Montelago Celtic Festival 2019

MONTELAGO CELTIC FESTIVAL – XVII EDIZIONE

3 AGOSTO 2019, ALTOPIANO DI COLFIORITO (MC)

Testo di Mister Folk, foto di Persephone.

Parlare di Montelago a chi non ci è mai stato non è semplice: qualcuno di famoso diceva che “parlare di musica è come danzare di architettura” e in un certo senso raccontare quel che si vive e prova a far parte del popolo del Montelago Celtic Festival è tutto tranne che semplice. Si potrebbe dire che si fa parte di una famiglia, una famiglia allargata composta soprattutto da sconosciuti, ma tra sconosciuti basta un sorriso per diventare amici e “fratelli di folk”.

Montelago è un festival dove la musica, la buona musica, è al centro dell’intera manifestazione, ma anno dopo anno sono aumentate le attività extra musicali, arrivando a questa edizione, la diciassettesima, a rappresentare una bella fetta dell’interesse potenziale del festival. Veramente tanti, infatti, sono stati i workshop e i corsi che si sono alternati nelle varie tende predisposte, senza dimenticare l’accampamento storico e la “classica” battaglia delle 19.00, il torneo seven di rugby e il mercatino che conta decine di bancarelle/stand con artigianato e altre interessanti mercanzie.

I vostri Mister Folk e Persephone, per motivi lavorativi, hanno potuto partecipare alla terza e ultima giornata del festival, quella del 3 agosto, data che è anche l’anniversario del nostro matrimonio celtico, svolto proprio a Montelago nel 2013, e che quindi risulta essere un giorno speciale e magico al tempo stesso.

 

Felicemente spostati dal 2013

Una volta oltrepassato l’ingresso si entra in un mondo magico, dove i problemi di tutti i giorni sono messi da parte e non c’è tempo nemmeno d’iniziare a orientarsi che già si viene assorbiti dal Flowers Of Montelago, ovvero il torneo seven di rugby: grinta e mete spettacolari sono la norma dello sport più bello che ci sia. Si prosegue con i giochi celtici (lancio del tronco, lancio della pietra e tiro della fune), ma la musica che proviene dal Mortimer Pub è troppo accattivante per non seguirla: sul palco ci sono i The Led Farmers, band irlandese che fa saltare tutti i numerosi presenti davanti al palco. Simpatici e con una buona presenza scenica, tornano per il bis richiesto a gran voce dalla platea con il cantante Brendan Walsh che annuncia l’esecuzione della “canzone più bella mai scritta” e attacca col banjo il riff iniziale di Smells Like Teen Spiritsdei Nirvana: seguono scene apocalittiche di pogo e danze sfrenate, per la felicità di tutti quanti, spettatori e musicisti. Dopo l’abbuffata di folk rock e polvere è il momento di (continuare) a bere e cosa di meglio se non la deliziosa birra al Varnelli? E così, dopo birre, shot e cose varie offerte da amici, conoscenti e sconosciuti, arriva il momento dell’epica battaglia che ha visto coinvolto l’intero accampamento storico, ma nel frattempo il festival offre tante altre alternative: corsi sulla lavorazione dell’argilla e sulla creazione degli incensi mentre i Folkamiseria suonano al Mortimer Pub, con i workshop degli strumenti folk che si svolgono senza sosta e sempre con un gran seguito. Ci sono anche presentazioni di libri, danze scozzesi e i matrimoni celtici (sempre emozionanti!) celebrati dalla sacerdotessa Alessandra McAjvar ed è un peccato non potersi dividere in tanti Mister Folk per poter assistere a tutti gli eventi in programma.

