Live Report: Furor Gallico a Roma

FUROR GALLICO + BLODIGA SKALD + CALICO JACK + ULFHEDNAR

6 ottobre, Traffic Live Club, Roma

Grande serata di folk metal al Traffic di Roma in occasione del release party di Ruhn, primo full-length dei Blodiga Skald uscito per la SoundAge Productions. E proprio di un party si è trattato: una festa a 360 gradi con numerosi stand di oggettistica, mangiafuoco, combattenti fantasy, una lotteria a premi (cd e maglie dei gruppi partecipanti) e, soprattutto, tanta buona musica. Insieme agli orchi capitolini, difatti, hanno suonato Furor Gallico in qualità di headliner, Calico Jack e Ulfhednar.

Proprio agli Ulfhednar tocca aprire la serata e la notizia positiva è che davanti al palco erano già presenti una gran quantità di persone, mentre di solito, per chi suona per primo, va di lusso se ci sono venti persone sotto al palco. La musica del gruppo è un black metal con forti influenze doom e proprio quest’ultime fanno la differenza in positivo: rallentamenti inaspettati e accordi pieni spezzano la violenza tipica del black, riuscendo quindi a far appassionare al concerto anche chi non mastica sonorità tanto estreme. Ciliegina sulla torta la micidiale Furore Pagano dei grandi Draugr, per la gioia della platea.

Scaletta Ulfhednar: 1. Mortaliter – 2. Fredda Pietra – 3. In Nomine Cuius – 4. Rulers Od Darkness – 5. Alea – 6. Furore Pagano (Draugr cover) – 7. Addicted To Tragedy

Si cambia completamente registro con i milanesi Calico Jack, band pirate metal come facilmente intuibile dal nome. I vestiti di scena e le trovate del bravo cantante Giò (tipo far salire sul palco la fotografa ufficiale del Traffic e ballarci insieme) sono in sintonia con la musica spesso goliardica ma non per questo banale, anzi: tolto l’aspetto visivo rimane un ottimo heavy metal roccioso con graziosi passaggi strumentali (benissimo il violino di Dave) e belle idee che, pur rimanendo all’interno di un genere come il pirate, suonano fresche e intelligenti. Dopo anni di silenzio sembra arrivato, finalmente, il momento del full-length per la ciurma di John Rackham (in arte Calico Jack): nel frattempo ci si può rinfrescare la memoria con Black Sails e i libri di Björn Larsson e Arthur Conan Doyle.

Scaletta Calico Jack: 1. Devil May Care – The Secret Of Cape Cod – 3. Sharkbite Johnny – 4. Death Beneath The Wave – 5. Caraibica – 6. Straits Of Chaos – 7. Where Hath Th’ Rum Gone?

I padroni di casa Blodiga Skald salgono sul palco con il boato del pubblico, presto intento a pogare e fare headbanging (e un gustoso wall of death) sulle note di Epica Vendemmia e Panapirr, ma è la cover di Madonna La Isla Bonita (mai eseguita live e suonata dopo un sondaggio su Facebook) a strappare veramente tanti applausi anche grazie alle scenette che avvengono sul palco. In particolare c’è da dire che il cantante Axuruk è un vero e proprio showman, interagisce tantissimo col pubblico e il resto della band suona con precisione e un tocco di spettacolarità che non fa mai male. La scaletta prosegue fino a giungere alla conclusiva Too Drunk To Sing!, pezzo che chiude il concerto tanto energico quanto divertente e accattivante. Il folk metal è bello perché anche il lato più scanzonato è comunque preso seriamente e gli orchi capitolini sono maestri in questo. Non poteva esserci release party meglio riuscito.

Scaletta Blodiga Skald: 1. Epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. Blood & Feast – 4. La Isla Bonita (Madonna cover) – 5. Laughing With The Sands – 6 – Sadness – 7. Panapirr – 8. Too Drunk To Sing!

