Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine

Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine

2021 – full-length – Antiq Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Vittorio Sabelli: clarinetto, chitarra, basso, tastiera – Emanuele Prandoni: voce, batteria

Tracklist: 1. Le Forche Caudine – Act I – 2. Le Forche Caudine – Act II

In forte contrasto con l’idea (anche nel metal estremo) di rendere la propria proposta musica quanto più accessibile per andare incontro alle necessità di un’audience sempre più distratta e frettolosa, Vittorio Sabelli e i suoi Dawn Of A Dark Age confezionano l’ennesimo disco composto da canzoni dalla lunga durata e per nulla semplici da ascoltare. Anzi, questo Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C. è un album che dura quasi quaranta minuti e ha solo due brani in scaletta, rispettivamente da ventidue e diciassette giri di lancetta. Chi ha avuto modo di ascoltare il precedente La Tavola Osca, uscito un anno fa, sa già cosa aspettarsi da questo nuovo full-length, per gli altri si può riassumere la creatura musicale di Sabelli con una definizione che potrebbe aiutare a capire, ma che comunque vive di tantissime altre cose che rendono i Dawn Of A Dark Age assolutamente unici. Si può parlare di un riuscito mix di metal estremo e qualche cosa di folk, da completare poi con uno strumento che dire rarità in questo settore è dire poco, ovvero il clarinetto. Clarinetto che è assoluto protagonista delle composizioni, alle quali regala momenti di pregiata “cultura” musicale che ben si posa su doppie casse e chitarre sferraglianti, un’idea che potrebbe sembrare azzardata ma che convince al 100% grazie alla bravura di Vittorio Sabelli. A ciò, in particolare nelle ultime due release, va assolutamente menzionata l’accurata ricostruzione storica di avvenimenti accaduti nella terra natia (e dintorni) del progetto, il Molise. Se con La Tavola Osca si è parlato di un importante ritrovamento archeologico tuttora esposto al British Museum di Londra, con Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C., com’è facile intuire, si parla della Seconda Guerra Sannitica, della quale il clou è sicuramente rappresentato dagli avvenimenti delle Forche Caudine. Essendo questo un concept album è bene dare qualche informazione al fine di comprendere meglio da cosa deriva l’ispirazione dei due lunghi brani e contestualizzare, per quanto possibile, il disco. Le Guerre Sannitiche si sono svolte dal 343 a.C. al 290 a.C. nella zona centrale dell’Italia con i Sanniti e altri popoli italici che si sono scontrati con una giovane repubblica romana che voleva conquistare territori e potere. Se la guerra ha visto i Romani vincere, la battaglia delle Forche Caudine è stata invece una grave sconfitta per le legioni romane, umiliate dai Sanniti di Gaio Ponzio e costretti a passare sotto i gioghi.

Il settimo lavoro dei Dawn Of A Dark Age è composto, come detto, da due lunghe composizioni che ne raccontano la storia con l’ormai classico stile fatto di parti narrate, intense sezioni strumentali, improvvise partiture metal e stacchi atmosferici. Act I inizia piano, poche note che col passare dei minuti e l’ingresso degli strumenti prendono forma fino a creare un mezzo capolavoro nel quale troviamo veramente di tutto. I riff di chitarra colpiscono piacevolmente, si sente il gran lavoro fatto su questo strumento per farlo suonare fresco e protagonista quando ce n’è bisogno, senza dimenticare, ovviamente, l’apporto del clarinetto che da sempre rende unica la proposta dei Dawn Of A Dark Age. Act II vede il grande contributo della chitarra nei primi minuti, con assoli e fraseggi particolarmente accattivanti sostenuti da ritmiche che rimandano ai massimi nomi dell’extreme folk metal dell’ultimo decennio. La componente folk, in questo brano, è piuttosto marcata e, soprattutto, ispirata. La sezione centrale della canzone cambia completamente registro: narrato teatrale e una parte strumentale molto delicata e triste caratterizzano bene la parte prima della nuova e bella esplosione metal che termina con cori e una marcia militare.

