Intervista: The Dublin Legends

Con grande gioia posso finalmente pubblicare questa intervista: dopo mesi di rassegnazione ho di recente ritrovato i file contenenti la piacevole chiacchierata con i fantastici The Dublin Legends, intervista fatta la scorsa estate in occasione del City Of Rome Celtic Festival organizzato da Musica Celtica Italiana. Per chi non lo sapesse i The Dublin Legends sono la “nuova” incarnazione dei The Dubliners, storico e fondamentale gruppo che ha esportato l’irish folk in tutto il mondo per più di 50 anni. A parlare con noi c’è la formazione al completo, ma sono Paul Watchorn (banjo/voce) e soprattutto Seán Cannon (cantante/chitarrista 78enne) a parlare, con il buon Seán ad aprirsi inaspettatamente regalandoci ricordi di gioventù e di un’Irlanda in bianco e nero.

Mister Folk: L’ultima vostra volta in Italia risale a più di trenta anni fa…

Seán: Era un festival, un festival nel nord Italia, non ricordo il nome…

Persephone: non ricordate la città o il nome?

Paul: qualcosa tipo BustoFolk

Seán: sì, vicino Milano

Mister Folk: Busto Arstizio, vicino Milano. Quindi questa è la prima volta a Roma e vi chiedo cosa vi aspettate da questo concerto che segna anche il vostro ritorno in Italia

Seán: siamo contenti di essere tornati, siamo in una bellissima città e cercheremo di fare il miglior concerto possibile e speriamo di poter tornare anche l’anno prossimo!

Shay: Paolino è una brava persona (si riferisce a Paolo Alessandrini, organizzatore del festival), è stato organizzato tutto al meglio e ci aspettiamo una bella serata. C’è una bella atmosfera…

Persephone: ho notato che avete un bel feeling con le persone italiane

Shay: le amiamo! Amiamo le persone, ci piace la lingua anche se non la capiamo (ride, nda)…

Persephone: è lo stesso per noi, abbiamo avuto lo stesso feeling con le persone irlandesi, siamo andati subito d’accordo

Shay: siete i benvenuti, abbiamo molte cose in comune. Amiamo il cibo, siamo stati in un ristorante qui a Roma e ci è piaciuto tutto

Persephone: è lo stesso per noi con il vostro cibo, e poi ci piace un sacco il vostro soda bread, lo abbiamo fatto a casa!

Mister Folk: questa primavera l’ho fatto diverse volte, era buono ma non come quello mangiato in Irlanda

Paul: immagino che qui non si trovi… un po’ come del latte da mettere nel mio tè! (risate generali, nda)

Seán: però la Guinness si trova! (altre risate, nda)

Mister Folk: è una cosa stupida, ma quando ho saputo che suonavate qui a Roma ho pensato “wow, ma chissà quanta birra avranno bevuto in tutta la loro vita!”

Seán: abbiamo bevuto navi di birra ahahah!

Paul: ormai non più così tanta, ma anni fa sì.

Seán: quando ero bambino e stavo male mi davano la Guinness con mezzo bicchiere di latte, metà birra e metà latte, un’ottima bevanda!

Paul: si chiama Black And Tan

Mister Folk: quali sono i vostri paesaggi irlandesi preferiti? Sono per voi fonte d’ispirazione?

Seán: Kellarney, ma anche Galway, sicuramente

Paul: la costa ovest per me

Persephone: quando siamo stati in Irlanda siamo stati sempre nella musica e abbiamo capito che la musica fa parte dell’Irlanda

Shay: la natura irlandese ti dà ispirazione, il verde d’Irlanda… ma anche il Connemara…

Persephone: e l’oceano, incredibile per me che non lo avevo mai visto prima

Seán: le Cliffs Of Moher e il Burren, posti belli

Mister Folk: a me è rimasta nel cuore Doolin, è il posto dove vorrei morire (ridono tutti, ma io ero serio!)

Paul: ti capisco, l’oceano e il sole che tramonta…

Seán: ma voi di dove siete?

Persephone: Napoli, la conosci?

Seán: mi piacerebbe andarci, amo Napoli perché amo i tenori italiani, Caruso, Beniamino Gigli, Giuseppe Di Stefano, grandi cantanti! Amo i cantanti italiani e amo l’Opera!

Mister Folk: conosci altri cantanti o canzoni italiane?

Seán:O Sole Mio, chi non conosce questa canzone?

Cantiamo tutti O Sole Mio, italiani e irlandesi uniti dalla musica. Nel frattempo inizia un concerto ed è impossibile andare avanti, quindi ci salutiamo comunque soddisfatti di aver avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con dei musicisti così importanti e soprattutto persone cordiali e sorridenti.

A fine serata torniamo nel backstage per salutare i gruppi e le persone dell’organizzazione, ma i The Dublin Legends ci fanno cenno di unirsi a loro che hanno appena terminato di suonare, chiedendo se vogliamo continuare la chiacchierata…

Mister Folk: quali sono le sensazioni dopo il concerto di stasera?

Paul: oh fantastica (in italiano, nda), veramente bello, molto felici. Era la prima volta a Roma, è stato fantastico.

Persephone: siete riusciti a visitare qualcosa?

Paul: qualcosa… Piazza di Spagna e la mia camera d’albergo ahahah!

Seán: Piazza di Spagna piena di giapponesi!

Paul: Caravaggio a Piazza del Popolo, ma lui si è un po’ arrabbiato perché per accendere la luce ci vogliono i soldi (si riferisce al faretto che illumina i quadri di Caravaggio che funziona per pochi secondi una volta inserita la moneta, nda). Dovevate vederlo, davvero! (inizia a imitare Seán con la sua parlata un po’ sbiascicata per le risate di tutti, nda)

Persephone: pensando ai vostri inizi carriera, vi manca qualcosa di allora, quando non eravate famosi? Magari suonare al pub davanti a poche persone e non per platee di migliaia di spettatori.

Paul: ora è tutto più professionale, tutto organizzato e non è male, ma ci piace il contatto con le persone, suonare anche in posti piccoli

Persephone: magari suonare nei pub

Paul: lo facciamo ancora, io suono spesso nei pub!

Persephone: preferisci le situazioni come stasera o nei pub?

Paul: da solo nel pub, ahah!

Nel frattempo Seán inizia a dire che il suo accento irlandese è molto forte e Persephone replica dicendo che invece è ben comprensibile, a differenza degli amici scozzesi che hanno quelle vocali incomprensibili: tutti sono d’accordo e si ride insieme.

Mister Folk: siete stanchi di suonare tutte le sere, a ogni concerto, sempre le stesse canzoni?

Seán: (non finisco la domanda che inizia a rispondere “sì, sì, sì”) sì che lo sono. Ma questo è il nostro lavoro, siamo professionisti e quindi lo facciamo al meglio possibile.

Persephone: cosa ci dite del futuro dei The Dublin Legends?

Seán: il futuro è domani!

Paul: nessuno lo può sapere

Persephone: conoscete alcune band che propongono musica tradizionale irlandese in un contesto magari più moderno?

Gerry: tipo i Metallica quando hanno fatto Whiskey In The Jar, o i Thin Lizzy. Molte band hanno fatto cover dei Dubliners, sono stati una fonte d’ispirazione per molti gruppi e musicisti

Persephone: ma a casa cosa vi piace ascoltare?

Paul: ascolto le ballads un po’ di musica tradizionale

Seán: Caruso e Gigli, mia madre aveva i dischi. Mio padre suonava il violino, era un postino, consegnava le lettere, conosceva tutti a Galway e suonava il violino.

Mister Folk: quando hai iniziato a suonare uno strumento?

Seán: a scuola, anche se non suonavo uno strumento, ci facevano fare i canti gregoriani e poi la musica tradizionale, le canzoni gaeliche. Ma poi negli anni ’50, quando ero teenager, ho scoperto il rock’n’roll. Dopo ho scoperto il folk e il canto, così ho imparato le canzoni e cantavo nei club. Negli anni ’60 c’era Bob Dylan…

Persephone: ed Elvis Presley?

Seán: Elvis… avevo i dischi a casa, il blues, la country music, la black music, erano mercati differenti, a me piaceva Fats Dominodi Blueberry Hill (inizia a cantare la canzone, nda). Jerry Lee Lewis l’ho incontrato venti anni fa e mi piaceva tanto, in Olanda avevamo un promoter che si occupava anche di rock’n’roll e questo mi ha chiesto “ti piace Jerry Lee Lewis?” e gli ho risposto “sì!”. Ho visto un concerto un suo concerto e c’era anche la sorella Linda Gail (pianista che ha collaborato con il nordirlandese Van Morrison, nda) quella sera, era un posto senza ascensore e con le scale, mi sono accomodato nella stanza del fonico, una bella poltrona comoda e quando è arrivato mi sono presentato come il cantante dei Dubliners. Si diceva che non fosse molto amichevole, ma con me è stato simpatico. Quando ero giovane ho visto Bill Haley & The Comets (primo interprete del brano icona Rock Around The Clock, nda), è anche nella colonna sonora del film Il Seme Della Violenza (il titolo originale è Blackboard Jungle, nda), hai presente? One, two, three o’clock, four o’clock, rock (e canta tutta la prima strofa, nda).

Persephone: Ascolti anche “musica moderna”? O altri generi musicali?

Seán: Da giovane ho scoperto il rock’n’roll, all’epoca era moderno e a casa non era troppo apprezzato! (ride, nda)

Persephone: Mia madre ascolta i Led Zeppelin, ma quando sente la mia “musica moderna” la trova brutta perché lei si è fermata agli anni ’70. Posso capirla perché quelli sono stati anni fantastici.

Seán: lo spirito dell’epoca…

Mister Folk: hai mai ascoltato qualcosa di folk metal?

Seán: cosa?

Mister Folk: è un genere che unisce il metal con gli strumenti tradizionali come violino, cornamusa, tin whistle, arpa ecc.

Seán: No, mai ascoltato. Quali strumenti ci sono?

Mister Folk: Più o meno ogni nazione ha i suoi tradizionali. Qui in Italia c’è la fisarmonica, il mandolino, la baghét…

Seán: Baghèt? Lo stesso nome del pane francese? (ride, nda)

Persephone: Molto simile alla cornamusa, si suona nel nord Italia

Seán: Mi piace la bombarda però

Mister Folk: Ultima domanda della serata, la più importante: preferisci il rugby o l’hurling?

Seán: Il calcio! (risate generali, nda). Ho giocato qualche volta a hurling ma dopo un paio di bastonate sulle gambe (si riferisce alla mazza in legno utilizzata per giocare) ho capito che era meglio smettere. Per il rugby invece ero troppo leggero di peso. Mi piace però il calcio, le regole sono facili.

