Helheim – landawarijaR

Helheim – landawarijaR

2017 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: H’grimnir: voce, chitarra – V’gandr: voce, basso – Reichborn: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Ymr – 2. Baklengs Mot Intet – 3. Rista Blodørn – 4. landawarijaR – 5. Ouroboros – 6. Synir Af Heidindomr – 7. Enda-dagr

helheim-landawarijar

Quando gli Helheim annunciano l’uscita del nuovo disco si va incontro in maniera automatica a un dubbio e a una certezza. Il dubbio riguarda l’indirizzo musicale intrapreso dal combo norvegese, la certezza è sulla qualità della proposta, qualunque essa sia. É così praticamente da sempre e anche con il nuovo landawarijaR, nono full-length per i pionieri del viking metal, questa “regola” viene rispettata.

La seconda parte della carriera di H’grimnir e soci ha visto il sound mutare e maturare dal classico viking metal feroce e black oriented verso un qualcosa di maggiormente progressivo e personale, influenzato da elementi al di fuori dell’heavy metal ma comunque oscuro e minaccioso come lo erano i vecchi Jormundgand e Blod & Ild. Tutto questo fino al precedente raunijaR, possibile punto di arrivo di un’evoluzione sorprendente e spavalda. Difficile fare meglio proseguendo quella via, si pensava, e sbagliavamo tutti. landawarijaR è ancora più estremo in fatto di ricerca musicale, vario come nessun altro capitolo della ricca discografia degli Helheim, sfacciato nel proporre qualcosa che nessuno aveva mai osato. Senza tirarla per le lunghe, nella title-track è presente il tema portante di Impressioni Di Settembre della PFM, gruppo progressive rock italiano che in passato ha suonato in giro per il mondo in festival da urlo (per citarne uno: Charlotte Speedyway, Califiornia, nel 1974 con 250.000 spettatori), entrando nella classifica Billboard dei dischi più venduti in America (l’album Cook, sempre del 1974) e di fatto influenzando una miriade di musicisti. Un manipolo di questi risiede in Norvegia e se oggi passiamo ore ascoltando i capolavori di Borknagar, Enslaved ed Helheim lo dobbiamo anche al talento di Franco Mussida (chitarra), Franz Di Cioccio (battieria) e Mauro Pagani (flauto e violino) e alla scena italiana (in particolare Banco Del Mutuo Soccorso e Le Orme) che all’epoca era rispettata e seguita con interesse.

Oltre alla bella title-track, come suona landawarijaR? Dannatamente Helheim: cupo e a tratti asfissiante, capace di grandi aperture melodiche e inaspettati break strumentali di grande gusto. I cinquantasei minuti del cd sono introdotti da Ymr, mid-tempo dal doppio cantato pulito e scream, traccia che alterna vari umori ma tenuta unita dal tipico sound dei vichinghi Helheim. Tempi frenetici e urla infernali per l’ottima Baklengs Mot Intet, epica e coinvolgente sia nelle parti violente che nei momenti più ragionati e “melodici”, vicina stilisticamente ai vecchi dischi pur mostrando una certa varietà stilistica di non poco conto. Negli otto minuti abbondanti di Rista Blodørn troviamo di tutto: ritmiche black metal, arpeggi post-rock, riff epici, urla primitive e melodie accattivanti. Con la title-track, però, si entra direttamente nella Valhalla. Tutti gli strumenti danno il meglio di sé, con le chitarre grandi protagoniste tra grandiosi riff in tremolo picking e la già citata melodia di Impressioni Di Settembre, qui proposta in varie forme e tonalità per diversi – piacevolissimi – minuti. Questo giusto tributo alla grande musica italiana è un onore e dovrebbe far riflette le persone che ignorano quanto di buono è uscito (e continua a uscire) dalle sale prove italiane. Il serpente che si morde la coda, creando in questa maniera un cerchio, è il protagonista di Ouroboros, brano che sembra diviso in due: da una parte c’è l’aspetto musicale, freddo e distaccato, dall’altro il cantato pulito (quasi liturgico) e in scream (tagliente negli interventi). Il risultato è bello ma ostico al tempo stesso, probabilmente la composizione più azzardata ed estrema di landawarijaR. Synir Af Heidindomr è una traccia molto diretta grazie soprattutto all’interpretazione vocale senza fronzoli e spartana, ma aggiunge poco a quanto già di buono detto nei precedenti capitoli. Il mid-tempo Enda-dagr chiude con eleganza il cd, con gustosi riff di chitarra e arpeggi crunchosi dalla forte personalità.

