Einherjer – Norrøne Spor

Einherjer – Norrøne Spor

2018 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Frode Glesnes: voce, basso – Ole Sønstabø: chitarra – Aksel Herløe: chitarra – Gerhard Storesund: batteria

Tracklist: 1. The Spirit Of A Thousand Years – 2. Mine Våpen Mine Ord 
- 3. Fra Konge Te Narr 
- 4. Kill The Flame
 – 5. Mot Vest – 6. Spre Vingene – 
7. The Blood Song
 – 8. Døden Tar Ingen Fangar
 – 9. Tapt Uskyld
 – 10. Av Djupare Røtter
 – 11. Deaf Forever (Motörhead cover)

La buona notizia è che gli Einherjer hanno pubblicato un bel disco. La storica band norvegese, in realtà, non ha mai pubblicato lavori scadenti – e Dragons Of The North XX, in questo caso, va visto come “inutile” – ma pare chiaro che nelle ultime release Glesnes e soci non siano riusciti a recuperare quell’alone magico che permeava i vecchi cd. Da una parte è normale che sia così, il tempo passa e quasi tutto quello che è pre 2000 viene visto come bello/innovativo/cult, ma è innegabile la bellezza e l’ispirazione dei vari Dragons Of The North (quello originale, del 1996) e Blot. Parlando prettamente di musica, per quanto piacevoli, Norrøn e Av Oss, For Oss sono disco ben fatti e con spunti vincenti, ma lontani anni luce dai capolavori prima citati. Questo Norrøne Spor, invece, riesce a unire nei cinquantadue minuti di durata validi riff di chitarra e atmosfere gelide nello stile ormai classico del quartetto di Haugesund. Di sicuro, gli Einherjer sono tornati a comporre musica tutti insieme, a differenza di quanto avvenuto per gli scorsi album, e questo potrebbe essere il motivo per cui le canzoni sono tutte convincenti e ben fatte: il lavoro di squadra ha pagato.

Artwork e produzione vanno di pari passo: colori e suoni freddi, perfetti per la musica di Norrøne Spor. Quel che conta, però, è la musica, e questa volta gli Einherjer hanno centrato il bersaglio. Fin dall’ottima opener The Spirit Of A Thousand Years si respira aria di grande Nord ed epiche gesta, la mano della tradizione ha guidato sapientemente Glesnes e Storesund nella creazione di dieci tracce ispirate dalla storia dei vichinghi, grandi navigatori ma anche guerrieri temibili e abili artigiani. Fra Konge Te Narr sembra un inedito del 1998 e stupisce nella parte finale quando la chitarra improvvisamente diventa protagonista con un prezioso assolo. La sei corde, finalmente, trova spazio e luce in un lavoro viking metal, e sono diversi gli assoli che impreziosiscono le canzoni dell’album; in questo genere musicale i virtuosismi non sono richiesti, ma quando gli assoli ben si incastrano nelle trame dei brani ne guadagna la musica. Kill The Flame e Mot Vest sono tra i migliori pezzi del platter, con quest’ultima dannatamente anni ’90 nell’incedere, mentre la prima ha un alone oscuro che sembra inghiottire tutto quello che c’è nei dintorni. Si prosegue con The Blood Song, ovvero la più classica delle canzoni degli Einherjer: tutto è già sentito, “classico”, in un certo senso prevedibile, ma è fatta talmente bene che entra subito nel cuore di chi ascolta. Tutto l’opposto di Døden Tar Ingen Fangar, dal ritmo dinamico, il ritornello quasi melodico e una sonorità che mai si era sentita in un album di Glesnes e soci; anche qui la chitarra ha modo di esprimersi in solitaria prima che i riff tornino prepotenti a farla da padrone. I suoni crunchy caratterizzano la solida Tapt Uskyld, mentre a chiudere Norrøne Spor ci pensano i quasi sette minuti di Av Djupare Røtter: cupa, soffocante e senza speranza, la musica sembra riprendere la copertina del disco per guidarci verso l’abisso della disperazione. Eppure, in fondo, c’è la luce, ed è lì che stiamo andando.

