Vincent & Daniel Cavanagh a Roma

VINCENTDANIEL CAVANAGH + ROME IN MONOCHROME 

12 luglio 2017, Monk Club, Roma

I fratelli Daniel e Vincent Cavanagh, ovvero il cuore e il motore degli Anathema, in versione acustica e nel bel mezzo dell’afosa estate romana è un evento da non perdere. La sorpresa è che per il concerto non è previsto il biglietto, quindi ingresso libero e un sincero ringraziamento agli organizzatori Dark Veil Productions per lo sforzo fatto. La location scelta è il Monk, luogo di ritrovo all’aperto per bivaccare, sicuramente non il classico luogo da concerti “colti”. I fratelli Cavanagh salgono sul palco alle 21 circa dopo l’esibizione dei Rome In Monochrome, e inizialmente i due scherzano tra di loro e col pubblico. L’esibizione è delicata e intima, i musicisti suonano con passione e si divertono, interagiscono molto con gli spettatori e raccontano aneddoti che te li fa sentire subito amici. Grandi parole sono spese per Luciano Pavarotti e sull’abilità degli italiani di cantare, tra serietà e sorrisi. La scaletta è straordinaria, sono eseguiti pezzi da Alternative 4 del 1996 fino alle più recenti pubblicazioni, tutti con grande trasporto ed eleganza. Le due Untouchable, Are You There? e Lost Control sono tra i brani meglio riusciti, ma è la straordinaria Forgotten Hopes a far piangere di gioia ed emozione il pubblico, con un Vincent Cavanagh quasi sofferente tanto era sentita l’interpretazione. Daniel, da parte sua, si alterna tra chitarra, tastiera e canto con l’utilizzo perenne e preciso (e quando non lo è, saggiamente ci scherza sopra) della loop station, un pedale che serve per registrare delle tracce (chitarra, percussioni ecc) da mandare in loop e suonarci sopra “live”. Una manciata di belle cover hanno chiuso la serata, in particolare hanno fatto centro The End dei The Doors e Another Brick In The Wall dei Pink Floyd con l’intera platea a cantarla. Alla fine dell’esibizione ci sono solo applausi per i due inglesi che purtroppo si sono presto dileguati per la delusione di tutte quelle persone che avrebbero voluto scambiarci due parole o avere una foto ricordo con loro.

Il disturbatore a lato del palco (che ha fatto letteralmente incazzare i due fratelli di Liverpool) e il chiacchiericcio continuo dei non interessati al concerto (molte persone erano lì solo per passare il tempo in attesa della fine dello show per poi giocare a ping pong e a bigliardino) non sono riusciti a rovinare minimante l’atmosfera squisita creata dai Cavanagh, che hanno trasmesso con la propria musica grandi emozioni agli spettatori.

Scaletta: 1. Fragile Dreams – 2. Untouchable, Part 1 – 3. Untouchable, Part 2 – 4. Thin Air – 5. Inner Silence – 6. One Last Goodbye – 7. Pressure – 8. Are You There? – 9. Dreaming Light – 10. The Beginning And The End – 11. The Optimist – 12. Deep – 13. Forgotten Hopes – 14. Destiny Is Dead – 15. Lost Control – 16. High Hopes (Pink Floyd cover) – 17. The End (The Doors cover) / Sober (Tool cover) – 18. Another Brick In The Wall (Part 2) (Pink Floyd cover)NB: grazie a Francesco Salvatorelli per la scaletta.

Live Report: Guns n’ Roses a Imola

GUNS N’ ROSES + THE DARKNESS + PHIL CAMPBELL AND THE BASTARD SONS

10 giugno 2017, Autodromo Enzo e Dino Ferrari, Imola

Nel 1994 c’era un ragazzino che in primo superiore scrisse un tema sul concerto dei Guns n’ Roses dell’anno prima a Modena. Un viaggio con lo zio alla volta del grande rock che spopolava in tutto il mondo. Era tutto inventato ma la professoressa non lo sapeva e il voto fu buono. Quel ragazzo 23 anni dopo non ha più bisogno di immaginare un concerto dell’ultima vera rock band, perché i Guns n’ Fucking Roses li ha visti a pochi metri di distanza. 23 anni di attesa ripagati con un mega concerto da quasi tre ore nelle quali i brani che hanno fatto la recente storia della musica rock sono stati eseguiti con grinta e passione nonostante l’età che avanza e il possibile senso di appagamento che potrebbe rovinare il tutto. E invece no: Axl, Slash e Duff hanno dato il 100% in quel di Imola, sudando e suonando come se non ci fosse un domani.