L’aspetto lirico è come sempre di grande importanza: il retaggio “norse” è presente ed è possibile percepirlo anche solo ascoltando la musica. Le rune e il loro significato sono protagoniste, rese dagli Helheim elementi fondamentali da incorporare nella vita moderna.

La produzione è perfetta per la musica proposta, potente ma non plasticosa, old style ma precisa e sporca al tempo stesso. Infine, una curiosità sui tanti ospiti presenti tra i solchi delle canzoni: tra i vari cantanti (William Hut, Morten Egeland, Pehr Skjoldhammer, Bjornar E Nilsen) spunta il nome di Ottorpedo, un comico rock norvegese che ha pubblicato diversi cd (?!).

landawarijaR è il “classico” album degli Helheim, con tutti i pregi e le caratteristiche che da anni li rende unici nel panorama viking metal. Il tributo all’Italia è un di più che fa piacere, ma anche se non ci fosse stato il nuovo disco di V’gandr e soci sarebbe stato comunque imperdibile per gli appassionati del genere.

Annunci

Einherjer – Dragons Of The North XX

Einherjer – Dragons Of The North XX

2016 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 6 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Frode Glesnes: voce, basso – Ole Sønstabø: chitarra solista – Aksel Herløe – Gerhard Storesund: batteria, tastiera

Tracklist: 1. Dragons Of The North – 2. Dreamstorm – 3. Forever Empire – 4. Conquer – 5. Fimbul Winter – 6. Storms Of The Elder – 7. Slage Ved Hafrsfjord – 8. Ballad Of The Swords – 9. After The Storm

einherjer-dragons_of_the_northxx

Ri-registrare un proprio disco è diventato col tempo un piccolo classico. In molti ci si sono dedicati: ad alcuni è andata bene, realizzando un lavoro convincente, ad altri decisamente meno. Due esempi molto noti, fuori dal campo folk/viking metal, sono quelli di Exodus e Manowar. I primi hanno realizzato Let There Be Blood nel 2009, versione aggiornata del fantastico classico Bonded By Blood del 1985. I guerrieri di New York, invece, hanno rovinato il capolavoro del 1982 Battle Hymns con l’orrendo Battle Hymns MMXI. In entrambi i casi possiamo notare come le versioni originali risalissero ai primi anni ’80: sound scarno, registrazione analogica, feeling e sincerità alle stelle. I rifacimenti presentano una produzione massiccia e pulita, alcuni brani sono leggermente modificati e, al di là delle qualità finale, possono avere un senso. Il problema di questo Dragons Of The North XX sta nel fatto che suona tale e quale al Dragons Of The North del 1996, disco che lanciò gli Einherjer nell’olimpo, scusate, volevo dire nella Valhalla del folk/viking metal, che all’epoca muoveva i primi incerti passi. Di fatto, cosa ha portato lo storico combo norvegese alla pubblicazione di questo lavoro non è dato saperlo.

Quali sono le differenze tra le due versioni di Dragons Of The North? La prima differenza sta nell’inserimento a fine scaletta di un outro dal titolo After The Storm, meno di due minuti di tastiera atmosferica. La seconda e ultima risiede nell’artwork rinnovato che non presenta più i ragazzi del gruppo con delle improbabili camicie a scacchi come era di moda a metà ‘90. Per il resto cambia pochissimo: le canzoni sono identiche tra di loro se non per qualche dettaglio di poco conto (i minutaggi singoli, non a caso, sono molto simili) e i suoni sono quelli classici della band, ovvero retrò e non particolarmente potenti. Ovviamente è sempre bello ascoltare le melodie di Dreamstorm (l’iniziale arpeggio clean è stato convertito in un intro di chitarra elettrica con distorsione), i riff quasi ingenui di Conquerer e il crescendo del ritornello della title-track: le canzoni sono oggettivamente belle e varie, su questo non si discute.

Senza troppi giri di parole, Dragons Of The North XX poteva benissimo essere evitato. Non porta nulla di nuovo o interessante alla carriera degli Einherjer e se c’è da fare un acquisto, beh, questo deve essere l’originale Dragons Of The North del 1996: feeling inimitabile per un cd che ha conquistato la scena e fatto entrare la band nel cuore degli appassionati di viking metal.