Mister Folk: Io sono un appassionato di rugby e quando siamo stati in Irlanda ho visto ragazzini ovunque che giocavano a rugby, tanti negozi specializzati, campi bellissimi anche in periferia di Dublino e ho pensato: wow, è incredibile!

La serata finisce parlando della Francia e del Portogallo che si sarebbero sfidate in finale dell’Europeo e con Paulche cerca di spiegare la regola del fuorigioco a Persephone. Tra una birra e una risata, l’intervista ai The Dublin Legends – che poi è stata più una chiacchierata che una vera e propria intervista – è volata via, anche se abbiamo passato insieme quasi quaranta minuti. Ci salutiamo con affetto, ma prima di andar via Paul ricorda a Persephone “hai capito il fuorigioco? È quando una donna torna a casa e trova suo marito con un’altra!”.

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Intervista: Evendim

Dopo anni di prove e concerti, demo ed EP, gli Evendim arrivano al debutto con From Dusk Till Dawn, lavoro autoprodotto che mostra tutte le capacità della formazione toscana. Intanto, tra l’intervista che state per leggere e la pubblicazione dell’articolo, un doppio abbandono ha mosso le acque in casa Evendim: il cantante e il tastierista hanno lasciato la band per motivi personali. Questo però non fermerà il gruppo, intenzionato ad andare avanti per la propria strada.

Il vostro From Dusk Till Dawn è arrivato senza proclami o pubblicità varie, come mai questa decisione di lavorare nell’ombra?

Non è stata una decisione voluta ma è successo a causa di vari ritardi e problematiche che abbiamo dovuto affrontare, l’album è stato registrato tra il maggio e luglio 2017 e purtroppo ultimato (copertine, stampe ecc…) solo nel luglio 2018, nel frattempo avevamo inviato alcune mail con la demo a etichette e agenzie, però le risposte tardavano ad arrivare, una volta giunti vicino al nostro release party ci siamo resi conto che dovevamo fare da soli e di conseguenza la pubblicità è stata poca, mettiamoci anche un po’ di inesperienza e scelte sbagliate e tutto ciò a portato a stare nell’ombra.

Le canzoni che compongono l’album suonano più massicce e pesanti rispetto a quelle dei vecchi lavori. Senza cambiare molto siete riusciti comunque a rendere più pesanti i brani rispettando completamente la vostra anima musicale. Siete d’accordo con me e come avete lavorato in questo senso?

Ci trovi d’accordo con te! Le canzoni che compongono l’album sono alcune tra le tante che abbiamo scritto in dieci anni di attività Evendim, una volta scelte ci siamo concentrati su di esse cercando di rimuovere le parti che funzionavano meno e modificare al meglio le parti buone. Abbiamo rafforzato le melodie e i cori aggiungendo anche la voce femminile (quella di Fabiana) dando un risalto migliore ad alcune parti che si fondono con la voce principale, inoltre volevamo un sound più univoco e aggressivo, quindi abbiamo raddoppiato le due chitarre per dargli più enfasi. Comunque alla fine tutto il lavoro è venuto fuori molto spontaneamente senza dover stare a cambiare tante parti.

Trovo il disco piuttosto vario: ci sono brani allegri e altri più pesanti, alcuni hanno una struttura particolare mentre altri filano diretti e semplici. Era vostra intenzione realizzare un disco fresco e così particolare?

La particolarità che abbiamo come gruppo è che ognuno di noi ascolta musica differente, questo ci permette di poter realizzare canzoni con influenze diverse, passando da ballad “malinconiche” a pezzi “da osteria” più allegri, fino ad riversarsi anche nel power, è un nostro punto di forza. Alcune canzoni sono state volute per renderle più dirette e semplici, altre invece sono nate senza doversi soffermare sulle strutture. In questo disco abbiamo messo la nostra prima esperienza maturata in questi anni e se questo lo ha reso fresco e particolare ci fa molto felici.

Mi vorrei soffermare su Twilight Of The Bard, una canzone diversa da tutte le altre e che nelle recensione ho definito come “costruita come una colonna sonora”. Di cosa parla il testo e come è nata la canzone?

La canzone è stata scritta da Petr tra il 2006 e 2007 (poi modificata nel tempo più volte), cercava di inglobare in essa un misto di sound tra Iron Maiden, Blind Guardian e Manowar, più che colonna sonora era stata pensata come una canzone divisa in due parti, una parte ballad e l’altra più folk. Il testo è stato applicato successivamente (anche questo modificato negl’anni dai vari cantanti avuti), esso parla di questo vecchio e stanco bardo che decide di andare a morire nella foresta, mentre pensa alla sua vita passata, per poi risorgere all’indomani in una nuova vita.

Il disco è un autoprodotto. Vi chiedo se la scelta è stata fatta per un motivo prettamente tecnico/filosofico (libertà, tempistiche ecc.) o perché non soddisfatti delle proposte ricevute.

Entrambi i casi; prima di entrare in studio abbiamo provveduto ad inviare delle demo, ma le risposte non arrivavano e l’unica avuta non era soddisfacente, oltre a questo alcuni di noi avevano  problemi lavorativi, quindi la decisione è caduta sul fare da soli, con i nostri tempi senza pressioni, così almeno potevamo concentraci al meglio sul lavoro che volevamo ottenere. Speriamo però di riuscire a trovare un’etichetta che ci aiuti nella distribuzione e promozione dell’album che è un po’ anche la direzione che volevamo prendere in partenza.

Ha senso, secondo voi, affidarsi a un’etichetta quando con il duro lavoro si può fare tutto da soli?

Dipende dalla direzione e dagli obbiettivi che la band vuole raggiungere, purtroppo bisogna confrontarsi con la realtà, noi tutti lavoriamo e alcuni di noi hanno già una famiglia quindi il tempo a disposizione è poco, cerchiamo di fare il massimo da soli ma non è semplice farsi notare fuori dall’Underground, se invece hai un’etichetta, probabilmente lavorando bene con l’aiuto in più, potresti riuscire ad ottenere risultati migliori che ti permettono di lanciarti in un mercato più ampio.

Cosa è cambiato nel mondo degli Evendim da Old Boozer’s Tales, il vostro precedente cd?

Siamo maturati sia come persone sia come musicisti, padroneggiamo meglio le scelte e le direzioni da prendere, siamo più collaborativi sulle composizioni di ognuno e abbiamo migliorato il nostro sound. Old Boozer’s Tales è stata ufficialmente la prima prova “seria” in uno studio, siamo entrati senza preoccuparci di come sarebbe venuto fuori il lavoro, invece con From Dusk Till Dawn sapevamo in quale direzione andare, rappresenta una nuova evoluzione della band, avevamo una visione più chiara, otre a ciò c’è anche una diversa formazione.

A luglio avete suonato sul palco del prestigioso Metaldays. Sono molto curioso di sapere come vi siete trovati, qual è stata la reazione del pubblico e cosa vi ha insegnato un’esperienza del genere.

Il Metaldays è stato un piccolo sogno divenuto realtà, un‘esperienza fantastica, ci siamo veramente divertiti, siamo entrati in contatto con alcune band emergenti che suonavano li come noi, con alcuni di loro ci trovavamo a sbronzarci durante le serate. È stato bello vedere quasi tutte le band (sia underground che non), suonare al festival, conoscere gente, interagire di vari argomenti, comprare un sacco di CD introvabili. La reazione del pubblico è stata fantastica, vedevamo le persone divertirsi a pogare e cantare su alcune nostre canzoni, a fine concerto venivano li da noi per conoscerci di persona, a chiedere autografi e il cd fisico. L’esperienza ci ha insegnato una cosa fondamentale, che abbiamo ancora tanto da imparare, fuori, specialmente nell’underground, esistono gruppi pazzeschi i quali possono tranquillamente competere con i grandi.

A livello organizzativo, come vi siete trovati al Metaldays? Avendo suonato anche in festival italiani, avete trovato delle grosse differenze?

Al Metaldays l’organizzazione è sorprendente, è stato tutto abbastanza semplice, quando eravamo sul nostro palco siamo stati seguiti come si deve dai fonici, ci hanno dato anche la possibilità di fare un soundcheck (cosa che spesso non succede e se si è fortunati si fa un line-check), inoltre avevamo un bus che trasportava la nostra strumentazione. Le differenze che abbiamo notato ci sono state come ad esempio, invece dei soliti token l’idea della tessera che puoi ricaricare nei vari stand è migliore (questo metodo lo abbiamo trovato solo al Fosch Fest), la grandezza del festival nonché la bellissima location, un altro aspetto è la pulizia dello sporco, raramente trovavi oggetti (bicchieri, sigarette ecc.) buttati per terra, era sempre tutto ben pulito, inoltre c’era una grande quantità di stand per comprare musica per tutti tipi di rock e metal, maglie e tantissimi oggetti vari, anche prodotti da sexy shop!!! Quello che ci ha colpito di più è la partecipazione e l’accoglienza delle persone alle esibizioni dei vari gruppi underground e i poghi che ne derivavano.

Da esterno ho notato che per qualche motivo siete un po’ fuori dal giro “underground noto”, la cosa mi dispiace perché siete in gamba e meritate di suonare più spesso. Credete che questo magari dipenda dalla vostra provenienza o che ci sia qualche altro fattore? Oppure è solo una mia sensazione e voi non la vedete così?

Sicuramente la provenienza gioca un po’ a sfavore, purtroppo il folk metal da noi non è ancora ben percepito rispetto ad altri generi, rimane sempre un po’ nell’ombra, oltre al fatto che ci sono pochissimi locali che danno la possibilità a gruppi underground di esibirsi. Negli anni abbiamo avuto diverse soddisfazioni come ad esempio suonare due volte al Sinistro Fest, all’Hard Rock Cafè di Firenze per la presentazione del tuo libro Tolkien Rocks. Viaggio nella Terra di Mezzo insieme a Luca Garrò, al Fosch Fest, al Fuck You We Rock, al Metaldays, siamo riusciti ad accostare gruppi del calibro come gli Elvenking, Furor Gallico e tanti altri ma è anche vero che il nostro impegno non è al massimo, purtroppo la realtà non ci permette di poter seguire solamente la band a tempo pieno.

Qual è il sogno nel cassetto degli Evendim?

Diventare famosi e vivere lavorando di sola musica ahahah!!! Scherziamo, siamo realisti: ci piacerebbe riuscire a fare dei piccoli tour suonando anche in bei festival sia in Italia che all’estero, riuscire a trovare un’etichetta con un buon contratto, ma il sogno sarebbe quello di riuscire ad entrare al meglio nei cuori dei fans con la nostra musica e lasciare  loro qualcosa di positivo.

