Deep Purple: ma come fanno?

Passano i cinquantuno minuti di Whoosh! e ti chiedi “ma come fanno?”.

La domanda in realtà è “ma come cazzo fanno?”, e la risposta è difficile da dare. La storia del Rock, con la R maiuscola, arriva in questo assurdo 2020 al ventunesimo studio album e tira fuori un lavoro denso, emozionante, interessante e maledettamente efficace. Nasce quindi la domanda di inizio riflessione, soprattutto quando ascolti i cd dei gruppi che potrebbero essere se non i figli addirittura i nipoti dei Deep Purple e non hanno un briciolo dell’energia che i nostri cari signorotti inglesi schiaffano tra i solchi di Whoosh!. Ascolti quei lavori e pensi a questi giovani e annoiati musicisti che stancamente strimpellano gli strumenti su una poltrona dai colori retrò, senza un sussulto o un sorriso emozionato tipico di chi sa di aver appena inventato un giro rock che farà muovere il culo alla gente.

E poi ci sono Ian Gillan e Don Airey, Roger Glover, Ian Paice e Steve Morse, l’uomo che ha salvato i Deep Purple quasi venticinque anni fa. Messi insieme fanno trecentosessanta – 360 – anni, ovvero un bel po’ di esperienza e di note suonate. Lì dove la stanchezza e la routine hanno la meglio sulla passione per la musica anche su persone con un chilometraggio decisamente inferiore a quello dei Deep Purple, loro se ne escono con un disco che suona contemporaneo e al passo coi tempi pur suonando 100% Deep Purple. Ma come fanno all’età che si ritrovano ad aver ancora voglia di sudare sullo strumento e discutere per le scelte musicali quando potrebbero godersi la pensione in completo relax? Ve lo dico io: si chiama passione e porta la gente a fare cose che gli altri nemmeno sono in grado di immaginare. Chi di voi immagina due over 70 a reggere con grinta e buon gusto la sezione ritmica di una grande (a mio modesto parere LA più grande) rock band? Eppure sono lì, a dare il tempo ai compagni di avventura, senza lasciare nulla al caso, gestendo al meglio le situazioni, tirandone fuori il massimo ogni volta che si presenta la possibilità. C’è un cantante che da giovane era Dio sceso in terra, con la sua voce potente e terrificante, in grado di adattarsi nei primissimi anni ’80 anche alle sonorità dei Black Sabbath con quel Born Again che giustamente negli ultimi anni è stato rivalutato dalla critica, e ora che il tempo reclama il suo prezzo, se la cava ancora egregiamente e non manca occasione di far venire la pelle d’oca ai nostalgici. Chi non è nostalgico non può far altro che ammettere che sì, Gillan del 2020 non è più il Gillan del 1972 (e grazie al caz*o, aggiungo), ma ad averne di cantanti così! E sicuramente c’è anche chi, l’ho letto con i miei occhi, dice che non solo è “svociato”, ma anche imbarazzante. Un pensiero del genere si definisce da solo. Ho letto anche che Gillan è da anni una palla al piede dei Deep Purple, e che per amore del gruppo si sarebbe dovuto far da parte diverso tempo fa. Chiaramente la critica, quella seria fatta da giornalisti e da esperti, è concorde nel ritenere Whoosh! un grande disco rock, il migliore da tanti anni a questa parte. Sia chiaro, i Deep Purple non fanno un disco brutto dal 1986, forse l’unico brutto, quel The House Of The Blue Light che, per quanto suonato con classe, è proprio debole e fa passare la voglia di ascoltarlo dopo pochi minuti. Ok, c’è Slaves And Masters che fa discorso a sé, con il buon Joe Lynn Turner alla voce che vede i Deep Purple trasformati in una band class rock prima del ritorno di Gillan sancito dall’ottimo The Battle Rages On. Io rincaro la dose, non solo Whoosh! è un grande disco rock, ma è anche il migliore dell’era Morse dopo lo spettacolare “debutto” Purpendicular. E proprio sulla grandezza del Morse chitarrista e sull’intelligenza del Morse uomo bisogna dire qualcosa. A inizio articolo l’ho definito come “l’uomo che salvò i Deep Purple 25 anni fa”: niente di più vero. Dopo l’abbandono del Dio Blackmore (se mi sono avvicinato alla musica, è suo il merito) e la fine del tour con Joe Satriani, onestamente un pesce fuor d’acqua, la band orfana del man in black inglese fece la scelta più giusta possibile, andando a reclutare un grande chitarrista con una personalità spiccata e un suono unico e facilmente riconoscibile. Lontano dai classicismi di Blackmore, virtuoso dalla sei corde ma senza peccare mai di narcisismo con inutili sbrodolate sulle sei corde, Steve Morse ha portato quella ventata di aria fresca che serviva ai Deep Purple non solo per sopravvivere, ma anche per costruirsi una nuova carriera guardando avanti senza snaturare il sound o rinnegare quanto di grande fatto in precedenza. Morse capì subito di dover essere sé stesso e che sarebbe stato dannoso cercare, anche in minima parte, di imitare Blackmore: la cosa, ricordo bene i discorsi dell’epoca, spiazzò molta gente, ma praticamente tutti concordarono sulla bellezza delle varie Vavoom: Ted The Mechanic (opener migliore per chiarire subito come sarebbero andate le cose non poteva esserci), Somebody Stole My Guitar e Sometimes I Feel Like Screaming, per quel che mi riguarda il picco dell’album. Da quel febbraio 1996 sono passati più di ventiquattro anni, il maestro Jon Lord ci ha lasciato – degnamente sostituito da quel geniaccio di Don Airey, mattatore proprio in Whoosh! -, ma i Deep Purple non hanno perso un solo briciolo di voglia di suonare. Anzi, hanno addirittura confezionato un disco in grado di entrare al sesto posto delle classifiche italiane, il che la dice veramente lunga sulla qualità delle tredici tracce che compongono l’album, se addirittura gli italiani hanno sganciato la grana per comprarsi il cd (o il vinile) invece di ascoltarlo in infima qualità su Spotify.

