asgard: dove trovi tutta questa ispirazione ed energia per realizzare gli album?

Ciao Fabrizio e grazie per avermi dato questa possibilità, rispondere alle domande di Mister Folk è per me un grande onore e piacere. Partiamo dal presupposto che i Bloodshed Walhalla sono una one-man band e come tale ha solo una mente compositiva in azione. Questa mente lavora tutti i santi giorni e oltre ai doveri e piaceri quotidiani è sempre attiva per quanto riguarda il progetto Bloodshed Walhalla. Ogni giorno potrei scrivere una canzone e trovare il tempo necessario per pubblicarla nei canali necessari per permettere ai fan di capire sempre di più di che pasta siamo fatti. Di solito dopo la pubblicazione di un album – e in questo progetto ne sono stati pubblicati ben quattro – dato che non abbiamo altre necessità specialmente sul fronte live, inizio la stesura di nuovi inediti. La cosa mi risulta abbastanza semplice perché senza modestia un po’ ce l’ho nel cuore, e quando una cosa la senti tua in modo morboso tutto ti risulta facile. Ad oggi le cose però stanno cambiando significativamente perché i Bloodshed Walhalla sono scesi in campo per dire la propria anche sul fronte live, e credimi, quando inizi questo percorso tutto si complica maledettamente. Ma ormai ho preso questa decisione e per ora non torno indietro.

Ti rigiro la domanda: non credi che pubblicando tre dischi in un anno e mezzo non dai il tempo all’ascoltatore di “assorbire” la musica e di non valorizzare il lavoro svolto per realizzare ogni singolo album?

Se devo essere sincero questo è un aspetto curioso ed è un problema che non mi sono mai posto ed il motivo è molto semplice: quando ho iniziato l’avventura Bloodshed Walhalla mai mi sarei espettato di ricevere riscontri importanti dalla critica e dalla gente che ascolta viking metal. Evidentemente mi sbagliavo e forse qualcosa di buono l’ho fatto, e Ragnarok, che a mio avviso è un super album sfortunato, e poi ti spiego il perché, ne è la prova lampante. Ragnarok ha ricevuto super recensioni internazionali e non scherzo quando dico che sui miei canali mi scrive gente da tutto il mondo per congratularsi per il gran lavoro fatto. Ragnarok è uscito ad un anno esatto dalla pubblicazione di Thor che – anche se voi dite essere un grande album – per me è una merda al 90%. Odio questo album per la copertina che abbiamo proposto (non voluta da me), e sinceramente mi vergogno di proporlo al pubblico anche se il “guaio” è già fatto. Per questo motivo, che poi alla fine sono malintesi dovuti alla distanza nel collaborare su di un progetto, mi sono allontanato dalla casa discografica che mi ha rappresentato per tanto tempo e ho sentito la necessità di rimettermi in gioco il più velocemente possibile contattando altre etichette, e su questo sono stato veramente fortunato dato che sono stato contattato dalla romana Hellbones Records, che tanto crede nelle nostre capacità. Visto che Ragnarok era già sui miei file perché, come spigato prima, non riesco a stare fermo, non ho atteso più di tanto e Daniele (il boss dell’etichetta, ndMF) d’accordo con me, ha pubblicato il lavoro. I fan se ci vogliono bene – e ce ne vogliono – devono capire questa necessità e continuare a seguirci in maniera decisa ora ancora più di prima dato che ci stiamo proponendo anche su palchi importanti… per ora!!!

Già con Thor avevi dato prova di bravura nel realizzare canzoni dal minutaggio importante, ma con Ragnarok ti sei superato: sessantasei minuti di musica divisi in sole quattro canzoni! Come sono uscite fuori queste composizioni extra large e come ti sei reso conto che necessitavi di un grande minutaggio per portare a conclusione i brani?

Beh forse è il genere che lo richiede o perlomeno il mio genere, o per dirla tutta il genere intrapreso da alcuni artisti del settore. Penso che se vuoi raccontare qualcosa di importante hai bisogno per forza di cose di spazio e di tempo, non puoi parlare di qualcosa che per te è importante e sminuirla in breve con riassunti dei riassunti. Noi trattiamo di mitologia norrena e la mitologia norrena è vasta, IL RAGNAROK è vasto, non puoi spezzettarlo in breve, hai bisogno per forza di cose di esprimere concetti che non puoi tralasciare, noi poi ci abbiamo messo anche del nostro con una storia parallela che è raccontata nella nostra pagina ufficiale. Una sorta di concept album che è venuto fuori in maniera naturale, senza forzature, il lavoro è stato pensato e realizzato proprio come doveva essere. Ma questo viene da lontano. Dopo Legends Of A Viking e The Battle Will Never End (i primi due album, ndMF) sono stato non quasi accusato di aver emulato le musiche dei Bathory senza però sapere che quello era proprio il mio intento, e questo l’ho ammesso e spiegato tante volte. Già con Thor si è potuto costatare una tendenza nella costruzione delle song un po’ più elaborata, con un minutaggio di alcuni brani un po’ più lungo del normale. Ragnarokha confermato questa tendenza e l’ha accentuata maggiormente. Tendenza che diventerà realtà ancor di più nel prossimo lavoro dove chi ci ascolta dovrà sapere a priori che i Bloodshed Walhalla suonano e parlano musica in questa maniera e che possa piacere o no a me non interessa.

