Nemuer – Gardens Of Babylon

Nemuer – Gardens Of Babylon

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Michael Zann: voce, chitarra acustica, jaw harp, percussioni, djembe africano – Katarina Pomorska: voce, duclar, djembe africano, percussioni

Tracklist: 1. The Ishtar’s Gate – 2. Out Of Body Experience – 3. The Book Of Time – 4. Astral Romance – 5. The Gardens Of Babylon – 6. Revealed Face Of Chaos – 7. Descent To The Realm Of The Dead – 8. Lost In The Desert Of Wrath And Sorrow

Il progetto Nemuer arriva con questo Gardens Of Babylon al terzo disco, probabilmente il migliore finora realizzato. La prima cosa che balza all’occhio è la durata complessiva del lavoro: 42 minuti suddivisi in otto canzoni sono ben altra cosa per impatto e difficoltà d’ascolto rispetto al precedente (e assolutamente valido) Labyrinth Of Druids, un’opera da 74 minuti e quindici tracce. Oltre al minutaggio è cambiato, almeno parzialmente, anche l’approccio musicale: da oscure sonorità horrorifiche fortemente influenzate dagli scritti di H.P. Lovecraft del cd pubblicato nel 2015 si è passati a un dark folk meno plumbeo e malevolo, a volte addirittura “romantico”. Colori caldi e un disegno rassicurante fanno capolino sulla copertina, altro sintomo di mutamento. D’altra parte sono cambiate le tematiche e padrona di Gardens Of Babylon è, com’è facile intuire, una delle sette meraviglie del mondo antico, il palazzo/giardino donato dal re babilonese Nabucodonosor II alla regina Amythis.

L’opener The Ishtar’s Gate è un’elegante canzone dalle tinte scure ma che grazie a percussioni e melodie sognanti riesce a trasformarsi in una sorta di sogno mediorientale pieno di grazia nel momento di maggior dinamicità. I sette minuti di Out Of Body Experience sono un folk ambient avvolgente e ipnotico che per qualche motivo ricorda i Wardruna. Il sound diventa più ritmato e coinvolgente in The Book Of Time, ma con Astral Romance tornano le soffuse sonorità mediorientali che grazie a corde pizzicate e angeliche voci femminili rendono il brano quasi ipnotico. La voce maschile domina The Gardens Of Babylon, lento e penetrante brano ammaliante che nel finale si anima grazie all’accelerazione della chitarra acustica. I cinquanta secondi di Revealed Face Of Chaos sono un intermezzo di sola chitarra che portano alla criptica Descent To The Realm Of The Dead. Le percussioni e l’approccio vocale (solista e cori) sono quasi disturbanti per quanto ipnotiche, molto diverse da quelle presenti nella conclusiva Lost In The Desert Of Wrath And Sorrow. In questa ultima composizione, infatti, i Nemuer hanno un parziale ritorno al dark folk più plumbeo, superbamente interpretato dai due musicisti.

Il lavoro dei Nemuer va quindi avanti senza intoppi e cali d’intensità, il dark neofolk proposto dal duo è personale e intrigante, scarno (in senso positivo) e diretto anche quando le composizioni superano abbondantemente i cinque minuti di durata. Il suono del disco è pulito e caldo, si sente che il lavoro è genuino e in un certo senso “all’antica”, esattamente quello che serve a musica evocativa di questo tipo. Il terzo disco del duo ceco è assolutamente convincente sotto ogni punto di vista: prendetevi del tempo, accendete delle candele, mettete il disco nel lettore cd e lasciatevi cullare da Gardens Of Babylon.

Potete ascoltare e acquistare i dischi dei Nemuer qui: https://nemuer.bandcamp.com
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Triddana – Twelve Acoustic Pieces

Triddana – Twelve Acoustic Pieces

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Juan José Fornés: voce, chitarra, tastiera – Diego Rodrigues: basso – Pablo Allen: cornamusa, whistle

Tracklist: 1. Becoming – 2. When The Enemy’s Close – 3. Spoke The Firefly – 4. Gone With The River – 5. Flames At Twilight – 6. Echo Through The Days – 7. The Wicked Wheel – 8. Born In The Dark Age – 9. Galloping Shadows – 10. Shouting Aloud – 11. Everlasting Lie – 12. Men Of Clay – 13. Who Wants To Live Forever (Queen cover)

Quella dei Triddana è storia nota per chi ascolta regolarmente folk metal, ma è bene ricordare le origini della band argentina prima di proseguire. Il gruppo nasce nei primi mesi del 2011 dopo il brutto split dagli Skiltron, quando ben quattro musicisti abbandonano il gruppo dando vita ai Triddana. Ne è seguito un duello a distanza fatto di album folk metal (due a testa) sempre belli e convincenti. Twelve Acoustic Pieces è, invece, una sorpresa: un disco acustico dopo appena due cd è un tantino rischioso, anche se la band ha deciso di rendere questa uscita disponibile solamente in versione digitale (forse proprio perché conscia del poco mercato?): peccato.

Il pericolo di lavori come questo è quello di trovarsi ad ascoltare brani acustici di canzoni metal semplicemente suonate con la chitarra acustica o elettrica senza distorsori vari. Ben altra cosa è invece quando la band si mette d’impegno e ri-arrangia, almeno in parte, le composizioni, adattandole di conseguenza alle diverse sonorità acustiche e impreziosendo determinati momenti a seconda del gusto di chi suona: Twelve Acoustic Pieces fortunatamente fa parte della seconda tipologia di lavori acustici. I Triddana sono stati molto bravi a lavorare sulle singole composizioni e a farle suonare sempre fresche e dinamiche, cosa assolutamente non scontata.

Le canzoni sono equamente prese (6 e 6) dai due dischi Ripe For Rebellion del 2012 e The Power & The Will (2015), più un’inedita cover dei Queen. Ad aprire le danze ci pensa l’ottima Becoming, semplicemente uno dei brani migliori scritti dai Triddana e che continua a convincere anche con la nuova veste acustica. Un altro pezzo davvero ben riuscito è When The Enemy’s Close: l’anima rock della band si sente anche senza distorsioni e i cori da stadio suonano bene in questo contesto più soft. Il gruppo di Buenos Aires se la cava alla grande anche con le composizioni più delicate e intime, come nel caso di Spoke The Firefly, lento che tocca il cuore di ogni ascoltatore. In Twelve Acoustic Pieces c’è spazio anche per le (forti) influenze irish folk: Flames At Twilight e Galloping Shadows sono l’esempio più lampante, ma in quasi tutte le canzoni c’è spazio per melodie e sonorità accostabili alla verde Irlanda (l’inizio di The Wicked Wheel, per fare un altro titolo). Tra momenti divertenti e spensierati (Gone With The River) ed altri più meditativi (Everlasting Lie), ma sempre con cornamuse e flauti di Pablo Allen in grande evidenza, si arriva alla conclusione del disco con Who Wants To Live Forever, grandissima canzone dei Queen e chiaramente legata al film Highlander, pellicola di culto degli anni ’80. L’interpretazione dei Triddana è assolutamente degna di nota e il singer Juan José Fornés non sfigura al cospetto di uno dei migliori cantanti della storia, sua maestà Freddy Mercury.

Necessità artistica o sfizio dei musicisti, poco cambia: Twelve Acoustic Pieces è un full-length valido e affascinante, realizzato molto bene e che merita di trovare posto nella collezione di quelle persone vicine alle sonorità folk/irish rock. In attesa del prossimo cd “folk metal” non rimane che sperare nella pubblicazione di Twelve Acoustic Pieces in versione fisica.

Nemuer – Labyrinth Of Druids

Nemuer – Labyrinth Of Druids

2015 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Katarína Pomorská: voce, scacciapensieri, tamburo sciamanico djembe, duclar – Michael Zann: chitarra acustica, ancient Egyptian harp, voce

Tracklist: 1. Main Theme – 2. Caves Of Damnation – 3. Those Who Are Not Seen – 4. The Isle Of Awakening – 5. Green Walls – 6. Castle (Dedicated To H.P. Lovecraft) – 7. Shadown Warlock – 8. Healing Waves – 9. Cemetery – 10 Dark Forest Shelter – 11. Effulgent Sunlight – 12. Arena Combat – 13. Pub Of A Frozen Time – 14. Faint Recollections – 15. Baptism By Fire

Ci sono musiche e dischi che vanno d’accordo con alcune stagioni dell’anno e decisamente meno con altre. Questo dei Nemuer è un disco autunnale, se vogliamo anche invernale, l’importante è che ci sia la giusta temperatura esterna e il tempo adatto a una pubblicazione del genere. Voglio essere chiaro, Labyrinth Of Druids è un bel disco anche ascoltato in pieno luglio con l’aria condizionata accesa al massimo, ma è chiaramente nelle stagioni dalle basse temperature che questa musica rende al meglio. Il sound del duo della Repubblica Ceca è molto delicato e intimo, direi minimale e leggero. Le rade note di chitarra creano un’atmosfera quasi magica, ma anche gotica, nell’accezione letteraria del termine.

L’entità Nemuer, attiva dal 2014, fa parte di un progetto più grande capeggiato da Michael Zann, dove oltre all’aspetto musicale sono presenti quello letterario e videoludico. Il libro non è ancora concluso, mentre il gioco (la copertina di Labyrinth Of Druis è una piccola anteprima), un MMORPG fantasy/horror, dovrà aspettare probabilmente il 2018. Inoltre questo disco corrisponde al quinto capitolo del libro, mentre il debutto Irenthoth’s Dream al settimo. Detto questo Labyrinth Of Druids può essere visto come una parte di qualcosa di più grande, ma la qualità è tale che anche preso “singolarmente”, ovvero senza la parte visiva, è assolutamente godibile e in grado di emozionare l’ascoltatore.

Labyrinth Of Druids è un viaggio nel profondo di noi stessi, a volte meraviglioso e a volte terribile. Può anche esser visto come un semplice disco da ascoltare in un nebbioso pomeriggio di novembre mentre si legge un bel libro sorseggiando una tisana. In entrambi i casi la musica compie un piccolo ma grande miracolo: ti avvolge completamente ipnotizzandoti, impossibile rimanerne indifferenti. Ci sono alcune tracce che più di altre colpiscono il bersaglio, come Caves Of Damnation o The Isle Of Awakening, quest’ultima che culla l’ascoltatore grazie al delizioso suono delle onde marine e dei gabbiani. Ci sono anche brani più oscuri o teatrali, come la cupa Green Walls, possibile soundtrack di una pellicola dell’Hammer Film Production. La lunga Healing Waves vede la chitarra protagonista nei sette minuti di durata: deliziose note appena pizzicate fluttuano nell’aria con stordente bellezza, ammaliando il fortunato ascoltatore. Le onde del mare, come titolo e come suono, tornano più volte all’interno dei disco ed è chiaro quanto questo elemento sia importante per i Nemuer. Effulgent Sunlight, dal retrogusto vagamente celtico, è semplicemente un altro tassello di questo mosaico musicale intitolato Labyrinth Of Druids. Con Pub Of The Frozen Time il sound del duo cambia radicalmente: arpeggi di chitarra e il vociare del pub sono vivaci e lontani dal decadentismo ascoltato in precedenza. Tutto torna alla “normalità” con le successive Faint Recollections e Baptism By Fire, canzoni dalla venatura dark folk che portano a conclusione Labyrinth Of Druids. Infine come non segnalare Castle, brano dedicato al maestro americano H.P. Lovecraft, scrittore fondamentale per la letteratura gotica/horror e grande fonte d’ispirazione per il due musicisti cechi.

Il secondo disco dei Nemuer è senz’altro ben fatto e sarà gradito a quel pubblico che quotidianamente si nutre di sonorità rarefatte e atmosferiche, sia dall’accento più romantico che quello maggiormente dark. Per tutti gli altri ci vorranno molti ascolti in determinate condizioni per poterlo apprezzare, ma Labyrinth Of Druids è un gran bell’album nel suo genere.

Einar Selvik – Snake Pit Poetry

Einar Selvik – Snake Pit Poetry

2017 – EP – ByNorse

VOTO: SV – recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, strumenti

Tracklist: 1. Snake Pit Poetry – 2. Snake Pit Poetry (Skaldic Mode)

Dopo aver terminato la fantastica trilogia sulle rune con la sua band principale, i Wardruna, Einar Selvik, mente della band più chiacchierata e apprezzata del momento, se ne esce con un EP stampato solamente in formato vinile 10” contenente due versioni differenti di Snake Pit Poetry, canzone creata appositamente per la serie tv Vikings e per una scena in particolare, ovvero quando il protagonista Ragnar Lothbrok (Ragnarr Loðbrók), condannato a morte da re Aelle di Northumbria, muore nella fossa dei serpenti. Il testo della canzone parla chiaro, ed è preso dall’unica fonte attendibile che riguarda il personaggio scandinavo, in Italia nota come la “Saga Di Ragnarr” e pubblicata dalla milanese Iporborea.

Mai avrei immaginato serpenti
Alla fine della mia vita;
accade molto spesso
quel che meno ci s’aspetta.

Strepiterebbero i porcellini,
celando nella terra il grugno,
se conoscessero la sorte del verro;
s’avvia a straziarmi la serpe,
strisciando repentini
mi hanno morso i serpenti;
sarò all’istante cadavere,
fra i rettili morirò

Il 10 pollici si presenta benissimo: il disegno della copertina ritrae Ragnar circondato e assalito dai serpenti, il momento esatto in cui pronuncia la famosa frase “strepiterebbero i porcellini…”; nel retro è presente una foto di Einar Selvik, il testo originale e la traduzione in inglese, le info sul disco e sulla musica del vinile. Già, la musica, la cosa che probabilmente riesce meglio a Selvik: ipnotica e sofferente, calda e avvolgente. La prima traccia è la versione estesa di Snake Pit Poetry, lunga oltre sette minuti. Nella canzone è presente l’islandese Hilda Örvasdottir, voce che ha preso parte alle colonne sonore di 300: l’Alba Di Un Impero e L’uomo d’Acciaio per dirne un paio. Il tocco di Selvik è facilmente riconoscibile anche se nei sette minuti di durata è forte l’atmosfera cinematografica; la musica è intensa e quasi liturgica, che segna nel profondo. Ancor più straziante la versione breve di Snake Pit Poetry, quella chiamata “Skaldic Mode”: tre minuti in qui la voce di Einar e poche, striminzite (ma quanto toccanti!) note riescono a creare una voragine nell’ascoltato, letteralmente annichilito dinanzi a tanta drammaticità.

Snake Pit Poetry è una piccola opera d’arte, breve e perfetta. Bello esteticamente, da brivido nel contenuto, questo è un vinile che va posseduto senza remore.

Eluveitie – Evocation II: Pantheon

Eluveitie – Evocation II: Pantheon

2017 – full-length – Nuclear Blast

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Chrigel Glanzmann: voce, chitarra, cornamusa, bodhrán, gaita, arpa, flauto – Jonas Wolf: chtarra – Rafael Salzmann: chitarra – Kay Brem: basso – Alain Ackermann: batteria – Fabienne Erni: voce, arpa, mandola – Michalina Malisz: ghironda – Nicole Ansperger: violino – Matteo Sisti: cornamusa, flauto, mandola

Tracklist: 1. Dureddu – 2. Epona – 3. Svcellos II (sequel) – 4. Nantoscelta – 5. Tovtatis – 6. Lvgvs – 7. Grannos – 8. Cernvnnos – 9. Catvrix – 10. Artio – 11. Aventia – 12. Ogmios – 13. Esvs – 14. Antvmnos – 15. Tarvos II (sequel) – 16. Belenos – 17. Taranis – 18. Nemeton

L’ultimo anno in casa Eluveitie è stato piuttosto movimentato: dopo lo split con tre dei musicisti storici della formazione svizzera, i quali hanno successivamente dato vita ai Cellar Darling, e la lunga ricerca dei degni sostituti, arriva la pubblicazione di Evocation II – Pantheon, secondo disco acustico per Chrigel Glanzmann e soci. Il presente lavoro è stato visto in diversi modi da critica e fan: la via più breve per presentare i nuovi arrivati (la cantante Fabienne Erni, il chitarrista Jonas Wolf, Michalina Malisz alla ghironda e Alain Ackermann alla batteria), e non perdere terreno dei confronti dei nuovi arrivati Cellar Darling – autori, tra l’altro, di un disco appena sufficiente – e come reale lavoro in studio da tempo pianificato. La verità è proprio questa, ovvero gli Eluveitie avevano previsto da tempo la composizione di Evocation II – Pantheon e quel che sorprende non poco è l’elevata qualità del full-length. Se il primo Evocation era piacevole e poco più, questo nuovo cd mostra il grande affiatamento dei musicisti, l’ottimo lavoro svolto in sala prove e l’importanza di musicisti che spesso sono visti quasi come “di contorno” e che invece sono fondamentali per la riuscita delle canzoni. In questo caso particolare si tratta di Matteo Sisti, “responsabile” delle influenze irish e di gran parte delle belle melodie folk che si possono trovare all’interno del lavoro.

Evocation II – Pantheon è un concept album che racchiude in diciotto tracce il pantheon della mitologia celtica e che giustamente è cantato in lingua gallica; per la scrittura dei testi e l’inevitabile ricerca scientifica, gli Eluveitie hanno consultato diversi studiosi per rendere l’aspetto lirico credibile e ben fatto. Intenzioni nobili e capacità di muoversi in maniera corretta affascinando il potenziale ascoltatore con un ottimo connubio concept/grafica, ma alla fine a parlare è solamente la musica, e non sempre un bell’artwork e i testi ricercati sono sintomo di buona proposta musicale. Gli Eluveitie, invece, nonostante lo scetticismo che li avvolgeva prima della release, hanno sfornato un cd soft ma vivace, intrigante e altamente evocativo, in sintonia con le liriche e l’aspetto mitologico da sempre caro a Glanzmann.

Evocation II ha due singoloni che la band, giustamente, ha utilizzato come trampolino per la pubblicazione: Epona e Lvgvs. La prima suona fresca e allegra, dal cantato frizzante della nuova arrivata Fabienne Erni e dalle irresistibili melodie che la fanno da padrone. La cantante è la protagonista di Artio, composizione molto delicata e intima che tocca il cuore dell’ascoltatore e, per gli amanti delle serie tv, può far tornare alla mente alcune scene malinconiche di Outlander. Lvgvs (con Netta Skog degli Ensiferum alla fisarmonica) è più in linea con quanto prodotto in Evocation I – The Arcane Dominion, con un ritornello che è difficile non ricordare subito e canticchiarlo di conseguenza. Non si può certo ridurre il disco a due sole canzoni: gli Eluveitie sono riusciti a pubblicare un lavoro molto vario e vivace. Tra le sfaccettature di Evocation II c’è anche l’irish folk, qui presente in particolar modo in paio di brani molto belli, Grannos e Aventia, sui quali sicuramente avrà messo mano il nostro compatriota Sisti, grande amante di queste sonorità. Colpisce in positivo che all’interno delle canzoni c’è spazio per tutti:, il batterista Alain Ackermann, per fare un esempio, ha modo di sbizzarrirsi in più momenti, come durante Nantoscelta. L’arpa introduce Cernvnnos, canzone dalle melodie già conosciute, piacevole collegamento con i vecchi dischi degli svizzeri; un altro esempio è Ogmios, nella quale la melodia dell’hit Inis Mona (tratta da Tri Martolod del XVIII secolo) spunta con piacevole insistenza. Infine è da menzionare Antvmnos, composizione che vede protagonisti il soave flauto di Matteo Sisti e il violino della sempre irreprensibile Nicole Ansperger ripetere la melodia del noto brano tradizionale Scarborough Fair.

Musicalmente siamo dinanzi a un album maturo e preciso, ricco di sorprese quanto povero di brani riempitivi. Il fatto che il disco sia stato concepito e registrato in un momento di transizione e, si può presumete, di grande stress, non fa altro che aumentare la stima nei confronti del leader Glanzmann, forte nel tenere a galla la barca quando sembrava imbarcare acqua.

Gli Eluveitie sorprendono per la qualità di Evocation II – Pantheon, un piacevolissimo lavoro dopo qualche anno un po’ piatto a livello musicale e in risposta ai dubbi sollevati da molti in seguito alla separazione di tre membri storici. La prossima tappa è il “classico” cd extreme folk metal, ma intanto è possibile godere di un bel disco folk come pochi ne capitano.

Fejd – Eifur

Fejd – Eifur

2010 – full-length – Napalm Records

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Patrik Rimmerfors: voce, bouzouki, cornamusa svedese, scacciapensieri, ghironda, campanaccio – Niklas Rimmerfors: moraharpa, voce – Lennart Specht: tastiera, chitarra – Thomas Antonsson: basso – Esko Salow: batteria

Tracklist: 1. Drängen Och Kråkan2. Farsot3. Jungfru I Hindhamn4. Alvas Halling5. Arv 6. Eifur 7. Ledung 8. Gryning9. Vårstäv10. Äring 11. Yggdrasil 12. Trollfärd

A diciannove mesi dal debutto Storm tornano in pista i Fejd, band svedese dedita a un folk molto emotivo e “sentimentale”. La storia del gruppo inizia nel 2001 quando i fratelli Rimmerfors, all’epoca un duo che si esibiva nelle manifestazioni folkloristiche della zona, reclutò ben tre membri della power metal band Pathos, registrando, nel giro di poco tempo, il primo demo I En Tid Som Var, seguito due anni più tardi dal secondo Huldran. Segue un EP autoprodotto dal titolo Eld e poi, finalmente, il debutto Storm sotto Napalm Records, etichetta da sempre attenta al sottobosco folk/pagan europeo. Le critiche e le vendite sono talmente positive da permettere ai nostri la partecipazione a eventi come il Wacken Open Air e il Ragnarok Festival. Dopo un anno e mezzo, preceduto da un battage pubblicitario non indifferente, esce infine questo Eifur, album composto da dodici brani di rilassante e delicata musica folk. Niente urla strazianti, né taglienti riff di chitarra: la voce è sempre clean e le sei corde appena accennate, e neanche in tutti i brani. La componente prettamente metal in Eifur non è presente: i ritmi e gli strumenti utilizzati – esclusa la batteria – sono quelli tipici della musica popolare quali il keyed fiddle, la ghironda, la cornamusa svedese e il simpatico scacciapensieri.

A differenza del debutto non c’è l’effetto sorpresa, ma rimane lo stesso un validissimo album pieno di ottime melodie, un’orecchiabilità oltre la media e un buon groove che finisce per travolgere l’ascoltatore musicalmente predisposto a certi ritmi e sonorità. Difficile rimanere indifferenti alla parte iniziale di Farsot, con tanto di doppia cassa a dare maggiore fisicità alla canzone, o dinanzi al ritornello dell’opener Drängen Och Kråkan. Maggiore approfondimento merita il piccolo capolavoro Arv, apertura e chiusura in due versioni differenti del primo demo I En Tid Som Var del 2002, per l’occasione ri-registrata e leggermente modificata: il lungo brano – sette minuti – si snoda tra passaggi più intimi e malinconici e cori che sembrano essere inni al potere della natura, prima dell’accelerazione finale che fa tanto metal, pur non essendoci traccia di chitarre distorte. Deliziosa Gryning, dal potente ritmo e dalle affascinanti melodie, al punto da poterla considerare come una sorta di singolo per l’immediata presa sull’ascoltatore. C’è poi l’accoppiata composta da Äring e Yggdrasil che da sola vale l’acquisto di Eifur: divertenti, ritmate, squisitamente nordiche e, nel caso di Yggdrasil, anche potente, con quello stacco da headbanging a tre quarti di canzone, al quale è praticamente impossibile resistere!

Questa musica è per ballare, per divertirsi. Immaginate una sagra di paese, magari proprio Lilla Edet, cittadina natale dei Fejd, con tante persone dalle lunghe chiome bionde, molte delle quali allegramente barcollanti a causa dell’alcool. Sì, tanta birra ovunque, nei boccali, negli stomaci, per terra, rovesciata accidentalmente sui tavoloni di legno dove questi nordici saziano l’appetito con profumata carne arrosto. Quelle tavolate goderecce e rumorose dove è ammesso il rutto libero e le donne dalle lunghe gonne che coprono anche i piedi non si scandalizzano, ma anzi sorridono divertite. Tra questa confusione c’è chi non resiste all’energia della musica dei Fejd, e inizia a muoversi seguendo il ritmo: magari non sarà molto leggiadro, né bello alla vista, ma si diverte e ride dalla gioia mentre lo fa. Avete presente Gandalf nel film di Peter Jackson Il Signore degli Anelli – La Compagnia Dell’Anello mentre balla con gioia al compleanno di Bilbo Baggins? Bene, quello è un tipo di danza appropriata per l’occasione.

Eifur è la colonna sonora delle fiabe svedesi; un album capace di cambiare colore e tonalità ogni volta se ne presenta il bisogno, passando con disinvoltura dal verde scuro della strumentale Alvas Halling al marrone “terriccio umido” di Ledung, illuminando la via di chi si è perduto nelle silenziose foreste e cerca la via di casa senza farsi prendere dal panico, perché sa che la natura è amica dell’uomo, nonostante le atrocità che quest’ultimo ogni giorno compie contro di essa. Come le persone nel bosco, sconfiggiamo la “paura” di avere a che fare con ciò che non conosciamo, che non è metal, che è pericolosamente non metal… e facciamoci guidare dalla luce di questo piccolo gioiellino di musica folk.

NB – recensione rivista e aggiornata rispetto alla versione originariamente pubblicata per il sito Metallized.