Il disco è semplicemente un gran bel disco rock, dove c’è tutta la storia e l’esperienza di Glover e soci. Hard rock con sprazzi di progressive (Step By Step), blues (What The What) e tonnellate di classe sono gli ingredienti che rendono Whoosh! così appetitoso agli appassionati del buon caro vecchio Rock (sempre con la R maiuscola!). L’iniziale Throw My Bones dice un po’ tutto, l’elegante Nothing At All con il suo splendido botta e risposta tra chitarra e hammond e la gustosa No Need To Shout bastano da sole per giustificare l’acquisto del disco, ma poi arrivano anche The Long Way Round, l’inusuale The Power Of The Moon con il suo incedere quasi oscuro, la brevissima (1:39!) ma gagliarda strumentale Remission Possible che conduce alla classica Man Alive, in un certo senso l’ultima canzone di Whoosh!. Perché in realtà l’ultima canzone è addirittura quella And The Address che dava il via alle danze in Shades Of Deep Purple, l’esordio del 1968 composto per 4/9 da cover e che vedeva alla voce Rod Evans e al basso Nick Simper, ovvero la mai rimpianta Mark I (per meriti delle successive e non per particolari demeriti dei musicisti della I). Quelli erano altri Deep Purple, autori di una sorta di beat un po’ più chitarristico, lontano da quello che avrebbero composto da lì a meno di due anni con il granitico In Rock. Nostalgia o ricordi a parte, cosa significa la ri-registrazione del primo brano del primo disco, questa volta posto in chiusura? La risposta è semplice, e non piace a nessuno: il cerchio si chiude, i Deep Purple faranno l’ennesimo tour e poi si fermeranno per davvero. L’età e gli acciacchi (anche del “giovane” Morse, da anni alle prese con una dolorosa artrite alla mano destra) hanno presentato il conto e per quanto possa far male, soprattutto a chi con la band di Hertford ci è nato e cresciuto, non si può far altro che essere grati di aver avuto così tanti dischi da ascoltare e amare, per non parlare delle testimonianze live. Sì, Gillan dal vivo fatica ed è sempre più fermo sul palco, ma i Deep Purple non si discutono, si amano.

Alla fine di Whoosh! (a proposito, che bella la copertina! La lezione di Bananas e seguente flop, parola di Paice, è servita) c’è anche una bonus track – Dancing In My Sleep – ma dopo la malinconia portata da And The Address la concentrazione è ormai svanita e la canzone non aggiunge nulla a quanto già detto.

Dopo ventuno dischi in studio e centonovantasette canzoni i Deep Purple sembrano essere arrivati sul punto di dire basta: se lo faranno veramente non è dato saperlo (una parte di me spera che chiudano alla grande con questo cd, una parte si augura di assistere a delle scene simil Ozzy Osbourne e Kiss, con continui tour di addio che vanno avanti da decenni), l’unica cosa possibile è continuare ad ascoltare le ottime Drop The Weapon e We’re All In The Same In The Dark ringraziando gli dei della musica per aver fatto incrociare le strade di Steve Morse e Ian Paice tanti anni fa.

Studio Report: Dyrnwyn

Negli anni ’90 acquistavo tutte le riviste rock e metal disponibili in edicola, cercando di conoscere sempre più musica e “farmi una cultura”. Divoravo le riviste eppure non ho mai desiderato farne parte, ma c’era una cosa che mi ha sempre incuriosito e fatto un po’ sognare, ovvero lo “studio report”. Solitamente il giornalista prendeva un volo per la Germania o la Scandinavia, un salto in albergo appena arrivato e veniva portato dal personale della casa discografica nello studio di registrazione dove il gruppo X era impegnato negli ultimi ritocchi del nuovo disco. Il giornalista prendeva appunti e la sera c’era un qualche locale “affittato” dall’etichetta per far stravaccare un po’ tutti, musicisti e giornalisti, con cibo, alcool e musica. Se andava bene il giorno dopo c’era la possibilità di fare un giro in città prima di tornare in Italia con il volo pomeridiano. Tutto questo offerto dalle case discografiche.

Luglio 2020, alla soglia dei quarant’anni ho la possibilità di fare il mio primo studio report. Niente etichette o locali con cibo gratis, ma uno studio di registrazione a Roma con i Dyrnwyn e Riccardo Studer. La band capitolina ha alle spalle diversi lavori, compreso l’ottimo debutto Sic Transit Gloria Mundi (2018, Soundage Productions) e sta completando i lavori per il successore Il Culto Del Fuoco. Al momento non c’è alcun accordo con un’etichetta e di conseguenza non c’è una data per la pubblicazione.

L’appuntamento è al Time Collapse Recording Studio di Studer, il quale ha seguito la band in tutte le fasi della produzione (la batteria è stata però registrata agli Outer Sound Studios di Giuseppe Orlando) e la band quasi al completo – manca il batterista Ivan Coppola – è visibilmente emozionata all’idea di far ascoltare, anche se in forma non definitiva, il nuovo disco. Un’eccitazione che è più che comprensibile data la bontà della nuova musica: Il Culto Del Fuoco è maturo e personale, mostra i Dyrnwyn al 100% delle capacità grazie a un songwriting eccellente e a un affiatamento tra i membri dato da una formazione stabile e al legame d’amicizia che si è creato tra di loro.

La musica che scorre dalle casse è in forma rozza, con equalizzazioni da sistemare, cori da aggiungere e altri dettagli che renderanno Il Culto Del Fuoco ancora più esaltante di quel che è a un primo e provvisorio ascolto. Le canzoni incise sono otto per un totale di circa cinquanta minuti di durata e trattano battaglie e personaggi della Roma della Prima Repubblica. Non ci sono momenti meno ispirati e nell’insieme spicca il cantante Thierry Vaccher, decisamente a suo agio sulle note delle varie Aurea Aetase Vae Victis, la voce perfetta per i Dyrnwyn. Una menzione speciale la meritano Sentinum– evocativa, cupa e potente al tempo stesso – e Forche Caudine, ovvero le due battaglie scelte dai musicisti romani per essere raccontate attraverso la musica. I suoni del cd sono molto potenti e graffianti, tutto molto naturale e piacevole da ascoltare. Il lavoro certosino di Studer per le orchestrazioni si fa sentire e i brani ne guadagnano non poco, ma quel che rimane ad ascolto ultimato è la certezza che i Dyrnwyn abbiano fatto un grande passo in avanti rispetto al già buono Sic Transit Gloria Mundi, diventando in questo modo uno dei nomi di punta del movimento italiano.

La band e Riccardo Studer in studio.

Short Folk #5

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

Leggi Short Folk #1

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Leggi Short Folk #4

Ættir – Ættir

2019 – EP – Gateway Music

4 tks – 22 mins – VOTO: 8

Se dovessi fare il nome di un gruppo realmente valido che non ha avuto il successo che avrebbe meritato direi sicuramente Huldre. La band danese, prima del recente scioglimento, ha realizzato due bellissimi album e suonato in alcuni festival nord europei, senza tuttavia ricevere il giusto riconoscimento di critica e pubblico. Gli Ættir vedono in formazione due ex Huldre, la talentuosa cantante Nanna Barslev e il chitarrista Lasse Olufson: il risultato è un gran bel mix di folk e doom con ottimi spunti della sei corde (Stilnet Vind) e il violoncello che interviene sempre al momento del bisogno prendendosi il giusto spazio. Su tutto si erge la voce teatrale della Barslev, vera frontwoman in grado innalzare ulteriormente la qualità dei brani. L’EP di debutto è ottimo e cresce la curiosità di ascoltare il primo full-length.

Blot – Howl From The North

2020 – full-length – autoprodotto

7 tks – 41 mins – VOTO: 8

Attivi dal 2007, i norvegesi Blot arrivano solo ora al secondo full-length dopo il buon esordio Ilddyrking di cinque anni fa. Howl From The North presenta una band ancora più sicura dei propri mezzi, autrice di un black/viking di qualità. La musica è diretta e cruda, non c’è spazio per paraculate e attira giovani, solo viking metal sparato a giusta velocità (tolta I Takt Med Fanden, mid-tempo dalle chitarre grasse e Fanitullen, strumentale folk oriented) con un gusto per le melodie (i Dissection, non a caso coverizzati nel debutto, sono spesso presenti) e si arriva spesso a sfiorare il SognaMetal. La conclusiva Berserker Storm, con i suoi dieci minuti abbondanti di durata, è il giusto sigillo per un lavoro maturo che merita di essere conosciuto dal grande pubblico.

Cult Of Frey – By The Blood Of Odin: Part 1 – Midgard

2020 – full-length – UKEM Records

8 tks – 72 mins – VOTO: 7

Paul Clark e Tossell sono i musicisti dietro ai Cult Of Frey, nome che vede la propria nascita nel 1991 e che tre anni più tardi ha visto la realizzazione di un demo. Dal 2005 al 2020 il duo inglese ha pubblicato un paio di dischi sotto il nome Sleipnir prima di tornare al nome originale. ByThe Blood Of Odin: Part 1 – Midgard prosegue dove Oaths Sworn In Blood & Mead (2013) si fermava, ovvero un viking metal che funziona bene su rocciosi mid-tempo, sempre con il santino di Quorthon era Hammerheart stretto tra le mani. Una produzione migliore avrebbe sicuramente aiutato il risultato finale, interessante nonostante la durata del disco. Brani lunghi ed epici, melodie solenni e continui richiami a shieldwall e valorosi fratelli caduti in battaglia: classico e mai fuori moda.

Feigd – Heidenskapens Strid

2019 – full-length – autoprodotto

7 tks – 42 mins – VOTO: 8,5

L’autoproduzione Heidenskapens Strid dei Feigd è un mistero: si può, nel 2020, pubblicare tanta musica media/mediocre con il supporto delle etichette e poi avere questo album senza lo straccio di supporto da label più o meno grandi? Il valore del secondo full-length di questa one-man band norvegese è fuori discussione, puro viking metal che non disdegna riff di chitarra che “osano” varcare anche altri generi, con una produzione professionale e, soprattutto, un’ispirazione che a tratti toglie il fiato (la title-track, per gli amanti del SognaMetal). Il disco in questione è uscito lo scorso autunno e chissà se arriverà mai almeno la versione cd: in caso di pubblicazione avremo la conferma che il dio della musica c’è e ogni tanto ci mette mano.

Tagarot – Tales From Noreia

EP – 2020 – autoprodotto

5 tks – 15 mins – VOTO: 7

Il progetto austriaco Tagarot arriva al secondo EP in carriera dopo Veleda’s Prophecy del 2016, ma in realtà molte cose sono cambiate in questi anni. Non più band vera e propria, ma ora progetto del polistrumentista Julian Brockmeier, precedentemente responsabile di cornamusa, flauti, bouzouki e mandolino e ora alle prese anche con gli strumenti a corda, mentre per la voce si è avvalso dell’ospite Phil Zeo. Il folk metal proposto è semplice e diretto, con alcuni rimandi agli Eluveitie più celtici e grande attenzione ai ritornelli e alle melodie portanti. Tales From Noreia è un EP breve – tre brani “veri” più intro e outro – che fa ben sperare per il futuro.

Tersivel – Embers Beneath The Spirit

2020 – single – autoprodotto

1 tks – 6 mins – VOTO: SV

Abbiamo incontrato i Tersivel per la prima volta nel 2011 grazie al debutto For One Pagan Brotherhood, ma è con l’ottimo Worship Of The Gods di sei anni più tardi che il nome della band inizia a girare per davvero tra gli appassionati del pagan metal. Esce ora il singolo/videoclip Embers Beneath The Spirit: una canzone cupa e pesante, nella musica e nel testo dove si parla di depressione, vuoto interiore e della necessità di trovare la luce del sole per uscirne, distante da storie di antichi dei e fratellanza pagana come la band argentina (ora trasferitasi in Svezia) ci aveva abituato. La curiosità per la prossima release sale sempre di più…

Trollheart – Once Upon The Troll

2020 – full-length – Infinityum Productions

13 tks – 50 mins – VOTO: 7

The Finns have Finntroll, the Norwegians have Trollfest or the Canadians have Trollwar so it was time to the French to have their own Troll Metal band!”. La dichiarazione è chiara, così come le intenzioni della one man band di Nantes. Sulle influenze c’è poco da dire: Finntroll con un riffing più marcato e presente in fase di composizione e una buona dose di black metal. Le tredici tracce scorrono bene senza momenti di stanca ma anche senza sussulti particolari. Come debutto senza demo/EP/singoli precedenti non ci si può certo lamentare e la produzione ben fatta aiuta la bontà della musica con suoni corposi (la batteria però è un po’ troppo “computerizzata”!). Once Upon The Troll è un album fatto da un troll per gli amanti dei troll più chiassosi e sporchi: se siete tra questi fatevi avanti!

Vengeful Spectre Vengeful Spectre

2020 – full-length – Pest Productions

6 tks – 46 mins – VOTO: 7,5

In attività da poco più di un anno, i Vengeful Spectre sono solo l’ultimo di un nutrito numero di gruppi provenienti dalla Cina che arrivano alla pubblicazione del disco con distribuzione mondiale. Seguendo l’esempio di Black Kirin, Sigh e Frozen Moon, ovvero della frangia più estrema della scena cinese, i Vengeful Spectre hanno realizzato un esordio feroce e letale, che unisce metal estremo con strumenti tipici cinesi, creando atmosfere incredibili che si alternano a sfuriate black/thrash o riff debitori al death metal dei Behemoth di quindici anni fa. Sei canzoni sono abbastanza per capire il talento di questi musicisti asiatici, bravi nel realizzare un vero e proprio panzer sotto forma di musica.

WelicoRuss – Siberian Heathen Horde

2020 – full-length – El Puerto Records

47 mins – 9 tks – VOTO: 7,5

Siberian Heathen Hordeè il terzo full-length dei WelicoRuss, band in attività dal 2002 che porta avanti un discorso musicale che a grandi linee può essere inquadrato come symphonic pagan black metal. La componente sinfonica è in ogni lavoro più presente e in questo cd diventa fondamentale sia per le aperture melodiche (spesso con ritornelli e voci pulite) che per creare melodie quasi sempre in primo piano. Non mancano momenti debitori al black metal e momenti quasi sognanti, ma il cammino intrapreso dalla formazione d’origine siberiana pare chiaro e il risultato è buono. Tra Dimmu Borgir d’annata, Carach Angren e Khors, sono ora meno aggressivi rispetto a qualche anno fa, ma più maturi a livello compositivo, i WelicoRuss sono pronti a fare il grande passo se qualche label importante vorrà scommettere su di loro.

Short Folk #4

Shot Folk, ovvero recensioni senza troppi giri di parole. Ben dodici dischi/EP/singoli raccontati in poche righe con la semplicità e la sincerità di Mister Folk. Piccole sorprese e piacevoli conferme dal mondo folk/viking, dritti al punto senza perdere tempo. Buona lettura e folk on!

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Aephanemer – Prokopton

2019 – full-length – Primeval Records/Napalm Records

8 tks – 44 mins – VOTO: 8

Partiamo dalla fine, ovvero: se un’etichetta grande e potente come la Napalm Records decide di ristampare (con tanto di bonus cd) un disco uscito pochi mesi prima per conto di una label a dir poco underground, allora vuol dire che in quel disco c’è della musica che vale la pena di conoscere. È il caso di Prokopton, secondo full-length dei francesi Aephanemer, una bomba di death metal melodico (un po’ Suidakra più cattivi, un po’ Wintersun meno prolissi) con fondamentali parti di tastiera che rendono la proposta meno aspra e più accattivante. La cantante/chitarrista Marion Bascoul ha un bel growl graffiante e il gruppo gira alla perfezione: la title-track e The Sovereign sono forse le canzoni più rappresentative, ma il cd non presenta cali qualitativi. La scoperta del 2019.

Cernunnos – The Svmmoner

2019 – EP – autoprodotto

4 tks – 14 mins – VOTO: 7

Gli argentini Cernunnos (da non confondere con quelli italiani!) tornano con un nuovo EP dopo aver dato alle stampe il disco Leaves Of Blood nel 2016 e l’EP Mother Earth di tre anni prima. The Svmmoner contiene tre brani e un intro per un totale di quasi tredici minuti: il sound si fa ogni pubblicazione più personale e vario, con due canzoni molto distanti tra loro come la title-track (voce pulita e ghironda a iosa) e la conclusiva The Arcane Below, vicina al death metal per voce e ritmiche, ma gustosa nei break folk dalle tinte celtiche. Nel loro piccolo i Cernunnos sono una sicurezza e al giorno d’oggi non è poco.

Equilibrium – Renegades

2019 – full-length – Nuclear Blast

10 tks – 47 mins – VOTO: 4

Ricordate gli Equilibrium di Sagas e Rekreatur, per non parlare di quelli del debutto Turis Fratyr? Bene, gli Equilibrium del 2019 in comune con quelli che hanno pubblicato i dischi prima citati hanno solamente il nome e il chitarrista René Berthiaume. Cambi di formazione, nuove influenze e la volontà di variare la propria proposta (o la classica mancanza d’ispirazione) hanno portato il gruppo tedesco a incidere Renegades, lavoro che prende le distanze da tutto quello proposto negli anni precedenti. Di folk metal non c’è traccia e non è il “cambio di genere” il problema, ma l’inconsistenza dei brani. Il lavoro delle tastiere (sempre molto presenti) è come al solito accattivante, ma sono le canzoni a non funzionare: soluzioni fin troppo piatte e deboli per convincere l’ascoltare a premere nuovamente play, figurarsi a comprare il cd.

Havamal – Tales From Yggdrasil

2019 – full-length – Art Gates Records

9 tks – 49 mins – VOTO: 7,5

Dopo il promettente EP del 2017 Call Of The North, tornano con il disco di debutto gli Havamal svedesi, da non confondere con gli Hávamál tedeschi che fanno folk metal. Tales From Yggdrasil è composto da otto tracce (più un intro) di buonissimo death metal melodico con spruzzate di folk metal alla Ensiferum soprattutto per quel che riguarda le orchestrazioni e le melodie di chitarra. Nei testi si parla di divinità scandinave e guerrieri senza paura, temi che ben si addicono a una proposta così potente e bellicosa ma che dà molta importanza alle aperture melodiche, ai dettagli delle sei corde e agli interventi di tastiera. Tales From Yggdrasil è in grado di fare la gioia di chi cerca metal estremo, cultura vichinga e sonorità scandinave in un unico disco.

Nifrost – Blykrone

2019 – full-length – Dusktone

10 tks – 42 mins – VOTO: 7

Il secondo disco dei Nifrost conferma i pareri sulla band: bravi, autori di buone canzoni e che conoscono bene il genere che suonano. Il viking metal è il loro pane quotidiano e se in alcuni momenti possono ricordare gli ultimi Windir, in altri danno l’impressione di trovarsi bene anche con quelle venature progressive (ma solo venature!) di Helheim ed Enslaved. Hanno personalità i ragazzi e Blykrone è un lavoro che piacerà non poco ai cultori del genere; se non conoscete la band questo è un ottimo modo per farlo a patto che poi andiate ad ascoltare anche i precedenti Motvind e Myrket Er Kome.

Pagan Throne – Dark Soldier

2019 – EP – Eternal Hatred Records

5 tks – 18 mins – VOTO: 7

I brasiliani Pagan Throne confermano con questo EP Dark Soldier quanto di buono fatto ascoltare in passato, in particolare sul secondo disco Swords Of Blood. Il pagan black metal dei cinque musicisti è piuttosto diretto, ma non disdegna le orchestrazioni e le melodie quando ben si incastrano con il resto della musica. Piccoli dettagli (i suoni vagamente orientali di Empty And Cold, alla fine la migliore composizione del cd e il testo in lingua madre di Ascensão Ao Poder Do Sol), rendono l’ascolto sempre interessante anche se i Pagan Throne non inventano nulla. Bravi nel fare bene quello che sanno fare, e tanto basta per farseli piacere.

Teshaleh – Born Of Fire

2019 – EP – autoprodotto

5 tks – 20 mins – VOTO: 7,5

Da Baltimora, USA, una piacevole scoperta in ambito folk metal da una terra che si sta facendo lentamente conquistare dalle orde europee costantemente in tour. Born Of Fire è un EP di cinque brani ben costruiti, dal doppio cantato femminile e ricco di strumenti violino, cornamusa, flauto e ciaramella. I Teshaleh suonano insieme dal 2017, ma ascoltando il cd sembra di avere a che fare con una formazione molto più esperta e dotata. Il sound è personale e accattivante, qualche influenza ogni tanto esce fuori (Huldre su tutti), ma per essere un EP di debutto difficilmente si può sperare in qualcosa di meglio. In trepidante attesa del full-length.

Varg – Wolfszeit II

2019 – full-length – Napalm Records

10 tks – 45 mins – VOTO: 6

Ri-registrare un proprio disco ha senso se l’originale suona male a causa del budget o dell’inesperienza, oppure se il lavoro è “vecchio” di venti anni e si ha il desiderio di poter ascoltare le vecchie canzoni con il potente sound attuale. Il debutto Wolfszeit risale al 2007 e, detto francamente, non suona male: è la classica produzione sporca ma giusta per il genere per una band tedesca di pagan metal. Quindi perché questo inutile dischetto nel 2019? La risposta può essere solamente legata alla volontà di far circolare nuovamente quelle canzoni dato che l’album originale è praticamente introvabile: all’epoca furono stampate solamente 2000 copie. Detto ciò, la speranza è che i Varg, dopo aver suonato nuovamente in studio queste canzoni, prendano spunto dal proprio passato per evitare la pubblicazione di lavori pessimi come Guten Tage Das End e Aller Lügen.

Vosegus – Terre Ancestrale

2019 – full-length – autoprodotto

5 tks – 42 mins – VOTO: 7,5

I francesi Vosegus si formano nel 2018 e un anno dopo danno alle stampe il disco di debutto Terre Ancestrale. Solitamente in così poco tempo non c’è modo di creare un lavoro realmente maturo, invece la band di Nantes tira fuori cinque canzoni di ottimo pagan/black metal dalle tinte oscure che rapisce l’ascoltatore fin dal primo ascolto. I brani durano tutti sette minuti, con la conclusiva title-track che invece raggiunge i dodici minuti; la produzione è buona per il genere e le canzoni scorrono bene senza momenti di stanca. Un peccato, quindi, che il disco sia al momento solo digitale: chi non vorrebbe supportare un gruppo del genere acquistando il cd?

Huldre: la creatura torna nella foresta

2009-2019. La carriera dei danesi Huldre è durata esattamente dieci anni, il tempo di incidere due dischi, suonare in alcuni festival europei, ringraziare i fan e salutare tutti per tornare alla vita di tutti i giorni.

Il nome è preso dalla figura della Hulder (Huldra), una creatura del bosco di sesso femminile e di aspetto bellissimo, con una coda di vacca nella tradizione norvegese. Lo studioso e autore Luca Taglianetti che ha curato la traduzione del libro “Theodor Kittelsen. Troll”, definisce la huldar “la “fata” silvestre delle leggende norvegesi […], come da tradizione, ha in mano un lavoro a maglia ed è vestita da ragazza della malga”. Adesca gli uomini, li porta nella foresta e giace con loro prima di ucciderli o portarli all’inferno, a seconda della storia, della tradizione e della nazione; le huldre sono difatti presenti anche in Svezia (con una coda di volpe anziché di vacca) e i racconti su questa creatura sono numerosi e diversi tra loro.

La storia inizia nel 2009 e l’anno successivo viene dato alle stampe il demo omonimo contenente cinque brani, registrato in casa a costo zero e distribuito gratuitamente ai concerti che la band tiene in Danimarca: fin dal primo ascolto è facile capire che gli Huldre possono realizzare un gran debutto. Due anni più tardi, difatti, arriva Intet Manneskebarn, lavoro che così definisco nel libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: “un disco qualitativamente impressionante, vario e ben congeniato, in grado di emozionare e far fare headbanging al tempo stesso”. A mio parere si tratta del debutto dell’anno e sicuramente una delle migliori uscite del 2012: quando si dice che nell’underground ci sono perle di sincera bellezza, da conoscere e supportare invece di comprare l’ennesimo cd della band già affermata che realizza album per doveri contrattuali! Sotto la supervisione di Lasse Lammert (Alestorm, Warrel Wane, Svartsot, Wind Rose) prende forma un folk metal sì influenzato da Otyg, Lumsk e Storm, ma anche ricco di spunti personali che rendono il sound subito riconoscibile. Il secondo full-length giunge a fine 2016 sotto la Gateway Music, sempre con Lammert a dirigere il lavoro in studio. La formula non cambia molto rispetto al debutto, ma le piccole novità del sound riescono a far suonare Tusmørke fresco e diverso da tutto il resto presente sul mercato. La voce di Nanna Barslev è versatile e fortunatamente lontana dal cliché che vuole la voce femminile lirica e un po’ lamentosa a farla da padrone. Con una vocalist del genere e con una sezione folk (violino, flauto, ghironda e bombarda) composta da due musicisti sempre ispirati è difficile mancare il bersaglio, tanto più che tutti gli altri strumenti portano i mattoni necessari per alzare quel wall of sound che con gli Huldre ha ragione di esistere. Miglior canzone del lotto è forse Hindeham, ma non è semplice scegliere (QUI potete leggere l’intervista con la band fatta lo scorso anno). Nonostante due ottimi dischi il gruppo non riscuote il successo che meriterebbe e, pur non mancando occasioni live e festival internazionali, la sensazione che si ha è che tutto questo abbia forse fiaccato i sei musicisti. In data 16 gennaio 2019 sul profilo Facebook degli Huldre appare il comunicato dal titolo “The Huldre returns to the forest”, senza aggiungere notizie o dettagli sul motivo dello scioglimento; prima di concludere la carriera, però, c’è tempo per una piccola serie di date che porta al farewell show, dove davanti a una sala concerti colma di gente, gli Huldre si congedano dalla scena folk metal e, come vuole la tradizione folkloristica, la pericolosa creatura che leggende e racconti hanno reso nota anche ai più piccini, se n’è tornata della foresta, esattamente da dove era arrivata.

Intet Manneskebarn e Tusmørke sono due lavori di grande spessore, ancora belli da ascoltare a distanza di diversi anni. La huldar, anche se non si mostra più in giro, è sempre lì, in agguato nella foresta che ascolta e attende, pronta ad agire.

Ph: Jacob Dinesen

Heidevolk in Italia per 3 concerti

Il fine settimana si preannuncia rovente per gli amanti del pagan/folk metal: gli olandesi Heidevolk, infatti, saranno in terra italiana per tre concerti, un’occasione da non perdere per gli tutti gli appassionati del genere!

La formazione di Arnhem sarà protagonista di tre show imperdibili, ecco le date e i locali:
22 novembre 2019, Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI) – evento FB
23 novembre 2019, Revolver Club, S. Donà Di Piave (VE) – evento FB
24 novembre 2019, Traffic Live, Roma – evento FB

Gli Heidevolk nascono nel 2002 e in appena tre anni stupiscono tutti quanti con la pubblicazione del debutto De Strijdlust Is Geboren, un album gagliardo e personale, robusto e caratterizzato dal doppio cantato pulito e profondo, decisamente “macho” e che si sposa alla perfezione con la musica rude e diretta dei musicisti. Non tarda ad arrivare la firma con la Napalm Records, label che da allora cura i dischi del combo proveniente dalla regione Gelderland. In totale sono stati realizzati sei full-length, un EP e lo split – dieci anni addietro – con gli Alestorm, anche loro su Napalm Records e all’epoca sulla rampa di lancio. In questi anni gli Heidevolk non hanno mai sbagliato un colpo, incidendo sempre lavori validi, ma se proprio si devono fare dei nomi, allora il prima menzionato debutto De Strijdlust Is Geboren e Batavi possono essere considerati come i migliori del lotto.

Ad accompagnare l’ormai storica band olandese ci saranno due realtà underground della scena italiana: Kormak e Hell’s Guardian. I primi, pugliesi, hanno esordito lo scorso anno con il cd Faerenus e propongono un folk metal con elementi death e symphonic, mentre i secondi, lombardi, sono in attività dal 2009, ma solo negli ultimi anni sono riusciti a pubblicare del materiale: per loro all’attivo ci sono due full-length e un EP di death metal melodico.

Heidevolk + Kormak + Hell’s Guardian è un bel mix di esperienza e gioventù, un appuntamento da non perdere e che per giunta capita nel fine settimana: assolutamente vietato mancare!

NB – Mister Folk parteciperà alla data romana e in quell’occasione sarà presente anche il banchetto della Mister Folk Distro.

Nell’archivio del sito trovate i seguenti articoli riguardanti i tre gruppi:

HEIDEVOLK
Recensione Uit Oude Grond, 2010
Recensione Batavi, 2012
Recensione Velua, 2015

KORMAK
Recensione Faerenus, 2018
Intervista 2018

HELL’S GUARDIAN
Recensione Follow Your Fate, 2014
Intervista 2014