Helheim – raunijaR

Helheim – raunijaR

2015 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vgandr: voce, basso – H’grimnir: chitarra, voce – Noralf: chitarra – Hrymr: batteria

Tracklist: 1. Helheim 9 – 2. raunijar – 3. Åsgards Fall III – 4. Åsgards Fall IV – 5. Oðr

helheim-raunijar Quattro anni dopo la pubblicazione del quadrato Heiðindómr ok mótgangr, gli scandinavi Helheim tornano sul mercato con un lavoro che può essere definito senza alcun timore come sperimentale. raunijaR è il prodotto di anni di ricerca sonora e volontà di andare avanti, cosa che stupisce dato che i quattro norvegesi non si sono mai distinti per sperimentazioni e proposte innovative. Anzi, sono sempre stati visti come delle colonne viking/black testardamente legate alla tradizione, volenterose di non distaccarsi dalle origini più estreme del genere. Ascoltando il debutto Jormundgand e i successivi album in studio é possibile notare la maturazione della band, sempre più padrona degli strumenti e capace di rendere concrete le idee con grande precisione, ma mai prima di oggi gli Helheim si erano spinti tanto in avanti come con il presente raunijaR. Senza tanti giri di parole, se non ci fosse il nome sulla confezione del cd, in più di un’occasione sarebbe difficile riconoscere in questi quarantuno minuti il sound degli Helheim.

Cosa è successo in quattro anni e cosa contiene di tanto “strano” raunijaR? In verità non si tratta di nulla di eclatante se lo avessero fatto gli Enslaved, una band che nel corso degli anni ha abituato il pubblico a cambi di stile e influenze progressive, ma il disco è marchiato Helheim e non può non fare piacere constatare come una formazione storica e importante non abbia paura di apportare novità nel proprio sound. Al classico viking di matrice black è possibile scorgere intensi momenti soft, voci clean, sonorità insospettabili e una voglia di non accettare il classico concetto di canzone strofa-bridge-ritornello.

C’è subito da dire che il sound di raunijaR è di tutto rispetto. Bjørnar Erevik Nilsen (Taake, Skuggsjá, Mistur, Galar ecc.) si è occupato delle fasi di registrazione presso i Conclave & Earshot Studio, mentre il mastering è toccato a Herbrand Larsen, tastierista degli Enslaved e al lavoro anche con Gorgoroth, Demonaz, Taake e Wardruna.

La prima delle cinque tracce che compongono raunijaR è Helheim 9, brano che inizialmente vede protagoniste chitarre acustiche, scacciapensieri e voci pulite molto belle. La seconda parte della canzone è ritmata grazie all’ingresso della batteria e del basso, con l’aggiunta del violino e alcune contro-voci che danno profondità alla composizione. La titletrack è un up-tempo devastante, dal classico andare viking/black caro agli Helheim, a sorprendere positivamente è il potente stacco a metà canzone, tanto semplice quanto efficace per creare tensione prima che l’orda nordica riparta a gran velocità tra urla lancinanti e il drumming scatenato di Hrymr. La lunghissima (12:25 di durata) Åsgards Fall III (seguito delle tracce presenti nell’EP Åsgards Fall) è introdotta da un arpeggio di chitarra acustica che lascia il passo a un riff pachidermico e semi distorto che cresce lentamente e introduce la voce – anche in questo caso pulita – per un sound assolutamente epico. Con il passare dei minuti la musica cresce d’intensità, la voce clean lascia spazio allo scream e i riff di chitarra si fanno affilati come asce bipenne in grado di staccare la testa del nemico in un solo colpo. La violenza sembra la via da percorrere, ma Åsgards Fall III torna presto al semi-distorto, con l’aggiunta di chitarre vagamente post rock nel finale, che mai nessuno avrebbe mai potuto immaginare in un disco degli Helheim. Åsgards Fall IV è la naturale conclusione musicale-lirica di quanto iniziato nell’EP del 2010 precedentemente menzionato: anche in questo caso la band di Bergen preferisce il mid-tempo abbinato a voci pulite (sempre molto efficaci ed evocative), prima dello stacco acustico di metà canzone e conseguente ripartenza sempre all’insegna del mid-tempo, anche se le chitarre cambiano i giri rispetto alla prima parte e il basso pulsa in maniera strepitosa, come un vero cuore norvegese. Oðr è l’ultimo pezzo in scaletta, una creatura da oltre dieci minuti di lunghezza, epica e sporca al tempo stesso, ricca di phatos e intuizioni degne di nota come le melodie delle chitarre – una per lato – e il violino nella parte conclusiva.

