Live Report: Kampfar a Roma

KAMPFAR + NEGURĂ BUNGET + SELVANS + KYTERION + OSSIFIC

10 novembre, Traffic Live Club, Roma

locandina

Profan, Zi e Lupercalia, tre bellissimi album al centro della serata che ha visto infuocare il Traffic Live Club di Roma grazie alle note di Kampfar, Negură Bunget e Selvans. Ad aprire il concerto sono stati i giovani canadesi Ossific, band che ha proposto nei pochi minuti a disposizione un black metal atmosferico con qualche elemento disturbante presente nel recente debutto …As Roots Burn. Il pubblico si fa più numeroso e interessato con lo show dei bolognesi Kyterion: il loro black metal diretto e senza fronzoli tratto dall’esordio Inferno I ha suscitato interesse sia per la parte musicale, soprattutto nei momenti più cadenzati, che per l’aspetto lirico, in quanto il quartetto si esprime in italiano del XIII secolo.

Il Traffic però cambia atmosfera e con una gran bella cornice di pubblico salgono sul palco gli abruzzesi Selvans, una delle migliori nuove realtà in ambito estremo. Clangores Plenilunio e Lupercalia sono ottimi dischi che hanno reso molto popolare la band guidata dal carismatico frontman Selvans Haruspex. Brani come Lupercale e Hirpi Sorani sono stupefacenti dal vivo per potenza e pathos, mentre O Clitumne! mostra l’aspetto meno violento della band, ma non per questo meno interessante. Preceduto dai cori “Selvans, Selvans!” da parte del pubblico, lo show si chiude con la canzone Pater Surgens, durante la quale il frontman suona un grande tamburo con delle ossa al posto delle bacchette: un momento carico di energia e passione, degna conclusione di un concerto spettacolare. Lo show dei Selvans colpisce – oltre per l’aspetto musicale – per la presenza scenica e in particolare per la sacralità dei movimenti del cantante, al punto di avere la sensazione di assistere a un rito pagano invece di un semplice live show. Musica, face painting, attitudine, tutto riporta al “vero” black metal (anche se i Selvans hanno molte sfaccettature e non possono di certo essere etichettati semplicemente come black metal), tanto che a fine concerto si ha la certezza di aver assistito a un intenso evento di rara bellezza.

Scaletta Selvans: 1. Lupercale – 2. Hirpi Sorani – 3. O Clitumne! – 4. Pater Surgens

La serata prosegue alla grande con il ritorno a Roma dei Negură Bunget a un solo anno dallo show del Closer Club in occasione del tour di Tău. Questa volta al centro dell’attenzione è il nuovo full-length Zi, secondo cd della trilogia transilvana che la formazione di Timișoara ha deciso di realizzare per esprimere in musica i vari aspetti della propria terra. La band è molto compatta e presenta uno show assolutamente degno di nota; alla chitarra e flauti, però, si registra la novità di Olivian Mihalcea al posto di Adrian Neagoe, noto come “OQ”. I suoni sono potenti e lo spettacolo offerto dai romeni è di grande qualità, complice anche una scaletta perfetta per una serata come questa. La setlist è incentrata sugli ultimi tre lavori e gli immancabili brani tratti da Om, l’album del 2006 ritenuto da molti come il capolavoro dei Negură Bunget. Tra Gradina Stelelor posta in apertura e l’accoppiata finale da mozzare il fiato Dacia Hiperboreana/Tara De Dincolo De Negura ce n’è veramente per tutti i gusti, ma in particolare spicca la strumentale Norinor (video), tre minuti di puro folclore con il chitarrista/cantante Tibor Kati impegnato alle percussioni ben supportato da Negru e Mihalcea con batteria e tamburi. A fine concerto sono solo applausi e corna al cielo sia da chi preferisce le canzoni più feroci che da chi ama il lato più folk del combo romeno, autore di una prova veramente ispirata.