Per quel che mi riguarda, i cani sono i vincitori morali del Montelago Celtic Festival, qui una piccolissima carrellata di amici a quattro zampe fotografati tra una coccola e l’altra:

Il sole si nasconde dietro le bellissime montagne dell’altopiano e la temperatura cala bruscamente (da 27 gradi a 14 in un attimo, alle 4 di mattina i gradi saranno soltanto 8!), ma per fortuna alle 21 iniziano i concerti sul main stage. Poco prima c’è anche tempo per una breve esibizione dei Corte Di Lunas, con gli stand alimentari che vanno a gonfie vele e il mercatino che s’illumina di magia. I polacchi Beltaine sono molto bravi e il loro set è un buon modo per “scaldare” i motori del pubblico che grida e applaude con forza quando alle 23 sale sul palco Hevia, il musicista asturiano con il merito di aver portato la cornamusa e il folk a un livello di popolarità che va ben oltre il confine degli appassionati di questa musica. José Ángel Hevia Velasco dialoga spesso e volentieri con il pubblico in un ottimo italiano e spiega la storia delle canzoni; soprattutto, incanta quando suona e la band che lo accompagna (ne fa parte anche la sorella Maria, percussionista) sfodera una tecnica e una precisione invidiabile. Come prevedibile il concerto si chiude con Busindre Reel, la canzone che lo ha reso famoso nel mondo (in Italia, all’epoca della pubblicazione, fu il singolo più trasmesso dalle radio, facendo mangiar polvere a Lunapop, Ligabue, Jovanotti ed Enrique Iglesias), accolta da un boato dalle migliaia di persone accalcate sotto al palco.

Torniamo in zona palco per il concerto dei Folkstone, la temperatura fa battere i denti, ma il buon alcool e il folk metal dei bergamaschi scaldano a dovere e si balla e canta i classici di Lore e soci. La formazione è cambiata con il recente Diario Di Un Ultimo, ma la band è affiatata e incita a più riprese il pubblico a gridare; la scaletta presenta molti brani tratti dagli ultimi lavori con forse poco spazio riservato ai primi dischi, ma è una scelta in linea con l’evoluzione musicale (e non solo) che i Folkstone hanno intrapreso da Il Confine in poi. Il pubblico è dalla loro, i cori sono urlati al cielo e sorprende piacevolmente notare come tante persone ben oltre i cinquanta anni sappiano i testi a memoria delle varie Escludimi e I Miei Giorni: l’arte dei Folkstone raggiunge tutti ed è difficile rimanere indifferenti.

La stanchezza vince sul desiderio di godere fino all’ultimo secondo di Montelago e verso le quattro ci si ritira per una breve ma fondamentale dormita prima di ripartire alla volta della capitale. Montelago Celtic Festival è un evento che rimane nel cuore e non se ne ha mai abbastanza. L’organizzazione è sempre impeccabile, le persone che partecipano sono adorabili e il programma diventa anno dopo anno sempre più ricco e vario. Si inizia quindi il conto alla rovescia: – 364 giorni a MCF 2020!

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Live report: Arkona a Roma

ARKONA + BLODIGA SKALD

4 giugno 2019, Traffic Live, Roma

Finalmente, dopo diciassette anni di carriera e nove album in studio, i russi Arkona fanno tappa a Roma per il loro tour estivo che comprende cinque date da headliner (due in Italia) e una serie di festival in Europa. La prima calata capitolina degli Arkona vede i Blodiga Skald in veste di band d’apertura, un’accoppiata che, come vedremo, risulterà vincente.

Gli orchi romani, ovvero i Blodiga Skald, salgono sul palco belli carichi, pronti a portare un po’ di folle folk metal alla platea che già in buon numero staziona sotto al palco. Lo spettacolo è incentrato sulle canzoni del debutto Ruhn e non vengono proposti brani nuovi del disco attualmente in lavorazione. La scaletta, quindi, è quella classica con le varie I Don’t Understand, Epica Vendemmia e Blood And Feast a spiccare per intensità e coinvolgimento, tra gustosi siparietti e “balli di gruppo”. Il cantante Anton è grande protagonista, tra flauti, fischi e incitamenti al wall of death “altrimenti non iniziamo la canzone e non vedete gli Arkona”. Un concerto, quello dei Blodiga Skald, di qualità, un ottimo inizio in attesa degli Arkona.

