Ereb Altor – Eldens Boning

Ereb Altor – Eldens Boning

2021 – EP – Hammerheart Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra – Ragnar: chitarra Mikael: basso Tord: batteria

Tracklist: 1. The Twilight Ship – 2. Fenrisulven – 3. Eldens Boning – 4. Sacrifice 2.0

La pandemia ha portato i musicisti a rintanarsi in sala prove per creare nuova musica e gli Ereb Altor non hanno fatto differenza. Con i tour bloccati l’unica possibilità era quella di imbracciare la chitarra e dare vita a nuove canzoni: per l’occasione ne sono nate dodici, troppe per gli standard della formazione svedese, da qui l’idea di dividere i brani in due uscite: quattro per questo EP (disponibile solamente nei formati digitale e vinile) Eldens Boning e le restanti otto per il full-length che vedrà la luce a fine 2021.

The Twilight Ship è l’opener ideale: furente ed epica al tempo stesso, racchiude stilisticamente gli Ereb Altor degli ultimi anni, tra viking bathoriano e gustose accelerazioni black oriented; piacevole è la presenza piuttosto marcata della melodia (sia chitarristica che atmosferica) all’interno del brano. Fenrisulven è una bella canzone acustica nella quale Mats e soci danno voce al loro animo più delicato e intimo, una versione inedita del gruppo scandinavo, ma che si spera possa essere un’arma in più nel repertorio nelle prossime pubblicazioni. La title-track arriva con la sua furia a distruggere quanto di dolce evocato con la precedente canzone: Eldens Boning è una bordata black metal che non disprezza i riff dal sapore melodico, ma comunque in grado di squarciare le carni quando necessario. Chiude questo EP di ventiquattro minuti la canzone Sacrifice 2.0, ovvero una nuova versione, completamente rivista e aggiornata, di quella contenuta in Fire Meets Ice: la band, non soddisfatta dell’originale targata 2013: più corta di quasi tre minuti, centra immediatamente il bersaglio, dando così ragione agli Ereb Altor, perché la 2.0 è davvero una grande canzone di viking black sporco e rude.

Anche su breve distanza Mats e Ragnar sanno farsi valere, ma è innegabile che il full-length di prossima pubblicazione rappresenti il pezzo forte di questo 2021. L’ottima discografia del gruppo di Gävle aumenta ogni anno di più e l’EP Eldens Boning è il classico oggetto da collezione per chi ancora tiene al formato fisico. Appuntamento però al prossimo inverno, quando arriveranno otto gelide canzoni di potente viking metal.

Bloodshed Walhalla – Second Chapter

Bloodshed Walhalla – Second Chapter

2021 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Reaper 2. Hermóðr – 3. The Prey – 4. After The End

È una frase fatta e anche abusata, ma a volte il suo utilizzo è giustificato: qual è il confine tra genio e follia? Si sta parlando di Second Chapter, quinto full-length dei Bloodshed Walhalla: prove dalla parte della follia sono il minutaggio altissimo (settantotto minuti!) e il numero minimo di tracce (solo quattro!), a difesa del genio troviamo la qualità delle canzoni, elevatissima. Quindi Second Chapter dei Bloodshed Walhalla è un disco figlio di un genio musicale, almeno per quel che riguarda il viking metal.

Matera, Basilicata, 2006: un adoratore dei Bathory più epici decide di dare un seguito artistico a quanto interrotto bruscamente da Quorthon con la sua morte. I primi cd, in effetti, sono dei veri e propri tributi al cantante/musicista svedese: The Legends Of A Viking e The Battle Will Never End hanno poca personalità, anche se già si sente che la mano che muove i fili sa il fatto suo. Con l’EP Mather le cose cambiano e in Thor la voce dei Bloodshed Walhalla si fa personale, senza per questo allontanarsi troppo da quanto il maestro scandinavo aveva creato con i vari Hammerheart e Nordland. Ragnarok è storia recente (2019), ma è anche l’album della consacrazione, sempre a livello underground, sia in Italia e all’estero. Il nuovo Second Chapter prende quanto di buono presente in Ragnarok, lo fa suo, e lo estremizza sotto diversi punti di vista. La prima cosa che risalta è il minutaggio elevatissimo, pericoloso e in grado di fare vittime se utilizzato male: se da una parte è vero che una composizione di dieci minuti dice tutto quello che c’è da dire, è altrettanto vero che gli epici brani creati da Drakhen possiedono la magia di non stufare nemmeno quando si supera la soglia dei quindici e venti minuti.