Ragazzi, vi ringrazio per l’amicizia che da sempre mi mostrate e vi auguro che il nuovo lavoro vi possa portare a un livello di notorietà superiore. Siamo ai saluti!

Grazie a te per il sostegno, grazie ai lettori di Mister Folk e un grandissimo grazie alle persone che ci supportano in questo viaggio.

Intervista: Einherjer

Ospitare sulle pagine di Mister Folk una band storica, seminale e dannatamente sincera come quella degli Einherjer è un immenso piacere. Tra i gruppi che hanno dato lustro al genere del viking metal, Frode Glesnes e soci hanno pubblicato nel giro di pochi anni (1996-2003) una manciata di lavori destinati a rimanere nella storia. Dopo la reunion del 2008 gli Einherjer hanno pubblicato due dischi discreti e la nuova versione di Dragons Of The North, ma è con il recente Norrøne Spor che tornano al posto che gli spetta, ovvero il trono del viking metal. Questa bella e interessante chiacchierata è per tutti voi che amate il viking metal old school, buona lettura!

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Benvenuti su Mister Folk! Per prima cosa vi chiedo dove trovate l’ispirazione per continuare a suonare dopo tanti anni di attività e dopo aver pubblicato dei dischi passati alla storia del genere.

Semplice! Amiamo ciò che facciamo. Abbiamo ancora passione per quello che facciamo. È uno stile di vita. Non è qualcosa che puoi smettere di fare. Fin quando possiamo rilasciare album di alta qualità, noi continueremo. E giudicando dai nostri album precedenti, questo accadrà ancora per molto. Penso che Norrøne Spor è tra i migliori che abbiamo fatto.

Norrøne Spor è molto intenso e vario. Ci sono canzoni nel vostro classico stile e leggermente diverse ma che mantengono il vostro trademark, penso ad esempio a Tapt Uskyld.

Sì, e la ragione principale è che il materiale per le canzoni è piuttosto vecchio. Immagino intorno all’era di Blot. Abbiamo abbastanza materiale a disposizione in giro dall’inizio, che è non finito o che oppure non si adattava al tempo. Ma a volte senti che è il momento giusto. Inizi a “macinarlo” in testa, e forse trovi modi alternativi per arrangiare il materiale. Ad essere onesti, eravamo insicuri su questa canzone, ma dopo il mixaggio completato si è rivelata perfetta.

Un’altra canzone un po’ diversa dal solito è Døden Tar Ingen Fangar, con quel ritornello quasi melodico che sorprende non poco. La trovo una grande canzone, vi chiedo quindi di spiegare il testo e come è nata la canzone.

Sì, è una canzone orecchiabile. È una delle primissime per quest’album. Probabilmente scritta subito dopo che Av Oss For Oss fu registrato. È anche una delle canzoni che è cambiata un po’ dalla pre-produzione alla produzione finale. Il testo è veramente personale, basato sulla perdita e sul dolore. E su cosa provoca intorno a te. Sono d’accordo sul fatto che devia un po’ da come suoniamo normalmente, ma è una buona canzone. Mi piace!

Il disco è vario nelle sonorità ma sempre di buona qualità, il segreto sta nell’aver composto i brani tutti insieme invece che separatamente?

Nessun segreto, veramente. La registrazione è stata fatta per la maggior parte allo stesso modo di sempre, nel mio Studio Borealis. L’unico cambiamento questa volta è che io ho anche mixato l’album da solo. Non ho mai mixato un album degli Einherjer prima. Gli ultimi album sono stati registrati da me e mixati da Matt Hyde a Los Angeles. Questa volta mi sentivo sicuro del fatto che avrei dovuto fare tutto il mixaggio da solo. Sono felice del modo in cui è andata a finire. Suona fresco e nuovo, ma ancora chiaramente Einherjer.

Cosa rappresenta la copertina? Chi è l’autore?

La cover art è il frutto dell’ingegno del nostro caro amico Costin Chioreanu. Abbiamo lavorato insieme per cinque anni ora e abbiamo avuto delle buone conversazioni sull’album, sul titolo e sulla cover quando ha visitato Haugesund per registrare dei video per noi quest’estate. Lui sapeva che siamo cresciuti tra i patrioti locali e quanto quest’area è importante per noi, e quindi voleva includere questo nella cover art. La sua rappresentazione meravigliosa della nostra parte della west coast mi fa venire i brividi dietro la schiena.

Parliamo della cover dei Motörhead Deaf Forever: perché avete scelto la band di Lemmy e quella canzone in particolare? Mi piace molto il risultato finale: si sente subito che suona 100% Einherjer pur essendo una cover.

I Motörhead sono una delle mie band preferite di tutti i tempi e ho sempre amato l’era veramente sottovalutata di metà anni ‘80. Il mio primo album dei Motörhead fu No Remorse del 1984. Quindi quando discutevamo sulle possibili cover per il b-side di Mine Våpen Mine Ord (un vinile 7″, ndMF) siamo finiti presto a discutere sulle canzoni dei Motörhead. L’album Orgasmatron è bellissimo, ma patisce di una produzione terribile. Deaf Forever sembrava la scelta perfetta per noi. Sia per i testi che musicalmente. E penso sia venuto benissimo. Suona bene nella versione sonora degli Einherjer. La canzone era una sorta di nostro tributo a Lemmy e all’impatto che ha avuto su noi negli anni.

Torniamo indietro di qualche anno… precisamente alle prime prove della band. Cosa ricordate di quel periodo? Perché vi siete messi a suonare e dove speravate di arrivare?

Quando abbiamo iniziato, era tutto basato sulla sensazione. Doveva essere giusto. Doveva essere Nordico. Ho sempre pensato che la sensazione e le vibrazioni nei miti nordici sarebbero state perfette da catturare in musica. Secondo me solo poche band hanno davvero toccato le emozioni e le sensazioni che io provo attraverso i temi nordici, ed è sempre come se mancasse qualcosa. Qualcosa non andava bene. Qualcosa non andava bene finché non ascoltai i Bathory e capii veramente come potesse essere potente quando era fatto bene. Ci sono altre band come i Wardruna, che stanno facendo in questo modo, più autentico. Ma noi suoniamo heavy metal! Non è esattamente “musica vichinga”, ma è quella sensazione che stiamo cercando. I riff dovrebbero risuonare di tempi antichi. Come diceva il primo volantino di Aurora Borealis (il demo del 1994, ndMF): “Fuori dalle distese dell’emisfero nord, viene il più epico ed atmosferico Viking Metal. Caricato con il potere del Mjølner. Stregato dal misticismo della terra di Thule”. Una dichiarazione veramente audace, ma penso che riassuma il modo in cui scriviamo musica, allora come adesso. Ora 25 anni dopo, i miti nordici sono ancora lì, ma non sono così prominenti. Il modo di pensare nordico è tutto lì. La mentalità e gli elementi filosofici sono molto presenti. Più profondi. Più intelligenti. Più o meno come la nostra musica…

Dragons Of The North è uno dei capisaldi del viking metal. Più passa il tempo e più quell’album sembra assumere importanza e rispetto. Mi piacerebbe sapere qualcosa riguardo il periodo di composizione e registrazione, che aria si respirava in studio, se eravate consapevoli di quello che stavate facendo o se era “semplicemente” il primo disco di una giovane band.

Grieghallen! Il primo album! Eravamo stati in studio prima, ma solo per registrare demo ed EP. Questo era il primo contratto. Dovevamo incidere un album avendo a che fare con la Napalm Records e l’avventura stava per iniziare. Avevamo otto canzoni pronte ed entrammo nei leggendari studi con largo anticipo. Pytten lo portò a termine! Bei tempi, davvero!

Due anni fa avete ri-registrato Dragons Of The North, cosa vi ha spinto a farlo? Siete soddisfatti del risultato finale, ovvero Dragons Of The North XX?

Il 2016 ha segnato il 20º anniversario dell’album, quindi abbiamo deciso di celebrare l’evento ri-registrando l’intero album. Normalmente le band fanno questo quando non sono soddisfatte dell’originale, ma questa decisione fu presa a per via dell’amore per la registrazione originale, non a causa di essa. Molte persone odia le ri-registrazioni, e onestamente io sono uno tra quelli, ma penso che questa è venuta bene. E non è che l’originale sia scomparso perché abbiamo fatto una XX edition. Sono entrambe lì fuori, affinché tutti possano ascoltare la versione che gli piace di più.

Parlando ancora di viking metal, quali sono le differenze che notate tra la scena di fine anni ’90 e quella odierna?

Il termine “viking metal” aveva un significato a metà anni ‘90. Almeno per noi… o almeno per me. Sono cambiate molte cose da allora… e onestamente il viking metal più moderno è “un grande piatto di formaggio”! Se ascolti Hammerheart oppure Twilight Of The God non è proprio questo il caso. Questi sono gli esempi di come dovrebbe essere fatto! Ma in qualche modo, da qualche parte lungo la strada qualcosa andò terribilmente male. Noi terremo la bandiera del viking metal in alto più a lungo possibile. Ora abbiamo un mucchio di clown con gli elmetti con le corna e vestiti con le pellicce che corrono in giro cantando canzoni sul bere come se questo fosse una sorta di scherzo.

Si parla sempre di più di vichinghi anche grazie alla serie tv Vikings. Qualcuno di voi la segue e cosa ne pensa? Visto il collegamento, vi piace il lavoro svolto dai Wardruna nei loro dischi?

Ho visto un paio di stagioni. Penso sia iniziata bene, ma ho perso interesse dopo un po’. Bello vedere che Einar e i Wardruna stiano avendo una meritata spinta dalla serie. Amo i Wardruna. Suonano così “giusti”.

Vi vedremo presto in tour? Toccherete anche l’Italia?

Certo, abbiamo qualche festival organizzato per il 2019, e molte cose sono in cantiere. Spero che riusciremo a visitare l’Italia nel 2019. È passato molto tempo.

ENGLISH VERSION:

Welcome on Mister Folk! First, I’d like to ask you where you find the inspiration to keep playing after so many years of activity and after publishing albums that became part of this genre’s history.

Simple! We love what we do. We still have passion for what we do. It’s a lifestyle. It isn’t something you can just quit. As long as we can release high quality albums, we will continue. And judging by our latest album, that will be for quite some time. I think Norrøne Sporis among the best work we’ve done.

Norrøne Spor is a very intense and varied work. It contains songs in your classic musical style, but also slightly different while still keeping your trademark sound intact – I’m thinking about Tapt Uskyld.