Scaletta Blodiga Skald: 1. Epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. Blood And Feast – 4. Blue (Eiffel 65 cover) – 5. Laughing With The Sands – 6. I Don’t Understand – 7. Sadness – 8. Panapiir

La band di Masha e Lazar sale sul palco dopo un breve intro e in pochi istanti scatena tutta la furia a propria disposizione: la scaletta prevede diversi pezzi dell’ultimo disco Khram, come le massicce Shtorm e V Pogonie Za Beloj Ten’yu. La mattatrice della serata, quasi inutile dirlo, è l’incredibile cantante Masha “Scream”, vera forza della natura che sul palco non smette un istante di muoversi e incitare il pubblico; capace com’è di passare in una frazione di secondo dal pulito al growl più profondo, è uno spettacolo a sé da guardare. Ma gli Arkona, chiaramente, non sono solo Masha, tutti lavorano per il risultato canzone: Lazar alla chitarra macina riff senza tregua, il potente batterista Andrey Ischenko e lo storico Rusian “Kniaz” formano una solida sezione ritmica, con Vladimir “Wolf”, polistrumentista folk, che tra un flauto e una cornamusa trova il tempo di urlare al pubblico che felice risponde. Pubblico del Traffic Live che va in visibilio durante Goi, Rode, Goi – canzone amatissima, in concerto rende alla grande – e nelle conclusive Stenka Na Stenku e Yarilo, i brani più tipicamente folk metal del repertorio della band russa. La folla chiede a gran voce un altro pezzo, Masha sembra ben intenzionata, ma purtroppo il resto degli Arkona abbandonano il palco dopo quindici canzoni e oltre un’ora e mezza di spettacolo. Durante l’outro c’è tempo per regalare plettri, bacchette e scalette ai fan delle prime file.

Data la reazione e il calore del pubblico e i sorrisi sinceri dei musicisti, vien da pensare (e sperare) che molto probabilmente ci sarà modo di vedere nuovamente gli Arkona a Roma, magari per il tour del prossimo disco. Roma questa sera ha risposto presente.

Scuorn e Dyrnwyn live a Roma: il fotoracconto

Questo doveva essere il live report del release party di Far, nuovo e bellissimo disco degli Stormlord uscito pochi giorni fa per Scarlet Records. Motivi di salute, purtroppo, non mi hanno permesso di assistere allo show della band romana al Traffic Club, ma sono comunque riuscito a godermi lo spettacolo di Scuorn e Dyrnwyn (e di fare delle interessanti interviste nel tardo pomeriggio, prossimamente online su queste pagine), ovvero le band di apertura della ghiotta serata del 24 maggio – giorno di pubblicazione di Far – all’insegna dell’ottimo extreme metal tricolore.

La serata inizia alle 21.30 circa, quando sul palco salgono i Dyrnwyn, gruppo pagan folk metal che ad ogni pubblicazione ha fatto un passo in avanti per composizione e personalità. Il nuovo disco Sic Transit Gloria Mundi (SoungAge Productions, con Riccardo Studer, tastierista degli Stormlord, a curarne la produzione) è saccheggiato più volte e le canzoni permettono al nuovo frontman Thierry Vaccher di mostrare tutte le proprie doti vocali, un ottimo cantante che si è subito amalgamato con la musica bellicosa proposta dalla band. Lo show dei sei legionari è stato preciso e potente, con suoni all’altezza e assolutamente piacevole da vedere.

