Live Report: Alestorm e Skálmöld a Roma

ALESTORM + SKÁLMÖLD

1 dicembre 2018, Orion Club, Ciampino, Roma

Due tra i gruppi folk/viking metal più amati dal pubblico folk/viking metal sbarcano in Italia per ben quattro concerti e la seconda tappa nello stivale è all’Orion di Ciampino, Roma. Alestorm e Skálmöld sono band che in questi anni hanno raccolto sempre più consensi a suon di dischi ben fatti e convincenti (e coinvolgenti) show. Inoltre l’accoppiata pirati/vichinghi, con buona pace di Chris Bowes che spesso ha giocato su questo dualismo, si rivela sempre vincente e il buon numero di spettatori in una piazza non particolarmente calda per questo genere lo dimostra.

Ad aprire la serata ci sono i romani Sailing To Nowhere, ma l’arrivo al locale è giusto in tempo per l’intro degli Skálmöld, che si lanciano senza freni con la fragorosa Árás, canzone tratta dall’eccellente debutto Baldur. La band suona compatta, i suoni in posizione centrale sono buoni e il pubblico risponde con crescente calore alle incitazioni di Björgvin Sigurðsson e soci. L’ora a disposizione degli islandesi passa velocemente con le canzoni tratte da tutti gli album finora pubblicati: le tipiche tre chitarre s’intrecciano con eleganza e i cori a più voci (con la novità di Helga Ragnarsdóttir alle tastiere in sostituzione di Gunnar Ben per questo tour) che sono da sempre marchio di fabbrica del gruppo di Reykjavík, vengono esaltati nelle varie Narfi, Að Vetri e Niðavellir. Dal nuovo disco vengono suonate Sverðið e Móri, ma è un peccato non aver potuto ascoltare Mara, forse la traccia migliore di Sorgir. Con la classica (ed epica!) Kvaðning gli Skálmöld lasciano il palco tra i meritati applausi prima del consueto bagno di folla per foto e autografi al banchetto del merchandise.

Scaletta Skálmöld: 1. Árás – 2. Gleipnir – 3. Sverðið – 4. Múspell – 5. Niflheimur – 6. Narfi – 7. Móri – 8. Niðavellir – 9. Að Vetri – 10- Kvaðning

L’intro trash dà inizio al concerto degli Alestorm, al ritorno a Roma dopo molti anni di assenza. Il pubblico è partecipe fin dai primi istanti anche perché iniziare lo show con Keelhauled vuol dire fare le cose seriamente fin dai minuti iniziali. Il mattatore della serata è chiaramente il frontman Christopher Bowes, leader indiscusso della band e autore di un’infinita quantità di scenette sul palco e con gli spettatori delle prime file. Versi assurdi, smorfie da terza elementare, furti di birre e improbabili posizioni sono solo alcune delle armi a disposizione di Bowes, autore comunque di una prova vocale più che discreta; il resto della band svolge il lavoro in maniera precisa e senza particolari eccessi. La scaletta è un party greatest hits e così vengono riproposti i singoli di successo degli scozzesi come Mexico e Nancy The Tavern Wench, Drink e Shipwrecked, con la cover Hangover che vede al microfono un ospite australiano che si presenta scolando due birre Ceres in contemporanea: tutto molto Alestorm! Il concerto è lungo il giusto, 80 minuti per diciotto brani – senza momenti morti o noiosi – è quel che ci si aspetta da una band come gli Alestorm e difficilmente qualcuno potrà lamentarsi per una canzone mancante. Il finale è riservato a due pezzi da novanta come Wolves Of The Sea e Fucked With An Anchor, canzone arricchita da un’infinità di diti medi alzati tra band e pubblico. Grandi sorrisi a fine concerto, le luci si accendono e scatta la caccia all’autografo con i musicisti, Bowes in particolare, ma è il cantante/tastierista in primis a uscire tra il pubblico per continuare i siparietti iniziati sul palcoscenico.