Scaletta Negură Bunget: 1. Gradina Stelelor – 2. Cunoaserea Tacuta – 3. Norilor – 4. Nametenie – 5. Brazda Da Foc – 6. Dacia Hiperboreana – 7. Tara De Dincolo De Negura

L’ora è tarda ma il pubblico di certo non lascia il locale per assistere ai norvegesi Kampfar, e fa bene: i quattro musicisti hanno dato prova di bravura e capacità di tenere il palco incitando continuamente il pubblico e sputando (nel vero senso della parola!) ogni goccia di sangue del proprio corpo per rendere il concerto un grande concerto. La chitarra grezza di Ole Hartvigsen non è la classica lama affilata, piuttosto una mazza ferrata assetata di sangue, e il basso iper distorto di Jon Bakker è il suo fedele alleato. La terremotante batteria di Ask apre le porte dell’inferno e l’indiscusso signore dell’oscurità è ovviamente Dolk, carismatico frontman pieno di energia che non ha mai smesso di muoversi e dialogare con la platea. L’inizio è affidato a Gloria Ablaze, opener dell’ultimo disco Profan, ma è il classico Ravenheart (dal fantastico Kvass) a far urlare l’intera platea. Nella scaletta trovano spazio composizioni tratte da tutti i dischi: le datate Troll, Død Og Trolldom e Hymne ripescate rispettivamente da Fra Underverdenen e dal lontanissimo EP di debutto Kampfar del 1996, si trovano fianco a fianco con quelle dell’era di mezzo come Vettekult (da Heimgang, 2008) e Altergang (dal cd Mare del 2011), fino alle due tracce del bis, l’eccitante Mylder (“vi insegno una parolaccia, ripetete con me: Helvete!”) e la conclusiva Our Hounds, Our Legion provenienti da Djevelmakt: il senso è uno solo, ovvero che tutti i dischi dei Kampfar sono belli e meritano di essere rappresentati in concerto almeno da una canzone. Nulla di più vero: Dolk e co. sono delle vere macchine da guerra e i brani proposti suonano tutti potenti e spaventosi allo stesso modo. Lo show scorre senza tregua e pause, giusto il tempo di introdurre le canzoni (“un tempo non c’era internet e il fottuto Facebook, ma c’erano le streghe!”) e per ricambiare l’affetto che i fan mostrano in continuazione verso i musicisti norvegesi.

Si giunge così al termine della lunga serata, stanchi ma decisamente soddisfatti per aver assistito al concerto di tre grandi gruppi e scoperto due giovani realtà che potranno fare bene in futuro.

Scaletta Kampfar: 1. Gloria Ablaze – 2. Ravenheart – 3. Troll, Død Og Trolldom – 4. Swarm Norvegicus – 5. Hymne – 6. Lyktemenn / Til Siste Mann – 7. Vettekult – 8. Altergang – 9. Tornekratt – 10. Mylder – 11. Our Hounds, Our Legion

NB – Per gli scatti ai Kampfar si ringrazia Martina Santoro del Traffic.

Live report: Enslaved a Roma

ENSLAVED + NE OBLIVISCARIS + OCEANS OF SLUMBER

27 ottobre, Traffic Live Club, Roma

locandina

La notizia è principalmente una: gli Enslaved, dopo quasi venti anni, tornano a suonare a Roma. La cosa viene ricordata anche dalla band norvegese durante il concerto, con il frontman Grutle Kjellson che va a stringere la mano al vissuto metallaro accanto a me, unico superstite di quella storica data. Ma andiamo con ordine.

Primi a salire sul palco sono i texani Oceans Of Slumber, band capeggiata dalla brava cantante Cammie Gilbert: i brani del recente Winter (Century Media Records) sono gli ovvi protagonisti, un mix moderno di vari stili di metal – ottimo il drumming di Dobber Beverly – che tanto interesse sembra riscuotere tra i giovanissimi. Non a caso, le file dinanzi al palco sono in parte occupate da giovani sbarbati ragazzi ai primi concerti. La breve performance del combo di Houston, definito da molti come progressive metal (?!), convince gli scettici e avvicina i curiosi, un buon modo per iniziare la serata.

