Bloodshed Walhalla – Ragnarok

Bloodshed Walhalla – Ragnarok

2018 – full-length – Hellbones Records

VOTO: 9,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Ragnarok – 2. My Mother Earth – 3. Like Your Son – 4. For My God

Si dice che il terzo disco sia quello della maturità: Thor, lavoro uscito solamente diciotto mesi fa, effettivamente, rappresentava la svolta definitiva dei Bloodshed Walhalla, passati da un sound pesantemente influenzato dai Bathory a un viking metal più personale e dinamico, pur non lesinando attestati d’amore verso il lavoro di Quorthon all’interno delle canzoni. Se Thor rappresenta quindi il cd della svolta, questo Ragnarok – uscito per la romana Hellbones Records – è un coraggioso passo in avanti in direzione epicità e sfrontatezza. Drakhen, ovvero la persona dietro al progetto lucano, non ha badato alle “leggi non scritte” della musica e ha confezionato un disco composto solamente da quattro tracce, ma dalla durata complessiva di sessantasei minuti, con il brano conclusivo For My God che sfiora la mezz’ora. Non si tratta di sperimentazione o estremismo forzato, ma semplicemente della necessità del musicista per esprimere al meglio le proprie idee. E che idee. Ragnarok è un disco impressionante per il lavoro svolto e la cura dei dettagli. In pochissimo tempo Drakhen ha realizzato un macigno musicale e gli ha dato vita attraverso le sette note, riuscendo nell’impresa di far emozionare l’ascoltatore e non farlo mai sfiorare dalla noia con idee già sentite o, peggio ancora, scontate. La passione per i Bathory più fieri e nordici è sempre lì, a testimoniare quale sia l’idolo musicale che ha spinto Drakhen a imbracciare la chitarra e incidere dischi, ma sono le “nuove” influenze, unite alla personalità e al coraggio del polistrumentista di Matera, a far fare il salto di qualità all’intero progetto. Così, oltre ai Bathory, per rendere meglio l’idea a chi non ha ascoltato una sola nota del cd, si possono fare i nomi di Moonsorrow e Falkenbach, con i Turisas per quel che riguarda la componente orchestrale delle canzoni. Ma è il mettere insieme queste sfaccettature e creare il sound dei Bloodshed Walhalla che fa di Drakhen un grande musicista. Senza ombra di dubbio si può dire che i Bloodhsed Walhalla hanno sviluppato un suono proprio, virile ed epico, che non teme il confronto con le realtà straniere e che probabilmente, se la provenienza geografica fosse stata di qualche migliaio di chilometri più a nord, staremmo parlando di un progetto musicale esaltato dai magazine di tutto il mondo.

Ragnarok, come detto, è un disco composto da sole quattro canzoni, ma ascoltando il cd si riesce a viaggiare insieme alle parole dei testi, vivere le emozionanti avventure e spaventose situazioni che s’incontrano man mano che il minutaggio avanza. La musica, di conseguenza, cambia a seconda delle storie cantate da Drakhen – mai così a suo agio con clean e harsh – e si passa tranquillamente da momenti tirati e urlati ad altri più sognanti e ariosi. Fin dall’opener title-track si capisce l’importanza delle orchestrazioni per il risultato finale e qui bisogna dare merito a Drakhen per aver saputo inserire nella propria musica qualche novità e stili nuovi: se per Thor era l’hammond, per Ragnarok è il sublime lavoro delle orchestrazioni che per gusto ed enfasi rimanda ai migliori Turisas (quelli di The Varangian Way), ai Moonsorrow meno oscuri e, perché no, a certi Finntroll più black oriented. Ma non si commetta l’errore di pensare che Ragnarok sia un lavoro sinfonico e poco metallico, perché se ci sono due cose che in questi sessantasei minuti non mancano, quelle sono le chitarre tritariff e la batteria che picchia duro per l’intera durata del cd. Quel che rende Ragnarok il gran cd che è, sta proprio nell’equilibrio tra viking metal old style e tastiere, tra – se vogliamo – sacro e profano. Tutto gira alla perfezione, non ci sono intoppi o momenti di fiacca, e anche chi predilige le “classiche” canzoni da pochi minuti non può non rimanere ammaliato ascoltando l’epica My Mother Earth e l’energica Like Your Son. La solenne For My God, con i suoi ventotto minuti, chiude in maniera eccellente il disco: una marcia infinita verso la gloria della Valhalla a suon di cori, riff epici e doppia cassa che colpisce con la stessa potenza di Mjöllnir, il martello di Thor.

Ragnarok è il capolavoro dei Bloodshed Walhalla, un disco che merita di uscire dalla nicchia di ascoltatori del viking metal perché ha le potenzialità per fare breccia nel cuore degli amanti dell’heavy metal epico e di quelli che apprezzano il metal grintoso e suonato con il cuore al di là di ogni etichetta e genere. Ragnarok ha le carte in regola per sbancare all’estero e per uscire vincitore dallo scontro con i dischi di band affermate a livello internazionale. Ora sta solo al pubblico acquistare questo cd ed entrare a far parte dell’esercito dei Bloodshed Walhalla: con Drakhen alla guida si è destinati alla gloria.

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Forefather – Last Of The Line

Forefather – Last Of The Line

2011 – full-length – Seven Kingdoms

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wulfstan: voce, chitarra, basso – Athelstan: voce, chitarra, basso, tastiera

Tracklist: 1. Cometh The King – 2. Last Of The Line – 3. Chorus Of Steel – 4. By Thy Deeds – 5. Up High – 6. Wolves Of Prayer – 7. Wyrda Gesceaft – 8. Doomsday Dawns – 9. Shadows Of The Dead – 10. Spears Of Faith – 11. The Downfallen – 12. Into The Rising Sun

La meritocrazia anche in ambito musicale, purtroppo, spesso viene a mancare: ci sono formazioni che dopo un demo o un full-length di discreta qualità riescono ad attirare l’attenzione di importanti etichette discografiche, con tutto quel che ne consegue (pubblicità, tour, festival), mentre nel sottobosco rimangono nell’ombra gruppi che, nonostante il disinteresse di label potenti, vanno avanti per la propria strada, in maniera più che dignitosa e sfornando album di buon livello. Sicuramente i Forefather fanno parte della seconda categoria pocanzi descritta, essendo attivi dal 1997 e avendo una discografia composta in tutto da sette album tutti valutabili tra il buono e l’ottimo. I due membri della band, Wulfstan e Athelstan, sono fratelli e condividono, oltre alla passione per la musica metal, anche l’amore per la storia antica, in particolare quella legata alla loro terra d’origine, l’Inghilterra. Definiscono infatti i Forefather come “Anglo-Saxon metal”, trattando nei testi argomenti quali l’onore, la lealtà e, soprattutto, le radici della propria patria.

Last Of The Line arriva a tre anni di distanza dal precedente Steadfast, seguendo il cammino iniziato con il lontano Deep Into Time del 1999 e proseguito nei vari The Fighting Man, Engla Tocyme e Our Is The Kingdom, album che hanno visto maturare il sound, inizialmente un crudo viking metal chitarristicamente vicino al black, avente la particolarità del cantato quasi sempre clean. Con il passare dei dischi il suono dei Forefather si è fatto più personale, perdendo quasi completamente i riff estremi che caratterizzavano le vecchie composizioni a favore di un lavoro di sei corde più “maturo” e affine all’heavy metal. Anche la voce ha compiuto dei passi in avanti, suonando in maniera possente e profonda in clean, cruda e asciutta nei rari momenti di scream.

Il disco è composto da dodici canzoni per un totale di cinquantacinque minuti. La breve intro Cometh The King spiana la strada a Last Of The Line (entrambe dedicate ad Alfredo il Grande, re del Wessex), prima di una serie di canzoni di ottima fattura, dove le capacità in fase di songwriting dei fratelli inglesi vengono subito a galla: chitarre granitiche su di un tappeto di doppia cassa, melodie che evocano lontane civiltà e un senso di onore e rispetto che pregna ogni singolo secondo del platter. Le tracce sono cantate a volte unicamente con la voce pulita, altre solamente in scream (comunque non particolarmente aggressivo e facilmente comprensibile, sulla scia degli ultimi Rotting Christ per intenderci), ma la maggior parte delle composizioni vede l’efficace alternarsi dei due stili. I primi secondi di Up High ricordano certe atmosfere intangibili degli Anathema, prima che la canzone si trasformi in un mid-tempo dove la componente più importante è la voce: seria ed epica, profonda e rassicurante, sicuramente uno dei momenti meglio riusciti dell’intero album. Molto interessante è anche Wolves Of Prayer, dove i Forefather, tra un riff veloce e uno più ragionato, piazzano un’accelerazione di grande efficacia che non passa inosservata. Dopo la strumentale Wyrda Gescaeft, con Doomsday Dawns il duo inglese propone qualcosa di più ritmato, quasi folk in certi passaggi, tra il Falkenbach più spensierato e i Virgin Steel più epici. Molto belle le linee vocali di Shadows Of The Dead, in particolare quelle clean del ritornello, dove musicalmente si sfiora il power metal di fine anni ‘90. I Forefather tornano aggressivi in Spears Of Faith, tra intrecci chitarristici, riff black metal e break improvvisi. Ascoltando la canzone si ha l’impressione di tornare all’epoca del debutto Deep Into Time, tanto è il vigore della composizione, una brutalità che nel corso degli anni è andata quasi del tutto perduta, e che in un contesto possente e granitico come Last Of The Line rappresenta la mosca bianca, risaltando, oltre per la qualità, proprio perché caso unico. Si avvicina la conclusione del disco con The Downfallen, canzone che brilla per la bellezza del cantato, tanto emozionante quanto sincero. Le chitarre colpiscono di fioretto con il sostegno delle atmosfere sognanti create dalla tastiera. Into The Rising Sun è l’outro dell’album, quasi quattro minuti di buona epicità cinematografica che, pur non aggiungendo molto al valore del sesto lavoro dei Forefather, lo conclude con maestria.

A supporto delle canzoni ci sono la discreta ma valida copertina di Peter Takacs (del booklet se ne è occupato Athelstan) e la qualità del lavoro in studio: la registrazione è avvenuta nell’Hallowed Hall, mentre l’ottima produzione è merito dei due fratelli, abili al mixer tanto quanto con gli strumenti in mano.

Last Of The Line è un album che va assimilato con calma e attenzione, poiché migliora di ascolto in ascolto, fino a rapire l’attenzione grazie alla bellezza delle linee vocali, all’uso sapiente e maturo delle chitarre e, soprattutto, per via del songwriting qualitativamente al di sopra della media. I Forefather sono una cult band che merita maggiore attenzione da parte del pubblico: iniziare a scoprirli e conoscerli con Last Of The Line è un buon punto di partenza.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Nebelhorn – Urgewalt

Nebelhorn – Urgewalt

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Wieland: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Auf Bifrösts Rücken – 2. Urgewalt – 3. Ägirs Zorn – 4. Wilde Jagd – 5. Muspellheim – 6. Auf Neue Lande – 7. Funkenflug – 8. Freyhall

Dopo ben undici anni di silenzio torna a farsi sentire Wieland, mente del progetto Nebelhorn. La one man band tedesca – con un passato di band “vera”, in line-up c’era anche Patrick Damiani, nome noto a chi segue Falkenbach, Carach Angren, Rivendell e Secrets Of The Moon – arriva con questo Urgewalt al terzo full-length, lavoro dalle caratteristiche musicali molto simili a quando i Nebelhorn mossero i primi passi nel 2004 con l’EP Utgard. Il viking metal puro e di matrice black richiama i grandi del passato, ma Wieland è stato bravo nel corso degli anni a rendere sempre più personale il sound del proprio gruppo facendo piccoli ma significativi passi in avanti ad ogni release. In questo modo Urgewalt si traduce nella massima espressione artistica mai realizzata dall’artista tedesco: le canzoni sono dirette ma mai scontate, il minutaggio è diventato medio delle tracce è aumentato e, soprattutto, la scrittura del musicista è cresciuta in maniera tale da permettergli di comporre una manciata di ottimi brani contornati da pezzi validi e interessanti.

L’opener Auf Bifrösts Rücken, introdotta epicamente dalle tastiere, è cruda e tagliente, cantata con furia e addolcita dalle clean vocals del ritornello. Il viking metal dei Nebelhorn è quello tipico degli anni ’90, quando la musica veniva prima di tutto e si badava meno al contorno. I riff di chitarra sono brutali e la batteria dannatamente retrò, tutto porta l’ascoltatore indietro nel tempo, ma non bisogna pensare che Urgewalt sia un disco adatto solo ai nostalgici, perché le otto tracce sono tutte di altà qualità e meritano ben più di un semplice ascolto. La title-track è un mid-tempo bellicoso che nella parte centrale si fa di un cattivo inimmaginabile prima che Wieland tiri il freno rallentando il ritmo divenuto infernale, dando nuovamente spazio alla melodia. La terza traccia Ägirs Zorn, caratterizzata dal riff compatti e oscuri, suona pagana e minacciosa, un ottimo modo per arrivare alla furiosa Wilde Jagd, black metal nei modi ma con un inaspettato utilizzo melodico della tastiera che fa il suo ingresso a sorpresa donando un po’ di melodia in un assalto all’arma bianca tipico degli anni ’90. La furia dei Nebelhorn prosegue con Muspellheim, cinque minuti di violenza e chitarre squarcia pelle che si completa meravigliosamente con Auf Neue Lande, canzone epica dalle forti melodie e dai ritmi più lenti. La bravura di Wieland sta nel saper creare brani virili e veloci senza mai cadere nel cacofonico, così come nel saper comporre pezzi solenni con ottimi spunti strumentali. In Auf Neue Lande trovano spazio per una manciata di secondi anche un arpeggio di chitarra e le clean vocals, combo che spezza in due la canzone e la rende ancora più dinamica e piacevole. L’inizio di Funkenflug è caratterizzato da un riff tipicamente heavy metal, un mid-tempo roccioso ben scandito dalla voce di Wieland che a sorpresa si trasforma in un brano vicino al folk metal per via del flauto (alla sua prima e unica apparizione nel cd) che si prende la scena e porta la canzone in una direzione più soave e del tutto inaspettata. La chiusura del disco è affidata a Freyhall, strumentale da oltre sei minuti dai toni malinconici (le iniziali onde del mare in sottofondo) che porta a conclusione un lavoro maturo e di alta qualità.

Il ritorno dei Nebelhorn è una piccola chicca per gli amanti del viking metal che non disdegnano le potenti melodie nordiche e i riff black oriented: Urgewalt è un lavoro completo e ben realizzato in grado di garantire quaranta minuti di buona musica a chi non ne ha mai abbastanza dei vecchi Falkenbach ed Enslaved.

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

Black Messiah – Walls Of Vanaheim

2017 – full-length – Trollzorn Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Zagan: voce, chitarra, violino – Donar: chitarra – Pete: chitarra – Garm: basso – Surtr: batteria – Ask: tastiera

Tracklist: 1. Prologue: A New Threat – 2. Mimir’s Head – 3. Father’s Magic – 4. Mime’s Tod – 5. Call To Battle – 6. Die Bürde Des Njörd – 7. Satistaction And Revenge – 8. The March – 9. The Walls Of Vanaheim – 10. Decisions – 11. Mit Blitz Und Donner – 12. The Ritual – 13. Kvasir – 14. A Feast Of Unity – 15. Epilogue: Farewell

I Black Messiah sono una di quelle realtà che per vari motivi non sono mai riuscite a fare il passo decisivo verso la notorietà che meriterebbero, ma sono una delle poche certezze del mondo folk/viking metal. Passano gli anni, nascono e si sciolgono gruppi, il folk metal arriva a conquistare posizioni di prestigio nei grandi festival europei e i Black Messiah continuano per la propria strada a suon di dischi sempre all’altezza e una concretezza che la maggior parte della band non avranno mai. Il problema è solo nel non riuscire a raggiungere il grande pubblico, un peccato perché l’intera discografia della formazione tedesca è di assoluto valore e il nuovo Walls Of Vanaheim conferma quanto appena detto. Il loro è sempre stato un discorso musicale sincero e chiaro nelle intenzioni: produrre fuori il miglior heathen metal possibile. Eppure in oltre venti anni di carriera il gruppo di Gelsenkirchen ha cambiato pelle più volte, partendo da sonorità più crude e dirette fino ad arrivare a una sorta di melodic viking metal, per poi realizzare, un po’ a sorpresa, il diretto e oscuro Heimweh nel 2013. Con il settimo full-length Walls Of Vanaheim i Black Messiah tornano a un sound più ricco e arioso, pur non rinunciando ad accelerazioni brutali e riff black/death quando ce n’è bisogno.

Walls Of Vanaheim è un concept album a tema mitologia norrena ed è suddiviso in quindici tracce per una durata totale di ben settantadue minuti. Non sono tutte canzoni “vere”, difatti sono presenti sei intro narrati dall’ottimo Tom Zahner – voice-over di professione –, indispensabili per collegare meglio i fatti narrati all’interno dei brani e un lungo outro (quasi sette minuti) musicale e parlato. In questo modo le canzoni “classiche” si riducono a otto e dopo un paio di ascolti completi si è tentati di saltare tutto quello che non è musica. È il rischio dei dischi realizzati in maniera simile: Nightfall In Middle Earth dei Blind Guardian e Ragnarok dei Tyr, pur essendo dei capolavori nei rispetti generi musicali, vedono costantemente skippati gli intro e i pezzi narrati, che siano in formato digitale o fisico.

Walls Of Vanaheim si apre con l’intro Prologue: A New Threat, la narrazione tra versi di corvi (Huginn e Muninn) e suoni della natura serve per portare l’ascoltatore all’interno del concept che parte con Mimir’s Head, canzone diretta e ricca di cori che danno epicità alla composizione. Mime’s Tod mostra subito una delle migliori armi dei Black Messiah, ovvero il violino di Zagan, uno strumento mai invadente ma sempre in grado di cambiare in meglio la canzone quando presente. Mid-tempo con accelerazioni non troppo estreme e ampio spazio per melodie chi chitarra, violino e tastiera, questa è una composizione tipica della band che fotografa al meglio le capacità del sestetto tedesco. Lo scontro incombe (Call To Battle) e l’ascolto prosegue con la cruda Die Bürde Des Njörd, canzone dalle tinte scure ma con brevi e brillanti momenti ariosi. Satistaction And Revenge è maggiormente melodica e le ritmiche power metal (con tanto di cantato pulito che duetta con il growl nel ritornello) rende il brano molto orecchiabile. Il break presente dopo metà canzone vale da solo l’acquisto del cd: il violino incanta mentre tutta la band lavora al suo servizio. La title-track arriva dopo l’intermezzo The March e si capisce immediatamente perché questa sia la canzone più importante dell’intero lavoro. Fin dalle prime note è percepibile tutta la drammaticità della situazione, i riff viking/black sono brutali e la sezione ritmica scatena il caos per i primi tre minuti, prima cioè che le note del violino mutino i connotati del brano, con deliziose melodie piene di vita e speranza. Ma non c’è scampo, prima della conclusione tornano violenza e paura, tutto è arido e privo di luce. Decisions è un importante interludio che lascia spazio a Mit Blitz Und Donner, brano quadrato e lineare, piacevole e tedesco nell’anima. Il basso di Garm introduce Kvasir, un inizio insolito e atmosferico che si trasforma presto in una corrazzata fatta di riff simil Judas Priest con qualche accenno di heathen metal. Il disco volge al termine e l’ultima canzone “vera” è A Feast Of Unity, otto minuti durante i quali i Black Messiah raggruppano tutti gli elementi del proprio sound, canzone manifesto dall’alta qualità che da sempre contraddistingue la band tedesca. Epilogue: Farewell, è un outro di sette minuti narrato e musicato, per forma vicino alla colonna sonora. Arpeggi di chitarra e suoni di cavalli e acqua fanno da sottofondo alla parte parlata prima che anche la chitarra elettrica e la sezione ritmica entrino in gioco: solenne e malinconica è la giusta conclusione di un album non semplice da ascoltare ma veramente emozionante e ben realizzato.

Un concept interessante e un ritorno a sonorità tipiche sono le basi per un grande album, ma nulla conta se mancano le canzoni di qualità: Walls Of Vanaheim ha tutto ciò e certifica una volta in più la bravura dei Black Messiah, una formazione davvero tosta in grado di partorire cd qualitativamente elevati senza però riuscire a sfondare al di fuori dalla Germania. Che sia Walls Of Vanaheim l’ariete giusto per fracassare i portoni dei castelli d’Europa?

Vintersorg – Till Fjälls del II

Vintersorg – Till Fjälls del II

2017 – full-length – Napalm Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vintersorg: voce, chitarra, basso, tastiera – Mattias Marklund: chitarra – Simon Lundström: basso

Tracklist: CD1: 1. Jökelväktaren – 2. En Väldig Isvidds Karga Dräkt – 3. Lavin – 4. Fjällets Mäktiga Mur – 5. Obygdens Pionjär – 6. Vinterstorm – 7. Tusenåriga Stråk – 8. Allt Mellan Himmel Och Jord – 9. Vårflod – CD2: 1. Tillbaka Till Källorna – 2. Köldens Borg – 3. Portalen – 4. Svart Måne

8 dicembre 1998, data di pubblicazione di Till Fjälls, debutto dei Vintersorg. Dopo quel giorno il mondo del folk metal non sarebbe più stato lo stesso: nessuno prima di lui aveva unito con perfezione e grandiosità metal estremo e folclore. Diciannove anni più tardi Mr. V, dopo un percorso che lo ha portato a pubblicare altri otto full-length, anche molto diversi tra loro, torna alle proprie origini, donando al suo pubblico Till Fjälls del II. Diciamolo subito, l’annuncio di questa release ha portato immediatamente alla mente la bellezza del primo disco ma anche la paura di un’operazione alla Keeper Of The Seven Keys – The Legacy o Land Of The Free II, ovvero forzare una pubblicazione “storica” senza avere più la “fame” e la magia per comporre dei seguiti degni dei capolavori di inizio carriera. Mr. V però non è un musicista qualunque e se ha deciso di rilasciare un lavoro come Till Fjälls del II si può star certi che la musica contenuta nel disco è assolutamente meritevole di avere sulla front cover un titolo del genere. Il nuovo disco di Vintersorg non solo è il degno successore del debutto targato 1998, ma è anche uno dei migliori dischi che abbia mai pubblicato.

Fin dalla copertina, bellissima, opera di Marcelo Vasco (Enslaved, Slayer, Borknagar, Dimmu Borgir, Einherjer di Norrøn, Månagarm di Legions Of The North), tutto riporta al gelido mondo creato da Andreas Hedlund (vero nome di Mr. V) quasi due decenni fa, compresi i testi, fiore all’occhiello di un album che non mostra segni di cedimento nemmeno dopo ripetuti e attenti ascolti. Anzi, con il passare del tempo Till Fjälls del II migliora. Alla musica sì estrema e diretta fanno da contraltare la melodia e il ritornello accattivante (alla maniera dei Vintersorg, sia chiaro) frequentemente proposto con successo da Hedlund. La musica, alla fine, si può riassumere in poche parole: l’eleganza di Till Fjälls incontra l’apertura mentale e l’esperienza di venti anni di carriera. Tutto, però, suona veramente come un Till Fjälls parte due, senza il bisogno di copiare o citare in continuazione alcuni dei passaggi più spettacolari del debutto. Ascoltando le canzoni ci si accorge che la bravura dei musicisti è stata quella di riprendere il filo musicale interrotto nel 1998 e aggiornarlo con le tinte di colore oggi disponibili.

Non stupisce, quindi, se Fjällets Mäktiga Mur provoca i brividi a ogni ascolto (quel pianoforte iniziale…), che i passaggi di Vinterstorm suonino amichevoli quanto accattivanti e che un brano come Lavin riesca a stupire a ogni ascolto. Tutto si può sintetizzare, però, con i quasi sette minuti dell’iniziale Jökelväktaren, compendio di tutto quello fatto in carriera dai Vintersorg e canzone che riassume perfettamente Till Fjälls del II. Non contento di aver sfornato un lavoro con i controfiocchi, Mr. V ha pensato bene di aggiungere un secondo cd con le ri-registrazioni dell’EP Tillbaka Till Källorna (trad.: Back To The Sources), canzoni nate tra lo split dei Vargatron e la nascita dei Vintersorg, per l’occasione rimaneggiate da Hedlund. La qualità è inferiore a quella di Till Fjälls del II, ma si tratta comunque di composizioni brillanti e che non potranno che fare la gioia dei fan del gruppo.

Un’operazione rischiosa si trasforma in successo sotto tutti gli aspetti. Mr. V si conferma un musicista di grande talento e un cantante eclettico, maestro del pulito quanto ringhioso nello scream. La Napalm Records, etichetta che ha sempre creduto in Hedlund avendo pubblicato sia gli album degli Otyg che tutti i dischi dei Vintersorg a partire dall’EP Hedniskhjärtad del luglio ‘98, può ritenersi più che soddisfatta: ha appena immesso sul mercato uno dei dischi più belli dell’anno.

Helheim – Åsgards Fall

Helheim – Åsgards Fall

2010 – EP – Dark Essence Records

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – Noralf “Reichborn” Venås: chitarra – Ørjan “V’gandr” Nordvik: basso, voce – Frode “Hrymr” Rødsjø: batteria

Tracklist: 1. Åsgards Fall, Pt. I – 2. Åsgards Fall (interlude) – 3. Åsgards Fall, Pt. II – 4. Helheim, Pt. VII – 5. Dualitet Og Ulver – 6. Jernskogen (2010 version)

Un panzer. Un panzer che avanza, lento, rumoroso, all’occhio esterno quasi insicuro. Eppure passa sopra a tutto, non c’è modo di fermarlo. Cigola, sembra sempre sul punto di non farcela più ad andare avanti, invece continua la sua lenta corsa, inattaccabile. A guidarlo ci sono quattro soldati scelti provenienti dalla Norvegia, e per l’occasione ad aiutare i nostri nell’offensiva c’è pure il pluridecorato Hoest, voce dei blacksters Taake.

Il paragone panzer/Helheim piace, è giusto. Così come il panzer, con la sua “tranquillità” avanza senza timore, a differenza dei tanti non blindati che provano a inoltrarsi tra le linee nemiche saltando in aria poco dopo, i musicisti di Bergen avanzano lentamente, senza sosta, dal lontano 1992, anno di fondazione della band. Non hanno mai azzardato, non hanno mai rischiato di perdere tutto solo per arrivare prima degli altri. No, loro sono sempre andati dritti per la loro strada, consci del percorso da fare per arrivare all’obbiettivo. E puntualmente ci sono arrivati, centrando il bersaglio a ogni cannonata. E così, sul finire del 2010, danno alle stampe il l’EP Åsgards Fall, interessante antipasto del successivo full-length uscito a distanza di pochi mesi. Il dischetto si compone di tre nuove canzoni, una delle quali sarà poi inserito nel seguente Heiðenðomr ok Motgangr, due intro e la ri-registrazione di un vecchio brano.

Appena si preme il tasto play del nostro lettore di fiducia un sound epico, malinconico e maledettamente nordico inonda i nostri padiglioni auricolari di atmosfere che sono allo stesso tempo minacciose e ammalianti, peculiarità questa che caratterizzerà l’intera durata del mini-cd. La produzione è al passo coi tempi senza però rinunciare a quell’alone oscuro tipicamente norvegese che le bands viking proprio – e per fortuna! – non riescono a non avere.

Le nuove canzoni che non sono state successivamente inserite in Heiðenðomr ok Motgangr sono Åsgards Fall, Pt. I e Åsgards Fall, Pt. II, due lunghe e affascinanti composizioni da oltre ventuno minuti complessivi, ricche di sfaccettature e umori diversi spesso contrastanti tra di loro. L’opener inizia con cupo arpeggio di chitarra prima di esplodere in un mid-tempo marziale, accattivante e coinvolgente tanto è semplice e schietto. Tempo un paio di minuti che uno stacco inaspettato quanto gradito ci porta ad atmosfere più ariose seppur minacciate da tuoni in sottofondo: in queste parti gli Helheim si dimostrano dei veri e propri maestri, abilissimi nel saper creare un forte contrasto in gradi di far salire la tensione fino al momento della liberatoria brusca ripartenza. Ma in nove minuti di canzone di carne al fuoco ne mettono parecchia, prima del melodico finale, tra assoli di chitarra e voci pulite su una base che non si discosta mai dai riff principali, cambiando solo d’intensità a seconda del momento. Åsgards Fall (interlude) serve a spezzare il ritmo prima della ripartenza massiccia di Åsgards Fall, Pt. II, canzone bathoriana se ce n’è una: dai giri di chitarra ai cori maschili, tutto sembra ricondurre alla geniale opera di Quorthon, sapientemente amalgamato con la forte personalità musicale dei quattro vichinghi di Bergen. Gli ultimi minuti sono poi da brividi: gli Helheim mettono – a sorpresa – da parte gli strumenti bellici per creare una dilatata atmosfera che tanto ricorda i My Dying Bride di The Angel and the Dark River, capolavoro della band inglese risalente al 1995. Segue un brevissimo strumentale atmosferico, che tra scacciapensieri, percussioni e voci cavernose in sottofondo introduce a Dualitet Og Ulver, up-tempo feroce quando semplice nella struttura in seguito inserito nel full-length Heiðenðomr ok Motgangr: le urla strazianti di H’gimnir e le gelide atmosfere create dai veloci riff di chitarra sono gli ingredienti vincenti del brano. A chiudere questo interessante EP troviamo la versione 2010 di un vecchio cavallo di battaglia degli Helheim, quella Jernskogen presente nel 2000 in Blod & Ild. Forse non se ne sentiva il bisogno della ri-registrazione, ma è innegabile che ogni volta che parte la batteria a inizio canzone è praticamente non possibile non immergersi in uno stato di felicità incosciente, consapevoli di dove e come si andrà a finire, ovvero a fare headbanging con tanto di corna all’aria.

L’impressione che rimane a fine ascolto è che gli Helheim sono sempre Helheim, e che questi trentatré minuti di Åsgards Fall non sono altro che un appetitoso antipasto in attesa della portata principale, ovvero il successivo Heiðenðomr ok Motgangr.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.