Scaletta Alestorm: 1. Keelhauled – 2. Alestorm – 3. Magnetic North – 4. Mexico – 5. Over The Seas – 6. The Sunk’n Norwegian – 7. No Grave But The Sea – 8. Nancy The Tavern Wench – 9. Rumpelkombo – 10. 1741 (The Battle Of Cartagena) – 11. Hangover (Taio Cruz cover) – 12. Pegled Potion – 13. Bar Und Imbiss – 14. Captain Morgan’s Revenge – 15. Shipwrecked – 16. Drink – 17. Wolves Of The Sea (Pirates Of The Sea cover) – 18. Fucked With An Anchor

Note di colore: la prima è sicuramente la grande papera gialla che troneggia a centro palco, regina indiscussa della serata e negli ultimi anni eletta a immagine degli Alestorm, anche se poi i bonus disc li fanno con i cani. Christipher Bowes ha una mise alquanto improbabile ed è anche per questo che gli si vuole tanto bene. L’ultima volta che vidi gli Alestorm (Bologna 2011) aveva degli accecanti pantaloni color giallo fluo, questa volta ha una graziosa cannottiera con un delfino gay, il kilt marchiato Alestorm – da vero scozzese! – e una sorta di sandali color blu. A proposito di piedi, Baldur Ragnarsson degli Skálmöld ha sempre suonato a piedi scalzi, ma ultimamente la cosa ha preso piede (scusate il gioco di parole!) tra gli altri membri del gruppo e così anche il bassista Snæbjörn Ragnarsson e la tastierista Helga Ragnarsdóttir hanno suonato l’intero concerto scalzi. Tra l’altro, i tre musicisti sono fratelli, sarà una coincidenza l’aver suonato tutti a piedi nudi? Infine, meritano una citazione tutti i pirati che hanno arricchito la serata con cappelli da filibustieri, bandane con teschi e sosia più o meno credibili di Jack Sparrow.

Quella dell’Orion è stata una serata intensa e divertente, con i gruppi che si sono espressi ai massimi livelli e la buona risposta di pubblico che, ci auguriamo, possa indurre i promoter a organizzare nuovi e validi concerti folk metal nella capitale.

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Live Report: The Dublin Legends a Roma

CITY OF ROME CELTIC FESTIVAL

The Dublin Legends + Mortimer McGrave + Hurry Up! + LyraDanz

11 luglio 2018, Parco Schuster, Roma

Dopo ben 30 anni di attesa, i The Dubliners sono finalmente tornati a suonare in Italia. La band si chiama ora The Dublin Legends e i musicisti sono in gran parte cambiati, ma l’essenza e l’amore per l’irish folk sono sempre gli stessi. Grazie al lavoro di Musica Celtica Italia, i The Dublin Legends sono stati l’apice del City Of Rome Celtic Festival (la prima edizione risale al 2014 e potete leggere il report QUI), evento che ha visto esibirsi sul palco del Parco Schuster – location molto gradevole, verde e adatta a tutte le età, con il solo prezzo delle birre da correggere per le prossime edizioni – quattro band e la scuola di danza irlandese/scozzese Rois. A contorno della musica una serie di botteghe artigianali a tema e l’accampamento storico dei Fortebraccio Veregrense con i vari rievocatori ad interagire con il pubblico prima e dopo l’esibizione di scherma storica che ha incuriosito molte persone.

I primi a salire sul palco sono stati LyraDanz capitanati dalla soave voce di Caterina Sangineto: il loro balfolk elegante colpisce fin dal primo ascolto e dispiace aver assistito a un concerto dalla breve durata di circa mezz’ora. Tra le canzoni proposte una menzione speciale la merita I Tram Di Milano, dall’atmosfera malinconica e sognante: sicuramente una band che ha guadagnato nuovi fan e che vale la pena di vedere ancora dal vivo. Con gli Hurry Up! si cambia musica, si va sulla strumentale e le atmosfere si fanno irish e celtiche. Il pubblico – comunque ancora timido – inizia ad avvicinarsi al palco e la band riesce a far smuovere e ballare gli spettatori. Anche per loro vale lo stesso discorso dei LyraDanz: i ragazzi ci sanno fare e meritano di essere visti nuovamente dal vivo, sperando in un set più lungo. I Mortimer McGrave, terzi in ordine di scaletta, non vanno per il sottile: esperienza e un modo di comunicare con la platea diretto e divertente, con il bonus di canzoni che in concerto rendono al 200%, non fanno altro che scaldare ulteriormente l’ambiente con uno show tra sacro e profano, musica folk suonata con perizia ma anche – o soprattutto? – col sorriso sulle labbra. Tra tutti i brani spicca sicuramente Sotto La Quinta Non È Amore, cantata nel ritornello anche dal pubblico tra sghignazzi e divertimento. I Mortimer McGrave sono da sempre una certezza, con loro sul palco si assiste a uno spettacolo completo che in pochi sono in grado di regalare al pubblico.