A meno di un anno dallo scorso show capitolino di spalla ai Cradle Of Filth, i Ne Obliviscaris tornano ancora più forti e con un numero di fan sempre maggiore. I cinque brani in scaletta confermano quel che si dice di loro: formazione potente e precisa, ricca d’influenze e in grado di reggere benissimo il palcoscenico. Se il goticone Marc Campbell, in arte Xenoir, non apre bocca se non per urlare al microfono, ci pensa il cantante/violinista Tim Charles (autore anche di un bel tuffo sul pubblico!), a sorridere e interagire con la platea, letteralmente rapita dalle note delle varie Of Petrichor Weaves Black Noise e And Plague Flowers The Kaleidoscope (entrambe estrapolate dal debutto Portal Of I risalente al 2012). Quel che è certo è che Ne Obliviscaris meritano un minutaggio più ampio e almeno un tour da co-headliner, magari dopo la pubblicazione del terzo album: i ragazzi australiani sono tra le migliori realtà del metal estremo, con un sound personale e con un’innata capacità di reggere il palco, cosa non da tutti.

Scaletta Ne Obliviscaris: 1. Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes – 2. Of Petrichor Weaves Black Noise – 3. Painters Of The Tempest (Part II): Triptych Lux – 4. Pyrrhic – 5. And Plague Flowers The Kaleidoscope

Era il 17 dicembre 1997, il locale si chiamava “Frontiera”: da allora gli Enslaved non sono più scesi a Roma, ma grazie agli sforzi degli organizzatori la band norvegese torna finalmente a calcare un palcoscenico della capitale dopo ben diciannove interminabili anni. L’album da promuovere è l’ottimo In Times, ma ad aprire lo show ci pensa Roots Of The Mountain, brano tratto dal fenomenale RIITIIR. Atteggiamento e presenza sono quelli classici delle band scandinave vecchia scuola, anche se Grutle sorprende tutti con una grande loquacità (compresi un paio di “Forza Roma!”) e diversi siparietti con l’amico di una vita Ivar Bjørnson (“la prossima canzone è una cover del Banco Del Mutuo Soccorso, ah no, a Ivar non piacciono!”), un orso nei modi e nella presenza. La scaletta varia dal demo Yggdrasill del 1992 con la feroce Fenris all’ultimo cd con Building The Fire e la notevole One Thousand Years Of Rain dal riffing ipnotico, passando per le release di metà carriera (The Crossing, per esempio), accontentando davvero tutti. Tutti tranne me, “colpevole” di amare alla follia Eld, lavoro per l’occasione completamente ignorato nonostante le diverse richieste di suonare l’impegnativa – sedici minuti – 793 (Slaget om Lindisfarne) da parte di diversi intenditori presenti in sala. Tornando seri, sorprende in positivo la chiusura del bis affidata ad Allfáðr Oðinn, puro black/viking risalente al primissimo demo Nema del 1991, ma è chiara l’intenzione degli Enslaved di dare tutto al pubblico, non limitandosi solamente alla fase più recente della propria carriera.

Si accendono le luci e sono presi d’assalto gli stand del merchandise (o il bar, a seconda dei gusti), con le band al completo felici di parlare con il proprio pubblico, farsi immortalare in fotografie e autografare i dischi (molti vinili in giro, che bella cosa!). Gli Enslaved, invece, si sono a mala pena visti, ma come detto prima, la loro attitudine è diversa e sono persone estremamente riservate. Speriamo solamente non ci vogliano altri diciannove anni per ammirarli nuovamente in concerto a Roma. Come dicono gli ultimi versi della canzone Eld: “Vår lekam skal brennast ved Ragnarok – Våre sjeler bindast i Frost og Eld”, ovvero “La nostra carne brucerà al Ragnarok, le nostre anime si unireanno nel Gelo e nel Fuoco”.

