Valknacht – Chants De Guerre

Valknacht – Chants De Guerre

2011 – full-length – CDMR Records

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thorleif: voce – Froidure: chitarra – Dörv: chitarra – Reif: basso – Matoleos: batteria – Blodørn: tastiera – Vervandi: flauto, voce

Tracklist: 1. The Wind Bears Theirs Memories – 2. Valkyries Still Ride – 3. Venu Du Septentrion – 4. Balder’s Rebirth – 5. Saxon’s Will – 6. The Autumn Of The Gods – 7. Mon Chemin Vers Le Valhalla – 8. Rite Funéraire

Il folk-pagan-viking metal è oggigiorno suonato in tutto il mondo, mentre fino a non troppi anni fa era limitato geograficamente alla sola Europa, possibilmente del nord. Se ormai non stupisce più la presenza in tale scena di gruppi italiani, spagnoli e romeni, fa ancora curiosità il gruppo giapponese che suona celtic metal con tanto di kilt, la formazione brasiliana che si rifà al sound dei Bathorypiù epici e nordici, piuttosto che la band del Cile influenzata dai vecchi Enslaved e Falkenbach. Intorno al 2010 sono uscite allo scopertodiverse formazioni canadesi, una scena in grande crescita: Eldensky, Battlesoul, Scimitar, Shadowblade, Nordheim (recensioni), Blackguard, Trollband (recensioni) e i grandi SIG:AR:TYR sono solo alcuni dei nomi che si possono fare.

Anche i Valknacht provengono dal Canada, e più precisamente dalla regione del Quebec. Attivi dal 2005, hanno all’attivo tre lavori: il debutto When The Might Of The Storm Becomes del 2009, il presente Chants De Guerre e Le Sacrifice d’Ymir del 2014, ultimo disco pubblicato prima di un silenzio che assomiglia a uno scioglimento non dichiarato. La band propone un viking metal fortemente influenzato dal black norvegese ’90, per un risultato simile (con le giuste proporzioni) agli Enslaved periodo Eld, ma con una vena folk maggiormente sviluppata e forti melodie ad addolcire il tutto; importante è il lavoro alla tastiera di Blodørn, utile a smussare le spigolosità di un sound ruvido e affilato. I tempi sono spesso elevati (gran lavoro del batterista Matoleos, i riff di chitarra al servizio della canzone, mentre il flauto di Vervandi è ottimo per spezzare la tensione e condurre i brani verso lidi meno aggressivi.

Alla vista della bella copertina, opera di Jean Pascal Fournier (Immortal, Edguy, Dragonforce ecc.), si può intuire il contenuto di Chants De Guerre, ovvero un fiero war metal ambientato in un’epoca non meglio precisata, ma comunque legata alla storia e alla mitologia nordica. I sessantuno minuti di durata del cd scorrono abbastanza veloci, nonostante le canzoni – tutte lunghe, si va dai sette ai dodici minuti – non differiscano molto tra di loro. Il merito è dei particolari che rendono le composizioni uniche e riconoscibili, sebbene la base batteria-chitarre sia piuttosto ripetitiva: alle sfuriate black oriented di Valkyries Still Ride (ammorbidita, però, dal tappeto tastieristico) risponde il mid-tempo Balder’s Rebirth, dove gli inserti folk ad opera di Vervandi e Blodørn rendono il brano meno roccioso: particolarmente deliziosa (anche se sentita centinaia di volte) la melodia principale di flauto, presente in diversi punti del brano. Molto interessante Saxon’s Will, canzone che vede incastonate tra di loro le molteplici influenze dei Valknacht: folk, black, pagan e un pizzico di power convivono e si miscelano alla perfezione per quello che può essere visto come l’apice di scrittura per creatura di Thorleif. Le gustose soluzioni del gruppo vengono esaltate dalla precisa produzione in grado, grazie al sapiente lavoro di Frank “Blastbeat” Fortin, di esaltare ogni strumento presente, mentre il mastering effettuato da Jean-Francois Dagenais (chitarrista dei Kataklysm) rende il tutto più potente e feroce. Chiudono Chants De Guerre i dieci minuti di Rite Funéraire, una lunga canzone che alterna momenti di crudo metal estremo (e un guitar work di scuola Dissection) a stacchi epici caratterizzati da suoni della natura e chitarra acustica, prima che un riffing piuttosto melodico porti a conclusione il lungo viaggio dei Valknacht attraverso fortezze e drakkar, bottini di guerra, monaci trucidati e coraggiosi guerrieri del nord.

I sette canadesi con questo lavoro hanno deciso di intraprendere una strada difficile e insidiosa, quella del camminare con le proprie gambe senza più appoggiarsi ai maestri del genere, ma che può procurare loro gioia e soddisfazione, creando lavori dal sapore concreto. I Valknacht compiono con Chants De Guerre un bel passo in avanti rispetto al precedente disco: Wagner, la natura, la mitologia e i Bathory, loro fonti d’ispirazione, possono essere soddisfatti.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Norden – Z Popiołow I Krwi

Norden – Z Popiołow I Krwi

2018 – full-length – Werewolf Productions

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Northflame: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. …I Zaszczeka Garm – 2. Jam Twy, Orłem – 3. Powiedz, ojcze… – 4. Młot Bogów – 5. To Twój Bóg – 6. The Land (Bathory cover)

Finalmente, è il caso di dirlo, i Norden sono riusciti a pubblicare il secondo full-length. Dico finalmente perché tra il debutto Glory In Flamese questo Z Popiołow I Krwi sono passati ben diciotto anni. E non diciotto anni pieni di EP, split, progetti paralleli o altro, ma diciotto anni conditi solamente da un vinile 7” contenente un brano e un singolo digitale nel 2014 in occasione del ventennale della band. In verità nel 2006 c’è stato anche il cd Blood On The Sky… limitato a duecento pezzi, ma si tratta di una compilation con le uscite del 1997, ovvero il demo e un promo. Il ritorno dei Norden era quindi poco atteso perché, sinceramente, del nome del progetto di Robert Bandzul, in arte Northflame, se ne ricordavano in pochi. Z Popiołow I Krwi è una sorpresa e una scoperta di un disco professionale e maturo, suonato con la giusta attitudine e che nulla ha da invidiare ai nomi grossi della scena. La musica dei Norden 2018 è un potente e fiero viking metal di stampo bathoriano, caratterizzato da brani dal minutaggio che varia tra i sei e i nove minuti, lunghe parti strumentali e un’epicità di fondo che non esce mai di scena.

L’inizio della prima traccia …I Zaszczeka Garm è delicato, con un morbido arpeggio di chitarra acustica su di un tappeto fatto di onde del mare, ma dopo lo scoccare del secondo minuto l’irruenza del metal si fa spazio fino a conquistare il centro dell’attenzione. Il brano si sviluppa in un mid-tempo gagliardo e potente che si conclude così come è iniziato: arpeggi e onde fino alla seguente Jam Twy, Orłem, la quale non si discosta molto per stile e approccio dall’opener. La terza canzone s’intitola Powiedz, ojcze… ed è una delle più ispirate: l’ombra di Quorthon è sempre molto presente, e in questo caso anche il guitarwork ricorda tantissimo quanto inciso nei solchi di Hammerheart, ma i Norden ci mettono del proprio (a partire dalla lingua polacca) per uscirne vincitori senza passare per meri cloni. Młot Bogów ha un piglio più aggressivo fermo restando che la velocità di crociera è sempre la stessa. La tastiera crea delle semplici quanto efficaci basi sulle quali la sei corde si muove con disinvoltura e mette in risalto i cori particolarmente vigorosi. L’ultima canzone originale del disco è Twój Bóg, che con oltre nove minuti di durata è anche la composizione dalla durata maggiore. Accordi lunghi e possenti cavalcate accompagnano i cori e il doppio cantato (che si sovrappone) pulito e harsh, per un risultato sempre convincente. Arrivati qui, a quota trentotto minuti, terminano le nuove canzoni dei Norden, ma c’è tempo per una cover, in verità non troppo fantasiosa come decisione, dei Bathory. La scelta è caduta su The Land, pezzo che fa parte di quel gioiello d’arte gelida che risponde al nome di Nordland II, disco del 2003 e ultima release di Quorthon prima della sua tragica scomparsa.

Z Popiołow I Krwi è un lavoro che dura poco se non si considera la cover e che di sicuro non fa della varietà la sua forza. Robert Bandzul ha deciso di puntare tutto sull’atmosfera e sulla solennità delle canzoni, riuscendo nell’intento. Rispetto a Glory In Flames la proposta dei Norden è cambiata, passando da un viking black aggressivo a un viking epico che non disdegna le melodie. Evidentemente in diciotto anni il gusto e lo stile del musicista polacco sembra esser maturato e “raffinato”; la “sorpresa” si ha in conseguenza dei tanti anni di silenzio, non essendoci stato modo di constatare disco dopo disco l’evoluzione sonora dei Norden. Poco male: Z Popiołow I Krwi è un gran bel cd e come tale va preso… sperando di non dover attendere altri diciotto anni per ascoltare il successore!

Ereb Altor – Järtecken

Ereb Altor – Järtecken

2019 – full-length – Hammerheart Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. Avgudadyrkans Väg – 2. Queen Of All Seas – 3. Alliance In Blood – 4. Chained – 5. My Demon Inside – 6. Prepare For War – 7. Hvergelmir – 8. With Fire In My Heart… – 9. …And Blood On My Hand

Con gli Ereb Altor il tempo sembra volare: sedici anni di attività e il traguardo dell’ottavo disco con questo Järtecken, eppure l’impressione è che sia passato molto meno da quando una sconosciuta band svedese pubblicò By Honour, un disco che più bathoriano (periodo viking) non poteva essere. Le cose sono iniziate a cambiare con Fire Meets Ice, lavoro che ha finalmente definito le coordinate musicali della formazione scandinava, una miscela esplosiva e accattivante di black e viking metal, per proseguire con cd sempre di alta qualità sotto tutti i punti di vista. Järtecken si presenta veramente bene: la splendida copertina è opera di Necrolord, ovvero Kristian Wåhlin, artista che ha illustrato alcuni dei dischi più belli e importanti del metal estremo (Bathory, At The Gates, Dissection, Amorphis, Dark Tranquillity ecc.). Il suo tocco è inconfondibile e l’artwork dalle tinte oscure permette all’ascoltatore di entrare nell’umore musicale di Mats e Ragnar. Altrettanto bene la produzione: potente e graffiante, con suoni reali e massicci, esattamente quelli che si possono ascoltare in sede live. Un’autenticità che al giorno d’oggi è sempre più rara e merce preziosa. Con queste premesse è lecito aspettarsi un grande disco, soprattutto alla luce dello splendore di Ulfven, forse il picco massimo raggiunto dagli Ereb Altor.

Järtecken parte subito bene: Avgudadyrkans Väg è un’ottima opener, dal piglio selvaggio e potente, in linea con quanto realizzato dal prima menzionato Fire Meets Ice in poi. Scariche di doppia cassa, le inaspettate tastiere con un ruolo di primo piano e le voci clean vicine al capolavoro Hammerheart (e non a caso gli Ereb Altor sono autori di un ottimo tributo ai Bathory con l’LPBlot-Ilt-Tautsono le basi sulle quali si posa l’intera traccia. Queen Of All Seas con i suoi otto minuti di durata mette alla prova le capacità di composizione degli Ereb Altor: i ritmi medi si alternano con rapide accelerazioni e lunghe parti strumentali durante le quali, ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, è notevole l’omaggio al maestro Quorthon. La prova è superata brillantemente. La scheggia impazzita è Alliance In Blood, up-tempo black metal crudo e diretto che arriva forse inaspettato dopo melodie e cori epici dei primi due brani. C’è tempo per un assolo di chitarra e per un rallentamento che porta ulteriore oscurità alla canzone prima di tornare a macinare violenza e ignoranza. Si prosegue sul sentiero più estremo con Chained, 3:21 di veleno, e non si va molto distanti nemmeno con My Demon Inside, canzone che però suona più dinamica e, soprattutto, ha dalla sua una super coppia bridge/chorus che funziona alla grande e fin dal primo ascolto rimane ben impressa nella testa. La parte centrale di Järtecken, per quanto grintosa e con spunti buoni, è quella più debole del disco: non che le canzoni siano brutte o noiose – anzi! –, ma ascoltandole sembrano mancare di quel fuoco che spesso rende memorabile un lavoro che altrimenti senza sarebbe “solamente” bello. E così la breve Prepare For War (l’eco di un inedito dei Bathory periodo The Return…… è forte, registrato però con la tecnologia odierna) e la lunga Hvergelmir (quasi nove minuti) sono semplicemente dei pezzi che funzionano bene ma non migliorano le sorti di Järtecken. Per essere chiari: queste due canzoni, in un disco di un altro gruppo, hanno il potenziale per spiccare sulle altre, ma non è così in un lavoro degli Ereb Altor. In chiusura troviamo quello che forse è il brano migliore del cd: With Fire In My Heart. Potente ed elegante, in grado di colpire duro quando è il momento di farlo, profondamente bathoriana nelle atmosfere e nell’approccio vocale di Mats, With Fire In My Heart è senza dubbio alcuno il picco qualitativo di Järtecken e non a caso è stata scelta come anteprima. La coda della canzone s’intreccia con …And Blood On My Hand, outro che porta a conclusione un lavoro che regge bene gli ascolti ripetuti.

Järtecken non presenta difetti particolari: l’unica “colpa” è quella di essere “solamente” un buon disco di viking metal quando invece Mats e Ragnar hanno abituato il pubblico a piccoli diamanti come Nattramn e Ulfven. Per questo cd l’asticella del genere pende maggiormente sul black metal a discapito della melodia e dell’epicità del puro viking, ma i musicisti sono preparati ed esperti per mescolare bene ghiaccio e fuoco e tirare fuori un lavoro comunque sopra la media e con una manciata di canzoni che in concerto ipnotizzeranno la platea.

Árstíðir Lífsins – Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr

Árstíðir Lífsins – Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr

2019 – full-length – Ván Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Marsél: voce – Stefán: chitarra, basso, cori – 
Árni: batteria, viola, violoncello, organo, cori

Tracklist: 1. Fornjóts synir ljótir at Haddingja lands lynláðum – 2. Sundvǫrpuðir ok áraþytr 
- 3. Morðbál á flugi ok klofin mundriða hjól – 4. Líf á milli hveinandi bloðkerta 5. Stǫng óð gylld fyr gǫngum ræfi – 6. Siðar heilags brá sólar ljósi – 7. Vandar jǫtunn reisti fiska upp af vǫtnum – 8. Fregit hefk satt – 9. Haldi oss frá eldi, eilífr skapa deilir

Se si parla di un gruppo che ha sempre realizzato grandi dischi, intensi e personali, senza mai raggiungere lo status di grande band, allora si parla degli Árstíðir Lífsins. La formazione islandese/tedesca ha all’attivo quattro full-length e due EP che definire belli è poco: musica e testi sono sviluppati in maniera molto intelligente e approfondita, la ricerca e la cura dei dettagli è meticolosa e, soprattutto, i musicisti sono capaci di regalare all’ascoltatore delle emozioni incredibili con le famose sette note musicali. Un gruppo, gli Árstíðir Lífsins, che ha sempre dato grande attenzione al “prodotto” album, rendendo l’esperienza dell’ascolto completa: i booklet più interessanti  e ben fatti sono sempre i loro. E per fare tutto ciò un gruppo ha bisogno di essere sostenuto da un’etichetta che non sia come (quasi) tutte le altre, che cerchi cioè di accaparrare più denaro possibile, ma che creda al 100% nelle qualità dell’artista e lo supporti nella migliore maniera possibile. La Ván Records ha il merito di aver creduto in un progetto tutt’altro che semplice e che per poter rendere al meglio ha bisogno di tutta la libertà necessaria. In questo modo Árstíðir Lífsins e Ván Records hanno fatto il bene l’un dell’altro e se dopo undici anni dalla fondazione del gruppo siamo qui a parlare dell’ennesimo grande disco del trio nordico, è perché dietro a nomi e società ci sono delle persone che ancora oggi, nel 2019, fanno le cose con il cuore, dirette a chi nella musica cerca passione e bravura.

Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr è il disco più pesante realizzato da Marcel Dreckmann (voce anche degli altrettanto bravi Helrunar) e soci, con la componente black metal molto in vista, ma la musica degli Árstíðir Lífsins è in linea di massima sempre quella che li ha contraddistinti fin dal debutto del 2010 Jotunheima Dolgferð: metal estremo e sonorità ambient folk si amalgamano con una naturalezza divina, una capacità, questa degli Árstíðir Lífsins, che in pochissimi possono vantare. Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr diventa così non solo un “semplice” ascolto, ma un vero e proprio viaggio nella storia di Olafr Helgi Haraldsson, re norvegese di inizio XI secolo, il quale cercò di cristianizzare la Norvegia dopo essersi autoproclamato re. I testi sono rigorosamente in antico islandese e la parola che meglio descrive l’esperienza d’ascolto è “ritualistica”. Quella degli Árstíðir Lífsins non è solo musica, ma un’esperienza totale che va oltre le canzoni, capace di scavare dei solchi profondi nell’anima di chi li ascolta, rendendoli schiavi e veneranti al tempo stesso.

L’opener Fornjóts synir ljótir at Haddingja lands lynláðum è ferale, asciutta e affilata come una lama che trapassa la carne, esattamente come la terza traccia Morðbál á flugi ok klofin mundriða hjól, black metal tout court. Nel mezzo, e qui la cosa si fa interessante, c’è la semi acustica Sundvǫrpuðir ok áraþytr: le onde del mare in sottofondo sembrano portare via la violenza delle canzoni vicine, lasciando un senso di vuoto e di inferiorità rispetto alla natura che fa venire il mal di stomaco. I cori possenti e profondi, con l’ingresso degli strumenti elettrici, guidano l’ascolto come un vecchio marinaio fa con la barca in porto, prima di sfumare lentamente nel vento che soffia forte. È questa capacità di alternare e unire elementi estremi con altri folk ambient che rende gli Árstíðir Lífsins unici nel panorama odierno, e la successiva Líf á milli hveinandi bloðkerta conferma tutto ciò in dieci minuti di intenso black metal che si lascia conquistare e trasformare da una serie di suoni che rendono la canzone il perfetto esempio di quel che i tre musicisti sono in grado di fare. Uno schema vincente che si ripete più volte, fino alla conclusiva Haldi oss frá eldi, eilífr skapa deilir, una traccia da quindici minuti che è un vero e proprio viaggio nelle terre del nord e nella storia che le hanno caratterizzate.

Prima parte di un concept che vedrà la pubblicazione della seconda e ultima sul finire del 2019, Saga á tveim tungum I: Vápn ok viðr è un meraviglioso album che travalica i generi e gli stili, con un suono che è pulito ma lontano anni luci dalle super produzioni plasticose in voga negli ultimi anni (grande, a tal proposito, il lavoro in studio di Markus Stock degli Empyrium e The Vision Bleak, già al lavoro con Alcest, Secrets Of The Moon e Dornenreich tra gli altri). In carriera gli Árstíðir Lífsins non hanno sbagliato nulla e questo nuovo lavoro non fa eccezione: da avere assolutamente.

Helheim – Rignir

Helheim – Rignir

2019 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – Reichborn: chitarra – V’gandr: basso, vece – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Rignir – 2. Kaldr – 3. Hagl – 4. Snjóva – 5. Ísuð – 6. Vindarblástr – 7. Stormviðri – 8. Vetrarmegin

Gli storici Helheim arrivano con Rignir al traguardo del decimo album in studio e se si pensa al debutto Jormundgand del 1995 non si può fare a meno di rendersi conto che di strada la band di Bergen ne ha fatta davvero tanta. Strada spesso in salita, un po’ perché non sempre si possono scegliere i percorsi migliori, ma un po’ anche perché H’grimnir e soci i sentieri più azzardati se li sono andati a scegliere, soprattutto nell’ultimo decennio. I risultato, però, sono sempre stati ottimi per qualità ed entusiasmanti per coraggio e sfrontatezza: si pensi a raunijaR e landawarijar per rendersi conto a quale punto sonoro sono arrivati i nostri dal grezzissimo black/viking del prima citato debutto. Cosa aspettarsi, quindi, da un gruppo che ha deciso di non ripetersi e aggiornarsi a ogni pubblicazione? Esatto, un disco diverso e controverso, spiazzante in alcuni casi, eppure così ammaliante sia nei momenti più soft che in quelli estremi da non poter fare a meno di ricominciare l’ascolto una volta terminati i cinquantaquattro minuti di Rignir. Questo è un lavoro che per comprenderlo ci vogliono molti (e attenti) ascolti, perché quello che hanno deciso di proporci gli Helheim è in parte inaspettato e spiazzante. Iniziare un disco importante come lo è il decimo in carriera con un brano pulito, melodico, nello spirito più vicino agli Ulver di The Assassination Of Julius Caesar che a quanto pubblicato nel proprio recente passato e dalla durata di otto minuti, è semplicemente geniale quanto coraggioso: geniale perché il risultato è esaltante e il brano convince in tutto e per tutto, altrimenti sarebbe stato un suicidio. Si prosegue con la più classica Kaldr, canzone che unisce viking metal (nella prima parte) con voci pulite e parti ariose (nella seconda) come negli ultimi cd ci hanno fatto ascoltare. La terza traccia Hagl unisce le due anime degli Helheim soft e progressivo con qualche incursione in territori più estremi per un risultato non molto distante dagli ultimi Enslaved con un tocco di malinconia. Le chitarre si fanno sentire in Snjóva, tra riff (semplici ma ben presenti) e leggere note che creano le melodie doppiate dalle voci clean: il tutto suona molto scarno e “semplice” nell’accezione positiva del semplice. Ísuð prosegue il discorso musicale dei due precedenti dischi in un elegante alternarsi di scream e clean fino a quando, quasi a sorpresa, la chitarra rimane sola e la nota pizzicata con fare mesto rimanda alla cupezza dei My Dying Bride post 2000. L’accostamento non è casuale, in quanto anche buona parte del resto della canzone si stabilizza su sonorità doom/death prima di tornare nella parte finale della composizione al tema iniziale. Con meno di cinque minuti di durata Vindarblástr è la canzone più breve del disco, una marcia dal gustoso sapore retrò ma con l’inconfondibile suono degli Helheim, mentre la successiva Stormviðri è più cadenzata e onirica. I suoni si fanno dilatati e l’atmosfera è quasi sognante, una magia creata dai musicisti norvegesi che con tanti anni di esperienza alle spalle riescono a trasportare l’ascoltatore esattamente dove vogliono portarlo. Il pezzo cresce in maniera naturale e incorpora in un mid-tempo deciso elementi che ritroviamo in tutto Rignir: arpeggi clean su accordi distorti, melodie evocative, l’utilizzo del doppio cantato pulito e scream e, infine, la sempre più importante componente progressive. Chiude questo lavoro di grande maturità la bella Vetrarmegin, probabilmente la canzone più “metal” del cd per intensità e attitudine, pur non disdegnando suoni atipici e soluzioni, anche qui, dal vago sentore prog.

Rignir (“pioggia”) è un disco dai colori autunnali, sbiaditi e freddi. La band racconta di essere stata influenzata dal tempo di Bergen, da quel senso di cupo che pervade la città con l’arrivo del freddo e del buio. Rignir effettivamente risente – in positivo – di questa ispirazione, ma è giusto dire che anche con i primi caldi primaverili Rignir si rivela un ottimo ascolto al di là della temperatura esterna. Metal estremo e progressive nel senso più ampio e sincero del termine si mescolano in maniera naturale nelle otto tracce del full-length, e anche se diverse tra loro l’ascolto risulta essere semplice e lineare, interessante e dinamico. Gli Helheim hanno confezionato l’ennesimo disco bello rimanendo fedeli a se stessi pur allontanandosi (ancora) un po’ di più dal classico viking black metal. Solo i grandi lo sanno fare e gli Helheim lo sono.

Einherjer – Norrøne Spor

Einherjer – Norrøne Spor

2018 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Frode Glesnes: voce, basso – Ole Sønstabø: chitarra – Aksel Herløe: chitarra – Gerhard Storesund: batteria

Tracklist: 1. The Spirit Of A Thousand Years – 2. Mine Våpen Mine Ord 
- 3. Fra Konge Te Narr 
- 4. Kill The Flame
 – 5. Mot Vest – 6. Spre Vingene – 
7. The Blood Song
 – 8. Døden Tar Ingen Fangar
 – 9. Tapt Uskyld
 – 10. Av Djupare Røtter
 – 11. Deaf Forever (Motörhead cover)

La buona notizia è che gli Einherjer hanno pubblicato un bel disco. La storica band norvegese, in realtà, non ha mai pubblicato lavori scadenti – e Dragons Of The North XX, in questo caso, va visto come “inutile” – ma pare chiaro che nelle ultime release Glesnes e soci non siano riusciti a recuperare quell’alone magico che permeava i vecchi cd. Da una parte è normale che sia così, il tempo passa e quasi tutto quello che è pre 2000 viene visto come bello/innovativo/cult, ma è innegabile la bellezza e l’ispirazione dei vari Dragons Of The North (quello originale, del 1996) e Blot. Parlando prettamente di musica, per quanto piacevoli, Norrøn e Av Oss, For Oss sono disco ben fatti e con spunti vincenti, ma lontani anni luce dai capolavori prima citati. Questo Norrøne Spor, invece, riesce a unire nei cinquantadue minuti di durata validi riff di chitarra e atmosfere gelide nello stile ormai classico del quartetto di Haugesund. Di sicuro, gli Einherjer sono tornati a comporre musica tutti insieme, a differenza di quanto avvenuto per gli scorsi album, e questo potrebbe essere il motivo per cui le canzoni sono tutte convincenti e ben fatte: il lavoro di squadra ha pagato.

Artwork e produzione vanno di pari passo: colori e suoni freddi, perfetti per la musica di Norrøne Spor. Quel che conta, però, è la musica, e questa volta gli Einherjer hanno centrato il bersaglio. Fin dall’ottima opener The Spirit Of A Thousand Years si respira aria di grande Nord ed epiche gesta, la mano della tradizione ha guidato sapientemente Glesnes e Storesund nella creazione di dieci tracce ispirate dalla storia dei vichinghi, grandi navigatori ma anche guerrieri temibili e abili artigiani. Fra Konge Te Narr sembra un inedito del 1998 e stupisce nella parte finale quando la chitarra improvvisamente diventa protagonista con un prezioso assolo. La sei corde, finalmente, trova spazio e luce in un lavoro viking metal, e sono diversi gli assoli che impreziosiscono le canzoni dell’album; in questo genere musicale i virtuosismi non sono richiesti, ma quando gli assoli ben si incastrano nelle trame dei brani ne guadagna la musica. Kill The Flame e Mot Vest sono tra i migliori pezzi del platter, con quest’ultima dannatamente anni ’90 nell’incedere, mentre la prima ha un alone oscuro che sembra inghiottire tutto quello che c’è nei dintorni. Si prosegue con The Blood Song, ovvero la più classica delle canzoni degli Einherjer: tutto è già sentito, “classico”, in un certo senso prevedibile, ma è fatta talmente bene che entra subito nel cuore di chi ascolta. Tutto l’opposto di Døden Tar Ingen Fangar, dal ritmo dinamico, il ritornello quasi melodico e una sonorità che mai si era sentita in un album di Glesnes e soci; anche qui la chitarra ha modo di esprimersi in solitaria prima che i riff tornino prepotenti a farla da padrone. I suoni crunchy caratterizzano la solida Tapt Uskyld, mentre a chiudere Norrøne Spor ci pensano i quasi sette minuti di Av Djupare Røtter: cupa, soffocante e senza speranza, la musica sembra riprendere la copertina del disco per guidarci verso l’abisso della disperazione. Eppure, in fondo, c’è la luce, ed è lì che stiamo andando.

La canzoni sono belle, c’è poco altro da aggiungere. Inoltre non mancano momenti più ricercati del solito, quasi inusuali (l’ultimo minuto di Tapt Uskyld), e l’aver rispolverato dei begli assoli di chitarra dà maggior spessore all’album; infine, anche la cover dei Motörhead Deaf Forever è ben fatta e rivisitata il giusto secondo l’attitudine dei norvegesi. Cosa dire se non ben tornati Einherjer?