Yes, and the main reason for that is because the material for the song is quite old. I would guess around Blot era. We have quite a lot of stuff laying around from back in the day, that’s either unfinished or it didn’t fit in at the time. But sometimes you just feel that now is the time. You start grinding it down in your head, and maybe find alternative ways to do and arrange stuff. To be honest, we were unsure about this song until the bitter end, but then the mix was set, and it turned out perfect.

Another slightly different track is Døden Tar Ingen Fangar, with a very melodic chorus that does take by surprise. I find it a great song, I’d like to know more about the lyrics and how the track was born.

Yes, it is a catchy song. It’s one of the early ones for this album. Probably written right after Av Oss For Oss was recorded. It was also one of the songs that changed quite a bit from pre-production to the finish product. Very personal lyrics based on the topics of loss and grief. And what it does to you. I agree that it deviates a bit from what we normally sound like, but it is a good song. I like it!

Regarding sound, it’s both varied and always top quality. What’s the secret?

No secret, really. The recording was mostly done the same way as we always do, recorded in my studio, Studio Borealis. Only change this time is that I also mixed the album myself. I’ve never mixed an Einherjer album before. The last albums have been recorded by me and mixed by Matt Hyde in Los Angeles. This time I felt confident it was a better idea to do the whole mix myself. I am very happy with the way it turned out. It sounds new and fresh, but still very unmistakably Einherjer.

What’s the meaning behind the artwork? Who’s the author?

The cover art is the brainchild of our dear friend Costin Chioreanu. We’ve been working together for about 5 years now and we had some really good discussions about the album, title and cover art when he visited Haugesund to shoot some videos for us this summer. He knows we’ve grown into local patriots and how much this area means to us, so he wanted to include that in the cover art. His amazing representation of our part of the west coast makes shivers down my spine.

Let’s talk about Deaf Forever, the Motörhead song you covered: why did you choose Lemmy’s band, and why that song specifically? I really enjoy what you did with it, you can feel it’s 100% Einherier sound even though it’s a cover.

Motörhead is one of my all-time favorite bands and I’ve always loved the very underrated mid 80s era. My first Motörhead album was No Remorsefrom 84. So when discussing possible covers for the b-side of Mine Våpen Mine Ord we soon ended up discussing Motörhead songs. The Orgasmatron album is great, but suffers from terrible production. Deaf Forever just seemed like the perfect choice for us. Both lyrically and musically. And I think it turned out great. It sounds good in an Einherjer sound scape. The song was just sort of our tribute to Lemmy and the impact he did on us over the years.

Let’s go back a couple years… specifically to that first period after the band was founded. What do you remember of those days? Why did you start playing, and what were you hoping to achieve?

When we started out, it was all about the feel. It had to be right. It had to be Norse. I had always thought that the feeling and vibe in the Norse myths would be perfect to capture in music. In my opinion only a few bands had really touched the emotions and the feel I felt towards the Norse themes, and it always felt that something was missing. Something wasn’t right. It wasn’t until I heard Bathory I really understood how powerful it could be when done right. There are other bands like Wardruna, who are doing this way more authentic. But we play heavy metal! It’s not exactly Viking music, but it’s the feeling we are after. The riffs should resound of ancient times. As the first flyers for Aurora Borealisstated: “Out of the wastes of the Northern hemisphere, comes the most epic & atmospheric Viking Metal. Charged with the power of Mjølner. Enchanted by the mysticism of the land of Thule.” A very bold statement indeed, but I think it sums up the way we wrote music back then and still do to this day. Now 25 years later, the Norse myths are still there, but not that prominent. The Norse way of thinking is very much there. The mind-set and the philosophical elements are very present. Deeper. Smarter. Much like our music…

Dragons Of The North is a cornerstone of viking metal. The more time goes by, the more that album becomes respected and revered. I’d like to know more about the songwriting and recording phase, what the atmosphere in the studio was like, if you were aware of what you were doing or if it “just” felt like the first album of a young band.

Grieghallen! First album! We had been in the studio before, but only to record demos and an EP. This was the real deal. We had scored a record deal with Napalm Records and the adventure was about to start. We had 8 songs ready and we entered the legendary studio with great anticipation. Pytten delivered! Both as a person and producer. Good times indeed!

You re-recorded Dragons Of The North, what pushed you to do that? Are you satisfied with the end result?

2016 marked the 20th anniversary for the album, so we decided to celebrate the event by re-recording the whole thing. Normally bands do this because they are not happy with the original, but this decision was made because of our love for the original recording, not is spite of… Many people hate re-recordings, and to be honest I am one of them, but I think this one turned out great. And it’s not like the original album disappears because we did a XX version. They are both out there, so everyone can listen to the one they like best.

Let’s talk about viking metal some more. What do you think are the differences, if there are any, between the late 90’s scene and today?

Viking metal as a term had a meaning in the early 90s. At least for us… or at least for me. A lot of things have changed since then…and to be honest most modern day viking metal is a large plate of cheese! If you listen to Hammerheart or Twilight Of The Gods, that’s not the case at all. That is the blue print how it should be done! But somehow, somewhere down the road something went horribly wrong. We held the Viking metal banner high as long as we could. Now we have a bunch of clowns with horned helmets and furry cloths running around singing drinking songs like this is some sort of joke.

Vikings are more talked about, nowadays, also thanks to the TV show Vikings. Does anybody in the band watch it? And since we’re on the topic, what do you think of Wardruna’s work in their albums?

I’ve seen a couple seasons. I think it started good, but I lost interest after a bit. Great to see that Einar and Wardruna is getting a well deserved push by the series. I love Wardruna. It sounds very “right”.

Will you be on tour any time soon? Will you come to Italy?

Sure, we have some festivals lined up for 2019, and a lot of stuff is in the works. I really hope we get to see Italy in 2019. It’s been too long.

Intervista: Heidra

Il nuovo disco degli Heidra, The Blackening Tide, è semplicemente uno dei migliori lavori pubblicati nel corso del 2018. Muovendosi con disinvoltura e senza limiti tra folk, death ed heavy, la band danese ha realizzato una piccola gemma di epicità e buon gusto. Inoltre, sempre nel corso del 2018, hanno partecipato alla seconda edizione del Mister Folk Festival (potete vedere QUI il video dell’esibizione), quindi motivi per intervistarli ce ne sono in abbondanza: il legame Copenhagen – Roma è molto più datato e forte di quanto si possa pensare. La parola alla band e in particolare a Carlos, persona squisita e mai avara di parole.

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Il nuovo cd esce per la Time To Kill Records, etichetta di Roma. Come siete entrati in contatto con la label e perché avete scelto di lavorare con loro?

Carlos: Ho una connessione di lunga durata con l’Italia, Gabbo degli Shores Of Null suonava in una band messicana 13 anni fa in cui entrai specificatamente per il tour in Sud America. Qui è dove conobbi Gabbo e gli altri membri della sua band The Orange Man Theory. Un anno dopo siamo andati di nuovo in tour, ma questa volta Marco Mastrobuono si è unito alla band, eravamo tutti session player in qualche modo, quindi conosco i ragazzi da abbastanza tempo. Vivevo già in Danimarca allora.

Altro legame con la città di Roma è lo studio di registrazione: The Blackening Tide, infatti, è stato registrato presso il Kick Recording Studio da Marco Mastrobuono e il risultato finale è di altissimo livello. Quali sono i dischi che avete ascoltato e che vi hanno convinto a scegliere questo studio? Quanto sono durate le registrazioni e ci sono aneddoti che volete raccontare relativi alle registrazioni e alla permanenza romana?

Carlos: Personalmente, almeno in termini di suono della chitarra, sono sempre stato un tipo thrash metal, quei suoni di chitarra che si sentono negli Exodus o negli Overkill che mi spiazzano, ma ho anche una forte influenza heavy e death metal. Gli altri ragazzi guardavano a suoni di chitarra dai Falconer ai Pagan’s Mind a suoni più eleganti. Non sono sicuro di cosa stia cercando Dennis (batteria), ma lui è più tipo da sound moderno, come quello degli Aborted. Quindi, lavorando con un produttore come Marco, questa è una cosa davvero ottima, lui ha un buon orecchio per i dettagli, la melodia, l’armonia e la brutalità! Forse una storia curiosa è che un giorno mentre camminavamo in direzione dello studio  ci siamo un po’ persi e siamo finiti a via Copenaghen, beh forse non così curiosa. Il processo di registrazione è durato per circa un mese, quindi per un bel po’. Abbiamo mangiato tantissimo buon cibo e siamo andati a tanti bei concerti.

La copertina è di grande impatto, ma anche “romantica”; credo abbia un legame con i testi, è così? Cosa rappresenta di preciso e chi è l’autore?

James: Sì, l’immagine è connessa al testo. È un’immagine dell’eroe della storia (che è anche sulla cover di Awaiting Dawn) che sta guardando su un oceano nero che ha attraversato per trovare lo strumento della sua salvezza. Questa “Marea Oscurata” è anche da dove prende il nome l’album. [Blackening Tide, N.d.t.]

Nei testi si prosegue la storia iniziata anni fa in Awaiting Dawn, la volete raccontare ai lettori di Mister Folk?

James: Awaiting Dawn racconta la storia di un Re che è stato tradito e destituito da suo fratello e della sua battaglia per radunare un nuovo esercito per riprendersi il trono. Il concetto di quella canzone e del nome dell’album è l’attesa dell’alba del giorno della battaglia e di una, presunta, vendetta. The Blackening Tide continua la storia e si apre con Dawn e il Re indirizza i suoi uomini alla battaglia. Quindi The Price In Blood è la battaglia in sé. Quindi, essendo un album metal e rimanendo un sacco di storie da raccontare, le cose vanno orribilmente per il nostro protagonista e un’intera armata di orrori lo aspetta…

Dall’EP Sworn Of Vengeance a The Blackening Tide ne è passato di tempo e voi siete evoluti e migliorati senza snaturare il sound, dando sempre più personalità alla musica composta. Quanta fatica è costata questa evoluzione e siete soddisfatti di quanto fatto finora?

Carlos: È divertente, perché io penso che le canzoni di Sworn To Vengeancesiano tecnicamente più impegnative delle nuove, ma le nuove canzoni suonano più mature ed elaborate. Penso che abbia a che fare con il trovare il nostro sound, e una volta che lo trovi, lentamente prendi tutti gli elementi non necessari e li metti fuori dall’equazione. Non è stato così difficile onestamente, anche perché per la maggior parte del tempo Morten ha scritto gli “scheletri” delle canzoni e quindi sulla base del flusso di idee, gli altri membri della band aggiungevano idee alle canzoni, a volte è un processo molto naturale, altre volte alcune canzoni necessitano di più tempo.