Ogni volta che i Furor Gallico mettono piede a Roma ne esce un gran concerto con un numero di pubblico sempre crescente. Anche questa volta è andata così, con le prime file del Traffic pittate di blu in omaggio alla band lombarda che sul palco non risparmia energie e sudore. La scaletta è stranamente divisa in due: la prima parte interamente dedicata al debutto Furor Gallico, la seconda a Songs From The Earth; l’encore, invece, è tutto per al primo cd. Si nota subito la presenza della brava Laura Brancorsini al violino dopo qualche anno lontana dalla band (al momento, però, non si sa se tornerà in pianta stabile nella line-up), i Furor Gallico macinano folk metal che è una meraviglia e pezzi da novanta come Cathubodva e The Gods Have Returned fanno sempre la differenza. Anche con la formazione brianzola c’è spazio per un wall of death (La Notte Dei Cento Fuochi), ma non mancano momenti più delicati come Diluvio, brano che anche dal vivo si conferma ottimo. Davide “Cica” scherza e ringrazia a più riprese il caldo pubblico prima di lasciare il palco sulle note del classico La Caccia Morta, da sempre canzone simbolo della band. Alla fine, giustamente, sono solo applausi e sorrisi.

Scaletta Furor Gallico: 1. Venti Di Imbolc – 2. Cathubodva – 3. Ancient Rites – 4. The Gods Have Returned – 5. Curmisagios – 6. Diluvio – 7. To The End – 8. Wild Jig Of Beltaine – 9. La Notte Dei Cento Fuochi – 10. Eremita – 11. Drum Solo – 12. The Song Of The Earth – 13. Medhelan/The Glorious Dawn – 14. Banshee – 15. La Caccia Morta

Dopo i concerti c’è spazio per chiacchiere, foto e l’attesa estrazione di cd e maglie per un buon numero di vincitori. I Blodiga Skald hanno pensato veramente a tutto e la serata in onore di Ruhn è riuscita alla grande: non avevo mai assistito a un release party tanto coinvolgente quanto apprezzato dal numeroso pubblico. Non c’è da sperare, quindi, in un nuovo disco degli orchi romani per poter partecipare al prossimo – divertente – release party.

I VIDEO DELLA SERATA:

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Live Report: Wintersun a Roma

WINTERSUN + WHISPERED + BLACK THERAPY + TIME FOR VOLTURES

2 ottobre 2017, Traffic Live Club, Roma

Uno dei concerti più attesi dell’intera stagione musicale era sicuramente il ritorno in Italia dei Wintersun dopo la pubblicazione di The Forest Seasons, terzo lavoro della band di Jari Mäenpää. Il gruppo finlandese si presenta a Roma dopo aver entusiasmato la platea bolognese il giorno prima, e a conti fatti conferma l’alto livello della prestazione con un set abbastanza lungo quanto intenso.

Ad aprire la serata troviamo i Time For Voltures. C’è da dire che la band di Porto Sant’Elpidio è completamente fuori contesto in un concerto del genere, il loro new metal stona in una serata dedicata al death melodico, ma è giusto riconoscere ai ragazzi sul palco di avercela messa tutta con litri di sudore e impegno al massimo, tirando fuori anche dei momenti graditi alla platea dall’età piuttosto bassa. A fine esibizione i pochi spettatori applaudono i musicisti marchigiani, i quali lasciano spazio ai Black Therapy, band romana che nel 2016 ha pubblicato il secondo cd In The Embrace Of Sorrow, I Smile per Apostacy Records (This Ending, Obscurity ecc.). Il pubblico si fa più caldo e le prime file sono tutte lì appositamente per loro; la band ricambia suonando mezz’ora in maniera compatta e precisa, chiudendo con la cover – chiaramente ri-arrangiata – di Mad World, originariamente scritta dai Tears For Fears e riportata alla luce da Gary Jules e utilizzata nel film cult Donnie Darko.

