Arvinger – Til Evig Tid

Arvinger – Til Evig Tid

2004 – EP – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Djerv: voce – Hauk: chitarra, basso, batteria, tastiera

Tracklist: 1. Til Evig Tid – 2. Blodspakt

Uno degli obiettivi che mi ero prefissato quando decisi di iniziare l’avventura Mister Folk, era quello di dare spazio a lavori sconosciuti e realmente underground, soprattutto se meritevoli di attenzione. Per quanto difficile e controproducente in termini di visualizzazioni e feedback, ho preferito parlare di realtà poco note – e la lista sarebbe bella lunga – piuttosto degli ultimi lavori di Moonsorrow e Korpiklaani per fare due nomi a caso. Il disco preso in esame oggi è un EP del 2004 dei norvegesi Arvinger, realtà attiva dal 2001 che ha pubblicato il cd Helgards Fall nel 2003 e che è tornata attiva con il recente lavoro Rast, disponibile dalla settimana scorsa.

La musica di questo Til Evig Tid è un christian folk/viking sinfonico ricco di riff di ogni genere, cambi di tempo spesso improvvisi e piacevoli break che fanno capire quanto i due musicisti siano preparati. La prima canzone è la title-track: si viene subito aggrediti da una gran quantità di giri di chitarra (non al livello di Time Does Not Heal dei Dark Angel, ma poco ci manca) e continui cambi d’umore. Tastiere e violino sono strumenti non sempre utilizzati ma eccezionali quando entrano in azione, creando uno strano ma efficace mix tra Vintersorg e il black metal dei primi anni 2000. La seconda traccia Blodspakt è più diretta rispetto all’opener, ma non per questo meno convincente. Il mid-tempo (bello il contrasto tra lo scream di Derv e i copi puliti) concede respiro all’ascoltatore e le varie melodie sparse nei quattro minuti di durata rendono la composizione dinamica.

Meno di dieci minuti sono pochi per giudicare una band, ma anche al giorno d’oggi non è facile trovare due canzoni tanto differente quanto belle in un singolo disco, figurarsi in un EP. Questo è un lavoro che consiglio vivamente di riscoprire per gli Avinger del 2004, anche se per poco tempo, sono stati una grande band.

Annunci

Ildra – Eðelland

Ildra – Eðelland

2011 – full-length – Sonnenrune

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: sconosciuta

Tracklist: 1. Sweorda Ecgum – 2. Rice Æfter Oðrum – 3. Hrefnesholt (Dæl I) – 4. Esa Blæd – 5. Ofer Hwælweg We Comon – 6. Nu Is Se Dæg Cumen – 7. Earendel – 8. Swa Cwæð Se Eardstapa – 9. On þas Hwilnan Tid

Debutto discografico risalente al 2011 per Ildra, one man band proveniente dall’Inghilterra che vede il mastermind sconosciuto (i siti delle etichette Sonnenrune e Heidens Hart Records e della band sono prive di notizie riguardo al musicista che si cela dietro una foto sfocata) del quale, quindi, non si hanno informazioni. Ildra vede la luce nel 2004 ed Eðelland è il frutto epico di anni di lavoro che hanno visto la pubblicazione di tre demo, rispettivamente nel 2004, 2005 e 2007, dai quali, è bene dirlo, non “prende” nemmeno un brano: difatti le nove tracce del disco sono tutte create appositamente per Eðelland.

Musicalmente si sta parlando di un viking metal eroico e cadenzato, fortemente debitore verso i maestri Vratyas Vakyas (Falkenbach) e Quorthon (Bathory), ma già abbastanza personale al punto di avere una propria spiccata identità. Un viking semplice nella struttura, composto quasi unicamente da possenti mid tempo, arricchito da strumenti e melodie folk oltre, talvolta, da asciutti cori maschili, discreti e mai invadenti, segno di equilibrio e buon gusto in fase di composizione. Importante particolarità della band britannica è l’uso nei testi dell’Old English, l’antica lingua parlata tra il V e il XII secolo nell’odierna Inghilterra e nel sud della Scozia, simile all’antico frisone e al sassone, in relazione con il norreno e, di conseguenza, con il moderno islandese. Importante, fondamentale testo di questa antica lingua è il meraviglioso poema Beowulf, opera senza nome d’autore, senza titolo e di datazione incerta (VIII secolo?).

L’interessante Eðelland si apre con il pacato intro Sweorda Ecgum, prima che l’atmosfera nebbiosa e gelida di Rice Æfter Oðrum faccia capolino. Il riff principale è freddo, così come lo scream del cantante è spietato e deciso. Molto bello il rallentamento centrale, dove tutto si fa magniloquente, prima di tornare al giro di chitarra iniziale. Hrefnesholt (Dæl I) è un brano poderoso, dal ritmo lento, ma non per questo fiacco. Le urla del singer si alternano a cori maschili, mentre la chitarra acustica compare in più punti rendendo la composizione particolarmente vicina alle migliori produzioni di Falkenbach. Ottimo il finale, quando viene allo scoperto tutta la vena folkloristica del misterioso musicista, capace di creare un breve ma intenso momento di maturo folk metal nordico. Esa Blæd è un intermezzo acustico lungo poco più di un minuto, in grado di ricordare vagamente il folk “barbareggiante” di gruppi privi di chitarra dato l’uso non casuale di ritmi e tamburi. Il mid-tempo di Ofer Hwælweg We Comon vede protagonista una semplicissima melodia, perfetta per enfatizzare la drammaticità della voce e delle linee vocali. Un pezzo decisamente di qualità, che vede anche una delle rare accelerazioni dell’intero Eðelland, comunque mai estreme, ma anzi, sempre molto pacate. L’inizio di Nu Is Se Dæg Cumen ricorda certe atmosfere oscure ma al tempo stesso epiche di Bathory del biennio 1990-91. All’interno degli oltre otto minuti di durata si alternano melodie accattivanti, accordi di chitarra acustica, voci narranti, ritmi folk e rumori di battaglia quali urla bellicose, nitriti di cavalli e colpi di spada. Nu Is Se Dæg Cumen è probabilmente la canzone che meglio rappresenta l’essenza del progetto Ildra, riunendo in pochi minuti tutti gli elementi che caratterizzano e influenzano il concept che è alla base del progetto. Earendel è un altro intermezzo acustico sulla falsa riga di Esa Blæd, ma lungo il doppio. Dopo il bel ritmo folk è il turno dell’ultima canzone di Eðelland, l’intensa Swa Cwæð Se Eardstapa, ennesimo mid-tempo di pregevole fattura. Oltre dieci minuti di epico viaggio, una cavalcata di solitaria armonia con gli elementi che ci circondano. Semplicemente meraviglioso il malinconico pianoforte posto in chiusura del brano, un particolare, questo, che denota una visione musicale extra viking/folk del musicista. Conclude il debutto di Ildra l’outro On þas Hwilnan Tid, anch’esso acustico e ritmato, anche se leggermente più cupo rispetto agli altri presenti del disco.

Passati i quarantasette minuti dell’album, si rimane come frastornati dalla possanza dei testi in old english, incomprensibili ma incredibilmente fieri e orgogliosi. La buona produzione favorisce la trasmissione delle sensazioni dal musicista all’ascoltatore. Tutto suona alla perfezione: le chitarre sono nitide e grasse, la sezione ritmica ottimamente bilanciata con il resto degli strumenti, le vocals, sia scream che pulite, sempre inserite nel momento giusto, senza però esigere il ruolo di prima donna.

L’Anglo/Saxon metal di Ildra è la l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, di come storia (e cultura) e musica di origine popolare possano andare a braccetto, influenzandosi e arricchendosi a vicenda. Eðelland rappresenta il primo passo (e al momento, l’unico) del progetto Ildra verso un qualcosa di profondo e sentito; un primo passo coraggioso e assolutamente valido, meritevole di supporto e apprezzamento.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Bloodshed Walhalla – Thor

Bloodshed Walhalla – Thor

2017 – full-length – Fog Foundation

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Drakhen: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Farewell – 2. Thor – 3. Day By Day – 4. And Then The Dark – 5. Tyr – 6. Nine Words – 7. Northwinds – 8. Return

Drakhen è un personaggio unico nel panorama italiano: in quanti sono riusciti a realizzare degli ottimi dischi circondato da un misterioso alone mitologico e convivendo con leggende del tipo “registra i propri cd in uno scantinato dei vigili del fuoco”? La cosa più importante, ovviamente, è l’aspetto musicale, e in questo i Bloodshed Walhalla possono essere considerati come una certezza. Tutte le uscite della one man band lucana sono ottimi esempi di puro viking metal, con il pregio che ogni disco è migliore del precedente, e scusate se è poco. Thor, in questo senso, conferma la mia introduzione e, per tagliare immediatamente la testa al toro, si candida seriamente al titolo di miglior disco del 2017.

Dopo il ben riuscito EP Mather, lavoro ambizioso e unico nel suo genere, il progetto Bloodshed Walhalla torna sul mercato con un full-length potenzialmente ostico – 70 minuti di durata! –, ma che si rivela essere, invece, una trionfale marcia del metal tricolore. Drakhen non è nuovo di questi exploit, ma fa sempre immenso piacere notare come un musicista nato in terra italica riesca a realizzare un lavoro tanto pregevole che, ne sono sicuro, se fosse provenuto dalla fredda Scandinavia avrebbe fatto gridare al miracolo.

Una lunga intro ci porta alla title-track, canzone che presenta in maniera egregia quello che è il sound dei Bloodshed Walhalla del 2017: epic viking metal dai risvolti malinconici e carico di phatos. Le chitarre e la voce sono gli elementi portanti della composizione e del cd in generale, ma è l’insieme degli strumenti e delle orchestrazioni a rendere Thor davvero speciale. Il clou del disco arriva con gli oltre diciassette – 17 – minuti di Day By Day: tutto è moltiplicato all’ennesima potenza, e non è semplice descrivere le vette d’epicità raggiunte da Drakhen in questo brano. Un’orda vichinga che avanza lenta ma costante, agguerrita e senza pietà, ma in grado di distrarsi e festeggiare a fine giornata, a razzia compiuta. Dopo un inizio del genere era oggettivamente difficile fare di meglio, ma Drakhen si conferma grande musicista con And Then The Dark, canzone atipica ma ugualmente efficace: il cantato si fa teatrale quando ce n’è bisogno, e l’alternanza del parlato con i cori è pura maestria. I dodici minuti di Tyr sono epici e bathoriani da far girare la testa. I diversi stati d’animo caratterizzano positivamente la canzone, ricca di spunti intriganti e giri di chitarra che si ripetono come in una litania. Nine Words (i nove mondi della cosmologia norrena) è un un macigno incapace di accelerare o di fermarsi: i riff della sei corde e la voce pulita di Drakhen trasportano l’ascoltatore nel grande nord, laddove Hugin e Muninn, i corvi di Odino, volano nel cielo per riportare notizie al Guercio. Northwind prosegue il mood della precedente canzone, quindi tempi cadenzati ma con una solennità diversa e più drammatica (c’è anche un bel violino a rendere maggiormente intensi certi passaggi). Il brano non poteva che finire con dei passi sulla neve mentre il freddo vento del nord soffia senza pietà. Il lungo outro Return ci riporta lentamente alla realtà di tutti i giorni, e la reazione non può essere che premere nuovamente play.

Tutto gira alla perfezione, dalla musica alla produzione. I suoni sono belli potenti, l’equalizzazione degli strumenti giusta, le chitarre sono saette brutali tanto quanto quelle lanciate dal dio dai capelli rossi. L’unico aspetto che stona nella perfezione di Thor è l’artwork: dopo quello accattivante di Mather il booklet risicato e scarno di Thor è un’occasione mancata per rendete ancora più appetibile il disco con i testi e magari delle note di Drakhen stesso.

Thor è un manifesto di viking metal, non più solo una dichiarazione d’amore per i Bathory più epici, ma la conferma che in Italia, fortunatamente, esistono personaggi in grado di creare della grande musica. E se ve lo state chiedendo, sì, la storia secondo cui Drakhen registri i suoi dischi in uno scantinato dei vigili del fuoco è vera.

King Of Asgard – :taudr:

King Of Asgard – :taudr:

2017 – full-length – Trollmusic

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Karl Beckman: voce, chitarra – Ted Sjulmark: chitarra – Jonas Albrektsson: basso – Mathias Westman: batteria

Tracklist: 1. The Curse And The Wanderer – 2. Death And A New Sun – 3. :taudr: – 4. …For The Fury Of The Norse – 5. Upon Raging Waves (Mithotyn cover)

Una critica che ho sempre mosso ai King Of Asgard è quella di fare dischi troppo lunghi. Non è il minutaggio complessivo il problema, ma la presenza ogni volta di un paio di filler a lavoro che di fatto appesantiscono l’ascolto, rendendo gli LP meno attraenti di quanto potrebbero. Il debutto del 2010 Fi’mbulvintr, sicuramente il lavoro meglio riuscito della band svedese, così come i successivi …To North e Karg soffrono di questo problema, ma è anche vero che Karl Beckman e soci hanno con gli anni perso un po’ di smalto che a inizio carriera aveva fatto gridare al quasi miracolo più di un addetto ai lavori.

Anno 2017, i King Of Asgard tornano sul mercato (con la piccola Trollmusic dopo gli esordi con la Metal Blade Records) con una release alquanto sorprendete: solamente cinque brani per un totale di trentatré minuti, compresa l’inaspettata e assai gradita cover di Upon Raging Waves dei seminali Mithotyn. Ed è proprio questa canzone a sorprendere e non poco: come sappiamo, i King Of Asgard portano avanti il discorso iniziato proprio dai Mithotyn da quando Beckman e Karsten Larsson – guarda caso ex Mithotyn – nel 2008 hanno fondato la band. I Mithotyn sono i Mithotyn e i tre dischi pubblicati fanno parte della storia del viking metal, ed è vero che i King Of Asgard sono una band differente e con un’anima propria, ma è inevitabile pensare ai Mithotyn quando si ha a che fare con il cantante/chitarrista Beckman.

La musica di :taudr: è ispirata, potente, di grande qualità. L’opener The Curse And The Wanderer non lascia spazio al dubbio: la line-up dei King Of Asgard è compatta e suona con grande passione, come forse non si sentiva dal lontano Fi’mbulvintr. Le chitarre sono epiche nell’incedere aggressivo, con il furioso lavoro di Mathias Westman a sorreggere una canzone che racchiude in sei minuti e mezzo l’essenza della band. Death And A New Sun è prepotentemente nordica, con cori maschili e melodie di sei corde che rimandano ai gloriosi anni ’90, quando questo genere era suonato da poche – e sincere – band. La title-track ha un mood più corposo e pachidermico pur non disdegnando le accelerazioni: negli otto minuti di durata c’è tutto il sound dei vichinghi svedesi, epici nei cori e possenti come non mai nei riff di chitarra. Atmosfere doom introducono …For The Fury Of The Norse, mid-tempo schietto e lineare che vede l’ottima interpretazione di Beckman al microfono. La già nota Upon Raging Waves è l’ultima traccia del disco: fedele all’originale e con lo stesso meraviglioso feeling, è il miglior modo di terminare l’ascolto di :taudr:.

I King Of Asgard hanno deciso di concentrarsi su alcuni aspetti della propria musica e di apportare piccole novità (gli strumenti folk come la ghironda in Death And A New Sun) che però utilizzano con discrezione. In tutto questo il lavoro di Magnus “Devo” Andersson (bassista dei Marduk e dietro alla consolle per i blacksters svedesi e molte realtà meno affermate) in sala d’incisione è fondamentale poiché riesce a dare quel retrogusto ’90 senza perdere un minimo di potenza e mascolinità.

Alla fine l’unico neo di :taudr: è, ironia della sorte, la breve durata. Un brano o al massimo due in più avrebbero reso questo cd maggiormente corposo, ma anche così il disco va più che bene: i King Of Asgard ci sanno fare per davvero e questa pubblicazione 100% old school viking metal lo dimostra.

Isengard – Traditional Doom Cult

Isengard – Traditional Doom Cult

2016 – EP – Peaceville Records

VOTO: SV – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Fenriz: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. The Light – 2. The Fright

isengard-traditional_doom_cult

Mi dispiace, ma odio il folk metal”. Ricordo molto bene come esordì Fenriz in occasione dell’intervista che gli feci per il mio libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: almeno fu onesto e mise subito le carte in tavola. Nonostante questa frase di presentazione il buon Fenriz ha avuto un ruolo molto importante per la creazione e primo sviluppo del folk metal, quello vero e dalle tinte oscure della Scandinavia. Isengard e Storm sono due nomi che tutti i lettori di Mister Folk dovrebbero conoscere sia per l’impatto che ebbero nella scena di allora, che per la qualità dei vari Nordavind, Vinterskugge e Høstmørke.

Gli Isengard non sono tornati in attività, ovviamente, ma la francese Peaceville Records ha ben pensato di pubblicare questi due brani inediti con il parere positivo di Fenriz, il quale ha scritto delle lunghe note riguardo alle canzoni e alla loro genesi. La prima cosa che salta all’occhio, difatti, è la confezione di questo vinile 7” (unico formato della pubblicazione): spartana nella grafica (solo il logo della band in copertina) quanto ricca di informazioni e curiosità narrate da Fenriz in data giugno 2016, con l’ultima frase in grassetto che riporto: “only regular goat is real”.

Musicalmente ci troviamo dinanzi a due tracce molto scarne e registrate con i mezzi classici dei metallari alle prime armi dell’epoca. Il sound, comunque, non è male e anzi, è un piacere poter ancora ascoltare suoni e produzioni reali, senza aggiunte e toppe create al computer. The Light (registrata nell’autunno 1989) e The Fright (primi mesi del 1990) sono canzoni fortemente influenzate dal doom di Black Sabbath (Ozzy era), primi meravigliosi Candlemass e Trouble. Chitarre cupe, ritmi plumbei, e accelerazione tipiche del genere sono gli ingredienti di questi Isengard, con un tocco – di tanto in tanto – hard rock nella voce che stupisce non poco.

Un’uscita, questa, destinata ai fanatici del progetto Isengard e dei vinili. Un piccolo gioiello di musica scandinava oscura e ispirata.

Skálmöld – Vögguvísur Yggdrasils

Skálmöld – Vögguvísur Yggdrasils

2016 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Björgvin Sigurðsson: voce, chitarra – Þráinn Árni Baldvinsson: chitarra – Baldur Ragnarsson: chitarra – Snæbjörn Ragnarsson: basso – Jón Geir Jóhannsson: batteria – Gunnar Ben: tastiera

Tracklist: 1. Múspell – 2. Niflheimur – 3. Niðavellir – 4. Miðgarður – 5. Útgarður – 6. Álfheimur – 7. Ásgarður – 8. Helheimur – 9. Vanaheimur

skalmold-vogguvisur_yggdrasils

Vögguvísur Yggdrasils è il quarto full-length degli islandesi Skálmöld, la quinta uscita discografica se si considera anche l’eccellente live con l’orchestra Skálmöld og Sinfóníuhljómsveit Íslands del 2013. Ebbene, la band di Snæbjörn Ragnarsson e Björgvin Sigurðsson, fondatori del progetto nell’agosto 2009, non ha mai sbagliato un colpo. Anzi, è riuscita ad andare avanti portando ogni volta piccole novità nel sound ormai tradizionale degli Skálmöld: questa volta è l’influenza dell’heavy metal più classico in alcuni riff di chitarra (come in Niflheimur), strumento da sempre fondamentale per il risultato finale, tanto è vero che di chitarristi in formazione ce ne sono ben tre.

I quarantanove minuti di Vögguvísur Yggdrasils (“ninne nanne di Yggdrasill”) suonano tradizionali e privi di grandi sorprese, con qualche riff diverso dal solito e una maiuscola prova al microfono del sempre più convincente Björgvin Sigurðsson. Forse non si può sperare in meglio quando una band ha trovato la propria strada e prosegue la via in maniera sempre convincente.

Le nove canzoni che compongono il cd sono tutte di buona qualità, con i caratteristici cori maschili che da sempre contraddistinguono il combo di Reykjavík, così come lo sono le ritmiche che li hanno resi unici nel genere e immediatamente riconoscibili tra mille gruppi. L’opener Múspell è il classico up-tempo dalla forte melodia nordica e tutte le altre cose che rendono gli Skálmöld quelli che sono diventati. Niðavellir è un fantastico folk/viking metal di grande scuola, epico e dinamico, accattivante quanto tagliente nel suo stile asciutto e per niente scontato; il break di metà brano è una delle cose migliori dell’intero disco e non è certo un caso che il pezzo sia stato scelto come singolo. Il dualismo di Miðgarður, mid-tempo dai potenti ingressi di doppia cassa, è ben riuscito e gli accenti dell’organo di Gunnar Ben sono sempre nel momento giusto: la canzone che tratta di Midgard è un possibile futuro classico della discografia degli Skálmöld. Útgarður si distingue da tutto il resto per la possente vena dark delle strofe, ben supportate dal brutale cantato di Sigurðsson e dalle sporadiche urla del chitarrista Baldur Ragnarsson. Un altro brano degno di nota è Ásgarður, con la notevole accelerazione a metà composizione che porta a un bell’assolo di Þráinn Árni Baldvinsson seguito dal pregevole guitar work delle tre asce e dalle inimitabili melodie nordiche. Gli oltre nove minuti di Vanaheimur possono essere considerati come la summa di quanto presente in Vögguvísur Yggdrasils, ma non può non essere citato il momento in cui tutto sembra perduto, il silenzio ruba la scena alla musica e il vento inizia a soffiare sul nulla quando a sorpresa entra di prepotenza l’organo che ridà vita al tutto, portando con sé prima un timido fraseggio di chitarra e successivamente il resto degli strumenti. Questo intenso momento dagli sviluppi non solamente musicali è uno dei migliori dell’intero 2016, in grado di andare oltre alla musica e capace di sciogliere il cuore anche al più rude vichingo.

Molto interessante è l’aspetto lirico del disco: le nove tracce si rifanno ai nove mondi della mitologia nordica. Il frassino Yggdrasill sorreggeva l’universo e dalle fronde alle radici toccava i mondi di dèi, giganti e morti. Ogni canzone narra di un mondo: Niðavellir (letteralmente “campi della luna nuova”), ad esempio, racconta della regione abitata dai nani di stirpe Sindri. Come recita l’Edda poetica: 

Stóð fyr norðan
á Niðavöllum
salr ór golli

Sindra ættar…

Sta verso nord
nelle Niðavellir
la corte d’oro
della stirpe di Sindri…

Ultima cosa da aggiungere: se potete cercate di procurarvi la versione con il disco bonus: quarantuno minuti con quattro cover (Drink degli Alestorm da Sunset Of The Golden Age, Inní mér syngur vitleysingur dei Sigur Rós, Nattfödd dei Finntroll e Lazer Eyes dei canadesi Thor, act capitanato dal cantante/body builder Jon Mikl Thor), un inedito e tre brani live. Tanta carne al fuoco, ma soprattutto tanta qualità!

Vögguvísur Yggdrasils non fa altro che confermare la bontà della proposta di una delle poche “nuove” viking metal band realmente in grado di fare qualcosa di interessante e personale pur senza stravolgere le regole del genere. Ascoltare questo cd è come ritrovare un vecchio e caro amico che non si vede da due anni, ma con il quale si va sempre d’accordo perché proprio non può essere diversamente. Gli Skálmöld sono ormai una grande metal band del nostro genere e il nuovo disco non può che piacere agli appassionati di queste sonorità.