Per me la vera sorpresa di The Blackening Tide è l’eccellente prova al microfono di Morten, ottimo nello scream e fantastico nel pulito. Ha una sicurezza e un timbro incredibile e ogni volta che cambia registro vocale è un’emozione e un piacere ascoltarlo. Mi chiedo quindi se le canzoni sono state pensate anche in funzione di valorizzare la sua voce.

Carlos: Morten dovrebbe rispondere a questa, ahah, ma sì, perché ci sarebbe stata più enfasi sul suo cantato clean, ha concentrato la composizione sulle sue parti in clean, quindi la musica ha supportato la voce.

Lady Of The Shade ha un break particolare e insolito, l’ho trovato molto interessante. Mi piacerebbe sapere come è nato il brano e quella parte nello specifico e se si ricollega al testo.

Carlos: Questa è una canzone che composi molto tempo fa e io e Morten abbiamo iniziato a lavorarci due anni fa più o meno, la parte di cui parli è nata mentre ci lavoravamo su, ero tipo “hey, che ne pensi di questo!” e Morten ha solamente preso nota ahah. Sono sempre stato un fan del sincopato, che si usa molto nel thrash metal. Poi anche Morten e Martin hanno lavorato alle altre parti della canzone più tardi.

James: Da un punto di vista del testo, la musica viene per prima senza un’idea fissa su come sarà. I testi furono scritti per la musica da James e poi arrangiati da James e Morten.

La title-track è per me la canzone più bella che avete mai inciso, e la conclusiva Hell’s Depths è la perfetta conclusione del disco. Cosa potete raccontarti a proposito di queste composizioni?

Penso che sia il culmine di un lungo processo di maturazione compositiva, tra il cercare il nostro sound e al tempo stesso cercare di migliorare, avere canzoni più accattivanti e cercare di fare canzoni che ci piacerebbe ascoltare se noi fossimo ascoltatori.

Parliamo del videoclip di Lady Of Shade, che è spettacolare. Anche qui c’è un legame con la città di Roma. Raccontate la vostra esperienza che so essere stata degna di Bear Gryll. 🙂

Carlos: Grazie! Sono felice che ti sia piaciuto. Beh, è una storia a sé stante! Potrei scrivere un libro sulla storia del processo di creazione di Lady Of The Shade. Tutto è partito qualche anno fa, quando vidi il video di Quiescentdei Shores Of Null e ho pensato “Wow, chiunque lo abbia fatto, voglio che sia lui o lei a fare il prossimo video degli Heidra!” Quindi ho scoperto dopo da Gabbo degli Shores che lo aveva fatto Martina, e dissi “un giorno lavoreremo insieme” e quel giorno venne! Dopo aver registrato con Marco e dopo aver finito il primo video dal nuovo album (The Blackening Tide) ho iniziato a pensare al secondo video, alcuni mesi dopo esserci incontrati con gli Shores a Copenaghen, quando erano in tour con gli Harakiri For The Sky e dopo aver parlato, Gabbo mi mostrò qualcosa del nuovo materiale video di Martina e mi appassionò. Alla fine contattai Martina e iniziammo a fare brainstorming su cosa avremmo potuto fare. Martina ha avuto l’idea di fare qualcosa sulla luce del video di Tornekratt dei dei Kampfar (video tratto da Profan, disco del 2015, ndMF), più intorno all’idea che alle animazioni al computer e creando un’atmosfera più organica e penso che ci siamo riusciti! Comunque, salterò tutta la logistica, ma wow il primo giorno di riprese, che esperienza emozionante! E a mani basse, la più delicata troupe con cui io abbia mai lavorato. Immaginate, volare da Copenaghen a Roma, se mi ricordo bene, presi un volo diverso da quello degli altri ragazzi, poi andare in macchina da Martina poi andare sul luogo approssimativamente a due ore da Roma nel mezzo della foresta, poi la location era ad un’ora di cammino da dove erano i mezzi. Questo significava ovviamente che dovevamo portare tutto l’equipaggiamento su e giù dalla collina nel mezzo della foresta per un’ora avanti e indietro, ed era molto equipaggiamento: luci, fuochi, batteria e ovviamente le cose per filmare! Io ero già esausto e non avevamo ancora iniziato. Martina e la crew lavoravano sodo per assicurarsi che tutto fosse apposto, trucco, luci, cibo, caffè (faceva freddo!). Dopo poche ore abbiamo iniziato a filmare, per tutta la notte e abbiamo finito alle 5 del mattino, ma a quel punto ovviamente dovevamo pulire e trasportare tutto indietro nei furgoni, al gelo, nel buio più totale, nel mezzo dei boschi e distanti ore da un letto caldo. Non una singola persona della crew si stava lamentando, tutti erano concentrati sul lavoro e su cosa andava fatto, incredibile! E questo era solo per le riprese con la band, le altre scene con gli attori che vedi nel video furono fatte credo uno o due mesi dopo le nostre. E, di nuovo, quei ragazzi lavorarono in condizioni dure, e furono guerrieri! Salute a loro e alla crew!

Ci sarà un tour per promuovere il disco? Passerete in Italia prossimamente? Ho ancora negli occhi e nelle orecchie la vostra bellissima esibizione al Mister Folk Festival, avete conquistato tutti gli spettatori di quella sera!

Sì vogliamo fare dei tour, ma è difficile trovare dei promoter, band con cui suonare e posti dove fare tour, ma ci stiamo lavorando su! Speriamo di tornare in Italia il più presto possibile e grazie per le gentili parole, sicuramente vi terremmo informati!

Cosa fanno gli Heidra quando non suonano? Quali sono i vostri lavori e i vostri hobby?

James: Io insegno scienze in una scuola internazionale e intaglio cucchiai di legno.

Carlos: Sono un membro della facoltà e insegno agli studenti universitari a Copenaghen.

Morten: Io lavoro ad un game store chiamato “Games”

Dennis: Fabbro professionista!

Grazie per la disponibilità e di nuovo complimenti per il disco, lo continuo ad ascoltare anche dopo aver scritto la recensione perché è davvero bello! Spero di vedervi presto in Italia, ciao!

Grazie!

live at Mister Folk Festival 2018

ENGLISH VERSION:

The new album is out for Time To Kill Records, a label based in Rome. How did you get in touch with the label and why did you choose to work with them?

Carlos: I have an old lasting connection with Italy, Gabbo from Shores Of Null use to play in a Mexican band some 13 years ago which I joined specifically for a South American tour. This is when I met Gabbo and the other guys from his former band The Orange Man Theory. A year later we toured again but this time Marco Mastrobuono joined in the band, we were all in a way session players, so I´ve known the guys for quite a long time. I was already living in Denmark back then.

Another connection with Rome is the recording studio: The Blackening Tide has been recorded in the Kick Recording Studio by Marco Mastrobuono and the final result has a very high quality. Which album have you heard that make you choose this studio? How much time did the recording take and there are some curiouse stories that you want to tell us about the recording process or your permanence in Rome?

Carlos: Personally at least in terms of guitar sound I´ve always been more of a thrash metal guy, guitar sounds like the ones you hear in Exodus or Overkill just blow me away, but I also have a strong heavy metal and death metal influence. The other guys were looking at guitar sounds from Falconer to Pagan´s Mind to more elegant sounds. I´m not really sure what Dennis (drums) was looking for but he is definitely a more modern sounding guy, like Aborted. So working with a producer like Marco was a really good thing, he has an ear for detail, melody, harmony and brutallity! Maybe a courisous story was that one day when we were walking towards the studio we got a bit lost and we ended up at Copenhagen street, well maybe not that curious. The recording process took almost a month, so quite a while. We ate so much good food and went to some really good gigs!

The front cover has a big impact on us, but is also “romanic”; I believe that it has a link with the lyrics, is that true? What does it represent and who is the author?

James: Yes, the picture is connected to the lyrics. It’s the image of the ‘hero’ of the story (who is also on the Awaiting Dawn cover) looking out upon a cursed black ocean that he has to cross to find the instrument of his salvation. This ‘Blackening Tide’ is also from where the album gets its name.

In the lyrics you carry on the story that begun with Awaiting Dawn, do you want to tell that story to our readers?

James: Awaiting Dawn tells the story of a King who has been betrayed and deposed by his brother and his battle to gather a new army to retake the throne. The concept of that song and album name is the awaiting of the dawn of the day of battle and, one assumes, revenge. The Blackening Tide continues the story and opens with Dawn as it arrives and King adresses his men about the fight to come. Then The Price In Blood is the battle itself. Then, this being a metal album and there being plenty of story time left, things go horribly worng for our protagonist and whole host of new horrors await him…

From the EP Sworn Of Vengeance to The Blackening Tide a lot of time has passed, and you “evolved” yourself without denaturalize your sound, giving more and more personality to the music you create. How much effort did that evolution required and are you satisfied of what you did up to the present?

Carlos: It´s funny because I think the Sworn To Vengeance songs are more technically challenging than the new ones, but the new songs sound more matured and worked on. I think it has to do with finding your own sound, and once you do, you just slowly take all the unnecessary elements out of the equation. It has not been that hard honestly, also because for the most part Morten writes most of the song skeletons and then depending on the flow of ideas, the other members add ideas to the songs, sometimes it´s very natural and sometimes some songs take a long time.

To me the real surprise of The Blackening Tide is the good demonstration of Morten with the mic, excellent with the scream and fantastic with the clean parts. He has a self-confidence and an incredible timbre and everytime he change range is a pleasure and an emotion to hear that. I want to ask you if the songs have been designed to add value to his voice.

Carlos: Morten should answer this one haha, but yes, because there was going to be more emphasis on his clean singing, he phocused the composing on his clean parts so the music supported the vocals.

Lady Of The Shade has a particular and inusual break, I found it very interesting. I’d like to know how it’s born the song and that break in particular and if it’s connected with the lyric.

Carlos: This is actually a song I composed a long time ago and Morten and I started working on it almost two years ago, the part you talk about was actually born while we were working on it, I was just like “hey what about this!” and Morten just took note haha. I´ve alway been a syncopate fan used a lot in thrash metal. Then Morten and Martin also worked on other parts of that song later in the process.

James: From a lyrical standpoint, the music came first without any firm ideas as to what it might be about. The lyics were written to the music by James and then arranged by James and Morten.

The title-track to me is the best song that you’ve ever recorded, and the last trakHell’s Depths is the perfect conclusion of the album. What can you tell us about these compositions?

Carlos: I think it is the culmanation of a long composing maturity process, between looking for our sound and at the same time looking to improve, have better and catchier songs and just trying to make songs that we would like to listen to if we were the listeners.

