Intervista: Dyrnwyn

Gli ultimi mesi del 2018 hanno visto la pubblicazione di un disco particolarmente interessante sotto il doppio aspetto musicale e lirico: Sic Transit Gloria Mundi non è soltanto un bell’album di pagan folk metal, ma è anche un lavoro diverso da tutti gli altri della scena per via dei testi riguardanti la storia dell’antica Roma. I capitolini Dyrnwyn tornano quindi a raccontarsi sulle pagine di Mister Folk (qui trovate le precedenti chiacchierate: 2015 e 2017) e presto saranno di nuovo sui palcoscenici d’Italia – e non solo – per conquistare nuovi fan. Buona lettura!  

Foto di Giulia McCartney

Vi ho lasciati che avevate pubblicato l’EP Ad Memoriam e vi ritrovo ora con un bel full-length di debutto: cosa è successo nel mezzo e cosa avete fatto per arrivare alla pubblicazione di Sic Transit Gloria Mundi?

Uno dei nostri obbiettivi, come penso di tutti i musicisti, è sempre stato quello di produrre qualcosa che seppur diverso comunque fosse migliore del lavoro precedente. Questo nel nostro caso ha voluto dire riflettere sugli aspetti negativi e positivi dei cd passati, così come sulle nostre dinamiche interne, in modo da poter trovare una nostra voce personale. Abbiamo affinato il nostro metodo di composizione e abbiamo lavorato a lungo su ogni pezzo senza mai accontentarci fino al completamento di Sic Transit Gloria Mundi.

Il disco è stato pubblicato con Soundage Productions: come siete giunti alla label russa? Che tipo di contratto avete e come vi state trovando?

Abbiamo selezionato le label in tema con il nostro genere che ci interessavano e le abbiamo contattate, una volte viste le varie offerte e proposte abbiamo optato per la Soundage. Il nostro contratto, se così si può chiamare, riguarda soltanto la stampa dei cd, per vendite fisiche quello che vendiamo noi rimane a noi e quello che vende la Soundage rimane a lei e per le digitali abbiamo fatto autonomamente. Non è il miglior contratto del mondo in quanto a servizi, questo è vero, ma avere qualcuno là fuori che non ti chiede un occhio della testa per stamparti due cd e farti un minimo di pubblicità è molto raro oggi giorno.

Musicalmente c’è stata una certa evoluzione e ora le canzoni sono più scorrevoli e “orecchiabili” pur non rinunciando alla virilità che vi contraddistingue fin dagli esordi. Avete lavorato molto in questo senso e su cosa vi siete concentrati per realizzare un prodotto così buono?

Come accennavo sopra nella risposta alla prima domanda, tanto lavoro è stato fatto in questo senso e siamo molto contenti che si noti. A differenza dei lavori precedenti abbiamo pensato prima a ciò che le canzoni dovevano dire e poi al modo in cui dirlo meglio. Lavorando a volte per immagini a volte per concetti abbiamo tirato fuori la musica dall’idea e non il contrario, senza accontentarsi mai al punto che alcune cose sono state cambiate anche poco prima di andare a registrare. Inoltre alcune dinamiche interne sulla direzione musicale del gruppo sono state risolte e avere due pari forze che spingono nella stessa direzione invece che in direzioni opposte ha portato non solo un sound più solido ma anche una maggiore solidità di tutta la band.

Dovendo presentare tre canzoni di Sic Transit Gloria Mundi, quale scegliereste e perché?

Sicuramente la title-track Sic Transit Gloria Mundi è la nostra preferita perché rappresenta appieno il sound che vogliamo, le atmosfere, quel sentimento di malinconica nostalgia mischiata a rabbia e epicità. Per le altre davvero una vale l’altra tra le rimanenti non ce n’è nessuna che amiamo di meno in cui abbiamo messo meno di noi. Tutte hanno le loro particolarità, la loro storia: quelle più battagliere, quelle ispirate da una particolare divinità o festività etc. Onestamente noi le amiamo tutte allo stesso modo.

Nel disco fa il suo esordio il cantante Thierry: credo che abbia fatto un ottimo lavoro e con il suo timbro vocale abbia reso la musica dei Dyrnwyn ancora più personale e accattivante. Cosa mi potete dire su di lui?

Sempre nello spirito del non accontentarsi dopo che Daniele Biagiotti è uscito dalla band, abbiamo deciso che il prossimo cantante doveva essere adatto al nostro sound a costo di rimanere fermi per molto tempo. Fortunatamente, però, dopo non molto abbiamo trovato Thierry che, nonostante avessimo in mente e fossimo abituati ad una voce un po’ diversa, ci ha convinto. La sua capacità di interpretazione del testo e di recitazione, il fatto di essersi subito amalgamato bene con tutti noi e la buona dizione nel cantato growl e scream lo rendono particolarmente adatto al nostro genere.

Avete lavorato in studio con Alessio Cattaneo e Riccardo Studer. Come vi siete trovati con loro e vi va di condividere qualche storia avvenuta in studio di registrazione?

Ci siamo trovati benissimo e non esagero. Sono due persone sicuramente particolari ed eclettiche e proprio in virtù di questo hanno una visione non comune della musica e delle possibili soluzioni da adottare quando si presenta una scelta o un problema: più volte ci hanno dato degli ottimi consigli per rendere il nostro lavoro al meglio. Il tutto unito al fatto che sanno quello che stanno facendo li rendono dei produttori, fonici e arrangiatori di cui ci si può fidare e a cui ci si può affidare. Bisogna tenerli d’occhio però perché potrebbero contagiarti con le loro idee “eclettiche”, ad un certo punto eravamo più vicini a Hans Zimmer che al pagan folk ahahah!

Dopo tre lavori si può dire che l’ombra dei Draugr sia rimasta più nella filosofia alla base della band che non nella musica, avendo voi preso una strada personale. Cosa rimane, nel 2019, della band di De Ferro Italico?

I Draugr rimangono e rimarranno sempre per noi uno degli esempi di come deve essere fatto questo genere e come in passato così in futuro nel momento in cui dovremo cercare ispirazione o avremo un dubbio su un pezzo puoi stare certo che andremo a cercare lì la soluzione. Anche se abbiamo sviluppato un nostro sound, sicuramente uno degli ingredienti principali della ricetta è una dose molto cospicua di De Ferro Italico.

Come mai la storia dell’antica Roma è tanto poco “utilizzata” nel mondo heavy metal? Ci sono culture, mitologie e avvenimenti storici a dir poco inflazionati, eppure vanno per la maggiore. La storia di Roma è affascinante e ricca di eventi che meritano di essere narrati, ma sembra quasi che i gruppi abbiano paura di farlo. Qual è il vostro punto di vista su questa vicenda?

La storia di Roma è stata macchiata da avvenimenti storici che l’hanno rivendicata senza diritto e di conseguenza viene vista sotto una luce particolare, sicuramente diversa da tante altre. Noi non abbiamo paura a parlarne, anzi sarebbe sciocco da parte nostra fare FOLK metal e non parlare delle proprie radici, specialmente quando sono così gloriose e abbondanti. Noi amiamo la nostra storia, è una grande storia ed è giusto che se ne parli. Non ci vediamo altri significati e anzi invitiamo tutti a trattarla per quello che è. Inoltre c’è anche da dire che forse la maggior parte delle persone, proprio perché la storia di Roma è così universale, pensano di conoscerla quando in realtà hanno solo una conoscenza superficiale data dai media di una Roma cristiana o tardo imperiale in cui ci vedono poco di folk e pagano, ma quella è solo una parte della storia di Roma, la stessa che anche noi non preferiamo.

Parlando ancora di tematiche, di cosa parlerete nel prossimo lavoro? State lavorando a un nuovo disco?

Ancora non siamo in fase compositiva, ma già stiamo raccogliendo il materiale storico necessario, per così dire. Non ci discosteremo troppo, cronologicamente parlando, dalle storie raccontante in Sic Transit Gloria Mundi, questo è sicuro, quindi aspettatevi altre battaglie e avventure dell’antica Roma.

Dopo la pubblicazione del disco in pratica non avete mai suonato dal vivo: qual è stato il problema e tornerete presto sul palco?

Il piano originale era quello di organizzare un concerto al mese in giro per l’Italia, con l’aiuto della Nova Era Booking e aggiungere a quelle alcune serate auto organizzate, ma purtroppo il fato ci è stato avverso. Il cantate sopracitato, Thierry, ha avuto un grave infortunio che l’ha tenuto in ospedale per alcune settimane e in forzato riposo a casa fino al lascia passare dei medici. Quindi fino a guarigione avvenuta siamo in stallo forzato. Posso dire però che fortunatamente per noi e per lui si cominci a vedere la luce alla fine del tunnel e torneremo presto sul palco. (I Dyrnwyn saranno sul palco romano del Traffic Club il 24 maggio di spalla a Stormlord e Scuorn, ndMF)

Siete in giro da qualche anno, vi chiedo quindi come vedete la scena folk pagan italiana e se riscontrate in essa delle criticità. Di cosa ci sarebbe bisogno per un vero salto di qualità e notorietà?