Scaletta Dyrnwyn: 1. Sic Transit Gloria Mundi – 2. Cerus – 3. Parati Ad Impetum – 4. Il Sangue Dei Vinti – 5. Feralia – 6. Assedio Di Veio

I partenopei Scuorn sono apparsi dal nulla nel 2017, pubblicando un debutto stellare dal titolo Parthenope e suscitando forte curiosità per via delle liriche e dell’etichetta “black metal napoletano”. Il progetto del mastermind Giulian ha rappresentato un terremoto per il metal estremo italiano e non solo, mietendo top album e riconoscimenti praticamente ovunque. Con una formazione per i concerti composta da musicisti talentuosi della zona campana, Scuorn live è una macchina da guerra con la preziosa aggiunta dell’allestimento del palco dal forte impatto. Ma è chiaramente la musica a parlare e la potente Fra Ciel’ E Terr’ da il via a uno show a dir poco intenso, con Giulian che gesticola e si dimena sul palco coinvolgendo il pubblico presente, stupendo soprattutto quelle persone che non conoscevano il gruppo e non sapevano cosa aspettarsi dal “black metal napoletano”: se triccheballacche cercavano, triccheballacche hanno trovato, insieme a tanto ottimo black metal fortemente personale. Da (ri)vedere assolutamente la prossima volta che si esibiranno in zona.

Scaletta Scuorn: 1. Cenner’ E Fummo – 2. Fra Ciel’ E Terr’ – 3. Sepeithos – 4. Tarantella Nera – 5. Virgilio Mago – 6. Averno – 7. Sibilla Cumana – 8. Sanghe Amaro – 9. Megaride

Purtroppo la salute non mi ha permesso di assistere al concerto degli headliner Stormlord, con il pubblico ormai caldo e in attesa del ritorno della storica epic black metal band romana. Ma non disperate, a breve sarà pubblicata la chiacchierata avuta con i membri del gruppo. 🙂

Live Report: Alestorm e Skálmöld a Roma

ALESTORM + SKÁLMÖLD

1 dicembre 2018, Orion Club, Ciampino, Roma

Due tra i gruppi folk/viking metal più amati dal pubblico folk/viking metal sbarcano in Italia per ben quattro concerti e la seconda tappa nello stivale è all’Orion di Ciampino, Roma. Alestorm e Skálmöld sono band che in questi anni hanno raccolto sempre più consensi a suon di dischi ben fatti e convincenti (e coinvolgenti) show. Inoltre l’accoppiata pirati/vichinghi, con buona pace di Chris Bowes che spesso ha giocato su questo dualismo, si rivela sempre vincente e il buon numero di spettatori in una piazza non particolarmente calda per questo genere lo dimostra.

Ad aprire la serata ci sono i romani Sailing To Nowhere, ma l’arrivo al locale è giusto in tempo per l’intro degli Skálmöld, che si lanciano senza freni con la fragorosa Árás, canzone tratta dall’eccellente debutto Baldur. La band suona compatta, i suoni in posizione centrale sono buoni e il pubblico risponde con crescente calore alle incitazioni di Björgvin Sigurðsson e soci. L’ora a disposizione degli islandesi passa velocemente con le canzoni tratte da tutti gli album finora pubblicati: le tipiche tre chitarre s’intrecciano con eleganza e i cori a più voci (con la novità di Helga Ragnarsdóttir alle tastiere in sostituzione di Gunnar Ben per questo tour) che sono da sempre marchio di fabbrica del gruppo di Reykjavík, vengono esaltati nelle varie Narfi, Að Vetri e Niðavellir. Dal nuovo disco vengono suonate Sverðið e Móri, ma è un peccato non aver potuto ascoltare Mara, forse la traccia migliore di Sorgir. Con la classica (ed epica!) Kvaðning gli Skálmöld lasciano il palco tra i meritati applausi prima del consueto bagno di folla per foto e autografi al banchetto del merchandise.

Scaletta Skálmöld: 1. Árás – 2. Gleipnir – 3. Sverðið – 4. Múspell – 5. Niflheimur – 6. Narfi – 7. Móri – 8. Niðavellir – 9. Að Vetri – 10- Kvaðning

L’intro trash dà inizio al concerto degli Alestorm, al ritorno a Roma dopo molti anni di assenza. Il pubblico è partecipe fin dai primi istanti anche perché iniziare lo show con Keelhauled vuol dire fare le cose seriamente fin dai minuti iniziali. Il mattatore della serata è chiaramente il frontman Christopher Bowes, leader indiscusso della band e autore di un’infinita quantità di scenette sul palco e con gli spettatori delle prime file. Versi assurdi, smorfie da terza elementare, furti di birre e improbabili posizioni sono solo alcune delle armi a disposizione di Bowes, autore comunque di una prova vocale più che discreta; il resto della band svolge il lavoro in maniera precisa e senza particolari eccessi. La scaletta è un party greatest hits e così vengono riproposti i singoli di successo degli scozzesi come Mexico e Nancy The Tavern Wench, Drink e Shipwrecked, con la cover Hangover che vede al microfono un ospite australiano che si presenta scolando due birre Ceres in contemporanea: tutto molto Alestorm! Il concerto è lungo il giusto, 80 minuti per diciotto brani – senza momenti morti o noiosi – è quel che ci si aspetta da una band come gli Alestorm e difficilmente qualcuno potrà lamentarsi per una canzone mancante. Il finale è riservato a due pezzi da novanta come Wolves Of The Sea e Fucked With An Anchor, canzone arricchita da un’infinità di diti medi alzati tra band e pubblico. Grandi sorrisi a fine concerto, le luci si accendono e scatta la caccia all’autografo con i musicisti, Bowes in particolare, ma è il cantante/tastierista in primis a uscire tra il pubblico per continuare i siparietti iniziati sul palcoscenico.

Scaletta Alestorm: 1. Keelhauled – 2. Alestorm – 3. Magnetic North – 4. Mexico – 5. Over The Seas – 6. The Sunk’n Norwegian – 7. No Grave But The Sea – 8. Nancy The Tavern Wench – 9. Rumpelkombo – 10. 1741 (The Battle Of Cartagena) – 11. Hangover (Taio Cruz cover) – 12. Pegled Potion – 13. Bar Und Imbiss – 14. Captain Morgan’s Revenge – 15. Shipwrecked – 16. Drink – 17. Wolves Of The Sea (Pirates Of The Sea cover) – 18. Fucked With An Anchor

Note di colore: la prima è sicuramente la grande papera gialla che troneggia a centro palco, regina indiscussa della serata e negli ultimi anni eletta a immagine degli Alestorm, anche se poi i bonus disc li fanno con i cani. Christipher Bowes ha una mise alquanto improbabile ed è anche per questo che gli si vuole tanto bene. L’ultima volta che vidi gli Alestorm (Bologna 2011) aveva degli accecanti pantaloni color giallo fluo, questa volta ha una graziosa cannottiera con un delfino gay, il kilt marchiato Alestorm – da vero scozzese! – e una sorta di sandali color blu. A proposito di piedi, Baldur Ragnarsson degli Skálmöld ha sempre suonato a piedi scalzi, ma ultimamente la cosa ha preso piede (scusate il gioco di parole!) tra gli altri membri del gruppo e così anche il bassista Snæbjörn Ragnarsson e la tastierista Helga Ragnarsdóttir hanno suonato l’intero concerto scalzi. Tra l’altro, i tre musicisti sono fratelli, sarà una coincidenza l’aver suonato tutti a piedi nudi? Infine, meritano una citazione tutti i pirati che hanno arricchito la serata con cappelli da filibustieri, bandane con teschi e sosia più o meno credibili di Jack Sparrow.

Quella dell’Orion è stata una serata intensa e divertente, con i gruppi che si sono espressi ai massimi livelli e la buona risposta di pubblico che, ci auguriamo, possa indurre i promoter a organizzare nuovi e validi concerti folk metal nella capitale.

Live Report: The Dublin Legends a Roma

CITY OF ROME CELTIC FESTIVAL

The Dublin Legends + Mortimer McGrave + Hurry Up! + LyraDanz

11 luglio 2018, Parco Schuster, Roma

Dopo ben 30 anni di attesa, i The Dubliners sono finalmente tornati a suonare in Italia. La band si chiama ora The Dublin Legends e i musicisti sono in gran parte cambiati, ma l’essenza e l’amore per l’irish folk sono sempre gli stessi. Grazie al lavoro di Musica Celtica Italia, i The Dublin Legends sono stati l’apice del City Of Rome Celtic Festival (la prima edizione risale al 2014 e potete leggere il report QUI), evento che ha visto esibirsi sul palco del Parco Schuster – location molto gradevole, verde e adatta a tutte le età, con il solo prezzo delle birre da correggere per le prossime edizioni – quattro band e la scuola di danza irlandese/scozzese Rois. A contorno della musica una serie di botteghe artigianali a tema e l’accampamento storico dei Fortebraccio Veregrense con i vari rievocatori ad interagire con il pubblico prima e dopo l’esibizione di scherma storica che ha incuriosito molte persone.

I primi a salire sul palco sono stati LyraDanz capitanati dalla soave voce di Caterina Sangineto: il loro balfolk elegante colpisce fin dal primo ascolto e dispiace aver assistito a un concerto dalla breve durata di circa mezz’ora. Tra le canzoni proposte una menzione speciale la merita I Tram Di Milano, dall’atmosfera malinconica e sognante: sicuramente una band che ha guadagnato nuovi fan e che vale la pena di vedere ancora dal vivo. Con gli Hurry Up! si cambia musica, si va sulla strumentale e le atmosfere si fanno irish e celtiche. Il pubblico – comunque ancora timido – inizia ad avvicinarsi al palco e la band riesce a far smuovere e ballare gli spettatori. Anche per loro vale lo stesso discorso dei LyraDanz: i ragazzi ci sanno fare e meritano di essere visti nuovamente dal vivo, sperando in un set più lungo. I Mortimer McGrave, terzi in ordine di scaletta, non vanno per il sottile: esperienza e un modo di comunicare con la platea diretto e divertente, con il bonus di canzoni che in concerto rendono al 200%, non fanno altro che scaldare ulteriormente l’ambiente con uno show tra sacro e profano, musica folk suonata con perizia ma anche – o soprattutto? – col sorriso sulle labbra. Tra tutti i brani spicca sicuramente Sotto La Quinta Non È Amore, cantata nel ritornello anche dal pubblico tra sghignazzi e divertimento. I Mortimer McGrave sono da sempre una certezza, con loro sul palco si assiste a uno spettacolo completo che in pochi sono in grado di regalare al pubblico.

Il piatto forte della serata, lo sappiamo, sono i quattro irlandesi dal nome che dice tutto: The Dublin Legends. In giro tra pub e palcoscenici internazionali, il gruppo di Dublino è un vero e proprio monumento vivente della musica dell’Isola di Smeraldo, essendo in giro col nome The Dubliners dal lontanissimo 1962. Il quartetto capitanato dall’arzillo quasi 78enne Seán Cannon ha proposto come setlist un vero e proprio greatest hits, cosa inevitabile considerando i decenni trascorsi dalla loro ultima tappa italiana. Dirty Old Town, Leaving Of Liverpool, Spanish Lady e The Galway Races sono brani immortali in grado di far cantare e commuovere tutti quanti, ma non sono mancati momenti particolarmente toccanti come Fáinne Geal An Lae (brano cantato in gaelico) e la conclusiva Molly Malone, canzone che ha strappato più di una lacrima ai presenti. Nel mezzo una manciata di canzoni da cantare a pieni polmoni: Seven Drunken Nights, Whiskey In The Jar, Wild Rover e Black Velvet Band sono pezzi immortali che da soli valgono il prezzo del biglietto. Paul Watchorn, Gerry O’Connor (il quale si è esibito in un gustoso assolo di banjo), Shay Kavanagh e Seán Cannon sul palco si divertono a suonare e rimangono piacevolmente sorpresi quando il pubblico canta i ritornelli o le canzoni più famose. Il City Of Rome Celtic Festival si trasforma con loro sul palco in una grande festa di appassionati di musica folk e nostalgici dell’Irlanda (non si contavano le maglie verdi con il trifoglio sul petto). Il tempo passa velocemente e dopo le note conclusive di Molly Malone i The Dublin Legends lo promettono: Italia, ci vediamo l’anno prossimo!

Con una promessa del genere salutiamo il festival – organizzato veramente bene, per il dopo show è previsto anche il set celtic di DJ Skillahar – ci si può allontanare dal Parco Schuster con il sorriso sulle labbra, noi l’anno prossimo ci saremo!

Live Report: Guns N’ Roses a Firenze

GUNS N’ ROSES + VOLBEAT + BARONESS

15 giugno 2018, Visarno Arena, Firenze

NB: nel report non ci sono foto del concerto perché ho preferito godermi lo spettacolo invece di fotografare con scarsi risultati il palco dando fastidio a chi, dietro di me, era più interessato alla musica che al mio cellulare. Provate anche voi al prossimo concerto al quale andrete: via il telefonino e godetevi la musica come si faceva 20 anni fa, non ve ne pentirete!

“Ci hanno rotto il culo per tre ore e un quarto”. Questo, in breve, quello che è successo venerdì a Firenze. Sul palco i Guns N’ Roses, un anno dopo lo show trionfante di Imola.

Nella bellissima cornice della Visarno Arena si consuma la seconda serata del Firenze Rocks: finalmente il pubblico può assistere a un evento stando comodamente sull’erba invece del solito e infuocato asfalto di circuiti, parcheggi e piazze. Tutto è organizzato molto bene e anche la modalità di deflusso dall’arena ha funzionato alla grande, a differenza di quanto accaduto a Imola. Infine, merita una citazione il personale della sicurezza, in particolare quello che era alle transenne della prima fila, sempre gentile e che per tutta la giornata ha dato centinaia di bottiglie d’acqua fresca a chi era accalcato davanti al palco per vedere al meglio il concerto.

Perso il gruppo d’apertura, i Baroness hanno cercato di fare il massimo con i pochi mezzi a disposizione (suoni altalenanti, volumi un po’ bassi, ecc.), suonando davanti a un’audience ancora sonnacchiosa e in gran parte seduta in attesa degli headliner. Molto meglio va ai Volbeat, anche perché dal vivo la band danese riesce a convincere anche chi rimane indifferente ascoltando i dischi in studio. Michael Poulsen (voce e chitarra) sa come giocare col pubblico, al resto ci pensa il loro sporco rock’n’metal dal look impeccabile e la cover di Johnny Cash Sad Man’s Tongue. Tutto bello e coinvolgente, ma alle 20.00 tocca ai Guns e non ce n’è più per nessuno.

Il concerto: un epico viaggio nel mondo del rock’n’roll, mondo nel quale i Guns N’ Roses sono in vetta insieme a un pugno di nomi immortali. Diciamolo subito, Axl e compagnia, con questo infinito tour si sono guadagnati (sempre se già non lo avessero già fatto con i capolavori Appetite For Destruction e i due Use Your Illusion) la definizione di leggendari, perché chi altro, a 56 anni, canta-balla-suona per oltre tre ore senza un attimo di tregua e senza cali qualitativi? Quale frontman riesce, dopo venti anni di semi silenzio e periodi no, ad avere per se gli occhi e i cuori di 65000 persone? Quale gruppo, a 27 anni dalla pubblicazione dell’ultimo disco della formazione “classica” riesce a stare in tour per tutto questo tempo e con questa affluenza pazzesca di pubblico? Soprattutto, i Guns N’ Roses sul palco si divertono ancora tanto e, di conseguenza, fanno divertire i propri fan.

La scaletta è una sorta di best of con qualche ripescaggio inaspettato e un paio di cover nuove. Il palco non è particolarmente grande, soprattutto le “lingue” laterali sono corte e chiuse dalla transenne che Axl Rose non è riuscito a rimuovere quando ci ha provato. L’inizio è quello che ci aspetta con It’s So Easy, Mr. Brownstone e Chinese Democracy, per proseguire con tanti classici della band americana come Rocket Queen, Civil War, Sweet Child O’ Mine e Double Talkin’ Jive. In scaletta ci sono anche pezzi che erano stati messi da parte come la divertentissima Used To Love Her e Patience (preferita a Don’t Cry), o nuovi Shadow Of Your Love (che scatena finalmente un bel po’ di movimento nel pit, ma hey, questo è rock’n’roll, mica musica da camera!), singolo della riedizione di Appetite For Destruction. Come al solito non mancano tante (troppe?) cover: Attitude cantata dal sempre in forma Duff McKagan è una piacevole sorpresa, come lo sono Wichita Lineman e Black Hole Sun. Su Wish You Were Here c’è un lungo duello di chitarra tra Slash e Richard Fortus (coppia più affiatata rispetto a un anno fa) ed è proprio la chitarra a trionfare nel concerto dei Guns N’ Roses, finalmente tornata nel ruolo che le spetta in un concerto rock, ovvero quello al centro della scena. Quanti gruppi rock (o presunto tale) utilizzano la sei corde per creare canzoni dal ritornello facile a discapito di assoli e riff? Assistere a un concerto dei Guns è un piacere per ogni amante del rock, lo strumento più importante ha tutto lo spazio che merita per assoli e improvvisazioni, proprio come quando il rock non era merchandise e foto, ma musica e sudore. Sudore che Axl Rose non risparmia correndo da una parte all’altra del palco, cantando e incitando il pubblico a seguirlo, facendo gli occhi dolci alle prime file e dando tutto quello che può e forse anche qualcosa in più. Non si può non voler bene a un uomo che ha avuto tutto dalla vita e che tutto ha buttato via, salvo cercare di redimersi con sacrificio e sofferenza, fino a tornare in vetta con l’intenzione di non abbandonarla più. La musica scorre senza tregua, il pubblico canta e piange su Estranged, si emoziona con This I Love e November Rain, salta con Nightrain. Axl saluta il pubblico e se ne va, ma nessuno gli crede, tutti si aspettano le ultime quattro canzoni e il punto esclamativo del concerto è una Paradise City iper carica tra coriandoli tricolori e fuochi d’artificio, degna chiusura di una grande festa all’insegna del rock’n’roll.

Scaletta: 1. It’s So Easy – 2. Mr. Brownstone – 3. Chinese Democracy – 4. Welcome To The Jungle – 5. Double Talkin’ Jive – 6. Better – 7. Estranged – 8. Live And Let Die (Wings cover) – 9. Shilter (Velvet Revolver cover) – 10. Rocket Queen – 11. Shadow Of Your Love – 12. You Could Be Mine – 13. Attitude (Misfits cover) – 14. This I Love – 15. Civil War – 16 – Slash guitar solo – 17. Sweet Child O’ Mine – 18. Wichita Lineman (Jimmy Webb cover) – 19. Coma – 20. Wish You Were Here (Pink Floyd cover) – 21. November Rain – 22. Black Hole Sun (Soundgarden cover) – 23. Used To Love Her – 24. Knockin’ On Heaven’s Door (Bob Dylan cover) – 25. Nightrain – 26. Patience – 27. Yesterday – 28. The Seeker (The Who cover) – 29. Paradise City