Talk about the videoclip of Lady Of The Shade, that is spectacular. Here there is a connection with Rome too. Tell us about your experience that I’ve heard it was something worthy of the attention of Bear Grylls. 🙂

Carlos: Thank you! Glad you like it. Well this is a story on it´s own! I could write a book about the Lady Of The Shadecreation process. It all started some years ago when I saw a Shores Of Null video Quiescent and I just thougt “wow whoever did that I want him or her to do the next Heidra video!”. Then I found out later on through Gabbo from Shores Of Null that it had been Martina, and I said “one day we will work together”and so that day did come! After we recorded with Marco and after the first video from the new album was finished (The Blackening Tide) I started thinking about the second video, some months after we met with Shores Of Null in Copenhagen when they were on tour with Harikiri for the Sky and  talked Gabbo showed me some of Martina´s new video material and it just blew me away. Eventually I got in touch with Martina and started brainstorming about what we could do. Martina came up with the idea of having something around the light of Kampfar’s video Tornekratt, more around the idea rather than the computer animatinos and creating a more organic atmosphere, and I think we actually achieved that! Anyways, I´ll skip all the logistics, but wow the first day of shooting, what an amazing experience! And hands down the most dedicated film crew I´ve ever worked with. Imagine, flying from Copenhagen to Rome, If I remember correctly I took a different flight than the other guys, then going by car to Martina´s place then to the location approx two hours from Rome in the middle of the forest, then the location was one hour walking from where the transport was. This means of course that we had to carry all the equipment up and downhill in the middle of the forest for one hour there and back, and it was a lot of equipment, lightning, pyro, instruments, drums and of course filming stuff! I was already exahusted and we did not even had started yet. Martina and the crew were working hard to make sure everything was in place, makeup, lights, food, coffee (it was cold!). After a few hours we started shooting, all night and finished ar 5:00 in the morning, but then of course we had to clean up and carry everything back to the vans, freezing cold, mega dark in the middle of the woods hours from a warm bed. Not one sigle person from the crew was complaining, everybody was focused on the job and on what had to be done, amazing! And this was only the band shots, the other scenes with the actors you see on the video was I think one or two months after we made our shots. And again those guys worked under really harsh conditions and still they were warriors! Cheers to them and to the crew!

Will there be a tour to promote the album? Will you pass through Italy soon? I’ve still in my ears and in my eyes your beautiful exibition at Mister Folk Festival, you seduced lot of fan that time!

Yes we do want to tour, but it is difficult to find promoters, bands and places to tour with, but we are working on it! We hope we can go back to Italy as soon as possible and thanks for the kind words, we will definitely keep you informed!

What do Heidra when they’re not playing? What are your hobby and your jobs?

James: I teach science in an international school and carve wooden spoons.

Carlos: I´m a faculty member and teach international university students in Copenhagen.

Morten: I work at a games store called Games.

Dennis: Professional blacksmith.

Thank you for the availability and, again, congratulations for the album, I continue to listen to it even after I wrote the review because is really beautiful! I hope to see you soon in Italy, bye!

Thank you!

live at Mister Folk Festival 2018

Intervista: Ash Of Ashes

Gli Ash Of Ashes arrivano al disco di debutto quasi in silenzio, senza particolari pubblicità o proclami. L’album Down The White Waters, uscito senza il supporto di un’etichetta (e dopo vedremo il perché) stupisce per l’alta qualità delle canzoni e per la produzione di grande livello, ma c’è poco da stupirsi se dietro a un nome (ancora) poco conosciuto troviamo un musicista/produttore con una lunga esperienza alle spalle. E proprio dallo split del suo vecchio gruppo, Hel – forse qualcuno di voi li ricorderà -, è iniziata questa piacevole chiacchierata con Skaldir…

– SCROLL DOWN FOR ENGLISH VERSION! – 

Un ringraziamento a Chiara Coppola per la traduzione delle domande e risposte.

Skaldir: vocals, guitars, bass, keyboards (ph. by Sandra Preuß)

Ciao Skaldir, benvenuto su Mister Folk. Credo che sia la prima intervista italiana per gli Ash Of Ashes, ti chiedo quindi di iniziare raccontando la storia della band.

Skaldir: Sono felice di non dover parlare in italiano con te! 🙂 La mia band pagan Hel si è sciolta nel 2012, e ho pensato di aver finito con questo genere. Ma già un anno dopo iniziai a sentire il desiderio di suonare di nuovo questa musica e iniziai a scrivere canzoni. Più tardi Morten si unì alla band come autore di testi e come seconda chitarra. Infine abbiamo alcuni musicisti ospiti (Dennis: batteria, Mathias: nyckelharpa e Runahild: hardanger fiddle) e abbiamo registrato l’album Down The White Waters nel 2017, poi rilasciato qualche settimana fa.

Hai pubblicato quattro full-length con gli Hel tra il 1999 e il 2012. Perché la band si è sciolta? L’EP Pagan Midgard Art è stato rilasciato dopo lo split? Cosa ti hanno insegnato gli anni passati con gli Hel che hai poi portato con te negli Ash Of Ashes?

Skaldir: Il progetto Hel era completo con l’album Das Atmen Der Erde. Sentivamo di aver detto tutto e abbiamo chiuso il capitolo. Non c’era “cattivo sangue” o altro tra noi. Lo chiudemmo e basta. L’EP “Pagan Midgard Art” è stato rilasciato sotto forma di 10” tra gli album Orloeg e Falland Vörandi nel 2004, credo. Spotify mostra la data di pubblicazione digitale, credo, e può essere questa la ragione della mia confusione. Rilasciare gli album con gli Hel mi ha insegnato ad essere molto attento con le label hehe..

Parliamo del disco Down The White Waters: perché un lavoro del genere – come sai ho apprezzato tantissimo il cd – non gode del supporto di un’etichetta?

Skaldir: Beh, sai, a volte voi fare qualcosa da te quando è molto importante per te. Sono ancora sorpreso dal fatto che molte persone pensino sia strano non avere una label, ma nel 2018 non so se ci sono molte ragioni per lavorare con una label. L’industria è cambiata molto negli ultimi anni e tu devi stare al passo con i tempi. Penso sia diverso quando lavori con grandi label come la Century Media o la Nuclear Blast. Ho avuto diverse offerte da alcune label per questo album, ma ho voluto fare da me questa volta.

Avete definito il vostro genere “Skaldic Metal”. Lo spieghi meglio ai lettori?

Skaldir: Sì, chiamiamo la nostra musica “Epic Skaldic Metal”. Fu un’idea di Mark Eck della mia agenzia Metalmessage. Volevamo fare della musica che fosse distinguibile dalle altre band pagan metal, per dimostrare che era speciale. Questa musica è epica e radicata nel metal. E i bardi erano i poeti nella Scandinavia medievale. La nostra musica ha questa vena di “storyteller”, quindi credo che sia l’espressione giusta per la musica che suoniamo.

Le ultime tracce del disco sono un mini concept dal titolo The Lay Of Wayland e parlano di Weland il Fabbro. Come mai avete scelto un personaggio “minore” anche se importante per quel che ha fatto?

Mortem: Mi sono imbattuto nella leggenda di Wayland durante il mio soggiorno in Inghilterra nel 2005 quando vidi la cosiddetta “Franks Casket” esposta al British Museum. La piccola scatola di osso di balena raffigura la leggenda su un lato. Quando lavoravo ai testi di Down The White Waters la storia mi tornò in mente. Decisi di utilizzare la leggenda sia perché è piuttosto corta sia perché offre molti temi (es: amore, avidità, vendetta, perseveranza) e non è stata usata da altre band (almeno, a quanto ne so io). Inoltre, le diverse fasi della leggenda erano perfette per le atmosfere e “l’umore” delle quattro canzoni che ora formano il Wayland-cycle.

In Chambers Of Stone sento delle similitudini con i Windir, mi riferisco in particolare a melodie drammatiche e malinconiche ma non sono prive di speranza. Conosci la musica dei Windir e in caso trovi il mio riferimento pertinente?

Skaldir: Finalmente qualcuno sente l’influenza dei Windir! Sì sono un fan della musica dei Windir, specialmente di Arntor e 1184. era uno stile di musica speciale. Aveva elementi folk ma a volte ricorda anche la musica classica così come le ovvie influenze black.

La batteria è stata registrata da Dennis Strillinger, ma non fa parte della line-up ufficiale. Volete continuare in due tu e Mortem e assoldare di volta in volta un session man alla batteria per realizzare i dischi? Porterete gli Ash Of Ashes sul palco?

Skaldir: Dobbiamo vedere come continuare. Ma molto probabilmente suonerà di nuovo la batteria. Lo spero! Ho già parlato con qualche persona di live. Ho bisogno di mettere insieme una band per i live, ma è un po’ presto per parlarne. Ma potrebbe succedere.

Nel disco fa la sua comparsa Mathias Gyllengahm: come è nata la collaborazione? Credo che quando i suoi strumenti entrano in scena riescono realmente a portare un qualcosa in più alla musica.

Skaldir: Mi piace anche ciò che porta alla musica. Ho fatto il mastering all’ultimo album di Mathias con gli Utmarken e ho sentito la sua nyckelharpa suonare ed era musicalmente stupenda, come l’intero album. Volevo lavorare con lui e avevo una canzone folk nell’album chiamata Springar e ho immaginato che avrebbe suonato bene con la nyckelharpa. La registrò e più tardi ci fu un’altra parte sulla quale volevo suonasse. Entrambe suonavano veramente bene.

Ti sei occupato di tutti gli aspetti della registrazione di Down The White Waters e il risultato è veramente buono. Lavorare sulla propria musica è più difficile rispetto a farlo su canzoni di altri gruppi? Riesci a rimanere “distaccato” quando si tratta del tuo cd?

Skaldir: È molto più difficile lavorare sulla propria musica. Posso finire un mix and master per gli altri gruppi più velocemente della mia roba. A volte il look da fuori è mancante e ti perdi nei dettagli e non puoi più vedere l’insieme. Ho bisogno di break più lunghi affinché io riesca ad avere una visione più “fresca”.

Hai lavorato in studio con molti gruppi, ma tengo molto a farti i complimenti per quello che sei riuscito a fare con numerosi dischi e devo dire che si può sentire il tuo tocco facendo un po’ attenzione e ascoltando la musica in buone cuffie. Come ti sei trovato a lavorare con King Of Asgard, Myrkgrav, SIG:AR:TYR e Ildra? Ci sono cose che vuoi raccontarci relative alle fasi di registrazione / mastering di qualche cd?

