Månegarm – Månegarm

Månegarm Månegarm

2015 – Napalm Records – full-length

VOTO: 6,5 – Recensore: Mister Folk

Formazione: Erik Grawsiö: voce, basso – Jonas Almquist: chitarra – Markus Andé: chitarra – Jacob Hallegren: batteria

Tracklist: 1. Blodörn – 2. Tagen Av Daga – 3. Odin Owns Ye All – 4. Blot – 5. Vigverk – Del II – 6. Call Of The Runes – 7. Kraft – 8. Bärsärkarna Från Svitjod – 9. Nattramn – 10. Allfader – 11. Månljus (bonus track) – 12. Mother Earth Father Thunder (Bathory cover, bonus track)

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Cosa ci si può aspettare da una band in attività da venti anni e all’ottavo disco, quando il meglio, purtroppo, sembra averlo già dato in passato? Sicuramente un discreto lavoro in grado di dare soddisfazione al fan, non facendogli rimpiangere i soldi spesi per l’acquisto: di questi tempi non è poco. Un discorso del genere più sembrare crudo e ingiusto per una formazione che ha saputo pubblicare grandi LP come Vredens Tid e Nattväsen, e che non ha mai toppato un’uscita che sia una. Però, dai Månegarm, ci si aspetta sempre quel guizzo, quel colpo di genio che altre formazioni di serie B (come notorietà, non per qualità), vedi Helheim e Thyrfing per fare dei nomi a caso, hanno di serie, mentre al combo svedese sembra mancare da un paio di uscite. Forse un semplice momento d’ispirazione non eccelsa, o più probabilmente il famoso cambio di line-up avvenuto ormai anni or sono, fatto sta che anche il nuovo Månegarm fa parte di quei dischi che sono piacevoli da ascoltare, ben suonati e prodotti, in grado anche di fomentare in più punti l’ascoltatore, ma incapace di lasciare il segno nel lungo andare. Parte della “colpa” è probabilmente degli album del passato, sempre sopra la media delle altre release, il paragone, per quanto ingiusto, non può non essere fatto, e ci vuole poco tempo per capire che i Månegarm di dieci anni fa era di un livello superiore rispetto agli attuali, per quanto bravi.

Un inizio di cd da oltre otto minuti non è cosa da tutti i giorni: introdotto da arpeggi, violini e scacciapensieri, Blodörn è un brano nel classico stile della band, accattivante e con un fondo di melodia che è impossibile allontanare. In questo mid-tempo l’aspetto folk è di primaria importanza e le melodie vocali sono ben studiate; l’unica pecca è forse rappresentata dal minutaggio leggermente eccessivo. Tagen Av Daga (con ospite l’ex Skyforger Kaspars Bārbals alla cornamusa e al cockle) e Odin Owns Ye All (non una cover degli Einherjer) sono le canzoni migliori del lotto: ritmiche sempre vincenti, melodie accattivanti e musicisti ispirati rendono le due tracce semplicemente micidiali. La scaletta (e l’ascolto) subisce una brusca frenata con una scelta assai bizzarra, ovvero l’inserimento di due canzoni acustiche una dietro l’altra, Blot e Vigverk. Malinconica la prima e più medievaleggiante/nordica la seconda, sicuramente entrambe suggestive, hanno la sola colpa di trovarsi in una posizione sbagliata all’interno della tracklist. Il ritornello ruffiano è il punto di forza di Call Of The Runes, altra canzone nella quale i Månegarm propongono la solita, buona, formula che ormai tutti noi conosciamo. Da questo momento, però, il disco si blocca tra brani appena sufficienti (Kraft e Nattramn) e acustici (Bärsärkarna Från Svitjod e Allfader), sicuramente non il miglior modo di concludere un cd per una band con il blasone meritatamente conquistato a suon di dischi belli. Le bonus track sono invece molto interessanti: Månljus è un black metal melodico con sfuriate veramente meritevoli, mentre Mother Earth Father Thunder è una cover dei Bathory (originariamente registrata per il disco Nordland I) che vede impegnati come ospiti niente meno che Jenny Tebler, la sorella di Quorthon, Alan Nemtheanga dei Primordial e Mats e Ragnar degli Ereb Altor.

L’ottavo disco dei Månegarm è, alla fine dei conti, un’altalena di emozioni e sentimenti contrastanti. Pura energia e delusione vanno di pari passo, alternandosi. La band di Norrtälje ha svolto un lavoro preciso e pulito, purtroppo privo di continuità e spunti realmente esaltanti. Paragoni col passato sono ingiusti per una serie di fattori di non poco conto, in primis una line-up diversa, e forse con questo punto di vista si sposa la decisione del gruppo di intitolare il disco con il proprio nome, come a indicare la volontà di iniziare una nuova vita. Forse il punto più basso della discografia dei lupi svedesi? Sembra proprio di sì: Månegarm non è certo un cd brutto, ma da Almquist e soci ci si aspetta di più e hanno sempre dimostrato di saperlo tirare fuori dagli strumenti. Auguriamoci (e auguriamogli) che questo momento non particolarmente brillante passi presto e che tornino sul mercato quanto prima purché ci siano delle valide canzoni a giustificarlo.

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Mistur – In Memoriam

Mistur – In Memoriam

2016 – full-length – Dark Essence Records

VOTO: 9 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Oliver Øien: voce – Stian Bakketeig: chitarra – André Raunehaug: chitarra – Bjarte Brellid: basso – Tomas Myklebust: batteria – Espen Bakketeig: tastiera, voce

Tracklist: 1. Downfall – 2. Distant Peaks – 3. Firstborn Son – 4. Matriarch’s Lament – 5. The Sight – 6. Tears Of Remembrance

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Attende, disco d’esordio dei norvegesi Mistur, è stato un vero colpo al cuore, in grado di risvegliare dallo stato di torpore gli amanti del sognametal ad anni di distanza dalla tragica scomparsa del mai abbastanza compianto Valfar, mente dei Windir. Ci sono voluti ben sette anni per poter ascoltare la seconda opera della formazione proveniente da Kaupanger, In Memoriam, un lavoro lungo cinquantacinque minuti diviso in appena sei capitoli.

La curiosità è tanta e la domanda è solo una: come suonano i Mustur del 2016? Da Attende di tempo ne è passato e la band, com’è normale che sia, ha un approccio diverso come In Memoriam testimonia. Si può azzardare dicendo che questo sia un lavoro migliore del debutto, pur suonando differente? Difficile da stabilire, ma si può tranquillamente dire che In Memoriam è un cd di grande qualità tanto quanto lo è Attende, solo che l’effetto che ne scaturisce l’ascolto è certamente ampliato dagli anni dell’attesa. Questo è un disco di puro sognametal, sotto-genere sconosciuto ai più, suonato da pochissime band tutte provenienti dalla stessa zona della Norvegia, Sogndal.

Downfall è l’apertura perfetta: la tensione sale filo a sfociare nell’urlo liberatorio di Oliver Øien, mentre la band sfida l’inferno con riff gelidi e ritmiche furiose… il ritorno dei Mistur non poteva essere migliore! Sette minuti di melodie sognanti, malinconiche ed epiche al tempo spesso, impreziosite dal drumming chirurgico di Tomas Myklebust e dalla presenza delle clean vocals nei momenti migliori. La violenza di Distant Peaks è quasi spaventosa; ci pensano le tastiere a donare quel tocco symphonic black metal di tre lustri fa che, unito alla melodia di fondo, rendono il tutto accattivante fino allo stacco a metà canzone, soft e raffinato, dal retrogusto progressive. La ripresa delle ostilità mostra i Mistur molto vicini ai maestri Opeth del periodo Blackwater Park: un sound inaspettato, che la formazione norvegese riesce a gestire e rendere proprio. Le ritmiche assassine proseguono in Firstborn Son, up-tempo che non disprezza rallentamenti e momenti meno estremi. La parte strumentale a metà brano suona fresca e diversa da tutto quello che si sente nel genere viking/black per riff di chitarra e approccio alla composizione. Le urla animalesche di Oliver Øien ci fanno sprofondare nell’abisso del terrore mentre il pulito di Espen Bakketeig riporta alla mente alcune sonorità di Vintersorg e Borknagar. L’intro di tastiera spiana la strada alla furia di Matriarch’s Lament, black metal melodico che vede un ottimo alternarsi di partiture violente ad altre maggiormente orecchiabili e vagamente progressive, in sintonia con il concept che muove In Memoriam, ovvero con il ragazzo che attende paziente la propria vendetta, ricordando la distruzione della propria fattoria e l’uccisione di tutti i cari. La prova dei musicisti è eccellente e la lunga parte strumentale è la ciliegina sulla torta per una canzone che mostra i Mistur più sperimentali e senza paura. Il cd si conclude con due brani da oltre undici minuti l’uno: The Sight e Tears Of Remembrance. Il primo è pezzo quadrato con dei giri di chitarra che oltrepassano i limiti del black per approdare verso fraseggi freschi e poco noti a queste altitudini, dove la tastiera di Bakketeig dona un sapore seventies con brevi e mirati interventi. La conclusiva e “quasi” strumentale Tears Of Remembrance sfoggia una malinconia che trafigge il cuore, eco lontano di un tempo che non tornerà, tempo che porta via i nostri cari senza preavviso. I numerosi riff spaziano fra tristi melodie e accattivanti muri sonori dettati dalla possente sezione ritmica, i blast beat e le poche grida di Øien lasciano il palcoscenico a una sorta di ritornello con Bakketeig che sfodera un’interpretazione e una linea vocale da urlo.

Alla musica sopraffina si aggiungono l’ottimo artwork opera dell’artista Bjarne Egge, autore anche del dipinto utilizzato come copertina, e la produzione di Espen Bakketeig e Ole Hartvigsen (ex Mistur, dal 2010 con i Kampfar), nitida e aggressiva, ideale per questo tipo di sonorità. Il missaggio è stato affidato a Bjørnar Erevik Nilsen (Helheim di raunijar, Galar di De Gjenlevende ma anche Taake, Ov Hell, Skuggjsá ecc.) e il risultato è impeccabile.

Ci sono voluti ben sette anni, ma il ritorno di Espen Bakketeig (eccezionali i suoi interventi di voce pulita) e soci è di quelli che non passa inosservato. Tutto suona perfetto, la musica avvolge e incatena l’ascoltatore, i cinquantacinque minuti del cd sono colmi di sensazioni fortissime e quando si arriva alle ultime note di Tears Of Remembrance si ha la necessità di premere nuovamente play e immergersi un’altra volta in questo capolavoro sognametal. L’unica cosa che a questo punto ci si può augurare, è di non dover attendere altri sette anni per ascoltare un nuovo disco dei Mistur. In Memoriam è un cd che sfiora la perfezione, da ascoltare e amare.

Ereb Altor – Blot-Ilt-Taut

Ereb Altor – Blot-Ilt-Taut

2016 – full-length – Cyclone Empire

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, tastiera – Ragnar: chitarra, voce – Mikael: basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. A Fine Day To Die – 2. Song To Hall Up High – 3. Home Of Once Brave – 4. The Return Of Darkness And Evil – 5. Woman Of Dark Desires – 6. Twilight Of The Gods – 7. Blood Fire Death

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Quella di registrare dischi tributo è una storia ormai vecchia e conosciuta: in molti ci sono passati, grandi nomi e realtà underground, con motivazioni assai differenti, dal semplice racimolare denaro alla più sincera volontà di omaggiare le proprie influenze musicali, per finire col “tappabuchi” tra un disco e l’altro o per concludere in maniera indolore un contratto discografico. I nostri idoli di gioventù ci sono passati un po’ tutti: quale gruppo, compresi gli Iron Maiden, non ha inciso cover da utilizzare come bonus track di edizioni limitate o da inserire in singoli o EP? In quanti hanno scelto di registrare dischi di sole cover? Quello dei Metallica di Garage Inc. è il nome più facile da ricordare, ma ci sarebbero tante formazioni da menzionare, come Overkill, Six Feet Under (ben quattro dischi di cover all’attivo!), Necrodeath ed Helloween giusto per fare qualche esempio.

Come si pone Blot-Ilt-Taut (traduzione in svedese antico di Blood Fire Death), disco tributo degli Ereb Altor nei confronti dei Bathory, nel mercato odierno? Qualcuno ha addirittura parlato di mossa commerciale (!), tutto giusto se non fosse che il disco è in vendita solo in formato vinile in 500 copie. Cosa altro rimane? Rimane l’essenza della musica, la voglia e la necessità di un musicista di omaggiarne un altro, un uomo che viene visto come padre musicale e che nei fatti lo è. Ma non siamo qui per glorificare il lavoro di Quorthon, gli Ereb Altor, come abbiamo visto con i precedenti full-length (Fire Meets Ice e Nattramn), sono ottimi musicisti in grado di comporre grandi canzoni, e con l’occasione hanno inciso una manciata di brani decidendo quasi sempre di rimanere fedeli alla versione originale, pur impostando il tutto su sonorità personali che ormai da anni gli appartengono.

Cosa troviamo all’interno di Blot-Ilt-Taut? Le canzoni sono sette, poche in verità se si pensa alle numerose composizioni dei Bathory che avrebbero meritato di essere inserite in questo disco, ma i motivi che hanno portato la band svedese a incidere solo sette brani sono due: il limitato minutaggio del vinile e la lunga durata di alcune canzoni. Quello che sorprende in positivo, oltre al devastante sound, ma ne parleremo più avanti, è la decisione di spaziare tra il catalogo black e quello viking dei Bathory, mossa che non pareva così scontata all’epoca dell’annuncio della realizzazione di questo album tributo.

Parlare delle singole canzoni è forse inutile, dato che si tratta di composizioni che sono alla base dell’heavy metal nordico, tanto più che gli Ereb Altor hanno deciso di proporle in maniera assai simile alla versione originale. La prima traccia del lato A non può che essere la clamorosa A Fine Day To Die (da Blood Fire Death) vero spartiacque e congiunzione al tempo stesso dei periodi black e viking dei Bathory: un inno di nove minuti che ogni metallaro dovrebbe conoscere a memoria. Segue l’epica accoppiata tratta da Hammerheart, Song To Hall Up High/ Home Of Once Brave, dove l’anima più fiera e vichinga di Quorthon viene a galla; in particolare, merita di essere sottolineato il ritornello di Home Of Once Brave, una delle cose più belle mai ascoltate. Il finale della canzone con le urla demoniache di Mats, creano il collegamento con la thrashy The Return Of Darkness And Evil, per la prima volta inclusa nella compilation Scandinavian Metal Attack (1984) e successivamente riproposta nell’infernale The Return…… (1985). Il sound è molto più pulito rispetto all’operato di Quorthon, e non potrebbe essere diversamente, ma nonostante ciò il feeling oscuro, grazie anche all’ottimo drumming di Tord, rimane lo stesso. Il lato B si apre con un pezzo da novanta, quel Woman Of Dark Desires che nel corso degli anni è stato coverizzato da diversi gruppi. Gli Ereb Altor giocano con le note e trovano dei bei riff dal sapore doom che inseriscono a più riprese, allungando la durata di un minuto e mezzo rispetto l’originale, di fatto realizzando una grande versione di un classico che è stato usato anche come marcia nuziale da fan pazzi dei Bathory. Twilight Of The Gods e Blood Fire Death sono i due inni che chiudono Blot-Ilt-Taut in maniera esemplare, pilastri del viking metal e del metal nordico in generale.

L’elegante vinile blu racchiude il sound massiccio degli Ereb Altor, frutto del lavoro di Tord (nei crediti inserito con il suo nome reale, Jonas Lindström) in studio, mentre la fantastica copertina, ottimo biglietto da visita del vinile, è opera del fotografo/illustratore Robert Kanto, già al lavoro con la band svedese per Nattramn, Fire Meets Ice e il debutto By Honour.

Gli Ereb Altor con Blot – Ilt – Taut hanno realizzato un piccolo capolavoro, riuscendo dove Quorthon, per via di una strumentazione e di una tecnica assai limitata non è riuscito ad arrivare. Il feeling e le idee pazzesche non si discutono di certo, i suoi brani hanno fatto la storia dell’heavy metal, ma non si può non essere d’accordo con il seminale giornalista Maurizio De Paola quando, parlando del mastermind dei Bathory, afferma che “per capire che pezzi bellissimi abbia scritto, devi aspettare che li suoni qualcun altro”. Quorthon è una figura fondamentale della storia dell’heavy metal e gli Ereb Altor lo hanno omaggiato nel migliore dei modi.

Týr – The Lay Of Thrym

Týr – The Lay Of Thrym

2011 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7 – Recensore: Mr. Folk 

Formazione: Heri Joensen: voce, chitarra – Terji Skibenæs: chitarra – Gunnar H. Thomsen: basso – Kári Streymoy: batteria

Tracklist: 1. Flames Of The Free – 2. Shadow Of The Swastika3. Take Your Tyrant4. Evening Star5. Hall Of Freedom6. Fields Of The Fallen7. Konning Hans8. Ellindur Bóndi Á Jadri9. Nine Worlds Of Lore10. The Lay Of Thrym11. I (Black Sabbath cover, bonus track) – 12. Stargazer (Rainbow cover, bonus track)
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I faroesi Týr, dopo il buono, ma non eccellente, By The Light Of The Northern Star, giungono a un bivio: la prima possibilità è quella di continuare sulla via del precedente disco, quindi un heavy/power con tinte folk e viking, oppure tornare a creare immortali sigilli di arte nordica. I quattro musicisti di Torshaven decidono di continuare a battere il sentiero apparentemente più semplice, con risultati discreti ma non memorabili.

The Lay Of Thrym è il sesto lavoro della loro carriera iniziata nel 1998, rilasciato dall’austriaca Napalm Records, e segue la strada tracciata dal già citato By The Light Of The Northern Star, semplificando ulteriormente le composizioni ed enfatizzando maggiormente i cori dei ritornelli, per avere, alla fine, canzoni più orecchiabili e facilmente assimilabili che però perdono definitivamente quel fascino da “vichinghi delle Isole Fær Øer” che fin da inizio carriera li ha sempre contraddistinti. Eppure le menti che compongono sono le stesse da anni, le fonti d’ispirazione sono sempre le stesse e il cantante, nonché maggior compositore Heri Joensen, ha anche avuto modo di sfogare la sua passione per l’heavy prog con il (buon) disco degli Heljareyga. Viene quindi da pensare che The Lay Of Thrym sia esattamente ciò che i Týr vogliono suonare nel 2011.

Le coordinate stilistiche che segue The Lay Of Thrym sono chiare fin dall’opener Flames Of The Free: ritmo medio-alto, riff potenti, cori virili. Il brano in sé è piacevole, anche se – una a caso – The Edge era ben altra cosa, ma da allora sono passati otto anni e con l’andar del tempo le cose possono e devono andare in maniera diversa. Molto meglio Shadow Of The Swastika, canzone maggiormente vicina ai vecchi classici del repertorio dei Týr, in cui chitarre e melodie nordiche creano un’ottima atmosfera, ben assecondate dalle semplici ma azzeccate linee vocali di Heri Joensen, cantante dotato di un timbro personale ed espressivo, ormai vero marchio di fabbrica della band. Take Your Tyrant è il brano usato come anteprima dell’album: pessima scelta in quanto è una canzone mediocre e piatta. Con Evening Star i quattro faroesi provano la via della power ballad dopo aver dato alle stampe quel gioiellino di Ragnarok, traccia presente nell’omonimo album del 2006. Eguagliare la magia di quel pezzo è davvero impossibile, però i Týr riescono a estrarre dal cilindro (o dovrei dire elmo?) una composizione di buon gusto, dotata di un ottimo appeal. Molto scolastica Hall Of Freedom, lirica che ripropone lo schema compositivo dell’opener; stesso si può dire di Nine Worlds Of Lore, altra canzone che non aggiunge niente di positivo a The Lay Of Thrym, ma che anzi rischia di danneggiare l’economia dell’album. Un bel riff pesante apre Fields Of The Fallen, brano che prosegue a suon di rallentamenti pre-chorus e un ritornello che, seppure molto leggero, risulta essere molto convincente. Molto bella – finalmente, verrebbe da dire – la lunga parte strumentale, dove la tecnica e il buon gusto dei due chitarristi Joensen e Terji Skibenæs è messa in risalto. Con le seguenti Konning Hans e Ellindur Bóndi Á Jadri si torna ad ascoltare i Týr impegnati nella loro lingua, il che non può che far piacere, visto che sono i brani maggiormente folk, più vicini allo stile che li ha resi famosi in Europa anni fa a suon di Regin Smiður, Ramund Hin Unge, Torsteins Kvaedi e Sinklars Vísa. Come per magia anche la musica cambia e migliora, essendo maggiormente oscura e ricca di venature progressive, elementi che caratterizzavano il songwriting dei passati (capo)lavori. Konning Hans è un brano dall’incedere lento e dark, affascinante e sognante grazie alle stupende melodie chitarristiche prese dalla musica folkloristica dei loro antenati. Maggiormente veloce è la bella Ellindur Bóndi Á Jadri, quasi una filastrocca nella metrica, impreziosita da deliziosi motivi della tradizione faroese. La title-track chiude il disco in maniera convincente, probabilmente la canzone migliore dell’intero cd: atmosfere nordiche s’intrecciano a riff epici e un ottimo assolo di chitarra a sostegno di un brano finalmente di grande qualità. L’edizione digipak prevede due bonus track, concepite entrambe come omaggio all’immortale Ronnie James Dio, scomparso nello stesso anno di pubblicazione di The Lay Of Thrym: I (Black Sabbath) e Stargazer (Rainbow) sono dei classici della discografia del musicista italoamericano. Nel primo pezzo, estratto da Dehumanizer del 1992, seguono di pari passo i riff di Tony Iommi, mentre nel brano del micidiale duo Blackmore/Dio osano maggiormente, personalizzando con gusto le favolose note tratte da Rising.

La produzione, opera di Jacob Hansen, pur essendo oggettivamente ben realizzata, non convince solo in parte: il suono delle asce è troppo sottile (soprattutto se si pensa alle chitarre grasse e pastose di Eric The Red o Land…) e il tutto suona con un senso di plasticosità che non va bene per un gruppo del genere. Le tinte oscure dei colori della bella copertina e l’immagine forte della testa spaccata di Thrym contrastano con la musica, a volte fin troppo ariosa. La front cover raffigura Thor che brandisce con rabbia il suo martello dopo aver ucciso Thrym, re dei giganti Jötunn, colpevole di avergli rubato Mjollnir, e successivamente aver chiesto come riscatto la dea Freyja, avendone intenzione di sposarla; il suo piano però non va in porto e la vendetta di Thor è crudele: al ricevimento del matrimonio Thor massacra, oltre a Thrym, anche la sorella e tutti i parenti Jotnar presenti alla cerimonia.

Il disco scorre via velocemente senza eccessivi sussulti: il “nuovo” corso dei Týr probabilmente sarà apprezzato da chi è maggiormente appassionato di power metal che di viking, lasciando a quest’ultimi l’amaro in bocca durante le lineari Take Your Tyrant e Nine Worlds Of Lore, e facendo riaccendere la fiamma con Konning Hans e Ellindur Bóndi Á Jadri (non a caso le uniche due non in lingua inglese): non molto se si considera la caratura e lo status raggiunto dalla band.

The Lay Of Thrym è il disco meno riuscito dei Týr, ma rimane una spanna sopra alla maggior parte delle uscite del 2011, il che, francamente, non è proprio un bene.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Ereb Altor – Gastrike

Ereb Altor – Gastrike

2012 – full-length – Napalm Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Mats: voce, chitarra, basso, tastiera – Ragnar: voce, chitarra, basso – Tord: batteria

Tracklist: 1. The Gathering Of Witches2. Dance Of Darkness3. Dispellation4. Boatmans Call5. The Mistress Of Wisdom6. I Djupet Så Svart7. Seven

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C’era una volta, nel lontano nord Europa, un gruppo di due ragazzi che ogni giorno glorificava il sacro verbo di Quorthon ascoltando i suoi dischi, parlando in ogni occasione possibile della sua bravura e anche suonando musica propria sulla scia dei Bathory. Questo gruppo, che si chiama Ereb Altor, era talmente preso dal viking più epico al punto da pubblicare un paio di album di onesto heavy metal di stampo vichingo con forti richiami doom (cosa questa che, essendo i due ragazzi i responsabili della doom metal band Isole, era piuttosto preventivabile) proprio seguendo le orme dei Bathory più orgogliosamente nordici e atmosferici. Non soddisfatti, i due non mancavano intervista per sottolineare come avrebbero voluto suonare insieme al padre del viking se solo fosse ancora possibile, rimarcando l’immortalità dei suoi dischi ed il dovere di farli ascoltare alle nuove generazioni prive di basi musicali degne di nota e figlie dell’mp3 facile.

Gli Ereb Altor sono nati nel 2003 – parole loro – per omaggiare Bathory, per la soddisfazione degli amanti del bardo norvegese che annuivano compiaciuti ascoltando i loro lavori e dei nuovi giovani adepti che successivamente si sarebbero dedicati anima e corpo alla causa del viking metal. Fino a quando, un brutto giorno di qualche tempo fa, fecero capolino in sala prove le “cattive” influenze black metal, talmente forti e feroci da impossessarsi completamente della fase di scrittura, cacciando in malo modo l’epicità cristallina che caratterizzava il combo di Gävle. La rovina e decadenza di una silenziosa cittadina di campagna o un repentino e inimmaginabile ritorno alla vita dopo anni di tranquilla immobilità? Forse la verità sta nel mezzo, di sicuro la prima cosa che balza all’orecchio è che Gastrike è un album violento, crudo, distante da quello che gli Ereb Altor ci avevano abituato fin dal demo The Awakening del 2003.

Gastrike, edito dall’austriaca Napalm Records, è composto da sette brani, esattamente come i precedenti due lavori, per una durata di quarantacinque minuti. Musicalmente il nuovo lavoro della formazione svedese, per l’occasione diventato trio con l’ingresso del batterista Tord, è una sorta di viking con grosse e imponenti influenze black: pur non perdendo completamente i vecchi riferimenti bathoriani (vedi The Mistress Of Wisdom) gli Ereb Altor suonano cattivi, truci (a tratti ricordano i primi lavori degli Helheim), dove lo spazio per la melodia è ridotto al minimo e il cantato pulito è stato spodestato completamente dallo scream. Nei tanti rallentamenti doom, da sempre loro caratteristica, ora, con il cantato sporco, ricordano i My Dying Bride più disperati, per un risultato spiazzante ma di cristallina qualità.

L’indurimento del sound potrebbe essere la logica conseguenza dei temi trattati nei testi delle canzoni: lyrics ispirate dagli antichi miti, dalle leggende e dalle storie di fantasmi della loro terra. Terrore e incubi, mostri e coraggio mancante, uccisioni e notti senza fine, tutto si riflette nella crudezza delle sette composizioni. Il mid-tempo di The Gathering Of Witches mette in chiaro le cose fin dai primi secondi: urla disperate, chitarre stoppate e la batteria ipnotica non lasciano trasparire altro che sofferenza. L’inizio di Dance of Darkness, scandito da una melodia folk, sembra poter far tornare gli Ereb Altor a suonare come nei precedenti dischi, ma così non è. All’iniziale riff doomish si contrappone la successiva sfuriata black metal, il tutto sempre supportato dal lacerante cantato di Mats e Ragnar. Non tutto è svanito del vecchio modo di comporre, e la parte iniziale di Dispellation lo dimostra. Il brano scorre come in The End, con momenti tipicamente heavy metal e cori epici; l’unica reale differenza sta nel cantato, in quanto il “classico” clean semplice e d’impatto è stato definitivamente messo da parte a favore della rabbia dello scream. Boatmans Call non si discosta molto dalla precedente traccia: le chitarre e la batteria si muovono esattamente nella stessa direzione, con dei cori maggiormente presenti e un cambio di atmosfera dopo circa due minuti e mezzo che sa di lercio e crudele; tempo pochi secondi ed ecco che gli Ereb Altor sfornano uno dei momenti più convincenti dell’intero Gastrike. Note semplici, tempo lineare, ma tanto, tanto buon gusto. Arriva il turno della composizione più lunga del cd, The Mistress of Wisdom è la canzone probabilmente più varia e affascinante del disco. Inizialmente cantata in un clean piuttosto combattivo, presenta dei veri killer riff ben supportati dai cambi di tempo dettati dalla batteria di Tord. Dopo tanta “confusione” c’è spazio per il pianoforte, ma tempo pochi secondi arriva una nuova ventata musicale: l’odore è quello della drammaticità assoluta che i My Dying Bride da oltre venti anni recitano sui palchi di mezzo mondo. I Djupet Så Svart parte maggiormente ritmata rispetto alle altre sei sorelle, il tempo è più elevato e il lavoro svolto dalle chitarre è leggermente diverso e meno incisivo. La prima metà di I Djupet Så Svart è caotica, senza punti di riferimento, mentre l’altra metà è ariosa, con il cantato pulito che può ricordare alcuni act viking metal provenienti dalla fredda Scandinavia. Settimo e ultimo sigillo di Gastrike è Seven, ennesima composizione estrema dove il tremolo picking delle asce gioca un ruolo primario per la riuscita del pezzo. Sembra un brano studiato appositamente per i live, dove l’energia dell’headbanging si affianca alla naturale potenza della canzone. Si conclude in questa maniera, ottima, l’album della forse rinascita degli Ereb Altor, un disco muscoloso ma intelligente, dove i tre musicisti hanno messo anima e corpo per la realizzazione di un concept piuttosto abusato, riuscendo però ad avere un buon risultato.

I suoni sono più grassi e potenti che mai, ogni strumento respira e gode della pulizia dovuta all’ottimo lavoro di Jonas Lindström, che ha registrato il disco nello Studio Apocalypse, e di Thomas “Plec” Johansson (mixing, mastering) al Panic Room.

Gli Ereb Altor compiono una brusca e inaspettata sterzata verso lidi estremi mai esplorati prima (anche se Ragnar, ad esempio, ha fatto parte dei death metallers Theory In Practice), con risultati più che soddisfacenti. Gastrike rappresenta, in conclusione, un lavoro di transizione da quanto fatto a inizio carriera verso sonorità più aggressive ma pur sempre epiche e scandinave, come effettivamente saranno quelle dei successivi Fire Meets Ice e Nattramn. Gastrike è un disco che dopo lo stupore iniziale si lascia ascoltare con piacere.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Bathory – Blood Fire Death

Bathory – Blood Fire Death

1988 – full-length – Black Mark Productiones

VOTO: CAPOLAVORORecensore: Persephone

Formazione: Quorthon: voce, chitarra – Kothaar : bassoVvornth: batteria

Tracklist: 1. Odens Ride Over Nordland – 2. A Fine Day To Die3. The Golden Walls Of Heaven – 4. Pace ʼTill Death – 5. Holocaust – 6. For All Those Who Died – 7. Dies Irae – 8. Blood Fire Death – 9. Outro

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Sangue, Fuoco, Morte e i ricordi di ciò che un tempo eravamo. Una notte senza stelle e l’immortale voracità di una selvaggia caccia notturna. Odino guida la nordica cavalcata di Asgard e i Bathory ne compongono la sua più temibile sinfonia. Sotto il segno di Blood Fire Death sorge l’alba di una nuova attitudine musicale, quella che nel successivo Hammerheart galopperà intrepida sino ai più sacri cancelli del Valhalla, prendendo il fiero nome di viking metal, creazione indiscussa del mai abbastanza compianto genio artistico del defunto Quorthon.

Non so quanti anni siano ormai trascorsi, eravamo ragazzini su un sentiero di montagna e il disco ci era arrivato da qualcuno di cui ora non rammento neanche più il nome. Farneticavamo di Nord e musica estrema e le giornate non erano che un soffio alla ricerca della vita e di una tanto anelata quanto impossibile eternità. La copertina mi giunse allo sguardo in tutta la sua più intensa passione: una maestosa opera del pittore romantico norvegese Peter Nicolai Arbo, Åsgårdsreien il suo titolo, dipinta nel 1872. Odens Ride Over Nordland, la strumentale traccia d’apertura dell’opus, diede corpo al travolgente universo di suggestioni racchiuso in quella così evocativa immagine. Lo sferzante tocco dei venti avversi e l’eco dei nitriti in lontananza si fonde, infatti, in un possente crescendo atmosferico che ancora oggi mi raggela il sangue nelle vene, un misto di atavico terrore ed estatica frenesia, la gloria del fuoco, del ghiaccio e di un tempo che fu. Da brividi anche l’avvincente intro acustica dell’immensa A Fine Day To Die: degno preludio alla battaglia che divampa, ruvida distorsione che incalza sino a invocar la morte. Die, die, die è il grido che ancora riecheggia nell’aere prima che la devastante tempesta di The Golden Walls Of Heaven ci scuota le pavide budella: un’inesorabile assalto di incontenibile razzia sonora che, incattivita dal grezzo ringhio di Quorthon, tutto deturpa, stupra e distrugge. Le velleità anticristiane da sempre professate dal nostro appaiono, inoltre, ben manifeste negli acrostici inseriti sia nel pezzo in questione (SATAN) che nel settimo Dies Irae (CHRIST THE BASTARD SON OF HEAVEN). Con la malvagia Pace ʼTill Death e la seguente Holocaust, un po’ meno tirata, ma parimenti putrida, le grida di Quorthon innalzano cupi scenari di guerra e desolazione. L’anima pagana ritorna, invece, a far capolino nella più cadenzata For All Those Who Died, le cui barbare urla mai si stancano di imprecare contro i turpi massacri compiuti all’ombra di un’empia croce di bestialità. Neppure le fiamme hanno smesso di crepitare che già s’appressa la cruda carneficina di Dies Irae, laddove l’incontrollata foga di un cruento macello si rallenta in una più sommessa marcia di sottile ferocia. Ed è ormai tempo per gli epici pigli di Blood Fire Death, l’ultimo, squarciante grido di Quorthon destinato a tessere la materia di ciò che è ora leggenda, un capolavoro di furia e orgoglio nordico, la cui ispirazione parrebbe provenire dallo stesso, fragoroso schianto del martello del dio del tuono:

Blood Fire Death

Children of all slaves
Unite be proud
Rise out of darkness and pain

A chariot of thunder and gold
Will come loud
And a warrior of thunder and rain

With hair as white as snow
Hammer of steel
To set you free of your chains

And to lead you all
Where horses run free
And the souls of the ancient ones reign

Outro: un rimbombar di pelli ed è ora per l’impresa di svanire: mantenga il coraggio colui che si risveglia.

Registrato presso l’Heavenshore Studio di Stoccolma, prodotto dallo stesso Quorthon in compagnia di Boss, e masterizzato presso i CBS Studios di Londra, Blood Fire Death è un album di transizione che, pur mantenendo l’aspra efferatezza del black dei primordi e uno sguardo sempre proteso ai veloci impeti di derivazione thrash, non teme di addentrarsi nei nuovi territori che presto costituiranno la radice del viking, un’imponente lezione di epica che da sempre marchia a fuoco la storia del metal di stampo nordico.

Non so quanti anni siano ormai trascorsi, eravamo ragazzini su un sentiero di montagna e il disco ci era arrivato da qualcuno di cui ora non rammento neanche più il nome. Da principio ostici, gli sgraziati latrati di Quorthon ci spalancarono le porte ai sentieri dell’estremo, una dionisiaca pulsione verso il clangore della battaglia, quel luogo in cui potente la terra continua a esalare aromi frammisti di sangue, fuoco e morte. Alzo gli occhi al cielo, sorge un sole rosso, la caccia di Odino non è ancora conclusa e massiccio si leva verso l’alto un ultimo, commosso saluto a quell’uomo, il cui spirito visse da indomito guerriero:

Westu hàl. Ferðu, Quorthon, Ferðu.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.