Black Messiah – Walls Of Vanaheim

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

2017 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zagan: voce, chitarra, violino – Donar: chitarra – Pete: chitarra – Garm: basso – Surtr: batteria – Ask: tastiera

Tracklist: 1. Prologue: A New Threat – 2. Mimir’s Head – 3. Father’s Magic – 4. Mime’s Tod – 5. Call To Battle – 6. Die Bürde Des Njörd – 7. Satistaction And Revenge – 8. The March – 9. The Walls Of Vanaheim – 10. Decisions – 11. Mit Blitz Und Donner – 12. The Ritual – 13. Kvasir – 14. A Feast Of Unity – 15. Epilogue: Farewell

I Black Messiah sono una di quelle realtà che per vari motivi non sono mai riuscite a fare il passo decisivo verso la notorietà che meriterebbero, ma sono una delle poche certezze del mondo folk/viking metal. Passano gli anni, nascono e si sciolgono gruppi, il folk metal arriva a conquistare posizioni di prestigio nei grandi festival europei e i Black Messiah continuano per la propria strada a suon di dischi sempre all’altezza e una concretezza che la maggior parte della band non avranno mai. Il problema è solo nel non riuscire a raggiungere il grande pubblico, un peccato perché l’intera discografia della formazione tedesca è di assoluto valore e il nuovo Walls Of Vanaheim conferma quanto appena detto. Il loro è sempre stato un discorso musicale sincero e chiaro nelle intenzioni: produrre fuori il miglior heathen metal possibile. Eppure in oltre venti anni di carriera il gruppo di Gelsenkirchen ha cambiato pelle più volte, partendo da sonorità più crude e dirette fino ad arrivare a una sorta di melodic viking metal, per poi realizzare, un po’ a sorpresa, il diretto e oscuro Heimweh nel 2013. Con il settimo full-length Walls Of Vanaheim i Black Messiah tornano a un sound più ricco e arioso, pur non rinunciando ad accelerazioni brutali e riff black/death quando ce n’è bisogno.

Walls Of Vanaheim è un concept album a tema mitologia norrena ed è suddiviso in quindici tracce per una durata totale di ben settantadue minuti. Non sono tutte canzoni “vere”, difatti sono presenti sei intro narrati dall’ottimo Tom Zahner – voice-over di professione –, indispensabili per collegare meglio i fatti narrati all’interno dei brani e un lungo outro (quasi sette minuti) musicale e parlato. In questo modo le canzoni “classiche” si riducono a otto e dopo un paio di ascolti completi si è tentati di saltare tutto quello che non è musica. È il rischio dei dischi realizzati in maniera simile: Nightfall In Middle Earth dei Blind Guardian e Ragnarok dei Tyr, pur essendo dei capolavori nei rispetti generi musicali, vedono costantemente skippati gli intro e i pezzi narrati, che siano in formato digitale o fisico.