Le casse del Traffic risuonano grandi gruppi (Carcass, Alice Cooper, Motley Crue ecc.) durante il cambio palco ed è sulle note degli Alestorm che i finlandesi Whispered entrano in scena: death metal (molto) melodico e influenze folk giapponesi sono una cosa assai rara da ascoltare e, oltre alla buona prova dei musicisti, a rubare l’attenzione è il look simil samurai e il trucco molto curato. Quattro brani su sette sono presi dall’ultima prova in studio Metsutan – Songs Of The Void, tra le quali spiccano il singolo Strike e la conclusiva Bloodred Shores Of Enoshima, canzoni che piacciono al pubblico che ricambia con affetto e corna al cielo le simpatiche pose e smorfie abbathiane del cantante/chitarrista Jouni Valjakka.

Scaletta Whispered: 1. Strike! – 2. Exile Of The Floating World – 3. Kansei – 4. Sakura Omen – 5. Lady Of The Wind – 6. Hold The Sword – 7. Bloodred Shores Of Enoshima

La temperatura si fa calda quando gli headliner della serata salgono sul palco: già dalle prime note dei Wintersun il pubblico, finalmente arrivato a un numero accettabile ma drasticamente inferiore rispetto alla data bolognese, si fa sentire sul serio, incitando i musicisti e lasciandosi andare diverse volte a del buon pogo nei momenti più tirati. L’apertura è affidata ad Awaken From The Dark Slumber (Spring), la canzone più debole di The Forest Seasons ma che dal vivo rende meglio che su disco. La feroce accoppiata Winter Madness/Beyond The Dark Sun riporta al memorabile esordio del 2004: c’è una grande differenza di songwriting tra il disco Wintersun e Time/The Forest Seasons, in particolare negli ultimi lavori mancano dei “veri” riff di chitarra e si è fatto spazio a orchestrazioni e un lavoro più di squadra. Jari Mäenpää senza chitarra è difficile da vedere, ma la sua interpretazione vocale ne ha guadagnato non poco, anche se alcune movenze sono ancora un po’ goffe, ma nulla a che vedere con l’orso Hansi Kürsch, ricordo di un concerto milanese dei Blind Guardian A.D. 1998. Il concerto prosegue senza intoppi e le canzoni proposte sono suonate in maniera chirurgica. A tal proposito non si può che rimanere affascinati e stupiti dalla feroce Eternal Darkness (Autumn), durante la quale il batterista Rolf Pilve da sfoggio di una tecnica e una preparazione fisica fuori dal comune. L’ultimo brano in scaletta è Time, dodici minuti di grande musica, il modo migliore di chiudere il bel concerto dei Wintersun.

A fine serata fa piacere aver incontrato molti over 30 e 40 tra la platea con maglie di Ensiferum, Enslaved e Finntroll, ma anche persone più grandi di età divertite tanto quanto i ragazzini a ridosso delle transenne. Alla fine, nonostante le critiche, il crowdfunding e le insopportabili scuse su computer rotti che fanno ritardare l’uscita dei dischi, i Wintersun hanno saputo portarsi appresso i fan che nel 2004 acclamarono il debutto e aggiungendo a loro un buon numero di nuove leve, una missione sulla carta per nulla facile. Soprattutto, è stato bello vedere un buon pacchetto di band come quello di stasera a Roma, città spesso trascurata da tour di questo tipo.

Scaletta Wintersun: 1. Awaken From The Dark Slumber (Spring) – 2. Winter Madness – 3. Beyond The Dark Sun – 4. Death And The Healing – 5. Sons Of The Winter And Stars – 6. Loneliness (Winter) – 7. Starchild – 8. Eternal Darkness (Autumn) – 9. Time

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Live Report: Yggdrasil Night

YGGDRASIL NIGHT

ShadowThrone + Dyrnwyn + Under Siege

24 settembre 2017, Traffic Live Club, Roma

Serata dedicata all’underground al Traffic di Roma, ma purtroppo la risposta di pubblico è stata veramente scarsa. È questo il primo dato che voglio riportare parlando dell’Yggdrasil Night, concerto che vedeva salire sul palco del locale capitolino Under Siege, Dyrnwyn e Shadowthrone. Il pubblico romano ha deluso – cosa che succede spesso anche con nomi di culto, vedi l’atteso ritorno dei Windir -, non c’era la scusa del calcio o del cattivo tempo: una domenica sera con tre gruppi e biglietto a 5 euro merita più di una manciata di volenterosi davanti al palco.