Skaldir: I Myrkgrav erano ancora agli esordi. Eravamo nella stessa label nel 2005 circa. Quindi Lars cercava un posto per fare il mastering all’album e il ragazzo della label gli diede il mio contatto. Dopo questo, molte band scandinave chiedevano di me per fare lavori di mix e mastering. Altre band ascoltavano gli album su cui avevo lavorato. Lo avevano letto nel booklet o gli ero stato raccomandato da qualcuno, è sempre diverso.

Come ti sei avvicinato alla musica e qual è stato il primo strumento che hai suonato? Quali sono i tuoi ascolti, anche non metal, di questo periodo?

Skaldir: Ho iniziato con l’organo e dopo sono passato alla tastiera e al piano. Più tardi ho imparato la chitarra e infine ho imparato a cantare. Da bambino mi piacevano alcune delle canzoni anni ‘80, erano abbastanza deprimenti hehe. Più tardi ho scoperto gli Scorpions e le band heavy metal come gli Helloween e i Judas Priest. Poi ho iniziato ad interessarmi al death metal e più tardi al black metal. Oggigiorno mi piace molto ascoltare anche prog rock, così come il metal e anche qualche vecchie robe degli anni ‘70 e ‘80

Ti ringrazio per la disponibilità e per aver realizzato un disco davvero bello come Down The White Waters, a presto!

Skaldir: Grazie per il supportarci con la tua review e per questa intervista! È stato un piacere.

Morten: vocals (ph. by aplysian_art)

ENGLISH VERSION:

Hi Skaldir, welcome on Mister Folk. I think this is the first Italian interview for Ash Of Ashes, I want to ask you to begin to tell us the band’s history.

Skaldir: And I’m glad I don’t need to talk Italian to you! 🙂 My Pagan Metal band HEL ended in 2012, then I thought I’m done with this style. But about a year later I already started to feel a desire to play this music again and started to write some songs. Later Morten joined as a writer of lyrics and as a second vocalist. Eventually we got some more guest musicians (Dennis – drums, Mathias – nyckelharpa and Runahild – hardanger fiddle) and recorded the album Down The White Waters in 2017, then released it just a few weeks ago.

You published four full-length album with Hel between 1999 and 2012. Why did the band split-up? Did the EP Pagan Midgard Art came out after the split? What did the years with Hel taught you that you brought with you in Ash Of Ashes?

Skaldir: The project Hel was just fulfilled with the last album Das Atmen Der Erde. We felt like we’ve said everything and closed the chapter. There was no bad blood or anything. It just called for it. The Pagan Midgard Art EP was released as 10” between the albums Orloeg and Falland Vörandi in, I think, 2004. I guess Spotify shows the date of the digital release, that might be the reason for confusion. Releasing all the albums with Hel taught me to be very careful with record labels hehe…

Talk about Down The White Waters: why a CD like that – as you know I appreciate so much the album – isn’t good enough for a label?

Skaldir: Well you know, sometimes you just want to do something yourself when it’s very precious to you. I’m still surprised that a lot of people seem to think it’s strange to not have a label, but in 2018 I don’t know if there are many reasons to work with a label. The industry has changed a lot in the last years and you need to keep up with the times. I guess it’s different when you work with big labels like Century Media or Nuclear Blast. I had some label offers for this album, but I wanted to do it myself this time.

You defined your genre “Skaldic Metal”. Can you explain it better for the readers?

Skaldir: Yes we called our music “Epic Skaldic Metal”. It was the idea of Markus Eck from my PR agency Metalmessage. We wanted to make the music distinguishable from other Pagan Metal bands, to show it’s something special. The music is epic and rooted in metal. And skalds were the poets in medieval Scandinavia. Our music has this “storyteller” vibe, so I think it’s a very fitting expression for the music we play.

The last tracks of the album are a little concept called The Lay Of Wayland and talks about Wieland the blacksmith. Why have you choose a “minor” character, even if it’s important for what he did?

Morten: I came across the legend of Wayland during my stay in England in 2005 when I saw the so-called Franks Casket displayed in the British Museum. This little whale’s bone box depicts parts of the legend on one of its sides. When working on the lyrics of Down The White Waters the story came to my mind again. I decided to use the legend because it is rather short but at the same time it has a lot of topics to offer (e.g. love, greed, revenge, persistence) and had not been used by any other band (at least to my knowledge). Also, the different stages of the legend worked well for the atmospheres and moods of the four songs which now form the Wayland-cycle.

In Chambers Of Stone I hear some similarities with Windir, I refer to some dramatic and gloomy melodies, but there aren’t hopeless. Do you know Windir’s music, and do you find my connection applicable to your music?

Skaldir: Finally somebody hears the Windir influence! Yes, I’m a fan of Windir’s music, especially Arntor and 1184. It was a special style of music that attracts me. It has folk elements but also it reminds on classical music sometimes as well as the obvious black metal influences.

The drum has been recorded by Dennis Strilinger, but he is not part of your official line-up. Do you want to continue in two, you and Morten, and hire from time to time a session man on drum for the albums? Will you bring Ash Of Ashes on stage?

Skaldir: We have to see how we continue. But Dennis most likely will play drums again. I hope so! I’ve already talked to some people about live shows. I need to get together a live band, but it’s a bit early to talk about it. But it could happen.

In the album Mathias Gyllengahm appears: how did the collaboration start? I think that when his instrument come out, they can really bring something more to the music.

Skaldir: I also like what it brings to the music. I’ve mastered Mathias’ latest Utmarken album and heard his nyckelharpa playing which was as amazing as the whole album musically. I wanted to work with him and had a folk song called Springar on the album I imagined would sound great with the nyckelharpa. He recorded that and later there was one more part I wanted to have him on. Both worked really well.

You deal with all the aspects of the recording of Down The White Waters and the final result is really good. Is working on your own music more difficult than working on other groups music? Can you remain “detached” when it concerne your album?

Skaldir: It is definitely more difficult to work on your own music. I can finish a mix and master for other groups much faster than my own stuff. Sometimes the look from the outside is missing and you get lost in details and can’t see the big picture anymore. I needed some longer breaks to be able to get on it again with a fresh view.

You worked in studio with many artists, but I would like to make you some compliments for what you did with many albums and I must say that we can “feel your touch” paying attention and listening the music in good earphones. How did you get on working with King Of Asgard, Myrkgrav and SIG:AR:TYR? Do you want to tell us something about the recording/mastering phases of some albums?

Skaldir: Myrkgrav were some of my early customers. We have been on the same label back then in 2005 or so. So Lars was searching for a place to master the album and the label guy gave him my contact. After that a lot more Scandinavian bands were asking me for mastering or mixing work. Other bands have heard other albums I worked on. They have read it in the booklet or get a recommendation from somebody, it’s always different.

How did you get into music and what was the first instrument that you played? What are your listening, non-metal also, in this period?

Skaldir: I started with organ and then moved on to keyboard and piano. Later I learned the guitar and eventually I started to sing. As a kid I liked some of the 80’s songs, they were kinda depressing hehe. Later I discovered the Scorpions and heavy metal bands like Helloween and Judas Priest. Then I was getting into the death metal thing and later in black metal. Nowadays I really like to listen to prog rock aswell as metal and also some older stuff from the 70’s and 80’s.

Thank you for the availability and for the realization of a beautiful album such as Down The White Waters, see you soon!

Skaldir: Thanks for supporting us with your review and this interview! It was a pleasure.

Intervista: Heroes Of Forgotten Kingdoms

Ho ascoltato per la prima volta una canzone degli Heroes Of Forgotten Kingdoms più di un anno fa, lo ricordo bene: un ragazzo incrociato sotto casa per circa venti secondi nel luglio 2017 mi inviò un brano tramite cellulare per avere un mio parere. La qualità audio era pessima, si trattava di una registrazione grezza e per di più in bassa qualità MP3, ma già si capiva benissimo che i musicisti coinvolti nel progetto sapevano il fatto loro e la canzone, una volta registrata a modo, avrebbe reso alla grande. Qualche tempo più tardi mi arrivò un nuovo file, si trattava di un’altra composizione questa volta registrata meglio. Mancavano alcuni dettagli, era una versione rough mix che comunque si lasciava ascoltare con molto piacere. Un anno più tardi arriva Dragonslayer, un cd professionale sotto tutti i punti di vista e per giunta in uscita (il 31 ottobre, nda) per un’etichetta che i metallari italiani non possono non conoscere, la Underground Symphony. Ho maneggiato spesso i dischi della label piemontese, soprattutto da ragazzo, quando il power metal italiano dettava legge in Europa e non solo: Labyrinth, White Skull, Pandaemonium, Shadows Of Steel, Wonderland e Mesmerize sono solo alcuni dei dischi che all’epoca giravano nel mio impianto stereo. Firmare per la Underground Symphony, quindi, è indicativo della bontà di Dragonslayer, il robusto ed epico debutto della formazione laziale. Le canzoni che rimangono immediatamente impresse sono sicuramente la title-track (della quale è stato realizzato anche il videoclip) per l’immediatezza, Dragons Awakening perché è un brano in grado di far la gioia tanto del vecchio power metaller quanto del giovane fan dei Gloryhammer e The Ancient Will Of The Prophecy perché la voce di Giacomo Voli non può certo passare inosservata. Tra ballad ben fatte (Deadly Crimson Flower) e qualche spunto più “sperimentale” (Lord Of The Seas) è l’intero cd a convincere in pieno, se poi a questo si aggiunge l’ottimo lavoro in studio e l’artwork curatissimo ne esce un disco che difficilmente non finirà nella collezione degli intenditori. Parola quindi agli Heroes Of Forgotten Kingdoms

credit: Valentina Ianni

Iniziamo la chiacchierata nel più classico dei modi: presentate la band ai lettori, per farlo avete tutto lo spazio che volete!

Prima di essere una band, siamo innanzitutto una compagnia di eroi volti a riportare l’ordine e la pace nei Forgotten Kingdoms: Grodan, Gildor, Robert Buckland, Darmian e Argo Skia. La nostra formazione prevede (in ordine dei nomi d’arte citati sopra) 2 chitarre (Gennaro Cerra e Alessandro Mammola), batteria (Alessandro Burocchi), voce (Giovanni Cvitate) e violino (Simone Borghetto)… per inciso, cerchiamo un bassista!!! L’idea di formare questo gruppo è nata dai molti interessi che abbiamo in comune (se non l’aveste capito, siamo un po’ nerd), con l’aggiunta della nostra passione verso la musica. Siamo estremamente determinati e consideriamo questo progetto con la massima serietà possibile. Per questo, fin da subito, abbiamo cercato di creare un nostro sound unico e non scontato nonostante questo genere (power metal con tematiche fantasy) sia stato già esplorato in lungo e largo: cerchiamo sempre di trarre il massimo da ognuno dei nostri strumenti per arrivare a qualcosa di originale e diverso. Il nostro obiettivo è quello di renderci sempre più particolari e riconoscibili così da emergere con la nostra musica e non finire per essere dimenticati schiacciati dal peso di grandi nomi che tuttora girano il mondo per suonare. In conclusione, se amate il metal e vi appassiona il mondo fantasy, siamo la band che fa per voi!!!