Il piatto forte della serata, lo sappiamo, sono i quattro irlandesi dal nome che dice tutto: The Dublin Legends. In giro tra pub e palcoscenici internazionali, il gruppo di Dublino è un vero e proprio monumento vivente della musica dell’Isola di Smeraldo, essendo in giro col nome The Dubliners dal lontanissimo 1962. Il quartetto capitanato dall’arzillo quasi 78enne Seán Cannon ha proposto come setlist un vero e proprio greatest hits, cosa inevitabile considerando i decenni trascorsi dalla loro ultima tappa italiana. Dirty Old Town, Leaving Of Liverpool, Spanish Lady e The Galway Races sono brani immortali in grado di far cantare e commuovere tutti quanti, ma non sono mancati momenti particolarmente toccanti come Fáinne Geal An Lae (brano cantato in gaelico) e la conclusiva Molly Malone, canzone che ha strappato più di una lacrima ai presenti. Nel mezzo una manciata di canzoni da cantare a pieni polmoni: Seven Drunken Nights, Whiskey In The Jar, Wild Rover e Black Velvet Band sono pezzi immortali che da soli valgono il prezzo del biglietto. Paul Watchorn, Gerry O’Connor (il quale si è esibito in un gustoso assolo di banjo), Shay Kavanagh e Seán Cannon sul palco si divertono a suonare e rimangono piacevolmente sorpresi quando il pubblico canta i ritornelli o le canzoni più famose. Il City Of Rome Celtic Festival si trasforma con loro sul palco in una grande festa di appassionati di musica folk e nostalgici dell’Irlanda (non si contavano le maglie verdi con il trifoglio sul petto). Il tempo passa velocemente e dopo le note conclusive di Molly Malone i The Dublin Legends lo promettono: Italia, ci vediamo l’anno prossimo!

Con una promessa del genere salutiamo il festival – organizzato veramente bene, per il dopo show è previsto anche il set celtic di DJ Skillahar – ci si può allontanare dal Parco Schuster con il sorriso sulle labbra, noi l’anno prossimo ci saremo!

Live Report: Guns N’ Roses a Firenze

GUNS N’ ROSES + VOLBEAT + BARONESS

15 giugno 2018, Visarno Arena, Firenze

NB: nel report non ci sono foto del concerto perché ho preferito godermi lo spettacolo invece di fotografare con scarsi risultati il palco dando fastidio a chi, dietro di me, era più interessato alla musica che al mio cellulare. Provate anche voi al prossimo concerto al quale andrete: via il telefonino e godetevi la musica come si faceva 20 anni fa, non ve ne pentirete!

“Ci hanno rotto il culo per tre ore e un quarto”. Questo, in breve, quello che è successo venerdì a Firenze. Sul palco i Guns N’ Roses, un anno dopo lo show trionfante di Imola.

Nella bellissima cornice della Visarno Arena si consuma la seconda serata del Firenze Rocks: finalmente il pubblico può assistere a un evento stando comodamente sull’erba invece del solito e infuocato asfalto di circuiti, parcheggi e piazze. Tutto è organizzato molto bene e anche la modalità di deflusso dall’arena ha funzionato alla grande, a differenza di quanto accaduto a Imola. Infine, merita una citazione il personale della sicurezza, in particolare quello che era alle transenne della prima fila, sempre gentile e che per tutta la giornata ha dato centinaia di bottiglie d’acqua fresca a chi era accalcato davanti al palco per vedere al meglio il concerto.