Il primo gruppo a salire sul palco sono gli Under Siege, band di Palestrina (RM) che a breve pubblicherà il full-length di debutto: epico death metal melodico con qualche sprazzo più folk e la cornamusa del cantante Paolo Giuliani a fare capolino di tanto in tanto. Lo show è stato rovinato dai pessimi suoni che hanno reso incomprensibili le canzoni proposte. In particolare le due chitarre sono risultate completamente assenti, salvo comparire – comunque troppo basse – negli ultimi due pezzi. Di buono c’è da segnalare l’uso dei cori clean nei ritornelli mentre il singer canta in growl per un effetto battagliero e massiccio. Con i Dyrnwyn le cose vanno meglio e lo spettacolo ne guadagna. Seguiti da fedeli fan con la maglia dell’ultimo EP Ad Memoriam, i musicisti legati all’Antica Roma hanno scaldato il pubblico con cinque brani ben eseguiti. La band suona compatta e sicura, il Traffic sembra riprendersi un pochino e grazie a dei suoni finalmente all’altezza lo show fila liscio che è una meraviglia. Chiudono la serata gli ShadowThrone, dediti a un black metal che non disdegna parti meno tirate e aperture epiche che danno respiro allo spettatore, non a caso una delle principali influenze sono i Bathory. Al centro del palco splende una grande spada che viene spesso impugnata dal cantante Serj mentre le canzoni si susseguono senza tregua. L’esibizione della band di Frosinone è di qualità, i brani del debutto Demiurge Of Shadow rendono molto bene dal vivo ed è un peccato che davanti al palco sia rimasta una manciata di persone a rifarsi gli occhi e le orecchie con la superba prestazione del batterista Dave.

Finisce così, in maniera un po’ mesta, una bella serata che doveva premiare tre realtà underground e che invece rappresenta una sconfitta del pubblico romano. Lo slogan dei prossimi concerti del genere potrebbe essere “più concerti e meno internet”, ma è solo una questione di attitudine, e quella o ce l’hai oppure no. Under Siege, Dyrnwyn e ShadowThrone sicuramente ce l’hanno, così come ne sono forniti gli spettatori che non hanno cercato scuse per rimanere a casa.

Scaletta Under Siege: 1. Blàr Allt Nam Bànag (The Battle Of Bannockburn) – 2. Warrior I Am – 3. Beyond The Mountains – 4. Invaders – 5. Raise Your Banner – 6. One To Us

Scaletta Dyrnwyn: 1. Sigillum – 2. Tubilustrium – 3. Feralia – 4. Teutoburgo – 5. Para Bellum

Scaletta Shadowthrone: 1. Intro/Demiurge Of Shadow – 2. Disciples Of The Dark Masters – 3. Path Of Decay – 4. Descent – 5. Seal Of Opulence – 6. Curse Of The Royal Blood – 7. L’Autunno Di Bacco – 8. Mother North (intro, Satyricon cover)/Total Darkness – 9. Theories Behind Chaos – 10. Every Moment Burns In My Chest – 11. Faded Umanity/Outro

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Vincent & Daniel Cavanagh a Roma