Tra i Bathory più solenni e gli Enslaved meno intricati, gli Helheim hanno messo in questo raunijaR tutto quello che avevano dentro, e il risultato è sorprendente: un ottimo disco a dir poco epico, forse dal sapore nostalgico del tempo che fu, ma in grado di guardare avanti senza timore o incertezze.

Månegarm – Månegarm

Månegarm Månegarm

2015 – Napalm Records – full-length

VOTO: 6,5 – Recensore: Mister Folk

Formazione: Erik Grawsiö: voce, basso – Jonas Almquist: chitarra – Markus Andé: chitarra – Jacob Hallegren: batteria

Tracklist: 1. Blodörn – 2. Tagen Av Daga – 3. Odin Owns Ye All – 4. Blot – 5. Vigverk – Del II – 6. Call Of The Runes – 7. Kraft – 8. Bärsärkarna Från Svitjod – 9. Nattramn – 10. Allfader – 11. Månljus (bonus track) – 12. Mother Earth Father Thunder (Bathory cover, bonus track)

manegarm-manegarm

Cosa ci si può aspettare da una band in attività da venti anni e all’ottavo disco, quando il meglio, purtroppo, sembra averlo già dato in passato? Sicuramente un discreto lavoro in grado di dare soddisfazione al fan, non facendogli rimpiangere i soldi spesi per l’acquisto: di questi tempi non è poco. Un discorso del genere più sembrare crudo e ingiusto per una formazione che ha saputo pubblicare grandi LP come Vredens Tid e Nattväsen, e che non ha mai toppato un’uscita che sia una. Però, dai Månegarm, ci si aspetta sempre quel guizzo, quel colpo di genio che altre formazioni di serie B (come notorietà, non per qualità), vedi Helheim e Thyrfing per fare dei nomi a caso, hanno di serie, mentre al combo svedese sembra mancare da un paio di uscite. Forse un semplice momento d’ispirazione non eccelsa, o più probabilmente il famoso cambio di line-up avvenuto ormai anni or sono, fatto sta che anche il nuovo Månegarm fa parte di quei dischi che sono piacevoli da ascoltare, ben suonati e prodotti, in grado anche di fomentare in più punti l’ascoltatore, ma incapace di lasciare il segno nel lungo andare. Parte della “colpa” è probabilmente degli album del passato, sempre sopra la media delle altre release, il paragone, per quanto ingiusto, non può non essere fatto, e ci vuole poco tempo per capire che i Månegarm di dieci anni fa era di un livello superiore rispetto agli attuali, per quanto bravi.

Un inizio di cd da oltre otto minuti non è cosa da tutti i giorni: introdotto da arpeggi, violini e scacciapensieri, Blodörn è un brano nel classico stile della band, accattivante e con un fondo di melodia che è impossibile allontanare. In questo mid-tempo l’aspetto folk è di primaria importanza e le melodie vocali sono ben studiate; l’unica pecca è forse rappresentata dal minutaggio leggermente eccessivo. Tagen Av Daga (con ospite l’ex Skyforger Kaspars Bārbals alla cornamusa e al cockle) e Odin Owns Ye All (non una cover degli Einherjer) sono le canzoni migliori del lotto: ritmiche sempre vincenti, melodie accattivanti e musicisti ispirati rendono le due tracce semplicemente micidiali. La scaletta (e l’ascolto) subisce una brusca frenata con una scelta assai bizzarra, ovvero l’inserimento di due canzoni acustiche una dietro l’altra, Blot e Vigverk. Malinconica la prima e più medievaleggiante/nordica la seconda, sicuramente entrambe suggestive, hanno la sola colpa di trovarsi in una posizione sbagliata all’interno della tracklist. Il ritornello ruffiano è il punto di forza di Call Of The Runes, altra canzone nella quale i Månegarm propongono la solita, buona, formula che ormai tutti noi conosciamo. Da questo momento, però, il disco si blocca tra brani appena sufficienti (Kraft e Nattramn) e acustici (Bärsärkarna Från Svitjod e Allfader), sicuramente non il miglior modo di concludere un cd per una band con il blasone meritatamente conquistato a suon di dischi belli. Le bonus track sono invece molto interessanti: Månljus è un black metal melodico con sfuriate veramente meritevoli, mentre Mother Earth Father Thunder è una cover dei Bathory (originariamente registrata per il disco Nordland I) che vede impegnati come ospiti niente meno che Jenny Tebler, la sorella di Quorthon, Alan Nemtheanga dei Primordial e Mats e Ragnar degli Ereb Altor.

