Ida Elena – Native Spirit

Ida Elena – Native Spirit

2016 – EP – Maqueta Records

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Ida Elena: voce – Simone Battista: chitarra – Domenico Azzolina: basso – Matteo Di Francesco: batteria, percussioni – Luca Bellanova: piano, harpsichord – Simone Salza: sax, clarinetto – Violetta Sala: flauto traverso – Albert Dannenmann: cornamusa francese, sopranino, low whistle

Tracklist: 1. Runes In My Pocket – 2. ‘Til My Last Breath – 3. The Butterfly – 4. Native Spirit – 5. Folliapoesia

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Direttamente dai boschi fatati e dalle cascate più affascinanti, arriva l’EP di Ida Elena, talentuosa cantante dall’animo celtico. Nata in Sicilia, cresciuta a Roma e cittadina del mondo, la brava musicista vanta prestigiose apparizioni televisive, collaborazioni internazionali (Bare Infinity, Vivaldi Metal Project ecc.), show su palchi da sogno (Wave Gotik Treffen nel 2013) e svariati album e singoli come bagaglio d’esperienza.

Native Spirit è un dischetto dal sound classico eppure personale, con brani in grado di unire le varie anime dell’artista: musica folk e celtica incontrano il rock e atmosfere sognanti, un grande mix di stili e influenze che anche grazie all’aiuto di musicisti esperti (primo tra tutti Albert Dannenmann, ex Blackmore’s Night), Ida Elena DeRazza è riuscita a proporre con eleganza in appena cinque composizioni.

L’iniziale Runes In My Pocket è un bel sali-scendi di sonorità soft e d’impatto, dal ritornello accattivante e pregevoli melodie folk in primo e secondo piano a secondo dei momenti. Quel che impressiona, però, è la voce matura e potente di Ida Elena: si ha immediatamente la certezza di avere a che fare con una voce ben al di sopra della media. ‘Til My Last Breath risente in positivo della passata esperienza nel tributo ai Blackmore’s Night, un bel brano soft ma intenso nell’interpretazione vocale, tuttavia è nel singolo (con relativo videoclip) The Buttefly che Ida Elena DeRazza dà il meglio di se. La canzone è una ballata dal sapore medievale, con ritmi ballabili e l’esplosivo ritornello tra le cose più belle ascoltate in questo 2016. La title-track porta alla mente i suggestivi paesaggi della verde Irlanda, luoghi magici che entrano nel cuore di chi ha la fortuna di visitarli, ed è proprio con il cuore che la toccante Nature Spirit è cantata. L’ultima traccia dell’EP, Folliapoesia, porta subito alla mente i migliori brani dei Lingalad, creatura del musicista/scrittore Giuseppe Festa, vuoi per le sonorità che per il tipo di testo (l’unico in italiano). Una bella conclusione per un lavoro maturo che non potrà che far conoscere e apprezzare Ida Elena nei circuiti folk/celtici.

Detta della bontà del songwriting, soprattutto per la varietà di soluzioni in così pochi brani, va riconosciuto anche l’efficace lavoro in fase di produzione, perfetta per far risaltare la voce, com’è normale che sia in un cd come questo, che per l’equilibrio tra gli strumenti e i bassi rotondi e avvolgenti.

Il disco mette in mostra la bravura di Ida Elena, cantante che dà voce alle fate del bosco. Siete pronti a vivere le avventure raccolte dal grande W.B. Yeats con Nature Spirit a fare da colonna sonora?

Wardruna – Runaljod – Ragnarok

Wardruna – Runaljod – Ragnarok

2016 – full-length – ByNorse

VOTO: CAPOLAVORO – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, tutti gli strumenti – Lindy-Fay Hella: voce

Tracklist: 1. Tyr – 2. UruR – 3. Isa – 4. MannaR – Drivande – 5. MannaR – Liv – 6. Raido – 7. Pertho – 8. Odal – 9. Wunjo – 10. Runaljod

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Quando i Wardruna mossero i primi passi, si parla del 2009 (l’idea della band risale al 2002, la prima registrazione amatoriale all’anno successivo), in pochi se ne accorsero. Ricordo lo stupore di molti, così come i sorrisi beffardi di alcuni, e i commenti secchi di altri ancora. “Non è musica, solo rumori e qualche coro”, si diceva. Moda e trend erano parole che ricorrevano non di rado quando si cercava di spiegare come fosse possibile, nel 2009, pubblicare un disco come Runaljod – gap var Ginnunga, con “l’aggravante” dell’etichetta, la Indie Recordings, universalmente riconosciuta come valida nonostante i pochi anni di attività (all’epoca avevano pubblicato, tra gli altri, Enslaved, Satyricon, Keep Of Kalessin, Iskald e Vreid).

Tardo 2016, i Wardruna sono una delle realtà più acclamate delle scena metal europea. Loro che di metal non hanno assolutamente nulla. Certo, il mastermind Einar Selvik ha suonato nella cult viking metal band Bak De Syv Fjell e soprattutto nei Gorgoroth dal 2000 al 2004, e per i primi due dischi ha fatto parte della line-up anche Ghaal (ex Gorgoroth e God Seed), ma la musica del duo norvegese non include strumenti elettrici né tanto meno sonorità rock o aggressive. Una parte del merito lo si deve alla serie tv Vikings con la quale Selvik collabora, programma che ha dato visibilità al musicista e di conseguenza ai Wardruna, essendo incluse delle parti di canzoni all’interno della colonna sonora. La verità, però, è che se la band è divenuta così famosa e seguita lo si deve esclusivamente alla qualità eccezionale della proposta, stupefacente e unica al mondo.

La musica dei Wardruna è fuori da ogni schema e logica commerciale, eppur funziona meravigliosamente. Ma è il concept che ne è alle spalle a essere il vero capolavoro di Einar Selvik. Troppo spesso ignorato o appena riportato così come scritto nelle informazioni che mandano le case discografiche, la trasposizione musicale delle rune (otto a disco seguendo un ordine preciso, probabilmente un giorno realizzerò un articolo su queste pagine dedicate solo a questo argomento) a opera di Selvik è quanto di più preciso, intelligente e approfondito ci possa essere. Nulla è lasciato al caso, a partire dalla scelta dell’ordine delle rune (fin dal primo disco), per arrivare alle immagini che accompagnano i booklet dei cd (Berkana ha i frassini, Jera le spighe di grano, Hagalaz la grandine ecc.), che hanno un preciso significato e riferimento alla runa. Per le registrazioni sono stati scelti vari luoghi all’aperto che avessero un significato rilevante per le diverse rune; gli strumenti costruiti a mano sono stati immortalati sui nastri insieme ai suoni della natura come le fronde degli alberi mosse dal vento del nord, lo scrosciare dell’acqua dei fiumi e delle cascate, il crepitio del fuoco e il rumore di ossa e pietre. Il lavoro di Selvik è genuino e colmo di elementi della natura. Ed è proprio alla (e nella) natura che il polistrumentista norvegese cerca di tornare attraverso la musica. I Wardruna utilizzano le rune per capire ed evocare le profondità delle antiche credenze pagane norrene. Natura e riscoperta di un antico vivere intriso di spiritualità ormai perduta ed echi di Tradizioni sempre più difficili da vivere sono gli obiettivi che il musicista scandinavo si era prefissato nel momento in cui ha fondato la band.

Runaljod – Ragnarok suona sciamanico, in grado di mandare in trance l’ascoltatore attento, concentrato sulla musica. Le canzoni tendono ad assomigliarsi, non per le note musicali, quanto per l’atmosfera rarefatta e quasi sognante che rende saporito l’intero lavoro. Durante i primi ascolti può accadere di rimanere quasi delusi dal pesante proliferare di ritmi tribali e incantatori, soprattutto se si pensa ai cambi di ritmo e intensità – sempre tenendo in mente che stiamo parlando del mondo Wardruna – dei primi due capitoli della trilogia. L’ascolto perfetto è quello che vede i tre Runaljod susseguirsi in ordine e senza pause, cosa assai complicata da fare con i tempi che viviamo, ma è il modo migliore che sento di consigliare a chi vuole immergersi nel mondo dei Wardruna e delle ventiquattro rune.

L’inizio (Tyr e UruR) è particolarmente atmosferico, i lunghi brani, se ascoltati nel migliore dei modi, ovvero rilassati, con gli occhi chiusi e la mente sgombra, sono capaci di spedire il fortunato in una sorta di dimensione parallela. Molto più movimentata e dinamica (dopo un inizio ambient) è Isa, canzone che vede la presenza massiccia di Lindy Fay-Hella, mentre tra i pezzi più interessanti troviamo l’altamente evocativo MannaR – Liv, composizione che conduce a Raido, uno dei momenti più suggestivi e “folk” dell’intero Runaljod – Ragnarok. La vena folkeggiante prosegue con l’ottima Pertho, canzone ricca di strumenti, voci, cori e tutti gli elementi che i Wardruna ci hanno insegnato ad amare nel corso degli anni. Wunjo consta di un robusto coro di bambini e di un favoloso lavoro di percussioni che porta direttamente a Runaljod, ultima – eccellente – traccia del disco.

Runaljod – Ragnarok è terminato. Del suo ascolto rimane tanto, difficile spiegarlo con le parole. La trilogia è arrivata a conclusione, è stato un lungo percorso e chi ha sentito la necessità si è avvicinato allo studio delle rune. Einar Selvik in seguito a ciò ha formato i Wardruna e oggi, tardo 2016, siamo tutti concordi nell’esaltare un lavoro sempre di grande qualità, guidato sicuramente da un fuoco di conoscenza che lo ha portato a studiare con passione l’antico futhark e il profondo significato delle rune.

Ore 2:44 di venerdì notte, tra cinque ore suonerà la sveglia e sto per spegnere il computer. Prima però, devo estrarre una runa dal sacchetto. La mano destra tira fuori la Runa Bianca, quella priva di simboli, detta “di Odino”. Una runa non riconosciuta da molti poiché non facente parte del futhark (la forma più antica dell’alfabeto runico): sembra sia stata un’invenzione di Ralph Blum, autore del libro The Book Of Runes, anche se esistono teorie secondo le quali la Runa Bianca fosse usata per la divinazione già nel XVI secolo. Il suo significato è, in parole povere (anzi, poverissime) e semplificate, morte e rinascita. Forse quello che sarà dei Wardruna dopo questo disco: si scioglieranno avendo esaurito il concept che li ha portati in vita nel 2002 per poi tornare in una veste nuova? Time will tell, dicono gli anglofoni; noi non possiamo quindi che aspettare, ma fortunatamente i Warduna ci hanno lasciato tre meravigliosi dischi che, qualunque cosa accadrà, rimarranno nella storia.

Feroce latra Garmr 
dinanzi a Gnipahellir:
i lacci si spezzeranno
e il lupo correrà. 
Molte scienze ella conosce:
da lontano scorgo
il destino degli dèi 
possenti divinità di vittoria.
I fratelli si scontreranno e si uccideranno,
I cugini spezzeranno i legami di parentela,
Il mondo è crudo, il tradimento è grande,
Tempo d’asce, tempo di spade, gli scudi dividono, 
Tempo di venti, tempo di lupi, prima che il mondo finisca
Nessun uomo risparmierà chiunque altro.

(Völuspá – La profezia della veggente)

Kalevala hms – Tuoni Baleni Fulmini

Kalevala hms – Tuoni Baleni Fulmini

2014 – live cd/dvd – Marduk Records

VOTO: 8,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Simone Casula: voce – Daniele Zoncheddu: chitarra – Dario Caradente: flauto – Emanuele Mazzaschi: fisarmonica – Simone Feroci: basso – Tommy Celletti: batteria

Tracklist CD: 1. MasterBlaster – 2. Come Dio Comanda – 3. Worlds End Inn – 4. Il Galeone – 5. Donald, Were’s Your Trousers? – 6. Time Bandits – 7. There and Back Again – 8. Ride’em Cowbell – 9. Necropolitan – 10. Whiskey On A Sunday – 11. Supernaut (Black Sabbath cover) – 12. U’golema – 13. Musicanti di Brema

Tracklist DVD: 1. Brian Boru – 2. S’i Fosse Foco – 3. Folk Metal, Baby! – 4. Buildin’ a Cromlech – 5. Dicey Reilly – 6. Waterloo – 7. All For Me Grog – 8. Ten Ton Butterfly – 9. Come Dio Comanda – 10. Supernaut (Black Sabbath cover) – 11. Nigel’s Got a Sword – 12. Donald, Where’s Your Trousers?

kalevala-tuoni_baleni_fulminiIn tempo di download selvaggio e crisi economica i Kalevala hms se ne escono con un lussuoso digipack contenente un cd audio e un dvd live. Per fortuna.

Senza giri di parole, la musica e le immagini di Tuoni Baleni Fulmini è di grande qualità, la quantità di materiale è veramente notevole e, soprattutto, la band ci sa davvero fare.

Il cd è un live in studio (chi ha superato i 30 anni sicuramente ha a casa diversi dischi di questo tipo) con alcune cover e rifacimenti di brani propri e tradizionali, mentre il dvd contiene l’intera esibizione del Brintaal Celtic Folk del 2013, il videoclip di Folk Metal, Baby!, vari extra e i pareri di alcuni amici ed esperti, tra i quali il sottoscritto.

Live Audio contiene la registrazione avvenuta presso l’Elfo Studio (Tavernago, PC) con la band al gran completo, nel vero spirito ’60 e ’70, quando i gruppi registravano tutti gli strumenti insieme, a differenza di oggi dove ogni strumento ha il suo turno ed è possibile ripetere all’infinito il pezzo finché non suona in maniera perfetta. Le uniche incisioni a parte, per motivi prettamente pratici, sono state quelle degli ospiti, i quali hanno registrato in un secondo momento.

Il cd audio inizia con Master Blaster, cover di Stevie Wonder, un’accattivante versione rockeggiante particolarmente riuscita, ben seguita da Come Dio Comanda, canzone presente nell’ultimo full length There And Back Again, lavoro dal quale sono tratte anche la title track e U’golema. Gustosi e personali risultano essere i brani tradizionali di stampo irlandese e quelli anarchici italiani, tra i quali spicca il riuscitissimo pezzo Il Galeone, dove è presente anche Lore dei Folkstone con la sua inconfondibile ugola, il quale arricchisce ulteriormente una composizione già bella di suo, perfetta sia per la band che per il tipo di registrazione. Versione da sballo per il classico dei Black Sabbath Supernaut, letteralmente stravolta: da inno heavy a inno folk, con flauto e fisarmonica a farla da padrone. I Kalevala hms hanno studiato un arrangiamento sorprendente che denota tutte le capacità artistiche dei musicisti, per una versione che sorprenderebbe anche Ozzy e co., tanto la rilettura è personale e riuscita. Donald, Where’s Your Trousers? e Whiskey On A Sunday sono due brani tradizionali allegri e di grande impatto, con la chiusura di Live Audio affidata a U’Golema e all’intensa Musicanti Di Brema, dove il buon Lore fa la propria seconda apparizione. Il brano è di natura evocativo, ma in questo live in studio risalta ancor di più lo spirito e l’attitudine della band, un’attitudine ormai quasi del tutto estinta e sconosciuto ai gruppi più giovani. Forse è proprio questo il “messaggio” di Tuoni Baleni Fulmini ai musicisti meno esperti: la musica va suonata e vissuta, meno chiacchierata e resa digitale (soprattutto in studio di registrazione). Una lezione che tutti dovremmo ripassare.

Il disco è stato prodotto da Carlo Izzo e dalla band stessa: il suono è ottimo, gli strumenti suonano pastosi ma puliti, il bilanciamento perfetto. Come sempre la prova dei musicisti è impeccabile e la voce del duttile Simone Casula fa – come al solito – un figurone. Il booklet è molto carino, dal classico stile Kalevala hms, con molte foto e le informazioni tecniche.

Live Video è a dir poco ricco. Il piatto forte è rappresentato dal concerto che la formazione di Parma ha tenuto al Brintaal Celtic Folk 2013, esibizione in parte sfortunata a causa di un terribile temporale che ha messo a rischio lo show dei Kalevala hms e testato l’attaccamento dei fans al gruppo: nonostante il freddo e la pioggia battente, sotto il palco non erano pochi i presenti che per tutto lo spettacolo hanno cantato, ballato e infine invaso il palco. Casula e soci dal vivo sono molto teatrali e giocano non poco su questo fatto, spesso facendo sorridere gli spettatori con scenette e piccoli accorgimenti estetici che comunque hanno molta resa. La scaletta è diversa da quella del cd audio, con le varie Folk Metal Baby!, Waterloo, All For Me Grog tra le altre a dare soddisfazione ai seguaci dei Kalevala hms. Il gruppo, nonostante le avversità, ha suonato in maniera concreta e professionale, con la personalità un po’ cazzona che da sempre li contraddistingue in positivo. Le riprese video sono di buona qualità, professionali ma “rustiche”, come ogni prodotto di questo tipo dovrebbe avere. L’audio non è da meno: strumenti e voce hanno quel qualcosa che solo live sanno (e possono) avere, il che rende Tuoni Baleni Fulmini un lavoro dannatamente sincero.

Il materiale bonus è rappresentato dall’ottimo videoclip di Folk Metal, Baby!, da una divertente esibizione acustica di All For Me Grog, da “Backstage”, ovvero le riprese effettuate durante la registrazione di questo live in studio e da “In my opinion”, cioè le opinioni sulla band da parte dei divertentissimi Folk Metal Jacket, dei colleghi di IronFolks e di Mister Folk, intervento che si conclude con il tormentone estivo “Pozz Chiur?”.

Solitamente lavori del genere segnano un punto di arrivo e un nuovo punto di partenza. La domanda, quindi, è: “dove andranno i Kalevala hms?”. La risposta è semplice: sui palchi di mezza Italia e non solo, habitat naturale per i sei musicisti. Nel frattempo, però, c’è da ascoltare e vedere più e più volte questo ottimo lavoro.

Wardruna – Runaljod – Gap Var Ginnunga

Wardruna – Runaljod – Gap Var Ginnunga

2009 – full-length – Indie Recordings

VOTO: CAPOLAVORO – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Kvitrafn: voce, tutti gli strumenti e suoni – Gaahl: voce – Lindy Fay Hella: voce – Hallvard Kleiveland: hardingfele

Tracklist: 1. Ár var alda – 2. Hagal – 3. Bjarkan – 4. Løyndomsriss – 5. Heimta Thurs – 6. Thurs – 7. Jara – 8. Laukr – 9. Kauna – 10. Algir – Stien klarnar – 11. Algir – Tognatale – 12. Dagr wardruna-runaljod-gap_var_ginnenungagapCi sono gruppi e progetti che vanno oltre la musica, dischi che non ci si può (e deve) limitare al semplice ascolto, ma bisogna viverli in maniera completa per capirne l’essenza e lo spirito che ha mosso i musicisti alla loro creazione. Sono pochi in realtà, e ancor di meno quelli che riescono a ipnotizzare l’ascoltatore a distanza di anni dalla pubblicazione del cd. Runaljod – Gap Var Ginnunga, debutto del 2009 dei norvegesi Wardruna, è uno di questi.

I Wardruna sono una band in attività dal 2003 nota anche tra gli ascoltatori di heavy metal innanzitutto per la grande qualità della proposta musicale, ma anche per la partecipazione di Kristian Eivind Espedal, famoso come Ghaal, musicista di God Seed ed ex Gorgoroth. In realtà la band “appartiene” a Kvitrafn, vero e proprio genio musicale, artista dalla grande abilità compositiva, anche lui dai trascorsi metallici: drummer per il disco Twilight Of The Idols – In Conspiracy With Satan dei Gorgoroth e soprattutto membro dei Bak De Syv Fjell, band che ha pubblicato un demo e un EP – ’96 e ’97 – di grande qualità.

Runaljod – Gap Var Ginnunga, primo disco della trilogia Runaljod, viene riproposto dall’etichetta Indie Recordings oltre cinque anni dopo l’originale pubblicazione per due motivi: la prima è per la messa in vendita della versione vinile dell’album (bianco in cento copie, nero in quattrocento), la seconda per celebrare il successo della nota serie televisiva Vikings, nella quale i Wardruna vantano la collaborazione di Einar Kvitrafn Selvik con Trevor Morris, autore della colonna sonora, dove la band trova spazio all’interno delle puntate.

Il concept che muove la trilogia è quello del Fuþark antico, prima forma di alfabeto runico utilizzato dalle popolazioni germaniche. Il Futhark antico consta di ventiquattro rune e ogni capitolo della saga Runaljod ne prende in esame otto, interpretandole musicalmente; i testi sono in norvegese, antico norreno e proto norreno.

Tutto è studiato nel minimo dettaglio, nulla è lasciato al caso. Eppure non c’è un solo secondo che risulti freddo o non genuino. La musica di Runaljod – Gap Var Ginnunga è calda e avvolgente, intima e delicata. Musica creata per “viaggiare”, lasciare questi pesanti corpi e lasciarsi cullare dalle note della band norvegese. Non può esserci altro ascolto, non si tratta dell’ennesimo gruppo folk oriented o black/viking che può essere piacevole anche come sottofondo mentre si fanno le faccende di casa, i Wardruna vanno vissuti con la mente sgombra da pensieri, rilassati e concentrati solo su quello che esce dalle casse dell’impianto stereo. Non c’è altro modo per ascoltare Runaljod – Gap Var Ginnunga. Gli scenari che si schiudono sono maestosi e inquietanti, le note delle varie Hagal o Jara sono le indicazioni per compiere il viaggio nella maniera corretta. Possono essere incantevoli fiordi norvegesi, tumultuose discese di fiume o movimentati viaggi in nave diretti verso chissà quale sconosciuta terra, con le onde che definiscono il respiro e il movimento del corpo. Le pareti che ci circondano svaniscono lasciando spazio alle immagini, reali e fisiche, che gli strumenti e le melodie ci suggeriscono.

La musica dei Wardruna, come detto, è intensa. Note pregne di sangue e sentimento. Lo si può definire folk/ambient o “musical constellation set out to explore and evoke the depths of Norse wisdom and spirituality” per dirlo con le parole dei musicisti stessi. Tra voci sussurrate, antichi strumenti ormai quasi dimenticati, cori impetuosi e suoni della natura, i Wardruna rapiscono l’ascoltatore, ipnotizzandolo con l’elegante e già citata Jara (dove è presente Hallvard Kleiveland all’hardanger fiddle, il violino norvegese utilizzato nella musica popolare), con la cadenzata e ripetitiva Kauna e Algir – Stien klarnar Laukr, musica tribale per celebrare le funzioni religiose. Sulle altre, per quanto possibile data l’alta qualità di tutte le composizioni, spiccano la breve (due minuti appena) Kauna, ritmata e cantata in una maniera praticamente inedita per questo disco e la ieratica Dagr, traccia conclusiva di Runaljod – Gap Var Ginnunga.

La ricerca dei Wardruna non si ferma allo studio delle rune: sono stati utilizzati per la registrazione del disco (spesso all’aria aperta) strumenti arcaici e non usuali per i nostri tempi quali il corno di capra e lo strumento a fiato chiamato lur, kraviklyre e tagelharpe a corda. In un contesto del genere sono perfetti anche i suoni “naturali” di alberi, rocce e acqua che Kvitrafn ha catturato nel corso degli anni.

Runaljod – Gap Var Ginnunga è un capolavoro del genere. Tutto è perfetto, in qualunque modo si voglia ascoltare/interpretare l’album. C’è solo da premere play e lasciarsi trasportare dalle immortali note dei Wardruna.

Green Clouds – The New Celtic Sensation

Green Clouds – The New Celtic Sensation

2010 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Graziana Giansante: oboe, English horn – Marzia Ricciardi: violino – Cristina Patrizi: basso elettrico e acustico – Valentina Lauri: batteria, percussioni

Tracklist: 1. Green Joy – 2. Merry Me – 3. North Wind – 4. McMarsante – 5. An Irish Walk – 6. Queen Of The Storm – 7. Never Breath – 8. Happy Sheep – 9. Little Celtic Love – 10. 3 Irish – 11. Glory To The Knight – 12. Drowsy Maggie – 13. Sleeping Fairy (bonus track)

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Green Clouds è una formazione di musica folk che negli ultimi anni si è fatta notare per una serie di date in Italia e all’estero in location prestigiose a seguito della pubblicazione del cd The New Celtic Sensation nel 2010. La caratteristica principale della band sta nell’essere composta unicamente da donne che si esibiscono sul palco con delle maschere, fatto che le ha rese immediatamente note nella scena. Le Green Clouds, però, sono prima di tutto delle musiciste preparate ed esperte, le quali hanno realizzato, con l’aiuto del produttore Francesco Marchetti (che ha composto e arrangiato la quasi totalità dei pezzi contenuti nel cd), The New Celtic Sensation. La volontà del gruppo è quello di aggiornare la musica tradizionale attraverso la ricerca e la sperimentazione (a tal proposito è da ascoltare il singolo rilasciato circa un anno fa dal titolo Celtica Trance): il risultato è un disco che tende al classico ma che al contempo lascia intravedere alcuni aspetti diversi dal solito e che sicuramente saranno sviluppati e portati alla luce con il prossimo full length.

The New Celtic Sensation è composto da tredici tracce, tutte di buona qualità, che variano da pezzi danzabili e più ritmati a quelli maggiormente introspettivi e ricercati. Ben undici i brani originali (o liberamente ispirati alla musica celtica), tra i quali spiccano la gioiosa Happy Sheep (titolo bellissimo!), un vero inno alla vita, Never Breath dove a spiccare è il basso pulsante di Cristina Patrizi il groove è di prim’ordine, Little Celtic Love che, come intuibile dal titolo, è un bel momento romantico e la conclusiva Sleeping Fairy, bonus track dolce e perfetta ninna nanna per ogni pargolo celtico. Molto bella 3 Irish, canzone della tradizione della verde Irlanda e ddella verde Irlandaa citare anche Drowsy Maggie, altra traditional ma decisamente più “moderna” e probabile ponte verso le nuove sonorità annunciate per il secondo lavoro.

La produzione è molto curata: gli strumenti, anche quelli dei numerosi ospiti, sono perfettamente bilanciati (la registrazione è avvenuta a Roma al Novo Sonum Studio, del missaggio se ne sono occupati Francesco Marchetti e Graziana Giansante all’Underbed Studio) e il risultato finale è decisamente gradevole. Piuttosto povero, invece, il booklet, molto spartano e con i soli titoli, ringraziamenti e le note tecniche.

Al di là delle canzoni, quello che si prova durante l’ascolto e che rimane anche dopo la conclusione delle tredici composizioni è la sensazione di pace e tranquillità, quel senso di armonia con la terra che si prova passeggiando in un folto bosco dell’Appennino centrale o ammirando un paesaggio da sogno dalla vetta di una montagna da poco scalata. Quel senso che si prova anche in alcune occasioni mondane e apparentemente confusionarie come il Montelago Celtic Festival, LA festa celtica in Italia.

Con la buona musica la mente è libera di volare dove solitamente non s’arrischia, una necessità che in molti abbiamo ma che troppo spesso si è costretti a mettere da parte. Con le Green Clouds tutto questo, invece, è possibile. Disco decisamente consigliato agli amanti della musica folk/irlandese, in attesa del nuovo (e più elettrico) cd in uscita entro il 2014.

Fejd – Nagelfar

Fejd – Nagelfar

2013 – full-length – Napalm Records

Voto: 7 – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Patrik Rimmerfors: voce, bouzouki, cornamusa svedese, scacciapensieri, ghironda – Niklas Rimmerfors: voce, morharpa – Lennart Specht: tastiera – Thomas Antonsson: basso – Esko Salow: batteria

Tracklist: 1. Ulvsgäld – 2. Sigurd Ring – 3. Nagelfar – 4. Dis – 5. Den Skimrande – 6. Jordens Smycke – 7. Fjärrskådaren – 8. Vindarnas Famn – 9. Haxfard

fejd-nagelfarI Fejd sono un gruppo unico nel panorama folk metal: niente chitarre distorte, niente ritmiche martellanti o voci aggressive, ma solamente folk scandinavo della miglior specie. Da sempre la band di Lilla Edet ci ha abituato a questo tipo di sonorità: fieramente nordici e orgogliosi di essere i soli a suonare folk metal senza avere una vera componente metal nel proprio sound. Qualcosa di simile viene proposto dai canadesi Les Bâtards du Nord (brutta notizia: si sono da pochi giorni sciolti dopo il concerto d’addio di fine giugno), ma si tratta comunque di una formazione che utilizza altre situazioni musicali per creare un folk sicuramente più brutale e tribale rispetto ai Fejd, i quali possono certamente essere considerati raffinati e dotati di buon gusto.

La band svedese viene fondata nel 2001 quando i fratelli Rimmerfors reclutano tre musicisti provenienti dalla power metal band Phatos, registrando velocemente il demo di debutto I En Tid Som Var, pubblicato l’anno seguente. Da allora sono passati undici anni, il mondo è cambiato in peggio, ma i Fejd sono rimasti al loro posto, suonando sempre del delicato e ispirato folk di matrice scandinava.

Dopo una discreta gavetta hanno firmato con l’austriaca Napalm Records, label che li ha portati a esordire con il favoloso Storm nel 2009, seguito diciannove mesi più tardi dal valido Eifur, lavoro di qualità che però pecca di freschezza se paragonato al debut album. Il rischio di Nagelfar era proprio quello di ripetere per la terza volta una proposta sì innovativa e personale, ma che sarebbe risultata ormai prevedibile: per fortuna i fratelli Rimmerfors hanno inserito nel sound della band, come vedremo, alcune piccole innovazioni e leggeri cambiamenti in fase di songwriting, rilasciando quindi un cd che segue per stile i due precedenti aggiungendo quel qualcosa necessario per risultare interessante e fresco. Chiaramente portare avanti negli anni una proposta del genere senza risultare ripetitivi non è cosa semplice, motivo per qui i Fejd hanno deciso di dare maggior importanza alla batteria, facendola suonare spesso con pattern e ritmi tipicamente metal, compresa la doppia cassa, affiancandoci melodie e linee vocali evocative.

Nagelfar parte con un “classico” brano dei Fejd, Ulvsgäld, che ha il punto forte nel ritornello estremamente orecchiabile (con tanto di doppia cassa) e un paio di brevi – ma efficaci – parti prive di voce. La seconda traccia è Sigurd Ring, composizione che ricorda da vicino le sonorità del debutto Storm, anche questa con il chorus nella parte del leone, prima della semplice e sognante parte strumentale. La title-track è musicalmente aggressiva, molto vicina per certi versi all’heavy metal. Più volte durante l’ascolto del disco si ha l’impressione di stare ascoltando un lavoro che se sostituite ghironde e violini con chitarre elettriche diventerebbe un massiccio e riuscito disco classicamente metal. Oscura ed elegante nella sua malvagità, Nagelfar è semplicemente una delle migliori canzoni mai scritte dalla band svedese. Den Skimrande arriva dopo un breve intermezzo, ma si rivela non del tutto convincente: assolutamente non male, ma forse la meno ispirata dell’intero disco nonostante alcune linee vocali azzeccatissime. Molto pacata e con un tocco tipicamente nord europeo si rivela essere Jordens Smycke, lenta nelle movenze ma elegante, non trascendentale, ma dal sapore nobile. L’ascolto prosegue con Fjärrskådaren, altro esempio di canzone alla quale i fratelli Rimmerfors (sempre bellissime le loro voci, poetiche e romantiche come poche ce ne sono nella scena) ci hanno abituato negli anni: folklore potente e melodie ancestrali si uniscono per un risultato assolutamente sognante. Vindarnas Famn stupisce per l’utilizzo della chitarra elettrica in distorsione, fatto unico nella storia della band: dopo i primi minuti molto pacati e leggeri, la sei corde viene utilizzata come tappeto alla melodia vocale-musicale, rendendo la traccia più compatta ma anche fin troppo simile a tante altre canzoni presenti nella scena folk metal odierna, dove chitarre rock e strumenti folk vanno a braccetto. Sicuramente un esperimento da ripetere nei prossimi lavori, cercando però di non cadere nel banale e utilizzando le risorse al fine di creare qualcosa di veramente differente. Con la strumentale Haxfard si torna al classico sound dei Fejd, fatto di strumenti tradizionali che si intrecciano, un finale di disco forse non particolarmente d’effetto, ma comunque godibile. La bonus track Ulvsgäld, versione demo e più breve della canzone che apre Nagelfar, aggiunge veramente nulla al peso del platter.

Il terzo disco in studio si rivela quindi ben riuscito, probabilmente il meno bello della carriera dei Fejd, ma comunque assolutamente piacevole da ascoltare più e più volte. Un full length che trasmette, proprio come i capitoli precedenti, emozioni forti e in grado di far sognare a chi ha la volontà di volare con il pensiero, lasciandosi trasportare dalle sensazioni una volta chiusi gli occhi e allontanati i pensieri che quotidianamente ci affliggono, rendendoci tutti un po’ più scuri e brutti. Nagelfar è la perfetta colonna sonora durante la lettura delle fiabe scandinave, o del piccolo-grande capolavoro Odd e il Gigante di Ghiaccio di Neil Gaiman.

Alla fine il discorso è molto semplice: chi conosce già i Fejd sa cosa aspettarsi dalla loro terza prova in studio, chi li ha fino a questo momento ignorati rimarrà favorevolmente stupito dalla proposta della band svedese.

Fejd-Band2013