VINCENTDANIEL CAVANAGH + ROME IN MONOCHROME 

12 luglio 2017, Monk Club, Roma

I fratelli Daniel e Vincent Cavanagh, ovvero il cuore e il motore degli Anathema, in versione acustica e nel bel mezzo dell’afosa estate romana è un evento da non perdere. La sorpresa è che per il concerto non è previsto il biglietto, quindi ingresso libero e un sincero ringraziamento agli organizzatori Dark Veil Productions per lo sforzo fatto. La location scelta è il Monk, luogo di ritrovo all’aperto per bivaccare, sicuramente non il classico luogo da concerti “colti”. I fratelli Cavanagh salgono sul palco alle 21 circa dopo l’esibizione dei Rome In Monochrome, e inizialmente i due scherzano tra di loro e col pubblico. L’esibizione è delicata e intima, i musicisti suonano con passione e si divertono, interagiscono molto con gli spettatori e raccontano aneddoti che te li fa sentire subito amici. Grandi parole sono spese per Luciano Pavarotti e sull’abilità degli italiani di cantare, tra serietà e sorrisi. La scaletta è straordinaria, sono eseguiti pezzi da Alternative 4 del 1996 fino alle più recenti pubblicazioni, tutti con grande trasporto ed eleganza. Le due Untouchable, Are You There? e Lost Control sono tra i brani meglio riusciti, ma è la straordinaria Forgotten Hopes a far piangere di gioia ed emozione il pubblico, con un Vincent Cavanagh quasi sofferente tanto era sentita l’interpretazione. Daniel, da parte sua, si alterna tra chitarra, tastiera e canto con l’utilizzo perenne e preciso (e quando non lo è, saggiamente ci scherza sopra) della loop station, un pedale che serve per registrare delle tracce (chitarra, percussioni ecc) da mandare in loop e suonarci sopra “live”. Una manciata di belle cover hanno chiuso la serata, in particolare hanno fatto centro The End dei The Doors e Another Brick In The Wall dei Pink Floyd con l’intera platea a cantarla. Alla fine dell’esibizione ci sono solo applausi per i due inglesi che purtroppo si sono presto dileguati per la delusione di tutte quelle persone che avrebbero voluto scambiarci due parole o avere una foto ricordo con loro.

Il disturbatore a lato del palco (che ha fatto letteralmente incazzare i due fratelli di Liverpool) e il chiacchiericcio continuo dei non interessati al concerto (molte persone erano lì solo per passare il tempo in attesa della fine dello show per poi giocare a ping pong e a bigliardino) non sono riusciti a rovinare minimante l’atmosfera squisita creata dai Cavanagh, che hanno trasmesso con la propria musica grandi emozioni agli spettatori.

Scaletta: 1. Fragile Dreams – 2. Untouchable, Part 1 – 3. Untouchable, Part 2 – 4. Thin Air – 5. Inner Silence – 6. One Last Goodbye – 7. Pressure – 8. Are You There? – 9. Dreaming Light – 10. The Beginning And The End – 11. The Optimist – 12. Deep – 13. Forgotten Hopes – 14. Destiny Is Dead – 15. Lost Control – 16. High Hopes (Pink Floyd cover) – 17. The End (The Doors cover) / Sober (Tool cover) – 18. Another Brick In The Wall (Part 2) (Pink Floyd cover)NB: grazie a Francesco Salvatorelli per la scaletta.

Live Report: Guns n’ Roses a Imola

GUNS N’ ROSES + THE DARKNESS + PHIL CAMPBELL AND THE BASTARD SONS

10 giugno 2017, Autodromo Enzo e Dino Ferrari, Imola

Nel 1994 c’era un ragazzino che in primo superiore scrisse un tema sul concerto dei Guns n’ Roses dell’anno prima a Modena. Un viaggio con lo zio alla volta del grande rock che spopolava in tutto il mondo. Era tutto inventato ma la professoressa non lo sapeva e il voto fu buono. Quel ragazzo 23 anni dopo non ha più bisogno di immaginare un concerto dell’ultima vera rock band, perché i Guns n’ Fucking Roses li ha visti a pochi metri di distanza. 23 anni di attesa ripagati con un mega concerto da quasi tre ore nelle quali i brani che hanno fatto la recente storia della musica rock sono stati eseguiti con grinta e passione nonostante l’età che avanza e il possibile senso di appagamento che potrebbe rovinare il tutto. E invece no: Axl, Slash e Duff hanno dato il 100% in quel di Imola, sudando e suonando come se non ci fosse un domani.