La canzoni sono belle, c’è poco altro da aggiungere. Inoltre non mancano momenti più ricercati del solito, quasi inusuali (l’ultimo minuto di Tapt Uskyld), e l’aver rispolverato dei begli assoli di chitarra dà maggior spessore all’album; infine, anche la cover dei Motörhead Deaf Forever è ben fatta e rivisitata il giusto secondo l’attitudine dei norvegesi. Cosa dire se non ben tornati Einherjer?

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Skálmöld – Sorgir

Skálmöld – Sorgir

2018 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Björgvin Sigurðsson: voce, chitarra – Þráinn Árni Baldvinsson: chitarra – Baldur Ragnarsson: chitarra – Snæbjörn Ragnarsson: basso – Jón Geir Jóhannsson: batteria – Gunnar Ben: tastiera

Tracklist: 1. Ljósið – 2. Sverðið – 3. Brúnin – 4. Barnið – 5. Skotta – 6. Gangári – 7. Móri – 8. Mara

Il quinto disco degli Skálmöld dal titolo Sorgir arriva a due anni esatti dal precedente Vögguvísur Yggdrasils: la band islandese rilascia con svizzera precisione – ogni ventiquattro mesi circa – un nuovo lavoro, evidentemente il lasso di tempo necessario per comporre le nuove canzoni e inciderle prima di partire per il tour promozionale. La proposta musicale di Björgvin Sigurðsson e soci è quella ormai solita, ovvero viking metal nordico con meravigliosi intrecci vocali, ottimo lavoro delle tre chitarre e un’epicità che suona spesso oscura e minacciosa. Il folklore islandese fa da sempre parte del retaggio dei sei musicisti di Reykjavík, lo si può capire leggendo i testi e lasciandosi trasportare dalle note musicali dei vari dischi e in questo Sorgir non fa differenza. Ad essere rafforzato è in realtà l’alone dark che nelle varie canzoni viene fuori prepotentemente, fatto dovuto anche alle tematiche dei testi: il cd è diviso in due parti, la prima nominata “Sagnir” che va dalla prima alla quarta traccia, e la seconda “Svipir” dalla quinta all’ottava. In totale ci sono quattro storie di sventura e morte raccontate da due punti di vista differenti, con Svipir (fantasmi) che rappresenta musicalmente la parte più inquietante. Lo schema è semplice: la canzone 1 va con la 5, la 2 con la 6 e così via.