Scaletta Enslaved: 1. Roots Of The Mountain – 2. Ruun – 3. The Watcher – 4. Building With Fire – 5. Ethica Odini – 6. Fenris – 7. The Crossing – 8. Ground – 9. One Thousand Years Of Rain – 10. Allfadr Odinn

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Live Report: Cradle Of Filth a Roma

CRADLE OF FILTH + NE OBLIVISCARIS

6 novembre 2015, Orion Live Club, Ciampino (RM)

CoF

Il tour promozionale di Hammer Of The Witches, nuovo sigillo degli inglesi Cradle Of Filth pubblicato pochi mesi fa dalla Nuclear Blast Records, fa tappa in Italia per tre date: Treviso, Roma e Milano. Gli australiani Ne Obliviscaris sono la band di supporto con i nostrani Cadaveria nel ruolo di opener. Gli orari della serata sono piuttosto strani: apertura porte alle 19, inizio concerti alle 20 con le luci che si riaccendono definitivamente alle 23.30. Non ho potuto assistere all’esibizione dei Cadaveria (e molte persone come me) per via dell’orario poco comodo per chi deve lavorare fino all’ora di cena, difatti io e Alice “Persephone” arriviamo giusto in tempo per l’inizio del primo brano dei Ne Obliviscaris, Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes. La band suona compatta e il pubblico inneggia più volte ai musicisti australiani, convincenti sul palco tanto quanto su disco. Riproporre con perizia e “fisicità” le infinite note fluenti di Portal Of I e Citadel tenendo perennemente elevata l’attenzione dell’audience non è cosa da tutti, e per la durata delle tre canzoni proposte Tim Charles, voce pulita e violino, ha incitato più volte la già calda platea, con ottimi risultati. La band termina il proprio show (trentacinque minuti in tutto) tra i meritati applausi, il commento che ho ascoltato più volte durante la serata è stato “speriamo tornino presto come headliner”… lo meriterebbero!

Scaletta Ne Obliviscaris: Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes – Pyrrhic – And Plague Flower The Kaleidoscope

Il cambio palco non porta via molto tempo, la scenografia non prevedere molte cose, ma quella grande croce con uno scheletro appeso davanti al telone che fa da sfondo mette subito le cose in chiaro, i Cradle Of Filth stanno per salire sullo stage. L’attacco, dopo il canonico intro, è affidato a Heaven Torn Asunder, tratta dall’ultimo – e ben riuscito – studio album Hammer Of The Witches: Dani Filth, il quale indossa un bel paio di corna, sembra essere in buona forma, saltella in continuazione e le sue tipiche urla distruggi udito ne sono la prova, anche se successivamente accuserà un calo di voce da metà show in poi. Il concerto è un continuo avanti-indietro nel tempo, pescando principalmente dai lavori che hanno permesso alla band di diventare un nome di spicco dell’intera scena metal, come Cruelty And The Beast e Midian, rispettivamente del 1998 e 2000. Continuando a parlare del passato, avevo visto dal vivo i Cradle Of Filth in occasione del Tattoo The Planet, festival svoltosi a Milano nel 2001 che prevedeva le esibizioni anche di Slayer (headliner), Moonspell, Children Of Bodom, Necrodeath, Extrema e Underbred: esperienza molto spettacolare da vedere (donne avvolte in pelle aderente su trampoli, Dani Filth con una sega a motore che colpiva il corpetto in metallo di una corista…) e non perfetta a livello di sound. Quella dell’Orion, invece, è stata una prova impeccabile per i musicisti inglesi, puliti con gli strumenti quanto scenici e cordiali nei confronti del pubblico. In particolare, ha suscitato subito simpatia la tastierista/cantante Lindsay Schoolcraft, molto teatrale e dall’ottima voce. Due gli estratti dal debutto The Principle Of Evil Made Flash del 1994 e quattro quelli dell’ultimo cd, tutto sommato una scaletta equilibrata che ha fortunatamente messo da parte lavori poco riusciti come Godspeed On The Devil’s Thunder e The Manticore And Other Horrors a favore dei vari Nimphetamine (Nimphetamine Fix) e l’EP del 1996 V Empire Or Dark Faerytales (Queen Of Winter, Throned); lo show volge al termine e i due classici Her Ghost In The Fog e The Forest Whispers My Name sono le ultime canzoni della serata. Dani Filth abbandona il palco rapidamente, gli altri musicisti, invece, si fermano per stringere mani e ricevere il calore dei propri fan.

Nonostante l’orario atipico e la concomitanza di ben due concerti nella stessa serata (Deep Purple al Palalottomatica e Grim Reaper al Traffic), si può parlare di buona affluenza di pubblico, con lo “strano caso” di persone che hanno pagato trenta euro di biglietto unicamente per vedere i Ne Obliviscaris e poi tornarsene a casa prima dell’entrata in scena dei Cradle Of Filth. Quella del 6 novembre è stata una bella serata di metallo estremo, non c’è che dire.

Scaletta Cradle Of Filth: Humana Inspired To Nightmare (intro) – Heaven Torn Asunder – Cruelty Brought Three Orchids – Blackest Magick In Practice – Lord Abortion – Right Wing Of The Garden Triptych – Malice Through The Looking Glass – Deflowering The Maidenhead, Displeasuring The Goddess – Queen Of Winter, Throned – Walpurgis Eve (intro) – Yours Immortally – Nymphetamine (Fix) – The Twisted Nails Of Faith – Her Ghost In The Fog – The Forest Whispers My Name – Blooding The Hounds Of Hell (outro)

 Foto a cura di Alice “Persephone”.

Live Report: Counting Crows a Roma

4 luglio 2015, Auditorium Parco della Musica, RomaCCroma 

Gli americani Counting Crows fanno tappa in Italia con due date (Pistoia e Roma) in occasione del tour promozionale del nuovo album Somewhere Under Wonderland, lavoro che conferma la grandezza di un gruppo capace di imporsi sul mercato senza snaturare il proprio sound, continuando con personalità il discorso musicale iniziato nel 1993 con August And Everything After, disco che, giusto per ricordare i dati, ha venduto nei soli USA oltre sette milioni di copie.

L’Auditorium di Roma è un luogo magico per assistere a un concerto: si tratta di una struttura pensata esclusivamente per la musica live, quindi l’audio è ottimo in qualunque posizione ci si trovi, con il palco sempre vicino alle tribune per non perdere nemmeno un’espressione del musicista di turno. Con queste premesse non poteva che essere un grande concerto quello dei Counting Crows, e così è stato. Alle 21.10 la band di San Francisco era già on stage per attaccare con Sullivan Street, canzone tratta dal debut cd. L’atmosfera è strana, per la prima volta assisto a un concerto stando seduto: in verità non durerà molto poiché, a inizio della terza canzone, il singolone Mr. Jones, la platea si alza in piedi e si accalca sotto al palcoscenico, come dovrebbe essere per un qualunque concerto rock. Il cantante Adam Duritz non nasconde la soddisfazione e canta sorridendo nonostante la security cerchi in ogni modo – ma sempre delicatamente e con educazione, è giusto dirlo – di far tornare le persone a sedere sulle sedie. Questo è un tira-molla che va avanti per oltre una canzone, ogni tanto qualcuno torna sotto al palco a cantare e ballare, fino a quando non si giunge a un compromesso: si possono lasciare le sedie e andare sotto al palco a patto di stare seduti. A me, abituato da venti anni di concerti alla completa libertà, sembra tutto molto strano, la sensazione è quella di trovarsi dentro a un film tanto è assurda la situazione. La band, che nel frattempo ha suonato John Appleseed’s Lament e la stupenda Colorblind, stenta a capire le strane regole dell’Auditorium, Duritz ci scherza sopra e con la magnifica voce che si ritrova continua lo show con Mercy, Omaha e Cover Up The Sun. Ben tre le cover proposte dai Counting Crows, si tratta di Like Teenage Gravity di Kasey Anderson, Friend Of The Devil (The Grateful Dead) e Big Yellow Taxi di Joni Mitchell, tutte suonate con personalità. Il pubblico canta i ritornelli delle canzoni, la band è in grande forma, i musicisti si confermano tutti di altissimo livello, precisi e dotati di gran gusto, la sensazione che si ha è quella di assistere a un concerto di amici per amici, quasi d’intimità nonostante il pubblico presente. Rain King è la canzone scelta per chiudere il concerto, il gruppo esce di scena tra gli applausi prima di tornare per eseguire ben tre pezzi: Palisades Park, Hanginaround e Holiday In Spain. Questa volta il concerto è terminato davvero (quasi due ore di grande musica), Duritz saluta calorosamente il pubblico e promette che i Counting Crows tornaranno a Roma in primavera, battendosi la mano sul cuore. Noi, chiaramente, ci saremo.

Scaletta: 1. Sullivan Street – 2. Mrs. Potter’s Lullaby – 3. Mr. Jones – 4. John Appleseed’s Lament – 5. Colorblind – 6. Mercy – 7. Omaha – 8. Cover Up The Sun – 9. Hard Candy – 10. Like Teenage Gravity – 11. When I Dream of Michelangelo – 12. Friend Of The Devil – 13. Big Yellow Taxi – 14. Earthquake Driver – 15. A Long December – 16. Rain King – 17. Palisades Park – 18. Hanginaround – 19. Holiday in Spain

Live Report: Nuclear Assault a Roma

NUCLEAR ASSAULT + ASSAULTER + ENFORCES + MURDER SPREE

23 luglio 2015, Traffic Live Club, Roma

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Una sola parola per definire la serata: ATTITUDINE. Anzi, due: FOTTUTA ATTITUDINE.

Grande serata di puro thrash metal al Traffic di Roma in occasione del tour d’addio degli statunitensi Nuclear Assault, nome storico del metal che ha prodotto alcuni piccoli capolavori d’ignoranza musicale come Game Over e Survive. Ottima la scelta dell’organizzatore di affiancare ai newyorkesi tre gruppi italiani dallo stile musicale simile; tutti e tre, come vedremo, autori di prestazioni più che buone.

Prima band a salire sul palco sono i Murder Spree, autori di un massiccio thrash dal pregevole lavoro alla chitarra da parte di Gabriele Lupi: brani violenti, drumming serrato e una prestazione convincente sotto tutti i punti di vista. Gli Enforcers sfruttano bene il tempo a propria disposizione con un classico thrash d’annata impreziosito dalla bella voce di Martina L. McLean, frontwoman di spessore. In pochi pezzi il gruppo riesce a convincere e lasciare un ottimo ricordo tra gli spettatori, infatti la band scende dal palco tra i meritati applausi. Prima degli headliner tocca ai tarantini Assaulter, formazione dedita allo speed/thrash più ‘80 che ci sia. Dal look agli strumenti suonati, tutto trasuda amore per il caro vecchio thrash (erano anni che non vedevo indossate delle scarpe da basket Diadora come quelle del cantante/bassista Enzo!), con la musica che non fa certo eccezione: ritmi frenetici, riff tritaossa e il batterista Rodolfo a picchiare selvaggiamente il drum kit. I minuti passano velocemente e la killer song Beer!!! porta alla conclusione uno show veramente intenso e apprezzato da tutti. Pochi minuti e i Nuclear Assault salgono sul palco per sistemare gli amplificatori e attaccare le scalette sulle casse spia: esatto, John Connelly ha preso il nastro isolante e ha sistemato un cavo del microfono e posizionato la scaletta dei brani. Dan Lilker fa lo stesso mentre il chitarrista Scott Harrington si diverte a far urlare il pubblico. I musicisti sono completamente disinteressati all’immagine, tant’è che suonano vestiti esattamente come erano a cena e prima del live: Connelly indossa dei sandali che presto s’impregneranno di birra e Harrington suona con i piedi scalzi. Prima del concerto il cantante s’infila gli occhiali da vista e legge un foglietto in un italiano stentato ma comprensibile dove chiede a chi vuole fare stage diving di non toccare gli strumenti mentre stanno suonando. In effetti la prima metà del concerto sarà un gran caos tra pogo selvaggio, stage diving senza pausa (con anche quattro persone a volta sul palco pronte a lanciarsi) e botte in ogni dove. L’inferno è meno caldo del Traffic a fine luglio, ma certo i Nuclear Assault (e il loro affezionato pubblico) ce l’hanno messa tutta per scatenare la violenza in platea. D’altra parte, quando il concerto inizia con tre pezzi come Rise From The AshesBrainwashed, F## c’è poco da fare se non pogare o lasciarsi andare all’headbanging più sfrenato. Non mancano i pezzi del nuovo EP Pounder: Analog Man In A Digital World e Died In Your Hands non sfigurano vicino a pezzi da novanta come Sin e Betrayal, mentre l’accoppiata My America / Hang The Pope viene introdotta da Connelly che racconta di essere cresciuto in una famiglia molto cattolica. Lo show termina un po’ bruscamente e senza bis con Technology (da Survive): concerto diretto e semplice, privo di fronzoli e che mostra come si può essere un nome che conta nella storia dell’heavy metal senza atteggiarsi a rockstar da strapazzo. Un insegnamento che, spero, possa servire ai troppi gruppi che dopo un disco pagato a peso d’oro (o tour ai confini dell’Europa tramite il malefico pay to play) iniziano a montarsi la testa: chitarra, amplificatore, birra e sudore, questo è il metal, Nuclear Assault docet!

Scaletta: 1. Rise From The Ashes – 2. Brainwashed – 3. F## Mr. – 4. New Song – 5. Critical Mass – 6. Game Over – 7. Buttfuck – 8. Sin – 9. Betrayal – 10. Analog Man – 11. Died In Your Arm – 12. Wake Up – 13. Freedom Dies – 14. My America/Hang The Pope/ Lesbians – 15. Trail Of Tears – 16. Technology

 

Live Report: Negura Bunget a Roma

NEGURĂ BUNGET + SUDDEN DEATH

28 maggio 2015, Closer Club, Roma

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Il nuovo lavoro dei romeni Negură Bunget, Tău, è un mezzo capolavoro, degno successore dell’ottimo Vîrstele Pămîntului. Come promuovere al meglio un disco di tale qualità se non con un lunghissimo tour di oltre settanta concerti? Diverse le date che hanno visto la band capitanata dal batterista Negru in suolo italico, Mister Folk ha assistito a quella romana organizzata dalla Stirred Zone svoltasi allo storico Closer Club.

Inizialmente i gruppi annunciati erano quattro, ma hanno preso parte alla serata solamente in due, i deathsters Sudden Death e gli headliner: dei polacchi Northern Plague non c’è stata traccia (la sera prima hanno suonato in Toscana e poi non si sa che fine abbiano fatto), mentre i Gravestone hanno dovuto rinunciare per un incidente motociclistico accaduto al bassista Gianluca Buffolino.