90.000 persone e il sold out avvenuto in pochissimo tempo la dicono lunga sull’importanza del ritorno dei GnR in Italia con i tre membri più importanti. L’amore dei fan, nonostante gli anni di silenzio, di stupido gossip e ridicoli meme, è invariato da quel 1993, ultima tappa italiana della formazione all’apice del successo. 90.000 persone che hanno cantato a squarciagola dall’iniziale It’s So Easy alla conclusiva Paradise City, con tutto e di più nel mezzo: scene d’isteria, lacrime a go-go, abbracci tra sconosciuti. Però la serata è iniziata qualche ora prima ed è giusto parlarne.

Dopo l’evitabile comparsata degli speaker di Virgin Radio (accolti da gran parte del pubblico come delle vere rock star, poveri noi…), si parte con la musica, quella tosta dei Phil Campbell And The Bastard Sons. Sì, il Phil Campbell che ha suonato oltre 30 anni nei seminali Motörhead e che dopo la morte di Lemmy ha messo su una band con i suoi tre figli Todd, Dane e Tyla, rispettivamente chitarra, batteria e basso, e il cantante Neil Starr. Il risultato è un rock’n’roll sporco e massiccio, con buoni riff e un’attitudine molto sincera. Una mazz’oretta di concerto e la prevedibile quanto apprezzata chiusura affidata ad Ace Of Space per la gioia della platea. Rapido cambio di palco e tocca agli inglesi The Darkness: esuberanza, roboanti assoli di chitarra e vestiario kitsch sono le parole d’ordine per la band del cantante/chitarrista Justin Hamilton – in un’attillatissima tutina blu -, in difficoltà nei primi secondi dell’opener Black Shunk e poi autore di un grande show. La sua voce, unita alla compattezza del sound ben più robusto rispetto alle prove in studio, fa la differenza e le trovate acrobatiche (verticale con i piedi in aria a battere il tempo per gli applausi del pubblico) rendono l’esibizione dei The Darkness uno spettacolo anche per gli occhi. Immancabili gli hit One Way Ticket e I Believe In A Thing Called Love, che hanno strappato applausi e sorrisi a tutti quanti.

Scaletta The Darkness: 1. Black Shuck – 2. Every Inch Of You – 3. Growing On Me – 4. One Way Ticket – 5. Loe Is Only A Feeling – 6. Solid Gold – 7. Get Your Hand Off My Woman – 8. I Believe In A Thing Called Love – 9. Love On The Rocks With No Ice

Ma questa è la sera dei Guns n’ Roses, non dimentichiamocelo. Axl e soci salgono sul palco addirittura dieci minuti in anticipo rispetto all’orario previsto dopo l’intro di Looney Tunes: It’s So Easy e Mr. Brownstone sono un’accoppiata pazzesca e l’intero autodromo canta e salta con i musicisti. Nei 170 minuti di concerto c’è spazio per qualche pezzo di Chinese Democracy, ma chiaramente a far la parte del leone è il debutto Appetite For Destruction, dal quale sono estratti ben otto micidiali pezzi. I due Use Your Illusion sono degnamente rappresentati con i vari Estranged (forse il punto più alto dell’intero concerto), Civil War, Double Talkin’ Jive, Yesterdays e You Could Be Mine tra gli altri pezzi. Vi starete chiedendo come ha cantato Axl Rose. Bene, ha cantato bene. Ovviamente gli anni (e gli stravizzi) hanno influenzato la gola tanto quanto la forma fisica, ma è ancora un buon cantante e un grande frontman. Inoltre quando ammicca alle prime file si rimane incantati da quello sguardo, uguale a quando aveva 20 anni, da gran figlio di puttana. Le note lunghe e acute del 1992 sono un ricordo, ma la sua interpretazione è assolutamente convincente con picchi positivi (la già citata Estranged e This I Love) e l’unica vera difficoltà riscontrata durante Coma. Slash e Duff McKagan hanno corso da una parte all’altra del palcoscenico non risparmiando una sola goccia di sudore, così come concreta è stata la prova di del quadrato batterista Frank Ferrer e del chitarrista (ex The Dead Daisies, recuperate i loro lavori che sono belli) Richard Fortus. Come di consueto i GnR hanno suonato diverse cover: dall’immancabile Knockin’ On Heaven’s Door (con l’intro di Only Women Bleed di Alice Cooper) alla misfitsiana Attitude, passando per Live And Let Die dei Wings (band fondata dall’ex The Beatles Paul McCartney) alle “nuove” Wish You Were Here dei Pink Floyd in forma strumentale e la fighissima The Seeker (The Who). Il culmine, però, si raggiunge con l’inaspettato tributo a Chris Cornell, una sentita versione di Black Hole Sun che ha fatto commuovere non poche persone.