L’iniziale Reaper, per tornare al discorso follia/genio, fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della prima: piazzare in apertura mezz’ora di canzone (e non due o tre brani che potrebbero reggere anche separati, uniti da parti atmosferiche simil intermezzo) è roba da far tremare le gambe, soprattutto in un periodo storico nel quale l’attenzione verso la musica è ai minimi storici, con pochi minuti – quando va bene! – di concentrazione prima di perdersi in altri mondi o distrazioni. Ventotto minuti abbondanti di musica viking metal richiedono forza e coraggio, ma soprattutto tanta bravura nel comporre una canzone in grado di tenere l’ascoltatore attaccato alle casse dello stereo tutto il tempo. Descrivere una composizione del genere non è cosa semplice: epicità e cori maestosi incontrano raffiche di chitarre taglienti, con il cantato che si adegua alternando scream a parti in pulito (ma sempre un po’ graffiante, marchio di fabbrica di Drakhen). Dopo una mini suite i sedici minuti di Hermóðr sembrano una passeggiata, ma di quelle bellissime che portano in alto, in cima a un’imponente montagna e una volta arrivati si prova la vera felicità. Anche qui i ritmi cambiano più volte, ma il mid-tempo la fa da padrone insieme alle tastiere che tramano melodie e creano un tappeto atmosferico quando se ne presenta occasione. La terza traccia è la già nota The Prey, scelta come “singolo” di presentazione di Second Chapter. Il brano è più diretto e bada più al sodo, mettendo in luce belle melodie folk (compreso lo scacciapensieri) e cori maschili solo quando ce n’è realmente bisogno, così come le accelerazioni di batteria, sempre razionate al fine di fare realmente la differenza quando compaiono. Quarta e ultima traccia, After The End racchiude tutto quello che sono i Bloodshed Walhalla del 2021: epicità e muscoli, ma in grado di graffiare con melodie folk e tastiere pompose, il tutto amalgamato dal buon gusto della mente del progetto, quel Drakhen che umile e silenzioso è stato in grado di partorire degli album in serie che in tanti, anche all’estero, si sognerebbero di comporre.

Degno successore dell’eccellente Ragnarok, Second Chapter estremizza quanto di buono presente nei precedenti album, ben figurando nel difficile compito di non annoiare quando la durata di una singola canzone supera costantemente i quindici minuti. Quel che maggiormente colpisce, però, è la continua maturazione del sound del progetto di Drakhen, passato da un semplice tributo ai Bathory a nome di punta dell’intera scena viking. L’ho detto anni fa e lo ripeto: se la provenienza dei Bloodshed Walhalla fosse Göteborg o Helsinki invece di Matera staremmo parlando di una band sulle copertine dei magazine musicali, ma anche questo fa parte della “magia” che circonda questa realtà fin dai suoi primi passi. E in un certo senso è meglio così: Bloodshed Walhalla orgoglio italiano!

Apocalypse – Pedemontium

Apocalypse – Pedemontium

2021– full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Erymanthon Seth: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Prologue – 2. Pedemontium – 3. Dark Mountain – 4. I Died By The Mountainside – 5. Crystal Eyes – 6. The Trail Of Ice – 7. Mountain Soul – 8. The Lake Of Witches – 9. The King Of Stone – 10. Epilogue

Quarto disco in soli tre anni (o quinto, se si considera anche il tributo To Hall Up High – In Memory Of Quorthon del 2019) per il progetto Apocalypse, realtà piemontese creata dal polistrumentista Erymanthon Seth. Nonostante la giovane età del mastermind, Apocalypse ha una precisa identità musicale, piuttosto fedele alla linea dei Bathory sia del periodo epic/viking che quello meno glorioso del thrash/death. Rispetto al recente passato le novità sostanziali sono due, entrambe molto interessanti: la prima riguarda la pubblicazione, finalmente in formato fisico ad opera dell’italiana Earth And Sky Productions, mentre la seconda concerne i testi che vanno a formare una sorta di concept sul Piemonte e le sue affascinanti bellezze naturali.

