Kanseil – Cant Del Corlo

Kanseil – Cant Del Corlo

2020 – EP – Rockshots Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Andrea Facchin: voce – Marco Salvador: chitarra – Dimitri De Poli: basso – Luca Rover: percussioni, scacciapensieri – Stefano Da Re: whistles – Davide Mazzucco: bouzouki – Luca Zanchettin: cornamusa

 Tracklist: 1. Levante – 2. Verta – 3. Tra Le Fronde – 4. Boscars – 5. Il Sergente Nella Neve – 6. Ponente

La storia dei Kanseil, se siete lettori di Mister Folk, vi dovrebbe essere ben famigliare. Il demo Tzimbar Bint del 2013 aveva fatto gridare al miracolo, portando con sé tante speranze per il full-length di debutto, quel Doin Earde che ha confermato la bontà artistica della band veneta che è poi riuscita, grazie al secondo lavoro Fulìsche, a scalare posizioni nel panorama folk metal italiano, raccogliendo i giusti complimenti per una carriera fin qui esemplare.

Cant Del Corlo è un EP acustico composto da sei tracce, ovvero quattro canzoni più intro e outro. Si tratta di un concept album sulle quattro stagioni, una cosa sulla quale l’uomo (fortunatamente) non può mettere mano, anche se i danni, lo sappiamo bene, li ha comunque fatti e, purtroppo, li continuerà a fare. I Kanseil non sono nuovi alla dimensione acustica, basti pensare all’eccellente Serravalle del prima citato Fulìsche, uno dei brani più ispirati del disco. Inoltre il tema dei testi, unito alla sensibilità dei musicisti, porta immediatamente a immagini legate a un fuoco acceso con intorno i ragazzi a suonare con delicatezza la propria musica, quasi ad evocare le lontane notti dei nostri antenati, notti attorno a un fuoco caldo a raccontare storie di epoche ormai quasi dimenticate. I ventidue minuti di Cant Del Corlo iniziano con Levante, l’intro che porta alla prima “vera” canzone dal titolo Verta: il marchio Kanseil è chiaro fin dai primi secondi e si capisce immediatamente quanto la band si trovi a proprio agio in veste completamente acustica. Tra Le Fronde suona intima e delicata, con una parte chitarristica che ben si amalgama con il resto e dove la voce di Andrea Facchin si fa grintosa in occasione del ritornello. Si giunge quindi a Boscars, una composizione che entra immediatamente nel cuore dell’ascoltatore, un brano che merita di essere proposto anche nei “classici” concerti elettrici: quando si ha a che fare con una poesia di questo genere non si può far altro che lasciarsi trasportare dalle emozioni e godere della bellezza che ci viene proposta. La malinconia, ma anche la speranza, è la spina dorsale de Il Sergente Nella Neve:

Ora che qui tutto tace
vedo i ricordi miei
inseguire l’orizzonte
ora che resto da solo
vecchio e debole
non basterà un saluto

La neve, i boschi, il tempo che passa… tutto molto poetico, ma anche magico grazie alla musica dei Kanseil, al loro modo di proporre certi temi, una sensibilità che in pochi anno. Verrebbe da dire che vivere e crescere in luoghi pieni di verde, quasi incantati per fascino e bellezza, sia il “segreto”, ma così non è, perché altrimenti tutti i musicisti che hanno la fortuna di vivere in determinati luoghi avrebbero la stessa sensibilità e “romanticismo” nei confronti della natura. No, questa è una peculiarità dei Kanseil e loro sono bravi ad esaltarla nella propria musica.

I Kanseil hanno fatto di nuovo centro e, se nella maggior parte dei casi, gli EP sono semplici lavori “minori”, a volte utili per presentare delle novità, questa volta le cose non stanno così: Cant Del Corlo è un lavoro di pari importanza dei full-length, che mostra un lato forse meno conosciuto della formazione, ma che riveste grande importanza per l’ispirazione dei musicisti. Altamente consigliato.

Corte Di Lunas – Tales From The Brave Lands

Corte Di Lunas – Tales From The Brave Lands

2020 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Giordana: voce, percussioni – Nicolas: chitarra – Massimo: basso – Riccardo: batteria – Maria Teresa: flauto – Martina: ghironda – David: bouzouki

Tracklist: 1. Tiare – 2. The Castle Of Gemona – 3. Vida – 4. The Devil’s Bridge – 5. La Dama Bianca – 6. The Last Of Sbilfs – 7. I Tre Fradei – 8. Orcolat – 9. Eolo II – 10. Scjaraçule Maraçule – 11. Rosander

A meno di un anno dal ritorno sulle scene grazie all’EP The Journey, la Corte Di Lunas torna con un nuovo disco dal titolo Tales From The Brave Lands, un lavoro che, si può dire senza girarci intorno, porta il gruppo del Friuli Venezia Giulia al posto che gli compete, ovvero tra i migliori della scena. I racconti dalle terre coraggiose sono divisi in undici brani con un unico comun denominatore, ovvero la terra natia dei musicisti, il già menzionato Friuli Venezia Giulia. Storie di fiumi e orchi, regine e le origini della città di Trieste trovano spazio all’interno di un cd assolutamente fresco a coinvolgente anche dopo numerosi ascolti, personale e realizzato in maniera impeccabile, capace di prendere per mano l’ascoltatore e portalo sulla scena dei testi e fargli vivere in prima persona le vicende narrate dalla brava Giordana.

Le canzoni sono tutti belle e non c’è un solo momento meno ispirato o gustoso, ma è anche vero che alcuni brani riescono a spiccare sugli altri per il perfetto mix di musica e storia cantata. Un esempio è Orcolat (sì, lo stesso Orcolat dei Kanseil di Fulìsche), diversa dalle altre sorelle perché contraddistinta da una spina dorsale rock, o di The Devil’s Bridge, nella quale è presente Lorenzo Marchesi (Folkstone) come ospite in un ruolo che gli si addice non poco. La conclusiva Rosander, con oltre sette minuti di durata, è la composizione più lunga del platter: l’arpa della guest Lucia Stone incontra le melodie della blu ghironda mentre il flauto di Maria Teresa guadagna il centro dell’attenzione. Poi, improvviso come in alta montagna, il temporale porta via tutto e fa nascere una parte nuova e completamente diversa da quanto fatto fino a poco prima, con cori e un’atmosfera sinfonica che viene assorbita dalla pioggia prima e successivamente dagli eleganti strumenti acustici che riportano luce in quello che, forse, può essere considerato come il pezzo più bello ed emozionante di Tales From The Brave Lands. Storia diversa, invece, per Scjaraçule Maraçule, facilmente etichettabile come “cover di Ballo In Fa Diesis Minore di Branduardi”, ma che invece ha una storia che merita di essere raccontata. La musica è precedente al ‘500 e il titolo della composizione è Schiarazula Marazula, con il testo di Branduardi che si rifà alla Danza Macabra presente sull’esterno della nota chiesa di Pinzolo, mentre la Corte Di Lunas ha utilizzato l’invocazione alla pioggia del poeta Domenico Zannier. I quarantasette minuti del disco scorrono velocemente e non c’è modo per staccarsi dalla musica di Tales From The Brave Lands; ulteriore nota positiva è la calda produzione, si sente quanto il lavoro in studio sia stato meticoloso e suoni e volumi sono semplicemente giusti per questo tipo di musica, lontani da inutili tentazioni.

Il quarto disco della Corte Di Lunas è un successo: bello, composto con gusto e che tiene bene dopo settimane di “studio”. L’album della consacrazione? Dovrebbe essere così, e in un mondo dove l’estetica e la presenza virtuale è fondamentale, il gruppo ha anche realizzato un bel videoclip per la canzone Vida. Ce n’è per tutte le età e che sia l’ascolto in streaming o la visione su YouTube, resta solo una cosa da fare: comprare il cd e sostenerli in concerto.

Emian – Egeria

Emian – Egeria

2019 – full-length – Edizioni Musicali XXXV

VOTO: 8,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Anna Cefalo: voce, arpa celtica, glockenspiel, indian harmpnoum – Emilio A. Cozza: voce, ghironda, percussioni, cornamusa medievale, bombarda, marranzano, corno tibetano, pitipù, Ðàn môi – Danilo Lupi: irish bouzouki, bandona, algerian mondol, cori – Martino D’Amico: batteria, persussioni, persian santur, voce, cori

Tracklist: 1. Malin Ge Kendon – 2. Balluket E Ballit Moj – 3. Danse Boiteuse – 4. Fronni D’Alia – 5. La Casa Dell’Orco – 6. Spirit Trail – 7. Ay Yildiz – 8. Le Navi Di Istanbul – 9. Oriental San_set – 10. Rosabella – 11. Evoè Evoè – 12. Vesuvius

L’Irpinia è una terra bellissima e affascinante, ricca di storie e tradizioni che a fatica riescono a emergere nel quotidiano calderone di informazioni e notizie che assalgono le persone. Forse è un bene, perché in questo modo quella zona è rimasta nell’ombra, poco inquinata da fattori esterni, verace e vera come poche altre. Gli Emian provengono proprio dall’Irpinia e sono forse il miglior biglietto da visita per far conoscere quella verde landa; nella propria musica abbracciano una grande quantità di influenze e sonorità, ma il legame con la loro terra è sempre forte e ben radicato e non è certo una sorpresa se a fine ascolto di Egeria si viene assaliti dal desiderio di visitare l’Irpinia e magari passeggiare tra i boschi che fanno da sfondo al video de La Casa Dell’Orco.

Egeria è il terzo lavoro in studio per la band campana, il disco che certifica la bontà dei musicisti e anche il più ambizioso fino ad ora realizzato. I precedenti AcquaTerra e Khymeia sono due ottimi cd che hanno preparato la strada a Egeria, che arriva nelle collezioni di cd nel suo completo splendore: l’elegante digipak svela un artwork curato nei minimi dettagli, con il libricino di sedici pagine contenente i testi e delle brevi descrizioni delle canzoni e delle illustrazioni che ne risaltano il significato. Ascoltare la musica sfogliando le pagine del booklet permette di immergersi completamente nel mondo degli Emian, cantastorie di un’altra epoca con il compito di trasportarci lontano da luci accecanti e cemento soffocante. Nei quarantotto minuti di Egeria si toccano con mano storie e musiche del sud Italia (Basilicata, Calabria e ovviamente Campania e Irpinia) ma anche dell’Albania (Balluket E Ballit Moj) e Medio Oriente.

Musicalmente Egeria è un lavoro vario e personale, dove la mano dei musicisti è facilmente riconoscibile e le dodici tracce che compongono il disco variano tra ritmi sostenuti e meravigliose parti soavi nelle quali l’arpa di Anna Cefalo incanta per delicatezza e gusto. L’iniziale Malin Ge Kendon introduce nel migliore dei modi il disco, che parte con Balluket E Ballit Moj, una bellissima canzone nuziale albananese, e prosegue con l’allegria di Danse Boiteuse, tre minuti di danze alcoliche e sorrisi intorno al falò. La lucana Fronni D’Alia è avvolgente e facilmente memorizzabile, ma è con La Casa Dell’Orco che gli Emian si giocano il jolly, vincendo. Si tratta di una storia irpina, precisamente di San Michele di Pratola Serra (AV), che prende nome da un sito megalitico chiamato anche “Dolmen di Irpinia”. La leggenda racconta dell’orco Cronopa che terrorizza il villaggio, ma gli abitanti di San Michele stipulano un patto con l’orrenda creatura: una vita umana in sacrificio ogni anno, in cambio della tranquillità. Silpa il pastore, stufo di tutto ciò, decide di uccidere l’orco, ma durante il percorso la moglie Matulpa si perde e viene sbranata dai lupi. Silpa è visto come un salvatore e gli abitanti si San Michele lo vogliono fare re, ma lui è disperato per la moglie e la cerca fino a quando non la trova dilaniata.

Si seppellirono gli ultimi resti di Matulpa e si fece notte,
Silpa chiuse gli occhi, si distese a terra e si lasciò morire.

Dormi Silpa, và di nuovo da lei.
Dormi Silpa, suona ancora per lei,
Fi Fai Fo Fum… questa è la tomba per me!
Fi Fai Fo Fum… suono ancora per te!

La delicata Spirit Trail, cantata in inglese da Martino D’Amico, è molto diversa dal resto delle altre canzoni, ma la qualità rimane sempre alta e nell’economia del disco non stona. Arriva a questo punto un bel terzetto di brani dall’animo medio orientale: Ay Yildiz/Le Navi Di Istanbul/Oriental San_set sono composizioni che funzionano bene e mostrano l’ampiezza del lessico musicale degli Emian, a proprio agio anche con musiche che solitamente sono difficili da trovare in ambito pagan folk. Rosabella è una canzone tradizionale calabrese caratterizzata da un crescendo delicato ma inarrestabile, sicuramente una delle migliori composizioni di Egeria. In chiusura del disco troviamo la breve strumentale Evoè Evoè che guida l’ascoltatore fino all’affascinante Vesuvius che per ritmo e tiro sembra essere una risposta italiana (e quindi “calda”) al folk sciamanico proveniente dal nord Europa.

La bravura degli Emian era già risaputa – i due precedenti dischi sono lì a testimoniarlo -, ma con Egeria i nostri hanno fatto un ulteriore passo in avanti. Tutto suona giusto, non c’è un momento poco ispirato e l’ascolto fila liscio dalla prima all’ultima nota. La voce di Anna Cefalo è quasi magica, gli strumenti di Emilio Cozza e Danilo Lupi creano melodie travolgenti e le percussioni di Martino D’Amico danno ritmo e stabilità ai brani. In ambito pagan folk difficile, veramente difficile trovare altre band di questa bravura: Egeria è un disco destinato a rimanere nei lettori cd per veramente tanto tempo.

Kyn – Earendel

Kyn – Earendel

2019 – full-length – Blackdown Music

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Ida Elena: voce, chitarra, jambe, bodhran, darabuka – Albert Dannenman: ghironda, cornamusa, low whistle – Gino Hohl: cornamusa, citarra, darabuka, davul, shalmei – Anja Novotny: cornamusa medievale, tin e low whistle, flauto, chitarra, tastiera, hummelchen – Dirk Kilian: bouzouki, nichelharpa, gaita, cornamusa medievale, sitar, dudukv- Heiko Gläser: batteria, davul, jambe

Tracklist: 1. Kamprab – 2. Kyn – 3. La Leggenda Di Colapesce – 4. Yggrasil – 5. Amor Lontano – 6. Sang Til JomfruMaria – 7. Herr Mannelig – 8. Fata Morgana

Il pagan folk è un genere che in linea di massima suona tradizionale e, anche se può sembrare brutto o un difetto – e di certo non lo è –, sempre uguale a se stesso. Quello dei Kyn è un progetto ambizioso, sia per l’aspetto prettamente musicale che per l’idea che si cela dietro alla band e che è ben comprensibile ascoltando le parole dei testi. Alla base classica formata da chitarra, percussioni e strumenti folk, infatti, troviamo una forte e “nuova” componente elettronica, che quando presente dona uno slancio inedito in questo genere che fa suonare tutto fresco e “diverso”. A livello lirico la band vuole creare un ponte tra il nord Europa e il Mediterraneo e la cosa chiaramente influenza anche la parte musicale. Ascoltando Earendeltroviamo canzoni tipicamente nordiche con altre maggiormente calde e vicine alla cultura mediterranea, quindi sotto questo punto di vista non si può che riconoscere la riuscita della proposta dei Kyn. Il disco è un debutto e alcuni dettagli possono essere migliorati in futuro, ma con il “peso” dei musicisti in formazione il progetto italiano/tedesco/svizzero convince appieno grazie a sinuose melodie e momenti di grande qualità.

L’iniziale Kamprab è caratterizzata dai vocalizzi eterei di Ida Elena, con percussioni incalzanti e melodie che portano alla mente il medio oriente, ma è con la seguente Kyn che la band tira fuori tutta la personalità: il brano è un bel mix di stili e influenze, ben ritmato e accattivante da far battere immediatamente il piede a chi ascolta. Segue quello che uno dei pezzi più riusciti del cd, ovvero La Leggenda Di Colapesce. Dopo la prima parte quasi narrata in italiano, le sonorità folk s’impossessano della scena e il cantato si divide tra dialetto siciliano e tedesco, con i bassi che pompano groove e potenza. Yggrasil è il brano meno ispirato e il testo un po’ troppo prevedibile di certo non aiuta. Amor Lontano, come suggerisce il titolo, ha una forte vena poetica, ma a stupire è la bella intuizione della chitarra classica spagnoleggiante che a sorpresa appare per alcuni secondi: una canzone che si esaurisce un po’ presto, ma che sicuramente lascia il segno. Sang Til Jomfru Maria dura poco più di due minuti e ha una forte vena epica, quasi da colonna sonora, con la voce di Ida Elena che raggiunge picchi altissimi. L’inizio medievale (con tanto di spade sferraglianti) di Herr Mannelig, una ballata in cui una strega cerca di liberarsi dalla maledizione attraverso un matrimonio. In questa canzone l’elettronica ricopre un ruolo molto importante e il bello è che la canzone, in questo modo, funziona alla grande. L’effetto è quello di una discoteca dark, con luci soffuse e fumo che si alza verso il soffitto, con la musica dei Kyn sparata a tutto volume: se la band decidesse di esplorare maggiormente questo aspetto della propria musica potrebbe uscirne qualcosa di davvero unico. Earendel si conclude con Fata Morgana: introdotto da arpa e flauto è un pezzo melodico che parla della Sicilia, con il testo che si divide tra italiano e inglese.

Il debutto dei Kyn è un lavoro personale costituito da canzoni ben fatte: le sonorità contenute di Earendel sono tante e diverse tra loro, così come tanti sono gli strumenti utilizzati dai musicisti, il che amplia la varietà musicale senza dimenticare la componente elettronica, vera chicca dell’album. Tra curiosità per un sound insolito e la tranquillità data da musicisti esperti, quello che esce fuori è un debutto che però suona già maturo, forse un po’ breve nella durata, ma realizzato con canzoni efficaci e piacevoli all’ascolto. Ora è tanta l’attesa per i concerti e il prossimo disco.

Wolcensmen – Fire In The White Stone

Wolcensmen – Fire In The White Stone

2019 – full-length – Indie Recordings

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Dan Capp voce, tutti gli strumenti

Tracklist:1. Foreboden – 2. A Gainsaying – 3. Lorn And Loath – 4. Hunted – 5. The Woodwose – 6. Of Thralls And Throes – 7. The Swans Of Gar’s Edge – 8. Maidens Of The Rimeland – 9. Fellowship – 10 Sprig To Spear – 11. Fire In The White Stone

Accompagnato dai roboanti nomi di Tolkien, Wagner e il mito del Graal, il secondo lavoro di Wolcensmen – solo project di Dan Capp, chirattista dei Winterfylleth – dal titolo Fire In The White Stone arriva nei negozi sotto l’ala della Indie Recordings, etichetta per palati fini e già passata su queste pagine grazie a Kampfar, Einherjer e Wardruna. Dal debutto Songs From The Fyrgen è trascorso poco più di un anno se si considera la ristampa della Indie Recordings che ha portato a far conoscere al pubblico questo progetto, mentre la prima stampa con la Deivlforst Records risale al 2016. Nel nuovo lavoro c’è una forte volontà di proseguire quanto di buono fatto con il debut album e difatti musicalmente non ci sono particolari evoluzioni da menzionare; la novità sta invece nella storia che Capp ha scritto appositamente per questo disco, un racconto breve di 12000 parole – come riportato nelle info del promo – che è integralmente riportato nella versione limitata a cento pezzi (sold-out in poche ore) della versione che prevedeva il libro allegato al cd. Un ragazzo si allontana dalle comodità per inoltrarsi nella natura più selvaggia, dove incontrerà personaggi stravaganti (un anziano signore, due cigni, tre fanciulle spettrali e quattro nani) e nella quale accadranno fatti che cambieranno il corso della sua vita; tutti i personaggi sono visibili sulla copertina realizzata da David Thiérrée.

Le atmosfere tendono a un’epicità da film storico medievale, ma si parla di una pellicola di alta qualità, girata con un grande budget a disposizione e con nomi importanti nel cast. Fire In The White Stone ha un alone epico e anche un filo drammatico nei cinquanta minuti di durata, probabilmente legato alle vicende narrate all’interno delle undici tracce. La sensazione – bellissima! – di trovarsi in un’epoca senza tempo, in piena selvaggia natura, vale da sola il costo del cd, con la musica che aiuta l’ascoltatore a viaggiare in un mondo ormai lontanissimo e che per molti rappresenta il desiderio più grande. Le tracce sono tutte acustiche, spesso scarne di orpelli e soluzioni ambiziose che porterebbero fuori strada chi decide di intraprendere questo viaggio. La chitarra acustica è la guida incontrastata, ma non mancano i preziosi contributi di violoncello, kantele, pianoforte e flauto a rendere le composizioni ricche di sfumature, il tutto impreziosito dal lavoro in studio di John A. Rivers, famoso soprattutto per quanto fatto con i Dead Can Dance.

Dall’opener Foreboden alla chiusura affidata a title-track (compreso lo strano ma stuzzicante strumentale Of Thralls and Throes, con brevi inserti elettronici) si percorre il viaggio con il giovane protagonista senza un momento di tregua tanta è la bellezza della musica, elegante e coraggiosa nell’anima. In particolare per questo lavoro le percussioni ricoprono un ruolo ancora più importante rispetto al debutto, sottolineando la virilità di alcuni passaggi e ipnotizzando con la ripetitività di certi ritmi. Su questa musica solenne la voce di Capp si sposa perfettamente, non al centro dell’attenzione ma sempre in grado di portare quel qualcosa che fa la differenza in positivo.

Fire In The White Stone è la conferma della bontà del progetto Wolcensmen, un disco che fin dal primo giro nel lettore non passa inosservato, in grado di regalare grandi sensazioni e di trasportare chi ci si avvicina in un mondo lontano e senza tempo. Assolutamente consigliato agli amanti delle sonorità folk acustiche più eroiche.

Lindy-Fay Hella – Seafarer

Lindy-Fay Hella – Seafarer

2019 – full-length – Ván Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Lindy-Fay Hella: voce

Tracklist: 1. Seafarer – 2. Two Suns – 3. Skåddo – 4. Bottle Of Sorrow – 5. Nåke Du Finn I Skogen – 6. Mars – 7. Three Standing Stones – 8. Tilarids – 9. Horizon

Dopo due anni di lavoro la cantante Lindy-Fay Hella pubblica il suo primo disco solista dal titolo Seafarer. L’artista norvegese è famosa soprattutto per essere una colonna dei Wardruna, ma con questo lavoro riesce a staccarsi all’ambient folk che l’ha resa famosa riuscendo ad esprimere la parte più intima e delicata della sua anima. La Ván Records, etichetta che non sbaglia mai un colpo, ha saggiamente deciso di puntare forte su questo disco, rilasciandolo negli ormai classici tre formati, ovvero digitale, cd e vinile.

Tutto inizia nel febbraio 2017 quando Lindy-Fay Hella comincia a registrare le varie sperimentazioni messe da parte nel corso degli anni e, circondata da amici di un certo spessore, primo fra tutti Herbrand Larsen (tastierista degli Enslaved), Seafarer prendere forma un po’ alla volta. I musicisti coinvolti sono tanti, ma sono sicuramente da menzionare Ingolf Hella Torgersen – cugino di Lindy-Fay Hella – alla batteria e percussioni, Kristian Eivind Espedal (Gorgoroth, Wardruna, Gaahl’s Wyrd) alla voce e Eilif Gundersen (Wardruna) ai flauti e corno. Seafarer è un lavoro breve ma intenso, che non raggiunge i trentacinque minuti di durata, capace di portare l’ascoltatore in luoghi remoti e inaccessibili: l’angelica voce di Lindy-Fay Hella è la regina incontrastata della musica, ma l’accompagnamento è sempre all’altezza e, seppur spaziando tra pop/folk, world music e brani dall’impatto sognante, tutto suona compatto e omogeneo. I testi sono legati al cosiddetto otherworld, tra ricordi di un amico perduto (l’opener title-track) e sogni molto simili fatti tra cugini (Three Standing Stones).

La traccia Seafarer è un po’ l’emblema del disco e della visione artistica di Lindy-Fay Hella: ritmata e magica, tocca le corde dell’anima e le fa vibrare intensamente. L’hang (uno strumento in metallo nato solamente all’alba nel nuovo millennio) introduce con un pizzico di magia Two Suns, canzone dal piglio sbarazzino, mentre Nåke Du Finn I Skogen, pur con un’andatura lenta e quasi liturgica, fa immaginare prati verdi e corse a perdifiato assaporando l’aria frizzante del mattino. Quest’ultima e la conclusiva Horizon utilizzano la stessa melodia di base, ma il risultato è molto differente poiché esprimono emozioni diverse e le due composizioni prendono due vie molto distanti. Durante le dieci tracce che compongono il disco non ci sono momenti meno ispirati o che ne rallentano l’immersione dell’ascoltatore nelle note composte da Lindy-Fay Hella, e così le varie Tilarids, Skåddo e Mars hanno tutte qualcosa da raccontare, magari con fare quasi sussurrato, ma ugualmente bello da ascoltare.

Seafarer è una piccola e gradita sorpresa, ma fino a un certo punto: cosa aspettarsi da un’artista del genere, per di più circondata da musicisti a dir poco preparati e in grado di comporre dischi diversi per stile e genere ma sempre ugualmente buoni qualitativamente parlando? La curiosità, ora, è quella di vedere Seafarer su di un palco, sperando che qualche promoter chiami l’artista norvegese per portare in Italia il suo spettacolo. Intanto, come si suol dire, godiamoci questo bel disco nato dall’anima di Lindy-Fay Hella.