Questa domanda richiederebbe più di una bevuta faccia a faccia per poter rispondere adeguatamente ma proviamo a fare un riassunto. 1) Non c’è una vera e propria community amante del genere e senza pubblico è difficile poter creare delle fondamenta solide per un scena folk pagan italiana. 2) Non c’è uno scambio e un dialogo organizzativo tra le band che suonano questo genere benché siano poche. 3) Questo porta a non avere tante serate a tema ben organizzate verso cui concentrare gli sforzi per poter far scoprire questo genere ai più. 4) E insieme al non avere tante serate non ci sono neanche tanti locali dove potersi esibire specialmente dalle nostre parti e i pochi festival che sembravano prendere piede sono stati cancellati. 5) Molti musicisti che conosco compresi alcuni che fanno parte di questa “scena” non vogliono più avere niente a che fare con l’Italia e preferiscono puntare tutto sull’organizzare serate all’estero in due tranche di tour, per esempio. Il che alimenta tutto il discorso fatto sopra. Come fare per cambiare la situazione? Questa è una domanda ancora più difficile. Magari con una rete di contatti tra le band, piccole e grandi, un calendario ben organizzato per concentrare gli sforzi e dei festival auto organizzati a tema, oltre all’uso del vile denaro per pubblicizzare e mettere in primo piano il genere, qualcosa si potrebbe muovere. Ma il grado di impegno che richiede è tutto tranne che indifferente. Bisognerebbe dedicarci molto tempo e riuscire a trovare degli alleati attivi e favorevoli nelle altre band che dovrebbero contribuire in egual modo. Diventerebbe quasi un secondo lavoro pro bono.

Per chiudere, perché i lettori dovrebbero acquistare il vostro disco?

Non importa che lo comprino, o lo ascoltino su Youtube, o lo scarichino illegalmente dal sito x o y, quello che ci importa è che lo sentano, che ci dicano la loro, sperando che gli piaccia quanto piace a noi e che vengano sotto al palco a scapocciare con noi per poi bere tutti insieme e festeggiare. Quindi riformuliamo la domanda. Perché dovrebbero ascoltarlo? Perché è un cd fatto da persone che credono in quello in cui cantano, che hanno messo tutti loro stessi in musica e il risultato è un cd folk pagan metal con due c*****i così. Lasciatevi trasportare nel passato glorioso della Roma repubblicana e riscoprite alcune delle gesta più epiche che la storia ha mai visto attraverso la nostra musica, faremo questo meraviglioso viaggio insieme.

Foto di Giulia McCartney

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Intervista: Selvans

Selvans, ovvero uno dei progetti più interessanti dell’odierno panorama del metal estremo. Autori di lavori sempre assolutamente ispirati, gli artisti abruzzesi sono tornati sul mercato sul finire del 2018 con un disco, Faunalia, di ammaliante bellezza e intensa passione. Il mai scontato Haruspex ha risposto alle mie domande e a quelle dell’amico Marco Migliorelli, penna sopraffina del mondo heavy metal, con sincera trasparenza. Buona lettura! 

Faunalia mira a cambiare il sound dei Selvans dall’interno. Quando e come hai maturato il bisogno di allargare gli orizzonti espressivi rispetto a Lupercalia?

Subito dopo l’uscita di Lupercalia, ma potrei dire anche prima… Vedi, Selvans è una creatura in continua evoluzione ma è tutto ‘già scritto’, non cambia a seconda di mode o fattori esterni. Con Faunalia abbiamo compiuto un passo avanti in una direzione ben precisa ma non ci fermeremo di certo qui, sin dall’inizio ho deciso nomi e dettagli dei primi tre album e il prossimo album sarà l’ultimo tassello dell’evoluzione di cui sopra, poi si vedrà.

In questo cambiamento senti che in futuro sarà la musica a guidarti o anche i testi, le tematiche, le letture guideranno con profitto d’arte il vostro sound?

Sarò sicuramente influenzato da tutti gli aspetti da te citati, come del resto è successo fino ad ora.

“A dark italian opus”. Non è un mistero la grande cura che dedichi ad ogni aspetto dell’artwork, interpretazione visiva non solo dei testi ma anche possibile chiave di lettura scenica in sede live, è giusto parlare di una “nuova incarnazione” e in che direzione senti di evolvere con questo secondo studio album?

Con Faunalia il nostro percorso si connota maggiormente di sonorità e argomenti prettamente italiani. Concordo sul concetto di ‘nuova incarnazione’: è un album – giustamente – diverso dal primo, ma la proposta è stata ‘rinnovata’ e non ‘cambiata’; ogni brano di questo nuovo lavoro conserva un legame con il precedente e ne avrà uno con il terzo album. Il passaggio da Lupercaliaa Faunaliaè un lento viaggio attraverso le epoche, tra suoni e folklore del nostro Paese.

Un vecchio pianoforte, le candele che illuminano la stanza, la legna che arde nel camino. Quanto c’è di tutto ciò nelle canzoni dei Selvans e quanta importanza riveste il luogo dove componi sulle tue idee che successivamente diventano canzoni?

È molto importante e credo si possa percepire ascoltando. Hai dipinto uno scenario non troppo dissimile da quello in cui ho composto la maggior parte dei brani di Selvans in questi anni. In particolar modo, penso che l’oscurità aiuti a creare un legame con la propria arte e spesso anche durante le prove che precedono dei concerti ricerco un’atmosfera del genere con i ragazzi della band.

Il latino non è una novità per i Selvans, eppure rispetto al passato, mai è stato così protagonista come in Anna Perenna. Che puoi dirci in merito all’adattamento del testo alla voce? Per te si è trattato di passare dallo screaming tradizionale a un cantato-recitato teatrale: raccontaci questa esperienza.

Quel tipo di cantato non resterà un esperimento isolato in Selvans. I diversi stili di cantato che puoi ascoltare su quest’album hanno un significato preciso: quando urlo – ad esempio – non lo faccio ‘tanto per’, c’è un motivo dietro e sinceramente uno screaming dall’inizio alla fine avrebbe ucciso un brano del genere ‘svuotando’ il testo del suo significato e facendolo scadere in qualcosa di scontato. La priorità per un brano così profondo era invece di raggiungere emotivamente l’ascoltatore e – perché no? – spingerlo a tradurne il testo dal latino.

Attraverso un comun denominatore, la montagna, Magna Mater Major Mons e Requiem Aprutii intrecciano la leggenda alla drammatica realtà del terremoto. Due le novità che vorremmo approfondire con te: sul piano musicale, il richiamo alla musica del maestro Ennio Morricone. Sul piano tematico, Requiem Aprutii, brano che per la prima volta avvicina i Selvansalla realtà “dei nostri tempi”.

Sono cresciuto con le musiche di Morricone e da anni mi chiedevo come mai nessun mio connazionale, che avesse usato temi sinfonici in un contesto metal, si fosse mai ispirato allo stile del Maestro o comunque a qualcosa di ‘nostrano’ nel farlo. 
Sinceramente annoiato dalla diffusa pomposità pseudo-hollywoodiana in quel che mi capita di ascoltare in giro, ho pensato di fare qualcosa di diverso e che sentissi più vicino alla mia cultura.
 Riguardo a Requiem Aprutii penso che al giorno d’oggi si tenda a dare per scontato tutto ciò che riguarda l’identità di una band, del tipo: ‘appaiono in un certo modo quindi suoneranno sicuramente un dato genere e parleranno di determinate tematiche’. E chi lo dice? Probabilmente la pigrizia e l’ignoranza di chi ascolta o peggio di chi suona… Penso che – purché mantenga un marchio riconoscibile come Selvans – un nostro brano possa trattare potenzialmente di ogni cosa.

In Faunalia, Selvans ha per la prima volta dei veri e propri ospiti, da Agghiastru a Mercy degli Ianva, ad arricchire un già fitto sottobosco di parti liriche e strumentali legate al folclore: raccontaci queste collaborazioni.

Non è la prima volta! Anche sul primo album abbiamo avuto degli ospiti per alcune parti e non furono presentati in modo diverso da quelli di Faunalia. 
Certo, ammetto che il peso storico di Agghiastru e Mercy venga percepito diversamente da chi legge i loro nomi tra gli ospiti di quest’album, ma una cosa che ho tenuto a precisare sin dall’inizio ad ognuno è che la loro partecipazione non sarebbe stata preceduta da alcun comunicato altisonante, come pare essere usanza oggigiorno. 
Non sono d’accordo con questo modo di fare, mi sembra un’implicita ammissione di mediocrità, sembra dia il messaggio che l’unico motivo di interesse per l’album sia la presenza di quattro frasi cantate da un ospite… Èuna questione di rispetto per gli artisti coinvolti, ma soprattutto per ciò che stai creando. Conosco e stimo gli artisti che ho voluto su Faunalia: li ho contattati, hanno apprezzato quel che avevo scritto per loro e hanno accettato.
In generale, ho le idee molto chiare su chi debba collaborare con Selvans e so che se scorgessi anche il minimo ‘secondo fine’ perderei immediatamente interesse.

Sulla produzione di Faunalia ci sono stati pareri contrastanti: chi la ritiene troppo grezza e sporca, che addirittura “rovina” le canzoni, e chi la reputa perfetta perché quel suono è il ponte tra il black metal e l’espressione artistica che da sempre caratterizza Selvans. Dalla registrazione e dalla pubblicazione del disco è ormai passato diverso tempo, come “senti” ora Faunalia?

Sento che abbia il suono che deve avere.

Per la prima volta in un disco di Selvans la batteria è reale: quali sono le motivazioni che hanno spinto in questo senso? Il discorso produzione, ricollegandosi anche alla domanda precedente, ha subìto delle variazioni rispetto al modo di lavorare solito?

Prima di Faunalia abbiamo sempre utilizzato una batteria elettronica, sia per una questione di budget, sia – ahimé – di logistica; inoltre, per ricoprire in pianta stabile il ruolo che fu di Jonny su Clangores Plenilunio, avevo bisogno di qualcuno che fosse addentro al progetto e conoscesse bene le mie intenzioni rispetto alle parti di batteria. Dopo anni di concerti, alcol e chilometri condivisi con Hyakrisht, penso che attualmente sia l’unico in grado di ricoprire questo compito, per questo suonerà sicuramente anche sul prossimo album.

La decisione di utilizzare la batteria ha influenzato il songwriting oppure le canzoni sono nate in maniera spontanea e successivamente sono state ideate e realizzate le tracce di batteria?

No, in fase di songwriting non è cambiato nulla.

Clangores Plenilunio preparò il terreno a Lupercalia, istituendo un forte legame di continuità fra le due uscite. Lo split con Downfall Of Nur dal canto suo non rivelò nulla di quello che sarebbe stato Faunalia. Split, EP, quanto possono contribuire al processo creativo di una band nell’interregno fra un album e l’altro? Li consideri le “prove generali” prima del grande passo del full-length?

È molto semplice! Basta fare riferimento a quanto vicine tra loro sono le release di cui si parla: Clangores Plenilunio uscì un anno prima di Lupercalia,  lo split con Downfall Of Nur un anno dopo quindi siamo all’interno di quello che chiamerei il ‘primo capitolo’ della storia di Selvans, conclusosi con il live album Hirpi. Il ‘secondo capitolo’ è iniziato con Faunalia e scoprirete dove porterà.

Due album ed un EP in pochi anni sono un gran risultato per Selvans, soprattutto considerando la qualità dei vostri lavori. Il cammino intrapreso è ancor più personale dopo Faunalia. Cosa resta, sul piano artistico, della tua esperienza con i Draugr? Quanto ancora può, in generale, darti la scena black metal?

Quando esordimmo con Selvans qualcuno scrisse che era il passo successivo a quanto fatto con i Draugr; mi fa piacere che sia stato visto così perché so quanto affetto c’era per quella band, ma non credo sia del tutto corretto. Vedi, sul piano artistico non penso che Selvans sia stato influenzato dai Draugr ma che, al contrario, la mia presenza nella band abbia influenzato aspetti del sound e della struttura di alcuni brani dei Draugr e ad oggi, è questo aspetto ciò che il pubblico può ritrovare dei Draugr in Selvans. 
Del resto, i primi brani di Selvans sono materiale scritto mentre ero nei Draugr, proprio perché sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso e totalmente mio. 
Sulla scena non so risponderti perché di solito nel far parte di quella o quell’altra scena metal dovresti seguire un codice comportamentale, di immagine, gusti, sound ed altre cazzate da gregge che non fanno per me.

Giriamo la domanda: cosa può dare Selvans alla scena black metal, alla scena italiana e alla scena metal internazionale?


Non mi piacciono gli ‘spot’ ma so bene cosa Selvans dà al sottoscritto: la possibilità di esprimersi in totale libertà. C’è qualcosa di più importante?

Intervista: Bloodshed Walhalla

La pubblicazione di un nuovo sontuoso album, la decisione di suonare dal vivo e le riflessioni di un musicista che proprio non riesce a stare fermo: Drakhen è come al solito un fiume in piena e nelle sue risposte troviamo diversi spunti interessanti.

I Bloodshed Walhalla saranno tra i protagonisti della terza edizione del Mister Folk Festival, questo l’evento Facebook per saperne di più: https://www.facebook.com/events/283629015643670/

Il nuovo disco Ragnarok è uscito un anno e mezzo dopo Thor e sei mesi dopo l’EP The Walls Of Asgard: dove trovi tutta questa ispirazione ed energia per realizzare gli album?

Ciao Fabrizio e grazie per avermi dato questa possibilità, rispondere alle domande di Mister Folk è per me un grande onore e piacere. Partiamo dal presupposto che i Bloodshed Walhalla sono una one-man band e come tale ha solo una mente compositiva in azione. Questa mente lavora tutti i santi giorni e oltre ai doveri e piaceri quotidiani è sempre attiva per quanto riguarda il progetto Bloodshed Walhalla. Ogni giorno potrei scrivere una canzone e trovare il tempo necessario per pubblicarla nei canali necessari per permettere ai fan di capire sempre di più di che pasta siamo fatti. Di solito dopo la pubblicazione di un album – e in questo progetto ne sono stati pubblicati ben quattro – dato che non abbiamo altre necessità specialmente sul fronte live, inizio la stesura di nuovi inediti. La cosa mi risulta abbastanza semplice perché senza modestia un po’ ce l’ho nel cuore, e quando una cosa la senti tua in modo morboso tutto ti risulta facile. Ad oggi le cose però stanno cambiando significativamente perché i Bloodshed Walhalla sono scesi in campo per dire la propria anche sul fronte live, e credimi, quando inizi questo percorso tutto si complica maledettamente. Ma ormai ho preso questa decisione e per ora non torno indietro.

Ti rigiro la domanda: non credi che pubblicando tre dischi in un anno e mezzo non dai il tempo all’ascoltatore di “assorbire” la musica e di non valorizzare il lavoro svolto per realizzare ogni singolo album?

Se devo essere sincero questo è un aspetto curioso ed è un problema che non mi sono mai posto ed il motivo è molto semplice: quando ho iniziato l’avventura Bloodshed Walhalla mai mi sarei espettato di ricevere riscontri importanti dalla critica e dalla gente che ascolta viking metal. Evidentemente mi sbagliavo e forse qualcosa di buono l’ho fatto, e Ragnarok, che a mio avviso è un super album sfortunato, e poi ti spiego il perché, ne è la prova lampante. Ragnarok ha ricevuto super recensioni internazionali e non scherzo quando dico che sui miei canali mi scrive gente da tutto il mondo per congratularsi per il gran lavoro fatto. Ragnarok è uscito ad un anno esatto dalla pubblicazione di Thor che – anche se voi dite essere un grande album – per me è una merda al 90%. Odio questo album per la copertina che abbiamo proposto (non voluta da me), e sinceramente mi vergogno di proporlo al pubblico anche se il “guaio” è già fatto. Per questo motivo, che poi alla fine sono malintesi dovuti alla distanza nel collaborare su di un progetto, mi sono allontanato dalla casa discografica che mi ha rappresentato per tanto tempo e ho sentito la necessità di rimettermi in gioco il più velocemente possibile contattando altre etichette, e su questo sono stato veramente fortunato dato che sono stato contattato dalla romana Hellbones Records, che tanto crede nelle nostre capacità. Visto che Ragnarok era già sui miei file perché, come spigato prima, non riesco a stare fermo, non ho atteso più di tanto e Daniele (il boss dell’etichetta, ndMF) d’accordo con me, ha pubblicato il lavoro. I fan se ci vogliono bene – e ce ne vogliono – devono capire questa necessità e continuare a seguirci in maniera decisa ora ancora più di prima dato che ci stiamo proponendo anche su palchi importanti… per ora!!!

Già con Thor avevi dato prova di bravura nel realizzare canzoni dal minutaggio importante, ma con Ragnarok ti sei superato: sessantasei minuti di musica divisi in sole quattro canzoni! Come sono uscite fuori queste composizioni extra large e come ti sei reso conto che necessitavi di un grande minutaggio per portare a conclusione i brani?

Beh forse è il genere che lo richiede o perlomeno il mio genere, o per dirla tutta il genere intrapreso da alcuni artisti del settore. Penso che se vuoi raccontare qualcosa di importante hai bisogno per forza di cose di spazio e di tempo, non puoi parlare di qualcosa che per te è importante e sminuirla in breve con riassunti dei riassunti. Noi trattiamo di mitologia norrena e la mitologia norrena è vasta, IL RAGNAROK è vasto, non puoi spezzettarlo in breve, hai bisogno per forza di cose di esprimere concetti che non puoi tralasciare, noi poi ci abbiamo messo anche del nostro con una storia parallela che è raccontata nella nostra pagina ufficiale. Una sorta di concept album che è venuto fuori in maniera naturale, senza forzature, il lavoro è stato pensato e realizzato proprio come doveva essere. Ma questo viene da lontano. Dopo Legends Of A Viking e The Battle Will Never End (i primi due album, ndMF) sono stato non quasi accusato di aver emulato le musiche dei Bathory senza però sapere che quello era proprio il mio intento, e questo l’ho ammesso e spiegato tante volte. Già con Thor si è potuto costatare una tendenza nella costruzione delle song un po’ più elaborata, con un minutaggio di alcuni brani un po’ più lungo del normale. Ragnarokha confermato questa tendenza e l’ha accentuata maggiormente. Tendenza che diventerà realtà ancor di più nel prossimo lavoro dove chi ci ascolta dovrà sapere a priori che i Bloodshed Walhalla suonano e parlano musica in questa maniera e che possa piacere o no a me non interessa.

Leggendo i titoli delle canzoni e i testi appare chiaro il tuo legame con la mitologia scandinava; ti chiedo di raccontare di cosa parli nelle canzoni e se sono delle metafore per vivere l’oggi al meglio.