Il cd è composto da dieci tracce (intro, outro e otto canzoni) per un totale di sessantasei minuti. La musica e i testi sono opera di Erymanthon Seth, ma come in passato non mancano quelle impreviste quanto piacevoli incursioni nella musica classica (J.S. Bach in particolare) che rendono il tutto ancora più accattivante. La musica, com’è facile intuire da quanto detto fino a questo momento, è fortemente debitrice ai Bathory e tutto, dalla voce sgraziata al suono delle chitarre, sembra essere un sincero tributo all’arte di Quorthon.

Passato l’intro Prologue ci si ritrova faccia a faccia con il muro di chitarre di Pedemontium che, in un certo senso, ricorda le pareti ripide delle alte montagne, quelle pareti che da sempre sono una sfida per gli alpinisti. I suoni sono organici e naturali, sicuramente migliori rispetto al passato, perfetti per questo tipo di musica caratterizzato da tempi medi e riff granitici. La vetta si raggiunge con Dark Mountain, brano epico e graffiante, squisitamente dark prog con quell’hammond che tinge tutto di scuro e dà una forte personalità alla canzone. I Died By The Mountainside è una dichiarazione chiara e diretta – come la musica -, ben diversa da Crystal Eyes, una sorta di ballad molto intensa che piazzata a metà disco riesce perfettamente a dividere in due Pedemontiume ripartire con grande energia con il successivoThe Trail Of Ice, pezzo nel quale le melodie di stampo folk si fanno particolarmente importanti e che porta a Mountain Soul, altro mid-tempo massiccio e quadrato che però nulla aggiunge a quanto detto fino a questo momento. L’arpeggio di chitarra acustica introduce The Lake Of Witches che, come facilmente intuibile, lascia presto il posto alle chitarre dure di Erymanthon Seth il quale, in fase di canto, si sforza non poco sfiorando volontariamente la “stecca” più di una volta. Monte Viso(o Monviso) con i suoi 3841 metri di altezza, oltre a essere la copertina del disco, è al centro dell’attenzione in The King Of Stone: l’intro di Bach e la costante presenza dell’organo su un giro di chitarra semplice e ripetitivo fanno sì di ascoltare una composizione che entra di prepotenza nella testa dell’ascoltatore, un vero inno viking di rara bellezza. La conclusione del cd è affidata a Epilogue, strumentale di buona fattura che svolge egregiamente il proprio lavoro.

Pedemontium suona sincero, onesto, fatto con il cuore. È un tributo a una terra e alle sue bellezze e il fatto che ad accompagnare la musica ci sia un cd con un bel booklet di dodici pagine con fotografie di montagne e laghi non fa altro che accrescere l’interesse verso questa pubblicazione. Nonostante la giovane età di Erymanthon Seth i dischi pubblicati sono molti per Apocalypse, realtà che sembra aver trovato la sua dimensione e che con questo Pedemontium tira fuori un piccolo gioiellino di viking metal.

Ulvhedin – Pagan Manifest

Ulvhedin – Pagan Manifest

2004 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: John Carr: voce – John Lind: chitarra – Helge Gårder: basso – Are Gjarde: batteria, tastiera

Tracklist: 1. Element Of Sorrow – 2. Maanelys – 3. One Eyed God – 4. Where The Spirits Gather – 5. The Ungodly Path – 6. Pagan Manifest – 7. Echo Of The Goddesses Voices – 8. Gnipahellir

Il 2004 vede la pubblicazione di Pagan Manifest, debutto dei norvegesi Ulvhedin. Ma, soprattutto, il 2004 è l’anno durante il quale l’Einheit Produktionen rilascia il primo disco, proprio Pagan Manifest. L’etichetta tedesca diventerà con gli anni una sicurezza per gli appassionati di pagan/folk metal, genere nel quale si è specializzata producendo pregiate perle dell’underground sotto il nome di Odroerir, Andras, Oakenshield, Surturs Lohe e Nine Treasures tra gli altri.

Gli Ulvhedin si formano nel 1994, ma solo quattro anni più tardi arriverà il demo Gnipahellir, dal quale ripropongono in Pagan Manifest due brani per l’occasione leggermente ri-arrangiati, ovvero The Ungodly Path e la conclusiva outro strumentale Gnipahellir. I tempi per la formazione scandinava sono sempre stati lunghi, e tra il demo e il disco di debutto passano sei anni, ma la musica nonostante lo scorrere del tempo non varia di una virgola: viking metal d’annata senza fronzoli e orpelli particolari. Dritti al punto, senza deviazioni e distrazioni, otto canzoni e quaranta minuti per dire quel che c’è da dire. Sotto la mano di Pytten che si occupa della produzione (ricordiamolo al lavoro con Windir, Enslaved, Burzum, Einherjer, Immortal e Mayhem per citarne alcuni) e registrato nel Grieghallen Studios, Pagan Manifest suona crudo e sincero, lontanissimo dai suoni pompati e artificiali di questi anni; il cd suona come la band suonava realmente in sala prove, e lasciandosi trasportare dalle note del disco si torna con la mente a tanti anni fa, quando si andava ad assistere alle prove del gruppo amico e nella saletta c’era quell’odore tipico degli amplificatori valvolari che si scaldavano e ruggivano al suonare del chitarrista, e la musica era vissuta in maniera diversa e tutti si sognava un futuro su di un palco con migliaia di persone a cantare le canzoni scritte proprio in quella saletta.

La notorietà gli Ulvhedin, invece, non la conobbero mai. Pagan Manifest è stato in realtà registrato nel 2000 ed era prevista la pubblicazione per la Native North Records, una piccola etichetta gestita dagli Einherjer che rilasciò una manciata di produzioni prima di chiudere in men che non si dica. Per vedere la luce Pagan Manifest impiegò quattro anni, ma ormai il treno era passato, con gli Ulvhedin in ritardo su tutto e privi di forze: peccato, perché il disco merita e la musica è di qualità. Non si parla di sound camaleontico come quello degli Enslaved o epico come quello dei Windir, ma il viking metal diretto e gaiardo degli Ulvhedin aveva tutto il potenziale per accontentare l’ascoltatore dell’epoca. L’opener Element Of Sorrow è uno dei pezzi meglio riusciti, capace di riunire in cinque minuti tutte le sfaccettature del sound dei nostri, con il doppio cantato pulito/growl, le aperture melodiche e il buon guitar work che nulla invidia a chi “ce l’ha fatta”. One Eyed God è più aggressiva e bada poco alle chiacchiere:

Odin! Ruler of Valholl
Hear my call
This time it will last
Your gif twill awake the past

Where The Spirits Gather ha il gusto melodico che era dei Dissection e la cosa non può che fare piacere, la title track è parecchio ispirata (con i mid-tempo gli Ulvhedin si trovavano alla grande) e se c’è una canzone che avrebbe potuto fare le fortune del gruppo con un video ben fatto, questa sarebbe proprio Pagan Manifest. Infine arriva Echo Of The Goddesses Voices e il suo approccio quasi progressive (una sorta di Enslaved prima che gli Enslaved lo facessero veramente) che suona fresco e intrigante. E mentre la strumentale Gnipahellir risuona intorno a noi, le domande e le riflessioni nascono spontanee: come ha fatto il viking metal a trasformarsi in una sorta di carnevalata di 365 giorni? Perché l’immagine e il suono è più importante di una canzone ben fatta? Perché ci si è allontanati sempre di più dallo spirito iniziale, finendo a mendicare soldi con merchandise sempre più stravagante (e inutile) invece di pensare all’unica cosa che realmente conta, ovvero la musica? Sono domande che noi tutti dovremmo rivolgerci e, con un po’ di umiltà, capire in quale direzione muoverci per non perdere del tutto questa arte. Pagan Manifest? Il manifesto pagano di un certo modo di fare musica, quando i soldi, i follower, le magliette fighe e l’idromele annacquato nei corni marchiati con i loghi delle band non erano neanche nei pensieri del più affamato musicista, il quale pensava a far funzionare il cambio tra strofa e bridge e non alle altre cose. Pagan Manifest è un capolavoro indispensabile per la sopravvivenza del viking metaller? No di certo, ma è uno gran bell’esempio di come la musica fosse realizzata e vissuta prima di internet e di tutto il resto: già solo per questo dovrebbe far parte della libreria musicale di chi vuole suonare questo genere. E forse non c’è eredità migliore per un gruppo che non ha fatto in tempo a veder venduto il proprio cd che già si era sfasciato.

