Nuovo libro e sito in pausa

Il mio nuovo libro prende sempre più forma e la data di consegna all’editore si avvicina. Per questo motivo il sito Mister Folk si prende una piccola pausa di circa due mesi: ritorno previsto per i primi di maggio!

Al momento posso anticipare che il libro sarà disponibile nelle librerie nel mese di luglio (ma chiaramente lo potrete trovare anche nello store di Mister Folk Distro e su Amazon) e che tratterà di musica metal.

Mister Folk tornerà con una montagna di recensioni, articoli e interviste… anche un po’ diverse dal solito.

Folk on!

L’Italia s’è desta

Il 2021 è appena terminato e si possono tirare le somme di un anno musicale. Nonostante gli ottimi ritorni di Dordeduh, Thyrfing e Negură Bunget (dei quali, lo anticipo, ne parlerò – e non solo – tra qualche mese), le conferme di King Of Asgard, Helheim, Sur Austru e :Nodfyr: e un buon numero di lavori di qualità provenienti da tutto il mondo, la prima cosa che balza all’occhio (e all’orecchio!) è la bellezza di alcuni dischi italiani usciti nel corso dell’anno. Bloodshed Walhalla, Dyrnwyn e Apocalypse hanno fatto parlare di sé e della scena italiana anche oltre confine, dove purtroppo il folk/viking metal nostrano è ancora oggi poco considerato. Se negli ultimi venti anni il metallo tricolore ha sfondato queste immaginarie barriere che ci separavano dagli altri mercati grazie a Labyrinth, Lacuna Coil e Rhapsody in prima linea, altrettanto non è accaduto nel nostro amato genere musicale, ancora troppo poco apprezzato e conosciuto nonostante negli anni siano usciti dischi di enorme pregio, primo fra tutti De Ferro Italico dei Draugr. Certo, qualche data all’estero è stata fatta da alcuni gruppi, ma si tratta sempre di live estemporanei, qualche festival qua e là per l’Europa, mai di veri tour (ma anche mini tour andrebbero bene!) di supporto a formazioni affermate che porterebbero visibilità al gruppo e, forse, anche all’intera scena italiana. Gli stessi Dyrnwyn in occasione della pubblicazione del debutto Sic Transit Gloria Mundi hanno suonato un paio di volte all’estero, e lo stesso si può dire, tra gli altri, per Blodiga Skald e Selvans. Non è certo bastata la presenza dei Folkstone a qualche festival tedesco a cambiare la percezione che si ha all’estero del folk metal italiano, eppure la scena è ricca di qualità, con dischi finalmente personali e con suoni professionali.

Bisogna dirlo: all’estero di folk metal italiano, oggi inizio gennaio 2022, si parla solo per via dei Nanowar Of Steel e del loro Italian Folk Metal, disco come da tradizione tra serio e grottesco, suonato in maniera impeccabile e che in alcune tracce suonano più folk di molti gruppi che sembrano aver paura di osare. La Maledizione Di Capitan Findus suona come gli Alestorm dopati, La Mazurka Del Vecchio Che Guarda I Cantieri è quello che i gruppi romagnoli non azzardano a fare (“perché faremmo ridere” mi è stato detto una volta), ma il liscio di Raul Casadei non è la versione italiana dell’humpaa finlandese? In diversi brani compare Maurizio Cardullo (ex Folkstone ed ex Furor Gallico) tra cornamuse e flauti e le varie La Polenta Taragnarock e Il Signore Degli Anelli Dello Stadio non a caso suonano molto Folkstone, ma la domanda che ci si deve porre è: possibile che per far nominare “italian folk metal” all’estero bisogni aspettare il disco dei Nanowar Of Steel e la loro musica burlona? Si paga ancora oggi, inizio 2022, il dazio di avere avuto una scena che per troppo tempo è stata succube dell’innegabile fascino scandinavo di miti e saghe che tutti noi amiamo? Questa è una cosa che si nota facilmente approfondendo un po’ la storia dei gruppi, dai nomi ai testi delle prime pubblicazioni. Tutto questo fino a quando De Ferro Italico incendiò l’underground con la voglia di avere una personalità musicale forte e riconoscibile, (ri)scoprendo le proprie origini e raccontando attraverso la musica storie che non hanno nulla da invidiare a quelle del grande Nord. E così i Gotland (nome dell’isola svedese che diede il nome, per farla molto semplice e veloce, al popolo dei Goti) hanno pubblicato l’eccellente Gloria Et Morte e i già citati Dyrnwyn (nome di una spada magica della mitologia gallese) hanno a cuore la storia dell’antica Roma e ne parlano nei loro cd. La verità è che negli ultimi anni la scena folk/pagan/viking italiana ha fatto passi da gigante sotto tutti i punti di vista ed è sempre più raro ascoltare materiale non all’altezza della situazione, manca forse una maggiore convinzione dei gruppi nel porsi soprattutto con promoter e locali e, fatto grave, il supporto del pubblico. Troppe volte si sente dire ai banchetti del merchandise “il cd costa 10 euro? Ma sono due birre!”, e per quanto possa far sorridere una frase del genere ascoltata più di una volta in sede di concerto, è anche preoccupante. La prima cosa da fare è proprio quello di supportare il gruppo acquistando dischi e magliette perché i follower su Spotify non portano assolutamente nulla alla band.