Le Forche Caudine 321 a.C. – 2021 d.C. è un disco ricco, complesso e bello, sicuramente non di semplice assimilazione. L’ascolto ottimale è quello con delle buone cuffie, in modo da isolarsi da tutto il resto e potersi concentrare sui dettagli che arricchiscono i brani che i numerosi ospiti (compreso Geoffroy Dell’Aria alla voce e cornamusa, già con i bravi Les Batards Du Nord ed ex Ithilien) hanno impreziosito con le loro capacità. Con una copertina che colpisce al primo sguardo e una produzione davvero buona per il genere, questo dei Dawn Of A Dark Age è signor lavoro che merita l’attenzione e il riconoscimento degli amanti di questa musica.

Grendel – Spirit

Grendel – Spirit

2020 – full-length – Earth And Sky Productions

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Roberto: voce, chitarra, basso – Stefano: voce clean

Tracklist: 1. Intro – 2. A Mortal Figth – 3. The Ultimate Vision – 4. Spirit – 5. Behind The Clouds – 6. Ice Desert – 7. Exiled – 8. Ashes

Nell’inutile gioco del “una band che avrebbe meritato di più” i lombardi Grendel figurerebbero sicuramente nella lista dei nominati. In attività dal 2003 e con un “top demo” nell’allora prestigiosa rivista cartacea Grind Zone – l’unica a trattare metal estremo – che faceva presagire un futuro roseo per la realtà tricolore, i Grendel hanno pubblicato cinque full-length incluso questo Spirit, ma il salto di notorietà non è mai avvenuto nonostante la buona fattura dei dischi realizzati.

L’epic black metal (o viking con influenze folk) del duo formato dai fratelli Chainerdog e N’astirth è ben strutturato e dal tocco melodico che porta le composizioni a suonare aggressive ma anche orecchiabili nei punti giusti. Negli anni la proposta musicale non è cambiata molto, ma il tempo ha portato esperienza e questo nei trentadue minuti di Spirit si sente.

Dopo la breve intro il disco si apre con la rapida A Mortal Fight, dal piacevole sapore scandinavo con il testo ispirato a un capitolo dei Mabinogion di Evenageline Walton. The Ultimate Vision è un altro brano veloce nelle ritmiche e tagliente nelle vocals, come da tradizione vuole il black melodico. La title-track suona particolarmente accattivante nonostante lo scream e la doppia cassa lanciata a velocità supersonica, con l’azzeccato utilizzo della voce pulita dopo metà composizione ad alleggerire un po’ l’atmosfera. Le prime canzoni di Spirit suonano compatte e omogenee pur con le loro differenze, rendendo così l’ascolto estremamente piacevole. Altro fattore che gioca un ruolo importante nella riuscita del cd è la qualità dei suoni, puliti e grintosi, così come l’utilizzo della drum machine, ben programmata e dai suoni reali; tutte le fasi di registrazioni, mixaggio e mastering sono state curate in prima persona da Roberto, il quale ha svolto un lavoro di qualità. Behind The Clouds è il pezzo più lungo dell’album con i suoi 6:20 di durata, canzone che presenta un raffinato gusto melodico e un differente utilizzo della sei corde, con riff e fraseggi meno aggressivi e più “orecchiabili”; bello anche lo stacco acustico e il seguente assolo, particolarità rara in questo genere ma sempre apprezzata. L’intermezzo Ice Desert porta alla feroce Exiled, cinque minuti di meravigliosa violenza come a volte necessitiamo tutti quanti. L’ultima canzone di Spirit è Ashes, dall’andatura più pacata e intrecci di sei corde nella prima parte che precede la successiva accelerazione e un ritornello che rimane in mente fin dai primi ascolti.

Spirit vede la luce grazie alla collaborazione con la Earth And Sky Productions, etichetta che si sta dando un gran da fare nell’underground italiano e non solo, con diversi lavori recensiti su queste pagine. I Grendel confermano la bontà della proposta con mezz’ora di metal estremo dal taglio melodico; un album come questo meriterebbe ben altra considerazione dalla stampa e dal pubblico. Nonostante tutto i Grendel vanno avanti e continuano a sfornare lavori come questo, segno che la passione vince su tutto: bravi!

Dawn Of A Dark Age – La Tavola Osca

Dawn Of A Dark Age – La Tavola Osca

2020 – full-length – Antiq Label

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Emanuele Prandoni: voce – Vittorio Sabelli: chitarra, basso, batteria, clarinetto, sax, voce narrante

Tracklist: 1. La Tavola Osca (I Atto) – 2. La Tavola Osca (II Atto)

Per parlare del nuovo disco dei Dawn Of A Dark Age è necessario fare un’introduzione storica per meglio comprendere il lavoro di Vittorio Sabelli, la mente dietro al progetto che ha nel clarinetto la sua grande particolarità.

Gli Oschi/Osci erano un’antica popolazione italica che risiedeva in zone dell’attuale Molise, Campania e Calabria. Con i secoli e le battaglie furono infine inglobati dai romani e le ultime iscrizioni in lingua osca risalgono al I secolo a.C.. E proprio di lingua e documenti scritti si parla nel disco La Tavola Osca, ovvero l’importante oggetto trovato nel 1848 dal contadino Pietro Tisone mentre lavorava al suo campo. La tavola passò successivamente tra le mani dello studioso Cremonese per poi essere acquistata dal collezionista Castellani e finire più tardi in una teca del British Museum di Londra, dov’è tutt’oggi esposta. Oltre alla bellezza dell’oggetto davvero ben conservato, ricopre un ruolo importante il testo: su un lato si parla del sacro recinto dedicato a Cerere, delle festività sacre e delle modalità d’ingresso, mentre sull’altro c’è un elenco delle proprietà del recinto e delle persone che possono entrarci.

La Tavola Osca è il sesto lavoro dei Dawn Of A Dark Age un cd composto da due lunghe canzoni (rispettivamente ventitré e diciassette minuti) che raccontano il ritrovamento casuale e la storia della Tavola Osca. Parte dei brani sono acustici passaggi ambient arricchiti dagli arpeggi della chitarra acustica, con Sabelli che racconta in maniera diretta e un po’ teatrale gli avvenimenti. Molto interessante la prima volta, meno le successive, quando in verità sarebbe utile “skippare” i quasi sei minuti che portano alla sfuriata black metal che rappresenta il cuore della prima canzone e che colpisce positivamente fin dalle battute iniziali. L’aggressività non è mai fine a se stessa e il lavoro di chitarra è davvero di pregevole fattura; la voce di Emanuele Prandoni, molto urlata e comprensibile, è perfetta per la musica della band. La prima traccia continua tra rallentamenti soft e nuove parti elettriche, sempre molto melodiche anche nelle rare sfuriate tipiche del genere. L’ospite Antonia Gust e la sua voce sono protagoniste della prima parte di La Tavola Osca (II Atto), anche questa che inizia con il parlato di Sabelli e che prosegue con quella che sembra essere una marcia suonata dalla banda della città: tutto ha un dolce sapore retrò che rende questa sezione della canzone molto affascinante. Dopo cinque minuti fanno irruzione chitarre e batteria e invece di spazzare via tutto, come è solito aspettarsi, vanno a braccetto con melodie arcaiche e toni che si abbassano efficacemente e il risultato, in un certo senso, ricorda alcune cose di Inchiuvatu.

La Tavola Osca è un lavoro ambizioso nell’idea e nella realizzazione. Non a caso l’aspetto estetico della release è molto curato con tre diversi formati (cd, cd con portachiavi che riproduce la Tavola Osca e il ricco box limitato a 100 copie, chiaramente andato sold out in poco tempo) tutti molto belli. La band molisana ha realizzato un disco che entra subito nelle grazie dell’ascoltatore e, pur non immediato, lavora da dentro e il messaggio arriva subito a destinazione. Coraggioso e ben realizzato, La Tavola Osca è un cd davvero valido.

King – Coldest Of Cold

King – Coldest Of Cold

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Tony Forde: voce – David Hill: chitarra – David Haley: batteria

Tracklist: 1. Conquer
 – 2. Mountains Call
 – 3. Coldest Of Cold
 – 4. One More War
 – 5. King
 – 6. In The Light Of The New Sun – 7. Beyond The Exosphere
 – 8. Star
 – 9. Ways Of The Forest
 – 10. My Master My Sword My Fire

Su Mister Folk non si tratta il black metal nelle recensioni, anche se è un genere “amico” e spessissimo le sue contaminazioni sono parte integrante dei dischi che vengono recensiti. Per non parlare poi del viking metal di matrice estrema che prende il via con gli Enslaved circa venti anni fa, o della scena sempre più corposa e agguerrita del pagan black metal. Su queste pagine non si tratta il black metal, ma non vuol dire che io non sia un ascoltatore e mi tenga aggiornato sulle nuove uscite. Ed è ascoltando questo Coldest Of Cold degli australiani King che ho deciso di fare uno strappo alla regola, e cioè di recensire un lavoro che è 100% black metal: troppo bello per non parlarne! La band originaria di Melbourne arriva con questo cd alla seconda pubblicazione (il debutto Reclaim The Darkness risale al 2016) e lo fa con il sostegno della norvegese Indie Recordings (Kampfar, Einherjer e Wolfcesmen).

Coldest Of Cold è composto da dieci canzoni per una durata complessiva di quarantaquattro minuti. Il black metal proposto da Tony Forde e soci è molto melodico, ma non disprezza affatto riff di chitarra taglienti, tappeti di doppia cassa e blast beat. Sì melodici, ma i King sono in grado anche di picchiare duro. Proprio qui sta la bellezza di un disco che, lo si può dire tranquillamente, non ha nulla di innovativo o “stravagante”. Coldest Of Cold è semplicemente un disco di black metal melodico che funziona alla grande, senza cali qualitativi o brani riempitivi, e che convince dal primo all’ultimo secondo. Non è facile trovare un disco che potrebbe apparire come “anonimo” o “già sentito”, e che invece fomenta nelle accelerazioni, stupisce quando i giri di chitarra si fanno più intricati e le melodie avvolgono l’ascoltatore cullandolo nella violenza che solo il black metal sa trasmettere. A tutto questo va aggiunta una produzione perfetta per questo genere di musica, pulita e potente, ma anche reale nei suoni.

Come da tradizione l’apertura è affidata a una canzone veloce, ma Conquer va oltre grazie alle ruggenti ritmiche che s’intrecciano con un il guitar work che nella ferocia riesce comunque a ad avere quel qualcosa di melodico che rende il tutto seducente: come guardare una condanna a morte ed esserne affascinati. La title-track si regge sulle linee vocali e sui cori che la fanno spiccare fin dal primo ascolto, mentre One More War, nonostante il titolo bellicoso, mostra aperture e armonie di gran gusto. Non si parla (per stile e dell’eccellenza raggiunta dai Dissection e sfiorata dagli Unanimated, ma i King sanno il fatto loro e lo mostrano in una composizione come quella che porta il nome del gruppo: la sei corde di David Hill ammalia con arpeggi rock e il generale il pezzo mostra la varietà stilistica (e una cultura/capacità tecnica) che gli australiani hanno dalla loro. In The Light Of The New Sun è un bel mid-tempo che suona più norvegese dei norvegesi, Star è una summa del sound dei King con sezioni veloci e altre più cadenzate, e la conclusiva My Master My Sword My Fire è la classica canzone a fine album che fa esclamare “sì, è un gran bell’album!”. L’anima selvaggia del combo australiano ha campo libero e quando la velocità diminuisce a favore del feeling ricordano i Keep Of Kalessin più ispirati e questo è un discorso che vale per l’intero lavoro.

Dall’Australia arriva quindi un disco, Coldest Of Cold, che suona “alla norvegese”, con un feeling gelido (anche grazie all’ottima produzione) pur non esasperando l’aspetto violento della proposta. Sicuramente quello dei King è un black metal che ha nulla di nuovo, ma quando un disco suona così bene c’è veramente bisogno di novità?

Khors – Beyond The Bestial

Khors – Beyond The Bestial

2018 – EP – Ashen Dominion

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Jurgis: voce, chitarra, tastiera – Helg: chitarra – Khorus: basso – Khaoth: batteria

Tracklist: 1. Beyond The Bestial – 2. Through The Realm Of Unborn Stars – 3. Frigit Obscurity Of Soul – 4. Winterfall – 5. In The Cold Embrace Of Mist – 6. Red Mirrors

Classe e oscurità, in una sola parola Khors. La band ucraina torna sul mercato con un EP di trentacinque minuti dai contenuti interessanti: Beyond The Bestial contiene, infatti, sei brani, compreso un lungo strumentale di sei minuti e due canzoni risalenti al periodo 2007-2008. Dopo sei album di qualità sempre crescente di pagan/black metal, si possono permettere scelte di questo tipo, così come possono decidere di pubblicare un EP meno black e più tendente all’atmosferico come questo Beyond The Bestial. Non mancano certo le tipiche ritmiche che hanno contraddistinto il drummer e fondatore Khaoth negli ultimi due dischi in particolare, ma ampio spazio viene concesso a momenti quasi intimi con grande rilevanza della tastiera. Fin dall’opener title-track è possibile rendersi conto che i Khors, questa volta, hanno deciso di fare un passo in avanti e cambiare qualcosa. Come detto, ambient e black metal sono mescolati sapientemente e la stessa cosa accade con la seguente Through The Realm Of Unborn Stars (i titoli delle canzoni rivelano l’anima poetica del cantante/chitarrista Jurgis), con lunghe ma non violente parti estreme per cantato e ritmiche, ma pervase da un alone oscuro, drammatico e sognante accentuato dal saggio uso della tastiera. La terza traccia è la già menzionata strumentale Frigit Obscurity Of Soul: la canzone ha un suo perché in questa forma, l’ascolto è piacevole e se i Khors avessero inserito della parole il risultato sarebbe stato sicuramente diverso e meno interessante. Con Winterfall si torna a un certo black metal sinfonico ed elegante nel classico stile Khors, nel quale non mancano chitarre pulite, arpeggi e in generale momenti soft e quasi sognanti. Il brano è stato scritto nel 2007 e fa parte del secondo disco Mysticism, ma in questa occasione è stato ripulito e reso più armonioso senza però perdere lo spirito iniziale. La musica si fa più diretta e cruda nella seguente In The Cold Embrace Of Mist: c’è meno spazio per stacchi al limite del post rock, ma il black metal degli ucraini rimane comunque molto melodico e “orecchiabile”. L’ultima traccia di Beyond The Bestial è Red Mirrors, anche questa contenuta originariamente in Mysticism. Jurgis e soci hanno lavorato per rendere la canzone ancora più malinconica dell’originale, togliendo le poche parti con distorsori e lavorando di gusto al fine di farla nascere a nuova vita. Una canzone completamente acustica e con il cantato clean, ma soprattutto così delicata, non è cosa per tutti: in questo i Khors si dimostrano una volta di più coraggiosi e consapevoli dei propri mezzi.

Beyond The Bestial è un EP della giusta durata, con un gustoso mix di brani nuovi e rivisitazioni del passato. Ad arricchire il tutto c’è l’elegante artwork curato da Mayhem Project (Zgard, Paganland, Scuorn di Parthenope) e la produzione pulita ed equilibrata che rende giustizia alle composizioni. L’etichetta ha rilasciato l’EP anche in versione limitata con il wooden box contenente alcuni oggetti che il collezionista saprà apprezzare ma, al di là del merchandise, quel che conta di più è la musica e quella di Beyond The Bestial è in grado di soddisfare i fan che attendono da quasi quattro anni il seguito di Night Falls Onto The Fronts Of Ours.

Scuorn – Parthenope

Scuorn – Parthenope

2017 – full-length – Dusktone

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giulian: voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 1. Cenner’ E Fummo – 2. Fra Ciel’ E Terr’ – 3. Virgilio Mago – 4. Tarantella Nera – 5. Sanghe Amaro – 6. Averno – 7. Sibilla Cumana – 8. Sepeithos – 9. Parthenope – 10. Megaride

Quando Megaride, ultima traccia di Parthenope, giunge a termine, la mente è frastornata da pensieri, riflessioni ed emozioni. Quante volte è successo di avere tante aspettative per un album e rimanere se non delusi diciamo non esaltati? Quante volte, invece, le premesse vengono non solo mantenute, ma addirittura superate? Il disco di debutto marchiato Scuorn fa parte di quella stretta cerchia di lavori destinata a fare scuola, per svariati motivi. Il più semplice, diretto e, se vogliamo, banale, è la qualità della musica. Epic black metal di alta qualità con tanto folklore e personalità è merce rara e in pochi se lo possono permettere. Ma c’è un altro aspetto che a parere mio è ancora più importante e che eleva Parthenope ben sopra a molto di quello di buono che viene pubblicato, ovvero il forte legame con la terra madre. Non un semplice legame garantito dai testi che rivisitano leggende e storie dell’area partenopea, si va oltre: l’aspetto umano e il calore della gente campana è tangibile nelle varie Sanghe Amaro e Tarantella Nera, una caratteristica delle composizioni che non si può imparare o migliorare in sala prove: o c’è o non c’è. Il paragone che mi è venuto spontaneo fare fin dal primo ascolto è stato con gli abruzzesi Draugr, band che ha segnato in maniera profonda la scena folk/pagan italiana. Nessuno prima di loro aveva parlato delle proprie origini con il cuore in mano (e con una serie di canzoni da urlo): dopo De Ferro Italico si è assistito al parziale abbandono da parte dei gruppi tricolori delle tematiche norrene a favore di storie e influenze Italiane o, meglio ancora, locali. Scuorn, così come i Draugr, è un nuovo punto di partenza per il metal tricolore, una possibilità in più per i gruppi del centro e sud Italia in particolare, che può dare coraggio e fiducia in un cammino che potrebbe portare a grandi cose.

Tutto questo, però, avrebbe meno senso se Parthenope non fosse un album straordinario. Il polistrumentista Giulian ha semplicemente fatto un lavoro incredibile creando delle canzoni dall’alto tasso metallico infarcite di sonorità, richiami e drammaticità tipica di Napoli. La summa e la grandiosità di questo disco è racchiusa nella sontuosa title-track, quasi nove minuti di pura bravura, coraggio, sincerità e devozione da parte di Giulian verso la sua città. Sfuriate black metal, orchestrazioni sfarzose (mai eccessive, però) e intuizioni fuori dal comune rendono il brano quasi fisico e per davvero si riesce a vedere dinanzi a noi Ulisse impartire ordini o supplicare di essere sciolto dall’albero maestro della nave in seguito all’ascolto del canto delle sirene.

L’aspetto visivo e quello sonoro sono elementi molto importanti nell’economia del cd, e sono entrambi eccellenti. L’artwork è stato realizzato da Alex di Mayhem Project (in campo folk noto per aver lavorato con Gjeldrune e Khors), ma va assolutamente menzionato Stefano Morabito (Fleshgod Apocalypse, Hour Of Penance ecc.) per la resa audio del disco, degna di una band su etichetta major.

Tra pezzi strumentali/evocativi e canzoni intense quanto potenti, è impossibile rimanere indifferenti: il metal estremo ha un nome nuovo da conoscere e accogliere nello stretto cerchio dei cosiddetti “geni musicali”, quello di Scuorn.