Vanaheim – En Historie

Vanaheim – En Historie

1997 – EP – autoproduzione

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marius Johansen: voce – Rune Tyvold: chitarra – Jon Rasmussen: chitarra, voce – Lars Håkon Olsen: basso – Øyvind Skog: batteria – Fredrik Haraldsen: tastiera

Tracklist: 1. Elysium – 2. Riket – 3. Krig – 4. Heimferd – 5. Blodig Krigsmark – 6. Sorg – Fred

Nel 1995 a Bærum, Norvegia, nascono i Vanaheim. L’idea della band è molto semplice e diretta: suonare viking metal raccontando nei testi storie di folklore locale e di mitologia norrena. Tempo due anni e la band guidata dalla coppia di chitarristi Rune Tyvold e Jon Rasmussen dà alle stampe l’EP (all’epoca si chiamava mcd, ovvero “mini cd”) En Historie, lavoro composto da sette brani per un totale di quasi trenta minuti di musica.

L’iniziale Elysium è una classica intro atmosferica che dura un giro di lancetta ed ecco arrivare Riket, primo brano vero del dischetto. Fin dai secondi iniziali ci si può rendere conto dei “barocchismi” di chitarra e tastiera, particolarità che fa i Vanaheim immediatamente riconoscibili. Il doppio cantato harsh/pulito è gradevole e nella sua semplicità, considerato anche il periodo storico, il pezzo risulta essere particolarmente gradevole. La successiva Krig è la composizione più lunga del cd (7:18) ed inizia con chitarre soft e voce pulita per una sorta di effetto Vintersorg pre Vintersorg (Mr.V debutterà con il suo progetto nel 1998). La canzone si sviluppa alternando brevi accelerazioni dal vago sapore medievale, rallentamenti nei quali la chitarra recita la parte del leone e importanti parti con la tastiera di Fredrik Haraldsen a dettare melodie e umori. L’intermezzo Heimferd conduce a Blodig Krigsmark: qui la musica classica è proprio parte della canzone e il viking metal dei Vanaheim assume automaticamente un’aura culturalmente difficile da trovare nel metal estremo del 1997. Il cantato segue la linea musicale, sempre a metà strada tra ricami barocchi e voglia di spaccare tutto: il risultato è convincente ed è questo che fa En Historie un piccolo pezzo di musica che gli amanti del viking/folk dovrebbero conoscere. L’ultimo brano “vero” è Sorg, un pezzo che suona un po’ diverso dal resto con quell’alone oscuro delle strofe e i riff doom del bridge. Si giunge, infine, a Fred, lungo outro tastieristico: elegante e arcaico, un buon modo per chiudere un cd interessante che forse meriterebbe di essere menzionato quando si parta di vecchio viking metal.

En Historie, pur essendo un prodotto norvegese pubblicato nel 1997, è un lavoro autoprodotto. La bella copertina (sì, la grafica rispecchia le tecniche dell’epoca) è un buon biglietto da visita per la musica, la produzione è discreta e del mastering se n’è occupato Tom Kvålsvoll, vero e proprio guru del settore che può vantare lavori con Arcturus, Dimmu Borgir, Ihsahn, Trollfest, Windir, Cor Scorpii, Emperor e i nostri Lou Quinse del bel Lo Sabbat, tra gli altri. Con En Historie i Vanaheim avevano iniziato bene la carriera: in quanti posso dire di aver realizzato un mcd che, nel suo piccolo, è passato alla storia?