Mi sono lasciato trasportare dai pensieri, dalle riflessioni e dal cuore, ma certe cose vanno tirate fuori per creare un dialogo e portare alla luce alcune criticità di una scena che ha molto da dire. Una scena che in pochi mesi ha visto arrivare Pedemontium, Second Chapter e Il Culto Del Fuoco appartenenti rispettivamente ad Apocalypse, Bloodshed Walhalla e Dyrnwyn. Tre realtà che nel tempo si sono create un nome rispettabile grazie a pubblicazioni di qualità. Pedemontium è un concept album incentrato sulle bellezze naturali del Piemonte, Second Chapter è l’ideale seguito dell’epico Ragnarok, seconda parte del concept ideato da Drakhen, Il Culto Del Fuoco è la definitiva consacrazione artistica del gruppo romano. Dispiace dirlo, ma sono certo che se questi cd fossero stati incisi e pubblicati da musicisti svedesi o tedeschi l’attenzione di stampa e pubblico sarebbe certamente maggiore, così come le possibilità di suonare in tour e nei festival che anche in questa fase problematica si svolgono quasi regolarmente al di fuori degli italici confini.

L’autunno ha poi portato i nuovi ottimi lavori di Aexylium, Selvans e Dawn Of A Dark Age, tutti veramente belli e gli amanti di queste sonorità non possono che essere felici di avere tanta buona musica da ascoltare. I primi mesi del 2022 vedranno gli impianti stereo suonare a volumi indicibili i nuovi e attesi album di Lou Quinse, Gotland, Duir e Atlas Pain: un ottimo modo per iniziare l’anno! Infine, con grande gioia, anche i Vallorch sono tornati in studio dopo tanti anni di difficoltà e cambi di formazione.

Voglio vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare che sia arrivato il momento di far valere il folk metal italiano anche all’estero e poter dire che l’Italia s’è desta!

Nell’ARCHIVIO del sito trovate tutte le recensioni pubblicate in questi quasi nove anni di attività e dando anche un solo rapido sguardo potrete notare la gran quantità di articoli legati ai gruppi italiani. Di seguito, però, segnalo alcuni dischi che per motivi differenti hanno una marcia in più (sicuramente ne dimentico diversi, perdonatemi!): leggete la recensione e poi andate ad ascoltare il cd e se vi dovesse piacere ricordate di acquistarlo direttamente dalla band in quanto è il miglior modo per supportare i musicisti e la scena!

Aexylium – The Fifth Season
Apocalypse – Pedemontium
Atavicus – Di Eroica Stirpe
Atlas Pain – Tales Of A Pathfinder
Bloodshed Walhalla – Second Chapter
Dawn Of A Dark Age – Le Forche Caudine
Dyrnwyn – Il Culto Del Fuoco
Folkstone – Oltre… L’Abisso
Furor Gallico – Dusk Of The Ages
Gotland – Gloria Et Morte
Kanseil – Fulìsche
Lou Quinse – Lo Sabbat
Scuorn – Parthenope
Selvans – Faunalia
Stilema – Utopia

Già due anni senza i Folkstone

Ieri mi è capitato di vedere una storia Instagram con i Folkstone in concerto due anni fa in quel di Milano, una data del tour di addio. Mi è tornato in mente questo articolo scritto proprio due anni fa, dopo il famoso annuncio social nel quale si comunicava la fine della band e le ultime date live. Per qualche motivo l’articolo non è mai stato pubblicato fino a oggi, rivisto e “aggiornato”, ma il contenuto è lo stesso. Un po’ di ricordi personali, qualche riflessione… un articolo diverso dagli altri pubblicati qui su Mister Folk, ma che viene dal cuore.

I Folkstone non sono stati solamente il gruppo più importante e famoso della scena folk metal italiana, ma rappresentano forse la miglior porta d’ingresso per i curiosi che si affacciano per la prima volta in questo mondo fatto di violini e cornamuse, arpe e flauti, oltre che di chitarre e batterie. Prima di celebrare i Folkstone è bene ricordare, al di là della qualità musicale (che non è mai mancata, diciamolo subito!), che se il folk metal in Italia ancora oggi gode di buona salute lo si deve proprio alla band di Lore e soci.

Poco più di due anni fa, come un fulmine a ciel sereno, i Folkstone annunciarono tramite la propria pagina Facebook che il viaggio iniziato nel 2005 giungeva ormai al termine, tempo una manciata di selezionati concerti per salutare vecchi e nuovi amici (e per raccogliere i meritati applausi, aggiungo!) e sarebbe calato il sipario in maniera definitiva. Ancora oggi non si conoscono con certezza le motivazioni di questo split, e inutili congetture a parte – le quali sui social hanno purtroppo trovato spazio – la spinta in questa direzione sembra essere la classica energia che viene meno dopo anni di tour, dischi e impegni promozionali.

I Folkstone hanno inciso sette album (contando anche Sgangogatt) e rilasciato un paio di testimonianze live (con il bonus dvd presente in Diario Di Un Ultimo), ma soprattutto hanno girato in lungo e largo l’Italia, portando divertimento e sorrisi a migliaia di persone. Era il 2010 quando vidi per la prima volta i guerrieri orobici sul palco, e ancora me lo ricordo come se fosse ieri: si trattava di un “pacchetto” incredibile formato da Kalevala hms (pure loro in procinto di sciogliersi a breve) in apertura, Furor Gallico, Folkstone e gli storici Skyclad in veste di headliner, al caro vecchio Boulevard di Misano Adriatico (RN), un concerto di grande coinvolgimento con quattro gruppi che non necessitano certo di una presentazione. Da allora, ogni anno è stato buono per vedere almeno un concerto dei Folkstone: cambiavano i musicisti ed uscivano nuovi dischi, ma il divertimento e il sudore ai loro spettacoli erano sempre gli stessi.

Al di là della questione musicale – c’è chi li preferisce i primi album, più ruspanti, chi le ultime e più riflessive pubblicazioni e chi, per non sbagliare, ha trovato del buono in tutti i dischi – è l’attitudine dei Folkstone ad aver sempre colpito la gente. Musicisti in gamba, preparati, ma soprattutto persone alla mano, gentili, che non si sono mai tirate indietro per una chiacchiera post concerto, regalando sempre grandi sorrisi. Com’è normale che sia alcuni erano più “caciaroni” e amavano passare le ore a bere birra in mezzo alla gente (Andreas in questo era un vero fenomeno!) e chi era di indole riservata, ed era bello scoprire ogni volta un lato del carattere di qualcuno che si lasciava andare a ricordi di gioventù o piccole storie di vita privata: per molti di noi fan i Folkstone sono stati una sorta di fratelli, anche se magari per una sola sera all’anno. Il rapporto musicista-fan è sempre stato bello e sincero e ciò, unito alla musica e all’impegno sul palco, non ha fatto altro che accrescere la stima e l’amore verso la band capitanata da Lore.

Il folk metal italiano deve davvero molto ai Folkstone e al Fosch Fest, il festival bergamasco che anni fa faceva sognare tutti gli amanti di questo genere musicale grazie a un’atmosfera unica e un bill ogni anno sorprendente. Per il festival, purtroppo, le cose non sono andate bene, soprattutto dopo l’apertura verso altri generi, ma quello che i Folkstone e Richard Milella, primo manager della band orobica e ideatore del festival, hanno fatto le edizioni iniziali è un qualcosa di forse irrepetibile, consacrando il folk metal nel nostro paese a suon di buona musica e birra di qualità. Se a un certo punto, proprio dopo i primi Fosch Fest, in Italia è scoppiata la “moda” del folk metal, il merito è dei nomi scritti poco fa. Una “moda” che ha portato alla creazione di tanti gruppi musicali, alcuni dei quali tutt’ora in attività con ottimi risultati, un’attenzione del pubblico verso band prima sconosciute sui nostri palchi (ma non nel resto d’Europa) e alla nascita di quella che è poi diventata la scena folk metal italiana. Non che prima non esistessero gruppi del genere, basti pensare ai Death Army che con Ragnarok (2004) hanno probabilmente inciso il primo lavoro “realmente” folk metal in Italia, formazione nella quale troviamo anche Becky dei Furor Gallico e arpa nel debutto Folkstone. Death Army che, nonostante il silenzio discografico, ebbero anche l’opportunità di aprire un Gods Of Metal. Quel che è sicuro, il diffondersi del verbo Folkstone ha dato la spinta al folk metal per emergere e farsi conoscere ma, soprattutto, ha fatto capire ai giovani musicisti che per suonare folk metal e generi vicini (viking, pagan) non si deve necessariamente parlare di Odino e Thor – personaggi affascinanti della mitografia norrena, senza dubbio – ma che è possibile raccontare storie di folklore locale, storie antiche che possono tornare alla luce e trarre ispirazione dalle meraviglie della natura che ci circondano. Questo dei testi “italiani” verrà poi definitivamente sdoganato dai Draugr con il capolavoro De Ferro Italico, ma questa è un’altra storia e forse un giorno ci sarà modo di raccontarla con il giusto tempo e spazio, ma mi piace rimarcare la scelta dei vocaboli da parte di Lore, vero poeta di montagna: frasi come “ed inerti rimangono le remote valli” o vocaboli come “rodire” non si leggono facilmente nei testi dei gruppi musicali.

Quest’articolo inizialmente doveva essere un piccolo resoconto sulla carriera dei Folkstone e raccontare l’evoluzione musicale attraverso i dischi in studio, ma scrivendo mi sono reso conto che per l’evoluzione musicale ci sono le recensioni nell’archivio e oggi la musica passa quasi in secondo piano. Non per la qualità, ma per il lato umano. Ci mancano i Folkstone, ci mancano i loro concerti e ci mancano i sorrisi di Roberta e Lorenzo, ci mancano i movimenti a tempo delle cornamuse e la grinta di Edo. Ci mancano i Folkstone e questo, probabilmente, è l’inequivocabile segno che i ragazzi che hanno iniziato a suonare “per caso” (grazie a un cd compilation della rivista Psycho! contenente un brano degli In Extremo, come ricordato da Andreas e Lore) hanno lasciato nei cuori di tutti noi. Ci mancate tanto, cari Folkstone, ed è sempre bello ricordare i momenti trascorsi insieme.

Sylvatica: il videoclip in esclusiva!

Con piacere e orgoglio vi presento in esclusiva per l’Italia il videoclip dei danesi Sylvatica, folk metal band che il 20 aprile ha pubblicato il secondo full-length dal titolo Ashes And Snow. Il lavoro, disponibile in 500 copie fisiche e in digitale, contiene sette brani per un totale di circa quarantatré minuti ed è pubblicato dalla Satanath Records.

Il gruppo si è formato nel 2009 e sotto la guida del cantante/chitarrista Jardén Schlesinger, dopo alcune pubblicazioni minori, si è fatto conoscere al pubblico internazionale grazie al disco di debutto Evil Seeds del 2014 su Gateway Music, etichetta che ha pubblicato anche i bravissimi Huldre e ora conta nel proprio roster gli Ættir, formazione che vede al suo interno proprio alcuni ex Huldre.

Qui sotto potete vedere il video della titletrack Ash And Snow registrato da Hans Peter Mønsted.

Vansind: il videoclip in esclusiva!

Con piacere e orgoglio vi presento in esclusiva per l’Italia il lyric video dei giovani danesi Vansind, viking metal band che il 26 marzo pubblicherà l’EP di debutto MXIII. Il lavoro, al momento disponibile solamente in  formato digitale, conterrà tre brani per un totale di circa sedici minuti: qui sotto potete vedere il video di Den Farefulde Færd:

La line-up dei Vansind è composta da sette elementi, ovvero: J. Asgaard (voce), Line Burglin (voce), Morten Lau (basso), Gustav Solberg e Thor Norman (chitarre), Rikke Klint Johansen (tastiera e whistles) e Danni Lyse Jelsgaard (batteria). Potete saperne di più e rimanere aggiornati sull’attività della band seguendo la loro pagina Facebook https://www.facebook.com/VansindOfficial

ENGLISH:

A year after the release of the single Valborgsnat is a new release from Vansind. This time it consists of a three-number long EP with the title MXIII. The starting point of Vansinds songwriting is the mythology and legends of the Vikings, this is also present in the title of the EP which refers to the year of the danish king Svend Tveskæg and his looting of England in 1013, and the events following his death.

The EP contains the songs Fra Fremmed Kyst (03:39), Den Farlige Færd (05:23) and Gæstebud (07:14); these songs tells stories of courage, honour, betrayal, abuse, Gods, kings, and maidens, therefore all the dreams of a Viking the night before the battle! With melodic hooks, pumping riffs, and a mix between deep growl and female vocals which invites the listener on board the nearest longship for a journey through the night, full of adventure and shadows hiding in the dark.

Fra Fremmed Kyst is a tale of desperation, and risking everything for the sake of the community, perhaps also what happens if one challenges fate one to many times. Den Farefulde Færd is, like the EP title refers, the tale of King Svend of Denmark whose courage and strength secured him all of England, but also how his sons’ ambitions and jealousy put an end to the king’s visions. Lastly Gæstebudet tell the ancient story of the many faces of war, the meeting between the soldier and the woman, and how it rarely ends happily for either.

As the year 2020 came to and end, like the presence of live music, 2021 was born with new life, and with MXIII Vansind sets sail towards new horizons with mead on board, and joy and hope in their hearts. Take a seat at the oar on the dangerous journey and meet the band in Valhalla during the year, where they plan to invade Copenhagen, Roskilde, Aarhus, Rønne and Odense, just for starters.

MXIII will be released digitally on March 26, 2021.

https://www.facebook.com/VansindOfficial

Deep Purple: ma come fanno?

Passano i cinquantuno minuti di Whoosh! e ti chiedi “ma come fanno?”.

La domanda in realtà è “ma come cazzo fanno?”, e la risposta è difficile da dare. La storia del Rock, con la R maiuscola, arriva in questo assurdo 2020 al ventunesimo studio album e tira fuori un lavoro denso, emozionante, interessante e maledettamente efficace. Nasce quindi la domanda di inizio riflessione, soprattutto quando ascolti i cd dei gruppi che potrebbero essere se non i figli addirittura i nipoti dei Deep Purple e non hanno un briciolo dell’energia che i nostri cari signorotti inglesi schiaffano tra i solchi di Whoosh!. Ascolti quei lavori e pensi a questi giovani e annoiati musicisti che stancamente strimpellano gli strumenti su una poltrona dai colori retrò, senza un sussulto o un sorriso emozionato tipico di chi sa di aver appena inventato un giro rock che farà muovere il culo alla gente.

E poi ci sono Ian Gillan e Don Airey, Roger Glover, Ian Paice e Steve Morse, l’uomo che ha salvato i Deep Purple quasi venticinque anni fa. Messi insieme fanno trecentosessanta – 360 – anni, ovvero un bel po’ di esperienza e di note suonate. Lì dove la stanchezza e la routine hanno la meglio sulla passione per la musica anche su persone con un chilometraggio decisamente inferiore a quello dei Deep Purple, loro se ne escono con un disco che suona contemporaneo e al passo coi tempi pur suonando 100% Deep Purple. Ma come fanno all’età che si ritrovano ad aver ancora voglia di sudare sullo strumento e discutere per le scelte musicali quando potrebbero godersi la pensione in completo relax? Ve lo dico io: si chiama passione e porta la gente a fare cose che gli altri nemmeno sono in grado di immaginare. Chi di voi immagina due over 70 a reggere con grinta e buon gusto la sezione ritmica di una grande (a mio modesto parere LA più grande) rock band? Eppure sono lì, a dare il tempo ai compagni di avventura, senza lasciare nulla al caso, gestendo al meglio le situazioni, tirandone fuori il massimo ogni volta che si presenta la possibilità. C’è un cantante che da giovane era Dio sceso in terra, con la sua voce potente e terrificante, in grado di adattarsi nei primissimi anni ’80 anche alle sonorità dei Black Sabbath con quel Born Again che giustamente negli ultimi anni è stato rivalutato dalla critica, e ora che il tempo reclama il suo prezzo, se la cava ancora egregiamente e non manca occasione di far venire la pelle d’oca ai nostalgici. Chi non è nostalgico non può far altro che ammettere che sì, Gillan del 2020 non è più il Gillan del 1972 (e grazie al caz*o, aggiungo), ma ad averne di cantanti così! E sicuramente c’è anche chi, l’ho letto con i miei occhi, dice che non solo è “svociato”, ma anche imbarazzante. Un pensiero del genere si definisce da solo. Ho letto anche che Gillan è da anni una palla al piede dei Deep Purple, e che per amore del gruppo si sarebbe dovuto far da parte diverso tempo fa. Chiaramente la critica, quella seria fatta da giornalisti e da esperti, è concorde nel ritenere Whoosh! un grande disco rock, il migliore da tanti anni a questa parte. Sia chiaro, i Deep Purple non fanno un disco brutto dal 1986, forse l’unico brutto, quel The House Of The Blue Light che, per quanto suonato con classe, è proprio debole e fa passare la voglia di ascoltarlo dopo pochi minuti. Ok, c’è Slaves And Masters che fa discorso a sé, con il buon Joe Lynn Turner alla voce che vede i Deep Purple trasformati in una band class rock prima del ritorno di Gillan sancito dall’ottimo The Battle Rages On. Io rincaro la dose, non solo Whoosh! è un grande disco rock, ma è anche il migliore dell’era Morse dopo lo spettacolare “debutto” Purpendicular. E proprio sulla grandezza del Morse chitarrista e sull’intelligenza del Morse uomo bisogna dire qualcosa. A inizio articolo l’ho definito come “l’uomo che salvò i Deep Purple 25 anni fa”: niente di più vero. Dopo l’abbandono del Dio Blackmore (se mi sono avvicinato alla musica, è suo il merito) e la fine del tour con Joe Satriani, onestamente un pesce fuor d’acqua, la band orfana del man in black inglese fece la scelta più giusta possibile, andando a reclutare un grande chitarrista con una personalità spiccata e un suono unico e facilmente riconoscibile. Lontano dai classicismi di Blackmore, virtuoso dalla sei corde ma senza peccare mai di narcisismo con inutili sbrodolate sulle sei corde, Steve Morse ha portato quella ventata di aria fresca che serviva ai Deep Purple non solo per sopravvivere, ma anche per costruirsi una nuova carriera guardando avanti senza snaturare il sound o rinnegare quanto di grande fatto in precedenza. Morse capì subito di dover essere sé stesso e che sarebbe stato dannoso cercare, anche in minima parte, di imitare Blackmore: la cosa, ricordo bene i discorsi dell’epoca, spiazzò molta gente, ma praticamente tutti concordarono sulla bellezza delle varie Vavoom: Ted The Mechanic (opener migliore per chiarire subito come sarebbero andate le cose non poteva esserci), Somebody Stole My Guitar e Sometimes I Feel Like Screaming, per quel che mi riguarda il picco dell’album. Da quel febbraio 1996 sono passati più di ventiquattro anni, il maestro Jon Lord ci ha lasciato – degnamente sostituito da quel geniaccio di Don Airey, mattatore proprio in Whoosh! -, ma i Deep Purple non hanno perso un solo briciolo di voglia di suonare. Anzi, hanno addirittura confezionato un disco in grado di entrare al sesto posto delle classifiche italiane, il che la dice veramente lunga sulla qualità delle tredici tracce che compongono l’album, se addirittura gli italiani hanno sganciato la grana per comprarsi il cd (o il vinile) invece di ascoltarlo in infima qualità su Spotify.

Il disco è semplicemente un gran bel disco rock, dove c’è tutta la storia e l’esperienza di Glover e soci. Hard rock con sprazzi di progressive (Step By Step), blues (What The What) e tonnellate di classe sono gli ingredienti che rendono Whoosh! così appetitoso agli appassionati del buon caro vecchio Rock (sempre con la R maiuscola!). L’iniziale Throw My Bones dice un po’ tutto, l’elegante Nothing At All con il suo splendido botta e risposta tra chitarra e hammond e la gustosa No Need To Shout bastano da sole per giustificare l’acquisto del disco, ma poi arrivano anche The Long Way Round, l’inusuale The Power Of The Moon con il suo incedere quasi oscuro, la brevissima (1:39!) ma gagliarda strumentale Remission Possible che conduce alla classica Man Alive, in un certo senso l’ultima canzone di Whoosh!. Perché in realtà l’ultima canzone è addirittura quella And The Address che dava il via alle danze in Shades Of Deep Purple, l’esordio del 1968 composto per 4/9 da cover e che vedeva alla voce Rod Evans e al basso Nick Simper, ovvero la mai rimpianta Mark I (per meriti delle successive e non per particolari demeriti dei musicisti della I). Quelli erano altri Deep Purple, autori di una sorta di beat un po’ più chitarristico, lontano da quello che avrebbero composto da lì a meno di due anni con il granitico In Rock. Nostalgia o ricordi a parte, cosa significa la ri-registrazione del primo brano del primo disco, questa volta posto in chiusura? La risposta è semplice, e non piace a nessuno: il cerchio si chiude, i Deep Purple faranno l’ennesimo tour e poi si fermeranno per davvero. L’età e gli acciacchi (anche del “giovane” Morse, da anni alle prese con una dolorosa artrite alla mano destra) hanno presentato il conto e per quanto possa far male, soprattutto a chi con la band di Hertford ci è nato e cresciuto, non si può far altro che essere grati di aver avuto così tanti dischi da ascoltare e amare, per non parlare delle testimonianze live. Sì, Gillan dal vivo fatica ed è sempre più fermo sul palco, ma i Deep Purple non si discutono, si amano.

Alla fine di Whoosh! (a proposito, che bella la copertina! La lezione di Bananas e seguente flop, parola di Paice, è servita) c’è anche una bonus track – Dancing In My Sleep – ma dopo la malinconia portata da And The Address la concentrazione è ormai svanita e la canzone non aggiunge nulla a quanto già detto.

Dopo ventuno dischi in studio e centonovantasette canzoni i Deep Purple sembrano essere arrivati sul punto di dire basta: se lo faranno veramente non è dato saperlo (una parte di me spera che chiudano alla grande con questo cd, una parte si augura di assistere a delle scene simil Ozzy Osbourne e Kiss, con continui tour di addio che vanno avanti da decenni), l’unica cosa possibile è continuare ad ascoltare le ottime Drop The Weapon e We’re All In The Same In The Dark ringraziando gli dei della musica per aver fatto incrociare le strade di Steve Morse e Ian Paice tanti anni fa.