90.000 persone e il sold out avvenuto in pochissimo tempo la dicono lunga sull’importanza del ritorno dei GnR in Italia con i tre membri più importanti. L’amore dei fan, nonostante gli anni di silenzio, di stupido gossip e ridicoli meme, è invariato da quel 1993, ultima tappa italiana della formazione all’apice del successo. 90.000 persone che hanno cantato a squarciagola dall’iniziale It’s So Easy alla conclusiva Paradise City, con tutto e di più nel mezzo: scene d’isteria, lacrime a go-go, abbracci tra sconosciuti. Però la serata è iniziata qualche ora prima ed è giusto parlarne.

Dopo l’evitabile comparsata degli speaker di Virgin Radio (accolti da gran parte del pubblico come delle vere rock star, poveri noi…), si parte con la musica, quella tosta dei Phil Campbell And The Bastard Sons. Sì, il Phil Campbell che ha suonato oltre 30 anni nei seminali Motörhead e che dopo la morte di Lemmy ha messo su una band con i suoi tre figli Todd, Dane e Tyla, rispettivamente chitarra, batteria e basso, e il cantante Neil Starr. Il risultato è un rock’n’roll sporco e massiccio, con buoni riff e un’attitudine molto sincera. Una mazz’oretta di concerto e la prevedibile quanto apprezzata chiusura affidata ad Ace Of Space per la gioia della platea. Rapido cambio di palco e tocca agli inglesi The Darkness: esuberanza, roboanti assoli di chitarra e vestiario kitsch sono le parole d’ordine per la band del cantante/chitarrista Justin Hamilton – in un’attillatissima tutina blu -, in difficoltà nei primi secondi dell’opener Black Shunk e poi autore di un grande show. La sua voce, unita alla compattezza del sound ben più robusto rispetto alle prove in studio, fa la differenza e le trovate acrobatiche (verticale con i piedi in aria a battere il tempo per gli applausi del pubblico) rendono l’esibizione dei The Darkness uno spettacolo anche per gli occhi. Immancabili gli hit One Way Ticket e I Believe In A Thing Called Love, che hanno strappato applausi e sorrisi a tutti quanti.

Scaletta The Darkness: 1. Black Shuck – 2. Every Inch Of You – 3. Growing On Me – 4. One Way Ticket – 5. Loe Is Only A Feeling – 6. Solid Gold – 7. Get Your Hand Off My Woman – 8. I Believe In A Thing Called Love – 9. Love On The Rocks With No Ice

Ma questa è la sera dei Guns n’ Roses, non dimentichiamocelo. Axl e soci salgono sul palco addirittura dieci minuti in anticipo rispetto all’orario previsto dopo l’intro di Looney Tunes: It’s So Easy e Mr. Brownstone sono un’accoppiata pazzesca e l’intero autodromo canta e salta con i musicisti. Nei 170 minuti di concerto c’è spazio per qualche pezzo di Chinese Democracy, ma chiaramente a far la parte del leone è il debutto Appetite For Destruction, dal quale sono estratti ben otto micidiali pezzi. I due Use Your Illusion sono degnamente rappresentati con i vari Estranged (forse il punto più alto dell’intero concerto), Civil War, Double Talkin’ Jive, Yesterdays e You Could Be Mine tra gli altri pezzi. Vi starete chiedendo come ha cantato Axl Rose. Bene, ha cantato bene. Ovviamente gli anni (e gli stravizzi) hanno influenzato la gola tanto quanto la forma fisica, ma è ancora un buon cantante e un grande frontman. Inoltre quando ammicca alle prime file si rimane incantati da quello sguardo, uguale a quando aveva 20 anni, da gran figlio di puttana. Le note lunghe e acute del 1992 sono un ricordo, ma la sua interpretazione è assolutamente convincente con picchi positivi (la già citata Estranged e This I Love) e l’unica vera difficoltà riscontrata durante Coma. Slash e Duff McKagan hanno corso da una parte all’altra del palcoscenico non risparmiando una sola goccia di sudore, così come concreta è stata la prova di del quadrato batterista Frank Ferrer e del chitarrista (ex The Dead Daisies, recuperate i loro lavori che sono belli) Richard Fortus. Come di consueto i GnR hanno suonato diverse cover: dall’immancabile Knockin’ On Heaven’s Door (con l’intro di Only Women Bleed di Alice Cooper) alla misfitsiana Attitude, passando per Live And Let Die dei Wings (band fondata dall’ex The Beatles Paul McCartney) alle “nuove” Wish You Were Here dei Pink Floyd in forma strumentale e la fighissima The Seeker (The Who). Il culmine, però, si raggiunge con l’inaspettato tributo a Chris Cornell, una sentita versione di Black Hole Sun che ha fatto commuovere non poche persone.