Svartalfar – Nifheliar Til

Svartalfar – Nifheliar Til

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Björn Fornaldarson: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Intro: Ásgarðr – 2. The Last Bulwark Of Wotan – 3. Tonight Sun Rises In Svartalfaheimr – 4. Hrafnagaldr I: Runar – 5. Interlude: Sleipnir – 6. Hrafnagaldr II: Niflheljar Tir – 7. Elven Beauty Manalihs – 8. Il Sonno Di Silibrand

La scena underground italiana è piena di talenti – un concetto che ho spesso ribadito su queste pagine , basta avere la volontà (e la pazienza) di setacciare le uscite e non farsi abbindolare da etichette, proclami e “amici di” che invece di fan sembrano essere ultras delle curve calcistiche. Ed è così che un progetto realmente valido ma completamente di nicchia come Svartálfar corra il rischio di passare inosservato: sarebbe un vero peccato! Il polistrumentista Björn Fornaldarson nel 2015 inizia a lavorare su delle canzoni ispirate alla musica scaldica norrena (veste nella quale si esibisce dal vivo, utilizzando la lira di Trossingen e la taglharpa) e dopo due singoli nel 2019 giunge al debutto autoprodotto nella primavera 2020 con l’ottimo Nifheliar Til. Sono certo che la provenienza geografica (Genova) penalizzi non poco l’intero progetto che se fosse stato originario della Scandinavia avrebbe se non altro attirato l’attenzione di una di quelle etichette piccole ma serie che puntualmente regalano piccole chicche agli appassionati di viking/folk metal. La musica di Svartálfar non è di semplice catalogazione in quanto nei trentacinque minuti del disco è possibile riconoscere una gran quantità di sfumature e influenze che sono state ben elaborate e personalizzate da Björn Fornaldarson al punto da non suonare mai come “copia di”, il che non è poco per un progetto giovane.

Già dalle prime note di Intro: Ásgarðr è possibile capire che non si è dinanzi al classico disco viking metal proveniente da una zona geografica al di fuori della Scandinavia: gli arpeggi e le melodie sono semplicemente perfetti e viene da pensare che sia quasi uno spreco utilizzare questa musica come semplice intro. In realtà con The Last Bulwark Of Wotan si capisce il legame con quanto ascoltato poco prima, anche se le chitarre si fanno più robuste, il cantato vira verso uno scream e tutto procede bene fino allo stacco a 3:18 dove l’ispirazione di Vratyas Vakyas s’impossessa della chitarra di Fornaldarson e viene fuori un riff talmente debitore a Falkenbach che il rischio di commuoversi è più che forte. La terza traccia Tonight Sun Rises In Svartalfaheimr è acustica e sognante, con il testo in inglese cantato pulito e gli strumenti a fiato a guidare l’ascoltatore verso un volo leggero al di sopra degli alberi e il vento che soffia a fine canzone sembra voler spazzare via la quiete a favore del caos, mentre invece Hrafnagaldr I: Runar ha una prima parte quasi folk ambient: inaspettata e spiazzante per quanto è bella e ben fatta. Dopo due giri di lancetta arrivano chitarre e growl, proseguendo successivamente con la sovrapposizione delle due anime della canzone. Nuovo break acustico con Interlude: Sleipnir, durante il quale l’arte e l’esperienza scaldica di Björn viene a galla, e si riparte con la canzone più aggressiva del cd, con stacchi black metal che ben si amalgamano con melodie folk e strumenti acustici: Hrafnagaldr II: Niflheljar Tir è forse il brano che racchiude al suo interno tutte le sfaccettature, compresa un’incredibile parte in italiano che suona delicata quanto un canto delle fate che con grazia si avvicinano a un fresco torrente montano. Il finale di Nifheliar Til è affidato a due brani acustici, ma diversi tra loro: Elven Beauty Manalihs è ricco di melodie e orchestrazioni e trasmette un certo tipo di epicità, mentre in Il Sonno Di Silibrand è presente solo la lira di Trossingen e la voce di Björn che canta in italiano. Le lingue utilizzate nei testi sono inglese, antico norreno, italiano e latino: se da una parte si può apprezzare la ricerca e il lavoro alla base di tutto, dall’altra si crea un po’ di confusione. Chissà se nel prossimo lavoro si continuerà in questo modo o una lingua avrà la meglio sulle altre?

Per essere un debutto è un gran bel debutto. L’unica pecca riscontrabile è nei suoni e nella produzione (la batteria in Hrafnagaldr I: Runar!) per quel che riguarda la “parte metal”, nella media per i prodotti underground, ma che con una cura maggiore avrebbe dato una spinta ancora maggiore alla bontà della musica. Al momento disponibile solo in formato digitale, Nifheliar Til è un disco che cresce con gli ascolti e che non dovrebbe mancare nella collezione degli amanti di queste sonorità.