Il primo riff dell’album è di stampo heavy metal classico, seguito da melodie e tempi medi che crescono nel bridge senza però raggiungere punte di violenza o estremismo. Ljósið è un inizio di album in completo contrasto con quanto fatto nei dischi precedenti, basti pensare a un pezzo come Að Vori, opener bellicosa di Með Vættum. La seconda canzone, Sverðið, è oltremodo melodica e piacevole nell’incedere deciso ma tutto sommato delicato; verso i tre minuti, però, qualcosa cambia: le chitarre s’intrecciano ripetutamente sul tappeto offerto da Gunnar Ben e presto le sei corde si trovano a suonare apparentemente sconnesse tra di loro, ma in realtà lavorano gomito a gomito nel creare un’atmosfera magnifica che ricorda da vicino i migliori Tyr, quelli degli eccellenti lavori Eric The Red e Ragnarok. La terza traccia Brúnin suona lineare e “classica” nella struttura, mente ben più interessante risulta essere Barnið, brano che fa da specchio alla conclusiva Mara, non a caso i due pezzi più brillanti di Sorgir. In questa canzone si parla di incubi notturni, di creature che infastidiscono il sonno delle persone, un racconto di folklore non solo islandese ma qui chiaramente riportato nei modi isolani. Barnið è un mid-tempo robusto che lascia spazio alle armonizzazioni delle chitarre e che accelera in concomitanza dell’assolo. Con Skotta inizia la seconda parte del cd, quella chiamata Svipir: brano robusto e interessante sotto il punto di vista del guitar work, “classico” nelle linee vocali e nelle melodie malinconiche che da sempre contraddistinguono gli Skálmöld. La prima parte di Gangári è powereggiante ma le cose cambiano con il girare delle lancette e si viene travolti da una struttura imprevedibile e mai ripetitiva, tra break violenti quanto drammatici. L’arpeggio inquietante e scarno di Móri ci introduce a una canzone rock nell’anima che d’improvviso s’imbestialisce e miete vittime grazie all’ottimo lavoro della sezione ritmica e le urla disumane che escono dalle casse. Ma, così come è arrivata, la parte brutale bruscamente svanisce per far tornare la melodia e gli accordi crunchy, come il sole che torna a splendere dopo una terrificante tempesta. La chiusura di Sorgir è affidata all’ottima Mara, composizione da oltre otto minuti che mostra tutto il repertorio degli Skálmöld: riff heavy metal, un accenno di hammond come sottofondo e il break acustico sono solo una parte delle abilità dei musicisti, in quanto la lunga parte strumentale (assolutamente adorabile), con tanto di assoli e armonizzazioni, è l’ideale ponte verso la conclusione della canzone che altro non è il semplice ripetersi del ritornello in un crescendo epico.

La copertina di Kristjan Lyngmo (al lavoro con la band anche con il precedente album) ha un qualcosa di freddo e misterioso e ben si addice con la musica e i testi di Sorgir; stessa cosa si può dire della produzione, forse non potentissima per gli standard attuali (o moderni?), ma decisamente azzeccata per le otto canzoni di questo lavoro.

Sorgir prosegue quanto iniziato nel 2010 con Baldur, ovvero una rilettura personale del viking metal legato allo spirito e al folklore dell’Islanda. Nel corso degli anni gli Skálmöld hanno introdotto piccole novità durante la fase di scrittura, ma senza mai stravolgere il proprio sound: se un merito va riconosciuto ai sei musicisti è proprio quello di aver saputo crearsi un suono personale e distintivo. Sorgir è il classico album che renderà felice i fan di vecchia data ma che è anche un ottimo modo per farne avvicinare di nuovi. Promossi, come sempre.

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

2018 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Ragnarok – 2. My Mother Earth – 3. Like Your Son – 4. For My God

Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: Thor, lavoro uscito solamente diciotto mesi fa, effettivamente, rappresentava la svolta definitiva dei Bloodshed Walhalla, passati da un sound pesantemente influenzato dai Bathory a un viking metal più personale e dinamico, pur non lesinando attestati d’amore verso il lavoro di Quorthon all’interno delle canzoni. Se Thor rappresenta quindi il cd della svolta, questo Ragnarok – uscito per la romana Hellbones Records – è un coraggioso passo in avanti in direzione epicità e sfrontatezza. Drakhen, ovvero la persona dietro al progetto lucano, non ha badato alle “leggi non scritte” della musica e ha confezionato un disco composto solamente da quattro tracce, ma dalla durata complessiva di sessantasei minuti, con il brano conclusivo For My God che sfiora la mezz’ora. Non si tratta di sperimentazione o estremismo forzato, ma semplicemente della necessità del musicista per esprimere al meglio le proprie idee. E che idee. Ragnarok è un disco impressionante per il lavoro svolto e la cura dei dettagli. In pochissimo tempo Drakhen ha realizzato un macigno musicale e gli ha dato vita attraverso le sette note, riuscendo nell’impresa di far emozionare l’ascoltatore e non farlo mai sfiorare dalla noia con idee già sentite o, peggio ancora, scontate. La passione per i Bathory più fieri e nordici è sempre lì, a testimoniare quale sia l’idolo musicale che ha spinto Drakhen a imbracciare la chitarra e incidere dischi, ma sono le “nuove” influenze, unite alla personalità e al coraggio del polistrumentista di Matera, a far fare il salto di qualità all’intero progetto. Così, oltre ai Bathory, per rendere meglio l’idea a chi non ha ascoltato una sola nota del cd, si possono fare i nomi di Moonsorrow e Falkenbach, con i Turisas per quel che riguarda la componente orchestrale delle canzoni. Ma è il mettere insieme queste sfaccettature e creare il sound dei Bloodshed Walhalla che fa di Drakhen un grande musicista. Senza ombra di dubbio si può dire che i Bloodhsed Walhalla hanno sviluppato un suono proprio, virile ed epico, che non teme il confronto con le realtà straniere e che probabilmente, se la provenienza geografica fosse stata di qualche migliaio di chilometri più a nord, staremmo parlando di un progetto musicale esaltato dai magazine di tutto il mondo.