Walls Of Vanaheim si apre con l’intro Prologue: A New Threat, la narrazione tra versi di corvi (Huginn e Muninn) e suoni della natura serve per portare l’ascoltatore all’interno del concept che parte con Mimir’s Head, canzone diretta e ricca di cori che danno epicità alla composizione. Mime’s Tod mostra subito una delle migliori armi dei Black Messiah, ovvero il violino di Zagan, uno strumento mai invadente ma sempre in grado di cambiare in meglio la canzone quando presente. Mid-tempo con accelerazioni non troppo estreme e ampio spazio per melodie chi chitarra, violino e tastiera, questa è una composizione tipica della band che fotografa al meglio le capacità del sestetto tedesco. Lo scontro incombe (Call To Battle) e l’ascolto prosegue con la cruda Die Bürde Des Njörd, canzone dalle tinte scure ma con brevi e brillanti momenti ariosi. Satistaction And Revenge è maggiormente melodica e le ritmiche power metal (con tanto di cantato pulito che duetta con il growl nel ritornello) rende il brano molto orecchiabile. Il break presente dopo metà canzone vale da solo l’acquisto del cd: il violino incanta mentre tutta la band lavora al suo servizio. La title-track arriva dopo l’intermezzo The March e si capisce immediatamente perché questa sia la canzone più importante dell’intero lavoro. Fin dalle prime note è percepibile tutta la drammaticità della situazione, i riff viking/black sono brutali e la sezione ritmica scatena il caos per i primi tre minuti, prima cioè che le note del violino mutino i connotati del brano, con deliziose melodie piene di vita e speranza. Ma non c’è scampo, prima della conclusione tornano violenza e paura, tutto è arido e privo di luce. Decisions è un importante interludio che lascia spazio a Mit Blitz Und Donner, brano quadrato e lineare, piacevole e tedesco nell’anima. Il basso di Garm introduce Kvasir, un inizio insolito e atmosferico che si trasforma presto in una corrazzata fatta di riff simil Judas Priest con qualche accenno di heathen metal. Il disco volge al termine e l’ultima canzone “vera” è A Feast Of Unity, otto minuti durante i quali i Black Messiah raggruppano tutti gli elementi del proprio sound, canzone manifesto dall’alta qualità che da sempre contraddistingue la band tedesca. Epilogue: Farewell, è un outro di sette minuti narrato e musicato, per forma vicino alla colonna sonora. Arpeggi di chitarra e suoni di cavalli e acqua fanno da sottofondo alla parte parlata prima che anche la chitarra elettrica e la sezione ritmica entrino in gioco: solenne e malinconica è la giusta conclusione di un album non semplice da ascoltare ma veramente emozionante e ben realizzato.

Un concept interessante e un ritorno a sonorità tipiche sono le basi per un grande album, ma nulla conta se mancano le canzoni di qualità: Walls Of Vanaheim ha tutto ciò e certifica una volta in più la bravura dei Black Messiah, una formazione davvero tosta in grado di partorire cd qualitativamente elevati senza però riuscire a sfondare al di fuori dalla Germania. Che sia Walls Of Vanaheim l’ariete giusto per fracassare i portoni dei castelli d’Europa?

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Vintersorg – Till Fjälls del II

Vintersorg – Till Fjälls del II

2017 – full-length – Napalm Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vintersorg: voce, chitarra, basso, tastiera – Mattias Marklund: chitarra – Simon Lundström: basso

Tracklist: CD1: 1. Jökelväktaren – 2. En Väldig Isvidds Karga Dräkt – 3. Lavin – 4. Fjällets Mäktiga Mur – 5. Obygdens Pionjär – 6. Vinterstorm – 7. Tusenåriga Stråk – 8. Allt Mellan Himmel Och Jord – 9. Vårflod – CD2: 1. Tillbaka Till Källorna – 2. Köldens Borg – 3. Portalen – 4. Svart Måne

8 dicembre 1998, data di pubblicazione di Till Fjälls, debutto dei Vintersorg. Dopo quel giorno il mondo del folk metal non sarebbe più stato lo stesso: nessuno prima di lui aveva unito con perfezione e grandiosità metal estremo e folclore. Diciannove anni più tardi Mr. V, dopo un percorso che lo ha portato a pubblicare altri otto full-length, anche molto diversi tra loro, torna alle proprie origini, donando al suo pubblico Till Fjälls del II. Diciamolo subito, l’annuncio di questa release ha portato immediatamente alla mente la bellezza del primo disco ma anche la paura di un’operazione alla Keeper Of The Seven Keys – The Legacy o Land Of The Free II, ovvero forzare una pubblicazione “storica” senza avere più la “fame” e la magia per comporre dei seguiti degni dei capolavori di inizio carriera. Mr. V però non è un musicista qualunque e se ha deciso di rilasciare un lavoro come Till Fjälls del II si può star certi che la musica contenuta nel disco è assolutamente meritevole di avere sulla front cover un titolo del genere. Il nuovo disco di Vintersorg non solo è il degno successore del debutto targato 1998, ma è anche uno dei migliori dischi che abbia mai pubblicato.

Fin dalla copertina, bellissima, opera di Marcelo Vasco (Enslaved, Slayer, Borknagar, Dimmu Borgir, Einherjer di Norrøn, Månagarm di Legions Of The North), tutto riporta al gelido mondo creato da Andreas Hedlund (vero nome di Mr. V) quasi due decenni fa, compresi i testi, fiore all’occhiello di un album che non mostra segni di cedimento nemmeno dopo ripetuti e attenti ascolti. Anzi, con il passare del tempo Till Fjälls del II migliora. Alla musica sì estrema e diretta fanno da contraltare la melodia e il ritornello accattivante (alla maniera dei Vintersorg, sia chiaro) frequentemente proposto con successo da Hedlund. La musica, alla fine, si può riassumere in poche parole: l’eleganza di Till Fjälls incontra l’apertura mentale e l’esperienza di venti anni di carriera. Tutto, però, suona veramente come un Till Fjälls parte due, senza il bisogno di copiare o citare in continuazione alcuni dei passaggi più spettacolari del debutto. Ascoltando le canzoni ci si accorge che la bravura dei musicisti è stata quella di riprendere il filo musicale interrotto nel 1998 e aggiornarlo con le tinte di colore oggi disponibili.

Non stupisce, quindi, se Fjällets Mäktiga Mur provoca i brividi a ogni ascolto (quel pianoforte iniziale…), che i passaggi di Vinterstorm suonino amichevoli quanto accattivanti e che un brano come Lavin riesca a stupire a ogni ascolto. Tutto si può sintetizzare, però, con i quasi sette minuti dell’iniziale Jökelväktaren, compendio di tutto quello fatto in carriera dai Vintersorg e canzone che riassume perfettamente Till Fjälls del II. Non contento di aver sfornato un lavoro con i controfiocchi, Mr. V ha pensato bene di aggiungere un secondo cd con le ri-registrazioni dell’EP Tillbaka Till Källorna (trad.: Back To The Sources), canzoni nate tra lo split dei Vargatron e la nascita dei Vintersorg, per l’occasione rimaneggiate da Hedlund. La qualità è inferiore a quella di Till Fjälls del II, ma si tratta comunque di composizioni brillanti e che non potranno che fare la gioia dei fan del gruppo.

Un’operazione rischiosa si trasforma in successo sotto tutti gli aspetti. Mr. V si conferma un musicista di grande talento e un cantante eclettico, maestro del pulito quanto ringhioso nello scream. La Napalm Records, etichetta che ha sempre creduto in Hedlund avendo pubblicato sia gli album degli Otyg che tutti i dischi dei Vintersorg a partire dall’EP Hedniskhjärtad del luglio ‘98, può ritenersi più che soddisfatta: ha appena immesso sul mercato uno dei dischi più belli dell’anno.

Helheim – Åsgards Fall

Helheim – Åsgards Fall

2010 – EP – Dark Essence Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – Noralf “Reichborn” Venås: chitarra – Ørjan “V’gandr” Nordvik: basso, voce – Frode “Hrymr” Rødsjø: batteria

Tracklist: 1. Åsgards Fall, Pt. I – 2. Åsgards Fall (interlude) – 3. Åsgards Fall, Pt. II – 4. Helheim, Pt. VII – 5. Dualitet Og Ulver – 6. Jernskogen (2010 version)

Un panzer. Un panzer che avanza, lento, rumoroso, all’occhio esterno quasi insicuro. Eppure passa sopra a tutto, non c’è modo di fermarlo. Cigola, sembra sempre sul punto di non farcela più ad andare avanti, invece continua la sua lenta corsa, inattaccabile. A guidarlo ci sono quattro soldati scelti provenienti dalla Norvegia, e per l’occasione ad aiutare i nostri nell’offensiva c’è pure il pluridecorato Hoest, voce dei blacksters Taake.

Il paragone panzer/Helheim piace, è giusto. Così come il panzer, con la sua “tranquillità” avanza senza timore, a differenza dei tanti non blindati che provano a inoltrarsi tra le linee nemiche saltando in aria poco dopo, i musicisti di Bergen avanzano lentamente, senza sosta, dal lontano 1992, anno di fondazione della band. Non hanno mai azzardato, non hanno mai rischiato di perdere tutto solo per arrivare prima degli altri. No, loro sono sempre andati dritti per la loro strada, consci del percorso da fare per arrivare all’obbiettivo. E puntualmente ci sono arrivati, centrando il bersaglio a ogni cannonata. E così, sul finire del 2010, danno alle stampe il l’EP Åsgards Fall, interessante antipasto del successivo full-length uscito a distanza di pochi mesi. Il dischetto si compone di tre nuove canzoni, una delle quali sarà poi inserito nel seguente Heiðenðomr ok Motgangr, due intro e la ri-registrazione di un vecchio brano.

Appena si preme il tasto play del nostro lettore di fiducia un sound epico, malinconico e maledettamente nordico inonda i nostri padiglioni auricolari di atmosfere che sono allo stesso tempo minacciose e ammalianti, peculiarità questa che caratterizzerà l’intera durata del mini-cd. La produzione è al passo coi tempi senza però rinunciare a quell’alone oscuro tipicamente norvegese che le bands viking proprio – e per fortuna! – non riescono a non avere.

Le nuove canzoni che non sono state successivamente inserite in Heiðenðomr ok Motgangr sono Åsgards Fall, Pt. I e Åsgards Fall, Pt. II, due lunghe e affascinanti composizioni da oltre ventuno minuti complessivi, ricche di sfaccettature e umori diversi spesso contrastanti tra di loro. L’opener inizia con cupo arpeggio di chitarra prima di esplodere in un mid-tempo marziale, accattivante e coinvolgente tanto è semplice e schietto. Tempo un paio di minuti che uno stacco inaspettato quanto gradito ci porta ad atmosfere più ariose seppur minacciate da tuoni in sottofondo: in queste parti gli Helheim si dimostrano dei veri e propri maestri, abilissimi nel saper creare un forte contrasto in gradi di far salire la tensione fino al momento della liberatoria brusca ripartenza. Ma in nove minuti di canzone di carne al fuoco ne mettono parecchia, prima del melodico finale, tra assoli di chitarra e voci pulite su una base che non si discosta mai dai riff principali, cambiando solo d’intensità a seconda del momento. Åsgards Fall (interlude) serve a spezzare il ritmo prima della ripartenza massiccia di Åsgards Fall, Pt. II, canzone bathoriana se ce n’è una: dai giri di chitarra ai cori maschili, tutto sembra ricondurre alla geniale opera di Quorthon, sapientemente amalgamato con la forte personalità musicale dei quattro vichinghi di Bergen. Gli ultimi minuti sono poi da brividi: gli Helheim mettono – a sorpresa – da parte gli strumenti bellici per creare una dilatata atmosfera che tanto ricorda i My Dying Bride di The Angel and the Dark River, capolavoro della band inglese risalente al 1995. Segue un brevissimo strumentale atmosferico, che tra scacciapensieri, percussioni e voci cavernose in sottofondo introduce a Dualitet Og Ulver, up-tempo feroce quando semplice nella struttura in seguito inserito nel full-length Heiðenðomr ok Motgangr: le urla strazianti di H’gimnir e le gelide atmosfere create dai veloci riff di chitarra sono gli ingredienti vincenti del brano. A chiudere questo interessante EP troviamo la versione 2010 di un vecchio cavallo di battaglia degli Helheim, quella Jernskogen presente nel 2000 in Blod & Ild. Forse non se ne sentiva il bisogno della ri-registrazione, ma è innegabile che ogni volta che parte la batteria a inizio canzone è praticamente non possibile non immergersi in uno stato di felicità incosciente, consapevoli di dove e come si andrà a finire, ovvero a fare headbanging con tanto di corna all’aria.

L’impressione che rimane a fine ascolto è che gli Helheim sono sempre Helheim, e che questi trentatré minuti di Åsgards Fall non sono altro che un appetitoso antipasto in attesa della portata principale, ovvero il successivo Heiðenðomr ok Motgangr.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Arvinger – Til Evig Tid

Arvinger – Til Evig Tid

2004 – EP – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Djerv: voce – Hauk: chitarra, basso, batteria, tastiera

Tracklist: 1. Til Evig Tid – 2. Blodspakt

Uno degli obiettivi che mi ero prefissato quando decisi di iniziare l’avventura Mister Folk, era quello di dare spazio a lavori sconosciuti e realmente underground, soprattutto se meritevoli di attenzione. Per quanto difficile e controproducente in termini di visualizzazioni e feedback, ho preferito parlare di realtà poco note – e la lista sarebbe bella lunga – piuttosto degli ultimi lavori di Moonsorrow e Korpiklaani per fare due nomi a caso. Il disco preso in esame oggi è un EP del 2004 dei norvegesi Arvinger, realtà attiva dal 2001 che ha pubblicato il cd Helgards Fall nel 2003 e che è tornata attiva con il recente lavoro Rast, disponibile dalla settimana scorsa.

La musica di questo Til Evig Tid è un christian folk/viking sinfonico ricco di riff di ogni genere, cambi di tempo spesso improvvisi e piacevoli break che fanno capire quanto i due musicisti siano preparati. La prima canzone è la title-track: si viene subito aggrediti da una gran quantità di giri di chitarra (non al livello di Time Does Not Heal dei Dark Angel, ma poco ci manca) e continui cambi d’umore. Tastiere e violino sono strumenti non sempre utilizzati ma eccezionali quando entrano in azione, creando uno strano ma efficace mix tra Vintersorg e il black metal dei primi anni 2000. La seconda traccia Blodspakt è più diretta rispetto all’opener, ma non per questo meno convincente. Il mid-tempo (bello il contrasto tra lo scream di Derv e i copi puliti) concede respiro all’ascoltatore e le varie melodie sparse nei quattro minuti di durata rendono la composizione dinamica.

Meno di dieci minuti sono pochi per giudicare una band, ma anche al giorno d’oggi non è facile trovare due canzoni tanto differente quanto belle in un singolo disco, figurarsi in un EP. Questo è un lavoro che consiglio vivamente di riscoprire per gli Avinger del 2004, anche se per poco tempo, sono stati una grande band.

Ildra – Eðelland

Ildra – Eðelland

2011 – full-length – Sonnenrune

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: sconosciuta

Tracklist: 1. Sweorda Ecgum – 2. Rice Æfter Oðrum – 3. Hrefnesholt (Dæl I) – 4. Esa Blæd – 5. Ofer Hwælweg We Comon – 6. Nu Is Se Dæg Cumen – 7. Earendel – 8. Swa Cwæð Se Eardstapa – 9. On þas Hwilnan Tid

Debutto discografico risalente al 2011 per Ildra, one man band proveniente dall’Inghilterra che vede il mastermind sconosciuto (i siti delle etichette Sonnenrune e Heidens Hart Records e della band sono prive di notizie riguardo al musicista che si cela dietro una foto sfocata) del quale, quindi, non si hanno informazioni. Ildra vede la luce nel 2004 ed Eðelland è il frutto epico di anni di lavoro che hanno visto la pubblicazione di tre demo, rispettivamente nel 2004, 2005 e 2007, dai quali, è bene dirlo, non “prende” nemmeno un brano: difatti le nove tracce del disco sono tutte create appositamente per Eðelland.

Musicalmente si sta parlando di un viking metal eroico e cadenzato, fortemente debitore verso i maestri Vratyas Vakyas (Falkenbach) e Quorthon (Bathory), ma già abbastanza personale al punto di avere una propria spiccata identità. Un viking semplice nella struttura, composto quasi unicamente da possenti mid tempo, arricchito da strumenti e melodie folk oltre, talvolta, da asciutti cori maschili, discreti e mai invadenti, segno di equilibrio e buon gusto in fase di composizione. Importante particolarità della band britannica è l’uso nei testi dell’Old English, l’antica lingua parlata tra il V e il XII secolo nell’odierna Inghilterra e nel sud della Scozia, simile all’antico frisone e al sassone, in relazione con il norreno e, di conseguenza, con il moderno islandese. Importante, fondamentale testo di questa antica lingua è il meraviglioso poema Beowulf, opera senza nome d’autore, senza titolo e di datazione incerta (VIII secolo?).

L’interessante Eðelland si apre con il pacato intro Sweorda Ecgum, prima che l’atmosfera nebbiosa e gelida di Rice Æfter Oðrum faccia capolino. Il riff principale è freddo, così come lo scream del cantante è spietato e deciso. Molto bello il rallentamento centrale, dove tutto si fa magniloquente, prima di tornare al giro di chitarra iniziale. Hrefnesholt (Dæl I) è un brano poderoso, dal ritmo lento, ma non per questo fiacco. Le urla del singer si alternano a cori maschili, mentre la chitarra acustica compare in più punti rendendo la composizione particolarmente vicina alle migliori produzioni di Falkenbach. Ottimo il finale, quando viene allo scoperto tutta la vena folkloristica del misterioso musicista, capace di creare un breve ma intenso momento di maturo folk metal nordico. Esa Blæd è un intermezzo acustico lungo poco più di un minuto, in grado di ricordare vagamente il folk “barbareggiante” di gruppi privi di chitarra dato l’uso non casuale di ritmi e tamburi. Il mid-tempo di Ofer Hwælweg We Comon vede protagonista una semplicissima melodia, perfetta per enfatizzare la drammaticità della voce e delle linee vocali. Un pezzo decisamente di qualità, che vede anche una delle rare accelerazioni dell’intero Eðelland, comunque mai estreme, ma anzi, sempre molto pacate. L’inizio di Nu Is Se Dæg Cumen ricorda certe atmosfere oscure ma al tempo stesso epiche di Bathory del biennio 1990-91. All’interno degli oltre otto minuti di durata si alternano melodie accattivanti, accordi di chitarra acustica, voci narranti, ritmi folk e rumori di battaglia quali urla bellicose, nitriti di cavalli e colpi di spada. Nu Is Se Dæg Cumen è probabilmente la canzone che meglio rappresenta l’essenza del progetto Ildra, riunendo in pochi minuti tutti gli elementi che caratterizzano e influenzano il concept che è alla base del progetto. Earendel è un altro intermezzo acustico sulla falsa riga di Esa Blæd, ma lungo il doppio. Dopo il bel ritmo folk è il turno dell’ultima canzone di Eðelland, l’intensa Swa Cwæð Se Eardstapa, ennesimo mid-tempo di pregevole fattura. Oltre dieci minuti di epico viaggio, una cavalcata di solitaria armonia con gli elementi che ci circondano. Semplicemente meraviglioso il malinconico pianoforte posto in chiusura del brano, un particolare, questo, che denota una visione musicale extra viking/folk del musicista. Conclude il debutto di Ildra l’outro On þas Hwilnan Tid, anch’esso acustico e ritmato, anche se leggermente più cupo rispetto agli altri presenti del disco.

Passati i quarantasette minuti dell’album, si rimane come frastornati dalla possanza dei testi in old english, incomprensibili ma incredibilmente fieri e orgogliosi. La buona produzione favorisce la trasmissione delle sensazioni dal musicista all’ascoltatore. Tutto suona alla perfezione: le chitarre sono nitide e grasse, la sezione ritmica ottimamente bilanciata con il resto degli strumenti, le vocals, sia scream che pulite, sempre inserite nel momento giusto, senza però esigere il ruolo di prima donna.

L’Anglo/Saxon metal di Ildra è la l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, di come storia (e cultura) e musica di origine popolare possano andare a braccetto, influenzandosi e arricchendosi a vicenda. Eðelland rappresenta il primo passo (e al momento, l’unico) del progetto Ildra verso un qualcosa di profondo e sentito; un primo passo coraggioso e assolutamente valido, meritevole di supporto e apprezzamento.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Bloodshed Walhalla – Thor

Bloodshed Walhalla – Thor

2017 – full-length – Fog Foundation

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Farewell – 2. Thor – 3. Day By Day – 4. And Then The Dark – 5. Tyr – 6. Nine Words – 7. Northwinds – 8. Return

Drakhen è un personaggio unico nel panorama italiano: in quanti sono riusciti a realizzare degli ottimi dischi circondato da un misterioso alone mitologico e convivendo con leggende del tipo “registra i propri cd in uno scantinato dei vigili del fuoco”? La cosa più importante, ovviamente, è l’aspetto musicale, e in questo i Bloodshed Walhalla possono essere considerati come una certezza. Tutte le uscite della one man band lucana sono ottimi esempi di puro viking metal, con il pregio che ogni disco è migliore del precedente, e scusate se è poco. Thor, in questo senso, conferma la mia introduzione e, per tagliare immediatamente la testa al toro, si candida seriamente al titolo di miglior disco del 2017.

Dopo il ben riuscito EP Mather, lavoro ambizioso e unico nel suo genere, il progetto Bloodshed Walhalla torna sul mercato con un full-length potenzialmente ostico – 70 minuti di durata! –, ma che si rivela essere, invece, una trionfale marcia del metal tricolore. Drakhen non è nuovo di questi exploit, ma fa sempre immenso piacere notare come un musicista nato in terra italica riesca a realizzare un lavoro tanto pregevole che, ne sono sicuro, se fosse provenuto dalla fredda Scandinavia avrebbe fatto gridare al miracolo.

Una lunga intro ci porta alla title-track, canzone che presenta in maniera egregia quello che è il sound dei Bloodshed Walhalla del 2017: epic viking metal dai risvolti malinconici e carico di phatos. Le chitarre e la voce sono gli elementi portanti della composizione e del cd in generale, ma è l’insieme degli strumenti e delle orchestrazioni a rendere Thor davvero speciale. Il clou del disco arriva con gli oltre diciassette – 17 – minuti di Day By Day: tutto è moltiplicato all’ennesima potenza, e non è semplice descrivere le vette d’epicità raggiunte da Drakhen in questo brano. Un’orda vichinga che avanza lenta ma costante, agguerrita e senza pietà, ma in grado di distrarsi e festeggiare a fine giornata, a razzia compiuta. Dopo un inizio del genere era oggettivamente difficile fare di meglio, ma Drakhen si conferma grande musicista con And Then The Dark, canzone atipica ma ugualmente efficace: il cantato si fa teatrale quando ce n’è bisogno, e l’alternanza del parlato con i cori è pura maestria. I dodici minuti di Tyr sono epici e bathoriani da far girare la testa. I diversi stati d’animo caratterizzano positivamente la canzone, ricca di spunti intriganti e giri di chitarra che si ripetono come in una litania. Nine Words (i nove mondi della cosmologia norrena) è un un macigno incapace di accelerare o di fermarsi: i riff della sei corde e la voce pulita di Drakhen trasportano l’ascoltatore nel grande nord, laddove Hugin e Muninn, i corvi di Odino, volano nel cielo per riportare notizie al Guercio. Northwind prosegue il mood della precedente canzone, quindi tempi cadenzati ma con una solennità diversa e più drammatica (c’è anche un bel violino a rendere maggiormente intensi certi passaggi). Il brano non poteva che finire con dei passi sulla neve mentre il freddo vento del nord soffia senza pietà. Il lungo outro Return ci riporta lentamente alla realtà di tutti i giorni, e la reazione non può essere che premere nuovamente play.

Tutto gira alla perfezione, dalla musica alla produzione. I suoni sono belli potenti, l’equalizzazione degli strumenti giusta, le chitarre sono saette brutali tanto quanto quelle lanciate dal dio dai capelli rossi. L’unico aspetto che stona nella perfezione di Thor è l’artwork: dopo quello accattivante di Mather il booklet risicato e scarno di Thor è un’occasione mancata per rendete ancora più appetibile il disco con i testi e magari delle note di Drakhen stesso.

Thor è un manifesto di viking metal, non più solo una dichiarazione d’amore per i Bathory più epici, ma la conferma che in Italia, fortunatamente, esistono personaggi in grado di creare della grande musica. E se ve lo state chiedendo, sì, la storia secondo cui Drakhen registri i suoi dischi in uno scantinato dei vigili del fuoco è vera.