Il nome non è semplicissimo e per niente immediato. Chiaramente questo già lo sapete perché vi sarà stato detto diverse volte, quindi vi chiedo come siete arrivati alla scelta del nome, cosa significa per voi e se avete mai pensato a un nome più breve e immediato.

Sappiamo che il nome non è immediato (infatti noi stessi lo storpiamo in HoFK), ma era il perfetto modo di collegare i nostri personaggi, l’universo che abbiamo creato e la nostra musica. Probabilmente, avremo qualche problema al termine della nostra prima trilogia di album, ma qualcosa sapremo inventarci di sicuro…

Una band senza demo e con poca storia alle spalle arriva sul mercato con il debutto marchiato Underground Symphony, una front cover/grafica di primo livello e una qualità audio da band internazionale su major. Sono davvero curioso di sapere come nasce l’idea del gruppo e quali sono stati tutti i passi fatti per arrivare alla realizzazione di Dragonslayer.

Come dici te, siamo una band nuova per un mercato musicale già ricco di proposte e non è stato, e non sarà, facile far arrivare la nostra musica senza un duro lavoro e una qualità al massimo. La nostra mentalità è di proporre solo prodotti di altissimo livello, e per questo ci siamo voluti circondare di professionisti del settore, tra cui l’Underground Symphony e Daniel Goldsworthy, che sono solo alcuni dei nomi che hanno preso parte al nostro album. Realizzarlo non è stato affatto facile: dietro a tutto questo c’è stata grande organizzazione, duro lavoro, ma soprattutto grandi sacrifici. Siamo in procinto di pubblicarlo e solo adesso ci rendiamo conto di quanto abbiamo fatto. Non vediamo l’ora di farvelo ascoltare!!! Tutto questo a fare le basi del concept dell’album, il racconto dell’avventura che gli Heroes stanno intraprendendo: speriamo che il mondo di fantasia che siamo riusciti a raccontare vi appassioni come appassiona noi.

Siete stati firmati da un’etichetta storica e che ha lanciato alcune grandi realtà italiane (Labyrinth, Doomsword e White Skull per citarne solo alcune): come siete arrivati alla corte di Maurizio Chiarello e cosa vi ha convinto a firmare con l’Underground Symphony?

Hai assolutamente ragione a parlare così bene di questa etichetta, che ha lanciato anche altri gruppi di cui noi siamo ascoltatori, come Sabaton e Power Quest. All’inizio, abbiamo mandato il nostro primo singolo in versione demo a varie case discografiche, ma quella che fin da subito si è dimostrata più disponibile a sostenerci, sia musicalmente che umanamente, è stata proprio quella di Maurizio Chiarello, un grande professionista del settore e soprattutto un grande uomo. Ci teniamo veramente a dirgli grazie, specialmente per tutte le chiamate che si è dovuto sorbire da parte nostra, anche in momenti difficili e di frenesia, dove comunque ha saputo sempre darci un consiglio.

Dragonslayer si presenta molto bene con la copertina realizzata da Daniel Goldsworthy, artista che ha collaborato anche con Alestorm, Accept e Gloryhammer. Credo che osservando le copertine dei loro cd sia nata l’idea di contattarlo e capire se era possibile una collaborazione. Come sono andate le cose e come avete lavorato? Gli avete mandato testi e musica e lui si è lasciato ispirare, oppure gli avete dato delle indicazioni precise?

Naturalmente siamo sempre stati colpiti e meravigliati dai suoi lavori per le band che hai citato e quindi abbiamo tentato di contattarlo anche se ancora sconosciuti. Nonostante la sua fama, e ai tempi l’imminente nascita del suo primo genito, si è dimostrato molto disponibile. Inizialmente non avevamo molti pezzi da fargli ascoltare, e quindi gli abbiamo raccontato la storyline del nostro cd e dei nostri personaggi, e abbiamo convenuto insieme di far rappresentare sulla cover il drago appena liberatosi dalle catene che lo tenevano prigioniero sotto il malvagio stregone Xatron, il quale castello è visibile sullo sfondo, e di far rappresentare sul back lo stesso Xatron intento a maledire noi giovani eroi che abbiamo osato insorgere contro di lui. Inoltre, siamo stati molto contenti che ci abbia chiesto delle tracce da ascoltare mentre realizzava queste illustrazioni.

Un altro nome importante è quello di Andrea De Paoli, musicista di fama internazionale che si è occupato anche di mix e mastering di Dragonslayer. Perché avete deciso di lavorare con lui? Data la sua grande esperienza, vi ha dato qualche buon consiglio che avete afferrato al volo? Ci sono aneddoti da raccontare?

Come prima cosa, vogliamo sottolineare che Andrea De Paoli ha partecipato alla realizzazione di molte delle tastiere e synths dell’album: in particolare, amiamo il solo di tastiere che ha voluto regalarci in Power Of Magic!!! Andrea è stato una rivelazione incredibile, non tanto per la sua bravura e professionalità, di cui tutti sono a conoscenza, ma per la sua disponibilità a creare per noi gran parte delle orchestrazioni che potrete ascoltare. All’inizio abbiamo proposto questo lavoro a più professionisti del settore, e solo dopo un’attenta riflessione abbiamo optato per Andrea, considerato da noi l’uomo giusto per il lavoro che avevamo in mente. Di aneddoti ne avremo molti da raccontare, ma il più simpatico è stato quando si è dichiarato pronto ad imbracciare una tastiera-ascia per uccidere tutti gli orchi presenti ai nostri concerti (poveri Blodiga Skald…). Non si è risparmiato neanche dal darci consigli e tuttora ci sentiamo frequentemente, scambiandoci spesso anche qualche battuta.

Nel disco sono presenti diversi guest, il più noto è chiaramente Giacomo Voli dei Rhapsody Of Fire. Anche in questo caso ti chiedo come è nata la collaborazione, se vi siete visti di persona o se tutto si è svolto a distanza e che cosa provi ad ascoltare la sua voce su una tua canzone.

È nato tutto come uno scherzo: parlando tra di noi abbiamo pensato di inserire una guest voice di un certo peso nel nostro album e dopo aver ascoltato non le più famose canzoni dei Rhapsody che tutti conosciamo, ma la versione di Giacomo Voli di Jeeg Robot con i Trick Or Treat, ci siamo decisi e lo abbiamo contattato. Il tutto si è svolto a distanza, visto anche gli impegni che lo stesso Giacomo aveva in quel periodo, anche se questo non ha influito sul suo lavoro che è stato veramente fantastico. Naturalmente contiamo di incontrarlo il prima possibile di persona per regalargli una copia del nostro cd ed una t-shirt , ma soprattutto per ringraziarlo per quanto fatto. Che dire, ascoltare la sua voce su un nostro pezzo, cosa all’inizio impensabile, è per noi un sogno che si realizza.

Nella traccia Dragons Awakening sono presenti i Blodiga Skald: è forse un errore? Come fanno gli orchi a collaborare con voi che siete elfi, maghi e altre creature che di certo non amano gli orchi?

Beh, non tutti gli orchi sono malvagi e anzi, i Blodiga Skald sono dei nostri grandi amici (solo Gildor ha avuto un po’ di problemi con loro, ma d’altronde è un elfo). Abbiamo già diviso il palco con loro e non mancherà l’occasione per farlo ancora in futuro.

In Realm Of Holy Leaves canta Ilaria Pisani: quale personaggio interpreta e qual è il suo background?

In Realm Of Holy Leaves Ilaria interpreta la regina degli elfi della foresta presso la quale gli eroi si rifugiano per una notte. Ma, in realtà, in Deadly Crimson Flower interpreta una danzatrice vampira che riesce ad ammaliare il nostro povero Darmian, il quale pur innamoratosi della vampira, la vede morire per mano degli eroi.

Parliamo della storia narrata in Dragonslayer. Sicuramente saprete come e cosa raccontare per incuriosire i lettori… 🙂

Iniziamo col dire che i testi non sono tutti opera di Grodan in quanto Realm Of Holy Leaves e Deadly Crimson Flower sono nati dal genio di Ilaria Pisani. Vi faremo di seguito un breve riassunto, ma per i veri guerrieri c’è la traccia Heroes Of Forgotten Kingdoms ad aspettarvi! In Dragonslayer gli ascoltatori potranno immergersi nel fantastico mondo dei Forgotten Kingdoms, antichi reami baciati dalla magia, che ora vivono tempi nefasti. Il mago Xatron ha sottomesso a sé intere razze ed è riuscito a eliminare ogni forma di magia che non fosse la sua. In questa situazione, una compagnia di eroi decide di riunirsi e combatterlo. Non sarà un’impresa facile in quanto gli eroi dovranno impossessarsi degli antichi artefatti magici, evitando che lo faccia prima Xatron, e liberare i draghi. In questo primo capitolo, Xatron, distruggendo il reame marino dei tritoni, si impossesserà del tridente degli abissi, mentre noi eroi riusciremo nell’impresa di trovare la potente spada Dragonslayer. Tutto questo è solo l’inizio della nostra fantastica avventura!!!

Per la canzone Dragonslayer avete realizzato un videoclip professionale in location molto belle. Mi piacerebbe che mi parlaste dei luoghi dove si sono svolte le riprese e del drago che appare un paio di volte.

Il video, che porta la firma di Livio Melani, è stato girato interamente nella Tuscia, in particolare alcune scene presso il castello Costaguti di Roccalvecce e altre presso le rovine della torre di Pasolini (Bomarzo). Il maestoso drago che compare nel video è una creazione di Aran Graphics, che è riuscito nell’impresa di animare il drago presente sulla nostra copertina.

Una volta pubblicato il disco, cosa farete per promuoverlo? Avete già fissato un tour e una serie di date in Italia?

Attualmente stiamo preparando lo show live. Nel frattempo, stiamo valutando ed organizzando alcune serate in giro per l’Italia, presumibilmente a partire da novembre, ma non possiamo dirlo con certezza, non vogliamo creare false aspettative. Naturalmente, stiamo provando a definire un tour italiano a promozione dell’album, toccando città importanti come Milano, Bologna, Firenze, Roma e tante altre, ma chiaramente siamo aperti ad ogni ingaggio.

Siamo ai saluti finali; vi ringrazio per l’intervista e spero di vedervi presto in concerto.

Grazie mille Mister Folk, ti aspettiamo ad uno dei nostri concerti!!!!