L’ottavo disco dei Månegarm è, alla fine dei conti, un’altalena di emozioni e sentimenti contrastanti. Pura energia e delusione vanno di pari passo, alternandosi. La band di Norrtälje ha svolto un lavoro preciso e pulito, purtroppo privo di continuità e spunti realmente esaltanti. Paragoni col passato sono ingiusti per una serie di fattori di non poco conto, in primis una line-up diversa, e forse con questo punto di vista si sposa la decisione del gruppo di intitolare il disco con il proprio nome, come a indicare la volontà di iniziare una nuova vita. Forse il punto più basso della discografia dei lupi svedesi? Sembra proprio di sì: Månegarm non è certo un cd brutto, ma da Almquist e soci ci si aspetta di più e hanno sempre dimostrato di saperlo tirare fuori dagli strumenti. Auguriamoci (e auguriamogli) che questo momento non particolarmente brillante passi presto e che tornino sul mercato quanto prima purché ci siano delle valide canzoni a giustificarlo.

Mistur – In Memoriam

Mistur – In Memoriam

2016 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Oliver Øien: voce – Stian Bakketeig: chitarra – André Raunehaug: chitarra – Bjarte Brellid: basso – Tomas Myklebust: batteria – Espen Bakketeig: tastiera, voce

Tracklist: 1. Downfall – 2. Distant Peaks – 3. Firstborn Son – 4. Matriarch’s Lament – 5. The Sight – 6. Tears Of Remembrance

mistur-in_memoriam

Attende, disco d’esordio dei norvegesi Mistur, è stato un vero colpo al cuore, in grado di risvegliare dallo stato di torpore gli amanti del sognametal ad anni di distanza dalla tragica scomparsa del mai abbastanza compianto Valfar, mente dei Windir. Ci sono voluti ben sette anni per poter ascoltare la seconda opera della formazione proveniente da Kaupanger, In Memoriam, un lavoro lungo cinquantacinque minuti diviso in appena sei capitoli.

La curiosità è tanta e la domanda è solo una: come suonano i Mustur del 2016? Da Attende di tempo ne è passato e la band, com’è normale che sia, ha un approccio diverso come In Memoriam testimonia. Si può azzardare dicendo che questo sia un lavoro migliore del debutto, pur suonando differente? Difficile da stabilire, ma si può tranquillamente dire che In Memoriam è un cd di grande qualità tanto quanto lo è Attende, solo che l’effetto che ne scaturisce l’ascolto è certamente ampliato dagli anni dell’attesa. Questo è un disco di puro sognametal, sotto-genere sconosciuto ai più, suonato da pochissime band tutte provenienti dalla stessa zona della Norvegia, Sogndal.

Downfall è l’apertura perfetta: la tensione sale filo a sfociare nell’urlo liberatorio di Oliver Øien, mentre la band sfida l’inferno con riff gelidi e ritmiche furiose… il ritorno dei Mistur non poteva essere migliore! Sette minuti di melodie sognanti, malinconiche ed epiche al tempo spesso, impreziosite dal drumming chirurgico di Tomas Myklebust e dalla presenza delle clean vocals nei momenti migliori. La violenza di Distant Peaks è quasi spaventosa; ci pensano le tastiere a donare quel tocco symphonic black metal di tre lustri fa che, unito alla melodia di fondo, rendono il tutto accattivante fino allo stacco a metà canzone, soft e raffinato, dal retrogusto progressive. La ripresa delle ostilità mostra i Mistur molto vicini ai maestri Opeth del periodo Blackwater Park: un sound inaspettato, che la formazione norvegese riesce a gestire e rendere proprio. Le ritmiche assassine proseguono in Firstborn Son, up-tempo che non disprezza rallentamenti e momenti meno estremi. La parte strumentale a metà brano suona fresca e diversa da tutto quello che si sente nel genere viking/black per riff di chitarra e approccio alla composizione. Le urla animalesche di Oliver Øien ci fanno sprofondare nell’abisso del terrore mentre il pulito di Espen Bakketeig riporta alla mente alcune sonorità di Vintersorg e Borknagar. L’intro di tastiera spiana la strada alla furia di Matriarch’s Lament, black metal melodico che vede un ottimo alternarsi di partiture violente ad altre maggiormente orecchiabili e vagamente progressive, in sintonia con il concept che muove In Memoriam, ovvero con il ragazzo che attende paziente la propria vendetta, ricordando la distruzione della propria fattoria e l’uccisione di tutti i cari. La prova dei musicisti è eccellente e la lunga parte strumentale è la ciliegina sulla torta per una canzone che mostra i Mistur più sperimentali e senza paura. Il cd si conclude con due brani da oltre undici minuti l’uno: The Sight e Tears Of Remembrance. Il primo è pezzo quadrato con dei giri di chitarra che oltrepassano i limiti del black per approdare verso fraseggi freschi e poco noti a queste altitudini, dove la tastiera di Bakketeig dona un sapore seventies con brevi e mirati interventi. La conclusiva e “quasi” strumentale Tears Of Remembrance sfoggia una malinconia che trafigge il cuore, eco lontano di un tempo che non tornerà, tempo che porta via i nostri cari senza preavviso. I numerosi riff spaziano fra tristi melodie e accattivanti muri sonori dettati dalla possente sezione ritmica, i blast beat e le poche grida di Øien lasciano il palcoscenico a una sorta di ritornello con Bakketeig che sfodera un’interpretazione e una linea vocale da urlo.

Alla musica sopraffina si aggiungono l’ottimo artwork opera dell’artista Bjarne Egge, autore anche del dipinto utilizzato come copertina, e la produzione di Espen Bakketeig e Ole Hartvigsen (ex Mistur, dal 2010 con i Kampfar), nitida e aggressiva, ideale per questo tipo di sonorità. Il missaggio è stato affidato a Bjørnar Erevik Nilsen (Helheim di raunijar, Galar di De Gjenlevende ma anche Taake, Ov Hell, Skuggjsá ecc.) e il risultato è impeccabile.

Ci sono voluti ben sette anni, ma il ritorno di Espen Bakketeig (eccezionali i suoi interventi di voce pulita) e soci è di quelli che non passa inosservato. Tutto suona perfetto, la musica avvolge e incatena l’ascoltatore, i cinquantacinque minuti del cd sono colmi di sensazioni fortissime e quando si arriva alle ultime note di Tears Of Remembrance si ha la necessità di premere nuovamente play e immergersi un’altra volta in questo capolavoro sognametal. L’unica cosa che a questo punto ci si può augurare, è di non dover attendere altri sette anni per ascoltare un nuovo disco dei Mistur. In Memoriam è un cd che sfiora la perfezione, da ascoltare e amare.

Ereb Altor – Blot-Ilt-Taut

Ereb Altor – Blot-Ilt-Taut

2016 – full-length – Cyclone Empire

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. A Fine Day To Die – 2. Song To Hall Up High – 3. Home Of Once Brave – 4. The Return Of Darkness And Evil – 5. Woman Of Dark Desires – 6. Twilight Of The Gods – 7. Blood Fire Death

ereb_ator-blot_ilt_taut

Quella di registrare dischi tributo è una storia ormai vecchia e conosciuta: in molti ci sono passati, grandi nomi e realtà underground, con motivazioni assai differenti, dal semplice racimolare denaro alla più sincera volontà di omaggiare le proprie influenze musicali, per finire col “tappabuchi” tra un disco e l’altro o per concludere in maniera indolore un contratto discografico. I nostri idoli di gioventù ci sono passati un po’ tutti: quale gruppo, compresi gli Iron Maiden, non ha inciso cover da utilizzare come bonus track di edizioni limitate o da inserire in singoli o EP? In quanti hanno scelto di registrare dischi di sole cover? Quello dei Metallica di Garage Inc. è il nome più facile da ricordare, ma ci sarebbero tante formazioni da menzionare, come Overkill, Six Feet Under (ben quattro dischi di cover all’attivo!), Necrodeath ed Helloween giusto per fare qualche esempio.

Come si pone Blot-Ilt-Taut (traduzione in svedese antico di Blood Fire Death), disco tributo degli Ereb Altor nei confronti dei Bathory, nel mercato odierno? Qualcuno ha addirittura parlato di mossa commerciale (!), tutto giusto se non fosse che il disco è in vendita solo in formato vinile in 500 copie. Cosa altro rimane? Rimane l’essenza della musica, la voglia e la necessità di un musicista di omaggiarne un altro, un uomo che viene visto come padre musicale e che nei fatti lo è. Ma non siamo qui per glorificare il lavoro di Quorthon, gli Ereb Altor, come abbiamo visto con i precedenti full-length (Fire Meets Ice e Nattramn), sono ottimi musicisti in grado di comporre grandi canzoni, e con l’occasione hanno inciso una manciata di brani decidendo quasi sempre di rimanere fedeli alla versione originale, pur impostando il tutto su sonorità personali che ormai da anni gli appartengono.

Cosa troviamo all’interno di Blot-Ilt-Taut? Le canzoni sono sette, poche in verità se si pensa alle numerose composizioni dei Bathory che avrebbero meritato di essere inserite in questo disco, ma i motivi che hanno portato la band svedese a incidere solo sette brani sono due: il limitato minutaggio del vinile e la lunga durata di alcune canzoni. Quello che sorprende in positivo, oltre al devastante sound, ma ne parleremo più avanti, è la decisione di spaziare tra il catalogo black e quello viking dei Bathory, mossa che non pareva così scontata all’epoca dell’annuncio della realizzazione di questo album tributo.

Parlare delle singole canzoni è forse inutile, dato che si tratta di composizioni che sono alla base dell’heavy metal nordico, tanto più che gli Ereb Altor hanno deciso di proporle in maniera assai simile alla versione originale. La prima traccia del lato A non può che essere la clamorosa A Fine Day To Die (da Blood Fire Death) vero spartiacque e congiunzione al tempo stesso dei periodi black e viking dei Bathory: un inno di nove minuti che ogni metallaro dovrebbe conoscere a memoria. Segue l’epica accoppiata tratta da Hammerheart, Song To Hall Up High/ Home Of Once Brave, dove l’anima più fiera e vichinga di Quorthon viene a galla; in particolare, merita di essere sottolineato il ritornello di Home Of Once Brave, una delle cose più belle mai ascoltate. Il finale della canzone con le urla demoniache di Mats, creano il collegamento con la thrashy The Return Of Darkness And Evil, per la prima volta inclusa nella compilation Scandinavian Metal Attack (1984) e successivamente riproposta nell’infernale The Return…… (1985). Il sound è molto più pulito rispetto all’operato di Quorthon, e non potrebbe essere diversamente, ma nonostante ciò il feeling oscuro, grazie anche all’ottimo drumming di Tord, rimane lo stesso. Il lato B si apre con un pezzo da novanta, quel Woman Of Dark Desires che nel corso degli anni è stato coverizzato da diversi gruppi. Gli Ereb Altor giocano con le note e trovano dei bei riff dal sapore doom che inseriscono a più riprese, allungando la durata di un minuto e mezzo rispetto l’originale, di fatto realizzando una grande versione di un classico che è stato usato anche come marcia nuziale da fan pazzi dei Bathory. Twilight Of The Gods e Blood Fire Death sono i due inni che chiudono Blot-Ilt-Taut in maniera esemplare, pilastri del viking metal e del metal nordico in generale.

L’elegante vinile blu racchiude il sound massiccio degli Ereb Altor, frutto del lavoro di Tord (nei crediti inserito con il suo nome reale, Jonas Lindström) in studio, mentre la fantastica copertina, ottimo biglietto da visita del vinile, è opera del fotografo/illustratore Robert Kanto, già al lavoro con la band svedese per Nattramn, Fire Meets Ice e il debutto By Honour.

Gli Ereb Altor con Blot – Ilt – Taut hanno realizzato un piccolo capolavoro, riuscendo dove Quorthon, per via di una strumentazione e di una tecnica assai limitata non è riuscito ad arrivare. Il feeling e le idee pazzesche non si discutono di certo, i suoi brani hanno fatto la storia dell’heavy metal, ma non si può non essere d’accordo con il seminale giornalista Maurizio De Paola quando, parlando del mastermind dei Bathory, afferma che “per capire che pezzi bellissimi abbia scritto, devi aspettare che li suoni qualcun altro”. Quorthon è una figura fondamentale della storia dell’heavy metal e gli Ereb Altor lo hanno omaggiato nel migliore dei modi.