Per i Sudden Death è stato il primo concerto con la nuova line-up: il death metal di stampo americano ha colpito duro gli spettatori, tra brusche accelerazioni e riff taglienti, con il bravo cantante Luis a tenere bene il palco. Quando i Negură Bunget iniziano a prepararsi per lo show, la saletta del Closer comincia a riempirsi, si tratta comunque di un numero di persone inaccettabile quando a suonare c’è un nome storico come quello dei transilvani, per di più con un prezzo di biglietto a dir poco economico, dieci euro. Grande protagonista della serata è, chiaramente, l’ultimo lavoro in studio Tău, dal quale saranno estratti ben cinque brani. L’apertura è affidata a Țara De Dincolo De Negură, bellissima traccia di Vîrstele Pămîntului: i suoni sono puliti e ben bilanciati, i musicisti sembrano in forma nonostante il tour de force al quale sono sottoposti da mesi. La band di Timișoara purtroppo è solo con quattro componenti, manca Petrică Ionuţescu, musicista che si occupa dei vari strumenti etnici che caratterizzano il suono dei Negură Bunget. Introdotta dal bucium, Nămetenie risulta feroce nelle parti black oriented e altamente evocativa quando gli arpeggi di chitarra e le voci clean s’intrecciano con maestria. Pămînt rappresenta il lato più ambient e sacrale dei romeni, mentre la bellissima Cunoașterea Tăcută rappresenta la parte “progressiva” di Negru e soci. Împodobeala Timpului è un brano dal sapore folk, ritmato e “allegro” per quanto può esserlo un pezzo dei Negură Bunget. Le chitarre di Tibor Kati e OQ sono graffianti e imponenti, ma a dir poco graziosa è la parte centrale dal sapore gitano. C’è lo spazio anche per Norilor, tre minuti di trance, dove le percussioni di Negru e Tibor K. suonano con rara precisione, conducendo gli ascoltatori in un viale di sensazioni e atmosfere che molto difficilmente è possibile vivere in un concerto. Schimnicește riporta la platea in ambito pagan black: si tratta dell’ennesimo (bel) pezzo estratto da Tău, cinque minuti di arpeggi acustici che si alternano e contrappongono alle accelerazioni di Negru e delle sei corde. Tibor Kati sente particolarmente la canzone, si fa trasportare dalle melodie e mentre canta, muove e intreccia le braccia seguendo l’andamento della musica. La setlist volge al termine con l’acclamata Dacia Hiperboreană, divenuta in pochi anni un classico amato dai fan, intensa nel cantato quanto malinconica in alcuni passaggi di tremolo picking delle chitarre, un monumento alla Tradizione della Romania e, forse, al lavoro di Vasile Lovinescu. La Hotaru Cu Cinci Culmi chiude in maniera delicata il concerto, ma il bis Hora Soarelui, tratto dal capolavoro OM del 2006, riporta un po’ di violenza, una violenza mai fine a se stessa, con il cantato in clean e le melodie vagamente gitane che smorzano l’aggressività lasciando spazio all’atmosfera “fresca” creata dalla tastiera. Il lavoro dei chitarristi è, nella semplicità, grandioso, e il riff portante della strofa sarebbe da insegnare alle scuole di musica.

Doveva essere una grande serata di metal estremo, si è rischiato di assistere a un concerto a metà, quel che ne è uscito, invece, è stato un bel concerto dove le band hanno dato tutto, il pubblico si è divertito e dopo lo show ha potuto chiacchierare e fare fotografie con i musicisti romeni, disponibilissimi e gentili con tutti quanti. C’è da dire che undici brani e poco più di un’ora di concerto non sono molto, vero pure che raramente si assistite a un’esibizione così intensa. L’unico rammarico è aver visto poche decine di spettatori quando, invece, un gruppo di tale spessore meriterebbe ben altro supporto.

Scaletta Negură Bunget: 1. Țara De Dincolo De Negură – 2. Nămetenie – 3. Pămînt – 4. Cunoașterea Tăcută – 5. Împodobeala Timpului – 6. Curgerea Muntelui – 7. Norilor – 8. Schimnicește – 9. Dacia Hiperboreană – 10. La Hotaru Cu Cinci Culmi – 11. Hora Soarelui