Cosa rimane di una serata del genere? Sicuramente l’emozione di aver partecipato a un evento epocale. 90.000 persone per un concerto (di vero) rock in Italia non si sono mai viste. Rimane la certezza che il super trio Axl, Slash e Duff spacca ancora il culo. Rimangono i lividi sul corpo di chi ha combattuto per arrivare sotto al palco e poter incrociare lo sguardo con gli eroi che gli hanno influenzato e cambiato in maniera inequivocabile la vita. I Guns n’ Roses sono le ultime vere rockstar di un mondo musicale che ha provato in tutti i modi di rimpiazzarli con realtà a volte credibili, altre meno, ma fallendo miseramente ogni volta. Che piaccia o no i Guns n’ Roses sono di nuovo e ancora sul trono del rock’n’roll e il concerto di Imola ha certificato la grandezza di una band che è sopravvissuta a tutti gli eccessi possibili e immaginabili, a furiose liti e interminabili anni di silenzio, ma che quando ha deciso di tornare lo ha fatto in grande stile, uno stile esagerato e coatto, quello stile che appartiene solo ai Guns n’ Fucking Roses.

Scaletta Guns n’ Roses: 1. It’s So Easy – 2. Mr. Brownstone – 3. Chinese Democracy – 4. Welcome To The Jungle – 5. Double Talkin’ Jive – 6. Better – 7. Estranged – 8. Live And Let Die (Wings cover) – 9. Rocket Queen – 10. You Could Be Mine – 11. Attitude (Misfits cover) – 12. This I Love – 13. Civil War – 14. Yesterdays – 15. Coma – 16. Slash Guitar Solo [ Speak Softly Love (Love Theme From The Godfather) (Nino Rota cover)] – 17. Sweet Child O’ Mine – 18. My Michelle – 19. Wish You Were Here (Pink Floyd cover) – 20. November Rain (“Layla” piano exit intro) – 21. Knockin’ On Heaven’s Door (Bob Dylan cover) – 22. Nightrain – 23. Don’t Cry – 24. Black Hole Sun (Soundgarden cover) – 25. The Seeker (The Who cover) – 26. Paradise City

Foto di Persephone e Michele Rienzi.

Questo report è dedicato alla mia famiglia che ha pazientemente sopportato venti anni di Guns n’ Roses a volume spropositato.

Mister Folk Fest: il photo report

Il primo Mister Folk Fest è ormai archiviato e tutto è andato bene anche grazie al fondamentale aiuto di persone speciali; due di queste sono Alessandro Torelli e Gianluca Soriconi, ovvero i video/foto reporter che hanno immortalato il festival. Ricordandovi che stiamo lavorando sul docufilm della serata che sarà pubblicato sul canale Youtube di Mister Folk, vi lascio a questa bella carrellata di immagini che ritraggono le quattro band sul palco.

SELVANS:

VINTERBLOT:

DYRNWYN:

BLODIGA SKALD:

VARIE:

Live Report: Kampfar a Roma

KAMPFAR + NEGURĂ BUNGET + SELVANS + KYTERION + OSSIFIC

10 novembre, Traffic Live Club, Roma

locandina

Profan, Zi e Lupercalia, tre bellissimi album al centro della serata che ha visto infuocare il Traffic Live Club di Roma grazie alle note di Kampfar, Negură Bunget e Selvans. Ad aprire il concerto sono stati i giovani canadesi Ossific, band che ha proposto nei pochi minuti a disposizione un black metal atmosferico con qualche elemento disturbante presente nel recente debutto …As Roots Burn. Il pubblico si fa più numeroso e interessato con lo show dei bolognesi Kyterion: il loro black metal diretto e senza fronzoli tratto dall’esordio Inferno I ha suscitato interesse sia per la parte musicale, soprattutto nei momenti più cadenzati, che per l’aspetto lirico, in quanto il quartetto si esprime in italiano del XIII secolo.

