Eluveitie – Evocation II: Pantheon

Eluveitie – Evocation II: Pantheon

2017 – full-length – Nuclear Blast

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Glanzmann: voce, chitarra, cornamusa, bodhrán, gaita, arpa, flauto – Jonas Wolf: chtarra – Rafael Salzmann: chitarra – Kay Brem: basso – Alain Ackermann: batteria – Fabienne Erni: voce, arpa, mandola – Michalina Malisz: ghironda – Nicole Ansperger: violino – Matteo Sisti: cornamusa, flauto, mandola

Tracklist: 1. Dureddu – 2. Epona – 3. Svcellos II (sequel) – 4. Nantoscelta – 5. Tovtatis – 6. Lvgvs – 7. Grannos – 8. Cernvnnos – 9. Catvrix – 10. Artio – 11. Aventia – 12. Ogmios – 13. Esvs – 14. Antvmnos – 15. Tarvos II (sequel) – 16. Belenos – 17. Taranis – 18. Nemeton

L’ultimo anno in casa Eluveitie è stato piuttosto movimentato: dopo lo split con tre dei musicisti storici della formazione svizzera, i quali hanno successivamente dato vita ai Cellar Darling, e la lunga ricerca dei degni sostituti, arriva la pubblicazione di Evocation II – Pantheon, secondo disco acustico per Chrigel Glanzmann e soci. Il presente lavoro è stato visto in diversi modi da critica e fan: la via più breve per presentare i nuovi arrivati (la cantante Fabienne Erni, il chitarrista Jonas Wolf, Michalina Malisz alla ghironda e Alain Ackermann alla batteria), e non perdere terreno dei confronti dei nuovi arrivati Cellar Darling – autori, tra l’altro, di un disco appena sufficiente – e come reale lavoro in studio da tempo pianificato. La verità è proprio questa, ovvero gli Eluveitie avevano previsto da tempo la composizione di Evocation II – Pantheon e quel che sorprende non poco è l’elevata qualità del full-length. Se il primo Evocation era piacevole e poco più, questo nuovo cd mostra il grande affiatamento dei musicisti, l’ottimo lavoro svolto in sala prove e l’importanza di musicisti che spesso sono visti quasi come “di contorno” e che invece sono fondamentali per la riuscita delle canzoni. In questo caso particolare si tratta di Matteo Sisti, “responsabile” delle influenze irish e di gran parte delle belle melodie folk che si possono trovare all’interno del lavoro.

Evocation II – Pantheon è un concept album che racchiude in diciotto tracce il pantheon della mitologia celtica e che giustamente è cantato in lingua gallica; per la scrittura dei testi e l’inevitabile ricerca scientifica, gli Eluveitie hanno consultato diversi studiosi per rendere l’aspetto lirico credibile e ben fatto. Intenzioni nobili e capacità di muoversi in maniera corretta affascinando il potenziale ascoltatore con un ottimo connubio concept/grafica, ma alla fine a parlare è solamente la musica, e non sempre un bell’artwork e i testi ricercati sono sintomo di buona proposta musicale. Gli Eluveitie, invece, nonostante lo scetticismo che li avvolgeva prima della release, hanno sfornato un cd soft ma vivace, intrigante e altamente evocativo, in sintonia con le liriche e l’aspetto mitologico da sempre caro a Glanzmann.

Evocation II ha due singoloni che la band, giustamente, ha utilizzato come trampolino per la pubblicazione: Epona e Lvgvs. La prima suona fresca e allegra, dal cantato frizzante della nuova arrivata Fabienne Erni e dalle irresistibili melodie che la fanno da padrone. La cantante è la protagonista di Artio, composizione molto delicata e intima che tocca il cuore dell’ascoltatore e, per gli amanti delle serie tv, può far tornare alla mente alcune scene malinconiche di Outlander. Lvgvs (con Netta Skog degli Ensiferum alla fisarmonica) è più in linea con quanto prodotto in Evocation I – The Arcane Dominion, con un ritornello che è difficile non ricordare subito e canticchiarlo di conseguenza. Non si può certo ridurre il disco a due sole canzoni: gli Eluveitie sono riusciti a pubblicare un lavoro molto vario e vivace. Tra le sfaccettature di Evocation II c’è anche l’irish folk, qui presente in particolar modo in paio di brani molto belli, Grannos e Aventia, sui quali sicuramente avrà messo mano il nostro compatriota Sisti, grande amante di queste sonorità. Colpisce in positivo che all’interno delle canzoni c’è spazio per tutti:, il batterista Alain Ackermann, per fare un esempio, ha modo di sbizzarrirsi in più momenti, come durante Nantoscelta. L’arpa introduce Cernvnnos, canzone dalle melodie già conosciute, piacevole collegamento con i vecchi dischi degli svizzeri; un altro esempio è Ogmios, nella quale la melodia dell’hit Inis Mona (tratta da Tri Martolod del XVIII secolo) spunta con piacevole insistenza. Infine è da menzionare Antvmnos, composizione che vede protagonisti il soave flauto di Matteo Sisti e il violino della sempre irreprensibile Nicole Ansperger ripetere la melodia del noto brano tradizionale Scarborough Fair.

Musicalmente siamo dinanzi a un album maturo e preciso, ricco di sorprese quanto povero di brani riempitivi. Il fatto che il disco sia stato concepito e registrato in un momento di transizione e, si può presumete, di grande stress, non fa altro che aumentare la stima nei confronti del leader Glanzmann, forte nel tenere a galla la barca quando sembrava imbarcare acqua.

Gli Eluveitie sorprendono per la qualità di Evocation II – Pantheon, un piacevolissimo lavoro dopo qualche anno un po’ piatto a livello musicale e in risposta ai dubbi sollevati da molti in seguito alla separazione di tre membri storici. La prossima tappa è il “classico” cd extreme folk metal, ma intanto è possibile godere di un bel disco folk come pochi ne capitano.

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Fejd – Eifur

Fejd – Eifur

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Patrik Rimmerfors: voce, bouzouki, cornamusa svedese, scacciapensieri, ghironda, campanaccio – Niklas Rimmerfors: moraharpa, voce – Lennart Specht: tastiera, chitarra – Thomas Antonsson: basso – Esko Salow: batteria

Tracklist: 1. Drängen Och Kråkan2. Farsot3. Jungfru I Hindhamn4. Alvas Halling5. Arv 6. Eifur 7. Ledung 8. Gryning9. Vårstäv10. Äring 11. Yggdrasil 12. Trollfärd

A diciannove mesi dal debutto Storm tornano in pista i Fejd, band svedese dedita a un folk molto emotivo e “sentimentale”. La storia del gruppo inizia nel 2001 quando i fratelli Rimmerfors, all’epoca un duo che si esibiva nelle manifestazioni folkloristiche della zona, reclutò ben tre membri della power metal band Pathos, registrando, nel giro di poco tempo, il primo demo I En Tid Som Var, seguito due anni più tardi dal secondo Huldran. Segue un EP autoprodotto dal titolo Eld e poi, finalmente, il debutto Storm sotto Napalm Records, etichetta da sempre attenta al sottobosco folk/pagan europeo. Le critiche e le vendite sono talmente positive da permettere ai nostri la partecipazione a eventi come il Wacken Open Air e il Ragnarok Festival. Dopo un anno e mezzo, preceduto da un battage pubblicitario non indifferente, esce infine questo Eifur, album composto da dodici brani di rilassante e delicata musica folk. Niente urla strazianti, né taglienti riff di chitarra: la voce è sempre clean e le sei corde appena accennate, e neanche in tutti i brani. La componente prettamente metal in Eifur non è presente: i ritmi e gli strumenti utilizzati – esclusa la batteria – sono quelli tipici della musica popolare quali il keyed fiddle, la ghironda, la cornamusa svedese e il simpatico scacciapensieri.

A differenza del debutto non c’è l’effetto sorpresa, ma rimane lo stesso un validissimo album pieno di ottime melodie, un’orecchiabilità oltre la media e un buon groove che finisce per travolgere l’ascoltatore musicalmente predisposto a certi ritmi e sonorità. Difficile rimanere indifferenti alla parte iniziale di Farsot, con tanto di doppia cassa a dare maggiore fisicità alla canzone, o dinanzi al ritornello dell’opener Drängen Och Kråkan. Maggiore approfondimento merita il piccolo capolavoro Arv, apertura e chiusura in due versioni differenti del primo demo I En Tid Som Var del 2002, per l’occasione ri-registrata e leggermente modificata: il lungo brano – sette minuti – si snoda tra passaggi più intimi e malinconici e cori che sembrano essere inni al potere della natura, prima dell’accelerazione finale che fa tanto metal, pur non essendoci traccia di chitarre distorte. Deliziosa Gryning, dal potente ritmo e dalle affascinanti melodie, al punto da poterla considerare come una sorta di singolo per l’immediata presa sull’ascoltatore. C’è poi l’accoppiata composta da Äring e Yggdrasil che da sola vale l’acquisto di Eifur: divertenti, ritmate, squisitamente nordiche e, nel caso di Yggdrasil, anche potente, con quello stacco da headbanging a tre quarti di canzone, al quale è praticamente impossibile resistere!

Questa musica è per ballare, per divertirsi. Immaginate una sagra di paese, magari proprio Lilla Edet, cittadina natale dei Fejd, con tante persone dalle lunghe chiome bionde, molte delle quali allegramente barcollanti a causa dell’alcool. Sì, tanta birra ovunque, nei boccali, negli stomaci, per terra, rovesciata accidentalmente sui tavoloni di legno dove questi nordici saziano l’appetito con profumata carne arrosto. Quelle tavolate goderecce e rumorose dove è ammesso il rutto libero e le donne dalle lunghe gonne che coprono anche i piedi non si scandalizzano, ma anzi sorridono divertite. Tra questa confusione c’è chi non resiste all’energia della musica dei Fejd, e inizia a muoversi seguendo il ritmo: magari non sarà molto leggiadro, né bello alla vista, ma si diverte e ride dalla gioia mentre lo fa. Avete presente Gandalf nel film di Peter Jackson Il Signore degli Anelli – La Compagnia Dell’Anello mentre balla con gioia al compleanno di Bilbo Baggins? Bene, quello è un tipo di danza appropriata per l’occasione.

Eifur è la colonna sonora delle fiabe svedesi; un album capace di cambiare colore e tonalità ogni volta se ne presenta il bisogno, passando con disinvoltura dal verde scuro della strumentale Alvas Halling al marrone “terriccio umido” di Ledung, illuminando la via di chi si è perduto nelle silenziose foreste e cerca la via di casa senza farsi prendere dal panico, perché sa che la natura è amica dell’uomo, nonostante le atrocità che quest’ultimo ogni giorno compie contro di essa. Come le persone nel bosco, sconfiggiamo la “paura” di avere a che fare con ciò che non conosciamo, che non è metal, che è pericolosamente non metal… e facciamoci guidare dalla luce di questo piccolo gioiellino di musica folk.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Din Brad – Dor

Din Brad – Dor

2012 – full-length – Prophecy Productions

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Alma: voce – Inia Dinia: voce, tastiera – Negru: batteria

Tracklist: 1. Amar – 2. Îmbrăţişat De Dor – 3. Poarce’n Suflet Greu Păcatu – 4. Doină – 5. Cîntecul Cununei – 6. Dor – 7. Of, Of, Viaţă – 8. Durere – 9. Foaie Verde, Odolean -10. Cine Iubeşte şi Lasă – 11. Bradule, Brăduţule

Anno 2012, dalla tetra e sognante Romania si affacciano sul mercato i Din Brad, gruppo nato nel 2008 dalla volontà di Negru, batterista dei Negură Bunget recentemente venuto a mancare, nonostante l’idea iniziale sia di sei anni prima. Alla sua causa si uniscono la cantante Alma e la tastierista/cantante Inia Dinia, all’epoca della pubblicazione anche lei nei Negură Bunget, oltre ad una serie di ospiti. Dor è il primo e unico disco per la formazione di Timişoara, un lavoro che dista miglia dal sound del gruppo madre in quanto le undici tracce che compongono l’opera sono prive di strumenti elettrici, voci aggressive e ritmi serrati. Dor è la visione personale dei musicisti della loro musica tradizionale, la romena. Disco non di facile assimilazione, ma estremamente attraente, al punto che la geniale Prophecy Productions non ha perso tempo, mettendo immediatamente sotto contratto la band.

Le composizioni spaziano tra stacchi vocali e percussioni ripetute per tutta la durata della canzone, come in un rituale dove la mente riesce a uscire dal corpo per compiere voli e avere visioni altrimenti impossibili. Proprio le percussioni sono il motore trainante di Dor, in quanto, oltre al “solito” scheletro del brano, fanno anche da strumento principale in più di una situazione. Discorso a parte per le voci: la profonda Alma ben si distingue dalla squillante Ania Dinia, mentre Cătălin Motorga (nei Negură Bunget per i dischi Vîrstele Pămîntului e Poartă De Dincolo, ma qui in veste di ospite) spezza più di una volta la magia a tratti inquietante che si viene a creare grazie alle due brave cantanti. Diversi capitoli (Poarce’n Suflet Greu Păcatu, Of, Of, Viaţă e la conclusiva Bradule, Brăduţule) sono musicati unicamente dalla voce maschile, mentre in Cîntecul Cununei Ania Dinia canta nel silenzio degli strumenti. Ogni singola canzone presente in Dor è una cerimonia con la natura, al rifugio sotto i possenti e secolari abeti dai quali la band prende il nome. La canzone Dor è forse la migliore rappresentatrice del sound dei Din Brad: percussioni incalzanti, le voci delle due singer che si alternano magistralmente con il dulcimer a creare la melodia di sottofondo; il risultato è ammaliante e raccapricciante al tempo stesso. Altro brano particolarmente interessante è Durere: l’aria si fa opprimente e la leggera tastiera che riempie il vuoto lasciato dagli strumenti assenti non fa altro che appesantire ulteriormente l’atmosfera; il flauto e il ritmo incalzante del finale non possono che far pensare a una danza liberatoria inforno al fuoco in una notte di luna piena.

Dor è un disco intenso e pesante, evocativo e pericoloso. I Din Brad sono i portatori dell’anima più tradizionale e ancestrale dell’affascinante Romania. Musica da ascoltare con la tremolante luce di una candela, l’incenso che brucia l’aria e, per chi può permetterselo, a piedi scalzi sull’erba quando il buio prende il sopravvento sulla luce. Le evocazioni di Dor sono in grado di far sognare così come di far rabbrividire. Chi ha paura di provare?

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.

Ida Elena – Native Spirit

Ida Elena – Native Spirit

2016 – EP – Maqueta Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ida Elena: voce – Simone Battista: chitarra – Domenico Azzolina: basso – Matteo Di Francesco: batteria, percussioni – Luca Bellanova: piano, harpsichord – Simone Salza: sax, clarinetto – Violetta Sala: flauto traverso – Albert Dannenmann: cornamusa francese, sopranino, low whistle

Tracklist: 1. Runes In My Pocket – 2. ‘Til My Last Breath – 3. The Butterfly – 4. Native Spirit – 5. Folliapoesia

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Direttamente dai boschi fatati e dalle cascate più affascinanti, arriva l’EP di Ida Elena, talentuosa cantante dall’animo celtico. Nata in Sicilia, cresciuta a Roma e cittadina del mondo, la brava musicista vanta prestigiose apparizioni televisive, collaborazioni internazionali (Bare Infinity, Vivaldi Metal Project ecc.), show su palchi da sogno (Wave Gotik Treffen nel 2013) e svariati album e singoli come bagaglio d’esperienza.

Native Spirit è un dischetto dal sound classico eppure personale, con brani in grado di unire le varie anime dell’artista: musica folk e celtica incontrano il rock e atmosfere sognanti, un grande mix di stili e influenze che anche grazie all’aiuto di musicisti esperti (primo tra tutti Albert Dannenmann, ex Blackmore’s Night), Ida Elena DeRazza è riuscita a proporre con eleganza in appena cinque composizioni.

L’iniziale Runes In My Pocket è un bel sali-scendi di sonorità soft e d’impatto, dal ritornello accattivante e pregevoli melodie folk in primo e secondo piano a secondo dei momenti. Quel che impressiona, però, è la voce matura e potente di Ida Elena: si ha immediatamente la certezza di avere a che fare con una voce ben al di sopra della media. ‘Til My Last Breath risente in positivo della passata esperienza nel tributo ai Blackmore’s Night, un bel brano soft ma intenso nell’interpretazione vocale, tuttavia è nel singolo (con relativo videoclip) The Buttefly che Ida Elena DeRazza dà il meglio di se. La canzone è una ballata dal sapore medievale, con ritmi ballabili e l’esplosivo ritornello tra le cose più belle ascoltate in questo 2016. La title-track porta alla mente i suggestivi paesaggi della verde Irlanda, luoghi magici che entrano nel cuore di chi ha la fortuna di visitarli, ed è proprio con il cuore che la toccante Nature Spirit è cantata. L’ultima traccia dell’EP, Folliapoesia, porta subito alla mente i migliori brani dei Lingalad, creatura del musicista/scrittore Giuseppe Festa, vuoi per le sonorità che per il tipo di testo (l’unico in italiano). Una bella conclusione per un lavoro maturo che non potrà che far conoscere e apprezzare Ida Elena nei circuiti folk/celtici.

Detta della bontà del songwriting, soprattutto per la varietà di soluzioni in così pochi brani, va riconosciuto anche l’efficace lavoro in fase di produzione, perfetta per far risaltare la voce, com’è normale che sia in un cd come questo, che per l’equilibrio tra gli strumenti e i bassi rotondi e avvolgenti.

Il disco mette in mostra la bravura di Ida Elena, cantante che dà voce alle fate del bosco. Siete pronti a vivere le avventure raccolte dal grande W.B. Yeats con Nature Spirit a fare da colonna sonora?

Wardruna – Runaljod – Ragnarok

Wardruna – Runaljod – Ragnarok

2016 – full-length – ByNorse

VOTO: CAPOLAVORO – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, tutti gli strumenti – Lindy-Fay Hella: voce

Tracklist: 1. Tyr – 2. UruR – 3. Isa – 4. MannaR – Drivande – 5. MannaR – Liv – 6. Raido – 7. Pertho – 8. Odal – 9. Wunjo – 10. Runaljod

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Quando i Wardruna mossero i primi passi, si parla del 2009 (l’idea della band risale al 2002, la prima registrazione amatoriale all’anno successivo), in pochi se ne accorsero. Ricordo lo stupore di molti, così come i sorrisi beffardi di alcuni, e i commenti secchi di altri ancora. “Non è musica, solo rumori e qualche coro”, si diceva. Moda e trend erano parole che ricorrevano non di rado quando si cercava di spiegare come fosse possibile, nel 2009, pubblicare un disco come Runaljod – gap var Ginnunga, con “l’aggravante” dell’etichetta, la Indie Recordings, universalmente riconosciuta come valida nonostante i pochi anni di attività (all’epoca avevano pubblicato, tra gli altri, Enslaved, Satyricon, Keep Of Kalessin, Iskald e Vreid).

Tardo 2016, i Wardruna sono una delle realtà più acclamate delle scena metal europea. Loro che di metal non hanno assolutamente nulla. Certo, il mastermind Einar Selvik ha suonato nella cult viking metal band Bak De Syv Fjell e soprattutto nei Gorgoroth dal 2000 al 2004, e per i primi due dischi ha fatto parte della line-up anche Ghaal (ex Gorgoroth e God Seed), ma la musica del duo norvegese non include strumenti elettrici né tanto meno sonorità rock o aggressive. Una parte del merito lo si deve alla serie tv Vikings con la quale Selvik collabora, programma che ha dato visibilità al musicista e di conseguenza ai Wardruna, essendo incluse delle parti di canzoni all’interno della colonna sonora. La verità, però, è che se la band è divenuta così famosa e seguita lo si deve esclusivamente alla qualità eccezionale della proposta, stupefacente e unica al mondo.

La musica dei Wardruna è fuori da ogni schema e logica commerciale, eppur funziona meravigliosamente. Ma è il concept che ne è alle spalle a essere il vero capolavoro di Einar Selvik. Troppo spesso ignorato o appena riportato così come scritto nelle informazioni che mandano le case discografiche, la trasposizione musicale delle rune (otto a disco seguendo un ordine preciso, probabilmente un giorno realizzerò un articolo su queste pagine dedicate solo a questo argomento) a opera di Selvik è quanto di più preciso, intelligente e approfondito ci possa essere. Nulla è lasciato al caso, a partire dalla scelta dell’ordine delle rune (fin dal primo disco), per arrivare alle immagini che accompagnano i booklet dei cd (Berkana ha i frassini, Jera le spighe di grano, Hagalaz la grandine ecc.), che hanno un preciso significato e riferimento alla runa. Per le registrazioni sono stati scelti vari luoghi all’aperto che avessero un significato rilevante per le diverse rune; gli strumenti costruiti a mano sono stati immortalati sui nastri insieme ai suoni della natura come le fronde degli alberi mosse dal vento del nord, lo scrosciare dell’acqua dei fiumi e delle cascate, il crepitio del fuoco e il rumore di ossa e pietre. Il lavoro di Selvik è genuino e colmo di elementi della natura. Ed è proprio alla (e nella) natura che il polistrumentista norvegese cerca di tornare attraverso la musica. I Wardruna utilizzano le rune per capire ed evocare le profondità delle antiche credenze pagane norrene. Natura e riscoperta di un antico vivere intriso di spiritualità ormai perduta ed echi di Tradizioni sempre più difficili da vivere sono gli obiettivi che il musicista scandinavo si era prefissato nel momento in cui ha fondato la band.

Runaljod – Ragnarok suona sciamanico, in grado di mandare in trance l’ascoltatore attento, concentrato sulla musica. Le canzoni tendono ad assomigliarsi, non per le note musicali, quanto per l’atmosfera rarefatta e quasi sognante che rende saporito l’intero lavoro. Durante i primi ascolti può accadere di rimanere quasi delusi dal pesante proliferare di ritmi tribali e incantatori, soprattutto se si pensa ai cambi di ritmo e intensità – sempre tenendo in mente che stiamo parlando del mondo Wardruna – dei primi due capitoli della trilogia. L’ascolto perfetto è quello che vede i tre Runaljod susseguirsi in ordine e senza pause, cosa assai complicata da fare con i tempi che viviamo, ma è il modo migliore che sento di consigliare a chi vuole immergersi nel mondo dei Wardruna e delle ventiquattro rune.

L’inizio (Tyr e UruR) è particolarmente atmosferico, i lunghi brani, se ascoltati nel migliore dei modi, ovvero rilassati, con gli occhi chiusi e la mente sgombra, sono capaci di spedire il fortunato in una sorta di dimensione parallela. Molto più movimentata e dinamica (dopo un inizio ambient) è Isa, canzone che vede la presenza massiccia di Lindy Fay-Hella, mentre tra i pezzi più interessanti troviamo l’altamente evocativo MannaR – Liv, composizione che conduce a Raido, uno dei momenti più suggestivi e “folk” dell’intero Runaljod – Ragnarok. La vena folkeggiante prosegue con l’ottima Pertho, canzone ricca di strumenti, voci, cori e tutti gli elementi che i Wardruna ci hanno insegnato ad amare nel corso degli anni. Wunjo consta di un robusto coro di bambini e di un favoloso lavoro di percussioni che porta direttamente a Runaljod, ultima – eccellente – traccia del disco.

Runaljod – Ragnarok è terminato. Del suo ascolto rimane tanto, difficile spiegarlo con le parole. La trilogia è arrivata a conclusione, è stato un lungo percorso e chi ha sentito la necessità si è avvicinato allo studio delle rune. Einar Selvik in seguito a ciò ha formato i Wardruna e oggi, tardo 2016, siamo tutti concordi nell’esaltare un lavoro sempre di grande qualità, guidato sicuramente da un fuoco di conoscenza che lo ha portato a studiare con passione l’antico futhark e il profondo significato delle rune.

Ore 2:44 di venerdì notte, tra cinque ore suonerà la sveglia e sto per spegnere il computer. Prima però, devo estrarre una runa dal sacchetto. La mano destra tira fuori la Runa Bianca, quella priva di simboli, detta “di Odino”. Una runa non riconosciuta da molti poiché non facente parte del futhark (la forma più antica dell’alfabeto runico): sembra sia stata un’invenzione di Ralph Blum, autore del libro The Book Of Runes, anche se esistono teorie secondo le quali la Runa Bianca fosse usata per la divinazione già nel XVI secolo. Il suo significato è, in parole povere (anzi, poverissime) e semplificate, morte e rinascita. Forse quello che sarà dei Wardruna dopo questo disco: si scioglieranno avendo esaurito il concept che li ha portati in vita nel 2002 per poi tornare in una veste nuova? Time will tell, dicono gli anglofoni; noi non possiamo quindi che aspettare, ma fortunatamente i Warduna ci hanno lasciato tre meravigliosi dischi che, qualunque cosa accadrà, rimarranno nella storia.

Feroce latra Garmr 
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà. 
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi 
possenti divinità di vittoria.
I fratelli si scontreranno e si uccideranno,
I cugini spezzeranno i legami di parentela,
Il mondo è crudo, il tradimento è grande,
Tempo d’asce, tempo di spade, gli scudi dividono, 
Tempo di venti, tempo di lupi, prima che il mondo finisca
Nessun uomo risparmierà chiunque altro.

(Völuspá – La profezia della veggente)

Kalevala hms – Tuoni Baleni Fulmini

Kalevala hms – Tuoni Baleni Fulmini

2014 – live cd/dvd – Marduk Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Simone Casula: voce – Daniele Zoncheddu: chitarra – Dario Caradente: flauto – Emanuele Mazzaschi: fisarmonica – Simone Feroci: basso – Tommy Celletti: batteria

Tracklist CD: 1. MasterBlaster – 2. Come Dio Comanda – 3. Worlds End Inn – 4. Il Galeone – 5. Donald, Were’s Your Trousers? – 6. Time Bandits – 7. There and Back Again – 8. Ride’em Cowbell – 9. Necropolitan – 10. Whiskey On A Sunday – 11. Supernaut (Black Sabbath cover) – 12. U’golema – 13. Musicanti di Brema

Tracklist DVD: 1. Brian Boru – 2. S’i Fosse Foco – 3. Folk Metal, Baby! – 4. Buildin’ a Cromlech – 5. Dicey Reilly – 6. Waterloo – 7. All For Me Grog – 8. Ten Ton Butterfly – 9. Come Dio Comanda – 10. Supernaut (Black Sabbath cover) – 11. Nigel’s Got a Sword – 12. Donald, Where’s Your Trousers?

kalevala-tuoni_baleni_fulminiIn tempo di download selvaggio e crisi economica i Kalevala hms se ne escono con un lussuoso digipack contenente un cd audio e un dvd live. Per fortuna.

Senza giri di parole, la musica e le immagini di Tuoni Baleni Fulmini è di grande qualità, la quantità di materiale è veramente notevole e, soprattutto, la band ci sa davvero fare.

Il cd è un live in studio (chi ha superato i 30 anni sicuramente ha a casa diversi dischi di questo tipo) con alcune cover e rifacimenti di brani propri e tradizionali, mentre il dvd contiene l’intera esibizione del Brintaal Celtic Folk del 2013, il videoclip di Folk Metal, Baby!, vari extra e i pareri di alcuni amici ed esperti, tra i quali il sottoscritto.

Live Audio contiene la registrazione avvenuta presso l’Elfo Studio (Tavernago, PC) con la band al gran completo, nel vero spirito ’60 e ’70, quando i gruppi registravano tutti gli strumenti insieme, a differenza di oggi dove ogni strumento ha il suo turno ed è possibile ripetere all’infinito il pezzo finché non suona in maniera perfetta. Le uniche incisioni a parte, per motivi prettamente pratici, sono state quelle degli ospiti, i quali hanno registrato in un secondo momento.

Il cd audio inizia con Master Blaster, cover di Stevie Wonder, un’accattivante versione rockeggiante particolarmente riuscita, ben seguita da Come Dio Comanda, canzone presente nell’ultimo full length There And Back Again, lavoro dal quale sono tratte anche la title track e U’golema. Gustosi e personali risultano essere i brani tradizionali di stampo irlandese e quelli anarchici italiani, tra i quali spicca il riuscitissimo pezzo Il Galeone, dove è presente anche Lore dei Folkstone con la sua inconfondibile ugola, il quale arricchisce ulteriormente una composizione già bella di suo, perfetta sia per la band che per il tipo di registrazione. Versione da sballo per il classico dei Black Sabbath Supernaut, letteralmente stravolta: da inno heavy a inno folk, con flauto e fisarmonica a farla da padrone. I Kalevala hms hanno studiato un arrangiamento sorprendente che denota tutte le capacità artistiche dei musicisti, per una versione che sorprenderebbe anche Ozzy e co., tanto la rilettura è personale e riuscita. Donald, Where’s Your Trousers? e Whiskey On A Sunday sono due brani tradizionali allegri e di grande impatto, con la chiusura di Live Audio affidata a U’Golema e all’intensa Musicanti Di Brema, dove il buon Lore fa la propria seconda apparizione. Il brano è di natura evocativo, ma in questo live in studio risalta ancor di più lo spirito e l’attitudine della band, un’attitudine ormai quasi del tutto estinta e sconosciuto ai gruppi più giovani. Forse è proprio questo il “messaggio” di Tuoni Baleni Fulmini ai musicisti meno esperti: la musica va suonata e vissuta, meno chiacchierata e resa digitale (soprattutto in studio di registrazione). Una lezione che tutti dovremmo ripassare.

Il disco è stato prodotto da Carlo Izzo e dalla band stessa: il suono è ottimo, gli strumenti suonano pastosi ma puliti, il bilanciamento perfetto. Come sempre la prova dei musicisti è impeccabile e la voce del duttile Simone Casula fa – come al solito – un figurone. Il booklet è molto carino, dal classico stile Kalevala hms, con molte foto e le informazioni tecniche.

Live Video è a dir poco ricco. Il piatto forte è rappresentato dal concerto che la formazione di Parma ha tenuto al Brintaal Celtic Folk 2013, esibizione in parte sfortunata a causa di un terribile temporale che ha messo a rischio lo show dei Kalevala hms e testato l’attaccamento dei fans al gruppo: nonostante il freddo e la pioggia battente, sotto il palco non erano pochi i presenti che per tutto lo spettacolo hanno cantato, ballato e infine invaso il palco. Casula e soci dal vivo sono molto teatrali e giocano non poco su questo fatto, spesso facendo sorridere gli spettatori con scenette e piccoli accorgimenti estetici che comunque hanno molta resa. La scaletta è diversa da quella del cd audio, con le varie Folk Metal Baby!, Waterloo, All For Me Grog tra le altre a dare soddisfazione ai seguaci dei Kalevala hms. Il gruppo, nonostante le avversità, ha suonato in maniera concreta e professionale, con la personalità un po’ cazzona che da sempre li contraddistingue in positivo. Le riprese video sono di buona qualità, professionali ma “rustiche”, come ogni prodotto di questo tipo dovrebbe avere. L’audio non è da meno: strumenti e voce hanno quel qualcosa che solo live sanno (e possono) avere, il che rende Tuoni Baleni Fulmini un lavoro dannatamente sincero.

Il materiale bonus è rappresentato dall’ottimo videoclip di Folk Metal, Baby!, da una divertente esibizione acustica di All For Me Grog, da “Backstage”, ovvero le riprese effettuate durante la registrazione di questo live in studio e da “In my opinion”, cioè le opinioni sulla band da parte dei divertentissimi Folk Metal Jacket, dei colleghi di IronFolks e di Mister Folk, intervento che si conclude con il tormentone estivo “Pozz Chiur?”.

Solitamente lavori del genere segnano un punto di arrivo e un nuovo punto di partenza. La domanda, quindi, è: “dove andranno i Kalevala hms?”. La risposta è semplice: sui palchi di mezza Italia e non solo, habitat naturale per i sei musicisti. Nel frattempo, però, c’è da ascoltare e vedere più e più volte questo ottimo lavoro.