Ragnarok, come detto, è un disco composto da sole quattro canzoni, ma ascoltando il cd si riesce a viaggiare insieme alle parole dei testi, vivere le emozionanti avventure e spaventose situazioni che s’incontrano man mano che il minutaggio avanza. La musica, di conseguenza, cambia a seconda delle storie cantate da Drakhen – mai così a suo agio con clean e harsh – e si passa tranquillamente da momenti tirati e urlati ad altri più sognanti e ariosi. Fin dall’opener title-track si capisce l’importanza delle orchestrazioni per il risultato finale e qui bisogna dare merito a Drakhen per aver saputo inserire nella propria musica qualche novità e stili nuovi: se per Thor era l’hammond, per Ragnarok è il sublime lavoro delle orchestrazioni che per gusto ed enfasi rimanda ai migliori Turisas (quelli di The Varangian Way), ai Moonsorrow meno oscuri e, perché no, a certi Finntroll più black oriented. Ma non si commetta l’errore di pensare che Ragnarok sia un lavoro sinfonico e poco metallico, perché se ci sono due cose che in questi sessantasei minuti non mancano, quelle sono le chitarre tritariff e la batteria che picchia duro per l’intera durata del cd. Quel che rende Ragnarok il gran cd che è, sta proprio nell’equilibrio tra viking metal old style e tastiere, tra – se vogliamo – sacro e profano. Tutto gira alla perfezione, non ci sono intoppi o momenti di fiacca, e anche chi predilige le “classiche” canzoni da pochi minuti non può non rimanere ammaliato ascoltando l’epica My Mother Earth e l’energica Like Your Son. La solenne For My God, con i suoi ventotto minuti, chiude in maniera eccellente il disco: una marcia infinita verso la gloria della Valhalla a suon di cori, riff epici e doppia cassa che colpisce con la stessa potenza di Mjöllnir, il martello di Thor.

Ragnarok è il capolavoro dei Bloodshed Walhalla, un disco che merita di uscire dalla nicchia di ascoltatori del viking metal perché ha le potenzialità per fare breccia nel cuore degli amanti dell’heavy metal epico e di quelli che apprezzano il metal grintoso e suonato con il cuore al di là di ogni etichetta e genere. Ragnarok ha le carte in regola per sbancare all’estero e per uscire vincitore dallo scontro con i dischi di band affermate a livello internazionale. Ora sta solo al pubblico acquistare questo cd ed entrare a far parte dell’esercito dei Bloodshed Walhalla: con Drakhen alla guida si è destinati alla gloria.

Forefather – Last Of The Line

Forefather – Last Of The Line

2011 – full-length – Seven Kingdoms

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wulfstan: voce, chitarra, basso – Athelstan: voce, chitarra, basso, tastiera

Tracklist: 1. Cometh The King – 2. Last Of The Line – 3. Chorus Of Steel – 4. By Thy Deeds – 5. Up High – 6. Wolves Of Prayer – 7. Wyrda Gesceaft – 8. Doomsday Dawns – 9. Shadows Of The Dead – 10. Spears Of Faith – 11. The Downfallen – 12. Into The Rising Sun

La meritocrazia anche in ambito musicale, purtroppo, spesso viene a mancare: ci sono formazioni che dopo un demo o un full-length di discreta qualità riescono ad attirare l’attenzione di importanti etichette discografiche, con tutto quel che ne consegue (pubblicità, tour, festival), mentre nel sottobosco rimangono nell’ombra gruppi che, nonostante il disinteresse di label potenti, vanno avanti per la propria strada, in maniera più che dignitosa e sfornando album di buon livello. Sicuramente i Forefather fanno parte della seconda categoria pocanzi descritta, essendo attivi dal 1997 e avendo una discografia composta in tutto da sette album tutti valutabili tra il buono e l’ottimo. I due membri della band, Wulfstan e Athelstan, sono fratelli e condividono, oltre alla passione per la musica metal, anche l’amore per la storia antica, in particolare quella legata alla loro terra d’origine, l’Inghilterra. Definiscono infatti i Forefather come “Anglo-Saxon metal”, trattando nei testi argomenti quali l’onore, la lealtà e, soprattutto, le radici della propria patria.

Last Of The Line arriva a tre anni di distanza dal precedente Steadfast, seguendo il cammino iniziato con il lontano Deep Into Time del 1999 e proseguito nei vari The Fighting Man, Engla Tocyme e Our Is The Kingdom, album che hanno visto maturare il sound, inizialmente un crudo viking metal chitarristicamente vicino al black, avente la particolarità del cantato quasi sempre clean. Con il passare dei dischi il suono dei Forefather si è fatto più personale, perdendo quasi completamente i riff estremi che caratterizzavano le vecchie composizioni a favore di un lavoro di sei corde più “maturo” e affine all’heavy metal. Anche la voce ha compiuto dei passi in avanti, suonando in maniera possente e profonda in clean, cruda e asciutta nei rari momenti di scream.

Il disco è composto da dodici canzoni per un totale di cinquantacinque minuti. La breve intro Cometh The King spiana la strada a Last Of The Line (entrambe dedicate ad Alfredo il Grande, re del Wessex), prima di una serie di canzoni di ottima fattura, dove le capacità in fase di songwriting dei fratelli inglesi vengono subito a galla: chitarre granitiche su di un tappeto di doppia cassa, melodie che evocano lontane civiltà e un senso di onore e rispetto che pregna ogni singolo secondo del platter. Le tracce sono cantate a volte unicamente con la voce pulita, altre solamente in scream (comunque non particolarmente aggressivo e facilmente comprensibile, sulla scia degli ultimi Rotting Christ per intenderci), ma la maggior parte delle composizioni vede l’efficace alternarsi dei due stili. I primi secondi di Up High ricordano certe atmosfere intangibili degli Anathema, prima che la canzone si trasformi in un mid-tempo dove la componente più importante è la voce: seria ed epica, profonda e rassicurante, sicuramente uno dei momenti meglio riusciti dell’intero album. Molto interessante è anche Wolves Of Prayer, dove i Forefather, tra un riff veloce e uno più ragionato, piazzano un’accelerazione di grande efficacia che non passa inosservata. Dopo la strumentale Wyrda Gescaeft, con Doomsday Dawns il duo inglese propone qualcosa di più ritmato, quasi folk in certi passaggi, tra il Falkenbach più spensierato e i Virgin Steel più epici. Molto belle le linee vocali di Shadows Of The Dead, in particolare quelle clean del ritornello, dove musicalmente si sfiora il power metal di fine anni ‘90. I Forefather tornano aggressivi in Spears Of Faith, tra intrecci chitarristici, riff black metal e break improvvisi. Ascoltando la canzone si ha l’impressione di tornare all’epoca del debutto Deep Into Time, tanto è il vigore della composizione, una brutalità che nel corso degli anni è andata quasi del tutto perduta, e che in un contesto possente e granitico come Last Of The Line rappresenta la mosca bianca, risaltando, oltre per la qualità, proprio perché caso unico. Si avvicina la conclusione del disco con The Downfallen, canzone che brilla per la bellezza del cantato, tanto emozionante quanto sincero. Le chitarre colpiscono di fioretto con il sostegno delle atmosfere sognanti create dalla tastiera. Into The Rising Sun è l’outro dell’album, quasi quattro minuti di buona epicità cinematografica che, pur non aggiungendo molto al valore del sesto lavoro dei Forefather, lo conclude con maestria.