Perso il gruppo d’apertura, i Baroness hanno cercato di fare il massimo con i pochi mezzi a disposizione (suoni altalenanti, volumi un po’ bassi, ecc.), suonando davanti a un’audience ancora sonnacchiosa e in gran parte seduta in attesa degli headliner. Molto meglio va ai Volbeat, anche perché dal vivo la band danese riesce a convincere anche chi rimane indifferente ascoltando i dischi in studio. Michael Poulsen (voce e chitarra) sa come giocare col pubblico, al resto ci pensa il loro sporco rock’n’metal dal look impeccabile e la cover di Johnny Cash Sad Man’s Tongue. Tutto bello e coinvolgente, ma alle 20.00 tocca ai Guns e non ce n’è più per nessuno.

Il concerto: un epico viaggio nel mondo del rock’n’roll, mondo nel quale i Guns N’ Roses sono in vetta insieme a un pugno di nomi immortali. Diciamolo subito, Axl e compagnia, con questo infinito tour si sono guadagnati (sempre se già non lo avessero già fatto con i capolavori Appetite For Destruction e i due Use Your Illusion) la definizione di leggendari, perché chi altro, a 56 anni, canta-balla-suona per oltre tre ore senza un attimo di tregua e senza cali qualitativi? Quale frontman riesce, dopo venti anni di semi silenzio e periodi no, ad avere per se gli occhi e i cuori di 65000 persone? Quale gruppo, a 27 anni dalla pubblicazione dell’ultimo disco della formazione “classica” riesce a stare in tour per tutto questo tempo e con questa affluenza pazzesca di pubblico? Soprattutto, i Guns N’ Roses sul palco si divertono ancora tanto e, di conseguenza, fanno divertire i propri fan.

La scaletta è una sorta di best of con qualche ripescaggio inaspettato e un paio di cover nuove. Il palco non è particolarmente grande, soprattutto le “lingue” laterali sono corte e chiuse dalla transenne che Axl Rose non è riuscito a rimuovere quando ci ha provato. L’inizio è quello che ci aspetta con It’s So Easy, Mr. Brownstone e Chinese Democracy, per proseguire con tanti classici della band americana come Rocket Queen, Civil War, Sweet Child O’ Mine e Double Talkin’ Jive. In scaletta ci sono anche pezzi che erano stati messi da parte come la divertentissima Used To Love Her e Patience (preferita a Don’t Cry), o nuovi Shadow Of Your Love (che scatena finalmente un bel po’ di movimento nel pit, ma hey, questo è rock’n’roll, mica musica da camera!), singolo della riedizione di Appetite For Destruction. Come al solito non mancano tante (troppe?) cover: Attitude cantata dal sempre in forma Duff McKagan è una piacevole sorpresa, come lo sono Wichita Lineman e Black Hole Sun. Su Wish You Were Here c’è un lungo duello di chitarra tra Slash e Richard Fortus (coppia più affiatata rispetto a un anno fa) ed è proprio la chitarra a trionfare nel concerto dei Guns N’ Roses, finalmente tornata nel ruolo che le spetta in un concerto rock, ovvero quello al centro della scena. Quanti gruppi rock (o presunto tale) utilizzano la sei corde per creare canzoni dal ritornello facile a discapito di assoli e riff? Assistere a un concerto dei Guns è un piacere per ogni amante del rock, lo strumento più importante ha tutto lo spazio che merita per assoli e improvvisazioni, proprio come quando il rock non era merchandise e foto, ma musica e sudore. Sudore che Axl Rose non risparmia correndo da una parte all’altra del palco, cantando e incitando il pubblico a seguirlo, facendo gli occhi dolci alle prime file e dando tutto quello che può e forse anche qualcosa in più. Non si può non voler bene a un uomo che ha avuto tutto dalla vita e che tutto ha buttato via, salvo cercare di redimersi con sacrificio e sofferenza, fino a tornare in vetta con l’intenzione di non abbandonarla più. La musica scorre senza tregua, il pubblico canta e piange su Estranged, si emoziona con This I Love e November Rain, salta con Nightrain. Axl saluta il pubblico e se ne va, ma nessuno gli crede, tutti si aspettano le ultime quattro canzoni e il punto esclamativo del concerto è una Paradise City iper carica tra coriandoli tricolori e fuochi d’artificio, degna chiusura di una grande festa all’insegna del rock’n’roll.