I quattro testi dell’album Ragnarok narrano la battaglia finale tra gli dèi e l’ordine del male e delle tenebre, dai primi segni alla distruzione del mondo e la sua rigenerazione. Naturalmente, oltre alla leggenda conosciuta grazie alle fonti, abbiamo aggiunto del nostro inserendo una storia parallela totalmente creata in base agli eventi. Nello specifico, Il dio Baldr, figlio di Odino, dopo essere stato ucciso dall’inganno di Loki, viene accolto nel regno di Hel. La regina del male ascoltando i pianti disperati provenienti da tutto il creato e le suppliche del dio Odino affinché il figlio fosse liberato, decide di imprigionare il padre di tutto nelle sue celle e spedire il figlio Baldr nel mondo dei vivi rendendolo così mortale e privo di forze: Odino accetta queste condizioni. Eliminando Odino la regina invia i segni premonitori che poi scaturiranno il Ragnarok. Odino intanto entra nei sogni del figlio ormai mortale e incosciente di tutto quello che è accaduto e che accadrà e gli rivela i suoi progetti, facendogli consegnare la sua forza, il suo cavallo Sleipnir, la sua lancia e il suo elmo. Baldr così dovrà donare il suo cuore mortale alle valchirie, e dopo la sua seconda morte potrà entrare nella Valhalla e capire finalmente qual è la sua reale identità! Baldr così dovrà raggiungere il regno di Hel e con le sue abilità e le armi di Odino dovrà annientare la regina del male e il suo esercito per così liberare il padre dalle celle nere. Il Ragnarok con Odino e i suoi figli può avere inizio! Questo racconto non ha nulla a che vedere con la vita attuale e non ci sono metafore che possano collegare due mondi che sono ben distinti e separati.

Musicalmente hai apportato delle modifiche alla tua musica: sempre di viking metal bathoriano si tratta, ma è palese l’influenza dei Moonsorrow e trovo che il senso della melodia sia debitore ai Falkenbach più ispirati. Infine, per l’utilizzo delle orchestrazioni, penso si possa fare il nome dei Turisas di The Varangian Way. Questi nomi sono accostabili alla tua proposta musicale e in quale direzione ti stai dirigendo?

Alla fine questa è la musica che ascolto tutti i giorni e che per forza di cose influenza senza volere un processo di crescita personale in ambito compositivo. Ricordo che i Bloodshed Walhalla nascono come cover band dei Bathory e ripeto che di questo ne vado fiero, il mio desiderio è sempre quello di essere considerato l’erede di una realtà oramai scomparsa nel 2004 con la morte del maestro Quorthon. Proprio per il fatto che nelle nostre canzoni vogliamo raccontare e non frammentare, si è deciso di intricare notevolmente le opere aggiungendoci quanto più di fantasy possibile possa uscir fuori dagli strumenti e dai testi, e come dicevo in precedenza riteniamo che ci sia bisogno di spazio e tempo per poter esprimere al meglio il nostro potenziale. La strada è ancora lunga perché sono solo a fare tutto ciò e solamente quando i lavori sono pronti può capitare che ti accorgi di aver sbagliato a fare qualcosa, c’è ancora tantissimo da lavorare sotto alcuni punti di vista e con i piedi per terra e consapevole dei limiti evidenti si va avanti e non si torna indietro. I prossimi lavori proseguiranno questo percorso di crescita e sono sicuro che ne sentirete delle belle ancora per molto tempo. Le critiche non mi spaventano e se devo dirla tutta il 90% delle recensioni di Ragnarok ci dà ragione.

La grande novità del 2019 è sicuramente l’aver iniziato a suonare dal vivo. Cosa hai provato a stare sul palco a suonare le tue canzoni davanti al pubblico?

Ho una paura fottuta di sminuire tutto quello che di buono ho costruito in questi anni. Per suonare dal vivo ci vuole troppa esperienza, cosa che noi non abbiamo, ma vi assicuro che ce la stiamo mettendo tutta. A volte mi chiedo se la decisione presa sia quella giusta e ancora oggi – anche se sono supportato da quattro stupendi ragazzi e musicisti – non ci sto ancora capendo un cazzo.

Cosa si deve aspettare uno spettatore dal concerto dei Bloodshed Walhalla?

Abbiamo esordito dal vivo all’Agglutination Roadshow 2019 che si è tenuto a Matera poche settimane fa, in pratica il fratellino dell’Agglutination, grandissimo festival internazionale che si tiene in estate nel cuore della mia terra, mica male come esordio! Qui ho notato qualcosa che mi ha fatto capire molto e che mi permette di rispondere alla tua domanda. Gli spettatori presenti hanno fatto casino quando c’era da far casino e hanno ascoltato incuriositi quando c’era da ascoltare attentamente cos’era proposto in quel momento. Quando i timidi ma determinati Bloodshed Walhalla sono saliti sul palco a mio avviso hanno incuriosito lo spettatore che ha ascoltato attentamente il lavoro di anni e anni di sacrifici, nello stesso tempo si è divertito come solo un metallaro sa fare quando è dentro la calca e in fine soddisfatto ha applaudito e apprezzato lo show proposto. Non si poteva chiedere di meglio.

La formazione live prevede ben tre chitarre: come mai una scelta così inconsueta? Come hai conosciuto e “arruolato” gli altri musicisti?

Bene, la risposta è semplice, io canto per i Bloodshed Walhalla ma fondamentalmente sono chitarrista e non mi saprei vedere sul palco senza chitarra, ma dovete capire che a volte chitarra e voce, specialmente nelle nostre canzoni, sono molto complicate da conciliare e quindi sono costretto a tralasciare particolari che in fase di registrazione abbiamo curato attentamente. Per questo mi limito alla ritmica e sporadicamente mi cimento in qualche assolo. Le parti che poi danno al brano la bellezza originale spetta agli altri due chitarristi che sanno bene come intrecciare le note e far rendere la canzone dal vivo come se la si ascolta sul cd. Il bassista e uno dei chitarristi sono miei fratelli di sangue e a loro devo tutto, il batterista e l’altro chitarrista sono dei ragazzi fantastici che abbiamo conosciuto e arruolato quando ci siamo divertiti nella parentesi come cover band degli Iron Maiden.

I Bloodshed Walhalla rimarranno sempre un tuo progetto personale o questa apertura verso i live potrebbe far diventare i Bloodshed Walhalla una vera e propria band?

I Bloodshed Walhalla sono una one-man-band e come dicevo prima, musicalmente parlando devo capire ancora chi sono. Vorrei fare tantissime cose, ma la vita insegna che bisogna tenere sempre i piedi per terra e rispettare le priorità che ti sono state donate. Continuiamo così, giorno dopo giorno e vediamo quello che succede, magari ci capita qualcosa che ci indirizza verso la via giusta o magari no. Per ora i Bloodshed Walhalla sono questo, domani non si sa.

Conoscendoti immagino che da quando hai finito la composizione di Ragnarok avrai già pronte delle nuove canzoni, è così? Stai preparando un nuovo disco/EP?

Il disco che sto preparando è ancor più sconvolgente e avvincente di Ragnarok. Rimanete in contatto con noi e se ci saranno le possibilità nel 2020 lo scoprirete.

Quali sono i tuoi ascolti in questo periodo? Ci sono band “giovani” che ti trasmettono qualcosa e che ascolto con piacere?

Ascolto sempre la stessa roba da secoli. Ho una chiavetta usb sul mio stereo che trasmette sempre gli stessi album e non mi stanco mai di farlo. Le band sono pressappoco quelle che hai citato all’inizio dell’intervista con l’aggiunta degli Iron Maiden, Manowar, Helloween, Pink Floyd, Motorhead e altri classici. Però se ho l’occasione di ascoltare un po’ di underground lo faccio veramente con piacere!!!

Lo sai che ci sono delle persone che usano la parola “maestro” quando parlano di te? Cosa gli vuoi dire per concludere l’intervista?

Che i maestri sono altri, i maestri sono chi ha creato e chi ha insegnato qualcosa. Io ringrazio di cuore chi mi definisce in quel modo, ma posso solamente definirmi un umile discepolo di chi veramente ha ispirato le mie creazioni e la mia voglia di fare musica. Infine ringrazio solennemente Mister Folk per questa bellissima chiacchierata e invito tutti voi che avete letto queste righe di seguire tutti i suoi canali perché sono veramente interessanti, con articoli, recensioni e distro ben fatte, colme di band come la nostra che hanno veramente tanto bisogno di visibilità e supporto. Grazie Mister Folk e grazie a tutti voi, che le saette di Thor vi sconvolgano la vita in positivo! Hail Viking!

Intervista: La Janara

Streghe, racconti tramandati dai nonni e antiche tradizioni… tutto molto “folk”, ma La Janara è una band heavy/doom che ha da poco pubblicato il disco di debutto Tenebra con la storica Black Widow Records, in questo genere una vera e propria garanzia di qualità. Effettivamente il disco è davvero godibile, un bel mix di generi diversi che si sfiorano e intrecciano fino a dare vita a un sound personale, cantato in italiano e che, pur con chiari riferimenti ai grandi del passato, non ha paura di esprimersi con forza e delicatezza a seconda dei brani: riff sabbathiani e arpeggi cristallini si alternano sempre sotto il dominio dell’istrionica voce de La Janara, mattatrice del disco a suon di vocalizzi sempre intensi e carichi di energia. Tenebra inoltre è un cd vario, che non segue musicalmente un’unica via, ma che nel complesso risulta essere compatto e dinamico, un ascolto obbligato per gli amanti della musica oscura o, più in generale, della bella musica. Per saperne di più ho intervistato Il Boia, chitarrista della band, ben disposto a dare risposte interessanti e approfondite. Titoli come Malevento e Violante Aveva Un Osso Di Capra non vi mettono una grande curiosità?

Il più classico degli inizi: presenta La Janara ai lettori di Mister Folk.

Ciao a tutti, grazie per lo spazio su questo sito che seguo già da molto tempo. La Janara è un gruppo rock/heavy metal che parla di streghe, donne tenaci e forti che non si lasciano intimorire da nulla, specialmente dall’ignoranza e dall’invidia che le vorrebbe veder soccombere. Siamo irpini, e nelle nostre canzoni trovano spazio le leggende e i racconti che i nostri nonni ci hanno tramandato, con personaggi fantastici che affondano le proprie radici in tradizioni secolari. Cantiamo testi in italiano e adoriamo i film di Fulci, Bava, Soavi oltre al rock/prog italiano di New Trolls e PFM e il sound occulto tricolore di gruppi come Death SS, Paul Chain, l’Impero delle Ombre e The Black!

Avete da poco pubblicato il primo full-length Tenebra marchiato Black Widow Records. Come ti senti ad avere il supporto di una storica etichetta che ha pubblicato tanti gruppi importanti?

È una bella sensazione. È stata la prima ed unica etichetta che abbia contattato. Mandai loro il demo nel 2015 e già, sotto la nostra scorza acerba, videro qualcosa in noi. L’EP, come sai, è stato distribuito dalla Black Widow Records, a differenza del nuovo Tenebra che uscirà con la dizione ‘prodotto e distribuito’ da loro. Il nostro rapporto, tuttavia, va addirittura oltre: sono un loro cliente e spesso Massimo Gasperini, il boss dell’etichetta, mi suggerisce dischi che potrebbero essere un’ispirazione per le nostre prossime canzoni. Il loro supporto è fondamentale.

Due anni fa avete rilasciato l’EP La Janara: ascoltando il nuovo disco è facile notare il lavoro che avete svolto per migliorare sotto un po’ tutti i punti di vista. In particolare ora il suono (nel senso “risultato finale” e non “registrazione”) è più compatto e la prestazione della cantante La Janara è sì selvaggio, ma meglio indirizzato a favore del risultato finale.

Sì, assolutamente, e grazie mille. Registrare un disco è un’esperienza importante, ma, a differenza di trenta o quarant’anni fa quando registrare era davvero costoso e le band, prima di catturare l’attenzione di un’etichetta che le finanziasse, suonavano dal vivo per anni ed anni, arrivando in sala di registrazione preparati e consapevoli, oggi si comincia dallo studio e poi, se si è fortunati e ci si organizza bene, si va a suonare. Tenebra è stato registrato molto in fretta, abbiamo usato le prime take per lasciare un’impronta selvaggia e le voci le abbiamo fatte alla fine, ma già rispetto all’EP il tutto suona meglio anche grazie al nostro nuovo batterista, che nonostante non ascolti metal, ha subito centrato il bersaglio. Raffaella invece, forte dell’esperienza dell’EP, ha deciso di cantare in maniera più libera e aggressiva, per fortuna!

A mio parere Malevento è la canzone che meglio racchiude l’essenza della band: riff doom oriented, un grande ritornello, la teatralità de La Janara, il testo che richiama a epoche che sembrano essere lontane….

Grazie mille. Sì, in effetti ritengo che Malevento, insieme a Luce, contenuta nell’EP, sia la migliore canzone che abbia mai scritto. È potente, diretta e melodica, come piace a me. Il nome è quello originario della città di Benevento, un po’ italianizzato. Per quanto riguarda le epoche lontane, le canzoni che scrivo non hanno alcun elemento moderno contemporaneo, lo sono solo le emozioni e le sensazioni della protagonista, per il resto sembrano sospese in un perenne ‘700. Il testo parla ovviamente dell’incontro fra le streghe ed il signore delle tenebre. Ad una festa del genere ci sarebbe da divertirsi!

Violante Aveva Un Osso Di Capra mi ha ricordato molto i Lingalad più atmosferici. Conosci la band di Giuseppe Festa? Ci racconti da dove viene fuori il testo e come mai avete deciso di farne un brano acustico?

Non conoscevo i Lingalad prima che tu me li nominassi, tuttavia, nonostante ascolti tantissima musica i miei riferimenti principali sono più o meno sempre gli stessi: il Battisti più prog, De André (anche musicalmente, adoro la musica ‘nuda’ per chitarra acustica e voce), i Black Sabbath, Death SS, Paul Chain, New Trolls e Le Vibrazioni. La canzone è nata di notte, avevo la chitarra acustica vicino al letto, mi sono svegliato intorno alle due, forse le tre, e ho cominciato a canticchiare la melodia di Violante… Il testo è venuto da sé e poi ho ripreso a dormire. Il giorno dopo avevo la canzone bella e pronta e neanche la ricordavo benissimo! L’acustico è più suadente e affascinante, talvolta, e non volevo che la canzone si snaturasse rendendola elettrica e pesante.

Il primo giro di Mater Tenebrarum (ma non solo quello) deve molto a Tony Iommi: quanto è importante secondo te conoscere la storia per poi rivisitarla con personalità?

Io sono un collezionista disperato, conosco tante band e ho tanti dischi, tuttavia mi è capitato di conoscere gruppi fenomenali i cui componenti avevano solo 5/6 album ciascuno nella propria collezione, ma, ovviamente, per un compositore come me è fondamentale conoscere la storia e capire da dove viene il linguaggio che utilizzo nelle mie canzoni. Tony Iommi è un chitarrista che adoro, specialmente perché è un musicista con un approccio molto essenziale, ai Black Sabbath bastava un riff di chitarra, un basso e una batteria per far quadrare un brano. Ovviamente ritengo Iommi una grandissima influenza, ma tutto l’heavy metal deve tanto ai suoi dischi, perfino a quelli come Born Again e Tyr, una volta davvero poco considerati, che si sono rivelati lavori influenti per tantissime band estreme nel primo caso e folk/viking metal, nel secondo (ma a te l’ultima parola, sei l’esperto del settore!).

Ho apprezzato tanto il guitar work su Or Poserai Per Sempre: a chi ti sei ispirato per questo brano? Inoltre nella canzone è presente anche una parte brutalmente urlata che dà una marcia in più alla composizione. Pensate di utilizzare questo stile anche prossimamente?

Grazie! Mi sono ispirato al lavoro del mio tecnico personale delle chitarre, Rocco Minichiello dei Release the Blackness (giovane e talentuosissima band del mio paese che ha all’attivo solo un EP) con cui ho registrato le chitarre dell’album. Lo screaming è di Giulian degli Scuorn, grande band black metal che fonde tale musica con quella folk napoletana (trovate la recensione del disco Parthenope QUI, ndMF). Sicuramente il mio cuore è rivolto al pop/rock/prog/folk degli anni ’60 e ’70, ma mi piace il metal estremo. Abbiamo già registrato un brano black metal, non so se verrà mai pubblicato, ma… chi può dirlo! La cosa mi intriga.

La Janara, Il Boia, Il Mercenario, L’Inquisitore: perché avete scelto di chiamarvi così?

Sono tutte figure che ruotano intorno alla morte della strega. Il mio gruppo, i miei testi sono ispirati certamente alla musica e ai film dell’orrore, ma riflettendoci l’oppressione e l’uccisione delle donne non sono solo finzione cinematografica, ma orrori quotidiani. Quello che suoniamo altro non è che un grido di uguaglianza, l’esaltazione del libero pensiero, e le donne, ancora oggi, sono tra i più grandi martiri della storia, ed è strano, visto che sono praticamente la metà del mondo.

Prima di concludere, visto che sei un giornalista che collabora anche con la rivista Guitar Club, vorrei chiederti quale strumentazione hai utilizzato durante la registrazione del disco.

Bella domanda! Ho usato una Michael Kelly Patriot Custom che ho venduto un paio di mesi fa. I suoi pickup tuttavia, degli splendidi e ruggenti DiMarzio Petrucci, sono stati trapiantati su di una Fender del 1978 con cui ho registrato gli assoli e che mi porto sempre dietro ormai, e lo farò per sempre perché è fantastica! L’acustica è una splendida Yamaha in mogano, come il mio adoratissimo, splendido e irraggiungibile Elliott Smith.

La Janara 2019: dopo il disco con Black Widow Records cosa farete? Avete intenzione di portare in giro per l’Italia il vostro heavy/doom?

Sicuramente, inizieremo provando a conquistare il Sud Italia! Dopodiché, ci chiuderemo in sala prove per scrivere un disco ancora più bello!

Siamo su un sito che tratta folk metal: cosa può portare i lettori a scoprire il mondo de La Janara?

Abbiamo provato a fare un brano folk metal, l’ultima traccia di Tenebra,Ver Sacrum, che parla dei popoli italici pre-romani. Quello che in Inghilterra viene chiamato folk qui è la musica popolare che Musicanova, D’Angiò, Eugenio Bennato, De André e tantissimi altri, hanno sempre incorporato nelle proprie canzoni. Suoniamo heavy metal, ma il folk ci piace, quindi chissà che in futuro le cose non si sposteranno sul folk rock/metal, chi può dirlo! Considera che ho tutti i dischi di John Renbourn e Bert Jansch, due eroi, per chi scrive, della musica popolare britannica, probabilmente la loro influenza potrebbe farsi sempre più decisa… Staremo a vedere, in quel caso, sarà un piacere ritrovarci ancora qui, sulle pagine di Mr. Folk!!!

Intervista: Lex Talion

Il folk metal è un linguaggio universale, parlato in ogni continente: oggi gli argentini Lex Talion hanno la possibilità di raccontarsi e incuriosire voi lettori. Freschi autori del secondo full-length dal titolo Sons Of Chaos, ci hanno spiegato cosa hanno fatto nei sei anni successivi al debutto Funeral In The Forest, ma anche della scelta di coverizzare i Manowar e tanto altro. Come sempre, buona lettura! 

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Vi ho scoperto anni fa quando uscì il debutto Funeral In The Forest nel 2012. Ci sono voluto ben sei anni per pubblicare il successore Sons Of Chaos: cosa è successo nel mezzo?

Sono accadute molte cose e queste sarebbero molto lunghe da spiegare. Principalmente, c’è stato un lungo processo di riunione di membri della band, prove e presentazione dei nostri lavori live. Sapevamo che era un lavoro necessario per crescere come band. Quindi, il fatto che il metal in Argentina sia estremamente impopolare rende tutto estremamente difficile per gli artisti. Avevamo da svolgere diversi lavori (registrare, mix, master, definire l’artwork e la presentazione, i nostri vestiti e la nostra immagine nel complesso, la produzione fotografica, il video editing ecc.). Facciamo tutto da soli. Non è come scrivere un mucchio di canzoni, andare in studio e registrarle. Abbiamo bisogno di fare il lavoro di molte persone allo stesso tempo.

Nella seconda parte del 2017 avete pubblicato l’EP Nightwing: un modo per dire “siamo vivi e presto torneremo con il nuovo disco?”

Ovviamente, questo è quello s cui servono queste release. Vogliamo mostrare alle persone su cosa abbiamo lavorato. Il resto delle canzoni era già pronto, ma l’album completo ha preso un po’ più di tempo perché volevamo dargli il trattamento che si meritava. Non c’è bisogno di accelerare le cose perché non siamo sotto a nessun “obbligo contrattuale” per rilasciare un album.

Di Nightwing mi ha sorpreso la cover dei Manowar Battle Hymn: come mai la scelta è caduta sulla band di Joey DiMaio?

È una canzone molto forte, sostanzialmente è un riferimento diretto al fatto che il metal classico ha contribuito enormemente (a creare) questo sottogenere. Indipendentemente dalle opinioni che la gente può avere sui Manowar, loro sono un’influenza indiscutibile nel mondo del metal in generale, ma molto di più nel viking metal, che non sarebbe stato concepito senza la loro influenza. In più, l’album che stavamo concependo era molto più “bellico” del precedente, quindi questa canzone era un buon collegamento a quello che stava per uscire, e senza dubbio è un momento molto divertente da suonare ai live, per noi e per il pubblico.

Rispetto a Funeral In The Forest il nuovo Sons Of Chaos è più oscuro e privo di quei richiami scottish che ogni tanto facevano capolino nel debutto. Come mai questi cambiamenti?

La musica che scriviamo è segnata dall’esperienza che abbiamo fatto fino a quel momento, il che da solo spiega perché il secondo album sia più oscuro e aggressivo del primo. In più abbiamo percepito che fosse la progressione naturale nel sound della band, e in qualche modo il risultato dell’aggiunta dei nuovi membri della band. Inoltre, non ci piace ripeterci. Crediamo che la musica sia un viaggio in cui devi esplorare nuove strade e ci sono talmente tante cose che puoi fare che sarebbe inutile continuare a fare le stesse cose.

Musicalmente domina il mid-tempo: è la forma che prediligete per esprimervi?

Come dicevamo prima, stiamo esplorando e forgiando la nostra identità come band. Le canzoni di solito vengono fuori naturalmente, non ci pensiamo molto su quante canzoni lente, con mid-tempo o veloci abbiamo nell’album, altrimenti saremmo costretti a forzare le cose in una forma che appaia in un certo modo per il mercato e non per cosa noi vogliamo fare o sentiamo. D’altra parte, i mid-tempo ci permettono l’aggiungere dei dettagli e degli elementi ambient che altrimenti non verrebbero notati.

Ho letto che i testi trattano di mitologia scandinava, paganesimo e protesta sociale: potete entrare più nello specifico e dire qualcosa della protesta sociale?

All’inizio (prima di Funeral In The Forest) c’erano molti argomenti che non furono inclusi in quel primo album: povertà, carestia, giustizia sociale. L’idea restante era The Kingdom Of The Forgotten, che è una canzone che parla di un sovrano che tiene i suoi sudditi in povertà e invece di dargli da mangiare preferisce continuare ad investire in armi e in forze militari, che è anche un problema molto contemporaneo. Inoltre, la nostra musica è fortemente collegata alla musica folk, che è stata concepita come un metodo per esprimere la realtà delle persone. Un altro esempio è Mirrors, che non parla di schizofrenia o di magia, ma della vita sistematica, di essere super adeguati, di diventare ciechi davanti alla realtà. Il personaggio diventa consapevole che la sua vita è stata una mera proiezione degli altri, che è una malattia sociale seria molto presente oggigiorno, qualcosa che ci aliena completamente dalle nostre capacità, ci rende individualisti, egoisti e che distorce completamente il collettivismo, trasformandolo nella proiezione sociale di come “ci vogliono loro”. Considerando che tutti i membri hanno ideologie e credi diversi, questi elementi sono sempre presenti nella nostra musica, ed è qualcosa su cui siamo tutti d’accordo.

Di cosa tratta In The Haar? In sede di recensione l’ho definita “mistica”, cosa ne pensate? Come è nata la canzone?

“Mistico” potrebbe essere una buona parola per definirlo. Abbiamo una prospettiva particolare sui nostri testi, il nostro obiettivo è che il significato generale della canzone dovrebbe essere completato dall’ascoltatore. Una canzone può avere diversi significati per diverse persone e questo è fantastico, è un modo per mettere il lettore o l’ascoltatore nella condizione di pensare e analizzare e – durante tutto il processo – di fare propria quella canzone. D’altra parte, la canzone fu concepita da un riff di chitarra veramente semplice che evoca l’immagine del navigare (magari alla deriva), ma in una maniera melanconica. “Haar” è un’antica espressione che significa “foschia”. Da una prospettiva letterale, rappresenta un gruppo di guerrieri che navigano attraverso i mari in modo da combattere e conquistare, ma si ritrovano circondati da una fitta nebbia e non possono vedere dove stanno facendo rotta, questa nebbia diventa il vero “nemico” che devono sconfiggere. Da un punto di vista poetico, beh, a volte ci troviamo in certe situazioni nelle quali non possiamo vedere chiaramente una via d’uscita, che cammino scegliere, che decisione prendere in modo tale da raggiungere i nostri obiettivi, ed è qui che appaiono gli elementi “mistici”, il senso dell’errare continuamente, il bisogno di squarciare il velo… o può significare qualunque cosa tu voglia 😉.

La copertina è molto intensa e ben fatta. Ha un legame con i testi e perché ci sono delle rune?

Fortunatamente abbiamo trovato un artista in grado di tradurre l’idea che avevamo originariamente (in copertina, nda). Crediamo che sia un concetto semplice, ma pieno di significato. Il personaggio a quattro teste rappresenta l’unione di noi quattro. Le rune sono l’aspetto più interessante, se le leggi in ordine alfabetico formano la parola “CAOS”, ma ognuna di esse ha un significato unico che crea un circolo da qualcosa di veramente positivo a qualcosa di veramente negativo, che è collegato all’antico concetto nordico della vita che è in un cerchio e che tutte le cose devono morire per dare nuova vita.

La produzione è davvero buona e il fatto che tutte le fasi in studio siano state fatte “in casa” la rende ancora più sorprendente, complimenti!

Il processo di scrittura, registrazione, mixaggio e produzione è estremamente tedioso, prende innumerevoli ore di lavoro, notti insonni, cercando di trovare il suono migliore. Ma avevamo uno scopo in mente e – vista la nostra situazione attuale – pensiamo di averlo raggiunto. Le cose diventano difficili quando non hai un grande budget, ma questa è una delle ragioni per cui c’è un così lungo intervallo tra gli album. Sapevamo di voler mostrare un miglioramento e ci siamo presi il tempo necessario per decidere se eravamo a quel punto.

Il disco è uscito come autoprodotto e unicamente in formato digitale. Non ci sono state etichette interessate o che vi hanno proposto un buon contratto? Non pensate che non pubblicando il disco in formato fisico possiate “tenere lontani” i collezionisti e le persone che continuano ad amare il formato cd?

Considerando l’ammontare di cose che abbiamo fatto, non siamo ancora in contatto con nessuna label, ma vogliamo definitivamente che ci sia una copia fisica dell’album. Proprio ora stiamo analizzando a quale label consegnare il frutto dei nostri sforzi. E ci aspettiamo che questo progetto prenda vita in un futuro non molto distante.

Com’è la scena folk metal argentina? Siete in contatto e suonate insieme agli altri gruppi?

È una scena che ha degli ottimi esponenti. Non ci sono molte band così in relazione con questo sotto genere, quindi di solito finiamo per condividere il palco e andiamo d’accordo gli uni con gli altri in maniera eccellente, ci sono molte buone vibrazioni e crediamo che sia essenziale affinché questo genere cresca in maniera più solida.

State già lavorando alle nuove canzoni o bisognerà aspettare altri sei anni per il prossimo disco? ( 🙂 )

Stiamo già lavorando su del nuovo materiale e pensiamo che avendo raccolto tanta esperienza abbrevierà il processo di registrazione e mixaggio. Quindi no… Non ci vorranno altri sei anni ahahah.

Vi ringrazio per l’intervista, chiudete come preferite!

Prima di tutto, vogliamo ringraziarti per l’intervista. Siamo molto felici di aver avuto questo spazio. È molto gratificante che ci siano persone lì fuori che valutano e tengono in conto lo sforzo titanico che abbiamo fatto per raggiungere i nostri obiettivi. Siamo tutti musicisti che tentano di esprimere loro stessi e avere l’opportunità di essere ascoltati e letti è assolutamente fantastica. Grazie per il tuo interesse in noi. E speriamo che alle persone piaccia almeno quanto a noi. Salute! 

Lex Talion live 2018

ENGLISH VERSION:

I’ve discovered you when the debut Funeral In The Forest came out in 2012. It took six years to publish the successive Sons Of Chaos: what happened in the middle?

So many things have happened that it would take too long to go through all of them. Mostly, there was a long process of gathering band members, rehearsing and presenting our work live. We knew that it was a necessary step into growing as a band. Then, the fact that Metal music in Argentina is extremely unpopular makes it very difficult for artists. We have to fulfill many tasks (recording, mixing, mastering, producing, defining the artwork and visual presentation, our clothing and overall image, photographic production, video editing, etc). We do everything by ourselves. it’s not just like writing a bunch of songs, going to the studio and recording them. We need to do the work of many different people at the same time.

In the second half of 2017 you’ve published the EP Nightwing: it’s a way to say “we are alive and we’ll back soon with a new album?”

Of course, that’s what these kinds of releases are for. We wanted to show people what we had been working on. The rest of the songs were already pretty much completed but the full album took a while longer because we wanted to give it the treatment it deserved. There is no point in rushing things since we are not under any “contractual obligations” to release an album.

In Nightwing the cover of Manowar’s Battle Hymn surprised me: why you choose Joey Di Maio’s band?

It’s a very strong song, basically it’s a direct reference to the fact that classic Metal has contributed enormously to this subgenre. Beyond any opinions people may have on Manowar, they are an indisputable musical influence within the world of Metal in general, but even more so within Viking Metal, which cannot be conceived without their influence. In addition, the album we were conceiving was way more “warlike” than the previous one, so this song was a good link to what was coming, and without a doubt it was a very enjoyable moment to play it live, for us and the audience.

Compared to Funeral In The Forest the new Sons Of Chaos is more obscure and there is a lacking of scottish reference that sometimes was in the debut album. Why all this changes?

The music we write is marked with the experiences we go through in that given moment, that alone explains why the second album is more aggressive and obscure than the first. Furthermore, We felt it was the natural progression to the band’s sound, and somehow the result of the incorporation of the new band members. Besides, we did not want to repeat ourselves. We believe that music is a journey in which you need to explore new ways and there is so much you can do that it would make no sense to keep doing the same things over and over again.

Musically the mid-tempo prevails: is that the form that you prefer to express yourself?

As we mentioned before, we are exploring and forging our identity as a band. Songs usually come out naturally, we don’t give much thought on how many slow, mid-tempo or fast songs we’ll have in the album, otherwise we would be led to force things into a shape to appeal a certain market and not to what we really want to do or feel as doing. On the other hand, mid-tempo allows the addition of details and ambient elements that otherwise would go unnoticed.

I’ve read that your lyrics talks about scandinavian mythology, paganism and social protest: can you be more specific and say something about the social protest?

At first (before Funeral In The Forest), there were many topics which did not become included on that first album: poverty, famine, social justice. The remaining idea was The Kingdom Of The Forgotten, which is a song that speaks about a sovereign who keeps his people poor and instead of feeding them he prefers to continue investing in weapons and military forces, which is a very contemporary issue beyond the scenario in which it is set out. Besides, our music is strongly related to that of folk music, which was conceived as a way to express the reality of the people. Another example is Mirrors, which does not talk about schizophrenia or magic but about systematic life, following the rules of society, to be over-adapted, to become blind to reality. The character becomes aware that his life has been a mere projection of others, which is a serious social illness very present nowadays, something that alienates us completely from our capabilities, makes us individualistic, selfish and which completely distorts collectivism, transforming it into a social projection of what “they want us to be”. Considering the fact that all the band members have different ideologies or beliefs, these elements are always present in our music, and it’s something we all agree on.

What is Into The Haar about? In the review I’ve defined “mystical”, what do you think about it? How was the song born?

“Mystical” might be a good way to define it. We have a particular perspective about our lyrics, our aim is that the overall meaning of a song should be completed by the perceiver. One song can have different meanings to different people and that is great, it’s a way to put the reader or the listener into thinking and analyzing and -in the process- making that song part of themselves. On the other hand, the song was conceived from a very simple guitar riff that evoked the image of being sailing (perhaps adrift) but in a very melancholic way. “Haar” is a very old expression that means “mist”. From a literal perspective, it depicts a group of warriors sailing towards land in order to fight and conquer but they find themselves surrounded by a thick mist and they cannot see where they are heading, this fog being the main “enemy” they must defeat. From a poetical point of view, well, we sometimes find ourselves in certain situations in which we cannot see clearly a way out, what path to take, what decisions to make in order to accomplish our goals, there’s where the “mystical” element appears, the sense of wander, the need to rip the veil off… or it can mean whatever you want it to mean 😉

The cover art is very interesting and well done. Did it have a connection with the lyrics and why there are some runes?

Thankfully we found an artist who could translate the idea we had originally. We believe it’s a simple but meaningful concept. The four-headed character represents the union of the four of us. The runes are the most interesting aspect, if you read them alphabetically they form the word “CHAOS”, but each of them have a unique meaning that creates a circle from something really positive to something really negative, which is related to the old norse concept of life being a cycle and that all things must die to give way to new life.

The production is very good and the fact that all the studio phase were all homemade made it more surprising, congratulations! Tell us something about how did you work in studio.

The process of writing, recording, mixing and producing is extremely tedious, it took countless hours of work, sleepless nights, trying to find the best sound. But we had a goal in mind and -given our present situation- we think we have accomplished it. Things become very difficult when you don’t have a large budget but that’s one of the reasons why there was such a long gap between both albums. We knew we wanted to show an improvement and we took the necessary time to decide if we were at that point.

The album came out as self-published and only in digital format. Wasn’t there any interested labels or that offered a good contract to you? Don’t you think that not publishing an album in the physical copy can “keep away” the collectors and the people who still loves the physical copy?

Considering the amount of things we have done, we haven’t yet got in touch with any labels, but we definitely want there to be a physical edition of the album. Right now we are analyzing which label we would deposit the fruit of our effort to. And we expect this project comes to life in a not-too-distant future.

How is the folk metal scene in Argentina? Are you in contact and play with the other bands?

It is a scene that has excellent exponents. There aren’t many bands so far related to this subgenre, so we usually end up sharing the stage and we get along excellently with one another, there’s a lot of good vibes and we believe that is essential for this movement to keep growing healthily.

Are you already working on new songs or we have to wait for six years again? (it’s a joke 🙂 )

We are already working on new material and we think that having gathered so much experience will shorten the recording and mixing process So, no… it won’t take six years again hahaha.

I want to thank you for this interview, close it as you want!

First of all, we want to thank you very much for the interview. We are very happy to be given this space. It is very rewarding that there are people out there who value and take into account the titanic effort we have made so far to achieve our goals. We are all music workers who try to express themselves and being given the opportunity to be heard and read is absolutely fantastic. Thank you for your interest in us. And we hope people enjoy this as much as we do. Cheers!

Intervista: Ixia

Dopo un EP interessante come Katherine non potevamo non intervistare Pamela Ceccarelli, mente e voce dietro a Ixia, per saperne di più del progetto e del concept che muove le tracce che compongono il disco. Musica delicata e romantica raccontata con passione da Pamela, cantante piena di energia e voglia di parlare della propria creatura: buona lettura!

ph. Simona Galletti

Ciao Pamela, benvenuta su Mister Folk! Vuoi raccontare ai lettori come ti sei avvicinata alla musica e al canto in particolare?

Ciao a te e grazie per il tempo che mi stai dedicando! Come mi sono avvicinata alla musica… oserei dire che i miei primi ricordi sono di me, in passeggino, in una piazza con un palco enorme con sopra il mio papà con la chitarra e un’espressione felice. Credo di aver sempre desiderato un giorno di poter condividere il palco con lui, cosa che in effetti sono riuscita a realizzare a novembre durante la presentazione dell’album al Black Out.

Prima di iniziare a parlare del tuo disco, vorrei chiederti quali sono le band e le voci che più ammiri e perché.

Sono cresciuta ascoltando alcuni brani di Bennato e De André. Mi ricordo la sensazione di magia nel sentir narrare di alcuni mondi lontani e perduti. In qualche modo le storie che loro raccontavano, mi sembrava come risvegliassero sogni molto vividi nella mia mente, tanto che, al liceo abbozzai un libro che li riunisse tutti sotto forma di romanzo. Anche se poi, in effetti, non ho mai rimesso mano alla bozza per dargli una forma più… degna? Crescendo, mi sono trovata catapultata nel mondo del gioco di ruolo dal vivo, ed è stato, musicalmente parlando, come scoprire che il bacino d’acqua immenso davanti ai miei occhi altro non fosse che solo un laghetto. Purtroppo qui in Italia, almeno fino a qualche anno fa, la cultura del folk non è così sviluppata, la musica diffusa era quella che ci indicavano la televisione e la radio, evitando di entrare nel dettaglio. In quest’altro ambiente, invece, grazie alla ricerca delle giuste “colonne sonore” da taverna, ho scoperto gruppi come i Blackmore’s Night e le Medieval Baebes, mi sono avvicinata ai Within Temptation ed ai Nighwish. La mia prima esperienza da professionista è stata proprio nella tribute dei Blackmore’s Night, e probabilmente, se non fosse stato per Ida Elena, che quel giorno mi scelse per affiancarla come seconda voce, mi sarei lasciata scoraggiare dalla scuola di musica che non riteneva il mio timbro adeguato. Non so in effetti se la risposta risulta chiara, spero di non essermi dilungata eccessivamente.

Hai da poco pubblicato l’EP Katherine: hai tutto lo spazio per parlare del processo creativo che ti ha portato a realizzare le sei canzoni del disco.

Potrei in qualche modo dire che tutto è nato tornando a casa dalla scuola di musica, dopo un’ora di dettato musicale sulla scala minore armonica. Rientrando mi sono trovata a canticchiare nella testa una melodia. Ho passato due giorni cercando di capire quale brano fosse, per scoprire alla fine che, in effetti, era del tutto originale. In merito alla storia, di quella che poi sarebbe diventata Katherine, ha origine anch’essa da un sogno. Mi piace pensare, in qualche modo, di aver fatto da tramite nel narrare questa storia.

Musicalmente Katherine è un caleidoscopio musicale nel quale troviamo stili e richiami musicali molto vari. È frutto dei tuoi ascolti quotidiani? Hai marcato la mano in questo senso o è stato un processo completamente naturale?

Essendo i brani nati in maniera istintiva, immagino siano in qualche modo frutto di una rielaborazione inconscia dei miei ascolti musicali. Sicuramente i Blackmore’s Night hanno, in tal senso, lasciato una loro impronta.

Nelle canzoni si racconta una storia d’amore che finisce in tragedia: ce la vuoi raccontare?

La storia inizia come ci si potrebbe aspettare da un qualunque romanzo rosa: ragazza nobile, invaghita da sempre dal ragazzo della porta accanto, viene salvata da un prode nobil giovane di bell’aspetto. Il colpo di fulmine tra i due viene, tuttavia, seguito da un bacio appassionato da parte del vicino, mandando in confusione sul da farsi la fanciulla. Katherine non è lo stereotipo dell’eroina, non è arguta, non è bellissima, né pia, è una ragazza normale, forse solo molto… direi sfortunata, ma il termine sfigata rende meglio, in effetti! Così lei parte per schiarirsi le idee e, proprio quando finalmente è pronta a decidere, il padre viene ingannato e lei viene promessa in sposa, con un contratto, ad un ricco mercante. Lei torna a casa e prega la Luna di affondare la nave di quell’uomo o di portarla via in cielo con lei. La nave, ovviamente, fa ritorno e lei non fa in tempo ad avvisare i due contendenti, che riceve una lettera che l’avvisa di un duello all’ultimo sangue, per decidere chi l’avrebbe sposata. Sapendo del contratto, la poveretta corre sul posto in un contesto irreale: un duello di notte con la nebbia (il potere della ritmica oserei dire…) e, ovviamente, per quella che sembra essere una degna conclusione, finisce nel fuoco incrociato e muore. Verrebbe da dire: è finita, invece no. L’anima irrequieta di Katherine resta in quei campi a piangere ed urlare e si diffonde una leggenda: quando i campi dove lei morì saranno distrutti, lei tornerà e si riunirà con i due giovani, che la stanno aspettando attraverso i secoli, e il sangue di Goldscam verrà versato. C’è sempre, nelle storie, un personaggio chiave, che ne sa una più di tutti e permette al Fato di svolgersi. Anche qui abbiamo questa signora in dolce attesa che parla ad un gruppo di persone in occasione dell’apertura dei lavori per una nuova scuola. Non solo la donna si appresta ad aprire il vaso di Pandora, ma ne deride persino il contenuto, così, in quello stesso giorno (e questo in effetti viene lasciato sottinteso) l’anima di Katherine si prepara a rinascere, attraverso la futura nascitura dell’empia signora. Con l’ultimo brano, Shadows, abbiamo un forte cambio stilistico. Sono trascorsi secoli ormai dalle vicende di Katherine e, con una citazione alla Divina Commedia, la nuova lei incontra in effetti gli altri due ed i ricordi affiorano, mentre la ragazza si rende conto di non potersi opporre a ciò che accadrà.

Il nome Ixia viene da un personaggio di un gioco di ruolo: di quale gioco si tratta? Perché hai deciso di utilizzare questo nome per il tuo progetto musicale?

Il gioco si chiamava Element0 ed era un gioco di ruolo dal vivo fantasy. Il personaggio nacque in un periodo particolare della mia vita, in cui un forte stress spesso mi portava a balbettare all’improvviso e quindi, onde evitare di trovarmi placcata con ruoli da mago o comunque costretti a dover parlare in maniera forbita, decisi di fare un personaggio muto. La particolarità è che, per volontà delle divinità lei era in effetti in grado di usare la voce solamente cantando durante “rituali” a loro dedicati. Non era il primo personaggio canterino avuto, ma da lì a qualche anno fui contattata dagli amici conosciuti in quell’occasione e accettai di portare il personaggio all’interno di una webserie e fu in quell’occasione nacque la pagina di Ixia. Nello stesso periodo iniziai a lavorare come cantante professionista e, invece di crearne una ex novo, mi son detta: perché no?

La title-track è stata scelta per la realizzazione del videoclip: come ti sei trovata nei panni dell’attrice? Hai scelto questa canzone perché è il manifesto musicale del disco?

Katherine è stata la prima canzone scritta ed al suo interno si trova più o meno narrata buona parte della storia, quindi è venuto abbastanza spontaneo partire da quella. Nel girare il video mi sono divertita tantissimo, questo immagino grazie alla Baburka Production che in effetti mi ha coccolata dall’inizio alla fine delle riprese, non oso immaginare quanto abbiano dovuto lavorare per l’effetto sulle foglie. Alcuni mi hanno chiesto dove avessi trovato un posto simile!

Nella recensione descrivo Katherine come un qualcosa di vicino a una colonna sonora. Qual è la tua percezione del disco, ora a mesi di distanza dalla pubblicazione?

Faccio ancora fatica a rendermi conto che sia mio quel cd quando lo guardo, con la pellicola, il bollino Siae, il nome della Maqueta Records… e poi i disegni! Empler ha fatto veramente un capolavoro. In merito al genere non saprei ancora dirti, White Lady probabilmente è quella che vedrei più vicino ad una colonna sonora, detto questo… ma magari!

Katherine contiene sei canzoni, immagino quindi che starai già lavorando a nuovi brani. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

In effetti avevo iniziato a lavorare ai nuovi brani già quest’estate, ma è ancora tutto in lavorazione, quindi non so quanto, informazioni dette ora, possano risultare attendibile rispetto a quello che sarà il lavoro finito. L’unica cosa sicura è che proseguirò sulla strada del concept album, seguendo le vicende di qualcun altro.

Quali sono i prossimi passi di Ixia? Ci saranno date/tour per promuovere il disco?

Vorrei tanto saper rispondere a questa domanda, sicuramente è mia intenzione riuscire a fare un tour per promuovere il disco, ma dovrò comunque trovare il modo per farlo compatibilmente con i miei problemi di salute.

Cosa cerchi nella musica che ascolti e cosa vorresti trasmettere nelle tue canzoni?

La musica che cerco deve avere qualcosa di catartico, non necessariamente è legata ad un genere, ma deve essere adeguata alla situazione. A volte serve musica che faccia ridere e che trasmetta gioia, altre volte occorre qualcosa che rispetti e avvolga la tristezza di un momento aiutandoti a sfogare, altre volte ci si vuole rilassare e un racconto ascoltato ad occhi chiusi può scatenare viaggi spettacolari in terre lontane. È a quest’ultimo tipo di musica che spero di essermi riuscita ad avvicinare, un misto tra un “mangiafiabe” e vecchie ballads della tradizione.

Grazie per la disponibilità, a te lo spazio per dire quello che vuoi!

Approfitterei per ringraziare con tutto il cuore i ragazzi dell’altro progetto in cui collaboro come corista, la MPB (fantasy rock). In questi ultimi mesi non sono potuta essere molto d’aiuto, nè ho potuto prendere parte alle prove causa salute. Nonostante questo, qualche settimana fa, sebbene avessi le forze solo per un brano, mi hanno accolta con un tale affetto sul palco con loro che, nonostante la paura di salire con la sedia a rotelle, non mi sono mai sentita tanto spalleggiata e forte. Non è una cosa da tutti i giorni trovare persone così e sono onorata di condividere il palco con loro (e se tutto va bene il 23 febbraio ho buone probabilità di farcela per il concerto al Traffic… quindi dita incrociate).

ph. Simona Galletti