Leggendo i titoli delle canzoni e i testi appare chiaro il tuo legame con la mitologia scandinava; ti chiedo di raccontare di cosa parli nelle canzoni e se sono delle metafore per vivere l’oggi al meglio.

I quattro testi dell’album Ragnarok narrano la battaglia finale tra gli dèi e l’ordine del male e delle tenebre, dai primi segni alla distruzione del mondo e la sua rigenerazione. Naturalmente, oltre alla leggenda conosciuta grazie alle fonti, abbiamo aggiunto del nostro inserendo una storia parallela totalmente creata in base agli eventi. Nello specifico, Il dio Baldr, figlio di Odino, dopo essere stato ucciso dall’inganno di Loki, viene accolto nel regno di Hel. La regina del male ascoltando i pianti disperati provenienti da tutto il creato e le suppliche del dio Odino affinché il figlio fosse liberato, decide di imprigionare il padre di tutto nelle sue celle e spedire il figlio Baldr nel mondo dei vivi rendendolo così mortale e privo di forze: Odino accetta queste condizioni. Eliminando Odino la regina invia i segni premonitori che poi scaturiranno il Ragnarok. Odino intanto entra nei sogni del figlio ormai mortale e incosciente di tutto quello che è accaduto e che accadrà e gli rivela i suoi progetti, facendogli consegnare la sua forza, il suo cavallo Sleipnir, la sua lancia e il suo elmo. Baldr così dovrà donare il suo cuore mortale alle valchirie, e dopo la sua seconda morte potrà entrare nella Valhalla e capire finalmente qual è la sua reale identità! Baldr così dovrà raggiungere il regno di Hel e con le sue abilità e le armi di Odino dovrà annientare la regina del male e il suo esercito per così liberare il padre dalle celle nere. Il Ragnarok con Odino e i suoi figli può avere inizio! Questo racconto non ha nulla a che vedere con la vita attuale e non ci sono metafore che possano collegare due mondi che sono ben distinti e separati.

Musicalmente hai apportato delle modifiche alla tua musica: sempre di viking metal bathoriano si tratta, ma è palese l’influenza dei Moonsorrow e trovo che il senso della melodia sia debitore ai Falkenbach più ispirati. Infine, per l’utilizzo delle orchestrazioni, penso si possa fare il nome dei Turisas di The Varangian Way. Questi nomi sono accostabili alla tua proposta musicale e in quale direzione ti stai dirigendo?

Alla fine questa è la musica che ascolto tutti i giorni e che per forza di cose influenza senza volere un processo di crescita personale in ambito compositivo. Ricordo che i Bloodshed Walhalla nascono come cover band dei Bathory e ripeto che di questo ne vado fiero, il mio desiderio è sempre quello di essere considerato l’erede di una realtà oramai scomparsa nel 2004 con la morte del maestro Quorthon. Proprio per il fatto che nelle nostre canzoni vogliamo raccontare e non frammentare, si è deciso di intricare notevolmente le opere aggiungendoci quanto più di fantasy possibile possa uscir fuori dagli strumenti e dai testi, e come dicevo in precedenza riteniamo che ci sia bisogno di spazio e tempo per poter esprimere al meglio il nostro potenziale. La strada è ancora lunga perché sono solo a fare tutto ciò e solamente quando i lavori sono pronti può capitare che ti accorgi di aver sbagliato a fare qualcosa, c’è ancora tantissimo da lavorare sotto alcuni punti di vista e con i piedi per terra e consapevole dei limiti evidenti si va avanti e non si torna indietro. I prossimi lavori proseguiranno questo percorso di crescita e sono sicuro che ne sentirete delle belle ancora per molto tempo. Le critiche non mi spaventano e se devo dirla tutta il 90% delle recensioni di Ragnarok ci dà ragione.

La grande novità del 2019 è sicuramente l’aver iniziato a suonare dal vivo. Cosa hai provato a stare sul palco a suonare le tue canzoni davanti al pubblico?