Scaletta: 1. It’s So Easy – 2. Mr. Brownstone – 3. Chinese Democracy – 4. Welcome To The Jungle – 5. Double Talkin’ Jive – 6. Better – 7. Estranged – 8. Live And Let Die (Wings cover) – 9. Shilter (Velvet Revolver cover) – 10. Rocket Queen – 11. Shadow Of Your Love – 12. You Could Be Mine – 13. Attitude (Misfits cover) – 14. This I Love – 15. Civil War – 16 – Slash guitar solo – 17. Sweet Child O’ Mine – 18. Wichita Lineman (Jimmy Webb cover) – 19. Coma – 20. Wish You Were Here (Pink Floyd cover) – 21. November Rain – 22. Black Hole Sun (Soundgarden cover) – 23. Used To Love Her – 24. Knockin’ On Heaven’s Door (Bob Dylan cover) – 25. Nightrain – 26. Patience – 27. Yesterday – 28. The Seeker (The Who cover) – 29. Paradise City

Live report: Haegen a Roma

HAEGEN + STILEMA

4 marzo, Let It Beer, Roma

In campo folk metal l’underground italiano ha poco o nulla da invidiare a quello estero: decine di band interessanti e personali, scoppiettanti show e personaggi pittoreschi sono all’ordine del giorno per chi frequenta l’ambiente. Quello del 4 marzo a Roma è stato un concerto (organizzato da Musica Celtica Italia e Mister Folk) di spessore e gli spettatori ne son rimasti a dir poco soddisfatti: sul palco del Let It Beer sono saliti sul palco gli Stilema di Ladispoli (Roma) e gli Haegen di Ancona, due realtà diverse ma unite sotto il vessillo del folk metal.

I primi a suonare sono stati gli Stilema e in una manciata di brani hanno mostrato tutto quello che sanno fare: canzoni lunghe e intrigate, brani malinconici o up-tempo massicci ma sempre fortemente melodici sono alla portata della band laziale e grazie alla voce versatile di Gianni Izzo riescono a interpretare le varie forme musicali con grande personalità. La parte del leone la fa l’ultima uscita Ithaka, EP che sta rilanciando il nome del gruppo nella scena odierna: le canzoni tratte da questo cd sono ben eseguite e il pubblico apprezza l’impegno e la bravura degli Stilema, riservando loro i meritati applausi.

Scaletta Stilema: 1. Utopia – 2. Girone Dei Vinti – 3. Ophelia – 4. Sole D’inverno – 5. Ithaka – 6. Tra Leggende E Realtà

Breve cambio palco e gli Haegen sono pronti a iniziare. Fin dai primi istanti il cantante Leonardo Lasca prende il centro della scena e con i suoi modi sinceri e grotteschi riesce a coinvolgere il pubblico inizialmente distante e a fine serata sotto al palco a chiedere nuove canzoni e bis a volontà. Per la band marchigiana era la prima uscita con la nuova line-up e tutto ha funzionato alla grande, i ragazzi si sono divertiti e soprattutto hanno fatto saltare e sorridere gli spettatori a suon di Gioie Portuali, Gran Galà, Incubo e Stray Dog, tutti brani tratti dall’ultimo Immortal Lands. C’è un brano, però, che ha fatto impazzire la platea, ovvero Russian Desaster. Gli Haegen, non contenti, durante il bis, l’hanno anche suonata nella simpatica versione 8 bit per la gioia di tutti quanti. Finisce così un concerto fisico e divertente e che ha confermato la bravura dei giovani musicisti anche in sede live