Il Traffic però cambia atmosfera e con una gran bella cornice di pubblico salgono sul palco gli abruzzesi Selvans, una delle migliori nuove realtà in ambito estremo. Clangores Plenilunio e Lupercalia sono ottimi dischi che hanno reso molto popolare la band guidata dal carismatico frontman Selvans Haruspex. Brani come Lupercale e Hirpi Sorani sono stupefacenti dal vivo per potenza e pathos, mentre O Clitumne! mostra l’aspetto meno violento della band, ma non per questo meno interessante. Preceduto dai cori “Selvans, Selvans!” da parte del pubblico, lo show si chiude con la canzone Pater Surgens, durante la quale il frontman suona un grande tamburo con delle ossa al posto delle bacchette: un momento carico di energia e passione, degna conclusione di un concerto spettacolare. Lo show dei Selvans colpisce – oltre per l’aspetto musicale – per la presenza scenica e in particolare per la sacralità dei movimenti del cantante, al punto di avere la sensazione di assistere a un rito pagano invece di un semplice live show. Musica, face painting, attitudine, tutto riporta al “vero” black metal (anche se i Selvans hanno molte sfaccettature e non possono di certo essere etichettati semplicemente come black metal), tanto che a fine concerto si ha la certezza di aver assistito a un intenso evento di rara bellezza.

Scaletta Selvans: 1. Lupercale – 2. Hirpi Sorani – 3. O Clitumne! – 4. Pater Surgens

La serata prosegue alla grande con il ritorno a Roma dei Negură Bunget a un solo anno dallo show del Closer Club in occasione del tour di Tău. Questa volta al centro dell’attenzione è il nuovo full-length Zi, secondo cd della trilogia transilvana che la formazione di Timișoara ha deciso di realizzare per esprimere in musica i vari aspetti della propria terra. La band è molto compatta e presenta uno show assolutamente degno di nota; alla chitarra e flauti, però, si registra la novità di Olivian Mihalcea al posto di Adrian Neagoe, noto come “OQ”. I suoni sono potenti e lo spettacolo offerto dai romeni è di grande qualità, complice anche una scaletta perfetta per una serata come questa. La setlist è incentrata sugli ultimi tre lavori e gli immancabili brani tratti da Om, l’album del 2006 ritenuto da molti come il capolavoro dei Negură Bunget. Tra Gradina Stelelor posta in apertura e l’accoppiata finale da mozzare il fiato Dacia Hiperboreana/Tara De Dincolo De Negura ce n’è veramente per tutti i gusti, ma in particolare spicca la strumentale Norinor (video), tre minuti di puro folclore con il chitarrista/cantante Tibor Kati impegnato alle percussioni ben supportato da Negru e Mihalcea con batteria e tamburi. A fine concerto sono solo applausi e corna al cielo sia da chi preferisce le canzoni più feroci che da chi ama il lato più folk del combo romeno, autore di una prova veramente ispirata.

Scaletta Negură Bunget: 1. Gradina Stelelor – 2. Cunoaserea Tacuta – 3. Norilor – 4. Nametenie – 5. Brazda Da Foc – 6. Dacia Hiperboreana – 7. Tara De Dincolo De Negura

L’ora è tarda ma il pubblico di certo non lascia il locale per assistere ai norvegesi Kampfar, e fa bene: i quattro musicisti hanno dato prova di bravura e capacità di tenere il palco incitando continuamente il pubblico e sputando (nel vero senso della parola!) ogni goccia di sangue del proprio corpo per rendere il concerto un grande concerto. La chitarra grezza di Ole Hartvigsen non è la classica lama affilata, piuttosto una mazza ferrata assetata di sangue, e il basso iper distorto di Jon Bakker è il suo fedele alleato. La terremotante batteria di Ask apre le porte dell’inferno e l’indiscusso signore dell’oscurità è ovviamente Dolk, carismatico frontman pieno di energia che non ha mai smesso di muoversi e dialogare con la platea. L’inizio è affidato a Gloria Ablaze, opener dell’ultimo disco Profan, ma è il classico Ravenheart (dal fantastico Kvass) a far urlare l’intera platea. Nella scaletta trovano spazio composizioni tratte da tutti i dischi: le datate Troll, Død Og Trolldom e Hymne ripescate rispettivamente da Fra Underverdenen e dal lontanissimo EP di debutto Kampfar del 1996, si trovano fianco a fianco con quelle dell’era di mezzo come Vettekult (da Heimgang, 2008) e Altergang (dal cd Mare del 2011), fino alle due tracce del bis, l’eccitante Mylder (“vi insegno una parolaccia, ripetete con me: Helvete!”) e la conclusiva Our Hounds, Our Legion provenienti da Djevelmakt: il senso è uno solo, ovvero che tutti i dischi dei Kampfar sono belli e meritano di essere rappresentati in concerto almeno da una canzone. Nulla di più vero: Dolk e co. sono delle vere macchine da guerra e i brani proposti suonano tutti potenti e spaventosi allo stesso modo. Lo show scorre senza tregua e pause, giusto il tempo di introdurre le canzoni (“un tempo non c’era internet e il fottuto Facebook, ma c’erano le streghe!”) e per ricambiare l’affetto che i fan mostrano in continuazione verso i musicisti norvegesi.

Si giunge così al termine della lunga serata, stanchi ma decisamente soddisfatti per aver assistito al concerto di tre grandi gruppi e scoperto due giovani realtà che potranno fare bene in futuro.

Scaletta Kampfar: 1. Gloria Ablaze – 2. Ravenheart – 3. Troll, Død Og Trolldom – 4. Swarm Norvegicus – 5. Hymne – 6. Lyktemenn / Til Siste Mann – 7. Vettekult – 8. Altergang – 9. Tornekratt – 10. Mylder – 11. Our Hounds, Our Legion

NB – Per gli scatti ai Kampfar si ringrazia Martina Santoro del Traffic.

Live report: Enslaved a Roma

ENSLAVED + NE OBLIVISCARIS + OCEANS OF SLUMBER

27 ottobre, Traffic Live Club, Roma

locandina

La notizia è principalmente una: gli Enslaved, dopo quasi venti anni, tornano a suonare a Roma. La cosa viene ricordata anche dalla band norvegese durante il concerto, con il frontman Grutle Kjellson che va a stringere la mano al vissuto metallaro accanto a me, unico superstite di quella storica data. Ma andiamo con ordine.

Primi a salire sul palco sono i texani Oceans Of Slumber, band capeggiata dalla brava cantante Cammie Gilbert: i brani del recente Winter (Century Media Records) sono gli ovvi protagonisti, un mix moderno di vari stili di metal – ottimo il drumming di Dobber Beverly – che tanto interesse sembra riscuotere tra i giovanissimi. Non a caso, le file dinanzi al palco sono in parte occupate da giovani sbarbati ragazzi ai primi concerti. La breve performance del combo di Houston, definito da molti come progressive metal (?!), convince gli scettici e avvicina i curiosi, un buon modo per iniziare la serata.

A meno di un anno dallo scorso show capitolino di spalla ai Cradle Of Filth, i Ne Obliviscaris tornano ancora più forti e con un numero di fan sempre maggiore. I cinque brani in scaletta confermano quel che si dice di loro: formazione potente e precisa, ricca d’influenze e in grado di reggere benissimo il palcoscenico. Se il goticone Marc Campbell, in arte Xenoir, non apre bocca se non per urlare al microfono, ci pensa il cantante/violinista Tim Charles (autore anche di un bel tuffo sul pubblico!), a sorridere e interagire con la platea, letteralmente rapita dalle note delle varie Of Petrichor Weaves Black Noise e And Plague Flowers The Kaleidoscope (entrambe estrapolate dal debutto Portal Of I risalente al 2012). Quel che è certo è che Ne Obliviscaris meritano un minutaggio più ampio e almeno un tour da co-headliner, magari dopo la pubblicazione del terzo album: i ragazzi australiani sono tra le migliori realtà del metal estremo, con un sound personale e con un’innata capacità di reggere il palco, cosa non da tutti.

Scaletta Ne Obliviscaris: 1. Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes – 2. Of Petrichor Weaves Black Noise – 3. Painters Of The Tempest (Part II): Triptych Lux – 4. Pyrrhic – 5. And Plague Flowers The Kaleidoscope

Era il 17 dicembre 1997, il locale si chiamava “Frontiera”: da allora gli Enslaved non sono più scesi a Roma, ma grazie agli sforzi degli organizzatori la band norvegese torna finalmente a calcare un palcoscenico della capitale dopo ben diciannove interminabili anni. L’album da promuovere è l’ottimo In Times, ma ad aprire lo show ci pensa Roots Of The Mountain, brano tratto dal fenomenale RIITIIR. Atteggiamento e presenza sono quelli classici delle band scandinave vecchia scuola, anche se Grutle sorprende tutti con una grande loquacità (compresi un paio di “Forza Roma!”) e diversi siparietti con l’amico di una vita Ivar Bjørnson (“la prossima canzone è una cover del Banco Del Mutuo Soccorso, ah no, a Ivar non piacciono!”), un orso nei modi e nella presenza. La scaletta varia dal demo Yggdrasill del 1992 con la feroce Fenris all’ultimo cd con Building The Fire e la notevole One Thousand Years Of Rain dal riffing ipnotico, passando per le release di metà carriera (The Crossing, per esempio), accontentando davvero tutti. Tutti tranne me, “colpevole” di amare alla follia Eld, lavoro per l’occasione completamente ignorato nonostante le diverse richieste di suonare l’impegnativa – sedici minuti – 793 (Slaget om Lindisfarne) da parte di diversi intenditori presenti in sala. Tornando seri, sorprende in positivo la chiusura del bis affidata ad Allfáðr Oðinn, puro black/viking risalente al primissimo demo Nema del 1991, ma è chiara l’intenzione degli Enslaved di dare tutto al pubblico, non limitandosi solamente alla fase più recente della propria carriera.

Si accendono le luci e sono presi d’assalto gli stand del merchandise (o il bar, a seconda dei gusti), con le band al completo felici di parlare con il proprio pubblico, farsi immortalare in fotografie e autografare i dischi (molti vinili in giro, che bella cosa!). Gli Enslaved, invece, si sono a mala pena visti, ma come detto prima, la loro attitudine è diversa e sono persone estremamente riservate. Speriamo solamente non ci vogliano altri diciannove anni per ammirarli nuovamente in concerto a Roma. Come dicono gli ultimi versi della canzone Eld: “Vår lekam skal brennast ved Ragnarok – Våre sjeler bindast i Frost og Eld”, ovvero “La nostra carne brucerà al Ragnarok, le nostre anime si unireanno nel Gelo e nel Fuoco”.

Scaletta Enslaved: 1. Roots Of The Mountain – 2. Ruun – 3. The Watcher – 4. Building With Fire – 5. Ethica Odini – 6. Fenris – 7. The Crossing – 8. Ground – 9. One Thousand Years Of Rain – 10. Allfadr Odinn

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Live Report: Cradle Of Filth a Roma

CRADLE OF FILTH + NE OBLIVISCARIS

6 novembre 2015, Orion Live Club, Ciampino (RM)

CoF

Il tour promozionale di Hammer Of The Witches, nuovo sigillo degli inglesi Cradle Of Filth pubblicato pochi mesi fa dalla Nuclear Blast Records, fa tappa in Italia per tre date: Treviso, Roma e Milano. Gli australiani Ne Obliviscaris sono la band di supporto con i nostrani Cadaveria nel ruolo di opener. Gli orari della serata sono piuttosto strani: apertura porte alle 19, inizio concerti alle 20 con le luci che si riaccendono definitivamente alle 23.30. Non ho potuto assistere all’esibizione dei Cadaveria (e molte persone come me) per via dell’orario poco comodo per chi deve lavorare fino all’ora di cena, difatti io e Alice “Persephone” arriviamo giusto in tempo per l’inizio del primo brano dei Ne Obliviscaris, Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes. La band suona compatta e il pubblico inneggia più volte ai musicisti australiani, convincenti sul palco tanto quanto su disco. Riproporre con perizia e “fisicità” le infinite note fluenti di Portal Of I e Citadel tenendo perennemente elevata l’attenzione dell’audience non è cosa da tutti, e per la durata delle tre canzoni proposte Tim Charles, voce pulita e violino, ha incitato più volte la già calda platea, con ottimi risultati. La band termina il proprio show (trentacinque minuti in tutto) tra i meritati applausi, il commento che ho ascoltato più volte durante la serata è stato “speriamo tornino presto come headliner”… lo meriterebbero!

Scaletta Ne Obliviscaris: Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes – Pyrrhic – And Plague Flower The Kaleidoscope

Il cambio palco non porta via molto tempo, la scenografia non prevedere molte cose, ma quella grande croce con uno scheletro appeso davanti al telone che fa da sfondo mette subito le cose in chiaro, i Cradle Of Filth stanno per salire sullo stage. L’attacco, dopo il canonico intro, è affidato a Heaven Torn Asunder, tratta dall’ultimo – e ben riuscito – studio album Hammer Of The Witches: Dani Filth, il quale indossa un bel paio di corna, sembra essere in buona forma, saltella in continuazione e le sue tipiche urla distruggi udito ne sono la prova, anche se successivamente accuserà un calo di voce da metà show in poi. Il concerto è un continuo avanti-indietro nel tempo, pescando principalmente dai lavori che hanno permesso alla band di diventare un nome di spicco dell’intera scena metal, come Cruelty And The Beast e Midian, rispettivamente del 1998 e 2000. Continuando a parlare del passato, avevo visto dal vivo i Cradle Of Filth in occasione del Tattoo The Planet, festival svoltosi a Milano nel 2001 che prevedeva le esibizioni anche di Slayer (headliner), Moonspell, Children Of Bodom, Necrodeath, Extrema e Underbred: esperienza molto spettacolare da vedere (donne avvolte in pelle aderente su trampoli, Dani Filth con una sega a motore che colpiva il corpetto in metallo di una corista…) e non perfetta a livello di sound. Quella dell’Orion, invece, è stata una prova impeccabile per i musicisti inglesi, puliti con gli strumenti quanto scenici e cordiali nei confronti del pubblico. In particolare, ha suscitato subito simpatia la tastierista/cantante Lindsay Schoolcraft, molto teatrale e dall’ottima voce. Due gli estratti dal debutto The Principle Of Evil Made Flash del 1994 e quattro quelli dell’ultimo cd, tutto sommato una scaletta equilibrata che ha fortunatamente messo da parte lavori poco riusciti come Godspeed On The Devil’s Thunder e The Manticore And Other Horrors a favore dei vari Nimphetamine (Nimphetamine Fix) e l’EP del 1996 V Empire Or Dark Faerytales (Queen Of Winter, Throned); lo show volge al termine e i due classici Her Ghost In The Fog e The Forest Whispers My Name sono le ultime canzoni della serata. Dani Filth abbandona il palco rapidamente, gli altri musicisti, invece, si fermano per stringere mani e ricevere il calore dei propri fan.

Nonostante l’orario atipico e la concomitanza di ben due concerti nella stessa serata (Deep Purple al Palalottomatica e Grim Reaper al Traffic), si può parlare di buona affluenza di pubblico, con lo “strano caso” di persone che hanno pagato trenta euro di biglietto unicamente per vedere i Ne Obliviscaris e poi tornarsene a casa prima dell’entrata in scena dei Cradle Of Filth. Quella del 6 novembre è stata una bella serata di metallo estremo, non c’è che dire.

Scaletta Cradle Of Filth: Humana Inspired To Nightmare (intro) – Heaven Torn Asunder – Cruelty Brought Three Orchids – Blackest Magick In Practice – Lord Abortion – Right Wing Of The Garden Triptych – Malice Through The Looking Glass – Deflowering The Maidenhead, Displeasuring The Goddess – Queen Of Winter, Throned – Walpurgis Eve (intro) – Yours Immortally – Nymphetamine (Fix) – The Twisted Nails Of Faith – Her Ghost In The Fog – The Forest Whispers My Name – Blooding The Hounds Of Hell (outro)

 Foto a cura di Alice “Persephone”.