Ulvhedin – Pagan Manifest

Ulvhedin – Pagan Manifest

2004 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: John Carr: voce – John Lind: chitarra – Helge Gårder: basso – Are Gjarde: batteria, tastiera

Tracklist: 1. Element Of Sorrow – 2. Maanelys – 3. One Eyed God – 4. Where The Spirits Gather – 5. The Ungodly Path – 6. Pagan Manifest – 7. Echo Of The Goddesses Voices – 8. Gnipahellir

Il 2004 vede la pubblicazione di Pagan Manifest, debutto dei norvegesi Ulvhedin. Ma, soprattutto, il 2004 è l’anno durante il quale l’Einheit Produktionen rilascia il primo disco, proprio Pagan Manifest. L’etichetta tedesca diventerà con gli anni una sicurezza per gli appassionati di pagan/folk metal, genere nel quale si è specializzata producendo pregiate perle dell’underground sotto il nome di Odroerir, Andras, Oakenshield, Surturs Lohe e Nine Treasures tra gli altri.

Gli Ulvhedin si formano nel 1994, ma solo quattro anni più tardi arriverà il demo Gnipahellir, dal quale ripropongono in Pagan Manifest due brani per l’occasione leggermente ri-arrangiati, ovvero The Ungodly Path e la conclusiva outro strumentale Gnipahellir. I tempi per la formazione scandinava sono sempre stati lunghi, e tra il demo e il disco di debutto passano sei anni, ma la musica nonostante lo scorrere del tempo non varia di una virgola: viking metal d’annata senza fronzoli e orpelli particolari. Dritti al punto, senza deviazioni e distrazioni, otto canzoni e quaranta minuti per dire quel che c’è da dire. Sotto la mano di Pytten che si occupa della produzione (ricordiamolo al lavoro con Windir, Enslaved, Burzum, Einherjer, Immortal e Mayhem per citarne alcuni) e registrato nel Grieghallen Studios, Pagan Manifest suona crudo e sincero, lontanissimo dai suoni pompati e artificiali di questi anni; il cd suona come la band suonava realmente in sala prove, e lasciandosi trasportare dalle note del disco si torna con la mente a tanti anni fa, quando si andava ad assistere alle prove del gruppo amico e nella saletta c’era quell’odore tipico degli amplificatori valvolari che si scaldavano e ruggivano al suonare del chitarrista, e la musica era vissuta in maniera diversa e tutti si sognava un futuro su di un palco con migliaia di persone a cantare le canzoni scritte proprio in quella saletta.

La notorietà gli Ulvhedin, invece, non la conobbero mai. Pagan Manifest è stato in realtà registrato nel 2000 ed era prevista la pubblicazione per la Native North Records, una piccola etichetta gestita dagli Einherjer che rilasciò una manciata di produzioni prima di chiudere in men che non si dica. Per vedere la luce Pagan Manifest impiegò quattro anni, ma ormai il treno era passato, con gli Ulvhedin in ritardo su tutto e privi di forze: peccato, perché il disco merita e la musica è di qualità. Non si parla di sound camaleontico come quello degli Enslaved o epico come quello dei Windir, ma il viking metal diretto e gaiardo degli Ulvhedin aveva tutto il potenziale per accontentare l’ascoltatore dell’epoca. L’opener Element Of Sorrow è uno dei pezzi meglio riusciti, capace di riunire in cinque minuti tutte le sfaccettature del sound dei nostri, con il doppio cantato pulito/growl, le aperture melodiche e il buon guitar work che nulla invidia a chi “ce l’ha fatta”. One Eyed God è più aggressiva e bada poco alle chiacchiere:

Odin! Ruler of Valholl
Hear my call
This time it will last
Your gif twill awake the past

Where The Spirits Gather ha il gusto melodico che era dei Dissection e la cosa non può che fare piacere, la title track è parecchio ispirata (con i mid-tempo gli Ulvhedin si trovavano alla grande) e se c’è una canzone che avrebbe potuto fare le fortune del gruppo con un video ben fatto, questa sarebbe proprio Pagan Manifest. Infine arriva Echo Of The Goddesses Voices e il suo approccio quasi progressive (una sorta di Enslaved prima che gli Enslaved lo facessero veramente) che suona fresco e intrigante. E mentre la strumentale Gnipahellir risuona intorno a noi, le domande e le riflessioni nascono spontanee: come ha fatto il viking metal a trasformarsi in una sorta di carnevalata di 365 giorni? Perché l’immagine e il suono è più importante di una canzone ben fatta? Perché ci si è allontanati sempre di più dallo spirito iniziale, finendo a mendicare soldi con merchandise sempre più stravagante (e inutile) invece di pensare all’unica cosa che realmente conta, ovvero la musica? Sono domande che noi tutti dovremmo rivolgerci e, con un po’ di umiltà, capire in quale direzione muoverci per non perdere del tutto questa arte. Pagan Manifest? Il manifesto pagano di un certo modo di fare musica, quando i soldi, i follower, le magliette fighe e l’idromele annacquato nei corni marchiati con i loghi delle band non erano neanche nei pensieri del più affamato musicista, il quale pensava a far funzionare il cambio tra strofa e bridge e non alle altre cose. Pagan Manifest è un capolavoro indispensabile per la sopravvivenza del viking metaller? No di certo, ma è uno gran bell’esempio di come la musica fosse realizzata e vissuta prima di internet e di tutto il resto: già solo per questo dovrebbe far parte della libreria musicale di chi vuole suonare questo genere. E forse non c’è eredità migliore per un gruppo che non ha fatto in tempo a veder venduto il proprio cd che già si era sfasciato.

Vanaheim – En Historie

Vanaheim – En Historie

1997 – EP – autoproduzione

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Marius Johansen: voce – Rune Tyvold: chitarra – Jon Rasmussen: chitarra, voce – Lars Håkon Olsen: basso – Øyvind Skog: batteria – Fredrik Haraldsen: tastiera

Tracklist: 1. Elysium – 2. Riket – 3. Krig – 4. Heimferd – 5. Blodig Krigsmark – 6. Sorg – Fred

Nel 1995 a Bærum, Norvegia, nascono i Vanaheim. L’idea della band è molto semplice e diretta: suonare viking metal raccontando nei testi storie di folklore locale e di mitologia norrena. Tempo due anni e la band guidata dalla coppia di chitarristi Rune Tyvold e Jon Rasmussen dà alle stampe l’EP (all’epoca si chiamava mcd, ovvero “mini cd”) En Historie, lavoro composto da sette brani per un totale di quasi trenta minuti di musica.

L’iniziale Elysium è una classica intro atmosferica che dura un giro di lancetta ed ecco arrivare Riket, primo brano vero del dischetto. Fin dai secondi iniziali ci si può rendere conto dei “barocchismi” di chitarra e tastiera, particolarità che fa i Vanaheim immediatamente riconoscibili. Il doppio cantato harsh/pulito è gradevole e nella sua semplicità, considerato anche il periodo storico, il pezzo risulta essere particolarmente gradevole. La successiva Krig è la composizione più lunga del cd (7:18) ed inizia con chitarre soft e voce pulita per una sorta di effetto Vintersorg pre Vintersorg (Mr.V debutterà con il suo progetto nel 1998). La canzone si sviluppa alternando brevi accelerazioni dal vago sapore medievale, rallentamenti nei quali la chitarra recita la parte del leone e importanti parti con la tastiera di Fredrik Haraldsen a dettare melodie e umori. L’intermezzo Heimferd conduce a Blodig Krigsmark: qui la musica classica è proprio parte della canzone e il viking metal dei Vanaheim assume automaticamente un’aura culturalmente difficile da trovare nel metal estremo del 1997. Il cantato segue la linea musicale, sempre a metà strada tra ricami barocchi e voglia di spaccare tutto: il risultato è convincente ed è questo che fa En Historie un piccolo pezzo di musica che gli amanti del viking/folk dovrebbero conoscere. L’ultimo brano “vero” è Sorg, un pezzo che suona un po’ diverso dal resto con quell’alone oscuro delle strofe e i riff doom del bridge. Si giunge, infine, a Fred, lungo outro tastieristico: elegante e arcaico, un buon modo per chiudere un cd interessante che forse meriterebbe di essere menzionato quando si parta di vecchio viking metal.

En Historie, pur essendo un prodotto norvegese pubblicato nel 1997, è un lavoro autoprodotto. La bella copertina (sì, la grafica rispecchia le tecniche dell’epoca) è un buon biglietto da visita per la musica, la produzione è discreta e del mastering se n’è occupato Tom Kvålsvoll, vero e proprio guru del settore che può vantare lavori con Arcturus, Dimmu Borgir, Ihsahn, Trollfest, Windir, Cor Scorpii, Emperor e i nostri Lou Quinse del bel Lo Sabbat, tra gli altri. Con En Historie i Vanaheim avevano iniziato bene la carriera: in quanti posso dire di aver realizzato un mcd che, nel suo piccolo, è passato alla storia?

Svartalfar – Nifheliar Til

Svartalfar – Nifheliar Til

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Björn Fornaldarson: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Intro: Ásgarðr – 2. The Last Bulwark Of Wotan – 3. Tonight Sun Rises In Svartalfaheimr – 4. Hrafnagaldr I: Runar – 5. Interlude: Sleipnir – 6. Hrafnagaldr II: Niflheljar Tir – 7. Elven Beauty Manalihs – 8. Il Sonno Di Silibrand

La scena underground italiana è piena di talenti – un concetto che ho spesso ribadito su queste pagine , basta avere la volontà (e la pazienza) di setacciare le uscite e non farsi abbindolare da etichette, proclami e “amici di” che invece di fan sembrano essere ultras delle curve calcistiche. Ed è così che un progetto realmente valido ma completamente di nicchia come Svartálfar corra il rischio di passare inosservato: sarebbe un vero peccato! Il polistrumentista Björn Fornaldarson nel 2015 inizia a lavorare su delle canzoni ispirate alla musica scaldica norrena (veste nella quale si esibisce dal vivo, utilizzando la lira di Trossingen e la taglharpa) e dopo due singoli nel 2019 giunge al debutto autoprodotto nella primavera 2020 con l’ottimo Nifheliar Til. Sono certo che la provenienza geografica (Genova) penalizzi non poco l’intero progetto che se fosse stato originario della Scandinavia avrebbe se non altro attirato l’attenzione di una di quelle etichette piccole ma serie che puntualmente regalano piccole chicche agli appassionati di viking/folk metal. La musica di Svartálfar non è di semplice catalogazione in quanto nei trentacinque minuti del disco è possibile riconoscere una gran quantità di sfumature e influenze che sono state ben elaborate e personalizzate da Björn Fornaldarson al punto da non suonare mai come “copia di”, il che non è poco per un progetto giovane.

Già dalle prime note di Intro: Ásgarðr è possibile capire che non si è dinanzi al classico disco viking metal proveniente da una zona geografica al di fuori della Scandinavia: gli arpeggi e le melodie sono semplicemente perfetti e viene da pensare che sia quasi uno spreco utilizzare questa musica come semplice intro. In realtà con The Last Bulwark Of Wotan si capisce il legame con quanto ascoltato poco prima, anche se le chitarre si fanno più robuste, il cantato vira verso uno scream e tutto procede bene fino allo stacco a 3:18 dove l’ispirazione di Vratyas Vakyas s’impossessa della chitarra di Fornaldarson e viene fuori un riff talmente debitore a Falkenbach che il rischio di commuoversi è più che forte. La terza traccia Tonight Sun Rises In Svartalfaheimr è acustica e sognante, con il testo in inglese cantato pulito e gli strumenti a fiato a guidare l’ascoltatore verso un volo leggero al di sopra degli alberi e il vento che soffia a fine canzone sembra voler spazzare via la quiete a favore del caos, mentre invece Hrafnagaldr I: Runar ha una prima parte quasi folk ambient: inaspettata e spiazzante per quanto è bella e ben fatta. Dopo due giri di lancetta arrivano chitarre e growl, proseguendo successivamente con la sovrapposizione delle due anime della canzone. Nuovo break acustico con Interlude: Sleipnir, durante il quale l’arte e l’esperienza scaldica di Björn viene a galla, e si riparte con la canzone più aggressiva del cd, con stacchi black metal che ben si amalgamano con melodie folk e strumenti acustici: Hrafnagaldr II: Niflheljar Tir è forse il brano che racchiude al suo interno tutte le sfaccettature, compresa un’incredibile parte in italiano che suona delicata quanto un canto delle fate che con grazia si avvicinano a un fresco torrente montano. Il finale di Nifheliar Til è affidato a due brani acustici, ma diversi tra loro: Elven Beauty Manalihs è ricco di melodie e orchestrazioni e trasmette un certo tipo di epicità, mentre in Il Sonno Di Silibrand è presente solo la lira di Trossingen e la voce di Björn che canta in italiano. Le lingue utilizzate nei testi sono inglese, antico norreno, italiano e latino: se da una parte si può apprezzare la ricerca e il lavoro alla base di tutto, dall’altra si crea un po’ di confusione. Chissà se nel prossimo lavoro si continuerà in questo modo o una lingua avrà la meglio sulle altre?

Per essere un debutto è un gran bel debutto. L’unica pecca riscontrabile è nei suoni e nella produzione (la batteria in Hrafnagaldr I: Runar!) per quel che riguarda la “parte metal”, nella media per i prodotti underground, ma che con una cura maggiore avrebbe dato una spinta ancora maggiore alla bontà della musica. Al momento disponibile solo in formato digitale, Nifheliar Til è un disco che cresce con gli ascolti e che non dovrebbe mancare nella collezione degli amanti di queste sonorità.

Apocalypse – Odes

Apocalypse – Odes

2019 – full-length – autoproduzione

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Erymanthon: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Falling In The Darkness – 2. Ode Of Last Twilight – 3. Woods Of Wistfulness – 4. By The River – 5. The Ephemereal Life – 6. Exegi Monumentum – 7. Funeral March

A meno di un anno di distanza dal debutto Si Vis Pacem, Para Bellum, Erymanthon torna a lodare il genio creativo di Quorthon e dei suoi Bathory con il suo progetto Apocalypse. Odes, secondo full-length della one man band (disponibile solo in formato digitale), è difatti un tributo a quanto realizzato dal musicista svedese a cavallo tra Blood Fire Death e il periodo viking. La difficoltà di valutare un lavoro del genere sta proprio nel capire quanto un disco di canzoni originali che sembrano uscire da dei nastri sconosciti dei Bathory periodo 1988-1990 possa avere un senso nel 2020. Si potrebbe quasi parlare di out takes – il tutto è da prendere nell’accezione positiva –, ma negli anni altri gruppi, alcuni di rilevanza internazionale, sono passati da dischi clone di Hammerheart e Blood On Ice a un viking/black metal sì bathoriano, ma nel quale hanno saputo aggiungere quel qualcosa di personale che ora li rende facilmente riconoscibili nel marasma del metal odierno, senza comunque rinnegare la devozione per Quorthon, sempre in bella vista.

Odes è composto da sette tracce (l’intro Falling In The Darkness e l’intermezzo Exegi Monumentum, voce/chitarra cantato in latino di odi oraziane, presenti anche in The Ephemereal Life, più cinque canzoni) per un totale di quarantanove minuti. Come detto in apertura, il disco è un tributo ai Bathory, ma quando Erymanthon prova a mischiare un po’ le carte le cose si fanno più interessanti. By The River – una malinconica canzone acustica, piuttosto scarna nella struttura e che proprio grazie a ciò riesce ad arrivare dritta al bersaglio – e Funeral March – ispirata alla Sonata No.2 Op.35 di Chopin – nella quale le trame della sei corde si fanno più intricate e donano al pezzo un sapore nuovo, sono forse i migliori esempi. E poi ci sono Ode Of Last Twilight, Woods Of Wistfulness e i sedici minuti di The Ephemereal Life (una bella prova di avvenuta maturità compositiva) a ricordare quanto Quorthon sia importante per il giovane musicista piemontese. Se il logo, le copertine e le canzoni (comprese le parole chiave dei titoli) hanno un filo diretto con i Bathory, sorprende la voce – comprese le imprecisioni e le urla stonate – per vicinanza a quella di Thomas Börje Forsberg. Ad ascolto ultimano ci si rende facilmente conto di quanto Odes sia un disco dalle tinte malinconiche, c’è dolore nelle note delle canzoni, ma questo non ha cambiato più di tanto lo stile degli Apocalypse, con le composizioni che comunque hanno guadagnato un qualcosa di distintivo e particolare.

Odes, rispetto al debutto, mostra la volontà, seppur limitata a un paio di brani, di provare qualcosa di meno derivativo fermo restando il legame con il padre del black e del viking metal. Anche la produzione segna un passo in avanti, con un bel basso dal suono caldo e profondo che dona consistenza al sound delle canzoni. I presupposti, come abbiamo visto, ci sono tutti per percorrere il sentiero che ha portato Ereb Altor e Bloodshed Walhalla dall’essere poco più di cover band a gruppi dalla forte personalità in grado di incidere lavori di alta qualità senza per questo rinnegare quanto fatto in gioventù. Gli Apocalypse saranno i prossimi?

Valknacht – Chants De Guerre

Valknacht – Chants De Guerre

2011 – full-length – CDMR Records

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Thorleif: voce – Froidure: chitarra – Dörv: chitarra – Reif: basso – Matoleos: batteria – Blodørn: tastiera – Vervandi: flauto, voce

Tracklist: 1. The Wind Bears Theirs Memories – 2. Valkyries Still Ride – 3. Venu Du Septentrion – 4. Balder’s Rebirth – 5. Saxon’s Will – 6. The Autumn Of The Gods – 7. Mon Chemin Vers Le Valhalla – 8. Rite Funéraire

Il folk-pagan-viking metal è oggigiorno suonato in tutto il mondo, mentre fino a non troppi anni fa era limitato geograficamente alla sola Europa, possibilmente del nord. Se ormai non stupisce più la presenza in tale scena di gruppi italiani, spagnoli e romeni, fa ancora curiosità il gruppo giapponese che suona celtic metal con tanto di kilt, la formazione brasiliana che si rifà al sound dei Bathorypiù epici e nordici, piuttosto che la band del Cile influenzata dai vecchi Enslaved e Falkenbach. Intorno al 2010 sono uscite allo scopertodiverse formazioni canadesi, una scena in grande crescita: Eldensky, Battlesoul, Scimitar, Shadowblade, Nordheim (recensioni), Blackguard, Trollband (recensioni) e i grandi SIG:AR:TYR sono solo alcuni dei nomi che si possono fare.

Anche i Valknacht provengono dal Canada, e più precisamente dalla regione del Quebec. Attivi dal 2005, hanno all’attivo tre lavori: il debutto When The Might Of The Storm Becomes del 2009, il presente Chants De Guerre e Le Sacrifice d’Ymir del 2014, ultimo disco pubblicato prima di un silenzio che assomiglia a uno scioglimento non dichiarato. La band propone un viking metal fortemente influenzato dal black norvegese ’90, per un risultato simile (con le giuste proporzioni) agli Enslaved periodo Eld, ma con una vena folk maggiormente sviluppata e forti melodie ad addolcire il tutto; importante è il lavoro alla tastiera di Blodørn, utile a smussare le spigolosità di un sound ruvido e affilato. I tempi sono spesso elevati (gran lavoro del batterista Matoleos, i riff di chitarra al servizio della canzone, mentre il flauto di Vervandi è ottimo per spezzare la tensione e condurre i brani verso lidi meno aggressivi.

Alla vista della bella copertina, opera di Jean Pascal Fournier (Immortal, Edguy, Dragonforce ecc.), si può intuire il contenuto di Chants De Guerre, ovvero un fiero war metal ambientato in un’epoca non meglio precisata, ma comunque legata alla storia e alla mitologia nordica. I sessantuno minuti di durata del cd scorrono abbastanza veloci, nonostante le canzoni – tutte lunghe, si va dai sette ai dodici minuti – non differiscano molto tra di loro. Il merito è dei particolari che rendono le composizioni uniche e riconoscibili, sebbene la base batteria-chitarre sia piuttosto ripetitiva: alle sfuriate black oriented di Valkyries Still Ride (ammorbidita, però, dal tappeto tastieristico) risponde il mid-tempo Balder’s Rebirth, dove gli inserti folk ad opera di Vervandi e Blodørn rendono il brano meno roccioso: particolarmente deliziosa (anche se sentita centinaia di volte) la melodia principale di flauto, presente in diversi punti del brano. Molto interessante Saxon’s Will, canzone che vede incastonate tra di loro le molteplici influenze dei Valknacht: folk, black, pagan e un pizzico di power convivono e si miscelano alla perfezione per quello che può essere visto come l’apice di scrittura per creatura di Thorleif. Le gustose soluzioni del gruppo vengono esaltate dalla precisa produzione in grado, grazie al sapiente lavoro di Frank “Blastbeat” Fortin, di esaltare ogni strumento presente, mentre il mastering effettuato da Jean-Francois Dagenais (chitarrista dei Kataklysm) rende il tutto più potente e feroce. Chiudono Chants De Guerre i dieci minuti di Rite Funéraire, una lunga canzone che alterna momenti di crudo metal estremo (e un guitar work di scuola Dissection) a stacchi epici caratterizzati da suoni della natura e chitarra acustica, prima che un riffing piuttosto melodico porti a conclusione il lungo viaggio dei Valknacht attraverso fortezze e drakkar, bottini di guerra, monaci trucidati e coraggiosi guerrieri del nord.

I sette canadesi con questo lavoro hanno deciso di intraprendere una strada difficile e insidiosa, quella del camminare con le proprie gambe senza più appoggiarsi ai maestri del genere, ma che può procurare loro gioia e soddisfazione, creando lavori dal sapore concreto. I Valknacht compiono con Chants De Guerre un bel passo in avanti rispetto al precedente disco: Wagner, la natura, la mitologia e i Bathory, loro fonti d’ispirazione, possono essere soddisfatti.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Norden – Z Popiołow I Krwi

Norden – Z Popiołow I Krwi

2018 – full-length – Werewolf Productions

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Northflame: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. …I Zaszczeka Garm – 2. Jam Twy, Orłem – 3. Powiedz, ojcze… – 4. Młot Bogów – 5. To Twój Bóg – 6. The Land (Bathory cover)

Finalmente, è il caso di dirlo, i Norden sono riusciti a pubblicare il secondo full-length. Dico finalmente perché tra il debutto Glory In Flamese questo Z Popiołow I Krwi sono passati ben diciotto anni. E non diciotto anni pieni di EP, split, progetti paralleli o altro, ma diciotto anni conditi solamente da un vinile 7” contenente un brano e un singolo digitale nel 2014 in occasione del ventennale della band. In verità nel 2006 c’è stato anche il cd Blood On The Sky… limitato a duecento pezzi, ma si tratta di una compilation con le uscite del 1997, ovvero il demo e un promo. Il ritorno dei Norden era quindi poco atteso perché, sinceramente, del nome del progetto di Robert Bandzul, in arte Northflame, se ne ricordavano in pochi. Z Popiołow I Krwi è una sorpresa e una scoperta di un disco professionale e maturo, suonato con la giusta attitudine e che nulla ha da invidiare ai nomi grossi della scena. La musica dei Norden 2018 è un potente e fiero viking metal di stampo bathoriano, caratterizzato da brani dal minutaggio che varia tra i sei e i nove minuti, lunghe parti strumentali e un’epicità di fondo che non esce mai di scena.

L’inizio della prima traccia …I Zaszczeka Garm è delicato, con un morbido arpeggio di chitarra acustica su di un tappeto fatto di onde del mare, ma dopo lo scoccare del secondo minuto l’irruenza del metal si fa spazio fino a conquistare il centro dell’attenzione. Il brano si sviluppa in un mid-tempo gagliardo e potente che si conclude così come è iniziato: arpeggi e onde fino alla seguente Jam Twy, Orłem, la quale non si discosta molto per stile e approccio dall’opener. La terza canzone s’intitola Powiedz, ojcze… ed è una delle più ispirate: l’ombra di Quorthon è sempre molto presente, e in questo caso anche il guitarwork ricorda tantissimo quanto inciso nei solchi di Hammerheart, ma i Norden ci mettono del proprio (a partire dalla lingua polacca) per uscirne vincitori senza passare per meri cloni. Młot Bogów ha un piglio più aggressivo fermo restando che la velocità di crociera è sempre la stessa. La tastiera crea delle semplici quanto efficaci basi sulle quali la sei corde si muove con disinvoltura e mette in risalto i cori particolarmente vigorosi. L’ultima canzone originale del disco è Twój Bóg, che con oltre nove minuti di durata è anche la composizione dalla durata maggiore. Accordi lunghi e possenti cavalcate accompagnano i cori e il doppio cantato (che si sovrappone) pulito e harsh, per un risultato sempre convincente. Arrivati qui, a quota trentotto minuti, terminano le nuove canzoni dei Norden, ma c’è tempo per una cover, in verità non troppo fantasiosa come decisione, dei Bathory. La scelta è caduta su The Land, pezzo che fa parte di quel gioiello d’arte gelida che risponde al nome di Nordland II, disco del 2003 e ultima release di Quorthon prima della sua tragica scomparsa.

Z Popiołow I Krwi è un lavoro che dura poco se non si considera la cover e che di sicuro non fa della varietà la sua forza. Robert Bandzul ha deciso di puntare tutto sull’atmosfera e sulla solennità delle canzoni, riuscendo nell’intento. Rispetto a Glory In Flames la proposta dei Norden è cambiata, passando da un viking black aggressivo a un viking epico che non disdegna le melodie. Evidentemente in diciotto anni il gusto e lo stile del musicista polacco sembra esser maturato e “raffinato”; la “sorpresa” si ha in conseguenza dei tanti anni di silenzio, non essendoci stato modo di constatare disco dopo disco l’evoluzione sonora dei Norden. Poco male: Z Popiołow I Krwi è un gran bel cd e come tale va preso… sperando di non dover attendere altri diciotto anni per ascoltare il successore!