Scaletta Haegen: 1. Gioie Portuali – 2. Legends – 3. Stray Dog – 4. Dal Castello Alla Foresta – 5. The Princess And The Barbarians – 6. Incubo – 7. Fighting In The River – 8. The Soul Of Your Worst Death – 9. Terre Immortali – 10. My Favourite Tobacco – 11. Russian Desaster – 12. Gran Galà – 13. Haegen – 14. Russian Desaster 8 bit

Quella del Let It Beer è stata una bella serata (peccato la poca gente!) con gruppi veramente in gamba che meritano di essere conosciuti e visti in sede live da più persone possibili. Folk on!

Live Report: Furor Gallico a Roma

FUROR GALLICO + BLODIGA SKALD + CALICO JACK + ULFHEDNAR

6 ottobre, Traffic Live Club, Roma

Grande serata di folk metal al Traffic di Roma in occasione del release party di Ruhn, primo full-length dei Blodiga Skald uscito per la SoundAge Productions. E proprio di un party si è trattato: una festa a 360 gradi con numerosi stand di oggettistica, mangiafuoco, combattenti fantasy, una lotteria a premi (cd e maglie dei gruppi partecipanti) e, soprattutto, tanta buona musica. Insieme agli orchi capitolini, difatti, hanno suonato Furor Gallico in qualità di headliner, Calico Jack e Ulfhednar.

Proprio agli Ulfhednar tocca aprire la serata e la notizia positiva è che davanti al palco erano già presenti una gran quantità di persone, mentre di solito, per chi suona per primo, va di lusso se ci sono venti persone sotto al palco. La musica del gruppo è un black metal con forti influenze doom e proprio quest’ultime fanno la differenza in positivo: rallentamenti inaspettati e accordi pieni spezzano la violenza tipica del black, riuscendo quindi a far appassionare al concerto anche chi non mastica sonorità tanto estreme. Ciliegina sulla torta la micidiale Furore Pagano dei grandi Draugr, per la gioia della platea.

Scaletta Ulfhednar: 1. Mortaliter – 2. Fredda Pietra – 3. In Nomine Cuius – 4. Rulers Od Darkness – 5. Alea – 6. Furore Pagano (Draugr cover) – 7. Addicted To Tragedy

Si cambia completamente registro con i milanesi Calico Jack, band pirate metal come facilmente intuibile dal nome. I vestiti di scena e le trovate del bravo cantante Giò (tipo far salire sul palco la fotografa ufficiale del Traffic e ballarci insieme) sono in sintonia con la musica spesso goliardica ma non per questo banale, anzi: tolto l’aspetto visivo rimane un ottimo heavy metal roccioso con graziosi passaggi strumentali (benissimo il violino di Dave) e belle idee che, pur rimanendo all’interno di un genere come il pirate, suonano fresche e intelligenti. Dopo anni di silenzio sembra arrivato, finalmente, il momento del full-length per la ciurma di John Rackham (in arte Calico Jack): nel frattempo ci si può rinfrescare la memoria con Black Sails e i libri di Björn Larsson e Arthur Conan Doyle.

Scaletta Calico Jack: 1. Devil May Care – The Secret Of Cape Cod – 3. Sharkbite Johnny – 4. Death Beneath The Wave – 5. Caraibica – 6. Straits Of Chaos – 7. Where Hath Th’ Rum Gone?

I padroni di casa Blodiga Skald salgono sul palco con il boato del pubblico, presto intento a pogare e fare headbanging (e un gustoso wall of death) sulle note di Epica Vendemmia e Panapirr, ma è la cover di Madonna La Isla Bonita (mai eseguita live e suonata dopo un sondaggio su Facebook) a strappare veramente tanti applausi anche grazie alle scenette che avvengono sul palco. In particolare c’è da dire che il cantante Axuruk è un vero e proprio showman, interagisce tantissimo col pubblico e il resto della band suona con precisione e un tocco di spettacolarità che non fa mai male. La scaletta prosegue fino a giungere alla conclusiva Too Drunk To Sing!, pezzo che chiude il concerto tanto energico quanto divertente e accattivante. Il folk metal è bello perché anche il lato più scanzonato è comunque preso seriamente e gli orchi capitolini sono maestri in questo. Non poteva esserci release party meglio riuscito.