A supporto delle canzoni ci sono la discreta ma valida copertina di Peter Takacs (del booklet se ne è occupato Athelstan) e la qualità del lavoro in studio: la registrazione è avvenuta nell’Hallowed Hall, mentre l’ottima produzione è merito dei due fratelli, abili al mixer tanto quanto con gli strumenti in mano.

Last Of The Line è un album che va assimilato con calma e attenzione, poiché migliora di ascolto in ascolto, fino a rapire l’attenzione grazie alla bellezza delle linee vocali, all’uso sapiente e maturo delle chitarre e, soprattutto, per via del songwriting qualitativamente al di sopra della media. I Forefather sono una cult band che merita maggiore attenzione da parte del pubblico: iniziare a scoprirli e conoscerli con Last Of The Line è un buon punto di partenza.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Nebelhorn – Urgewalt

Nebelhorn – Urgewalt

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wieland: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Auf Bifrösts Rücken – 2. Urgewalt – 3. Ägirs Zorn – 4. Wilde Jagd – 5. Muspellheim – 6. Auf Neue Lande – 7. Funkenflug – 8. Freyhall

Dopo ben undici anni di silenzio torna a farsi sentire Wieland, mente del progetto Nebelhorn. La one man band tedesca – con un passato di band “vera”, in line-up c’era anche Patrick Damiani, nome noto a chi segue Falkenbach, Carach Angren, Rivendell e Secrets Of The Moon – arriva con questo Urgewalt al terzo full-length, lavoro dalle caratteristiche musicali molto simili a quando i Nebelhorn mossero i primi passi nel 2004 con l’EP Utgard. Il viking metal puro e di matrice black richiama i grandi del passato, ma Wieland è stato bravo nel corso degli anni a rendere sempre più personale il sound del proprio gruppo facendo piccoli ma significativi passi in avanti ad ogni release. In questo modo Urgewalt si traduce nella massima espressione artistica mai realizzata dall’artista tedesco: le canzoni sono dirette ma mai scontate, il minutaggio è diventato medio delle tracce è aumentato e, soprattutto, la scrittura del musicista è cresciuta in maniera tale da permettergli di comporre una manciata di ottimi brani contornati da pezzi validi e interessanti.

L’opener Auf Bifrösts Rücken, introdotta epicamente dalle tastiere, è cruda e tagliente, cantata con furia e addolcita dalle clean vocals del ritornello. Il viking metal dei Nebelhorn è quello tipico degli anni ’90, quando la musica veniva prima di tutto e si badava meno al contorno. I riff di chitarra sono brutali e la batteria dannatamente retrò, tutto porta l’ascoltatore indietro nel tempo, ma non bisogna pensare che Urgewalt sia un disco adatto solo ai nostalgici, perché le otto tracce sono tutte di altà qualità e meritano ben più di un semplice ascolto. La title-track è un mid-tempo bellicoso che nella parte centrale si fa di un cattivo inimmaginabile prima che Wieland tiri il freno rallentando il ritmo divenuto infernale, dando nuovamente spazio alla melodia. La terza traccia Ägirs Zorn, caratterizzata dal riff compatti e oscuri, suona pagana e minacciosa, un ottimo modo per arrivare alla furiosa Wilde Jagd, black metal nei modi ma con un inaspettato utilizzo melodico della tastiera che fa il suo ingresso a sorpresa donando un po’ di melodia in un assalto all’arma bianca tipico degli anni ’90. La furia dei Nebelhorn prosegue con Muspellheim, cinque minuti di violenza e chitarre squarcia pelle che si completa meravigliosamente con Auf Neue Lande, canzone epica dalle forti melodie e dai ritmi più lenti. La bravura di Wieland sta nel saper creare brani virili e veloci senza mai cadere nel cacofonico, così come nel saper comporre pezzi solenni con ottimi spunti strumentali. In Auf Neue Lande trovano spazio per una manciata di secondi anche un arpeggio di chitarra e le clean vocals, combo che spezza in due la canzone e la rende ancora più dinamica e piacevole. L’inizio di Funkenflug è caratterizzato da un riff tipicamente heavy metal, un mid-tempo roccioso ben scandito dalla voce di Wieland che a sorpresa si trasforma in un brano vicino al folk metal per via del flauto (alla sua prima e unica apparizione nel cd) che si prende la scena e porta la canzone in una direzione più soave e del tutto inaspettata. La chiusura del disco è affidata a Freyhall, strumentale da oltre sei minuti dai toni malinconici (le iniziali onde del mare in sottofondo) che porta a conclusione un lavoro maturo e di alta qualità.

Il ritorno dei Nebelhorn è una piccola chicca per gli amanti del viking metal che non disdegnano le potenti melodie nordiche e i riff black oriented: Urgewalt è un lavoro completo e ben realizzato in grado di garantire quaranta minuti di buona musica a chi non ne ha mai abbastanza dei vecchi Falkenbach ed Enslaved.

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

2017 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zagan: voce, chitarra, violino – Donar: chitarra – Pete: chitarra – Garm: basso – Surtr: batteria – Ask: tastiera

Tracklist: 1. Prologue: A New Threat – 2. Mimir’s Head – 3. Father’s Magic – 4. Mime’s Tod – 5. Call To Battle – 6. Die Bürde Des Njörd – 7. Satistaction And Revenge – 8. The March – 9. The Walls Of Vanaheim – 10. Decisions – 11. Mit Blitz Und Donner – 12. The Ritual – 13. Kvasir – 14. A Feast Of Unity – 15. Epilogue: Farewell

I Black Messiah sono una di quelle realtà che per vari motivi non sono mai riuscite a fare il passo decisivo verso la notorietà che meriterebbero, ma sono una delle poche certezze del mondo folk/viking metal. Passano gli anni, nascono e si sciolgono gruppi, il folk metal arriva a conquistare posizioni di prestigio nei grandi festival europei e i Black Messiah continuano per la propria strada a suon di dischi sempre all’altezza e una concretezza che la maggior parte della band non avranno mai. Il problema è solo nel non riuscire a raggiungere il grande pubblico, un peccato perché l’intera discografia della formazione tedesca è di assoluto valore e il nuovo Walls Of Vanaheim conferma quanto appena detto. Il loro è sempre stato un discorso musicale sincero e chiaro nelle intenzioni: produrre fuori il miglior heathen metal possibile. Eppure in oltre venti anni di carriera il gruppo di Gelsenkirchen ha cambiato pelle più volte, partendo da sonorità più crude e dirette fino ad arrivare a una sorta di melodic viking metal, per poi realizzare, un po’ a sorpresa, il diretto e oscuro Heimweh nel 2013. Con il settimo full-length Walls Of Vanaheim i Black Messiah tornano a un sound più ricco e arioso, pur non rinunciando ad accelerazioni brutali e riff black/death quando ce n’è bisogno.

Walls Of Vanaheim è un concept album a tema mitologia norrena ed è suddiviso in quindici tracce per una durata totale di ben settantadue minuti. Non sono tutte canzoni “vere”, difatti sono presenti sei intro narrati dall’ottimo Tom Zahner – voice-over di professione –, indispensabili per collegare meglio i fatti narrati all’interno dei brani e un lungo outro (quasi sette minuti) musicale e parlato. In questo modo le canzoni “classiche” si riducono a otto e dopo un paio di ascolti completi si è tentati di saltare tutto quello che non è musica. È il rischio dei dischi realizzati in maniera simile: Nightfall In Middle Earth dei Blind Guardian e Ragnarok dei Tyr, pur essendo dei capolavori nei rispetti generi musicali, vedono costantemente skippati gli intro e i pezzi narrati, che siano in formato digitale o fisico.

Walls Of Vanaheim si apre con l’intro Prologue: A New Threat, la narrazione tra versi di corvi (Huginn e Muninn) e suoni della natura serve per portare l’ascoltatore all’interno del concept che parte con Mimir’s Head, canzone diretta e ricca di cori che danno epicità alla composizione. Mime’s Tod mostra subito una delle migliori armi dei Black Messiah, ovvero il violino di Zagan, uno strumento mai invadente ma sempre in grado di cambiare in meglio la canzone quando presente. Mid-tempo con accelerazioni non troppo estreme e ampio spazio per melodie chi chitarra, violino e tastiera, questa è una composizione tipica della band che fotografa al meglio le capacità del sestetto tedesco. Lo scontro incombe (Call To Battle) e l’ascolto prosegue con la cruda Die Bürde Des Njörd, canzone dalle tinte scure ma con brevi e brillanti momenti ariosi. Satistaction And Revenge è maggiormente melodica e le ritmiche power metal (con tanto di cantato pulito che duetta con il growl nel ritornello) rende il brano molto orecchiabile. Il break presente dopo metà canzone vale da solo l’acquisto del cd: il violino incanta mentre tutta la band lavora al suo servizio. La title-track arriva dopo l’intermezzo The March e si capisce immediatamente perché questa sia la canzone più importante dell’intero lavoro. Fin dalle prime note è percepibile tutta la drammaticità della situazione, i riff viking/black sono brutali e la sezione ritmica scatena il caos per i primi tre minuti, prima cioè che le note del violino mutino i connotati del brano, con deliziose melodie piene di vita e speranza. Ma non c’è scampo, prima della conclusione tornano violenza e paura, tutto è arido e privo di luce. Decisions è un importante interludio che lascia spazio a Mit Blitz Und Donner, brano quadrato e lineare, piacevole e tedesco nell’anima. Il basso di Garm introduce Kvasir, un inizio insolito e atmosferico che si trasforma presto in una corrazzata fatta di riff simil Judas Priest con qualche accenno di heathen metal. Il disco volge al termine e l’ultima canzone “vera” è A Feast Of Unity, otto minuti durante i quali i Black Messiah raggruppano tutti gli elementi del proprio sound, canzone manifesto dall’alta qualità che da sempre contraddistingue la band tedesca. Epilogue: Farewell, è un outro di sette minuti narrato e musicato, per forma vicino alla colonna sonora. Arpeggi di chitarra e suoni di cavalli e acqua fanno da sottofondo alla parte parlata prima che anche la chitarra elettrica e la sezione ritmica entrino in gioco: solenne e malinconica è la giusta conclusione di un album non semplice da ascoltare ma veramente emozionante e ben realizzato.

Un concept interessante e un ritorno a sonorità tipiche sono le basi per un grande album, ma nulla conta se mancano le canzoni di qualità: Walls Of Vanaheim ha tutto ciò e certifica una volta in più la bravura dei Black Messiah, una formazione davvero tosta in grado di partorire cd qualitativamente elevati senza però riuscire a sfondare al di fuori dalla Germania. Che sia Walls Of Vanaheim l’ariete giusto per fracassare i portoni dei castelli d’Europa?