Cosa rimane di una serata del genere? Sicuramente l’emozione di aver partecipato a un evento epocale. 90.000 persone per un concerto (di vero) rock in Italia non si sono mai viste. Rimane la certezza che il super trio Axl, Slash e Duff spacca ancora il culo. Rimangono i lividi sul corpo di chi ha combattuto per arrivare sotto al palco e poter incrociare lo sguardo con gli eroi che gli hanno influenzato e cambiato in maniera inequivocabile la vita. I Guns n’ Roses sono le ultime vere rockstar di un mondo musicale che ha provato in tutti i modi di rimpiazzarli con realtà a volte credibili, altre meno, ma fallendo miseramente ogni volta. Che piaccia o no i Guns n’ Roses sono di nuovo e ancora sul trono del rock’n’roll e il concerto di Imola ha certificato la grandezza di una band che è sopravvissuta a tutti gli eccessi possibili e immaginabili, a furiose liti e interminabili anni di silenzio, ma che quando ha deciso di tornare lo ha fatto in grande stile, uno stile esagerato e coatto, quello stile che appartiene solo ai Guns n’ Fucking Roses.

Scaletta Guns n’ Roses: 1. It’s So Easy – 2. Mr. Brownstone – 3. Chinese Democracy – 4. Welcome To The Jungle – 5. Double Talkin’ Jive – 6. Better – 7. Estranged – 8. Live And Let Die (Wings cover) – 9. Rocket Queen – 10. You Could Be Mine – 11. Attitude (Misfits cover) – 12. This I Love – 13. Civil War – 14. Yesterdays – 15. Coma – 16. Slash Guitar Solo [ Speak Softly Love (Love Theme From The Godfather) (Nino Rota cover)] – 17. Sweet Child O’ Mine – 18. My Michelle – 19. Wish You Were Here (Pink Floyd cover) – 20. November Rain (“Layla” piano exit intro) – 21. Knockin’ On Heaven’s Door (Bob Dylan cover) – 22. Nightrain – 23. Don’t Cry – 24. Black Hole Sun (Soundgarden cover) – 25. The Seeker (The Who cover) – 26. Paradise City

Foto di Persephone e Michele Rienzi.

Questo report è dedicato alla mia famiglia che ha pazientemente sopportato venti anni di Guns n’ Roses a volume spropositato.

Mister Folk Fest: il photo report

Il primo Mister Folk Fest è ormai archiviato e tutto è andato bene anche grazie al fondamentale aiuto di persone speciali; due di queste sono Alessandro Torelli e Gianluca Soriconi, ovvero i video/foto reporter che hanno immortalato il festival. Ricordandovi che stiamo lavorando sul docufilm della serata che sarà pubblicato sul canale Youtube di Mister Folk, vi lascio a questa bella carrellata di immagini che ritraggono le quattro band sul palco.

SELVANS:

VINTERBLOT:

DYRNWYN:

BLODIGA SKALD:

VARIE: