Isengard – Traditional Doom Cult

Isengard – Traditional Doom Cult

2016 – EP – Peaceville Records

VOTO: SV – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Fenriz: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. The Light – 2. The Fright

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Mi dispiace, ma odio il folk metal”. Ricordo molto bene come esordì Fenriz in occasione dell’intervista che gli feci per il mio libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: almeno fu onesto e mise subito le carte in tavola. Nonostante questa frase di presentazione il buon Fenriz ha avuto un ruolo molto importante per la creazione e primo sviluppo del folk metal, quello vero e dalle tinte oscure della Scandinavia. Isengard e Storm sono due nomi che tutti i lettori di Mister Folk dovrebbero conoscere sia per l’impatto che ebbero nella scena di allora, che per la qualità dei vari Nordavind, Vinterskugge e Høstmørke.

Gli Isengard non sono tornati in attività, ovviamente, ma la francese Peaceville Records ha ben pensato di pubblicare questi due brani inediti con il parere positivo di Fenriz, il quale ha scritto delle lunghe note riguardo alle canzoni e alla loro genesi. La prima cosa che salta all’occhio, difatti, è la confezione di questo vinile 7” (unico formato della pubblicazione): spartana nella grafica (solo il logo della band in copertina) quanto ricca di informazioni e curiosità narrate da Fenriz in data giugno 2016, con l’ultima frase in grassetto che riporto: “only regular goat is real”.

Musicalmente ci troviamo dinanzi a due tracce molto scarne e registrate con i mezzi classici dei metallari alle prime armi dell’epoca. Il sound, comunque, non è male e anzi, è un piacere poter ancora ascoltare suoni e produzioni reali, senza aggiunte e toppe create al computer. The Light (registrata nell’autunno 1989) e The Fright (primi mesi del 1990) sono canzoni fortemente influenzate dal doom di Black Sabbath (Ozzy era), primi meravigliosi Candlemass e Trouble. Chitarre cupe, ritmi plumbei, e accelerazione tipiche del genere sono gli ingredienti di questi Isengard, con un tocco – di tanto in tanto – hard rock nella voce che stupisce non poco.

Un’uscita, questa, destinata ai fanatici del progetto Isengard e dei vinili. Un piccolo gioiello di musica scandinava oscura e ispirata.

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Skálmöld – Vögguvísur Yggdrasils

Skálmöld – Vögguvísur Yggdrasils

2016 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Björgvin Sigurðsson: voce, chitarra – Þráinn Árni Baldvinsson: chitarra – Baldur Ragnarsson: chitarra – Snæbjörn Ragnarsson: basso – Jón Geir Jóhannsson: batteria – Gunnar Ben: tastiera

Tracklist: 1. Múspell – 2. Niflheimur – 3. Niðavellir – 4. Miðgarður – 5. Útgarður – 6. Álfheimur – 7. Ásgarður – 8. Helheimur – 9. Vanaheimur

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Vögguvísur Yggdrasils è il quarto full-length degli islandesi Skálmöld, la quinta uscita discografica se si considera anche l’eccellente live con l’orchestra Skálmöld og Sinfóníuhljómsveit Íslands del 2013. Ebbene, la band di Snæbjörn Ragnarsson e Björgvin Sigurðsson, fondatori del progetto nell’agosto 2009, non ha mai sbagliato un colpo. Anzi, è riuscita ad andare avanti portando ogni volta piccole novità nel sound ormai tradizionale degli Skálmöld: questa volta è l’influenza dell’heavy metal più classico in alcuni riff di chitarra (come in Niflheimur), strumento da sempre fondamentale per il risultato finale, tanto è vero che di chitarristi in formazione ce ne sono ben tre.

I quarantanove minuti di Vögguvísur Yggdrasils (“ninne nanne di Yggdrasill”) suonano tradizionali e privi di grandi sorprese, con qualche riff diverso dal solito e una maiuscola prova al microfono del sempre più convincente Björgvin Sigurðsson. Forse non si può sperare in meglio quando una band ha trovato la propria strada e prosegue la via in maniera sempre convincente.

Le nove canzoni che compongono il cd sono tutte di buona qualità, con i caratteristici cori maschili che da sempre contraddistinguono il combo di Reykjavík, così come lo sono le ritmiche che li hanno resi unici nel genere e immediatamente riconoscibili tra mille gruppi. L’opener Múspell è il classico up-tempo dalla forte melodia nordica e tutte le altre cose che rendono gli Skálmöld quelli che sono diventati. Niðavellir è un fantastico folk/viking metal di grande scuola, epico e dinamico, accattivante quanto tagliente nel suo stile asciutto e per niente scontato; il break di metà brano è una delle cose migliori dell’intero disco e non è certo un caso che il pezzo sia stato scelto come singolo. Il dualismo di Miðgarður, mid-tempo dai potenti ingressi di doppia cassa, è ben riuscito e gli accenti dell’organo di Gunnar Ben sono sempre nel momento giusto: la canzone che tratta di Midgard è un possibile futuro classico della discografia degli Skálmöld. Útgarður si distingue da tutto il resto per la possente vena dark delle strofe, ben supportate dal brutale cantato di Sigurðsson e dalle sporadiche urla del chitarrista Baldur Ragnarsson. Un altro brano degno di nota è Ásgarður, con la notevole accelerazione a metà composizione che porta a un bell’assolo di Þráinn Árni Baldvinsson seguito dal pregevole guitar work delle tre asce e dalle inimitabili melodie nordiche. Gli oltre nove minuti di Vanaheimur possono essere considerati come la summa di quanto presente in Vögguvísur Yggdrasils, ma non può non essere citato il momento in cui tutto sembra perduto, il silenzio ruba la scena alla musica e il vento inizia a soffiare sul nulla quando a sorpresa entra di prepotenza l’organo che ridà vita al tutto, portando con sé prima un timido fraseggio di chitarra e successivamente il resto degli strumenti. Questo intenso momento dagli sviluppi non solamente musicali è uno dei migliori dell’intero 2016, in grado di andare oltre alla musica e capace di sciogliere il cuore anche al più rude vichingo.

Molto interessante è l’aspetto lirico del disco: le nove tracce si rifanno ai nove mondi della mitologia nordica. Il frassino Yggdrasill sorreggeva l’universo e dalle fronde alle radici toccava i mondi di dèi, giganti e morti. Ogni canzone narra di un mondo: Niðavellir (letteralmente “campi della luna nuova”), ad esempio, racconta della regione abitata dai nani di stirpe Sindri. Come recita l’Edda poetica: 

Stóð fyr norðan
á Niðavöllum
salr ór golli

Sindra ættar…

Sta verso nord
nelle Niðavellir
la corte d’oro
della stirpe di Sindri…

Ultima cosa da aggiungere: se potete cercate di procurarvi la versione con il disco bonus: quarantuno minuti con quattro cover (Drink degli Alestorm da Sunset Of The Golden Age, Inní mér syngur vitleysingur dei Sigur Rós, Nattfödd dei Finntroll e Lazer Eyes dei canadesi Thor, act capitanato dal cantante/body builder Jon Mikl Thor), un inedito e tre brani live. Tanta carne al fuoco, ma soprattutto tanta qualità!

Vögguvísur Yggdrasils non fa altro che confermare la bontà della proposta di una delle poche “nuove” viking metal band realmente in grado di fare qualcosa di interessante e personale pur senza stravolgere le regole del genere. Ascoltare questo cd è come ritrovare un vecchio e caro amico che non si vede da due anni, ma con il quale si va sempre d’accordo perché proprio non può essere diversamente. Gli Skálmöld sono ormai una grande metal band del nostro genere e il nuovo disco non può che piacere agli appassionati di queste sonorità.

Helheim – landawarijaR

Helheim – landawarijaR

2017 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – V’gandr: voce, basso – Reichborn: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Ymr – 2. Baklengs Mot Intet – 3. Rista Blodørn – 4. landawarijaR – 5. Ouroboros – 6. Synir Af Heidindomr – 7. Enda-dagr

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Quando gli Helheim annunciano l’uscita del nuovo disco si va incontro in maniera automatica a un dubbio e a una certezza. Il dubbio riguarda l’indirizzo musicale intrapreso dal combo norvegese, la certezza è sulla qualità della proposta, qualunque essa sia. É così praticamente da sempre e anche con il nuovo landawarijaR, nono full-length per i pionieri del viking metal, questa “regola” viene rispettata.

La seconda parte della carriera di H’grimnir e soci ha visto il sound mutare e maturare dal classico viking metal feroce e black oriented verso un qualcosa di maggiormente progressivo e personale, influenzato da elementi al di fuori dell’heavy metal ma comunque oscuro e minaccioso come lo erano i vecchi Jormundgand e Blod & Ild. Tutto questo fino al precedente raunijaR, possibile punto di arrivo di un’evoluzione sorprendente e spavalda. Difficile fare meglio proseguendo quella via, si pensava, e sbagliavamo tutti. landawarijaR è ancora più estremo in fatto di ricerca musicale, vario come nessun altro capitolo della ricca discografia degli Helheim, sfacciato nel proporre qualcosa che nessuno aveva mai osato. Senza tirarla per le lunghe, nella title-track è presente il tema portante di Impressioni Di Settembre della PFM, gruppo progressive rock italiano che in passato ha suonato in giro per il mondo in festival da urlo (per citarne uno: Charlotte Speedyway, Califiornia, nel 1974 con 250.000 spettatori), entrando nella classifica Billboard dei dischi più venduti in America (l’album Cook, sempre del 1974) e di fatto influenzando una miriade di musicisti. Un manipolo di questi risiede in Norvegia e se oggi passiamo ore ascoltando i capolavori di Borknagar, Enslaved ed Helheim lo dobbiamo anche al talento di Franco Mussida (chitarra), Franz Di Cioccio (battieria) e Mauro Pagani (flauto e violino) e alla scena italiana (in particolare Banco Del Mutuo Soccorso e Le Orme) che all’epoca era rispettata e seguita con interesse.

Oltre alla bella title-track, come suona landawarijaR? Dannatamente Helheim: cupo e a tratti asfissiante, capace di grandi aperture melodiche e inaspettati break strumentali di grande gusto. I cinquantasei minuti del cd sono introdotti da Ymr, mid-tempo dal doppio cantato pulito e scream, traccia che alterna vari umori ma tenuta unita dal tipico sound dei vichinghi Helheim. Tempi frenetici e urla infernali per l’ottima Baklengs Mot Intet, epica e coinvolgente sia nelle parti violente che nei momenti più ragionati e “melodici”, vicina stilisticamente ai vecchi dischi pur mostrando una certa varietà stilistica di non poco conto. Negli otto minuti abbondanti di Rista Blodørn troviamo di tutto: ritmiche black metal, arpeggi post-rock, riff epici, urla primitive e melodie accattivanti. Con la title-track, però, si entra direttamente nella Valhalla. Tutti gli strumenti danno il meglio di sé, con le chitarre grandi protagoniste tra grandiosi riff in tremolo picking e la già citata melodia di Impressioni Di Settembre, qui proposta in varie forme e tonalità per diversi – piacevolissimi – minuti. Questo giusto tributo alla grande musica italiana è un onore e dovrebbe far riflette le persone che ignorano quanto di buono è uscito (e continua a uscire) dalle sale prove italiane. Il serpente che si morde la coda, creando in questa maniera un cerchio, è il protagonista di Ouroboros, brano che sembra diviso in due: da una parte c’è l’aspetto musicale, freddo e distaccato, dall’altro il cantato pulito (quasi liturgico) e in scream (tagliente negli interventi). Il risultato è bello ma ostico al tempo stesso, probabilmente la composizione più azzardata ed estrema di landawarijaR. Synir Af Heidindomr è una traccia molto diretta grazie soprattutto all’interpretazione vocale senza fronzoli e spartana, ma aggiunge poco a quanto già di buono detto nei precedenti capitoli. Il mid-tempo Enda-dagr chiude con eleganza il cd, con gustosi riff di chitarra e arpeggi crunchosi dalla forte personalità.

L’aspetto lirico è come sempre di grande importanza: il retaggio “norse” è presente ed è possibile percepirlo anche solo ascoltando la musica. Le rune e il loro significato sono protagoniste, rese dagli Helheim elementi fondamentali da incorporare nella vita moderna.

La produzione è perfetta per la musica proposta, potente ma non plasticosa, old style ma precisa e sporca al tempo stesso. Infine, una curiosità sui tanti ospiti presenti tra i solchi delle canzoni: tra i vari cantanti (William Hut, Morten Egeland, Pehr Skjoldhammer, Bjornar E Nilsen) spunta il nome di Ottorpedo, un comico rock norvegese che ha pubblicato diversi cd (?!).

landawarijaR è il “classico” album degli Helheim, con tutti i pregi e le caratteristiche che da anni li rende unici nel panorama viking metal. Il tributo all’Italia è un di più che fa piacere, ma anche se non ci fosse stato il nuovo disco di V’gandr e soci sarebbe stato comunque imperdibile per gli appassionati del genere.

Einherjer – Dragons Of The North XX

Einherjer – Dragons Of The North XX

2016 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Frode Glesnes: voce, basso – Ole Sønstabø: chitarra solista – Aksel Herløe – Gerhard Storesund: batteria, tastiera

Tracklist: 1. Dragons Of The North – 2. Dreamstorm – 3. Forever Empire – 4. Conquer – 5. Fimbul Winter – 6. Storms Of The Elder – 7. Slage Ved Hafrsfjord – 8. Ballad Of The Swords – 9. After The Storm

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Ri-registrare un proprio disco è diventato col tempo un piccolo classico. In molti ci si sono dedicati: ad alcuni è andata bene, realizzando un lavoro convincente, ad altri decisamente meno. Due esempi molto noti, fuori dal campo folk/viking metal, sono quelli di Exodus e Manowar. I primi hanno realizzato Let There Be Blood nel 2009, versione aggiornata del fantastico classico Bonded By Blood del 1985. I guerrieri di New York, invece, hanno rovinato il capolavoro del 1982 Battle Hymns con l’orrendo Battle Hymns MMXI. In entrambi i casi possiamo notare come le versioni originali risalissero ai primi anni ’80: sound scarno, registrazione analogica, feeling e sincerità alle stelle. I rifacimenti presentano una produzione massiccia e pulita, alcuni brani sono leggermente modificati e, al di là delle qualità finale, possono avere un senso. Il problema di questo Dragons Of The North XX sta nel fatto che suona tale e quale al Dragons Of The North del 1996, disco che lanciò gli Einherjer nell’olimpo, scusate, volevo dire nella Valhalla del folk/viking metal, che all’epoca muoveva i primi incerti passi. Di fatto, cosa ha portato lo storico combo norvegese alla pubblicazione di questo lavoro non è dato saperlo.

Quali sono le differenze tra le due versioni di Dragons Of The North? La prima differenza sta nell’inserimento a fine scaletta di un outro dal titolo After The Storm, meno di due minuti di tastiera atmosferica. La seconda e ultima risiede nell’artwork rinnovato che non presenta più i ragazzi del gruppo con delle improbabili camicie a scacchi come era di moda a metà ‘90. Per il resto cambia pochissimo: le canzoni sono identiche tra di loro se non per qualche dettaglio di poco conto (i minutaggi singoli, non a caso, sono molto simili) e i suoni sono quelli classici della band, ovvero retrò e non particolarmente potenti. Ovviamente è sempre bello ascoltare le melodie di Dreamstorm (l’iniziale arpeggio clean è stato convertito in un intro di chitarra elettrica con distorsione), i riff quasi ingenui di Conquerer e il crescendo del ritornello della title-track: le canzoni sono oggettivamente belle e varie, su questo non si discute.

Senza troppi giri di parole, Dragons Of The North XX poteva benissimo essere evitato. Non porta nulla di nuovo o interessante alla carriera degli Einherjer e se c’è da fare un acquisto, beh, questo deve essere l’originale Dragons Of The North del 1996: feeling inimitabile per un cd che ha conquistato la scena e fatto entrare la band nel cuore degli appassionati di viking metal.

Helheim – raunijaR

Helheim – raunijaR

2015 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vgandr: voce, basso – H’grimnir: chitarra, voce – Noralf: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Helheim 9 – 2. raunijar – 3. Åsgards Fall III – 4. Åsgards Fall IV – 5. Oðr

helheim-raunijar Quattro anni dopo la pubblicazione del quadrato Heiðindómr ok mótgangr, gli scandinavi Helheim tornano sul mercato con un lavoro che può essere definito senza alcun timore come sperimentale. raunijaR è il prodotto di anni di ricerca sonora e volontà di andare avanti, cosa che stupisce dato che i quattro norvegesi non si sono mai distinti per sperimentazioni e proposte innovative. Anzi, sono sempre stati visti come delle colonne viking/black testardamente legate alla tradizione, volenterose di non distaccarsi dalle origini più estreme del genere. Ascoltando il debutto Jormundgand e i successivi album in studio é possibile notare la maturazione della band, sempre più padrona degli strumenti e capace di rendere concrete le idee con grande precisione, ma mai prima di oggi gli Helheim si erano spinti tanto in avanti come con il presente raunijaR. Senza tanti giri di parole, se non ci fosse il nome sulla confezione del cd, in più di un’occasione sarebbe difficile riconoscere in questi quarantuno minuti il sound degli Helheim.

Cosa è successo in quattro anni e cosa contiene di tanto “strano” raunijaR? In verità non si tratta di nulla di eclatante se lo avessero fatto gli Enslaved, una band che nel corso degli anni ha abituato il pubblico a cambi di stile e influenze progressive, ma il disco è marchiato Helheim e non può non fare piacere constatare come una formazione storica e importante non abbia paura di apportare novità nel proprio sound. Al classico viking di matrice black è possibile scorgere intensi momenti soft, voci clean, sonorità insospettabili e una voglia di non accettare il classico concetto di canzone strofa-bridge-ritornello.

C’è subito da dire che il sound di raunijaR è di tutto rispetto. Bjørnar Erevik Nilsen (Taake, Skuggsjá, Mistur, Galar ecc.) si è occupato delle fasi di registrazione presso i Conclave & Earshot Studio, mentre il mastering è toccato a Herbrand Larsen, tastierista degli Enslaved e al lavoro anche con Gorgoroth, Demonaz, Taake e Wardruna.

La prima delle cinque tracce che compongono raunijaR è Helheim 9, brano che inizialmente vede protagoniste chitarre acustiche, scacciapensieri e voci pulite molto belle. La seconda parte della canzone è ritmata grazie all’ingresso della batteria e del basso, con l’aggiunta del violino e alcune contro-voci che danno profondità alla composizione. La titletrack è un up-tempo devastante, dal classico andare viking/black caro agli Helheim, a sorprendere positivamente è il potente stacco a metà canzone, tanto semplice quanto efficace per creare tensione prima che l’orda nordica riparta a gran velocità tra urla lancinanti e il drumming scatenato di Hrymr. La lunghissima (12:25 di durata) Åsgards Fall III (seguito delle tracce presenti nell’EP Åsgards Fall) è introdotta da un arpeggio di chitarra acustica che lascia il passo a un riff pachidermico e semi distorto che cresce lentamente e introduce la voce – anche in questo caso pulita – per un sound assolutamente epico. Con il passare dei minuti la musica cresce d’intensità, la voce clean lascia spazio allo scream e i riff di chitarra si fanno affilati come asce bipenne in grado di staccare la testa del nemico in un solo colpo. La violenza sembra la via da percorrere, ma Åsgards Fall III torna presto al semi-distorto, con l’aggiunta di chitarre vagamente post rock nel finale, che mai nessuno avrebbe mai potuto immaginare in un disco degli Helheim. Åsgards Fall IV è la naturale conclusione musicale-lirica di quanto iniziato nell’EP del 2010 precedentemente menzionato: anche in questo caso la band di Bergen preferisce il mid-tempo abbinato a voci pulite (sempre molto efficaci ed evocative), prima dello stacco acustico di metà canzone e conseguente ripartenza sempre all’insegna del mid-tempo, anche se le chitarre cambiano i giri rispetto alla prima parte e il basso pulsa in maniera strepitosa, come un vero cuore norvegese. Oðr è l’ultimo pezzo in scaletta, una creatura da oltre dieci minuti di lunghezza, epica e sporca al tempo stesso, ricca di phatos e intuizioni degne di nota come le melodie delle chitarre – una per lato – e il violino nella parte conclusiva.

Tra i Bathory più solenni e gli Enslaved meno intricati, gli Helheim hanno messo in questo raunijaR tutto quello che avevano dentro, e il risultato è sorprendente: un ottimo disco a dir poco epico, forse dal sapore nostalgico del tempo che fu, ma in grado di guardare avanti senza timore o incertezze.

Månegarm – Månegarm

Månegarm Månegarm

2015 – Napalm Records – full-length

VOTO: 6,5 – Recensore: Mister Folk

Formazione: Erik Grawsiö: voce, basso – Jonas Almquist: chitarra – Markus Andé: chitarra – Jacob Hallegren: batteria

Tracklist: 1. Blodörn – 2. Tagen Av Daga – 3. Odin Owns Ye All – 4. Blot – 5. Vigverk – Del II – 6. Call Of The Runes – 7. Kraft – 8. Bärsärkarna Från Svitjod – 9. Nattramn – 10. Allfader – 11. Månljus (bonus track) – 12. Mother Earth Father Thunder (Bathory cover, bonus track)

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Cosa ci si può aspettare da una band in attività da venti anni e all’ottavo disco, quando il meglio, purtroppo, sembra averlo già dato in passato? Sicuramente un discreto lavoro in grado di dare soddisfazione al fan, non facendogli rimpiangere i soldi spesi per l’acquisto: di questi tempi non è poco. Un discorso del genere più sembrare crudo e ingiusto per una formazione che ha saputo pubblicare grandi LP come Vredens Tid e Nattväsen, e che non ha mai toppato un’uscita che sia una. Però, dai Månegarm, ci si aspetta sempre quel guizzo, quel colpo di genio che altre formazioni di serie B (come notorietà, non per qualità), vedi Helheim e Thyrfing per fare dei nomi a caso, hanno di serie, mentre al combo svedese sembra mancare da un paio di uscite. Forse un semplice momento d’ispirazione non eccelsa, o più probabilmente il famoso cambio di line-up avvenuto ormai anni or sono, fatto sta che anche il nuovo Månegarm fa parte di quei dischi che sono piacevoli da ascoltare, ben suonati e prodotti, in grado anche di fomentare in più punti l’ascoltatore, ma incapace di lasciare il segno nel lungo andare. Parte della “colpa” è probabilmente degli album del passato, sempre sopra la media delle altre release, il paragone, per quanto ingiusto, non può non essere fatto, e ci vuole poco tempo per capire che i Månegarm di dieci anni fa era di un livello superiore rispetto agli attuali, per quanto bravi.

Un inizio di cd da oltre otto minuti non è cosa da tutti i giorni: introdotto da arpeggi, violini e scacciapensieri, Blodörn è un brano nel classico stile della band, accattivante e con un fondo di melodia che è impossibile allontanare. In questo mid-tempo l’aspetto folk è di primaria importanza e le melodie vocali sono ben studiate; l’unica pecca è forse rappresentata dal minutaggio leggermente eccessivo. Tagen Av Daga (con ospite l’ex Skyforger Kaspars Bārbals alla cornamusa e al cockle) e Odin Owns Ye All (non una cover degli Einherjer) sono le canzoni migliori del lotto: ritmiche sempre vincenti, melodie accattivanti e musicisti ispirati rendono le due tracce semplicemente micidiali. La scaletta (e l’ascolto) subisce una brusca frenata con una scelta assai bizzarra, ovvero l’inserimento di due canzoni acustiche una dietro l’altra, Blot e Vigverk. Malinconica la prima e più medievaleggiante/nordica la seconda, sicuramente entrambe suggestive, hanno la sola colpa di trovarsi in una posizione sbagliata all’interno della tracklist. Il ritornello ruffiano è il punto di forza di Call Of The Runes, altra canzone nella quale i Månegarm propongono la solita, buona, formula che ormai tutti noi conosciamo. Da questo momento, però, il disco si blocca tra brani appena sufficienti (Kraft e Nattramn) e acustici (Bärsärkarna Från Svitjod e Allfader), sicuramente non il miglior modo di concludere un cd per una band con il blasone meritatamente conquistato a suon di dischi belli. Le bonus track sono invece molto interessanti: Månljus è un black metal melodico con sfuriate veramente meritevoli, mentre Mother Earth Father Thunder è una cover dei Bathory (originariamente registrata per il disco Nordland I) che vede impegnati come ospiti niente meno che Jenny Tebler, la sorella di Quorthon, Alan Nemtheanga dei Primordial e Mats e Ragnar degli Ereb Altor.

L’ottavo disco dei Månegarm è, alla fine dei conti, un’altalena di emozioni e sentimenti contrastanti. Pura energia e delusione vanno di pari passo, alternandosi. La band di Norrtälje ha svolto un lavoro preciso e pulito, purtroppo privo di continuità e spunti realmente esaltanti. Paragoni col passato sono ingiusti per una serie di fattori di non poco conto, in primis una line-up diversa, e forse con questo punto di vista si sposa la decisione del gruppo di intitolare il disco con il proprio nome, come a indicare la volontà di iniziare una nuova vita. Forse il punto più basso della discografia dei lupi svedesi? Sembra proprio di sì: Månegarm non è certo un cd brutto, ma da Almquist e soci ci si aspetta di più e hanno sempre dimostrato di saperlo tirare fuori dagli strumenti. Auguriamoci (e auguriamogli) che questo momento non particolarmente brillante passi presto e che tornino sul mercato quanto prima purché ci siano delle valide canzoni a giustificarlo.