Gate – Nord

Gate – Nord

2021 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Gunnhild Sundli: voce, violino – Magnus Børmark: chitarra, percussioni, voce – Sveinung Sundli: hardingfele, organo, percussioni, voce – Jon Even Schærer: percussioni, voce

Tracklist: 1. Solfager And Ormekongen – 2. Svik – 3. Hemnarsverdet – 4. Horpa – 5. Talande Tunger – 6. Rideboll Og Gullborg – 7. Sigurd Og Trollbrura – 8. Kjærleik – 9. Jomfrua Ingebjørg – 10. Sjåaren

Nel giro di pochi mesi i Gåte hanno pubblicato un EP (Til Nord, aprile 2021) e il presente album, segno che la band norvegese è più attiva che mai e che intende tornare a far parlare di se come accadeva prima della lunga pausa presa quando erano all’apice del successo con dischi in testa alla classifica e prestigiosi premi in bacheca. Con Nord Gunnhild Sundli e soci continuano la strada intrapresa con la precedente pubblicazione, esplorando ancor di più le possibilità acustiche della band e arrivando forse al punto massimo, decidendo – come spiegato nell’info sheet di corredo al promo – di cambiare rotta per il prossimo disco, presagio forse di un ritorno agli strumenti elettrici.

I quarantasette minuti di questo album sono molto intensi, ricchi di momenti particolarmente emozionanti e d’impatto: difficile restare indifferenti a una Horpa da pelle d’oca che ricorda i migliori Bergtatt o ai ritmi cadenzati di Rideboll Og Gullborg con il magico cantato della Sundli a guidare l’ascoltatore nei meandri del proprio io. Da menzionare la canzone Solfager And Ormekongen posta in apertura, manifesto musicale dei Gåte odierni, maestri nel creare brani inediti ma anche di riadattare a proprio piacimento melodie folk della propria cultura (la già citata Rideboll Og Gullborg) al fine di realizzare canzoni con uno stile preciso e immediatamente riconoscibile. Jomfrua Ingebjørg e Svik suonano drammatiche, in grado di scavare dentro di noi senza la minima compassione: sono tracce che esaltano l’aspetto maggiormente intimo della band, brava più che mai a penetrare e colpire a suon di note e vocalizzi di rara intensità. La lunga Hemnarsverdet ha rimandi ambient simil Wardruna, ma qui la musica è più ritmata e ariosa, mentre Kjærleik, nella sua bellezza suona sinistramente festosa per gli standard del gruppo. Molto bella è anche Sigurd Og Trollbrura, in italiano traducibile come “Sigurd e la moglie dei troll”, una storia del folklore norvegese che racconta del cavaliere Sigurd che sotto mandato del re deve recuperare la figlia rapita dai troll. Nord si conclude con Sjåaren, delicata e dal sapore dolce, una ballata che lascia speranza per il futuro: guardando il cielo si vedono ancora le nuvole scure che minacciano pioggia, ma nel cuore sappiano che presto si allontaneranno facendo tornare la luce su di noi.

Il disco dei Gåte non è solo (ottima) musica, ma un viaggio emozionante e a tratti difficile nei sentimenti e nelle paure che portiamo con noi giorno dopo giorno. Le dieci tracce di Nord sono tutte valide e la prestazione dei singoli musicisti ineccepibile. Oltre alla bravura qui c’è tanto cuore e un album del genere non si può far a meno di amarlo.

Gåte – Til Nord

Gåte – Til Nord

2021 – EP – Indie Recordings

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Gunnhild Sundli: voce – Magnus Børmark: chitarra, percussioni, voce – Sveinung Sundli: hardingfele, violino, organo, percussioni, voce

Tracklist: 1. Kjærleik – 2. Hemnarsverdet – 3. Horpa – 4. Rideboll – 5. Til Deg

La storia dei norvegesi Gåte è interessante: nati nel 1999, hanno subito raggiunto una certa notorietà con il debutto Jygri (2002), arrivando al n.1 della classifica norvegese e vincendo il Grammy come migliore band debuttante. Il secondo full-length Iselilja (2004) si “ferma” al terzo posto e proprio sul più bello la band decide di prendersi una pausa. L’etichetta di allora, la Warner, pubblica un live album che riesce addirittura ad entrare in classifica, ma il sonno dei Gåte dura fino al 2017, anno del ritorno con l’EP Attersyn presto seguito dal disco Svevn. Il nuovo Til Nord è un dischetto composto da cinque brani per un totale di ventiquattro minuti: quattro canzoni sono vecchie hit ri-arrangiate per l’occasione e una è inedita. Lo stile che ha sempre caratterizzato la band dei fratelli Sundli è un folk rock che confina con il folk metal più delicato ed elegante (ricordate i Bergtatt del bellissimo Røtter?), ma in questo Til Nord le chitarre elettriche e la batteria sono messe da parte per fare spazio agli strumenti acustici e mostrare un’altra faccia della talentuosa formazione di Trondheim, ora più sognante che mai.

In questa nuova veste la band si muove con disinvoltura: il folk dalle tinte dark è convincente fin dall’iniziale Kjærleik e anche Horpa e Rideboll sono di una bellezza rara, canzoni che mostrano la bravura e la sensibilità dei Gåte, abili nel rielaborare il passato, aggiornarlo e plasmarlo secondo le proprie volontà, ma sempre immediatamente riconoscibile nello stile e nella classe. I due fratelli Sundli, bisogna dirlo, fanno la differenza e la farebbero in qualunque formazione: Sveinung padroneggia l’hardingfele (strumento molto importante nel folk norvegese, un parente stretto del violino per estetica, con la caratteristica di avere otto corde) e gli fa fare quello che gli pare, mentre la talentuosa Gunnhild è la regina incontrastata dell’EP con la sua voce espressiva, tagliente e in grado di portare allegria e dolore, conducendo la musica esattamente dove lei vuole, tra visioni notturne e realtà. La conclusiva Til Deg è cupa e drammatica, suona quasi liturgica nella sua eleganza, tra un brusco risveglio mentre si vive un incubo e il respiro fumante nell’aria fredda della notte invernale. L’unico inedito di Til Nord è Hemnarsverdet, un brano da oltre sette minuti nel quale gli echi dei Wardruna più melodici sono riconoscibili ma smussati dalla forte personalità dei tre musicisti.

Inaspettato (ma non troppo, si potrebbe dire “era ora” che i Gåte si cimentassero in un lavoro acustico) e ben riuscito, Til Nord è un’istantanea a colori di una delle realtà più talentuose della Norvegia e non solo, capaci di centrare sempre il bersaglio a ogni pubblicazione. Chissà se nel prossimo LP ci sarà spazio per qualcosa di completamente spoglio di strumenti elettrici? La risposta l’avremo tra un po’ di tempo; intanto godiamoci Til Nord in ogni sua incantevole sfaccettatura.

Kanseil – Cant Del Corlo

Kanseil – Cant Del Corlo

2020 – EP – Rockshots Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce – Marco Salvador: chitarra – Dimitri De Poli: basso – Luca Rover: percussioni, scacciapensieri – Stefano Da Re: whistles – Davide Mazzucco: bouzouki – Luca Zanchettin: cornamusa

 Tracklist: 1. Levante – 2. Verta – 3. Tra Le Fronde – 4. Boscars – 5. Il Sergente Nella Neve – 6. Ponente

La storia dei Kanseil, se siete lettori di Mister Folk, vi dovrebbe essere ben famigliare. Il demo Tzimbar Bint del 2013 aveva fatto gridare al miracolo, portando con sé tante speranze per il full-length di debutto, quel Doin Earde che ha confermato la bontà artistica della band veneta che è poi riuscita, grazie al secondo lavoro Fulìsche, a scalare posizioni nel panorama folk metal italiano, raccogliendo i giusti complimenti per una carriera fin qui esemplare.

Cant Del Corlo è un EP acustico composto da sei tracce, ovvero quattro canzoni più intro e outro. Si tratta di un concept album sulle quattro stagioni, una cosa sulla quale l’uomo (fortunatamente) non può mettere mano, anche se i danni, lo sappiamo bene, li ha comunque fatti e, purtroppo, li continuerà a fare. I Kanseil non sono nuovi alla dimensione acustica, basti pensare all’eccellente Serravalle del prima citato Fulìsche, uno dei brani più ispirati del disco. Inoltre il tema dei testi, unito alla sensibilità dei musicisti, porta immediatamente a immagini legate a un fuoco acceso con intorno i ragazzi a suonare con delicatezza la propria musica, quasi ad evocare le lontane notti dei nostri antenati, notti attorno a un fuoco caldo a raccontare storie di epoche ormai quasi dimenticate. I ventidue minuti di Cant Del Corlo iniziano con Levante, l’intro che porta alla prima “vera” canzone dal titolo Verta: il marchio Kanseil è chiaro fin dai primi secondi e si capisce immediatamente quanto la band si trovi a proprio agio in veste completamente acustica. Tra Le Fronde suona intima e delicata, con una parte chitarristica che ben si amalgama con il resto e dove la voce di Andrea Facchin si fa grintosa in occasione del ritornello. Si giunge quindi a Boscars, una composizione che entra immediatamente nel cuore dell’ascoltatore, un brano che merita di essere proposto anche nei “classici” concerti elettrici: quando si ha a che fare con una poesia di questo genere non si può far altro che lasciarsi trasportare dalle emozioni e godere della bellezza che ci viene proposta. La malinconia, ma anche la speranza, è la spina dorsale de Il Sergente Nella Neve:

Ora che qui tutto tace
vedo i ricordi miei
inseguire l’orizzonte
ora che resto da solo
vecchio e debole
non basterà un saluto

La neve, i boschi, il tempo che passa… tutto molto poetico, ma anche magico grazie alla musica dei Kanseil, al loro modo di proporre certi temi, una sensibilità che in pochi anno. Verrebbe da dire che vivere e crescere in luoghi pieni di verde, quasi incantati per fascino e bellezza, sia il “segreto”, ma così non è, perché altrimenti tutti i musicisti che hanno la fortuna di vivere in determinati luoghi avrebbero la stessa sensibilità e “romanticismo” nei confronti della natura. No, questa è una peculiarità dei Kanseil e loro sono bravi ad esaltarla nella propria musica.

I Kanseil hanno fatto di nuovo centro e, se nella maggior parte dei casi, gli EP sono semplici lavori “minori”, a volte utili per presentare delle novità, questa volta le cose non stanno così: Cant Del Corlo è un lavoro di pari importanza dei full-length, che mostra un lato forse meno conosciuto della formazione, ma che riveste grande importanza per l’ispirazione dei musicisti. Altamente consigliato.

Corte Di Lunas – Tales From The Brave Lands

Corte Di Lunas – Tales From The Brave Lands

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giordana: voce, percussioni – Nicolas: chitarra – Massimo: basso – Riccardo: batteria – Maria Teresa: flauto – Martina: ghironda – David: bouzouki

Tracklist: 1. Tiare – 2. The Castle Of Gemona – 3. Vida – 4. The Devil’s Bridge – 5. La Dama Bianca – 6. The Last Of Sbilfs – 7. I Tre Fradei – 8. Orcolat – 9. Eolo II – 10. Scjaraçule Maraçule – 11. Rosander

A meno di un anno dal ritorno sulle scene grazie all’EP The Journey, la Corte Di Lunas torna con un nuovo disco dal titolo Tales From The Brave Lands, un lavoro che, si può dire senza girarci intorno, porta il gruppo del Friuli Venezia Giulia al posto che gli compete, ovvero tra i migliori della scena. I racconti dalle terre coraggiose sono divisi in undici brani con un unico comun denominatore, ovvero la terra natia dei musicisti, il già menzionato Friuli Venezia Giulia. Storie di fiumi e orchi, regine e le origini della città di Trieste trovano spazio all’interno di un cd assolutamente fresco a coinvolgente anche dopo numerosi ascolti, personale e realizzato in maniera impeccabile, capace di prendere per mano l’ascoltatore e portalo sulla scena dei testi e fargli vivere in prima persona le vicende narrate dalla brava Giordana.

Le canzoni sono tutti belle e non c’è un solo momento meno ispirato o gustoso, ma è anche vero che alcuni brani riescono a spiccare sugli altri per il perfetto mix di musica e storia cantata. Un esempio è Orcolat (sì, lo stesso Orcolat dei Kanseil di Fulìsche), diversa dalle altre sorelle perché contraddistinta da una spina dorsale rock, o di The Devil’s Bridge, nella quale è presente Lorenzo Marchesi (Folkstone) come ospite in un ruolo che gli si addice non poco. La conclusiva Rosander, con oltre sette minuti di durata, è la composizione più lunga del platter: l’arpa della guest Lucia Stone incontra le melodie della blu ghironda mentre il flauto di Maria Teresa guadagna il centro dell’attenzione. Poi, improvviso come in alta montagna, il temporale porta via tutto e fa nascere una parte nuova e completamente diversa da quanto fatto fino a poco prima, con cori e un’atmosfera sinfonica che viene assorbita dalla pioggia prima e successivamente dagli eleganti strumenti acustici che riportano luce in quello che, forse, può essere considerato come il pezzo più bello ed emozionante di Tales From The Brave Lands. Storia diversa, invece, per Scjaraçule Maraçule, facilmente etichettabile come “cover di Ballo In Fa Diesis Minore di Branduardi”, ma che invece ha una storia che merita di essere raccontata. La musica è precedente al ‘500 e il titolo della composizione è Schiarazula Marazula, con il testo di Branduardi che si rifà alla Danza Macabra presente sull’esterno della nota chiesa di Pinzolo, mentre la Corte Di Lunas ha utilizzato l’invocazione alla pioggia del poeta Domenico Zannier. I quarantasette minuti del disco scorrono velocemente e non c’è modo per staccarsi dalla musica di Tales From The Brave Lands; ulteriore nota positiva è la calda produzione, si sente quanto il lavoro in studio sia stato meticoloso e suoni e volumi sono semplicemente giusti per questo tipo di musica, lontani da inutili tentazioni.

Il quarto disco della Corte Di Lunas è un successo: bello, composto con gusto e che tiene bene dopo settimane di “studio”. L’album della consacrazione? Dovrebbe essere così, e in un mondo dove l’estetica e la presenza virtuale è fondamentale, il gruppo ha anche realizzato un bel videoclip per la canzone Vida. Ce n’è per tutte le età e che sia l’ascolto in streaming o la visione su YouTube, resta solo una cosa da fare: comprare il cd e sostenerli in concerto.

Emian – Egeria

Emian – Egeria

2019 – full-length – Edizioni Musicali XXXV

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Anna Cefalo: voce, arpa celtica, glockenspiel, indian harmpnoum – Emilio A. Cozza: voce, ghironda, percussioni, cornamusa medievale, bombarda, marranzano, corno tibetano, pitipù, Ðàn môi – Danilo Lupi: irish bouzouki, bandona, algerian mondol, cori – Martino D’Amico: batteria, persussioni, persian santur, voce, cori

Tracklist: 1. Malin Ge Kendon – 2. Balluket E Ballit Moj – 3. Danse Boiteuse – 4. Fronni D’Alia – 5. La Casa Dell’Orco – 6. Spirit Trail – 7. Ay Yildiz – 8. Le Navi Di Istanbul – 9. Oriental San_set – 10. Rosabella – 11. Evoè Evoè – 12. Vesuvius

L’Irpinia è una terra bellissima e affascinante, ricca di storie e tradizioni che a fatica riescono a emergere nel quotidiano calderone di informazioni e notizie che assalgono le persone. Forse è un bene, perché in questo modo quella zona è rimasta nell’ombra, poco inquinata da fattori esterni, verace e vera come poche altre. Gli Emian provengono proprio dall’Irpinia e sono forse il miglior biglietto da visita per far conoscere quella verde landa; nella propria musica abbracciano una grande quantità di influenze e sonorità, ma il legame con la loro terra è sempre forte e ben radicato e non è certo una sorpresa se a fine ascolto di Egeria si viene assaliti dal desiderio di visitare l’Irpinia e magari passeggiare tra i boschi che fanno da sfondo al video de La Casa Dell’Orco.

Egeria è il terzo lavoro in studio per la band campana, il disco che certifica la bontà dei musicisti e anche il più ambizioso fino ad ora realizzato. I precedenti AcquaTerra e Khymeia sono due ottimi cd che hanno preparato la strada a Egeria, che arriva nelle collezioni di cd nel suo completo splendore: l’elegante digipak svela un artwork curato nei minimi dettagli, con il libricino di sedici pagine contenente i testi e delle brevi descrizioni delle canzoni e delle illustrazioni che ne risaltano il significato. Ascoltare la musica sfogliando le pagine del booklet permette di immergersi completamente nel mondo degli Emian, cantastorie di un’altra epoca con il compito di trasportarci lontano da luci accecanti e cemento soffocante. Nei quarantotto minuti di Egeria si toccano con mano storie e musiche del sud Italia (Basilicata, Calabria e ovviamente Campania e Irpinia) ma anche dell’Albania (Balluket E Ballit Moj) e Medio Oriente.

Musicalmente Egeria è un lavoro vario e personale, dove la mano dei musicisti è facilmente riconoscibile e le dodici tracce che compongono il disco variano tra ritmi sostenuti e meravigliose parti soavi nelle quali l’arpa di Anna Cefalo incanta per delicatezza e gusto. L’iniziale Malin Ge Kendon introduce nel migliore dei modi il disco, che parte con Balluket E Ballit Moj, una bellissima canzone nuziale albananese, e prosegue con l’allegria di Danse Boiteuse, tre minuti di danze alcoliche e sorrisi intorno al falò. La lucana Fronni D’Alia è avvolgente e facilmente memorizzabile, ma è con La Casa Dell’Orco che gli Emian si giocano il jolly, vincendo. Si tratta di una storia irpina, precisamente di San Michele di Pratola Serra (AV), che prende nome da un sito megalitico chiamato anche “Dolmen di Irpinia”. La leggenda racconta dell’orco Cronopa che terrorizza il villaggio, ma gli abitanti di San Michele stipulano un patto con l’orrenda creatura: una vita umana in sacrificio ogni anno, in cambio della tranquillità. Silpa il pastore, stufo di tutto ciò, decide di uccidere l’orco, ma durante il percorso la moglie Matulpa si perde e viene sbranata dai lupi. Silpa è visto come un salvatore e gli abitanti si San Michele lo vogliono fare re, ma lui è disperato per la moglie e la cerca fino a quando non la trova dilaniata.

Si seppellirono gli ultimi resti di Matulpa e si fece notte,
Silpa chiuse gli occhi, si distese a terra e si lasciò morire.

Dormi Silpa, và di nuovo da lei.
Dormi Silpa, suona ancora per lei,
Fi Fai Fo Fum… questa è la tomba per me!
Fi Fai Fo Fum… suono ancora per te!

La delicata Spirit Trail, cantata in inglese da Martino D’Amico, è molto diversa dal resto delle altre canzoni, ma la qualità rimane sempre alta e nell’economia del disco non stona. Arriva a questo punto un bel terzetto di brani dall’animo medio orientale: Ay Yildiz/Le Navi Di Istanbul/Oriental San_set sono composizioni che funzionano bene e mostrano l’ampiezza del lessico musicale degli Emian, a proprio agio anche con musiche che solitamente sono difficili da trovare in ambito pagan folk. Rosabella è una canzone tradizionale calabrese caratterizzata da un crescendo delicato ma inarrestabile, sicuramente una delle migliori composizioni di Egeria. In chiusura del disco troviamo la breve strumentale Evoè Evoè che guida l’ascoltatore fino all’affascinante Vesuvius che per ritmo e tiro sembra essere una risposta italiana (e quindi “calda”) al folk sciamanico proveniente dal nord Europa.

La bravura degli Emian era già risaputa – i due precedenti dischi sono lì a testimoniarlo -, ma con Egeria i nostri hanno fatto un ulteriore passo in avanti. Tutto suona giusto, non c’è un momento poco ispirato e l’ascolto fila liscio dalla prima all’ultima nota. La voce di Anna Cefalo è quasi magica, gli strumenti di Emilio Cozza e Danilo Lupi creano melodie travolgenti e le percussioni di Martino D’Amico danno ritmo e stabilità ai brani. In ambito pagan folk difficile, veramente difficile trovare altre band di questa bravura: Egeria è un disco destinato a rimanere nei lettori cd per veramente tanto tempo.

Kyn – Earendel

Kyn – Earendel

2019 – full-length – Blackdown Music

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ida Elena: voce, chitarra, jambe, bodhran, darabuka – Albert Dannenman: ghironda, cornamusa, low whistle – Gino Hohl: cornamusa, citarra, darabuka, davul, shalmei – Anja Novotny: cornamusa medievale, tin e low whistle, flauto, chitarra, tastiera, hummelchen – Dirk Kilian: bouzouki, nichelharpa, gaita, cornamusa medievale, sitar, dudukv- Heiko Gläser: batteria, davul, jambe

Tracklist: 1. Kamprab – 2. Kyn – 3. La Leggenda Di Colapesce – 4. Yggrasil – 5. Amor Lontano – 6. Sang Til JomfruMaria – 7. Herr Mannelig – 8. Fata Morgana

Il pagan folk è un genere che in linea di massima suona tradizionale e, anche se può sembrare brutto o un difetto – e di certo non lo è –, sempre uguale a se stesso. Quello dei Kyn è un progetto ambizioso, sia per l’aspetto prettamente musicale che per l’idea che si cela dietro alla band e che è ben comprensibile ascoltando le parole dei testi. Alla base classica formata da chitarra, percussioni e strumenti folk, infatti, troviamo una forte e “nuova” componente elettronica, che quando presente dona uno slancio inedito in questo genere che fa suonare tutto fresco e “diverso”. A livello lirico la band vuole creare un ponte tra il nord Europa e il Mediterraneo e la cosa chiaramente influenza anche la parte musicale. Ascoltando Earendeltroviamo canzoni tipicamente nordiche con altre maggiormente calde e vicine alla cultura mediterranea, quindi sotto questo punto di vista non si può che riconoscere la riuscita della proposta dei Kyn. Il disco è un debutto e alcuni dettagli possono essere migliorati in futuro, ma con il “peso” dei musicisti in formazione il progetto italiano/tedesco/svizzero convince appieno grazie a sinuose melodie e momenti di grande qualità.

L’iniziale Kamprab è caratterizzata dai vocalizzi eterei di Ida Elena, con percussioni incalzanti e melodie che portano alla mente il medio oriente, ma è con la seguente Kyn che la band tira fuori tutta la personalità: il brano è un bel mix di stili e influenze, ben ritmato e accattivante da far battere immediatamente il piede a chi ascolta. Segue quello che uno dei pezzi più riusciti del cd, ovvero La Leggenda Di Colapesce. Dopo la prima parte quasi narrata in italiano, le sonorità folk s’impossessano della scena e il cantato si divide tra dialetto siciliano e tedesco, con i bassi che pompano groove e potenza. Yggrasil è il brano meno ispirato e il testo un po’ troppo prevedibile di certo non aiuta. Amor Lontano, come suggerisce il titolo, ha una forte vena poetica, ma a stupire è la bella intuizione della chitarra classica spagnoleggiante che a sorpresa appare per alcuni secondi: una canzone che si esaurisce un po’ presto, ma che sicuramente lascia il segno. Sang Til Jomfru Maria dura poco più di due minuti e ha una forte vena epica, quasi da colonna sonora, con la voce di Ida Elena che raggiunge picchi altissimi. L’inizio medievale (con tanto di spade sferraglianti) di Herr Mannelig, una ballata in cui una strega cerca di liberarsi dalla maledizione attraverso un matrimonio. In questa canzone l’elettronica ricopre un ruolo molto importante e il bello è che la canzone, in questo modo, funziona alla grande. L’effetto è quello di una discoteca dark, con luci soffuse e fumo che si alza verso il soffitto, con la musica dei Kyn sparata a tutto volume: se la band decidesse di esplorare maggiormente questo aspetto della propria musica potrebbe uscirne qualcosa di davvero unico. Earendel si conclude con Fata Morgana: introdotto da arpa e flauto è un pezzo melodico che parla della Sicilia, con il testo che si divide tra italiano e inglese.

Il debutto dei Kyn è un lavoro personale costituito da canzoni ben fatte: le sonorità contenute di Earendel sono tante e diverse tra loro, così come tanti sono gli strumenti utilizzati dai musicisti, il che amplia la varietà musicale senza dimenticare la componente elettronica, vera chicca dell’album. Tra curiosità per un sound insolito e la tranquillità data da musicisti esperti, quello che esce fuori è un debutto che però suona già maturo, forse un po’ breve nella durata, ma realizzato con canzoni efficaci e piacevoli all’ascolto. Ora è tanta l’attesa per i concerti e il prossimo disco.