Ho una paura fottuta di sminuire tutto quello che di buono ho costruito in questi anni. Per suonare dal vivo ci vuole troppa esperienza, cosa che noi non abbiamo, ma vi assicuro che ce la stiamo mettendo tutta. A volte mi chiedo se la decisione presa sia quella giusta e ancora oggi – anche se sono supportato da quattro stupendi ragazzi e musicisti – non ci sto ancora capendo un cazzo.

Cosa si deve aspettare uno spettatore dal concerto dei Bloodshed Walhalla?

Abbiamo esordito dal vivo all’Agglutination Roadshow 2019 che si è tenuto a Matera poche settimane fa, in pratica il fratellino dell’Agglutination, grandissimo festival internazionale che si tiene in estate nel cuore della mia terra, mica male come esordio! Qui ho notato qualcosa che mi ha fatto capire molto e che mi permette di rispondere alla tua domanda. Gli spettatori presenti hanno fatto casino quando c’era da far casino e hanno ascoltato incuriositi quando c’era da ascoltare attentamente cos’era proposto in quel momento. Quando i timidi ma determinati Bloodshed Walhalla sono saliti sul palco a mio avviso hanno incuriosito lo spettatore che ha ascoltato attentamente il lavoro di anni e anni di sacrifici, nello stesso tempo si è divertito come solo un metallaro sa fare quando è dentro la calca e in fine soddisfatto ha applaudito e apprezzato lo show proposto. Non si poteva chiedere di meglio.

La formazione live prevede ben tre chitarre: come mai una scelta così inconsueta? Come hai conosciuto e “arruolato” gli altri musicisti?

Bene, la risposta è semplice, io canto per i Bloodshed Walhalla ma fondamentalmente sono chitarrista e non mi saprei vedere sul palco senza chitarra, ma dovete capire che a volte chitarra e voce, specialmente nelle nostre canzoni, sono molto complicate da conciliare e quindi sono costretto a tralasciare particolari che in fase di registrazione abbiamo curato attentamente. Per questo mi limito alla ritmica e sporadicamente mi cimento in qualche assolo. Le parti che poi danno al brano la bellezza originale spetta agli altri due chitarristi che sanno bene come intrecciare le note e far rendere la canzone dal vivo come se la si ascolta sul cd. Il bassista e uno dei chitarristi sono miei fratelli di sangue e a loro devo tutto, il batterista e l’altro chitarrista sono dei ragazzi fantastici che abbiamo conosciuto e arruolato quando ci siamo divertiti nella parentesi come cover band degli Iron Maiden.

I Bloodshed Walhalla rimarranno sempre un tuo progetto personale o questa apertura verso i live potrebbe far diventare i Bloodshed Walhalla una vera e propria band?

I Bloodshed Walhalla sono una one-man-band e come dicevo prima, musicalmente parlando devo capire ancora chi sono. Vorrei fare tantissime cose, ma la vita insegna che bisogna tenere sempre i piedi per terra e rispettare le priorità che ti sono state donate. Continuiamo così, giorno dopo giorno e vediamo quello che succede, magari ci capita qualcosa che ci indirizza verso la via giusta o magari no. Per ora i Bloodshed Walhalla sono questo, domani non si sa.

Conoscendoti immagino che da quando hai finito la composizione di Ragnarok avrai già pronte delle nuove canzoni, è così? Stai preparando un nuovo disco/EP?

Il disco che sto preparando è ancor più sconvolgente e avvincente di Ragnarok. Rimanete in contatto con noi e se ci saranno le possibilità nel 2020 lo scoprirete.

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo? Ci sono band “giovani” che ti trasmettono qualcosa e che ascolto con piacere?

Ascolto sempre la stessa roba da secoli. Ho una chiavetta usb sul mio stereo che trasmette sempre gli stessi album e non mi stanco mai di farlo. Le band sono pressappoco quelle che hai citato all’inizio dell’intervista con l’aggiunta degli Iron Maiden, Manowar, Helloween, Pink Floyd, Motorhead e altri classici. Però se ho l’occasione di ascoltare un po’ di underground lo faccio veramente con piacere!!!

Lo sai che ci sono delle persone che usano la parola “maestro” quando parlano di te? Cosa gli vuoi dire per concludere l’intervista?

Che i maestri sono altri, i maestri sono chi ha creato e chi ha insegnato qualcosa. Io ringrazio di cuore chi mi definisce in quel modo, ma posso solamente definirmi un umile discepolo di chi veramente ha ispirato le mie creazioni e la mia voglia di fare musica. Infine ringrazio solennemente Mister Folk per questa bellissima chiacchierata e invito tutti voi che avete letto queste righe di seguire tutti i suoi canali perché sono veramente interessanti, con articoli, recensioni e distro ben fatte, colme di band come la nostra che hanno veramente tanto bisogno di visibilità e supporto. Grazie Mister Folk e grazie a tutti voi, che le saette di Thor vi sconvolgano la vita in positivo! Hail Viking!