Scaletta Blodiga Skald: 1. Epica Vendemmia – 2. Ruhn – 3. Blood & Feast – 4. La Isla Bonita (Madonna cover) – 5. Laughing With The Sands – 6 – Sadness – 7. Panapirr – 8. Too Drunk To Sing!

Ogni volta che i Furor Gallico mettono piede a Roma ne esce un gran concerto con un numero di pubblico sempre crescente. Anche questa volta è andata così, con le prime file del Traffic pittate di blu in omaggio alla band lombarda che sul palco non risparmia energie e sudore. La scaletta è stranamente divisa in due: la prima parte interamente dedicata al debutto Furor Gallico, la seconda a Songs From The Earth; l’encore, invece, è tutto per al primo cd. Si nota subito la presenza della brava Laura Brancorsini al violino dopo qualche anno lontana dalla band (al momento, però, non si sa se tornerà in pianta stabile nella line-up), i Furor Gallico macinano folk metal che è una meraviglia e pezzi da novanta come Cathubodva e The Gods Have Returned fanno sempre la differenza. Anche con la formazione brianzola c’è spazio per un wall of death (La Notte Dei Cento Fuochi), ma non mancano momenti più delicati come Diluvio, brano che anche dal vivo si conferma ottimo. Davide “Cica” scherza e ringrazia a più riprese il caldo pubblico prima di lasciare il palco sulle note del classico La Caccia Morta, da sempre canzone simbolo della band. Alla fine, giustamente, sono solo applausi e sorrisi.

Scaletta Furor Gallico: 1. Venti Di Imbolc – 2. Cathubodva – 3. Ancient Rites – 4. The Gods Have Returned – 5. Curmisagios – 6. Diluvio – 7. To The End – 8. Wild Jig Of Beltaine – 9. La Notte Dei Cento Fuochi – 10. Eremita – 11. Drum Solo – 12. The Song Of The Earth – 13. Medhelan/The Glorious Dawn – 14. Banshee – 15. La Caccia Morta

Dopo i concerti c’è spazio per chiacchiere, foto e l’attesa estrazione di cd e maglie per un buon numero di vincitori. I Blodiga Skald hanno pensato veramente a tutto e la serata in onore di Ruhn è riuscita alla grande: non avevo mai assistito a un release party tanto coinvolgente quanto apprezzato dal numeroso pubblico. Non c’è da sperare, quindi, in un nuovo disco degli orchi romani per poter partecipare al prossimo – divertente – release party.

I VIDEO DELLA SERATA:

Live Report: Wintersun a Roma

WINTERSUN + WHISPERED + BLACK THERAPY + TIME FOR VOLTURES

2 ottobre 2017, Traffic Live Club, Roma

Uno dei concerti più attesi dell’intera stagione musicale era sicuramente il ritorno in Italia dei Wintersun dopo la pubblicazione di The Forest Seasons, terzo lavoro della band di Jari Mäenpää. Il gruppo finlandese si presenta a Roma dopo aver entusiasmato la platea bolognese il giorno prima, e a conti fatti conferma l’alto livello della prestazione con un set abbastanza lungo quanto intenso.

Ad aprire la serata troviamo i Time For Voltures. C’è da dire che la band di Porto Sant’Elpidio è completamente fuori contesto in un concerto del genere, il loro new metal stona in una serata dedicata al death melodico, ma è giusto riconoscere ai ragazzi sul palco di avercela messa tutta con litri di sudore e impegno al massimo, tirando fuori anche dei momenti graditi alla platea dall’età piuttosto bassa. A fine esibizione i pochi spettatori applaudono i musicisti marchigiani, i quali lasciano spazio ai Black Therapy, band romana che nel 2016 ha pubblicato il secondo cd In The Embrace Of Sorrow, I Smile per Apostacy Records (This Ending, Obscurity ecc.). Il pubblico si fa più caldo e le prime file sono tutte lì appositamente per loro; la band ricambia suonando mezz’ora in maniera compatta e precisa, chiudendo con la cover – chiaramente ri-arrangiata – di Mad World, originariamente scritta dai Tears For Fears e riportata alla luce da Gary Jules e utilizzata nel film cult Donnie Darko.

Le casse del Traffic risuonano grandi gruppi (Carcass, Alice Cooper, Motley Crue ecc.) durante il cambio palco ed è sulle note degli Alestorm che i finlandesi Whispered entrano in scena: death metal (molto) melodico e influenze folk giapponesi sono una cosa assai rara da ascoltare e, oltre alla buona prova dei musicisti, a rubare l’attenzione è il look simil samurai e il trucco molto curato. Quattro brani su sette sono presi dall’ultima prova in studio Metsutan – Songs Of The Void, tra le quali spiccano il singolo Strike e la conclusiva Bloodred Shores Of Enoshima, canzoni che piacciono al pubblico che ricambia con affetto e corna al cielo le simpatiche pose e smorfie abbathiane del cantante/chitarrista Jouni Valjakka.

Scaletta Whispered: 1. Strike! – 2. Exile Of The Floating World – 3. Kansei – 4. Sakura Omen – 5. Lady Of The Wind – 6. Hold The Sword – 7. Bloodred Shores Of Enoshima

La temperatura si fa calda quando gli headliner della serata salgono sul palco: già dalle prime note dei Wintersun il pubblico, finalmente arrivato a un numero accettabile ma drasticamente inferiore rispetto alla data bolognese, si fa sentire sul serio, incitando i musicisti e lasciandosi andare diverse volte a del buon pogo nei momenti più tirati. L’apertura è affidata ad Awaken From The Dark Slumber (Spring), la canzone più debole di The Forest Seasons ma che dal vivo rende meglio che su disco. La feroce accoppiata Winter Madness/Beyond The Dark Sun riporta al memorabile esordio del 2004: c’è una grande differenza di songwriting tra il disco Wintersun e Time/The Forest Seasons, in particolare negli ultimi lavori mancano dei “veri” riff di chitarra e si è fatto spazio a orchestrazioni e un lavoro più di squadra. Jari Mäenpää senza chitarra è difficile da vedere, ma la sua interpretazione vocale ne ha guadagnato non poco, anche se alcune movenze sono ancora un po’ goffe, ma nulla a che vedere con l’orso Hansi Kürsch, ricordo di un concerto milanese dei Blind Guardian A.D. 1998. Il concerto prosegue senza intoppi e le canzoni proposte sono suonate in maniera chirurgica. A tal proposito non si può che rimanere affascinati e stupiti dalla feroce Eternal Darkness (Autumn), durante la quale il batterista Rolf Pilve da sfoggio di una tecnica e una preparazione fisica fuori dal comune. L’ultimo brano in scaletta è Time, dodici minuti di grande musica, il modo migliore di chiudere il bel concerto dei Wintersun.

A fine serata fa piacere aver incontrato molti over 30 e 40 tra la platea con maglie di Ensiferum, Enslaved e Finntroll, ma anche persone più grandi di età divertite tanto quanto i ragazzini a ridosso delle transenne. Alla fine, nonostante le critiche, il crowdfunding e le insopportabili scuse su computer rotti che fanno ritardare l’uscita dei dischi, i Wintersun hanno saputo portarsi appresso i fan che nel 2004 acclamarono il debutto e aggiungendo a loro un buon numero di nuove leve, una missione sulla carta per nulla facile. Soprattutto, è stato bello vedere un buon pacchetto di band come quello di stasera a Roma, città spesso trascurata da tour di questo tipo.

Scaletta Wintersun: 1. Awaken From The Dark Slumber (Spring) – 2. Winter Madness – 3. Beyond The Dark Sun – 4. Death And The Healing – 5. Sons Of The Winter And Stars – 6. Loneliness (Winter) – 7. Starchild – 8. Eternal Darkness (Autumn) – 9. Time

I VIDEO DELLA SERATA: