Wardruna – Skald

Wardruna – Skald

2018 – full-length – ByNorse

VOTO: 7 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, taglharpa, corno, kravik lyre

Tracklist: 1. Vardlokk – 2. Skald – 3. Ein Sat Hon Uti – 4. Voluspá (skaldic version) – 5. Fehu (skaldic version) – 6. Vindavla – 7. Ormagardskvedi – 8. Gravbakkien – 9. Sonatorrek – 10. Helvegen (skaldic version)

C’era molta curiosità riguardo al futuro dei Wardruna: una volta esaurita la trilogia sulle rune, cosa avrebbero fatto Einar Selvik e soci? Tanto si è parlato e tanto si è discusso, alla fine quasi a sorpresa esce il quarto disco Skald e il rischio di rimanere a bocca aperta è più che concreto. Skald non è il classico lavoro dei Wardruna: la musica non è cambiata molto in verità, ma dell’approccio “ritualistico” dei tre Runaljod rimane ben poco nei cinquanta minuti del cd. Questo è un disco estremo, difficile da ascoltare e da digerire, in un certo senso anticommerciale anche se, data la notorietà della band e la visibilità che si è meritatamente guadagnata in questi anni, tale definizione può far sorridere. Perché ora i Wardruna sono una macchina da soldi per chiunque abbia a che fare con loro e qui si spiega il perché Skald sia stato pubblicato con il nome Wardruna invece di Einar Selvik, come invece sarebbe stato più logico: troppi soldi in ballo per rinunciare al nome che ha dato vita a un compatto esercito di discepoli per il mondo. Il problema di Skald è tutto qui: il disco sarebbe dovuto uscire con il nome del mastermind norvegese e tutto sarebbe filato liscio come l’olio. D’altra parte si parla di un vero e proprio disco solista, in quanto nelle dieci tracce del lavoro non ci sono i musicisti che sono soliti accompagnare Selvik, tanto meno la talentuosa e imprescindibile Lindy Fay Hella. Chi cercherà i Wardruna in queste tracce troverà Selvik in veste di scaldo (come da titolo), naturale seguito di quanto fatto nell’EP Snake Pit Poetry: tutto è molto minimale, voce e uno strumento.

Minimale e difficile, queste sono le parole che riassumono l’intero Skald. Superato lo shock iniziale (anche positivo) l’ascolto del disco si rivela essere ostico perché non c’è spazio per cambi di ritmo o melodie tetre e avvolgenti. Voce e uno strumento alla volta, tutto molto spartano e controcorrente in un mercato dove il pubblico sembra scegliere l’aspetto alla sostanza. La scelta di Einar Selvik ricorda quella di Eddie Vedder, voce dei Pearl Jam che, dopo il successo della colonna sonora del film Into The Wild ha pubblicato un album solista anticommerciale (ma bellissimo) come Ukulele Songs, ovvero un disco nel quale c’è spazio solo per la sua voce e l’ukulele, strumento che ama profondamente. Pur in termini di notorietà e vendite assai differenti, le due storie si assomigliano e se Vedder ha giustamente pubblicato Ukulele Songs in veste solista, lo stesso avrebbe dovuto fare Selvik per Skald. Perché in questo album, tolte due rivisitazione di Helvegen e Fehu, c’è ben poco dei Wardruna.

Sapendo a cosa si va incontro, nell’ambiente giusto e con la necessaria curiosità, Skald sa regalare intense emozioni. L’ascolto migliore è forse quello delle piccole dosi, un paio di canzoni alla volta. Tutto d’un fiato è un disco quasi noioso e con la pecca dei sedici interminabili minuti di Sonatorrek, per fortuna posta quasi in chiusura. Le canzoni, tolta l’appena citata, sono interessanti e riescono a creare un alone magico e mistico, quasi uno scheletro che poi potrebbe essere rielaborato e portato a nuova vita dai musicisti dei Wardruna. Prese singolarmente le canzoni sono piccole gemme, Selvik canta con il cuore e più di una volta si hanno i brividi dall’emozione e anche le versioni “skaldic” dei tre brani dei Wardruna suonano convincenti nella nuova veste.

Bello se preso per il verso giusto, noioso se ci si aspetta il classico lavoro dei Wardruna. Sicuramente Selvik è riuscito anche con Skald a far parlare della sua band, ma da un nome del genere ci si aspetta di più: di dieci canzoni tre sono rielaborazioni tratte dai vecchi lavori, Ormagardskvedi è una nuova versione di Snake Pit Poetry e solamente sei sono i pezzi nuovi. Pur con dei momenti meno brillanti e un po’ raffazzonato, Skald non riesce a non piacere anche se i fasti dei tre Runaljod sono molto distanti.

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Anua – Un Viaggio Senza Terra

Anua – Un Viaggio Senza Terra

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 7,5 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Manuel Rodriguez: voce, chitarra – Luca Grimaldi: chitarra – Andrea Remoli: basso – Piersante Falconi: batteria

Tracklist: 1. Sulla Riva Di Un Lago – 2. Un Cielo Scuro – 3. Canto Di Un Viaggio Finito – 4. Vorrei Tornassi

Senza proclami altisonanti e pubblicità varia gli Anua pubblicano il primo disco dal titolo Un Viaggio Senza Terra. La band laziale si presenta senza inutili chiacchiere o fotografie ingannevoli: tutto è incentrato sulla musica e sui sentimenti che essa riesce a trasmettere. Gli Anua, infatti, sono di poche parole e quasi timidi nel presentarsi nel mercato musicale. Gli Anua sono delicati, così come delicata è la loro musica.

Gli Anua prendono vita dal lavoro di Manuel Rodriguez, il quale ha poi chiamato con se la sua vecchia band folk metal Oak Roots: tutto inizia nel 2016 quando il cantante/chitarrista si ritrova con melodie e canzoni nate in maniera spontanea, e giocando con la voce crea delle linee vocali in lingua fonetica, ovvero senza un significato logico, ma al servizio della musica. In Italia, a tal riguardo, abbiamo un maestro della lingua fonetica, ovvero Paul Chain/Paolo Catena – fondatore nel 1977 dei Death SS insieme a Steve Sylvester – il quale in alcuni lavori solisti ricorre proprio alla lingua fonetica con risultati eccellenti. Quella di Rodriguez è una visione molto ampia che va oltre la musica, e Anua è il protagonista di una storia fantasy: un ragazzo che per salvare il suo mondo deve affrontare un male senza forma.

Un Viaggio Senza Terra sa di malinconia e del salato delle lacrime. Post rock e shoegaze si uniscono a melodie morbide e stacchi acustici molto intensi, si può azzardare che gli Anua prendano la delicatezza dagli Alcest di Souvenirs d’un Autre Monde, il lato onirico dei Novembre di Materia e ci uniscano le melodie di flauto traverso e clarinetto per ritrovarsi quattro lunghe canzoni dai titoli poetici e dal suono personale. Quello di Un Viaggio Senza Terra è in realtà un viaggio verso i sogni e i sentimenti, delle emozioni che la musica (e i libri) sanno donare. I ritmi sono sempre blandi, le incursioni della chitarra acustica frequenti e mai banali, tutto è al servizio della musica e del risultato finale: anche gli assoli di chitarra (Canto Di Un Viaggio Finito) non fanno differenza e si prendono il giusto spazio. Tutto suona armonioso e la sensazione è quella di ascoltare un’unica composizione senza tuttavia accusare la pesantezza dei quaranta minuti, che in realtà scorrono veloci lasciando a chi ascolta buone sensazioni.

Il disco, disponibile solo in formato digitale presso il Bandcamp del gruppo, è stato registrato negli storici 16th Cellar Studio di Roma: Stefano Morabito ha curato tutte le fasi di registrazione, missaggio e mastering con estrema cura e il risultato è ottimo. La copertina molto evocativa ritrae il protagonista della storia Anua ed è stata realizzata dal cantante Manuel Rodriguez, utile – oltre che bella – anche per entrare immediatamente nel mood dell’album.

La musica degli Anua è molto gentile, si affaccia lentamente all’ascoltatore e con poche, morbide note lo fa suo con la stessa decisione di un serpente che stritola la preda. Pur non conoscendo nei dettagli la storia ideata da Rodriguez, siamo tutti in attesa di sapere se Anua sarà riuscito a sconfiggere il male senza forma: dovremo attendere il prossimo disco o il libro illustrato sul quale sta lavorando? Nel dubbio, intanto, possiamo continuare ad ascoltare, rapiti, le belle canzone di Un Viaggio Senza Terra e immaginare il mondo fantasy nel quale vive e combatte Anua.

Ivar Bjørnson & Einar Selvik – Hugsjá

Ivar Bjørnson & Einar Selvik – Hugsjá

2018 – full-length – ByNorse

VOTO: CAPOLAVORO – Recensore: Mr. Folk

Formazione: Einar Selvik: voce, taglharpa, corno, flauto, percussioni – Ivar Bjørnsons: chitarra, effetti digitali

Tracklist: 1. Hugsjá – 2. WulthuR – 3. Ni Døtre Av Hav – 4. Ni Mødre Av Sol – 5. Fornjot – 6. Nattseglar – 7. Nytt Land – 8. Nordvegen – 9. Utsyn – 10. Oska – 11. Um Heilage Fjell

Quello tra Ivar Bjørnson (Enslaved) ed Einar Selvik (Wardruna) è un sodalizio che funziona alla perfezione. Era stato dimostrato con il primo capitolo della collaborazione, quel Skuggsjá a dir poco mostruoso considerando che si tratta di un debutto, e viene ribadito con il nuovo lavoro Hugsjá, anche questo licenziato dalla ByNorse.

La storia è piena di “all star band” che non hanno portato nulla al panorama musicale se non una manciata di dischi gradevoli o poco più, qui, invece, si parla di album straordinari, innovatori in una scena che rischia di rimanere impantanata nella sua ripetitività. Non era facile immaginarlo un paio di anni fa: due musicisti di spessore e di successo, abituati a dirigere i lavori nelle rispettive band, rinchiusi sotto un unico tetto: sembra più l’inizio di un giallo che il prologo di un progetto trionfale. E invece i due leader si sono fusi in un’unica mente in grado di partorire canzoni originali e prive di paletti stilistici, dove il sax si fa spazio tra le note folk/ambient e la chitarra di Bjornson s’incupisce minacciosa quando è il momento di rendere il quadro scuro e pesante, così come crea trame avvolgenti che si fondono alla perfezione con le linee vocali di Selvik.

La musica di Hugsjá incanta. Ascoltare musica di questa profondità è cosa rarissima, e quando si ha la fortuna d’imbattercisi non si può far altro che lasciarsi trasportare dalle note come una barca a remi in un mare tempestoso. Naturalmente le influenze di Wardruna ed Enslaved sono palesi, ma mai invadenti, Hugsjá suona personale e unico pur strizzando l’occhio in più di un’occasione alla band madre di Selvik. La musica è norrena nello spirito, suonata con sincerità e con il cuore, chi ascolta le varie Ni Døtre Av Hav, WulthuR e Nytt Land non può fare a meno di accorgersene.

La parte musicale di Hugsjá va vista come un blocco unico, da assimilare e digerire tutto insieme. Prendere le tracce singole, anche solo per “raccontarle”, è in questo caso più che mai inutile. Si può parlare, in un certo senso, di una canzone dalla durata di sessantadue minuti. Quel che potrebbe sembrare un “mattone” è in realtà un viaggio – parola che ritroveremo anche più avanti – che il duo norvegese ci vuole spingere a fare. Le undici tracce, pur molto diverse tra di loro per musicalità e struttura, suonano incredibilmente unite e compatte: è questa la grande bravura di Bjornson e Selvik.

L’aspetto grafico è molto importante e curato. Tutte le uscite marchiate ByNorse hanno in comune, oltre all’elevata qualità musicale, anche l’attenzione per il booklet e per la confezione del disco. Una tenue tonalità del celeste domina il digipak e il libretto composto da ben ventiquattro pagine. I testi sono tutti in norvegese, ma sono presenti le preziose traduzioni in inglese e la spiegazione delle parole “Hugsjá” e “Norway”. Infine, non mancano immagini del mare, leggermente mosso e di un blu inquietante, ma che può anche essere estremamente rilassante e amichevole se visto con il giusto sguardo. Ed è proprio qui che Ivar Bjørnson & Einar Selvik ci vogliono portare: viaggiare con la mente e con il corpo, trovare una propria via e percorrerla, come i due musicisti raccontano nel booklet: “speriamo che la nostra musica possa ispirarti per il viaggio”.

Hugsjá non è il solito disco folk/metal/ambient, ma un’opera d’arte contemporanea che per esprimersi al meglio ha bisogno di fare propria la storia passata e inglobarla con il linguaggio odierno per meglio farsi comprendere. Bjørnson e Selvik sono due musicisti ben oltre la media e il risultato finale non può che essere superlativo.

Odroerir – Das Erbe Unserer Ahnen

Odroerir – Das Erbe Unserer Ahnen

2017 – full-length – Einheit Produktionen

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Fix: voce, basso, strumenti folk, percussioni

Tracklist: 1. Abecedarium Nord – 2. Das Erbe Unserer Ahnen – 3. Thule – 4. Idisi – 5. Wanderer – 6. Phol Ende Uuodan – 7. Hyperborea

Una cosa è certa: agli Odroerir di pubblicare dischi in rapida successione non interessa minimamente. La band della Thuringia si è formata nel 1998 e con il presente Das Erbe Unserer Ahnen arriva appena al quarto disco, pubblicato a ben sette anni di distanza dell’ottimo tterlieder II. Il cd si presenta con un booklet di dodici pagine dove in ogni facciata è presente una foto della natura con sopra scritti i testi delle canzoni. Le canzoni sono in antico alto tedesco e le parole sono tratte dall’Abecedarium Nord e dal Merseburger Zaubersprüche (Gli Incantesimi di Merseburg, si tratta delle canzoni IdisiPhol Ende Uuodan), un volume unico nel suo genere con all’interno delle poesie magico-sacrali di stampo pagano (per saperne di più cliccate QUI); purtroppo l’intero booklet è privo di traduzioni in lingua inglese, il che penalizza non poco l’acquirente. Molto bello e di grande effetto, invece, la grafica della parte superiore del cd che rappresenta il Disco di Nebra, una piastra metallica dell’Età del Bronzo raffigurante le fasi lunari e le Pleiadi.

Il titolo del disco è traducibile con “l’eredità dei nostri antenati” e proprio di un ritorno al passato si può parlare ascoltando le sette lunghe tracce (quasi un’ora di durata complessiva) che compongono l’album: le canzoni sono acustiche e intime, molto delicate anche quando ritmate. La sensazione che si prova ascoltando Das Erbe Unserer Ahnen tenendo gli occhi chiusi è quella di essere con gli Odroerir in una foresta, i musicisti intorno al fuoco scoppiettante a cantare in armonia con la natura che li circonda. La musica di Das Erbe Unserer Ahnen è vero folk, senza intromissioni di altri generi o influenze esterne: musica del folklore, suonata col cuore e riproposta senza trucchetti. Fix, mente e unico membro per questo lavoro, si è circondato di ospiti di qualità e a sorpresa ha deciso di tornare alle radici della musica invece di proseguire con l’atteso Götterlieder III.

I nove minuti dell’apertura Abecedarium Nord sono semplicemente magnifici. Percussioni e scacciapensieri creano un muro ipnotico infranto dalle deliziose note del violino e dalle sporadiche parole di Fix; l’ingresso del duo Waldträne dona uno sprint inaspettato quanto gradito che ricorda nella sua brevità i grandi Otyg. La title-track si presenta in maniera soave, dal ritmo scandito dalla sei corde acustica e caratterizzata da un lungo assolo di chitarra suonato con buon gusto da Stephan Gauger dei Fimbulvet. Thule va ascoltata ad occhi chiusi: ha un qualcosa di magico in grado di portare l’ascoltatore in mondo lontano e fantastico, ovvero come immaginiamo sia stata Thule. La prima parte di Idisi il testo è è malinconica e quasi spettrale, ma con l’ingresso delle percussioni e del flauto la canzone cambia radicalmente fino a diventare una straripante composizione briosa che trova poi una via di mezzo tra i lamentosi canti degli elfi di tolkieniana memoria e la musica delle alte montagne. Le sonorità della successiva Wanderer sono più dirette e immediate, con poche parti cantate a favore degli strumenti a corda, l’opposto di quanto accade in Phol Ende Uuodan, pacata nell’incedere con ancora una volta presenti i Waldträne: la voce della leggiadra Knoepfchen è incantevole e rende la canzone quasi sublime quando è presente la sua voce. La conclusione di questo bel cd è affidata a Hyperborea, canzone dove sono presenti come ospiti i Gernotshagen, formazione pagan metal tedesca in amicizia con Fix, il quale ha partecipato come guest nel loro Wintermythen del 2005. Hyperborea è in un certo senso la summa di questo lavoro, tra cori delicati, melodie intriganti e ondeggianti percussioni.

Das Erbe Unserer Ahnen è un gran bel disco di musica folk. Gli Odroerir rinviano Götterlieder III per dare spazio al richiamo del passato e il risultato è, come al loro solito, di grande qualità. L’unica pecca di questo disco risiede nel booklet che può esser visto come l’emblema di quello che sono Fix e il suo gruppo: schivo e di nicchia, (purtroppo) poco conosciuto al di fuori della Thuringia e dei festival nord europei a tema folk, ma d’altra parte sembra che la volontà del gruppo sia proprio quella di rimanere nell’ombra. Non sarà certo Das Erbe Unserer Ahnen a dare la grande notorietà agli Odroerir, ma la speranza (e l’augurio) è che quanta più gente si possa avvicinare a questa piccola gemma di musica folk dagli interessanti contenuti storici/pagani.

Nemuer – Gardens Of Babylon

Nemuer – Gardens Of Babylon

2018 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Michael Zann: voce, chitarra acustica, jaw harp, percussioni, djembe africano – Katarina Pomorska: voce, duclar, djembe africano, percussioni

Tracklist: 1. The Ishtar’s Gate – 2. Out Of Body Experience – 3. The Book Of Time – 4. Astral Romance – 5. The Gardens Of Babylon – 6. Revealed Face Of Chaos – 7. Descent To The Realm Of The Dead – 8. Lost In The Desert Of Wrath And Sorrow

Il progetto Nemuer arriva con questo Gardens Of Babylon al terzo disco, probabilmente il migliore finora realizzato. La prima cosa che balza all’occhio è la durata complessiva del lavoro: 42 minuti suddivisi in otto canzoni sono ben altra cosa per impatto e difficoltà d’ascolto rispetto al precedente (e assolutamente valido) Labyrinth Of Druids, un’opera da 74 minuti e quindici tracce. Oltre al minutaggio è cambiato, almeno parzialmente, anche l’approccio musicale: da oscure sonorità horrorifiche fortemente influenzate dagli scritti di H.P. Lovecraft del cd pubblicato nel 2015 si è passati a un dark folk meno plumbeo e malevolo, a volte addirittura “romantico”. Colori caldi e un disegno rassicurante fanno capolino sulla copertina, altro sintomo di mutamento. D’altra parte sono cambiate le tematiche e padrona di Gardens Of Babylon è, com’è facile intuire, una delle sette meraviglie del mondo antico, il palazzo/giardino donato dal re babilonese Nabucodonosor II alla regina Amythis.

L’opener The Ishtar’s Gate è un’elegante canzone dalle tinte scure ma che grazie a percussioni e melodie sognanti riesce a trasformarsi in una sorta di sogno mediorientale pieno di grazia nel momento di maggior dinamicità. I sette minuti di Out Of Body Experience sono un folk ambient avvolgente e ipnotico che per qualche motivo ricorda i Wardruna. Il sound diventa più ritmato e coinvolgente in The Book Of Time, ma con Astral Romance tornano le soffuse sonorità mediorientali che grazie a corde pizzicate e angeliche voci femminili rendono il brano quasi ipnotico. La voce maschile domina The Gardens Of Babylon, lento e penetrante brano ammaliante che nel finale si anima grazie all’accelerazione della chitarra acustica. I cinquanta secondi di Revealed Face Of Chaos sono un intermezzo di sola chitarra che portano alla criptica Descent To The Realm Of The Dead. Le percussioni e l’approccio vocale (solista e cori) sono quasi disturbanti per quanto ipnotiche, molto diverse da quelle presenti nella conclusiva Lost In The Desert Of Wrath And Sorrow. In questa ultima composizione, infatti, i Nemuer hanno un parziale ritorno al dark folk più plumbeo, superbamente interpretato dai due musicisti.

Il lavoro dei Nemuer va quindi avanti senza intoppi e cali d’intensità, il dark neofolk proposto dal duo è personale e intrigante, scarno (in senso positivo) e diretto anche quando le composizioni superano abbondantemente i cinque minuti di durata. Il suono del disco è pulito e caldo, si sente che il lavoro è genuino e in un certo senso “all’antica”, esattamente quello che serve a musica evocativa di questo tipo. Il terzo disco del duo ceco è assolutamente convincente sotto ogni punto di vista: prendetevi del tempo, accendete delle candele, mettete il disco nel lettore cd e lasciatevi cullare da Gardens Of Babylon.

Potete ascoltare e acquistare i dischi dei Nemuer qui: https://nemuer.bandcamp.com

Triddana – Twelve Acoustic Pieces

Triddana – Twelve Acoustic Pieces

2017 – full-length – autoprodotto

VOTO: 8 – recensore: Mr. Folk

Formazione: Juan José Fornés: voce, chitarra, tastiera – Diego Rodrigues: basso – Pablo Allen: cornamusa, whistle

Tracklist: 1. Becoming – 2. When The Enemy’s Close – 3. Spoke The Firefly – 4. Gone With The River – 5. Flames At Twilight – 6. Echo Through The Days – 7. The Wicked Wheel – 8. Born In The Dark Age – 9. Galloping Shadows – 10. Shouting Aloud – 11. Everlasting Lie – 12. Men Of Clay – 13. Who Wants To Live Forever (Queen cover)

Quella dei Triddana è storia nota per chi ascolta regolarmente folk metal, ma è bene ricordare le origini della band argentina prima di proseguire. Il gruppo nasce nei primi mesi del 2011 dopo il brutto split dagli Skiltron, quando ben quattro musicisti abbandonano il gruppo dando vita ai Triddana. Ne è seguito un duello a distanza fatto di album folk metal (due a testa) sempre belli e convincenti. Twelve Acoustic Pieces è, invece, una sorpresa: un disco acustico dopo appena due cd è un tantino rischioso, anche se la band ha deciso di rendere questa uscita disponibile solamente in versione digitale (forse proprio perché conscia del poco mercato?): peccato.

Il pericolo di lavori come questo è quello di trovarsi ad ascoltare brani acustici di canzoni metal semplicemente suonate con la chitarra acustica o elettrica senza distorsori vari. Ben altra cosa è invece quando la band si mette d’impegno e ri-arrangia, almeno in parte, le composizioni, adattandole di conseguenza alle diverse sonorità acustiche e impreziosendo determinati momenti a seconda del gusto di chi suona: Twelve Acoustic Pieces fortunatamente fa parte della seconda tipologia di lavori acustici. I Triddana sono stati molto bravi a lavorare sulle singole composizioni e a farle suonare sempre fresche e dinamiche, cosa assolutamente non scontata.

Le canzoni sono equamente prese (6 e 6) dai due dischi Ripe For Rebellion del 2012 e The Power & The Will (2015), più un’inedita cover dei Queen. Ad aprire le danze ci pensa l’ottima Becoming, semplicemente uno dei brani migliori scritti dai Triddana e che continua a convincere anche con la nuova veste acustica. Un altro pezzo davvero ben riuscito è When The Enemy’s Close: l’anima rock della band si sente anche senza distorsioni e i cori da stadio suonano bene in questo contesto più soft. Il gruppo di Buenos Aires se la cava alla grande anche con le composizioni più delicate e intime, come nel caso di Spoke The Firefly, lento che tocca il cuore di ogni ascoltatore. In Twelve Acoustic Pieces c’è spazio anche per le (forti) influenze irish folk: Flames At Twilight e Galloping Shadows sono l’esempio più lampante, ma in quasi tutte le canzoni c’è spazio per melodie e sonorità accostabili alla verde Irlanda (l’inizio di The Wicked Wheel, per fare un altro titolo). Tra momenti divertenti e spensierati (Gone With The River) ed altri più meditativi (Everlasting Lie), ma sempre con cornamuse e flauti di Pablo Allen in grande evidenza, si arriva alla conclusione del disco con Who Wants To Live Forever, grandissima canzone dei Queen e chiaramente legata al film Highlander, pellicola di culto degli anni ’80. L’interpretazione dei Triddana è assolutamente degna di nota e il singer Juan José Fornés non sfigura al cospetto di uno dei migliori cantanti della storia, sua maestà Freddy Mercury.

Necessità artistica o sfizio dei musicisti, poco cambia: Twelve Acoustic Pieces è un full-length valido e affascinante, realizzato molto bene e che merita di trovare posto nella collezione di quelle persone vicine alle sonorità folk/irish rock. In attesa del prossimo cd “folk metal” non rimane che sperare nella pubblicazione di Twelve Acoustic Pieces in versione fisica.